Libro quarto

Intermezzo II. Alla osservazione di Basilio, che Giovanni non ha sollecitato la dignità, questi risponde, con esempi e similitudini, che anche chi non ha brigato per essere eletto é responsabile di ogni deficienza ed errore in cui avesse a cadere

I. Udite queste cose Basilio stette alquanto sopra pensiero, indi: "Ma questo tuo timore, disse, avrebbe ragion d’essere se tu ti fossi adoperato per ottenere questa dignità; colui infatti che col brigare per ottenerla dichiara d’essere idoneo al disimpegno dell’ufficio, se commette errori dopo che gli fu affidata, non potrà ricorrere al pretesto della sua inesperienza, poiché egli già prima si privò di questa difesa, col correre avanti e coll’afferrare il ministero; né chi spontaneamente e di propria volontà vi si sobbarcò, potrà poi dire: "Ho fatto questo sbaglio senza volerlo; contro mia volontà ho pervertito quel tale". Ché colui che avrà da giudicare questa causa, gli dirà: "E come mai, conoscendo quella tua inesperienza, e non avendo tu senno sufficiente per dar mano a quest’arte senza far sbagli, ti adoperasti per sobbarcarti e osasti intraprendere opere superiori alle tue forze? chi vi ti obbligava? chi vi ti trascinò a forza mentre tu resistevi e fuggivi?". Ma tu non ti sentiresti certamente dire alcunché di simile; né tu avresti da fare a te stesso qualche rimprovero di tal genere; é a tutti palese infatti che non hai sollecitato né molto né poco quell’onore, ma altri ti procurava la promozione; onde appunto ciò che toglie a quelli il perdono delle eventuali colpe, fornisce a te un saldo fondamento di difesa.

A queste parole io scuotendo il capo e un poco sorridendo, mi stupii della sua semplicità, indi soggiunsi: "Ben vorrei io pure che le cose stessero così come tu dici, o incomparabile uomo fra tutti, e non già per poter assumere quello a cui sono sfuggito. Ma quand’anche niuna pena mi fosse riservata per aver governato il gregge di Cristo a casaccio e senz’esserne capace, mi sarebbe tuttavia peggiore d’ogni castigo il dover io, incaricato di uffici tanto grandi, apparire così miserabile al cospetto di Colui che me li aveva affidati. E per qual motivo bramerei io che questa tua opinione non fosse priva di fondamento? certamente perché fosse dato a quei miseri (ché così hanno da chiamarsi quelli che non riescono a disimpegnare lodevolmente quest’incarico, anche se mille volte tu vada dicendo che vi furono trascinati per forza e che peccano involontariamente) perché fosse dato a costoro di sfuggire a quel "fuoco inestinguibile, alla tenebra esteriore, al verme imperituro, all’essere separato e perire insieme con gli ipocriti" (Mt. 24,51); ma che? non é così, non é così! e ti proverò se ti piace, la verità di ciò che dico, con l’esempio del principato, la cui eccellenza presso Dio non é sì grande quanto quella del sacerdozio.

