II.

SCRIVO A VOI, FIGLIOLI

La Scrittura parla di Cristo

1. Bisogna ascoltare con attenzione quanto si legge nelle Sacre Scritture a nostra istruzione e salvezza. Ma è soprattutto necessario affidare alla nostra memoria quelle pagine che più ci sono d'aiuto nella confutazione degli eretici. Costoro non cessano con insidie di ingannare i più impreparati e trascurati. Ricordate: Cristo è morto ed è risorto per noi, è morto per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione (cf. Rom. 4, 25). Avete sentito poco fa come i due discepoli che il Signore incontrò sulla strada non riuscivano a riconoscerlo poiché i loro occhi erano impediti. Egli li trova sfiduciati riguardo alla redenzione operata da Cristo, convinti invece che il Cristo avesse sofferto e fosse morto come uomo. Pensavano che Cristo fosse morto nel corpo in modo da non poter più tornare alla vita, quasi fosse uno dei profeti.

Poco fa avete potuto sentire la loro opinione. Ma egli spiegò loro le Scritture, partendo da Mosé giù giù fino ai Profeti, per dimostrare loro che quanto era accaduto, compresa la sua passione e la sua morte, già era stato predetto. Lo fece soprattutto per evitare che la stessa sua Risurrezione, se non fossero stati preannunciati tutti i particolari di essa, non finisse con l'aggravare il loro turbamento e accrescere il loro dubbio. La fermezza della fede sta appunto in questo, che ogni fatto accaduto al Cristo fu predetto. Perciò i discepoli lo riconobbero solo al gesto dello spezzare del pane. E veramente lo riconosce a questo gesto anche chi mangia e beve di lui, ma in modo che non gli sia a condanna.

Anche gli undici pensavano, in altra occasione, di vedere uno spirito. Egli allora si lasciò toccare, lui che si era fatto crocifiggere. Volle che lo crocifiggessero i nemici, e lo toccassero gli amici. Era però medico di tutti, dell'iniquità dei primi, dell'incredulità dei secondi. Durante la lettura degli Atti, voi avete sentito quante migliaia degli uccisori di Cristo credettero in lui (cf. Atti, 2, 41). Se in seguito credettero in lui quelli che l'avevano ucciso, come pensare che non gli avrebbero creduto quelli che solo per un momento avevano dubitato? Ma fate bene attenzione e tenete bene a mente che Dio volle mettere nella Scrittura il rimedio contro insidiosi errori, dato che contro la Scrittura nessuno, se vuole apparire cristiano, osa parlare: quando dunque il Signore volle farsi toccare da quei suoi discepoli, non si preoccupa d'altro che di confermare con le Scritture il cuore dei credenti. Egli aveva dinanzi alla sua mente noi che saremmo venuti dopo, noi che non abbiamo nessuna possibilità di toccare qualche parte del suo corpo, ma abbiamo la possibilità di leggere quello che è stato scritto. Se quei discepoli dunque credettero, perché lo ebbero in mezzo a loro e lo toccarono, noi che faremo? Cristo è già salito al cielo e non ritornerà che alla fine dei tempi, per giudicare i vivi e i morti. Su quali fondamenta poggeremo la nostra fede, se non su quelle stesse fondamenta per mezzo delle quali il Signore ha voluto che si rafforzassero nella fede loro che avevano potuto toccarlo? Rivelò ad essi il senso nascosto delle Scritture e mostrò che il Cristo doveva soffrire, e che le cose predette su di lui nella Legge di Mosé, nei Profeti e nei Salmi, dovevano avverarsi. Nessuno dei testi delle antiche Scritture fu da lui tralasciato. Tutto nelle Scritture parla di Cristo, purché ci siano orecchi disposti ad ascoltare. Egli allora svelò il senso delle Scritture in modo che quei discepoli le comprendessero. Dobbiamo anche noi pregare affinché ci riveli lui stesso il senso delle Scritture.

