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CAPO 35

Alle solennità in onore dei Cesari non prendono parte i Cristiani, perché si svolgono in forma scostumata e immorale. Del resto assai discutibile è la sincerità e la fedeltà di coloro che vi prendono parte.

1. Dunque per questo sono i Cristiani nemici pubblici, perché néonori vani, né menzogneri, né sconsiderati agl'imperatori dedicano; perché uomini di una religione vera, anche le solennità di quelli con omaggio interiore celebrano piuttosto che con la sfrenatezza. 2. Grande omaggio, si capisce, trarre in pubblico fornelli e divani, banchettare per quartieri, trasfigurare la città dandole l'aspetto di un'osteria, far rapprendere il fango col vino, scorrazzare in bande per abbandonarsi alle ingiurie, alla sfrontatezza, ai divertimenti libidinosi. Così la publica gioia col disonore pubblico si esprime? Ai giorni solenni dei principi si conviene quello che agli altri giorni non si conviene? 3. Quelli che la disciplina per riguardo a Cesare osservano, per causa di Cesare la violeranno? E la licenza del mal costume sarà pietà? E l'occasione di abbandonarsi alla lussuria si reputerà religione? 4. O noi meritamente degni di condanna! Perché infatti i voti e le dimostrazioni di allegrezza riguardanti i Cesari, casti e sobrii e probi compiamo? Perché in un giorno di allegrezza gli usci con allori non adombriamo, né il giorno con lampade superiamo? è cosa onorevole, quando una solennità publica lo esige, la tua casa rivestire del sembiante di un nuovo lupanare?. 5. Tuttavia anche nel campo di questa religione riguardante la seconda maestà, a proposito della quale di un secondo sacrilegio accusati veniamo noi Cristiani, perché insieme con voi le solennità dei Cesari non celebriamo in un modo che né la modestia né la verecondia né la pudicizia permettono di celebrare, alla cui celebrazione vi induce l'occasione di abbandonarvi alle voluttà, più che un giusto motivo: anche, dico, in questo campo provare vorrei la vostra sincerità e verità, se alle volte anche costi non si facciano cogliere come peggiori dei Cristiani coloro, che non vogliono che noi siamo ritenuti Romani, ma nemici dei principi romani. 6. Chiamo in causa proprio i Quiriti, proprio la plebe indigena dei sette colli, e domando se vi è un Cesare, cui quella loro lingua romana risparmi. N'è testimonio il Tevere e la scuola dei bestiarii. 7. Certo se la natura i petti di una qualche materia diafana ricoperto avesse, in modo da lasciar trasparire l'interno, si troverebbe egli un uomo, i cui precordi non presentassero scolpita la scena di un sempre nuovo Cesare, nell'atto di procedere alla distribuzione del congiario, anche proprio in quell'ora in cui acclamano: 'A te gli anni accresca, dai nostri togliendoli, Giove'?. Queste parole il Cristiano pronunciare non sa, al modo stesso che non sa il desiderio esprimere di un nuovo Cesare. 8. 'Ma si tratta del volgo' - dici. - Si, del volgo, tuttavia di Romani: né più accaniti accusatori dei Cristiani vi sono del volgo. Certo gli altri ordini, data la loro posizione elevata, sono religiosi sinceramente: nessun soffio di ostilità dalla parte proprio del senato, dei cavalieri, del campo, del palazzo stesso! 9. Onde i Cassii e i Negri e gli Albini? Onde coloro che fra i due laureti assediano Cesare?. Onde coloro che nell'arte della palestra si esercitano, comprimendogli la gola?. Onde coloro che armati nel palazzo irrompono più audaci di tanti Sigerii e Partenii?. Provengono dai Romani, se non m'inganno, vale a dire, dai non cristiani. 10. Che anzi costoro tutti, mentre la loro empietà era presso a prorompere, il rito sacro celebravano per la salute dell'imperatore, e per il suo Genio giuravano, altri palesemente, ben altri dentro di sé; e naturalmente ai Cristiani il nome davano di nemici pubblici. 11. Ma anche coloro che ora, tutti i giorni, complici o fautori si scoprono di partiti scelerati - raccolta di grappoli superstiti di una vendemmia di parricidi - di che freschissimi e ramosissimi allori gli usci adornavano, di che altissime e lucentissime lampade i vestiboli annuvolavano, con che elegantissimi e sontuosissimi divani lo spazio del foro si dividevano, non per celebrare il pubblico gaudio, ma per apprendere, in occasione di una festività altrui, voti pubblici diretti a sé, e inaugurare l'esempio e l'immagine che era nelle loro speranze, mutando in loro cuore il nome del principe. 12. Omaggi dello stesso genere pagano coloro che astrologhi e aruspici e àuguri e maghi consultano su la vita dei Cesari: le quali arti, perché dagli angeli disertori insegnate e da Dio proibite, i Cristiani non adoperano nemmeno quando si tratta di interessi loro. 13. Chi poi di scrutare ha bisogno intorno alla conservazione di Cesare, se non colui che qualche cosa contro di essa ha in mente o desidera, o spera e si attende quando essa sia venuta meno? Ché non con la stessa intenzione si fanno consultazioni circa i propri cari e circa i propri signori. Altrimenti sollecita è la preoccupazione del sangue, altrimenti quella della servitù.

