S. Antonio di Padova: I Sermoni - Parte terza

 

L’ASCENSIONE DEL SIGNORE

 

1. In quel tempo: “Mentre gli Undici stavano a mensa, apparve loro Gesù” (Mc 16,14). In questo brano del vangelo si devono considerare tre fatti:

- l’ultima apparizione di Cristo,

- l’invio degli apostoli alla predicazione,

- l’ascensione di Cristo al cielo.

 

I. l’ultima apparizione di cristo

 

2. “Mentre gli Undici stavano a mensa”. Nota che Gesù, dopo la sua risurrezione, apparve ai suoi discepoli dieci volte. Apparve cinque volte nel giorno stesso della risurrezione, come vedremo nel sermone sulla Risurrezione del Signore: “Fiorirà il mandorlo”. La sesta volta apparve a Tommaso, insieme agli altri discepoli, otto giorni dopo essere risorto. La settima volta al mare di Tiberiade. L’ottava volta sul monte, al quale li aveva mandati. La nona e la decima volta in questo giorno dell’Ascensione.

In questo giorno andò da loro a Gerusalemme e disse: “Restate in città, finché non sarete rivestiti della potenza dall’alto” (Lc 24,49). E poiché mangiò con loro, se ne deduce che era passata l’ora sesta, cioè il mezzogiorno: e questa fu la nona apparizione.

Poi li condusse fuori, al monte degli Ulivi, verso Betania. Alzate le mani, li benedisse. E sotto i loro occhi si innalzò verso il cielo, avvolto in una nube splendente che sembrava sollevarlo: e questa fu la decima apparizione.

“Mentre dunque gli undici discepoli erano a mensa, apparve loro Gesù”. In lat. è detto recumbentibus, cioè mentre erano distesi (adagiati) a mensa, secondo l’uso del tempo. Osserva che Gesù appare solo a chi è disteso nella quiete, nella pace e nell’umil­tà. Dice infatti Isaia: “A chi volgerò il mio sguardo, se non al poverello, al contrito di spirito e a colui che teme le mie parole?” (Is 66,2). Nell’acqua torbida e agitata non vede il suo volto chi vi si specchia. Se vuoi che appaia in te il volto di Cristo che ti guarda, distenditi e riposa. “Fermatevi in città – disse – fino a che non siate rivesti­ti della potenza dall’alto”. Restare in città significa raccogliersi nella propria coscienza e tenersi lontano dal chiasso esteriore. Si legge infatti nel secondo libro dei Re che Davide si stabilì nella sua casa di cedro e il Signore gli diede tregua da tutti i suoi nemici all’intorno (cf. 2Re 7,1-2).

Si legge nella Storia Naturale che il cedro è un albero molto alto, di gradevole profumo e di vita lunga; con il suo profumo mette in fuga i serpenti e ha la particolarità di fare frutto di continuo, in inverno e in estate.

La casa di cedro è la coscienza del giusto: è alta per l’amore di Dio, di gradevole profumo per la sua onesta condotta, ha vita lunga per la perseveranza; con il profumo della sua onestà o della sua preghiera devota mette in fuga i serpenti, vale a dire gli impulsi carnali o i demoni, e sia nell’inverno dell’av­ver­sità che nell’estate della prosperità produce frutti di eterna salvezza. Chi dimora in tale casa sta al sicuro da tutti i nemici all’intorno, cioè dal diavolo, dal mondo e dalla carne, e gode della pace, perché si riveste di potenza dall’alto, e non dal basso, cioè dal mondo. Chi si riveste della potenza del mondo, viene facilmente sconfitto nella guerra; chi invece si riveste della potenza dall’alto, cioè della potenza dello Spirito Santo, distrugge i nemici e compie le opere di virtù.

 

3. “Li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato” (Mc 16,14). O infelici coloro che non credono a Pietro, al quale Cristo apparve, e che lo vide risuscitato dai morti!

Dice Pietro: “Avete ucciso l’autore della vita, che Dio ha risuscitato dai morti, e di questo noi siamo testimoni” (At 3,15), “noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui, dopo che fu risuscitato da morte” (At 10,41): e in questo è prefigurata la reale risurrezione della carne. Non credono che Cristo sia risuscitato dai morti coloro che negano la finale risurrezione dei corpi. Perciò leggia­mo nella prima lettera ai Corinzi: “Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dai morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscita­to; e se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1Cor 15,12-14). Nella finale risurrezione dei corpi, Dio ripudierà e condannerà gli increduli e i duri di cuore, i quali ora non credono che essa avverrà.

 

II. l’invio degli apostoli alla predicazione

 

4. Gli apostoli vengono mandati a predicare dove è detto: “Andate in tutto il mondo” (Mc 16,15). C’è un comando simile anche in Isaia: “Andate, veloci messaggeri, ad un popolo disperso e straziato, ad un popolo tremebondo come nessun altro, ad un popolo in attesa e oppresso”(Is 18,2).

Il genere umano era stato disperso, scacciato dalla felicità del paradiso terrestre, era straziato dalla perse­cuzione diabolica, pieno di terrore per le pene dell’inferno minacciate all’anima, e oppresso nei riguardi del corpo per la prospettiva della corruzione: e tuttavia aspettava il Salvatore del mondo. A questo popolo il Salva­tore mandò i veloci messaggeri, cioè gli apostoli obbedien­ti, dicendo: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a tutte le creature” (Mc 16,15), cioè a tutto il genere umano, che ha qualcosa in comune con ogni creatura, con gli angeli, con gli animali, con le piante, con le pietre, con il fuoco e con l’acqua, con il caldo e con il freddo, con l’umido e con il secco, perché l’uomo è un microcosmo, cioè un piccolo mondo.

“Chi crederà”, ossia chi professerà la fede per se stesso o per mezzo di un altro, “e sarà battezzato”, cioè persevererà nella grazia ricevuta con il battesimo, “sarà salvo; chi invece non crederà, sarà condannato. E questi saranno i miracoli che accompagneranno coloro che credono: nel mio nome scacceranno i demoni”, ecc. (Mc 16,16-17).

In quel tempo avvenivano i miracoli a favore degli infedeli chiamati alla conversione; adesso invece, poiché la fede è adulta, il miracolo è cessato. Anche noi infatti, quando impiantiamo delle pianticelle, le innaffiamo fino a che mettono le radici in terra e s’irrobustiscono.

 

5. Senso morale. Il mondo è così chiamato perché è sempre in movimento (lat. mundus, motus). Ai suoi elementi non è concesso riposo. Il mondo ha quattro parti: l’orien­te, l’occidente, il meridione e il settentrione. Come il mondo consta di queste quattro parti, così anche l’uomo, che è un piccolo mondo, consta – a detta degli antichi – di quattro fluidi (indoli) commisti, in giusta proporzione, in un unico temperamento. Il misero uomo dall’inizio alla fine della sua vita è sempre in movimento, e mai riposa finché non arriva al suo “luogo”, cioè a Dio. Dice infatti Agostino: “Inquieto è il nostro cuore, o Signore, finché non riposerà in te”. “E nella pace è il suo luogo” (Sal 75,3). Il luogo dell’uomo è Dio: non ci sarà mai pace se non in lui, e quindi a lui si deve tornare.

I momenti principali della vita dell’uomo sono: l’oriente della nascita, l’occidente della morte, il meridione della prosperità e il settentrione delle avversità. In questo mondo dobbiamo andare: “Andate in tutto il mondo”, per meditare come eravate al momento della vostra nascita, come sarete al momento della morte; come siete quando vi sorride la prosperità e come vi comportate quando si abbatte su di voi l’avversità: osservate se quella vi esalta e questa vi deprime. Da questa quadruplice meditazione scaturisce un quadruplice profitto: la diffidenza di sé, il disprezzo del mondo, l’equilibrio per non esaltarsi, la pazienza per non deprimersi e scoraggiarsi.

È bene quindi andare in tutto il mondo e predicare il vangelo a tutte le creature. Dice l’Apostolo: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura: le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove” (2Cor 5,17). E il salmo: “Il popolo che sarà creato [nuovo] darà lode al Signore” (Sal 101,19); e Isaia: “Ecco, io creo Gerusalemme, città di esultanza e il suo popolo, popolo di gaudio. E io esulterò di Gerusalemme e godrò del mio popolo” (Is 65,18-19).

Creare significa fare qualcosa dal nulla. L’uomo, quando è in peccato mortale, è nulla, perché Dio, che veramente è, non è in lui con la grazia. “L’uomo – dice Agostino – quando pecca diventa un nulla”; ma quando, per mezzo della grazia di Dio si converte e fa penitenza, viene creata in lui una nuova creatura, cioè una nuova e pura coscienza. E questa è Gerusalemme, cioè la città della pace, che esulta per la misericordia di Dio che le è stata elargita. Viene creato anche “un popolo” di molti e buoni pensieri e sentimenti, in cui c’è il gaudio e la lode a Dio, provenienti dalla sua dolcezza che esso pregusta. E allora le cose vecchie, vale a dire le opere e l’incallito comportamento dei cinque sensi, passano, si allontanano, e ne nascono di nuove in Cristo, affinché l’uomo non viva più per se stesso, ma per Cristo che è morto per lui (cf. 2Cor 5,15).

Queste dunque sono “tutte le creature”: l’uomo esteriore e interiore e il rinnovamento prodotto dalla grazia. A questa creatura dobbiamo predicare il vangelo del Regno, cioè annunziare il bene: la parola greca “evangelo” signi­fica appunto “buon annunzio”. Annuncia il bene ad ogni creatura colui che si orna di virtù internamente e esternamente. Predica il vangelo del Regno colui che, nel segreto del suo cuore, considera quanto grande sarà la gloria di contemplare, insieme con gli spiriti beati, il volto del creatore, lodarlo senza fine insieme con essi, vivere sempre con lui che è la vita, e godere perennemente di una felicità inesprimibile.

Da questa predicazione provengono due risultati: “Chi crederà e sarà battezzato”. Credere vuol dire “dare il cuore” (lat. credo, cor do). Figlio mio, dice Gesù, dàmmi il tuo cuore! (cf. Pro 23,26). Chi dà il cuore, dà tutto. Perciò crede colui che con la devozione del suo cuore si sottomette totalmente a Dio; viene battezzato, quando si inonda di lacrime o per la dolcezza della contemplazione divina, o per il ricordo della sua iniquità, oppure per la compassione che prova di fronte alle necessità dei fratelli. “Invece chi non crede”, non dà il cuore a Dio, e se non lo dà a Dio, necessariamente lo darà al diavolo, o alla carne, o al mondo. E chi avrà fatto questo, “sarà condanna­to”.

 

6. “E questi sono i miracoli che accompagneranno quelli che credono”. Il miracolo è chiamato in latino signum, segno. I segni accompagneranno coloro che hanno dato il cuore a Dio, perché già sul loro cuore c’è il segno di cui parla il Cantico dei Cantici: “Méttimi come un segno sopra il tuo cuore” (Ct 8,6).

Quando vogliamo difendere dai ladri una nostra proprietà, la nostra casa o i nostri beni, siamo soliti apporvi un segno, un marchio, come la bandiera del re o di qualche potente, perché vedendolo, i ladri non osino penetrarvi. Così se vogliamo difendere il nostro cuore dai demoni, mettiamo su di esso, come segno, Gesù, che è la salvezza: dove c’è salvezza c’è incolumità.

Ed ecco i segni, i miracoli: “Nel mio nome scacceranno i demoni” (Mc 16,17). “Demoni” è un termine preso dalla lingua greca. In grecodàimon significa “esperto”, “perito”, che conosce le cose. I demoni raffigurano la sapienza della carne e l’astuzia del mondo, le quali, a guisa di demoni, tormentano l’uomo, lo spirito dell’uomo e con insistenza affliggono il suo corpo.

La sapienza della carne simboleggia il demonio notturno, l’astuzia del mondo il demonio meridiano. La sapienza della carne è cieca, per quanto essa sia convinta di vederci molto bene: solo nella notte ha la vista acuta, come il gatto. L’astuzia del mondo, poiché arde del calore della malizia, è come il sole a mezzogiorno. Chi ha dato il cuore a Dio, scaccia via da sé questi demoni e farà anche tutti gli altri segni di cui parla il vangelo.

“Parleranno lingue nuove” (Mc 16,17). La lingua del mondo è una lingua vecchia, perché dice cose vecchie dell’uomo vecchio. Coloro che sono tormentati dai demoni sopraddetti, parlano questa lingua; ma quando li scacciano via da sé, parlano lingue nuove nella novità della loro vita. Dice infatti Isaia: “In quel giorno ci saranno cinque città nella terra d’Egitto che parleranno la lingua di Canaan e giureranno per il Signore degli eserciti: la prima si chiamerà “Città del Sole” (Is 19,18).

La terra d’Egitto, nome che significa “tenebre”, raffigura il corpo dell’uomo, coperto dalle tenebre della colpa e dei castighi: in esso ci sono cinque città, cioè i cinque sensi del corpo, il primo dei quali, cioè la vista, è chiamato “Città del Sole”, perché, come il sole illumina tutto il mondo, così la vista illumina tutto il corpo. Queste città parlano la lingua di Canaan, che significa “cambiata”: per il cambiamento operato dalla destra dell’Altissimo (cf. Sal 76,11), si spogliano dell’uomo vecchio con le sue azioni e indossano l’uomo nuovo, vivendo nella giustizia e nella verità (cf. Ef 4,24; Col 3,9).

Come parlando si porta all’esterno la parola che è nascosta nel cuore, così i cinque sensi dell’uomo, ormai cambiati e convertiti a Dio, parlano di lui all’esterno come lo hanno all’interno, e in questo appunto consiste il giurare: affermare la verità. Infatti la verità della coscienza si afferma e si conferma con la testimonianza della vita santa, a lode del Signore degli eserciti, cioè del Signore degli angeli.

E ancora: “Prenderanno i serpenti” (Mc 16,18), nei quali sono simboleggiate l’adu­lazione e la detrazione, che avanzano serpeggiando di nascosto e inòculano il veleno. L’adulatore avanza serpeggiando e il detrattore inòcula il veleno. Coloro che parlano lingue nuove, scacciano da sé questi serpenti: “Siano lontane dalla vostra bocca le cose vec­chie” (1Re 2,3). La saliva dell’uomo digiuno uccide il serpente; la lingua digiuna, cioè mortificata, è come una lingua nuova, il cui contravveleno annulla il veleno.

Ma l’antico serpente adulava, per così dire, Eva quando diceva: “Non morirete affatto!”, e quasi calunniava Dio dicendo: “Dio sa che nel giorno in cui mangerete dell’al­bero proibito, si apriranno i vostri occhi e sarete come dèi, conoscendo il bene e il male” (Gn 3,4­5). Come dicesse: Dio vi ha proibito questo perché è invidioso, e non vuole che voi diventiate simili a lui nella scienza. Ecco come l’adula­zione avanza serpeggiando, e la detrazione inòcula il veleno. Chi invece ha la lingua digiuna, sputi in bocca al serpente e lo uccida, e così lo scacci da sé.

 

7. Ancora: “Se berranno qualche veleno, non recherà loro danno” (Mc 16,18). Dice la Glossa: Quando sentono le pestifere sugge­stioni diaboliche, è come se bevessero qualcosa di micidia­le, che però non reca loro danno, perché non le portano ad esecuzione. E dice Isaia: “Non berranno più vino cantando: ogni bevan­da sarà amara per i bevitori” (Is 24,9), e quindi non recherà loro danno. Non beve, cantando, il vino della suggestione diabolica, colui che non vi acconsente, anzi la respinge, ne soffre e piange; e quindi la bevanda stessa, cioè la suggestione del diavolo, è amara per coloro che la bevono, cioè per quelli che l’avvertono e sono costretti a subirla. Al contrario Gioele dice: “Alzatevi, ubriachi, e piangete e mandate lamenti voi tutti che bevete il vino con piacere, perché sarà tolto dalla vostra bocca” (Gl 1,5). E così avviene proprio alla lettera, perché il piacere del vino sparisce immediatamente dalla bocca, non appena scende per la gola. Quanti mali cagiona un brevissimo piacere a colui che, con il consenso della mente e delle opere, beve il vino della suggestione diabolica! Agli ubriachi di questo vino è detto: “Alzatevi!” nel ricordo del vostro peccato, “piange­te” nella contrizione del cuore, “mandate lamenti” nella confessione.

Chi avrà realizzato in sé i quattro segni di cui abbiamo parlato, potrà certamente operare anche il quinto a favore del prossimo: “Imporranno le mani ai malati, e questi guariranno” (Mc 16,18). Ammalato si dice in lat. æger, che suona come egens, bisognoso, perché ha bisogno di un rimedio, di una medici­na. L’ammalato è il peccatore che ha veramente bisogno della medicina, cioè dell’esempio delle buone opere. E impone le mani su di lui perché si senta meglio, cioè perché ritorni alla penitenza, colui che non solo lo incoraggia con la parola della predicazione, ma anche lo sostiene con l’esempio della vita santa. Amen.

 

III. l’ascensione di gesù al cielo

 

8. “E il Signore Gesù”, che era disceso dal cielo, “dopo aver parlato loro, fu assunto in cielo” (Mc 16,19). Troviamo la concordanza nei Proverbi di Salomone: “Chi è salito al cielo e ne è disceso? Chi racchiuse lo spirito (vento) nelle sue mani? Chi raccolse le acque nel suo manto? Chi innalzò tutti i confini della terra? Qual è il suo nome, o qual è il nome del suo figlio, se lo sai?” (Pro 30,4).

Fa’ attenzione alle tre parole: racchiuse, raccolse, innalzò. Il Figlio di Dio Padre, Gesù Cristo, discese dal cielo e assunse la nostra carne mortale, e salì quindi al cielo proprio con essa, divenuta immortale: di lassù mandò lo Spirito della grazia settiforme, che egli racchiude nelle mani della sua potenza. Ed è così, perché lo dà a chi vuole e quando vuole, e lo chiude quando vuole. Dice infatti Giobbe: “Nasconde nelle mani la luce e le ordina di apparire di nuovo. Annunzia a chi gli è amico che essa è sua proprietà e che ad essa può avvicinarsi” (Gb 36,32-33). A chi è amico di Dio viene manifestata talvolta una certa luce nella coscienza, una luce di interiore letizia, come un lume che, rinchiuso tra le mani, si vede e si occulta ad arbitrio di colui che lo tiene: e questo perché l’animo s’infiammi per giungere al possesso della luce eterna e all’eredità della piena visione di Dio.

Parimenti, il Figlio di Dio raccoglie, cioè frena le acque, vale a dire la concupiscenza carnale, nel manto, cioè nel corpo, del quale l’anima è ricoperta come di una veste. Dice Giobbe: “Io mi consumerò e andrò in putrefazione, come una veste che viene consumata dalla tignola” (Gb 13,28). La tignola nasce dalla veste e poi la corrode: la corruzio­ne nasce dal corpo e poi lo distrugge. Il Figlio di Dio racchiude in questa veste gli istinti dei sensi con il legame dell’amore e la fune del timore, affinché non ne escano le acque della concupiscenza carnale, e così risveglia alla penitenza e alla gloria eterna tutti i confini della terra, cioè coloro nei quali ormai la condizione terrena è conclusa.

Perciò “fu assunto in cielo”, per sollevare con sé la terra e farla cielo; infatti il Padre per bocca di Isaia gli dice: “Ho posto le mie parole nella tua bocca e ti ho custodito all’ombra delle mie mani, perché tu impianti i cieli e fondi la terra e dica a Sion: Tu sei mio popolo” (Is 51,16). E il Figlio stesso dice: “Colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui” (Gv 8,26). Nell’ora della passione il Padre lo protesse all’ombra della mano della sua potenza, perché gli prestò conforto nel momento in cui più infieriva la crudeltà dei giudei. Dice il salmo: “Stendesti la tua ombra sopra il mio capo nel giorno della battaglia” (Sal 139,8), nella quale con le mani inchiodate sulla croce distrusse le potenze dell’aria. Egli impiantò i cieli, cioè la divinità, sulla terra della nostra umanità e fondò la terra della nostra umanità nel cielo, cioè ve la stabilì per sempre.

Quindi conclude: “E sedette alla destra di Dio” (Mc 16,19). E nel salmo: “Disse il Signore”, il Padre, “al mio Signore”, cioè al Figlio suo: “Siedi alla mia destra” (Sal 109,1): vale a dire: Ripòsati e regna con me sui beni più preziosi.

Lo stesso Gesù, partecipe della nostra natura, renda anche noi partecipi di questi beni, lui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

IV. sermone allegorico

 

9. “Ho attraversato questo Giordano portando solo il mio bastone, ed ora ritorno con due schiere” (Gn 32,10). Queste parole disse Giacobbe quando dalla Mesopotamia ritornava alla sua terra natale. Possono benissimo essere attribuite a Cristo che da questa terra fa ritorno al Padre, e il cui bastone fu la croce.

Leggiamo nel primo libro dei Re: “Il filisteo disse a Davide: Sono io forse un cane, perché tu mi venga contro con un bastone?” (1Re 17,43). Il filisteo, nome che s’in­ter­pre­ta “cade per aver bevuto”, o anche “doppia rovina”, raffigura il diavolo che, ubriaco di superbia, cadde dal cielo, e fece poi cadere l’uomo nella duplice rovina del­l’ani­ma e del corpo. È chiamato cane perché con le sue suggestioni abbaia contro gli innocenti e non riconosce il padrone, cioè il suo Creatore; il nostro Davide, Cristo, per combattere per noi contro di lui, lo affrontò con il bastone della croce. Ecco perché nello stesso libro dei Re è detto poco sopra: “Davide prese il suo bastone, che sempre aveva per mano; si scelse quindi dal torrente cinque ciottoli ben levigati e li pose nella sacca da pastore, che portava con sé; prese in mano la fionda e mosse contro il filisteo” (1Re 17,40).

Ecco le armi con le quali Gesù Cristo uccise il nostro nemico. Cristo ebbe sempre nelle sue mani il bastone della croce: prima della passione lo ebbe nelle opere, nella passione fu inchiodato ad essa per le mani, dopo la passione ne conservò nelle mani le ferite, per mostrarle per noi al Padre. Dice infatti Isaia: “Ecco che io ti ho scritto nelle mie mani” (Is 49,16).

Osserva che per scrivere qualche cosa sono necessari almeno tre strumenti: la carta, la penna e l’inchiostro. La carta fu la mano di Cristo, la penna il chiodo e l’inchio­stro il suo sangue. La sua scrittura fornisce la prova della nostra liberazione, cònfuta il nemico e ci riconcilia con Dio Padre.

I cinque ciottoli ben levigati raffigurano le cinque piaghe di Gesù Cristo, che egli prese dal torrente della nostra umanità. La sacca da pastore raffigura l’amore, con il quale ci ha amati sino alla fine: “Il buon pastore – ha detto – dà la sua vita per le sue pecore” (Gv 10,11). Mise in questa sacca i cinque ciottoli ben levigati, perché per l’amore che nutriva per noi, ricevette su di sé le cinque piaghe, le quali ci resero ben levigati, cioè puri e luminosi. La fionda, che ha due strisce di cuoio di pari lunghez­za, raffigura l’imparzialità della giustizia, per la quale condannò il diavolo e strappò dalle sue mani il genere umano. Fu giusto infatti e legittimo che il diavolo perdesse il potere che aveva sul genere umano, sul quale presumeva di avere qualche diritto, lui che osò stendere la mano su Cristo, sul quale diritti certamente non ne aveva. “Viene il principe di questo mondo, ma su di me non ha alcun potere” (Gv 14,30), perché “tra i morti io sono libero” (Sal 87,6): tuttavia Cristo è passato attraverso la morte, per liberare i morti. Dice infatti: “Con il mio bastone ho attraversato questo Giordano”. “Nel suo viaggio bevve al torrente: per questo sollevò in alto il capo” (Sal 109,7). Sul “bastone” della croce, solo, povero e nudo, passò dalla riva della nostra mortalità, della nostra condizione mortale, a quella della sua immortalità, attra­verso il fiume del giudizio – questo significa il nome Giordano –, vale a dire attraverso lo spargimento del suo sangue con il quale giudicò il diavolo, cioè lo condannò e ne distrusse il potere.

 

10. E quanto grande vantaggio sia venuto a noi da questo suo passaggio, si comprende quando aggiunge: “E adesso”, cioè oggi, “ritorno con due schiere”. La sua partenza dal Padre, il suo ritorno al Padre, la sua discesa agli inferi e la sua ascensione fino al trono di Dio: ecco il “cerchio (l’anello) posto nelle narici di beemot (ippopotamo) (cf. Gb 40,10.21) e di Sennacherib” (2Mac 15,22), al quale il Signore dice: “Metterò un anello alle tue narici e un morso alle tue labbra e ti rimanderò per la strada per la quale sei venuto” (Is 37,29). Cristo, sapienza del Padre, che, come il cerchio, non ha principio né fine, uscendo dal Padre e al Padre ritornando, riunendo in se stesso tutte le cose e racchiudendole nel suo cuore, smascherò la perfidia del diavolo, raffigurata nelle narici. Infatti, come per mezzo delle narici percepiamo le cose a distanza, così il diavolo, con l’acu­tezza della sua astuzia (perfidia) capisce a quale vizio un uomo è maggiormente incline, e quindi si sforza di catturarlo con quello.

Nel morso ci sono due elementi: il ferro e la briglia; il ferro si mette nella bocca del cavallo, con la briglia lo si frena e lo si guida. Cristo, nella sua passione, con i chiodi e con la bri­glia della sua umanità fabbricò un morso con cui domare e frenare il diavolo, perché non corresse a suo piacimento, ma ritornasse indietro per la via per la quale era venuto. Era venuto per mezzo di Eva, di Adamo e del frutto dell’albero proibito: ma dovette ritornare indietro, e ciò che aveva rapito con l’astuzia, lo perdette per opera di Maria, per opera di Cristo e per mezzo del legno della croce; con questo legno passò il nostro Giacobbe che sconfisse il diavolo e oggi è ritornato in cielo con due squadre.

Giacobbe divise in due squadre tutta la gente che era con lui (cf. Gn 32,7): le schiave e i loro figli erano nella prima squadra; nella seconda le donne libere, ossia Lia e Rachele e i loro figli. Queste due squadre simboleggiano la chiesa, formata da due popoli: dal popolo dei pagani, indicato nelle schiave, e dal popolo giudaico, indicato nelle persone libere, per aver dato al mondo la conoscenza di Dio e la sua legge.

Questa chiesa Cristo la conquistò con molte sofferenze, in Mesopotamia, cioè nel mondo, e l’ha portata con sé oggi ritornando al cielo, poiché ha portato con sé la sua fede e la sua devozione, affinché il suo cuore e la sua vita non fossero più in terra ma nel cielo (cf. Fil 3,20). E al cielo faccia giungere anche noi, colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

V. sermone morale

 

11. “Con il mio bastone”. Vedremo il significato morale di queste quattro cose: del bastone, del Giordano e delle due squadre.

Nel bastone è simboleggiata la pratica della penitenza, della quale si parla nella Genesi, quando Giuda [figlio di Giacobbe] dice a Tamar: “Cosa vuoi avere per caparra? Rispose Tamar: Il tuo anello, il tuo bracciale e il bastone che hai in mano” (Gn 38,18). Giuda è Cristo che, secondo l’Apostolo, appartiene appunto alla tribù di Giuda. Tamar, nome che s’inter­preta “mutata”, o “amara”, o anche “palma”, è l’anima che ha cambiato ed è passata dal male al bene; amara a motivo della penitenza che pratica per essere un giorno palma nella gloria. Si legge infatti in Giobbe: “Morirò nel mio piccolo nido”, cioè nell’umiltà e nella tranquillità della coscienza, “e moltiplicherò i miei giorni come la palma” (Gb 29,18). Però in questa triplice interpretazione può anche essere raffigurato il triplice stato degli incipienti, dei proficienti e dei perfetti.

Cristo dunque dice all’anima: “Che cosa vuoi avere per caparra?”. Caparra in lat. si dice àrrabo, che suona come arra bona, buon pegno: il pegno è ciò che si dà come caparra. L’anima, per essere sicura delle promesse, domanda un buon pegno, cioè l’anello, il bracciale e il bastone.

Nell’anello è simboleggiata la fede formata [la fede unita alla grazia e alla carità]. Leggiamo in Luca: “Mettetegli l’anel­lo nella mano” (Lc 15,22). La Glossa: L’anello è il segno della fede, con il quale sono segnate le promesse nel cuore dei fedeli. “Dàteglielo nella mano”, cioè nelle opere, affinché la fede si manifesti nelle opere, e le opere testimonino la fede.

Nel bracciale – in latino armilla, da armus, òmero, la parte superiore del braccio –, che è rotondo e si porta al polso, è indicata l’opera di carità che fa stendere il braccio per portare il peso del fratello in necessità, e lo fa metter sotto l’òmero, o la spalla, per sorreggerlo (cf. Gn 49,15).

Nel bastone, con il quale uno si difende dal cane, e sul quale si appoggia per non cadere, è indicata, come già detto, la pratica della penitenza, con la quale l’anima si difende dagli appetiti della carne e si sostiene per non cadere nel peccato mortale.

In queste tre cose è compresa tutta la giustizia, che consiste nel rendere a ciascuno il suo, cioè l’anello della fede a Dio, il bracciale della carità al prossimo e la pratica della disciplina a se stessi.

 

12. È detto del bastone: “Ho attraversato questo Giordano con il mio bastone”. Giordano s’interpreta “discesa” o anche “appropriazione delle cose”, cioè delle cose transi­torie di questo mondo. Chi vuole appropriarsene è costretto ad abbassarsi, cioè a discendere dal suo stato di giustizia, dalla quiete della coscienza e dalla dolcezza della contemplazione. Perché, come dice Gregorio, chi si appoggia ad uno che scivola giù, necessariamente scivola giù con lui. Beato invece chi può dire: Con la pratica della penitenza sono passato dalla riva della vanità del mondo alla riva della familiarità celeste; ho attraversato questo Giordano, ho scavalcato cioè tutto ciò che è transitorio e caduco.

Dice la Genesi: “Giacobbe attraversò il guado di Iabbok; trasportate tutte le cose che gli appartenevano, restò solo” (Gn 32,22-24). Iabbok s’interpreta “torrente di polvere”, e raffigura le cose temporali che, come il torrente, abbondano nell’inverno della miseria di questa vita, ma inaridiscono d’estate, vale a dire quando giungerà la vampa della morte o dell’ultimo giudizio. Le cose temporali, come la polvere, accecano i loro amatori. La polvere è detta in lat. pulvis, perché viene spazzata via (pulsa) dalla forza del vento. Così queste cose tempo­rali vengono spazzate via dal vento dell’avversità e rapite dalla morte. Ma Giacobbe, cioè il giusto, vincitore del mondo, passa al di là delle cose temporali, per non passare con esse, perché nulla vi rimanga delle sue cose, ma trasferi­sce al di là tutto ciò che gli appartiene. E che cosa appartiene al giusto, se non l’umiltà, la carità, la castità e le altre virtù? Chi trasferisce queste cose con sé, resta solo, cioè estraneo al chiasso del mondo, lontano dal tumulto dei pensieri e dagli assalti dei demoni. Beato colui che passa così, perché nell’ora della morte potrà dire: “E adesso io ritorno con due squadre”.

Infatti ciò si accorda con quanto è scritto nel Cantico dei Cantici: “Tutte hanno parti gemellari e nessuna di esse è sterile” (Ct 4,2). E di nuovo: “Le tue due mammelle sono come due cerbiatti gemelli di una capriola, che pascolano tra i gigli, fino a che spiri la brezza del giorno che finisce e le ombre si allunghino” (Ct 4,5-6).

La capriola – detta in lat. caprea, perché prende le cose difficili (ardua capiens) –, ha la vista acuta, sceglie le erbe da mangiare e si spinge sulle alture. La capriola raffigura l’anima del giusto che, con il desiderio del cielo, raggiunge le cose difficili, e perciò si innalza fino ad esse; ha molto acuto lo sguardo della fede, si sceglie le erbe dei pascoli eterni con le quali si ristora; le sue due mammelle sono il duplice sentimento suscitato dalla carità, con il cui latte e la cui dolcezza nutre se stessa e il prossimo.

Questi sono i due parti gemellari, i due cerbiatti o i due caprioli, che pascolano tra i gigli: il sentimento della carità divina pascola tra i gigli, cioè nella castità della mente e del corpo, ossia nella letizia della contemplazione; il sentimento della carità fraterna pascola tra i gigli, vale a dire nella luce della buona riputazione.

E per quanto tempo pascoleranno così? Finché spunterà il giorno dell’eterno splendore e tramonteranno le ombre della cecità presente. Dica dunque il giusto: “E ora”, cioè alla fine della mia vita, “con due squadre”, vale a dire con i meriti della vita attiva e di quella contemplativa, “ritornerò” alla patria celeste.

A questa patria faccia giungere anche noi, colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

DOMENICA DI PENTECOSTE (1)

Temi del sermone

 

– Epistola del santo giorno di Pentecoste, divisa in cinque parti.

– Anzitutto sermone sullo Spirito Santo e la proprietà del crisòlito: “Nelle ruote era lo spirito della vita”.

– Parte I: Sermone sulla solennità dello Spirito Santo: “Era ormai giunto il terzo giorno”.

– Le tre lingue: del serpente, di Eva e di Adamo; le quattro prerogative del fuoco e il loro significato.

– Parte II: L’infusione dello Spirito Santo, la risurre­zione dell’anima, le quattro parti del mondo e il loro significato: “Dai quattro venti vieni, o Spirito!”

– L’arca di Noè, i suoi cinque scomparti e il loro significato: “L’arca di Noè aveva cinque scomparti”.

– I cinque sensi del corpo, la loro disposizione, le loro proprietà e il loro significato: Il primo scomparto era quello dei rifiuti.

– Parte III: Le tre specie di suono e il loro significato: “Venne all’improvviso un suono dal cielo”.

– Sermone ai penitenti o ai religiosi: “Era ormai giunto il terzo giorno”.

– La caratteristica della terra e il suo significato: “Lo Spirito del Signore riempì l’uni­verso”.

– Parte IV: Sermone sulla confessione, sulla precisazione delle circostanze, sul fervore della soddisfazione, sulla proprietà e la disposizione della lingua e suo il significato: “E apparvero loro delle lingue come di fuoco, che si dividevano”.

– Parte V: L’invio dello Spirito Santo: “Mandò il fuoco dall’alto”, e “Il Signore fece passare lo spirito (il soffio) sopra la terra”.

– Sermone contro coloro che predicano molto, ma poco o nulla fanno: “Incominciarono a parlare in svariate lingue”.

 

esordio - lo spirito santo e la proprietà del crisòlito

 

1. “Mentre stavano per compiersi i giorni della Pentecoste, i discepoli si trovarono tutti insieme nello stesso luogo” (At 2,1).

Dice Ezechiele: “Nelle ruote v’era lo spirito della vita” (Ez 1,20). Gli apostoli furono ruote che giravano spedita­mente a portare in tutto il mondo il Figlio di Dio. Queste ruote, come aggiunge lo stesso profeta, “avevano l’aspetto della pietra di crisòlito” (Ez 10,9). La pietra di crisòlito (topazio) risplende come l’oro: il suo nome è composto appunto dai termini greci chrisòs, oro, e lìthos, pietra. Questa pietra sembra emanare da se stessa come delle scintille ardenti, e mette in fuga ogni specie di serpenti; essa raffigura gli apostoli i quali, splendenti dell’oro della grazia settiforme, emanavano da se stessi le scintil­le della predicazione che infiammavano gli ascoltatori, e con esse mettevano in fuga ogni specie di demoni. Queste ruote, come dice sempre Ezechiele, erano di grande dimensione ed altezza e di aspetto spaventoso (impressionante)(cf. Ez 1,18). E anche gli apostoli furono grandi nella perfezione della loro dottrina e del loro insegnamento, eccelsi per la sublimità delle promesse celesti, e terribili per le minacce e i castighi spaventosi che sarebbero seguiti.

Dice infatti il penitente, con le parole del Cantico dei Cantici: “L’anima mia mi conturbò a motivo delle quadrighe di Aminadab” (Ct 6,11). Aminadab s’interpreta “spontaneo” ed è figura di Gesù Cristo, il quale spontaneamente offrì se stesso sulla croce per noi; e le sue quadrighefurono gli apostoli, dei quali dice Abacuc: “E le tue quadrighe sono la salvezza” (Ab 3,8), vale a dire che per mezzo di esse dà la salvezza. La mia anima, dice appunto il penitente, fu tutta turbata a motivo della loro predicazione, turbamento che mi indusse alla penitenza. E quindi Abacuc: “Hai mandato sul mare i tuoi cavalli ad agitare le acque profonde; ho udito e fremettero le mie viscere” (Ab 3,15-16). Il Signore mandò nel mare, cioè nel mondo, i cavalli, cioè gli apostoli, i quali con la loro predicazione agitarono le acque profonde, sconvolsero cioè molti popoli e li convertirono alla penitenza. Io ho udito la loro predicazione, dice il penitente, e furono turbate le mie viscere, vale a dire la mia carnalità.

 

I. l’infusione della grazia dello spirito santo negli apostoli,

in forma di lingue di fuoco

 

2. In queste ruote v’era lo spirito della vita che tutto vivifica. Leggiamo infatti nell’epistola di oggi: “Mentre stavano per compiersi i giorni della Pentecoste, gli apostoli stavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo come di vento che si abbat­te gagliardo, e riempì tutta la casa nella quale si trovavano. Ed apparvero loro delle lingue sparse come di fuoco, che si posarono su ciascuno di loro. E tutti furono ripieni di Spirito Santo, e incominciarono a parlare diverse lingue come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi” (At 2,1-4).

Pentecoste è parola greca che significa “cinquantesimo”, e l’antico popolo eletto festeggiava questo giorno, perché era stata data loro la Legge in mezzo al fuoco, proprio nel cinquantesimo giorno da quello dell’immolazione dell’agnello, per mezzo del quale i figli d’Israele erano usciti dall’Egitto. E nel Nuovo Testamento, nel cinquantesimo giorno dopo la Pasqua di Cristo, lo Spirito Santo discese sugli apostoli, apparendo nel fuoco. La Legge venne sul monte Sinai, lo Spirito sul monte Sion. La Legge fu data in un luogo alto del monte, lo Spirito nel cenacolo.

“Quando dunque stavano per compiersi i giorni della Pentecoste, i discepoli si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”. Nessuno era assente, prima di tutto perché il numero di dodici era completo e poi perché erano tutti un cuor solo e un’anima sola. “Erano nello stesso luogo”, cioè nel cenacolo, dov’erano saliti. Chi infatti desidera ricevere lo Spirito Santo, calpesta l’abitazione della carne, superandola con la contemplazione della mente. “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa nella quale si trovavano”. Non conosce indugi la grazia dello Spirito Santo, secondo il detto: “L’impeto del fiume rallegra la città di Dio” (Sal 45,5). Vnne con il rombo del tuono colui che veniva per istruire i suoi.

Troviamo anche nell’Esodo delle parole che lo conferma­no: “Ed ecco che giunto il terzo giorno, sul far del mattino, si sentirono rumoreggiare tuoni e si videro lampeggiare folgori, e nubi densissime coprivano il monte; e rimbombava un fortissimo suono di trom­ba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore” (Es 19,16). Il primo giorno fu quello dell’incarnazione di Cristo, il secondo quello della sua passione, il terzo quello della discesa dello Spirito Santo: quando venne “si sentirono rumoreggiare tuoni”, perché “all’improvviso venne dal cielo un rombo; si videro lampeggiare folgori”, simbolo dei miracoli operati dagli apostoli; “e nubi densissime”, vale a dire compunzione dei cuori e pentimento, “coprivano il monte”, cioè il popolo che si trovava a Gerusalemme; negli Atti degli Apostoli si legge infatti che “i pentiti di cuore dicevano a Pietro e agli altri apostoli: Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. “E il suono delle trombe”, cioè della predicazione degli apostoli, “rimbombava sempre più forte”. E Pietro disse: “Fate penitenza e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati: dopo riceverete il dono dello Spirito Santo” (At 2,37-38). “E tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore”, e quindi “furono battezzati, e in quel giorno si unirono a loro circa tremila persone” (At 2,41).



3. “Apparvero loro delle lingue come di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di essi”, perché per mezzo delle lingue del serpente, di Eva e di Adamo la morte entrò nel mondo (cf. Sap 2,24). La lingua del serpente inoculò il veleno in Eva, la lingua di Eva lo inoculò in Adamo e la lingua di Adamo tentò di ritorcerlo contro il Signore. La lingua è un membro freddo, è sempre immersa nell’umi­dità, e quindi è un male ribelle ed è piena di veleno mortale (cf. Gc 3,8), del quale nulla è più freddo. Lo Spirito Santo apparve perciò in forma di lingue di fuoco per opporre lingue a lingue, e fuoco a veleno mortale.

