CAPO XXI

Gli dei sono soggetti alle stesse passioni che gli uomini, vengono fatti dagli uomini e servono a loro.

1. Che se anche avessero detto soltanto che questi dei sono corporei e hanno e sangue e seme e le passioni dell’ira e della concupiscenza, anche in tal caso converrebbe ritenere siffatti racconti per sciocchezze e ridicolaggini, poiché in Dio non vi è né ira, né concupiscenza o appetito e neppur seme per la procreazione.

2. Ammettiamo dunque che siano di carne: ma siano almeno superiori alla passione ed all’ira, affinché non si veda Atena

 

Al padre Zeus irata, e selvaggio furor l’invadeva;

 

 

né si osservi Era così atteggiata:

 

Ma non capiva ad Era la rabbia nel petto, e diceva;

 

 

e siano anche superiori al dolore:

 

"Oh! un diletto guerriero d’intorno alle mura inseguito

con quest’occhi io veggo e per lui si rattrista il mio core".

 

Per me, quelli che cedono all’ira al dolore li dico uomini ignoranti e sciocchi; ma quando degli uomini il padre e degli dei lamenta il figlio suo:

 

"Ahimé, è fatal che Sarpèdone a me sovra tutti diletto

per la man di Patròclo figliolo di Menetio soggiaccia"

 

e non è capace col suo pianto a strapparlo al pericolo:

Figlio è Sarpèdone a Zeus, ma aiuto non recagli il dio

chi non darebbe biasimo d’ignoranza a costoro, che con si fatte favole vogliono passare per cultori degli dei, e ne sono piuttosto i distruttori?

3. Ammettiamo che siano di carne, ma né Afrodite venga ferita nel corpo da Diomede:

 

Mi ferì Diomede il superbo figliuol di Tideo

 

 

o nell’anima da Ares:

 

Me, perché zoppo sono, la figlia di Zeus Afrodite

sempre tien in dispregio, ed amor porta ad Ares funesto;

…ed a lui lacerò la bella cute.

 

Egli, il terribile nelle pugne, l’alleato di Zeus contro i Titani, appare meno forte di Diomede!

 

E infuriava com’Ares che squassa la lancia...

 

 

Taci, Omero, Dio non infuria! Tu invece mi descrivi un dio lordo di sangue ed omicida:

 

Ares, Ares, lordo di sangue e di strage...,

 

 

e ne vai narrando l’adulterio e le catene:

 

Ed ambidue saliti sul letto dormiro, e del destro

Éfesto le ritorte ingegnose s’espansero intorno

né modo alcun più v’era di mover le membra...

 

4. Non butteranno via questo cumulo di empie sciocchezze sul conto degli dei ? Urano viene evirato, Crono è legato e precipitato giù nel Tartaro, i Titani insorgono a rivolta, Stige muore in battaglia (omai li presentano anche soggetti alla morte!) fanno all’amore fra di loro, fanno all’amore con gli uomini:

 

Enea che ad Anchise produsse la diva Afrodite,

poi che nei boschi Idei dea con mortale si giacque.

 

Non fanno all’amore, no, non sono soggetti a passioni Infatti, se sono dei, la concupiscenza non li toccherà. E se Dio, per divina economia, prenderà umana carne, è già per questo schiavo della concupiscenza?

5. Non mai sì grande amore di dea o di donna diffuso

 

nel mio petto il cuore domò, né quando la moglie

io amai d’Issione o la bella figliuola d’Acrisio

Danae, o la fanciulla, dell’ampio famoso Fenice,

né Semele od Alcmena la in Tebe, o Demètra regina

di vaghe trecce adorna, né l’inclita Leto o te stessa.

 

Generato egli è, corruttibile, nulla avendo di Dio! Anzi questi dei servono persino gli uomini:

 

O dimora d’Admeto in cui sostenni

servil mensa approvar, ancor che dio,

 

e pascolano il bestiame:

 

A questa terra giunto, il gregge all’ospite

pasceva e gli salvai la casa.

 

Dunque Admeto era da più del dio.

6. O indovino e sapiente, profeta agli altri del futuro, non vaticinasti però la strage del tuo amasio, che anzi di tua mano uccidesti chi amavi:

 

Io pur di Febo la divina bocca

non bugiarda credeva, di profetica

arte fiorente;

 

così Eschilo biasima Apollo qual falso indovino:

 

Ma chi l’inno intonò, chi questo disse

nel genial convito, al figlio mio

egli stesso si fa di morte autore.