La Sposa si fa uno con lo Sposo

2. Che cosa mostrò il Signore che era scritto su di sé nella Legge di Mosé, nei Profeti e nei Salmi? Che cosa rivelò? Ci risponda lui stesso. L'Evangelista su questo punto è stato breve affinché imparassimo da noi stessi che cosa dobbiamo capire e credere tra tanti e così estesi testi delle Scritture. Anche se molte sono le pagine e molti i libri, tutti contengono ciò che il Signore disse in poche parole ai suoi discepoli. Che cosa? Che "il Cristo doveva patire e risorgere il terzo giorno" (Lc. 9, 22; 24, 7; Mt. 16, 21; 17, 21; Mc. 8, 31; 9, 30). A proposito dello Sposo senti dire che "il Cristo doveva patire e risorgere". Eccoti dunque descritto lo Sposo. Vediamo che cosa dice la Scrittura della sposa: così, conoscendo lo Sposo e la sposa, verrai alle nozze ben istruito. Ogni celebrazione liturgica è infatti una festa nuziale; la festa delle nozze della Chiesa. Il figlio del re deve prendere moglie e questo figlio del re è lui stesso; la sua sposa sono quelli che partecipano alle sue nozze. Coloro che nella Chiesa partecipano alle celebrazioni liturgiche, se vi partecipano bene, diventano la sposa, a differenza di quanto succede nelle nozze umane, dove altri sono quelli che assistono, e altra è colei che si sposa. Tutta la Chiesa infatti è sposa di Cristo, dalla cui carne essa prende l'inizio e ne rappresenta la primizia: in quella carne la sposa si è congiunta allo Sposo. Giustamente spezzò il pane, quando volle mostrare la realtà della sua carne; e giustamente gli occhi dei discepoli si aprirono al segno della frazione del pane ed essi lo riconobbero. Che cosa dunque disse il Signore che era scritto su di lui nella Legge, nei Profeti, e nei Salmi? Che "il Cristo doveva patire". Se non avesse aggiunto anche "e risorgere", giustamente avrebbero avuto motivo di piangere quelli i cui occhi erano impediti. Ma anche il risorgere fu predetto. E perché? Perché bisognava che il Cristo patisse e risorgesse? E' detto in quel salmo che vi abbiamo con gran cura spiegato, mercoledì, nella prima riunione della scorsa settimana. Perché occorreva che il Cristo patisse e risorgesse? Perché "tutti i confini della terra si ricorderanno del Signore e a lui torneranno, e tutte le nazioni si prostreranno al suo cospetto" (Sal. 21, 28). Anche qui il salmo, affinché comprendiate che Cristo doveva patire e risorgere, aggiunge dell'altro per attirare la nostra attenzione sopra la sposa, dopo averci fatto riflettere sopra lo Sposo. Dice dunque: "La penitenza e la remissione dei peccati saranno predicate nel suo nome fra tutte le genti, incominciando da Gerusalemme" (Lc. 24, 47). Fratelli, queste parole fissatele bene nella memoria. Nessuno può mettere in dubbio che la Chiesa è presente in tutto il mondo; nessuno può dubitare che essa è nata a Gerusalemme ed ha raggiunto tutte le nazioni. Conosciamo il campo dove fu piantata la vite, ma una volta che si è sviluppata, non riconosciamo più il campo, poiché essa tutto l'ha ricoperto. Da dove ha preso l'avvio? "Da Gerusalemme". Dove è giunta? "A tutte le genti". Poche ne mancano, ma presto le raggiungerà tutte. Frattanto mentre giunge a tutte, l'agricoltore ha ritenuto necessario tagliare alcuni rami inutili, che produssero eresie e scismi. Ciò che è stato tagliato non abbia influsso su di voi, per non correre il rischio che anche voi siate tagliati; pregate anzi perché le parti tagliate vengano di nuovo inserite. E' manifesto a tutti che Cristo è morto, è risorto ed è asceso al cielo: anche la Chiesa si è mostrata a tutti chiaramente poiché nel suo nome viene predicata la penitenza e la remissione dei peccati a tutti i popoli. Da dove la Chiesa ha avuto inizio? "Da Gerusalemme". Colui che sentendo queste cose non vede la grande montagna e chiude gli occhi davanti alla luce che brilla sul candelabro, è uno stolto, uno sciocco, e, soprattutto, un cieco.

