Clemente alessandrino: Proteptico ai Greci

CLEMENTE ALESSANDRINO

PROTREPTICO AI GRECI

Traduzione a cura di Quintino Cataudella

INTRODUZIONE

Clemente non nacque cristiano. Egli È un Convertito; ci si può domandare che cosa lo abbia Spinto alla conversione - se, come per Giustino, la superiorità della morale evangelica, o, come per Taziano, la semplicità delle Sacre Scritture. Ogni ipotesi È destinata a rimaner tale, giacché Né egli Né altri ci ha lasciato alcun accenno che possa gettar luce su quel momento decisivo della sua vita. Ma c’è un'opera di Clemente che potrebbe avere un'importanza singolare al riguardo, se considerata nella tormentata umanità ch’è nascosta sotto la costruzione polemica e la trascinante foga della vittoriosa affermazione, più che negli elementi, e nei materiali, di cui la polemica È intessuta e su cui sorge l'edificio nuovo della fede. Quest'opera, infatti, noi vogliamo parlare, com’è chiaro, del Protreptico - È un invito alla conversione: e ci si può legittimamente domandare se essa non sia, nella sua più intima essenza, il dramma di un'anima, e perciò, per noi, il documento di un'anima, che cerca Dio, e lo trova, attraverso esperienze interiori e crisi e dubbi e superamenti, nella conquistata fede di Cristo. Il fatto che egli invita a non discutere nei riguardi del problema se si debba coltivare Dio o no, alla stessa guisa che si discute quando si tratta dei piccoli problemi della vita, non vuol dire che egli sia arrivato alla fede senz'averci pensato sopra e averne discusso a lungo con se stesso: tutt'altro. Il consiglio che dà agli uomini sembra essere l'epilogo della sua esperienza di convertito. La fede innata, che egli, facendosi consigliere agli uomini, invita a interrogare, come testimone attendibile, tratto dall'intimo essere di ciascuno, È la scoperta che egli ha fatto in se stesso, dopo il fallimento di ogni anteriore esperienza di pensiero e di dubbio. Ragioni intellettuali, oltre che morali, si debbono cercare al fondo della sua conversione. Quella religione politeistica, contro la quale Clemente appunta le armi dell'ironia e dello scherno, È stata anche la sua religione; quelle pratiche dei misteri, nelle quali egli si indugia con particolare insistenza, per metterne in luce i ripugnanti particolari, sono state - tuttavia - i mezzi coi quali egli stesso ha cercato, inutilmente, la sua unione con la divinità. Quella filosofia pagana, la naturalistica, e l'altra, più vera, di Socrate e di Platone, di cui rivela, per la prima, l'errore fondamentale, per l'altra, l'insufficienza, sono state le tappe attraverso le quali egli stesso È passato nel suo graduale perfezionamento, fino al raggiungimento della suprema verità. Quelle obiezioni che egli si muove e quelle resistenze - come quella della consuetudine, contro la quale combatte lungamente - che egli polemicamente si pone innanzi, sono quelle stesse che egli ha trovato nel suo spirito, lungo il cammino verso la verità, e che ha, alla fine, superato e vinto egli stesso. Intesa così, quest'opera acquista un nuovo, particolare significato. Noi non conosciamo la data della conversione, Né se il Protreptico sia stato scritto a poca distanza di tempo da essa; certo È che l'opera sembra portar viva l'eco di esperienze passate e recenti, ed essere piena ancora dell'ardore di lotte da poco sostenute. La fiamma di un nuovo amore, nato in questa temperie di lotte e di vittoria, percorre e scalda quest'opera: quello stesso del Logos di Dio, del Signore "che compassiona, esorta, ammonisce, salva, custodisce", l'amore di chi, per dirla con Paolo, "non considera sua preda" la salvezza che egli ha raggiunto. Nessuna prova esterna vi È, che valga a precisare con sufficiente esattezza la cronologia del Protreptico; le stesse prove interne - se ve ne sono - non possono essere usate che con molta larghezza e in via di semplice ipotesi. NÉ giova il confronto con gli scritti apologetici del tempo, anch'essi, del resto, non databili con precisione, dato il carattere di tale genere di scritti, che ripetono i medesimi motivi e temi ed esempi, senza che sia possibile precisare la natura dei rapporti e ricondurre ad un'unica fonte i tratti più o meno comuni a tali scritti. Rilevo nelle note un buon numero di confronti, taluni anche sintomatici, tra il Protreptico e, per esempio, l'Ottavio di Minucio Felice e altri scritti apologetici; ma È un terreno quanto mai sdrucciolevole, e il limitarsi a rilevarli, senza tentare di trarne conclusioni, non È soltanto, naturalmente, una misura di prudenza. Una cronologia generalmente ammessa pone per il Protreptico come terminus ante quem il 202; io tenderei a portare indietro questa data, prendendo come termine di riferimento il 197, l'anno delle persecuzioni, di cui l'Apologetico di Tertulliano riflette tutta la ferocia e, d'altra parte, tutta la nobiltà generosa dei Cristiani, mentre nel Protreptico non v'È - o non v'È quasi alcun accenno a persecuzioni. Contentarsi bisogna di queste date, alquanto vaghe. In compenso potremo considerare con maggiore sicurezza le condizioni spirituali del tempo, e le condizioni della Chiesa, e la figura di Clemente, nel suo tempo. Nel secondo secolo il Cristianesimo era diventato potente; non era più una minoranza debole e negletta, ma rappresentava una forza considerevole, che si imponeva all'attenzione di tutti. Si poteva disprezzare questa nuova religione, dar credito alle più strane dicerie sul suo conto, lanciarle le accuse più gravi, ma ignorarla e trascurarla non era più possibile. E affluivano proseliti ad essa, non solo dalle infime classi, quegli schiavi quelle donnette quei pezzenti sui quali si ferma lo scherno sprezzante di Celso, ma uomini delle classi colte si volgevano con interesse curioso a questa religione per conoscerne i segreti e il carattere, se non, come spesso accadeva, per combatterla o per farsene seguaci. S'aprivano così al Cristianesimo nuove e imprevedute zone di diffusione e di conquista; la filosofia pagana, specialmente attraverso talune sue scuole, veniva a contatto della nuova religione, e ne studiava la sostanza di pensiero e il tormento dei problemi, ch'erano i suoi medesimi problemi. Il Cristianesimo, a questo contatto, veniva ad affinare le sue armi di persuasione e di propaganda, e a farsi, per dir cosi, filosofia; un problema nuovo veniva inevitabilmente a porsi, quello dei rapporti dell'antico col nuovo. Doveva buttarsi via tutto quello che proveniva dall'antico? o era possibile conciliare l'antico pensiero con la nuova religione? (È noto come risposero alla domanda parecchi pensatori cristiani, in particolar modo Clemente: non era da buttar via quello che di buono era nell'antica filosofia; scintille del Verbo erano balenate anche ai filosofi pagani; il Cristianesimo non era che il frutto maturo, il coronamento della filosofia pagana). V'era presso i pagani un pubblico di fedeli, seguaci della religione per tradizione o per abitudine, e un pubblico più ristretto, di uomini di pensiero, educati alle scuole dei filosofi. NÉ diversamente presso i cristiani, accanto ai seguaci dalla fede schietta e ingenua, erano quelli che portavano con s‚ l'eredità insopprimibile del pensiero pagano assorbito nelle scuole dei filosofi, e particolarmente queste condizioni pare si trovassero ad Alessandria, dove il Didaskaleion di Clemente appare un vigoroso centro intellettuale; e v'erano anche delle zone grige di convertiti a metà, non ancora staccatisi interamente dalle vecchie abitudini e incapaci di farsi un'anima interamente nuova. La lotta ingaggiata dal Cristianesimo doveva tener conto di questa diversità di esigenze, in relazione al diverso carattere degli avversari: e se le armi della polemica contro la concezione popolare degli dei, aguzzate cinque secoli prima da Platone e riprese dai Cinici, valevano per il pubblico più largo, non più erano buone - per esempio - per uomini che, come Celso, non consideravano dei le statue, ma solo "Theon anathemata", e non credevano ai miti e alle leggende popolari e poetiche. La religione dei misteri aveva trovato nel secondo secolo condizioni favorevoli di ripresa, e pareva appagare, non solo nelle classi popolari, ma anche negli uomini di pensiero, l'innato bisogno di elevazione verso il divino e di comunione col dio. La battaglia contro il politeismo e l'idolatria non poteva dirsi completamente vinta, a causa della persistenza di essi, che attraverso le varie forme dell'arte e le manifestazioni della vita religiosa, riempivano ancora ogni atto della vita dell'uomo comune, e dell'uomo che, anche senza essere un filosofo, si elevava sulla comune per educazione letteraria e abitudine di pensiero. La Chiesa doveva ancora lottare per la sua affermazione: occorreva vincere le ultime resistenze passive, rappresentate dalla tradizione; occorreva mostrare alle classi colte dei pagani, ai pensatori che alla conquista di Dio erano mossi con la stessa guida presa da Clemente - Platone -, la necessità. di superare il punto raggiunto da questa guida, e indicare il mezzo che solo poteva dare la rivelazione di Dio: Cristo. Nel secondo secolo, verso la fine, era cessata negli ambienti cristiani la preoccupazione derivante dalla credenza nella prossima fine del mondo, e appariva sempre più chiara la missione del Verbo filantropo: quella di dare a tutte le genti la luce della verità e il dono della salvezza. Il problema che si affacciava agli spiriti più nobili e alle menti più chiare era quello della conversione di tutta l'umanità: compito arduo e grande, per il quale occorreva la fede più ardua e più grande. In quest'ambiente, e mossa da questi bisogni e volta a questi scopi, nasceva l'opera che della conciliazione dell'antico col nuovo, intesa come superamento dell'antico nella conquista della vera scienza rivelata dal Cristianesimo, rappresenta il frutto più conscio, e che del senso di questa divina missione, illuminatrice e salvatrice, È tutta piena nel vasto Èmpito delle ispirate esortazioni - il Protreptico di Clemente Alessandrino. Interessante sarebbe potere inserire il Protreptico nel contrasto vivo, delle polemiche che si agitavano in quel tempo tra i sostenitori dell'antica religione e i banditori della nuova. Purtroppo la nostra conoscenza degli scritti rappresentanti la " reazione pagana" dei primi secoli non È molto ricca, ma vi È un'opera pressoché contemporanea del Protreptico (pare sia stata composta verso il 178) la quale È molto significativa a tale proposito, perché illumina i rapporti e le posizioni del Cristianesimo e del paganesimo, in quel conflitto di credenze e di idee che invase nel secondo secolo anche il campo del pensiero; essa È il Discorso Vero di Celso. Sebbene non si possa pensare a una diretta polemica di Clemente con Celso, il fatto stesso che il Discorso Vero esprime l'atteggiamento del pensiero pagano nei riguardi del Cristianesimo, e riassume le obiezioni e le reazioni che sorgevano nel campo pagano verso la nuova religione, e la difesa che esso opponeva agli attacchi del Cristianesimo - può servire a far riconoscere alcuni degli obiettivi polemici dello scrittore cristiano, che altrimenti non apparirebbero in questa luce. È significativo intanto che alcune citazioni, da Eraclito e da Platone, ricorrano in tutti e due gli scrittori, in Celso e in Clemente: segno di quella utilizzazione che, a diverso fine, si faceva indifferentemente da pensatori pagani e da pensatori cristiani, della antica filosofia greca, se non di imprecisabili rapporti concreti tra i due scritti, in gran parte di ispirazione platonica - giova dire - tutti e due. Sarebbe lungo analizzare i punti di incontro delle due opposte correnti. Molti degli atteggiamenti polemici s'indovinano facilmente anche senza poterne addurre le prove. Doveva essere - per esempio -, ed era, facile negli ambienti pagani confondere la religione del Cristianesimo con le religioni dei misteri (Eleusi, Mitra, eccetera), e prendere la figura di Cristo come quella di un impostore; orbene, il Protreptico di Clemente È concepito nella sua sostanza come contrapposizione del Cristianesimo - come religione che attua la comunione con Dio - alla religione dei misteri, che tale comunione si proponevano di attuare, ma che erano lontani dal realizzare. In questa religione dei misteri Clemente non vede che impostura e opera di demoni, e a tipica figura di impostore prende il fondatore dei misteri, Orfeo; ma più grande della stessa leggenda di Orfeo egli considera la realtà di Cristo, confrontata sul fondamento della interpretazione allegorica dell'azione trascinatrice del primo. Il Discorso Vero di Celso contiene un passo in cui sono opposti a Cristo, come più degni degli onori divini, se non Eracle ed Asclepio, almeno Orfeo "che ebbe spirito pio e morì anche lui di morte violenta " (e Anassarco ed Epitteto). Agli attacchi dei Cristiani contro la idolatria (in Clemente essi hanno una parte notevolissima), Celso oppone, da una parte, l'esempio di popoli, come gli Sciti e i Persiani (esempi noti anche a Clemente), che ebbero una concezione non diversa da quella dei Cristiani, nei riguardi delle immagini degli dei; dall'altra, una concezione diversa dalla popolare, sul valore e sul significato delle statue degli dei. Uno degli argomenti a cui ricorrevano i pagani per sostenere la causa della loro religione, era la necessità, il dovere che tutti hanno di seguire la religione dei padri, quella che Clemente chiama "la consuetudine" ("sunetheia"). Si spiega cosi come in parecchi degli scrittori cristiani di questo tempo Tertulliano, Minucio Felice, Clemente Alessandrino - appaiano attacchi contro questa difesa del paganesimo; e il tono con cui essi muovono a questo attacco, armati delle armi dell'ironia o del semplice buon senso (Tertulliano dice, in sostanza: "però quando vi fa comodo, dalle usanze dei padri vi allontanate volentieri"; e Clemente, giocando sul significato di "sunéteia": "e allora perché non continuate a seguire in tutto l'abitudine, e a nutrirvi sempre di latte, come foste abituati da bambini?", mostra chiaramente che essi avevano di fronte considerazioni di carattere popolare, una forma passiva di resistenza, più che una salda opposizione di pensiero. Celso ripresenta questo motivo, e gli dà una base di argomentazioni filosofiche; a queste argomentazioni risponderà, ponendosi sullo stesso terreno, Origene, il grande discepolo di Clemente. Mi sembra difficile che Clemente abbia mirato al Discorso Vero di Celso.

Il Protreptico di Clemente, cosi inserito, per quanto era possibile, nel contrasto delle polemiche del tempo, appare un libro vivo, il cui interesse È anche di portata storica, documentaria, e non un libro retorico, sia pure di una retorica volta alla propaganda e alla edificazione. Sotto la veste dell'acceso e commosso banditore della verità, dell'erudito largo di notizie e di citazioni, È nascosto il pensatore e il polemista, che, se per gli scopi del suo scritto non mette in luce gli obiettivi polemici, non perciò se li nasconde o li ignora. Ma se il Protreptico ha anche questa sostanza polemica, non perciò si può dire che esso sia, nel senso che si dà alla parola, un libro polemico, un'apologia, del tipo di quelle di altri scrittori, anteriori o contemporanei a Clemente. Il Protreptico di Clemente È stato infatti avvicinato agli scritti degli Apologeti del secondo secolo, ai quali lo ricondurrebbe il carattere della polemica contro il paganesimo e la presenza di motivi e di argomenti polemici comuni. È stata cosi riconosciuta nel Protreptico una parte (che, tolto il capitolo introduttivo, comprenderebbe i primi sette capitoli) di preciso carattere apologetico, e una che costituirebbe il protreptico vero e proprio, dal capitolo ottavo fino alla fine. In realtà, una simile distinzione dello scritto riguarda quasi unicamente la materia, ma non lo spirito dell'opera: e non diversamente deve dirsi della definizione di esso e del suo accostamento a un determinato genere di scritti. Chi legge le Apologie di Giustino, di Taziano, di Teofilo di Antiochia, di Tertulliano, di Minucio Felice, di Atenagora, e le confronta col Protreptico di Clemente, non può effettivamente non rilevare in essi il ricorrere frequente, e perfin fastidioso, di esempi comuni alle une e all'altro, di citazioni, di spunti, perfino di atteggiamenti o ironici o indignati, formanti quasi una materia comune senza preciso segno di individuabile originalità. Ma questa materia può essere riempita di uno spirito diverso nei vari scrittori: e se - per esempio - in Tertulliano la dimostrazione dell'origine umana delle divinità dei pagani e l'attacco contro l'idolatria servono a difendere i Cristiani dall'accusa di non sacrificare e di non rendere culto agli imperatori e di non seguire la religione tradizionale - in Clemente i medesimi motivi polemici servono a mostrare, in quel mondo pagano di idee e di costumi, la mancanza di quel divino a cui la sua anima aspira e che ha trovato nella nuova religione, che si contrappone nettamente e completamente all'antica. L'elemento negativo (apologetico) e l'elemento positivo (protreptico) non sono perciò assolutamente separabili in Clemente: ma l'uno, l'elemento apologetico, - a parte ogni ragione pratica che potÈ consigliarne l'ampiezza di svolgimento - È dialetticamente in servizio dell'altro; e non È che la forma negativa dell'esortazione, che, mentre invita alla salvezza, mostra l'errore che bisogna superare per giungere a quella. "Apotr‚pousai" (dall'inganno dannoso) e "protrépousai" (verso la salvezza) egli chiama, al principio del capitolo 8, le scritture dei Profeti: e potrebbe dirsi del suo scritto, che nell'abbandono delle vecchie credenze trova le premesse della rinnovata giovinezza degli spiriti. Il primo capitolo termina con l'esortazione a cercare Cristo, perché Cristo È il solo mezzo per giungere alla contemplazione di Dio. E il secondo capitolo comincia con l'esortazione a non cercare gli empi santuari e gli oracoli; e continua, fino alla fine del capitolo quarto, col mostrare, in un lungo esame, la ciurmeria dei misteri che ignorano il vero Dio, e l'errore delle credenze religiose che divinizzano dei semplici uomini, e l'indegnità di questi dei, che non sono in realtà che demoni inumani, e la stoltezza della idolatria; e conclude, nella forma caratteristica dello stile protreptico, con queste parole: "Non vi È dunque che un solo rifugio per chi vuole giungere alle porte della salvezza, e questo È la divina sapienza. Nei capitoli che seguono Clemente esamina la falsità delle opinioni dei filosofi, che divinizzano la materia, e distingue da essi Platone, in compagnia del quale va alla ricerca di Dio, e sceglie dagli scritti di alcuni altri filosofi dei tratti che essi scrissero a ispirazione di Dio (e che bastano per la conoscenza di Lui a chi È in grado, anche in piccola misura - di investigare la verità) - e dagli scritti di alcuni poeti, che riconobbero l'errore e testimoniarono la verità, perché ebbero alcune scintille del Verbo, e cosi mostrarono chiaro a tutti che chi fa o dice qualche cosa senza il Verbo È come coloro che si sforzano di camminare senza piedi. Passa cosi, col capitolo ottavo, alle scritture dei profeti "che distolgono dall'errore ed esortano alla salvezza", e indica nell'assomigliarsi a Dio per quanto È possibile, la pietà, e in Dio il maestro adatto, come colui che ha il potere di realizzare nell'uomo questa rassomiglianza (capitolo 9). Attacca poi l'ultima posizione, l'ultima resistenza (passiva), dei non credenti: la consuetudine (capitolo 10) e con ragionamenti e dimostrazioni, in cui ritornano motivi della polemica antipagana, incomincia la serie delle esortazioni alla conoscenza di Dio e alla salvezza, per giungere alle quali Cristo È il nostro " compagno di lotta": esortazioni che si fanno sempre più suadenti e appassionate - sia che rievochi il beneficio divino (capitolo 11), o che faccia balenare dinanzi agli occhi degli ascoltatori la visione dei misteri del Verbo (capitolo 12), fino all'ispirato invito alla iniziazione nei misteri veramente santi, dietro l'esempio di lui, che "alla luce delle fiaccole ha la contemplazione dei cieli e di Dio, e diventa santo mediante l'iniziazione, facendo da ierofante il Signore, che segna del suo sigillo il myste e lo illumina e lo consegna al Padre, perché sia custodito in eterno". Appare da questo semplice schema l'unità dell'opera, che tra l'esortazione iniziale a cercare Cristo e quella finale al battesimo, ha come suo centro la contrapposizione tra i due mezzi per giungere alla contemplazione di Dio: quello pagano (i misteri) e quello cristiano (Cristo). Certo, qualche cosa esce fuori da questa lineare figurazione, e supera i confini dello schema logico: Né ciò può minimamente sorprendere in uno scrittore come Clemente, che non poteva restare insensibile, data la sua formazione di cultura, agli allettamenti della erudizione (se pure egli sembri lavorare non direttamente sui testi degli autori che cita, ma su compilazioni generali e florilegi) e al desiderio di porre in servizio della polemica antipagana le sue conoscenze speciali (egli fu forse iniziato ai misteri, ma non È necessario supporlo per spiegare la larghezza dei riferimenti che egli dà su di essi). Ma l'opera non resta perciò meno una, Né meno resta, essenzialmente e soprattutto, un "protreptico", per lo spirito che la informa e che dà un suo speciale significato alla parte apologetica, come anche per la tecnica della composizione, coi suoi caratteristici tratti conclusivi, esortativi, da premesse in forma ipotetica, e la stessa tessitura di citazioni che spesso preparano le conclusioni o le confortano. A riconoscere questa tecnica, questo stile protreptico, giova, più che l'aiuto dei pochi frammenti del Protreptico di Aristotele, il confronto con quello, simile anche nella struttura al clementino, di Giamblico. Una antitesi fondamentale costituisce il centro logico del Protreptico di Clemente, quella tra "anaph‚resthai eis th‚on" e "Ipoph‚resthai eis anthropon", come ha osservato il Festugière; antitesi che trova espressione anche nella sopradetta contrapposizione tra i misteri pagani che restano nella sfera umana, e il mistero cristiano che È segnato della presenza del divino. Per tale antitesi l'unità dell'opera di Clemente acquista un carattere di chiara interiorità. È probabile che le condizioni spirituali, religiose, dei tempi abbiano contribuito a dare al problema religioso in Clemente questa particolare impostazione. ma certamente sono da riconoscere, anche in essa, come in tanti particolari, influssi platonici. Il platonismo di Clemente appare cosi non frammentario, Né esteriore, ma interiore e fondamentale, nel senso che da esso Clemente È salito alla conoscenza di Dio, e ha visto illuminata nel suo profondo la rivelazione della eterna verità, di Dio, la quale doveva essergli data dalla fede, Poiché "Dio nessuno conobbe, se non il Figlio e colui al quale il Figlio Lo abbia rivelato". Il Protreptico È generalmente considerato come la prima opera di quella trilogia che, nella sistemazione degli scritti di Clemente fatta dagli studiosi, comprende insieme con esso il Pedagogo e gli Stromati. A questo disegno trilogico sembra alludere chiaramente Clemente stesso, quando nel primo capitolo del primo libro del Pedagogo parla di un "l¢gos protreptic¢s", di un "l¢gos paidagog¢s" e di un "l¢gos didascalic¢s", in cui il L¢gos, pur essendo uno, si divide, e sotto le cui forme, nell'ordine in cui esse si seguono, opera sugli uomini. Resta dubbio se gli Stromati rappresentino la terza parte della trilogia, o solo una introduzione alla terza parte che non sarebbe stata mai scritta, oppure siano del tutto indipendenti dal disegno trilogico; ma sulla posizione del Protreptico rispetto al Pedagogo v'È consenso pressoché generale. Anche ammessa la priorità del Protreptico, per la quale mancano però esplicite indicazioni di prova, bisogna dire tuttavia che quando Clemente scriveva il Protreptico nessuna idea di un simile sviluppo dell'opera e di un simile collegamento di essa con altre opere, era nella sua mente; e il Protreptico È un'opera in s‚ conclusa, che non presuppone necessariamente ulteriori svolgimenti e approfondimenti particolari. Giova confrontare a questo scopo l'introduzione al Pedagogo, nella quale È fatta la distinzione del Logos sopra riferita, e indicata, per dir cosi, la successione cronologica in cui appaiono le sue tre forme, con un passo del Protreptico, in cui l'apparizione del Logos È distinta nei tre momenti di "demiourg¢s", di did scalos e di the¢s, largitori, il primo del vivere, mediante la creazione, il secondo del ben vivere, il terzo della vita eterna. Il Logos s'identifica qui col Dio creatore e salvatore; e nello stesso capitolo, poco prima, aveva parlato del Logos di Dio, il Signore, che "compassiona, educa, esorta, ammonisce, salva, custodisce". Qui il "l¢gos paidagogic¢s" (se anche non voglia dir nulla la priorità dell'azione educativa sulla esortativa) non È distinto dal "l¢gos protreptic¢s", come È fatto invece nell'introduzione del Pedagogo. Vi sono inoltre nel Protreptico temi di carattere propriamente "pedagogico" - come quello relativo all'usanza di tenere nelle camere da letto quadri con figure oscene, e di fare imprimere nei castoni degli anelli, per servirsene come sigillo, immagini lascive - che appariranno trattati anche nel Pedagogo, con quella minore ampiezza, che era richiesta dalla maggiore ampiezza della trattazione precedente. Ciò confermerebbe quello che sopra ho detto, che la inserzione del Protreptico in un piano organico di ripartizione trilogica È posteriore alla sua composizione. Nella prima opera il Logos È protreptico e, insieme, pedagogo e maestro. La distinzione programmatica dei compiti del Logos appartiene ai tempi della composizione del Pedagogo; e diciamo ai tempi, perché È verosimile che la introduzione del Pedagogo sia stata scritta quando la composizione di quest'opera era, se non terminata, certo, in gran parte, compiuta. In questi ultimi anni il rinnovato esame portato sulle opere del primo Aristotele, e le scoperte fatte in questo campo dallo Jaeger e, con vastità e penetrazione maggiori, dal Bignone, hanno posto su un terreno di concretezza il problema dei rapporti tra una delle opere più significative di quel periodo dell'antico filosofo - il Protreptico - e l'opera del filosofo cristiano che ne riproduce il titolo. Doveva infatti apparire sempre più probabile che Clemente - ammiratore, studioso, seguace di Platone - fosse attratto anche verso le opere del discepolo di Platone, che dell'insegnamento del Maestro mostravano le tracce e i segni inconfondibili d'ascensione d'anima e di pensiero. La presenza, poi, di un tratto assai sintomatico, per il fatto di trovarsi anche in altri testi, che dal Protreptico aristotelico certamente derivano, e cioè nel Protreptico di Giamblico e nell'Ortensio di Cicerone, È stata una prova della fondatezza di tali rapporti, che occorreva precisare nella loro natura, ma che non potevano in alcun modo negarsi. Questo tratto rivelatore È l'immagine del supplizio dei pirati etruschi, a proposito della quale il Bignone osservò che, se essa dimostrava in Clemente la conoscenza del Protreptico di Aristotele, probabilmente altri punti di contatto si sarebbero dovuti scoprire tra l'opera dello scrittore cristiano e quella scritta dal primo Aristotele. Di estendere l'esame per trovare altre tracce di rapporti e altri punti di contatto tra i due scritti si propose Giuseppe Lazzati; il quale non si limitò a Clemente, ma Basilio, Atenagora, Agostino, Sinesio eccetera, formarono oggetto del suo studio. La conclusione del Lazzati È che Clemente non solo conobbe il Protreptico aristotelico, ma scrisse il suo Protreptico in costante riferimento polemico a quello scritto: ed È conclusione forse eccessiva, nella forma, almeno, in cui È formulata, e allo stato della nostra conoscenza dell'opera aristotelica. Giacché, se il paragone dei predoni etruschi può ritenersi derivato direttamente dal Protreptico aristotelico, per quelle ragioni a cui sopra ho accennato - nonostante che esso ricorra in altri scritti, oltre quelli di carattere protreptico, legati all'opera aristotelica, e in Clemente stesso serva a illustrare un rapporto diverso (anima e corpo in Aristotele; idolatri e statue in Clemente), e sia riferito come espressione proverbiale, comune - la stessa cosa non si può dire di molti dei nuovi rapporti messi in luce dal Lazzati, e di altri che si potrebbero aggiungere a quelli da lui considerati. Io non ripresenterò qui le osservazioni fatte al lavoro del Lazzati, del resto ricco di pregi, da quanti si sono occupati di esso, dal Mariotti - per esempio - e dal FestugiÈre. Uno degli argomenti a cui ricorre il Lazzati per dimostrare l'intenzione polemica di Clemente nei riguardi del Protreptico aristotelico È che, mentre Aristotele si rivolge ai giovani, Clemente si rivolge ai vecchi, quasi per mostrare che tutti, giovani e vecchi, sono chiamati alla conoscenza di Dio, a differenza della "phr¢nesis", il cui acquisto era raccomandato dal filosofo pagano soltanto ai giovani. In realtà non si capisce perché il Protreptico clementino dovrebbe pensarsi destinato a un uditorio formato di vecchi; da chi intende in questo modo il passo di Clemente in cui si parla agli uditori come a delle persone già vecchie, giunte al tramonto della vita, non si È osservato che la vecchiaia di cui si parla in quel passo È una vecchiaia, non individuale ma "etnica": vecchi sono gli Elleni, come l'Elicona e il Citerone, come i loro dei, come tutto il loro mondo di leggende e di miti. È una vecchiaia da intendere in senso proprio non più che la giovinezza, a cui gli uomini debbono tornare, per potere entrare nel regno di Dio. Eliminata, perché troppo vaga, o troppo poco provata, la maggior parte degli altri rapporti supposti dal Lazzati, non resterebbe - a parte, naturalmente, il paragone dei predoni etruschi - che il tratto che si riferisce al concetto di "oike¡a aret‚", e non solo al concetto, ma anche al paragone dei cavalli e dei buoi. Concetto, senza dubbio, tipicamente aristotelico, ma di quei concetti che, nonostante la presenza del sintomatico paragone, potevano diffondersi come materia comune, senza necessario riferimento all'opera originale; e ad ogni modo non È abbastanza perché si possa concludere molto più di quello che concludeva il Bignone: che cioè Clemente conobbe il Protreptico di Aristotele e lo ebbe in qualche modo presente nello scrivere il suo discorso esortatorio, che con quello ha in comune la materia di taluni temi e argomenti. Ma se dalla considerazione di somiglianze formali e perciò più sintomatiche, passiamo a quella di rapporti di contenuto, vedremo estendersi il campo della ricerca, anche se da essa non debbano venire modificati i risultati già acquisiti. Un motivo, per esempio, che indirettamente, e in una luce polemica, ci ricondurrebbe al Protreptico di Aristotele È quello (ma il Lazzati non vi si ferma a questo scopo) delle condizioni migliori in cui l'uomo può filosofare (o, per Clemente, muovere alla conoscenza di Dio): la ricchezza, la nobiltà eccetera. Aristotele dedicava perciò il suo protreptico al ricco principe Temisone, considerando le ricchezze come aiuto al filosofare; e polemizzando con Aristotele, Cratete pensava di scrivere un protreptico a Filisco calzolaio, sicuro che questi ne avrebbe tratto maggiore guadagno per il filosofare, che colui al quale aveva dedicato il suo Protreptico Aristotele; ed Epicuro nell'epistola a Meneceo invitava a filosofare i giovani e i vecchi, i ricchi e i poveri (cfr. anche Orazio, ep. II, 24 e seguenti). Orbene, Clemente dice che "a chi vuole giungere alla conoscenza di Dio non È di impedimento la mancanza di cultura Né la povertà Né l'oscurità del nome Né la miseria". Ma È chiaro che, nonostante l'apparente posizione polemica dei due atteggiamenti, questi possono considerarsi indipendenti l'uno dall'altro; e che, se mai, la contrapposizione È nelle due diverse, opposte concezioni di vita dei pagani e dei cristiani, come mostra anche il biasimo che fa Celso al Cristianesimo, di rivolgersi a degli ignoranti, a dei pezzenti, a degli schiavi. Un altro punto sul quale il Lazzati non si ferma È quello in cui Clemente polemizza contro quei pensatori, che, pure "avendo compreso che l'uomo È meravigliosamente fatto per la contemplazione del cielo", si volgono ad adorare le cose che sono nel cielo: punto che richiama evidentemente quel passo del Protreptico di Giamblico, che il Jaeger considerò come derivante dal Protreptico aristotelico - nel quale È citata l'opinione di Pitagora che considera propria della natura dell'uomo la contemplazione del cielo, e quella di Anassagora, che lo scopo della vita umana fa consistere "nel contemplare il cielo, e gli astri del cielo, il sole e la luna ". Ma anche di questo punto si ha da dire quello che si È detto per l'altro, esaminato sopra: che, cioè, tali confronti non varrebbero a denunciare una precisa, diretta opposizione polemica: sebbene l'ultimo punto - come la connessione col precedente argomento (che si può ricondurre al Protreptico aristotelico) farebbe supporre - sembri avere di mira più che altro la teologia astrale del primo Aristotele. Clemente nel suo Protreptico raccolse e fuse in una sola voce le voci esortatrici del Signore, di Giovanni, dei Profeti, di Paolo; e a questa voce nuova diede forma e modi del modello antico, che aveva accolto un'altra voce famosa, la quale aveva segnato una data significativa dello spirito greco, e, attraverso il tramite di chi in Roma ne aveva raccolto lo spirito e l'esempio, doveva giungere, precorritrice e suaditrice, ad Agostino. In questa fusione di antico e di nuovo nell'opera di Clemente non È tanto da vedere un segno dell'eclettismo della sua forma di pensiero, Né il risultato della sua educazione letteraria. quanto l'espressione di quella stessa armonia ed equilibrio di spirito, che determinò la sua posizione di cristiano nei confronti del sapere greco: per tale armonia ed equilibrio di spirito, l'opera di Clemente - con tutto ciò che essa ha di originale e perfino, direi, di barbarico, nello stile, e di arditamente nuovo in certi atteggiamenti di pensiero - si pone nel solco luminoso della grande tradizione ellenica. Il Protreptico di Clemente È scritto con intendimenti artistici. Era ciò, come il Bignone ha osservato, nella tradizione dei "l¢ogoi protreptico¡" ma, a prescindere dall'esempio della tradizione, la particolare destinazione dello scritto, dedicato al pubblico e non a sfere determinate di esso (È chiaro che non poteva pensarsi destinato alla scuola, il cui pubblico deve supporsi in massima parte formato di credenti), e la concezione che Clemente aveva dei rapporti tra il Cristianesimo e la cultura profana - concezione liberale, conciliativa, e non intransigente, come quella di Taziano e di Tertulliano - dovevano fare apparire agli occhi di Clemente un'opera come quella che egli si proponeva di scrivere, come un campo adatto per far prova dinanzi al pubblico dei Greci, di quelle eleganze e di quegli artifici appresi alle scuole dei Greci. Già il principio del discorso presenta il tipo caratteristico di periodare per "kola" corrispondenti, ed è stato analizzato dal Norden, che lo ha distinto nei suoi simmetrici membretti. Il periodo muove spesso per rotti asindeti, rapidamente seguentisi; e non v'È pagina, quasi, che non offra esempi di brillanti antitesi, di giuochi di parole, di effetti di assonanze, e talvolta di rime. Si direbbe che talora il periodo si svolga secondo una linea musicale, e che un ritmo musicale - che spesso non È che un giuoco di assonanze - regoli, e quasi faccia sorgere, le immagini, e perfino le idee, più che esserne queste suscitatrici e regolatrici. Si veda, per esempio, il principio dell'ultimo capitolo, dove l'immagine della "pag¡s par suggerita dalla parola "ap gei" precedente. Le citazioni frequenti, dalle Scritture e da scrittori profani, e l'uso non raro di un modo di espressione in cui È facile riconoscere echi e reminiscenze, formali e letterarie, delle une e degli altri, danno alla composizione un'apparenza di mosaico. La sintassi acquista anche in conseguenza di ciò un'andatura spezzata, e lo stile una impronta "letteraria", che può anche, talora, suonar falsa, e che certamente rivela, insieme con l'artificio, l'influsso di una abitudine di cultura, diventata quasi vita di pensiero e modo di concepire e di esprimersi. Le allusioni, spesso anche difficili a cogliere, colorano, qua e là, l'espressione di un'ironia sottile, che nasce da impreveduti accostamenti e imprevedute conclusioni da premesse, logiche o di fatto, accettate nel giuoco polemico. Vi È anche una forma particolare di simbolismo, per cui sono tolte dal mondo greco figure note (Tiresia, Ulisse), e sono fatte partecipi, quasi persone operanti e non soltanto freddi simboli, del dramma dialettico che si rappresenta e si vive. NÉ mancano i "pezzi a effetto", come la viva narrazione dell'episodio di Eunomo e della cicala pitica, e la colorita "‚kprasis" dei sacerdoti di Cibele; Né le allocuzioni piene di pathos, come quella all'imperatore Adriano e quella all'indovino Tiresia. Si avrebbe torto di vedere in queste allocuzioni solo un mezzo retorico di rappresentazione efficace, come nelle antitesi solo un procedimento stilistico. Il pensiero si semplifica in formule; l'antitesi È nella realtà del pensiero, nelle concezioni, nelle anime; sale dal fondo delle cose per trovare nella parola l'espressione che ne fissa e ne chiarifica i termini. E le allocuzioni sono spesso espressione di una commossa partecipazione, di quel senso nuovo - anche se anteriore al Cristianesimo - di solidarietà umana, che creò la forma oratoria della omelia e trovò nella forma della epistola un mezzo di più efficace contatto di anime: specialmente quando la finzione letteraria con la quale Clemente si fa presenti alla fantasia uomini del passato e figure mitologiche, cede il posto alla realtà, e il piccolo uditorio si allarga a una cerchia più vasta, fino a comprendere tutta l'umanità, alla quale l'oratore offre il dono della salvezza. Per questi atteggiamenti oratori e per l'abbondanza di certi svolgimenti e per certe abitudini stilistiche e certa cura di partizioni logiche del discorso, e uso di preterizioni e altre maniere retoriche - Clemente può apparire, magari frequentemente, schiavo della educazione retorica; ma "retore" non È mai: la sostanza di pensiero di cui tutta l'opera È intessuta, e la sincerità dei sentimenti e del sentimento della sua missione, viste nel clima del tempo, fervido di lotte e di speranze immortali, collocano la figura di Clemente scrittore in una posizione che sfugge a ogni classificazione del genere. È stato, in particolare, da tutti messo in rilievo l'uso frequente in tutto il Protreptico, del linguaggio dei misteri. Bisogna dire, e risulta da quello che finì qui ho detto, che l'uso di questo linguaggio non È affatto esteriore, non È sovrapposto, ma nasce dalla stessa concezione che È al fondo dell'opera di Clemente. Il Cristianesimo È concepito da Clemente come una forma di iniziazione, mirante, come le iniziazioni ai misteri, a una suprema epoptia, alla contemplazione di Dio. Le immagini, così, e le formule che esprimono nei misteri pagani le varie fasi del rito e le impressioni dei mysti passano ad esprimere per una voluta contrapposizione di cose le corrispondenti fasi e impressioni del mistero cristiano (" Oh misteri veramente santi! O luce pura! Alla luce delle fiaccole contemplo i cieli e Dio, eccetera"). E accanto a questo uso del linguaggio mistico, passa nell'espressione del mistero cristiano una corrispondente "mitologia": di fronte alle baccanti, sorelle di Semele, le figlie di Dio, le belle agnelle; e di fronte alle orge pagane, il coro dei giusti, gli angeli, i profeti, le vergini; di fronte al Citerone, il monte amato da Dio. Ma l'espressione di questi momenti supremi, ineffabili, che trascendono l'attività conoscitiva, di queste ascensioni d'anima verso le verità eterne, fatta mediante il linguaggio dei misteri, indipendentemente dalla accennata idea di contrapposizione polemica, ha ancora l'origine profonda in Platone, nel Platone del Fedro e del Convito, che considerava la filosofia stessa come una specie di iniziazione; e il Cristianesimo È per Clemente la filosofia più alta, e più vera, la sola che possa dare effettivamente la contemplazione di Dio. Una figura parietale del cimitero di San Callisto - del terzo secolo all'incirca - rappresenta Orfeo che ammansa le fiere: simbolo del Cristo, che con la dolcezza del Verbo, ammansa quelle fiere più selvagge di tutte che sono gli uomini. La figura sembra illustrare quel passo di Clemente in cui la potenza del Nuovo Canto, del Cristo, È assomigliata a quella di Orfeo e considerata superiore ad essa: e potrebbe essere presa a simbolo di tutto il Protreptico, della sua missione incantatrice della selvatichezza (della ignoranza, cioè, e delle false credenze) e trascinatrice delle anime verso gli alti termini della eterna salute.

