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CAPITOLO XIII.

Intervenire alle feste pagane è proibito ai Cristiani.

Si tenga lontano, qualunque afflato d'idolatria, come qualcosa di pestilenziale e non soltanto sotto quei riguardi che abbiamo avuto già occasione di considerare, ma sotto qualsiasi aspetto di religiosità, sia che questa sia orientata verso gli Dei, sia verso i morti, sia verso i sovrani: essa si volge infatti, in ogni modo, all'indirizzo di spiriti impuri e corrotti, sotto le diverse manifestazioni di riti sacrificali, di sacerdoti, di spettacoli o cerimonie simili, o di giorni considerati festivi. Dei sacrifici e dei sacerdoti che potrei dire? Per quel che riguarda gli spettacoli e gli allettamenti diversi che ad essi si ricollegano, abbiamo già fatto una trattazione completa in altro libro. Bisogna ora dunque occuparci dei giorni festivi e di tutte quelle solennità straordinarie che, qualche volta un certo nostro impulso al piacere, tal'altra un senso di timidezza, ci fanno frequentare, accomunandoci, contro quanto prescrivono gli insegnamenti della fede, coi pagani, in cose riguardanti l'idolatria. In primo luogo mi fermerò su questo punto: se il servo di Dio debba unirsi ai pagani in tali celebrazioni festive, sia per il modo di vestirsi, sia come sistema di vitto o con qualche altro modo inerente a tali cerimonie. Per bocca dell'Apostolo che esortava i nostri fratelli alla concordia e ad un'unità di sentimento così fu detto : godere con chi gode, piangere con chi piange: (28) del resto a questo s'aggiunge che non può esservi mai nulla di comune fra la luce e le tenebre, fra la vita e la morte; onde non resterebbe che non considerare le parole: il mondo goderà, ma voi piangerete: (29) se noi godiamo col mondo, c'è da aspettarsi anche di dover piangere col mondo. Noi invece, mentre il mondo goderà, piangeremo e allorché il mondo piangerà, godremo. Così anche Lazzaro nell'oltretomba trovò conforto e sollievo nel seno di Abramo; il ricco ebbe il supplizio del fuoco, invece, e così trovano giusto compenso alle loro azioni o buone o cattive. Vi sono però alcuni giorni stabiliti, nei quali ad alcuni si riconosce un titolo d'onore dovuto loro, ad altri si paga quanto è dovuto come compenso di lavoro. Ora dunque, tu mi dirai, io non farò che o riscuotere il mio, o pagare ad altri quel che è loro debito.

Ma se questa abitudine, gli uomini l'hanno trasformata in una festività superstiziosa, tu che hai dichiarato d'esser estraneo a qualsiasi loro manifestazione di vanità, a che scopo vorrai partecipare a quelle feste di carattere idolatra? quasi che anche a te sia stabilito, prescritto, il giorno, oltre il quale tu non possa assolvere i tuoi obblighi verso un altro, o altri non possa agire ugualmente all'indirizzo tuo? Dimmi chiaramente come vuoi che io ti consideri: o come pagano o come cristiano. Perché mai vorrai nascendere d'esser cristiano, dal momento che tu vieni così a macchiare l'integrità della tua coscienza, per il fatto che altri ignora che tu segui questa fede? se poi sarai conosciuto per cristiano, potrai cadere in ogni rischio di tentazione e qualora tu non agisca come a cristiano si conviene, recherai pregiudizio alla coscienza degli altri, provocando scandalo colla tua condotta. È evidente che nell'un caso tu dissimulerai; ma la condanna è sicura ed esplicita allorché ti lasci adescare ed allettare: o per un lato o per l'altro tu sei colpevole di provare vergogna di fronte al Signore. Ma colui che si vergognerà di me presso gli uomini, proverà la mia vergogna a suo riguardo, così dice il Signore (30), davanti al Padre mio, che sta nei Cieli.

CAPITOLO XIV.

Cercando di nascondere la credenza cristiana,
non può esser lecito frequentare le radunanze dei pagani ed assistere alle loro cerimonie.