La Sposa di Cristo è la Chiesa, e non può essere che una

3. Quando diciamo a questi tali: Se siete cristiani cattolici, dovete essere in comunione con quella Chiesa dalla quale il Vangelo viene diffuso in tutto il mondo; quando diciamo loro: Dovete essere uniti alla vera Gerusalemme; ci rispondono: Non vogliamo avere nulla a che fare con quella città nella quale è stato ucciso il nostro re, dove è stato ucciso il nostro Signore. Sembra dunque che essi odino la città dove il Signore è stato ucciso. I giudei l'hanno ucciso quando era sulla terra, costoro lo respingono quando ormai siede in cielo. Sono peggiori quelli che l'hanno disprezzato giudicandolo un uomo o quelli che rifiutano come sacrileghi i sacramenti di lui, che pure ritengono Dio? Essi odiano veramente la città in cui è stato ucciso il loro Signore. Uomini pii e misericordiosi quali sono, s'addolorano grandemente perché Cristo è stato ucciso, ma poi uccidono Cristo negli uomini. Cristo amò la sua città e ne ebbe misericordia; da essa ordinò che prendesse inizio la sua predicazione: "incominciando da Gerusalemme". Lì volle che si iniziasse a parlare del suo nome, e tu senti orrore ad esserne cittadino? Non c'è da meravigliarsi se tu, essendo stato reciso, hai in odio la radice. Non disse forse Cristo ai suoi discepoli: "Restate nella città fin quando manderò a voi colui che vi ho promesso" (Lc. 24, 43-49)? Questa è la città che essi odiano. Se l'abitassero i giudei, forse l'amerebbero, perché i giudei sono stati gli uccisori di Cristo. Tutti gli uccisori di Cristo, cioè i giudei, sono stati espulsi, come ben si sa, da quella città. Se prima essa ospitava quelli che infierirono contro Cristo, ora ospita coloro che adorano Cristo. Essi la odiano, perché vi trovano i cristiani. Cristo volle che in essa restassero i suoi discepoli, e in essa volle che ricevessero lo Spirito Santo. Da dove ebbe inizio la Chiesa se non dal luogo in cui scese dal cielo lo Spirito Santo, riempiendo di sè le centoventi persone che ivi si trovavano riunite? Il loro numero di dodici si era decuplicato. Stavano dunque insieme centoventi persone e venne lo Spirito Santo e riempì tutto il luogo dove s'udì un suono come di vento impetuoso e lingue come di fuoco andarono a posarsi sulle loro teste. Avete sentito leggere appunto questo brano degli Atti degli Apostoli: "Essi incominciarono a parlare in lingue diverse, come lo Spirito dava loro di parlare" (cf. Atti, 1, 15; 2, 1-13). Ciascuno dei presenti, che erano giudei provenienti da popoli diversi, riconosceva il proprio linguaggio e tutti si meravigliavano che persone non istruite e rozze avessero imparato non una o due lingue ma addirittura le lingue di tutti i popoli. Si mostrava così che in quel luogo dove tutte le lingue risuonavano, tutte avrebbero aderito alla fede. Ma costoro che amano tanto Cristo e non vogliono aver nulla a che fare con la città che l'uccise, onorano Cristo a loro modo, dicendo che egli ha dato la preferenza a due sole lingue, la latina e la punica, cioè l'africana. Cristo si sarebbe dunque legato a due sole lingue? Quelle che sono usate nel partito di Donato, dove non se ne conoscono altre? Stiamo all'erta, o fratelli, e consideriamo invece il dono dello Spirito di Dio; crediamo quanto di lui fu detto in precedenza, facendo sì di veder realizzato quanto già fu predetto nel salmo: "Non c'è lingua, non ci sono parole di cui non si è sentito il suono" (Sal. 18, 4). E perché tu non creda che le lingue si sono mosse verso uno stesso luogo, ma che è il dono di Cristo che si è esteso a tutte le lingue, ascolta ciò che segue: "in ogni luogo è giunto il suono della loro voce, le loro parole hanno raggiunto gli estremi confini del mondo" (Sal. 18, 5). Perché è avvenuto ciò? "Perché egli ha posato la sua dimora nel sole" (Sal. 18, 6), cioè sotto gli occhi di tutti. Questa dimora è la sua carne, cioè la sua Chiesa, ch'è posta sotto la luce del sole, non nelle tenebre della notte ma nella chiarezza del giorno. Perché allora quelli non la riconoscono? Ritornate con la mente al passo con cui ieri abbiamo chiuso il discorso e capirete perché non la riconoscono: "Chi odia il proprio fratello cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre l'hanno accecato" (1 Gv. 2, 9). Noi invece cerchiamo di vedere ciò che viene dopo per non rimanere nelle tenebre. Come evitare le tenebre? Amando i fratelli. Quale la prova che amiamo i fratelli? Questa: che non spezziamo l'unità ed osserviamo la carità.

Figli, perché nati in Cristo

4. Scrivo a voi, figlioli, perché vi sono rimessi i peccati nel suo nome (1 Gv. 2, 12). Per questo "figlioli", perché con la remissione dei peccati rinascete a nuova vita. Ma i peccati in nome di chi sono rimessi? Forse in nome di Agostino? no; e neppure in nome di Donato. Tu conosci Agostino e sai chi è Donato; ma neppure nel nome di Paolo e di Pietro sono rimessi i peccati. L'Apostolo infatti, pieno di quella materna carità nella quale ha generato i suoi figli, ci svela il suo cuore e in certo qual modo si squarcia il petto con le sue parole, piangendo i figli che vede rapiti da quanti seminano divisioni nella Chiesa e cercano in tutti i modi di fare a pezzi l'unità creando diverse fazioni. Egli riconduce ad un sol nome coloro che volevano assumersi molti nomi, cerca di allontanarli dall'amore verso la propria persona per volgerli all'amore di Cristo e grida loro: "Forse fu Paolo ad essere crocifisso per voi? O è nel nome di Paolo che siete stati battezzati?" (1 Cor. 1, 13). Che dice dunque? Non voglio che siate miei ma che siate con me, poiché siamo tutti di colui che per noi è morto, per noi fu crocifisso. Perciò aggiunge: "e nel suo nome" - non nel nome di un uomo qualsiasi - "vi vengono rimessi i peccati".

