XXIII.

Accuse degli eretici contro la pretesa ignoranza degli Apostoli

Vogliono essi, ad esempio, addurre come argomento di lor difesa la non perfetta conoscenza che gli Apostoli ebbero della dottrina cristiana e per questo, ricordano come Pietro e i seguaci suoi fossero stati rimproverati da Paolo (79). Appunto, essi dicono, perche qualche differenza d'indirizzo si riscontrava fra loro, onde ne traggono che la conoscenza loro poteva avere una completezza maggiore: come dovè appunto essere il caso di Paolo, allorchè ebbe parole di rimprovero per chi Paveva preceduto nell'apostolato. Ma in primo luogo io potrei ben rispondere a questa gente, che non riconosce gli Atti degli Apostoli: voi dovete dimostrare qual sia codesto Paolo e che cosa sia stato prima di essere Apostolo e in qual modo lo sia divenuto, dal momento che è chiaro che costoro si servono dell'autorità sua, moltissimo, anche in altre questioni. È lui stesso che ci dice che da persecutore divenne Apostolo (80), ma questo può anche non essere sufficiente, a chiunque voglia prestar fede a qualcosa, dopo aver bene considerato ed esaminato ogni lato della questione stessa: eppoi sappiamo che neppure il Signore fece testimonianza su sè stesso (81). Ma supponiamo pure che essi, appunto per credere contrariamente ai dettami delle Scritture, non fondino affatto le loro credenze sulle Scritture stesse; ma ci dimostrino almeno come in seguito al fatto della riprensione rivolta da Paolo a Pietro, sia stata introdotta da Paolo un'altra forma di Vangelo, diversa da quella che Pietro e gli altri Discepoli avevano già insegnato. Ma ben diversamente andò la cosa: la verità fu che Paolo, che da persecutore era divenuto sostenitore e diffusore della dottrina di Cristo, è presentato da fratelli ad altri fratelli: è considerato uno dei loro (82); egli viene dunque accolto da quelli che avevano dagli Apostoli ricevuto il Verbo della fede, viene ammesso nella società loro, e in seguito Paolo, come egli stesso ci racconta (83), per conoscere Pietro, sale a Gerusalemme: era un dovere e un diritto nel tempo medesimo, come quegli che partecipava della stessa fede e della stessa predicazione. E costoro non avrebbero certamente provato un senso di soddisfazione e non avrebbero avuto lieta meraviglia che Paolo, da persecutore, militasse ora nelle file dei predicatori (84) e dei diffonditori della fede, se dalle sue labbra avessero sentito uscire qualcosa di contrario ai principi fondamentali della loro dottrina; e non avrebbero innalzato inni di lode e di gloria al Signore (85), perchè Paolo, da nemico accanito, si era poi convertito alla giusta e retta credenza. Ma tutti invece dettero a lui la destra in segno di concordia e di unione, e fra loro (86) regolarono la divisione degli uffici, ma non parlarono affatto di scissione di Vangelo. Non era il caso di pensare che uno dovesse andar predicando un Vangelo, mentre poi un altro dovesse essere il diffusore di una diversa dottrina. No; era la medesima dottrina che doveva andare divulgata fra gruppi di genti diverse; Pietro ai Giudei avrebbe dovuto predicare, Paolo ai gentili. Del resto, se pur fu biasimato Pietro (87), perchè egli, pur avendo convissuto con i gentili, dopo si allontanava da loro e stabiliva così differenza di persone, si deve riconoscere che questo non fu difetto di sostanza di dottrina, ma di semplice esteriore convivenza. Ed infatti egli non annunciava davvero un Dio diverso dal Dio Creatore dei Cristiani, ne un altro Cristo, se non Quello che nacque da Maria; non fece brillare altra speranza alla mente dei fedeli, se non quella della Resurrezione.

XXIV.