 


 

PROTREPTICO AI GRECI

CAPITOLO 1

Amfione tebano e Arione di Metimna furono, tutti e due, abili nel canto, e, tutti. e due, mito e ancora questo loro canto È... argomento di canto per il coro degli Elleni - a causa dell'arte musicale per la quale l'uno adescò un pesce, l'altro cinse di mura Tebe. Un altro cantore, un trace (altro mito ellenico, questo), ammansiva le fiere col semplice canto e trapiantava da un posto all'altro gli alberi, i faggi, per mezzo della musica. Potrei narrarti anche un altro mito, fratello di questi, e parlarti di un altro cantore, Eunomo locrese, e della cicala Pitica. Era raccolta a Pito una solenne adunanza di Elleni, per celebrare la morte del serpente, ed era Eunomo che cantava il canto funebre del rettile; se questo canto fosse un inno o un lamento funebre sul serpente non saprei dire: quello che È certo È che vi era una gara, ed Eunomo suonava la cetra nell'ora della calura, quando le cicale, scaldate dal sole, cantavano sotto le foglie, su per i monti. Esse cantavano certamente, non in onore del serpente morto, del Pitico, ma del Dio sapientissimo un canto sciolto da ogni legge, migliore dei canti di Eunomo, regolati da leggi. Ed ecco si spezza una corda al Locrese, la cicala vola sul giogo della cetra, trillava sopra lo strumento musicale come su di un ramo: e il cantore, adattato il suo al canto della cicala, suppl� in tal modo la corda mancante. Non fu dunque la cicala a essere attirata dal canto di Eunomo, come vuole il mito, che innalzò a Pito una statua di bronzo raffigurante Eunomo con la sua cetra, e la alleata del Locrese nella gara: ma spontaneamente essa vola sulla cetra, e canta spontaneamente, mentre agli Elleni, invece, sembra che essa non abbia fatto che rispondere alla musica di quello. Come dunque avete potuto prestar fede a vane favole, fino a supporre che gli animali siano affascinati dalla musica? Invece, solo il volto luminoso della verità (a quanto pare) vi sembra imbellettato, ed È guardato da voi con diffidenza. E cosi, il Citerone e l'Elicona e i monti degli Odrisi e dei Traci, luoghi di iniziazione all'errore, a causa dei misteri sono stati consacrati e celebrati con inni. Io, sebbene non si tratti che di favole, mi commuovo alle tante sventure, che sogliono essere argomento di tragedie: per voi invece le storie luttuose sono diventate drammi, e gli attori dei drammi spettacolo di gioia. Ma i drammi, e i poeti concorrenti alle Lenee, e già completamente ebbri, recingiamoli magari di edera, mentre essi delirano stranamente nel celebrare il bacchico rito, ma... rinchiudiamoli, insieme coi satiri e il tiaso furente e col restante coro di demoni, nei già invecchiati Elicona e Citerone. E facciamo scendere, invece, dall'alto, dal cielo, la Verità, insieme con la splendidissima Sapienza, verso il monte sacro di Dio e il coro sacro dei profeti. Ed essa, brillando di una luce che splende quanto più lontano È possibile, illumini dappertutto coloro che si rotolano nelle tenebre, e liberi gli uomini dall'errore, tendendo la sua altissima mano, cioè l'intelligenza, verso la salvezza. Ed essi, rialzate le loro teste, e levati gli occhi verso l'alto, lascino il Citerone e l'Elicona ed abitino Sion: "Da Sion infatti uscirà la Legge e il Verbo del Signore da Gerusalemme", cioè il Verbo celeste, il genuino competitore, incoronato nel teatro di tutto il mondo. E il mio Eunomo canta, non sul modo di Terpandro Né su quello di Capione, e neppure su quello frigio o lidio o dorico, ma sull'eterno modo della nuova armonia, che ha nome da Dio, "il canto nuovo", il canto levitico: che duolo ed ira lenisce e dà l'oblio d'ogni male. Dolce e verace farmaco contro il dolore È stato infuso in questo canto. Mi sembra perciò che quel Trace e il Tebano e il Metimneo siano stati una sorta di uomini che non sono uomini, degli impostori, e che col pretesto della musica avendo corrotto la vita umana, per mezzo di qualche abile incantesimo essendo invasati dal demone, per condurre gli uomini alla rovina, celebrando delle efferatezze nei riti dei misteri e facendo dei lutti l'oggetto di onori divini, per primi abbiano tratto gli uomini al culto degli idoli: e con pietre e con tavole, cioè con statue e pitture, abbiano posto le fondamenta alla balordaggine della consuetudine, aggiogando alla estrema schiavitù, coi loro canti e i loro incantamenti, quella libertà veramente bella, di coloro che sono liberi cittadini sotto il cielo. Ma non tale È il mio cantore, Né È giunto per sciogliere in lungo tempo l'amara schiavitù dei demoni che ci tiranneggiano: ma facendoci passare dal giogo dei demoni al giogo mite e filantropico della pietà, di nuovo richiama verso il cielo quelli che sono stati scagliati sulla terra. Solo lui infatti, fra quanti mai furono, mansuefaceva le fiere più selvagge di tutte, cioè gli uomini: mansuefaceva volatili, cioè gli uomini leggeri, rettili, cioè gli ingannatori, leoni, cioè gli iracondi, porci, cioè gli uomini dediti ai piaceri, lupi, cioè gli uomini rapaci. Pietre e legno sono gli inintelligenti, ma anche più insensibile delle pietre È l'uomo immerso nell'ignoranza. Testimone venga a noi la voce profetica, che s'accorda col canto della verità, voce che compiange coloro che si son consumati nell'ignoranza e nella follia: "Dio È capace di far sorgere da queste pietre dei figli ad Abramo ": Dio, il quale, avendo commiserato la grande stupidità e la durezza di cuore di quelli che sono diventati pietre rispetto alla verità, destò il seme della pietà, dotato del sentimento della virtù, da quelle pietre, cioè, dalle genti che hanno creduto nelle pietre. Un'altra volta, in un certo punto ha chiamato "prole di vipere" certi ipocriti velenosi e versipelle, che tendono insidie alla giustizia. Ma anche di questi serpenti, se qualcuno di sua volontà si penta, seguendo il Verbo, diventa "uomo di Dio ". Altri chiama allegoricamente "lupi", vestiti di pelli di pecore, intendendo significare i rapaci in forme di uomini. E tutte queste selvaggissime fiere, e le consimili pietre, lo stesso canto celeste le trasformò in uomini mansueti. "Eravamo infatti, eravamo una volta anche noi dissennati, disobbedienti, erranti, schiavi di piaceri e desideri vani, viventi nella malizia e nell'invidia, odiosi e odiantici l'un l'altro", come dice la Scrittura Apostolica, "ma quando apparve la bontà e la filantropia di Dio, nostro Salvatore, essa ci salvò, non per effetto delle opere che noi compiemmo in giustizia, ma secondo la sua misericordia". Vedi quanto potÈ il nuovo canto! Esso ha fatto uomini dalle pietre e uomini dalle fiere. Quelli che erano altrimenti morti, perché non erano partecipi di quella che È veramente vita, solo ch'ebbero ascoltato il canto, rivissero. Questo canto anche ordinò armoniosamente l'universo, e accordò la dissonanza degli elementi in un ordine di consonanza, affinché l'intero cosmo si armonizzasse con esso: e lasciò andare libero il mare, ma gli imped� di invadere la terra, e rese ferma, al contrario, la terra, che prima era mobile, e la fissò come confine del mare. E calmò l'impeto del fuoco con l'aria, quasi che temperasse l'armonia dorica con la lidia; e mitigò il rigido freddo dell'aria con la mescolanza del fuoco, temperando armonicamente queste estreme note dell'universo. E questo canto incorrotto - sostegno del tutto e armonia dell'universo - che si estese dal centro alle estremità e dai vertici al centro, armonizzò questo tutto, non secondo la musica tracia, che È simile a quella di Iubal, ma secondo la paterna volontà di Dio, che David emulò. Il Verbo di Dio, nato da David ed esistente prima di lui, disprezzò la lira e la cetra, strumenti inanimati, e, avendo armonizzato collo Spirito Santo questo mondo, ed il piccolo mondo, cioè l'uomo, la sua anima come il suo corpo, suona a Dio per mezzo di questo strumento di molte voci, e canta con questo strumento che È l'uomo: " Giacché tu sei per me cetra e flauto e tempio ": cetra, per l'armonia, flauto, per lo spirito, tempio, per il Verbo, affinchÈ l'una risuoni, l'altro spiri, e l'altro comprenda il Signore. Appunto David, il re, il citarista, di cui poco fa abbiamo fatto menzione, esortava alla verità, distoglieva dagli idoli, e molto era lontano dal celebrare i demoni, i quali anzi erano scacciati da lui con la musica verace, con la quale egli col solo canto guar� Saul, quando questi era posseduto da essi. Il Signore fece l'uomo bello, spirante strumento, fatto a sua immagine: e certamente Egli stesso È uno strumento di Dio: strumento in tutto armonico, ben accordato e santo, sapienza che È sopra questo mondo, Verbo celeste. Che cosa vuole dunque questo strumento, il Verbo di Dio, il Signore, e il Nuovo Canto? Schiudere gli occhi dei ciechi e aprire le orecchie dei sordi e guidare verso il cammino della giustizia quelli che zoppicano o errano, mostrare Dio agli uomini dissennati, far cessare la corruzione, vincere la morte, riconciliare col Padre i figli disobbedienti. Lo strumento di Dio È filantropico: il Signore compassiona, castiga, esorta, ammonisce, salva, custodisce, e, per di più, come ricompensa della nostra istruzione, promette il regno dei cieli, questo solo guadagno traendo di noi, cioè la nostra salvezza. Il vizio infatti si nutre della rovina degli uomini, la verità, invece, come l'ape, senza guastare nessuna delle cose esistenti, non si allieta che della salvezza degli uomini. Tu hai dunque la promessa di Dio, hai la sua filantropia: partecipa della grazia. E il mio canto salutare non crederlo nuovo nello stesso senso in cui si dice nuovo un utensile o una casa: giacché esso era "prima della stella del mattino" e "nel principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo ". Ma antico l'errore, e cosa nuova la verità sembra essere. Sia dunque che l'antichità dei Frigi sia dimostrata da mitiche capre, o, al contrario, che quella degli Arcadi sia dimostrata dai poeti che li dichiarano anteriori alla luna, o ancora, che quella degli Egiziani sia dimostrata da coloro che sognano che la terra di costoro sia stata la prima a produrre dei ed uomini: ma nessuno di costoro È anteriore a questo mondo, noi, invece, siamo anteriori alla fondazione del cosmo, in quanto a che, per il fatto di essere destinati ad essere in Lui, siamo stati generati anteriormente da Dio, noi, le creature razionali del Verbo di Dio, per il quale esistiamo dal principio, perché il "Verbo era nel principio". Ma in quanto il Verbo era dall'origine, era ed È principio divino di ogni cosa, ma in quanto ora prese il nome - anticamente santificato, e degno della potenza: Cristo - il Verbo È stato da me chiamato Nuovo Canto. Il Verbo dunque, cioè Cristo, È la causa, e del nostro essere anticamente (era infatti in Dio) e del nostro esser bene, ed ora È apparso personalmente agli uomini questo Verbo, il solo che È tutte e due le cose, Dio e uomo, causa per noi di tutti i beni, dal quale imparando il vivere rettamente, siamo avviati verso la vita eterna. Infatti, secondo quel divino Apostolo del Signore, "la grazia salutare di Dio apparve a tutti gli uomini istruendoci, affinché, rifiutata l'empietà e i desideri mondani, vivessimo sobriamente e giustamente e piamente nel mondo di ora, aspettando la beata speranza e l'apparizione della gloria del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo ". Questo È il Canto Nuovo, cioè l'apparizione, che fra di noi ha brillato soltanto ora, del Verbo che era nel principio, e perciò preesisteva: apparve sulla terra da poco il preesistente Salvatore, apparve Colui che esiste in Colui che esiste (perché " il Verbo era presso Dio "), come Maestro; apparve il Verbo dal quale sono state create tutte le cose, e dopo averci dato nel principio il vivere, mediante la creazione, come Demiurgo, ci insegnò il ben vivere, apparsoci come Maestro; per poterci procurare dopo, come Dio, il vivere eternamente. Egli però non ora per la prima volta ebbe compassione di noi, per il nostro errore, ma già prima, dal principio, ne aveva avuto compassione, ed ora Egli, essendo apparso, ci ha salvati mentre eravamo già sul punto di perire. Giacché ancora la maligna e strisciante fiera, con le sue arti magiche rende schiavi gli uomini e li supplizia, vendicandosi su di essi, come a me pare, al modo dei barbari, che si dice leghino gli schiavi di guerra ai cadaveri, finché insieme putrefacciano. Questo maligno tiranno, infatti, questo serpente, avvinti a pietre e tavole e statue e altrettali idoli, mediante l'infelice vincolo della superstizione, quegli uomini che riesce a far suoi finì dalla nascita, li porta, proprio secondo il detto, a seppellire vivi insieme con quelli, finché insieme con quelli periscano. Perciò (Poiché uno solo È l'ingannatore, che nel principio trasse Eva verso la morte, e ora vi trae anche gli altri uomini), uno anche È il soccorritore e ausiliatore nostro, il Signore, che dal principio preannunziava profeticamente e ora già anche chiaramente ci invita alla salvezza. Fuggiamo dunque, ubbidendo al precetto dell'Apostolo, "il principe della potestà dell'aria, dello spirito che ora opera nei figli della disobbedienza ", e accorriamo presso il Salvatore, il Signore, che ora e sempre esortava gli uomini alla salvezza, per mezzo dei prodigi e dei segni in Egitto, e nel deserto per mezzo del rovo e della nuvola che in grazia della Sua filantropia seguiva, come una ancella, gli Ebrei. Col timore destato da queste cose egli incitava gli uomini dal cuore indurito, ma in seguito anche per mezzo del sapientissimo MosÈ e dell'amante della verità, Isaia, e di tutto il coro profetico, Egli converte al Verbo in modo più razionale quelli che hanno orecchie per udire; e qualche volta insulta, qualche volta anche minaccia, su alcuni degli uomini anche piange, per altri canta: e fa come un buon medico, che cura i corpi ammalati, applicando ad alcuni cataplasmi, per altri ricorrendo a frizioni, e per altri a lavaggi, e alcuni aprendo col ferro, altri bruciando, qualche volta anche amputando, se mai sia possibile che l'uomo, anche a costo di perdere qualche parte o membro, ricuperi la salute. Di molte voci È il Salvatore, e di molti modi, per ottenere la salvezza degli uomini: minacciando ammonisce, insultando converte, lamentando compassiona, suonando esorta, per mezzo del rogo parla (perché quelli avevano bisogno di segni e di prodigi) e col fuoco spaventa gli uomini, facendo suscitare in cima a una colonna la fiamma, segno insieme di grazia e di terrore: per gli obbedienti, luce, per i disobbedienti, fuoco. Ma Poiché la carne È più pregevole della colonna e del rovo, dopo quelle cose parlano i profeti, il Signore stesso che parla in Isaia, Egli stesso in Elia, Egli stesso nella bocca dei profeti. Ma se tu non credi nei profeti e ritieni una favola così� gli uomini come il fuoco, ti parlerà il Signore stesso, " il quale, essendo nella forma di Dio, non fece sua proprietà della sua uguaglianza con Dio: ma vuotò se stesso ", il Dio misericordioso che desidera salvare l'uomo. E lo stesso Verbo ormai ti parla chiaramente, riempiendo di vergogna la vostra incredulità, s�, dico, il Verbo di Dio diventato uomo, affinché anche tu da un uomo possa imparare come un uomo diventi Dio. Quindi non È assurdo, o amici, che, mentre Dio sempre ci esorta alla virtù, noi, invece, rifiutiamo l'aiuto e rimandiamo la salvezza? Non ci esorta dunque alla salvezza anche Giovanni e non È egli interamente una voce esortatrice? Interroghiamo dunque lui stesso: " Chi sei? di quale paese?" Non dirà di essere Elia, negherà di essere Cristo, ma confesserà di essere voce gridante nel deserto. Chi È dunque Giovanni? Per abbracciarlo in una immagine, sia lecito dirlo "una voce del Verbo esortatrice, gridante nel deserto". Che cosa gridi, o voce? " Dillo anche a noi". " Fate diritte le vie del Signore ". Precursore È Giovanni e la sua voce È precorritrice del Verbo, voce incitatrice, che prepara alla salvezza, voce esortatrice alla eredità dei cieli, voce per la quale la terra sterile e deserta finisce di essere infeconda. Questa fertilità secondo me la predisse la voce dell'Angelo; precorritrice del Signore era anche quella, la quale dava la buona novella alla donna sterile, come Giovanni al deserto. Per questa voce del Verbo, dunque, la donna sterile diventa feconda di figli e la terra deserta produce frutti. Le due voci precorritrici del Signore, quella dell'Angelo e quella di Giovanni, vogliono significare, secondo me, la salvezza riposta in serbo per noi, cosicché, dopo l'apparizione di questo Verbo, noi riportiamo il frutto della fecondità, cioè la vita eterna. La Scrittura, infatti, col mettere insieme le due voci, chiarisce il tutto: " Ascolti, colei che non partorisce; parli, colei che non ha i dolori del parto, Poiché più numerosi saranno i figli della derelitta, che di colei che ha il marito " . E a noi che l'Angelo recava la buona novella, noi che Giovanni esortava a conoscere l'agricoltore, a cercare l'uomo. Il marito della sterile e il coltivatore della terra deserta sono infatti una stessa persona, la quale riemp� della divina potenza così� la donna sterile come la terra deserta. Poiché molti erano i figli della donna di nobile nascita, ma era in seguito senza figli a causa della sua incredulità (cioè, la donna ebrea, che in origine aveva avuto molti figli), la donna sterile riceve il marito, la terra deserta l'agricoltore; quindi ambedue diventarono madri l'una di frutti, l'altra di figli credenti, in virtù del Verbo; ma ancora per gli increduli rimane sterile e deserta. Giovanni, l'araldo del Verbo, in questo modo esortava ad essere preparati per la venuta di Dio, cioè di Cristo: e questo era ciò che voleva significare il silenzio di Zacharia: silenzio, che aspettava il frutto precursore di Cristo, affinché la luce della verità, cioè il Verbo, rompesse, divenuto buona novella, il mistico silenziò dei profetici enigmi. Ma tu, se desideri vedere veramente Dio, ricorri a purificazioni, che si addicono a Dio, non a foglie di alloro e a bende adornate di lana e di porpora, ma incoronato di giustizia e cinto delle foglie della temperanza, cerca con ogni cura Cristo. "Giacché io sono la porta", dice in un luogo, la quale bisogna che imparino coloro che vogliono conoscere Dio, affinchÈ egli ci apra tutte le porte dei cieli; giacché sono razionali le porte del Verbo, e non le apre che la chiave della fede. " Nessuno conobbe Dio se non il Figlio e colui al quale l'abbia rivelato il Figlio ". Io so bene che Colui che apre questa porta, sinora chiusa, dopo rivela le cose che son dentro e ci mostra quelle cose che non era possibile prima conoscere, se non da coloro che siano entrati per mezzo di Cristo, ch’è il solo per mezzo del quale si possa contemplare Dio.