Ma la maggior parte ormai hanno voluto convincersi di questo, che bisogna passar sopra, se taluno, qualche volta, fa quello che fanno i pagani, purché il nome cristiano non ne debba ricevere onta ed ingiuria: ma questa offesa che io mi penso che in ogni modo sia da evitarsi per parte nostra, è precisamente l'agire in modo che qualcuno di noi non debba dar ragione ad un pagano di provare a nostro riguardo un senso di ripugnanza: potrebbe ciò avvenire o peccando d'inganno, o facendo ingiurie od offendendo od agendo in qualunque altro modo che potesse dar luogo a rimostranze, per le quali il nome Cristiano venisse ad essere esposto ad offese e a derisione; per cui ancora Iddio avrebbe ragione di dimostrare il suo sdegno. Del resto, se d'ogni bestemmia è stato detto: (31) è per causa vostra che il mio nome vien bestemmiato, la nostra rovina è decisamente segnata ormai: quando dunque, si potrebbe dire, in pieno circo, senza alcuna ragione, viene attaccato il nome cristiano e fatto segno alle voci più turbolente e nefande, abbandoniamolo ed ogni voce di bestemmia tacerà: ma no: si lancino e si scaglino pure addosso a noi le offese e le ingiurie, purché noi siamo riconosciuti osservanti della legge cristiana e non come tali che l'abbiano in certo modo trasgredita: avvenga questo nel nostro esplicito riconoscimento d'esser cristiani, non allorché noi non fossimo creduti tali. Nella bestemmia che ci lanciano è la luce e la gloria del martirio; la maledizione scagliata contro il cristiano osservatore fedele e difensore della sua dottrina, significa verbo di benedizione! è proprio la religione nostra che ci dà il suo battesimo, appunto perché per essa noi siamo esposti ad ogni forma di sdegno e di rabbioso furore. Se io volessi piacere al mondo, afferma l'Apostolo (32) io non sarei servo di Cristo; ma si potrebbe dire che in altro luogo egli ordina: cerchiamo di piacere a tutti: (33) e soggiunse: come io cerco di piacere a tutti in tutte le cose. Evidentemente, piaceva forse al mondo costui col celebrare le feste Saturnali o delle Calende di Gennaio; oppure colla moderazione, colla tolleranza, colla serietà, colla cortesia, coll'incolpabilità e l'integrità di carattere?

E quando allora dice: (34) io mi son fatto tutto a tutti per guadagnare tutti, o che forse si fece idolatra nei rapporti cogli idolatri, o pagano o ligio al sentir del mondo per gli esseri mondani? È pur vero che Cristo non ci proibisce affatto di conversare cogli Idolatri, cogli adulteri e con chi è macchiato di altre colpe, dicendo appunto che altrimenti non ci resterebbe altro che uscire addirittura dal mondo; ma con questo non ha rallentato fino a tal punto i freni della scambievole relazione che, se anche è inevitabile che noi in certo modo conviviamo con loro e abbiamo una certa conoscenza colle loro colpe, dobbiamo anche noi stessi peccare. Vi è qui uno scambio limitato di rapporti di vita civile e l'Apostolo lo riconosce e l'ammette; ma d'altro lato vi è il peccare che non è concesso ad alcuno. Si può benissimo stare coi pagani, ma non è lecito con essi seguire la strada della perdizione e della morte. Stiamo con tutti, allietiamoci secondo che comporta e vuole la nostra comune natura; ma non uniamo e confondiamo le nostre convinzioni religiose. Riconosciamo una unità di spirito, ma non di dottrina: di tutti è il mondo ed anche noi ce ne sentiamo possessori cogli altri, ma non così deve dirsi dell'errore. Se a noi non è lecito dunque entrare in simili relazioni con estranei, quanto sarebbe più colpevole celebrare certi riti fra noi? Chi potrebbe sostenere o difendere questa proporzione? Lo Spirito Santo condanna i giorni festivi dei giudei: è detto: (35) l'anima mia ha in odio i vostri Sabati, la ricorrenza del novilunio e le cerimonie in uso presso di voi; e d'altra parte noi a cui sono estranei i Sabati giudaici, i noviluni e i giorni festivi, pure una volta cari a Dio, frequenteremo poi i Saturnali, le feste alle Calende di Gennaio, all'inizio dell'inverno e le Matronali? (36) Oh! migliore assai il senso di fede dei pagani di quella che non dimostrino i cristiani in ogni cerimonia solenne: per quanto i pagani conoscano queste nostre feste, non si unirebbero con noi né nelle Domeniche né nella Pentecoste: essi temerebbero di essere scambiati per cristiani e noi invece non temiamo d'esser presi per pagani.