Padri, perché avete conosciuto il Principio

5. Scrivo a voi, padri. Perché prima si è rivolto ai figli? "Perché a voi vengono rimessi i peccati nel suo nome", così che siete generati ad una nuova vita e perciò siete figli. Ma perché ora ai padri?. Perché avete conosciuto lui fin dal principio (1 Gv. 2, 13). Il principio è una prerogativa della paternità. Ora Cristo è nuovo nella carne, ma antico nella divinità. Quanto egli è antico? Di molti anni? E' prima di sua madre? Certo è prima di sua madre. "Tutte le cose infatti sono state create per mezzo di lui" (Gv. 1, 3). Se egli, l'antico, creò tutte le cose, creò anche sua madre dalla quale potesse nascere come nuovo. Lo crediamo anteriore soltanto a sua madre? No, poiché egli è prima ancora degli avi di sua madre. Abramo è l'avo di sua madre ed il Signore dice: "Prima di Abramo io sono" (Gv. 8, 58). Prima di Abramo soltanto? Cielo e terra furono creati prima che esistesse l'uomo. Prima di essi c'era il Signore, anzi prima di essi egli è. Disse bene perciò: non prima di Abramo io fui; ma "prima di Abramo io sono". Quando di una cosa si dice che fu, significa che non esiste più; quando si dice: sarà, significa che ancora non esiste; ma egli non conosce altra esperienza che quella dell'essere. Conosce l'essere in quanto è Dio; ma non sa che cosa significhi essere stato, né conosce l'attesa del dover essere. C'è in lui un giorno solo, ma sempiterno. Quel giorno non ha dietro di sè un ieri, né davanti a sè un domani. Il giorno di oggi fa seguito a quello di ieri e avrà termine con l'avvento del domani. Quel suo giorno unico è invece senza tenebre, senza notte, senza divisione di ore, di minuti o di altre unità di misura. Chiamalo come vuoi, chiamalo pure giorno, se ti piace, ma puoi chiamarlo anche anno ed attribuirgli il valore di anni ed anni. Di Cristo infatti è stato scritto: "I tuoi anni non finiranno" (Sal. 101, 28). E quando fu chiamato giorno? Quando al Signore fu detto: "Oggi ti ho generato" (Sal. 2, 7). Generato da un Padre eterno, eterna è pure la sua generazione: essa è senza inizio, senza termine, senza limiti di tempo, poiché egli è l'essere, egli è colui che è. Questo è il nome che disse a Mosé: "Dirai loro: Colui che è mi ha mandato a voi" (Es. 3, 14). Che cosa esisteva dunque prima di Abramo, prima di Noè, prima di Adamo? Ce lo dice la Scrittura: "Io ti ho generato prima dell'aurora" (Sal. 109, 3). Egli fu dunque generato prima del cielo e prima della terra. Perché? Perché "tutte le cose furono fatte per mezzo di lui e senza di lui niente fu fatto" (Gv. 1, 3). Voi che siete padri, riconoscetelo: padri si diventa riconoscendo colui che è fin dal principio.

Giovani, perché avete vinto il maligno

6. Scrivo a voi, giovani. Voi siete figli, siete padri, siete giovani; figli per effetto della nascita, padri perché riconoscete il principio. Ma perché giovani? Perché avete vinto il maligno (1 Gv. 2, 13). 7. Nei figli troviamo la nascita; nei padri l'antichità, nei giovani la fortezza. Se il maligno viene vinto dai giovani, questo significa che egli lotta contro di noi. Lotta, ma non vince. Perché? Perché siamo forti, ma ancor più perché in noi è forte colui che abbiamo visto inerme nelle mani dei persecutori. E' lui che ci fa forti, lui che non ha opposto resistenza ai persecutori. Crocifisso per la sua debolezza, egli vive per la potenza di Dio.