La perfetta armonia della dottrina di Paolo, che non è, se non la fede di Cristo

Io non ho affatto desiderio, anzi, dirò meglio, io non ho mai avuto un'idea così insana dì voler porre gli Apostoli fra loro in contrasto. Ma dal momento che questa gente degli eretici, nella sua perversità grande, si serve di questa specie dì rimprovero mosso da Paolo a Pietro, quasi per provare e far riconoscere come sospetta la dottrina anteriormente predicata, io prenderò, per così dire, le difese di Pietro e ricorderò che Paolo stesso ha affermato questo: che egli si era fatto tutto con tutti: giudeo con i Giudei, gentile con i gentili, per poterli tutti attrarre a sè. Così, per riguardo a questioni di tempo, di persone, di procedimenti, di modalità diverse, trovavano da ridire e da criticare, mentre poi essi stessi agivano perfettamente nello stesso modo, riguardo ai punti di sopra ricordati. Sarebbe esattamente la medesima cosa come se anche Pietro avesse dovuto usare riprensione con Paolo perchè, pur proibendo la circoncisione, egli stesso poi aveva circonciso Timoteo. Per tal risposta se la vedano fra loro quelli che azzardano giudizi e critiche sugli Apostoli. Quel che poi è magnifico, è che Pietro e Paolo rifulgono ugualmente nella luce gloriosa del martirio.

E sebbene Paolo, rapito fino al Terzo Cielo e trasportato in Paradiso, abbia colà avuto straordinarie rivelazioni, pure queste non rivestirono carattere tale da suggerirgli l'idea di una dottrina diversa, perchè quelle conoscenze erano di natura siffatta, da non esser possibile che fossero comunicate e conosciute dagli uomini. Le quali arcane verità o qualche cosa che a ciò s'avvicini, se fossero giunte alla conoscenza di taluno o ci fosse una dottrina eretica che sostenesse appunto di seguire essa questi tali misteriosi e arcani principi; ciò significherebbe che Paolo si rese colpevole di tradire il segreto o altri, rapito in Paradiso dopo di lui, ebbe facoltà di manifestare quegli arcani, che a Paolo non fu concesso neppure di accennare segretamente.

XXV.

Gli Apostoli hanno tutto saputo e tutto insegnato quello che Gesù volle che gli uomini imparassero

Ma, come abbiamo già detto, sarebbe una eguale stoltezza se costoro, dopo aver magari riconosciuto che agli Apostoli nulla è rimasto occulto e che niente di contrario fra dì loro hanno essi predicato, d'altra parte essi stessi sostenessero che gli Apostoli non hanno a tutti ugualmente detto tutto ciò che era a conoscenza loro: così che si verrebbe a riconoscere che alcune partì di dottrina essi l'avrebbero rivelate apertamente a tutti, altre, invece, sarebbero state insegnate a pochi e segretamente; e questa credenza potrebbe scaturire da quello che Paolo disse a Timoteo: ecco l'espressione che egli usò: "O Timoteo, sappi custodire quello che ti è stato confidato (88)„ . E, similmente, in altro punto: "Mantieni il prezioso deposito (89)„. E di che deposito mai si tratta? è forse qualcosa di così misterioso e peregrino da farci pensare agli arcani di più profonda dottrina? Oppure non fa che parte di quella esortazione nella quale così si esprime: "O Timoteo, figlio mio, io ti do questo mandato (90) , e medesimamente si può pensare che non faccia che parte di quel precetto, dove egli dice: "Dinanzi a Dio, che è spirito vitale di tutte le cose, e dinanzi a Gesù Cristo, che sotto Ponzio Pilato sostenne ferma e nobilissima confessione (91), io mi raccomando a te: sappi custodire quanto ti è stato dato come precetto„ . Si parla di precetto: ma che precetto è mai questo? e quale il consiglio, l'esortazione che a lui rivolge? Da quanto egli dice prima e dalla intelligenza complessiva del testo risulta chiaro che con tali parole non s'intende minimamente di alludere a dottrine diverse ed oscure, ma piuttosto egli intendeva fermare questo principio, che non fosse da riconoscessi e da accettare altra dottrina se non quella che Timoteo avesse ascoltata dalla sua stessa bocca; ed ho ragione di credere, perchè [egli lo disse] in presenza di molti altri (92). Molti testimoni, dunque. Ma se con questa espressione non vogliono che s'intenda la Chiesa, non m'importa affatto; ma non si potrà parlare in ogni modo che tale insegnamento fosse stato tenuto in segreto, quando risulta che molti furono realmente testimoni di questo. E perchè l'Apostolo volle che Timoteo tramandasse i principi di tale dottrina ad uomini fedeli e capaci poi d'insegnare ad altri, da questo fatto si può forse dedurre l'esistenza di una dottrina evangelica che non si sia sviluppata alla piena luce del sole? Quando egli disse: queste cose, intese evidentemente d'alludere a ciò che scriveva attualmente; qualora avesse voluto far intendere elementi di dottrina occulta e misteriosa, quasi ristretti alla conoscenza sua e diversi quindi e lontani dal corpo della comune dottrina, avrebbe detto "quelle cose„ non "queste cose,, .