CAPO 36

La lealtà e l'amore per gl'imperatori non consiste nelle vostre, spesso false, dimostrazioni. Noi amiamo veramente e rispettiamo gl'imperatori: verso di loro abbiamo gli stessi doveri che verso il nostro prossimo.

1. Se le cose stanno così, cioè, che si scoprono dei nemici che si chiamano Romani, perché si nega che noi, che nemici siamo ritenuti, si sia Romani? Non possiamo essere noi Romani e, al tempo stesso, nemici, dal momento che si scoprono dei nemici, che sono ritenuti Romani?

2. In verità la pietà e la religione e la fedeltà dovuta agl'imperatori non in codesti ossequi consiste, dei quali anche i nemici possono servirsi per nascondere piuttosto se stessi; ma in quei costumi, con i quali la divinità a noi ordina di manifestarla tanto sinceramente, quanto, com'è necessario, verso tutti. 3. Ché codesti tratti di animo affezionato noi non li dobbiamo ai soli imperatori. Nessuna differenza fra le persone facciamo noi nel compiere un buon ufficio, perché lo prestiamo a noi stessi, che non la retribuzione di lode o di ricompensa da un uomo cerchiamo, ma da Dio, che pondera e rimunera la bontà, imparziale. 4. Noi siamo per l'imperatore gli stessi che per i nostri prossimi. Ché voler male, far male, dir male, pensar male di chi che sia a noi è ugualmente vietato. Tutto ciò che nei riguardi dell'imperatore non lice, nei riguardi non lice di nessuno; e quello che non lice nei riguardi di nessuno, tanto meno, forse, nei riguardi di colui lice, che grazie a Dio è tanto grande.

CAPO 37

Ingiuste sono la persecuzioni contro di noi, su cui nulla avete da riprendere; e di cui avreste ben da temere, se volessimo vendicarci.