7. Scrivo a voi, fanciulli. Perché fanciulli? Perché avete conosciuto il Padre (1 Gv. 2, 14). Scrivo a voi, padri: lo ripete con insistenza ed aggiunge: perché avete conosciuto colui che è fin dal principio. Cioè: ricordate che siete padri, ma se dimenticate colui che è fin dal principio, perdete la vostra paternità. Scrivo a voi, giovani. Considerate con ogni attenzione e ricordate sempre che siete giovani. Combattete per poter vincere, raggiungete la vittoria per ottenere la corona; ma siate umili per non soccombere durante il combattimento. "Scrivo a voi, giovani", perché siete forti, e la parola di Dio rimane in voi, e avete vinto il maligno (1 Gv. 2, 14).

Non si può amare Dio e il mondo

8. Tutti questi privilegi sono nostri, fratelli, perché abbiamo conosciuto colui che è fin dal principio, perché siamo forti ed abbiamo conosciuto il Padre: tutte queste realtà allargano le nostre conoscenze ma devono anche sostenere la nostra carità. Se conosciamo, non possiamo anche non amare: una conoscenza senza amore non ci salva. "La scienza gonfia, la carità edifica" (1 Cor. 8, 1). Se professate la fede ma non amate, incominciate ad assomigliare ai demoni. Anche i demoni davano testimonianza al Figlio di Dio e dicevano: "Che abbiamo noi a che fare con te?" (Mt. 8, 29). Ma venivano da lui scacciati. Voi confessatelo ed abbracciatelo. Essi temevano a causa della loro iniquità; voi invece amatelo, perché vi ha perdonato le iniquità commesse.

Ma come ameremo Dio, se amiamo il mondo? Egli vuole farsi accogliere in noi mediante la carità. Ci sono due amori: quello del mondo e quello di Dio; se alberga in noi l'amore del mondo, non potrà entrarvi l'amore di Dio. Si tenga lontano l'amore del mondo e resti in noi l'amore di Dio; abbia posto in noi l'amore migliore. Se prima amavi il mondo, ora non amarlo più; se saziavi il tuo cuore con gli amori terreni, dissetati ora alla fonte dell'amore di Dio, e incomincerà ad abitare in te la carità, dalla quale nessun male può derivare. Date dunque ascolto alla voce di colui che ora vuol farvi puri. I cuori degli uomini sono per lui come un campo, ma in che stato lo trova? Se scorge in esso una selva, incomincia allora ad estirparla, ma se lo trova già dissodato, si da’ subito a seminarlo: vuole piantarvi l'albero della carità. E qual è la selva che vuole estirpare? L'amore del mondo. Senti come Giovanni parla di questa estirpazione: Non vogliate amare il mondo, e prosegue, né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui (1 Gv. 2, 15).

La carità è la radice della virtù.

9. Dunque avete sentito: "Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui". Nessuno, fratelli, pensi che queste dichiarazioni siano false. E' Dio che parla, e lo Spirito Santo che ha parlato per mezzo dell'apostolo, e nulla v'è di più vero. "Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui". Vuoi avere l'amore del Padre, per poter essere coerede del Figlio? Non amare il mondo. Scaccia l'amore malvagio del mondo, per riempirti dell'amore di Dio. Sei come un vaso che è ancora pieno; butta via il suo contenuto, per accogliere ciò che ancora non possiedi. I nostri fratelli certo sono già rinati dall'acqua e dallo Spirito Santo; anche noi da un po' di anni siamo rinati dall'acqua e dallo Spirito Santo. E' bene per noi non amare il mondo, affinché i sacramenti non abbiano a risolversi nella nostra dannazione, cessando così di essere sostegni della nostra salvezza. Sostegno di salvezza significa possedere le radici della carità, la virtù della pietà e non soltanto la sua esteriore apparenza. Buona e santa è l'apparenza; ma che vale, se manca del suo sostegno? Il tralcio tagliato non viene forse gettato nel fuoco? Mantieni pure la forma esterna, ma che sia legata alla radice. In che modo staremo uniti alla radice, per non correre il rischio di venire da essa tagliati? Conservando la carità, come dice Paolo apostolo: "Radicati e fondati nella carità" (Ef. 3, 17). Come potrà mettere le sue radici la carità, là dove l’amore del mondo tutto copre al pari di una selva? Estirpate questa selva. State per seminare nel terreno un seme prezioso: nel campo nulla rimanga che possa soffocare quel seme. Le parole di Giovanni ci sollecitano ad operare questa estirpazione: "Non vogliate amare il mondo, né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui".