 

 


 

CAPITOLO 2

Non state dunque a cercare i penetrali dei templi, dove non È Dio, e le bocche dei baratri, piene di ciurmeria, o il lebete Thesprotio o il tripode Cirrheo o il vaso di bronzo di Dodona. La "vecchia quercia" venerata dalle sabbie deserte e l'oracolo ch’è ivi, marcito insieme con la quercia, abbandonateli alle leggende che hanno fatto già il loro tempo. Ha taciuto così la fonte di Castalia, e l'altra fonte di Colofone e le altre acque profetiche ugualmente son morte: e, benché tardi, si sono tuttavia rivelate finalmente vuote del loro vano orgoglio, dopochÈ si dispersero insieme colle leggende che loro erano proprie. Esponici, anche, della restante vaticinazione o piuttosto farneticazione, i responsi... che non rispondono: l'oracolo Clario, il Pitico, il Didimeo, Amfiarao, Apollo, e Amfiloco; e, se vuoi, consacra insieme con essi gli osservatori dei prodigi, e gli auguri e gli interpreti dei sogni. Va' a porre nello stesso tempo presso il Pitio gli aleuromanti e i crithomanti e i ventriloqui, che son tenuti tuttora in grande onore presso il popolo. E i santuari degli Egiziani e le necromanzie dei Tirreni siano abbandonati alle tenebre. Vere scuole di inganno degli uomini non credenti, e bische di pretto errore, sono queste, in tutto piene di follia. Compagni di questo genere di ciurmeria sono le capre, esercitate alla vaticinazione, e i corvi educati dagli uomini a dare responsi. E che diresti se ti esponessi i misteri? Non ne farò la parodia, come dicono abbia fatto Alcibiade, ma metterò a nudo assai bene, fondandomi sulla verità, la ciurmeria che È nascosta sotto di essi, e, come sulla scena della vita, presenterò per mezzo dell'encyclema agli spettatori della verità gli stessi vostri così� detti dei, ai quali appartengono le mistiche iniziazioni. Dioniso furente i Baccanti lo adorano col rito della pazzia sacra, la quale consiste nel divoramento di carni crude, per il quale essi compiono la distribuzione rituale delle carni delle vittime, incoronati di serpenti, invocando col nome di Evan quella Eva, a causa della quale l'errore tenne dietro da presso; e simbolo dei riti bacchici È un serpente consacrato. Ora, va notato che, secondo l'esatta voce degli Ebrei, il nome Evia, con lo spirito aspro, significa serpente femina; Demetra e Core sono diventate già l'argomento di un dramma mistico, e l'errare e il ratto e il lutto delle due li celebra Eleusi alla luce delle fiaccole. Ora, mi sembra che l'etimologia delle parole orgia e mysteria sia, per la prima, da org‚ (= ira) - dall'ira, cioè, che Demetra concep� contro Zeus -, per l'altra da mysos - dalla contaminazione cioè, che si verificò nei riguardi di Dioniso -. Ma se anche derivi da un certo Myunte attico, che Apollodoro dice essere perito in una caccia, io non ho alcuna difficoltà: vuol dire che i vostri misteri sono stati glorificati con onori sepolcrali. Puoi seguire altra via, e intendere mysteria - Poiché le lettere si corrispondono - come mytheria: giacché, se mai altri, proprio questi tali miti vanno a caccia dei più barbari dei Traci, dei più insensati dei Frigi, dei superstiziosi tra gli Elleni. Perisca dunque colui che fu l'iniziatore di questo inganno per gli uomini: sia esso Dardano, che introdusse i misteri della Madre degli dei, sia Eetione, che fondò le cerimonie e i riti dei Samotraci, sia quel Frigio, Mida, che imparò dall'Odrisio, e quindi diffuse tra i suoi sudditi, l'abile inganno. Giacché, quanto a me, non mi potrebbe mai persuadere coi suoi inganni il ciprio isolano, Cinyra, il quale, nell'ambizione di divinizzare una meretrice del suo paese, osò portare dalla notte alla luce del giorno gli osceni riti di Afrodite. Melampo, il figlio di Amythaone, fu, secondo altri, quegli che trasportò dall'Egitto nell'Ellade le feste di Demetra, cioè un lutto celebrato con inni. Per conto mio, questi uomini, padri di empi miti e di perniciosa superstizione, io li chiamerei originatori di mali, Poiché furono essi che piantarono nella vita umana quel seme di male e di rovina che sono i misteri. Ma ormai, giacché È giunto il momento, dimostrerò che piene di inganno e di ciurmeria sono le vostre stesse cerimonie: e se voi siete stati iniziati, ancora di più riderete di queste vostre venerate leggende. Parlerò apertamente delle cose che voi tenete nascoste, senza vergognarmi di dire quello che voi non vi vergognate di adorare. Quella aphrogenes (0= nata dalle spume), dunque, e kyprogenes (= nata a Cipro), l'amante di Cinyra (dico Afrodite, la " philomedes, perché nacque dai medea ", da quei genitali amputati di Urano, da quei genitali libidinosi, che dopo il taglio fecero violenza all'onda), in quanto È per voi degno frutto delle parti salaci, nei riti in cui si celebra questa voluttà marina un grano di sale, come simbolo della sua nascita, e un fallo sono dati in regalo a coloro che si iniziano nell'arte della fornicazione; e questi nell'essere iniziati, pagano ad essa il tributo di una moneta, come gli amanti all'amica. I misteri di Deo non sono altro che gli amorosi amplessi di Zeus con la madre Demetra, e l'ira di Deo (che non so se in seguito debba chiamare ancora madre o moglie) a causa delfa quale si dice sia stata chiamata Brimo, e le supplicazioni di Zeus, e la bevanda di fiele e lo strappamento del cuore delle vittime e le altre operazioni nefande. I medesimi riti compiono i Frigi in onore di Attis e di Cibele e dei Coribanti. Essi hanno diffuso la storia di Zeus, come egli, strappati i testicoli di un montone, sia andato a gettarli in mezzo al seno di Deo, pagando così� una finta pena dell'amplesso violento, col simulare di aver mutilato se stesso. I simboli di questa iniziazione, quando io ve li abbia, per soprappiù, esposti, vi muoveranno certamente il riso, anche se non ne abbiate voglia per la condanna che loro ne deriva. " Mangiai dal timpano, bevvi dal cembalo, portai il cerno, mi introdussi nella camera nuziale". Questi simboli non sono un obbrobrio? non sono una beffa i misteri? E che diresti se aggiungessi il resto? Diventa incinta Demetra, cresce Core e di nuovo questo Zeus, che l'aveva generata, si unisce con Persefone, con la propria figlia, dopo essersi unito con la madre Deo, dimentico della precedente contaminazione (padre e corruttore della vergine, Zeus), e si unisce in forma di serpente e così� si rivelò per quello che era in realtà. È certo almeno che simbolo dei misteri Sabazii per coloro che si iniziano È il " dio che si avvolge attraverso il seno"; questo È un serpente che È fatto svolgere attraverso il seno di coloro che vengono iniziati, una prova della intemperanza di Zeus. Persefone diviene incinta di un bimbo in forma di toro; certo, dice un poeta cultore degli idoli: Padre al serpente un toro e padre al toro un serpente, sopra il monte un bifolco È il suo nascosto stimolo, con stimolo di bifolco indicando, io credo, la ferula che incoronano i Baccanti. Vuoi che ti racconti anche la raccolta dei fiori fatta da Persefone, e il suo canestro, e il ratto compiuto da Aidoneo, e la voragine apertasi nella terra, e le troie di Eubuleo, inghiottite insieme con le due dee, ch’è la ragione per la quale nelle Tesmoforie, nel visitare le sacre caverne della dea, sogliono cacciarvi dentro delle porchette?. Questo È il mito che le donne festeggiano variamente nelle città, nelle Tesmoforie, nelle Sciroforie, nelle Arretoforie, rappresentando drammaticamente in molti modi, come in una tragedia, il ratto di Persefone. I misteri di Dioniso sono addirittura inumani. Egli era ancora piccolo, e, mentre i Cureti danzavano intorno a lui una danza guerriera, i Titani essendosi introdotti con inganno, e avendolo allettato con giocattoli infantili, questi Titani dunque lo fecero a brani, che ancora era un bambino, come dice il poeta della Iniziazione, il tracio Orfeo: il turbo, il rombo, e i pupattoli dalle flessibili membra ed i begli aurei pomi delle canore Esperidi. E non È inutile, allo scopo di condannarli, esporre gli inutili simboli di questa vostra iniziazione: l'astragalo, la palla, la trottola, le mele, il rombo, lo specchio, il vello. Atena dunque, per avere sottratto il cuore di Dioniso, fu chiamata Pallade dal palpitare (p llein) del cuore. Ma i Titani che lo avevano sbranato, posto un lebete su di un tripode e gettatevi le membra di Dioniso, prima le facevano cuocere e poi, conficcatele negli spiedi, "le tenevano sopra il fuoco ". Zeus, apparso dopo (forse, Poiché era dio, per avere sentito l'odore delle carni che stavano cuocendo, che È " l'onore dovuto", che i vostri dei riconoscono " di avere avuto in sorte") fa scempio dei Titani col fulmine, e le membra di Dioniso le affida al figlio suo Apollo perché le seppellisca. Questi, giacché non disobbed� a Zeus, le trasporta sul Parnaso e qui depone il cadavere fatto a brani. Se vuoi contemplare anche i riti dei Coribanti, sappi che questi erano tre fratelli, due dei quali, avendo ucciso il terzo, avvolsero in un drappo di porpora il capo del morto e, dopo averlo incoronato, lo seppellirono, portandolo su uno scudo di bronzo ai piedi dell'Olimpo. E questo sono i misteri, per dirla in breve, niente altro che stragi e seppellimenti; i sacerdoti di questi misteri, chiamati Anactotelesti da coloro ai quali interessa chiamarli, aggiungono altri strani portenti a questo fatto luttuoso, quando proibiscono di porre sulla tavola apio con tutte le radici; giacché credono che l'apio appunto sia nato dal sangue coribantico versato: alla stessa guisa precisamente che le donne che festeggiano le Tesmoforie evitano di mangiare i frutti del melograno che siano caduti a terra, perché ritengono che i melograni siano nati dalle gocce del sangue di Dioniso. Chiamando poi col nome di Cabiri i Coribanti proclamano anche il rito dei Cabiri: giacché questi due fratricidi, presa, quasi spoglia del combattimento la cesta, nella quale erano posti i genitali di Dioniso, la portarono nella Tirrenia, mercanti di merce gloriosa; e qui prendevano dimora, essendo esuli, e trasmisero ai Tirreni il loro prezioso insegnamento di pietà, consistente nella venerazione di genitali e di una cesta. E questa fu non senza verosimiglianza la ragione per la quale alcuni vogliono dare a Dioniso il nome di Attis, perché privato dei genitali. E che meraviglia che i Tirreni, che sono dei barbari, siano così iniziati ai misteri di vergognose passioni, quando gli Ateniesi e il resto dell'Ellade, mi vergogno perfino a dirlo, hanno miti pieni di vergogna come quelli che si riferiscono a Deo? Deo infatti, errando alla ricerca della figlia Core, presso Eleusi (questa È una località dell'Attica) È vinta dalla stanchezza, e si siede su un pozzo, in preda al dolore. Questo È proibito anche ora a coloro che vengono iniziati, affinché non sembri che gli iniziati imitino la dea nel suo dolore. Abitavano in quel tempo Eleusi degli indigeni i cui nomi erano Baubò, Dysaules, Triptolemo, e inoltre Eumolpo ed Eubuleo. Bifolco era Triptolemo, pastore Eumolpo, porcaro Eubuleo; È da essi che fior� in Atene questa ierofantica stirpe degli Eumolpidi e dei Keryci. Ordunque (giacchÈ non mi tratterrò dal dirlo) Baubò, avendo ospitato Deo, le porge un beverone, e Poiché questa rifiutava di prenderlo e non voleva bere (Poiché era in lutto), Baubò dispiaciutasi fortemente della cosa, ritenendo il rifiuto come un'offesa fatta a lei, alzate le vesti, scopre le sue vergogue, e le mostra alla dea. Essa invece, Deo, si diletta di quella vista e a stento finalmente accetta la pozione, rallegrata da quello spettacolo. Questi sono i secreti misteri degli Ateniesi. Questi misteri riferisce anche Orfeo, e io ti citerò i versi stessi di Orfeo, affinché tu abbia nel mistagogo un testimone della loro svergognatezza: Così� dicendo, i pepli si tirò in alto e mostrò un'immagine oscena del corpo; era quella di Iacco fanciullo, ridente (Poiché l'agitava) di sotto al sen di Baubò; e allora la dea, Poiché vide, sorrise dentro il suo cuore, e accettò il lucido vaso con entro la mista bevanda. E il motto dei misteri eleusinii È: " digiunai, bevvi il cyceone, presi dalla cesta, avendo fatto quello che dovevo fare, riposi nel canestro e dal canestro nella cesta ". Begli spettacoli davvero, e che si addicono a una dea! Questi riti di iniziazione sono dunque degni della notte e del fuoco e del " magnanimo", o piuttosto insensato, popolo degli Erettidi, e, inoltre, anche degli altri Elleni, cui " dopo morte attendono cose che neppure si aspettano". A chi vaticina Eraclito di Efeso? Ai " nottivaghi, ai maghi, ai baccanti, alle baccanti, ai mysti ", a costoro egli minaccia le pene dopo la morte, a costoro vaticina il fuoco; " giacché empiamente essi si iniziano ai misteri che sono in uso fra gli uomini " . Consuetudine dunque e vana credenza sono i misteri, e cioè un inganno teso dal serpente, inganno che gli uomini venerano, allorchÈ con falsa pietà coltivano queste iniziazioni che non sono in realta iniziazioni e questi riti pieni di empietà. E quali sono anche le ceste mistiche! Bisogna infatti rivelare le cose sacre che si contengono in esse, e denunziare le cose non dicibili. Queste cose non sono dolci di sesamo, e piramidi e dolci in forma di gomitoli e focacce dai molti ombelichi e grani di sale e un serpente, il mistico simbolo di Dioniso Bassareo? Non sono melagrane, oltre a ciò, e rami di fico, e ferule, e tralci di edera, e oltre a ciò, focacce rotonde e papaveri? Sono queste le loro cose sacre! E, inoltre, gli ineffabili simboli di GE Temide (cioè Demetra): l'origano, la lucerna, la spada, il pettine femminile, che È, in linguaggio eufemistico e mistico, l'organo femminile. O che sfacciata impudenza! Una volta la notte, che copriva il piacere per gli uomini temperanti, era silenziosa: ora, divenuta una tentazione all'intemperanza per coloro che si iniziano, la notte È piena di voci; e il fuoco con la luce delle fiaccole rivela le oscene passioni. Spegni, o ierofante, il fuoco. Risparmia, o daduco, le lampade; la luce accusa il tuo Iacco; lascia che la notte nasconda i misteri; i riti siano onorati dalle tenebre; il fuoco non rappresenta una parte da teatro: il suo compito È di convincere e di punire. Questi, i misteri degli atei: atei giustamente io chiamo costoro, che non hanno conosciuto Colui che È veramente Dio, e venerano un bambino sbranato dai Titani e una donnetta in lutto, e le parti che veramente ma soltanto per pudore non si possono nominare. Duplice È la forma di ateismo di cui essi sono affetti, la prima consistente nel fatto che ignorano Dio, in quanto a che non riconoscono come Dio quegli che È veramente Dio; l'altra, la seconda, la quale consiste in questo errore, di credere che esistano coloro che non esistono, e di chiamare dei questi che in realtà non sono dei o piuttosto che neppure esistono, ma che non sono che semplici nomi. Per questo l'Apostolo ci biasima dicendo: " Ed eravate stranieri ai patti della promessa, non avendo la speranza, ed essendo atei nel mondo". Molti beni ricadano sul capo del re degli Sciti, chiunque mai egli sia stato! Questi trafisse con un dardo un suo concittadino, che presso gli Sciti imitava il rito della Madre degli dei, in uso presso i Ciziceni, battendo un timpano e facendo risuonare un cembalo e tenendo appese al collo immagini della dea, come un menagyrte: per la considerazione che questi, che era divenuto lui stesso effeminato presso i Greci, si faceva maestro anche agli altri Sciti di quella morbosa effeminatezza. Perciò (giacché non bisogna affatto nasconderlo) mi vien fatto di meravigliarmi come mai abbiano chiamato atei Evemero di Agrigento e Nicanore di Cipro e Diagora e Ippone, tutti e due di Melo, e inoltre quello di Cirene (chiamato Teodoro) e molti altri, che sono vissuti saggiamente e hanno scorto più acutamente, credo, degli altri uomini l'errore riguardante questi dei. Essi, È vero, non hanno conosciuto la verità stessa, ma almeno hanno sospettato l'errore, il che non È piccola scintilla di saggezza, la quale cresce, come seme, verso la verità. Uno di essi prescrive agli Egiziani: " Se li stimate dei, non piangeteli Né battetevi; ma se li piangete, non stimateli più dei "; un altro, avendo preso un Eracle, fatto d'un pezzo di legno (stava a cuocere qualche cosa in casa, come È verosimile), " Su dunque, o Eracle disse - ora È tempo che come ad Euristeo, così� anche a noi compia questa tredicesima fatica, e a Diagora appresti il desinare! ", e quindi lo pose nel fuoco come un pezzo di legno. Punti estremi dell'ignoranza sono dunque l'ateismo e l'adorazione dei demoni, al di qua dei quali bisogna cercare in tutti i modi di mantenersi. Non vedi il santo interprete della verità, MosÈ, che vieta all'eunuco e al mutilato dei genitali e inoltre al figlio della meretrice di prender parte all'assemblea?. Vuol significare oscuramente, coi due primi, il costume ateo, che È stato privato della divina e generativa potenza, con l'altro, col terzo, colui che si attribuisce molti falsi dei, invece di colui che solo È Dio, come il figlio della cortigiana si attribuisce molti padri, per ignoranza del suo vero padre. Ma vi era negli uomini una certa innata, originaria comunanza col cielo, la quale si È ottenebrata per l'ignoranza, ma improvvisamente balza fuori dalle tenebre e torna a risplendere, come mostrano, per esempio, quei versi nei quali da qualcuno È stato detto: Vedi questo infinito etere in alto che circonda la terra nel suo molle abbraccio... E questi altri: Della terra veicolo, che hai sede sopra la terra, chiunque sia, a vedere incomprensibile... E quante altre cose di tal natura cantano i figli dei poeti. Ma opinioni errate e condotte fuori dalla retta via, opinioni veramente perniciose, volsero " la pianta celeste ", l'uomo, fuori dalla vita celeste e lo piegarono sulla terra, a figure fatte di terra avendolo indotto ad attaccarsi. Alcuni infatti, facilmente ingannandosi riguardo allo spettacolo del cielo, e fidando nella sola vista, nell'osservare i movimenti degli astri, furono presi da meraviglia e divinizzarono gli astri chiamandoli dei da thein (= correre), e adorarono il sole, come gli Indi, e la luna, come i Frigi. Altri, nel cogliere i frutti coltivati delle piante, chiamarono Deo il grano, come gli Ateniesi, e Dioniso la vite, come i Tebani. Altri, avendo considerato il contraccambio che suole avere il male, divinizzano le punizioni, adorando perfino le sventure. Da qui i poeti drammatici hanno inventato le Erinni e le Eumenidi, e dei Palamnei e Prostropei e, inoltre, Alastori. Anche alcuni filosofi, seguendo l'esempio dei poeti, rappresentano, anche loro, come divinità le varie forme delle vostre passioni, il Timore, e l'Amore, e la Gioia, e la Speranza, come fece appunto anche l'antico Epimenide, che innalzò in Atene altari alla Hybris e alla Anaideia. Altri dei, derivati dagli stessi avvenimenti della vita, sono creati dagli uomini e sono rappresentati corporeamente tali sono le divinità attiche Dike e Clotho e Lachesi e Atropo, e EimarmÈne, e Auxò e Thallò. Vi È una sesta maniera di introdurre l'inganno e di fornire nuovi dei, quella, in base alla quale gli uomini annoverano i dodici d‚i, dei quali Esiodo canta quella sua teogonia, e ai quali si riferisce tutto ciò che Omero dice intorno agli dei. Ne resta un'ultima (Poiché sette sono tutte queste maniere), quella che ha origine dai benefici divini che vengono agli uomini. Non conoscendo infatti il dio che li beneficava inventarono certi Dioscuri salvatori, ed Eracle allontanatore di mali e Asclepio medico. Sono queste le sdrucciolevoli e dannose trasgressioni della verità, che trascinano giù dal cielo l'uomo e lo volgono verso il baratro. Voglio ora mostrarvi da vicino gli stessi dei, perché vediate quali siano e se veramente esistano, affinché una buona volta cessiate dall'errore e di nuovo accorriate al cielo. " Giacché eravamo anche noi figli dell'ira, come anche gli altri; ma Dio, che È ricco in misericordia, per il grande suo amore, col quale ci amò, quando eravamo già morti nel peccato ci fece rivivere insieme con Cristo". " Giacché il Verbo È vivente ", e quegli che È stato sepolto insieme con Cristo È elevato insieme con Dio. Ma quelli che sono ancora non credenti, sono chiamati " figli dell'ira", allevati, cioè, per l'ira. Ma noi non siamo più creature dell'ira, perché ci siamo staccati dall'errore, e balziamo verso la verità. In questo modo noi, che una volta eravamo figli della licenza, siamo diventati ora, grazie all'amore del Verbo per l'uomo, figli di Dio; ma È a voi che si riferisce il vostro poeta, l'agrigentino Empedocle: È per questo che voi, da gravi mali crucciati non mai dagli acerbi dolori l'animo alleggerirete. Orbene, la maggior parte delle cose riguardanti i vostri dei non sono che favole e invenzioni; ma le altre, quelle che si È creduto che siano realmente avvenute, non sono che delle notizie riferentisi a degli uomini turpi e che sono vissuti dissolutamente: Con folle orgoglio voi andate, e il dritto e giusto sentiero abbandonato, per quello partiste di rovi e di spini. A che andate errando, mortali? Cessate, o stolti, Lasciate l'oscuritd della notte, e conquistate la luce! Questo ci prescrive la profetica e poetica Sibilla, ce lo prescrive anche la Verità, la quale, spogliando da queste spaventevoli e terrificanti maschere la turba degli dei, dimostra con alcune somiglianze di nome la falsità delle vostre credenze. Così, per esempio: vi son di quelli i quali riferiscono che vi furono tre dei chiamati Zeus, uno, nato dall'Etere, in Arcadia, gli altri due, figli di Crono; di questi due, l'uno nato in Creta, l'altro, invece, in Arcadia. Vi sono di quelli che suppongono esseri state cinque dee chiamate Atena, l'una figlia di Efesto, la Ateniese, l'altra di Nilo, l'Egiziana, la terza di Crono, la inventrice della guerra, la quarta di Zeus, che i Messeni hanno chiamato Coryphasia dalla madre, e infine la figlia di Pallante e di Titanide figlia dell'Oceano, la quale, avendo ucciso empiamente il padre, si È adornata della pelle paterna come di un vello. Inoltre, di divinità chiamate Apollo, Aristotele ne elenca una prima, il figlio di Efesto e di Atena (qui non È più vergine Atena), una seconda in Creta, il figlio di Cyrbante, una terza, il figlio di Zeus, e una quarta, l'Arcade, il figlio di Sileno; questo È chiamato Nomio presso gli Arcadi; oltre a questi il libico, il figlio di Ammone. E il grammatico Didimo aggiunse a questi anche un sesto, il figlio di Magnete. Ma quanti Apolli vi sono anche attualmente, uomini innumerevoli, mortali e destinati a perire, i quali sono stati chiamati in modo simile a quello con cui furono chiamate le divinità sopradette? E se ti dicessi i molti Asclepii o gli Ermes che si annoverano o gli Efesti della mitologia? Non vi parrà che io faccia opera superflua, sommergendo i vostri orecchi con tutti questi nomi? Ma le patrie e le arti e le vite e, oltre a ciò, le tombe, dimostrano che essi sono stati uomini. Ares, per esempio, il quale È quanto più È possibile onorato anche presso i poeti, Ares, degli uomini peste, omicida, eversore di mura. questo " voltafaccia" e " implacabile" era, come dice Epicarmo, spartano, ma Sofocle lo sa trace ed altri arcade. Omero dice che fu tenuto incatenato per tredici mesi: Tollerò Ares, allora che Oto ed il forte Efialte, d'Aloeo figli, legaronlo in saldi nodi gagliardi; ed in prigione di bronzo fu legato per tredici mesi. Molti beni ricadano sulla testa dei Cari, i quali gli fanno sacrifizi di cani. E gli Sciti non cessino di sacrificargli gli asini, come dice Apollodoro, e Callimaco: Febo di tra iperborei sacrifizi d'asini sorge. E lo stesso poeta, altrove: Dilettan Febo le splendide immolazioni di asini. Efesto, che Zeus scagliò dall'Olimpo, " dalla soglia divina ", caduto a Lemno, faceva il fabbro ferraio, essendo storpio di tutti e due i piedi, " ma sotto, le gambe sottili movevansi agili ". Hai anche il medico, non solo il fabbro tra gli dei; e il medico era avaro, si chiamava Asclepio. E ti citerò il tuo poeta, il beota Pindaro: Indusse anche quello con grande mercede nelle mani apparsogli, l'oro; ma con le mani il Cronide lanciata la folgore traverso il petto di entrambi, lor tolse il respiro rapidamente, ed il fulmine ardente inflisse loro la morte; ed Euripide: Fu Zeus la causa, che mi uccise il figlio Asclepio, col lanciargli in cuor la folgore. Questo dunque giace fulminato nei confini di Cynosuride. Filocoro poi, dice che in Teno È onorato come medico Poseidone; e che la Sicilia È posta sopra Crono e che qui egli giace sepolto. Patrocle di Thuri e Sofocle il giovane in alcune tragedie narravano la storia dei due Dioscuri. Questi Dioscuri furono degli uomini mortali, se la testimonianza di Omero È attendibile quando dice: ormai li teneva la terra datrice di vita là in Lacedemone, nella patria terra diletta. Venga innanzi anche l'autore dei poemi Ciprii: Mortale Castore, e a lui È stato assegnato un destino di morte: immortale È invece, il rampollo d'Ares, Polluce. Questa È una menzogna poetica, ma Omero È più degno di fede di lui, quando parla di ambedue i Dioscuri, e, oltre a ciò, quando mostra che Eracle era un fantasma: " l'eroe" - dice infatti - " Eracle, di grandi opere esperto". Eracle dunque anche lo stesso Omero sa che fu uomo mortale. Il filosofo Ieronimo descrive anche la conformazione del suo corpo: piccolo, dai capelli ricci, forzuto. E Dicearco lo dice magro, muscoloso, nero, dal naso aquilino, dagli occhi cilestrini, dai capelli lunghi. Questo Eracle dunque, dopo essere vissuto cinquantadue anni, finì� la vita, ed ebbe gli onori funebri per mezzo della pira dell'Eta. E le Muse, che Alcmane fa nascere da Zeus e da Mnemosyne, e gli altri poeti e prosatori divinizzano e venerano, e già anche intere città consacrano musei in loro onore, - queste non erano che delle servette Mysie, comprate da Megaclo, la figlia di Macar. Macar era re dei Lesbii, ed era sempre in lite con la moglie. Se n'affliggeva Megaclo per la madre; e che cosa non era disposta a fare? E così� essa compra queste ancellette Myse, tante di numero (quante le Muse), e le chiama Moisai secondo il dialetto eolico. E insegnò loro a cantare le antiche imprese, e ad accompagnarsi con la cetra armoniosamente. Ed esse, citareggiando continuamente e bellamente affascinandolo coi loro canti, placavano l'animo di Macar e lo facevano cessare dall'ira. A ricordo di questo beneficio, Megaclo, come ringraziamento per conto della madre, innalzò statue di bronzo raffiguranti le fanciulle e ordinò che fossero onorate in tutti i templi. E tali sono le Muse; il racconto si trova presso Myrsilo di Lesbo. Udite ora gli amori dei vostri dei, le straordinarie storie della loro intemperanza e le loro ferite e le catene e le risa e le battaglie e le schiavitù e i simposi e gli amplessi e le lacrime e le passioni e le lascive voluttà. Chiamami Poseidone e lo stuolo delle fanciulle da lui corrotte, Amfitrite, Amymone, Alope, Melanippe, Alcyone, Ippothoe, Chione e le altre innumerevoli, nelle quali, pur essendo tante, non si saziavano ancora i desideri del vostro Poseidone. Chiamami anche Apollo: egli È Febo, tanto vate sacro che buon consigliere. Ma non dice così� Sterope Né Aethusa Né Arsinoe Né Zeuxippe, Né Prothoe Né Marpessa Né Hypsipyle; giacché Dafne riusc�, solo lei, a sfuggire al vate e alla sua violenza. E venga infine lo stesso Zeus, "il padre " - secondo voi - " degli uomini e degli dei ". Tanto egli era dato ai piaceri venerei da desiderare tutte le donne e saziare in tutte il suo desiderio. Si saziava infatti di donne, non meno che di capre il becco dei Thmuiti. E io ammiro, o Omero, i tuoi versi: Disse, e col cenno delle c‹anee ciglia il Cronide assentì: le chiome divine ondeggiaron sul capo immortale del nume, e scrollò il grande Olimpo... Pieno di maestà, o Omero, tu rappresenti Zeus, e gli attribuisci un cenno del capo che È stato molto pregiato. Ma se per poco gli mostri, o uomo, il cinto (di Venere), Zeus si rivela per quello che È, e la sua chioma si copre di disonore. A qual punto di intemperanza si È spinto quello Zeus, che tante notti godette con Alcmena! Neppure, infatti, le nove notti furon lunghe per l'intemperante (ma l'intera vita, al contrario, era breve per la sua incontinenza) perché ci procreasse il dio allontanatore di mali. Figlio di Zeus era Eracle, di Zeus veramente, egli che fu generato da una lunga notte e che compì pazientemente le dodici fatiche in lungo tempo, ma le cinquanta figlie di Thestio in una lunga notte violò, nello stesso tempo divenuto adultero e sposo di tante vergini. Non senza ragione dunque i poeti lo chiamano " infelice " e " scellerato ". Lungo sarebbe riferire i suoi adulterii d'ogni sorta e le sue corruzioni di fanciulli. Neppure, infatti, neppure dai fanciulli si astennero i vostri dei: uno amò Ila, un altro Iacintho, un altro Pelope, un altro Chrysippo, un altro Ganimede. Questi sono gli dei che le vostre donne debbono adorare, tali essi si augurino che siano i loro mariti, altrettanto temperanti, affinché siano simili agli dei, col mostrarsi pieni di uno zelo uguale al loro. Questi dei i vostri figli si abituino a venerare, perché diventino uomini, prendendo gli dei come un chiaro esempio di fornicazione. Ma forse, degli dei, soltanto i maschi sono infrenabili riguardo ai piaceri venerei; ma le dee, come donne, restarono in casa, ciascuna, per pudore - dice Omero, - vergognandosi, le dee, nella loro gravità, di vedere Afrodite sorpresa in adulterio. Ma esse sono più ardentemente licenziose, essendo legate in adulterio - Eos con Tithono, Selene con Endymione, Nereide con Eaco, Teti con Peleo, Demetra con Iasione, Persefone con Adoni. Afrodite, copertasi di vergogna con Ares, passò a Cinyra e sposò Anchise e insidiava Fetonte e amava Adoni, gareggiava con la boopide, e le dee, svestitesi, a causa del pomo, stavano nude, intente al pastore, per vedere quale di esse gli sembrasse bella. Su dunque, esaminiamo brevemente anche gli agoni e disperdiamo queste solenni adunanze sepolcrali, i giuochi istimici, nemei, pitici e soprattutto olimpici. A Pito dunque si venera il serpente pitico e l'adunanza tenuta in onore del serpente prende il nome di giuochi Pitici. Nell'istmo il mare sputò un miserevole rifiuto, e i giuochi Istmici piangono Melicerte. A Nemea giace sepolto un altro ragazzo, Archemoro, e la celebrazione fatta sulla tomba di questo ragazzo prende il nome di giuochi Nemei. La vostra Pisa, o Panelleni, È la tomba di un auriga frigio, e le libazioni che si fanno in onore di Pelope, cioè i giuochi Olimpici, lo Zeus di Fidia se le fa proprie. Misteri erano dunque, in origine, come sembra, gli agoni, Poiché si tenevano in onore di morti, come anche gli oracoli, e ambedue, dopo, sono divenuti pubblici. Ma i misteri che si tengono ad Agra e quelli che si tengono ad Alimunte dell'Attica sono stati limitati ad Atene; ma gli agoni e i falli che si consacrano a Dioniso, i quali hanno infestato la vita umana, sono, invece, una infamia mondiale. Bacchus enim descendendi ad Inferos desiderio flagrabat, sed viam ignorabat: hanc Prosymnus quidam promittit se monstraturum, verum non sine mercede. Merces ea in se quidem parum erat honesta, attamen honesta satis Baccho. Erat autem gratia Venerea, quam Bacchus postulabatur. Deo igitur non repugnanti petitio statim explicatur: isque iureiurando promittit, si redierit, se, quod vellet, facturum. Cum viam didicisset, abiit, rursusque rediit, nec offendit Prosymnum erat enim mortuus. Tum vero amatori ut debitum solveret, ad monumentum eius se confert, et muliebria patiendi desiderio flagrat. Cum ergo ficulneum excidisset ramum, instar virilis membri efformat; et ei insidens, promissum persolvit mortuo. Atque hoc facinus mystico ritu commemorant, qui Baccho Phallos fere per universas Graeciae urbes erigunt. " Giacché, se non fosse in onore di Dioniso che fanno il corteo solenne e cantano l'inno alle vergogne, sarebbe vergognosissimo quello che compiono " - dice Eraclito -, " Ade È lo stesso che Dioniso, in onore del quale folleggiano e baccheggiano ", non tanto, come io credo, per l'ubbriachezza del corpo, quanto per la vergognosa rivelazione sacra della licenza. A ragione perciò questi vostri dei sono schiavi, perché si sono resi schiavi delle passioni, ché anzi, anche prima dei così detti iloti presso i Lacedemoni, subiva il giogo servile Apollo sotto Admeto in Fere, Eracle in Sardi, sotto Omfale; Poseidone e Apollo erano servi di Laomedonte, quest'ultimo come un servo inutile, che evidentemente non aveva nemmeno potuto ottenere la libertà dal precedente padrone; in quel tempo essi anche edificarono le mura di Ilio al Frigio. Omero non si vergogna di dire che Atena faceva luce ad Ulisse, "tenendo un'aurea lucerna " nelle mani. E leggemmo di Afrodite, che, come una serviciattola impudica, portò ad Elena lo sgabello e lo pose di fronte al suo amante perche lo attirasse all'amplesso. Paniasi, inoltre, racconta che, oltre questi, moltissimi altri dei servirono ad uomini, così scrivendo: Soffrì Demetra, e il famoso dai piedi storpiati soffrì e soffrì Poseidone, soffrì Apollo dall'arco d'argento, di servir presso un uomo mortale per la durata di un anno: soffrì, costretto dal padre, anche Ares dall'animo ardente, e quello che segue. È naturale, per conseguenza, che qucsti vostri dei - dediti agli amori e soggetti alle passioni - ci siano presentati anche soggetti in tutto agli accidenti propri dell'umana natura. "GiacchÈ certamente ad essi mortale È la carne". Lo testimonia con molta precisione Omero, quando introduce Afrodite a lanciare alte e acute grida per la ferita, e narra che lo stesso bellicosissimo Ares fu ferito da Diomede nel fianco. Polemone poi dice che anche Atena fu ferita da Ornyto; e Omero dice inoltre che anche Aidoneo fu ferito di saetta da Eracle, e la stessa cosa narra Paniasi di Elios. Questo stesso Paniasi racconta che anche Era, la pronuba, fu ferita "in Pylo sabbiosa" dallo stesso Eracle. E Sosibio dice che anche Eracle fu ferito dagli Ippocoontidi nella mano. Se vi sono ferite, vi È anche sangue; il poetico icore infatti È anche più schifoso del sangue, giacché per icore non si intende altro che la putrefazione del sangue. È necessario dunque offrir loro cure e cibi, di cui hanno bisogno. Per questo, banchetti e sbornie e risate e amplessi, mentre, se fossero immortali e bisognosi di niente ed esenti da vecchiaia, non godrebbero dei piaceri umani dell'amore Né metterebbero al mondo figliuoli Né si addormenterebbero. Lo Stesso Zeus partecipò ad una mensa umana presso gli Etiopi, e a una inumana e nefanda, invitato presso Lycaone l'arcade. Certo È che, senza volerlo, egli si riempiva di carni umane; giacchÈ il dio ignorava che Lycaone l'arcade, il suo ospite, aveva sgozzato il proprio figlio (si chiamava Nyctimo) e l'aveva imbandito, come piatto prelibato, a Zeus. Bello, questo Zeus, l'indovino, l'ospitale, il protettore dei supplici, il clemente, il panompheo, il vendicatore delle colpe: o, piuttosto, l'ingiusto, l'iniquo, il senza legge, l'empio, l'inumano, il violento, l'adultero, il lascivo. Ma allora egli esisteva, quando era tale, quando cioè era un uomo: ora, invece, mi pare che i anche vostri miti siano già invecchiati. Zeus non È più serpente, non cigno, non aquila, non uomo lascivo, non vola come dio, non È dato all'amore di fanciulli, non ama, non fa violenza: eppure vi sono ancora molte e belle donne, anche più belle di Leda e più floride di Semele, e giovanetti più freschi e più eleganti del frigio bifolco. Dov'èra quell'aquila? dove il cigno? dove lo stesso Zeus? Egli È invecchiato insieme con l'ala; non però si pente dei trascorsi amorosi Né impara a essere temperante. Il mito vi È svelato nella sua nudità; morì Leda, morì il cigno, morì l'aquila. Cerchi il tuo Zeus? Non frugare il cielo, ma la terra. Te lo dirà il Cretese, nella cui terra È seppellito, come dice Callimaco nei suoi inni: ... ché il tuo sepolcro, o sovrano, l'hanno innalzato i Cretesi... È morto dunque Zeus (non dolertene, o Leda), come il cigno, come l'aquila, come l'uomo lascivo, come il serpente. Ma mi sembra che ormai anche gli stessi adoratori dei demoni, benchè a malincuore, comprendano tuttavia il loro errore riguardo agli dei: ché non son nati da antica quercia, e neppure da pietra, ma "sono della stirpe degli uomini", benché fra poco si troverà che essi non sono che quercie e pietre. Stafilo, per esempio, racconta che a Sparta era venerato uno Zeus Agamennone. Fanocle nel libro intitolato " Gli amori o i belli" racconta che Agamennone, il re degli Elleni, È quegli che innalzò un tempio ad Argynno Afrodite, in memoria del suo amasio Argynno. Gli Arcadi, come dice Callimaco negli "Aitia", venerano una Artemide Apanchomene (strangolata). E un'altra Artemide, detta Condylitis, È onorata in Metimna. Vi È anche, nella Laconia, il tempio di un'altra Artemide, detta Podagra, come dice Sosibio. Polemone conosce una statua di Apollo "con la bocca aperta", e un'altra ancora, onorata nell'Elide, di Apollo "goloso". Qui, nell'Elide, gli Elei sacrificano a Zeus "scacciatore di mosche"; e i Romani sacrificano ad Eracle scacciatore di mosche e alla Febbre e allo Spavento, che essi mettono, anche questi, tra i compagni di Eracle. Lascio andare gli Argivi e i Laconi: gli Argivi rendono culto ad Afrodite Tymborychos (= scavatrice di sepolcri), e gli Spartani venerano Artemide Chelytis (= che tossisce), Poiché nel loro dialetto si dice chelyttein il tossire. Credi che le notizie che ti presentiamo siano desunte da noi da qualche fonte non autentica? Sembra che tu non riconosca neppure i tuoi scrittori - che io chiamo a testimoni contro la tua incredulità -, quali hanno riempito di empio ludibrio - poveri voi! tutta la vostra vita, che non merita, in realtà, di essere chiamata vita. Non sono invero onorati uno Zeus calvo, in Argo, e un altro, vendicatore, in Cipro? Non sacrificano ad Afrodite Peribaso (= divaricatrix) gli Argivi, e ad Afrodite etera gli Ateniesi, e ad Afrodite callipigia i Siracusani, quella che il poeta Nicandro ha in un punto chiamato " calliglutea"?. Taccio, infine, di Dioniso choiropsalas: adorano i Sicioni questo Dioniso, avendolo posto a presiedere agli organi femminili, venerando in questo modo, come ispettore della vergogna, il fondatore della licenza. Tali sono per gli stessi loro adoratori gli dei, e tali sono gli adoratori stessi che si fan giuoco degli dei o piuttosto beffeggiano ed oltraggiano se stessi. E quanto migliori dei Greci, che adorano tali dei, non sono gli Egiziani, che per villaggi e città venerano i bruti animali? Infatti queste divinità degli Egiziani, sebbene siano degli animali, non sono però adultere, non sono lascive e neppure una di esse va in caccia di piaceri che siano contro natura. Ma di quale natura siano invece le divinità dei Greci, che bisogno c’è ancora di dirlo, quando esse sono state già smascherate a sufficienza? Ordunque, gli Egiziani, dei quali poco fa ho fatto menzione, sono divisi secondo i loro culti. Di essi, i Syeniti venerano il pesce fagro, quelli che abitano Elefantina, il meote (altro pesce, questo), gli Oxyrynchiti, ugualmente, il pesce che prende il nome dalla loro regione; ancora, gli Eracleopolitani l'ichneumone, i Saiti e i Tebani la pecora, i Lycopolitani il lupo, i Cynopolitani il cane, il bue Api quelli di Memfi, i Mendesi il capro. Ma voi, che siete in tutto migliori degli Egiziani - esito a dirvi peggiori -, che non cessate di deridere ogni giorno gli Egiziani, come vi comportate nei riguardi degli animali irragionevoli? Tra voi, i Tessali onorano le cicogne a causa della costumanza, i Tebani le donnole a causa dalla nascita di Eracle. E che dire, per tornare ad essi, dei Tessali? Si racconta che essi venerano le formiche Poiché hanno appreso che Zeus, presa la forma di una formica, si mescolò con Eurymedusa, la figlia di Cletore, e generò Myrmidone. Polemone racconta che gli abitanti della Troade venerano i topi indigeni, che chiamano sminthi, perché rosero le corde degli archi nemici, e da quei topi diedero ad Apollo il nome di Sminthio. Eraclide nelle sue " Fondazioni dei templi dell'Acarnania" dice che dove È il promontorio di Actio e il tempio di Apollo Actio si sacrifica prima un bue alle mosche. NÉ mi dimenticherò dei Sami (i Sami, come dice Euforione, venerano la pecora) Né dei Siri che abitano la Fenicia, dei quali alcuni venerano le colombe, altri i pesci, così esageratamente come gli Elei venerano Zeus. Ebbene dunque, dal momento che non sono dei quelli ai quali rendete culto, mi sembra opportuno esaminare quindi se essi siano in realtà demoni, iscritti, come voi dite, in questa seconda categoria. Giacché, se essi sono realmente demoni, sono ingordi e impuri. È possibile trovare demoni indigeni, che raccolgono onore nelle varie città anche apertamente (come gli dei): presso i Cythni Menedemo, presso i Teni, Callistagora, presso i Delii, Anio, presso i Laconi, Astrabaco. È onorato anche un certo eroe a Falero " sulla poppa della nave", e la Pitia ordinò ai Plateesi di sacrificare ad Androcrate e a Democrate e a Cycleo e a Leucone nel tempo in cui le guerre mediche erano nel loro pieno. E chi È capace di fare anche un piccolo esame può abbracciare di un solo sguardo anche altri numerosissimi demoni: tre miriadi sono sulla terra nutrice di molti i demoni immortali, custodi di umani mortali. Chi siano questi custodi, o Beota, non rifiutarti di dirci. O È chiaro che essi sono questi, e quelli più onorati di essi, i grandi demoni, Apollo, Artemide, Leto, Demetra, Core, Plutone, Eracle, e lo stesso Zeus. Ma essi, o Ascreo, non ci custodiscono per impedirci di fuggire, ma forse per impedirci di peccare: essi, che certamente di peccati sono inesperti. Qui È il caso di dire il proverbio: " il padre che non si emenda, emenda il figlio". Se anche, dunque, essi sono custodi, lo fanno, non perché si ispirino a sentimenti di benevolenza verso di voi, ma perché, tutti intesi alla vostra rovina, a guisa di adulatori, si gettano sulla vita umana, adescati dal fumo dei sacrifizi. E i demoni stessi riconoscono in un certo punto la loro ghiottoneria quando dicono: La libazione e il fumo: È questo l'onor che sortimmo. Quali altre parole, se acquistassero la parola, direbbero gli dei degli Egiziani, quali i gatti e le donnole, se non queste parole omeriche e poetiche, e amiche dell'odore del grasso, e dell'arte della cucina? Tali sono dunque presso di voi gli dei e i demoni, e se vi sono anche altri chiamati semidei, alla stessa maniera dei semiasini. NÉ infatti avete penuria di nomi per formare i composti necessari alla vostra empietà.