E considera che il fuoco ha quattro proprietà: brucia, purifica, riscalda e illumina. Allo stesso modo lo Spirito Santo brucia i peccati, purifica i cuori, elimina il torpore del freddo e illumina, ossia rende chiare le cose che si ignorano. Il fuoco è anche incorporeo e invisibile per sua natura, ma quando investe qualche oggetto assume varie colorazioni a seconda dei materiali nei quali brucia. Così lo Spirito Santo non può essere veduto se non per mezzo delle creature nelle quali opera.

Osserva ancora che la dispersione [confusione] delle lingue avvenne nella torre di Babele (cf. Gn 11,8-9), per il fatto che la superbia disunisce e disperde, mentre l’u­mil­­tà riunisce. Nella superbia c’è la dispersione, nell’umiltà c’è la concordia. Ecco che si compie così la promessa del Signore: Non vi lascerò orfani, ma vi manderò lo Spirito Paràclito (cf. Gv 14,18.26), il quale fu il loro avvocato e parlò a tutti in loro favore. Colui che veniva per la Parola portò le lingue. Tra lingua e parola c’è una parentela: non possono essere divise una dall’altra; così la Parola (il Verbo) del Padre, cioè il Figlio, e lo Spirito Santo sono inseparabi­li, anzi hanno un’unica natura.

“E tutti furono pieni di Spirito Santo e incominciarono a parlare diverse lingue, come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi”. Ecco il segno della pienezza: il vaso pieno trabocca, il fuoco non può essere occultato. Parlavano tutte le lingue, oppure parlavano la propria lingua, l’ebraica, e tutti li capivano come se parlassero la lingua di tutti. Lo Spirito Santo, “distribuendo i suoi doni a ciascuno come vuole” (1Cor 12,11), infonde la sua grazia dove vuole, come vuole, quando vuole, in chi vuole e nella misura che vuole. Si degni di infonderla anche in noi, colui che in questo giorno infuse la grazia negli apostoli per mezzo delle lingue di fuoco. A lui sia sempre lode e gloria nei secoli eterni. Amen.

 

II. l’infusione dello spirito santo e la risurrezione dell’anima

 

4. “Quando si compirono i giorni della Pentecoste, i discepoli erano tutti riuniti nello stesso luogo”. Dice il profeta Ezechiele: “Vieni, o Spirito, dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano” (Ez 37,9). I quattro venti sono le quattro parti del mondo: l’oriente, l’occi­dente, il settentrione e il mezzogiorno. Nell’oriente è indicata l’incarna­zione di Cristo, nell’oc­­cidente la sua passione, nel settentrione la sua tentazione, e nel mezzogiorno l’invio dello Spirito Santo. Oppure anche: nell’oriente è indicato il ricordo del nostro miserevole ingresso nel mondo, nell’occidente il pensiero della nostra dolorosa dipartita, nel settentrione la considerazione della nostra infelice condizione, e nel mezzogiorno il riconoscimento dei nostri peccati.

Da questi quattro venti viene lo Spirito Santo e soffia, con lo spirare della sua grazia, sopra gli uccisi dalla spada della colpa, affinché rivivano con la vita della penitenza. Leggiamo infatti negli Atti degli Apostoli che “mentre Pietro stava ancora parlando, lo Spirito Santo scese su tutti quelli che ascoltavano le sue parole” (At 10,44). E per questo si legge oggi: “Quando si compirono i giorni…”, ecc. Nel brano degli Atti che si legge oggi nella messa, si devono sottolineare quattro fatti. Primo, il compimento dei cinquanta giorni: “Quando si compirono i giorni della Pentecoste”; secondo, l’infusione dello Spirito Santo: “All’improvviso venne un rombo dal cielo”; terzo, l’apparizione dello Spirito in forma delle lingue di fuoco: “Apparvero loro delle lingue di fuoco divise”; quarto, gli apostoli che parlano tutte le lingue: “Tutti furono pieni di Spirito Santo, e parlavano…”, ecc.

“Quando si compirono i giorni della Pentecoste”. Pentecoste è un termine greco che significa “cinquantesimo”. Cinque volte dieci fanno cinquanta. Cinque sono i sensi del corpo, dieci i precetti del decalogo. Se i cinque sensi del nostro corpo saranno perfetti nell’adempimento dei dieci precetti del decalogo, allora senza dubbio si compirà in noi il sacratissimo giorno della Pentecoste, nel quale viene dato lo Spirito Santo. In riferimento a questo cinquantesimo giorno, leggiamo nella Genesi che l’arca di Noè misurava cinquanta cubiti di larghezza (cf. Gn 6,15).

Ma prima dobbiamo considerare che la stessa arca aveva cinque scomparti; il primo era lo scomparto dei rifiuti, il secondo quello dei viveri, il terzo quello delle bestie feroci, il quarto degli animali domestici, il quinto riservato agli uomini e agli uccelli. Noè è figura del giusto (cf. Gn 6,9), la cui arca è il proprio corpo, che giustamente è detto arca. Arca deve il suo nome al fatto che tiene lontani (lat. arcet) i ladri. Così il corpo del giusto deve chiudere fuori di sé ogni vizio che tenta di rubargli le virtù. I cinque scomparti di quest’arca sono i cinque sensi, cioè il gusto, l’odorato, il tatto, l’udito e la vista.

 

5. Il primo scomparto è quello dei rifiuti, lo sterquilinio. Ed è figura della lingua della nostra bocca, per mezzo della quale dobbiamo buttar fuori nella confessione tutto lo sterco dei nostri peccati. Questa è la porta dello ster­quilinio, della quale è detto nel secondo libro di Esdra che “Melchia, figlio di Recab, costruì la porta dello ster­quilinio, e vi pose i battenti, le serrature e le sbarre” (2Esd 3,14). Lo sterquilinio, luogo pieno di sterco, è così chiamato perché è imbrattato e insudiciato di sterco. La coscienza del peccatore, graveolente e ammorbata dallo sterco del diavolo, deve purificarsi per la porta della confessione. Questa porta la costruisce Malchia, figlio di Recab. Malchia s’inter­preta “coro per il Signore”, e Recab “che sale”. Malchia è figura del penitente che con il timpano e il coro, cioè con la mortificazione della carne e l’accordo della carità, deve far risuonare un inno al Signore. Egli è figlio di Gesù Cristo, che sale alla destra del Padre. Questo Malchia deve applicare alla sua lingua i battenti (in lat. valvae, da velare, occultare), che sono come delle porte interiori, che si chiudono dall’interno, perché tutti i suoi beni vengano chiusi dentro, tenendo scritto sulla fronte della coscienza quel versetto di Isaia: “Il mio segreto è per me, il mio segreto è per me” (Is 24,16); e deve applicare le serrature per trattenere con le serrature dell’amore e del timore di Dio gli impulsi dell’animo che vogliono irrorompere all’esterno; deve applicare anche le sbarre, per proporre cose utili a tempo e a luogo e mai parlare di cose cattive.

 

6. Il secondo scomparto è quello dei viveri, e raffigura l’olfatto delle narici. Le narici sono chiamate in lat. nares, perché attraverso di esse passa l’aria (lat. nares, aër) ossia il respiro. Le narici hanno tre compiti: lasciar passare il respiro, captare gli odori, far uscire lo spurgo del cervello. È un disturbo, un difetto il non respirare con le narici, che è il modo giusto, stabilito dalla natura. Si respira con la bocca solo per necessità ed è cosa molto sgradevole, perché è contro la natura. E anche lo sternuto segue la via delle narici, quando aumenta l’aria nel cervello ed prorompe all’improvviso. Nelle narici, come abbiamo già detto altre volte, sono simboleggiate la discrezione e la prudenza: per mezzo di queste due virtù, come attraverso le narici, aspiriamo lo spirito della contemplazione e della perfetta carità, captiamo il profumo del buon esempio e purifichiamo i pensieri cattivi. E come il respiro sano e utile si fa attraverso le narici, così per mezzo della discrezione e della prudenza si aspira, si attira lo spirito dell’amore divino che poi si emette e si diffonde per la consolazione e l’edificazione del prossimo. E come il respiro per la bocca si fa solo per necessità ed è sgradevole, così anche la confessione della bocca si fa per necessità. Dal momento che hai peccato, è necessario che tu ti confessi: se non vuoi confessarti sei destinato alla dannazione. Ed è sgradevole perché rimuove, rimescola lo sterquilinio, e del suo fetore si legge nel vangelo: “Padrone, il fico làscialo ancora per que­st’anno finché io gli scavi attorno e vi metta il letame”(Lc 13,8). Il fico raffigura l’anima, lo scavo la contrizione, il letame è la confessione dei peccati, la quale fa fruttificare l’anima, prima sterile. E quando il vento della superbia o della vanagloria aumenta nel cervello, ossia nella mente, per mezzo della discrezione e della prudenza viene immediatamente lanciato fuori.

 

7. Il terzo scomparto è quello delle bestie feroci, e raffigura il tatto delle mani, con le quali dobbiamo impugnare il flagello e flagellarci senza misericordia per i pensieri disordinati, per le parole sconvenienti, per le opere cattive, perché tanti siano i nostri sacrifici di espiazione quanti sono stati i piaceri dei quali ci siamo dilettati.

E osserva che come nelle mani ci sono dieci dita, così dieci sono le specie di flagellazione, cioè di mortifica­zione: la rinuncia alla propria volontà, l’astinenza dal cibo e dalla bevanda, la rigorosità del silenzio, le veglie di preghiera durante la notte, l’effu­sione delle lacrime, il dedicare un congruo tempo alla lettura, il lavoro materiale, la generosa partecipazione alle necessità del prossimo, il vestire dimessamente, il disprezzo di sé. Con queste dieci dita dobbiamo afferrare il flagello e colpirci senza pietà, senza misericordia, quasi con ferocia, perché nel giorno del castigo che spezzerà le ossa, possiamo trovare misericordia.

 

8. Il quarto scomparto è quello degli animali domestici e raffigura l’udito. Considera che l’orecchio è composto di cartilagine e di carne. Nell’orecchio interno c’è un meato tortuoso, che assomiglia ad un anello, e va a finire in un osso, simile per forma e configurazione all’orecchio esterno. A quell’osso arriva ogni rumore e ogni suono, e da esso viene trasmesso al cervello. E dal cervello esce una vena che va fino all’orecchio destro e un’altra vena che va all’orecchio sinistro. E tutti gli animali che hanno le orecchie, hanno la possibilità di muoverle, eccettuato l’uomo. La cartilagine ha l’apparenza del­l’os­so, ma non ne ha né la durezza né la resistenza. La carne (lat. caro) è così chiamata perché è cara, amata. Nella cartilagine e nella carne, delle quali è composto l’orecchio, sono indicate le virtù della mansuetudine e dell’umiltà, delle quali nulla è più caro a Dio e agli uomini. L’udito di ogni uomo dev’essere fornito di queste due virtù per rispondere con mansuetudine e umiltà ad ogni affronto, molestia o ingiuria verbale. E questo lo insegna la natura stessa, la quale nell’orecchio interno non ha aperto un meato diritto ma tortuoso, perché quando senti ciò che non ti piace, non colpisca subito l’animo, ma le parole e i discorsi passino quasi a stento per una via resa difficile da una certa qual tortuosità, di modo che, perduta per via la loro virulenza, arrivino alla fine senza forza e così ti pungano, ti offendano poco o nulla.

E le due vene che escono dal cervello, una delle quali arriva all’orecchio destro e l’altra al sinistro, simboleg­giano la temperanza e l’obbedienza. Nella destra viene indicata la prosperità e nella sinistra l’avversità. Quando senti cose favorevoli e ciò che ti piace, è necessaria la temperanza; quando invece ti dispiace ciò che ti viene ordinato e senti cose sgradite, allora hai più bisogno dell’obbedienza, perché è più fruttuosa.

E tutti gli animali che hanno orecchie possono muoverle, eccetto l’uomo. È veramente degno di essere chiamato uomo, colui che non può muovere le orecchie, che cioè non si lascia muovere dalla stabilità della sua mente per causa del vento delle parole. Invece l’uomo che ha le orecchie che gli prudono, che crede ad ogni parola, e presta volentieri e avidamente l’orecchio all’adulazione, non è degno di essere chiamato uomo, ma animale bruto.

 

9. Il quinto scomparto è quello riservato agli uomini e agli uccelli, ed è figura della vista degli occhi, con i quali dobbiamo guardare con misericordia i poveri e coloro che sono nell’indigenza, e considerare attentamente le cose celesti, perché, come dice l’A­po­­­stolo, “le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate e comprese per mezzo delle cose create” (Rm 1,20). Ecco che adesso sei bene informato sui i cinque scomparti dell’arca di Noè, vale a dire sui cinque sensi del corpo del giusto.

E osserva ancora che l’arca di Noè fu costruita sul modello del corpo umano: aveva infatti una lunghezza di trecento cubiti, una larghezza di cinquanta e un’altezza di trenta (cf. Gn 6,15). Nel corpo umano l’altezza è sei volte la sua circonferenza e dieci volte il suo diametro. L’altezza si misura dalla pianta dei piedi alla sommità della testa; la circon­ferenza si misura all’altezza del torace, e il diametro dal dorso al ventre. Quindi, se i cinque sensi sono perfetti nell’osservanza dei dieci precetti del decalogo, allora l’arca di Noè si allargherà fino a cinquanta cubiti e così si compirà il cinquantesimo giorno, e il giusto alla fine della sua vita avrà raggiunto la perfezione. Leggiamo infatti nel libro della Sapienza: “Giunto in breve alla perfezione, compì le opere di una lunga vita: la sua anima fu gradita al Signore” (Sap 4,13-14). A ragione dunque è detto: “Essendosi compiuti i giorni della Pentecoste, i discepoli erano tutti radunati nello stesso luogo”.

I discepoli del giusto sono i sentimenti della ragione e i puri pensieri della mente. E questi sono tutti veramente nello stesso luogo quando si compie il giorno della Pentecoste, quando cioè i cinque sensi raggiungono la perfezione. Fa’ attenzione alle due parole: “tutti insieme” e “nello stesso luogo”.

“Tutti insieme”, cioè ugualmente e insieme. Sono tutti insieme quei pensieri della mente che, sotto l’uguale regola della ragione, si radunano con ordine e procedono con discrezione, in modo che nella mente un pensiero non sembri superiore all’altro, né l’altro inferiore al primo; se questo avvenisse, la disuguaglianza stessa sarebbe causa della rovina di tutto l’edificio delle virtù. Dice l’Apostolo: Tutte le cose si facciano con ordine (cf. 1Cor 14,40), per poter dire a questo: “Va’”, e quello vada; e ad un altro: “Vieni”, e quello venga; e al servo, cioè al corpo: “Fa’ questo”, e il servo, il corpo, lo faccia (cf. Mt 8,9). Siano dunque i discepoli tutti ugualmente insieme, affinché i pensieri della mente riuniti tutti insieme come una schiera di soldati, siano in grado di combattere validamente contro le potestà dell’aria (cf. Ef 6,12). E siano anche “nello stesso luogo”, non divisi e separati, perché la mente divisa non ottiene nulla. Dice infatti l’Ecclesia­stico: “La tua attività non abbracci molte cose”(Eccli 11,10); e di nuovo: “Guai al peccatore che cammina per due strade” (Eccli 2,14). E Gregorio: “Il fiume che si dirama in tanti rivoli, si dissecca nel suo alveo”. E Bernardo: “L’animo occupato in tante faccende, necessariamente è tormentato da tante preoccupazioni”.

Se dunque, prima di tutto, i giorni della Pentecoste saranno compiuti, anche i discepoli, tutti insieme ugualmente nello stesso luogo, saranno pronti ad accogliere la grazia dello Spirito Santo: si degni di infonderla anche in noi, colui che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. sermone ai religiosi sulla penitenza

 

10. “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa nella quale si trovavano” (At 2,2). Suono è tutto ciò che è sensibile all’udito. Ci sono tre specie di suono: quello prodotto dalla voce per mezzo della gola; quello prodotto dal soffio come nella tromba, e quello prodotto dalla percussione come nella lira. Il “rombo di vento impetuoso” è figura della contrizione del cuore, che il penitente avverte come un suono con l’orecchio del cuore. Dice infatti il Signore: “Il vento (lo Spirito) soffia dove vuole”, perché è in suo potere scegliere il cuore da illuminare, “e senti la sua voce, ma non sai di dove viene e dove vada” (Gv 3,8). La voce dello Spirito Santo è la compunzione che parla al cuore del peccatore, e anche se la senti non sai di dove venga, cioè per quale via sia entrata nel suo cuore e in che modo ritorni, perché la sua essenza è invisibile. E considera anche che questo suono si produce in tre modi: con la voce della predicazione, con il soffio della partecipazione fraterna, con la percussione della paterna correzione. Da queste tre azioni nasce di solito nel cuore del peccatore il suono della compunzione. Giustamente quindi è detto: “All’improvviso venne dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte veemente”.

Su questo abbiamo una concordanza nelle parole dell’Esodo: “Era giunto il terzo giorno, e splendeva il mattino” (Es 19,16), come abbiamo visto più sopra. Il primo giorno simboleggia il riconoscimento del proprio peccato; il secondo giorno l’orrore e l’odio contro il peccato; il terzo giorno la contrizione del cuore nei confronti del peccato. E quando si arriva alla contrizione e risplende il mattino della grazia, allora si incominciano a sentire “i tuoni” dei gemiti, dei sospiri e dell’accusa di sé; inco­minciano a “balenare le folgori” della confessione; e “la nube compatta”, cioè l’oscurità della penitenza, arriva a “coprire il monte”, cioè il penitente, che è come un monte che si innalza dalla valle dell’impurità e della miseria. E “lo squillare della tromba”, cioè della vita santa e della buona riputazione, “risuona sempre più forte”, perché dove ha abbondato il peccato, sovrabbondi anche la grazia (cf. Rm 5,20).

E così si spaventa tutto il “popolo” dei demoni, che sono “negli accampamenti”, sono cioè sempre pronti all’at­tacco; ma se essi vedono tutti questi cambiamenti, non hanno più il coraggio di iniziare la battaglia. Leggiamo infatti in Giobbe: “Nessuno gli diceva più una parola, perché vedevano che il dolore era molto grande” (Gb 2,13). Infatti quando gli spiriti del male vedono che il rombo del vento impetuoso riempie tutta la casa, cioè la coscienza del penitente, nella quale egli dimora, cioè si umilia ripensando ai suoi anni nell’amarezza della sua anima (cf. Is 38,15), gli spiriti del male non osano avanzare oltre, né osano proferire parole di suggestione. E fa’ attenzione che dice “vee­mente” (impetuoso), che elimina cioè l’eterno “Vae”, guai (lat. vae adimens), e che trasporta in alto la mente (lat. vehens mentem). E così la contrizione del cuore elimina l’eterno guai e solleva in alto lo spirito.

 

11. Nell’introito della messa di oggi si legge: “Lo Spirito del Signore riempì l’orbe terracqueo; e questo, che tutto contiene, ha la conoscenza della voce” (Sap 1,7).

L’orbe è così chiamato dalla rotondità del cerchio. La terra è oscura, fredda e immonda. L’orbe è il cuore del peccatore, che si aggira all’intorno come una ruota, si volge ora ad oriente ora ad occidente, percorrendo il mondo, che è oscuro per la superbia, freddo per l’avarizia e immondo per la lussuria. Ma lo Spirito del Signore riempie l’orbe terracqueo quando infonde la grazia della compunzione nel cuore del peccatore e così lo libera dall’eterno guai.

“E questo, che tutto contiene, ha la conoscenza della voce”. “E questo”, cioè l’uo­mo, animale ragionevole, che comprende in sé tutti i quattro elementi, dei quali sono costituite tutte le cose, “ha la conoscenza della voce” perché capisce quando lo Spirito gli parla. Dice Bernardo: “Lo Spirito Santo ci parla ogni volta che noi pensiamo cose buone”. E il Profeta: “Ascolterò che cosa mi dice Dio, il Signore” (Sal 84,9), e così eleva in alto la mente. Infatti il Filosofo, descrivendo lo spirito, dice: “Lo spirito è il veicolo delle virtù: per mezzo suo le virtù vanno a esegui­re le loro opere” (Seneca).

Preghiamo dunque il Figlio di Dio che infonda in noi lo spirito di contrizione, che ci liberi dall’eterno guai, ed elevi alle cose celesti la nostra mente. Ce le conceda colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

IV. la proclamazione della lode e la confessione del peccato

 

12. “E apparvero loro delle lingue come di fuoco, che si dividevano e si posarono sopra ciascuno di loro” (At 2,3). Fa’ attenzione a questi tre particolari: le lingue, la precisazione che si dividevano, e che erano come di fuoco. Nelle lingue è indicata la confessione, nel fatto che si dividevano è indicata la precisazione delle circostanze del peccato; nel fuoco è indicato il fervore della confessione e della soddisfazione, cioè dell’ese­cuzione del­l’o­pe­ra penitenziale imposta dal confessore.

Considera che la lingua è l’organo del senso del gusto, e la sua sensibilità sta principalmente nell’estremità. La parte dove la lingua si allarga ha una sensibilità minore. La lingua, con la sua sensibilità, sente tutto ciò che è comune a tutti i corpi: il caldo e il freddo, la durezza e la cedevolezza (delicatezza). E questo lo fa con tutte le sue parti. E la lingua, per sua natura, è destinata a gustare le cose umide, bagnate, e a parlare.

La lingua dell’uomo è perfettamente sciolta e snodata, flessibile e larga, adatta a due funzioni: il gusto e la parola. La lingua flessibile e larga è adatta a parlare bene, perché si distende e si contrae, si flette e si gira nella bocca in tutti i sensi: se la lingua è agile e larga si è in grado di parlare molto bene. E questo risulta ancora più evidente se si osservano quelli che hanno la lingua impedita, cioè i balbuzienti o gli scilinguati. Alcuni poi hanno nella lingua anche un altro impedimento: e questo si avvera solo con alcune consonanti quando la lingua è stretta, contratta e non bene distesa; giacché il piccolo sta nel grande, ma non il grande nel piccolo. Ed è per questo che gli uccelli che hanno la lingua larga sono in grado di pronunciare alcune sillabe e parole, molto più degli uccelli che hanno la lingua stretta.

Nella lingua, come si è detto, è indicata la confessio­ne, nella quale si deve rivelare tutto quello che è comune a tutto il corpo, cioè i peccati che si commettono con tutto il proprio essere: nell’infuocato calore della superbia, nel freddo della malizia e della pigrizia, nella durezza dell’avarizia, nella mollezza della lascivia e della lussuria. E come la lingua è destinata dalla natura a gustare e a parlare, così duplice è la confessione della lingua: la confessione (la proclamazione) della lode, e la confes­sione del peccato.

La confessione (il canto) della lode si ha nell’Ufficio divino e nelle salmodie; se compiamo queste opere con devozione, gustiamo certamente la grazia della compunzione e la dolcezza della contemplazione. Dice infatti Gregorio: “Con la voce della salmodia, se è accompagnata dall’attenzione del cuore, al cuore stesso viene preparata la via per giungere a Dio onnipotente, perché sveli alla mente attenta i misteri della profezia e le infonda la grazia della compunzione. Sta scritto: “Il sacrificio della lode mi onorerà” (Sal 49,23). Infatti mentre per mezzo della salmodia si esprime la compunzione, si apre nel nostro cuore una via per la quale, alla fine, si arriva a Gesù”.

 

13. Nella confessione del peccato dobbiamo parlare, cioè confessare apertamente, totalmente e senza veli i nostri peccati. E questo ce lo insegna la natura stessa, perché la lingua dell’uomo è appunto agile, molle e larga. Così la confes­sione del peccato deve es­sere totale, con la manifestazione e la precisazione di tutte le circostanze; deve essere cedevole, molle, vale a dire bagnata dalle lacrime; deve essere larga nella riparazione di tutte le offese arrecate, nella restituzione di tutto il mal tolto e nella serietà del fermo proposito di non più ricadere in peccato. La confessione di una simile lingua fa sì che l’anima si innalzi fino a Dio per mezzo della contemplazione, si ripieghi poi in se stessa per mezzo dell’umiltà, si aggiri tutt’all’in­torno per mezzo della compassione verso il prossimo. Sventurati e stolti, invece, quei peccatori, che sono balbuzienti e hanno la lingua stretta e impedita, perché quando si confessano, balbettano e si confessano in modo incompleto. Giustamente quindi è detto: “E apparvero loro delle lingue come di fuoco, che si dividevano”.

Le lingue della confessione devono essere “divise”, sparse, perché, nella confessione, il peccatore deve avere il cuore e la lingua divisi in tante parti: il cuore per dolersi in molti modi per il molti peccati commessi; la lingua per precisare distintamente tutte le circostanze dei peccati commessi.

Su questo argomento troverai una trattazione più appro­fondita nel sermone della prima domenica di Quaresima: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto” (Mt 4,1).

E osserva che come il fuoco riscalda le cose fredde, rende tenere quelle dure, rende solide quelle molli, abbassa e incenerisce quelle alte, e se uno lo vuole tenere acceso lo conserva sotto la cenere, così l’ardore della confessione e della soddisfazione riscalda con il fuoco dell’amore coloro che sono freddi, intenerisce con la compunzione i cuori induriti, rinsalda con la fermezza di un santo proposito i molli, cioè i lussurio­si, umilia quelli che sono alti, cioè superbi e li incene­risce con il ricordo della loro fragilità e della loro iniquità: e sotto tale cenere, questo fuoco può essere conservato in continuazione.

Io vi scongiuro, fratelli carissimi, che questo fuoco si posi, e rimanga sempre su ciascuno di voi; che le vostre lingue siano divise nella confessione dei peccati e delle loro circostanze; affinché confessandovi integralmente, in modo completo e senza veli, possiate esser degni di proclamare il nome del Signore, insieme con gli angeli, nella celeste Gerusalemme. Ce lo conceda colui il cui fuoco è in Sion e la cui fornace è in Gerusalemme (cf. Is 31,9), e che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

 

V. i frutti della grazia dello spirito santo

 

14. “E tutti furono pieni di Spirito Santo, e cominciarono a parlare in lingue diverse, come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi” (At 2,4). Vengono riempiti dallo Spirito Santo, il solo che è in grado di riempire l’anima, la quale non può essere riempita neppure da tutto l’universo. Non possono ricevere un altro spirito, perché i vasi quando sono pieni, non possono contenere più di quello che hanno. Infatti alla beata Maria fu detto: “Ave, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta tu fra le donne” (Lc 1,28).

Fa’ attenzione che tra le due espressioni: “piena di grazia” e “benedetta tu fra le donne”, è detto: “il Signore è con te”, perché è il Signore stesso che conserva all’in­terno la pienezza della grazia e opera all’esterno la benedizione della fecondità, cioè delle opere sante. Giustamente anche, dopo “piena di grazia”, è detto “il Signore è con te”, perché senza Dio nulla possiamo fare o avere, e senza di lui neppure conservare ciò che abbiamo avuto. Perciò dopo la grazia è necessario che il Signore sia con noi e custodisca e conservi ciò che egli solo ha dato. Mentre egli ci previene dandoci la sua grazia, noi, nel conservarla, diventiamo suoi cooperatori: egli non veglia su di noi, se insieme con lui non vegliamo anche noi. E sembra che il Signore esiga questa nostra vigilante cooperazione, quando dice agli apostoli: “Non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate per non cadere in tentazione” (Mt 26,40-41). Giustamente quindi è detto: “E tutti furono pieni di Spirito Santo”.

Dice in proposito il Signore nel vangelo di oggi: “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26). Il Padre ha mandato il Consolatore nel nome del Figlio, cioè a gloria del Figlio, per manifestare la gloria del Figlio. “Egli – dice – “vi insegnerà” perché sappiate; “vi ricorderà”, cioè vi esorterà, perché vogliate; la grazia dello Spirito Santo dà il sapere e il volere. Si canta infatti oggi nella messa: “Vieni, Spirito Santo, e riempi i cuori dei tuoi fedeli”, perché abbiano il sapere, “e accendi in essi il fuoco del tuo amore”, perché abbiano la volontà di eseguire ciò che hanno saputo (cf. Sequenza della Messa di Pentecoste). Si canta anche: “Mandi il tuo Spirito e sono creati” con la tua sapienza, e rinnovi la faccia della terra con la tua volontà di amore(cf. Sal 103,30).

Concorda, con queste parole, ciò che leggia­mo nelle Lamentazioni di Geremia: “Dal­l’alto egli ha fatto scendere un fuoco nelle mie ossa e mi ha istruito” (Lam 1,13). È la chiesa che dice: Il Padre “dall’alto”, cioè dal Figlio, ha fatto scendere “il fuoco”, cioè lo Spirito Santo, “nelle mie ossa”, cioè sugli apostoli, e per mezzo di essi “mi ha istruita” perché io sappia e voglia.

 

15. “Tutti furono pieni di Spirito Santo”. Troviamo una concordanza nelle parole della Genesi: “Il Signore fece passare un vento”, lo Spirito Santo, “sopra la terra, e le acque diminuirono. Le sorgenti dell’abisso e le cateratte del cielo furono chiuse, e furono trattenute le piogge dal cielo” (Gn 8,1-2). Fa’ attenzione a queste quattro entità: le acque, le sorgenti, le cateratte e le piogge.

Nelle acque sono raffigurate le ricchezze, nelle sorgenti dell’abisso i pensieri dell’ani­mo, nelle cateratte del cielo gli occhi, nelle piogge l’abbondanza delle parole. Quando dunque il Signore fa passare lo Spirito Santo sopra la terra, vale a dire nella mente del peccatore, allora le acque delle ricchezze diminuiscono, perché vengono erogate ai poveri. Di queste acque è detto nella Genesi: “Chiamò la grande massa della acque mare(Gn 1,10). L’accumulo delle ric­chezze non è altro che amarezza, tribolazione e dolore. Dice infatti Abacuc: “Guai a colui che accumula ciò che non è suo. Fino a quando si caricherà di denso fango?” (Ab 2,6). Il fango accumulato in casa manda fetore; invece sparpagliato sulla terra, la rende feconda. Così le ricchezze, se si accumulano, e se soprattutto non sono proprie ma hanno provenienza furtiva, emanano fetore di peccato e di morte. Se invece vengono distribuite ai poveri e restituite ai loro proprietari, rendono feconda la terra della mente e la fanno fruttificare.

Un abisso è il cuore dell’uomo. Di esso dice Geremia: “Malvagio è il cuore del­l’uo­mo e insondabile; chi lo conoscerà?” (Ger 17,9). Le sorgentidi questo abisso sono i pensieri; le sorgenti vengono chiuse quando viene infusa la grazia dello Spirito Santo. E su questo concorda ciò che leggiamo nel secondo libro dei Paralipomeni: “Ezechia radunò una grande moltitudine di popolo e ostruirono tutte le sorgenti e il torrente che attraversava il territorio, dicendo: Perché non vengano i re degli Assiri e trovino acque in abbondanza” (2 Par 32,4). Ezechia è figura del giusto, il quale deve radunare una grande moltitudine di buoni pensieri e chiudere le sorgenti dei pensieri iniqui e perversi e il torrente delle concupi­scenze, perché i demoni, trovando grande abbondanza di acque, non distruggano con esse la città dell’anima.

Le cateratte del cielo sono le finestre. Le finestre sono così chiamate perché “portano luce” (luce in greco si dice phos), o anche perché attraverso di esse noi vediamo al di fuori. Disposti nella testa, come le due luci collocate da Dio nel firmamento (cf. Gn 1,14-19), abbiamo i due occhi, che sono come due finestre attraverso le quali siamo in grado di vedere: e vengono chiuse sulle vanità del mondo quando viene infusa nella mente la luce della grazia.

Le piogge (in lat. pluviae, che suona quasi come fluviae, fluenti), simboleggiano le parole che senza ostacoli e senza impedimenti vengono largamente profuse ovunque. Dice infatti Salomone: “Chi lascia scorrere le acque [chi parla troppo], suscita litigi e contese” (Pro 17,14). E quindi l’Ecclesiastico consiglia: “Non dare alle tue acque uno sfogo, neppure il più piccolo” (Eccli 25,34). Queste piogge vengono sospese quando, con la grazia dello Spirito Santo, la lingua si abitua a cantare le lodi al suo Creatore e a confessare i suoi peccati. Ben a ragione quindi è detto: “E tutti furono pieni di Spirito Santo”.

 

16. “E cominciarono a parlare lingue diverse, come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi”. Chi è pieno di Spirito Santo parla diverse lingue. Le diverse lingue sono le varie testimonianze che possiamo dare a Cristo, come l’umiltà, la povertà, la pazienza e l’ob­be­­dienza: e parliamo queste lingue quando mostriamo agli altri queste virtù, praticate in noi stessi. Il parlare è vivo quando parlano le opere. Vi scongiuro: cessino le parole e parlino le opere. Siamo pieni di parole ma vuoti di opere, e perciò siamo maledetti dal Signore, perché egli ha maledetto il fico sul quale non trovò frutti, ma solo foglie (cf. Mt 21,19). Dice Gregorio: “È stabilita una legge per il predicatore: deve mettere in pratica ciò che predica. Inutilmente fa conoscere la legge colui che con le opere, con la sua vita, distrugge il suo insegnamento”. Invece gli apostoli “parlavano come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi”, e non secondo le loro inclinazio­ni. Ci sono infatti alcuni che parlano secondo le loro inclinazioni, si appropriano delle parole altrui e le proclamano come proprie e le attribuiscono a se stessi.

Di costoro e di quelli che sono come loro, il Signore dice: “Eccomi contro i profeti, i quali si rubano gli uni gli altri le mie parole. Eccomi contro i profeti che dicono le loro parole e proclamano: Dice il Signore! Eccomi contro i profeti che fanno sogni menzogneri, che li raccontano e pervertono il mio popolo con le loro menzogne e con i loro falsi miracoli. Io non li ho inviati, né ho dato loro alcun incarico: essi non hanno giovato per nulla a questo popolo, dice il Signore” (Ger 23,30-32).

Parliamo dunque come lo Spirito Santo ci dà di parlare, chiedendogli umilmente e devotamente che ci infonda la sua grazia affinché compiamo i giorni della Pentecoste con la perfezione dei cinque sensi e nell’osservanza del decalogo; e perché siamo ripieni del gagliardo vento della contrizio­ne e veniamo infiammati delle lingue di fuoco della confes­sione. Così infiammati e illuminati meritiamo di vedere il Dio uno e trino tra gli splendori dei santi. Ce lo conceda colui che è Dio, uno e trino, ed è benedetto nei secoli dei secoli. E ogni spirito risponda: Amen. Alleluia.

 

 

FESTA DI PENTECOSTE (2)

 

1. “Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre vi manderà nel mio nome, vi insegnerà tutte le cose e vi ricorde­rà tutto quello che io vi ho detto”(Gv 14,26).

 

esordio - lo spirito santo consolatore

 

2. “Paràclito” è parola greca che significa “consola­tore". Lo Spirito Santo è chiamato consolatore perché consola coloro che ha riempito di sé, affinché, abbandonate le cose di questo mondo, godano di eterna letizia. Dice infatti Isaia: “Il Signore consolerà Sion e consolerà (restaurerà) tutte le sue rovine. Del suo deserto farà un luogo di delizie e della sua steppa un giardino del Signore. Giubilo e gioia saranno in essa, azioni di grazie e canti di lode” (Is 51,3). Spiegheremo questo passo prima in senso morale e quindi in senso anagogico, cioè mistico.

 

3. Senso morale. Sion, nome che s’interpreta “scoglio”, e anche “esplorazione”, raffigura l’anima del giusto la quale, stando nel corpo come lo scoglio in mezzo al mare, è investita dai vari flutti delle tentazioni, e tuttavia non cede e non si muove, ma esplora in continuazione dentro e sopra di sé. “Fammi conoscere te e fammi conoscere me”, dice Agostino. Lo Spirito Santo consola questa Sion: “Beati quelli che piangono, perché saranno consolati” (Mt 5,5); e Isaia: “Consolerò tutti quelli che piangono e riempirò di consola­zione tutti coloro che piangono in Sion”(Is 61,2-3). Piangere si dice in latino lugère, che suona quasi come luce egère, mancare, essere privo di luce. Colui che sa rinunziare alla luce della gloria mondana, lo Spirito Santo lo riempie della consolazione della sua grazia.

“Restaurerà tutte le sue rovine”. Ecco che cosa dice il Signore: “Chi avrà lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto” (Mt 19,29), riceverà cioè virtù e doni spirituali, che rappresentano il centuplo se vengono paragonati ai beni temporali e ai piaceri della carne: quando questi crollano, quelli crescono. Crolla il superbo, l’umile si rialza; crolla il lussurioso, il casto risorge, e così avviene con tutte le altre virtù.

“E farà del suo deserto un luogo di delizie”. Deserto è parola latina che significa “abbandonato”, e raffigura il cuore del giusto che, privo della consolazione di questo mondo, viene deliziato dalla grazia dello Spirito Santo. E che cosa chiamerò delizia, se non la dolcezza della contemplazione, la devozione della mente e la partecipazio­ne alle sofferenze del prossimo?

“Farà della sua steppa”, cioè della sua povertà, “un giardino del Signore”. Dice la sposa del Cantico dei Cantici: “Il mio diletto scende nel suo giardino” (Ct 6,1). E Bernardo: “In cielo vi erano tutti i beni in grande abbondanza: mancava solo la povertà. Invece sulla terra questa merce vi era in grande abbon­danza, ma l’uomo ignorava il suo valore. Allora venne il Figlio di Dio a cercarla, per renderla preziosa con il suo apprezzamento.

“In essa”, cioè nella Sion sopraddetta, “ci sarà giubilo” per il peccato perdonato, “letizia” per la coscienza illuminata, “rendimento di grazie” per i beni temporali, “e inni di lode” per i beni spirituali.

 

4. Senso mistico. Osserva che nel succitato brano di Isaia la parola “consolerà” è ripetuta due volte, a motivo della duplice consolazione che il giusto riceverà nella risurrezione finale, cioè la “stola” dell’anima e la “stola” del corpo.

Leggiamo nei Proverbi: “Tutti i suoi di casa hanno veste doppia” (Pro 31,21); e Isaia: “Per la doppia vergogna e il doppio rossore cui furono sottoposti, renderanno grazie per la porzione che sarà loro data: per questo possederanno il doppio nella loro terra e godranno di una letizia perenne” (Is 61,7).

È detto doppio ciò che consta di due parti. Perciò consolerà l’anima e consolerà anche il corpo, perché restaurerà tutte le sue rovine. Il Signore per bocca di Amos promette: “In quel giorno rialzerò la dimora di Davide che è caduta; riparerò le brecce delle sue mura e restau­rerò ciò che era crollato” (Am 9,11). La dimora di Davide, cioè il corpo del giusto, che è caduto con la morte, il Signore lo risusciterà in quel giorno, cioè nella risurrezione finale; e allora riparerà le aperture delle sue mura, cioè le sofferenze e le tribo­lazioni delle sue membra, affinché non ci sia più in esse patimento alcuno. E poiché non c’è vera risurrezione, se non si rialza ciò che è caduto, soggiunge: “E restaurerò ciò che era crollato”. Dice infatti Giobbe: “Con questa mia carne vedrò Dio, mio salvatore” (Gb 19,26).

E poiché quaggiù il giusto è stato deserto, cioè solo, nel raccoglimento del suo spirito, e solitario per la povertà sofferta nel suo corpo, lassù la sua anima sarà deliziata dal sapore della sapienza con la quale si saziano gli angeli; e il suo corpo, come giardino del Signore, sarà irrigato dai quattro fiumi del paradiso (cf. Gn 2,10-14), sarà cioè dotato delle quattro proprietà dei corpi glorifi­cati. E in riferimento a queste quattro proprietà è detto: “Giubilo” per la luminosità, “letizia” per l’agilità, “azione di grazie” per la sottigliezza e “canto di lode” per l’impassibilità” si troveranno in essa”, cioè nella “stola”, nella veste del corpo glorificato. Beato colui che meriterà di essere consolato dal Consolatore con questa duplice consolazione.

 

I. sermone sul senso letterale del vangelo di questa festa

 

5. “Il Paràclito, lo Spirito Santo”. È colui che dal Padre e dal Figlio viene infuso nel cuore dei santi; è colui per mezzo del quale essi sono santificati, per meritare di essere santi. Come lo spirito umano è la vita del corpo, così questo Spirito divino è la vita degli spiriti: quello è vitasensificante (che rende sensibile), questo è vita santificante. Ed è chiamato Spirito Santo perché senza di lui nessuno spirito, né angelico né umano, può divenire santo.