 

CAPO XXII

Né serve dare degli dei una spiegazione fisica. Se gli dei sono elementi, sono materiali, mutevoli e perituri come la materia.

1. Ma forse queste le sono aberrazioni poetiche; però viene anche data degli dei una certa, spiegazione fisica di questo genere:

 

Zeus lo splendente

 

 

come dice Empedocle

 

ed Era datrice di vita, con Ade

e Nesti che la mortale sorgente di lacrime irriga.

 

2. Se dunque Zeus è il fuoco ed Era la terra e l’Ade l’aria e Nesti l’acqua (e questi, cioè il fuoco, l’acqua, l’aria, sono elementi) nessuno di loro è Dio, né Zeus, né Era, né Ade; poiché hanno la consistenza e il nascimento dalla materia che venne distinta da Dio

 

E fuoco ed acqua e terra e la queta alta vetta dell’aria e con essi l’amore.

 

 

3. Questi elementi che, venendo confusi tra loro dalla discordia, non hanno la capacità di persistere senza l’amicizia, come dunque si potrebbe dire che sono dei? Principio dominante, secondo Empedocle, è l’amicizia, e le cose concrete costituiscono ciò che è dominato; ma è il principio dominante il padrone; così, che se noi ammettiamo che una sola e la stessa è la virtù del dominato e del dominante, senza accorgercene daremo alla materia, corruttibile, fluttuante e mutabile, lo stesso pregio e valore che a Dio, increato, eterno e sempre a se stesso conforme .

4. Zeus, secondo gli Stoici, è la sostanza fervida, Era è l’aria (e anche il suo nome viene pronunciato insieme con quello dell’aria, se esso si congiunge con se stesso) e Posidone la bevanda. Altri poi in altro modo danno la spiegazione fisica: e chi spiega Zeus maschio - femmina per l’aria biforme, e chi per la stagione che rimette a bello il tempo, anche perché egli solo riuscì a scampare da Crono.

5. Ma con gli Stoici si può ragionare così: se voi ritenete per non genito ed eterno l’unico Dio supremo e per i corpi composti di parti quelle forme in cui avviene la mutazione della materia, e dite che lo spirito di Dio, il quale la materia pervade, a seconda delle sue mutazioni assume ora un nome ora un altro, le forme della materia diventeranno il corpo di Dio, e quando periranno gli elementi per la conflagrazione universale, di necessità insieme con le forme periranno i nomi, solo restando lo spirito di Dio. Chi dunque vorrebbe credere dei questi corpi soggetti a perire per le mutazioni della materia?

6. A quelli poi che dicono che Crono è il tempo e Rea la terra, (e che questa concepisce da Crono e partorisce, onde è creduta anche la madre di tutte le cose, e che quegli genera e consuma) e che la recisione dei genitali significa l’accoppiamento del maschio con la femmina, il quale distacca e immette il seme nella matrice e genera l’uomo che ha in se stesso la concupiscenza, vale a dire Afrodite, e che la pazzia di Crono significa il cambiarsi della stagione onde periscono le cose animate e le inanimate, e che i legami e il Tartaro vogliono dire il tempo che viene mutato dalle stagioni e sparisce, a costoro dunque diciamo: Se Crono è il tempo, esso si volge, se è la stagione, esso si cambia, e se è l’oscurità, o il gelo, o la sostanza umida, nulla di tutto questo perdura: la divinità invece è immortale e immobile e immutabile. Dunque né Crono, né il suo idolo, è Dio.

7. Quanto a Zeus poi, se egli è l’aria nata da Crono (di cui la parte maschia è Zeus e la parte femminile è Era, che però gli è sorella e moglie) è soggetto a cambiamenti; se poi è la stagione, si muta: ma non muta e non cambia ciò che è divino.

8. Ma che bisogno c’è di tediare di più voi, i quali meglio sapete quel che fu detto da chiunque si attenne a una spiegazione fisica, col dire quel che gli scrittori pensarono della natura, o intorno ad Atena, che dicono essere il pensiero, o intorno a Iside, che affermano esser la natura del tempo, dalla quale tutti nacquero e per cui tutti esistono, o intorno a Osiride, le membra del quale, poiché fu scannato dal fratello suo Tifone, andò cercando per le pianure Iside con Oro suo figlio e ritrovatele compose nel sepolcro che fino ad ora viene chiamato il sepolcro d’Osiride?