XXVI.

Il Signore aveva voluto che la Sua dottrina fosse a tutti palese: niente di segreto vi era in essa; nella sua infinita bontà e nell'immenso amore, essa si rivolgeva a tutti gli uomini.

Era poi del resto anche logico che a colui al quale il Signore affidava la cura della predicazione evangelica, perchè fosse compiuta con costanza fermissima e con retto discernimento, aggiungesse in un secondo momento un'altra raccomandazione; e furono parole di Cristo queste, infatti: "Non gettate perle ai porci, nè cose sante ai cani (93)„ . Il Signore poi aveva pubblicamente parlato e non aveva mai fatto allusione o cenno alcuno a una dottrina nascosta (94). Egli stesso aveva ordinato agli Apostoli che, se anche qualche cosa avessero ascoltato ed appreso in oscurità o in segreto, essi lo portassero alla piena luce del sole e nell'alto (95). Fu Lui che insegnò loro, servendosi di una famosa parabola, di non lasciare nascosta una sola mina, cioè una sola parola Sua, senza che perciò questa potesse dare i suoi frutti (96); come pure altro solenne insegnamento offriva, dicendo che la fiaccola non si accende per poi metterla sotto il moggio, ma per fissarla sul candelabro, perchè dall'alto possa spargere la sua luce su tutti quelli che si trovano nella casa (97). E se gli Apostoli non avessero seguito tali insegnamenti, tenendo nascosto qualche scintilla di luce, cioè della parola di Dio e della dottrina di Cristo, ciò significava o che non li avrebbero tenuti nel conto che dovevano, oppure, che non li avevano affatto compresi.

Ma, per quanto io so, essi non avevano paura di alcuno, non temevano violenza o da parte di Giudei o di pagani; e quelli dunque che facevano sentire alta ed ardita la loro parola nelle pubbliche radunanze e nelle sinagoghe, dovevano pure, a maggior ragione, con più ampia libertà, parlare nelle Chiese. Eppoi, essi non avrebbero potuto convertire nè Giudei nè pagani, se non avessero, con metodo e con ordine, esposto ciò che volevano che formasse l'oggetto delle loro credenze. Ed è anche più chiaro come costoro non avrebbero mai potuto indursi a sottrarre una parte della dottrina da queir insegnamento che prodigavano alle compagnie dei fedeli nei templi, per farne oggetto di particolare ammaestramento, separatamente, a pochi. Ammettiamo pure, per così dire, che non mancassero delle conversazioni, che si sarebbero svolte fra pochi intimi; ma non per ciò si dovrebbe pensare che essi sostenessero in queste una regola di fede diversa e contrastante a quella che era oggetto del loro insegnamento pubblico, secondo quanto vuole il principio cattolico. Non si deve neppur credere che predicassero un Dio in Chiesa e un altro Dio nelle loro particolari radunanze, e che dinanzi alla massa assegnassero a Cristo una natura e che fra loro, poi, in segreto, la cosa fosse diversa e la natura di Cristo mutasse; e che alla folla facessero rifulgere una certa speranza di resurrezione, ma che fra pochi parlassero di ciò in altra maniera. Non erano forse loro, gli Apostoli, che nelle loro lettere rivolgevano vive, calde ed appassionate preghiere, perche i fedeli parlassero un linguaggio solo, uguale sempre e non tollerassero nel seno della Chiesa, divisioni, scismi e contrasti (98)? E Paolo, o chiunque altro di loro, non affermavano concordemente la stessa cosa? e ricordavano le seguenti espressioni: Il nostro linguaggio sia questo: si, si: no, no: quello che eccede, da questa assoluta laconicità d'espressione deriva dal demonio (99); e tutto questo appunto, perchè nella trattazione del Vangelo, non esistessero differenze di sorta.