“Che il Padre vi manderà nel mio nome”, cioè per la mia gloria, vale a dire per mani­festare la mia gloria, o anche perché ha lo stesso nome del Figlio, cioè è Dio. E aggiunge: “Egli mi glorificherà” (Gv 16,14), perché rendendovi spirituali proclamerà in quale modo il Figlio sia uguale al Padre, quel Figlio che avevate conosciuto solo nella carne, come uomo (cf. 2Cor 5,16); oppure anche: liberandovi dal vostro timore, vi renderà capaci di annunciare a tutto il mondo la mia gloria, non a mio vantaggio ma a vantaggio degli uomini.

“Egli vi insegnerà tutte le cose”. Dice Gioele: “Figli di Sion, esultate nel Signore vostro Dio, perché vi ha dato il maestro della giustizia (Gl 2,23), che vi istruirà affinché conosciate tutto ciò che riguarda la salvezza. E poco prima il Signore promette: “Ecco, io vi manderò frumento, vino e olio, e ne avrete in abbondanza” (Gl 2,19). Lo Spirito Santo è detto frumento, perché sostiene colui che cammina verso la patria, affinché non venga meno lungo la via (cf. Mt 15,32); è detto vino perché solleva e allieta nella tribolazione; è detto olio perché attenua le asperità. Queste tre azioni dello Spirito erano assolutamente necessarie agli apostoli che andavano a predicare in tutto il mondo; e perciò, come oggi, il Signore mandò loro lo Spirito Santo che infuse in essi questi tre doni e dei quali furono ricolmi. Ecco quindi che si canta: “Tutti furono pieni di Spirito Santo” (At 2,4; 4,31), affinché in essi non potesse entrare lo spirito del mondo: infatti un vaso ben pieno di una cosa non può riceverne alcun’altra.

“E vi ricorderà tutte le cose”, cioè vi presenterà, vi farà ritornare alla mente “tutto ciò che io vi avevo detto”. Vi istruirà affinché conosciate, vi ispirerà affinché vogliate.

Ecco dunque che lo Spirito Santo ci dà il conoscere e il volere: aggiungiamoci da parte nostra, per quanto ci è pos­sibile, tutto ciò che dipende da noi, e così diverremo il tempio dello stesso Santo Spirito. Lo mandi anche su di noi il Figlio, che è benedetto nei secoli. Amen.

 

II. sermone allegorico

 

6. “Un fiume di fuoco scaturiva rapido dalla faccia dell’Antico dei giorni” (Dn 7,10), cioè del Vegliardo. Queste parole sono di Daniele. Troviamo parole simili anche in Isaia: “Farò scorrere l’acqua sopra l’assetato e torrenti sul terreno arido. Effonderò il mio Spirito sulla tua discendenza e la mia benedizione sui tuoi posteri” (Is 44,3). Ed è anche ciò che Pietro proclamò a Gerusalemme dopo la discesa dello Spirito Santo: “Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno” (At 2,17).

Il fiume, che ha sempre acque correnti, raffigura il perenne flusso delle acque. L’acqua stessa è fiume, e il fiume è lo scorrere stesso delle acque. Il fiume è la grazia dello Spirito Santo che oggi ha irrigato a profusio­ne il cuore degli apostoli, li ha saziati e li ha purifica­ti. “Effonderò sopra di voi acqua pura, e sarete purificati da tutte le vostre sozzure” (Ez 36,25).

Questo fiume è detto “di fuoco”. Che cos’è infatti lo Spirito Santo se non il fuoco di Dio? Ciò che il fuoco materiale opera nel ferro, opera anche questo fuoco in un cuore malvagio, insensibile e indurito. Infatti con l’infusione di questo fuoco, l’anima dell’uo­mo perde a poco a poco ogni bruttura, ogni insensibilità e ogni durezza, e si trasforma a somiglianza di colui dal quale è stata infiammata. A questo scopo infatti viene donato all’uomo, a questo scopo viene in lui infuso, perché ad esso si conformi, per quanto è possibile. Infatti l’uomo, come acceso dal divin fuoco, tutto s’infiamma, tutto arde e quasi si liquefa nell’amore di Dio, secondo ciò che dice l’Apostolo: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori, per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5).

Considera poi che il fuoco, quando brucia le cose alte le abbassa, unisce insieme le cose divise, come il ferro al ferro, rende chiare le cose oscure, penetra in quelle dure, è sempre in movimento, ogni suo movimento e ogni irruenza sono rivolti verso l’alto e rifugge dalla terra; infine coinvolge nella sua azione (di bruciare) tutte le cose che investe. Queste sette proprietà del fuoco si possono applicare ai sette doni dello Spirito Santo. Egli con il dono del timore abbassa le cose alte, cioè umilia i superbi; con il dono della pietà riunisce le cose divise, cioè gli animi discor­di; con il dono della scienza rende chiare le cose oscure; con il dono della fortezza penetra nei cuori induriti; con il dono del consiglio è sempre in movimento perché colui nel quale è infuso non languisce più nel torpore ma è sempre al lavoro per operare la sua salvezza e quella del prossimo: infatti “non conosce indugi la grazia dello Spirito Santo” (Ambrogio); con il dono dell’in­tel­letto influisce su tutti i sentimenti perché con la sua ispirazione dà all’uomo la capacità di comprendere, in lat. intellìgere, intus lègere, cioè leggere dentro, leggere nel cuore, per cercare le cose del cielo e rifuggire da quelle della terra; infine con il dono della sapienza coinvolge nella sua azione la mente nella quale penetra, rendendola atta a gustare le cose dello spirito. Dice infatti l’Ecclesiastico: “Ho riempito la mia abitazione di una nuvola profumata” (Eccli 24,21). La mente del giusto, nella quale ha la sua dimora lo Spirito Santo, olezza come un vaso o come un ambiente nel quale si conservano le essenze aromatiche.

Perciò la grazia dello Spirito Santo è chiamata “fiume di fuoco”: fiume perché spegne la sete delle cose temporali e lava le sozzure dei peccati; di fuoco perché infiamma per amare e illumina per conoscere. Per questo è detto che oggi è apparso sugli apostoli in lingue di fuoco, perché li ha resi eloquenti e ardenti: ardevano di amore di Dio e con la parola illuminavano il prossimo.

 

7. “Scorreva rapido”. Leggiamo negli Atti del Apostoli: “All’improvviso venne dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte veemente” (At 2,2), che porta cioè in alto la mente (lat. vehit mentem), oppure che elimina l’eterno “guai!” (in lat. vae adimens): “l’impeto del fiume rallegra la città di Dio” (Sal 45,5), perché “riempì tutta la casa dove si trovavano” (At 2,2).

Abbiamo sentito verso dove scorre questo fiume: vediamo ora da dove sia scaturito: “Scaturiva dalla faccia dell’Antico di giorni” (vegliardo). Antico è come dire (in lat.) antequam, “prima che”... Cristo dice di sé: “Prima che Abramo fosse, io sono!” (Gv 8,58). Egli è dunque “l’Antico di giorni”, perché è il Principio senza principio, il senza tempo che forma i tempi e li governa, Dio che regna ovunque, dalla cui faccia scaturì oggi il fiume di fuoco. La faccia è così chiamata perché “fa conoscere” (lat. facies, facit scire). Per mezzo del Figlio conosciamo il Padre, per mezzo dello Spirito Santo conosciamo il Figlio. “Quando verrà il Paràclito, egli mi renderà testimonianza” (Gv 15,26).

Preghiamo dunque con devozione il Figlio perché ci mandi il Paràclito, il Consolatore, per mezzo del quale possiamo conoscerlo e amarlo, in modo da essere degni di giungere fino a lui. Ce lo conceda egli stesso, il Figlio, che è benedetto nei secoli. Amen.

 

III. sermone morale

 

8. “Un fiume di fuoco scaturiva rapido dalla faccia dell’Antico di giorni”. Leggiamo anche in Isaia: “Quando egli verrà, sarà come fiume impetuoso, che lo Spirito del Signore sospinge” (Is 59,19). Il fiume simboleggia il profluvio delle lacrime, che lo spirito di contrizione muove a versare. Si legge nell’Esodo che Mosè colpì con il basto­ne la pietra e da essa scaturì l’acqua (cf. Es 17,6). La pietra raffigura il cuore indurito che, se viene colpito con il bastone della contrizione, fa sgorgare l’acqua delle lacrime. Pungi l’occhio e farai sgorgare la lacrima; pungi il cuore e farai sgorgare la sapienza.

E questo fiume è detto “di fuoco”, cioè bollente. Leggiamo nella Genesi: “Costui è Ana, che trovò nel deserto acque bollenti, mentre pascolava le asine di suo padre Zibeon” (Gn 36,24). Ana, che s’interpreta “reso grato”, è figura del pecca­tore che la grazia divina, gratuitamente elargita, ha reso grato a Dio. Questi ha trovato le acque, cioè le lacrime ardenti che scacciano il gelo della cattiveria, non nella città e nel tumulto delle cose mondane, ma nel deserto, nella solitudine del corpo e della mente. Il bambino è tutto contento quando la mamma lo immerge nell’acqua calda per lavarlo. Così il giusto, che è bambino per quanto riguarda la malizia, gioisce quando la grazia, come una madre, lo lava nelle lacrime. “Mi laverai, e sarò più bianco della neve” (Sal 50,9). E trova queste acque quando trova le asine, quando cioè con il flagello della disciplina castiga in se stesso gli indugi e le lentezze simili a quelle degli asini, e si sforza di raggiungere i pascoli eterni.

O anche: le asine sono figura delle anime fedeli che si dicono appartenere a Zibeon, nome che s’interpreta “è nel dolore”: in lui è raffigurato Cristo, padre del giusto, che assumendo la nostra natura fu nel dolore perché, come dice l’Apostolo, “con lacrime e forti grida offrì preghiere e suppliche” (Eb 5,7); il giusto, mentre pasce i fedeli di Cristo con la parola e con l’esempio, trova le lacrime nella solitudine della sua mente, perché dalla partecipa­zione alle sofferenze del prossimo nasce la compunzione delle lacrime. Dice infatti Giobbe: “Piangevo con chi era nell’afflizione, e la mia anima partecipava alle sofferenze del povero” (Gb 30,25). Ecco dunque che la compunzione delle lacrime viene chiamata “fiume di fuoco” perché purifica e riscalda.

Dice il proverbio: Versa calde lacrime, chi piange dal profondo del cuore. Poiché nel cuore della Maddalena grande era il fuoco dell’amore, ella profuse lacrime ardenti: “Incominciò a bagnare di lacrime i suoi piedi” (Lc 7,38). In verità le sue lacrime furono un vorticoso fiume di fuoco, perché distrussero tutti i suoi peccati. Le sono perdonati i suoi molti peccati – disse Gesù – perché ha amato molto (cf. Lc 7,47).



9. “Fiume rapido”. Leggiamo in Giobbe: “Gemo e sospiro prima di mangiare, e i ruggiti del mio dolore sono come acque inondanti” (Gb 3,24). Come un fiume rapido e vorticoso o le acque di un’inon­dazione travolgono gli ostacoli, così il ruggito di dolore, cioè i gemiti e le lacrime del penitente, travolgono ogni ostacolo di tentazioni; e come al ruggito del leone tutti gli altri animali trattengono il passo, così anche i demoni si fermano al gemito del penitente. Infatti sempre in Giobbe leggiamo: “Nessuno osava più rivolgergli la parola, perché vedevano che molto grande era la sua sofferenza” (Gb 2,13). Le tentazioni dei demoni, le loro suggestioni cessano quando nel penitente subentra un dolore veramente grande; e prima dev’esserci questo dolore perché poi possa nutrirsi, possa cioè assaporare la quiete e la tranquillità della coscienza.

Questo fiume sgorga dal volto di Cristo, che viene per il giudizio e per rendere a ciascuno secondo le sue opere (cf. Mt 16,27). L’uomo deve considerare l’ira tremenda di quel terribile giudice, “davanti al quale le potenze di cieli saranno sconvolte” (Lc 21,26), e le colonne del cielo si scuoteranno (Gb 26,11), quando, come si legge nell’Apocalisse, “diranno ai monti e alle pietre: Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello” (Ap 6,16). Egli che prima restò muto davanti a coloro che lo tosavano e che lo colpivano, il cui volto fu lordato di sputi, gonfiato di schiaffi e pallido a morte, nel giorno del giudizio sarà terribile, indignato e inflessibile. E chi oserà allora fermarsi a guardare quel volto? Se Ester – come si legge nella Scrittura – quando vide il volto di Assuero, splendente di maestà, venne meno e cadde quasi esanime (cf. Est 15,17-18), che cosa farà l’uomo quando, nell’ultimo giudizio, vedrà il volto del giusto giudice così severo? “Avendo Assuero alzato il volto, facendo trasparire dallo sguardo saettante il furore dell’animo, la regina svenne, mutò il suo colorito in pallore e piegò la testa sull’ancella che l’accompagnava” (Est 15,10).

Quando uno riflette attentamente dentro di sé su tutte queste cose, si sente scosso dalla paura, ricolmo di dolore, bagnato di lacrime, e così “un fiume travolgente di fuoco” sgorga dal volto di Cristo.

Conclude infatti Isaia: Davanti al tuo volto, o Signore, abbiamo concepito e partorito lo spirito della salvezza (cf. Is 26,17-18), cioè lo spirito di una compunzione inondata di lacrime. Si degni di concederlo anche a noi colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

 

P R O L O G O

 

Fiduciosi nella grazia del Verbo Incarnato che dà voce e sapienza (cf. Lc 21,15), “e rende eloquenti le lingue dei bambini” (Sap 10,21), e le cui mani – come dice Ezechiele – sono sotto le ali dei quattro animali (cf. Ez 1,8), ci ripromettiamo di portare a compimento, sotto la sua guida e in lui che è la via stessa, a suo onore e ad utilità dei fedeli, il lavoro che abbiamo intrapreso, incominciando dal momento in cui ebbe inizio tutto il creato (vedi domenica di Settuagesima).

All’inizio di questo lavoro ci siamo proposti di stabi­lire una concordanza – anche se non in modo perfetto, alme­no in parte – tra i vangeli domenicali del ciclo annuale e le narrazioni dell’Antico e del Nuovo Testamento, come si leggono nella chiesa, e le epistole delle domeniche con l’introito della messa.

Si tenga presente che da questa prima domenica dopo Pentecoste fino alla prima domenica di agosto si legge nella chiesa la storia dei Re, che è divisa in quattro libri: e in questo periodo ci sono otto domeniche. Vogliamo perciò concordare il quattro con l’otto, adattando cioè alcuni racconti di un libro con i passi di due vangeli, e così di seguito, come ci sembrerà meglio.

 

 

DOMENICA I DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della I domenica dopo Pentecoste: “C’era un uomo ricco”; vangelo che si divide in quattro parti.

– Anzitutto sermone al prelato o al predicatore della chiesa, che con la fionda e il sasso, cioè con le opere e con la parola, deve sconfiggere il diavolo: “Davide prese il suo bastone”.

– Parte I: Sermone contro i ricchi di questo mondo: “C’era un uomo nel deserto di Maon”.

– Sermone contro i piaceri dei cinque sensi: “Guai a voi che già al mattino vi alzate ubriachi”.

– Sermone contro i golosi: “Veniva il figlio del sacerdote”.

– Sermone sulla carità: “Dio è amore”.

– Sermone morale sul ricco, cioè il corpo, e su Lazzaro, cioè l’anima peccatrice: “C’era un uomo ricco”.

– Sermone sulla piscina, i suoi cinque portici e il loro significato: “C’era a Gerusalemme una piscina chiamata Probatica”.

– Sermone ai predicatori: “I cani andavano a leccargli le piaghe”.

– Parte II: Sermone sul ricco e il povero: “C’erano due donne, Fenenna e Anna”.

– Sermone sulla dannazione del ricco e la gloria del povero: “Dagon giaceva per terra”, e “Morirò nel mio piccolo nido”.

– Sermone sulla sepoltura dell’empio: “Questo dice il Signore a Ioachim”, e “Quando l’uomo morirà”.

– Parte III: Sermone contro i detrattori: “Non prender parte ai banchetti del popolo”; la triplice spada della detrazione.

– Da rilevare che colui che è in peccato mortale, se fa delle opere buone, gli giovano in cinque modi.

– Sermone contro coloro che vivono nelle ricchezze e nei piaceri, dei quali saranno ben presto privati: “Davide prese la lancia e la brocca dell’acqua”.

– Parte IV: Sermone sulla casa del Padre e i cinque fratelli del ricco; loro significato: “Ti prego, padre”.

– Sermone sulla schiavitù dei cinque sensi: “Abigail si alzò e si affrettò a raggiungere Davide”.

 

esordio - sermone al prelato, o al predicatore della chiesa

 

1. In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “C’era un uomo ricco che vestiva di porpora e bisso, e banchettava ogni giorno lautamente” (Lc 16,19).

Nel primo libro dei Re si racconta che Davide “prese il suo bastone, che sempre aveva tra le mani, e scelse dal torrente cinque ciottoli levigatissimi, li pose nella sacca da pastore che aveva con sé, prese in mano la fionda e si mosse contro il Filisteo” (1Re 17,40). Fa’ attenzione a queste quattro cose: il bastone, i cinque ciottoli, la sacca e la fionda. Nel bastone è raffigurata la croce di Cristo, nei cinque ciottoli la conoscenza del Vecchio Testamento, nella sacca pastorale la grazia del Nuovo Testamento, nella fionda la giusta bilancia del giudizio. Quindi Davide, cioè il predicatore, deve prendere il bastone, cioè la croce di Cristo, per poter sopportare più facilmente, appoggiato ad essa, la fatica del cammino.

Di questo bastone è detto nella Genesi: “Con il mio bastone soltanto ho attraversato questo Giordano, ed ora ritorno con due schiere” (Gn 32,10). Il giusto attraversa l’amore transitorio di questo mondo con il bastone della croce di Cristo e così ritorna alla terra promessa con due squadre, cioè con i frutti della vita attiva e di quella contemplativa. Il predicatore deve avere questo bastone sempre in mano, con le buone opere. Dice infatti Abacuc: “Il suo splendore sarà come la luce, e corni (potenza) usciranno dalle sue mani” (Ab 3,4). Lo splendore della santa vita e della predica­zione è luce per il peccatore: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14). Nelle mani stesse del predicatore ci devono essere i due bracci della croce affinché, con le mani inchiodate su di essi, non possa mai stenderle a cose illecite.

“Scelse dal torrente cinque ciottoli levigatissimi e li pose nella sacca da pastore che portava con sé”. La sacca da pastore è detta in latino pera, nome che può indicare anche il vaso nel quale si mette il latte: ed è figura del Nuovo Testamento nel quale si trova la grazia, che può essere paragonata al latte. Nulla è più gradito (lat. gratius) del latte, poiché la madre lo offre gratuitamente (lat. gratis) al figlio, senza nulla esigere da lui. I cinque ciottoli raffigurano i cinque libri di Mosè (Pentateuco), con i quali intendiamo la conoscenza di tutto il Vecchio Testamento: libri che il predicatore, come sostegno della sua predicazione, deve prendere dal torrente, cioè dall’abbondanza della Sacra Scrittura, e riporre nella sacca del Vangelo. Infatti nel Nuovo Testamento è riposta la comprensione dell’Antico, perché “una ruota è in mezzo ad un’altra ruota” (Ez 1,16).

Oppure, nei cinque ciottoli possiamo veder raffigurati i severi rimproveri con i quali si devono colpire senza pietà coloro che sono schiavi dei sensi del corpo. Infatti i trasgresso­ri del Vecchio Testamento, sepolti sotto i colpi di pietra, erano figura dei peccatori del Nuovo Testamento, che si devono colpire con aspri rimproveri.

“Prese in mano la fionda e si avviò contro il filisteo”. Nella fionda, che ha le due funicelle della stessa lunghez­za, è raffigurata la coerenza tra la dottrina e la vita. Il predicatore deve avere per mano questa fionda, affinché la mano corrisponda alla bocca, e il suo comportamento corrisponda al suo insegnamento: solo così potrà avviarsi contro il filisteo e ucciderlo. Filisteo s’interpreta “che cade per il troppo bere”, e raffigura il ricco di questo mondo coperto di porpora (cf. Lc 16,19), ubriaco per gli eccessi della gola e della lussuria, che dalla grazia cade nella colpa, e dalla colpa rovinerà poi nella geenna: di lui si parla appunto nel vangelo di oggi: “C’era un uomo ricco, vestito di porpora”, ecc.

 

2. In questo vangelo si devono considerare quattro fatti: primo, la diseguale condizione di vita del ricco vestito di porpora e del mendìco Lazzaro: “C’era un uomo ricco”; secondo, la morte di entrambi: “Avvenne poi che morì il mendìco”; terzo, il castigo del ricco e la gloria di Lazzaro: “Alzando i suoi occhi”; quarto, la disperata supplica del ricco in favore dei suoi cinque fratelli: “Ti prego, padre Abramo!...”. Per quanto il Signore ce lo concederà, vedremo di concordare con queste quattro parti del vangelo alcuni racconti del primo libro dei Re.

Osserva ancora che nell’introito di questa domenica si canta: “O Signore, ho sperato nella tua misericordia” (Sal 12,6). Si legge quindi un brano della prima lettera del beato Giovanni: “Dio è amore” (1 Gv 4,8); brano che divideremo in quattro parti, concordandole con le quattro suddette parti del vangelo. Prima parte: “Dio è amore”; seconda: “In questo consiste il perfetto amore”; terza: “Nell’amore non c’è timore”; quarta: “Noi dunque amiamo il Signore”.

 

  1. l’ineguale condizione del ricco, vestito di porpora,

e del mendico lazzaro

 

3. “C’era un uomo ricco che vestiva di porpora e bisso e tutti i giorni banchettava lautamente” (Lc 16,19). Questo ricco, sconosciuto, in un certo senso, davanti a Dio, non è indicato con il nome. Non fu ritenuto degno di essere scritto in questo santo Vangelo il suo nome, che mai sarebbe stato scritto nel libro della vita eterna. In segno di riprovazione il racconto incomincia con le parole: Homo quidam, un tale. Anche noi diciamo un tale, di un uomo che disprezziamo o che non conosciamo. Questo tale rappresenta tutti i mondani, carnali e venduti come schiavi del peccato (cf. Rm 7,14); di lui dice il salmo: “Ecco l’uomo che non ha posto in Dio la sua difesa, ma che confidava nella sua grande ricchezza e si credeva forte nella sua vanità” (Sal 51,9). Considera queste tre parole: non ha posto, confidava, si credeva forte. Ad esse corrispondono le tre espressioni del vangelo: “C’era un uomo ricco”, e quindi “non ha posto in Dio la sua difesa”; “si vestiva di porpora e bisso”, perché “confidava nelle sue grandi ricchezze”; “e tutti i giorni banchettava lautamente”, e così “si credeva forte nella sua vanità”.

Concorda con tutto questo ciò che leggiamo nel primo libro dei Re: “C’era un uomo nel deserto di Maon che possedeva beni a Carmel; costui era molto ricco. In casa sua teneva un banchetto come un banchetto da re. Il suo cuore era allegro ed egli era ubriaco fradicio. Il nome di quest’uomo era Nabal” (1Re 25,2.36). Nabal s’interpreta “stolto”, Maon “abitazione” e Carmel “molle”. Le tre parti di questo passo corrispondono alle tre parti del vangelo. Dice il vangelo: “C’era un uomo ricco”, e il primo libro dei Re: “C’era un uomo nel deserto di Maon”. Nel vangelo: “Era vestito di porpora e bisso”, e il libro dei Re: “Costui era molto ricco”. Il vangelo continua: “Tutti i giorni banchettava lautamente”, e il libro dei Re: “In casa sua teneva un banchetto, come un banchetto da re”.

 

4. Il ricco di questo mondo è stolto, perché non ha il gusto delle cose di Dio (cf. Mt 16,23; Mc 8,33); egli è “nel deserto di Maon”, cioè in quella dimora della quale è detto: “La loro dimora sarà deserta” (Sal 68,26); “possedeva beni a Carmel”, viveva cioè nella mollezza; per questo dice il profeta Amos: “Guai a voi che dormite in letti di avorio e vi rammollite nei vostri divani” (Am 6,4). “E quell’uomo era molto ricco”. Dice Davide: “Ho visto l’empio trionfante ergersi come un cedro del Libano” (Sal 36,35). E Giobbe: “Ho visto lo stolto metter salda radice, e subito ho maledetto la sua appariscenza” (Gb 5,3). “In casa sua teneva un banchetto come un banchetto da re”. Infatti dice Amos: “Guai a voi ricconi di Sion, che mangiate gli agnelli del gregge e i vitelli scelti da tutto l’armento, bevendo il vino da larghe coppe, cosparsi di raffinati profumi” (Am 6,1.4.6). E Isaia: “Guai a voi che vi alzate di buon mattino per ubriacarvi e sbevazzare fino a sera, accesi in volto dal vino. Nei vostri banchetti ci sono la cetra, la lira, il timpano e il flauto, e scorre il vino; ma non badate all’azione del Signore e non vedete l’opera delle sue mani” (Is 5,11-12).

In questi quattro strumenti musicali, e nel vino, è raffigurato il piacere dei cinque sensi. La cetra, sulla quale vengono tese le corde formate con le minugie di un animale morto, raffigura la vista che è come tesa verso le cose che si guardano con bramosia. La lira, così chiamata dalla varietà delle voci, in quanto produce suoni diversi, raffigura l’udito che si delizia appunto della varietà delle voci. Il timpano che, percosso dalle mani, risuona, è figura del tatto. Il flauto raffigura l’olfatto delle narici, attraverso le quali emettiamo il fiato, come avviene appunto attraverso il flauto. Infine il vino si riferisce chiaramente al gusto. Coloro che sono schiavi di questi cinque sensi non rivolgono la loro attenzione all’opera del Signore, a ciò che egli ha operato sulla nostra terra (cf. Sal 73,12), vale a dire alla sua passione e morte; e non vogliono guardare all’opera delle sue mani, cioè ai suoi poveri, che egli stesso ha modellato con le sue mani nella ruota (tornio) della predicazione e ha forgiato nella fornace della povertà, come fa appunto il vasaio con la creta.

 

5. “C’era un uomo ricco che vestiva di porpora e bisso, e ogni giorno banchettava lautamente”. Osserva che nella porpora è indicata la dignità mondana, nel bisso la prezio­sità delle vesti, e nel banchetto i piaceri della gola. La porpora è il colore del manto regale; viene emessa dalle conchiglie marine, incise con il ferro. Le conchi­glie, chiamate in lat. conchae perché si incavano, cioè si svuotano quando manca la luna, raffigurano i poveri, i quali quando manca la luna, quando cioè viene meno la prosperità del mondo, si svuotano dei loro beni. Questi poveri, l’uomo ricco, cioè il potere secolare, li incide con il ferro della sua potenza, ne cava il sangue del denaro, e con esso si confeziona la porpora della dignità e del potere. Di costoro Giobbe dice: “Mietono il campo altrui e vendemmiano la vigna di coloro che hanno oppresso con la forza. Lasciano nudi gli uomini, togliendo le vesti a chi nulla ha per ripararsi dal freddo” (Gb 24,6-7). In simile porpora era avvolta anche la meretrice di cui parla l’Apocalisse (cf. Ap 17,4). L’uomo ricco e la meretrice raffigurano la stessa cosa: l’uomo, perché sa di humus, cioè di terra; la meretrice, perché si mette a disposizione del diavolo.

Il bisso è una qualità di lino, candido e morbidissimo: raffigura la ricercatezza nel vestire. E “quelli che indos­sano morbide vesti stanno nei palazzi dei re” (Mt 11,8), cioè dei demoni. “Non ti vantare delle tue vesti”, dice l’Ecclesiastico (Eccli 11,4); e Pietro: “Il vostro ornamento non sia quello esteriore: capelli intrecciati, collane d’oro, sfoggio di vestiti; sia piuttosto quello interiore del vostro cuore, dello spirito incorruttibile, pieno di mitezza e di pace, che è tanto prezioso agli occhi di Dio” (1Pt 3,3-4).

“E ogni giorno banchettava lautamente”. Anche con questo concorda ciò che leggiamo nel primo libro dei Re: “Mentre la carne cuoceva, veniva il servo del sacerdote con in mano un forchettone a tre denti, e lo introduceva nella pentola o nella caldaia; e tutto ciò che il forchettone tirava su il sacerdote lo teneva per sé... Veniva poi il servo del sacerdote e diceva a chi offriva il sacrificio: Dammi, per il sacerdote, la carne da cuocere: non prendo da te carne già cotta, ma cruda” (1Re 2,13-14.15).

Nel sacerdote è raffigurato il ventre, e nel suo servo l’avidità della gola, di cui dice Salomone: “Il giovane lasciato a se stesso disonora sua madre” (Pro 29,15). Se l’avidità della gola non viene frenata, ma è lasciata ai suoi istinti, disonora sua madre, cioè la carne, il corpo, che talvolta, a causa dell’eccesso di cibo, va incontro a malattie e viene come preso al laccio. Questo servo tiene in mano un forchettone a tre denti, nel quale è indicata la triplice “rapina” della gola: infatti, o consuma i beni altrui divorandoli, o distrugge i propri vivendo dissolutamente, oppure non osserva tempi e modi nell’assu­mere i cibi che sono permessi. Tutto ciò che il forchettone tira su con questi tre denti, il ventre-sacerdote lo rivendica a sé, e pretende che gli venga data non carne cotta ma cruda, come il lupo, per poterla preparare con maggior accuratezza. Giustamente quindi è detto: “Banchettava ogni giorno lautamente”.

 

6. “E c’era un mendìco di nome Lazzaro...” (Lc 16,20). Metti a con­fronto tra loro le singole parti: metti a confronto l’oro con il piombo, affinché la meschinità del piombo risulti ancora maggiore di fronte allo splendore dell’oro. Il primo è detto: un tale; il secondo: di nome Lazzaro. Quello ricco, questo mendìco; quello “vestiva di porpora e bisso, questo era coperto di piaghe; quello ogni giorno banchettava lautamente, questo bramava saziarsi delle briciole che cadevano dalla mensa del ricco, ma nessuno gliele dava; perfino i cani venivano a leccargli le piaghe” (Lc 16,20-21). Né Lazzaro era in grado di allontanarli da sé, né c’era qualche passante che lo facesse per lui.

O divina condiscendenza! O beatitudine del mendìco! O miseranda dannazione del ricco! Nulla è più infelice – dice Girolamo – della felicità di chi pecca. E Agostino: Non c’è segno più evidente di dannazione, di quando le cose temporali vanno secondo la nostra volontà. Invece ai santi Dio sottrae le cose temporali, perché non perdano quelle eterne. Dice infatti Gregorio: Togliamo ai bambini il denaro, pur conservando per loro tutta l’eredità.

“C’era un mendìco di nome Lazzaro”. Il povero, l’umile è indicato con il suo nome, in segno di stima. Questo Lazzaro, nome che significa “aiutato”, rappresenta tutti i poveri di Cristo, poveri ch’egli stesso aiuta e soccorre nelle loro necessità. Perciò queste due parole mendìco eLazzaro vengono giustamente unite. Si dice “mendìco” per indicare uno che ha meno di quanto gli è necessario per vivere, e può significare anche: “dico con la mano” (lat. manu dico), perché presso gli antichi c’era l’uso di chiudere la bocca ai bisognosi e far loro stendere la mano, proprio per farli parlare solo con la mano. Quel povero fu aiutato dal Signore perché seppe tener chiusa la bocca per non proferire parole d’impazienza e stese invece la mano della sua mente devota.

“Egli giaceva alla porta del ricco”. Ecco che l’arca del Signore giace ai piedi di Dagon (cf. 1Re 5,2). Ma attendi un po’ e vedrai al contrario il crollo di Dagon e l’esalta­zione dell’arca (cf. 1Re 5,3­5). Il povero non entrò nella porta del ricco, né il ricco gli mandò fuori il soccorso di un pasto. Non si comportò così Giobbe, il quale dice: “Il pellegrino non restò mai fuori e la mia porta fu sempre aperta al viandan­te” (Gb 31,32). E ancora: “Mai ho rifiutato al povero ciò che domandava, né ho lasciato languire gli occhi della vedova. Mai ho mangiato da solo il mio tozzo di pane, senza che ne mangiasse anche l’orfano” (Gb 31,16-17).

“Era coperto di piaghe”. La piaga, in lat. ulcus, ulcera, che si forma sulla cute, si può identificare con la cancrena. Era dunque coperto di piaghe, colui che poco dopo sarebbe stato portato dagli angeli nel seno di Abramo.

“Bramava saziarsi delle briciole che cadevano dalla tavola del ricco, ma nessuno gliele dava”. Briciola, in lat. mica, è un piccolissima parte di pane che cade. Il vero povero si accontenta del minimo, desidera il minimo: e questo “minimo”, unito con il “grande” di Dio, lo sazia e lo ristora. Invece colui che non volle dare neppure la briciola di pane, non meritò poi di ricevere neppure una goccia di acqua.

“Perfino i cani venivano a leccargli le piaghe”. La Glossa commenta: Se vediamo nei poveri qualcosa di ripugnante, non dobbiamo disprezzarli perché, anche se possono avere qualche macchia nei loro costumi, la povertà è la medicina che li purifica. Per un unico fatto vengono emessi da Dio due giudizi, e al ricco che non sente pietà alla vista del povero viene comminato il massimo della pena. Inoltre, il povero alla vista del ricco è ogni giorno tentato e messo alla prova: e questa prova è resa per lui sempre più ardua dalla povertà unita alla malattia, e dalla vista dell’abbondanza del ricco e dalla totale mancanza di ogni conforto e sollievo.

Perciò il povero, privo di ogni umano soccorso, fiducioso solo nella divina misericordia, prega nell’introito della messa di oggi: “Signore, ho confidato nella tua mise­ricordia. Il mio cuore ha esultato nella tua salvezza, canterò al Signore che mi ha beneficato” (Sal 12,6). Nota che ha detto tre cose: Ho confidato, il mio cuore ha esultato, e canterò al Signore. Il vero povero confida nella misericordia di Dio, il suo cuore esulta pur nella miseria del mondo, e così canterà la sua lode al Signore nell’eterna gloria.

 

7. Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola di oggi: “Dio è amore” (1Gv 4,8). Essendo l’amore (la carità) la principale delle virtù, fac­ciamo su di essa qualche considerazione con un breve sermone particolare.

“L’amore con il quale si ama Dio e si ama il prossimo è proprio lo stesso, e questo amore è lo Spirito Santo, perché Dio è amore” (P. Lombardo). Questa legge dell’amore – come dice Agostino – è istituita da Dio, affinché tu ami Dio per se stesso e con tutto il cuore, e il prossimo come te stesso: ami cioè anche te stesso in ordine al prossimo e per il prossimo. Infatti devi amare te stesso per il bene e in ordine a Dio, e anche il prossimo dev’essere amato per il bene, e non per il male, e in ordine a Dio. Come prossimo poi si deve intendere ogni uomo, perché non c’è nessuno con il quale si possa agire male.

Il modo di praticare questo amore viene indicato quando si dice: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore”, cioè con tutta l’intelligenza, “con tutta l’anima”, cioè con tutta la volontà, “con tutta la mente”, cioè con la memoria, in modo che tu attribuisca tutti i pensieri, tutta la vita e tutta l’intelligenza a colui, dal quale hai tutto ciò che devi attribuirgli. Dicendo questo non lascia libera la minima parte della nostra vita, ma qualunque cosa passi per l’animo venga rapita verso colui al quale corre l’impe­to dell’amore (P. Lombardo).

Il beato Giovanni nell’epistola di oggi ha esposto molte cose sull’amore di Dio e del prossimo e ad esso ci ha esortati: “In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi vivessimo per lui” (1Gv 4,9). Quanto grande è stato l’amore di Dio Padre per noi! Egli mandò proprio per noi il suo Figlio unigenito, perché lo amassimo vivendo per lui, senza il quale vivere è morire, perché “chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14). Se dunque Dio ci ha tanto amati da darci il suo Diletto, per mezzo del quale ha fatto tutte le cose, anche noi dobbiamo amarci a vicenda. “Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda” (Gv 13,34). E poiché il ricco, vestito di porpora, non osservò questo comandamento, restò nella morte. Fu infatti sepolto vivo perché non amò la vita, che è amore; peccò perché nell’amore capovolse l’ordine dei valori.

Dice Agostino: “Quattro cose si devono amare: primo, colui che è sopra di noi, cioè Dio; secondo, ciò che siamo noi (noi stessi); terzo, ciò che ci è vicino, cioè il prossimo; quarto, ciò che è sotto di noi, cioè il corpo. Il ricco amò prima di tutto e sopra tutto il suo corpo; di Dio, della sua anima e del prossimo non si curò per nulla, e perciò fu dannato.

Il nostro corpo, dice il beato Bernardo, dobbiamo considerarlo come un ammalato affidato alle nostre cure: ad esso dobbiamo saper negare molte cose inutili che vorrebbe avere, e fargli invece accettare molte cose utili che non vorrebbe. Dobbiamo agire con il corpo come non appartenesse a noi, ma solo a colui dal quale siamo stati comprati a caro prezzo, affinché lo glorifichiamo anche con il nostro corpo (cf. 1Cor 6,20). Facciamo in modo che il Signore non debba rimproverarci con le parole di Ezechiele: “Giacché tu mi hai dimenticato e mi hai posposto al tuo corpo, sconterai la tua disonestà e le tue scelleratezze” (Ez 23,35). Il corpo dunque dobbiamo metterlo al quarto e ultimo posto nel nostro amore: non come dovessimo vivere per esso, ma perché senza di esso vivere non possiamo.

E dalla misera vita del corpo, si degni di condurci a sé colui che è la vita che vive in eterno. Egli è benedetto nei secoli eterni. Amen.

 

8. Senso morale. “C’era un uomo ricco”, ecc. Per “uomo” intendiamo il corpo, per “Lazzaro” l’anima. Uomo viene dal lat. humus, umo (terra), ed è il corpo creato dalla terra, del quale dice Geremia: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo” (Ger 17,5). Il nostro corpo è maledetto; infatti dice la Genesi: “Maledetta la terra”, cioè il corpo, “per la tua opera” (Gn 3,17), per colpa delle tue opere, vale a dire per il peccato di disobbedienza. E con quale maledizione è stato maledetto? “Ti produrrà triboli e spine” (Gn 3,18). Nelle spine sono indicate la fame, la sete e la condanna alla morte; nei triboli le tentazioni della carne che tormentano l’anima. Ecco quali frutti ci produce la “terra maledetta”, cioè il corpo. E di questa maledizione dice Mosè nel Deuteronomio: “Maledetto chiunque pende dal legno” (cf. Dt 21,23; Gal 3,13). Il legno secco raffigura la gloria di questo mondo, dalla quale quest’uomo pende legato con la fune dell’amore terreno, e quindi è maledetto. Giustamente perciò è detto: “C’era un uomo ricco”.

Ahimè, di quante ricchezze abbonda quest’uomo e quante ancora ne brama: non gli basta tutto il mondo. Al piccolo corpo di un solo uomo non bastano tante ricchezze e tante proprietà. Questo misero uomo non è uscito dal grembo materno rivestito di porpora e di bisso, ma avvolto dalla placenta viscida e sgradevole; e al termine della sua vita ritornerà alla terra nudo e senza niente. E questa cosa possiamo capirla ancor meglio, considerando la crescita, il momento del massimo sviluppo, quello della stasi, e il declino del corpo stesso.

Considera che nell’uomo, al termine del suo sviluppo (nel grembo materno), la parte superiore del corpo è più piccola della parte inferiore: e per parte superiore inten­do ciò che va dalla testa fino agli organi dai quali vengono espulsi gli escrementi; per parte inferiore quella che va da quest’ultimo punto fino all’estremità dei piedi. Quando l’uomo è bambino, la parte superiore del suo corpo è più grande; quando invece invecchia, avverrà il contrario.

E questa è anche la causa del modo diverso con cui l’uomo si muove nel tempo della crescita, in quello stazio­nario e in quello dell’invecchiamento. Infatti il bambino all’inizio del suo movimento all’esterno [del grembo] cammina sui piedi e sulle mani; poi a poco a poco alza e raddrizza il suo corpo finché giunge alla giovinezza e al massimo vigore dell’età; in seguito, avanzando negli anni, si incurva.

Questo misero corpo, all’inizio della sua vita è picco­lissimo; nella vecchiaia è curvo; invece al centro della sua vita, cioè nella giovinezza, si gonfia di ricchezze, si adorna di vesti, si ingrassa di cibi e bevande come il porco si rimpinza di ghiande.

Giustamente quindi è detto: “C’era un uomo ricco che si vestiva di porpora e bisso e ogni giorno banchettava lautamente”.