Se, come sopra si è detto, l'ordine abbiamo di amare i nemici, chi possiamo odiare? Del pari se, offesi, di rendere il contracambio ci è vietato, per non essere di fatto pari ai nostri offensori, chi possiamo offendere? 2. Riconoscetelo infatti voi da codesto. Quante volte infatti contro i Cristiani non infierite, parte per animosità vostra, parte in obbedienza alle leggi! Quante volte, anche, indipendentemente da voi, come fosse un suo diritto, il volgo ostile a colpi di pietra ci assale e con incendi! Con furie proprio da Baccanali nemmeno i Cristiani morti risparmiano, ma dalla requie del sepolcro, dall'asilo, per così dire, della morte, già decomposti, già non più integri li strappano, li fanno a pezzi, li disperdono. 3. E tuttavia che avete mai da riprendere sul conto di persone così unite, da ripagare, per ingiurie patite, individui così disposti fino ad affrontare la morte, quando anche sola una notte con pochi focherelli potrebbe la nostra vendetta largamente attuare, se il male con il male ricambiare fosse tra di noi permesso? Ma lunge da noi vendicare una setta divina con fiamme umane, o dolerci di patire per ciò con cui essa è provata. 4. Se infatti comportarci volessimo da nemici scoperti, non soltanto da vendicatori occulti, mancherebbe a noi la forza del numero e dei soldati? Già, più numerosi sono Mauri e Marcomanni e i Parti stessi o quante si vogliano genti, contenute tuttavia in un sol luogo, entro propri confini, che un popolo di tutto il mondo! Noi siamo di ieri, e tutto il vostro abbiamo riempito, città, isole, castelli, municipi, borgate, gli accampamenti stessi, tribù, decurie, il Palazzo, il Senato, il foro: solo i templi vi abbiamo lasciato. 5. A qual guerra non saremmo stati preparati e pronti, anche se impari per numero di soldati, noi che così volentieri trucidare ci lasciamo, se tra gli appartenenti a questa setta non fosse lecito piuttosto farsi uccidere, che uccidere? 6. Avremmo potuto anche solo inermi, senza ribellarci, ma soltanto con la nostra separazione, con l'odiosità del solo allontanamento contro di voi combattere. Se, infatti, noi, così grande numero di uomini, l'avessimo rotta con voi, in qualche angolo lontano del mondo ritirandoci, la perdita di tanti cittadini, quali che siano, avrebbe indubbiamente coperto di rossore voi, dominatori: anzi anche col solo fatto di avervi abbandonati, vi avrebbe puniti. 7 Non v'è dubbio: avreste di fronte alla vostra solitudine paventato, di fronte al silenzio delle cose, allo stupore, per così dire, del mondo quasi colto dalla morte; avreste cercato a chi comandare: più nemici che cittadini sarebbero a voi rimasti. 8. Ora infatti avete un numero di nemici minore per causa della moltitudine dei Cristiani, quasi tutti cittadini; ma, pur avendo in quasi tutti i Cristiani dei cittadini, nemici del genere umano avete preferito chiamarli, piuttosto che dell'umano errore. 9. Chi, inoltre, voi a quei nemici occulti e incessanti devastatori delle vostre menti e della vostra salute strapperebbe, voglio dire dagli assalti dei demoni, che noi scacciamo da voi senza premio, senza compenso? Sarebbe bastato solo questo alla nostra vendetta, che rimaneste quind'innanzi, libero possesso, alla mercè degli spiriti immondi. 10. Eppure, senza pensare a compensarci per così grande difesa, noi, gente non solo non molesta a voi, ma anzi necessaria, avete preferito giudicarci nemici, noi, che effettivamente nemici siamo, non tuttavia del genere umano, ma piuttosto dell'errore umano.

CAPO 38

I Cristiani non costituiscono una setta pericolosa all'ordine pubblico. E se si astengono dai vostri spettacoli, lo fanno perché li ritengono immorali.

1. Pertanto nemmeno - provvedimento un po' meno severo - si dovrebbe considerarla tra le fazioni vietate codesta setta, da cui nulla si commette di quello che da parte delle fazioni vietate temere si suole. 2. Se non m'inganno, infatti, la causa del divieto delle fazioni dalla preoccupazione risulta dell'ordine pubblico, per impedire che la città in partiti si scindesse, cosa che facilmente avrebbe i comizi turbato, le adunanze, le curie, le concioni, gli spettacoli anche, sotto la spinta di passioni contrastanti, quando già gli uomini a trarre un guadagno avevano cominciato dall'uso della loro violenza, vendendosi e facendosi pagare. 3. Ma per noi, cui ogni brama di onori e di gloria lascia freddi, non v'è di conventicole necessità alcuna; e nulla è più alieno che la cosa publica. Una sola republica di tutti noi riconosciamo, l'universo. 4. Del pari dai vostri spettacoli ci asteniamo, in quanto ci asteniamo dalle loro origini, che derivate sappiamo da superstizioni, mentre estranei siamo anche ai fatti stessi che vi si compiono. Nulla abbiamo che dire, vedere, udire con la follia del circo, con l'oscenità del teatro, con l'atrocità dell'arena, con la futilità del xisto. 5. In che vi offendiamo, se piaceri diversi presumiamo? Se saperne non vogliamo di divertirci, il danno è, se mai, nostro, non vostro. 'Ma noi riproviamo quello che piace a voi'. - Nemmeno a voi piacciono le cose nostre. Ma fu ben lecito agli Epicurei di stabilire una voluttà verace, vale a dire la tranquillità dello spirito.