CAPITOLO 3

Orbene dunque, aggiungiamo anche questo, che i vostri dei sono demoni inumani e odiatori degli uomini, che non solo sono lieti della follia degli uomini, ma, oltre a ciò, anche godono delle umane uccisioni. Essi forniscono a se stessi occasioni di godimento, ora nelle lotte armate degli stadi, ora nelle innumerevoli contese delle guerre, per avere al massimo grado di che rimpinzarsi a sazietà di sangue umano; e già essi, piombando come flagelli per città e popoli, chiesero l'offerta di libagioni crudeli. Aristomene di Messene, per esempio, sgozzò trecento uomini a Zeus di Ithome, credendo di avere buoni auspici, sacrificando tante e, insieme, tali ecatombi tra gli altri era Teopompo, il re dei Lacedemoni, nobile vittima. I popoli Tauri, che abitano intorno alla penisola taurica, sacrificano senz'altro ad Artemide Taurica quelli degli stranieri che abbiano catturati nel loro territorio, di quelli cioè che hanno fatto naufragio. Questi tuoi sacrifizi li presenta sulla scena in una tragedia Euripide. Monimo nella sua " Raccolta delle cose mirabili " racconta di un uomo, di un Acheo, sacrificato a Peleo e a Chirone in Pelle, città della Tessaglia; Anticleide nei " Ritorni " ci fa sapere che i Lyctii (sono questi una tribù di Cretesi) immolano uomini a Zeus, e Dosida dice che i Lesbi offrono un simile sacrifizio a Dioniso. Quanto ai Focesi (non tralascerò infatti neppure questi), Pitocle nel terzo libro dell'opera " Sulla Concordia ", racconta che questi offrono l'olocausto di un uomo ad Artemide Taurica. L'attico Eretteo e il romano Mario sacrificarono le loro proprie figlie, l'uno a Persefone, come narra Demarato nel primo libro della sua opera " Argomenti di tragedie ", e l'altro, Mario, agli dei allontanatori di mali, come narra Doroteo nel quarto libro della sua " Storia italica ". Filantropici davvero appaiono da questi esempi i vostri demoni: e come non dovrebbero, analogamente, apparire pii i loro adoratori? Gli uni, che sono invocati come salvatori, gli altri, che chiedono la salvezza agli insidiatori della loro salvezza. Certamente, mentre suppongono di fare a quelli un sacrifizio favorevole, non s'accorgono di sgozzare, intanto, degli uomini. Infatti un'uccisione non diventa sacrifizio in ragione del luogo in cui essa È stata consumata, neppure se uno sgozzi un uomo ad Artemide e a Zeus in un luogo in apparenza - sacro, piuttosto che per ira e cupidigia, altri demoni dello stesso genere, sugli altari piuttosto che nelle strade, e lo consacri come vittima; ma uccisione e omicidio È un tale sacrificio. Perché dunque, o uomini sapientissimi tra tutti gli esseri viventi, fuggiamo le fiere selvagge, e se ci imbattiamo in un orso o in un leone, ci volgiamo fuori della nostra strada come chi ha visto un serpente, s'arresta ed arretra di scatto nelle gole di un monte, e trema per tutte le membra, e si ritira indietro..., e quanto ai demoni invece, pur sentendo già prima e comprendendo che essi sono esiziali e nefasti insidiatori e odiatori degli uomini e sterminatori, non cambiate strada di fronte ad essi, e non tornate indietro? Che cosa di vero potrebbero dire i malvagi o a chi potrebhero giovare? Comunque, io posso dimostrarti che l'uomo È migliore di questi vostri dei - i quali, poi, non sono che demoni - e che Ciro e Solone sono migliori di Apollo, il dio della vaticinazione. Amante dei doni È il vostro Febo, ma non amante degli uomini. Trad� il suo amico Creso, e dimenticatosi della mercede che aveva ricevuto (così� era amante dell'ambiguità) trasse Creso attraverso l'Aly sulla pira. Amando in questo modo, i demoni guidano verso il fuoco. Ma tu, o uomo, più filantropico e più veritiero di Apollo, abbi compassione di colui che sta legato sulla pira. E tu, o Solone, vaticina la verità, e tu, o Ciro, fa' spegnere la pira. Impara finalmente, o Creso, a essere saggio, ora che la sventura ti ha insegnato la vera saggezza. Ingrato È quello che tu adori, prende la mercede, e, dopo aver preso l'oro, in cambio, mentisce. " Vedi la fine " non È il demone a dirtelo, ma l'uomo. Non ambiguamente vaticina Solone. Questo solo oracolo troverai veritiero, o barbaro; questo tu metterai alla prova sulla pira. Da ciò mi vien fatto di domandarmi maravigliato, da quali mai fantasie siano stati indotti coloro che per primi, essendo stati essi stessi ingannati, proclamarono agli uomini la loro superstizione, ordinando per legge di venerare degli scellerati demoni: sia che sia stato quel Foroneo, sia che Merope, sia che qualche altro, i quali la leggenda vuole che per primi abbiano innalzato ai demoni templi ed altari, e, inoltre, abbiano offerto sacrifizi. È certo che in tempi posteriori inventavano degli dei, che facevano oggetto di adorazione. Certo, questo Eros, che si dice essere tra i più antichi degli dei, non l'onorava nessuno prima che Charmo avesse fatto suo un giovinetto e gli avesse innalzato un'ara nell'Accademia come segno di riconoscenza per la brama appagata: e hanno chiamato Eros l'intemperanza della passione, deificando così� una brama smodata. E gli Ateniesi, di Pan non sapevano nemmeno chi fosse, prima che Filippide lo avesse detto loro. È naturale dunque che la superstizione, avendo preso principio da un qualche punto, sia divenuta fonte di stolta malvagità, e quindi, non essendo stata frenata, ma sempre più accresciutasi, procedendo con l'abbondanza di un fiume, si sia fatta creatrice di molti demoni, sacrificando ecatombi e tenendo solenni adunanze e innalzando statue ed edificando templi, i quali - giacché non tacerò neppure di questi, ma smaschererò anche essi - sono chiamati templi eufemisticamente, ma in realtà furono dei sepolcri. Ma voi, almeno ora, dimenticate il culto dei demoni, vergognandovi di onorare delle tombe. Nel tempio di Atena in Larissa, nell'acropoli, vi È la tomba di Acrisio; ad Atene, nell'acropoli, vi È quella di Cecrope, come dice Antioco nel libro nono delle sue " Storie". Ed Erittonio? Non È sepolto nel tempio di Atena Poliade? E Immarado, il figlio di Eumolpo e di Daira, non È sepolto nel recinto dell'Eleusinio, che È sotto l'acropoli? Le figlie di Celeo non sono state sepolte ad Eleusi? A che elencarti le donne Hyperboree? Esse si chiamano Hyperoche e Laodice, e sono sepolte in Delo, nell'Artemisio; questo È nel tempio di Apollo Delio. Leandrio dice che Cleocho È stato sepolto a Mileto nel Didimeo. Non si deve trascurare qui, seguendo Zenone di Mindo, il monumento funebre di Leucophryne, la quale ha avuto sepoltura nel tempio di Artemide in Magnesia, Né l'ara di Apollo in Telmesso; narrano che sia, anche questo, il monumento funebre dell'indovino Telmesso. Tolomeo, il figlio di Agesarco, nel primo libro dell'opera " Intorno al Filopatore " dice che in Pafo nel tempio di Afrodite ha avuto sepoltura Cinyra e i discendenti di Cinyra. Ma, se volessi percorrere tutti i sepolcri adorati da voi, neppur mi basterebbe tutto il tempo; quanto a voi, se non penetra in voi un qualche senso di vergogna per la vostra audacia, siete allora addirittura come dei morti che vanno in giro, perché credete nei morti: Miseri, che È questo male di cui soffrite? Di tenebre sono le vostre teste avvolte...