 

9. “C’era anche un mendìco di nome Lazzaro”. Il mendìco Lazzaro raffigura la misera anima, povera e mendìca, che giace alla porta del ricco, coperta di piaghe. La porta del ricco raffigura i cinque sensi del corpo, tra i quali giace l’anima mendìca, coperta delle piaghe dei peccati. Dice infatti Giovanni: “C’era a Gerusalemme la piscina Probatica, che aveva cinque portici. Sotto questi portici giaceva una moltitudine di malati, di ciechi, di zoppi e di paralitici, che aspettavano il movimento dell’acqua” (Gv 5, 2-3).

La piscina, così chiamata perché è piena di pesci, raffigura il corpo, che è pieno di pesci, cioè di pensieri oziosi e indiscreti. Questa piscina ha cinque portici, cioè i cinque sensi. Il portico (da porta) si chiama così perché è aperto: infatti i cinque sensi del corpo sono aperti ai vizi. Dice Geremia: “La morte è entrata per le nostre finestre” (Ger 9,21). E Naum: “Le porte della tua terra saranno aperte ai tuoi nemici e il fuoco divorerà le tue sbarre” (Na 3,13). Quando il fuoco della concupiscenza carnale brucia le sbar­re, cioè i doni della grazia e della natura, dai quali l’a­nima è custodita quando ne è dotata, allora le porte della nostra terra, cioè i cinque sensi del nostro corpo, vengono aperti ai nostri nemici, vale a dire ai vizi e ai demoni.

In questi cinque portici l’anima giace sfinita, cieca, zoppa, paralitica (arida). Sfinita perché priva della forza delle virtù; cieca perché priva della luce della ragione; zoppa di entrambi i piedi, vale a dire priva dello stimolo della buona volontà e del compimento delle buone opere; paralitica (arida), cioè senza la linfa della compunzione. Queste sono le piaghe di cui è coperta mentre giace alla porta del ricco, “bramando di saziarsi delle briciole, che cadono dalla mensa del ricco”.

La mensa simboleggia la prosperità di questo mondo ed ha quattro “piedi” (gambe): le ricchezze, gli onori, i piaceri e la salute del corpo. L’Apostolo ne parla ai Corinzi: “Non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni” (1Cor 10,21). La mensa del Signore fu la povertà, alla quale egli partecipò insieme con i suoi apostoli; la mensa dei demoni è la prosperità dei secolari, della quale il profeta dice: “La loro mensa sia per loro un laccio, una ricompensa e uno scandalo” (Sal 68,23). La prosperità diventa per i carnali “laccio di peccato”, “la ricompensa” di Dio, che darà loro i mali dell’inferno in cambio dei beni che hanno avuto nel secolo, e uno “scandalo” per il prossimo.

Le briciole che cadono da questa mensa sono i pensieri immondi, le varie preoccupazioni, le diverse occupazioni, che come vermi pullulano dalle piaghe dell’anima. Di essi l’anima sventurata brama saziarsi, ma non può. Dice infatti Geremia: “Hanno dato le cose più preziose in cambio di cibo, per rifocillare l’anima” (Lam 1,11). Le cose più preziose sono le virtù, che i carnali vendono in cambio di cibo, cioè dei piaceri della carne che non saziano, ma che talvolta danno la sensazione di ristorare l’anima.

 

10. A questo mendìco Lazzaro, coperto di piaghe, resta un solo sollievo: la lingua dei cani. Infatti il vangelo aggiunge: “Perfino i cani andavano a leccargli le piaghe”. I cani, così chiamati dal “canto” del latrato, sono figura dei predicatori, dei quali dice il Salmo: “La lingua dei tuoi cani abbia da lui”, cioè dal Signore, “la sua parte tra i tuoi nemici” (Sal 67,24): quelli che erano stati tuoi nemici, diventeranno tuoi amici, come avvenne quando Saulo diventò Paolo.

E considera che come la lingua del cane è “medicamentosa” (curativa), così è anche la lingua del predicatore, che è il medico delle anime. Dice infatti Geremia: “Forse che a Galaad non c’è resina? O non hai alcun medico? Perché dunque non si è cicatrizzata la ferita della figlia del mio popolo?” (Ger 8,22).

Galaad, che s’interpreta “cumulo di testimonianze”, è la santa chiesa, nella quale si sono accumulate le testimonianze delle Scritture: in essa c’è la resina della penitenza e il medico, cioè il predicatore, che la confeziona. Perché dunque la piaga dell’anima peccatrice non è guarita, e non si è ancora cicatrizzata?

“Andavano, dunque, i cani e gli leccavano le piaghe”. Fa’ attenzione che in questa parola “leccavano” sono indicate due cose: l’avidità e la delicatezza; infatti leccare o lambire si dice in lat. lingo, cioè leniter ago, tratto delicatamente. Il predicatore infatti, con la lingua della predicazione, deve curare con avidità le piaghe dei peccatori, ma deve anche lambirle con delicatezza, affinché sotto la sua lingua ci siano miele e latte (cf. Ct 4,11), cioè una dottrina, un insegnamento dolce e delicato. Dice l’Apostolo: “Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che siete spirituali, istruitelo in spirito di delicatezza” (Gal 6,1).

Preghiamo dunque il Signore Gesù Cristo che di questo uomo ricco, cioè del nostro misero corpo, faccia un povero volontario, lo rivesta di cenere e di cilicio, gli dia pane raffermo e poca acqua (Is 30,20), guarisca le piaghe dell’anima con la lingua della sua dottrina e lo collochi nel seno di Abramo.

Ce lo conceda lui stesso che è benedetto nei secoli. Amen.

 

II. morte dell’epulone e di lazzaro

 

11. “Avvenne poi che il mendìco morì, e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto nell’inferno” (Lc 16,22). Si avverò quello che aveva detto Anna nel primo libro dei Re: “L’arco dei forti si è spezzato, invece i deboli sono rivestiti di vigore”, ecc., fino alla conclusione del canto: “Dalla polvere solleva il mendìco e dal letamaio innalza il povero... perché egli occupi un trono di gloria” (1Re 2,4-8).

Con questo racconto del vangelo concorda ciò che è narrato all’inizio del primo libro dei Re. C’erano cioè due donne, Fenenna e Anna. “Fenenna aveva dei figli, mentre Anna non ne aveva alcuno. La sua rivale, cioè Fenenna, la affliggeva e la rimproverava aspramente, fino a disprezzar­la, perché il Signore aveva chiuso il suo grembo, e così la provocava. Anna perciò piangeva e non voleva prendere cibo” (1Re 1,2.6.7).

Fenenna, che s’interpreta “conversione”, è figura del ricco vestito di porpora, che si convertì non a Dio ma al mondo, non al cielo ma all’inferno. Anna, che s’interpreta “grazia”, è figura del mendìco Lazzaro il quale, sostenuto dalla grazia di Dio, meritò di salire alla gloria: il Signore stesso gli concesse la grazia e la gloria.

Fenenna ebbe vari figli. Figlio viene dal greco philos, che significa “amato, amore”. Il ricco ebbe tanti figli, quante furono le opere che produsse per amore della carne e per la vanità del mondo. Si legge infatti nel libro dei Giudici che Ierub-Baal (Gedeone), figlio di Ioas, ebbe settanta figli, usciti dal suo fianco, avendo avuto molte mogli (cf. Gdc 8,29-30).

Osserva dunque che Fenenna, come riportano le “Storie”, ebbe sette figli, e Ierub-Baal settanta, numero che ha lo stesso significato del sette, in quanto sta ad indicare la totalità dei vizi. Ierub-Baal s’interpreta “superiore”, Ioas “temporale”. Il ricco fu, in questo mondo, superiore al mendìco Lazzaro. Il figlio è figura del successo temporale, che dalla superbia, dalla gola, dall’avarizia e dalla vanagloria generò, quasi da tante mogli, la totalità dei vizi.

Anna invece non aveva figli, perché era sterile; il men­dìco Lazzaro, uomo giusto, non ha figli di opere cattive, ed è sterile, cioè senza quel frutto del quale è detto: “Dal frutto del frumento, del vino e dell’olio furono moltiplicati” (Sal 4,8). Nel frumento è indicata l’abbondanza delle ricchezze, nel vino il piacere della carne, nell’olio gli eccessi della gola. Con queste tre cose si moltiplicò quel ricco, del quale è detto: “C’era un uomo ricco”: ecco il frumento; “vestito di porpora e bisso”: ecco il vino; “e ogni giorno banchettava lautamente”: ecco l’olio. Egli, così moltiplicato, fu sepolto nell’inferno. “Io invece – dice il povero – in pace e in lui dormirò e mi riposerò” (Sal 4,9), nel seno di Abramo.

Considera ancora che Fenenna maltrattava Anna in quattro maniere: la affliggeva, la arguiva, la disprezzava e la provocava. Altrettanto faceva il ricco al mendìco Lazzaro.

Lo affliggeva perché gli negava quell’aiuto che avrebbe dovuto dargli. Infatti Isaia, a coloro che non danno ai po­veri le loro cose, dice: “Nella vostra casa c’è quello che avete rapito ai poveri. Perché opprimete il mio popolo e pestate la faccia dei poveri?, dice il Signore” (Is 3,14-15).

Lo arguiva. Arguire vuol dire convincere e dimostrare. Il modo più efficace per dimostrare che il piombo è un metallo di poco valore, è metterlo a confronto con l’oro. Lo stesso avviene della povertà, posta a confronto con la ricchezza. Perciò l’ostentata abbondanza del ricco metteva in evidenza la miseria del mendìco.

Lo disprezzava quando, avvolto nella porpora, incedeva davanti a Lazzaro che, coperto di piaghe, giaceva alla sua porta.

E in questo modo lo provocava, lo stimolava cioè ad un più grande amore verso Dio.

“Di conseguenza Anna piangeva e non voleva prendere cibo”. Lazzaro piangeva a motivo della miseria di questo esilio terreno e per il ritardo della gloria (del paradi­so); e non prendeva cibo perché bramava saziarsi delle briciole che cadevano dalla mensa del ricco, e nessuno gliele dava.

Ma fino a quando, Signore Dio, il ricco continuerà a prosperare e il povero a soffrire? “Perché – dice Geremia – le cose degli empi prosperano? Perché ai traditori e a quelli che compiono il male tutto va bene?” (Ger 12,1). E Abacuc: “Perché non guardi a quelli che compiono il male, e taci mentre l’empio divora chi è più giusto di lui?” (Ab 1,13). Di’, o Signore, fino a quando durerà tutto questo?



12. “Avvenne poi che il mendìco morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì poi anche il ricco e fu sepolto nell’inferno”. Ecco dunque che “l’arco dei forti è stato spezzato, e il misero occuperà un soglio di gloria”.

E anche su questo abbiamo una concordanza nel primo libro dei Re, dove si racconta che Dagon [un idolo] “giaceva per terra davanti all’arca del Signore: la testa dell’idolo e le sue mani giacevano staccate sulla soglia; solo il tronco di Dagon era rimasto al suo posto” (1Re 5,4-5).

L’arca del Signore raffigura il mendìco Lazzaro nel quale, come nell’Arca del Signore, ci furono tre cose: la manna, le tavole della legge e il bastone di Aronne. In Lazzaro c’era la manna della pazienza, le tavole del duplice comandamento della carità, e il bastone della disciplina. Quest’arca riposò nel seno di Abramo: davanti ad essa Dagon, l’idolo, crollò in pezzi. Dagon s’interpreta “pesce della tristezza”. E raffigura il ricco vestito di porpora, che fu un pesce che percorreva le vie del mare, in questo mondo di tristezza e nell’inferno. “La sua testa e le sue mani giacevano staccate sulla soglia”.

Nella testa è indicata la grandezza temporale, nelle mani la potenza e l’abbondanza, nella soglia l’uscita dalla vita e l’arrivo della morte. Quando dunque cadde Dagon, quando cioè il ricco morì, la testa dei suoi onori e della sua grandezza, la mani della sua potenza e della sua ricchezza furono troncate, restarono sulla soglia, cioè sul termine della vita, e così lui, come il tronco dell’idolo, restò solo, nudo e impotente, sepolto al suo posto, cioè nell’inferno. Giustamente quindi è detto: “Morì anche il ricco e fu sepolto nell’inferno”. Ecco quanto grande è la giustizia di Dio! Il mendìco giaceva alla porta del ricco, coperto di piaghe: ora invece è ilricco che giace lì solo, come un tronco. Dice infatti Salomone: “I malvagi giaceranno davanti ai buoni e gli iniqui davanti alle porte dei giusti” (Pro 14,19).

Lazzaro morì nel piccolo nido della sua povertà, del quale dice Giobbe: “Morirò nel mio piccolo nido, e molti­plicherò i miei giorni come la palma”(Gb 29,18). Chi muore nel piccolo nido della povertà, sarà piantato come la palma nella casa dell’eternità e dell’eterna giovinezza. “Il giusto – è detto – fiorirà come palma” (Sal 91,13).



13. “Invece il ricco fu sepolto nell’inferno”. Di questa sepoltura parla Geremia: “Dice il Signore a Ioachim, figlio di Giosia, re di Giuda: Non faranno il lamento per lui, dicendo: Ahi, fratello mio! e: Guai, sorella! Né grideran­no: Ahi, Signore! Ahi, illustre re! Sarà sepolto come si seppellisce un asino, e sarà gettato a marcire fuori delle porte di Gerusalemme” (Ger 22,18-19).

Considera che la sepoltura dell’asino avviene in questo modo: il padrone si tiene la pelle, i cani ne divorano le carni. Nelle ossa, che durano più a lungo, è raffigurata l’anima; la pelle, cioè i beni terreni, se li tengono i figli; le carni le divorano i vermi; dell’anima si impadroniscono i demoni. Per questo dice l’Ecclesiastico: Quando l’uomo morirà avrà per suo retaggio belve, serpenti e vermi (cf. Eccli 10,13). Le belve sono i figli senza cuore; i serpenti e i vermi sono i demoni. Il ricco coperto di porpora ebbe questa sepoltura, poiché fu sepolto nell’inferno.

Con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte dell’epistola di oggi: “Per questo l’amore di Dio ha raggiunto in noi la perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio: perché come è lui, così siamo anche noi in questo mondo” (1Gv 4,17). E la Glossacommenta: Noi dimostriamo di amare Dio in modo perfetto se non temiamo l’arrivo del giudice, se non abbiamo paura di presentarci a lui. Il mendìco Lazzaro non temeva l’arrivo del giudice, perché amava Dio in modo perfetto, e lo aspettava non come giudice che viene a giudicare, ma come colui che viene a dare la ricompensa. Invece il ricco coperto di porpora, nel quale non c’era l’amore, non confidava certo nel giorno del giudizio, non avendo mai avuto compassione per il povero. I giusti invece hanno fiducia perché imitano la perfezione dell’amore di Dio, amando in questo mondo anche i nemici, come Dio che dal cielo “fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,45).

Ti preghiamo dunque, Signore Gesù, noi che siamo i tuoi poveri e i tuoi mendicanti: fa’ che moriamo nel piccolo nido della nostra povertà, per essere poi portati dagli angeli nel seno di Abramo. Accordacelo tu, che sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. la pena del ricco e la gloria di lazzaro

 

14. “In mezzo ai tormenti, il ricco levò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell’acqua la punta del dito e venga a rinfrescarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura” (Lc 16,23-24).

Il ricco alzò i suoi occhi, ma invano, perché quaggiù aveva stabilito di tenere gli occhi rivolti verso terra (cf. Sal 16,11). Dice Isaia: “Guardando la terra, ecco le tenebre della tribolazione, e la luce è oscurata dalla sua caligine” (Is 5,30). Il ricco guardò all’am­ore delle cose terrene e quindi le tenebre della tribolazione lo avvolse­ro, e la luce, cioè la sua ricchezza, fu oscurata dalla sua caligine, cioè dalla caligine dell’inferno.

“Vide Lazzaro nel seno di Abramo”. Quanto sia grande il tormento dei cattivi alla vista della felicità dei buoni, lo attesta il libro della Sapienza: “Vedendoli saranno presi da terribile spavento e saranno pieni di stupore per la loro inattesa salvezza. Gemendo nei tormenti del loro spirito, pentendosi amaramente, diranno dentro di sé: Questi sono coloro che noi una volta abbiamo deriso e fatto oggetto del nostro scherno. Ah, noi stolti! Abbiamo stimato una pazzia la loro vita e disonorevole la loro morte. Ecco che ora sono annoverati tra i figli di Dio e condividono la sorte dei santi” (Sap 5,2-5).

“Allora gridando disse: Padre Abramo...” Chiese una goccia d’acqua colui che non volle dare una briciola di pane. Bramava che una sola goccia d’acqua cadesse sulla sua lingua dalla punta del dito di Lazzaro, proprio lui che non volle dargli neppure le briciole di pane che cadevano dalla sua mensa. Dice un dito, non perché Lazzaro avesse puntato il dito [contro di lui], ma per dimostrare in questo modo che il ricco avrebbe stimato un grande beneficio anche il minimo aiuto, come è appunto l’intinzione di un dito, se avesse potuto conseguire ciò che chiedeva.

E aggiunge: “Per rinfrescare la mia lingua”. Non aveva la lingua, ma subì la pena per il peccato della lingua perché, come avviene sempre tra i banchettanti, s’era abbandonato alle scurrilità. Era tormentato ancora prima del giudizio, perché per il lussurioso esser privo dei piaceri è già un tormento. Osserva che non peccò soltanto con il vizio della gola, ma anche con la lingua, quando durante i banchetti si abbandonava alle scurrilità. E contro questo vizio dice Salomone: “Non partecipare ai banchetti dei bevitori e alle gozzoviglie di quelli che si rimpinzano di carni”(Pro 23,20). Sparlando e calunniando il prossimo, mangiano non solo le carni ma anche gli escrementi, perché non solo lo denigrano nelle opere buone, ma anche dicono il falso; e quindi non mangiano solo le carni degli animali, ma – ciò che è più abominevole – anche carne umana, quando con il dente della calunnia rodono le opere dei fratelli, che sono invece degne di encomio.

Ahimè, quanti religiosi stanno oggi senza mangiare carne, e poi con il dente della calunnia dilaniano i loro fratelli. Di costoro dice Seneca: “Come puzzano di sotto, puzzano anche di sopra”. E il beato Bernardo: “Calunniare o ascoltare un calunniatore: non mi è facile dire quale delle due cose sia più riprovevole”. E ancora: “Spada a tre punte è la lingua del calunniatore; infatti con un solo colpo ne uccide tre”: e cioè il calunniatore, chi lo ascolta e il calunniato, quando la calunnia gli si abbatte addosso.

 

15. “Ma Abramo gli rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Inoltre tra voi e noi è posto un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare a voi non possono farlo, né di costì si può attraversare fino a noi” (Lc 16,25-26).

Considera che questo ricco ha avuto qualcosa di buono, ha fatto cioè delle cose buone, delle opere buone, anche se non spinto dalla carità, e la misericordia divina, nella sua grandezza, lo ricompensò con i beni temporali.

“E Lazzaro ha avuto parimenti i suoi mali”. Per il male che aveva fatto, con i peccati veniali, ha ricevuto come compenso il male delle tribolazioni. E perciò “adesso è consolato, tu invece sei tormentato”.

Osserva ancora che colui che si trova in peccato morta­le, il bene che compie, le sue opere buone gli giovano in cinque modi. Primo, lo rende più idoneo a ricevere la grazia; secondo, lo rende capace di dare buon esempio al prossimo; terzo, lo abitua a fare il bene; quarto, gli merita la ricompensa di beni temporali, come avvenne con questo ricco; quinto, se muore in peccato mortale, gli saranno mitigate le pene dell’inferno.

C’è poi la risposta di Abramo alla richiesta del ricco: “Tra noi e voi è posto un grande abisso”, ecc. Come i dannati vorrebbero passare dai tormenti alla gloria dei santi, così i giusti, spinti dalla pietà, vorrebbero, col pensiero, andare da coloro che si trovano in mezzo ai tormenti, per liberarli. Ma non possono farlo perché le anime dei giusti, benché per la perfezione della loro natura abbiano anche la misericordia, tuttavia sono ormai legati così perfettamente alla giustizia del loro creatore, che non possono più essere mossi a compassione nei confronti dei dannati.

Tra il ricco e il povero c’è un tale abisso, che coloro che vogliono attraversarlo non possono più farlo, perché dopo la morte non si possono più cambiare i meriti.

 

16. E con questo concorda ciò che troviamo nel primo libro dei Re, dove si racconta che Davide prese la lancia e la brocca dell’acqua che stava dalla parte della testa di Saul. Davide, dopo essere passato dall’altro lato, si fermò lontano sulla cima del monte; vi era un grande spazio tra di loro. Allora Davide alzò la voce e gridò ad Abner: Guarda un po’ dov’è la lancia del re e dov’è la brocca dell’acqua che stava presso la sua testa(cf. 1Re 26,12.13.14.16).

Davide s’interpreta “forte di mano”, Saul “colui che abusa”. Nella lancia è raffigurata la ricchezza e nella brocca dell’acqua il piacere della gola. Davide è figura del mendìco Lazzaro, il quale fu sempre forte pur in mezzo a tante sventure e tribolazioni; Saul è figura del ricco, vestito di porpora, il quale abusò dei doni che Dio gli aveva elargito. Davide sottrasse a Saul la lancia e la brocca dell’ac­qua, e così Lazzaro, per il fatto che non volle commiserare se stesso, sottrasse a Saulo [cioè al ricco] la lancia, vale a dire la potenza della ricchezza, e la brocca dell’acqua, cioè il piacere della gola. E Lazzaro passò dalla tribolazione al riposo e si assise sulla sommità del monte, lontano, cioè nel seno di Abramo, ben lontano dai tormenti del ricco.

“E il ricco, alzando gli occhi”, ecc. “Davide gridò ad Abner: Guarda un po’ dov’è la lancia del re, e dov’è la brocca dell’acqua che stava presso la sua testa”. O ricco epulone, dov’è adesso la lancia delle tue ricchezze, con la quale eri solito colpire i poveri? Dov’è la brocca dell’acqua, dov’è il piacere della gola? Ti basterebbe bagnarti la lingua, ora che sei tormentato tra le fiamme. Giustamente quindi è detto: “Questi è consolato, tu invece sei tormentato”.

E con questa terza parte del vangelo concorda anche la terza parte dell’epistola di oggi: “Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo, e chi teme non è perfetto nell’amore” (1Gv 4,18). Nel­l’amore del mendìco Lazzaro non ci fu timore: lo scacciò il suo perfetto amore perché, come dice la Glossa, l’amore fa sì che non si temano le tribolazioni della vita presente. Invece il timore del ricco, che temette di perdere quello che possedeva, lo condusse al castigo della morte.

Ti preghiamo, Signore Gesù Cristo, di liberarci dalla sete inestinguibile e dal fuoco ardente e di collocarci nel seno di Abramo insieme con il beato Lazzaro.

Accordacelo tu, che sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

IV. la disperata supplica del ricco per i suoi cinque fratelli

 

17. “Padre Abramo, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli: li ammonisca, perché non finiscano anch’essi in questo luogo di tormenti” (Lc 16,27-28). Troppo tardi questo ricco si mette a fare il maestro: ormai non c’è più tempo né di imparare né di insegnare. Dopo che al ricco, che brucia nel fuoco, è venuta meno la fiducia in se stesso, egli ricorre ai vicini dicendo: Ti prego, padre Abramo!...

Fa’ attenzione a queste tre cose: “la casa”, “di mio padre”, “i cinque fratelli”. Il padre del ricco fu il diavolo, perché egli visse imitandolo. La sua casa fu il mondo, cioè quelli che conducono una vita mondana; in questa casa ci sono i suoi cinque fratelli, cioè tutti coloro che sono schiavi dei cinque sensi del corpo.

Il ricco che si vede dannato a causa dei cinque sensi del corpo, che ha amato come fratelli, sente adesso una certa pietà per coloro che sono dediti ai piaceri dei sensi, egli che non ebbe pietà per se stesso, e cerca di provvedere.

Considera che i carnali amano come fratelli i cinque sensi del corpo, mentre i giusti li tengono schiavi.

Troviamo su questo una concordanza nel primo libro dei Re, dove si racconta che “Abigail si preparò in gran fretta, poi montò su di un asino e, seguita dalle sue cinque giovani ancelle, andò dietro ai messaggeri di Davide, e divenne sua moglie” (1Re 25,42).

Abigail s’interpreta “esultanza del padre mio”, ed è fi­gura dell’anima che si pente: per la sua conversione c’è grande gioia nel cielo (cf. Lc 15,7). Essa sale su di un asino, sottomette cioè la carne, e l’accompagnano le sue cinque ancelle, cioè i cinque sensi del corpo: la vista dell’intelligenza, l’udito dell’obbedienza, il gusto dell’approvazione, l’odo­rato dell’indagine e il tatto dell’azio­ne. Si mette così al seguito dei messaggeri di Davide, segue cioè la povertà, l’umiltà, la passione di Gesù Cristo: esse ci parlano di lui e ci dicono qual è stata la sua vita in questo mondo. E così diviene sua sposa, con lui impegnata, a lui legata per mezzo dell’anello di una fede perfetta.

 

18. “Allora Abramo gli rispose: Hanno Mosè e i profeti: ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo; ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti si convincerebbero a mutar vita” (Lc 16,29-31). Si deduce da tutto questo che il ricco era giudeo, perché i suoi fratelli erano soggetti alla legge di Mosè e ai profeti; e forse per questo Abramo lo chiama figlio, e lui chiama Abramo padre.

Colui che aveva disprezzato le parole di Dio, era convinto che anche i suoi seguaci non le avrebbero ascoltate. Coloro che disprezzano le parole della Legge, molto più difficilmente osserveranno i precetti del Redentore – che appunto è risorto dai morti –, precetti che sono molto più impegnativi. E se rifiutano di metterne i pratica le parole, senza dubbio rifiutano anche di credergli. Gli uomini carnali, dediti ai piaceri della carne, non ascoltano né Mosè, vale a dire il santo prelato della chiesa, né i profeti, cioè i predicatori; e quel che è peggio, non credono neppure a Cristo, che è risorto dai morti. Saul credette a Samuele, evocato da una indovina: e noi non crederemo al vero Figlio di Dio, realmente risuscitato dai morti da Dio, Padre suo?

Ecco la concordanza che troviamo nel primo libro dei Re. Disse Saul all’indovina: “Pratica la divinazione per me, con uno spirito: èvocami colui che ti dirò. Gli disse la donna: Chi devo evocarti?. Egli rispose: Évocami Samuele. Quando la donna vide Samuele, gridò a gran voce a Saul: Perché mi hai comandato questo? Tu sei Saul. Il re le disse: Non aver paura! Che cosa hai visto? E la donna disse a Saul: Un uomo anziano, solenne, avvolto nel manto sacerdotale” (1Re 28,8.11-14). Saul comprese che era Samuele e si prostrò con la faccia a terra. E lo spirito di Samuele, come racconta Giuseppe [Flavio], disse a Saul: “Perché mi hai disturbato e costretto ad apparire?” (Comestor)..

Di questa apparizione, come narrano le “Storie”, pensano alcuni che fu uno spirito maligno ad apparire a Saul sotto le sembianze di Samuele; o che la sua figura fu solo immaginaria, e fu chiamata Samuele. Altri ritengono che, con il permesso di Dio, apparve solo la sua anima, rivestita di un corpo che gli assomigliava. Altri ancora pensano che sia stato evocato solo il suo corpo con lo “spirito vegetati­vo”, che abbiamo in comune con gli animali, mentre la sua anima sarebbe rimasta tranquilla nel luogo del suo riposo.

Noi dunque dobbiamo trattare i cinque sensi del corpo non come fratelli, ma come schiavi. Ascoltiamo Mosè e i profeti. Crediamo a Cristo risorto dai morti e assiso alla destra Padre, e credendo amiamolo.

 

19. Infatti la quarta parte dell’epistola, in accordo con questa quarta parte del vangelo, ci dice: “Amiamo dunque Dio, perché egli per primo ci ha amati. Se uno dicesse: Io amo Dio, e poi odia il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, come può amare Dio che non vede?” (1Gv 4,19-20). E Agostino commen­ta: “Se uno amasse di amore spirituale colui che vede con gli occhi del corpo, vedrebbe anche Dio, che è l’amore stesso, con gli occhi dello spirito, i soli con i quali Dio può essere veduto. Chi dunque non ama il proprio fratello che vede, come può amare Dio che è l’amore stesso, se è privo di questo amore colui che non ama il proprio fratello?

Perciò, fratelli carissimi, preghiamo il Signore che è amore, di darci la grazia di amare la povertà del mendìco Lazzaro, di aborrire le ricchezze del ricco, coperto di porpora, di non permettere che veniamo sepolti nell’infer­no, ma di essere portati nel seno di Abramo.

Ce lo conceda colui al quale è onore, gloria, magnificenza e potenza nei secoli eterni. E ogni vero povero risponda: Amen. Alleluia.

 

 

 

 

 

DOMENICA II DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della seconda domenica dopo Pentecoste: “Un uomo diede una grande cena”; il vangelo si divide in tre parti.

– Anzitutto, sermone sul combattimento dei demoni contro i giusti: “I filistei radunarono l’esercito”.

– Parte I: Sermone ai religiosi: “Anna allattò il suo figlio”.

– Sermone sul banchetto della gloria eterna: “Il Signore degli eserciti preparerà un banchetto”.

– Sermone ai penitenti: “Il Signore, Dio degli eserciti, in quel giorno vi chiamava”.

– Parte II: Sermone contro le preoccupazioni temporali: “Ho comprato una villa”, e “L’arca dell’alleanza del Signore degli eserciti”.

– Sermone contro la voglia sfrenata di dominio: “Saul, spinto dalla necessità”.

– Sermone sulle cinque paia di buoi e il loro significato: “Ho comprato cinque paia di buoi”.

– Sermone sulla devastazione dei vizi e la mortificazione della carne: “Nacas l’Ammonita mosse all’attacco”.

– Parte III: Sermone contro il seguace del mondo il quale, abbandonato e disprezzato dal mondo stesso, viene accolto da Cristo: “Un giovane egiziano, schiavo di un amalecita”.

 

esordio – il combattimento tra i demoni e i giusti

 

1. In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: “Un uomo diede una grande cena e invitò molti. All’ora della cena mandò il suo servo a dire agli invitati di venire” (Lc 14,16-17).

Leggiamo nel primo libro dei Re: “I filistei, radunate le loro schiere per combattere, si ammassarono a Soco di Giuda e si accamparono tra Soco e Azeka nel territorio di Dammin. Anche Saul e i figli d’Israele si radunarono e si accamparono nella valle del Terebinto e si schierarono in battaglia di fronte ai filistei” (1Re 17,1-2). Filistei s’inter­preta “che cadono ubriachi di bevande”, Soco “tende”, Giuda “confessione”, Azeka “rete” o “laccio”, Dammin “rossa” di sangue.

I filistei raffigurano i demoni i quali, ubriacati dalla bevanda della superbia, precipitarono dal cielo. Essi, radunate le loro schiere, si ammassano per la battaglia a Soco di Giuda, cioè per combattere contro quelli che militano nelle tende della penitenza; e si accampano tra Soco e Azeka, nel territorio di Dammin. Infatti i demoni perseguitano i giusti per farli cadere nella rete delle cattive suggestioni e con l’inganno li conducono fino al sangue del peccato.

Si legge nel terzo libro dei Re che i cani leccarono il sangue di Acab (cf. 3Re 22,38). I cani sono i demoni che lecca­no il sangue di Acab – nome che significa “fratelli [figli] dello stesso padre” –, di colui cioè che era solito dimorare in fraternità con i penitenti, i quali hanno un solo Padre, Dio. Invece i figli d’Israele, cioè i veri predicatori, uniti nell’unica fede, devono dirigere la forza della mente e della predicazione al combattimento contro i demoni.

E in quale luogo? Naturalmente nella valle del Terebinto, vale a dire nell’umiltà della croce, dalla quale emanò la preziosissima resina del sangue di Gesù Cristo, che dice nel vangelo di oggi: “Un uomo fece una grande cena”.

 

2. In questo vangelo si devono considerare tre momenti. Primo, la preparazione della grande cena e gli inviti fatti per mezzo del servo: “Un uomo fece una grande cena”. Secon­do, le scuse degli invitati: “E incominciarono tutti insie­me a scusarsi”. Terzo, l’ingresso alla cena dei poveri, dei deboli, dei ciechi e degli zoppi: “Allora il padrone di casa, irritato...” Vedremo di concordare queste tre parti del vangelo con alcuni racconti del primo libro dei Re.

In questa domenica si canta nell’introito della messa: “Il Signore è diventato il mio sostegno” (Sal 17,19). Si legge quindi un brano della prima lettera del beato Giovan­ni: “Non vi meravigliate se il mondo vi odia”; brano che divideremo in tre parti per vederne la concordanza con le tre parti del vangelo. La prima: “Non vi meravigliate”; la seconda: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore di Dio”; la terza: “Se uno ha ricchezze di questo mondo”.

 

I. la preparazione della cena e gli inviti

 

3. “Un uomo fece una grande cena”. Considera che c’è una duplice cena: la cena della penitenza e la cena della gloria. E poiché senza la prima non si arriva alla seconda, prepariamo la prima e vediamo quali siano gli alimenti necessari.

Qui abbiamo la concordanza con il primo libro dei Re, dove si racconta che Anna “allattò il figlio (Samuele) fino al tempo dello svezzamento. Dopo averlo svezzato, lo condusse con sé portando tre vitelli, tre misure di farina e un’anfora di vino; e lo condusse alla casa del Signore a Silo”(1Re 1,23-24).

Anna, che s’interpreta “grazia”, è figura della grazia dello Spirito Santo, la quale con le due mammelle della grazia preveniente e della grazia “susseguente” (cooperante), allatta il penitente finché lo svezza totalmente dal latte della concupiscenza della carne e della vanità del mondo.

E osserva che come la madre che vuole svezzare il figlio si bagna le mammelle di liquido amaro, affinché il bambino che cerca il dolce trovi invece l’amaro e quindi venga distolto dal dolce, così la grazia dello Spirito Santo cosparge le mammelle dei beni temporali con il liquido amaro della tribolazione, affinché l’uomo rifugga da questa dolcezza cosparsa di amarezze, e ricerchi la dolcezza vera.

“E dopo averlo svezzato lo prese con sé, insieme con tre vitelli”. Ecco i cibi che si devono preparare per la cena della penitenza. La grazia porta con sé il penitente insieme con tre vitelli, nei quali è indicata la triplice offerta.

Il vitello di un cuore contrito e afflitto, come dice il Salmo: “Allora porranno vitelli sopra il tuo altare” (Sal 50,21). Sopra l’altare, cioè nella contrizione del cuore, i penitenti pongono i vitelli, vale a dire bruciano i piaceri e i pensieri immondi.

Il vitello della confessione. Dice Osea: “Prendete con voi le parole, convertitevi al Signore e dite: Togli ogni iniquità e accetta il bene, e ti offriremo i vitelli delle nostre labbra” (Os 14,3). Prende con sé le parole colui che si sforza di praticare ciò che ascolta, e così si converte al Signore. E al Signore dice anche: “Togli ogni iniquità”, che io ho commesso, “e accetta il bene” che tu stesso hai dato. “Non a me, Signore, non a me, ma al tuo nome dà gloria” (Sal 113B,1). E così io ti renderò “i vitelli delle mie labbra”, farò cioè la confessione del mio crimine e a te innalzerò la lode.

Il vitello del corpo, castigato con la penitenza. “Vitello e vitella sono così chiamati per la loro “verde” età. Vitello e vitella sono figura della nostra carne, la quale nella verde età della giovinezza si sbizzarrisce spensieratamente per i prati di una colpevole sfrenatezza. Di essa dice Sansone: “Se non aveste arato con la mia giovenca, non avreste decifrato il mio enigma” (Gdc 14,18). Sansone è figura dello spirito; la giovenca rappresenta la nostra carne: se ariamo su di essa, facendola soffrire con la penitenza, decifreremo l’enigma, che è questo: “Che cos’è più dolce del miele? Che cos’è più forte del leone” della tribù di Giuda? (Gdc 14,18). Che cosa c’è di più dolce del miele, cioè della contemplazione? Che cosa c’è di più forte del leone, cioè del predicatore, al cui ruggito tutti gli animali devono fermare il passo? Che cos’è più dolce del miele della mansuetudine? Che cos’è più forte delle leone della severità? Giustamente quindi è detto: “E lo portò con sé, insieme con tre vitelli”.

“E con tre misure di farina”. Il grano si macina e si riduce in farina. La farina, impastata con l’acqua, si solidifica in pane, il quale sostiene il cuore dell’uomo (cf. Sal 103,15). Allo stesso modo il grano delle nostre opere dev’essere macinato per mezzo di una severa critica, triturato con un attento esame, per risultare purificato come la farina.

Questo esame poi dev’essere triplice, come è indicato dalle tre misure. Si deve esaminare la natura dell’opera che compiamo, la sua origine e la sua finalità. Quindi l’opera dev’essere mescolata con l’acqua delle lacrime, per implorare l’irrigazione inferiore e l’irrigazione superio­re (cf. Gdc 1,15): e l’opera dev’essere offerta o per il riscatto delle opere cattive del passato, o per il deside­rio dell’eterna felicità; e questo era prefigurato nelle due tortore che si offrivano sotto la Legge, una delle quali veniva offerta per il peccato, e l’altra veniva bruciata in olocausto(cf. Lv 12,8).

Quindi con la farina e con l’acqua si impasta il pane, che sostenta il cuore dell’uomo, perché con le opere buone mescolate alle lacrime si nutre e si arricchisce la co­scienza dell’uomo.

“E un’anfora di vino”, la quale ha tre misure (Glossa). Nel vino è raffigurata la letizia della mente, che consiste in tre cose: nel testimonio della buona coscienza, nell’edi­fi­ca­zione del prossimo e nella speranza della felicità eterna.

Con tutte queste cose la madre Anna, vale a dire la grazia dello Spirito Santo, conduce il suo figlio, il giusto, alla casa del Signore a Silo, che significa “tra­sferita”, lo guida cioè fino alla vita eterna, alla quale i santi vengono trasferiti dal pellegrinaggio di questo mondo, e alla cui cena di gloria banchettano insieme con gli spiriti beati.

 

4. La cena è una riunione di convitati: anticamente si mangiava tutti insieme una sola volta al giorno, alla sera (Isidoro: Non erano in uso i pranzi). La cena della gloria eterna sta ad indicare il convito nel quale i santi si sazieranno tutti insieme della visione di Dio, poiché sarà data un’unica ricompensa a coloro che lavorano nella vigna (cf. Mt 20,2). Di questo convito della cena dice Isaia: “Il Signore degli eserciti farà su questo monte un convito per tutti i popoli, un convito di grasse vivande, un convito di vendem­mia: un convito di carni succulente e di vini raffinati (senza feccia)” (Is 25,6). Le parole del vangelo concordano con quelle di Isaia: “Il Signore degli eserciti”, eec. Dove il vangelo dice “grande cena”, Isaia dice “convito di grasse vivande”.

Fa’ attenzione a queste quattro parole: convito, grasse vivande, carni succulente e vini raffinati.

Nel convito, cioè “vitto, pasto di molti insieme”, è indicata la gloriosa assemblea di tutti i santi; nelle grasse vivande la loro carità, cioè il loro amore verso Dio e verso il prossimo; nelle carni succulente la felicità di contemplare il volto di Dio; nei vini raffinati la glorifi­cazione del corpo.

Perciò in questo monte, cioè nella Gerusalemme celeste, il Signore degli eserciti, il Signore delle schiere angeliche, imbandirà un convito di grasse vivande: radunerà cioè tutti i santi, nutriti ed arricchiti dalla carità, ricolmi di ineffabile felicità nella visione di Dio e beati nella glorificazione del loro corpo.

Allora ci sarà veramente la vendemmia senza feccia, cioè di uve che daranno vini raffinati. Vendemmia deriva dal latino vineae demptio, raccolta dell’uva, che è senza feccia quando viene selezionata e ripulita da ogni impurità. In quella vendemmia che è la risurrezione finale ci sarà la scelta accurata dei corpi dei santi, sarà eliminata ogni feccia di corruzione e di mortalità, ed essi saranno riposti nei granai del cielo. Giustamente quindi è detto: “Un uomo preparò una grande cena”.

Osserva che in quella “grande cena” mangeremo dei “gran­di cibi”; mangeremo cioè quei frutti che i figli d’Israele portarono dalla Terra Promessa, vale a dire uva, fichi e melagrane, come è narrato nel libro dei Numeri (cf. Nm 13,24).