XXVII.

Nonostante qualunque contrasto, la dottrina apostolica è integra, purissima

Che gli Apostoli dunque non abbiano conosciuto in tutta la sua completezza la dottrina del Cristo o che in ordine perfetto non ne abbiano tramandato a tutti la parola di quella fede che essa bandiva, non è cosa a cui possiamo minimamente pensare. Vediamo dunque se, mentre gli Apostoli nella sua maggiore integrità e con parola semplice e piana bandivano agli uomini [la dottrina]; se, dico, sia stata la Chiesa, che, per proprio difetto, abbia ad essa attinto in modo un po' diverso da quanto gli Apostoli insegnavano. Tu potresti notare che questi del resto sono i punti che gli eretici portano, per tentar di muovere nel nostro spirito scrupoli ed incertezze. E stanno bene attaccati perciò alle parole di rimprovero, ad esempio, che Paolo usa nei riguardi di alcune Chiese: "O Galati, egli dice, nella vostra stoltezza, chi è riuscito a trarvi fuori della retta vìa (100)? chi vi ha fatto acciecare?„ e ìn altro punto: "Voi così speditamente procedevate per la vostra strada, chi vi ha trattenuto? chi ha impedito il vostro cammino?„ E se voi leggete il principio della lettera, egli così si esprime: "Grande è il mio stupore come presto voi vi siate allontanati da colui che vi richiamò nella grazia del Signore, per rivolgervi ad altra dottrina (101) „. Ed ai Corinzi(102) Paolo si rivolge nello stesso tono e domanda loro perchè fossero ancora così soggetti alla carne, da sentire il bisogno di essere alimentati con latte, e non adatti quindi a ricevere altro cibo: e questi erano coloro che credevano di saper tutto e non s'accorgevano di non sapere ancora il modo in cui era pur necessario sapere. Ma dal momento che i sostenitori dell'eresia ci mettono dinanzi agli occhi il ricordo di queste Chiese alle quali sono stati rivolti rimproveri e biasimi, potrebbero poi anche pensare che posteriormente esse si siano emendate... ; ma, poi, potrebbero anche ricordare invece quelle Chiese di cui l'Apostolo esalta, rivolgendo per questo le più vive grazie al Signore (103), l'integrità della fede, la saldezza della dottrina, la purezza della condotta. E si noti poi che le Chiese di oggi sono in perfetto accordo, per quel che riguarda il principio dell'unità di dottrina, con quelle alle quali un giorno furono rivolti quei biasimi.

XXVIII.

Carattere precipuo della dottrina della Chiesa è l'unità

Ma, si deve ammettere che l'errore sia stato in tutti? ebbene si: l'Apostolo, nel rendere testimonianza, or dunque ha errato; ammettiamo pure che lo Spirito Santo non abbia vegliato su alcuna delle Chiese per condurla alla luce della verità (104); nonostante che Egli sia stato inviato da Cristo e richiesto al Padre proprio a questo scopo, perchè appunto fosse assertore e maestro di verità, abbia trascurato il dover suo il vicario di Cristo [il Romano Pontefice], permettendo che le Chiese intendessero diversamente e prestassero fede a credenze diverse da quelle che egli stesso predicava per la bocca degli Apostoli: ma si può pensare come cosa verosimile che tante Chiese e così importanti abbiano divagato per vie diverse per poi confluire in una credenza unica e in un' unica fede? Il resultato non poteva esser unico fra tante varietà d'indirizzi e sarebbe stato pur necessario che un errore di dottrina delle Chiese, avesse poi caratteri diversi. Del resto, ciò che si riscontra che presso molti riveste un carattere unico, inscindibile, immutabile, è chiaro che ha suo fondamento in una tradizione ben salda, e non può derivare da una tal qual dubbiosa incertezza e oscillazione di credenza.