Esempi di Saul, Eli, Mosè

II. Quel Saul figlio di Cis, non diventò re per esservisi adoperato, ma muovendo in cerca delle asine, si recò dal profeta per chiederne novelle e quegli allora gli fece parola del regno; e nemmeno così egli si spinse avanti, pur avendone udito parlare da un profeta, ma se ne ritraeva e vi s’opponeva dicendo: "Chi sono io, e quale é la casa di mio padre?" (1Re 9,21). Ma che? avendo egli malamente usato dell’onore accordatogli da Dio, valsero forse quelle sue parole a sottrarlo allo sdegno di colui che gli aveva conferito la regia potestà? E ben poteva egli dire a Samuele quando lo rimproverava: "Forse accorsi io spontaneamente alla dignità regia? o forse da me stesso mi vi spinsi sopra? io volevo pur vivere la vita inerte e quieta dei privati, tu invece mi trascinasti a questo onore; ma Se io mi fossi rimasto in quell’umile stato, avrei agevolmente evitate queste colpe, ché essendo io uno del volgo e oscuro, non sarei stato mandato a quest’impresa, né Dio m’avrebbe affidata la guerra contro gli Amaleciti; non essendone incaricato, non sarei mai caduto in questa colpa". Ma tutto ciò é insufficiente alla difesa, né solo è insufficiente, ma anche pericoloso, e tale da sempre più accendere lo sdegno di Dio. Colui che fu onorato oltre il suo merito, non deve già addurre la grandezza dell’onore a discolpa dei suoi falli, ma invece valersi della sollecitudine di Dio a suo riguardo come d’uno stimolo a maggior perfezione. Chi crede a sé lecito peccare per aver toccato in sorte un onore più grande, altro non fa se non additare la benignità di Dio come cagione delle proprie colpe, come hanno costume di dire sempre gli empi e quelli che sogliono governare trascuratamente la propria vita. Noi non dobbiamo comportarci così, né dobbiamo cadere nella loro pazzia, ma dobbiamo in tutto aggiungere l’opera nostra secondo le nostre forze, e retta serbare la lingua e il pensiero. Neppure Eli (per venire ora al nostro argomento, cioè al sacerdozio, lasciando da parte il principato) si adoperò per acquistare il potere, ma che gli giovò questo, quand’ebbe prevaricato? Che dico acquistare? per la necessità della legge, non avrebbe nemmeno potuto sfuggirlo se avesse voluto; poiché egli apparteneva alla tribù di Levi e gli era gioco forza assumere la potestà che gli veniva dall’alto per via degli antenati; eppure anch’egli subì non piccola pena per le crapule dei suoi figli. Ma che? quegli stesso che fu il primo sacerdote degli Ebrei e del quale tante cose disse il Signore a Mosè, poiché non fu capace di resistere da solo contro la stoltezza di tanta moltitudine, non andò forse vicino alla rovina, se la protezione del fratello non avesse rimosso lo sdegno di Dio? E dacché ho ricordato Mosè, é opportuno mostrare la verità del mio assetto anche dalle vicende a quello occorse. Quello stesso beato Mosè era tanto lungi dall’usurpare il dominio sugli Ebrei, che lo ricusò anche quando gli fu conferito; e imponendogli Dio di accettarlo, si oppose a tal segno da muovere all’ira chi ne lo investiva; né solo allora, ma anche in seguito mentre esercitava il potere, sarebbe morto volentieri per esserne esonerato: "Fammi morire, dice infatti, se vuoi fare a me in tal guisa" (Nm. 11,15). Ebbene? Quando egli ebbe peccato all’acqua, valsero forse questi reiterati rifiuti a difenderlo e a muovere Dio a perdonargli? e per qual altro motivo fu privato della terra promessa? per nessun altro motivo, come tutti sappiamo, che per questo peccato, per il quale quel mirabile uomo non poté ottenere ciò che ottennero i suoi sudditi, ma dopo le molte fatiche e angustie, dopo quell’indicibile errare, le guerre e i trofei, morì fuori dalla terra per la quale aveva durato tutti quei travagli; e dopo aver sostenuto i pericoli del pelago, non godette i vantaggi del porto. Vedi come non solo a quelli che usurpano questo potere, ma anche a quanti vi giungono per opera altrui, non. rimane alcuna difesa dei falli in cui sono caduti? E per vero, mentre costoro, che sebbene investiti da Dio della dignità vi si rifiutarono ripetutamente, nondimeno subirono sì grave pena, e nulla valse a sottrarre da tale pericolo né Aronne, né Eli, né quell’uomo beato, quel santo, quel profeta, quel mirabile e mansueto fra tutti gli uomini della terra e che parlava a Dio come a un amico; difficilmente a me che tanto sono lungi dalla virtù di quello, potrà servire di difesa la consapevolezza di non aver per nulla sollecitato questa carica; tanto più quando molte di queste ordinazioni avvengono non per impulso della grazia di Dio, ma per l’opera di uomini. Dio aveva pur scelto Giuda, l’aveva collocato in quella santa schiera e gli aveva conferita insieme cogli altri la dignità apostolica, anzi, a lui aveva dato qualcosa di più che agli altri, cioè l’amministrazione del denaro. Ebbene? poi ch’ebbe usato di queste due prerogative contrariamente allo scopo, tradendo Colui ch’era stato incaricato di predicare e rovinando malamente i beni di cui gli s’era affidata l’amministrazione, forse che sfuggi alla pena? anzi, per ciò appunto si procurò un castigo maggiore; e ben a ragione. Ché non si deve usare degli onori che Dio conferisce, per offenderlo, sebbene per maggiormente compiacerlo. Che se altri, per essere stato maggiormente onorato, stimasse giusto per questo di sfuggire la pena quando gli fosse dovuta, farebbe lo stesso di qualcuno degl’infedeli Giudei, il quale udendo Cristo che dice: Se non fossi venuto né avessi parlato loro, non sarebbero colpevoli, e: "Se non avessi operato fra loro tali prodigi quali nessun altro operò, non sarebbero colpevoli" (Gv. 12,6), rimproverasse il Salvatore e Benefattore dicendo: "E perché sei tu venuto e hai parlato? perché compiesti quei prodigi, per aver poi a punirci più fortemente?". Queste sarebbero certamente parole da pazzo e da delirante furioso; ché il medico non venne già per condannarti ma piuttosto per curarti e liberarti completamente dalla tua infermità: tu invece spontaneamente ti sottraesti alle sue mani; or dunque abbiti più aspra la pena. A quel modo che cedendo alla cura ti saresti liberato anche dai malanni anteriori, così se tu fuggi il medico quando ti s’avvicina, non potrai più detergerti da questi, e non potendolo subirai la pena di essi e dell’aver resa vana la sua cura, per quanto dipendeva da te. Onde non sosteniamo eguale giudizio da Dio prima di essere onorati e dopo aver ricevuto gli onori, ma molto più severo dopo, ché colui che non diventò migliore in seguito ai benefici ricevuti, é giusto che sia più duramente punito. Or dunque, poi che a me appare insufficiente questa difesa e tale non solo da non salvare coloro che vi cercano rifugio, ma da esporli a maggior pericolo, fa d’uopo che tu mi mostri un altro scampo.

Se uno sa di essere inetto al ministero, deve sottrarsene, senza badare a riguardi personali

III. "E quale mai? poiché io non sono ormai in grado di governare me stesso, tanto m’hai reso trepidante e atterrito con queste tue parole".