CAPO 39

Di che genere sono le riunioni e le attivittà dei Cristiani: preghiere, lettura della Santa Scrittura, giudizi, contribuzione volontaria per aiutare i bisognosi, atti di amore fraterno, pasti innocenti in comune.

1. Ed ora esporrò io stesso l'attività della fazione cristiana, affinché, dopo averne confutato quella trista, ne dimostri quella buona. Siamo una corporazione, che ha per base la consapevolezza di una religione comune e l'unità di una disciplina comune e il patto di una speranza comune. 2. Ci raccogliamo in adunanze e riunioni, per circondare, pregando, Dio con le suppliche, come con un manipolo serrato. Questa violenza è a Dio gradita. Preghiamo anche per gl'imperatori, per i loro ministri e magistrati, per la stabilità del mondo, per la tranquillità della vita, per la dilazione della fine. 3. Ci raccogliamo per la lettura della Scrittura divina, se qualche caratteristica del tempo presente a preannunziare c'induce un fatto o a riconoscerne il compimento. Almeno con le parole sante la fede nutriamo, la speranza confortiamo, la fiducia consolidiamo, serriamo la disciplina non foss'altro inculcandone i precetti. Ivi stesso anche hanno luogo esortazioni, correzioni e punizioni in nome di Dio. 4. E invero vi si giudica con grande ponderatezza, come tra persone che di trovarsi sono certe al cospetto di Dio; ed è una ben grave anticipazione del giudizio futuro, se uno colpevole siasi reso al punto da essere dalla comunione della preghiera allontanato e delle riunioni e di ogni santa relazione. Presiedono i più anziani, tutti approvati, che codesta carica non pagando hanno conseguito, ma testimonianza rendendo: ché nessuna cosa di Dio costa danaro. 5. Anche se c'è una specie di cassa, il danaro che vi si raccoglie non da contributi onorari deriva, quasi prezzo d'acquisto della carica religiosa. Ognuno versa una monetuzza in un giorno del mese, o quando vuole e soltanto se vuole e soltanto se può. Ché nessuno vi è costretto, ma il contributo è spontaneo. Sono questi, per così dire, i depositi della pietà. 6. E invero non per provvedere a banchetti vi si attinge, né a bicchierate, né a gozzoviglie oltre il desiderio spinte: ma per nutrire i poveri e seppellirli, per nutrire i fanciulli e le fanciulle rimasti privi di mezzi e di genitori, anche i servitori vecchi e, del pari, i naufraghi e quelli che, nelle miniere condannati o nelle isole o nelle prigioni soltanto per appartenere alla setta di Dio, pupilli diventano della religione da loro confessata. 7. Ma è particolarmente la pratica di una dilezione di tal genere che fra certa gente il noto biasimo ci procura. 'Vedi - dicono - come si amano tra loro (essi, infatti, fra loro si odiano), e come sono pronti a morire l'uno per l'altro (essi, infatti, ad ammazzarsi tra loro sono più pronti)'. 8. Ma anche per il fatto che ci chiamiamo fratelli, non per altro motivo, penso, perdono la testa, se non perché tra di essi ogni termine di consanguineità, quanto all'affetto è una finzione. Inoltre anche fratelli vostri siamo noi, per legge di natura, unica madre, se pur voi siete troppo poco uomini, perché tristi fratelli. 9. Ma quanto più degnamente fratelli si dicono e si ritengono coloro, che un unico Dio hanno come padre riconosciuto, che a un unico spirito di santità si sono abbeverati, che da un unico grembo della medesima ignoranza, con un pauroso stupore, a un'unica luce emersero di verità. 10. Ma forse per questo siamo fratelli meno legittimi ritenuti, perché nessuna tragedia su l'argomento della nostra fraternità declama, o perché fratelli siamo quanto alle sostanze familiari, che tra di voi di solito i fratelli dividono. 11. Perciò noi, che siamo nell'animo e nella vita uniti, a mettere in comune le sostanze non esitiamo. Tutto è tra noi indiviso, tranne le mogli. 