Nell’uva, dalla quale si spreme il vino, è indicato il gaudio che i santi proveranno nella visione del Verbo incarnato. L’uomo stesso vedrà l’Uomo-Dio, mentre gli angeli non vedranno l’angelo-Dio: l’uomo vedrà la sua natura esal­tata al di sopra degli angeli. E di questo gaudio dice Abacuc: “Io gioirò nel Signore, esulterò in Dio, mio salva­tore (lett. Gesù mio)” (Ab 3,18). Giustamente dice “mio salva­tore”, perché Gesù, per salvare me, prese sé da me, cioè la mia carne, e la esaltò al di sopra dei cori degli angeli.

Allo stesso modo nel fico, così chiamato da “fecondità”, e che il più dolce di tutti i frutti, è indicata la dolcezza che i santi proveranno nella visione di tutta la Trini­tà. In proposito dice il Profeta: “Quanto grande e profonda la tua dolcezza, Signore, che tu tieni nascosta per coloro che ti temono” (Sal 30,20). La tieni nascosta perché venga ricercata con più ardore, cercandola venga trovata, e trovatala venga amata intensamente, e con l’amore venga posseduta in eterno.

E ancora: “Nella tua dolcezza, o Dio, hai preparato al povero...” (Sal 67,11). Non dice che cosa ha preparato, perché ciò che ha preparato non può essere detto a parole. Dice infatti l’Apostolo: “Ciò che occhio non vide”, perché è nascosto, “né orecchio udì”, perché è nel silenzio e non può essere espresso, “né mai entrò nel cuore dell’uo­mo” perché è incomprensibile (1Cor 2,9), non può essere contenuto.

Parimenti nelle melagrane è simboleggiata l’unità della chiesa trionfante e la diversità delle ricompense. Le melagrane sono chiamate così perché all’interno hanno dei grani gustosi e profumati. Osserva che, come nelle melagra­ne tutti i grani sono nascosti sotto la stessa corteccia e tuttavia ogni grano ha la sua piccola cella distinta, così nella vita eterna tutti i santi avranno la stessa gloria, e tuttavia ognuno di essi riceverà una ricompensa più o meno grande, a seconda delle proprie opere. Dice infatti il Signore: “Nella casa del Padre mio”, ecco la corteccia, “vi sono molti posti” (Gv 14,2), ecco le celle distinte.

 

5. Ecco dunque quali sono i cibi che mangeremo in quella grande cena, della quale è detto: “Un uomo imbandì una grande cena”.

Quest’uomo è Gesù Cristo, Dio e uomo, che imbandì la grande cena, la cena della penitenza e quella della gloria, alla quale ha chiamato molti, ma alla quale molti anche disdegnano di andare. E perciò dice: “Vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso la mano e nessuno vi ha fatto attenzione” (Pro 1,24).

Il Verbo del Padre ha chiamato di persona; chiama anche con le parole degli altri, ma gli invitati rifiutano di andare. Stende la sua mano sulla croce, pronto ad elargire tanti doni, ma non c’è chi vi ponga attenzione. Però verrà il tempo in cui della mano stesa farà il pugno, con il quale colpirà senza misericordia (cf. Is 58,4).

Il Signore chiama alla prima cena, cioè alla penitenza. Dice Isaia: “In quel giorno il Signore, Dio degli eserciti, vi chiamava al pianto, al lamento, a radervi il capo e a vestirvi di sacco” (Is 22,12). In questi quattro atti consiste la penitenza. Nel pianto è indicata la contrizione, nel lamento la confessione, nella rasatura del capo la rinuncia alle cose temporali e nella veste di sacco l’esecuzione dell’opera penitenziale ordinata dal sacerdote. A questa cena chiama il Signore, ma non vi vogliono andare coloro che si preparano da se stessi ben altro convito, del quale è detto: “Ecco qual è il loro gaudio e la loro allegria: uccidere vitelli, sgozzare greggi, mangiare carni e bere vino: mangiamo e beviamo, perché domani moriremo!” (Is 22,13).

Parimenti il Signore chiama alla cena della gloria celeste. Leggiamo nel libro di Esdra che Ciro “emanò in tutto il suo regno, a voce e anche con rescritti, quest’ordi­ne: Chi di voi proviene dal popolo del Dio del cielo? Il suo Dio sia con lui; torni a Gerusalemme che è in Giudea, e ricostruisca il tempio del Signore, Dio d’Israele: egli è il Dio che dimora a Gerusalemme” (1Esd 1,1.3). Ciro s’interpreta “eredità” ed è figura di Gesù Cristo, che è la nostra eredità. Dice infatti il Profeta: “È molto preziosa la mia eredità” (Sal 15,6), cioè più preziosa di tutti gli altri santi. Egli comanda a tutto il popolo di salire alla Gerusalemme celeste “che è co­struita come una città” (Sal 121,3) di pietre levigate, cioè delle anime dei giusti. Ma questo popolo risponde con le parole del profeta Aggeo: “Non è ancor giunto il tempo di ricostruire la casa del Signore”(Ag 1,2).

Il Signore, la cui misericordia non si può misurare (cf. Gb 9,10), non chiama soltanto di persona, ma anche per mez­zo dei predicatori, secondo ciò che segue nel vangelo: “Al­l’ora della cena mandò il suo servo a dire agli invitati di venire, perché tutto era pronto” (Lc 14,17). E laGlos­sa aggiunge: L’ora della cena raffigura la fine di questo mondo. Dice infatti l’Apostolo ai Corinzi: Siamo noi coloro “per i quali è arrivata la fine dei tempi” (1Cor 10,11). Al momento di questa fine, a coloro che erano stati invitati per mezzo della Legge e dei Profeti, viene mandato il servo, cioè i predicatori, affinché, ritrattato il rifiuto, si preparino a gustare la cena, perché ormai tutto è pronto. Infatti dopo il sacrificio di Cristo, l’ingresso del regno è aperto. L’apertura del regno è operata dalla passione di Cristo; attraverso questa porta la chiesa, ossia tutti i giusti, entrati alla prima cena e ben disposti per entrare alla seconda, dicono con l’introito della messa di oggi: “Il Signore è divenuto il mio sostegno; egli mi ha portato al largo, mi ha salvato perché mi ha voluto bene” (Sal 17,19-20). Il Signore è divenuto il mio sostegno quando, nella sua passione, ha steso le braccia sulla croce; mi ha portato al largo con l’invio dello Spirito Santo; mi ha salvato dalla devastazione dei nemici perché ha voluto che io entrassi alla cena della vita eterna.

Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola di oggi, nella quale il beato Giovanni parla ai commensali della cena della vita eterna: “Non meravigliatevi, fratelli, se il mondo vi odia. Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli”(1Gv 3,13-14). Il mondo, cioè gli amanti di questo mondo odiano i cittadini della vita eterna. E non c’è da meravigliarsi, perché odiano anche se stessi. E se uno è cattivo con se stesso, come può essere buono con gli altri? (cf. Eccli 14,5).

E con questo concordano anche le parole del primo libro dei Re: “Saul fu nemico di Davide per tutti i suoi giorni. Da quel giorno in poi Saul non guardò più di buon occhio Davide” (1Re, 18,9.29).

Non meravigliatevi dunque se il mondo vi odia. Noi sappiamo che siamo passati dalla morte del peccato alla vita e alla cena della penitenza perché amiamo i fratelli. L’amore ai fratelli costituisce veramente l’ingresso alla cena della vita eterna.

Fratelli carissimi, preghiamo il Signore Gesù Cristo che ci introduca alla cena della penitenza, e da essa poi ci faccia passare alla cena della gloria celeste.

Ce lo conceda lui stesso, che è benedetto e glorioso nei secoli dei secoli. Amen.

 

II. le scuse degli invitati

 

6. “Ma tutti, all’unanimità, incominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comperato un podere e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. Il secondo disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Il terzo disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire. Il servo, al suo ritorno, riferì tutto questo al suo padrone” (Lc 14,18-21).

Fa’ attenzione a queste tre cose: il podere, le cinque paia di buoi e la moglie.

“Ho comprato un podere, (alla lett.) una villa. Villa viene da vallo, cioè argine, terrapieno, o fossa, ed è figura della voglia sfrenata di dominare, della quale il beato Bernardo dice: “Non temo il fuoco, non temo la spada, quanto invece temo la voglia sfrenata di dominio”: coloro che ne sono ossessionati, procedono come attorniati dal terrapieno delle ricchezze e dei beni terreni.

È quello stesso podere, chiamato Getsèmani (cf. Mt 26,36), nel quale Gesù fu tradito e catturato. Getsèmani s’interpreta “valle ingrassata” (ben concimata). Scende a valle il letame (la grassa) con il quale viene concimata. Quindi nella valle (podere) del Getsèmani, cioè in coloro che ardono dalla brama di dominare sugli altri, e non di giovare ad essi, e che se stanno tranquilli nella valle, vale a dire nei piaceri della carne, ingrassati come porci tra gli escrementi delle cose temporali, viene tradito Cristo, viene cioè distrutta la fede in Gesù Cristo. Infatti la fede rifiuta le cose temporali, non brama il dominio, desidera stare sottomessa, cresce in mezzo alle ingiurie. E questa villa (podere) del Getsèmani viene comperata, mentre non si dovrebbe accetarla neppure gratis, per­ché costringe ad uscire dall’interiore contemplazione di Dio e ad ingolfarsi nelle preoccupazioni esteriori.

E concorda con tutto questo ciò che leggiamo nel primo libro dei Re, dove si racconta che l’arca dell’alleanza del Signore degli eserciti, assiso sopra i cherubini, arrivò negli accampamenti e fu catturata dai filistei (cf. 1Re 4,4-11). L’arca è figura dell’uo­mo contemplativo, nel quale c’è la manna della soavità, le tavole della duplice legge dell’amore e la verga della correzione. Il contemplativo è chiamato “arca dell’alleanza del Signore”; con il Signore infatti ha concluso il patto di servirlo in perpetuo; e il Signore è assiso sui cherubini (Sal 79,2), nome che s’interpreta “pienezza della scienza”: è assiso cioè su quell’anima che è ricolma di amore. Infatti “la pienezza della legge è l’amore” (Rm 13,10). Quest’arca, sotto la spinta dei peccati, esce dal rifugio del volto di Dio, esce dal Santo dei santi e s’inoltra tra gli accampamenti, compera una villa e brama il dominio. Mentre così s’innalza, viene catturata dai demoni e portata ad Azoto, che s’interpreta “incendio”, e simboleggia il fuoco della concupiscenza carnale. Dice dunque il primo invitato: “Ho comperato una villa”.

 

7. “E devo uscire a vederla”. Fa’ attenzione a questa parola: “devo”. Chi acquista la villa del dominio terreno, si carica di obblighi e di costrizioni; era libero, e si è reso schiavo di una deplorevole schiavitù. Così fu di Saul che, come narra il primo libro dei Re, spinto dalla necessità, andò in cerca di un’indovina (pitonessa) che si trovava a Endor, e le disse: “Vi sono costretto (a ricorrere a un’in­dovina). I filistei combattono contro di me, e Dio si è allontanato da me e non ha voluto esaudirmi” (1Re 28,15).

La villa e l’indovina simboleggiano la stessa cosa. Endor s’interpreta “sorgente della generazione”, e con ciò intendiamo Adamo che fu la sorgente e l’origine della stir­pe umana. Egli, pagato come prezzo il paradiso a danno della sua anima, volle comperare la villa del dominio, dando ascolto alla falsa promessa del serpente: “Sarete come dèi” (Gn 3,5). Perciò quelli che cercano il dominio, camminano secondo l’uomo vecchio e non secondo l’uomo nuovo, Gesù Cristo (cf. Col 3,9-10), il quale, come racconta Giovanni, quando si accorse che stava­no arrivando degli uomini per rapirlo e proclamarlo re, fuggì sul monte (cf. Gv 6,15). Dicono alcuni che il termine “pitone” indichi il potere di risuscitare i morti e quindi la donna che ha questo potere si chiama pitonessa. Ahimè, quanti sono i religiosi, morti al mondo, sepolti nei chiostri, che questa pitonessa, cioè la brama del dominio, ha destato dal sonno della contemplazione, del silenzio e della pace, e li ha portati fuori in pubblico! Per questo Isaia dice: “Sarai umiliato, parlerai dalla terra, e dalla polvere si sentiranno le tue parole; e dalla terra uscirà la tua voce come quella della pitonessa, e dalla polvere la tua parola sarà come un bisbiglio” (Is 29,4).

Ecco che cosa accade a colui che compera la villa, che consulta la pitonessa ed esce dal sepolcro del silenzio: “sarai umiliato”, cioè sarai precipitato mentre credi di salire; “della terra”, cioè delle cose terrene “parlerai”, tu che prima eri solito parlare delle cose celesti; “e dalla polvere”, cioè dal ventre e dalla gola ancora impre­gnata di cibi e di bevande, “si sentiranno le tue parole” che prima facevi uscire dalla soavità della tua mente e dall’astinenza della gola; “e la tua voce” che prima era di rinuncia e di umiltà, ora è “della terra come quella della pitonessa”, parla cioè di prelature e di dignità; “e dalla polvere la tua parola sarà come un bisbiglio”, cioè mormorerà, tu che prima avevi riposto la tua fortezza nel silen­zio e nella speranza (cf. Is 30,15). Ecco dunque quale costrizione e quanta perversità!

È sempre il primo invitato dunque che dice: Ho comprato una villa e devo uscire per andare a vederla. “Devo uscire”. A proposito troviamo nella Genesi che Esaù, coltivatore della terra, uscì per andare a caccia, mentre Giacobbe, uomo semplice, restando nella tenda tranquillo con i suoi pensieri, gli portò via la benedizione (cf. Gn 25, 27-33). Così quando uno, spinto dalla brama delle cose temporali, va alla ricerca di una villa, o va a consultare un’indovina, ed esce così dalla tranquillità della sua mente, senza dubbio viene privato della benedizione eterna. “Devo uscire – dice – per per andare a vederla”, come dicesse: voglio vederla almeno una volta, prima di morire. Questo è l’unico frutto delle ricchezze. Infatti dice l’Ecclesiastico: “Dove ci sono molte ricchezze, ci sono anche molti che le divorano; e che vantaggio ne ha il proprietario, se non quello di contemplarle con i propri occhi?” (Eccle 5,10).

Ecco, ora sai chiaramente che chi compera la villa del potere terreno non va alla cena del Signore, ma accampando una falsa scusa dice: “Ti prego, considerami giustificato”. Nella voce c’è il suono dell’umiltà quando dice “ti prego”, ma nel senso e nel sentimento c’è la superbia perché si rifiuta di andare. Così succede spesso che si dice al giusto: Prega per me, che sono un peccatore! In queste parole c’è appunto il suono dell’umiltà, perché si domanda la preghiera; ma resta poi la superbia nel cuore perché non ci si allontana dal peccato. E con questo concorda ciò che troviamo nel primo libro dei Re, dove si racconta che Saul disse a Samuele: “Ora, ti prego, perdona il mio peccato, e torna indietro con me, affinché io adori il Signore” (1Re 15,25).

 

8. “Il secondo invitato disse: Ho comperato cinque paia di buoi e vado a provarli” (Lc 14,19). Osserva che nelle cinque paia di buoi vediamo raffigurati i cinque sensi del corpo. Infatti, come i buoi vengono appaiati sotto il giogo, così anche i nostri sensi funzionano con un doppio organo: due sono gli orecchi, due gli occhi, due le narici; per il gusto abbiamo la lingua e il palato; per il tatto le due mani. Questi sono i dieci “prìncipi” dei quali parla Salomone: “La sapienza rende il saggio più forte di dieci prìncipi della città” (Eccle 7,20). La sapienza, così chiamata da “sapore”, consiste nell’amore e nella contemplazione di Dio, il quale sostiene il sapiente, cioè l’anima che gusta il sapore dell’amore più di dieci prìncipi della città, cioè più di tutti i piaceri che possono provenire dai “dieci” sensi (dieci organi di senso) del corpo. La sapienza appaga e sazia completamente, mentre il piacere lascia il vuoto. La sapienza procura dolcezza, il piacere lascia l’amarezza. Chi serve la sapienza è libero, chi serve il piacere è un misero schiavo.

Quindi compera cinque paia di buoi colui che, con un disgraziato affare, disprezzato il gusto dell’amore divino, con deplorevole schiavitù si sottomette al miserabile piacere dei cinque sensi. Magari l’uomo prendesse su di sé il giogo del Signore, che è piacevole (cf. Mt 11,29-30), e non quello del diavolo che è duro e pesante, e del quale Isaia dice: “Tu hai spezzato il suo giogo opprimente, la verga sulle sue spalle, e il bastone dell’aguz­zino, come al tempo di Madian” (Is 9,4).

Ecco come concordano tra loro le parole del vangelo con quelle di Isaia. Dove il vangelo dice villa, Isaia dice verga; e dove il vangelo dice paia di buoi, Isaia dice giogo opprimente; e dove il vangelo dice moglie, Isaia dice bastone.

Come Gedeone, che s’interpreta “che gira nel grembo”, sconfisse Madian con trecento uomini – come racconta il libro dei Giudici – armati solo di trombe e di lanterne (cf. Gdc 7,15-16), così il penitente, che deve girare nel grembo, cioè pentir­si sempre nella sua mente dei peccati che ha commesso e dei peccati di omissione, deve liberarsi dall’opprimente giogo del diavolo con trecento combattenti, vale a dire con la fede nella santa Trinità, con le trombe della confessione e le lucerne di una congrua penitenza; deve cioè rifuggire dal piacere dei cinque sensi, con il quale il diavolo opprime l’anima; deve liberare la spalla dalla sua verga, cioè dalla brama del dominio con il quale il diavolo tormenta l’uomo, come il contadino pungola il suo asino; deve liberarsi dal bastone dell’aguz­zino, cioè dalla tracotanza della carne, che si manifesta con la gola e con la lussuria. Il bastone che comanda è la lussuria, che purtroppo spadroneggia quasi su tutti. L’aguz­zino è la gola, la quale ogni giorno, sotto il pretesto della neces­sità, si abbandona al piacere del gusto.

 

9. E anche su questo abbiamo la concordanza del primo libro dei Re, dove si racconta che “Nacas l’ammonita si mosse e incominciò a combattere contro Iabes di Galaad. Allora gli uomini di Iabes dissero a Nacas: Consideraci tuoi alleati e noi ti serviremo. Ma Nacas rispose loro: Con voi farò solo questo patto: di cavare a tutti voi l’occhio destro e fare così di voi l’obbrobrio davanti a tutto il popolo d’Israele” (1Re 11,1-2). E aggiunge: “All’udire quelle parole, lo Spirito del Signore investì Saul, che si sentì riempire di furore. Prese un paio di buoi e li fece a pezzi” (1Re 11,6-7).

Nacas s’interpreta “serpente”, nome che si addice perfettamente al diavolo, il quale, sotto forma di serpente, ingannò i nostri progenitori. Ammoniti s’interpreta “popolo afflitto”, o “oppressore”, oppure “che dà angoscia”. Nacas dunque è il re degli Ammoniti, perché l’antico serpente, cioè satana, è il principe dei malvagi, i quali sono nell’affli­zione della tristezza, la quale – secondo l’Apostolo – produce la morte (cf. 2Cor 7,10). I malvagi dunque opprimono i giusti e riempiono di sofferenze la vita dei santi. Dice infatti l’Ecclesiastico: Ciò che fa la fornace all’oro, la lima al ferro, il correggiato al grano, lo fa la tribolazione al giusto (cf. Eccli 27,6; Pro 27,17.21).

L’empio vive per il profitto, per il vantaggio spirituale del giusto, perché la compagnia dei cattivi è come la graticola, il tormento dei buoni.

Nacas dunque combatte contro Iabes di Galaad. Iabes s’interpreta “disseccata”, e Galaad “cumulo di testimonian­ze”. Qui è simboleggiata l’anima che deve dapprima essere disseccata dei vizi e quindi venir riempita delle testimo­nianze della passione del Signore. Nacas combatte contro gli uomini di Iabes a Galaad per strappare ad essi l’occhio destro, ben sapendo che, senza quell’occhio, tutti saranno resi molto meno abili al combattimento. L’occhio destro simboleggia lo sguardo critico, lo sguardo del giudizio; il diavolo tenta di strapparlo e di lasciare invece l’occhio sinistro, quello dell’amore mondano, sapendo bene che coloro che non aspirano ai beni eterni ricercano la prosperità di questo mondo: e chi è trattenuto dalle cose terrene, facilmente viene sconfitto nella lotta per salvezza.

Chi vuole liberare la sua anima dall’assedio e dalla devastazione del diavolo, è necessario che faccia quanto segue: “E lo Spirito del Signore investì Saul...”. Saul s’inter­preta “unto”, consacrato, che all’inizio del suo regno, quando liberò la città di Galaad, era buono, e quindi è figura del giusto, unto con la grazia di Dio; il giusto, quando lo Spirito del Signore, cioè la contrizione del cuore, lo investe, si infuria contro i suoi peccati passati, e taglia a pezzi tutti e due i buoi. I due buoi simboleggiano i due occhi, i due orecchi, e così via. Taglia a pezzi i due buoi colui che consuma di lacrime gli occhi, con i quali ha concupito le cose illeci­te. Fa a pezzi i due buoi colui che custodisce gli orecchi perché non ascoltino più le calunnie o le adulazioni, e li circonda come di una siepe di spine. E così fa anche con gli altri sensi, affinché quanti sono stati i piaceri ai quali si è abbandonato, tanti siano i sacrifici che fa di se stesso.

 

10. Il terzo invitato si scusò dicendo: “Ho preso moglie, e quindi non posso venire” (Lc 14,20).

Non è certo il matrimonio, bensì il cattivo uso del matrimonio che tiene molti lontano e li distoglie dal partecipare alla cena del Signore. Infatti molti contraggono matrimonio non in vista della fecondità della prole, ma solo per i desideri della carne. Quindi è necessario ricordarsi che si deve prender moglie per tre scopi.

Primo, per procreare della prole, come dice la Genesi: “Crescete e moltiplicatevi” (Gn 1,28).

Secondo, per avere un aiuto; dice sempre la Genesi: “Non è bene che l’uomo sia solo: facciamogli un aiuto che gli sia simile” (Gn 2,18).

Ter­zo, a motivo dell’incontinenza; dice l’Apostolo: Se uno non è in grado di vivere in continenza, si sposi, purché ciò sia fatto nel Signore (cf. 1Cor 7,9.39). Chi prende moglie per altri scopi, che non siano questi, guai a lui!

Inoltre, benché il matrimonio sia in se stesso un bene, tuttavia comporta delle difficoltà e dei pericoli. Dice infatti l’Apostolo nella prima lettera ai Corinzi: “Chi è sposato si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso” (1Cor 7,33) tra due “preoccupa­zioni”: quella che riguarda Dio e quella che riguarda la moglie. È difficile procedere nel giusto mezzo, e dividersi così perfettamente tra due impegni, in modo che nessuno dei due venga trascurato. Sta scritto infatti nel primo libro dei Re che “furono fatte prigioniere due mogli di Davide, e Davide ne fu grandemente rattristato” (1Re 30,5.6). Se non avesse avuto le mogli, senza dubbio non avrebbe sofferto così tanto. Osserva che, in questo passo del vangelo, per moglie s’intende la lussuria della carne: di essa il vangelo non dice che la comperò, ma che la “prese”: questo perché ogni peccatore fin dal principio della sua esistenza ha con sé la tendenza al peccato della carne.

Ma si domanda: come mai i due primi invitati pregarono di essere ritenuti giustificati, mentre il terzo non lo fece per niente? A questo proposito si deve dire che la passione carnale tiene l’uomo avvinto ai piaceri in modo tale che non desidera per nulla andare alla felicità eterna, e neppure si preoccupa di scusarsi; e così è chiaro che non ama per nulla Dio, quel Dio che invitato dalle preghiere dei padri dell’Antico Testamento ad unire a sé la natura umana, venne benignamente alle nozze.

Ecco che con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte dell’epi­stola: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore di Dio (Figlio);egli ha dato la sua vita per noi; e quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16). Fa’ attenzione, perché Giovanni tocca qui tre argomenti, cioè Dio, noi e i fratelli. Chi ama Dio non compera la villa del dominio; chi ama la sua anima si libera dal giogo dei cinque sensi; chi ama il prossimo, per il quale è tenuto a dare la vita, non prende certo “moglie” di lussuria, con la quale offenderebbe e scandalizzerebbe il prossimo stesso.

Ti preghiamo dunque, Signore Gesù, di togliere da noi la villa di ogni potere umano, di aiutarci a fuggire i piaceri dei cinque sensi, e a vivere senza la maledetta moglie della concupiscenza, per essere così liberi di entrare alla tua cena. Accordacelo tu, che sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. l’ingresso alla cena di coloro che il mondo disprezza

 

11. “Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, deboli, ciechi e zoppi”(Lc 14,21). Poiché i tre primi invitati si sono rifiutati di andare alla cena del Signore, viene mandato il servo per far entrare poveri, deboli, ciechi e zoppi. Raramente peccano coloro che non si trovano tra gli allettamenti del peccato, e più prontamente si convertono alla grazia coloro che non hanno in questo mondo nulla di cui godere. Benedetta perciò è quella miseria che conduce alle cose migliori, e beata quella oscurità che produce poi lo splendore. Infatti coloro che non dispongono di abbondanza di beni terreni, come i poveri, che sono senza salute fisica, come i deboli, i ciechi e gli zoppi, ai quali manca anche l’incentivo a peccare, con maggior facilità vengono introdotti alla cena del Signore.

Concorda con questo ciò che leggiamo nel primo libro dei Re, dove si racconta che un giovane egiziano, schiavo di un Amalecita, era stato abbandonato nel deserto dal suo padrone, perché si era ammalato. E Davide lo aveva trovato, lo aveva rifocillato e poi assunto come guida nei suoi viaggi (cf. 1Re 30,11-15). Il giovane egiziano è figura di colui che ama questo mondo. Egli, coperto dalla negrezza dei suoi peccati, quan­do non è più in grado di correre, con le opere mondane, insieme con il mondo che corre, viene dal mondo disprezzato e abbandonato nella sua infermità. Cristo lo ritrova – perché, coloro che il mondo abbandona con disprezzo, egli li converte al suo amore, li ristora con il cibo della parola di Dio – e lo elegge come guida del suo cammino perché, non di rado, il Signore lo fa suo predicatore e apostolo.

E osserva che il vangelo non senza motivo sono nominate in particolare queste quattro categorie di sfortunati, cioè i poveri, i deboli, i ciechi e gli zoppi.

Il povero è così chiamato perché poco può e poco ha. Il debole deve questo nome alla bile, debilis, che lo ha reso cagionevole di salute: la bile infatti è una secrezione del fiele, che influisce dannosamente sul corpo; di qui viene debolezza e debilitare, cioè rendere debole. Il cieco è privo della vista, e nessuno dei suoi due occhi è in grado di vedere. Lo zoppo è così chiamato perché è come chiuso (lat. claudus, clausus), cioè impedito nel camminare. In queste quattro categorie di infermi sono raffigurati coloro che sono schiavi dei quattro vizi dell’avarizia, dell’ira, della lussuria e della superbia.

L’avaro è povero: non è lui che comanda a se stesso, ma è il denaro che lo domina; non è possessore ma posseduto, e anche quando ha molto, è sempre convinto di avere troppo poco. Di lui dice il Filosofo: “Colui al quale i suoi averi non sembrano mai troppo grandi, anche se è padrone di tutto il mondo, è un miserabile”. E anche: “Non reputo povero colui che, per quanto poco abbia, quel poco gli basta” (Seneca).

Il debole raffigura l’iracondo il quale, intriso dell’amarezza del fiele, s’infiamma d’ira e in questo stato è incapace di operare la giustizia di Dio(cf. Gc 1,20). Di lui dice Giobbe: “La collera fa morire l’insensato” (Gb 5,2).

Il cieco raffigura il lussurioso, che è privo della vista della grazia; è privo della vista di entrambi gli occhi, cioè della ragione e dell’intelletto.

Lo zoppo raffigura il superbo che non è in grado di camminare rettamente sulla via dell’umiltà.

Di questi vizi, e di altri simili, dice sempre il Filosofo: “Si deve evitare ad ogni costo e si deve strappa­re e separare col ferro e col fuoco, e con ogni altro mezzo, il languore dal corpo, l’ignoranza dalla mente, la lussuria dal ventre, la sedizione dalla città e l’incoeren­za dall’uomo”. Queste quattro categorie di peccatori, trattenuti nelle piazze, cioè dal piacere della carne, e nelle vie, cioè dalle vanità del mondo, il Signore miseri­cordioso li chiama, per mezzo dei predicatori della santa chiesa, alla cena della patria celeste.

Osserva ancora che la terza volta il padrone dice al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi, e spingili ad entrare, perché la mia casa si riempia” (Lc 14,23). Questi che sono spinti ad entrare raffigurano coloro che vengono spronati ad entrare alla cena del Signore dai castighi e dalle avversità. Dice infatti Osea: “Ecco, io gli sbarrerò di spine la strada e ne cingerò il recinto di barriere e non ritroverà i suoi sentieri; inseguirà i suoi amanti ma non li raggiungerà, li cercherà ma non li ritroverà. E allora dirà: Ritornerò al mio sposo di prima, perché allora ero molto più felice di adesso” (Os 2,6-7).

Il Signore sbarra con la siepe delle avversità e lo steccato della malattia le vie, cioè le opere cattive dell’anima peccatrice, con le quali essa corre dietro ai suoi amanti, cioè ai demoni: e il Signore fa questo perché si converta e ritorni al suo primo Sposo. Avendo sperimentato la dolcezza del suo amore, deve ammettere che era infinitamente più felice quando fruiva della sua contemplazione, che non ora, che abusa della miserabile voluttà della carne.

 

12. Con questa terza parte del vangelo, nella quale si parla dei poveri, concorda anche la terza parte dell’epi­stola: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli miei, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1Gv 3,17-18). E il Signore: “Date in elemosina quello che avanza, ed ecco, tutto per voi sarà mondo” (Lc 11,41). E commenta la Glossa: Ciò che vi avanza di quanto vi è necessario per il vitto e il vestito, datelo ai poveri.

Chi dunque ha ricchezze di questo mondo, e dopo aver trattenuto da esse ciò che gli è necessario per il vitto e il vestito, vede che il suo fratello, per il quale Cristo è morto, si trova nel bisogno, deve dargli ciò che gli sopravanza. E se non glielo dà, se chiude il suo cuore di fronte al fratello che è nell’indigenza, io affermo che pecca mortalmente, perché non c’è in lui l’amore di Dio; se ci fosse in lui questo amore, darebbe volentieri al fratello povero.

Guai perciò a coloro che hanno la cantina piena di vino e il granaio pieno di frumento, e che hanno due o tre paia di vestiti, mentre i poveri di Cristo con il ventre vuoto e il corpo seminudo gridano aiuto alla loro porta. E se qualcosa si dà loro, si tratta sempre di poco, e non delle cose migliori ma delle più scadenti.

Verrà, sì, verrà l’ora, quando anch’essi grideranno, stando fuori alla porta: Signore, Signore, aprici!” (Mt 25,11). Ed essi, che non vollero ascoltare i lamenti dei poveri, si sentiranno dire: “In verità, in verità vi dico: non vi conosco” (Mt 25,12). “Andate, maledetti, nel fuoco eterno!”(Mt 25,41). “Chi chiude l’orecchio per non sentire la voce del povero, dice Salomone, quando sarà lui a gridare, non otterrà risposta” (Pro 21,13).

Fratelli carissimi, preghiamo perciò il Signore Gesù Cristo, che ci ha chiamati con questa predicazione, perché si degni anche di chiamarci, con l’infusione della sua grazia, alla cena della gloria celeste, nella quale saremo saziati contemplando quanto è soave il Signore (cf. Sal 33,9). Di questa soavità ci renda partecipi il Dio uno e trino, benedetto, degno di lode e glorioso nei secoli eterni.

E ogni anima fedele, introdotta a questa cena, dica: Amen. Alleluia!

 

 

DOMENICA III DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della terza domenica dopo Pentecoste: “I pubblicani e i peccatori si avvicinavano a Gesù”; vangelo che si divide in tre parti.

– Anzitutto sermone sul predicatore o sul prelato della chiesa, che deve costruire il muro della chiesa e uccidere il leone nella cisterna: “Banaia, figlio di Ioiada, venne e colpì il leone”.

– Parte I: Sermone sui peccatori convertiti: “Si radunarono presso Davide”.

– Sermone sull’Annunciazione di Maria: “Il re Davide si alzò e andò alla porta della città”.

– Riconciliazione del peccatore con Dio: “Assalonne, chiamato, entrò dal re”.

– Ancora sulla riconciliazione del peccatore: “Merib-Baal (Mifiboset) mangiava alla mensa di Davide”.

– Parte II: Sermone sull’innocenza battesimale: “Chi tra di voi, che ha cento pecore...”.

– Pianto e dolore per la perdita dell’innocenza battesimale, e la sua reintegrazione: “Davide proruppe in un grande pianto”.

– Sermone sulla contrizione: “Se la rugiada cadrà soltanto sul vello”.

– Sulla confessione: “Vi darò piogge abbondanti”.

– Sulla soddisfazione: “Abramo piantò un boschetto”.

– Sermone sul penitente: “Issacar, asino robusto”.

– Gioia di Dio e degli angeli per un peccatore convertito: “Vi dico che ci sarà grande gioia”.

– Parte III: Sermone sull’anima penitente, sulla sua confessione e sulla mortificazione della carne: “Entrò dal re la donna di Tekoa”.

– La dramma, le sue suddivisioni e il loro significato: “Se una donna perde una dram­ma”.

– In che modo il diavolo uccide in noi l’amore di Dio e del prossimo: “Ioab, figlio di Sarvia”.

– Le quattro parti della lucerna e il loro significato: “Non accende forse la lucerna...”

 

esordio - sermone sul predicatore o sul prelato della chiesa

 

1. In quel tempo “si avvicinavano a Gesù i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo” (Lc 15,1).

Racconta il secondo libro dei Re che “Banaia, figlio di Ioiada, in un giorno di neve scese in una cisterna e uccise un leone” (2Re 23,20). Banaia s’interpreta “muratore del Signore” ed è figura del predicatore che con il cemento della divina parola unisce in unità di spirito le pietre vive, cioè i fedeli della chiesa. Di questo muratore dice il Signore al profeta Amos: “Che cosa vedi tu, Amos? Rispose: Vedo una cazzuola da muratore. E il Signore riprese: Ecco, io porrò in mezzo al mio popolo una cazzuola” (Am 7,8).

La cazzuola è una spatola di metallo, piuttosto larga, con la quale vengono spianati e livellati i muri. Si chiama in lat. trulla, da trudo, chiudere, perché con essa le pietre vengono unite e saldate tra loro con la calce o con la creta. La cazzuola è figura della predicazione, che il Signore ha posto in mezzo al popolo cristiano perché fosse a dispo­sizione di tutti e con la sua larghezza si estendesse sia al giusto che al peccatore e con la calce dell’amore riunisse i credenti in Cristo. E questo muratore è detto figlio di Ioiada, nome che s’interpreta “che sa, che conosce”.

Il predicatore deve essere figlio della scienza e della conoscenza. In primo luogo deve sapere che cosa, a chi e quando predicare; in secondo luogo deve controllare se stesso per vedere se la sua vita è coerente con ciò che predica agli altri. Di questa conoscenza era privo quel Balaam che dice di se stesso: “Parola dell’uo­mo il cui occhio è otturato, parola di colui che ha ascoltato i discorsi di Dio, che cono­sce la scienza dell’Altissimo, e vede la visione dell’Onni­potente, e che cadendo ha aperto gli occhi” (Nm 24,15-16). Così è otturato l’occhio del predicatore corrotto, il quale, pur conoscendo la scienza dell’Altissimo e vedendo le visioni dell’Onnipotente, tuttavia non le conosce per esperienza. Cadendo, poiché è privo di questa conoscenza, ha aperto gli occhi con la scienza. Ma Banaia, figlio di Ioiada, scese dalla contemplazione di Dio e si dedicò all’istru­zione del prossimo e uccise il leone, cioè il diavolo, ossia il peccato mortale, che è dentro la cisterna, vale a dire nell’anima insensibile e gelida dei peccatori. E compie quest’opera nei giorni della neve, cioè quando il gelo della malizia e della perversità raggela le menti dei peccatori, dei quali è detto appunto nel vangelo di oggi: “Si avvicinavano a Gesù i peccatori e i pubblicani”.

 

2. Fa’ attenzione che in questo vangelo si devono conside­rare tre fatti. Primo, l’avvicinamento dei peccatori a Gesù e la mormorazione dei farisei; secondo, il ritrovamento della pecora smarrita; terzo, il ricupero della dramma per­duta. Fa’ anche attenzione che in questa domenica e nella seguente vedremo – se Dio ce lo concede – la concordanza di alcuni racconti del secondo libro dei Re con le tre parti di questo vangelo.

Nell’introito della messa di oggi si canta: “Volgiti a me Signore, ed abbi misericordia” (Sal 24,16). Si legge quindi l’epistola del beato Pietro: “Umiliatevi sotto la potente mano di Dio” (1Pt 5,6). Divideremo questo brano dell’epistola in tre parti e ne troveremo la concordanza con le tre parti del vangelo. Pri­ma parte: “Umiliatevi”. Seconda parte: “Siate temperanti”. Terza parte: “Il Dio di ogni grazia”.

 

I. l’avvicinamento dei peccatori a gesù

 

3. “Si avvicinavano a Gesù i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: Costui accoglie i peccatori e mangia con loro” (Lc 15,1-2).

Tutto questo concorda con il primo libro dei Re, dove si racconta che “si radunarono presso Davide tutti coloro che erano in grandi strettezze ed erano carichi di debiti e con l’anima ricolma di amarezza: ed egli divenne il loro principe” (1Re 22, 1-2), il loro capo.

Fa’ attenzione a queste tre circostanze: erano in strettezze, carichi di debiti, con l’ani­ma ricolma di amarezza. Davide è figura di Cristo, al quale devono avvicinarsi i peccatori che si trovano nelle strettezze della tentazione diabolica e della concupiscenza carnale, e sono carichi di debiti, sono cioè in peccato mortale, schiavi del denaro, inventato dal diavolo. E se avranno l’anima ricolma di amarezza, se cioè avranno l’amarezza della contrizione per i peccati commessi, Cristo stesso sarà il loro principe. Il principe è chiamato così perché primus capit, cioè prende per primo. Cristo infatti, quando il vero penitente muore, previene il diavolo, si impadronisce per primo della sua anima e la porta in paradiso. Giustamente quindi è det­to: “Si avvicinavano a Gesù i pubblicani e i peccatori”, ecc.

Fa’ attenzione a queste quattro parole: si avvicinavano, per ascoltare, accoglie e mangia. Nella parola “si avvici­navano” è indicata la contrizione del cuore; nella parola “per ascoltare” è indicata la confessione e l’esecuzione dell’opera penitenziale; nella parola “accoglie” è indicata la riconciliazione della misericordia divina con il pecca­tore; e nella parola “mangia” il banchetto dell’eterna gloria.

“Si avvicina” a Gesù colui chi è contrito dei propri peccati. Troviamo nella Genesi: “Allora Giuda si avvicinò di più e disse fiduciosamente a Giuseppe: Ti prego, mio signore, sia permesso al tuo servo di far sentire una parola agli orecchi del mio signore, e non si accenda la tua ira contro il tuo servo” (Gn 44,18). Giuda s’interpreta “colui che confessa” ed è figura del penitente il quale, facendosi più vicino a Dio con la contrizione del cuore, fiducioso nella sua misericordia, fa sentire con fiducia la parola della confessione alle orecchie del suo confessore. Parimenti “ascolta” Gesù, colui che si sforza di ripara­re al peccato in tutto e per tutto. Dice infatti Giobbe: “Con le mie orecchie ti ho ascoltato, e ora il mio occhio ti vede. Perciò ora accuso me stesso e faccio penitenza in polvere e cenere” (Gb 42,5-6). Similmente Gesù Cristo “accoglie” i peccatori, quando infonde nei penitenti la grazia della riconciliazione. Dice Luca: “Correndogli incontro, il padre si gettò al collo del figlio e lo baciò” (Lc 15,20). Il bacio del padre simboleg­gia la grazia della divina riconciliazione. E finalmente Gesù “mangia” con loro, cioè con i penitenti, perché li sazierà con la sua gloria nella perfetta felicità.