 

 

CAPITOLO 4

Se, oltre a questo, io vi porrò innanzi le statue stesse, perché le osserviate, passandole in rassegna troverete che È una vera sciocchezza questa vostra consuetudine, per la quale venerate delle opere insensibili, " fatte da mani di uomini ". Anticamente infatti gli Sciti adoravano l'acinace, gli Arabi la pietra, i Persiani il fiume, e, degli altri uomini, quelli che erano ancora più antichi innalzavano pali altissimi di legno ed erigevano colonne di pietre, che chiamavano x¢ana, per il fatto che la materia era stata levigata (x‚o]. Certo, in Icaro il simulacro di Artemide era un pezzo di legno non lavorato, e quello di Era Citeronia in Tespia era un tronco tagliato, e quello della Era di Samo, come dice Aethlio, prima era una tavola, dopo, durante il governo di Prode, fu fatta in forma umana. Dopoché si cominciò a dare agli x¢ana forma umana, questi presero il nome di brete, da brotoi (= uomini). Lo storico Varrone dice che in Roma anticamente lo x¢anon di Ares non era che un'asta, Poiché gli artisti non si erano volti ancora a questa, bella in apparenza, arte della malora. Ma dopoché fior� l'arte, crebbe l'errore. È senz'altro evidente, oramai, come delle pietre e del legno, e per dirla in breve, della materia, gli uomini abbiano fatto statue di forma umana, con le quali simulate la pietà, calunniando la verità; ma tuttavia, Poiché questo punto ha bisogno di una qualche dimostrazione, non ci dobbiamo rifiutare di darla. Che, dunque, lo Zeus di Olimpia e la Poliade di Atene le abbia fatte Fidia, d'oro e d'avorio, È chiaro probabilmente a tutti. Che, poi, lo x¢anon di Era in Samo sia stato fatto da Smilide figlio di Euclide, lo racconta Olimpico nella sua " Storia di Samo ". Non dubitate dunque che delle così� dette Dee " Venerande " in Atene, due le abbia fatte Scopa della così� detta pietra lychnea, e Calos quella di mezzo; posso citarti Polemone che lo racconta nel quarto libro della sua opera " Contro Timeo". NÉ dubitate che le statue di Zeus e di Apollo in Patara della Licia le abbia fatte ancora quel Fidia, come anche i leoni che sono dedicati insieme con esse; ma se, come dicono alcuni, l'arte ‚ quella di Bryaxis, non ne faccio una questione: hai anche questo statuario, attribuiscile a quale dei due tu voglia. E inoltre opera di Telesio di Atene, come dice Filocoro, sono le statue di nove cubiti di Poseidone e di Amfitrite, che si adorano in Teno. Demetrio nel secondo libro della " Storia di Argo ", riferisce che dello x¢anon di Era in Tirinto la materia fu il pero e l'autore Argo. Molti forse si meraviglieranno nell'apprendere che il Palladio, quello chiamato " caduto-dal-cielo", che si racconta Diomede e Ulisse abbiano tolto da Ilio e affidato a Demofoonte, era fatto delle ossa di Pelope, come l'Olimpico Zeus di altre ossa, quelle di una fiera indica; e come fonte di questa notizia adduco Dionisio, che la racconta nella quinta parte del " Ciclo". Apella nella " Storia di Delfo " dice che vi sono due Palladii, e che ambedue sono stati costruiti da uomini. Ma perché nessuno supponga che io abbia tralasciato questo per ignoranza, vi citerò la statua di Dioniso Morycho in Atene, la quale È stata fatta della così� detta pietra phellatas, ed È opera di Sicone, figlio di Eupalamo, come dice Polemone in una epistola. Vi furono anche due altri scultori, credo cretesi (si chiamavano Scillide e Dipeno); questi fecero le statue dei Dioscuri in Argo e la statua di Eracle in Tirinto e lo x¢anon di Artemide Munychia in Sicione. Ma a che indugiare in queste cose, quando È possibile mostrarvi chi era il gran demone stesso, l'egiziano Sarapide, che sappiamo essere stato ritenuto degno di particolare venerazione da parte di tutti gli uomini, quello di cui hanno osato dire che non È fatto da mani d'uomo? Alcuni raccontano che esso fu mandato come offerta di ringraziamento dai Sinopei a Tolomeo Filadelfo re dell'Egitto il quale se li era cattivati, quando essi, soffrendo di una carestia, avevano mandato a prendere frumento dall'Egitto -, e che questo x¢anon era una statua di Plutone. Egli, ricevuta la statua, la innalzò sul promontorio, che ora chiamano Rhacoti, dove si trova anche il tempio di Sarapide, oggetto di venerazione; la regione È vicina al cimitero. Essendo morta in Canobo la sua concubina Blistiche, Tolomeo la fece là trasportare e le diede sepoltura sotto il tempio anzidetto. Altri dicono che Sarapide era una statua del Ponto, e che fu trasportata ad Alessandria con l'onore di una solenne adunanza festiva. Solo Isidoro dice che la statua fu portata da parte delle genti di Seleucia abitanti presso Antiochia, le quali si erano trovate, anche esse, in penuria di frumento ed erano state sostentate da Tolomeo. Ma Atenodoro, il figlio di Sandone, mentre voleva dimostrare l'arcaicità di Sarapide, inciampò in non so che cosa, Poiché venne a dimostrare che esso È una statua fatta da uomini. Egli dice che il re egiziano Sesostri, dopo aver soggiogato la maggior parte delle genti elleniche, tornato in Egitto, condusse con s‚ degli abili artisti; fu lui dunque che fece fare con grande sontuosità la statua del suo avo Osiride, della quale È autore l'artista Bryaxis - non l'ateniese, ma un omonimo di quel Bryaxis -, il quale si ‚ servito, per la costruzione, di una materia mista e varia. Egli aveva infatti limatura di oro e di argento e di rame e di ferro e di piombo e anche di stagno; e non gli mancava nessuna delle pietre egiziane, frammenti di zaffiro e di ematite e di smeraldo, ma anche di topazio. Avendo ridotto in polvere, dunque, tutte queste cose e avendole mescolate, le colorò col ciano, a causa di che il colore della statua È nerastro, e avendo impastato il tutto con la tintura rimasta dal funerale di Osiride e di Api, egli plasmò la statua di Sarapide, il cui nome anche allude alla comunanza col funerale e al fatto di essere stata costruita col materiale della sepoltura, essendo Osirapide un composto di Osiride e di Api. Un altro nuovo dio, in Egitto, quasi proprio tra i Greci, lo ha creato l'imperatore dei Romani, divinizzando solennemente il suo amato, che era bellissimo sopra ogni altro. Antinoo egli consacrò allo stesso modo come con Ganimede aveva fatto Zeus; non si frena facilmente infatti una brama che non ha ritegno; e ora vi sono degli uomini che celebrano le notti sacre di Antinoo, la vergogna delle quali conosceva l'amante, che le aveva vegliate insieme con lui. Perché mi annoveri tra gli dei quegli che È stato onorato per la sua prostituzione? Perché ordinasti che fosse pianto come un figlio? Perché vai magnificando la sua bellezza? È vergognosa la bellezza che l'oltraggio ha fatto marcire. Non tiranneggiare, o uomo, la bellezza, Né recare oltraggio al giovane ch’è nel suo fiore: conservala pura perché sia bella. Sii re della bellezza, non tiranno. Rimanga libera; allora riconoscerò la tua bellezza, quando tu hai conservato pura la sua immagine; allora adorerò la bellezza, quando essa È il vero archetipo delle cose belle. Ma ormai vi È già un sepolcro dell'amato, vi È un tempio di Antinoo e una città; e come, io credo, i templi, così� anche i sepolcri sono ammirati, piramidi e mausolei e labirinti, altri templi dei morti, come quelli sono sepolcri degli dei. Come maestra vi citerò la profetica Sibilla: Non la parola profetica di Febo bugiardo, che gli uomini stolti dissero dio ed a torto chiamarono vate, ma del gran Dio, che mani d'uomini non plasmarono simile agli idoli muti, di levigata pietra. Essa però chiama rovine i templi, preannunziando così� che il tempio di Artemide Efesia "per effetto di voragini e di terremoti ", sarà inghiottito: Supina gemerò Efeso, piangendo presso le rive, e un tempio invano cercando, che non esiste più. Dice che il tempio di Iside e di Sarapide in Egitto sarà distrutto e bruciato: Iside, dea infelicissima, presso il corso del Nilo rimani, sola, furente, muta sulle sabbie dell'Acheronte, e continuando quindi: E tu di molte pietre inerti coperto, Sarapide, giaci, ruina grandissima, nell'Egitto tre volte infelice. Ma tu, se non vuoi dare ascolto alla profetessa, ascolta almeno il tuo filosofo, Eraclito di Efeso, che rimprovera ai simulacri la loro insensibilità: " E pregano questi simulacri, come se uno conversasse con le pareti della casa". Non sono strani infatti coloro che supplicano delle pietre, e poi le collocano, tuttavia, quasi che fossero vive ed agenti, dinanzi alle porte, che adorano Ermes come dio, e pongono l'Agyieo come portiere? Se infatti li offendono come privi di senso, perché li adorano come dei? Se poi credono che essi abbiano della sensibilità perché li pongono come portieri? I Romani, attribuendo alla Tyche i loro più grandi successi, e credendo questa una dea grandissima, l'andarono a porre nella latrina, assegnando alla dea, come degno tempio, la cloaca. Ma certamente alla pietra insensibile, e al legno, e al ricco oro non importa affatto Né del grasso Né del sangue Né del fumo, dai vapori del quale, mentre si intende onorarli, sono anche anneriti; ma neppure dell'onore, come neppure dell'insulto. Le statue sono più spregevoli di qualunque essere vivente. E non riesco a comprendere come mai siano state divinizzate le cose insensibili, e compiango come infelici, a causa della loro stoltezza, quelli che cadono in questo errore. Sebbene infatti vi siano alcuni animali che non hanno tutti i sensi, come i vermi e i bruchi e quanti appaiono subito imperfetti a causa della nascita, come le talpe e il topo-ragno, che Nicandro chiama " cieco e sordo ", ma almeno essi sono superiori a questi x¢ana e alle statue, che sono interamente insensibili, Poiché almeno un senso solo lo hanno, per esempio quello dell'udito o quello del tatto o quello corrispondente all'olfatto o al gusto: quelle invece, le statue, non hanno neppure un senso solo. Vi sono molti degli animali, che non hanno Né vista Né udito Né voce, come ad esempio la famiglia delle ostriche, ma vivono tuttavia e crescono e inoltre sentono l'influsso della luna: le statue, invece, sono brute, non fanno nulla, non sentono nulla, sono legate, inchiodate, fissate, fuse, limate, segate, levigate, cesellate. Gli statuari " oltraggiano la insensibile terra", facendole cambiare la natura che le È propria, con l'indurre per effetto della propria arte gli uomini ad adorarla; i fabbricatori di dei adorano, non gli dei e i demoni, almeno secondo il mio modo di intendere, ma la terra e l'arte, cioè le statue. La statua È infatti veramente materia morta alla quale ha dato forma la mano dell'artista. Per noi invece l'immagine di Dio non È una cosa sensibile, di materia sensibile, ma È cosa intellegibile. Cosa intellegibile, non sensibile, È Dio, quegli che solo È veramente Dio. E, d'altra parte, negli stessi infortuni che incolgono alle statue, i cultori dei demoni, gli adoratori delle pietre, apprendono per esperienza a non adorare la materia insensibile, soggetta alla stessa necessità degli altri, ma sono trascinati alla rovina dalla loro superstizione; sebbene disprezzino le statue, non vogliono tuttavia apparire di disprezzarle del tutto, ma il comportamento degli stessi dei ai quali le statue sono state dedicate dà loro la dimostrazione dell'errore in cui sono caduti. Infatti, il tiranno Dionisio il giovane, tolta alla statua di Zeus in Sicilia la veste d'oro, ordinò di mettergliene una di lana, dicendo spiritosamente che questa era migliore di quella d'oro, perché d'estate più leggera e più calda d'inverno. Antioco di Cizico, essendo in difficoltà finanziarie, ordinò di fondere la statua d'oro di Zeus, che era della grandezza di quindici cubiti, e di collocare al suo posto una statua simile a quella, ma fatta di altra materia meno preziosa, e solo ricoperta di foglie d'oro. E le rondini, e la maggior parte degli uccelli, volando lasciano cadere sulle statue stesse il contenuto del loro ventre, senza curarsi Né di Zeus Olimpio Né di Asclepio Epidaurio Né di Atena Poliade o dell'egiziano Sarapide: voi neppure da essi apprendete che le statue sono prive di sensibilità. Ma vi sono anche dei malfattori o dei nemici invasori, i quali, per turpe avidità di guadagno, devastarono i templi e depredarono le offerte votive o anche fusero le statue. E se Cambise o Dario o altri, nel suo furore, pose mano a imprese di questo genere, e se un tale uccise l'egiziano Api, io rido perché.., uccise il loro stesso dio, ma mi indigno se perpetrava ciò per amore di guadagno. Volentieri dunque trascurerò questo genere di malvagità, perché lo ritengo frutto di avidità, non prova della debolezza degli idoli. Ma non sono certo avidi di guadagno il fuoco e i terremoti, Né, certo, temono o hanno rispetto dei demoni e delle loro statue più di quanto non ne abbiano le onde dei ciottoli ammucchiati lungo i lidi. Io conosco un fuoco capace di convincere e di curare il male della superstizione: se vuoi cessare da questa demenza, il fuoco ti illuminerà Questo fuoco consumò tra le fiamme il tempio che era in Argo, insieme con la sacerdotessa Cryside, e il tempio di Artemide in Efeso, il secondo dopo il tempo delle Amazzoni, e spesso ha devastato il Campidoglio che È a Roma; non si astenne neppure dal tempio di Sarapide che È nella città di Alessandria. Ad Atene ahbatt‚ il tempio di Dioniso Eleuterio, e quello di Apollo in Delfi prima fu preda di una procella e dopo fu annientato da un " fuoco intelligente ". In questo ti È mostrato solo il preludio di quelle cose che ti promette il fuoco. Gli autori delle statue, poi, non fanno vergognare quelli di voi che sono in senno, e non li inducono a disprezzare la materia? L'ateniese Fidia, per esempio, che scrisse sul dito dello Zeus Olimpio "Pantarce bello " (giacché per lui non era bello Zeus, ma il proprio amato); Prassitele, come mostra chiaramente Posidippo nel suo libro " Intorno a Cnido ", nell'apprestare la statua della Afrodite Cnidia, la ha rappresentata somigliante nell'aspetto alla sua amante Cratina, affinchÈ gli sciagurati potessero adorare l'amante di Prassitele. Quando Frine, la etera tespiese, era nel suo fiore, tutti i pittori prendevano a modello la bellezza di Frine nel dipingere le immagini di Afrodite, come, da parte loro, gli scultori effigiavano gli Ermes in Atene prendendo a modello Alcibiade. Non resta che al tuo giudizio il còmpito di concluderne se voglia adorare anche le etere. Da qui, credo, furono spinti gli antichi re a disprezzare questi miti, e a proclamare liberamente - Poiché la cosa non offriva pericoli da parte degli uomini - se stessi come dei, dimostrandoci in questo modo che anche gli altri dei non erano che degli uomini, i quali erano stati divinizzati a cagione della fama: Ceyce, il figlio di Eolo, era chiamato Zeus dalla moglie Alcione, Alcione, a sua volta, era, chiamata Era dal marito. Tolomeo quarto era chiamato Dioniso, e Mitridate il Pontico era chiamato, anche lui, Dioniso. Voleva anche Alessandro essere creduto figlio di Ammone ed essere rappresentato con le corna dagli statuari, desiderando oltraggiare con un corno il bel volto di uomo. E non solo i re, ma anche dei privati glorificavano se stessi con denominazioni divine, come il medico Menecrate, quello che era soprannominato Zeus. Che bisogno c’è di citare Alexarco (questi, che era, quanto al sapere, grammatico, come narra Aristo di Salamina, trasformava se stesso nel dio Sole)? Che bisogno c’è di ricordare anche Nicagora (era questi Zelita di stirpe, vivente ai tempi di Alessandro; Nicagora si chiamava Ermes e portava il vestimento di Ermes, come egli stesso attesta) - dal momento che a svilire i miti intorno agli dei sono intere nazioni e città con tutti i loro abitanti, le quali si mettono la maschera di adulatori: semplici uomini, che gonfi di vanagloria, trasformano se stessi (cioè degli uomini come loro) in esseri pari agli dei, e votano a se stessi onori straordinari? E ora decretano che si adori nel Cynosarge il Macedone di Pella, Filippo il figlio di Aminta, quello " dalla clavicola spezzata e storpio di una gamba", quello a cui fu cavato un occhio, e in seguito proclamano Demetrio, anche lui, dio, e nel punto in cui egli discese dal cavallo nell'entrare in Atene, vi È il tempio di Demetrio Cataibàtes (= che discende), e are dappertutto, e gli si preparavano dagli Ateniesi le nozze con Atena, ma egli disdegnava la dea, non potendo sposare la sua statua, e saliva con l'etera Lamia sull'acropoli e si giaceva nel talamo di Atena, mostrando alla vecchia vergine le posizioni erotiche della giovane etera. Non bisogna prendersela dunque neppure con Ippone, che immortala la sua morte. Questo Ippone fece scrivere sul suo monumento funebre questo distico: Questa È la tomba di Ippone, che pari ai numi immortali fu fatto dalla Moira, poi che egli fu morto. Bravo, o Ippone! Tu ci indichi l'errore umano. Se gli uomini non hanno prestato fede a te, quando potevi parlare, di te morto divengano perciò discepoli. Questo È l'oracolo di Ippone: cerchiamo di comprenderlo. Quelli che sono adorati presso di voi furono una volta degli uomini, che in seguito, naturalmente, sono morti: il mito e il tempo li hanno circondati di onore. Sogliono infatti, in certo qual modo, le cose presenti essere disprezzate a causa della consuetudine, ma le cose passate, lontane, a causa della oscurità prodotta dal tempo, dalla possibilità di un'immediata confutazione, sogliono trarre onore dalle cose inventate, e, mentre le cose presenti sogliono non essere credute, quelle passate sono invece anche ammirate. E così� dunque gli antichi morti, glorificati nel lungo periodo dell'errore, sono stimati dei dai posteri. Una prova di questo ve la danno i vostri stessi misteri, le solenni adunanze, le catene e le ferite e gli dei piangenti: Povero me, ché SarpÈdone, il più diletto degli uomini, È destin che da Patroclo, figliuol di Menezio, sia vinto! È stato superato il volere di Zeus, e il vostro Zeus, a causa di Sarpedone, piange, sconfitto. A ragione cosi voi stessi li avete chiamati idoli (cioè fantasmi) e demoni, Poiché Atena stessa e gli altri dei Omero li chiamò demoni, onorandoli così� per la loro natura cattiva: Essa saliva all'Olimpo alla casa di Zeus che ha l'egida, presso i restanti demoni. Come dunque potranno ancora essere ritenuti dei gli idoli e i demoni, quando questi non sono in realtà che spiriti abbominevoli e impuri, riconosciuti da tutti come terreni e immondi, incombenti sulla terra, " aggirantisi intorno ai sepolcri e alle tombe", che sono precisamente i luoghi dove essi appaiono confusamente come " foschi fantasmi"?. Questo sono i vostri dei, gli idoli, le ombre e, oltre a questi, quelle " zoppe " e " rugose, dagli occhi distorti ", le Litai, figlie di Tersite piuttosto che di Zeus, così� che non senza spirito mi sembra dica Bione, quando si domanda come potrebbe essere giusto che gli uomini chiedano a Zeus quella bellezza di prole che neppure lui potÈ dare a se stesso. AhimÈ, quale empietà! Voi sotterrate, nella misura in cui vi È possibile, la incorruttibile essenza, e quell'essere incontaminato, quell'essere santo, avete seppellito nelle tombe, privando la divinità della sua reale e vera essenza. Perché dunque attribuiste a quelli che non sono dei gli onori che sono propri di Dio? Perché, abbandonato il cielo, avete onorato la terra? Che altro È l'oro o l'argento o l'acciaio o il ferro o il rame o l'avorio o le pietre preziose? Non sono essi terra e provenienti dalla terra? Non sono figli di una sola madre, la terra, tutte queste cose che tu vedi? Perché dunque, o stolti e senza senno (giacchÈ voglio tornare sull'argomento), avendo bestemmiato il luogo iperuranio, avete trascinato al suolo la pietà, foggiandovi divinità terrene, e, andando dietro a queste cose generate invece che al Dio ingenerato, siete piombati in tenebre più profonde? È bello il marmo pario, ma non È ancora Poseidone, È bello l'avorio, ma non È ancora l'Olimpio. La materia ha bisogno sempre dell'arte, Dio non ne ha bisogno. Sorse l'arte, la materia È stata rivestita della forma; e la ricchezza della sostanza rappresenta un valore economico, ma per la sola forma diventa oggetto di venerazione. Oro È la tua statua, È legno, È pietra, È, se la consideri dall'origine, terra, la quale ha ricevuto forma dall'artista. Io mi sono abituato a calpestare la terra, non ad adorarla; giacchÈ per me non È lecito affidare mai le speranze dell'anima alle cose inanimate. Bisogna perciò avvicinarsi, quanto più È possibile, alle statue, affinché sia dimostrato anche dal loro aspetto che connaturato con esse È l'errore. Sono improntate infatti molto chiaramente le figure delle statue, del segno caratteristico dei demoni. Così�, se qualcuno, andando intorno, osservi le pitture e le statue, riconoscerà subito i vostri dei dalle riprovevoli caratteristiche, Dioniso dalla sua veste, Efesto dalla sua arte, Demetra dalla sua sventura, Ino dal suo velo, dal suo tridente Poseidone, dal suo cigno Zeus; Eracle lo indica la pira, e se uno veda rappresentata una donna nuda, riconosce "l'aurea" Afrodite. Così� il famoso Pigmalione di Cipro si innamorò di una statua di avorio; la statua era di Afrodite, ed era nuda; È vinto il Ciprio da quella figura e si mescola con la statua; e questo, lo racconta Filostefano. Un'altra Afrodite in Cnido era di marmo, ed era bella, un altro si innamorò di essa e si mescola col marmo, (lo racconta Posidippo; il primo nella " Storia di Cipro", l'altro in quella di Cnido): tanto potere ebbe l'inganno esercitato dall'arte, la quale divenne in tal modo seduttrice e trascinatrice nel baratro per quegli uomini lascivi. Capace di simili effetti È l'arte manuale, ma essa non È tale da ingannare la parte razionale, e quelli che vivono secondo la ragione. A causa infatti della somiglianza della pittura, dei colombi volarono verso un dipinto rappresentante una colomba, e cavalli nitrirono verso cavalle bellamente dipinte. Dicono che una fanciulla si innamorò di una immagine, e un bel giovane, di una statua cnidia: ma in tali casi erano gli occhi degli spettatori a essere ingannati dall'arte. Giacché nessun uomo sano di mente si sarebbe mescolato con la statua di una dea, Né sarebbe stato seppellito con una morta, Né si sarebbe innamorato di un demone e di una pietra. Ma, quanto a voi, l'arte vi inganna con un altro genere di ciurmeria, se anche non inducendovi ad innamorarvene, certamente però ad onorare e ad adorare �e statue ed i dipinti. Il dipinto È somigliante: si lodi, in tal caso, l'arte, ma non inganni l'uomo, cercando di passare per verità. È rimasto tranquillo il cavallo, la colomba non si È mossa, pigra È rimasta l'ala: ma la vacca di Dedalo, la quale era di legno, sedusse un toro selvaggio, e l'arte costrinse la fiera, trattala in inganno, a coprire una donna innamorata. Tanto stimolo le arti, coi loro malvagi artifici, destarono nelle creature prive di senno. Ma le scimmie sono oggetto di ammirazione presso i loro allevatori e guardiani perché esse non si lasciano ingannare dalla somiglianza di immagini di cera o di fango e dagli abbigliamenti di fanciulle: voi sarete dunque inferiori alle scimmie, Poiché ponete attenzione a immaginette di pietra e di legno e d'oro e di avorio e a pitture. Di tali perniciosi trastulli sono per voi autori gli scalpellini e gli statuari e i pittori e i carpentieri e i poeti, che introducono una simile, grande moltitudine di dei, nei campi Satiri e Pani, nelle selve Ninfe, oreadi e amadriadi, e inoltre presso le acque e presso i fiumi e le fonti, le Naiadi, e presso il mare, le Nereidi. I maghi vantano perfino come servitori della loro empietà i demoni, essendoseli aggregati come domestici, Poiché li hanno resi a forza loro schiavi mediante l'azione delle loro formule magiche. Inoltre le nozze degli dei e le loro procreazioni di figli e i loro parti, che tutti ricordano, e gli adulteri, che sono cantati dai poeti, e i banchetti, che danno materia a commedie, e le risate durante il convito, introdotte nei vostri poemi, mi spingono a gridare (anche se io voglia tacere): ahimÈ, quale empietà! Avete fatto del cielo una scena, e ciò ch’è divino È diventato per voi dramma, e, sotto la maschera di demoni, avete fatto commedia di ciò ch’è santo, volgendo in derisione, come in un dramma satiresco, la vera pietà, per mezzo della superstizione. Egli intanto, suonando la lira, cominciava a cantar bellamente: Cantaci, Omero, quel bel canto intorno all'amore di Are e Afrodite dalla bella corona, come la prima volta nelle case di Efesto si unirono, di nascosto; e avea fatti parecchi doni, e macchiò il letto di Efesto sovrano... Cessa, Omero, il canto; non È bello, insegna l'adulterio; di fornicare noi non permettiamo neppure alle nostre orecchie. Giacché noi, noi siamo i portatori dell'immagine di Dio in questo simulacro, che vive e si muove, ch’è l'uomo, immagine che abita con noi, ci consiglia, ci accompagna, partecipa del nostro focolare, dei nostri affetti, si commuove per noi. Noi siamo stati consacrati come un'offerta a Dio per amore di Cristo, noi " la razza eletta, il regale sacerdozio, la gente santa, il popolo scelto, che una volta non eravamo popolo e ora siamo il popolo di Dio ", che, secondo Giovanni, non siamo " dal basso ", ma abbiamo appreso il tutto da colui che venne dall'alto, che abbiamo compreso la distribuzione di Dio, che ci siamo esercitati " a camminare in novità di vita". Ma non la pensano così� i più; gettati da parte il pudore e il timore, essi si fanno dipingere nelle loro case le impure passioni dei loro demoni. E così�, intesi come sono alla lussuria, essi hanno ornato le loro camere nuziali con certe tavolette dipinte, appese in alto a guisa di offerte votive, prendendo l'intemperanza per pietà: e mentre giacciono nel letto, durante gli amplessi, fissano lo sguardo a quella Afrodite ignuda, stretta in catene nell'atto dell'adulterio. E tanto prediligono la rappresentazione della effeminatezza che fanno imprimere nei castoni dei loro anelli il lascivo uccello volante verso Leda, servendosi così� di un sigillo, ch’è in tutto degno della intemperanza di Zeus. Questi sono i modelli della vostra mollezza, questo il fondamento divino delle vostre sregolatezze, questi gli insegnamenti offerti dai vostri dei, che fornicano insieme con voi. " Giacché, ciò che ciascuno vuole, questo anche crede ", secondo l'oratore ateniese. E quali anche le altre vostre immagini! Statuine di Pan e fanciulle nude e satiri ubbriachi e itifalli, che vengono presentati nudi nelle pitture, e che la loro stessa intemperanza condanna. Ormai non vi vergognate più di ammirare i dipinti rappresentanti le posizioni di ogni genere di lussuria esposti apertamente in pubblico; ma anzi li custodite, tenendoli appesi in alto come offerte votive, come se fossero veramente le immagini dei vostri dei, consacrando nelle vostre case queste stele di svergognatezza, facendovi dipingere ugualmente, così� le posizioni di Filenide come le fatiche di Eracle. Di queste cose noi vi dichiariamo che bisogna dimenticare non solo l'uso, ma anche la vista e la semplice audizione. Hanno fornicato le vostre orecchie, si sono prostituiti i vostri occhi, e, ciò che È la cosa più strana, prima dell'amplesso, i vostri sguardi hanno commesso adulterio. O voi che faceste violenza all'uomo e cancellaste con l'ignominia ciò che di divino È nella creatura, siete del tutto non credenti per potervi abbandonare alle vostre passioni, e credete negli idoli perché imitate la loro intemperanza, ma non credete in Dio, perché non sopportate la temperanza; e le cose migliori le avete odiate, le cose peggiori onorate, fattivi spettatori della virtù e campioni del vizio. " Beati " solo perciò, per dir così�, per consenso unanime, tutti quelli, secondo la Sibilla, che negheran tutti i templi, pur avendoli visti, e gli altari che sono sedi vane di pietre insensibili, e i simulacri di pietra e le statue fatte da mani, di sangue animato insozzate e di sacrifici cruenti di quadrupedi e bipedi e di uccelli e di fiere. A noi invece È espressamente proibito di esercitare quest'arte ingannatrice. " GiacchÈ tu non farai ", dice il profeta, " somiglianza di qualunque cosa, fra quante sono in cielo, in alto, e fra quante sono in terra, in basso ". Forse ancora potremmo stimare dei la Demetra di Prassitele e la Core e il mistico Iacco, oppure l'arte di Lisippo e le mani di Apelle, le quali hanno rivestito la materia della forma della gloria divina? Ma voi ponete ogni vostra cura al modo come mai la statua possa essere fatta quanto più bella È possibile, e intanto non vi date pensiero che non siate resi voi stessi simili alle statue, a cagione della insensibilità. Molto chiaramente e brevemente perciò la parola del profeta biasima questa abitudine, quando dice che " tutti gli dei delle genti sono immagini di demoni; Dio fece i cieli" e ciò che È nel cielo. E così� alcuni, movendo da qui, cadono, non so come, in errore e adorano, piuttosto che Dio, l'arte divina, il sole e la luna e il restante coro degli astri, assurdamente ritenendoli dei, mentre non sono altro che gli strumenti per misurare il tempo. " Giacché dal Verbo di lui furono fissati stabilmente e dal soffio della sua bocca tutta la potenza di essi". Ma l'arte umana crea case e navi e città e pitture: le cose che fa Dio, come le potrei enumerare? Volgi lo sguardo al mondo intero, È opera di lui; e il cielo e il sole e gli angeli e gli uomini sono " opera delle sue dita". Quanto È grande la potenza di Dio! La sua sola volontà È creazione del mondo. Solo Dio infatti lo fece, Poiché egli solo È veramente Dio. Col semplice volere egli crea, e alla sola espressione del suo volere segue immediatamente l'attuazione. Qui si svia il coro dei filosofi, i quali, mentre riconoscono che l'uomo È mirabilmente fatto per la contemplazione del cielo, adorano le cose che appaiono nel cielo e che si percepiscono con la vista. Se anche infatti non siano umane le opere che sono nel cielo, ma certamente sono state fatte per gli uomini. E nessuno di voi adori il sole, ma desideri l'autore del sole, Né divinizzi il mondo, ma cerchi il creatore del mondo. Un solo rifugio resta dunque, a quanto pare, a chi vuole giungere alle porte della salvazione: la divina sapienza. Da qui, come da un sacro asilo, l'uomo che tende alla salvezza da nessuno dei demoni può essere più trascinato via.