12. In codesto punto sciogliamo la comunanza, nel quale soltanto gli altri uomini la comunanza praticano, essi che, non solo le mogli degli amici si appropriano, ma anche le proprie con tutta sopportazione a disposizione di quelli mettono: in conformità, credo, a quella disciplina dei maggiori e de' più grandi filosofi, del greco Socrate e del romano Catone, che le proprie mogli in comune misero con gli amici, le quali avevano essi sposate per mettere al mondo figli anche in casa altrui. 13. E forse non contro il volere di queste. Che preoccupazione, infatti, potevano esse avere della loro castità, della quale i mariti avevano così facilmente fatto dono ad altri? O esempio di attica saggezza, di romana gravità! Un filosofo e un censore diventano mezzani. 14. Qual meraviglia, pertanto, se un tanto amore col mangiare insieme si esprime? Ché anche i nostri poveri pranzi, oltre che per infami delitti, voi anche per le loro prodigalità condannate. Si capisce: a noi si riferisce il detto di Diogene: "I Megaresi banchettano come se dovessero morir domani, e invece costruiscono, come se non dovessero morire mai ". Sennonché ognuno più facilmente la pagliuzza vede nell'occhio altrui, che la trave nel proprio. 15. In seguito ai rutti di tante tribù e curie e decurie l'aria si corrompe; quando i Salii devono un pranzo celebrare, sarà necessario un creditore; le spese per le decime di Ercole e i relativi banchetti calcolarle dovranno dei computisti; per le Apaturie, le feste dionisiache, i misteri attici una leva s'indice di cuochi; al fumo del banchetto in onore di Serapide dovranno essere messi in allarme i pompieri: solo intorno al pasto dei Cristiani si trova a ridire. 16. Il nostro pranzo rende ragione di sè dal suo nome: si chiama con un termine, che in greco vale 'amore'. Per quanto grandi siano le spese che costa, è guadagno fare una spesa in nome della pietà, ché tutti i bisognosi aiutiamo con questo ristoro; non al modo con cui tra voi i parasiti alla gloria aspirano di asservire la loro libertà, a condizione di rimpinzarsi la pancia sotto gl'insulti; ma al modo che davanti a Dio è maggiore il riguardo per gli umili. 17. Se onesto è del banchetto il motivo, dal motivo il rimanente ordine apprezzate che lo disciplina. Derivando da un dovere religioso, nessuna bassezza ammette, nessuna intemperanza. Non ci si siede a tavola prima di pregustare una preghiera a Dio; si mangia quanto la fame ne cape; si beve quanto a persona sobria è utile. 18. Così ci si sazia, come persone che di dover adorare Dio si ricordano anche durante la notte; così si conversa, come chi sa che il Signore le ascolta. Dopo data l'acqua alle mani e accesi i lumi, secondo che uno si sente di farlo, a cantare qualche cosa in onore di Dio è invitato nel mezzo, attingendola dalla Scrittura santa o dal proprio ingegno: di qui in qual misura ha bevuto si ha la prova. Ugualmente una preghiera i convitati discioglie. 19. Di là ci si diparte non per costituire caterve di assassini, né schiere di vagabondi, né per abbandonarci alla sfrenatezza, ma per continuare la stessa cura della modestia e della pudicizia, come quelli che hanno pranzato non tanto un pranzo, quanto un insegnamento. Codesta adunata di Cristiani è certo meritamente illecita, se è pari alle cose illecite; meritamente da condannarsi, se ci si lagna di essa allo stesso titolo che delle conventicole. 20. Per la rovina di chi ci aduniamo qualche volta? Adunati quello stesso siamo che separati; tutti insieme quello stesso che singoli, nessuno offendendo, nessuno contristando. Quando persone si adunano oneste, buone, quando persone si riuniscono pie, caste, non è il caso di parlare di fazione, ma di assemblea.