 

4. Con questi quattro momenti concorda ciò che leggiamo nel secondo libro dei Re.

Primo: “Si avvicinavano”. “Tutte le tribù d’Israele andarono a Ebron da Davide e gli dissero: Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne” (2Re 5,1). La tribù è chiamata così da tributo, o anche dal fatto che in principio il popolo di Roma fu da Romolo diviso in tre classi: senatori, solda­ti e plebe. Con l’espressione “tutte le tribù d’Israele” viene indicato l’insieme di tutti i penitenti, i quali ogni giorno versano a Dio il tributo del loro servizio, del loro dovere. E si dividono in tre categorie: senatori, cioè i contemplativi; soldati, cioè i predicatori; la plebe, il popolo, nel quale sono raffigurati coloro che fanno vita attiva. Tutti costoro devono ritrovarsi, in unità di mente, attorno a Davide, cioè a Gesù Cristo; devono radunarsi a Ebron, che s’interpreta “mio connubio”; devono cioè unirisi con la contrizione del cuore, nella quale lo Spirito Santo, come mistico sposo, si unisce per mezzo della grazia all’anima, come ad una sposa, pentita dei suoi peccati. Da questo connubio nasce l’erede della vita eterna.

“Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne”. Così i penitenti devono dire a Cristo: Abbi pietà di noi, perdona i nostri peccati, perché noi siamo tue ossa e tua carne. Per noi uomini ti sei fatto uomo, per redimerci. Da tutto ciò che hai patito, hai imparato ad aver pietà di noi (cf. Eb 5,8). Ad un angelo non possiamo dire: Siamo tue ossa e tua carne. Ma a te che sei Dio, figlio di Dio, che non hai assunto gli angeli ma il seme di Abramo (cf. Eb 2,16), possiamo dire in verità: Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne. Abbi dunque misericordia delle tue ossa e della tua carne! E chi mai ha avuto in odio la sua carne? (cf. Ef 5,29). Tu sei nostro fratello e nostra carne (cf. Gn 37,27), e quindi sei obbli­gato ad aver pietà e a compatire le miserie dei tuoi fratelli. Tu e noi abbiamo lo stesso Padre: ma tu per natura, noi per grazia. Tu, dunque, che nella casa del Padre hai ogni potere, non volerci privare di quella sacra eredità, perché noi siamo tue ossa e tua carne. I figli d’Israele trasportarono le ossa di Giuseppe dall’Egitto alla Terra Promessa (cf. Gs 24,32): anche tu, dal­le tenebre di questo Egitto, portaci, noi che siamo tue ossa, nella terra della beatitudine, perché siamo tue ossa e tua carne.

Giustamente quindi è detto: “Si avvicinavano a Gesù i pubblicani e i peccatori”.

I penitenti devono fare come le api. Leggiamo nella Storia Naturale che quando il loro “re” (regina) vola fuori dell’alveare, volano via con lui e lo circondano tutte ammassate: lui sta al centro e le api tutte all’intorno. E se il loro re non può volare, la massa delle api lo regge; e se muore, tutte muoiono con lui.

Gesù Cristo, nostro re, è volato fino a noi, fuori dell’alveare, cioè fuori del seno del Padre. E noi, come buone api, dobbiamo seguirlo e volare con lui; dobbiamo metterlo al centro, cioè conservare nel cuore la fede in lui e difenderla con la pratica di tutte le virtù. E se in qualche suo membro cadesse nel peccato, lo dobbiamo sollevare e sostenere con la predicazione e con l’orazione. E con lui morto e crocifisso dobbiamo morire anche noi, crocifiggendo le nostre membra con il loro vizi e le loro concupiscenze (cf. Gal 5,24).

Giustamente quindi è detto: “Si avvicinavano a Gesù i pubblicani e i farisei”.

 

5. “Per ascoltarlo”. Anche su questo abbiamo una concor­danza nel secondo libro dei Re, dove si racconta che “Davide si alzò e andò ad insediarsi alla porta [della città] e a tutto il popolo fu annunziato che il re sedeva alla porta: e tutto il popolo si radunò alla presenza del re”(2Re 19,8).

Gesù Cristo, re dei re, nostro Davide, che ci ha liberati dalla mano dei nostri nemici, si alzò quando uscì dal seno del Padre, e andò a sedersi alla porta, cioè si umiliò nel grembo della beata Vergine Maria, della quale dice il profeta Ezechiele: “Questa porta sarà chiusa e non sarà aperta, e nessuno vi passerà perché vi è passato il Signore, Dio d’Israele. E sarà chiusa al principe; il principe stesso sederà in essa, per mangiare il pane davanti al Signore” (Ez 44,2-3).

Osserva che dice: “sarà chiusa al principe” e “il principe stesso sederà in essa”. Al principe di questo mondo, cioè al diavolo, fu chiusa (cf. Gv 12,31), perché la sua mente non si aprì mai ad alcuna delle sue tentazioni; e solo il vero principe, Cristo, sedette in essa nell’umi­liazione della carne che da lei assunse, per mangiare il pane davanti al Signore, cioè per compiere la volontà del Padre: Mio cibo è fare la volontà del Padre mio (cf. Gv 4,34).

E a tutto il popolo fu annunciato per mezzo degli apostoli che il re stava seduto alla porta, vale a dire che aveva assunto la carne dalla beata Vergine Maria. E così tutto il popolo dei penitenti e dei fedeli si radunò davanti al re, pronto ad obbedire in tutto e per tutto ai suoi comandi.

 

6. “I farisei e gli scribi mormoravano: Costui accoglie i peccatori” (Lc 15,2). Sbagliano doppiamente coloro che si credono giusti, mentre sono superbi, e giudicano colpevoli gli altri, che invece si sono già pentiti.

“Costui accoglie i peccatori”. Queste parole trovano un riscontro in ciò che leggiamo nel secondo libro dei Re, dove si racconta che “Assalonne, chiamato, entrò dal re e si prostrò con la faccia a terra davanti a lui, e il re Davide baciò Assalonne” (2Re 14,33). Assalonne, nome che s’interpreta “pace del padre”, in questo passo raffigura il penitente che, pentendosi, fa la pace con Dio Padre, che ha offeso con il peccato. Il pecca­tore, chiamato per mezzo della contrizione del cuore, entra dal re con la confessione, e lo adora, prostrato davanti a lui con la faccia a terra, quando fa la penitenza, castigando la terra della sua carne, ritenendosi spregevole e indegno; e questo davanti a Dio e non davanti agli uomini. E così il re accoglie il penitente come un figlio, con il bacio della riconciliazione.

A proposito di questa accoglienza, il peccatore convertito, nell’introito della messa di oggi, dice: “Volgiti a me, Signore, e abbi misericordia perché sono solo e povero. Guarda la mia umiliazione e la mia sofferenza e perdona tutti i miei peccati, o mio Dio” (Sal 24,16.18). “Volgiti a me” con occhio di misericordia, tu che hai guardato Pietro; “abbi pietà di me” perdonando i miei peccati; “perché sono solo”, e tu accompagni chi è solo e abbandonato; “perché sono povero”, cioè vuoto, affinché tu possa riempirmi. “Guarda la mia umiliazione” nella confes­sione, “e la mia sofferenza” quando faccio penitenza; “e perdona tutti i miei peccati, o mio Dio”.

 

7. “E mangia con loro” (Lc 15,2). Anche rispetto a questo troviamo una concordanza nel secondo libro dei Re, dove si narra che “Merib-Baal mangiava alla mensa di Davide, come uno dei figli del re, e dimorava a Gerusalemme, appunto perché man­giava ogni giorno alla mensa del re(cf. 2Re 9,11.13). Merib-Baal s’interpreta “uomo dell’umilia­zione”, e in questo passo sta ad indicare il penitente, che si umilia per i suoi peccati; e la sua umiliazione gli procurerà la gloria, quando abiterà nella Gerusalemme celeste e mangerà alla mensa del Re come uno dei santi apostoli, ai quali nel vangelo il Signore dice: “Io preparo per voi un regno, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa, nel regno dei cieli” (Lc 22,29-30).

Con questa prima parte del santo vangelo concorda la prima parte dell’epistola di oggi: “Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti nel tempo della tribolazione; gettate su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1Pt 5,6-7). Sotto la potente mano di Dio, che rovescia i potenti e innalza gli umili (cf. Lc 1,52), affinché vi innalzi a quella mensa celeste, quando verrà a visitarvi, cioè al momento della morte e dell’ultimo giudizio. Gettate ogni vostra preoccupazione su di lui, perché è più sollecito della vostra salvezza, di quanto non lo siate voi stessi: perché è lui che ci ha fatti, e non noi ci siamo dati la vita (cf. Sal 99,3).

Preghiamo dunque, fratelli carissimi, il Signore nostro Gesù Cristo perché faccia avvicinare a sé noi peccatori, per ascoltarlo; si degni di accoglierci e di nutrici con sé alla mensa della vita eterna. Ce lo conceda lui stesso, che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

II. il ritrovamento della pecora smarrita

 

8. “E disse loro questa parabola: Quale uomo, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché la ritrova? Trovatala, tutto felice se la mette sulle spalle...” (Lc 15,3-5).

Poiché il Signore, con queste due parabole [della pecora smarrita e della dramma perduta], ha voluto insegnare ai peccatori che ritornano a lui, in quale modo possono ritro­vare ciò che hanno perduto e conservare ciò che hanno ritrovato e fare penitenza dei peccati commessi, noi vedremo chi raffiguri l’uomo che ha cento pecore, quale sia il significato morale della pecora smarrita e che cosa voglia dire essere portato sulle spalle.

Quest’uomo raffigura il penitente che incomincia a vivere come uomo nuovo e che reputa se stesso polvere. Egli ha cento pecore. Il numero cento è simbolo della perfezione. Le cento pecore raffigurano tutti i doni naturali e gratuiti, e chi li ha è perfetto, s’intende della perfezione possibile in questa vita. Giustamente i doni naturali e gratuiti sono chiamati pecore, perché come le pecore sono animali semplici, innocenti e mansueti, così i doni natura­li e gratuiti rendono l’uomo semplice verso il prossimo, cioè senza l’insidia della frode, innocente con se stesso e sottomesso nei riguardi di Dio.

“Se ne perde una, non lascia forse le novantanove nel deserto?...”. La pecora smarrita raffigura la prima innocenza, che viene conferita all’uomo nel battesimo. E questa innocenza viene indicata dalle due cose che vengono consegnate al battezzato: il sacerdote gli consegna una veste bianca e una candela accesa. La veste bianca simbo­leggia l’innocenza, la candela accesa l’esempio della vita virtuosa. In tutte e due queste cose consiste l’innocenza dell’uo­mo, e questa è la pecora semplice e innocente. E l’uomo la perde quando macchia la sua veste battesimale e spegne la candela delle opere buone. E quando perde questa pecora, l’uomo deve dolersene in sommo grado.

 

9. Sullo smarrimento di questa pecora e sul dispiacere di questo smarrimento troviamo una concordanza nel secondo libro dei Re: “Davide pianse e fece questo lamento (fune­bre) su Saul e sul suo figlio Gionata: O monti di Gelboe, non più rugiada né pioggia cadano su di voi, né ci siano campi di primizie, perché qui fu avvilito lo scudo degli eroi, lo scudo di Saul, come se egli non fosse stato unto con olio” (2Re 1,17.21).

Sia l’uomo delle cento pecore che Davide sono figura del penitente, che deve piangere su Saul e Gionata, sopra la pecorella smarrita, sopra la prima innocenza perduta. Saul s’interpreta “consacrato con l’unzione”, e indica l’inno­cenza battesimale che viene conferita con l’unzione del crisma. Gionata s’interpreta “dono della colomba”, e indica la grazia dello Spirito Santo, conferita con il battesimo. Poiché queste due cose ha perduto, l’uomo deve piangere dicendo: “O monti di Gelboe”, ecc.

Gelboe s’interpreta “discesa, crollo”, o “mucchio che crolla”, e raffigura la superbia che è sempre in pericolo di crollare, perché la superbia ha spesso dei crolli; e raffigura anche l’abbondanza delle ricchezze, le quali si accumulano come un mucchio di pietre contro il Signore. Sopra questi monti (superbia e ricchezza) non si trovano né rugiada, né pioggia, né campi di primizie. Nella rugiada è simboleggiata la contrizione, nella pioggia la confessio­ne, e nei campi di primizie la soddisfazione, vale a dire l’opera penitenziale imposta dal confessore.

Della rugiada della contrizione leggiamo nel libro dei Giudici: “Se la rugiada – diceva Gedeone al Signore – cadrà soltanto sul vello e tutto il terreno all’intorno sarà asciutto, saprò che per mia mano libererai Israele. E così avvenne. E alzatosi che era ancora notte, spremuto il vello, riempì di rugiada un catino” (Gdc 6,37-38). È segno della liberazione di Israele, cioè dell’anima nostra, se la rugiada, vale a dire la grazia della compun­zione, sarà solo sul vello, cioè nel cuore, e su tutto il terreno all’intorno, cioè in tutto il nostro corpo, ci sarà la siccità, cioè l’assenza di vizi. E mentre siamo nella notte di questo esilio, dobbiamo alzarci, applicarci cioè, spirito e corpo, alle opere di penitenza, e spremere il vello del cuore con l’amore della gloria eterna e il timore della geenna, come fossero le due mani, e riempire il catino degli occhi con l’ac­qua della compunzione, che zampilla per la vita eterna (cf. Gv 4,14).

Della pioggia della confessione parla il Levitico: “Io vi darò le piogge al loro tempo, e la terra produrrà i suoi germogli e le piante si caricheranno di frutti. La mietitu­ra si congiungerà con la vendemmia e la vendemmia si congiungerà con la semina: mangerete il vostro pane fino alla sazietà” (Lv 26,3-5). Quando il Signore concede ai penitenti la pioggia, cioè la grazia di una buona confessione, allora egli produce i suoi germogli, e non germogli estranei. Il germoglio raffi­gura l’inizio dell’opera buona, che viene fatta germogliare dalla pioggia della confessione. “E le piante si caricheranno di frutti”. Albero deriva da forza (in lat. arbor, robur), frutto da fertilità (in lat. poma, opimus). Le piante simboleggiano la mente dei penitenti, fortificata nel fermo proposito di non ricadere nel peccato, e si carica di frutti, cioè della fecondità delle virtù. La mietitura, cioè la sofferenza del corpo, si congiungerà con la vendemmia, vale a dire con la letizia della mente, e la vendemmia si congiungerà con la semina, cioè con la vita eterna, nella quale mangeremo il pane a sazie­tà. Sta scritto infatti: “Mi sazierò quando apparirà la tua gloria” (Sal 16,15). Ecco quanti effetti buoni produce la confessione!

Similmente, del campo della “soddisfazione” (l’opera penitenziale) è detto nella Genesi: “Abramo piantò un boschetto a Bersabea e lì invocò il nome di Dio, l’Eterno. E fu forestiero, colono, nella terra dei filistei per molto tempo” (Gn 21,33-34). Fa’ attenzione a questi tre momenti: piantò, invocò, e fu forestiero (colono). Abramo è figura del giusto, il quale a Bersabea, che s’interpreta “pozzo della sazietà”, cioè nella sua mente, pianta il boschetto della carità. Il boschetto, così chiamato da nume (lat. nemus, bosco; numen, divinità), simboleggia la carità, per la quale amiamo Dio e il prossimo. E osserva ancora che la mente del giusto è detta “pozzo”, a motivo dell’umiltà, e “della sazietà”, a motivo della dolcezza della contemplazione divina. “E lì invocherà il nome di Dio, l’Eterno”. Il nome di Dio, l’Eterno, è Gesù, che s’interpreta “salvatore”. Il giusto quindi invoca il nome del Salvatore perché gli conceda la salvezza e gliela conservi in eterno.

“E fu forestiero (colono) nella terra dei filistei”, nome che, come è stato detto altre volte, s’interpreta “che cadono ubriachi”; i filistei raffigurano i cinque sensi del corpo i quali, mentre si inebriano bevendo alla vanità del mondo, cadono nel peccato. La terra di questi filistei è il corpo, che opera per mezzo dei cinque sensi. Di questa terra il giusto dev’essere il colono, per coltivarla con le veglie e le astinenze, con la sofferenza e con la fatica, affinché essa produca il frutto delle primizie.

Giustamente quindi è detto: “Monti di Gelboe, né rugiada né pioggia cadano più sopra di voi, né vi siano campi di primizie”. Nelle alture della superbia e nell’abbon­danza delle cose temporali non si trova la rugiada della compun­zione, né la pioggia della confessione, né vi sono i campi di primizie delle opere penitenziali; anzi lì viene avvilito lo scudo dei forti, lo scudo di Saul. Lo scudo è figura della fede. “Imbracciate”, dice l’Apostolo, “lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere (respingere) tutti i dardi infuocati del maligno” (Ef 6,16). La fede rifiuta le cose temporali, perché dalla loro abbondanza viene distrutta. È con questo scudo che i giusti combattono valorosamente. Leggiamo infatti nel libro di Giosuè, che il Signore gli disse: “Alza contro la città di Ai lo scudo che hai infilato nel braccio, perché io te la consegnerò. Come ebbe alzato lo scudo contro la città, quelli che erano in agguato balzarono subito dal loro nascondiglio, entrarono di corsa nella città, la conquista­rono e la misero a fuoco” (Gs 8,18-19). Lo scudo nel braccio raffigura la fede concretizzata nelle opere, e quando noi la innalziamo al di sopra delle cose terrene, la città di Ai, che s’interpreta “cumulo di pietre” ed è figura dell’abbondanza delle cose terrene, viene conquistata e messa a fuoco. Le cose terrene si possono accumulare solo per essere distribuite ai poveri, e vengono messe a fuoco quando nel fervore dello spirito sono considerate soltanto polvere e cenere. Alza con il braccio lo scudo contro Ai, colui che alimenta la sua fede con le opere, con le quali distrugge la superbia e le ricchezze del mondo, disprezzandole. Giustamente quindi è detto: “Perché lì è stato avvilito lo scudo dei forti, lo scudo di Saul, come se egli non fosse stato consacrato con l’olio”.

I superbi e gli avari avviliscono e gettano nel letamaio delle ricchezze la fede in Gesù Cristo e la grazia del bat­tesimo, con la quale sono stati unti e consacrati, quando ricercano le cose temporali. A ragione quindi è detto: “Non lascia forse le novantanove nel deserto, e va dietro a quella perduta, finché la trova?” Tutto deve lasciare il penitente, tutto deve mettere in seconda linea; deve piangere sui monti di Gelboe, cioè sulla superbia e sull’eccesso delle cose temporali, nelle quali ha perduto la pecorel­la, si è spogliato della veste battesimale, e ha spento la candela del buon esempio; deve quindi perseverare nelle veglie e nelle astinenze, finché l’abbia ritrovata.

 

10. “E quando l’ha ritrovata, se la mette tutto contento sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicen­do: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta” (Lc 15,5-6).

Considera che le spalle raffigurano le fatiche della penitenza. Dice infatti la Genesi: “Issacar è un asino robusto, sdraiato in un doppio recinto. Ha visto che il luogo del riposo era bello e che la terra era ottima e ha piegato il dorso a portare la soma (Gn 49,14-15).

Issacar s’interpreta “ricompensa”, ed è figura del penitente che si affatica solo in vista della ricompensa eterna. Egli è detto “asino robusto”, capace cioè di sopportare per Cristo grandi tribolazioni “sdraiato in due recinti”. I due recinti sono l’in­gres­so nella vita e l’uscita da essa, sui quali il penitente dimora, perché medita attentamente sul suo ingresso e sulla sua uscita dalla vita. Invece gli uomini carnali non dimorano neidue recinti, bensì tra i due recinti; a costoro dice Debora nel libro dei Giudici: “Perché te ne stai sdraiato tra i due recinti ad ascoltare il sibilo dei greggi?” (Gdc 5,16).

Se ne sta sdraiato in due recinti colui che non riflette sul suo misero ingresso alla vita e sulla tremenda conclusione della morte, ma si rende schiavo dei piaceri del proprio corpo. E così ascolta il sibilo dei greggi, cioè il sottile e suadente richiamo dei cinque sensi. La sensualità sembra infatti avere la voce dei greggi, mentre in realtà la sua suggestione è come il sibilo del serpente, che ostenta l’innocenza dei greggi e nasconde l’astuzia del lupo, e così riesce a far penetrare nell’anima il veleno dei serpenti.

Questo Issacar vede con l’occhio della fede e con l’intuito della contemplazione che il riposo dell’eterna beatitu­dine è dolce e che la terra dell’eterna sicurezza è splendida, e quindi, pieno di gioia, piega le spalle per portare la pecorella che aveva perduta. “Tornando a casa”, rientrando cioè nella propria co­scienza, “chiama gli amici e i vicini”, cioè i sentimenti della ragione che sono amici e vicini, e gioisce con essi dicendo: “Rallegratevi con me”. Del bene comune dev’essere comune anche la gioia. Infatti quando viene restituita l’innocenza, viene ripristinata la grazia. Non c’è da meravigliarsi se l’uomo e la sua coscienza sono pieni di letizia, perché questo avviene anche in cielo, in Dio e nei suoi angeli.

 

11. “Così vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore che fa penitenza, che non per novantanove giusti che di penitenza non hanno bisogno” (Lc 15,7). Io, Verbo del Padre, vi dico che per un peccatore che fa penitenza, che ricupera l’innocenza, c’è grande gioia in cielo. E di questa gioia il Signore, in questo stesso vangelo, dice: “Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo; mettetegli al dito l’anello e i calzari ai piedi. Bisogna banchettare e rallegrarsi perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,22.32). Il vestito più bello simboleggia l’inno­cenza battesimale; l’anello è segno della fede perfetta, con la quale l’anima viene illuminata; i calzari raffigurano la mortificazione della carne, l’orrore per il peccato e il disprezzo del mondo. Tutto questo viene dato al figlio pentito, e per il suo pentimento c’è in cielo più gioia che non per novantanove giusti, cioè per i tiepidi che si credono giusti. Dice infatti l’Ecclesiaste: “Non presumere di essere troppo giusto” (Eccle 7,17).

Con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte dell’epistola: “Siate temperanti, vegliate” nella preghiera, “perché il vostro nemico, il diavolo…”, ecc. (1Pt 5,8) Osserva che dice prima “siate temperanti” e poi “vegliate”. Siate temperanti, cioè sobri, senza mai ubriacarvi, perché chi è in preda all’ubriachezza non in grado di vegliare. La sobrietà e la vigilanza sono necessarie perché il diavo­lo, nostro nemico, va in giro cercando la pecorella per divorarla. Resistiamogli con la fede che abbiamo ricevuto nel battesimo, custodiamo l’innocenza per meritare di giun­gere al gaudio degli angeli insieme con i veri penitenti.

Ce lo conceda colui che strappò dalle fauci del lupo, del diavolo, le pecora smarrita, cioè Adamo con la sua discendenza, e la portò pieno di gioia, sulle sue spalle, appese alla croce, quando ritornò alla casa dell’eterna beatitudine. Per il suo ritrovamento fece anche grande festa con gli angeli: anch’essi esultano quando un peccatore si riconcilia con loro. Tutto questo deve infiammarci all’onestà, per far sempre ciò che agli angeli è gradito, ricercare la loro protezione e temere di offenderli.

Ci conduca alla loro compagnia il Signore stesso, al quale è onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. il ritrovamento della dramma perduta

 

12. “O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa, e cerca attentamente finché non la ritrova?”(Lc 15,8-10).

Senso morale: questa donna è figura dell’anima. Troviamo su questo una concordanza nel secondo libro dei Re, dove si racconta che “la donna di Tekoa entrò dal re, si gettò con la faccia a terra, lo adorò e disse: Salvami, o re! Il re le disse: Che hai? Rispose: Ahimè, io sono una vedova, mio marito è morto. La tua serva aveva due figli, che fecero una lite tra loro nella campagna, e non c’era nessuno che li dividesse; e così uno colpì l’altro e lo uccise. Ed ecco che ora tutta la famiglia è insorta contro la tua serva, dicendo: Consegnaci colui che ha colpito il suo fratello, perché lo uccidiamo per vendicare il fratello che egli ha ucciso, ed eliminiamo l’erede. E così cercano di spegnere anche l’ultima scintilla che mi è rimasta” (2Re 14,4-7).

Vediamo che cosa raffiguri il re, che cosa la donna di Tekoa e suo marito, i figli e la loro lite; che cosa significhi la morte di uno di loro, la parentela e la scintilla. Il re è Cristo, la donna di Tekoa è figura dell’anima penitente; il marito morto è figura del mondo; i due figli simboleggiano la ragione e la sensualità; la lite è la discordanza che c’è tra ragione e sensualità; la morte di uno raffigura la mortificazione dell’appetito carnale; la parentela simboleggia gli impulsi naturali e la scintilla è la luce della ragione.

“La donna di Tekoa entrò dal re e si prostrò davanti a lui e lo adorò”. Tekoa s’interpreta “tromba”. La donna di Tekoa è figura dell’anima penitente che fa risuonare soave­mente la tromba della confessione all’orecchio del suo creatore. E osserva che nell’Antico Testamento la tromba chiamava a tre partecipazioni: alla guerra, al convito sacro e alla celebrazione festiva (cf. Nm 10,8-10). Anche la tromba della confessione chiama alla guerra contro i demoni: il diavolo infatti, scacciato per mezzo della confessione, si rifà vivo per mezzo degli scandali; ci chiama al sacro convito della penitenza e alla festosa celebrazione della gloria.

Fa’ attenzione a queste tre parole: “entrò dal re”, “si prostrò davanti a lui”, “e lo adorò”. Il re è Cristo che regge i popoli con scettro di ferro (cf. Sal 2,9), cioè con inesorabile giustizia. L’anima entra alla presenza di questo re per mezzo della speranza, si prostra davanti a lui per mezzo dell’umiltà e lo adora per mezzo della fede. E dice: “Salvami, o re! Ahimè, io sono una donna vedo­va”. Fa’ attenzione alle tre parole: Ahimè, donna e vedova. Dice “Ahimè”, perché sente dolore dei peccati; dice “donna” perché si riconosce debole e fragile; dice “vedova” perché priva di ogni soccorso umano; e quindi: “Salvami, o re”, sono una donna afflitta, fragile e spoglia di tutto. “Salvami”, perché sono tua serva. “Salvami” perché mio marito è morto. Il marito dell’anima penitente era il mondo, che le muore quando anche lei muore al mondo. Per questo dice l’Aposto­lo: “Per me il mondo è morto, come lo sono io per il mondo” (Gal 6,14).

“La tua serva aveva due figli: tra loro scoppiò una lite”. I due figli dell’anima sono le sue due componenti: quella superiore e quella inferiore, vale a dire la ragione e la sensualità, tra le quali è sempre in atto una grandissima lite, perché lo spirito ha desideri contrari alla carne, e la carne ha desideri contrari allo spirito (cf. Gal 5,17). Di questa lite, racconta Mosè nella Genesi: “Scoppiò una lite tra i pastori dei greggi di Abramo e quelli di Lot. Allora Abramo disse a Lot: Ti prego, non vi sia discordia tra me e te, tra i miei pastori e i tuoi, perché noi siamo fratelli. Ecco, davanti a te sta tutto il territorio. Ti prego, allontanati da me: se andrai a sinistra, io andrò a destra; se andrai a destra, io andrò a sinistra” (Gn 13,7-9).

In Abramo vediamo raffigurata la ragione, in Lot la sensualità. I pastori rappresentano i loro sentimenti e impulsi naturali, tra i quali c’è rissa quotidiana. Ma Abramo dice: “Ti prego, non vi sia discordia tra me e te”. E questo è il rimprovero e la raccomandazione della ragione nei confronti della sensualità: la ragione vuole pacificare con sé la sensualità, e quindi le dice: Siamo fratelli, non combattere contro di me, non voler attaccare lite. “Ecco, hai davanti a te tutta la terra” per vivere soddisfacendo le tue necessità, e non per il piacere. Sèrviti di quello che è lecito; vivi con discrezione, perché il Signore ha dato la terra ai figli dell’uomo (cf. Sal 113,16), non ai figli delle bestie. Ma poiché vedo che i tuoi sensi e i tuoi pensieri sono inclini al male fin dalla tua adolescenza (cf. Gn 8,21), ti prego, allontànati da me, perché due che sono così in contrasto tra loro non possono vivere insieme. Quale unione ci può essere tra la luce e le tenebre? E quale mai collaborazione tra un fedele e un infedele? (cf. 2Cor 6,14-15). Allontànati quindi da me perché, se non ti allontanerai, temo che dalla convivenza venga influenzato il comportamento. “L’uva sana prende la muffa dall’uva guasta che le sta vicino” (Giovenale). Il compagno cattivo, come dice il Filosofo, attacca la scabbia o la ruggine (i vizi) al compagno ingenuo e innocente. “Ti prego, dunque, allontànati da me. Se tu andrai a sinistra, io andrò a destra; se tu andrai a destra, io andrò a sinistra”.

Osserva che ciò che è destro per la carne, è sinistro per lo spirito, e ciò che è destro per lo spirito è sinistro per la carne. E questo è stato indicato dalla disposi­zione del corpo di Cristo sulla croce, sulla quale egli eb­be la destra rivolta all’aquilone (settentrione) e la sini­stra all’austro (mezzogiorno), mostrando così che le avver­sità, che noi reputiamo sinistre, sono per lui destre, e che la prosperità di questo mondo, simboleggiata nel mezzo­giorno, che per noi è destra, per lui è sinistra. Giustamente quindi è detto: “La tua serva aveva due figli tra i quali, mentre erano in campagna, è scoppiata una lite: e non c’era nessuno che potesse separarli”.

“E uno colpì l’altro e lo uccise”. Se si fosse allonta­nato dal fratello, non sarebbe stato ucciso. Così il giusto che usa la ragione, deve uccidere, mortificandolo, l’appetito carnale. E su questo abbiamo una concordanza nel secondo libro dei Re, dove si racconta che “Davide, chiama­to uno dei suoi servi, gli disse: Avanza e gettati su di lui (l’ama­lecita). E il servo lo colpì e quello morì. Davide poi [rivolto al morto] disse: Il tuo sangue ricada sul tuo capo: la tua bocca infatti ha parlato contro di te, dicendo: Ho ucciso l’unto del Signore” (2Re 1,15-16).

Davide è figura del giusto, i servi del giusto sono i retti sentimenti della ragione, con il cui accordo deve uccidere l’appetito carnale, che poco prima avevano ucciso l’unto del Signore, cioè l’anima consacrata dal sangue di Gesù Cristo.

“Ed ecco che tutta la parentela è insorta contro di me”. La parentela, crudele e perversa, simboleggia i moti istin­tivi i quali, per mezzo della parentela del sangue, sono legati alla sensualità della carne. Questi, vedendo il loro congiunto, l’appetito carnale della ragione, mortificato con una giusta severità, si rivoltano ogni giorno tutti insieme, bramosi di vendicare l’ingiuria fatta al congiunto e spegnere la scintilla della ragione. Infatti la donna di Tekoa grida al re: “Salvami, o re, perché cercano di spegnere la scintilla che mi è rimasta”.

E osserva che la scintilla è sottile, agile e veloce a provocare l’incendio. La scintilla raffigura la ragione, che è sottile nel discernimento, agile e veloce nel prevenire le tentazioni del diavolo, atta ad infiammare l’anima dell’amore di Dio. I moti istintivi, parentela stolta ed insipiente, tentano di spegnere questa scintilla con l’acqua della concupiscenza carnale. E dice giustamente “che mi è rimasta”, perché, anche dopo aver praticato tutti i vizi, sempre viene lasciata all’anima peccatrice una certa scintilla di ragione, che la tormenti con il rimorso e la rimproveri aspramente dei suoi peccati.

 

13. Parliamo dunque di questa donna: “Quale donna, che ha dieci dramme”, ecc. La Glossa ricorda che la dramma è una moneta di un certo valore, che porta impressa l’im­ma­gine del re. La dramma è la quarta parte dello statere [moneta ebraica]; invece il dramma (lat. drama) è un genere poetico, del quale dice la Liturgia: “Soavi sono i canti del dramma” (Comune delle feste della Madonna). Altro senso: la dramma è l’ot­ta­va parte dell’oncia. L’oncia è così chiamata perché la sua unità (lat. uncia, unitas) abbraccia tutte le altre monete. L’oncia vale otto dramme, ossia ventiquattro scrupoli. Così si ottiene il peso giusto, perché il numero degli scrupoli dell’oncia corrisponde a quello delle ore del giorno e della notte. Lo scrupolo pesava sei sìlique, vale a dire sei grani di carruba. La sìliqua vale quattro grani d’orzo: come a dire che ogni grano di sìliqua vale quattro grani d’orzo.

L’oncia è figura di Cristo, il quale essendo uno con il Padre e lo Spirito Santo, abbraccia nella sua unità l’universo creato. Tutti gli esseri creati sono come il centro, in mezzo alla sfera, mentre lui è come il cerchio che tutto circonda e abbraccia. Dice infatti l’Ecclesiasti­co: “Io sola feci tutto il giro del cielo” (Eccli 24,8).

La dramma, ottava parte dell’oncia, è figura della beata Vergine Maria, la quale nell’anima e nel corpo possiede già la beatitudine di tutti i santi, e anche di gran lunga maggiore, che essi avranno nel giorno ottavo della risurrezione.

I ventiquattro scrupoli raffigurano i dodici apostoli, dei quali il Signore ha detto: “Non sono forse dodici le ore del giorno?” (Gv 11,9).

Il giorno è Cristo, le dodici ore sono i dodici apostoli i quali, a motivo della loro santità e dell’infusione dello Spirito Santo, vengono indicati con il numero raddoppiato. Essi, come gli scrupoli, che sono i soldini del poverello, furono disprezzati in questo mondo, e ora non cessano mai di custodire e proteggere giorno e notte, come a dire per ventiquattro ore, la chiesa, che hanno fondato con il loro sangue.

Le sei sìlique raffigurano tutti i martiri e i santi, confessori della fede, a motivo della perfezione delle loro opere buone; ma non li diciamo raffigurati dalle carrube per se stesse, bensì dal numero sei, che è numero perfetto.

I quattro grani di orzo, cereale che è alimento degli animali, raffigurano tutti i fedeli della chiesa che, quasi come “animali”, vengono nutriti con la dottrina dei quattro evangelisti. Osserva dunque la perfetta concatenazione: nell’oncia sono contenuti la dramma e gli scrupoli; negli scrupoli le silique, nelle silique i grani d’orzo. Così da Cristo discendono la beata Vergine Maria e gli apostoli, dagli apostoli i martiri e i confessori, da questi tutti i fedeli della chiesa.

E dopo aver fatto questa piccola digressione, suggeritami dalla parola dramma, ritorniamo alla nostra materia, dalla quale del resto non ci siamo mai allontanati.

 

14. “Quale donna, se ha dieci dramme?...” Considera che nelle dieci dramme sono indicati i dieci precetti del decalogo, che la donna, cioè l’anima, ha ricevuto dal Signore, per osservarli: e se li avesse osservati, avrebbe conservato anche il possesso della dramma.

Per questo il Signore, a quel giovane che gli domandava che cosa doveva fare per avere la vita eterna, rispose: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti” (Mt 19,17). L’osservanza dei comandamenti comporta l’ingresso alla vita. Ma poiché si è raffreddata la carità ed è aumen­tata la malizia (cf. Mt 24,12), il Signore aggiunge: “E se perde una dramma”. Perde la dramma colui che perde la cari­tà, nella quale è impressa l’immagine del sommo Re, e senza la quale nessuno può giungere al “giorno ottavo”, cioè all’eterna beatitudine.

In che modo questa dramma si perda, è detto nel secondo libro dei Re, dove si racconta che Ioab, figlio di Sarvia (Zeruia), uccise due capi dell’esercito d’Israele: Abner, figlio di Ner, e Amasa, figlio di Geter.

Uccise Abner così: “Ioab lo condusse al centro della porta, fingendo di volergli parpare; invece lo colpì a tradimento nell’inguine, e Abner morì. Quando Davide seppe tale fatto, protestò e imprecò: Nella casa di Ioab non manchi mai chi soffre di gonorrea, chi sia coperto di lebbra, chi maneggi il fuso, chi perisca di spada e chi sia senza pane” (2Re 3,27-29).

E uccise anche Amasa in questo modo: “Ioab infdossava una stretta tunica, confezionata su misura per lui, e sopra di questa portava la spada che gli pendeva dal fianco, infilata nel fodero. Questo era costruit ad arte, perché la spada potesse venir estratta con un minimo movimento e colpire. Disse dunque Ioab ad Amasa: Salve, fratello mio!, e allungò la mano destra al volto di Amasa, come per baciarlo. Amasa non si era accorto della spada che Ioab aveva nella mano sinistra. Questi lo colpì al fianco, e non ci fu bisogno di un secondo colpo” (2Re 20,8-9).

Osserva che in questi due capi, Abner e Amasa, sono simboleggiati i due comandamenti della carità, cioè l’amore di Dio e l’amore del prossimo. In Abner, che s’inter­preta “lampada del padre”, è indicato l’amore di Dio, dal quale siamo illuminati mentre dimoriamo quaggiù nelle tenebre. In Amasa, che s’interpreta “soccorre il popolo”, è indicato l’amore del prossimo, che lo soccorre nelle sue necessità. Ioab, che s’in­ter­preta “nemico”, cioè il diavolo, nostro nemico, allo stesso modo uccide in noi questo duplice amore; nel primo modo l’amore di Dio, nel secondo l’amore del prossimo.

“Ioab condusse Abner al centro della porta”, ecc. Fa’ attenzione alle tre parole: al centro della porta, a tradimento, e nell’inguine. Il diavolo, per uccidere in noi l’amore di Dio, ci conduce prima di tutto al centro della porta. La porta è l’ingresso e l’uscita della nostra vita, il cui centro è la vanità del mondo. Il diavolo dunque non conduce alla porta, ma al centro della porta, perché acceca il peccatore affinché non consideri la sua miserevole entrata e uscita dalla vita, ma rivolga la sua attenzione piuttosto alla fallace vanità del mondo, nella quale, mentre essa gli parla ingannandolo, promettendogli i beni temporali, lo colpisce nell’inguine, cioè con il piacere della carne, e così l’anima muore e l’amore di Dio viene distrutto.

Parimenti Ioab uccise Amasa così: “Ioab era vestito di una tunica stretta”, ecc. La tunica stretta del diavolo sono tutti i malvagi, dei quali egli si riveste e li stringe a sé sulla sua misura, perché fa di tutto per portare la loro cattiveria, la loro malizia al livello della sua. La spada nel fodero raffigura la suggestione del diavolo nella mente dei malvagi.

E poiché il diavolo per mezzo degli adulatori e dei detrattori è solito distruggere l’amore verso il prossimo, il testo biblico continua: “Disse Ioab ad Amasa: Salve, fratello mio!, e allungò la mano destra”, ecc.

La Glossa commenta: Allungare la destra verso il mento di una persona è come fare una affettuosa carezza; ma intanto porta la sinistra alla spada colui che, spinto dalla malvagità, colpisce di nascosto. Dice infatti l’Ec­clesiastico: “Il nemico ha il dolce sulle labbra, ma nel suo cuore trama insidie, per sprofondarti nella fossa” (Eccli 12,15).

Precipitare nella fossa significa perdere la dramma della carità e, in conseguenza della sua perdita, viene fatta quell’imprecazione: “Nella casa di Ioab non manchi mai chi soffre di gonorrea”, ecc.

Considera i cinque castighi minacciati a Ioab: gonorrea, lebbra, chi maneggia il fuso, chi perisce di spada, chi manca di pane.

La casa del diavolo è formata da tutti i malvagi, che non hanno né l’amore di Dio né quello del prossimo: essi sono sempre colpiti da gonorrea, cioè sono sempre pieni di concupiscenza e di lussuria; diventano lebbrosi, perché si macchiano di vari peccati; maneggiano il fuso, cioè seguono l’instabilità delle cose temporali; ed infine precipitano nella geenna, percossi dalla spada della vendetta divina, eternamente tormentati dalla fame e dalla sete. Ecco in che modo si perde la dramma della carità.

Vediamo però anche in che modo la si ritrova.

 

15. “Non accende forse la lucerna?”, ecc. Considera che nella lucerna ci sono quattro componenti: il vaso di creta, lo stoppino ruvido, l’olio morbido, la fiamma che illumina. Nel vaso di creta è indicato il ricordo della propria fragilità, nello stoppino l’austera penitenza, nell’olio la pietà verso il prossimo e nella fiamma l’amore di Dio. Fortunata quell’anima che si prepara tale lampada per ritrovare la dramma perduta. Alla luce di essa ognuno deve esplorare tutti gli angoli della sua coscienza e cercare diligentemente la dramma perduta della carità, finché la ritrovi.

Con questa terza parte del vangelo concorda anche la terza parte dell’epistola: “Il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, dopo una breve sofferenza vi confermerà e vi renderà forti e saldi” (1Pt 5,10).