Inseriti nel tempo e nell'eternità

10. Perché tutto ciò che è nel mondo, è desiderio della carne, concupiscenza degli occhi e ambizione terrena - dunque tre realtà - e queste non provengono dal Padre ma dal mondo. E il mondo passa, come passano i suoi desideri; ma chi avrà fatto la volontà di Dio, resterà in eterno, come Dio stesso rimane in eterno (1 Gv. 2, 16-17).

Perché non dovrei amare ciò che Dio ha fatto? Ebbene scegli: vuoi amare le cose temporali ed essere travolto dal tempo insieme con esse? O non è meglio odiare il mondo e vivere in eterno con Dio? La corrente delle cose temporali ci trascina dietro a sé, ma il Signore nostro Gesù Cristo nacque come l'albero presso le acque del fiume. Egli assunse la carne, morì, risorse, ascese al cielo. Volle in certo modo mettere le sue radici presso il fiume delle cose temporali. Sei trascinato con violenza dalla forza della corrente? Attaccati al legno. Ti travolge l'amore del mondo? Stringiti a Cristo. Per te egli è sceso nel tempo, perché tu divenissi eterno. E' sceso nel tempo, ma rimanendo eterno. Si è inserito nel tempo, ma senza staccarsi dall'eternità. Tu invece sei nato nel tempo, e sei diventato schiavo del tempo a causa del peccato. Sei diventato schiavo del tempo a causa del peccato; egli invece è sceso nel tempo, per esercitare la misericordia nel perdono dei peccati. Come è enorme la differenza tra il reo e chi è venuto in carcere per visitarlo — perché entrambi si trovano nel carcere. Un uomo un giorno si reca a visitare un suo amico. Entrambi sembrano carcerati, ma grande è la differenza che passa tra loro e li distingue. Il processo imminente riempie di angoscia il primo, mentre un senso di umanità ha mosso il secondo. Così nella nostra condizione mortale: noi eravamo in carcere a causa di un reato, ed egli, mosso da misericordia, è sceso fino a noi, è venuto a trovare, in veste di redentore, chi era prigioniero. Non è venuto ad opprimerci. Il Signore ha versato per noi il suo sangue, ci ha redenti, ha trasformato la nostra speranza. Mentre portiamo ancora con noi la carne mortale, possiamo alzare gli occhi a guardare la nostra immortalità futura; mentre ancora veniamo sballottati dai flutti del mare, abbiamo già fissato in terra l'ancora della speranza.

La vera Sposa ama lo Sposo più dell'anello donatole

11. Perciò non amiamo il mondo, né le cose del mondo. Queste sono: i desideri della carne, le concupiscenze degli occhi e le ambizioni terrene. Tre, dunque, le concupiscenze. Ma nessuno dica: non è opera di Dio tutto ciò che è nel mondo? Non sono opera di Dio il cielo, la terra, il mare, il sole, la luna, le stelle, lo splendore dei cieli? Ed i pesci, non sono l'ornamento del mare? Così dicasi degli animali, degli alberi, degli uccelli, per quanto riguarda la terra. Queste realtà sono nel mondo e le ha fatte il Signore. Perché allora non dovrei amare ciò che Dio ha fatto? Lo Spirito del Signore ti aiuti a vedere realmente perché queste cose son buone, ma guai a te se amerai le creature ed abbandonerai il Creatore. Queste cose ti appaiono belle, ma quanto più bello sarà l'autore della loro bellezza? Cerchi di comprendermi la vostra Carità. I paragoni possono servire ad istruirvi, affinché Satana non vi tragga in inganno, presentandovi la solita obiezione: — riponete la vostra felicità nelle creature; perché mai Dio le avrebbe create se non per la vostra felicità? Molti si lasciano persuadere a loro perdizione e dimenticano il Creatore: quando delle creature si fa un uso smodato, si reca offesa al Creatore. Di costoro dice l'Apostolo: "Onorarono e servirono le creature invece del Creatore, che è benedetto nei secoli" (Rom. 1, 25). No, Dio non ti proibisce di amare le sue creature, ti proibisce di amarle come ultima felicità. Stimale, lodale, ma per amare il Creatore.

Fratelli, se uno sposo si fa un anello destinato alla sposa e questa ama di più l'anello che non il suo sposo che lo costruì, forse che attraverso quel dono non risulta che la sposa ha un cuore adultero, anche se essa ama ciò che è dono del suo sposo? Certo essa ama ciò che ha fatto il suo sposo, ma se dicesse: —a me basta il suo anello e non mi interessa affatto di vedere lui, che sposa sarebbe mai costei? Chi non detesterebbe la sua stoltezza? Chi non porrebbe sotto accusa quest'animo di adultera? Invece del marito, tu che sei la sua sposa, ami l'oro, ami un anello. Se tali sono i tuoi sentimenti, che ami un anello invece del tuo sposo e lui non vuoi neppure vederlo, dovremmo dedurre che egli ti avrebbe dato questo dono non come legame d'amore, ma per perderti. Lo scopo per cui un fidanzato offre un dono invece è di ottenere l'amore della sposa, per mezzo di quel dono. Dio ti ha dunque dato le cose create, perché tu amassi chi le ha fatte. Egli ti vuole dare assai di più, vuol darti se stesso, che queste cose ha create. Ma se avrai amato le cose, pur fatte da Dio, se avrai trascurato il loro Creatore, per amare il mondo, il tuo non potrà essere giudicato altro che un amore adultero.