"No, dissi io, te ne prego e te ne scongiuro, non voler tanto abbatterti; c’è senza dubbio lo scampo sicuro: per me debole esso consiste nel non mettermivi affatto; per te che sei forte invece, nel riporre la speranza in null’altro che, dopo la grazia di Dio, nel non fare nulla che sia indegno di questo dono né di Dio che lo largisce. Ché per certo sono meritevoli della massima punizione coloro che dopo aver raggiunta questa potestà dopo di averla sollecitata, ne fanno poi cattivo uso o per negligenza, o per malignità, o anche per inesperienza; ma non per questo é riservato alcun perdono a coloro che non trafficarono per conseguirla, ma anch’essi restano privi di qualsiasi difesa. Poiché fa d’uopo, mi pare, quand’anche moltissimi chiamino e sforzino d’accedervi, non badare a loro, ma saggiando anzitutto l’anima propria e ogni cosa diligentemente indagando, così poi acconsentire a quelli che spingono. Nessuno oserebbe assumersi l’amministrazione di una casa senz’essere amministratore; né alcuno s’accingerebbe a trattare i corpi malati essendo ignaro dell’arte medica; ma se pur fossero molti che lo spingessero a forza, vi s’opporrebbe, né arrossirebbe di palesare la propria incapacità; e chi ha da essere incaricato della cura di tante anime, non esaminerà prima se stesso, ma se pur sia il più inetto di tutti, accetterà il ministero, perché il tale glielo impone, o il tale ve lo sforza, o per non offendere il tale altro? E come non precipiterà se stesso insieme con quelli in un danno palese? potendo egli salvarsi da se stesso, rovina gli altri insieme con lui; donde potrà dunque sperare salvezza? donde ricevere perdono? chi intercederà allora per noi? forse quelli che ora vi ci sforzano e a forza ci trascinano? ma costoro stessi chi li salverà in quell’ora? anch’essi hanno bisogno d’altri per poter sfuggire al fuoco. E per persuaderti che ora dico ciò non per incuterti spavento ma al tutto secondo verità, ascolta ciò che dice il beato Paolo a Timoteo suo figlio adottivo e diletto: "Non ti fare fretta d’imporre le mani ad alcuno e non prendere parte ai peccati degli altri" (1Tim. 5,22); vedi da qual biasimo non solo, ma anche da qual castigo ho liberato, per quanto stava da me, quelli che volevano spingermi a questa carica? Però che, come agli eletti non servirà di sufficiente difesa il dire: non venni di mio arbitrio, ho accettato senza prevedere la mia mala riuscita; così neppure agli elettori può giovare qualche cosa, se dicano di non aver conosciuto l’eletto; ma appunto per questo diviene maggiore l’accusa, perché promossero chi non conoscevano, onde quello che si stimava servire di difesa, viene ad aggravare l’imputazione. Come non sarebbe strano infatti, che quelli che vogliono comperare uno schiavo, lo mostrino ai medici e richiedano persone garanti della compera, e interroghino i vicini, né si assicurino dopo tutto ciò, ma esigano un lungo tempo per farne la prova; mentre coloro che hanno da iscrivere alcuno a tanto ministero, senza fare alcun altro esame, ve lo aggiudichino agevolmente e senza badare, purché a taluno sembri bene designarvelo in grazia del favore o del disfavore altrui, tralasciando ogni altra ricerca? Chi intercederà allora per noi, quando gli stessi che dovrebbero perorare la nostra causa avranno essi pure bisogno d’intercessori?

Tanto l’elettore quanto il candidato devono ponderare con molta cura prima di scegliere o di lasciarsi eleggere.
Il giudizio di Dio sarà severo per gli uni e per gli altri se avranno agito con leggerezza.

IV. Bisogna dunque che anche chi ha da imporre le mani, premetta accurata indagine, e ancor più deve farlo il consacrando; ché se egli avrà gli elettori partecipi del castigo, per le colpe in cui sarà caduto; non vi sfuggirà per altro egli stesso, bensì ne subirà uno maggiore: a meno che coloro che lo promossero abbiano così agito per qualche motivo personale, contrariamente a quanto sembrava loro retto. Perché se saranno colti in fallo per questo lato, e conoscendo un candidato come indegno, lo promossero per qualche pretesto, le proporzioni della pena saranno eguali anche per loro, e anzi, maggiori saranno a quelli che investirono del potere un indegno; ché se uno conferisce la potestà a chi s’accinge a rovinare la Chiesa, sarà egli colpevole dei danni da quello perpetrati. Se poi egli non avrà da rendere conto ad alcuno per queste colpe, ma dica d’essere stato ingannato dall’opinione del volgo, neppure in tal caso resta impunito, tuttavia subirà una pena alquanto minore di quella dell’eletto; e Perché? Perché é bensì probabile che gli elettori siano indotti a ciò ingannati dalla falsa opinione pubblica, ma l’eletto non potrebbe già dire: "Io non conoscevo me stesso" come altri potrebbero dire di non aver conosciuto lui; pertanto, siccome egli va incontro a più aspra punizione che quelli i quali ve lo promossero, così deve far l’esame di se stesso con maggior cura di loro, e quand’anche essi per ignoranza ve lo trascinassero, facendosi avanti deve esporre diligentemente le ragioni con le quali dissipi il loro inganno, e così, dimostrando se stesso indegno della promozione, sfuggirà l’incarico di sì gravi incombenze. Per qual motivo infatti, trattandosi di strategia o di navigazione o d’agricoltura o di altre professioni, il contadino non sceglierebbe di navigare, né il soldato di lavorare la terra, né il pilota di esercitare la milizia, quando pure si minacciassero di mille morti? certamente perché ciascun d’essi prevede il pericolo derivante dalla propria inesperienza; e frattanto useremo tanta previdenza là ove il danno versa intorno a interessi piccoli, né cederemo all’imposizione di chi ci sforza, e dove invece a quelli che mancando di capacità assumono il sacerdozio é serbata la pena eterna, trascuratamente e a casaccio ci sobbarcheremo al rischio, adducendo poi a scusa la violenza altrui? Per certo non lo sopporterà Colui che allora ci avrà da giudicare: giacché bisognava mostrare maggior fermezza riguardo alle cose spirituali che a quelle materiali; or invece saremo trovati a non aver nemmeno mostrata l’eguale. Dimmi infatti: se prendendo noi un tale per architetto mentre non lo fosse, lo chiamassimo all’opera, e quegli venendo e ponendo mano al materiale radunato per la fabbrica, mandasse in malora e legname e pietre, e costruisse l’edificio in guisa tale che presto rovini, basterà forse a sua difesa l’esservisi accinto per comando d’altri e non essersi proposto spontaneamente? Non basterà affatto, e ben a ragione e giustamente; ché ben doveva egli ricusare, non ostante che altri lo chiamassero. Or dunque, mentre niuna speranza di sfuggire la pena rimane a chi mandò in malora il legname e le pietre, colui che rovina le anime e governa malamente, crederà giovargli per essere assolto, l’esservi stato obbligato da altri? E come non sarebbe ciò molto ingenuo? e lascio che nessuno potrebbe venire obbligato, qualora non volesse. Ma soggiaccia pure egli a quanta violenza si voglia e a molteplici raggiri per esser fatto cadere; forse ciò lo libererà da pena? no, te ne prego, non inganniamoci fino a tal segno, né simuliamo di ignorare ciò che é palese persino ai piccoli fanciulli; ché non ci potrà giovare questa simulazione d’ignoranza, quando saremo chiamati a giudizio. Tu non brigasti per ottenere questa carica, conscio com’eri di tua debolezza: benissimo, ma bisognava che con la stessa intenzione t’opponessi a coloro che vi ti chiamavano; o forse tu eri debole e inetto solo fintantoché niuno ti chiamava, e come si trovò chi era disposto a conferirti l’onore, d’un tratto diventasti forte? ciò é ridicolo e insulso, e degno di gravissimo castigo. Per questo appunto il Signore esorta "colui che vuole edificare una torre, a non porre il fondamento prima d’aver computato le proprie sostanze, per non offrire ai presenti infiniti pretesti di scherno contro di lui" (Lc. 14,28). Per quello il danno si riduce alla derisione, qui invece la pena é il "fuoco inestinguibile, il verme imperituro, lo stridore dei denti, la tenebra esteriore e l’essere separato e collocato insieme con gli ipocriti" (Mt. 25,30).