9. Ché mentre si vanno tormentando l’animo circa la specie della materia, perdono di vista quel Dio che si contempla con la ragione, e divinizzano gli elementi e le loro parti , dando a ciascuno un nome diverso, alla semina del grano quello d’Osiride (onde dicono che, nei misteri, per il ritrovamento delle membra, e cioè dei frutti, si acclama ad Iside: "Abbiamo trovato, ci congratuliamo"), e al frutto della vite quello di Dioniso, alla vite stessa quello di Semele e quello di fulmine alla fiamma del sole.

10. E veramente tutt’altro fanno più tosto che ragionare di Dio quei che allegorizzano sui miti e divinizzano gli elementi, non avvertendo che quanto si vuol far servire a difesa degli dei conferma le ragioni che si arrecano contro di essi.

11. Che ha da fare Europa, il Toro, il Cigno e Leda con la terra e con l’aria, perché l’impuro accoppiamento di Zeus con queste donne abbia da significare l’unione dell’aria e della terra?

12. Ma avendo costoro perduto di vista la grandezza di Dio e non riuscendo con la ragione ad assurgere più alto (non sentono infatti aspirazione alcuna verso il luogo celeste), marciscono sulle specie della materia e caduti giù in basso divinizzano le mutazioni degli elementi, pari a chi tenesse la nave in cui naviga in luogo del pilota. Ma come la nave, anche se fornita di tutto, a nulla vale qualora manchi il pilota, così nessun vantaggio recano gli elementi, quantunque bellamente ordinati, se loro manchi la provvidenza di Dio. Poiché né la nave navigherà da sé, né gli elementi si muoveranno senza il demiurgo.

CAPO XXIII

Per spiegare le virtù operative di certi simulacri bisogna ricorrere ai demoni, che sono conosciuti anche dai filosofi, quali Talete e Platone.

1. Per altro, voi che in perspicacia sorpassate tutti potreste dire: Per qual ragione dunque certi simulacri possiedono un’efficacia operativa, se non sono dei quelli ai quali erigiamo le statue ? Non è infatti verosimile che le immagini, senz’anima e senza moto, abbiano possanza di per se stesse se non v’è chi le muova.

2. Certo, che in alcuni luoghi, città e nazioni si producano certi effetti in nome dei simulacri, neppur noi lo contestiamo; ma se alcuni ne abbiano ricevuto vantaggio, e altri, al contrario, nocumento, non per questo crediamo siano dei quelli che nell’uno o nell’altro caso operarono; che anzi, noi abbiamo diligentemente esaminato per qual motivo vi pensate che i simulacri abbiano potenza di operare e chi siano quelli che operano in loro, usurpandone i nomi.

3. Ma volendo dimostrare chi siano quei che operano nei simulacri e che essi non sono dei fa d’uopo valermi anche di alcune testimonianze tolte dai filosofi.

4. Primo Talete fa la distinzione (come ricordano quei che ben conoscono la sua dottrina) di Dio, dei demoni, degli eroi. Ora, Dio lo concepisce come la mente del mondo , i demoni come sostanze animali, e gli eroi come anime separate degli uomini, i buoni come le buone, i cattivi come le cattive.

 

5. Platone poi, sospendendo quanto al resto il suo giudizio, anche lui distingue un Dio increato e quelli che dall’Increato furono fatti per ornamento del cielo , cioè e le stelle erranti e le fisse, e i demoni. Quanto ai demoni, disdegnando egli parlarne, vuole che si ponga mente a coloro che ne trattarono: "Degli altri demoni poi dire e conoscere la generazione è impresa maggiore delle forze nostre, e bisogna fidarsi di quelli che ne hanno parlato prima, i quali erano discendenti degli dei, come affermavano, e certo ben li dovevano conoscere, si capisce, i loro progenitori. È impossibile pertanto non credere ai figli degli dei, sebbene parlino senza alcuna dimostra zione né sicura né probabile: ma poiché essi dicono che queste generazioni le riferiscono come cosa di famiglia, obbedendo alla legge, ci conviene crederle.

 

 

6. Pertanto sia pure la generazione di questi dei anche per noi come essi dicono, e come tale la si ripeta: dalla Terra e dal Cielo nacquero Oceano e Teti; e da questi Forco e Crono e Rea e quanti con loro, e da Crono e da Rea Zeus ed Era e tutti quegli altri che sappiamo esser detti fratelli loro, e poi ancora altri discendenti di questi" .