CAPO 40

Non i Cristiani sono la causa delle disgrazie e dei disastri che incolgono i Pagani. Quanti di questi non si contano prima ancora che i Cristiani esistessero! Se mai, ora i disastri sono più rari e meno gravi, in quanto i Cristiani il vero Dio pregano e presso lui intercedono, mentre voi fate ricorso agli dei falsi.

1. Per contro a quelli si deve attribuire il nome di fazione, i quali, per suscitare l'odio contro persone buone e oneste cospirano, che contro il sangue d'innocenti gridano, a giustificazione del loro odio pretestando, invero, anche quella futile opinione, per cui stimano che per ogni publica calamità, per ogni disgrazia popolare siano in causa i Cristiani. 2. Se il Tevere fino alle mura sale, se il Nilo fino ai campi non cresce, se il cielo si arresta, se la terra si scuote, se c'è la fame, la peste, subito 'I Cristiani al leone!' - si grida. Tanta gente a un solo leone? 3. Io vi domando: prima di Tiberio, vale a dire, prima della venuta di Cristo, quante calamità le città del mondo non devastarono! Si legge che le isole di Iera, Anafe e Delo e Rodi e Cos scomparvero negli abissi con molte migliaia di uomini. 4. Anche Platone ricorda che una terra, maggiore dell'Asia e dell'Africa, fu dal mare Atlantico strappata. Ma anche il mare di Corinto fu da un terremoto assorbito; e la violenza delle onde la Lucania distaccò e rimosse col nome di Sicilia. Tutto ciò accadere senza danno degli abitanti certo non poté. 5. Ma dov'erano allora, non dirò i Cristiani, dei vostri dei spregiatori, ma gli stessi vostri dei, quando il diluvio il mondo tutto distrusse, oppure, come credette Platone, soltanto il piano?. 6. E invero, che quegli dei al disastro del diluvio posteriori siano, le città stesse lo attestano, in cui nacquero e morirono, quelle anche ch'essi fondarono; né infatti altrimenti sarebbero fino al dì d'oggi durate, se esse pure non fossero a quel disastro posteriori. 7. Non ancora la Palestina aveva lo sciame dei Giudei accolto, usciti dall'Egitto; né ancora si era colà il popolo stanziato, che fu della setta cristiana l'origine, quando le regioni a lui confinanti, Sodoma e Gomorra, il fuoco distrusse. Tuttora quella terra di bruciato odora; e se pur colà qualche frutto di piante appare, è un tentativo che non va oltre gli occhi: toccato, si riduce in cenere. 8. Ma nemmeno la Toscana, allora, e la Campania dei Cristiani si lagnavano, quando Volsinio il fuoco caduto dal cielo, Pompei quello disceso dal proprio monte ricoperse. Nessuno ancora in Roma il Dio vero adorava, quando Annibale a Canne la sua strage misurava, col moggio gli anelli romani raccogliendo. 9. Tutti gli dei vostri da tutti erano adorati, quando il Campidoglio stesso i Senoni avevano occupato. Per fortuna che, se avversità le città incolsero, i disastri ugualmente gli edifici e i templi colpirono: talché pure da ciò io concludo che non da essi dei i disastri derivano, perché capitarono anche ad essi. 10. Sempre il genere umano male meritò della divinità: prima, invero, come non riguardoso di essa, che pur intendendola in parte, non ricercò, ma altri dei da adorare per di più si foggiò; poi perché, il maestro dell'innocenza e il giudice e l'inquisitore della colpevolezza non ricercando, di tutti i vizi e misfatti si ricoperse. 11. Invero, se Dio ricercato avesse, ne seguiva che, una volta ricercato, l'avrebbe riconosciuto e, riconosciutolo, l'avrebbe venerato e, venerandolo, propizio più che adirato sperimentato lo avrebbe. Deve dunque sapere che il Dio anche presentemente adirato, è il medesimo che per l'addietro, sempre, prima che il nome dei Cristiani si facesse. 12. Se dei benefici di lui godeva, operati prima. che egli si foggiasse i suoi dei, perché non dovrebbe comprendere che anche i mali da Colui gli derivano, al quale non comprese appartenere quei beni? Colpevole è esso verso Colui, verso il quale è ingrato. 13. E tuttavia, se i precedenti disastri compariamo, più lievi sono quelli che accadono ora, da che il mondo da Dio i Cristiani ha ricevuto. Da allora, infatti, e persone innocenti hanno le iniquità del mondo temperato, e ad esservi cominciarono degli intercessori davanti a Dio. 14. In fine quando d'estate le nuvole le piogge sospendono e l'annata è causa di preoccupazioni, voi, pur ogni giorno ben pasciuti e pronti a rimettervi a tavola, mentre i bagni e le osterie e i postriboli sono pur sempre in attività, aquilici, vittime immolando a Giove, celebrate, al popolo processioni a piedi nudi ordinate, il cielo cercate sul Campidoglio, le nuvole attendete dai soffitti, proprio a Dio e al cielo le spalle voltando. 15. Noi, invece, disseccati per i digiuni e da ogni specie di continenza estenuati, da ogni piacere della vita allontanati, di sacco e di cenere avvolti, al cielo bussiamo con la fame, commoviamo Dio: e quando noi gli abbiamo strappata la pietà, da voi vengono resi onori a Giove.