Vuoi tu indulgere in qualche cosa alla ricreazione del corpo? non hai mica un giorno festivo solo, ma più: per i pagani le singole feste ricorrono una sola volta all'anno, ma per te, o Cristiano, il giorno festivo giunge ogni otto giorni. Unisci pure tutti i giorni festivi dei pagani; fanne esattamente il calcolo; non arrivano al numero dei giorni della Pentecoste (37).

CAPITOLO XV.

Perché festa di luci e di frondi sulle facciate delle case nel giorno natalizio degli Imperatori? non è questa forse idolatria?

Gesù disse: (38) risplendano le opere vostre; ma ora sono le botteghe nostre, le porte delle case, che rifulgono di luci : sono ormai più numerose le porte delle case pagane senza ornamento di lucerne, di quel che non siano le abitazioni dei cristiani. Che ne dici dunque di questa pompa? Se è atto di onore ad un idolo, è evidente che siamo in piena colpa d'idolatria; se questo atto di ossequio si presta ad un uomo, riflettiamo che ogni specie d'idolatria risale appunto all'idea e al culto dell'uomo, perché null'altro che uomini furono gli Dei pagani; e questo è chiaro: niente pertanto importa se questi riti superstiziosi si celebrino per uomini di questa età o per appartenenti alle passate: l'idolatria non è condannata per le persone che vi possono essere implicate, ma per tutte quelle cerimonie che riguardano solo potenze demoniache. Si dirà : ma bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare.... ma molto a proposito Gesù aggiunge:... e a Dio quel che è di Dio. E che cosa è che appartiene a Cesare? evidentemente, quello di cui allora si diceva; se si dovesse a Cesare pagare il dovuto tributo o no: e il Signo-re volle che gli fosse mostrata la moneta e domandò di chi fosse l'immagine in essa rappresentata: e avendo sentito dire che era di Cesare; rendete dunque, disse, quel che è di Cesare a Cesare... e quel che è di Dio, a Dio; e quindi a Cesare l'immagine di Cesare che era rappresentata nella moneta e l'immagine del Dio, che sta nell'uomo, a Dio; così che tu dovessi rendere a Cesare il denaro, e a Dio dare te stesso, che sei evidentemente l'immagine di lui. Altrimenti che cosa resterà a Dio, se tutto sarà di Cesare? Però tu mi potresti dire: ma gli onori da tributarsi a Dio stanno proprio nelle luci che si pongono sulle nostre porte, o negli ornamenti di lauro? Non questo, intendo dire, nei riguardi degli onori da prestare al Signore; ma penso che colui che è fatto segno a tali atti di ossequio (almeno per quello che appare manifesto, senza considerare, magari, l'intima intenzione, che rimane occulta), si deve riallacciare alle avverse potenze del male.