7. O dunque Platone che ragionò intorno all’eterno Iddio che con la mente e con la ragione si concepisce, e che dichiarò apertamente i suoi attributi, vale a dire il vero ente, l’unità di natura, il bene che da lui si effonde, cioè la verità, Platone che parlò della prima potenza dicendo: "tutte le cose sono intorno al re dell’universo e per lui sono tutte e di tutte egli è la causa", e del secondo e del terzo ("il secondo intorno alle seconde e il terzo intorno alle terze") credette egli che fosse superiore alle sue forze il conoscere la verità intorno alle cose che si dicono generate dalle sensibili, cioè dalla terra e dal cielo? No, certo, non lo si può dire.

8. Ma poiché riputò impossibile che gli dei generassero e venissero partoriti, dal momento che ciò che nasce deve di conseguenza avere una fine , e che ancor più difficile di questo è di far mutare opinione al volgo, il quale accetta senza prove siffatte favole, appunto per questo egli disse che era superiore alle sue forze conoscere e parlare della generazione degli altri demoni, non potendo né pensare né parlare di una nascita degli dei.

9. E quel suo detto "Zeus il gran duce nel cielo, che guida il carro alato, procede per primo l’universo ordinando e curando, e a lui tiene dietro l’esercito degli dei e dei demoni" , non si riferisce allo Zeus che si dice nato da Crono, ma con questo egli voleva indicare il nome del facitore dell’universo.

10. E lo fa capire anche Platone stesso il quale, non avendo modo di chiamarlo con altro vocabolo, si servì del nome popolare non già come proprio di Dio, ma per chiarezza, poiché non è possibile far intendere Dio da tutti, per quanto se ne possa dire, aggiungendo l’epiteto di "grande", affine di distinguere il celeste Zeus dal terreno, il non generato dal generato, più giovane del cielo e della terra e più giovane dei Cretesi stessi, i quali lo trafugarono perché non venisse ucciso dal padre.

CAPO XXIV

 

Noi cristiani, come conosciamo il vero Dio, così abbiamo il vero concetto dei demoni, angeli creati da Dio e ribellatisi a lui e anime di giganti nati dall’unione di quegli angeli con le vergini.

 

 

1. Ma che bisogno c’è che a voi, in tutto lo scibile versati, io stia a ricordare i poeti o a esaminare le dottrine altrui? Sol questo mi basti dire: se anche poeti e filosofi non avessero riconosciuto che Dio è uno, e poi, quanto a questi altri dei, non avessero pensato, alcuni, che fossero demoni; altri, materia; e altri, uomini che già furono, meriteremmo noi davvero di essere proscritti, poiché la nostra dottrina fa distinzione e di Dio e della materia e della loro essenza?

2. Come infatti, affermiamo esservi Dio e il Figlio, il Verbo di lui, e lo Spirito Santo, un essere solo per natura, il Padre, il Figlio e lo Spirito, perché Mente, Verbo e Sapienza del Padre è il Figlio, ed emanazione come luce da fuoco lo Spirito, tosi abbiamo compreso esservi anche altre nature che esplicano la loro attività sulla materia e per mezzo della materia. Di queste l’una è nemica a Dio, non già nel senso che un qualche essere possa contrapporsi a Dio, come la discordia all’amore secondo la teoria di Empedocle , o la notte al giorno secondo quel che appare (perché se qualche cosa si fosse opposta a Dio avrebbe cessato di esistere, andando distrutta la sua sussistenza dalla potenza e dalla forza di Dio) ma nel senso che questo spirito occupato circa la materia, creato da Dio, come furono creati da lui anche gli altri angeli, e al quale fu affidato il governo sulla materia e sulle specie della materia, contrasta alla bontà di Dio la quale è suo attributo e in lui coesiste come il colore al corpo, senza di cui non può essere (non perché sia quasi parte di lui, ma perché è quasi una conseguenza che necessariamente coesiste in lui, unita e incorporata come il colore fulvo col fuoco e l’azzurro con l’etere.

3. Poiché la costituzione di questi angeli fu fatta da Dio per provvedere alle cose da lui ordinate e disposte, affinché Dio avesse la provvidenza universale e generale di tutte le cose, e la particolare l’avessero gli angeli deputati alle .cose particolari.

4. E come fra gli uomini, i quali dotati di libero arbitrio nella scelta del bene e del male (ché voi né onorereste i buoni né punireste i cattivi se in loro potere non fosse il far male o il far bene) gli uni si dimostrano probi in quelle faccende che loro voi affidate, e gli altri infedeli, simile è anche la condizione degli angeli.