CAPO 41

Vostra è la colpa, se disgrazie vi colpiscono, non nostra. Le quali per noi sono, in ogni caso, un salutare ammonimento.

1. Voi, dunque, di dànno siete all'umanità, voi colpevoli, delle publiche calamità provocatori sempre, tra i quali il Dio vero è disprezzato e si adorano delle statue. E invero deve ritenersi più credibile esser Lui che si adira, il quale viene disprezzato, che coloro, i quali sono venerati. Oppure sono ben ingiusti quelli, se, per cagione dei Cristiani, anche i loro cultori danneggiano, che dovrebbero dai demeriti dei Cristiani separare. 2. 'Codesto - dite - si può anche contro il vostro Dio ritorcere, se egli pure permette che, per cagione degli empi, anche i suoi adoratori siano danneggiati'. - Ascoltate prima le sue disposizioni, e non ritorcerete. 3. Egli invero, che il giudizio eterno una volta per sempre ha fissato dopo la fine del mondo, non anticipa la separazione, che è condizione del giudizio, prima della fine del mondo. Nel frattempo egli uguale si mostra nei riguardi di tutto il genere umano: benigno e severo. Ha voluto che comuni fossero i benefici agli empi, e i danni ai suoi, affinché in pari consorzio tutti e la sua bontà sperimentassero e la sua severità. 4. Poiché codesto essere così proprio da lui abbiamo appreso, ne amiamo la bontà, ne paventiamo la severità; voi, al contrario, l'una e l'altra disprezzate; e ne segue che tutti i flagelli del mondo per noi, se mai, da Dio provengono in ammonimento, per voi in castigo. 5. Sennonché noi in nessun modo n'abbiamo danno: in primo luogo perché nulla c'interessa in questo mondo, se non codesto, andarcene al più presto; in se- conda luogo, perché, se qualche avversità ci viene inflitta, alle vostre colpe va attribuita. Ma se pur qualcuna ci tocca, come vostri coabitatori, ci rallegriamo piuttosto, i divini ammonimenti riconoscendovi, confermanti, è chiaro, la fiducia e la fede nel compimento della nostra attesa. 6. Che se, invece, tutti i mali capitano a voi da quelli che venerate, per causa nostra, perché a venerare persistete dei tanto ingrati, tanto ingiusti, che aiutarvi e difendervi avrebbero piuttosto dovuto in mezzo al dolore dei Cristiani?