Significato del termine "mondo"

12. Col termine "mondo" vengono indicati non soltanto il cielo e la terra, le cose visibili ed invisibili, opere tutte del Signore, ma anche gli abitatori del mondo, così come il termine "casa" indica tanto l'edificio come i suoi abitanti. A volte ci capita di lodare la casa ma di biasimare i suoi abitanti. Diciamo: questa casa è bella, e ricca di marmi e di ornamenti. Ma possiamo anche dire, con altro significato: questa casa è buona, nessuno vi patisce ingiustizie, non vi avvengono rapine, né oppressioni. In questo caso, non lodiamo le pareti della casa ma i suoi abitanti; e tuttavia sia nel primo come nel secondo caso, noi usiamo lo stesso identico termine di "casa". Ora tutti coloro che amano il mondo - e quanti lo amano in esso abitano, come nel cielo abitano coloro che amano il cielo, anche se nel corpo camminano sulla terra - tutti costoro che amano il mondo vengono indicati col termine "mondo". Queste sono le loro tre aspirazioni: i desideri della carne, la concupiscenza degli occhi, l'ambizione terrena. Desiderano mangiare e bere, fornicare e darsi ad ogni voluttà. Ma queste cose non possono godersi con misura? Quando vi diciamo: "Non amate queste cose", intendiamo forse dirvi che non dovete nè mangiare, né bere, né procreare figli? No certamente: non è questa la nostra intenzione. Dobbiamo però usare moderazione, secondo l'idea del Creatore, affinché queste creature non abbiano a tenerci legati, se troppo le amiamo. Non dobbiamo amare per il solo piacere le cose che ci sono state date per nostro semplice uso. Ma poniamo il caso che vi troviate di fronte a due possibilità e siate così messi alla prova: vuoi essere giusto o ricco? Io non ho nulla per vivere - tu dici -, non ho nulla da mangiare, nulla da bere e non posso avere queste cose necessarie alla vita, se non commettendo azioni cattive! Non sarà meglio per te amare quel bene che non si perde, piuttosto che commettere il male? Sai misurare il lucro che ti viene dal denaro e non t'avvedi del danno che la tua fede subisce. Questo appunto vuol dirci Giovanni quando accenna al "desiderio della carne", cioè a tutte quelle realtà che sono in rapporto col nostro corpo, quali il cibo, gli amplessi sessuali e altre cose del genere.

La curiosità

13. L'apostolo ci parla anche della "concupiscenza degli occhi". Questa espressione indica la curiosità di ogni genere. E' vasto il campo su cui si estende la curiosità. La ritrovi negli spettacoli, nei teatri, nei riti demoniaci, nelle arti magiche, nei malefici. Si tratta sempre di curiosità. Essa tenta a volte gli stessi servi di Dio, inducendoli al desiderio di operare miracoli, per vedere se Dio li esaudisca concedendo portenti. Questa è la curiosità, cioè la concupiscenza degli occhi, e questa curiosità non viene dal Padre. Se Dio ti ha dato il potere di fare miracoli, adoperalo pure: per questo egli te lo ha dato; ma se uno non l'avesse, non per questo resta escluso dal Regno di Dio. Quando gli apostoli erano pieni di gioia, perché anche i demoni stavano loro soggetti, che cosa disse loro il Signore? "Non vogliate gioire di ciò, esultate invece perché i vostri nomi sono scritti in cielo" (Lc. 10, 20). Egli volle dunque che gli apostoli gioissero per qualcosa di cui anche tu puoi gioire. Guai a te, infatti, se il tuo nome non è scritto in cielo. Ti dovrei forse dire: guai a te se non avrai fatto risorgere i morti? se non avrai camminato sopra le acque del mare? se non avrai scacciato i demoni? Qualora però tu avessi ricevuto il potere di compiere queste cose miracolose, usalo con umiltà, non con sentimento di superbia. Il Signore, infatti, parlando di certi falsi profeti, disse che anch'essi avrebbero compiuto segni miracolosi e prodigi. Non sia in voi dunque l'ambizione terrena. Bramare questa gloria è segno di superbia. L'uomo vuole pavoneggiarsi con gli onori; crede di essere grande, se ha grandi ricchezze o una posizione di potere.