Dio Padre, dal quale discende ogni grazia operante, cooperante ed efficace, per mezzo di Gesù Cristo, Figlio suo, che con il vaso di creta della nostra umanità e la fiamma della sua divinità cercò diligentemente e trovò noi, la dramma perduta, e quindi ci chiamò alla gloria eterna nella quale, dopo che noi avremo sofferto brevemente in questo mondo, ci stabilirà con la duplice glorificazione dell’anima e del corpo, Dio Padre – dicevamo – ci confermerà con la sua eterna visione e ci renderà saldi e forti nella beata società della chiesa trionfante.

Preghiamo dunque, fratelli carissimi, il Signore Gesù Cristo che, sull’esempio della donna santa, cioè dell’anima penitente, ci conceda di preparare la lucerna, vale a dire di tener vivo il ricordo della nostra fragilità, con la stoppa della penitenza. Ci conceda di accendere l’olio della misericordia con la fiamma dell’amore divino, e di esplorare con essa ogni angolo della nostra coscienza e di cercare con ogni diligenza la dramma della duplice carità, che da tanto tempo abbiamo perduto. E dopo averla trovata meritiamo di giungere fino a lui, che è carità perfetta(cf. 1Gv 4, 8.16).

Ce lo conceda egli stesso, al quale è onore e gloria, splendore e dominio per i secoli eterni. Ed ogni creatura risponda: Amen. Alleluia!

 

 

DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della IV domenica dopo Pentecoste: “Siate misericordiosi”; vangelo che si divide in quattro parti.

– Anzitutto sermone sul predicatore o sul prelato della chiesa: “Davide che siede in cattedra”.

  • Parte I: Sermone sulla triplice misericordia di Dio e dell'uomo: “Siate misericordiosi”.

  • Natura delle gru e il loro simbolismo.

– Sermone contro coloro che fanno giudizi temerari su cose che sono nascoste: “Uzza protese la mano verso l'Arca”.

  • Sermone contro coloro che godono della caduta o della morte del nemico: “Davide salì alla stanza superiore e pianse”.

– Sermone per educare alla pazienza: “Simei maledisse il re”.

– Parte II: Sermone sulla triplice misura e relativo significato: “Una misura buona, pigiata e traboccante”.

– Sermone contro coloro che si gloriano della bellezza, che si confessano una volta all'anno e non fanno mai la penitenza imposta dal confessore: “Non c'era uomo bello come Assalonne”.

– Sermone sulle quattro prerogative del corpo: “Una misura buona, pigiata e traboccante”.

  • Parte III: Sermone contro i prelati ciechi della chiesa: “Bestie tutte della campagna”.

  • Natura dell'orso e suo significato morale.

– Sermone sulla natività del Signore: “Ruben uscì al tempo della mietitura”.

– Sermone sulla passione del Signore: “Il re Davide attraversò il torrente Cedron”.

– Parte IV: Sermone contro coloro che sono immondi e pretendono di eliminare l'im­mo­ndezza degli altri: “Tu che vedi la pagliuzza”.

– Sermone sugli occhi: loro descrizione e significato.

 

esordio - sermone sul predicatore o sul prelato della chiesa

 

1. In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36).

Leggiamo nel secondo libro dei Re: “Davide, che siede in cattedra, principe sapientissimo fra i tre; egli è come il delicatissimo tarlo del legno; in un solo assalto uccise ottocento uomini” (2Re 23,8). Davide è figura del predicatore, che deve sedere in cattedra, ecc. Fa’ attenzione alle varie parole. Nella “cattedra” è indicata l’umiltà della mente; in “sapientis­simo” lo splendore; in “principe”, la costanza; nei “tre” la vita, la scienza e l’eloquenza; nel “legno” l’ostinata malizia dei perversi; in “delicatissimo” la misericordia e la pazienza; nel “tarlo” la severa disciplina. Ecco dunque che il predicatore deve sedere sulla catte­dra dell’umiltà, ammaestrato dall’esempio di Gesù Cristo, il quale umiliò la gloria della divinità nella cattedra della nostra umanità; dev’essere sapientissimo nella sapienza dell’amore, che sola conosce e gusta quanto è soave il Signore (cf. Sal 33,9); dev’essere principe per la fermezza dello spirito, in modo da non temere l’incontro di alcuno, come il leone che è la più forte delle fiere; fra i tre, cioè nella vita, nella scienza e nell’eloquen­za. Deve anche essere delicatissimo tarlo del legno: tarlo, per forare e corrodere il legno, vale a dire gli induriti nel male e gli sterili di opere buone; delicatis­simo, cioè paziente e misericordioso con gli umili e i pentiti.

Oppure: come nulla è più resistente del verme quando attacca il legno, e nulla è più molle quando viene toccato, così il predicatore, quando presenta la parola del Signore deve penetrare con forza nel cuore degli uditori; se invece egli stesso viene fatto oggetto di ingiurie, deve mostrarsi ed essere dolce e affabile. È detto di Davide che “in un solo assalto ne uccise ottocento”. Dice “in un solo assalto” a motivo di certi che, dopo aver sconfitto la superbia, assecondano l’ingordigia. Nel numero “ottocento” sono compresi tutti i vizi del corpo e dello spirito. E il predicatore deve eliminarli tutti da se stesso, per poter compiere le opere buone prima nei propri riguardi e quindi nei riguardi degli altri. Appunto a questo proposito il vangelo di oggi dice: “Siate misericordiosi...”.

 

2. In questo vangelo sono posti in evidenza quattro punti. Primo, la misericordia di Dio: “Siate misericordiosi...”; secondo, la misura della gloria eterna: “Una misura buona...”; terzo, la caduta dei ciechi nel fosso: “Disse loro anche una parabola: Può forse un cieco guidare un altro cieco?”; quarto, la pagliuzza del peccato nell’occhio del fratello: “Come puoi vedere la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello?”. Troveremo in alcuni racconti del secondo libro dei Re delle concordanze con queste quattro parti del vangelo.

Nell’introito della messa di oggi si canta: “Il Signore è la mia luce” (Sal 26,1). Si legge quindi un brano dell’epistola del beato Paolo ai Romani: “Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura”, ecc. (Rm 8,18). Divideremo il brano in quattro parti e ne vedremo la corrispondenza con le quattro parti del vangelo. Parte prima: “Io ritengo”; parte seconda: “L’attesa della creazione”; parte terza: “Sappiamo che tutta la creazione”; parte quarta: “Non solo la creazione”.

 

I. la misericordia di dio

 

3. “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condanna­te e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato” (Lc 6,36-38). Osserva che in questa prima parte del vangelo sono evidenziati cinque comandi molto importanti: aver miseri­cordia, non giudicare, non condannare, perdonare e dare. Vogliamo trovarne la concordanza con cinque racconti del secondo libro dei Re.

Primo comando. È detto misericordioso chi soffre parte­cipando alla miseria degli altri. Questa compassione è chiamata misericordia, perché rende il “cuore misero” (lat. misericordia, miserum cor), soffrendo per l’altrui miseria. In Dio invece la misericordia è senza la miseria del cuore. Infatti la misericordia di Dio è detta miserazione, in lat. miseratio, come volesse dire “azione di misericordia” (lat. misericordiæ actio). In questo senso dunque il Signore dice: “Siate misericordiosi”. E osserva che, come è triplice la misericordia del Padre celeste nei tuoi riguardi, così triplice dev’essere la tua misericordia nei riguardi del prossimo. La misericordia del Padre è graziosa, spaziosa, preziosa.

Graziosa, perché con la grazia purifica l’anima dai vizi. Dice l’Ecclesiastico: “Piena di grazia è la misericordia di Dio nel tempo della tribolazione, come le nubi apportatrici di pioggia nel tempo della siccità” (Eccli 35,26). Nel tempo della tribolazione, cioè quando è tormentata a motivo dei suoi peccati, l’anima viene irrorata dalla pioggia della grazia che la ristora e lava e cancella i peccati.

Spaziosa, perché col tempo si allarga e si espande nelle opere buone. Dice infatti il salmo: “La tua misericordia è davanti ai miei occhi e mi compiaccio nella tua verità” (Sal 25,3), perché mi è venuta in odio la mia iniquità.

Preziosa, nelle delizie dell’eterna vita, della quale dice Anna nel libro di Tobia: “Chiunque ti onora ha la certezza che se la sua vita è stata messa alla prova, sarà coronato; se è passato attraverso le tribolazioni, sarà liberato; se è stato oppresso e perseguitato, gli sarà concesso di entrare nella tua misericordia” (Tb 3,21).

Su questo argomento, vedi anche il sermone della domenica XV dopo Pentecoste., parte II, dove è spiegato il vangelo: “Nessuno può servire a due padroni” (Mt 6,24).

Riferendosi alle tre prerogative della misericordia del Padre, il profeta Isaia dice: “Io mi ricorderò delle misericordie del Signore, e loderò il Signore per tutte le cose che ha fatto per noi e per la moltitudine dei benefici da lui fatti alla casa d’Israele, secondo la sua benignità e secondo la moltitudine dei suoi atti di miseri­cordia” (Is 63,7).

E anche la tua misericordia verso il prossimo dev’essere triplice: devi perdonarlo se ha peccato contro di te; devi istruirlo, se ha deviato dalla via della verità; devi ristorarlo, se è affamato. Nel primo caso, dice Salomone: “Per mezzo della fede e della misericordia si espiano i peccati”(Pro 15,27). Nel secondo caso, dice Giacomo: “Chi farà convertire un pecca­tore dalla sua vita di peccato, ne salverà l’anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati” (Gc 5,20). Nel terzo caso, infine, dice il salmo: “Beato chi ha cura dell’indigente e del povero” (Sal 40,2).

Giustamente quindi è detto: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro”.

 

4. Concorda con questo ciò che leggiamo nel secondo libro dei Re, dove si racconta che Davide disse a Merib-Baal: “Non temere, perché voglio trattarti con misericordia per amore di Gionata, tuo padre: ti restituirò tutti i campi di Saul, tuo avo, e tu mangerai sempre il pane alla mia mensa” (2Re 9,7).

In questo passo è indicata la triplice misericordia che si deve avere con il prossimo. Primo, quando dice: “per amore di Gionata”, vale a dire: per amore di Gesù Cristo, il quale disse: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Con colui che pecca contro di te devi usare misericordia con il cuore e con la bocca, per perdonargli sia con le parole che con i fatti. Secondo, quando aggiunge: “Ti restituirò tutti i campi di Saul, tuo avo”. Campo si dice in lat. ager, da àgere, fare, lavorare, perché in esso si fa qualcosa, si lavora, e simboleggia la grazia infusa con l’unzione nel battesimo: il battezzato la riceve per esercitarla poi nelle opere buone. Ma quando Saul, cioè l’anima unta con l’olio della fede, muore per il peccato, allora perde la grazia: e tu gliela restituisci, quando converti il battezzato dalla sua vita di peccato. Terzo, quando conclude: “E tu mangerai sempre il pane alla mia mensa”. Dice infatti Salomone: “Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere” (cf. Pro 25,21; Rm 12,20). Giustamente quindi è detto: “Siate misericordiosi”.

Siamo dunque misericordiosi, imitando le gru, delle quali si dice che, quando vogliono arrivare ad un dato luogo, volano altissime, come per meglio individuare da un punto più alto di esservazione il territorio da raggiungere. Quella che conosce il percorso precede lo stormo, ne scuote la fiacchezza del volo, lo incita con la voce; e se la prima perde la voce o diventa rauca, subito ne subentra un’altra. Tutte si prendono cura di quelle stanche, in modo che se qualcuna viene meno, tutte si uniscono, sostengono quelle stanche finché con il riposo ricuperano le forze. E anche quando sono in terra, la loro cura non diminuisce: si ripartiscono i turni di guardia, in modo che una ogni dieci sia sempre sveglia. Quelle sveglie stringono tra le zampe dei piccoli pesi che, quando eventualmente cadono a terra, le avvertono che stanno per addormentarsi. Uno strido dà l’allarme se c’è un pericolo da evitare. Le gru fuggono di fronte ai pipistrelli.

Siamo dunque misericordiosi come le gru: posti in un più alto osservatorio della vita, preoccupiamoci per noi e per gli altri; facciamo da guida a chi non conosce la strada; con la voce della predicazione stimoliamo i pigri e gli indolenti; diamo il cambio nella fatica, perché senza alternare il riposo alla fatica, non si resiste a lungo; carichiamoci sulle spalle i deboli e gli infermi perché non vengano meno lungo la via; siamo vigilanti nell’orazione e nella contemplazione del Signore; teniamo strettamente tra le dita la povertà del Signore, la sua umiltà e l’amarezza della sua passione; e se qualcosa di immondo tentasse di insinuarsi in noi, subito gridiamo aiuto, e soprattutto fuggiamo i pipistrelli, vale a dire la cieca vanità del mondo.

 

5. Secondo comando: “Non giudicate e non sarete giudica­ti”. Dice la Glossa: Dei mali evidenti, che certamente non possono essere fatti con retta intenzione, ci è permesso dare un giudizio. Ma ci sono delle cose intermedie, delle quali non si sa con quale intenzione vengano fatte: possono essere bene e male. E neppure sappiamo che cosa potrà diventare colui che oggi ci sembra cattivo: sarebbe temera­rio disperare della sua conversione e considerarlo rigettato da Dio. “Non giudicate, dunque, e non sarete giudicati”.

Abbiamo in proposito una concordanza nel secondo libro dei Re, dove si racconta che “Uzza protese la mano verso l’arca di Dio e la tenne ferma perché i buoi scalciavano e l’avevano fatta piegare. Il Signore si adirò grandemente contro Uzza e lo colpì per la sua temerarietà: Uzza cadde morto vicino all’arca del Signore” (2Re 6,6-7). L’arca è figura dell’anima e i buoi raffigurano i sensi del corpo. Uzza, nome che s’interpreta “robusto”, è figura di colui che è convinto di essere virtuoso e diffama gli altri. Quando dunque i buoi scalciano, quando cioè i sensi del corpo tormentano e si ribellano, l’anima si piega talvolta e acconsente a qualche colpa: se uno presume temerariamente di colpirla con la mano della diffamazione, sappia che incorrerà nel giudizio del Signore, il quale ha detto: “Non giudicate e non sarete giudicati”. Dice il Filosofo: Vedi se anche tu sei cattivo, e perdona a quelli che sono come te.

 

6. Terzo comando: “Non condannate e non sarete condan­nati”. Su questo concorda il secondo libro dei Re, dove si racconta che Davide non volle condannare Assalonne, il quale invece voleva condannare lui (Davide); anzi “ordinò a Ioab, Abisai e Etai: Risparmiatemi il giovane Assalonne” (2Re 18,5). E dopo l’esecuzione di quel figlio, Davide “salì nella sua stanza singhiozzando e, con la disperazione nel cuore, diceva: Figlio mio, Assalonne; Assalonne, figlio mio. Chi mi concederà di morire al tuo posto, Assalonne, figlio mio, figlio mio, Assalonne!” (2Re 18,33).

Non si deve quindi godere della morte del nemico, ma addolorarsi e piangere. Anche Cristo salì nella sua stanza, cioè sulla croce, e lì pianse su Adamo e su tutti i suoi discendenti, uccisi da Ioab, vale a dire dal diavolo, con tre lance, cioè con la gola, con la vanagloria e con l’ava­rizia. E anche Cristo pianse dicendo: Figlio mio, Adamo, chi mi concederà di morire per te? Cioè: che la mia morte ti sia di giovamento? Come dicesse: Nessuno volle conceder­mi di morire per lui. Cristo reputa un grande dono il fatto che il peccatore gli conceda che la propria morte gli sia di giovamento.

 

7. Quarto comando: “Perdonate e vi sarà perdonato”. Anche su questo abbiamo la concordanza nel secondo libro dei Re, dove si racconta che Simei maledisse Davide, dicendo: “Vattene, vattene, sanguinario, scellerato! Il Signore ha fatto ricadere sul tuo capo tutto il sangue della casa di Saul, perché hai usurpato il suo regno; e ora il Signore ha messo il regno nelle mani di Assalonne, tuo figlio. Ed ecco che sei oppresso dalle sventure, perché sei un sanguinario. Allora Abisai, figlio di Sarvia, disse al re: Perché questo cane morto maledice il re, mio signore? Andrò io a troncargli la testa. Ma il re disse: Che cosa avete in comune con me voi, figli di Sarvia? Lasciatelo pure che lanci maledizioni. È il Signore che gli ha comandato di maledire Davide; chi oserà domandargli: perché fai così? Quindi il re, rivolto ad Abisai e a tutti i suoi ministri, disse: Ecco, se il mio figlio, il figlio uscito dalle mie viscere, cerca di togliermi la vita: quanto più lo cerca ora il figlio di Iemini (cioè della tribù di Beniamino)! Lasciate che maledica, come gli ha comandato il Signore: forse il Signore guarderà alla mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi. Davide e quelli che erano con lui continuarono il cammino tutti insieme, mentre Simei camminava sul pendio del monte tenendosi all’altezza del re, continuando a lanciargli maledizioni e a scagliargli contro sassi e terra” (2Re 16,7-13).

Commenta Gregorio: Chi non può o non si sente capace di conservare la pazienza quando è fatto oggetto di parole ingiuriose, richiami alla mente questo episodio di Davide, il quale, mentre Simei si ostinava con le villanie e i capi armati si contendevano l’ono­re di vendicarlo, disse: Che cosa avete in comune con me voi, figli di Sarvia?, ecc. E un po’ più avanti: Lasciatelo che maledica, come gli ha ordinato il Signore, ecc. Con queste parole fa capire che, mentre fuggiva dal figlio che era insorto contro di lui, Davide aveva richiamato alla mente il peccato che aveva commesso con Betsabea: pensò quindi che le parole ingiuriose non erano tanto insulti, quanto piuttosto rimedi, con i quali avrebbe potuto purificarsi e ottenere misericordia per se stesso.

Anche noi infatti sopporteremo volentieri le ingiurie che ci vengono fatte, se nel segreto della mente riandiamo ai peccati commessi. Certamente ci sembrerà leggera l’offesa che ci colpisce, se guardiamo al castigo molto più severo che avremmo meritato. Di conseguenza di fronte alle ingiu­rie si deve piuttosto ringraziare che adirarsi: per mezzo di esse, al giudizio di Dio, viene evitata una pena più grave.

 

8. Quinto comando: “Date e vi sarà dato”. Anche su questo abbiamo una concordanza nel secondo libro dei Re, dove si racconta che “Sobi, figlio di Nacas, Machir, figlio di Ammiel, e Barzillai, il galaadita, portarono a Davide letti e tappeti, vasi di ter­racotta, frumento e orzo, farina, grano arrostito, fave e lenticchie, ceci tostati, miele, burro, pecore e vitelli ingrassati” (2Re 17,27-29). Questo è il “date”. Sentiamo ora il “vi sarà dato”. “Il re Davide disse a Barzillai: Vieni, ti riposerai e starai tranquillo con me a Gerusalemme” (2 Re 19,33). Vediamo il significato morale di tutto questo.

Machir s’interpreta “che vende”, Ammiel “popolo di Dio”, Barzillai “mia forza”, Galaad “cumulo di testimonianze”. I tre personaggi rappresentano tutti i penitenti che vendono i loro beni e ne distribuiscono il ricavato ai poveri, i quali sono il popolo di Dio, che il Signore si è scelto come erede (cf. Sal 32,12); i poveri che, con la forza delle opere buone sbaragliano le tentazioni dell’antico avversario; i poveri, nei quali sono accumulate tutte le testimonianze (prove) della passione del Signore.

Questi tre danno a Cristo i letti, sui quali si dorme, cioè la tranquillità di una coscienza pura, nella quale Cristo stesso riposa insieme con l’anima; danno tappeti di vari colori, cioè la varietà delle virtù; danno vasi di terracot­ta, cioè se stessi, quando si umiliano e si riconoscono fragili e impastati di fango; danno il frumento, cioè la dottrina del vangelo, e l’orzo, cioè gli insegnamenti dell’Antico Testamento; e la farina, che è la confessione, fatta con la precisazione di tutte le circostanze dei peccati; danno il grano arrostito della pazienza, le fave del­l’astinenza, lelenticchie della propria pochezza; danno i ceci tostati della compassione verso il prossimo, il miele e il burro della vita attiva e di quella contemplativa; danno infine le pecore dell’innocenza e i vitelli ingrassa­ti della macerazione del corpo troppo nutrito. Se tu darai queste cose, anche a te sarà dato, e sentirai il vero Davide che ti dirà: “Vieni, riposati tranquillo con me nella Gerusalemme” celeste.

Considera ancora queste quattro parole: vieni, riposati, tranquillo con me, in Gerusalemme. A queste quattro parole corrispondono le altre quattro che vengono cantate nell’in­troito della messa di oggi: “Il Signore è mia luce e mia salvezza... Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò paura? I miei nemici che mi tormentano, sono essi a inciampare e cadere” (Sal 26, 1-3). “Il Signore è mia luce” corrisponde alla parola “vieni”: non potrebbe camminare diritto verso il Signore, chi prima non venisse illuminato. “Mia salvezza” corrisponde a “riposerai”: dove c’è salvezza c’è anche riposo. “Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura?” corrisponde a “tranquillo con me”: chi è difeso dal Signo­re, senza dubbio se ne sta tranquillo. “I miei nemici che mi tormentano, sono essi a inciampare e cadere” corrisponde a “in Gerusalemme”: quando saremo nella Gerusalemme celeste non avremo più paura dei nemici che adesso ci tormentano: essi infatti sprofonderanno nella geenna, mentre noi saremo nella gloria.

Ecco quindi che con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola di oggi: “Ritengo infatti che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18). Appunto perché le sofferenze sono temporanee, leggere e transitorie, non sono paragonabili; la sofferenza passa, la gloria invece durerà nei secoli dei secoli.

E allora, per poter giungere a quella gloria, preghiamo il Signore Gesù Cristo, che è padre misericordioso, perché infonda in noi la sua misericordia, affinché anche noi la usiamo verso noi stessi e verso gli altri, non giudicando mai nessuno, non condannando mai nessuno, perdonando sempre a chi ci offende e dando sempre noi stessi e le nostre cose a chi ce le domanda.

Si degni di concederci tutto questo lo stesso Signore, che è benedetto e glorioso nei secoli dei secoli. Amen.

 

II. la misura della gloria eterna

 

9. “Una misura giusta, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata in grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato anche a voi” (Lc 6,38). Considera che ci sono tre misure: la misura della fede, la misura della penitenza e la misura della gloria.

La misura della fede è giusta nel ricevere i sacramenti; è pigiata, cioè piena, nel compimento delle opere buone; è scossa nelle tribolazioni o nel sostenere il martirio per il nome di Cristo; ed è traboccante con la perseveranza finale. Di questa misura dice l’Apostolo: “Ciascuno secondo la misura della fede che Dio gli ha dato” (Rm 12,3).

La misura della penitenza è giusta nella contrizione, nella quale si conosce la bontà di Dio; è pigiata nella confessione, che dev’essere piena e completa; scossa nella soddisfazione, cioè nel compimento dell’opera penitenziale; traboccante nel perdono di ogni colpa e nella riconquistata purezza della coscienza. Di questa misura dice il libro della Sapienza: “Tutto hai disposto con misura, numero e peso” (Sap 11,21). “Tutto”, cioè tutta la salvezza dell’anima, per la quale si deve fare tutto ciò che si fa, e alla quale deve essere ordinato tutto ciò che l’uomo fa. “Hai disposto”, tu, Signore Dio, la misura della penitenza la quale, per essere vera, deve avere “numero e peso”: il numero riguarda la confes­sione, nella quale devono essere numerati con precisione tutti i peccati e le loro circostanze; il peso riguarda la soddisfazione, cioè l’opera penitenziale imposta dal confessore, che deve corrispondere alla gravità della colpa commessa. Questo è “il peso del santuario”, non “il peso comune”.

 

10. Abbiamo su questo un riferimento nel secondo libro dei Re: “Ora in tutto Israele non vi era uomo che fosse bello come Assalonne, e come lui elegante: dalla pianta dei piedi alla sommità del capo non vi era in lui alcun difet­to. E quando si tagliava i capelli” gli crescevano ancora più folti. “E se li tagliava una volta all’anno perché gli pesavano troppo; e pesava i capelli della sua testa, e il peso era di duecento sicli, a peso ufficiale” (2Re 14,25­26).

La bellezza di Assalonne, che parte dalla pianta dei piedi e arriva fino alla sommità del capo, simboleggia quella bellezza che proviene dalle cose terrene; si pensa che in essa non ci sia alcun difetto finché la sua floridezza non viene compromessa da alcun malanno. Invece la bellezza che scende dalla sommità del capo simboleggia quella bellezza che proviene dalla conoscenza delle cose celesti, come troviamo nel vangelo, dove il Signore dice: Perché “salgono” questi pensieri nel vostro cuore? (cf. Lc 24,38). Infatti i pensieri che salgono nel cuore provengono dalle cose terrene, quelli invece che scendono provengono dalle cose celesti.

“Si tosava una volta all’anno”. Il taglio dei capelli troppo lunghi raffigura l’accusa dei peccati nella confessione, che molti fanno una sola volta all’anno, quando invece sarebbe necessario confessarsi anche ogni giorno. Essendo l’uomo fragile per natura e incline al peccato, e macchiandosi di peccati ogni giorno, e avendo poi una memoria così debole, che a mala pena si ricorda alla sera di ciò che ha fatto al mattino dello stesso giorno, perché – sventurato! – rimanda la confessione di un anno? Anzi, perché la rimanda anche di un sol giorno, se non sa che cosa porterà il giorno seguente? Oggi sei, domani forse non sarai. Vivi dunque oggi, come se oggi tu dovessi morire. Niente infatti è più certo della morte, niente più incerto dell’ora della morte. Tu dunque, che ogni giorno bevi il veleno del peccato, ogni giorno devi anche prendere il contravveleno della confessione. Dice il Filosofo: Non vive, colui che ha nella mente la sola preoccupazione di vivere.

“Pesava i capelli della sua testa: il loro peso era di duecento sicli, a peso ufficiale”. Il peccatore invece sovrebbe stimare il peso dei suoi peccati trecento sicli, cioè reputarli meritevoli di triplice castigo; deve pesarli con una perfetta contrizione, con una perfetta confessione e con una perfetta opera penitenziale; e invece ne stima il peso a duecento sicli, perché sono molti coloro che, veramente contriti, fanno una perfetta confessione, ma poi vengono meno nel “terzo siclo” (terzo centinaio), quello della soddisfazione: non fanno cioè una penitenza proporzionata alla colpa.

E non pesano i loro peccati con il “peso del santuario”, cioè non li ritengono gravi nella misura in cui li ritengo­no tali Dio e i santi, ma li pesano con il peso comune, cioè li sottovàlutano seguendo il giudizio della gente. E che questo non basti, lo afferma Giovanni Battista: “Razza di vipere”, cioè velenosi, figli di velenosi, “chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira che vi sovrasta?” (Lc 3,7). Come dicesse: Non avete imparato bene a fuggire, perché non si sfugge all’ira quando avete trascurato la soddisfazione, la riparazione dovuta per il peccato. E quindi continua: “Fate frutti degni di penitenza” (Lc 3,8). E fa’ attenzione che dice “frutti”. Ci sono tre cose nella pianta: il germoglio, il fiore e il frutto. Il germoglio è la contrizione, il fiore è la confessione, il frutto è la soddisfazione: e chi non ha quest’ultima, non ha neppure la penitenza perfetta.

 

11. La misura della gloria. Dice il vangelo di oggi: “Una misura giusta, pigiata, scossa e traboccante”. In queste quattro parole dobbiamo vedere le quattro doti del corpo (glorificato), che sono l’agilità, la sottigliezza, la luminosità e l’impassibilità; perché, come è detto, il corpi saranno più luminosi del sole, più agili del vento, più sottili delle scintille, non più passibili di alcun danno. Sta scritto infatti: Il Signore assunse la luminositàsul monte Tabor (cf. Mt 17,2), l’agilità quando “camminò sulle acque” (cf. Mt 14,25), la sottigliezza quando “se ne andò via passando in mezzo a loro” (Lc 4,30), l’impassibilità quando fu assunto come cibo (cf. Lc 22,19) dai discepoli sotto la specie del pane, senza averne alcuna sofferenza. Parimenti: “I giusti splenderanno come il sole”, ecco la luminosità; “e come scintille”, ecco la sottigliezza; “guizzeranno qua e là”, ecco l’agilità; e i loro nomi vivranno in eterno, ecco l’impassibilità, perché non potranno né morire, né venir meno (Sap 3,7; cf. Eccli 44,14).

Oppure: “una misura giusta”, la gioia senza alcuna sofferenza; “pigiata”, la pienezza di tutto senza alcun vuoto; “scossa”, vale a dire la stabilità e la saldezza senza alcuna disgregazione, perché ciò che viene scosso e agitato diventa compatto e stabile; “traboccante”, cioè amore senza alcuna finzione (cf. Rm 12,9): ognuno infatti godrà del premio dell’altro, e così il suo amore traboccherà nell’altro. Questa misura la daranno i poveri, cioè saranno loro la causa per la quale Dio la darà: essi infatti hanno dato l’occasione di meritarla.

“Vi sarà versata in grembo”. Dice Giobbe: “Questa speranza è riposta nel mio seno” (Gb 19,27). Il seno rappresenta una specie di rifugio (in lat. sinus, porto), ed è figura del riposo eterno, nel quale i santi, liberati dalla burrasca di questo mondo, saranno, per così dire, accolti nella tranquillità del porto. O anche: come il figlioletto piangente ritorna al seno della madre, che accarezzandolo gli asciuga le lacrime, così i santi dal pianto di questo mondo ritorneranno in seno alla gloria, nella quale Dio asciugherà le lacrime da ogni volto (cf. Ap 7,17).

“Con la stessa misura con cui avrete misurato, sarà misurato anche a voi”. Dice in proposito Agostino: Il giusto misura le sue buone azioni in rapporto alla sua volontà, la quale perciò sarà pure misura della sua felicità. Allo stesso modo il malvagio misura le sue azioni cattive in rapporto alla propria volontà, che sarà quindi la misura della sua infelicità. Vengono perciò inflitti castighi eterni alle cattive azioni, quantunque non siano eterne, in modo che colui che avrebbe voluto provare un godimento eterno nella colpa, subisca un castigo eterno nel rigore della pena.

 

12. Con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte dell’epistola di oggi: “La creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio. Anche la creazione infatti è soggetta alla caducità, non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa, pur lasciandole la speranza. La creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”(Rm 8,19-21).

Osserva che, in questo brano dell’epistola, per ben tre volte c’è la parola “creazione”, e questo corrisponde alle tre suddette misure: della fede, della penitenza e della gloria. Creazione sta qui per “chiesa dei fedeli”. Dice dunque: “La creazione”, vale a dire tutta la chiesa, “attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio”. Cioè: coloro che per la fede sono figli di Dio nella chiesa, aspettano la gloria nella quale, quando si rivele­rà, contempleranno Dio faccia a faccia, essi che ora lo contemplano come sotto un velo, in maniera confusa come in uno specchio (cf. 1Cor 13,12). Questa creazione è soggetta alla caducità, cioè alla volubilità e all’incostanza: infatti, come dice Salomone, il giusto cade sette volte (cf. Pro 24,16): non per sua volontà tuttavia, perché il giusto non ha il peccato nella volontà, essendogli stato detto: “Va’ e non voler più peccare” (Gv 8,11); egli sopporta questa caducità nella pazienza, per amor di Dio, che ve lo ha sottoposto, cioè che ha voluto, o permesso, che vi fosse sottoposto, e questo nella speranza della vita eterna.

E aggiunge in proposito: “La creazione stessa (la chiesa) sarà liberata dalla schiavitù di questa corruzione, di questa volubilità e incostanza, che sarà trasformata nella libertà della gloria dei figli di Dio, nella quale riceverà la “misura giusta” nella piena maturità di Cristo (cf. Ef 4,13); “pigiata” per la completa felicità delle anime; “scossa” per il conferimento della duplice stola (veste), e “traboccante” nella felicità di tutti, che durerà in eterno.

Ti supplichiamo, dunque, Signore Gesù Cristo, di distribuirci i carismi dello Spirito Santo nella misura della fede; di riempirci della misura della penitenza, per saziarci poi con la misura della gloria nella visione del tuo volto. Accordacelo tu, che sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. la caduta dei ciechi nella fossa

 

13. “Disse loro anche una parabola: Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in una fossa? Non c’è discepolo da più del maestro; ma ognuno sarà perfetto, se sarà come il suo maestro” (Lc 6,39-40). Vedremo che cosa raffigurino allegoricamente i ciechi, la fossa, il discepolo e il maestro.

Il cieco raffigura il prelato o il sacerdote, indegni o corrotti, privi della luce della vita e della scienza. Dei prelati ciechi della chiesa, dice Isaia: “Voi tutte, bestie della campagna, venite a mangiare, e anche voi tutte, bestie della foresta. I suoi [di Israele, della chiesa] sorveglianti sono tutti ciechi, non si accorgono di nulla. Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare, visionari, sonnolenti e amanti dei sogni; sono cani avidissimi, non conoscono sazietà. Gli stessi pastori sono incapaci di comprendere: tutti vanno per la loro strada, ciascuno ai propri interessi, dal più elevato al più basso. Venite, beviamo vino e ubriachiamoci: come è oggi, così sarà anche domani, e molto di più” (Is 56,9-12).

Nelle bestie della campagna sono indicati i demoni; in quelle della foresta gli istinti della carne, i quali divorano la chiesa e l’anima fedele. E questo perché? Appunto perché i sorveglianti della chiesa sono tutti ciechi, privi della luce della vita e della scienza; cani muti, che hanno in bocca il “rospo” del diavolo, e perciò sono incapaci di latrare contro il lupo. Sono visionari, perché predicano per denaro, e credono di richiamare le anime al pentimento dicendo quasi per burla: “Pace, pace, e pace non c’è” (Ger 6,14; Ez 13,10). Dormono nei peccati, amano i sogni, cioè le cose tempo­rali che poi deludono amaramente coloro che le amano. Sono cani avidissimi, sfrontati come una prostituta, e non vogliono arrossire (cf. Ger 3,3). Non conoscono sazietà; dicono sempre: Porta, porta!, e mai: Basta! (cf. Pro 30,15). I pastori stessi pascono se stessi (cf. Gd 12), sono privi di quella intelligenza della quale dice il Profeta: “Agirò con intelligenza nella via dell’innocenza” (Sal 100,2).

Tutti camminano per la loro strada, non sulla strada di Gesù Cristo, ciascuno pensando ai propri interessi. È quella strada buia e scivolosa (cf. Sal 34,6) sulla quale tutti procedono, dal più elevato al più basso, dal porco padrone fino al porcellino più piccolo. Essi stessi si invitano: “Venite, beviamo vino”, “il quale porta alla lussuria” (Ef 5,18), “e diamoci all’ubriachezza”, la quale toglie cuore e cervello (cf. Os 4,11), “e tutto sarà come oggi”.

Ma, credete a me: domani non sarà come oggi. Leggiamo infatti nel primo libro dei Maccabei: “La gloria del peccatore è sterco e vermi. Oggi è esaltato e domani non si trova più, perché è ritornato alla polvere e i suoi progetti sono falliti” (1Mac 2,62-63). “Domani risponderà per me la mia giustizia” (la mia onestà), dice Giacobbe nella Genesi (Gn 30,33). Oggi, cani sfrontati, siete pieni di ubriachezza, ma domani, vale a dire nel giorno del giudizio, vi troverete di fronte alla morte eterna. Dice l’Apocalisse: “Quanto si innalzò e si circondò di piaceri, tanto dategli di tormen­ti” (Ap 18,7).

 

14. Inoltre, questi ciechi ci danno la prova della loro malizia dicendo, sempre con le parole di Isaia: “Come ciechi abbiamo tastato la parete, e come privi di occhi vi ci attacchiamo; abbiamo inciampato a mezzogiorno come nelle tenebre; siamo come i morti nei luoghi oscuri: noi tutti ruggiamo come orsi” (Is 59,10-11).

Fa’ attenzione a queste quattro parole: parete, privi di occhi, a mezzogiorno, come orsi. Nella parete è simboleg­giata l’abbondanza delle cose temporali, negli occhi la vita e la scienza, nel mezzogiorno l’eccellenza delle dignità ecclesiastiche e negli orsi la gola e la lussuria. Questi ciechi dunque tastano la parete, cioè le ricchezze, come fossero una cosa morbida e liscia, mentre sono spine pungenti; ed essendo privi degli occhi della vita e della scienza, vi si attaccano, le eleggono a scopo e norma della loro vita, essendo senza la guida della ragione. Nel mezzogiorno, nella luce della dignità ecclesiastica, inciampano come fossero nelle tenebre, perché vengono accecati proprio da ciò che dovrebbe invece illuminarli. E come orsi, perché golosi e lussuriosi, urlano e ringhiano, cioè si avventano sul miele, vale a dire sui piaceri temporali.

L’orso è così chiamato perché con la sua bocca completerebbe un feto, appena abbozzato, (lat. orsus) iniziato. Raccontano infatti che gli orsi, al trentesimo giorno di gravidanza, partoriscono esseri informi. È appunto questa affrettata, precipitosa fecondità che produce esseri informi. Le orse emettono una piccola massa carnosa di color bianco, senza occhi, che mentre va celermente maturando, si copre tutta di marcio, eccetto l’abbozzo delle unghie. Lambendo quella massa informe, le danno gradatamente forma, e intanto la tengono al petto, come covandola e riscaldandola, per attivarne il respiro vitale. Nel frattempo niente cibo. Nei primi quattordici giorni le madri cadono in un sonno così profondo, da non poter essere svegliate neppure ferendole. Dopo aver partorito restano nascoste quattro mesi. Poi, quando escono all’aperto in un giorno sereno, soffrono talmente per l’incapacità di sopportare la luce, che le crederesti colpite da cecità.

Gli orsi hanno la testa debole, senza forze, mentre la forza più grande ce l’hanno negli arti superiori e nei fianchi. Vanno in cerca degli alveari delle api, s’impadro­niscono soprattutto dei favi e nulla mangiano più avidamente del miele. Se assaggiano i frutti della mandragola, muoiono; però reagiscono vagando qua e là perché il male non si aggravi a morte, e divorano le formiche per ricuperare la guarigione.

Le orse del nostro tempo, cioè i prelati corrotti, partoriscono carni morte, cioè i figli carnali, che sono di colore bianco, come i sepolcri imbiancati, pieni di putridume (cf. Mt 23,27), ma sono senza occhi e perciò non vedono né Dio né il prossimo. Non c’è in essi alcuna forma di virtù, non c’è onestà di costumi, ma solo marciume di peccati; fa eccezione la formazione delle unghie, con le quali arraffano i beni dei poveri. Le orse lambendo queste carni, cioè adulando, gradatamente danno ad esse una forma, una figura: quella figura della quale è detto: “Passa la figura di questo mondo” (1Cor 7,31); e con il calore di un costante cattivo esem­pio, ne suscitano il respiro, lo spirito della vita naturale, di cui dice l’Apostolo: L’uomo naturale non comprende le cose dello spirito (cf. 1Cor 2,14). E così, animali con animali, ciechi con ciechi, “cadono nella fossa” (Mt 15,14).

C’è inoltre da osservare che, come gli orsi non hanno alcuna forza nella testa, così questi indegni prelati della chiesa non hanno alcuna energia spirituale, non essendo capaci di resistere alle tentazioni del diavolo: ma tutta la forza l’hanno nelle braccia e nei fianchi, forza di rapina e di lussuria. Tendono insidie agli alveari delle api, cioè alle case dei poveri; bramano in sommo grado i dolci favi della lode e della vanagloria, cioè i saluti nelle piazze, i primi posti nelle cene, i primi seggi nelle sinagoghe (cf. Mt 23,6-7), essi che, alla fine, saranno privati anche dei secondi. Costoro, dopo aver assaggiato i frutti della mandragola, muoiono.

 

15. La mandragola è un’erba aromatica; i suoi frutti hanno un buonissimo profumo, come quello delle mele maziane. I frutti della mandragola raffigurano le opere dei giusti; al profumo della loro vita gli orsi muoiono ringhiando: per essi, dice l’Apostolo, sono odore di morte per la morte(cf. 2Cor 2,16). Di queste mandragole dice la sposa del Cantico dei Cantici: “Le mandragole hanno dato il loro profumo alle mie porte” (Ct 7,13). Alle porte della chiesa i santi spandono il profumo della loro santa vita. Di essi dice anche la Genesi: “Ruben, uscito nel campo al tempo della mietitura dell’or­zo, trovò le mandragole” (Gn 30,14).