Coraggio... allora e qualcuno provi a sostenere che coloro che crearono tale tradizione siano stati nell'errore.

XXIX.

La dottrina del Cristo è l'unica e la più fulgente fonte di verità

Ma in qualunque modo si voglia ammettere che l'errore si sia generato, questo dunque sarebbe regnato sovrano per tanto tempo, per quanto non si fecesse parola d'eresie. La verità, per essere restituita nel suo fulgore, attendeva dunque proprio dei Marcioni e dei Valentini, e intanto si divulgava nella predicazione il Vangelo... ed era falso; si fissava una fede e non era rispondente a verità; tante migliala di battesimi furono dunque falsi, tante opere di fede furono compiute invano; e che valevano dunque i miracoli innumeri? e le grazie operate, e l'esercito dei sacerdoti, e tante missioni? e a che dunque tanti Martiri, che pur ebbero la palma del loro dolore e delle loro torture? Eppure, se lutto questo aveva in se qualcosa di manchevole, e, d'altra parte, cadeva nel vuoto, quale spiegazione si può portare del fatto che le cose di Dio precorressero la notizia, a qual Dio esse appartenessero (105)? Possiamo forse ammettere che i Cristiani esistessero prima del Cristo? che l'eresie siano esistite prima di quella che è la vera dottrina? Ma, in tutto, la verità precede sempre l'apparenza: una certa verosimiglianza, vien dopo la verità. E sarebbe certamente assai sciocco dare all'eresia una priorità sulla dottrina vera ed infallibile... Ma se fu, poi, questa dottrina stessa che ci mise in guardia contro le eresie, perchè appunto noi sapessimo guardarcene! È stato scritto alla Chiesa, che di questa dottrina è la custode fedele; o, per dire più esattamente, questa nostra dottrina stessa così bandisce alla sua Chiesa: "Anche se un angelo venisse dal Cielo a bandirvi un Vangelo diverso da quello che è nostro, ebbene, questo, sia per voi considerato anatèma (106),,.

XXX.

Ogni eresia è posteriore alla verità

Dove era allora Marcione, nocchiero del Ponto e seguace così ardente della filosofia Stoica? dove era Valentino, difensore della dottrina Platonica? Poichè è noto che essi non risalgono molto addietro nel tempo : circa nell'età di Antonino (138-161) essi vissero, e sappiamo che prima tributarono fede alla dottrina cattolica presso la Chiesa di Roma, sotto l'episcopato del Beato Eleuterio (107), fino a che, per quel loro inquieto ardore di ricerca, col quale guastavano anche la purità e l'integrità della credenza dei fratelli loro, furono, prima una volta, ed ancora poi una seconda, cacciati, allontanati dal seno della Chiesa, e Marcione con quei ducente mila sesterzi che aveva portato alla Chiesa. Furono costoro infine relegati come in un perpetuo esiglio: la Chiesa li volle lontani da sè, ed essi, ecco che sparsero il veleno delle loro dottrine. Ma dopo, Marcione, avendo riconosciuto il proprio errore, accettò la condizione che gli veniva fatta di poter riacquistare la pace delio spirito rientrando nella Chiesa; e tale condizione consisteva nel riportare alla vera fede cattolica coloro che egli aveva allontanato colia falsità delle sue dottrine; ma la morte lo colse prima che potesse far ciò. Le eresie erano pur necessarie (108), ma se bisognava che esistessero, non si può da ciò trarre la conseguenza che esse siano un bene: anche il male è necessario che esista; bisognava anche che il Signore fosse tradito..., ma guai a chi lo tradiva (109)! E questo sia detto, perchè non vi sia alcuno che, partendo da questo punto, non cominci a difendere e a sostenere dottrine ereticali.