5. Una parte di essi (come dotati da Dio di libero arbitrio) rimasero fermi in quello per cui Dio li creò e li stabili; altri invece fecero grave oltraggio e alla essenza della loro natura e al loro principato, tanto questo principe della materia e delle sue specie quanto altri stabiliti a questo primo firmamento (e voi sapete che nulla noi diciamo senza testimonianze, ma che esponiamo quanto fu pronunciato dai profeti) . Quelli sono gli angeli che caddero nella concupiscenza di vergini e si lasciarono vincere dalla carne, e il primo è colui che trascurò e si mostrò malvagio nella sovraintendenza di quanto gli era stato affidato.

6. Pertanto da quelli che si unirono alle vergini nacquero i cosiddetti giganti; e se di costoro anche i poeti in parte fecero parola non meravigliatevi, ché tanto differisce la sapienza profetica dalla mondana quanto la verità dalla probabilità, e l’una è celeste e l’altra terrena e secondo il principe della materia:

 

Ben sappiam dire molte menzogne che han forma di vero .

 

 

CAPO XXV

 

Questi demoni e il principe della materia operano contrariamente alla bontà di Dio, sì da indurre taluni a dubitare della sua provvidenza; e gli uomini spesso liberamente si lasciano trascinare dietro di loro.

 

 

1. Questi angeli adunque, caduti dai cieli e aggirantisi intorno all’aria e alla terra, né capaci più di alzare lo sguardo alle cose sovracelesti , e le anime dei giganti, sono i demoni che vanno errando intorno al mondo, producendo movimenti conformi, gli uni, cioè i demoni, alle nature che presero, gli altri, cioè gli angeli, alle concupiscenze che ebbero. Il principe della materia poi, come é dato di vedere dai fatti stessi, dirige e amministra le cose contrariamente alla bontà di Dio:

 

A me spesso un pensiero ange i precordi,

se le vicende umane il caso regga

o. un demone, ché contro speme o contro

giustizia altri piombar dall’alto io vidi

ed altri sempre aver prospera sorte.

 

2. Se l’esser o no fortunato contro speranza o contro giustizia rese Euripide impotente a stabilire di chi sia questo governo delle cose terrene in cui potrebbe dire taluno:

 

E come, ciò mirando, esser dei numi

direm la schiatta, o seguirem le leggi?

 

ciò fece sì che anche Aristotele affermasse non essere governate da provvidenza le cose che sono sotto il cielo, benché la provvidenza eterna di Dio ugualmente perseveri su noi:

 

la terra a forza, voglia oppur non voglia,

produce l’erbe ad ingrassarmi il gregge;

 

mentre la provvidenza particolare si stende secondo verità, non a capriccio, sui degni, e tutto il resto è governato per legge di ragione secondo la comune costituzione della natura .

3. Ma poiché i movimenti e le operazioni demoniache che derivano dallo spirito avverso producono questi impeti disordinati (vediamo infatti che muovono anche gli uomini dall’interno e dall’esterno quali in un modo quali in un altro, o individualmente o per nazioni, partitamente o insieme a seconda della influenza della materia o dell’affinità col divino), per questo alcuni, pur di non poca dottrina, credettero che questo universo stia insieme non per un certo ordine, ma sia trascinato e messo a soqquadro da cieco caso, e non sanno che di quanto appartiene alla costituzione di tutto il mondo nulla v’ha di disordinato e di trascurato, ma ogni cosa fu fatta con ragione, sì che neanche trasgredisce l’ordine che le é stabilito.

4. L’uomo poi, per ciò che dipende da chi lo ha fatto, anch’egli conserva il buon ordine e quanto alla natura della generazione che mantiene una medesima e comune ragione di procedere, e quanto alla disposizione della forma del corpo che non trasgredisce la legge impostale, e quanto al fine della vita che resta uguale e comune a tutti; ma riguardo alla sua propria ragione e all’operazione del principe imperante e dei demoni che gli tengono dietro, gli uomini, chi in un modo e chi in un altro, sono trascinati e mossi, benché tutti abbiano in se stessi la medesima facoltà di ragione.

CAPO XXVI

 

I demoni son quelli che operano nei simulacri, come dimostrano le azioni contro natura che essi compiono, anche se i simulacri sono eretti a personaggi noti, come Nerillino, Alessandro e Proteo.

 

 

1. Quelli poi che li attirano intorno agli idoli sono i demoni anzidetti, i quali si attaccano al sangue delle vittime e vanno attorno lambendole; e quegli dei, che piacciono al volgo, coi nomi dei quali vengono chiamate le immagini, sono stati degli uomini, come si può sapere dalla loro storia. 2. Che poi siano i demoni quei che usurpano i nomi, ne fa fede l’attività di ciascuno di loro (z). Chi infatti recide i genitali, come quelli che assumono il nome di Rea, chi li taglia dentro o li cincischia, come quelli che si nominano da Artemide (e quella taurica scanna gli ospiti) tralasciando di dire di coloro che con coltelli o con flagelli di osso deturpano se stessi, e quante sono specie di demoni . Poiché non è proprio di Dio l’eccitare ad atti contro natura, ché

 

quando sciagure il demone apparecchia

all’uomo, la mente offende egli da prima

 

Dio, al contrario, che è perfettamente buono, è anche eternamente benefico.

3. Che altri pertanto siano quelli che operano nei simulacri, e altri quelli cui essi vengono eretti, sono massimo argomento la Troade e Pario: la Troade ha le immagini di Nerillino, nostro contemporaneo, e Pario quelle di Alessandro e di Proteo. Di Alessandro v’è ancora nel foro e il sepolcro e l’immagine. Pertanto, le altre statue di Nerillino sono un ornamento pubblico (se pure siffatte statue sono ornamento d’una città); una però ve ne ha che si crede renda oracoli e guarisca gli ammalati, motivo per cui quelli della Troade e gli fanno sacrifici e ne coprono d’oro la statua e la incoronano.

4. E delle statue di Alessandro e di Proteo (e voi non ignorate che nei dintorni di Olimpia costui si gettò nel fuoco), questa pure, si dice, da oracoli; e a quella di Alessandro

 

Paride sciagurato, bellissimo il volto, di donne seduttor

 

 

si fanno pubblici sacrifici e feste come a un dio che presta orecchio a chi chiede.

5. Sono dunque Nerillino e Proteo e Alessandro che così operano nelle statue o piuttosto è la natura della materia? Ma quella materia, è bronzo; or che cosa può il bronzo di per se stesso, il quale si può trasformare di nuovo in un’altra figura, come, presso Erodoto, fece Amasi col bacino da lavare i piedi? E Nerillino e Proteo e Alessandro che altro possono fare per gli ammalati? Poiché ciò che l’immagine si dice che operi al presente, l’operava anche quando Nerillino era vivo e quando era ammalato.

CAPO XXVII

I demoni si giovano dei movimenti irrazionali dell’anima per inondarla di strane idee come se fluissero dai simulacri.

1. Dunque? Che si ha da dire? Innanzi tutto i movimenti dell’anima non diretti dalla ragione, ma dalla fantasia, circa le opinioni, or questa or quell’altra immagine traggono dalla materia, o se le plasmano e concepiscono da se stessi. A ciò va soggetta l’anima specialmente quando accoglie lo spirito della materia e s’immedesima con esso, mirando non alle cose celesti e al loro fattore, ma giù in basso verso le terrene, per parlare in generale, quasi divenendo solamente carne e sangue e non più puro spirito.

2. Pertanto questi movimenti dell’anima non diretti dalla ragione, ma dalla fantasia, generano delle pazze immaginazioni per gli idoli: quando poi l’anima, tenera e facile a guidarsi, ignara e inesperta di sode dottrine, non avvezza a contemplare la verità, e incapace di considerare chi sia il padre e creatore dell’universo, resta dentro impressionata da false opinioni su se stessa, allora i demoni della materia, che sono ghiotti del fumo odoroso e del sangue delle vittime e che ingannano gli uomini, giovandosi di questi erronei movimenti dell’anima dei più, e ossessionandone i pensieri, inondano queste anime di strane idee come se fluissero dai simulacri e dalle statue; e quante volte l’anima di per se stessa, come che immortale, si muove guidata da ragione, o prevedendo il futuro, o rimediando al presente, di ciò raccolgono vanto i demoni.

CAPO XXVIII

I pretesi dei erano in realtà uomini, come dimostra la tradizione dei sacerdoti egiziani riferita specialmente da Erodoto.

1. Ma forse è necessario, per quanto si è detto precedentemente, far qualche parola sui nomi degli dei. Erodoto, pertanto, e Alessandro figliolo di Filippo nella lettera alla madre (e di ambidue si narra che in Eliopoli e a Menfi e a Tebe si abboccassero con quei sacerdoti) dicono che da essi impararono che gli dei sono stati degli uomini.