La Chiesa é il corpo mistico di Cristo.

Ma i miei accusatori non vogliono saper nulla di tutto questo, ché diversamente avrebbero senza dubbio cessato di biasimare chi non vuol porsi inutilmente a rovina. Non ci é proposto l’esame circa l’amministrazione di frumento, né di biade, né di bovi e pecore, né di alcun’altra simile cosa, ma circa lo stesso corpo di Gesù. Poiché la Chiesa di Cristo, secondo il beato Paolo, é il corpo di Cristo; onde bisogna che quegli a cui esso é affidato, lo serbi in sanità e bellezza grandissima, d’ogni parte badando che né macchia né ruga né altra deformità abbia mai a distruggere quella bellezza e maestà: e che altro é ciò, se non far si che quel corpo appaia, per quanto può conseguirlo l’umana virtù, degno del purissimo e beato capo che vi sta sopra? Ché se quelli che bramano acquistare il vigore atletico hanno bisogno di medici e di maestri di ginnastica, di dieta accurata, di continuo esercizio e d’altre infinite cautele, potendo l’omissione, anche di piccole attenzioni, frustrare e rovinare ogni altra cura: quelli che sono sortiti a servire questo corpo, il quale deve scendere in giostra non contro altri corpi, ma con le potenze invisibili, come potranno serbarlo intatto e sano, se non superano di molto l’umana virtù e non conoscono perfettamente la cura adatta per l’anima?

Fine dell’intermezzo. II. Ripresa dell’argomento intorno alle virtù sacerdotali. Eloquenza e magistero della parola.
Necessità della parola per confondere gli eretici (nemici esterni) e le vane superstizioni (nemici interni).

V. O forse ignori che questo corpo soggiace a più malattie e insidie che la nostra carne, e che più presto di essa va in rovina e più difficilmente viene risanato? A quelli che curano gli altri corpi si offre varietà di medicine, diversi apparecchi meccanici e nutrimenti adattati agli infermi; spesso anche la natura del clima bastò da sola a ricondurre i malati a sanità; altra volta il sonno intervenendo a tempo debito, liberò il medico da ogni fatica. Qui invece non c’è da contare su alcuna di queste cose; una sola via e un sol mezzo di cura si offre, oltre le opere, quello cioè che é fornito dal magistero della parola. Questo é lo strumento, il cibo, la temperatura di clima più perfetta; questo fa le veci di medicina, di cauterio, di ferro; se occorra bruciacchiare o tagliare, di questo bisogna valersi, e ove esso manchi, farà pur difetto ogni altro rimedio. Con esso risvegliamo anche l’anima assopita e la ricomponiamo se diviene tumescente, tagliamo via il superfluo, riempiamo le lacune e compiamo ogni altra operazione opportuna per il benessere dell’anima. Per conseguire la miglior direzione della vita, giova la vita d’un altro che stimoli a emularla; ma qualora l’anima sia offesa per opera di falsi dogmi, v’è gran bisogno della parola, non solo per la sicurezza di quei di casa, ma anche per le guerre provenienti dal di fuori. Poiché se alcuno avesse la spada dello spirito e lo scudo della fede, tanto da poter compiere prodigi, e mediante i portenti chiudere la bocca agli sfrontati, forse non avrebbe alcun bisogno dell’aiuto della parola; o piuttosto, nemmeno allora tornerebbe inutile la virtù di essa, ma anzi molto necessaria; e per vero il beato Paolo se ne valse, sebbene dappertutto egli fosse ammirato per i suoi miracoli. E anche un altro dei membri di quel coro, raccomanda di adoperarsi a conseguire questa facoltà, dicendo: "Pronti sempre a dar soddisfazione a chiunque vi domandi ragione della speranza che avete dentro di voi" (1Pt. 3,15); tutti poi essi affidarono il governo delle vedove a Stefano ed a’ suoi compagni per nessuno altro motivo che per attendere al "ministero della parola" (At. 6,2). Certamente non con la stessa sollecitudine andremmo in cerca della parola se avessimo la potenza che deriva dai miracoli; ma se di quella potenza non rimane neppure la traccia, mentre da ogni parte insorgono molti e assidui nemici, non ci rimane che armarci di quella, sia per non esser colpiti dagli strali degli avversari, sia per colpirli alla nostra volta.