CAPITOLO 5

Percorriamo, se vuoi, anche le dottrine che i filosofi affermano orgogliosamente intorno agli dei, se mai ci riesca di scoprire che anche la stessa filosofia per vanità di dottrina personifica la materia, o di poter mostrare di passaggio che, anche quando sono delle potenze divine quelle che divinizza, essa vede la verità come in sogno. Essi ci lasciarono infatti gli elementi, celebrando come principii di tutte le cose, Talete di Mileto l'acqua, e Anassimene, anche lui di Mileto, l'aria, il quale fu seguito da Diogene d'Apollonia. Parmenide di Elea introdusse come dei il fuoco e la terra; di questi due, supposero dio uno solo, il fuoco, Ippaso di Metaponto ed Eraclito di Efeso; quanto ad Empedocle d'Agrigento, questi, avendone incontrato un gran numero, annovera tra gli dei, oltre a questi quattro elementi, l'odio e l'amicizia. Atei erano dunque anche questi, perché con una certa sapienza che non È sapienza adorarono la materia e, se anche non onorarono le pietre o il legno, divinizzarono tuttavia la terra che È la madre di questi, e, se anche non inventano Poseidone adorano tuttavia l'acqua stessa. Che altro È mai infatti Poseidone se non una sostanza liquida chiamata così da posis?. Come certamente il bellicoso Ares È così� chiamato da arsis e da anairesis (= distruzione), che È soprattutto la ragione, mi pare, per la quale molti, confitta al suolo la spada, si limitano a sacrificare ad essa, quasi che sacrificassero ad Ares. Tale costume È degli Sciti, come dice Ludosso nel secondo libro del suo " Periodo della terra ", mentre, tra gli Sciti, i Sauromati, come dice Icesio nel suo libro " Sui misteri", venerano l'acinace. Questo È stato anche il caso dei seguaci di Eraclito, che venerano il fuoco come principio generatore del mondo: giacché questo fuoco È quello che altri chiamarono Efesto. Tra i Persiani i Magi onorano il fuoco e così� molti di quelli che abitano l'Asia, e, oltre questi, i Macedoni, come dice Diogene nel primo libro della sua "Storia persiana ". Che bisogno c’è che io menzioni i Sauromati, i quali, come racconta Nimfodoro, nei suoi " Costumi barbarici ", venerano il fuoco? O i Persiani e i Medi e i Magi? Dinone dice che questi sacrificano a cielo scoperto, perché ritengono che il fuoco e l'acqua siano le sole immagini di dei. Non vi ho celato neppure l'ignoranza di costoro. Giacché, se essi credono di sfuggire per la massima parte all'errore, scivolano però in un altro inganno: non hanno ritenuto, come gli Elleni, immagini di dei il legno e le pietre, Né gli ibis e gli icneumoni, come gli Egiziani, ma hanno ritenuto tali il fuoco e l'acqua, come i filosofi. Molti secoli dopo tuttavia, come Berosso nel terzo libro della sua "Storia caldaica " ci mostra, essi veneravano statue di forma umana; questo costume fu introdotto da Artaserse, figlio di Dario e padre di Ocho, il quale fu il primo a innalzare a Babilonia e a Susa e ad Echatana la statua di Afrodite Anaitide e insegnò ad adorarla ai Persiani e ai Baetri e a Damasco e a Sardi. Riconoscano dunque i filosofi come loro maestri i Persiani o i Sauromati o i Magi, dai quali essi hanno appreso l'empietà di considerare come oggetto di venerazione i primi principii, ignorando il primo autore di tutte le cose e creatore degli stessi primi principii, il Dio senza principio, e invece venerando questi elementi " umili " e " deboli ", come dice l'Apostolo, che sono stati fatti per il servizio degli uomini. Degli altri filosofi, quanti, superati gli elementi, cercarono qualche cosa di più alto e di più eccellente, celebrarono, alcuni l'infinito, come Anassimandro (era di Mileto) e Anassagora di Clazomene e Archelao di Atene. Questi due preferirono la mente all'infinito, Leucippo di Mileto invece e Metrodoro di Chio lasciarono anche essi, a quanto sembra, due principii, il pieno e il vuoto. Prese questi due principii e vi aggiunse le immagini (idoli) l'abderita Democrito. Quanto al crotoniate Alcmeone, questi credeva che fossero dei gli astri, ritenendoli animati (non tacerò neppure l'impudenza di costoro), Senocrate (di Calcedone, questi) dice oscuramente che i pianeti sono sette dei, e che l'ottavo È il mondo risultante di tutte le stelle fisse. NÉ tralascerò gli Stoici, i quali dicono che il divino attraversa tutta la materia, anche la più spregevole, e così� coprono addirittura di vergogna la filosofia. Non credo gravoso, giunto a questo punto, far menzione anche dei Peripatetici. Il padre di questa setta, Poiché non conobbe il padre di tutte le cose, crede che quegli che È detto " supremo " sia l'anima del tutto; cioè egli suppone che l'anima del mondo sia Dio, e così� egli si trafigge da se stesso. GiacchÈ egli limita la provvidenza solo fino alla luna, e poi ritiene Dio il cosmo, e così� cade in contraddizione perché afferma che È Dio ciò che È privo di Dio. Il celebre Teofrasto di Ereso, il discepolo di Aristotele, in un punto suppone che sia Dio il cielo, in un altro che sia lo spirito. Epicuro solo dimenticherò e volentieri, il quale crede, nella sua estrema empietà, che nulla stia a cuore a Dio. E quanto ad Eraclide Pontico, che cosa bisogna dire? Vi È un solo punto in cui non sia tratto, anche lui, verso gli idoli di Democrito?

 


 

 

CAPITOLO 6

E una grande turba di questo genere si riversa sopra di me, introducendo, come una specie di spauracchio, delle assurde immagini illusorie di strani demoni, e favoleggiando con chiacchierio di vecchiette: noi siamo però molto lontani dal permettere ad uomini di ascoltare tali discorsi, noi che neppure siamo soliti confortare i nostri bambini quando piangono, raccontando loro delle favole, perché temiamo di nutrire in essi nello stesso tempo l'empietà proclamata da costoro, che si credono sapienti, mentre non conoscono la verità meglio dei bambini. Perché dunque - in nome della verità! - tu dimostri che coloro che credono in te sono soggetti a flusso e a movimento e a disordinati vortici? Perché mi riempi la vita umana di idoli, immaginando che venti o aria o fuoco o terra o pietre o legno o ferro, questo mondo stesso, siano dei, e parlando vanamente e ciarlando della divinità anche degli astri erranti, agli uomini che in realtà sono diventati erranti per mezzo di questa molto celebrata astrologia - non direi astronomia? Io desidero il Signore dei venti, il Signore del fuoco, il Creatore del mondo, il Datore della luce al sole: Dio cerco, non le opere di Dio. Chi dunque potrei prendere dalla tua parte come compagno nella ricerca? Giacché noi non disperiamo interamente di te. Se vuoi, prendiamo Platone. Come dunque bisogna andare alla ricerca di Dio, o Platone? " Il padre e autore di questo mondo È impresa difficile trovare e, trovatolo, È impossibile dichiararlo a tutti". Perché insomma, in nome di Lui stesso? " Perché non può essere espresso assolutamente". Bene, o Platone; hai sfiorato la verità, ma non stancarti, insieme con me intraprendi la ricerca intorno al bene; giacchÈ in tutti gli uomini interamente, ma specialmente in quelli che occupano il loro tempo nei ragionamenti, È stato instillato un certo effluvio divino. In grazia di esso, anche mal volentieri, essi riconoscono che vi È un solo Dio, e che questo È esente da morte e da nascita, e che in alto, nelle più lontane regioni del cielo, in una sua propria e particolare specola, esiste veramente per sempre. Dio, quale deve, dimmi, concepirsi? Quegli che tutto vede e non È visto, dice Euripide. Mi sembra perciò che erri Menandro, dove dice: O Sole, te bisogna adorar prima, poi ch’è per te che gli altri dei si vedono, giacché neppure il sole potrebbe mostrar mai il vero Dio, ma lo potrebbe mostrare il buon Verbo, il quale È il sole dell'anima, per il quale soltanto, quando dentro sia sorto nella profondità della mente, s'illumina l'occhio dell'anima. Perciò non senza ragione Democrito dice che " pochi degli uomini sapienti, sollevate le mani verso quel luogo che ora noi Elleni chiamiamo aere, favoleggiano di Zeus; giacché egli tutto sa e dà tutto e lo toglie ed È re di tutto ". Ragionando in modo simile anche Platone dice oscuramente di Dio: " Intorno al re di tutte le cose, tutte le cose sono, e quella È la causa di tutti quanti i beni ". Chi È dunque il re di tutte le cose? Dio, la misura della verità delle cose che sono. Come perciò le cose che si misurano sono comprese dalla misura, così� anche la verità È misurata e compresa dal conoscere Dio. Il veramente santo MosÈ dice: "Non vi sarà nella tua borsa bilancia e bilancia, grande o piccola, Né vi sarà nella tua casa misura grande o piccola, ma una bilancia vera e giusta sarà a te ", intendendo Dio come bilancia e misura e numero del tutto. Giacché gli ingiusti e iniqui idoli stanno nascosti in casa, nella borsa, e cioè nella, per così� dire, anima insozzata. Ma la sola giusta misura, cioè il solo veramente Dio, il quale È sempre invariabilmente e costantemente imparziale, misura tutte le cose e le pesa, abbracciando e tenendo in equilibrio la natura universa con la sua giustizia, come con una bilancia. " Dio, come anche dice l'antico discorso, avendo il principio e la fine e il mezzo di tutte quante le cose che esistono, tiene una via diritta, andando intorno secondo natura. A lui tien dietro sempre la giustizia, punitrice di quelli che si allontanano dalla legge divina". Da dove derivi, o Platone, la verità a cui tu alludi oscuramente? Da dove derivi l'abbondante apporto degli argomenti, il quale vaticina il culto di Dio? " Più sapienti di questi, egli dice, sono le genti barbare ". Conosco i tuoi maestri, anche se tu voglia nasconderli. Tu apprendi la geometria dagli Egiziani, l'astronomia dai Babilonesi, ricevi dai Traci le salutari incantagioni, molte cose te le hanno insegnate gli Assiri; ma nelle leggi, in quelle che sono veraci, e nella credenza intorno a Dio, tu sei stato aiutato dagli stessi Ebrei, che non con inganni vani onorano l'opre degli uomini fatte d'oro e di bronzo e d'argento e di avorio, immagini di uomini morti, in legno e in marmo effigiati, e quante i mortali onorano nel loro vano consiglio; ma levano verso il cielo le pure mani nell'alba, dal letto appena levati, e sempre purificano il corpo con acqua, ed onorano solo chi sempre regna immortale. E a me, o filosofia, non questo solo, Platone, ma molti altri ancora affrÈttati a presentare, che proclamano Dio quello che solo È veramente Dio, per ispirazione di Lui, se in qualche punto abbiano colto la verità. Non È di carattere cinico questa concezione, di Antistene, ma effetto dell'insegnamento di Socrate: "Dio - egli dice - non somiglia a nessuno, perciò nessuno può conoscerlo esattamente da una somiglianza". Senofonte ateniese, apertamente, anche lui, avrebbe scritto intorno alla verità, portando la sua testimonianza al pari di Socrate, se non avesse temuto il veleno che uccise Socrate; non di meno vi allude oscuramente. " Quegli - dice - che scuote tutte le cose e le serena, che sia grande e potente È chiaro, ma quale sia di forma non È chiaro: neppure il sole infatti, che appare luminosissimo, neppure esso sembra permettere che lo si guardi, ma se qualcuno impudentemente lo miri, È privato della vista". Donde deriva dunque il figlio di Grillo questa sua sapienza? O non È chiaro che dalla profetessa degli Ebrei, che così� oracoleggia? Ma quale carne può dunque vedere con gli occhi il celeste, e vero Dio immortale, che abita nel cielo? Ma neppure, di fronte ai raggi del sole resistere possono gli occhi degli uomini, poi ch'ei son nati mortali. Cleante di Pedase, il filosofo stoico, espone non una teogonia poetica, ma una vera teologia. Egli non nascose quello che pensava intorno a Dio: Il bene quale sia, mi chiedi? Ascolta: esso È ordinato, giusto, santo, pio, di s‚ padron, proficuo, bello, debito, grave, schietto, sempre vantaggioso, senza paura o duolo, utile, anòdino, giovevole, piacevole, sicuro, caro, onorato, coerente.... glorioso, modesto, mite, provvido, forte, costante, eterno, senza biasimo. Non libero È chi mira all'opinione, sperando di ritrarne un qualche bene. Qui chiaramente egli insegna, credo, quale È la natura di Dio, e come l'opinione comune e la consuetudine riducano in servitù coloro che seguono esse e non cercano Dio. Non bisogna trascurare neppure Pitagora e quelli della sua scuola, i quali dicono: "Dio È uno solo; ma egli non È, come alcuni credono, fuori dell'ordinamento dell'universo, ma È in esso, essendo presente interamente nello intero ciclo, presiedente a tutta la creazione, temperamento di tutte le età, e autore di tutti i suoi poteri, e illuminatore di tutte le sue opere nel cielo, e padre di tutto, mente e animazione dell'intero ciclo, movimento di tutte le cose ". Bastano anche queste cose, riferite dagli stessi pagani per ispirazione di Dio, e da noi scelte, come una guida verso la conoscenza di Dio, a colui che È capace, sebbene in piccola misura, di scorgere la verità.

CAPITOLO 7

Ma venga a noi (poiché non basta la sola filosofia) anche la stessa poesia, sebbene interamente occupata nella menzogna, a testimoniare una buona volta la verità, o piuttosto a confessare dinanzi a Dio la sua deviazione da essa, rappresentata dai suoi miti. Si presenti qualunque poeta voglia venire per primo. Arato, dunque, pensa che la potenza di Dio attraversa l'universo: ...perché ben salde tutte le cose crescano, per questo, lui sempre per primo, e ultimo si propiziano; salve, padre, grande prodigio, e grande aiuto per gli uomini! Allo stesso modo anche Esiodo di Ascra parla oscuramente di Dio: Giacché egli È di tutti sovrano e di tutti signore, Né degli immortali alcun altro con te sul potere ha conteso. Inoltre, anche sulla scena essi svelano la verità: l'uno, Euripide, volto lo sguardo all'etere e al cielo, " Questo stima Dio ", dice; l'altro, Sofocle, il figlio di Sofillo: Uno in verità, un solo È Dio, che fece il cielo e la terra vastissima, e dei flutti marini il rilucente rigonfiamento, e la forza dei venti. Ma noi, molti mortali, errando in cuore, come conforto delle nostre pene, i simulacri degli dei innalzammo, immagini di pietra o bronzo o d'oro o d'avorio. Ed a questi dedicando sacrifizi e solenni feste vane in questo modo d'esser pii crediamo. Questo qui, ormai anche temerariamente presentò sulla scena agli spettatori la verità. E il tracio interprete dei misteri e nello stesso tempo poeta, Orfeo, figlio di Eagro, dopo l'esposizione dei riti sacri e la trattazione della divinità degli idoli, introduce la palinodia della verità, cantando così� una buona volta, sebbene tardi, un discorso veramente sacro: Parlerò a quelli ch’è lecito, chiudete le porte o profani, tutti ugualmente; tu, ascoltami, figliuol della Luna, Museo, giacche il vero dirò, Né le cose che pria ti parvero in petto della vita diletta ti priveranno. E tu guarda alla divina parola, ed a questa sta attento, e dirigi rettamente del cuore l'urna ove ha sede intelletto; e per la via dritta incamminati, e guarda solo al Signore, del mondo, immortale. Quindi continuando, soggiunge apertamente: Uno solo ‚, da s‚ nato, e da uno solo son nate tutte le cose; e in esse ei si aggira, e nessun dei mortali lo vede, ed ei vede tutti... Così� dunque Orfeo: col tempo almeno egli comprese finalmente di essere stato nell'errore. Ma tu non indugiare, accorto mortale, ed affrettati, e indietro rivolgendoti, propiziati così� Dio. I Greci infatti, sebbene, avendo indubbiamente ricevuto talune scintille del Verbo divino, abbiano fatto sentire solo pochi accenti della verità, testimoniano la potenza di essa che non È stata nascosta; ma insieme, d'altra parte, rivelano la propria debolezza, perché non giunsero fino al termine. Giacché oramai credo che a chiunque È diventato chiaro che coloro che fanno o anche dicono qualche cosa senza il Verbo della Verità, sono simili a quelli che si sforzano di camminare senza piedi. Ti spingano alla salvezza anche gli attacchi che i poeti comici, costretti dalla forza della verità, fanno ai vostri dei. Il poeta comico Menandro, per esempio, dice nella commedia intitolata " L'auriga ": Non mi piace un dio che vada fuori con una vecchia a spasso, Né che penetri dentro le case con la tavoletta, come un sacerdote questuante: tali infatti sono i sacerdoti questuanti di Cibele. Donde a ragione Antistene diceva ad essi, quando chiedevano l'elemosina: "Io non nutro la madre degli dei, perché la nutrono gli dei". Di nuovo lo stesso poeta comico, nella commedia intitolata " La sacerdotessa", indignato contro questa consuetudine, cerca di combattere l'empia arroganza di questo errore, aggiungendo saggiamente: se, dunque, l'uomo trae coi cembali Dio dovunque voglia quei che fa questo È più grande di Dio. Ma sono questi strumenti d'audacia e di forza, trovati dagli uomini... E non solo Menandro, ma anche Omero ed Euripide e molti altri poeti smascherano i vostri dei e non temono minimamente di insultarli. Per esempio, Atena la chiamano " mosca canina ", ed Efesto " zoppo di tutti e due i piedi", e ad Afrodite Elena dice: Né coi tuoi piedi all'Olimpo fare ritorno mai più. Di Dioniso scrive Omero apertamente: Ei che una volta di Dioniso furente perseguitò le nutrici pel monte di Nisa santissimo; ed esse tutte versarono a terra i sacri arredi, dal crudo Licurgo (percosse)... Degno veramente della socratica scuola È Euripide, Poiché guardò solo la verità e disprezzò gli spettatori, sia quando smaschera Apollo, che le sedi del centro della terra abita, e dà ai mortali sicurissimi oracoli, con queste parole: a lui ubbidendo uccisi la madre, lui giudicate empio ed uccidete; lui, e non io, peccò, che più ignorante e del bello e del giusto egli È di me, sia quando introduce Eracle furioso e, in altro punto, ubbriaco e insaziabile. Come no, infatti? Egli che, mentre banchettava con carni mangiava dopo fichi verdi sguaiatamente latrando così� che l'avrebbe un barbaro compreso... E già nel dramma intitolato " Ione " presenta senza alcun ritegno gli dei agli spettatori: Come può esser giusto che voi stessi che faceste per gli uomini le leggi siate accusati di violarle? Se - ciò non sarò, ma voglio far l'ipotesi - tu e Poseidone e Zeus ch’è re del cielo delle nozze violente il conto rendere agli uomini doveste, il fio pagando delle ingiustizie, vuotereste i templi.

CAPITOLO 8

È tempo dunque, ora che gli altri argomenti sono stati già da noi trattati nell'ordine dovuto, di passare alle scritture dei profeti. E infatti i loro oracoli, coll'indicarci nel modo più chiaro le basi per giungere alla pietà, costituiscono il fondamento della verità. Se anche dei sistemi di vita virtuosi siano accorciatoie della salvezza, sono le divine scritture - spoglie come sono di ogni ornamentazione e di ogni estranea bellezza di parole e di ogni vacuità e adulazione - che rialzano l'uomo soffocato dal vizio, rendendo saldo ciò che di sdrucciolevole È nella vita, con una sola e medesima voce curando molti mali, distogliendoci, da una parte, dall'inganno dannoso e, dall'altra, esortandoci chiaramente alla salvezza che ci sta dinanzi agli occhi. Così� per esempio, per prima la profetessa, la Sibilla, ci canti il canto della salvazione: Ecco, a tutti Egli È chiaro, senza errore; venite, non ricercate sempre la tenebra e la caligine. Del sole, ecco, la dolce luce sopra ogni altra risplende. Ma imparate e ponete nei vostri petti sapienza. V'È un solo Dio, che manda i terremoti e le piogge e i venti e i fulmini e fami e pesti e lutti dogliosi, e nevi e geli. Ma a che dire ad una ad una le cose? Governa il cielo e domina la terra ed esiste realmente. Con grande ispirazione essa assomiglia qui l'inganno alla tenebra e la conoscenza di Dio al sole e alla luce; e avendo posto tutte e due le cose in comparazione, ci insegna quale debba essere la nostra scelta; giacché la menzogna non È dispersa dal nudo confronto col vero, ma È scacciata a forza, e bandita, dalla pratica della verità. Geremia, il profeta sapientissimo, o piuttosto lo Spirito Santo in Geremia, mostra che cosa È Dio. "Io sono", dice, " un Dio che È vicino, e non un Dio lontano. Se l'uomo farà qualche cosa di nascosto, non lo vedrò io? Non riempio io i cieli e la terra? dice il Signore ". Di nuovo poi per mezzo di Isaia: " Chi misurerà", dice, "il cielo col palmo e la intera terra col pugno? ". Considera la grandezza di Dio, e stupisci! Questi È quello che dobbiamo adorare, del quale dice il profeta: " Davanti alla tua faccia i monti si liqueferanno, come davanti alla faccia del fuoco si liquefà la cera". Questi, dice, È Dio, " del quale È trono il cielo, sgabello la terra", " il quale se aprirà il cielo, tremore prenderà te ". Vuoi anche sentire che cosa dice questo profeta intorno agli idoli? "Saranno esposti a esempio di fronte al sole e i loro cadaveri saranno cibo per gli uccelli del cielo e per le fiere della terra, e saranno fatti putrefare dal sole e dalla luna, cose che essi stessi amarono ed a cui essi stessi servirono, e sarà incendiata la loro città". Dice anche che gli elementi e il mondo saranno distrutti insieme con essi: " La terra", dice, " invecchierà e il cielo passerà ", " ma la parola di Dio rimane in eterno ". E che cosa dice Dio, quando di nuovo vuole rivelarsi per mezzo di MosÈ? " Vedete, vedete che io sono Dio e non vi È altro Dio all'infuori di me. Io ucciderò e farò vivere; io percuoterò e io sanerò, e non vi È uno che sfuggirà alle mie mani". Ma vuoi udire anche un altro vaticinatore? Hai tutto il coro dei profeti, i compagni di MosÈ. Che cosa dice ad essi lo Spirito Santo per mezzo d� Osea? Non esiterò a dirvelo: " Ecco, io sono colui che dà forza al tuono e che crea il vento ", le mani del quale fondarono la milizia del cielo. E ancora per mezzo di Isaia (ti ricorderò anche queste parole): "Io sono", dice, " io sono il Signore che parla il linguaggio della giustizia e annunzia la verità. Riunitevi insieme e venite; deliberate insieme, voi che siete salvi dalle genti. Non compresero, quelli che innalzano il legno, immagine scolpita di essi, e pregano gli dei che non li salveranno". Quindi, un po' più giù: "Io sono", dice " Dio, e non vi È, tranne me, altro giusto, e salvatore non vi È all'infuori di me. Volgetevi a me e sarete salvati, voi che venite dai confini della terra; io sono Dio e non ve n'È altro; su me stesso lo giuro". E si adira contro gli idolatri, dicendo: " A chi assomigliaste il Signore? O a quale somiglianza lo assomigliaste? Fece forse il fabbro un'immagine, o, fuso l'oro, l'orefice la indorò? ", e quello che segue. Forse siete dunque anche voi idolatri? Ma ora almeno evitate le minacce del Signore: giacché gemeranno le immagini scolpite e fatte con le mani, o piuttosto quelli che hanno creduto in esse, giacché la materia È insensibile. Inoltre, egli dice: " Il Signore scuoterà le città abitate e prenderà con la sua mano tutta la terra come un nido ". A che parlarti dei misteri di sapienza e dei detti che provengono da un giovane ebreo sapientissimo?. "Il Signore mi creò nel principio delle sue vie, avanti le sue opere " e " Il Signore dà sapienza e dalla sua faccia sono conoscenza e intelligenza ". " Fino a quando, o pigro, giacerai? Quando ti desterai dal sonno? Se sarai solerte, verrà a te come fonte la tua messe", cioè il Verbo paterno, la buona lucerna, il Signore che reca la luce, la fede e la salvezza a tutti. Giacché " il Signore che fece la terra nella sua forza", come dice Geremia, "raddrizzò il mondo nella sua sapienza ". La sapienza infatti, che È il suo Verbo, raddrizza verso la verità noi che eravamo caduti nella idolatria. E questa È la prima resurrezione, la resurrezione dalla trasgressione: perciò, per distoglierci da ogni forma di idolatria, il divino MosÈ ha lanciato questo grido bellissimo: "Odi, Israel, il Signore È il tuo Dio, il Signore È uno solo", e: " Adorerai il Signore tuo Dio e a lui solo servirai ". Ora dunque intendete, o uomini, secondo l'ammonimento di quel beato salmista che fu David: " Date opera all'istruzione, affinché un giorno non si adiri il Signore, e voi andrete in rovina fuori della via giusta, quando divamperà rapidamente il suo sdegno. Beati tutti quelli che hanno creduto in Lui ". E già, nella sua immensa pietà per noi, il Signore ci dà il canto salutare, simile a un motivo di marcia: "Figli degli uomini, fino a quando sarete gravicordi? Perché amate la vanità e cercate la menzogna? " Quale È, dunque, questa vanità e quale questa menzogna? Te lo spiegherà il santo Apostolo del Signore quando accusa gli Elleni " perché, avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono come Dio, Né gli resero grazie, ma diventarono vani nei loro ragionamenti, e mutarono la gloria di Dio nella somiglianza di una immagine di uomo corruttibile, e servirono alla creatura piuttosto che al Creatore ". E invero Dio È quegli che " nel principio fece il cielo e la terra"; e tu invece non comprendi Dio, ma adori il cielo, e come non È empietà la tua? Ascolta ancora un profeta che dice: " Verrà meno il sole e il cielo si oscurerà, ma splenderà l'onnipotente in eterno e saranno scosse le potenze dei cieli, e i cieli saranno arrotolati, essendo distesi e ripiegati insieme come una pelle " (queste infatti sono le parole profetiche) " e la terra fuggirà dalla faccia del Signore ".

 

 


 