CAPO 42

Nemmeno meritano i Cristiani la taccia di gente inutile: essi partecipano a tutte le forme della vostra vita. Non alle festivitd pagane, si capisce. Ma di ciò nessun danno proviene a voi.

1. Ma anche per un altro titolo accusati siamo di farvi torto: anche ci si dice inutili agli affari. Come mai si dice questo di uomini, che insieme con voi vivono, a parte della stessa vita, dello stesso vestito, della stessa suppellettile, delle stesse necessità dell'esistenza? Chénon siamo i Bramani o i Gimnosofisti degli Indiani, delle selve abitatori, fuori della vita. 2. Ci ricordiamo di dover riconoscenza a Dio, Signore, Creatore; nessun frutto dell'opera sua rifiutiamo; certo ci moderiamo, per non usarne oltre misura o malamente. Perciò non senza usare del foro, del macello, dei bagni, delle botteghe, delle officine, delle stalle, dei vostri mercati e degli altri commerci, con voi coabitiamo in questo mondo. 3. Navighiamo noi pure insieme con voi e della milizia facciamo parte e la terra coltiviamo e ugualmente le mercanzie scambiamo e i prodotti delle arti e il nostro lavoro mettiamo in vendita per l'utile vostro. Come si possa sembrare inutili ai vostri affari, con i quali e dei quali viviamo, non comprendo. 4. Ma se le tue cerimonie non frequento, sono tuttavia anche in quel giorno un uomo. Non faccio il bagno al primo albore nei Saturnali, per non perdere la notte e il giorno: tuttavia faccio il bagno a un'ora conveniente e salubre, che il calore mi conservi e il sangue. Di intirizzire e di diventar pallido dopo il bagno ho la possibilità dopo morto. 5. Non banchetto in pubblico nelle feste Liberali, poiché di farlo hanno costume i bestiarii, quando compiono l'ultimo pranzo: tuttavia pranzo dove che sia, della roba tua usando. 6. Non compro una corona da pormi sul capo: che importa a te com'io dei fiori usi, che nondimeno compro? Penso che più gradito torni usarne liberi e disciolti e per ogni verso disordinati: ma pur intrecciati in corona, noi conosciamo la corona per uso delle nari; quelli che annusano per mezzo dei capelli, se la vedano loro. 7. Non conveniamo agli spettacoli: tuttavia le cose, che in quelle accolte di gente si vendono, se n'ho desiderio, più liberamente le posso comperare nei luoghi loro propri. Incenso certo non comperiamo: se le Arabie se ne lagnano, sappiano i Sabei che in maggior copia e a più caro prezzo le loro merci vengono consumate per seppellire i Cristiani, che per affumicare gli dei. 8. 'Certo - dite - ogni giorno le entrate dei templi si assottigliano: quanto pochi sono coloro che gittano ormai delle monete!' - Gli è che noi non bastiamo a dar soccorso agli uomini e agli dei vostri mendicanti, né crediamo che elargire si debba ad altri, che a quelli che domandano. In somma, stenda Giove la mano e riceva: mentre, intanto, la nostra pietà più impiega distribuendo per i vicoli, che la vostra religione nei templi. 9. Ma le altre rendite renderanno grazie ai Cristiani, che il loro debito fedelmente pagano, in quanto dal frodare l'altrui ci asteniamo: talché, se il conto si facesse di quanto va per le entrate perduto a causa della frode e delle menzogne delle vostre dichiarazioni, il conto potrebbe tornare facilmente, riscontrandosi il danno deplorato per un solo titolo, compensato dal vantaggio degli altri computi.

 

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