La Chiesa è come città mistica oppugnata da molti nemici

VI. Bisogna pertanto usare molta diligenza affinché la parola di Gesù Cristo abiti in noi abbondantemente; non dobbiamo star preparati per una sola specie di battaglia, ma questa guerra é molteplice e combattuta da differenti nemici; essi non usano tutti le stesse armi, né a uno stesso modo fanno forza contro di noi. Onde chi s’accinge a sostenere la guerra contro di tutti, deve conoscere le arti di tutti: essere al tempo stesso arciere e fromboliere, generale e capitano, soldato e comandante, pedone e cavaliere, combattente di flotta e di fortezza. Nelle guerre gli eserciti, attendendo ciascuno a una data operazione, respinge con questa gli assalitori; qui invece non accade così, ma se chi vuol vincere non conosce tutte le specie dell’arte, il diavolo é capace, anche per una parte sola che rimanga a caso trascurata, d’introdurre i suoi predoni e far strage delle pecore; ma non vi riesce, qualora sappia esservi un pastore fornito di ogni conoscenza e pienamente istruito delle sue insidie; bisogna pertanto ben munirsi da ogni parte. Fino a che una città si trova ben fortificata tutt’intorno, può ridersi dei suoi assedianti, rimanendosi in grande sicurezza, ma se si riesca ad aprire nel muro una breccia anche soltanto come una porticina, non le sarà più d’altro giovamento la sua cinta, sebbene in tutto il resto ancor intatta e forte. Così é della città di Dio: fin che la ricinge da ogni parte invece di muro la sagacia e la prudenza del pastore, ogni artificio dei nemici ridonderà a loro scorno e derisione, mentre gli abitanti se ne staranno dentro al sicuro; ma se alcuno riesca a farla cessare in qualche parte, pur non distruggendola interamente, rovina per così dire tutto il resto per causa di quella parte. E che sarà, se mentre [il pastore] sa destramente combattere contro i Gentili, facciano strazio di essa i Giudei? o se vinti questi due nemici, la saccheggino i Manichei; o se dopo aver superato anche costoro, i partigiani del fato uccidano le pecore dentro raccolte? Occorre forse numerare tutte le eresie del diavolo, alle quali se non sappia resistere accortamente il pastore, potrà il lupo anche con una sola di esse divorare la maggior parte delle pecore? Inoltre, i soldati d’un esercito debbono sempre attendersi la vittoria o la sconfitta da parte di oppositori e combattenti; qui invece succede molto diversamente; spesso infatti la battaglia rivolta contro altri, diede la vittoria a tali che non vennero a pugna al primo scontro, né durarono fatica alcuna, ma se ne stavano inerti e seduti. Accade anche talora, che uno non molto addestrato a simile gioco, trafitto dalla sua stessa spada, divenga ridicolo agli amici ed ai nemici. Per esempio cercherò di renderti palese anche con un caso particolare ciò che dico coloro che accolgono la follia, di Valentino e Marcione e quanti sono affetti dalla stessa infermità di quelli, rigettano la legge data da Dio a Mosè dal catalogo delle divine Scritture; i Giudei all’opposto la venerano a tal segno da ostinarsi a osservarla interamente, anche se l’età più non lo comporta e contrariamente all’insegnamento divino; la Chiesa di Dio invece, evitando l’eccesso degli uni e degli altri, s’attiene al giusto mezzo e non permette di soggiacere al giogo di essa, né soffre che sia disprezzata, ma ancorché abrogata la approva, per aver essa giovato a suo tempo. Or chi ha da opporsi agli uni e agli altri deve conoscere questa giusta misura; ché se volendo ammaestrare i Giudei mostrando loro che s’attengono intempestivamente alla legge antica, comincerà ad attaccarla smodatamente, porge non piccola presa a quegli eretici che vorrebbero lacerarla; se poi volendo chiudere la bocca a questi, prenda ad esaltarla oltre misura, ammirandola come se fosse necessaria anche al presente, eccoti che apre la bocca ai Giudei. Così pure quelli che sono presi dalla pazzia di Sabellio e quelli che partecipano la furia di Ario, per eccesso tanto gli uni che gli altri si dipartirono dalla sana fede; essi tutti sono detti Cristiani, ma chi ricerchi i loro dogmi troverà gli uni per nulla migliori dei Giudei, se non in quanto hanno diverso nome; gli altri molto somiglianti all’eresia di Paolo di Samosata, e lontani tutti dalla verità. Anche qui v’è gran pericolo, e la via é stretta e intricata, isolata d’ambo i lati da precipizi; e v’è non piccolo timore che mentre [il pastore] vuol sottomettere l’uno, non resti offeso dall’altro. Ché se uno proclama una sola divinità, tosto Sabellio trae la parola al suo perverso concetto; se poi la separa, dicendo il Padre distinto dal Figlio e dallo Spirito Santo, si fa innanzi Ario per ridurre a una diversità di sostanza la distinzione delle persone; bisogna invece evitare e fuggire tanto l’ampia confusione di quello, come la pazzesca separazione di costui, proclamando un’unica sostanza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e facendo rilevare le tre ipostasi distinte: così potremo bloccare le uscite agli uni e agli altri. Potrei dirti di molte altre difficoltà, contro le quali se uno non lotta con vigore e sagacia, se n’andrà coperto d’innumerevoli ferite.