Possiamo essere sicuri, benché alcuni lo ignorino, essendo privi di qualsiasi cultura pagana, che presso i Romani esistono gli Dei delle porte, ad esempio, dai cardini, una divinità era detta Cardea, dalla voce latina fores; si ebbe un Dio, Forcolo; dal limitare della porta si ebbe Limentino e dalla parola ianua, porta, avemmo Giano: e per quanto sappiamo che tali nomi sono vani e finti, quando poi essi si portano nel campo della credenda religiosa, vengono a significare potenze nemiche, demoniache, spiriti impuri, fissati a questo significato da sacri riti. 1 demoni non hanno singolarmente speciali nomi, ma trovano il loro nome dal carattere che essi rivestono : anche presso i Greci troviamo un Apollo Tireo e conosciamo potenze demoniache dette Anteli che avevano m custodia e protezione le porte (39). Lo spirito Santo, prevedendo fin da principio queste cose, per bocca dell'antichissimo profeta Enoch, predisse che anche le porte sarebbero state considerate come aventi carattere di superstizione. Anche le porte dei bagni le vediamo considerate sotto un carattere religioso: se dunque le porte, in certo modo, sono consacrate agli idoli, anche le lucerne e l'alloro che ad esse si appongono apparterranno agli idoli stessi: quello che farai alla porta, lo farai nello stesso tempo alle potenze idolatre. A questo punto voglio confermare quel che ho detto, con l'autorità di Dio medesimo, perché non è cosa ben fatta tener nascosto quello che è stato mostrato per insegnamento di tutti. So che uno dei fratelli nostri fu colpito da un grave castigo m quella notte stessa, nella quale i suoi servi avevano adornato e infiorato la sua porta per l'annunzio improvviso di un lieto avvenimento. Eppure non l'aveva adornata lui, e non aveva ordinato che così fosse fatto: egli era uscito di casa prima e, tornandovi, trovò che a sua insaputa tutto era stato fatto: così, in materia di una tale disciplina, Iddio fa caso a come agiscono anche coloro che sono al servizio nostro. Per quel che riguarda gli onori da tributarsi ai re o agli imperatori, noi abbiamo dei precetti bene espliciti: bisogna che nei nostri atti di os-sequio, seguiamo la linea di condotta indicataci dall'Apostolo (40), cioè che noi dobbiamo prestare rispetto e obbedienza ai magistrati, ad uomini influenti e che rivestono pubblici poteri; ma entro i limiti di quella dottrina che ci tiene ben separati dalla Idolatria. Proprio, secondo questo principio, abbiamo quell'esempio accaduto tanto prima d'ora, di quei tre fratelli che, pure avendo prestato il loro ossequio al re Nabuccodonosor, si rifiutarono però con ogni energia di adorare la sua immagine, riconoscendo che era segno d'idolatria tutto ciò che oltrepassa il limite dell'onor umano e attinge il carattere del divino. Così Daniele, essendo pur soggetto a Dario in tutto, pure si mantenne in questo atteggiamento di sottomissione, solo, finché capì di non correre pericolo d'infrangere il principio della sua credenza, e pur di non incappare in tale colpa, non temé la minaccia delle regali fiere, più che quelli su ricordati, non temessero il tormento delle fiamme. Attizzino la fiamma nelle lucerne, ogni giorno, coloro che non sono illuminati da luce di fede; attacchino alle porte rami di lauro e fronde di lauro destinati fra breve alle fiamme, coloro che attendono l'eterna pena del fuoco. È a loro che sta bene ciò che si riallaccia all'idea delle tenebre e quanto può essere visione dei castighi futuri. Tu, o cristiano, sei la luce del Mondo ed albero sempre verde: se tu hai saputo allontanarti dai templi delle false divinità, non rendere tempio sacrilego la porta di casa tua; ma ho detto ancora poco: hai saputo allontanarti dai luoghi di corruzione e di ogni bruttura? ebbene, non volere che la tua casa assomigli ad un luogo d'infamia e di vergogna (41).

CAPITOLO XVI.

Ai Cristiani si può permettere di frequentare le pubbliche e le private radunanze dei pagani.

Per quello che riguarda poi la frequenza delle adunanze pubbliche e private, di certe cerimonie, come quella inerente al rivestimento della toga virile o tutto quanto interessa i riti nuziali, o l'imposizione del nome, ai fanciulli (42), io penso che non si debba affatto preoccuparsi del pericolo di cadere nella colpa d'idolatria, Bisogna considerare quale sia la causa per la quale si prende parte al compimento di tali riti: io mi penso che m sé stesse quelle cerimonie non abbiano alcunché di peccaminoso: l'abito virile, la promessa di fede matrimoniale, colla consegna dell'anello, le nozze stesse, non sono affatto congiunti con qualcosa d'idolatria: non trovo che da parte della divinità si possa condannare un dato modo di vestirsi, salvo il caso di vedere in un uomo un abito da donna. Sia maledetto, Egli disse, chiunque indosserà vesti femminili: (43) la toga poi, col suo nome stesso virile, dice di esser propria dell'uomo, evidentemente; ed anche le nozze, Iddio è ben lontano da proibire di celebrarle, come pure l'imporre i nomi. Ma si potrebbe obbiettare: di queste cerimonie fanno parte i sacrifici: ma, se sono stato invitato ad intervenire, basta che la mia presenza non abbia affatto a che fare col sacrificio e non si manifesti in alcun modo la mia attività, che impedimento vi può essere o che colpa può rappresentare? Volesse il cielo che noi avessimo la facoltà di non vedere, quanto è nefasto a compiersi: ma dal momento che l'idolatria ha colmato il mondo di tanti mali, sarà pur lecito prender parte ad alcuni riti, che, se non altro, fanno noi come ossequiosi piuttosto verso gli uomini, che verso gli idoli. Certamente io, invitato, non anderò ad un rito sacerdotale o al compimento di un sacrificio, poiché sarebbe questo proprio un atto di ossequio prestato ad un idolo, e non vi darò l'opera mia, né col consiglio, né colla spesa, né in qualsiasi altro modo. Se, chiamato, infatti, io assistessi, e mi interessassi a un sacrificio, io prenderei parte a qualcosa che tocca la idolatria; ma se, per un'altra ragione qualunque, io mi unirò ad uno che compie un sacrificio, io sarò un semplice spettatore del sacrificio stesso.

CAPITOLO XVII.

E qual'è il modo di comportarsi cogli idolatri, per non incappare nella colpa della quale essi sono macchiati?

I servi poi o liberti, seguaci della religione cristiana, come si potrebbe dire che compiano qualcosa di colpevole, e così pure, coloro che accompagnano ed aiutano i loro signori nelle cerimonie sacrificali? od anche chi sta vicino ai loro padroni o a chi, comunque, esercita su di essi, autorità e dominio? Ma s'intende d'altra parte, che se taluno avrà consegnato del vino a chi compie sacrificio, o magari, se pronunziasse qualche formula inerente al sacrificio stesso, non vi può esser dubbio che, in tal caso, dovrà essere giudicato come ministro di culto idolatra. Secondo lale regola noi possiamo prestare il nostro servigio a chi è rivestito di pubbliche cariche ed esercita pubblici poteri, perfettamente come fecero i patriarchi e i nostri maggiori che assisterono a principi idolatri, finché non ebbero compiuto interamente i loro sacrifici. Di qui, sorge una quistione che può esser formulata così: se un servo del Signore, che rivesta qualche grado di pubblica autorità od occupi alcuna carica, possa sfuggire ad ogni accusa o macchia di idolatria o per qualche favore speciale o usando di una certa abilità; proprio come è il caso di Giuseppe e Daniele che esercitarono pubbliche cariche ed ebbero onori con tutte l'insegne dovute al loro grado, l'uno in tutto l'Egitto, l'altro in Babilonia. Ma ammettiamo pure che ad uno possa succedere questo; che in una onorifica carica, agisca solo di nome, in quanto tale ufficio rivesta, ma che all'atto pratico non sacrifichi, e non presti la sua autorità in qualche modo a cerimonie di rito, non appalti le vittime, non pensi alla cura dei templi, non s'occupi di procurare ad essi rendite, non appresti spettacoli né colle sue ricchezze private, né colle pubbliche rendite; non presieda agli spettacoli che si devono fare; non pronunzi costui nessuna solenne formula di rito, non edica nessun bando, non faccia giuramento; ammetiamo dico, che nei riguardi della facoltà a lui aggiudicata, non condanni alcuno alla pena capitale e neppure ad una condanna infamante (pazienza per una multa in denaro!); non pronunzi dunque costui alcun giudizio né giustamente né ingiustamente: non faccia legare nessuno, nessuno sia da lui gettato nel carcere, nessuno sia straziato dai tormenti: ma tutto ciò è proprio possibile che si verifichi?

CAPITOLO XVIII.

Non ci possono essere ragioni, a giustificazione di pomposità e di sfarzi, che i Cristiani debbono senz'altro condannare.

Ora ormai bisognerà trattare e considerare del modo di vestirsi, e di ornarsi: ognuno ha il suo abito tanto per l'uso quotidiano, quanto nei riguardi della posizione che ricopre. Quindi le vesti di porpora e i diademi d'oro, di cui si rivestivano e con cui si ricingevano il capo, presso gli Egiziani e i Babilonesi, costituivano segni di dignità e d'onore, come sarebbero presso di noi le toghe preteste, le trabee, le vesti palmate, le corone d'oro dei sacerdoti delle provincie, ma non però rivestivano lo stesso carattere: a titolo d'onore infatti venivano date quelle distinzioni a coloro che meritavano la familiarità dei re: e infatti dalla porpora che indossavano, si chiamavano porporati del re, come presso di noi si dicono candidati coloro che indossano la toga candida; ma quella magnificenza della veste, non era inerente proprio alla loro funzione di sacerdoti o alle cerimonie che si andavano compiendo agli idoli. Se così fosse stato, uomini di tanta santità e di tanta fermezza di fede, avrebbero deposto senza altro le vesti, che avrebbero contenuto qualcosa d'impuro e sarebbe risultato chiaro che Daniele non era aflatto in servigio degli idoli e non aveva culto né per Bele né per il dragone, come molto tempo dopo apparve manifesto (44). La veste purpurea dunque, presso quelle popolazioni barbare, era, non tanto segno di dignità di carica, quanto di nobiltà. Giuseppe era stato servo, Daniele, che per la sua prigionia, aveva mutato stato, conseguirono l'onore della cittadinanza Babilonese ed Egiziana, e per mezzo di quella veste si dimostrarono appunto di antica nobile e straniera famiglia: nello stesso modo, presso di noi, si potrà al Cristiano permettere l'uso della toga pretesta quale è appunto in uso presso i fanciulli e così pure la stola, quale è usata dalle fanciulle; ma questa non può essere segno di dignità ricoperte, ma solo di nobiltà di nascita: indice di stirpe, non di onore; di classe, di ordine, non di superstiziosa credenza. Ma io potrei osservare che la porpora e tutte le altre insegne di dignità e di potenza, fin dal loro principio sono in servigio della idolatria: hanno in loro stesse la macchia della profanazione: le pubbliche cariche sono venute in un secondo momento, ma dapprima e le preteste e le trabee, e i laticlavi e i fasci e le verghe (45) erano i rivestimenti e gli ornamenti e i simboli di potenza per gli idoli; ed era giusto del resto: i demoni sono i magistrati del secolo e però usano le insegne, i fasci e le porpore del loro collegio. Che troverai di guadagno tu, qualora dunque ti servirai di quei travestimenti e di quelle insegne, anche se tu non farai nulla di quel che fanno costoro? Nessuno che rivesta cose impure può apparir puro: se tu rivesti una tunica che è di per sé stessa macchiata; va bene che tu non abbia avuto parte alcuna nell'averla insudiciata, ma che tu possa sembrar pulito, quando tu l'abbia indossata, non sarà mai. Che cosa è dunque quello che mi vieni dicendo di Giuseppe e di Daniele? Non sempre sappi, si possono mettere a confronto le cose antiche colle recenti, le rozze e semplici colle elaborate e perfette; ciò che appena è cominciato con quello ormai compiuto e chiarissimo; le cose servili, con le liberali. Costoro erano in una condizione di servitù; ma tu, invece non sei servo di alcuno, in quanto lo sei soltanto di Cristo, il quale ti liberò per altro da ogni forma di schiavitù del mondo, e perciò devi seguire la linea di condotta che ti è stata indicata dal tuo Signore. Il Signore fu in tutta umiltà, ed abbandono: casa propria non ebbe: Egli disse: (46) il figliuolo deiruomo non ha dove riposare la sua testa: il suo vestire fu rozzo; e non infatti avrebbe detto: (47) ecco: coloro che si ricoprono di vesti fini ed eleganti sono nelle case dei re. Fu dimesso ed umilissimo nell'aspetto, come aveva pur detto Isaia (48). Non esercitò mai, neppure sui suoi discepoli atto alcuno di autorità e di potenza; anzi si adattò a servigi bassi ed umilianti (49); se pur consapevole di sua sovranità, non volle mai esser fatto re, dette ai suoi seguaci la linea da seguire, dal momento che egli allontanò da sé ogni grandezza, ogni luce di dominio e di gloria terrena. E chi mai, più che il figlio di Dio, avrebbe potuto usare e cingersi d'ogni simbolo di grandezza? quanti fasci avrebbe potuto far portare ed innalzare davanti a lui? e come bene sulle sue spalle avrebbe fatto risalto lo splendore della porpora? e quale fulgore avrebbe avuto l'oro sulla sua testa, se la gloria di questo mondo egli non l'avesse giudicata estranea a sé e ai suoi seguaci?

Chiaramente allontanò da Lui tutto ciò che Egli non volle riconoscere; e ciò che condannò, lo giudicò evidentemente dominio e possesso del demonio: non avrebbe infatti Iddio condannato, se non ciò che non era suo; e, d'altra parte, quelle cose che non appartengono a Dio, non possono essere che del demonio. Se tu detestasti appunto, ogni manifestazione del demonio, sappi bene che è Idolatria qualunque cosa che da essa tu potessi arrogarti. Questo tu abbia per ammonimento, che non solo ogni dignità, potenza e splendore mondano è lontano e alieno da Dio, ma è a Lui chiaramente nemico; è in forza delle grandezze e potenze del mondo che si stabiliscono tormenti e supplizi, contro i servi di Dio, senza sapere poi quali pene siano preparate da Dio per gli empi e i sacrileghi. Ma ammettiamo che la nobiltà della tua nascita e le ricchezze di cui disponi ti siano quasi d'impedimento a combattere certe forme di idolatria; in ogni modo, per evitare ciò, rimedi non ne possono mancare, ed anche se ti dovessero venire a mancare, almeno uno rimarrà sicuramente: la piena consapevolezza che maggiormente felice sarai in cielo. che sulla terra, quando ti troverai insignito colà di qualche titolo d'onore.

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