CAPITOLO 9

E potrei addurti infiniti passi della Scrittura, dei quali neppure " una virgola passerà", che non sia compiuta; " giacché la bocca del Signore", cioè lo Spirito Santo, " disse queste cose". " Non più far poco conto, dunque", dice, " o figlio mio, della punizione del Signore, Né scoraggiarti quando sei da lui biasimato". Oh l'immenso amore per l'uomo! Non fa come il maestro con gli scolari, Né come il padrone coi servi, Né come Dio con gli uomini, ma "come un tenero padre ", che ammonisce i suoi figli. Quindi, MosÈ confessa " di essere spaurito e tremante ", quando udiva parlare del Verbo; e tu, quando odi lo stesso Verbo divino, non sei preso da timore? Non sei turbato? Non stai in guardia e, nello stesso tempo, non ti affretti ad imparare, cioè non ti affretti verso la salvezza, temendo l'ira di Dio, amando la sua grazia, cercando ardentemente la speranza, per potere evitare il giudizio? Venite, venite, o miei giovani; "giacché, se non diverrete di nuovo come i fanciulli e non sarete rigenerati", come dice la Scrittura, non potrete ricevere il Padre vero, "Né entrerete mai nel regno dei cieli ". Come infatti È permesso di entrare allo straniero? Ma quando, credo, egli sarà iscritto e avrà la cittadinanza e riceverà il Padre, allora egli sarà "nelle cose del padre ", allora sarà stimato degno di ottenere l'eredità, allora parteciperà del regno paterno insieme col figlio legittimo, " l'amato ". Giacché questa È la Chiesa primogenita, la quale È composta di molti buoni figliuoli. Questi sono "i primogeniti, che sono stati iscritti nella popolazione dei cieli", e celebrano solenni feste insieme con tante " miriadi di angeli ". Questi primogeniti figli siamo noi, che siamo gli alunni di Dio, i legittimi amici del suo " primogenito ", che primi fra tutti gli altri uomini abbiamo conosciuto Dio, che primi ci siamo distaccati dal peccato, primi ci siamo separati dal demonio. Ma ora, tanto più negatori di Dio sono taluni, quanto più amico degli uomini È Dio. Egli infatti da schiavi vuole che noi diventiamo suoi figli, questi anche di diventare suoi figli hanno disdegnato. O la grande follia! È del Signore che voi avete vergogna. Egli promette la libertà, ma voi fuggite verso la servitù. Largisce la salvezza, ma voi vi abbassate alla condizione umana. Dona la vita eterna, ma voi aspettate la sua punizione e preferite " il fuoco che il Signore preparò per il diavolo e i suoi angeli ". Per questo il beato Apostolo dice: " Attesto nel Signore che non più voi camminiate, come anche le Genti camminano, nella vanità della loro mente, essendo ottenebrate nel loro intelletto e alienate dalla vita di Dio, per l'ignoranza che È in esse a causa dell'indurimento del loro cuore; le quali, essendo divenute insensibili, si abbandonarono alla intemperanza per commettere ogni opera di impurità e di cupidigia". Quando un tale testimone biasima la stoltezza degli uomini e invoca il nome di Dio, che altro resta allora ai non credenti, se non il giudizio e la condanna? Ma il Signore non si stanca di ammonirli, di spaventarli, di esortarli, di incitarli, di riprenderli; desta gli uomini dal sonno e solleva dalle stesse tenebre quelli che hanno perduto la via giusta: "DÈstati ", dice, " tu che dormi, e risorgi dai morti, e splenderà sopra di te Cristo il Signore ", il sole della resurrezione, Egli che È nato " prima della stella dell'alba " e larg� la vita coi suoi raggi. Nessuno dunque disprezzi il Verbo, per non disprezzare, senza accorgersene, se stesso. Dice infatti in un punto la Scrittura: "Oggi se ascolterete la sua voce, non indurite i vostri cuori come nella esasperazione del giorno della tentazione nel deserto, dove i vostri padri tentarono me col mettermi alla prova". Se vuoi sapere che cosa È la " prova", te lo spiegherà lo Spirito Santo: " E videro le opere mie ", dice, " per quaranta anni; perciò mi indignai con questa generazione e dissi: sempre errano nel loro cuore, ma essi non conobbero le mie vie; cosicché io giurai nella mia ira: essi non entreranno nel mio riposo ". Vedete la minaccia! vedete l'esortazione! vedete la punizione! Perché dunque ancora mutiamo la grazia per l'ira, e non accogliamo con orecchie aperte il Verbo, e non ospitiamo nelle pure anime Dio? Giacché grande È la grazia della sua promessa, se oggi ascolteremo la sua voce: e questo " oggi " si accresce giorno per giorno, finché si dirà " oggi ". Fino alla consumazione di tutte le cose continua e 1'" oggi" e l'apprendimento; e allora il vero " oggi", l'indefettibile giorno di Dio, si estende insieme con gli evi. Ascoltiamo sempre, dunque, la voce del Verbo divino; giacché l'"oggi" È immortale; È immagine degli evi, e simbolo della luce il giorno, e luce per gli uomini È il Verbo, per mezzo del quale noi contempliamo Dio. Ben a ragione, dunque, per quelli che credettero e che obbediscono la grazia sarà sovrabbondante, ma per quelli che non credettero e che errano nel cuore Né conobbero le vie del Signore, che Giovanni ci ordinò di fare rette e di preparare, con costoro Dio si sdegnò e per essi non ha che minacce. E appunto il compimento della minaccia lo ricevettero per enigma i vecchi Ebrei erranti nel deserto: si dice infatti che essi a causa della incredulità non entrarono nel riposo, prima che, preso a seguire il successore di MosÈ, benché tardi, coi fatti compresero finalmente di non potersi salvare altrimenti che col credere come credette Gesù. Ma il Signore, essendo amante degli uomini, esorta tutti gli uomini " alla conoscenza della Verità", e per questo manda il Paracleto. Qual È dunque questa conoscenza? La pietà; "la pietà È utile a tutto", come dice Paolo, " Poiché ha la promessa della vita di ora e di quella futura ". Se si mettesse in vendita la salvezza eterna, o uomini, a qual prezzo, confessatelo, la comprereste? Neppure se uno misurasse tutto il Pattolo, il mitico fiume dell'oro, potrebbe contare un prezzo equivalente alla salvezza. Non perdetevi di coraggio, dunque: voi avete la possibilità, se lo volete, di comprare questa preziosissima salute col tesoro che vi È proprio, cioè con l'amore e la fede, che È il giusto prezzo della vita eterna. Questo prezzo Dio l'accetta volentieri. " Giacché noi abbiamo sperato nel Dio vivente, che È il salvatore di tutti gli uomini, e specialmente di quelli che credono". Gli altri, aggrappati al mondo, come certe alghe alle rocce marine, dell'immortalità fanno poco conto, come il vecchio Itacese desiderando, non la verità e la patria celeste e quella che È la vera luce, ma il fumo. La pietà, poi, consistendo nel rendere simile a Dio, per quanto È possibile, l'uomo, gli assegna come adatto maestro Dio, il solo, cioè, che possa realizzare degnamente questa rassomiglianza dell'uomo a Dio. Riconoscendo come veramente divino questo insegnamento, l'Apostolo dice: " Tu, o Timoteo, hai conosciuto finì da bambino le sacre lettere, che sono capaci di renderti sapiente verso la salvezza per mezzo della fede in Cristo". Giacché realmente sacre sono le lettere, le quali ci rendono sacri e divini, e le scritture composte di queste lettere e sillabe sacre - cioè i libri sacri - lo stesso Apostolo in conseguenza le chiama "ispirate da Dio ", Poiché " sono utili per l'istruzione, per la confutazione, per la correzione, per l'educazione che È in giustizia, affinché sia perfetto l'uomo di Dio, preparato per ogni opera buona ". Nessuno potrebbe essere così� scosso dalle esortazioni degli altri santi, come da quelle del Signore stesso, che ama gli uomini; giacché non altro che questo È il suo unico còmpito: la nostra salvezza. È lui stesso che grida, esortando alla salute: " Il regno dei cieli si È avvicinato". Egli converte gli uomini, quando essi si avvicinano a lui per il timore. E ugualmente l'Apostolo del Signore, esortando i Macedoni, si fa interprete della divina parola, dicendo: "Il Signore si È avvicinato; state attenti che non siamo trovati a mani vuote ". Ma voi siete a tal punto senza timore, o piuttosto senza fede, che non obbedite Né allo stesso Signore Né a Paolo, che pure È stato prigioniero per la causa di Cristo. "Gustate e vedete che Dio È buono ". La fede vi guiderà, l'esperienza vi insegnerà, la Scrittura vi educherà, "Udite qua, o figli - dicendo -, io vi insegnerò il timore del Signore ". Quindi brevemente aggiunge, come se si indirizzasse ad uomini che hanno già creduto, " Quale È l'uomo che vuole la vita, e ama vedere dei giorni buoni? ". Siamo noi, diremo, noi gli adoratori del bene, gli zelanti per le cose buone. Udite dunque, voi " che siete lontano", udite, "voi che siete vicino ". Il Verbo non È nascosto a nessuno; esso È una luce comune a tutti, splende per tutti gli uomini; nessuno È cimmerio nel Verbo. Affrettiamoci verso la salute, verso la resurrezione; affrettiamoci, noi che siamo molti, a riunirci in un solo amore, secondo l'unità dell'unica sostanza; perseguiamo similmente l'unità, con la pratica delle buone opere, cercando la buona monade. Ora, l'unità proveniente dalla pluralità, traendo una divina armonia dalla polifonia e dalla dispersione, diventa una sola sinfonia, che obbedisce a un solo corego e a un solo maestro, il Verbo, e che non cessa fino a quando abbia raggiunto la verità stessa, dicendo: " Abba padre ". Questa È la verace parola che Dio accetta di buon grado dai suoi figli, il primo frutto che Egli raccoglie da essi.

CAPITOLO 10

Ma, voi dite, non È ragionevole sovvertire una consuetudine tramandataci dai nostri padri. E perché allora non continuiamo a servirci del primo nutrimento, del latte, al quale indubbiamente le nutrici ci abituarono dalla nascita? Perché aumentiamo o diminuiamo la paterna sostanza, e non la conserviamo sempre uguale, come l'abbiamo ricevuta? Perché non vomitiamo più nel seno paterno e non compiamo più le altre cose, con le quali, quando eravamo piccini ed eravamo allevati sotto la direzione delle madri, provocavamo il riso, ma ci correggemmo da noi stessi, anche se non trovammo buoni precettori? Inoltre, quando si tratta delle vostre passioni, le deviazioni dalla consuetudine, se anche siano dannose e pericolose, tuttavia vi riescono, in un certo qual modo, piacevoli: e quando si tratta della vita, non abbandoneremo la consuetudine malvagia ed esposta alle passioni e priva di Dio? E non ci volgeremo verso la verità, anche se i nostri padri si indignino, e non cercheremo Colui che È veramente nostro padre, scacciata fuori la consuetudine come un veleno mortale? Questo infatti È proprio il più bello dei còmpiti a cui stiamo attendendo, mostrarvi che È per effetto di follia, e cioè di questa sciaguratissima abitudine, che la pietà È stata odiata: giacché non avrebbe potuto mai essere odiato o ripudiato s� gran bene, il maggiore di quanti siano mai stati donati da Dio al genere umano, se voi non vi foste lasciati trascinare dall'abitudine, e non aveste quindi chiuso i vostri orecchi a noi, e a guisa di cavalli riottosi che strappano le redini e mordono il freno, non aveste fuggito i nostri ragionamenti, desiderando scrollarvi dal dorso noi, gli aurighi della vostra vita, e trascinati ai precipizi della rovina dalla vostra insensatezza, non aveste stimato esecrando il sacro Verbo di Dio. Vi toccano perciò in conseguenza, come premi della vostra scelta, per dirla con Sofocle, senno fuggito via, orecchie inutili, vani pensieri, e non sapete che questo È vero più di ogni altra cosa, che cioè i buoni e i pii avranno buono il contraccambio, Poiché hanno onorato ciò che È buono, quelli che al contrario sono cattivi, avranno la pena adeguata, e che sul capo del principe del male È stato sospeso il castigo. Certo, È a lui che rivolge la minaccia il profeta Zacharia: " Faccia vendetta su di te Colui che scelse Gerusalemme: ecco, non È questo un tizzone strappato dal fuoco?" Quale È dunque questa brama di morte volontaria, che ancora spinge gli uomini? Perché si sono rifugiati presso questo tizzone mortifero, insieme col quale saranno bruciati, mentre sarebbe stato loro possibile vivere bene secondo Dio e non secondo la consuetudine? Giacché Dio largisce la vita, la cattiva consuetudine invece, dopo il passaggio da questa vita, infligge un vano pentimento insieme con la punizione, e " dopo aver sofferto lo stolto comprende" che il culto dei demoni porta la rovina, e la pietà la salvezza. Guardate coloro che servono presso gli idoli: sordidi nella capigliatura, mal ridotti in vesti squallide e a brandelli, ignari assolutamente di bagni, con le unghie lunghe come quelle delle bestie selvagge, molti anche privati della virilità, dimostrazione vivente che i templi degli idoli non sono che delle tombe o delle carceri: costoro mi sembra che piangano gli dei, non che li venerino, Poiché lo stato in cui si trovano È degno più di compassione che di pietà religiosa. E voi, vedendo queste cose, restate ancora ciechi, e non leverete gli occhi verso il padrone di tutte le cose e signore dell'universo? Non fuggirete dal carcere terreno, per rifugiarvi nella compassione che viene dai cieli? Giacché Dio nel suo grande amore per gli uomini difende l'uomo, come fa l'uccello madre, che vola sopra l'uccellino caduto dal nido, e se mai un serpente spalanchi la bocca verso l'uccellino svolazza intorno la madre, piangendo i figli diletti. Dio È un padre e cerca la sua creatura e guarisce la caduta e scaccia il serpente e riconforta l'uccellino, e lo esorta a volare di nuovo verso il nido. Inoltre, i cani, quando si sono smarriti, andando dietro con le nari all'odore, scoprono le tracce del loro padrone, e i cavalli dopo avere scrollato dal dorso il cavaliere, a un fischio di esso, ubbidiscono al loro padrone: " Conosce ", dice, " il bue il suo padrone e l'asino la greppia del suo signore, ma Israel non mi conobbe ". E che cosa fa dunque il Signore? Non si ricorda del male, ancora ha compassione, ancora vi richiede il pentimento. Io voglio domandarvi se non vi sembri assurdo che noi uomini, che siamo l'ultima creazione di Dio, e da lui abbiamo ricevuto la nostra anima e siamo in tutto di Dio, serviamo ad un altro padrone e, oltre a ciò, veneriamo, invece del re il tiranno, e invece del buono, il malvagio. Chi infatti - in nome della verità! - essendo sano di mente abbandona ciò che È buono per stare insieme col male? Chi È colui che fugge da Dio per convivere coi demoni? Chi, potendo essere figlio di Dio, gode di essere schiavo? O chi, potendo essere cittadino del cielo, cerca l'erebo, mentre gli È possibile coltivare i campi del paradiso e percorrere gli spazi del cielo e partecipare della vitale e incorruttibile fonte, camminando nell'aria, sulla traccia di quella luminosa nube, come Elia, contemplando la pioggia che porta la salvezza? Ma alcuni invece, a guisa dei vermi, avvoltolandosi nelle paludi e nel fango, cioè nelle correnti del piacere, si pascono di inutili e futili delizie, da veri uomini porcini. I porci infatti, dice, " godono del fango" più che dell'acqua pura e, come dice Democrito, "vanno pazzi per i rifiuti". Non facciamoci dunque, non facciamoci ridurre in schiavitù, Né diventiamo simili ai porci, ma come veri " figli della luce ", leviamo gli occhi e guardiamo in alto verso la luce, badando che il Signore non ci smascheri come spurii, come fa il sole con le aquile. Pentiamoci dunque e passiamo dall'ignoranza alla conoscenza, dall'imprudenza alla prudenza, dall'intemperanza alla temperanza, dall'ingiustizia alla giustizia, dall'empietà a Dio. È un bel pericolo disertare passando nel campo di Dio. Di molti altri beni È dato di godere a noi, gli amanti della giustizia, che perseguiamo la eterna salvezza, ma di quelli specialmente a cui allude lo stesso Dio, quando per mezzo di Isaia dice: " Vi È un'eredità per quelli che servono il Signore ". Bella invero ed amabile È questa eredità, costituita non di oro Né di argento Né di vesti, in cui possono penetrare la tignola e il ladro, che non pone gli occhi che sulla terrena ricchezza, ma di quel tesoro della salvezza, al quale bisogna che noi tendiamo col diventare amanti del Verbo: È da qui che partono insieme con noi le nobili opere, e prendono il volo con noi sull'ala della verità. Questa eredità ce la trasmette l'eterno testamento di Dio, il quale ci fornisce l'eterno dono; e questo nostro padre amantissimo, che veramente È nostro padre, non cessa di esortarci, di ammonirci, di emendarci, di amarci; giacché neppure cessa mai di salvarci, ma ci consiglia il meglio: " Divenite giusti, dice il Signore, voi che avete sete, venite all'acqua, e quanti non avete denaro, venite e comprate e bevete senza denaro " È al lavacro, alla salvezza, alla illuminazione che egli ci esorta, gridando quasi e dicendo: Ti dò la terra e il mare, o figlio, e il cielo e quanti esseri viventi sono in essi te li regalo; solo, o figlio, abbi sete del padre; gratuitamente ti sarà rivelato Dio; la verità non si vende al minuto, Egli ti dà anche i volatili e i pesci e gli animali che sono sulla terra. Queste cose il padre le ha create perché tu ne goda gratuitamente. Con denaro le dovrà comprare il figlio spurio, giacchÈ egli È figlio della perdizione, perché ha preferito "servire a Mammona "; ma a te, al figlio legittimo, dico, affida ciò che È tuo proprio, a te che ami il padre e per il quale ancora egli opera e al quale solo egli fa anche la promessa, dicendo: "E la terra non sarà venduta in eterno", giacché essa non È soggetta alla corruzione; " mia È infatti tutta la terra ", È anche tua, se tu accoglierai Dio. Perciò giustamente la Scrittura (là questo buon annunzio a coloro che hanno creduto: "I Santi del Signore erediteranno la gloria di Dio e la potenza di Lui". Quale specie di gloria, dimmi, o beato? " Quella che occhio non vide Né orecchio ascoltò Né entrò in cuore di uomo: ed essi si allieteranno nel regno del loro Signore in eterno, amen". Voi avete, o uomini, la divina promessa della grazia, avete udito, d'altra parte, anche la minaccia del castigo, le due cose per mezzo delle quali il Signore salva, educando l'uomo per mezzo del timore e della grazia. Perché indugiamo? Perché non evitiamo la punizione? Perché non accettiamo il dono? Perché non scegliamo le cose migliori, cioè Dio invece del Maligno, e non preferiamo la sapienza alla idolatria e prendiamo la vita in cambio della morte? " Ecco", dice, " di fronte alla vostra faccia ho posto la morte e la vita". Ti tenta il Signore perché scelga la vita. Ti consiglia, come padre, di obbedire a Dio. " Giacché se mi ascolterete", dice, " e vorrete, mangerete i beni della terra " - e questa È la grazia dell'ubbidienza; "ma se non mi ubbidirete Né vorrete, la spada e il fuoco vi divoreranno " - e questo È il giudizio della disobbedienza. "Giacché la bocca del Signore ha detto queste cose ", e la parola del Signore È legge di verità. Volete che io diventi vostro buon consigliere? Ebbene, ascoltatemi: e io, se possibile, vi offrirò la mia opera. Bisognerebbe che voi, o uomini, quando ragionate intorno al bene stesso, chiamaste in vostro aiuto la fede innata, che È un testimone attendibile, tratto dal vostro intimo essere, la quale sceglie con la maggior chiarezza ciò che ‚ il meglio, e non cercaste se il bene debba essere perseguito, ma lo compiste senz'altro. E infatti, quando si tratta di vedere, per esempio, se uno si debba ubbriacare o no, bisognerebbe porre in bilancia la cosa; voi invece, prima di aver considerato la questione, vi ubbriacate; e così�, se si tratta di fare ingiuria, voi non ricercate se si debba farla, ma quanto più presto È possibile la fate. Soltanto dunque quando si tratta di vedere se Dio debba essere onorato, voi cercate se si debba farlo, e così� quando si tratta di vedere se questo sapiente Dio e Cristo debba essere seguito, questa cosa stimate degna di deliberazione e di esame, mentre non capite neppure che cosa sia mai ciò che conviene a Dio. Abbiate fede in noi, anche se allo stesso modo come fate nel caso dell'ubbriachezza, affinché diventiate sobri; abbiate fede in noi, anche se allo stesso modo come nel caso dell'ingiuria, affinché viviate. Ma se anche volete persuadervi dopo avere contemplato la manifesta fede delle cose ineffabili, ebbene io vi presenterò in abbondanza gli argomenti che vi daranno la persuasione intorno al Verbo. E voi (giacché le patrie usanze in cui siete stati prima educati non vi permettono più di attendere alla verità) vogliate ascoltare ormai come stanno le cose che seguono. E nessuna vergogna di questo nome vi metta in prevenzione, giacché È dessa che "danneggia grandemente gli uomini", distogliendoli dalla salvezza. Svestitici dunque davanti a tutti nello stadio della verità, combattiamo la lotta legittima, nella quale È arbitro il santo Verbo e agonoteta il padrone dell'universo. Non piccolo È il premio che ci È proposto, l'immortalità. Non preoccupatevi più, dunque, neppur poco, di quello che dicono di voi talune canaglie della piazza, empi coreuti della superstizione, che sono ridotti finì sull'orlo del baratro dalla loro dissennatezza e follia, fabbricatori di idoli e adoratori di pietre. Sono essi infatti che hanno osato divinizzare degli uomini, annoverando come tredicesimo dio Alessandro il Macedone, " che Babilonia dimostrò mortale". Ammiro perciò quel saggio di Chio, di nome Teocrito: dopo la morte di Alessandro, Teocrito, irridendo alle vane opinioni che gli uomini avevano intorno agli dei, disse ai suoi concittadini: " State di buon animo, cittadini, finché vedete gli dei morire prima degli uomini". Ma chi adora e si fa compagni dei che possono essere visti e la massa raccogliticcia di questi esseri generati, È molto più infelice di quegli stessi demoni. "Dio" infatti "non È mai, in nessun modo, ingiusto" come sono i demoni, "ma, quanto più È possibile, giustissimo ", e nulla È a lui più simile che quegli di noi che divenga quanto più giusto È possibile. Venite fuori nella via, artigiani, che la figlia di Giove, la gorgòpide, dea Industre, con i vagli sollevati supplicate, stolti fabbricatori e adoratori delle pietre! Vengano il vostro Fidia e Policleto e anche Prassitele ed Apelle, e quanti altri esercitano le arti manuali, i quali sono terreni lavoratori di terra. Giacché una certa profezia dice che allora le cose di qui avranno esito infelice, quando gli uomini crederanno nelle statue. Vengano dunque ancora, giacché non mi stancherò di chiamarli, questi micro-artisti. Nessuno di essi ha mai creato una immagine spirante, Né fatto molle carne della terra. Chi liquefece il midollo o chi rese compatte le ossa? chi distese i nervi o chi gonfiò le vene? chi versò in esse il sangue o chi vi distese intorno la pelle? Come potrebbe qualcuno di essi fare degli occhi che vedono? Chi soffiò dentro i corpi l'anima? Chi donò il sentimento della giustizia? Chi ha promesso l'immortalità? Solo il Creatore del tutto, "il padre, supremo artista", foggiò quella vivente statua che siamo noi, l'uomo; ma il vostro Zeus Olimpio, immagine di immagine, molto lontana dalla verità, È una bruta opera di mani attiche. " Immagine di Dio" È infatti il suo Verbo (e il Verbo divino, luce archetipo della luce, È legittimo figlio della Mente), e un'immagine del Verbo È l'uomo vero, cio‚ la mente che È nell'uomo, il quale per questo È detto essere stato creato "a immagine" di Dio e "a sua somiglianza", perché, per mezzo dell'intelligenza del suo cuore, egli È fatto simile al divino Verbo e perciò razionale. Ma le statue di forma umana, che dell'uomo visibile e nato dalla terra sono immagine terrena e lontana dalla verità, non sono evidentemente che materia che ha ricevuto una temporanea impronta. Nient'altro dunque che piena di follia mi È parsa essere quella vita, che con tanta cura si occupa della materia. La consuetudine che vi ha fatto gustare la servitù e la assurda cura di futili minuzie È stata fomentata da vana opinione; ma degli empi riti e delle ingannevoli cerimonie È causa l'ignoranza, la quale, avendo posto nel genere umano il principio di sorti esiziali e di odiosi idoli, con l'escogitare numerose forme di demoni, impresse in coloro che la seguono il marchio di una continua morte. Ricevete dunque l'acqua razionale; lavatevi, voi che siete insozzati, purificatevi delle macchie dell'abitudine con le stille della verità: bisogna essere puri per salire al cielo. Sei uomo, la cosa che hai più in comune con gli altri; cerca colui che ti ha creato; sei figlio, la cosa che ti È più propria, riconosci tuo Padre. Ma tu persisti ancora nei tuoi peccati, consumandoti nei piaceri? A chi dirà il Signore: " È vostro il regno dei cieli?". Esso È vostro, solo che vogliate; Poiché esso È di coloro che hanno prescelto Dio; di voi, solo che vogliate aver fede e seguire l'accorciatoia della predicazione, a cui obbedendo le genti di Ninive, per mezzo di una sincera penitenza, mutarono in magnifica salvezza l'attesa rovina. Come dunque dice - potrei salire al cielo? "La via" È il Signore, " stretta" s�, ma " che viene dal cielo", stretta, s�, ma che conduce al cielo: stretta, in quanto È disprezzata sulla terra, larga, in quanto È adorata nei cieli. Quindi, colui che non sent� mai parlare del Verbo, ha l'ignoranza come scusa del suo errore, ma colui che lo ud� con le sue orecchie, e con l'anima non l'ascoltò, porta dalla sua convinzione la disubbidienza, e quanto più parrà essere sapiente, tanto più la sua intelligenza gli sarà causa di male, perché ha la sapienza come accusatrice, in quanto non ha scelto il meglio. Giacché, come uomo, egli È fatto per natura per essere in stretto rapporto con Dio. Come, dunque, non obblighiamo il cavallo ad arare Né il toro a cacciare, ma volgiamo ciascun animale a quell'opera a cui È adatto per natura, così� certamente È dell'uomo: in quanto egli È nato per la contemplazione del cielo ed È veramente " una pianta celeste ", noi lo chiamiamo alla conoscenza di Dio, Poiché abbiamo compreso ciò che È proprio di lui, e particolare, ciò che lo differenzia da tutti gli altri animali, consigliandogli di provvedersi di pietà, come di un viatico sufficiente per l'eternità. Coltiva la terra, gli diciamo, se sei agricoltore, ma conosci Dio mentre coltivi la terra; e naviga, tu che ami la navigazione, ma invocando il pilota celeste; la conoscenza di Dio ti ha colto mentre facevi il soldato: ascolta il generale che ti ordina ciò che È giusto. Voi che siete dunque come gravati da sonno e da ubbriachezza, riprendete i vostri sensi e, volti gli occhi intorno, considerate un poco che cosa significhino le pietre che adorate e le spese che sostenete vanamente intorno alla materia. L'ignoranza È l'oggetto per cui consumate le sostanze e il patrimonio, che È come dire la morte, l'oggetto per cui consumate la vostra vita. Giacché questo solo È il termine che avete trovato alla vostra vana speranza; Né siete capaci di aver compassione di voi stessi, ma neppure siete nelle condizioni opportune per seguire il consiglio di coloro che hanno compassione di voi per il vostro errore, Poiché siete schiavi della cattiva abitudine, ed essendo attaccati ad essa, di vostra volontà, fino all'ultimo respiro, siete trascinati giù verso la rovina. " Giacché la luce È venuta nel mondo e gli uomini amarono più le tenebre che la luce ", mentre sarebbe stato possibile purificarsi delle cose che sono di impedimento alla salvezza, dell'orgoglio cioè e della ricchezza e del timore, ripetendo questi versi del poeta: Dove portar queste grandi ricchezze? ove errando vo io stesso? Voi non volete dunque respingere queste vane fantasie e rinunziare alla consuetudine stessa, dicendo alla vana opinione: Sogni falsi, addio! Nulla eravate voi? Che cosa infatti credete, o uomini, che siano l'Ermes Tychone e quello di Andocide e l'Amyeto?. Certo È manifesto a tutti che per voi sono pietre, come anche lo stesso Ermes. Come non È dio l'alone e come non È dio l'arcobaleno, ma sono speciali modificazioni dell'aria e delle nuvole, e al modo stesso che non È dio il giorno Né l'anno Né il tempo che È formato di essi, così� non sono dei neppure il sole Né la luna, dai quali ciascuno dei periodi sopra detti È delimitato. Quale uomo dunque, che sia in senno, potrebbe ritenere dei la punizione e il castigo, e la giustizia e la vendetta? Neppure, allora, le Erinn� Né le Moire Né l'Eimarmene, Poiché neppure sono dei lo stato Né la gloria Né la ricchezza, che anche È rappresentata cieca dai pittori. Se poi divinizzate il pudore e l'amore e il piacere, seguano a questi la vergogna e il desiderio e la bellezza e l'accoppiamento. Non a ragione dunque si stimerebbero più presso di voi divinità gemelle il sonno e la morte, i quali non sono che condizioni a cui sono soggetti per natura tutti gli animali; Né certamente avrete ragione di dire dee la sorte Né la fatalità Né le Parche. Se non sono dee la contesa e la battaglia, neppure Ares Né Enyo sono dei. Ancora, se i fulmini e i lampi e le piogge non sono dei, come possono essere dei il fuoco e l'acqua? Come possono essere dee le stelle cadenti e le comete, che si formano per una certa condizione dell'atmosfera? Chi chiama dea la fortuna, chiami dea anche l'azione. Adunque, se nessuna di queste cose È stimata essere dio, Né alcuna di quelle figure fatte con le mani e prive di sensibilità, ma È manifesto che una certa provvidenza di potere divino ci circonda, null'altro resta che riconoscere questo: che, cioè, il solo Dio veramente esistente veramente solo È ed esiste. Ma voi che non capite somigliate agli uomini che hanno bevuto la mandragora o qualche altra droga; Dio vi conceda di destarvi una buona volta da questo sonno e di comprendere Dio, e che non vi appaia come dio l'oro o la pietra o l'albero o l'azione o la passione o la malattia o il timore. " Giacché vi sono " veramente " tre miriadi di demoni sulla terra nutrice di molti", e non " immortali ", ma neppure mortali (giacché non sono partecipi del senso, perché possano partecipare anche della morte), ma essi sono dei padroni - di pietra e di legno - degli uomini, e oltraggiano e violano la vita umana, per mezzo della consuetudine. " La terra", dice, "È del Signore, e tutta la sua plenitudine". E allora perché, mentre te la godi nei beni del Signore, osi ignorare il padrone? Lascia la mia terra - ti dirà il Signore, - non toccare l'acqua che io faccio scaturire, non partecipare dei frutti che io coltivo; paga, o uomo, il prezzo del tuo nutrimento a Dio; riconosci il tuo padrone; sei una creazione propria di Dio; ciò che È proprio di Lui, come potrebbe esser giusto che divenisse alieno a Lui? Giacché ciò che È stato alienato, essendo privato del suo legame con Lui, È privato della verità. Non vi volgete forse verso uno stato di insensibilità, come press'a poco Niobe, o, piuttosto per parlarvi in linguaggio più mistico, a somiglianza della donna ebrea (gli antichi la chiamavano moglie di Lot)? Abbiamo appreso che questa donna fu trasformata in pietra per il fatto di essere innamorata di Sodoma: con Sodomiti si intendono gli atei e quelli che sono volti all'empietà, duri di cuore e stolidi. Queste parole credile dette a te da parte di Dio: " Non credere che le pietre e il legno e gli uccelli e i serpenti siano cose sacre, e gli uomini no"; ma, tutto al contrario, stima veramente sacri gli uomini, e invece le fiere e le pietre stimale quello che sono. Giacché vi sono tra gli uomini degli infelici e miseri, i quali credono che Dio parli per mezzo di un corvo o di una cornacchia, ma che per mezzo dell'uomo non dica nulla, e onorano il corvo come nunzio di Dio, e perseguitano invece l'uomo di Dio, il quale non gracchia Né gracida ma parla, io credo, il linguaggio della ragione, e tentano inumanamente di uccidere Lui che li istruisce umanamente, e li chiama alla salvezza, mentre essi non attendono la grazia che viene dall'alto Né cercano di evitare il castigo. Giacché non hanno fede in Dio Né comprendono pienamente la sua potenza. Ma, come ineffabile È il suo amore per gli uomini, così� illimitato È il suo odio per i cattivi. Da una parte la sua ira nutre la punizione sul peccato, dall'altra, il suo amore per gli uomini accumula benefici sul pentimento. È la cosa più miseranda di tutte l'esser privati dell'aiuto che viene da Dio. La perdita della vista e la sordità sono perciò più dolorose di tutte le altre privazioni imposteci dalla prepotenza del Maligno: giacché l'una ci ha tolto la contemplazione del cielo, l'altra ci ha privato dell'insegnamento divino. Ma voi, pur essendo infermi rispetto alla verità, e cioè ciechi nella mente e sordi nell'intelligenza, non ve ne dolete, non ve ne crucciate, non avete desiderato di vedere il cielo e l'autore del cielo Né avete cercato di udire e di conoscere il creatore e padre di tutte le cose, applicando la vostra scelta alla salvezza. Nessun impedimento si oppone infatti a colui che tende verso la conoscenza di Dio, non la mancanza di istruzione, non la povertà, non l'oscurità del nome, non la miseria; Né alcuno, quando ha " conquistato col bronzo " o col ferro la vera sapienza, desidera cambiarla. Giacché questo È certamente ben detto più di ogni altra cosa: Il buono cerca sempre la salvezza; giacché, colui che È zelante per il giusto, in quanto amante di Colui che non ha bisogno di niente, È bisognoso di poco lui stesso, perché non in altro che nello stesso Dio ha riposto la sua beatitudine, dove non È tignola, non ladro, non pirata, ma l'eterno donatore di beni. Ben a ragione dunque siete stati assomigliati a quei serpenti, che hanno le orecchie chiuse agli incantatori. " Giacché l'animo loro", dice la Scrittura, " È a somiglianza del serpente, come di un aspide sordo e che tien chiuse le sue orecchie, il quale non udrà la voce degli incantatori ". Ma voi invece lasciatevi incantare della vostra selvatichezza e accogliete il mite e nostro Verbo e sputate fuori il letale veleno, affinché quanto più È possibile vi sia dato di spogliarvi della corruzione, come a quelli È dato di spogliarsi della vecchiezza. Udite me, e non otturate le orecchie Né ostruite l'udito, ma ponete nella mente le cose che vi dico. È bello il rimedio dell'immortalità; cessate una buona volta di strisciare come serpenti. " Giacché i nemici del Signore leccheranno la polvere", dice. Levate il vostro capo dalla terra all'etere, guardate su al cielo, ammiratelo, cessate di insidiare il calcagno dei giusti e di impedire " la via della verità". Divenite prudenti e innocui): forse il Signore vi darà l'ala della semplicità (giacché Egli si È proposto di fornire di ali i nati dalla terra) affinché, abbandonate le caverne della terra, possiate abitare i cieli. Solo, pentiamoci con tutto il cuore, per potere con tutto il cuore ricevere Dio. " Sperate in Lui ", dice, " tutta la radunanza di popolo: effondete dinanzi a Lui tutti i vostri cuori ". Egli parla a coloro che sono esenti da iniquità, Egli ha compassione di essi e li ricolma di giustizia. Credi, o uomo, in Colui che È uomo e Dio; credi, o uomo, in Colui che ha sofferto ed È adorato; credete, gli schiavi, nel Dio vivente che È morto; voi tutti, uomini, credete in Colui che solo È Dio di tutti gli uomini. Credete e ricevete come ricompensa la salute. " Cercate Dio, e la vostra anima vivrà". Chi cerca Dio cerca la sua propria salvezza: hai trovato Dio, hai la vita. Cerchiamo dunque, affinché anche viviamo. La ricompensa del ritrovamento È la vita presso Dio. " Esultino e si allietino in te tutti quelli che ti cercano e dicano in perpetuo: sia magnificato Dio". Bell'inno di Dio È l'uomo immortale, edificato sulla giustizia, nel quale sono stati impressi gli oracoli della verità. Dove infatti, fuori che in un'anima prudente, bisogna iscrivere la giustizia? dove l'amore? dove il pudore? dove la mitezza? Bisogna, io credo, imprimere nell'animo queste divine scritture, e considerare la sapienza come ottimo punto di partenza, a qualunque parte della vita gli uomini si siano volti, e stimare la sapienza stessa come un tranquillo porto di salvezza: giacchÈ È per mezzo della sapienza che buoni padri dei loro figli sono quelli che si sono rifugiati presso il Padre, e buoni figli per i loro genitori sono quelli che hanno conosciuto il Figlio, e buoni mariti delle loro spose sono quelli che si sono ricordati dello Sposo, e buoni padroni dei loro servi sono quelli che sono stati affrancati dalla estrema servitù. Oh più felici degli uomini, che sono nell'errore, le bestie! Esse vivono come voi nell'ignoranza, ma non simulano la verità; non vi sono tra esse razze di adulatori; i pesci non adorano i demoni, gli uccelli non venerano gli idoli, solo il cielo essi ammirano, poichÈ non possono conoscere Dio, essendo stati giudicati indegni della ragione. Non vi vergognate perciò di aver reso voi stessi più irragionevoli anche degli animali irragionevoli, voi che tante età della vita avete consumato nell'empietà? Siete stati fanciulli, quindi adolescenti, quindi giovani, quindi uomini, ma buoni, non mai. Abbiate rispetto almeno della vostra vecchiaia; divenite saggi, ora che siete arrivati al tramonto della vita, e, seppure al termine della vita, riconoscete Dio, affinché il termine della vita vi riacquisti un principio di salvezza. Invecchiaste nel culto dei demoni, venite giovani al culto di Dio: Dio vi porrà nel numero dei fanciulli innocenti. L'Ateniese dunque segua le leggi di Solone e l'Argivo quelle di Foroneo e lo Spartano quelle di Licurgo, ma se tu ti iscrivi tra il popolo di Dio, il cielo È la tua patria, Dio il legislatore. E quali sono le leggi? " Non ucciderai, non commetterai adulterio, non corromperai fanciulli, non ruberai, non dirai falsa testimonianza, amerai il Signore tuo Dio ". Vi sono anche i complementi di queste leggi, conformi alla ragione e santi discorsi iscritti negli stessi cuori degli uomini: " Amerai il prossimo tuo come te stesso " e " A chi ti percuote in una guancia offri anche l'altra ", e " Non desidererai, giacchÈ anche col solo desiderio hai commesso adulterio ". Quanto, certamente, non È meglio per gli uomini del raggiungere l'oggetto dei propri desideri il non voler desiderare finì da principio ciò che non bisogna desiderare? Ma voi non avete la forza di sopportare l'asprezza attraverso cui si giunge alla salvezza; come, però, tra i cibi, ci dilettiamo di quelli che sono dolci, pregiandoli di più a causa della lusinga del piacere, ma sono quelli amari, che riescono aspri al gusto, quelli che ci curano e ci dànno la salute, ché anzi l'asprezza delle medicine fortifica i deboli di stomaco, così� la consuetudine ci diletta e ci solletica, ma, mentre l'una, la consuetudine, ci spinge verso il baratro, l'altra, la verità, ci solleva al cielo, " aspra" in principio, ma "buona nutrice di giovani"; e santa È questa camera delle donne e prudente questa assemblea dei vecchi; Né È difficile ad avvicinarsi o impossibile a prendersi, ma È vicinissima, nostra inquilina, risiedente, come dice oscuramente il sapientissimo MosÈ, in tre parti del nostro essere, "nelle mani e nella bocca e nel cuore". Questo È un simbolo genuino della verità, in quanto a che essa È composta di tutte e tre queste cose, del consiglio, dell'azione e della parola. NÉ temere di quest'altro, che cioè i numerosi e illusori diletti ti allontanino dalla sapienza: tu stesso spontaneamente oltrepasserai la futilità della consuetudine, come fanno i fanciulli che gettano via i loro giocattoli, appena siano divenuti adulti. Con una incredibile rapidità e con una benevolenza accessibile a tutti la potenza divina brillò sulla terra, e riemp� del seme della salvezza l'universo. Giacché senza divina cura non avrebbe potuto compiere in così� breve tempo tanta opera il Signore, che, in apparenza disprezzato, nella realtà era adorato; Egli, il purificatore e salvatore e benigno, il divino Verbo, il veramente manifestissimo Dio, Quegli che fu eguagliato al padrone dell'universo, perché era figlio di Lui e " il Verbo era in Dio "; Quegli che fu creduto quando in principio fu annunziato, e fu riconosciuto quando, presa la maschera di uomo e fattosi di carne, rappresentò il dramma salutare dell'umanità. Giacché Egli era un vero campione, e campione compagno della sua creatura; e rapidissimamente essendo stato diffuso a tutti gli uomini, più rapidamente del sole, in quanto era sorto dalla stessa volontà del Padre, facilissimamente brillò su di noi, mostrandoci, per mezzo dei suoi insegnamenti e dei suoi miracoli, Dio, e donde venisse Lui stesso e chi fosse: e cioè, il Verbo nostro araldo, mediatore e salvatore, fonte di vita e di pace, diffuso su tutta la faccia della terra, per mezzo del quale l'universo È già diventato, per dir così, un mare di beni.