Insidie provenienti dai membri stessi della comunità. Superstizioni e malignità

VII. Chi potrebbe poi enumerare i pettegolezzi di questi, di casa? essi non sono minori degli assalti di quei di fuori anzi danno maggior briga a chi ha l’incarico d’ammaestrare. Gli uni spinti da zelo indiscreto, si occupano senza criterio e inutilmente di ciò che non reca alcun vantaggio a chi l’apprende, né é d’altra parte possibile apprenderlo; altri chiedono ragione a Dio dei suoi giudizi, sforzandosi come di scandagliare un grande abisso; però che "i tuoi giudizi, dice, sono un abisso grande" (Sl. 36,6). Pochi poi troveresti che siano solleciti della fede e del retto vivere, la maggior parte invece occupati nel fare e ricercare quello che non si può trovare e trovato muove Dio a sdegno. Ché quando ci sforziamo d’apprendere ciò che Egli non ha voluto che noi conoscessimo, non riusciremo a saperlo (e come potremmo se Dio non lo vuole?) e ci sovrasterà unicamente il pericolo derivante dall’essere andati investigandolo. Ma pur stando così le cose, quando uno riesca con l’autorità a chiudere la bocca a quelli che cercano tali arcani impossibili a conoscersi, si buscherà la taccia d’arrogante e ignorante; onde anche qui bisogna andar molto cauti, sì che il reggitore si sottragga a questioni fuor di luogo, e nello stesso tempo sfugga alle sopraddette accuse. Per tutte queste difficoltà non c’è offerto altro aiuto che quello che viene dalla parola; se taluno é privo di questa forza, le anime degli uomini a lui soggetti saranno in condizioni non migliori di navicelle continuamente sbattute da tempesta, dico degli uomini più infermi e più curiosi; onde il sacerdote ha da porre in opera ogni mezzo per acquistarsi tale potenza.

Elogio di S. Paolo

VIII. "Or dunque, disse Basilio, perché Paolo non si curò di eccellere in questa virtù? egli non si vergogna della povertà di parola, ma confessa apertamente di essere idiota, e ciò scrivendo ai Corinzi, che erano ammirati per abilità di eloquio e ne andavano molto superbi".

"Questo, risposi, questo é ciò che rovinò molti e li rese più inerti nel magistero di verità; ché incapaci di indagare accuratamente la profondità dei concetti dell’Apostolo, e di penetrare il senso delle parole, consumarono tutto il loro tempo in letargo e fra sbadigli, coltivando questa idiozia: non già quella per cui Paolo chiama se stesso idiota, bensì un’altra da cui egli era tanto lontano quanto nessuno altro uomo che é sotto il cielo. Ma questo discorso ci aspetti al momento opportuno; frattanto io dico questo: poniamo pure ch’egli fosse per questo riguardo idiota, com’esci vogliono; orbene, che cosa importerebbe ciò per noi? Egli invero possedeva una forza molto più possente della parola e capace di operare molto maggior bene; ché al solo suo apparire, senza pur che parlasse, era tremendo per demoni; quelli d’adesso già non varrebbero a effettuare ciò che altra volta fecero i "semicinzi" (At. 19,12) di Paolo, quand’anche s’unissero insieme con infinite preci e lacrime. Col pregare, Paolo risuscitò i morti e operava tali altri portenti da essere creduto dai pagani una divinità; inoltre prima di uscire da questa vita fu fatto degno d’essere rapito fino al terzo cielo e intendere parole che alla natura umana non è permesso di udire. Quelli d’adesso invece (non posso dir nulla di disgustoso e offensivo, ché non parlo per inveire contro di loro, bensì per esprimere la mia ammirazione) come non rabbrividiscono paragonando se stessi ad un tale uomo? E se lasciando da parte i prodigi veniamo a considerare la vita di quel beato, e investighiamo la sua condotta angelica, in questa più ancora che nei miracoli, vedrai l’atleta di Cristo riportare la palma. Chi può degnamente dire del suo zelo e della sua moderazione, dei continui pericoli, delle cure costanti, degli incessanti affanni per le Chiese, del partecipare le infermità altrui, delle molte premure, delle straordinarie persecuzioni, e del morire ogni giorno? Qual parte del mondo, qual continente, qual mare non conobbe le fatiche di quel giusto? persino le lande disabitate lo conobbero e l’accolsero frequentemente in pericolo. Egli sofferse ogni sorte di insidie e riportò ogni genere di vittoria, né mai cessò di combattere e di riportare corone. Ma non so come m’indussi a vituperare quell’uomo: poiché i suoi pregi superano ogni parola, la mia poi di tanto, quanto i valenti parlatori mi vincono in eloquenza. Tuttavia anche così, ché quel beato non mi giudicherà dal risultato ma dall’intenzione, non mi tratterrò dal dire anche quello che supera di tanto il già detto, quanto egli supera tutti gli altri uomini. Che è ciò? dopo tante virtù dopo le innumerevoli corone, egli pregava di poter andare nella geenna e d’essere condannato alla pena eterna, perché si salvassero e si unissero con Cristo quei Giudei, che lo lapidarono e lo avrebbero anche ucciso se avessero potuto; chi amò Cristo fino a tal segno? seppure deve questo chiamarsi amore, o non forse qualcosa d’altro più grande che l’amore. E noi ci paragoneremo ancora a lui, dopo tanta grazia ch’egli ricevette dall’alto, dopo sì gran virtù da lui manifestata in se stesso? e qual maggiore audacia di questa?"