Ma sarà pur opportuno ritornare un po' sull'origine della dottrina di Apelle. Egli non risale tanto nel tempo come Marcione, che si può dire fosse quegli che lo informò, lo istruì nelle sue dottrine. Apelle ebbe dunque a perdersi a causa di una donna; abbandonando perciò quello spiritò di castità e di continenza che Marcione gli aveva insegnato, egli si ritirò ad Alessandria, restando così lontano dagli occhi del maestro suo, integerrimo. Di là, ritornò dopo alcuni anni e non migliorato, se non in quanto non era più seguace dì Marcione. Ebbene, costui s'imbattè in un'altra donna, la vergine Filomene, famosa, che abbiamo ricordato anche di sopra, e che divenne dopo donna di pessimi costumi; e, tutto preso dall'azione, dall'influenza terribile di costei, scrisse le Rivelazioni e manifestò quanto da lei avesse imparato. Nel mondo esìstono ancora alcuni che li ricordano; scolari loro veri e propri, successori potremmo dire, onde non possono affermare dì non aver avuto una continuazione: sebbene, come afferma il Signore, saranno l'opere stesse loro che li condanneranno (110). Se infatti Marcione ha separato dal Vecchio il Nuovo Testamento, egli appartiene naturalmente ad un'età posteriore a ciò su cui esercitò il suo criterio di divisione, perche non poteva evidentemente compiere tale suo atto, se non su quello che prima era organico nella sua unità; e quindi, se in quella materia, prima che si procedesse alla separazione, esisteva una organicità, basta pensare che sia stata poi divisa, perchè dobbiamo considerare posteriore ad essa colui che a tale divisione operò.

Ed è lo stesso certamente di Valentino, il quale, dando un'interpetrazione diversa delle Sacre Scritture e, procedendo colla massima franchezza, risolutamente, alle correzioni, ed emendando proprio con la scusa che quanto scritto prima era errato, viene implicitamente a dimostrare che le Sacre Scritture sono da far risalire ad altri. Noi ricordiamo Marcione e Valentino come fra i nomi più famosi e più comuni di coloro che hanno falsato la verità (111); ma io so che esiste anche un certo Nigidio ed un Ermogene e molti altri ancora che vanno alterando, corrompendola, la parola del Signore e deviando dalla via che il Signore stesso ha tracciato. Costoro dovrebbero avere il coraggio di dirmi da chi hanno attinto l'autorità di potersi mettere in luce: predicano essi forse un Dio diverso dal nostro? Ebbene, in tal caso, com'è che costoro abusano degli attributi delle Scritture, dei nomi di quel Dio, contro il quale precisamente appuntano le loro armi? E se è il medesimo   [Iddio] invece, come si spiega che essi possano predicare diversamente da noi? A loro non resterebbe dunque da dimostrare altro, se non che gli apostoli nuovi son essi; ma l'abbiano il coraggio d'affermare che Cristo è una seconda volta disceso sulla terra, che una seconda volta ha insegnato una dottrina, che è stato crocefìsso da capo e che è morto e resuscitato di nuovo. Ma cogli Apostoli [veri] il Signore opera così: concede cioè ad essi il potere di suscitare quegli atti straordinari e miracolosi che Lui compie (112): io voglio allora che vengano alla luce queste facoltà [se le hanno gli apostoli nuovi]! Ma io, in costoro, sono pronto a riconoscere una sola facoltà notevolissima, ed è quella di sapere imitare gli Apostoli, avendo però dì mira il male, non il bene degli uomini: questi sono capaci di restituire in vita chi è morto, mentre quelli stringono nei lacci della morte chi ancora potrebbe godere della vita (113).

XXXI.