2. Erodoto scrive: "E pertanto mi dimostrarono che quelli di cui erano le immagini erano tali, ma di gran lunga diversi dagli dei. E mi narrarono che prima di questi uomini gli dei furono quelli che signoreggiarono l’Egitto, abitando con gli uomini, e che uno fra essi tenne sempre l’impero ma che per ultimo vi regnò Oro, figlio di Osiride, che i Greci chiamano Apollo. Costui, abbattuto Tifone, fu l’ultimo re dell’Egitto. Osiride poi in lingua greca è Dioniso".

3. Dunque e gli altri e l’ultimo furono re dell’Egitto; e da questi vennero ai Greci i nomi degli dei. Apollo è figlio di Dioniso e di Iside, come dice lo stesso Erodoto: "E raccontano che Apollo e Artemide siano figli di Dioniso e di Iside, e che Leto 1i abbia allevati e salvati".

4. Questi pertanto, che furono di origine celeste, essi li ebbero per primi re, e parte per ignoranza del vero culto verso la divinità, parte in grazia del loro imperio li credettero dei insieme con le loro mogli. "E tutti gli Egiziani sacrificano i buoi puri e i vitelli, però non è loro lecito sacrificare le femmine, ma sono sacre ad Iside; poiché la statua d’Iside che ha forma muliebre è fornita di corna bovine allo stesso modo che i Greci dipingono Io" .

5. E chi in tali racconti potrebbe meritare maggior fede di quelli che per la successione naturale di padre in figlio hanno ricevuto con l’ufficio di sacerdote anche la cognizione di queste storie? Non è infatti verosimile che ministri i quali venerano i simulacri mentiscano nel dire che furono uomini.

6. Se dunque Erodoto diceva che gli Egizi intendevano parlare degli dei come fossero uomini, non sarebbe da credere a Erodoto, come a mitologo, quando anche dice: "I divini racconti, quali io li udii, non sono disposto a narrarli, all’infuori dei soli nomi degli dei". Ma poiché Alessandro ed Ermete soprannominato Trismegisto , che congiunge la propria stirpe con la loro, e infiniti altri, per non enumerarli uno per uno, dicono la stessa cosa, più non resta ragione alcuna perché essi non vengano riputati dei per aver regnato.

7. Che poi fossero uomini, lo dichiarano anche i più colti degli Egizi, che dicendo dei l’etere la terra, il sole, la luna, tengono gli altri per uomini mortali, e per templi i loro sepolcri: e lo dichiara anche Apollodoro nel suo libro sugli dei.

8. Erodoto poi chiama anche misteri i loro casi: "E del modo con cui si celebra la festa d’Iside nella città di Busiride ho già detto più sopra. Tutti, uomini e donne, dopo il sacrificio fanno il corrotto, e sono molte miriadi di persone. Ma in che modo fanno il corrotto la religione mi vieta di dire". Or se sono dei, sono anche immortali; ma se si compiangono e se le passioni sono i loro misteri, sono uomini.

9. E ancora lo stesso Erodoto: "Nella città di Sai nel tempio di Atena, dietro la cella, addossato a tutto il muro del tempio v’è anche il sepolcro di colui che non credo religioso nominare in questa occasione. E trovasi li vicino uno stagno ornato in giro di un margine di pietra, d’ampiezza uguale, a quanto mi sembra, al così detto lago circolare in Delo. E in questo stagno gli Egizi hanno nottetempo le rappresentazioni dei casi di quel dio, le quali essi chiamano misteri".

10. E non solo si mostra il sepolcro di Osiride, ma anche la sua mummia: "Quando viene loro portato un cadavere mostrano ai portatori delle riproduzioni in legno di cadaveri dipinte al naturale, e dicono che la più perfetta sia di colui che non credo religioso di nominare in questo proposito".

CAPO XXIX

La stessa cosa affermano i poeti e gli storici greci riguardo ai loro dei.

1. Ma anche fra i Greci quelli che sono sapienti nella poesia e nella storia dicono di Eracle:

Né paventò, l’iniquo, de’ numi lo sguardo, né quella

mensa rispettò ch’egli innanzi gli porse, e l’uccise,

e cioè Ifito. Un individuo di tal fatta era naturale che desse in pazzie, era naturale che appiccasse il fuoco alla pira e vi si abbruciasse!

2. E di Asclepio cantò Esiodo:

degli uomini il padre e dei numi

pieno d’ira scagliò dall’Olimpo la folgore ardente

e l’uccise, di Febo Latoide lo sdegno eccitando;

e Pindaro:

Ahi che dal lucro anche saggezza avvincesi:

ed anche lui col generoso prezzo

l’oro sedusse, quando in man gli apparve;

ma con le man tra lor scagliando, l’alito

Zeus dai lor petti emunse,

e il fulmin rosso la morte piantò.

3. Dunque costoro o erano dei, e in tal caso non badavano all’oro:

 

Oro, ai mortali dono graditissimo;

diletto ugual non offrono né madre

né figli.

 

(ché la divinità non ha bisogno ed è superiore alla cupidigia), né potevano morire; o erano uomini, e allora furono malvagi per ignoranza e si lasciarono vincere dall’avidità delle ricchezze.

4. Che bisogno c’è che io più spenda parole ricordando o Castore o Polluce o Anfiarao , i quali ieri o ieri l’altro, per modo di dire, nati uomini da uomini, vengono tenuti per dei ? quando anche Ino stessa dopo quella sua pazzia e quanto le accadde in quello stato , pensano che sia diventata una divinità

 

quei ch’errano sul mar, e di Leucotea

la chiamano col nome,

 

come pure il figlio di lei che

 

divo Palèmone i nocchier diranno.

 

 

CAPO XXX

 

I pagani, che divinizzarono esseri detestabili, tanto più ritennero dei quelli che si distinsero per l’imperio, per la forza o per l’arte, attribuendo la divinità a esseri soggetti a nascere e a morire. È dunque dimostrato che i cristiani non sono atei.

 

 

1. Che se pur essendo tanto detestabili e odiosi a Dio ebbero fama di esser dei, e se la figlia di Derceto Semiramide, donna lasciva e sanguinaria, fu ritenuta qual dea sira, (e i Siri in grazia di Derceto venerano i pesci e in grazia di Semiramide le colombe, poiché, ed è cosa assurda, in colomba fu mutata quella donna, come vuole la favola che trovasi in Ctesia); qual meraviglia se alcuni per l’imperio o per la tirannide che esercitarono, siano stati chiamati dei dai loro contemporanei? Dice la Sibilla, ricordata anche da Platone:

 

Ed era allor la decima età della schiatta mortale

da che il diluvio de l’acque inondò le primissime genti,

e regnarono Crono e Titano e Giapeto, robusta

de la Terra progenie e del Cielo, che sì li chiamaro

gli uomini quando al Cielo e a la Terra imponevano il nome,

poi che costoro i primi comparver di tutti i mortali,

 

e se altri parimenti furono tenuti per tali o per la loro forza, come Eracle e Perseo, o per la loro arte, come Asclepio?

2. Costoro pertanto, ai quali o i sudditi o gli stessi principi tributarono onore, parte per timore, parte per rispetto, conseguirono il nome di dei (così anche Antinoo per la bontà e umanità dei vostri antenati verso i sudditi ottenne d’esser tenuto come un dio) quelli poi che vennero dopo di loro senz’altro esame li accettarono per tali.

 

Mendaci sempre i cretesi, la tomba t’eressero, o sire,

essi, i cretesi! Ma tu non se’ morto!…

 

Mentre, o Callimaco, presti fede alla nascita di Zeus, la neghi al suo sepolcro, e mentre ti pensi di gettare un’ombra sulla verità, anche a quei che ignorano tu bandisci che è morto; e se volgi gli occhi all’antro, richiami alla memoria il parto di Rea; se poi guardi alla tomba, di tenebre avvolgi la sua morte, e non sai che solo eterno è il non genito Iddio!

4. O sono falsi infatti i racconti del volgo e dei poeti su gli dei, e allora è inutile il loro culto (ché non esistono quelli di cui non può esser vera la storia), oppure sono vere le generazioni, gli amori, gli omicidi, i furti, le evirazioni, le folgori, e in tal caso più non esistono, avendo finito di essere, poiché ebbero anche nascimento mentre prima non erano.

5. E qual ragione v’è infatti di prestare fede ad alcuni di questi racconti e ad altri no, mentre i poeti narrando degli dei hanno cercato di mettere in luce ciò che è più rispettabile? Coloro per cui mezzo essi furono tenuti per dei, col renderne tanto imponente la storia, non avrebbero certo con l’inganno inventato i loro casi.

6. Che dunque noi non siamo atei, riconoscendo come Dio il creatore di questo universo, e il Verbo di lui, secondo le mie forze, sebbene non adeguatamente al merito, resta da me dimostrato.

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