Eloquenza di S. Paolo

IX. E ora mi studierò anche di dimostrare che egli non era così idiota come quelli pensano. Essi invero chiamano idiota non solo chi non possiede la forbitezza dell’eloquenza pagana, ma chi neppure sa combattere per i dogmi della verità, e stimano rettamente: ma Paolo non disse già d’essere idiota sotto tutti e due questi aspetti, bensì sotto uno soltanto, e per confermarlo stabilisce chiaramente la distinzione, dicendo d’essere idiota nella parola, ma non nella conoscenza. Se io cercassi la levigatezza di Socrate, la maestà di Demostene, la gravità di Tucidide o la sublimità di Platone, in tal caso s’avrebbe da addurre quella testimonianza di Paolo; ma ora lascio da parte tutte quelle doti e tutto il superfluo adornamento dei pagani, né m’importa nulla della dicitura né dello stile: sia pur concesso d’aver povertà di frase e una combinazione di parole semplice e senza ricercatezza; soltanto nessuno sia idiota quanto a dottrina e a precisione di dogmi; né per palliare la propria indolenza sottragga a quel beato la maggiore fra le sue doti e quello che gli merita maggior lode.

S. Paolo cominciò il suo apostolato predicando e per mezzo della eloquenza ottenne i primi risultati

Con qual mezzo infatti, dimmi, confuse egli i Giudei che abitavano in Damasco, mentre non aveva ancora incominciato a operare prodigi? con quale vinse gli Ellenisti? Perché fu mandato a Tarso? Non forse perché egli fu vittorioso con la parola e tanto gl’incalzava da provocarli persino a toglierlo di vita, non potendo sopportare in pace la sconfitta? eppure colà non aveva ancor cominciato a compiere miracoli; né alcuno potrebbe dire che la maggior parte lo ammirassero per la fama dei suoi portenti e che quelli che lo prendevano di mira fossero sgominati dalla riputazione ch’egli godeva, ché fino a quel punto egli vinceva unicamente con la forza della sua parola. Con qual mezzo combatté e venne a discussione in Antiochia contro i giudaizzanti? e quell’Areopagita originario di quella superstiziosissima città, non divenne forse suo seguace egli e sua moglie attratto unicamente dal suo discorso? ed Eutico, come cadde dalla finestra? non forse per aver egli atteso a udire fino a notte inoltrata l’insegnamento della parola di lui? E a Tessalonica e a Corinto? e a Efeso e nella stessa Roma? non passava interi giorni e notti continuamente inteso a esporre le Scritture? chi potrebbe ripetere i suoi discorsi agli Epicurei e agli Stoici? Andrei ben per le lunghe, se volessi ricordare ogni cosa! Se dunque e prima dei miracoli e contemporaneamente a questi, appare aver egli fatto grande uso della parola, come oseranno ancora dire idiota colui che fu da tutti massimamente ammirato per la valentia nel discutere e nel concionare? Per qual motivo infatti i Licaoni lo credettero Ermes? l’essere essi ritenuti come dei deriva dai miracoli; ma che lui fosse preso per Ermes non fu già per i miracoli, bensì per la sua parola. Ed in che cosa quel beato sorpassò gli altri Apostoli e per qual ragione egli è molto celebrato da tutti nel mondo? come mai è ammirato sopra tutti non solo da noi, ma altresì dai Giudei e dagli Elleni? non è forse per l’efficacia delle sue epistole, colla quale edificò non solo i fedeli di quel tempo, ma ancora quelli che furono d’allora fino al presente e che saranno fino al giorno della parusia di Cristo, né cesserà di farlo finché duri l’umana stirpe? Queste sue scritture sono di baluardo come muro d’acciaio per tutte le Chiese del mondo, di guisa che [l’Apostolo] come un valorosissimo campione è tuttora fra noi "conducendo in servaggio ogni intelletto all’ubbidienza di Cristo, distruggendo le macchi nazioni e qualunque altura che si innalza contro la scienza di Dio" (1Cor. 10,5). Tutto ciò egli compie per mezzo di quelle epistole che ci ha lasciate, meravigliose e piene di sapienza divina. Le sue scritture poi non valgono soltanto a distruggere i dogmi fallaci e confermare i veri, ma anche per ben vivere ci sono di non piccolo aiuto. Valendosi di esse infatti i capi delle Chiese, governano, edificano e innalzano a spirituale bellezza quella pura vergine che egli impalmò a Cristo, allontanano le infermità che cadono su di lei e le conservano la sanità acquistata. Tali medicine e di tanta efficacia ci ha lasciato quell’idiota, e le conoscono per prova coloro che incessantemente se ne valgono. Da ciò adunque appare manifesto che egli dedicò grande cura all’acquisto di questa dote.