Cristo tentato

14. Ecco dunque le tre bramosie: ogni cupidigia umana è messa in moto dai desideri della carne, dalla concupiscenza degli occhi e dall'ambizione terrena. Il Signore stesso fu tentato dal diavolo su queste tre concupiscenze.

Fu tentato nei desideri della carne quando gli fu detto: "Se sei il Figlio di Dio, di' a queste pietre che diventino pane" (Mt. 4, 3). Dopo il digiuno infatti egli sentì fame. Ma in qual modo respinse il tentatore ed a noi, suoi soldati, insegnò a combattere? Fa' attenzione a quanto rispose: "L'uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che viene da Dio" (Mt. 4, 4).

Fu tentato anche nella concupiscenza degli occhi e sollecitato a fare un miracolo, quando il tentatore gli disse: "Gettati giù, perché sta scritto: egli per te ha dato ordini ai suoi angeli, affinché ti sorreggano e il tuo piede non inciampi contro una pietra" (Mt. 4, 6; cf. Sal. 90, 11). Ma il Cristo si oppose al tentatore. Se avesse fatto quel miracolo, sarebbe parso che avesse ceduto alla tentazione o si fosse lasciato trascinare dalla curiosità; li operò invece i miracoli, quando volle agire come Dio e per curare gl'infermi. Se avesse compiuto il miracolo allora, si poteva credere che l'avesse fatto al solo scopo di fare un prodigio. Ma perché gli uomini non avessero a pensare ciò, senti bene quel che rispose al demonio, così che anche tu possa ripetere le stesse parole quando ti assalisse la medesima tentazione. Rispose dunque: "Vattene, Satana; sta scritto infatti: Non tenterai il Signore Dio tuo" (Mt. 4, 7). Cioè come se dicesse: se farò questo, tenterò il Signore. Gesù ti ha suggerito le parole che anche tu devi ripetere. Quando il nemico ti viene a dire: Che uomo sei tu, che cristiano sei? che miracoli hai fatto? quali morti sono risuscitati in forza delle tue orazioni? quale salute hai ridato ai febbricitanti? se fossi cristiano di valore, saresti in grado anche di fare dei miracoli; allora tu rispondi: Sta scritto: "Non tenterai il Signore Dio tuo" (Deut. 6, 16). Cioè: non tenterò Dio, quasi che soltanto facendo miracoli io appartenga a Dio, mentre non facendoli, non gli appartengo. Che significato avrebbero allora le parole: "Esultate perché i vostri nomi sono scritti in cielo"?

In che modo il Signore fu assalito con la tentazione dell'ambizione terrena? Essa avvenne quando il diavolo lo sollevò sopra un monte altissimo e gli disse: "Tutto questo ti darò se, prostrato, mi adorerai". Il diavolo volle tentare il Re dei secoli, dandogli la speranza di essere innalzato a re di tutta la terra; ma il Signore che creò il cielo e la terra, disprezzò il diavolo. C'è forse da meravigliarsi che il diavolo venga vinto dal Signore? Gesù rispose al diavolo ciò che tu stesso, come lui ti insegnò, devi rispondergli: "E' scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a lui solo" (Mt. 4, 10).

Se ricorderete queste parole e le praticherete, non avrete in voi la concupiscenza del mondo, non vi domineranno nè i desideri della carne, né la cupidigia degli occhi, né la brama dell'ambizione; allora farete maggiormente posto in voi alla carità che viene, e così amerete il Signore. Se invece ci sarà in voi l'amore del mondo, non potrà esservi l'amore di Dio. Conservate l'amore di Dio affinché restiate in eterno, così come Dio è eterno. Ciascuno è ciò che ama. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Dovrei concludere: sarai Dio, ma non oso dirlo io, e perciò ascoltiamo la Scrittura: "Io ho detto: Voi siete dei e figli tutti dell'Altissimo" (Sal. 81, 6). Se dunque volete essere dei e figli tutti dell'Altissimo, "non vogliate amare il mondo, né le cose che sono nel mondo. Poiché tutto ciò che è nel mondo, è desiderio della carne, concupiscenza degli occhi e ambizione terrena; e queste cose non provengono dal Padre, ma dal mondo": cioè dagli uomini che amano il mondo. E il mondo passa, come passano i suoi desideri; ma chi avrà fatto la volontà di Dio, resterà in eterno, come Dio stesso rimane in eterno (1 Gv. 2, 17).

 

 

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