CAPITOLO 11

Considera un poco, se vuoi, rifacendoti alle origini, il beneficio divino. Il primo uomo quando giuocava in piena libertà nel paradiso era ancora il fanciullo di Dio; ma quando, soggiacendo al piacere (il serpente rappresenta allegoricamente il piacere che striscia sul ventre, vizio terreno volto verso la materia) si lasciava sedurre dalle passioni, il fanciullo divenuto uomo a causa della sua disubbidienza, e per non avere ascoltato il Padre, si vergognava di Dio. Quanto non potÈ il piacere! L'uomo, che per la sua innocenza era stato libero, fu trovato avvinto dai peccati. Il Signore volle di nuovo scioglierlo dai legami e legatosi alla carne (questo È un mistero divino) soggiogò il serpente e rese schiavo il tiranno, cioè la morte, e cosa più straordinaria di tutte mostrò libero, grazie al gesto delle sue mani distese, quell'uomo ch'era stato fuorviato dal piacere ed era stato legato dalla corruzione. O misterioso prodigio! Si È piegato il Signore, ma si rialzò l'uomo, e quegli che era caduto dal paradiso riceve dell'ubbidienza un premio più grande, il cielo! Perciò mi sembra che, Poiché lo stesso Verbo È venuto a noi dal cielo, noi non dobbiamo più andare alle scuole umane, cercando con soverchio interesse Atene e il resto dell'Ellade e, oltre a questo, la Ionia. Se infatti nostro maestro È Colui che ha riempito il tutto coi suoi santi poteri, con la creazione, la salvezza, la beneficenza, la legislazione, la profezia, l'istruzione, tutto ora ci insegna il maestro e per mezzo del Verbo tutto il mondo È diventato ormai Atene ed Ellade. Giacché, certamente, dopo aver creduto al mito poetico, che ricorda come Minosse il Cretese sia stato compagno di Zeus, voi non negherete fede al fatto che noi siamo diventati scolari di Dio, che ci siamo acquistata la sapienza realmente vera, quella a cui i sommi filosofi accennarono oscuramente soltanto, ma che gli scolari di Cristo compresero e predicarono. Inoltre, l'intero Cristo, per dir così�, non si divide; non vi È più Né barbaro, Né Giudeo Né Greco, non vi È Né maschio Né femina, ma un uomo nuovo trasformato dal santo spirito di Dio. Quindi, gli altri consigli e precetti sono di poco conto e trattano di questioni specifiche, per esempio, se occorra sposare, se occorra prender parte alla politica, se occorra procreare figliuoli; sola universale esortazione e che riguarda evidentemente l'intera vita, che tende in ogni occasione, in ogni circostanza al fine supremo, cioè alla vita, È la pietà verso Dio. È necessario soltanto vivere secondo la norma di essa, per vivere eternamente; la filosofia invece, come dicono gli antichi, È una continua deliberazione, che concilia un perpetuo amore di sapienza. " Ma il precetto del Signore È splendente da lungi, e che dà luce agli occhi ". Accogli Cristo, accogli la facoltà di vedere, accogli la tua luce perché ben tu conosca tanto l'uomo che il dio. " È dolce " il Verbo che ci ha illuminati " più dell'oro e delle pietre preziose; È desiderabile più del miele e del favo ". Come infatti non dovrebbe essere desiderabile Colui che ha reso chiara la mente che stava sepolta nelle tenebre, e ha aguzzato " i luciferi occhi" dell'anima? Come infatti " se non ci fosse il sole, per ciò che dipende dagli altri astri tutto il mondo sarebbe notte", così�, se non avessimo conosciuto il Verbo e non fossimo stati illuminati dai suoi raggi, in nulla differiremmo dalle galline alimentate con ogni cura, essendo ingrassati nelle tenebre e allevati per la morte. Accogliamo la luce per potere accogliere Dio. Accogliamo la luce e diventiamo discepoli del Signore. Questo appunto È quello che egli ha promesso al Padre: " Narrerò il tuo nome ai miei fratelli; in mezzo all'assemblea inneggerò a te ". Inneggia e narra a me il Padre tuo, Dio; le tue narrazioni mi salveranno, il tuo canto mi istruirà. Fino ad ora ho errato nella mia ricerca di Dio, ma Poiché tu mi guidi con la tua luce, o Signore, io trovo Dio per mezzo tuo e ricevo il Padre da te, divento tuo coerede, Poiché non ti vergognasti di avermi per tuo fratello. Cancelliamo dunque, cancelliamo l'oblio della verità; rimosse l'ignoranza e le tenebre che ci impediscono come nebbia la vista, contempliamo quegli che È veramente Dio inneggiando a Lui prima con queste parole: " Salve, luce". Una luce brillò dal cielo su noi, che eravamo seppelliti nelle tenebre, e chiusi nell'ombra della morte, una luce più pura del sole, più dolce della vita di quaggiù. Quella luce È la vita eterna, e quante cose partecipano di essa, vivono; ma la notte teme la luce e nascondendosi per la paura lascia il posto al giorno del Signore: l'universo È diventato luce insonne, e l'occidente si È trasformato in oriente. Questo È ciò che ha voluto dire " la nuova creazione ": giacché "il sole di giustizia " che cavalca l'universo, percorre in modo uguale tutto il genere umano, imitando il padre suo che " fa sorgere il suo sole su tutti gli uomini " e sparge su di essi la rugiada della verità. Egli trasformò l'occidente in oriente e crocifisse la morte in vita e, avendo strappato l'uomo dalla rovina, lo elevò al cielo, tramutando la corruzione in incorruttibilità e trasformando la terra in cielo - egli, l'agricoltore divino, " che mostra i presagi favorevoli e desta i popoli al lavoro ", che È buono, " richiamandoci alla memoria la vita" vera e largendoci l'eredità del padre, eredità grande veramente e divina e che non può essere tolta, per mezzo del celeste insegnamento facendo un Dio dell'uomo, " dando leggi alla loro mente e scrivendole nel cuore di essi ". A quali leggi egli allude? " Che tutti conosceranno Dio, dal piccolo fino al grande; e propizio", dice Dio, " sarò ad essi e non mi ricorderò dei loro peccati". Accogliamo le leggi della vita, ubbidiamo a Dio che ci esorta; apprendiamolo, affinché ci sia benigno; rendiamo a Lui, benché non abbia bisogno di niente, una ricompensa di gratitudine, cioè l'obbedienza, come una specie di pigione pagata a Dio per la nostra dimora di quaggiù. Oro per bronzo, il valore di cento bovi per quello di nove, per il prezzo di un po' di fede Egli ti dà da coltivare questa immensa terra e l'acqua per bere e altra per navigarvi, e l'aria per respirare e il fuoco per esercitare i mestieri e il mondo per abitarvi; da qui egli ti ha concesso di mandare una colonia nel cielo: tutte queste grandi opere e benefici egli ti ha dato in compenso di un po' di fede. Inoltre: coloro che credono nei ciurmadori ammettono gli amuleti e le formule di incantagione, perché credono che essi apportino salvezza; e voi non volete fornirvi dello stesso celeste amuleto del Verbo Salvatore, e, credendo nella incantagione di Dio, essere liberati dalle passioni, che sono malattie dell'anima, ed essere strappati al peccato? Giacché il peccato È morte eterna. Certo, completamente privi di senso e ciechi come le talpe passate la vostra vita nelle tenebre, null'altro facendo che mangiare, andando in sfacelo per la corruzione di cui riboccate. Ma vi È, vi È la verità che grida: " Dalle tenebre splenderà la luce ". Splenda dunque questa luce nella parte più profonda dell'uomo, nel cuore, e sorgano i raggi della conoscenza, rivelando e illuminando l'uomo nascosto dentro, il discepolo della luce, l'amico di Cristo e suo coerede; specialmente quando alla nostra conoscenza sarà giunto il nome, preziosissimo e venerabile sopra ogni altro, di Colui che È buon padre a un figlio pio e buono, e che dà precetti miti e ordini salutari al figlio suo. Colui che gli obbedisce ha la meglio in ogni cosa: egli segue Dio, obbedisce al Padre, lo conobbe mentre egli errava, amò Dio, amò il prossimo, ademp� il comandamento di Dio, cerca il premio, reclama la promessa. Proposito di Dio È sempre di salvare il gregge degli uomini. Questa fu anche la ragione per cui il buon Dio mandò il buon Pastore: e il Verbo, avendo spiegata la verità, mostrò agli uomini l'altezza della salvezza, affinché essi o, pentitisi, si salvassero, o, non avendo ubbidito, fossero giudicati. Questa È la predicazione della giu- stizia, buon annunzio per coloro che ubbidiscono, segnale del giudizio per coloro che hanno disubbidito. Ma la tromba "dal forte suono " raccoglie col suo squillo i soldati e proclama la guerra: e Cristo, intonato un canto di pace fino ai limiti della terra, non raccoglierà dunque i suoi soldati di pace? Egli raccolse davvero, o uomo, col suo sangue e con la sua parola il suo esercito incruento, e affidò ad essi il regno dei cieli. La tromba di Cristo È il suo evangelo: Egli suonò la tromba, e noi l'udimmo. Armiamoci delle armi di pace " vestendoci della corazza della giustizia " e imbracciando lo scudo della fede e cingendo il nostro capo dell'elmo della salvezza, e aguzziamo " il pugnale dello Spirito, che È la parola di Dio". Così� l'Apostolo ci schiera in pacifici ordinamenti: queste sono le nostre armi invulnerabili: armati di queste schieriamoci contro il Maligno. Spegniamo i dardi incandescenti del Maligno con le cuspidi d'acqua temprate dal Verbo, ricambiando i benefici con lodi di ringraziamento e onorando Dio per mezzo del Verbo divino. " Giacché mentre tu ancora parli, Egli dirà - dice: - ecco, io ti sono vicino ". Santa e benedetta questa potenza, per mezzo della quale Dio diventa concittadino degli uomini! È dunque meglio e preferibile per l'uomo diventare nello stesso tempo imitatore e servitore della essenza più alta fra le cose che esistono; giacché nessuno potrà imitare Dio, se non per mezzo del servizio che gli rende piamente, Né, d'altra parte, servirlo e venerarlo, se non con l'imitarlo. L'amore celeste e veramente divino in questo modo viene agli uomini, quando nella stessa anima può brillare la scintilla della vera bellezza accesa dal Verbo divino; e, ciò ch’è la cosa più grande, la salvezza corre di pari passo insieme col sincero desiderio di essa, Poiché sono, per così� dire, aggiogati insieme l'elezione e la vita. Perciò È questa sola esortazione, quella alla verità, che si può dire simile ai più fedeli degli amici, in quanto a che essa resta con noi fino all'estremo soffio della vita, ed È buona guida per mezzo dell'intero e perfetto spirito dell'anima a coloro che si dirigono verso il cielo. A che cosa dunque ti esorto? A salvarti io ti spingo. Questo vuole Cristo: in una parola, Egli ti fa dono della vita. E chi È Lui? Apprendilo in breve: Verbo di verità, Verbo di incorruttibilità, Colui che rigenera l'uomo, riconducendolo alla verità; lo stimolo della salvezza, Colui che scaccia la corruzione, Colui che espelle la morte, Colui che costruì negli uomini il suo tempio per collocare negli uomini Dio. Purifica il tempio, e i piaceri e le mollezze, come fiore effimero, abbandonali al vento ed al fuoco, ma coltiva saggiamente i frutti della temperanza, e consacra te stesso come primizia a Dio, affinché tu possa essere non solo opera di Dio, ma anche sua gioia. L'una e l'altra cosa conviene a chi È amico di Cristo, mostrarsi, cioè, degno del regno ed essere stimato degno del regno.

CAPITOLO 12

Fuggiamo dunque la consuetudine, fuggiamola come pericoloso promontorio o come la minaccia di Cariddi o le mitiche Sirene: la consuetudine soffoca l'uomo, lo allontana dalla verità, lo conduce fuori della vita, È un laccio, È un baratro, È una fossa, È una rete funesta: Lungi da questo fumo e da questo flutto trattieni la nave... Fuggiamo, o compagni di navigazione, fuggiamo questo flutto. Esso erutta fuoco; v'è un'isola maligna, piena di ossa e di cadaveri ammucchiati; canta in essa una piccola meretrice nel fiore degli anni - la voluttà - dilettandosi di una musica volgare. O degli Achei gran vanto, qua vieni Ulisse famoso, ferma la nave e ascolta un più divino canto. La meretrice ti loda, o navigante, e ti dice celebrato nei canti, e cerca di far sua la gloria degli Elleni. Lascia che essa si pasca dei cadaveri. Uno spirito celeste viene a recarti aiuto. Passa oltre alla voluttà; essa inganna. NÉ donna dall'abito ai clunei aderente ti inganni la mente ciarlando con blande parole, mentre ricerca il tuo nido. Naviga oltre il canto; esso produce la morte. Solo che tu voglia, hai vinto la rovina; e, legato al legno della nave, sarai libero da ogni corruzione. Sarà tuo pilota il Verbo di Dio, e lo Spirito Santo ti farà approdare ai porti dei cieli. Allora contemplerai il mio Dio, e sarai iniziato a quei santi misteri e godrai di quelle cose che sono nascoste nei cieli, a me riservate, " le quali né orecchio udì né pervennero al cuore " di alcuno. Ed a me sembra di veder due soli e due cittd di Tebe, diceva un tale a cui il furore bacchico faceva vedere dei fantasmi, ebbro di pretta ignoranza. Io sento compassione di lui, che È in stato di ubbriachezza, e vorrei richiamarlo, lui che È in tale stato di dissennatezza, alla sobria salute, giacché il Signore gradisce il pentimento, e non la morte del peccatore. Vieni, o insano, non appoggiato al tirso, non redimito di edera; getta via la mitra, getta via la nebride, torna in senno: ti mostrerò il Verbo e i misteri del Verbo, descrivendoli a somiglianza dei tuoi misteri. Questo È il monte amato da Dio, non teatro di storie atroci come il Citerone, ma consacrato ai drammi della verità: un monte sobrio, ombroso di sante selve; baccheggiano in esso, non le sorelle di Semele, la " colpita dal fulmine ", le Menadi, le iniziate all'abominevole distribuzione di carni crude, ma le figlie di Dio, le belle agnelle, che celebrano i venerandi riti del Verbo, riunendo un coro sobrio. Il coro È formato dei giusti, e il loro canto È un inno al re dell'universo. Toccano le cetre le fanciulle, cantano a gloria gli angeli, parlano i profeti, si leva un suono di musica; seguono di corsa il tiaso, si affrettano quelli che sono stati chiamati, desiderando ricevere il Padre. Vieni a me, o vecchio, anche tu; lascia Tebe, e metti da parte la tua arte profetica e l'insania bacchica, e làsciati guidare dalla mia mano verso la verità. Ecco, io ti dò il legno per appoggiarti. AffrÈttati, Tiresia, abbi fede, riavrai la vista. Cristo, per il quale gli occhi dei ciechi tornano a vedere, splende su di te più luminosamente del sole. La notte fuggirà da te, il fuoco avrà paura di te, la morte andrà via da te. Vedrai i cieli, o vecchio, tu che non riesci a vedere Tebe. O i misteri veramente santi! o luce pura! Alla luce delle fiaccole contemplo i cieli e Dio, divengo santo per mezzo della iniziazione, fa da ierofante il Signore e segna col suo sigillo il myste illuminandolo, e Poiché questi ha creduto, lo consegna al Padre perché sia custodito in eterno. Questi sono i baccanali dei miei misteri! Se vuoi, anche tu fatti iniziato, e danzerai insieme con gli Angeli intorno all'ingenerato e imperituro e solo veramente Dio, cantando l'inno insieme con noi il Verbo di Dio. Questo Gesù, immortale, unico grande pontefice dell'unico Dio, che È anche Padre, prega per gli uomini ed esorta gli uomini: " Udite, voi genti innumerevoli ", o piuttosto quanti tra gli uomini siete dotati di ragione, e barbari ed Elleni; io invoco tutta la stirpe degli uomini dei quali sono il creatore per volontà del Padre. Venite a me per essere ordinati sotto un solo Dio e sotto il solo Verbo di Dio; e non superate gli animali privi di ragione soltanto per la ragione, ma fra tutti i mortali a voi soli io concedo di godere dell'immortalità. Voglio infatti, voglio rendervi partecipi anche di questa grazia, dandovi nella sua interezza il beneficio, l'incorruttibilità. E vi largisco il Verbo, la conoscenza di Dio, me stesso intero vi largisco. Questo sono io, questo vuole Dio, questo È la concordia, questo È l'armonia del Padre, questo È il Figlio, questo È Cristo, questo È il Verbo di Dio, braccio del Signore, potenza dell'universo, la volontà del Padre. O voi tutte immagini, ma non tutte somiglianti al vostro modello, io voglio correggervi secondo l'archetipo affinché diventiate anche simili a me. Vi ungerò con l'unguento della fede, per mezzo del quale scacciate la corruttibilità, e vi mostrerò nella sua nudità la figura della giustizia, per mezzo di cui salite a Dio. " Venite a me, tutti voi che siete stanchi e oppressi dal carico, ed io vi farò riposare; portate il mio giogo su di voi e apprendete da me che io sono mite e umile di cuore, e troverete riposo alle vostre anime. Giacché il mio giogo È buono e il mio carico lieve " Affrettiamoci, corriamo, immagini del Verbo amate da Dio e fatte a sua somiglianza; affrettiamoci, corriamo, solleviamo il suo giogo, sottoponiamoci al giogo della incorruttibilità, amiamo Cristo, il buon auriga degli uomini. Egli condusse sotto lo stesso giogo l'asino giovane insieme col vecchio; e avendo aggiogato insieme la coppia degli uomini dirige il carro verso l'immortalità, affrettandosi verso Dio per compiere chiaramente ciò a cui aveva alluso oscuramente, prima dirigendosi verso Gerusalemme, ed ora verso i cieli, bellissimo spettacolo per il Padre, il Figlio immortale che torna vittorioso! Cerchiamo perciò di essere pieni di ardore per ciò che È bello, e uomini cari a Dio; e cerchiamo di acquistarci i più grandi dei beni, cioè Dio e la vita. Il Verbo È il nostro soccorritore: confidiamo in lui e non ci venga mai tanto desiderio Né di argento e d'oro Né di gloria, quanto dello stesso Verbo della verità. Non È infatti, non È cosa grata a Dio stesso, se noi facciamo pochissimo conto delle cose che sono di grandissimo valore, e facciamo maggior conto invece degli evidenti eccessi di ignoranza, di inintelligenza, di indifferenza, di idolatria, che costituiscono l'estrema empietà. Non a torto dunque i figli dei filosofi credono che gli stolti in tutto ciò che fanno agiscano in modo empio e nefando; e quando inoltre pongono la stessa ignoranza tra le forme di follia, null'altro fanno se non riconoscere che la maggior parte degli uomini sono pazzi. La ragione dimostra che non vi È dubbio quale delle due cose sia migliore, essere savi o pazzi. Bisogna dunque che noi, tenendoci stretti alla verità con tutte le nostre forze, seguiamo, nella nostra saggezza, Dio, e consideriamo sue tutte le cose, come in realtà esse sono; e, inoltre, bisogna che noi, sapendo di essere la più bella delle sue possessioni, ci affidiamo a Dio, amando il Signore Dio e considerando questo come còmpito nostro per tutta la vita. E se " le cose degli amici sono comuni ", e l'uomo È amico di Dio (giacché amico a Dio egli È certamente attraverso la mediazione del Verbo) tutte le cose sono allora dell'uomo, perché tutte le cose sono di Dio, e sono comuni ad ambedue gli amici tutte le cose, a Dio cioè ed all'uomo. È tempo dunque per noi di dire pio soltanto il cristiano, e ricco e saggio e nobile, e perciò immagine di Dio fatta a sua somiglianza, e di dirlo e di crederlo divenuto "giusto e santo con intelligenza" per opera di Cristo Gesù, e, nella stessa misura, anche simile, ormai, a Dio. Certo, non nasconde questa grazia il Profeta, quando dice: "Io dissi che siete dei e figli dell'Altissimo tutti". Noi infatti, noi Egli ha adottato, e di noi soli vuole essere chiamato padre, non di quelli che non gli ubbidiscono. Ordunque la condizione nostra, dei seguaci di Cristo, È, a un dipresso, questa: quali sono i consigli, tali anche i nostri discorsi, quali i discorsi, tali anche le azioni, e quali le opere tale la vita. Buona È tutta la vita degli uomini che hanno conosciuto Cristo. Basta, io credo, quello che ho detto; e forse mi sono spinto troppo lontano, mosso dal mio amore per gli uomini, nell'effondere ciò che avevo da Dio, trattandosi di esortare gli uomini al massimo dei beni, cioè alla salvezza. Quando si parla della vita che non ha mai fine, non vogliono infatti neppure i discorsi finir mai di rivelarne i misteri. Ma a voi resta ancora questo ultimo gesto, cioè di scegliere ciò che È utile a voi, o il giudizio o la grazia. Quanto a me, io credo che neppure sia il caso di dubitare quale delle due cose sia migliore: Né infatti È lecito confrontare la vita con la perdizione.