X. Odi anche quello che dice scrivendo al suo discepolo: "Attendi alla lettura, all’esortare e all’insegnare" (1Tim. 4,13); indi aggiunge il frutto che ne deriva, dicendo: "Così facendo salverai te stesso e quelli che ti ascoltano" (1Tim. 4,16b). E ancora: "Al servo del Signore non si conviene di litigare: ma di essere mansueto con tutti, pronto a istruire, paziente" (1Tim. 4,13); e proseguendo soggiunge: "Ma tu attendi a quello che hai imparato e a quello che ti é stato affidato, sapendo da chi l’hai appreso, e che dalla fanciullezza conoscesti le sacre lettere le quali possono istruirti" (2Tim. 3,14); e inoltre: "Tutta la Scrittura é divinamente ispirata, dice, e utile a insegnare, a redarguire, a correggere, a formare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto" (2Tim. 3,16-17). Ascolta ancora ciò che egli prescrive a Tito parlando dell’elezione dei vescovi: "Però che il vescovo dev’essere dedito a quella parola fedele che é secondo la dottrina, affinché sia capace di convincere i contraddittori" (Tt. 1,9). Come mai uno essendo idiota, com’essi dicono, potrà convincere i contraddittori e ridurli al silenzio? e qual bisogno c’è di attendere alla lettura e alle Scritture, se s’ha da far buon viso a questa idiozia? ma queste cose sono pretesti e scuse, e nient’altro che un tentativo per dissimulare l’inerzia e la pigrizia. "Ma, essi dicono, tali precetti sono dati ai sacerdoti"; certo dei sacerdoti appunto noi ora parliamo; ma per convincerti che sono rivolti anche ai sudditi, odi ancora ciò ch’egli con altre parole in altra epistola raccomanda: "La parola di Cristo abiti in voi con pienezza in ogni sapienza" Col. 3,16); e ancora: "Il vostro discorso sia sempre con grazia asperso di sale, in guisa da distinguere come abbiate a rispondere a ciascheduno" (Col. 4,11); ora questa esortazione, d’esser pronti alla difesa, è rivolta a tutti; scrivendo poi ai Tessalonicesi: "siate, dice, di edificazione l’uno all’altro, come pur fate" (Tess. 5,11). E quando discorre dei sacerdoti: "I presbiteri che governano bene sian riputati meritevoli di doppio onore; massimamente quelli che si affaticano nel parlare e nell’insegnare" (1Tim. 5,17). Poiché il termine più perfetto dell’insegnamento si raggiunge quando [i maestri] riescano a trarre i discepoli alla santa vita ordinata da Cristo, sia con le loro parole, sia con le loro opere; ché il fare non basta da solo per esercitare il magistero; né la sentenza è mia, bensì del Salvatore stesso: "Chi avrà e operato e insegnato, questi sarà chiamato grande" (Mt. 5,19). Or se l’operare equivalesse all’insegnare, la seconda parte era superflua, e sarebbe bastato dire: "Chi avrà operato"; ma col distinguere l’una cosa dall’altra, dimostra che una parte [del magistero] consiste nelle opere, un’altra nella parola, e che hanno bisogno reciproco l’una dell’altra per la perfetta edificazione. O non odi ciò che dice quel vaso eletto di Cristo ai presbiteri degli Efesini: "Per la qual cosa siate vigilanti, rammentandovi come per tre anni non cessai giorno e notte d’ammonire con lacrime ciascuno di voi?" (At. 20,31). Che bisogno c’era allora di lacrime o d’ammonizione di parole, mentre la sua vita apostolica splendeva di tanta luce?

L’esempio apostolico non basta da solo. Bisogna che vi si unisca, come dimostra lo stesso S. Paolo, l’efficacia della parola

XI. Questa [sua vita] può bensì essere in gran parte d’impulso per l’adempimento dei precetti, né direi che anche per quello scopo basti da sola a esercitare ogni efficacia, ma quando ci si muove guerra intorno ai dogmi e tutti ci combattono appoggiandosi sulle Scritture stesse, quale forza potrà mostrare in tal caso l’esempio della vita di lui? Qual frutto si ricaverà dall’esempio dei tanti sudori di lui, se non ostante quelle fatiche taluno per la sua grande incapacità cadendo nell’eresia venga scisso dal corpo della Chiesa, cosa ch’io ho pur visto accadere a molti? Qual vantaggio verrà a lui dalla fortezza (dell’Apostolo)? nessuno, come nessun vantaggio verrebbe dal serbare retta la fede, qualora la vita diventi corrotta. Per questi motivi appunto bisogna che chi deve ammaestrare gli altri abbia grande perizia di queste battaglie; ché se anche egli rimanga al sicuro senza subire danno da’ suoi contraddittori, tuttavia la moltitudine dei meno istruiti che è a lui soggetta, vedendo il capo ridotto al silenzio senz’aver di che rispondere agli avversari, attribuirà la sconfitta non alla debolezza di lui, ma all’essere egli intaccato nel dogma; onde per l’incapacità d’uno solo, gran parte del popolo viene tratta a rovina. Ché se pure non si schierino interamente dalla parte degli avversari, tuttavia sono condotti per forza a dubitare di ciò che dovrebbero credere con sicurezza, né possono più aderire con la medesima fermezza a quanto per l’innanzi accoglievano con fede incrollabile; ma per la sconfitta del maestro, sorge nelle loro anime tale tempesta, da finire anche con un funesto naufragio; or qual rovina e qual fuoco s’accumuli sul capo di quel misero per ciascuno di questi perduti, non c’è bisogno che tu l’apprenda da me, sapendolo tu pure perfettamente. E dunque dovrà chiamarsi arroganza e vanagloria il non voler esser cagione della rovina di tanti, né procurare a me stesso un maggior castigo di quello che ora mi è serbato colà? chi potrebbe dir ciò? nessuno per certo, tranne chi voglia inutilmente biasimare o sfoggiare senno sui casi altrui.

Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili necessarie al funzionamento e per una migliore navigazione. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookies