II - PRECISAZIONI E SVILUPPI DEGLI INSEGNAMENTI DELLA "RERUM NOVARUM"

Iniziativa personale e intervento dei poteri pubblici in campo economico

39. Anzitutto va affermato che il mondo economico è creazione dell’iniziativa personale dei singoli cittadini, operanti individualmente o variamente associati per il perseguimento di interessi comuni.

40. Però in esso, per le ragioni già addotte dai nostri predecessori devono altresì essere attivamente presenti i poteri pubblici allo scopo di promuovere, nei debiti modi, lo sviluppo produttivo in funzione del progresso sociale a beneficio di tutti i cittadini.

La loro azione, che ha carattere di orientamento, di stimolo, di coordinamento, di supplenza e di integrazione deve ispirarsi al "principio di sussidiarietà" (cf. AAS, XXIII, 1931, p. 203) formulato da Pio XI nell’enciclica Quadragesimo anno: "Deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofia sociale; che siccome non è lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, cosi è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervenzione della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle ed assorbirle" (cf. ivi, p. 203).

41. Vero è che oggi gli sviluppi delle conoscenze scientifiche e delle tecniche produttive offrono ai poteri pubblici maggiori possibilità concrete di ridurre gli squilibri tra i diversi settori produttivi, tra le diverse zone all’interno delle comunità politiche e tra diversi paesi su piano mondiale; come pure di contenere le oscillazioni nell’avvicendarsi delle situazioni economiche e di fronteggiare con prospettive di risultati positivi i fenomeni di disoccupazione massiva. Conseguentemente i poteri pubblici, responsabili del bene comune, non possono non sentirsi impegnati a svolgere in campo economico una azione multiforme, più vasta, più organica; come pure ad adeguarsi a tale scopo nelle strutture, nelle competenze, nei mezzi e nei metodi.

42. Ma dev’essere sempre riaffermato il principio che la presenza dello Stato in campo economico, anche se ampia e penetrante, non va attuata per ridurre sempre più la sfera di libertà dell’iniziativa personale dei singoli cittadini, ma anzi per garantire a quella sfera la maggiore ampiezza possibile nell’effettiva tutela, per tutti e per ciascuno, dei diritti essenziali della persona; fra i quali è da ritenersi il diritto che le singole persone hanno di essere e di rimanere normalmente le prime responsabili del proprio mantenimento e di quello della propria famiglia; il che implica che nei sistemi economici sia consentito e facilitato il libero svolgimento delle attività produttive.

43. Del resto lo stesso evolversi storico mette in rilievo ognora più chiaro che non si può avere una convivenza ordinata e feconda senza l’apporto in campo economico sia dei singoli cittadini che dei poteri pubblici; apporto simultaneo, concordemente realizzato, secondo proporzioni rispondenti alle esigenze del bene comune nelle mutevoli situazioni e vicende umane.

44. L’esperienza infatti attesta che dove manca l’iniziativa personale dei singoli vi è tirannide politica; ma vi è pure ristagno dei settori economici diretti a produrre soprattutto la gamma indefinita dei beni di consumo e di servizi che hanno attinenza, oltre che ai bisogni materiali, alle esigenze dello spirito: beni e servizi che impegnano, in modo speciale, la creatrice genialità dei singoli. Mentre dove manca o fa difetto la doverosa opera dello Stato, vi è disordine insanabile, sfruttamento dei deboli da parte dei forti meno scrupolosi, che attecchiscono in ogni terra e in ogni tempo, come il loglio tra il grano.

La socializzazione

Origine e ampiezza del fenomeno

45. Uno degli aspetti tipici che caratterizzano la nostra epoca è la socializzazione, intesa come progressivo moltiplicarsi di rapporti nella convivenza con varie forme di vita e di attività associata, e istituzionalizzazione giuridica. Il fatto trova la sua sorgente alimentatrice in molteplici fattori storici, tra i quali sono da annoverarsi i progressi scientifico-tecnici, una maggiore efficienza produttiva, un più alto tenore di vita nei cittadini.

46. La socializzazione è a un tempo riflesso e causa di un crescente intervento dei poteri pubblici anche in settori tra i più delicati, come quelli concernenti le cure sanitarie, l’istruzione e l’educazione delle nuove generazioni, l’orientamento professionale, i metodi di ricupero e di riadattamento di soggetti comunque menomati; ma è pure frutto ed espressione di una tendenza naturale, quasi incontenibile, degli esseri umani: la tendenza ad associarsi per il raggiungimento di obiettivi che superano le capacità e i mezzi di cui possono disporre i singoli individui. Una tale tendenza ha dato vita, soprattutto in questi ultimi decenni, ad una ricca gamma di gruppi, di movimenti, di associazioni, di istituzioni a finalità economiche, culturali, sociali, sportive, ricreative, professionali, politiche, tanto nell’interno delle singole comunità nazionali, come sul piano mondiale.

Valutazione

47. È chiaro che la socializzazione cosi intesa apporta molti vantaggi. Rende infatti attuabile la soddisfazione di molteplici diritti della persona, specialmente quelli detti economico-sociali, quali sono, ad esempio, il diritto ai mezzi indispensabili per un sostentamento umano, alle cure sanitarie, a una istruzione di base più elevata, a una formazione professionale più adeguata, all’abitazione, al lavoro, a un riposo conveniente, alla ricreazione. Inoltre attraverso alla sempre più perfetta organizzazione dei mezzi moderni della diffusione del pensiero - stampa, cinema, radio, televisione - si permette alle singole persone di prender parte alle vicende umane su raggio mondiale.

48. Nello stesso tempo però la socializzazione moltiplica le forme organizzative e rende sempre più minuta la regolamentazione giuridica dei rapporti tra gli uomini di ogni settore. Di conseguenza restringe il raggio di libertà nell’agire dei singoli esseri umani: e utilizza mezzi, segue metodi, crea ambienti che rendono difficile a ciascuno di pensare indipendentemente dagli influssi esterni, di operare di sua iniziativa, di esercitare la sua responsabilità, di affermare e arricchire la sua persona. Si dovrà concludere che la socializzazione, crescendo in ampiezza e profondità, ridurrà necessariamente gli uomini ad automi? È un interrogativo al quale si deve rispondere negativamente.

49. La socializzazione non va considerata come il prodotto di forze naturali operanti deterministicamente; essa invece, come abbiamo osservato, è creazione degli uomini, esseri consapevoli, liberi e portati per natura ad operare in attitudine di responsabilità, anche se nel loro agire sono tenuti a riconoscere e rispettare le leggi dello sviluppo economico e del progresso sociale, e non possono sottrarsi del tutto alla pressione dell’ambiente.

50. Per cui riteniamo che la socializzazione può e deve essere realizzata in maniera da trarne i vantaggi che apporta e da scongiurarne o contenerne i riflessi negativi.

51. A tale scopo però si richiede che negli uomini investiti di autorità pubblica sia presente ed operante una sana concezione del bene comune; concezione che si concreta nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona.

52. Inoltre riteniamo necessario che i corpi intermedi e le molteplici iniziative sociali, in cui anzitutto tende ad esprimersi e ad attuarsi la socializzazione, godano di una effettiva autonomia nei confronti dei poteri pubblici, e perseguano i loro specifici interessi in rapporto di leale collaborazione fra essi, subordinatamente alle esigenze del bene comune. Ma non è meno necessario che detti corpi presentino forma e sostanza di vere comunità; e cioè che i rispettivi membri siano in essi considerati e trattati come persone e siano stimolati a prender parte attiva alla loro vita.

53. Nello sviluppo delle forme organizzative della società contemporanea l’ordine si realizza sempre più con l’equilibrio rinnovato tra una esigenza di autonoma ed operante collaborazione di tutti, individui e gruppi, ed una azione tempestiva di coordinamento e di indirizzo da parte del potere politico.

54. Qualora la socializzazione si attui nell’ambito dell’ordine morale secondo le linee indicate, non importa, per sua natura, pericoli gravi di compressione ai danni dei singoli esseri umani; contribuisce invece a favorire in essi l’affermazione e lo sviluppo delle qualità proprie della persona; si concreta pure in una ricomposizione organica della convivenza, che il nostro predecessore Pio XI nell’enciclica Quadragesimo anno (cf. AAS, XXIII, 1931, p. 222s) proponeva e propugnava quale presupposto indispensabile perché siano soddisfatte le esigenze della giustizia sociale.

55. Il nostro animo è preso da una profonda amarezza dinanzi allo spettacolo smisuratamente triste di numerosissimi lavoratori di molti paesi e di interi continenti, ai quali viene corrisposto un salario che costringe essi stessi e le loro famiglie a condizioni di vita infraumane. Ciò, senza dubbio, si deve pure al fatto che in quei paesi ed in quei continenti il processo di industrializzazione o è agli inizi o è ancora in fase non sufficientemente avanzata.

La rimunerazione del lavoro

Criteri di giustizia ed equità

56. In alcuni tra quei paesi però, alle condizioni di estremo disagio di moltissimi, fa stridente, offensivo contrasto l’abbondanza e il lusso sfrenato di pochi privilegiati; in altri ancora si costringe la presente generazione a soggiacere a privazioni disumane per aumentare l’efficienza dell’economia nazionale secondo ritmi di accelerazione che oltrepassano i limiti consentiti dalla giustizia e dall’umanità; mentre in altri paesi una percentuale cospicua di reddito viene assorbita per far valere o alimentare un malinteso prestigio nazionale o si spendono somme altissime per armamenti.

57. Inoltre nei paesi economicamente sviluppati, non è raro costatare che mentre vengono assegnati compensi alti o altissimi per prestazioni di poco impegno o di valore discutibile, all’opera assidua e proficua di intere categorie di onesti e operosi cittadini vengono corrisposte retribuzioni troppo ridotte, insufficienti o comunque non proporzionate al loro contributo al bene della comunità, o al reddito delle rispettive imprese o a quello complessivo della economia nazionale.

58. Riteniamo perciò nostro dovere riaffermare ancora una volta che la retribuzione del lavoro, come non può essere interamente abbandonata alle leggi di mercato, cosi non può essere fissata arbitrariamente; va invece determinata secondo giustizia ed equità. Il che esige che ai lavoratori venga corrisposta una retribuzione che loro consenta un tenore di vita veramente umano e di far fronte dignitosamente alle loro responsabilità familiari; ma esige pure che nella determinazione della retribuzione si abbia riguardo al loro effettivo apporto nella produzione e alle condizioni economiche delle imprese; alle esigenze del bene comune delle rispettive comunità politiche, specialmente per quanto riguarda le ripercussioni sull’impiego complessivo delle forze di lavoro dell’intero paese, come pure alle esigenze del bene comune universale e cioè delle comunità internazionali di diversa natura ed ampiezza.

59. È chiaro che i criteri sopra esposti valgono sempre e ovunque; però il grado secondo cui vanno applicati ai casi concreti non può essere stabilito che avendo riguardo alla ricchezza disponibile; ricchezza che, nella quantità e nella qualità, può variare, e di fatto varia, da paese a paese, e nello stesso paese da tempo a tempo.

Processo di adeguazione tra sviluppo economico e progresso sociale

60. Mentre le economie dei vari paesi si evolvono rapidamente, e con ritmo ancora più intenso in questo ultimo dopoguerra, riteniamo opportuno richiamare l’attenzione su un principio fondamentale, che cioè allo sviluppo economico si accompagni e si adegui il progresso sociale, cosicché degli incrementi produttivi abbiano a partecipare tutte le categorie di cittadini. Occorre vigilare attentamente e adoperarsi efficacemente perché gli squilibri economico-sociali non crescano, ma si attenuino quanto più è possibile.

61. "Anche l’economia nazionale, osserva a ragion veduta il nostro predecessore Pio XII, come è frutto dell’attività di uomini che lavorano uniti nella comunità statale, cosi ad altro non mira che ad assicurare senza interrompimento le condizioni materiali in cui possa svilupparsi pienamente la vita individuale dei cittadini. Dove ciò, e in modo duraturo, si ottenga, un popolo sarà, a vero dire, economicamente ricco, perché il benessere generale, e, per conseguenza, il diritto personale di tutti all’uso di beni terreni viene in tal modo attuato conformemente all’intento voluto dal Creatore" (Radiomessaggio di Pentecoste 1941). Dal che consegue che la ricchezza economica di un popolo non è data soltanto dall’abbondanza complessiva dei beni, ma anche e più ancora dalla loro reale ed efficace ridistribuzione secondo giustizia a garanzia dello sviluppo personale dei membri della società, ciò che è il vero scopo dell’economia nazionale.

62. Non possiamo qui non accennare al fatto che oggi in molte economie le imprese a medie e grandi proporzioni realizzano, e non di rado, rapidi ed ingenti sviluppi produttivi attraverso l’autofinanziamento. In tali casi riteniamo poter affermare che ai lavoratori venga riconosciuto un titolo di credito nei confronti delle imprese in cui operano, specialmente quando viene loro corrisposta una retribuzione non superiore al minimo salariale.

63. In materia va ricordato il principio esposto dal nostro predecessore Pio XI nella enciclica Quadragesimo anno: "È del tutto falso ascrivere o al solo capitale o al solo lavoro ciò che si ottiene con l’opera unita dell’uno e dell’altro; ed è affatto ingiusto che l’uno arroghi a sé quel che si fa negando l’efficacia dell’altro" (cf. AAS, XXIII, 1931, p. 195).

64. L’accennata esigenza di giustizia può essere soddisfatta in più modi suggeriti dall’esperienza. Uno di essi, e tra i più auspicabili, è quello di far si che i lavoratori nelle forme e nei gradi più convenienti possano giungere a partecipare alla proprietà delle stesse imprese giacché oggi, come e più che ai tempi del nostro predecessore, "è necessario con tutte le forze procurare che in avvenire i capitali guadagnati non si accumulino se non con eque proporzioni presso i ricchi, e si distribuiscano con una certa ampiezza fra i prestatori d’opera" (cf. ivi, p. 198).

65. Ma dobbiamo inoltre ricordare che l’adeguamento tra rimunerazione del lavoro e del reddito va attuato in armonia alle esigenze del bene comune tanto della propria comunità politica quanto della intera famiglia umana.

66. Sono da considerarsi esigenze del bene comune su piano nazionale: dare occupazione al maggior numero di lavoratori; evitare che si costituiscano categorie privilegiate, anche tra i lavoratori; mantenere una equa proporzione fra salari e prezzi e rendere accessibili beni e servizi al maggior numero di cittadini; eliminare o contenere gli squilibri tra i settori dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi; realizzare l’equilibrio tra espansione economica e sviluppo dei servizi pubblici essenziali; adeguare, nei limiti del possibile, le strutture produttive ai progressi delle scienze e delle tecniche; contemperare i miglioramenti nel tenore di vita della generazione presente con l’obiettivo di preparare un avvenire migliore alle generazioni future.

67. Sono invece esigenze del bene comune sul piano mondiale: evitare ogni forma di sleale concorrenza tra le economie dei diversi paesi; favorire la collaborazione tra le economie nazionali con intese feconde; cooperare allo sviluppo economico delle comunità politiche economicamente meno progredite.

68. È ovvio che le accennate esigenze del bene comune, tanto sul piano nazionale che su quello mondiale, vanno tenute presenti pure quando si tratta di determinare le aliquote di reddito da assegnarsi ai responsabili della direzione delle imprese in forma di profitti; e agli apportatori di capitali in forma di interessi o di dividendi.

Esigenze della giustizia nei confronti delle strutture produttive

Strutture conformi alla dignità dell’uomo

69. La giustizia va rispettata non solo nella distribuzione della ricchezza, ma anche in ordine alle strutture delle imprese in cui si svolge l’attività produttiva. È infatti insita nella natura degli uomini l’esigenza che nello svolgimento delle loro attività produttive abbiano possibilità di impegnare la propria responsabilità e perfezionare il proprio essere.

70. Perciò se le strutture, il funzionamento, gli ambienti d’un sistema economico sono tali da compromettere la dignità umana di quanti vi esplicano le proprie attività, o da ottundere in essi sistematicamente il senso della responsabilità, o da costituire un impedimento a che comunque si esprima la loro iniziativa personale, un siffatto sistema economico è ingiusto, anche se, per ipotesi, la ricchezza in esso prodotta attinga quote elevate e venga distribuita secondo criteri di giustizia e di equità.

Riconferma di una direttiva

71. Non è possibile fissare nelle loro particolarità le strutture di un sistema economico più rispondenti alla dignità degli uomini e più idonee a sviluppare in essi il senso di responsabilità. Tuttavia il nostro predecessore Pio XII traccia opportunamente questa direttiva: "La piccola e media proprietà nell’agricoltura, nelle arti e nei mestieri, nel commercio e nell’industria, debbono essere garantite e promosse assicurando loro i vantaggi della grande azienda attraverso unioni cooperative; mentre nelle grandi aziende deve essere offerta la possibilità di temperare il contratto di lavoro con il contratto di società" (Radiomessaggio 10 sett. 1944).

Impresa artigiana e impresa cooperativistica

72. Si devono conservare e promuovere, in armonia con il bene comune e nell’ambito delle possibilità tecniche, l’impresa artigiana, l’impresa agricola a dimensioni familiari, nonché l’impresa cooperativistica anche come integrazione delle due precedenti.

73. Sull’impresa agricola a dimensioni familiari si ritornerà in seguito. Qui crediamo opportuno fare qualche rilievo attinente l’impresa artigiana e quella cooperativistica.

74. Anzitutto è da rilevare che le due imprese, per essere vitali, devono adeguarsi incessantemente nelle strutture, nel funzionamento, nelle produzioni, alle situazioni sempre nuove, determinate dai progressi delle scienze e delle tecniche, ed anche dalle mutevoli esigenze e preferenze dei consumatori. Azione di adeguamento che deve essere realizzata in primo luogo dagli stessi artigiani e dagli stessi cooperatori.

75. A tale scopo è necessario che gli uni e gli altri abbiano una buona formazione sotto l’aspetto sia tecnico che umano e siano professionalmente organizzati; ed è pure indispensabile che si svolga una appropriata politica economica riguardante soprattutto l’istruzione, l’imposizione tributaria, il credito, le assicurazioni sociali.

76. Del resto l’azione dei poteri pubblici a favore degli artigiani e dei cooperatori trova la sua giustificazione anche nel fatto che le loro categorie sono portatrici di valori umani genuini e contribuiscono al progresso della civiltà.

77. Per tali ragioni con animo paterno invitiamo i nostri carissimi figli artigiani e cooperatori sparsi in tutto il mondo ad essere consapevoli della nobiltà della loro professione, e del loro valido apporto perché nelle comunità nazionali si mantengano desti il senso della responsabilità e lo spirito di collaborazione, e rimanga acceso l’anelito ad operare con finezza ed originalità.

Presenza attiva dei lavoratori nelle medie e grandi imprese

78. Inoltre muovendoci sulla linea tracciata dai nostri predecessori, noi pure riteniamo che sia legittima nei lavoratori l’aspirazione a partecipare attivamente alla vita delle imprese, nelle quali sono inseriti e operano. Non è possibile predeterminare i modi e i gradi di una tale partecipazione, essendo essi in rapporto con la situazione concreta che presenta ogni impresa: situazione che può variare da impresa a impresa, e nell’interno di ogni impresa è soggetta a cambiamenti spesso rapidi e sostanziali. Crediamo però opportuno richiamare l’attenzione sul fatto che il problema della presenza attiva dei lavoratori esiste sempre, sia l’impresa privata o pubblica: e, in ogni caso, si deve tendere a che l’impresa divenga una comunità di persone nelle relazioni, nelle funzioni e nella posizione di tutti i suoi soggetti.

79. Ciò esige che i rapporti tra gli imprenditori e i dirigenti da una parte e i prestatori d’opera dall’altra, siano improntati a rispetto, a stima, a comprensione, a leale ed attiva collaborazione ed interessamento come ad opera comune, e che il lavoro sia concepito e vissuto da tutti i membri dell’impresa oltre che come fonte di reddito, anche come adempimento di un dovere e prestazione di un servizio. Ciò importa pure che i lavoratori possano far sentire la loro voce e addurre il loro apporto all’efficiente funzionamento dell’impresa e al suo sviluppo. Osservava il nostro predecessore Pio XII: "la funzione economica e sociale che ogni uomo aspira a compiere, esige che lo svolgimento dell’attività di ciascuno non sia totalmente sottomesso alla volontà altrui" (Discorso dell’8 ottobre 1956). Una concezione umana dell’impresa deve senza dubbio salvaguardare l’autorità e la necessaria efficienza della unità di direzione; ma non può ridurre i suoi collaboratori di ogni giorno al rango di semplici, silenziosi esecutori, senza alcuna possibilità di far valere la loro esperienza, interamente passivi nei riguardi di decisioni che dirigono la loro attività.

80. È da rilevare infine che l’esercizio della responsabilità da parte dei lavoratori negli organismi produttivi, mentre risponde alle esigenze legittime insite nella natura umana, è pure in armonia con l’evolversi storico in campo economico-sociale-politico.

81. Purtroppo, come già abbiamo fatto cenno e come si vedrà più diffusamente in seguito, non sono pochi gli squilibri economico-sociali che nell’epoca nostra offendono la giustizia e l’umanità; ed errori profondi informano attività, fini, strutture e funzionamento del mondo economico. Però è un fatto incontestabile che i sistemi produttivi, sotto la spinta dei progressi scientifico-tecnici si vanno oggi ammondernando e divengono più efficienti con ritmi assai più rapidi che in passato. Ciò domanda ai lavoratori attitudini e qualifiche professionali più elevate.

82. Nello stesso tempo e di conseguenza, vengono messi a loro disposizione maggiori mezzi e maggiori margini di tempo per la loro istruzione e il loro aggiornamento, per la loro cultura e la loro formazione morale e religiosa. Si rende pure realizzabile un aumento degli anni destinati alla istruzione di base e alla formazione professionale delle nuove generazioni.

83. In tal modo si crea un ambiente umano che favorisce nelle classi lavoratrici l’assunzione di maggiori responsabilità anche all’interno delle imprese; mentre le comunità politiche sono sempre più interessate a che tutti i cittadini si sentano responsabili dell’attuazione del bene comune in tutti i settori della convivenza.

Presenza dei lavoratori a tutti i livelli

84. Nell’epoca moderna si è verificato un ampio sviluppo del movimento associativo dei lavoratori e il generale suo riconoscimento negli ordinamenti giuridici dei diversi paesi e su piano internazionale, ai fini specifici di collaborazione soprattutto mediante il contratto collettivo. Non possiamo però non rilevare come sia opportuno o necessario che la voce dei lavoratori abbia possibilità di farsi sentire ed ascoltare oltre l’ambito dei singoli organismi produttivi e a tutti i livelli.

85. La ragione è che i singoli organismi produttivi, per quanto le loro dimensioni possano essere ampie e la loro efficienza elevata ed incidente, sono vitalmente inseriti nel contesto economico - sociale delle rispettive comunità politiche e da esso condizionati.

86. Se non che le scelte che maggiormente influiscono su quel contesto non sono decise all’interno dei singoli organismi produttivi; sono invece decise da poteri pubblici o da istituzioni che operano su piano mondiale o regionale o nazionale o di settore economico e di categoria produttiva. Di qui l’opportunità o la necessità che in quei poteri e in quelle istituzioni, oltre che i portatori di capitali o di chi ne rappresenta gli interessi, siano pure presenti i lavoratori o coloro che ne rappresentano i diritti, le esigenze, le aspirazioni.

87. E il nostro affettuoso pensiero e il nostro paterno incoraggiamento vanno alle associazioni professionali e ai movimenti sindacali di ispirazione cristiana presenti e operanti in più continenti, i quali tra molte difficoltà e spesso gravi, hanno saputo e continuano ad operare per l’efficace perseguimento degli interessi delle classi lavoratrici e per la loro elevazione materiale e morale, tanto nell’ambito di singole comunità politiche che sul piano mondiale.

88. Ed è con soddisfazione che riteniamo di dover rilevare che l’opera loro va misurata non solo nei suoi risultati diretti ed immediati facilmente costatabili, ma anche nelle sue positive ripercussioni su tutto il mondo del lavoro, nel quale diffonde idee rettamente orientatrici e porta un impulso cristianamente innovatore.

89. E tale pure riteniamo che debba considerarsi l’opera che con animo cristiano svolgono i nostri amati figli in altre associazioni professionali e movimenti sindacali ispirantisi ai principi della convivenza e rispettosi della libertà delle coscienze.

90. E siamo pure felici di esprimere il nostro cordiale apprezzamento per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), che da decenni porta il suo valido, prezioso contributo alla instaurazione nel mondo di un ordine economico-sociale informato a giustizia ed umanità, nel quale trovano la loro espressione anche le istanze legittime dei lavoratori.

La proprietà privata

Mutata situazione

91. In questi ultimi decenni, come è noto, il distacco fra proprietà di beni produttivi e responsabilità direttive nei maggiori organismi economici si è andato sempre più accentuando. Sappiamo che ciò crea difficili problemi di controllo da parte dei poteri pubblici per garantire che gli obiettivi perseguiti dai dirigenti delle grandi aziende, soprattutto da quelle che hanno maggiore incidenza in tutta la vita economica di una comunità politica, non siano in contrasto con le esigenze del bene comune; problemi, come l’esperienza attesta, che si pongono ugualmente tanto se i capitali che alimentano le grandi imprese siano di proprietà di privati cittadini, quanto se essi siano di enti pubblici.

92. Ed è pure vero che non sono pochi oggi i cittadini, e il loro numero va crescendo, che dalla loro appartenenza a sistemi assicurativi o di sicurezza sociale traggono argomento per guardare con serenità l’avvenire: serenità che un tempo si fondava sulla proprietà di patrimoni sia pure modesti.

93. Infine va osservato che ai nostri giorni, più che a diventare proprietari di beni, si aspira ad acquistare capacità professionali; e si nutre maggior fiducia sui redditi che hanno come fonte di lavoro o diritti fondati sul lavoro, che sui a redditi che hanno come fonte il capitale o diritti fondati sul capitale.

94. Ciò del resto è in armonia con il carattere preminente del lavoro quale espressione immediata della persona nei confronti del capitale, bene di sua natura strumentale; e va quindi considerato un passo innanzi nell’incivilimento umano.

95. Gli accennati aspetti che presenta il mondo economico hanno certamente contribuito a diffondere il dubbio che oggi sia venuto meno o abbia perduto di importanza un principio dell’ordine economico-sociale costantemente insegnato e propugnato dai nostri predecessori; e cioè il principio del diritto naturale della proprietà privata sui beni anche produttivi.

Riaffermazione del diritto di proprietà

96. Quel dubbio non ha ragione di esistere. Il diritto di proprietà privata sui beni anche produttivi ha valore permanente, appunto perché è diritto naturale fondato sulla priorità ontologica e finalistica dei singoli esseri umani nei confronti della società. Del resto, vano sarebbe ribadire la libera iniziativa personale in campo economico, se a siffatta iniziativa non fosse acconsentito di disporre liberamente dei mezzi indispensabili alla sua affermazione. Inoltre, storia ed esperienza attestano che nei regimi politici, che non riconoscono il diritto di proprietà privata sui beni anche produttivi, sono compresse o soffocate le fondamentali espressioni della libertà; perciò è legittimo dedurre che esse trovino in quel diritto garanzia e incentivo.

97. In ciò trova la sua spiegazione il fatto che movimenti sociali-politici, che si propongono di conciliare nella convivenza la giustizia con la libertà, fino a ieri nettamente negativi nei confronti del diritto di proprietà privata sui beni strumentali, oggi, maggiormente edotti sulla realtà sociale, rivedono la propria posizione e assumono, in ordine a quel diritto, un atteggiamento sostanzialmente positivo.

98. In materia pertanto facciamo nostri i rilievi del nostro predecessore Pio XII: "Difendendo il principio della proprietà privata la Chiesa persegue un altro fine etico-sociale. Essa non intende già sostenere puramente e semplicemente il presente stato di cose, come se vi vedesse l’espressione della volontà divina, né di proteggere per principio il ricco e il plutocrate, contro il povero e il non abbiente... La Chiesa mira piuttosto a far si che l’istituto della proprietà privata sia quale deve essere secondo il disegno della Sapienza divina e le disposizioni della natura" (Radiomessaggio 10 sett. 1944: AAS). E cioè che sia garanzia dell’essenziale libertà della persona e al tempo stesso un elemento non sostituibile dell’ordine della società.

99. Inoltre, come abbiamo osservato, oggi le economiche, in molte comunità politiche, vanno rapidamente aumentando la loro efficienza produttiva. Sennonché, crescendo il reddito, giustizia ed equità esigono, come si è già visto, che venga pure elevata, nei limiti acconsentiti dal bene comune, la rimunerazione del lavoro. Ciò permette più facilmente ai lavoratori di risparmiare e perciò di costituirsi un patrimonio. Non si comprende dunque come possa essere contestato il carattere naturale di un diritto che trova la sua prevalente fonte e il suo perenne alimento nella fecondità del lavoro; che costituisce un mezzo idoneo alla affermazione della persona umana e all’esercizio della responsabilità in tutti i campi; un elemento di consistenza e serenità per la vita familiare e di pacifico e ordinato sviluppo nella convivenza.

Effettiva diffusione

100. Non basta affermare il carattere naturale del diritto di proprietà privata anche sui beni produttivi; ma ne va pure insistentemente propugnata l’effettiva diffusione fra tutte le classi sociali.

101. Come afferma il nostro predecessore Pio XII, la dignità della persona umana esige "normalmente come fondamento naturale per vivere il diritto all’uso dei beni della terra, a cui risponde l’obbligo fondamentale di accordare una proprietà privata possibilmente a tutti"; (Radiomessaggio natalizio 1942) mentre tra le esigenze derivanti dalla nobilità morale del lavoro vi è pure quella che comprende "la conservazione e il perfezionamento di un ordine sociale, che renda possibile una sicura, se pur modesta proprietà a tutti i ceti del popolo" (cfr. ivi) .

102. Tanto più la diffusione della proprietà deve propugnarsi e realizzarsi in un tempo come il nostro, nel quale, come si è osservato, i sistemi economici di un numero crescente di comunità politiche sono in via di rapido sviluppo. Per cui, utilizzando accorgimenti tecnici di varia natura riscontrati efficaci, non riesce difficile promuovere iniziative e svolgere una politica economico - sociale che incoraggi ed agevoli una più larga diffusione della proprietà privata di beni di consumo durevoli, dell’abitazione, del podere, delle attrezzature proprie dell’impresa artigiana ed agricolo-familiare, dei titoli azionari nelle medie e nelle grandi aziende: come già si sta proficuamente sperimentando in alcune comunità politiche economicamente sviluppate e socialmente progredite.

Proprietà pubblica

103. Quanto sopra esposto non esclude, come è ovvio, che anche lo Stato e gli altri enti pubblici possano legittimamente possedere in proprietà beni strumentali, quando specialmente "portano seco una preponderanza economica per cui non si possano lasciare in mano di privati cittadini senza pericolo del bene comune" (Enc. Quadragesimo anno).

104. Nell’epoca moderna c’è la tendenza a un progressivo estendersi della proprietà che ha come soggetto lo Stato ed altri enti di diritto pubblico. Il fatto trova una spiegazione nelle funzioni sempre più ampie che il bene comune domanda ai poteri pubblici di svolgere. Però anche nella presente materia è da seguirsi il principio di sussidiarietà, sopra enunciato. Per cui lo Stato ed altri enti di diritto pubblico non devono estendere la loro proprietà se non quando lo esigono motivi di evidente e vera necessità di bene comune, e non allo scopo di ridurre e tanto meno di eliminare la proprietà privata.

105. Né è da dimenticare che le iniziative di natura economica dello Stato e di altri enti di diritto pubblico vanno affidate a persone che congiungono una specifica soda competenza, una specchiata onestà ed un vivo senso di responsabilità nei confronti del paese. Inoltre il loro operato deve essere soggetto ad un oculato e costante controllo, anche per evitare che in seno alla stessa organizzazione dello Stato si formino centri di potere economico con pregiudizio alla sua ragion d’essere, cioè al bene della comunità.

Funzione sociale

106. Un altro punto di dottrina, costantemente proposto dai nostri predecessori, è che al diritto di proprietà privata sui beni è intrinsecamente inerente una funzione sociale.

107. Nel piano della creazione infatti i beni della terra sono anzitutto preordinati al dignitoso sostentamento di tutti gli esseri umani, come insegna sapientemente il nostro predecessore Leone XIII nell’enciclica Rerum novarum: "Chiunque ha ricevuto dalla munificenza di Dio copia maggiore di beni, sia esteriori e corporali, sia spirituali, a questo fine li ha ricevuti: di servirsene al perfezionamento proprio, e nel medesimo tempo, come ministro della divina Provvidenza, a vantaggio altrui; chi ha dunque ingegno badi di non tacere; chi abbonda di roba, si guardi dall’essere, nell’esercizio della misericordia, troppo duro di mano; chi ha un’arte da vivere, ne partecipi al prossimo l’uso e l’utilità" (Acta Leonis XIII, XI, 1891, p. 114).

108. Oggi tanto lo Stato che gli enti di diritto pubblico hanno esteso e continuano ad estendere il campo della loro presenza e iniziativa. Non per questo però è venuta meno la ragione di essere della funzione sociale della proprietà privata, come alcuni erroneamente inclinano a pensare; giacché essa scaturisce dalla stessa natura del diritto di proprietà. Inoltre vi è sempre una vasta gamma di situazioni dolorose e di bisogni delicati e nello stesso tempo acuti, che le forme ufficiali dell’azione pubblica non possono attingere e che comuqnue non sono in grado di soddisfare. Per cui rimane sempre aperto un vasto campo alla sensibilità umana e alla carità cristiana degli individui. Infine va pure osservato che per la promozione dei valori spituali sono spesso più feconde le molteplici iniziative di singoli o di gruppi, che l’azione dei pubblici poteri.

109. Ci piace qui ricordare come nel Vangelo il diritto di proprietà privata sui beni è ritenuto legittimo. Però nello stesso tempo il Maestro divino rivolge spesso ai ricchi pressanti inviti perché convertano i loro beni materiali, dispensandoli ai bisognosi, in beni spirituali: beni che il ladro non ruba né la tignola o la ruggine rodono e che si ritroveranno aumentati nei granai eterni del Padre celeste: "Non cercate di accumulare tesori sopra la terra dove la ruggine e la tignola consumano, e dove i ladri dissotterrano e rubano, ma procurate di accumulare tesori nel cielo, dove la ruggine e la tignola non consumano" (Mt 6,19-20). E il Signore riterrà fatta o negata a se stesso la carità fatta o negata agli indigenti: "Ogni volta che avete fatto (queste cose) per uno dei più piccoli di questi miei fratelli, le avete fatte a me" (Mt 25,40).

 

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