La parabola evangelica della buona sementa

M'accorgo però d'essere uscito dal mio assunto. Ritorniamo dunque a discutere sulla questione fondamentale, come la verità sia quella che abbia diritto d'essere riconosciuta per prima e come a questa poi si sia mescolata la menzogna. Noi, per la nostra dimostrazione, possiamo servirci dell'aiuto di quella famosa parabola (114) la quale narra che il Signore, in principio, sparse il buon seme di frumento, ma che il diavolo poi, nella sua mala potenza, ci mescolò la zizzania, erba sterile e dannosa. Propriamente questa narrazione sta a rappresentare la differenza delle dottrine, dal momento che anche in altri luoghi la sementa buona è l'immagine usata ad esprìmere e a significare la parola del Signore (115). Così diviene ormai cosa chiara ed aperta che, riguardo all'ordine del tempo, ciò che ci è stato anteriormente tramandato, è derivato dal Signore, e contiene il principio della verità; ma che invece riveste i caratteri della falsità e dell'errore ciò che s'è mescolato e confuso dopo alla purità della prima tradizione. Questo princìpio rimarrà come fondamento dal quale noi potremo avanzare contro tutte le eresie posteriori anche, nelle quali non è possibile riscontrare alcun elemento di sicurezza e di fermezza, che dal loro seno si innalzi a difendere, per esse, un principio e una luce di verità.

XXXII.

Le Chiese Apostoliche e il loro insegnamento

Ma poi, se vi siano eresie, le quali abbiano l'ardire di sostenere che esse sono strettamente congiunte alla purezza e all'integrità dell'Epoca Apostolica, così da voler quasi dimostrare che derivano in certo modo dagli Apostoli direttamente, perchè all'età loro fiorirono, noi possiamo risponder così: ci dimostrino chiaramente le origini, dunque, delle Chiese loro; ce lo dichiarino in quale ordine si siano susseguiti i vescovi loro, cominciando dall'inizio e venendo giù ordinatamente nel tempo, in modo che quel primo vescovo possa a sua volta riconoscere come predecessore e sostenitore qualcuno degli Apostoli o di quei primi uomini apostolici che cogli Apostoli ebbero assoluta comunione di vita e di fede.

È proprio seguendo questo sistema che le Chiese Apostoliche spiegano e dichiarano la loro vita, la loro gloria. Ecco che la Chiesa di Smirne afferma che fu Giovanni a porre a suo capo Policarpo, e la Chiesa di Roma riconosce che Clemente fu ordinato da Pietro. E così continuando, tutte le altre Chiese fanno ricordo dei loro vescovi, che posti in tal grado direttamente dagli Apostoli, rappresentano la semente prima, apostolica, di quella che fu poi la fioritura. Anche gli eretici possono forse portare qualcosa che stia a confronto colle nostre affermazioni? Ci si provino! Che c'è di non lecito per loro, dal momento che han potuto e saputo pronunziare parole piene di menzona? Ma per quanto essi possano inventare, non riporteranno da ciò vantaggio alcuno: quando le dottrine loro verranno paragonate colf integrità della dottrina apostolica, da quei loro caratteri di diversità e di contrarietà, risulterà chiaro che esse non possono derivare nè direttamente dagli Apostoli nè da un uomo apostolico. Come gli Apostoli non è ammissibile affatto che abbiano insegnato cose che fra loro non avessero la più assoluta armonia, così non è possibile che uomini apostolici abbiano divulgato dottrine contrarie a quelle degli Apostoli, almeno che non si siano allontanati da costoro.

È proprio a un esame di questo genere che saranno chiamati anche da quelle Chiese le quali, pur non traendo il vanto della fondazione direttamente dagli Apostoli o da uomini apostolici, essendo esse di origine molto posteriore, si trovano d'accordo nella professione di una stessa fede; e così pure da quelle che ogni giorno stanno istituendosi, ma che per questa piena e completa unione di dottrina, sono ugualmente considerate apostoliche.

Così le eresie, chiamate in massa ad una prova dalle Chiese nostre, perchè esse rendano chiaro e evidente il loro carattere di autenticità, adducano, su, via, le ragioni per le quali aspirano ad avere il nome di apostoliche! Ma se non lo sono! Come dunque, allora, potranno sostenere e provare d'essere quello che non sono? Ed è questa appunto la ragione per la quale le Chiese, che in qualche modo possono avere il nome di apostoliche, non vogliono accoglierle nel loro seno per alcuna relazione, o comunione con esse. E s'intende: appunto perchè, data la diversità della dottrina da loro sostenuta, esse non possono pretendere d'aspirare al nome di apostoliche.

 

XXXIII.

Diversita di dottrine: purità della dottrina apostolica

Mi piace di aggiungere una specie di sguardo generale; di abbracciare cioè in complesso queste false dottrine, che fin dal tempo degli Apostoli esistettero, e che dagli Apostoli stessi furono considerate, esaminate, prese di mira e poi condannate. In tal modo la facilità sarà maggiore, di batterle in breccia, quando si potrà dimostrare a loro riguardo che esistettero come tali fin da quei tempi o che hanno tratto i primi elementi di vita da altre dottrine eretiche, anche allora esistenti. Nella prima lettera, che indirizza ai Corinti (116), Paolo ha parole dì biasimo per coloro che negavano, o almeno esprimevano dubbi sulla Resurrezione; ed era così proprio che la pensavano i Sadducei (117): ebbene, Marcione, Apelle e Vaientino si riattaccano appunto a questa dottrina, ed anche gli altri, che combattono il principio della Resurrezione dei corpi.

Sentiamolo, quando si rivolge ai Galati (118). Egli si scaglia contro coloro che affermavano e mettevano in pratica la circoncisione e la legge - tale era il principio eretico di Ebione -; e, rivolgendo consigli ed ammaestramenti a Timoteo (119), è sempre Paolo che rimprovera chi non ammette il matrimonio - e in ciò dobbiamo pur riconoscere i principi di Marcione e di Apelle, che fu suo seguace -. E attacca pure, egualmente, coloro che sostenevano che la Resurrezione fosse già avvenuta (120) - e si noti che affermano questo, per quanto li riguarda, anche i seguaci di Valentino -. E come non ricorrere sempre a Valentino, quando Paolo parla di genealogie infinitamente lunghe (121)? È proprio presso Valentino che si trova un Eone - io non saprei più dir precisamente quale, eppoi non ha neppure una denominazione chiara -, che genera dalla sua Grazia il Senso e la Verità, e questi a loro volta, ne generano altri due: il Verbo e la Vita, che dan luogo, dopo, ad altre due produzioni: l'uomo e la Chiesa; e da questo primo gruppo di otto Eoni ne scaturiscono fuori altri dieci, eppoi dodici, e tutti hanno stranissimi nomi, finchè si arriva alla meravigliosa storiella dei trenta Eoni. E Paolo stesso, quando ha parole di riprovazione per coloro che si dimostrano soggetti agli elementi (122), intende chiaramente di riferirsi a quella credenza di Ermogene, che, concependo una massa di materia, che non ha avuto principio di creazione alcuna, paragona questa a Dio.  Dio è increato, e, intendendo [Ermogene] questa materia come una dea madre degli elementi singoli, può naturalmente riconoscere ad essa anche un principio di soggezione, in quanto è da lui paragonata ed uguagliata a Dio.

E nell'Apocalisse (123), Giovanni comanda che vengano gastigati coloro che si cibano di quelle carni che vengono consacrate agli idoli, e che commettono fornicazione: vi sono anche ora dei Nicolaiti (124): vi è chi segue l'eresia Gaiana, dunque.

In una sua lettera, Paolo, chiama Anticristi (125) coloro i quali non riconoscono che Gesù abbia rivestito carne umana e che non credono che sia il Figliuolo di Dio. Marcione ha sostenuto proprio il primo punto di questa falsa dottrina, ed Ebione è stato il difensore del secondo. Era poi considerata sempre nel campo delle eresie la dottrina magica di Simone, la quale faceva gli angeli oggetto di culto, e nella persona dello stesso Simone, tale credenza ebbe condanna da Pietro (126).

 

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