Ruben, che s’interpreta “figlio della visione”, è figura di Gesù Cristo, Figlio di Dio Padre, “nel quale gli angeli desiderano fissare lo sguardo”(1Pt 1,12). Egli, uscito dal seno del Padre, venne nel campo di questo mondo al tempo della mietitura dell’orzo, cioè nella pienezza dei tempi, nel quale il frumento, per opera di Giuseppe, doveva essere serbato nel “granaio” della beata Vergine, perché l’intero Egitto non morisse di fame; e trovò le mandragole, cioè gli apostoli e i seguaci degli apostoli, al cui profumo muoiono, ringhiando, gli orsi.

Dicono infatti, come è scritto nel libro della Sapienza: Sono contrari alle nostre opere, ci rimproverano le colpe contro la legge e ci rinfacciano le mancanze contro l’edu­cazione ricevuta. Sono diventati per noi una condanna dei nostri sentimenti, ci sono diventati insopportabili solo al vederli, perché la loro vita è diversa da quella degli altri e del tutto diverse sono le loro strade. Siamo da loro stimati frivoli e vani e schivano le nostre abitudini come immondezze. La pensano così, quegli sventurati, ma si sbagliano (cf. Sap. 2,12.14-16.21). E quindi si sono gettati sulle formiche, vale a dire sulle vanità e sulle astuzie del mondo e credono che il loro falso piacere possa essere il loro rimedio. Ma ecco, viene il formichiere, il leone delle formiche (greco­lat. mirmicoleo), cioè il diavo­lo, che divorerà sia gli orsi ciechi che le formiche.

A proposito di questi ciechi abbiamo una concordanza nel secondo libro dei Re, dove si racconta che Davide stabilì di dare un premio a colui “che avesse battuto i Gebusei e fosse passa­to per i canali delle case, avesse cacciato i ciechi e gli zoppi, che avevano in odio la vita di Davide. Per questo è invalso il detto: I ciechi e gli zoppi non entreranno nel tempio” (2Re 5,8).

Fa’ attenzione alle tre parole: avesse battuto, fosse passato, avesse cacciato. Il vero Davide, Gesù Cristo, darà il premio dell’eterna vita a colui che avrà battuto il Gebuseo che abita sulla terra, vale a dire l’appetito carnale, e sarà passato per i canali delle case, che sono i condotti degli edifici, avrà cioè imitato gli esempi dei santi, e avrà scacciato gli zoppi e i ciechi, cioè i prelati e i sacerdoti che zoppicano da entrambi i piedi, vale a dire nei sentimenti e nelle opere, e che sono ciechi da entrambi gli occhi, cioè nella vita e nella scienza: questi hanno in odio la vita di Gesù Cristo, poiché vendono al diavolo la loro anima, per la quale Cristo ha dato la sua vita (cf. 1Gv 3,16).

Tali ciechi e zoppi non dovrebbero entrare nel tempio, quel tempio che oggi è dato loro in custodia, e dalla cui cieca custodia invece vengono accecati molti e sono con loro parimenti travolti nella fossa della dannazione. Giustamente quindi è detto: Se un cieco guida un altro cieco, cadranno tutti e due nella fossa (cf. Lc 6,39).



16. “Non c’è discepolo che sia superiore al maestro”. Dice la Glossa: Se il maestro, che è Dio, non si vendica delle ingiurie ricevute, ma sopportandole vuole rendere più miti i persecutori, anche i discepoli, che sono uomini, devono seguire questa regola di perfezione. Abbiamo proprio su questo una concordanza nel secondo libro dei Re, dove si racconta che “il re Davide attraversava il torrente Cedron, e tutto il popolo camminava sulla via degli ulivi verso il deserto. Davide saliva l’erta degli ulivi; saliva piangendo e camminava con il capo coperto e i piedi nudi; e anche tutto il popolo che era con lui saliva con il capo coperto e piangendo” (2Re 15,23.30).

Senso allegorico. Davide è figura di Cristo. Cedron s’interpreta “triste afflizione”. Quindi il Cedron che Davide attraversò raffigura la tristezza della passione, attraversata da Cristo. Infatti dice Giovanni: “Gesù uscì con i suoi discepoli e passò al di là del torrente Cedron” (Gv 18,1). E dietro a lui il popolo, sulla via degli ulivi: infatti il popolo segue Cristo, il quale precede sulla via della passione, e i discepoli seguono il maestro, per meritarsi la sua misericordia.

Il re dunque camminava a capo coperto, perché Cristo salì al monte degli Ulivi nascondendo la sua divinità sotto la sua umanità, e coi i piedi nudi, perché allora rese manifesta la sua umanità. Anche il popolo camminava a capo coperto, ma non leggiamo che andasse a piedi nudi. Infatti non dobbiamo scoprire il segreto della mente con l’arro­ganza della voce, e i piedi non devono essere nudi, ma calzati e difesi con gli esempi dei santi. Dice Geremia: “Preserva il tuo piede dalla nudità e la tua gola dalla sete” (Ger 2,25). Dalla nudità, vale a dire dalla mancanza di virtù dobbiamo preservare il piede, cioè i sentimenti, e dalla sete dell’avarizia la gola. Spengono questa sete soltanto il fiele e l’aceto della passione del Signore. Ciò che per primo ha bevuto il medico e ciò che per primo ha gustato il maestro, non lo aborrisca il discepolo, al quale è sufficiente essere come il suo maestro (cf. Mt 10,25).

 

17. Con questa terza parte del vangelo concorda la terza parte dell’epistola: “Sappiamo che tutta la creazione geme e partorisce nella sofferenza fino ad oggi” (Rm 8,22). Fa’ attenzione alle due parole: geme e partorisce nella soffe­renza. Il maestro gemette nel­l’ope­rare miracoli; infatti leggiamo in Marco: “Guardando verso il cielo, sospirò (lat. ingemuit) e disse: Effatà!, che vuole dire: Ápriti!” (Mc 7,34). Partorì nel dolore della passione. Dice infatti Isaia: “Io, che faccio partorire gli altri, non partorirò io stesso?” (Is 66,9). Così anche i discepoli del maestro, che sono sua creazione, devono gemere nella contrizione, partorire nella confessione. È sufficiente infatti che il discepolo sia come il suo maestro.

Ti preghiamo, dunque, Maestro e Signore, buon Gesù, di illuminare i ciechi, di istruire i tuoi discepoli e di mostrare loro la via della vita, per la quale possano giungere a te, che sei la via e la vita. Accordacelo tu che sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

IV. la pagliuzza del peccato nell’occhio del fratello

 

18. “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, mentre tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio, e allora potrai vederci bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Lc 6,41-42). Fa’ attenzione a queste tre cose: la pagliuzza, l’occhio e la trave. Nella pagliuzza viene indicata una colpa leggera, nell’occhio la ragione o l’intelletto, nella trave la colpa grave. E la Glossaavverte: In verità, chi pecca non ha diritto di rimproverare un altro peccatore.

Su questo abbiamo una concordanza nel secondo libro dei Re, dove si racconta che il Signore proibì a Davide di edificargli un tempio (cf. 2Re 7,12-13). Dice Gregorio: Dev’essere assolutamente esente da vizi, colui che si preoccupa di correggere i vizi degli altri: non deve pensare alle cose terrene, non deve accondiscendere a desideri abietti, e quanto più vuol vedere chiaramente negli altri ciò che è da fuggire, tanto più diligentemente deve evitarlo egli stesso sia nella teoria che nella pratica. Un occhio accecato dalla polvere non vede distintamente una macchia in una parte del corpo, e le mani sporche di fango non sono in grado di pulire alcuna lordura.

Se vuoi rimproverare qualcuno, vedi prima se tu non sia come lui. E se lo sei, piangi insieme con lui, non pretendere che egli ti obbedisca, ma comandagli e ammoniscilo che insieme con te si sforzi di emendarsi. Se invece non sei come lui, ricordati che forse lo sei stato in passato o saresti potuto esserlo, e quindi sii indulgente, e rimproveralo non spinto dall’odio ma dalla misericordia. I rimproveri e le correzioni dunque non si devono fare se non raramente e quando sono assolutamente necessari e solo nell’inte­resse di Dio, dopo però aver rimosso la trave dal proprio occhio. Giustamente quindi è detto: “Perché guardi la pagliuzza nell’oc­chio del tuo fratello…?”, ecc.

 

19. Considera ancora che gli occhi sono così chiamati, o perché l’ombra delle ciglia li nasconde (lat. occulit), li protegge, perché non subiscano lesioni o non vengano danneggiati incidentalmente; oppure perché hanno una luce nascosta (lat. occulta), cioè segreta o interposta (indiretta). Tra tutti i sensi, gli occhi sono i più vicini all’anima. Dagli occhi infatti traspare ogni giudizio della mente: infatti il turbamento o la gioia dell’ani­ma si manifesta negli occhi.

Gli occhi sono collocati nelviso, dentro due profonde cavità, dalle quali prende nome la fronte (lat. foratus, foro; frons, fronte). Gli occhi, che sembrano delle gemme, sono coperti da membrane trasparenti, attraverso le quali, come attraverso il vetro, la mente vede in traspa­renza quello che c’è all’esterno. Al centro delle orbite ci sono quelle che chiamiamo pupille, per le quali abbiamo la facoltà di vedere.

E dobbiamo anche sapere che gli occhi possono essere o grandi o piccoli o medi. L’occhio medio rivela buona disposizione alla discrezione, all’intelligenza e all’erudi­zione. E ci possono essere anche occhi prominenti, profondi o medi. Gli occhi profondi hanno vista acuta; quelli prominenti indicano disturbi nella valutazione, e disposizione alla cattiveria; chi li ha in posizione intermedia è fortunato, perché sono segno di bontà.

E ci sono occhi molto chiusi, e occhi molto aperti e poco mobili, e occhi con caratteristiche intermedie. Se sono molto aperti e poco chiusi, manifestano stoltezza e inverecondia. Se sono molto chiusi, indicano grande volubi­lità, poca discrezione e incostanza nell’agire. Invece l’occhio che ha caratteristiche intermedie indica disposi­zione alla bontà e giusto equilibrio in ogni attività.

 

20. “Ipocrita, togli dapprima la trave dal tuo occhio”, ecc. Infatti non c’è medico capace di guarire gli altri, se non sa prima guarire se stesso. L’ipocrita è colui che ha l’oc­chio perfidamente aperto per vedere i delitti altrui, e non vede la sua presunzione. Dice infatti il poeta: Se tu, o cisposo, vedi i tuoi vizi con occhi malati, come mai hai la vista così acuta nello scoprire i vizi degli amici? (Orazio). Volesse il cielo, che l’occ­hio che tutto vede, vedesse anche se stesso!

Con questa quarta parte del vangelo si accorda anche la quarta parte dell’epistola: “Non solo la creazione, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli di Dio” (Rm 8,23). Le primizie dello Spirito sono la contrizione e l’amarezza per i peccati, che per prima cosa devono essere offerte al Signore. I santi che le hanno, non guardano la trave nell’occhio altrui, non giudicano nessuno, non condannano nessuno, ma gemono e sospirano dentro se stessi nel­l’amarezza della loro anima, aspettando l’adozione, vale a dire l’immortalità del corpo.

Di questa immortalità ci faccia partecipi colui che è morto per noi, che veramente risuscitò, Gesù Cristo, Signore nostro, al quale è onore e gloria, con il Padre e lo Spirito Santo, nei secoli eterni. E ogni anima misericordiosa risponda: Amen. Alleluia!

 

 

DOMENICA V DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della V domenica dopo Pentecoste: “Mentre la folla faceva ressa intorno a Gesù”; vangelo che si divide in quattro parti.

– Anzitutto sermone sui prelati e i predicatori della chiesa, e quale dev’essere la loro condotta: “Il re Salomone scolpì sulle porte del tempio”.

– Parte I: Sermone sull’incarnazione e sulla passione di Cristo, sul comportamento del giusto, sui tre alberi che erano nel paradiso terrestre, sulla natura del cedro e dell’issopo, e il loro significato: “Salomone parlò di piante...”.

– Sermone sulle due prostitute e i loro figli, e quale sia il loro significato: “Vennero due prostitute”.

– Sermone sulla barca di Pietro e quale sia il significato della sua attrezzatura: “Siate tutti concordi”.

– Parte II: Sermone allegorico e morale sulla flotta di Salomone, e quale sia il significato allegorico e morale dell’oro, dell’argento, dei denti di elefante, delle scimmie e dei pavoni: “ La flotta di Salomone”.

– Natura degli elefanti e dei pavoni: il loro significato.

– Sermone contro i prelati e i sacerdoti della chiesa: “Lo pregò di scostarsi un poco da terra”.

– Sermone allegorico sulla santa chiesa: “Il re Salomone si costruì un trono”.

– Sermone morale sull’anima fedele: “Il re Salomone si costruì un trono”. Si parla anche della natura degli elefanti, del loro significato morale; dei quattro elemen­ti: fuoco, aria, acqua e terra, e il loro significato.

– Sermone sulla beata Vergine Maria: “Il re Salomone si costruì un trono”, e sui sette gradini del trono.

  • Sermone contro i sacerdoti: “Ascoltate, sacerdoti!...”.

  • Parte III: Sermone sul disprezzo delle cose temporali, che sono un nulla: “Ho guardato la terra”.

– Sermone sul dovere che abbiamo di non attribuire nulla a noi stessi ma tutto a Dio, per poter prendere una grande quantità di pesci: “Elia salì sul monte Carmelo”.

– Parte IV: Sermone sulle due mammelle di Cristo, l’incarnazione e la passione: “Sul suo seno sarete portati”.

– Sermone sui quattro mali che sono sulla terra e il loro significato: “Santificate il Signore Gesù Cristo nei vostri cuori”.

 

esordio - sermone sui prelati e i predicatori della chiesa

 

1. In quel tempo: “La turba faceva ressa intorno a Gesù per ascoltare la parola di Dio, ed egli stava presso il lago di Genesaret” (Lc 5,1).

Nel terzo libro dei Re si racconta che Salomone, sulle porte della “cella” (la parte più segreta del tempio), che erano di legno di ulivo, “scolpì figure di cherubini, palme e bassorilievi molto rilevati, e li rivestì d’oro; e rivestì d’oro anche i cherubini e le palme” (3Re 6,32). Le porte, dette in latino ostia, perché impediscono il passaggio ai nemici (lat. hostes), sono figura dei predica­tori, i quali devono opporsi ai nemici come un muro a difesa del santuario del Signore (cf. Ez 13,5), cioè della chiesa mili­tante. E queste porte devono essere di legno di olivo, nel quale ci sono due qualità che simboleggiano la costanza e la misericordia; la costanza è simboleggiata dalla compat­tezza e dalla durata del­l’oli­vo, e la misericordia dal suo nome greco, élaios, che assomiglia a éleos, termine che significa pietà, misericordia. Nei predicatori e nei prelati della chiesa, per opera dei quali viene aperto l’ingresso al Regno, ci devono essere queste due virtù; infatti il nostro Salomone, Gesù Cristo, che annuncia la pace ai vicini e ai lontani (cf. Ef 2,17), ha scolpito in essi dei cherubini, che simboleggiano la pienezza della scienza, delle palme e dei lavori d’intaglio (bassorilievi). Nei cherubini è indicata la vita angelica e la scienza perfetta; nelle palme la vittoria sul triplice nemico (demonio, mondo e carne); nei bassorilievi, o lavori d’intaglio, l’esempio delle opere buone.

Ma prima dobbiamo considerare che, per comando del Signore, Mosè fece due cherubini d’oro, lavorati a martel­lo, come è detto nell’Esodo (cf. Es 25,18). Invece Salomone li fece di legno di ulivo, come è detto nel terzo libro dei Re (3Re 6,32). Di questo fatto possiamo trovare tre ragioni. La prima, per indicare che fino a quando i figli d’Israele furono sotto Mosè nel deserto, furono colpiti da molti castighi, perché lo meritavano; mentre nella Terra Promessa, sotto Salomone, furono in pace e in sicurezza. Salomone stesso infatti, nel terzo libro dei Re, dice: Ora il Signore, mio Dio, mi ha dato pace tutto intorno, e non ho né avversari né particolari difficoltà (cf. 3Re 5,4). La seconda, perché il predicatore, mentre è occupato nell’esercizio della predicazione, come battuto dai colpi delle tribolazioni, si estende nella larghezza della carità e nella lunghezza della comprensione; invece mentre, lasciata la folla nella valle, ritorna al monte della contemplazione, s’immerge in Dio nella quiete della mente e nella tranquillità della coscienza. La terza, perché il giusto, nel deserto di questo corpo, è colpito da molte sventure, ma nella celeste Gerusalemme, come i cherubini della gloria, contemplerà faccia a faccia, immortale l’Immortale.

Nei cherubini, dunque, è indicata la vita angelica e la scienza perfetta, due qualità che il predicatore deve avere per vivere santamente e predicare con franchezza, cioè senza risparmiare nessuno né per timore né per amore, né per deferenza né per vergogna. Nella palma è indicata la vittoria sul mondo, sulla carne e sul diavolo: la palma infatti è l’ornamento della mano vittoriosa. Gli intagli in legno ben rilevati (bassorilievi) simboleggiano i sicuri esempi delle opere buone che si devono scolpire negli occhi di tutti così profondamente da non poter mai essere giudicati in modo errato o sfavorevole.

E considera ancora che questi tre lavori devono essere ricoperti d’oro: i cherubini della scienza devono essere ricoperti con l’oro dell’umiltà, altrimenti la scienza gonfia (cf. 1Cor 8,1); la palma della vittoria con l’oro della misericor­dia divina, perché la vittoria venga attribuita non a te stesso ma al Signore, il quale dice: “Abbiate fiducia”, perché “io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33); i bassorilievi delle opere con l’oro della carità fraterna, per cercare non la propria gloria ma quella degli altri.

Se nelle porte del luogo della preghiera saranno scolpite queste tre figure, per ammirare sì grande meraviglia di scultura si precipiteranno le folle al suo ingresso, bramose di ascoltare la parola del Signore. Infatti è detto nel vangelo di oggi: “Le folle facevano ressa intorno a Gesù…”, ecc.

 

2. Considera che in questo vangelo sono quattro i momenti degni di nota. Primo, la sosta di Gesù Cristo al lago di Genesaret, dove stanno le due barche, quando dice: “Gesù stava presso il lago di Genesaret e vide due barche ormeggiate alla sponda”. Secondo, Gesù stesso che sale sulla barca di Simone: “Gesù salì sulla barca che era di Simone”. Terzo, la cattura della grande quantità di pesci: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte”, ecc. Quarto, lo stupore di Pietro e dei suoi compagni, e l’abbandono di tutto ciò che avevano: “Al veder questo, Simone Pietro”, ecc.

Osserva anche che in questa domenica e nella seguente metteremo a confronto, se Dio ce lo concederà, alcuni racconti del terzo libro dei Re con le varie parti di questo vangelo.

Nell’introito della messa di oggi si canta: “Ascolta, Signore, la mia voce” (Sal 26,7). Si legge poi l’epistola del beato Pietro: “Siate tutti concordi” (1Pt 3,8). Noi la divideremo in quattro parti e la metteremo a confronto con le quattro parti del vangelo. Prima parte: “Siate tutti concordi”. Seconda parte: “Chi vuol amare la vita”. Terza parte: “E chi vi potrà fare del male?”. Quarta parte: “Adorate il Signore, Cristo”.

 

 

 

I. le due barche ferme al lago di genesaret

 

3. “Un giorno Gesù, mentre ritto in piedi stava presso il lago di Genesaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla riva: i pescatori era scesi e pulivano le reti” (Lc 5,1-2). Concorda con questo ciò che troviamo nel terzo libro dei Re, dove si racconta che “Salomone dissertò sulle piante, dal cedro che è sul Libano fino all’issopo che sbuca dal muro; e trattò dei quadrupedi, degli uccelli, dei rettili e dei pesci. Veniva gente da tutte le nazioni per ascoltare la sapienza di Salomone; e venivano messaggeri da tutti i re della terra, presso i quali si era diffusa la fama della sua sapienza” (3Re 4,33-34).

L’issopo, piccola pianta, attaccata al sasso, simboleg­gia l’umiltà di Cristo, il quale dissertò dal cedro del Libano fino all’issopo, perché dalle altezze della gloria celeste discese fino all’umiliazione della carne. In altro senso: Nel cedro è raffigurata la superbia dei malvagi; infatti è detto: “La voce del Signore schianterà i cedri” (Sal 28,5). Cristo dunque discute dal cedro fino all’issopo, perché giudica i cuori dei superbi e degli umili. E discusse anche sulle piante, mentre era appeso sull’albero della croce. E in quel momento piegò il cedro, cioè l’arroganza del mondo, fino all’abbassamento dell’issopo, cioè fino alla stoltezza della croce. “Infatti la parola della croce è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, mentre per quelli che si salvano è potenza di Dio” (1Cor 1,18).

Senso morale. “Salomone disputò sulle piante...”. Osserva che nel paradiso terrestre c’erano tre alberi: l’albero dal quale mangiava Adamo, l’albero della vita e l’albero della scienza del bene e del male. In questi tre alberi sono raffigurate tre facoltà: la memoria, la volontà e la ragione (intelletto). Il frutto della memoria è il godimento, il frutto della volontà è l’opera buona, il frutto della ragione è la distinzione tra il bene e il male.

Disputare vuol dire ricercare con la mente i vari criteri della ragione per poter giun­gere alla verità sostanziale. Perciò il giusto disputa su questi tre alberi, cioè ricerca con la ragione e la mente varie cose: se ha riposto nel tesoro della memoria i beni del Signore, che sono l’umiltà e la povertà della sua incarnazione, la dolcezza della sua predicazione, e la passione di Cristo, che fu obbediente fino alla croce; e se questi beni li ha custoditi con diligenza. Ricerca poi se con la volontà ama Dio e il prossimo, e se con la sua ragione sa distinguere il bene dal male. Questa è la disputa del giusto, e anche lui disputa dal cedro che sta sul Libano fino all’issopo che sbuca dalla parete.

Considera che il cedro è un albero alto; il suo legno ha un profumo gradevole ed è incorruttibile, e non è mai intaccato dal tarlo. Con il suo profumo mette in fuga i serpenti e messo nel fuoco si restringe. Il cedro simboleggia la vita del giusto: è alta per la sublimità della sua santa condotta; profumata dall’esempio del suo buon nome, incorruttibile per la fermezza del suo santo proposito, inattaccabile dal tarlo della concupiscen­za che dà morte; mette in fuga i demoni con la compunzione della mente e reprimendo con la mortificazione gli stimoli della carne; si restringe, cioè rinuncia alla propria volontà, nel fuoco dell’obbedienza. E questo cedro è sul Libano, che s’interpreta “candore”, perché la vita del giusto si svolge nel candore della purezza interiore ed esteriore. Il giusto quindi disputa dal cedro fino all’issopo che sbuca dalla parete. Nel­l’is­sopo è simboleggiata l’umiltà; e nella parete, che deve il suo nome a “parità”, in quanto è tutta livellata nella sua superficie, è indicata l’unione dei santi. Quindi il giusto disputa dal cedro della sua vita, considera cioè con la mente se la sua vita è arrivata all’umiltà e all’unione con i santi.

 

4. Continuiamo parlando di Cristo: “E parlò dei quadrupedi, degli uccelli, dei rettili e dei pesci”. Nei quadrupedi sono raffigurati i golosi e i lussuriosi, negli uccel­li i superbi, nei rettili gli avari, nei pesci i curiosi. Cristo parlò dei quadrupedi quando disse: “State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissi­pazioni, ubriachezze e affanni della vita” (Lc 21,34). Parlò degli uccelli quando disse: “Gli uccelli del cielo hanno i loro nidi; invece il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20). Parlò dei rettili quando disse: “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano” (Mt 6,19), ecc. Infine parlò dei pesci quando disse: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra”, cioè tutto il mondo, “per fare anche un solo proselito” – i proseliti sono i pagani accolti nella sinagoga – “e ottenutolo, lo rendete figlio della geenna il doppio di voi” (Mt 23,15). Quando infatti scopre i vostri vizi, ridiventa pagano, e per la sua prevaricazione si rende meritevole di un castigo ancora più grande. “E veniva gente da tutte le nazioni per ascoltare la sapienza di Salomone”. È la stessa cosa che dice il vangelo di oggi: “Gesù stava ritto in piedi presso il lago di Genesaret, e una gran folla faceva ressa intorno a lui, per ascoltare la parola di Dio”.

Genesaret deve il suo nome alla caratteristica di questo lago che dalle sue onde increspate sembra mandar fuori una brezza: in lat. generans auram, che genera brezza. In questo passo il vangelo chiama il lago stagno, che è un lago la cui acqua non scorre, ma sta ferma; ed è figura del secolo presente, nel quale ci sono dei ribollimenti che producono le bolle, l’aria della lode del mondo, che presto svanisce. Infatti il salmo dice: “La loro memoria svanì con il suono” (Sal 9,7), cioè con il plauso e con il favore del mondo. E come le acque sono costrette nello stagno perché non scorrano, così nel mondo la libertà dei peccatori viene limitata affinché non godano dei loro piaceri quanto vorrebbero. Leggiamo infatti in Luca che il figlio prodigo bramava riempirsi il ventre delle carrube dei porci, ma nessuno gliene dava (cf. Lc 15,16). Nelle carrube dei porci possiamo individuare i vari piaceri dei peccati, con i quali gli spiriti maligni si ingrassano come i porci; piaceri che talvolta non vengono concessi a chi li brama. Spesso infatti l’uomo pecca più di quanto il diavolo non gli suggerisca; e l’uomo spesso previene il diavolo, quando dal diavolo non è prevenuto. Per questo dice Ezechiele: “Ti darò in mano alle figlie dei filistei, le quali si vergognano vedendo la tua condotta sfrontata” (Ez 16,27). Vergogna quanto mai sorprendente, che il diavolo debba arrossire di un peccato dell’uomo, peccato che egli non gli ha suggerito, quando l’uomo stesso, disgraziato, di quel suo peccato non arrossisce!

 

5. “Stava dunque Gesù vicino allo stagno”, cioè in questo mondo, per predicare la parola di Dio agli amatori di questo mondo. Stava presso lo stagno colui che in questo mondo disprezzò e insegnò a disprezzare la gloria di questo mondo, la quale è come uno stagno che ingoia. E su questo abbiamo una concordanza nel terzo libro dei Re, dove si racconta che Elia “incontrò Eliseo, figlio di Safat, che arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il proprio mantello. Quegli abbandonò subito i buoi e corse dietro a Elia, dicendo: Vado a baciare mio padre e mia madre e poi ti seguo. Elia gli rispose: Va’ e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te. Quando tornò, Eliseo prese un paio di buoi, li uccise e con il legno dell’aratro fece cuocere la carne dei buoi e la distribuì alla gente e tutti ne mangiarono” (3Re 19,19-21).

Senso morale. Il nostro Redentore, disceso dal cielo, per divino decreto si acquistò un popolo che ancora bramava avidamente le cose terrene, operò in esso la salvezza quan­do lo convertì alla fede. Infatti Elia s’interpreta “Signo­re Dio", Safat “decreto”, ed Eliseo “salvezza del mio Dio”. Su Eliseo il profeta gettò il suo mantello, quando il Signore rivestì il popolo della fede cattolica. Dice l’Apostolo: “Voi che siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27).

“Abbandonati i buoi, andò dietro a Elia”. Infatti il coro degli eletti, avendo sentito che se uno non rinuncia a tutto quello che possiede, non può essere mio discepolo (cf. Lc 14,33), smise immediatamente di correre dietro alle ricchezze terrene e a farsi schiavo delle brame mondane, e in questo modo annunciò anche agli altri la parola di vita. Baciare il padre e la madre significa esattamente voler convertire con la parola tutti quelli che è possibile, sia dei giudei che dei pagani.

“Prese un paio di buoi”, ecc. Con questo intendiamo il corpo e lo spirito: dobbiamo cuocere le loro carni, vale a dire le concupiscenze della carne, con il legno dell’aratro, cioè con la contrizione del cuore, e distribuirle al popolo perché mangi: così riedifichiamo con l’esempio della vera penitenza coloro che abbiamo scandalizzato con la nostra vita dissoluta.

 

6. “Gesù vide due barche ormeggiate alla riva del lago”. Considera che queste due barche raffigurano Gerusalemme e Babilonia, il Paradiso e l’Egitto, Abele e Caino, Giacobbe ed Esaù, in una parola la schiera dei veri penitenti e la massa vergognosa dei mondani. Tutti gli uomini infatti appar­tengono all’uno o all’altro di questi due gruppi.

Tutto ciò trova un valido riscontro nelle due prostitute delle quali nel terzo libro dei Re si racconta che “due prostitute si presentarono al re Salomone”. Ben a ragione, si presentano due prostitute a Salomone, il quale in seguito si lasciò da loro corrompere. “Una di esse raccon­tò: Ascoltami, signore! Io e questa donna abitavamo nella stessa casa; io ho partorito nella camera vicino a lei. Tre giorni dopo che avevo partorito io, partorì anche lei. Eravamo insieme, e nessun altro, all’infuori di noi due, c’era nella casa insieme con noi. Durante la notte morì il figlio di questa donna, perché ella, mentre era addormentata, l’aveva schiacciato. Alzatasi allora nel silenzio della notte, prese il bambino dal mio fianco – io, tua schiava, dormivo profondamente – e se lo mise in seno; pose poi al mio seno il figlio suo che era morto. Quando al mattino mi alzai per dare il latte al mio figlio, me lo vidi morto. Ma poi, guardandolo più attentamente alla luce del giorno, mi accorsi che quello non era il mio bambino, quello che io avevo generato. L’altra donna intervenne: “Non è come dici tu; è il figlio tuo che è morto: il mio è quello vivo. Ma la prima ripeteva il contrario: Sei falsa, il mio figlio è vivo, quello morto è il tuo! E continuavano così a litigare davanti al re. Allora il re disse: Portatemi una spada! E dopo che gli ebbero portata la spada: Tagliate in due il bambino vivo – ordinò –, e datene metà a ciascuna delle due donne. Allora la madre del bambino vivo, poiché le sue viscere si erano sconvolte per suo figlio, si rivolse al re: Ti scongiuro, signore, da’ pure a lei il bambino vivo e non ucciderlo. Al contrario, l’altra donna diceva: Giusto, non sia né mio né tuo; sia diviso in due! Il re sentenziò: Date alla prima il bambino vivo, e non venga ucciso. Essa infatti è sua madre!” (3Re 3,16-27).

Le prostitute sono dette anche meretrici, dal lat. mereo, guadagnare, perché guadagnano lo stipendio della libidine. Queste due prostitute simboleggiano due generi di vita, la vita dei veri penitenti e quella dei carnali. Fa’ però attenzione a una cosa: abbiamo detto che la vita dei veri penitenti è simboleggiata da una prostituta, non in quanto prostituta – infatti il vero penitente ha già fatto ritorno al suo sposo –, ma per il fatto che era prostituta quando aderiva al diavolo. Leggiamo infatti qualcosa di simile anche nel vangelo di Matteo: “Gesù si trovava nella casa di Simone, il lebbroso” (Mt 26,6), non perché fosse lebbroso allora, ma perché lo era stato. Le due “vite” sono raffigurate da quelle due verghe delle quali parla il profeta Zaccaria: “E mi presi due verghe: una la chiamai ornamento, l’altra funicella(Zc 11,7). Osserva che la vita dei penitenti viene chiamata verga e ornamento; verga, perché sottoposta al rigore della disciplina; ornamento perché purificata con le lacrime da ogni lebbra di peccato. Invece la vita dei carnali viene detta funicella, perché essi sono legati con le funi dei loro peccati.

Quanti danni poi procurino Caino ad Abele, Esaù a Giacobbe e i carnali ai penitenti lo dimostra il racconto riportato sopra: “Io e questa donna abitavamo nella stessa casa”, ecc. Ecco le due barche ferme nello stagno. Lo stagno e la casa sono figura del mondo, nel quale queste due donne vivono. Partoriscono i penitenti, e partoriscono anche i carna­li. Ma nel terzo giorno i penitenti, nell’amarezza del cuore, partoriscono opere di luce, l’erede della vita eterna; e del loro parto è detto: “La donna, quando parto­risce, è nella tristezza” (Gv 16,21). Anche i carnali, nel piacere della carne, partoriscono, ma opere di tenebre, figli della geenna; e di essi dice Salomone: “Si rallegrano quando compiono il male e gioiscono delle loro opere perverse” (Pro 2,14). E questo nel terzo giorno: dall’adul­terina suggestione del diavolo, prima concepiscono con il consenso della mente, poi hanno come una gestazione nel proposito della volontà perversa; e quindi partoriscono il peccato con il compimento dell’opera cattiva.

“E stavamo insieme e, oltre a noi due, non c’era nessuno con noi”. Nel mondo, buoni e cattivi si trovano insieme. Dice infatti Giobbe: “Fui fratello dei dragoni e compagno degli struzzi” (Gb 30,29). Nell’aia c’è il grano insieme con la paglia; nel torchio c’è il vino insieme con le vinacce, e nel frantoio c’è l’olio insieme alla morchia.

“Il figlio di questa donna morì”. Le opere dei carnali muoiono, quando vengono come soffocate dal peccato che segue. Nella notte della cattiva intenzione, della cecità della mente, viene ucciso il figlio di questa donna: Nel sonno lo schiacciò. “Quelli che dormono, infatti, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, sono ubriachi di notte” (1Ts 5,7).

“E alzatasi nel silenzio della notte”, ecc. Il testo latino dice: intempestae noctis silentio. Intempestivo significa inopportuno, quando nulla si può fare e tutto è tranquillo; invece ciò che è tempestivo è opportuno. Altro senso: nox intempesta, notte alta e oscura, o anche mezza notte.

Il beato Gregorio commenta questo passo parlando dei dottori carnali, dei maestri mondani: essi, mentre omettono di fare quello che dicono, uccidono i loro uditori con il sonno del corpo, li trascurano e li tiranneggiano, mentre fingono di nutrirli con il latte delle parole. Perciò, vivendo in modo riprovevole e non potendo avere discepoli di vita esemplare, si sforzano di attirare a sé i discepoli degli altri, di modo che, dando l’im­pres­sione di avere dei buoni seguaci, giustificano presso l’opinione degli uomini il male che fanno e mascherano con la vita dei sudditi la loro criminale negligenza.

Quindi la donna che aveva ucciso il proprio figlio, si prese quello non suo. Ma la spada di Salomone scoprì la madre vera, perché nell’ultimo giudizio, l’ira del giudice esaminerà, ossia dimostrerà quali e di chi siano i frutti, cioè le opere destinate a vivere o a perire. Da notare che dapprima viene ordinato che il figlio vivo venga tagliato in due, e che venga reso alla vera madre soltanto dopo, perché in questo mondo è ammissibile che la vita di un discepolo sia per così dire divisa, in quanto si permette che uno si guadagni con essa il merito presso Dio, e un altro la lode dagli uomini.

Ma la madre falsa non aveva alcuna preoccupazione che venisse ucciso il bambino che non aveva generato, perché i maestri presuntuosi e incuranti della carità, se non riescono a conquistarsi una fama di totale ammirazione dai discepoli degli altri, attentano spietatamente alla loro vita. Accesi di invidia non vogliono che vivano per gli altri, quelli che vedono di non poter possedere. E quindi: “Non sia né mio né di altri”. Non tollerano che vivano per gli altri nella verità, coloro che non vedono proni davanti a sé per la propria gloria temporale. Invece la madre vera fa di tutto perché il suo figlio stia almeno presso gli estranei e viva, perché i veri maestri permettono che altre scuole traggano fama dai loro discepoli, purché naturalmente non perdano l’onestà della vita. Sono gli stessi sentimenti di pietà, dai quali viene riconosciuta la vera madre, poiché si riconosce il vero insegnamento soltanto alla prova della carità.

Poté ricevere “tutto intero” (integro) il figlio solo colei che tutto intero, per così dire, l’aveva ceduto. Parimenti, i superiori fedeli al loro compito, per il fatto che non solo non invidiano agli altri la gloria che loro viene dai buoni discepoli, ma ne auspicano anche utilità e vantaggio, riavranno i figli vivi e integri, quando nell’ultimo giudizio conseguiranno dalla loro vita il premio perfetto.

Esposto tutto questo sulle due barche e sulle loro analogie, procediamo ai temi seguenti.

 

7. “I pescatori erano scesi e ripulivano le reti”. Consi­dera che da entrambe le barche, quella dei penitenti e quella dei carnali, scendono i pescatori. I penitenti infatti scendono da ciò che sono per grazia a ciò che sono per natura; scendono cioè dalla dignità della vita più perfetta alla considerazione della propria fragilità. I carnali pure discendono dal sussiego della loro superbia alla cenere della penitenza. “E ripulivano (lavavano) le reti”. Commenta la Glossa: “Ripiega le reti ripulite colui che, sospendendo l’impegno della predicazione, si sforza di mettere in pratica ciò che ha insegnato agli altri.

Infatti nell’introito della messa di oggi, il penitente prega dicendo: “Ascolta, Signore la mia voce, con la quale grido a te. Sii tu il mio aiuto; non abbandonarmi, non rigettarmi, Dio della mia salvezza” (Sal 26,7­9). Osserva che la barca di Pietro, cioè la vita dei penitenti, giustamente ritornata allo sposo, implora tre cose: essere esaudita, non essere abbandonata, non essere rigettata. Essere esaudita al momento della preghiera, non essere abbandonata alla persecuzione dei nemici, non essere rigettata a motivo della passata perversità.

Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola di oggi, nella quale il beato Pietro parla ai figli della barca che gli è stata affidata: “Siate tutti concordi, compassionevoli a vicenda, animati da affetto fraterno, misericordiosi, modesti, umili; non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo, poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione”(1Pt 3,8-9). Pietro, quale saggio armatore, con il suo mirabile magistero attrezzò la barca affidatagli, destinata ad essere sbattuta tra i flutti del mare in tempesta ed esposta ai venti e ai pericoli; l’attrezzò di albero e vele, di timone e àncora, e di remi da entrambi i lati, perché potesse giungere incolume al porto della tranquillità. Dice infatti “tutti concordi”: ecco l’albero al centro della barca, cioè la concordia della fede e del cuore nella chiesa: “Erano tutti un cuor solo e un’anima sola” (At 4,32). “Compassionevoli a vicenda”: ecco la vela. Infatti, come la vela trascina la barca, così il reciproco compa­timento ti trascina a partecipare alle necessità del tuo prossimo. Dice infatti l’Apostolo: “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme” (1Cor 12,26).

“Animati da affetto fraterno”: ecco il timone. Come infatti il timone tiene la barca nella giusta direzione e non le permette di deviare, ed esso costituisce lo strumento essenziale per condurre in porto la barca, così l’amore fraterno guida la comunità dei fedeli affinché non devii, e la conduce al porto della sicurezza: perché dov’è carità e amore, lì c’è anche la comunità dei santi. “Misericordiosi”: ecco l’àncora. Àncora suona quasi come (lat.) anca, cioè curva. Infatti come l’àncora con la sua curvatura prende, e mentre prende è presa, e quando è presa trattiene la barca, così la misericordia, quando dal profondo del cuore cattura il prossimo, dal prossimo è catturata, e mentre trattiene viene anche trattenuta, mentre lega viene legata. E da questo legame la barca, cioè l’anima, non viene più scossa dalla sicurezza della sua pace né dalle onde della tentazione né dai venti delle suggestioni diaboliche. “Modesti e umili”: ecco i remi di destra; “non rendete male per male, ma, al contrario, rispondete benedicendo”: ecco i remi di sinistra.

Se la nostra barca sarà così allestita e attrezzata con questi otto strumenti, potrà certamente giungere, sulla rotta giusta, alla benedizione dell’eterna eredità, al porto dell’eterna tranquillità.

Tutto questo si degni di concederci colui che è benedetto e glorioso nei secoli eterni. Amen.

 

II. cristo sale sulla barca di simone

 

8. “Gesù salì su una barca, quella che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra, e seduto ammaestrava la folla dalla barca. Quando finì di parlare, disse a Simone: Prendi il largo e calate le vostre reti per la pesca” (Lc 5,3-4).

Troviamo su questo una concordanza nel terzo libro dei Re, dove si racconta che “la flotta del re Salomone solcava il mare verso Tarsis, portando da lì oro, argento, denti di elefante, scimmie e pavoni” (3Re 10,22).

La flotta di Salomone e la barca di Pietro raffigurano la stessa cosa. La barca è chiamata in lat. navis, in quanto richiede il navus, l’esperto, cioè uno che sa manovrarla, uno che sa governarla tra i pericoli e i frangenti del mare. Di qui la sentenza dei Proverbi: “L’esperto starà al timone”(Pro 1,5). La barca è figura della chiesa di Gesù Cristo, affidata alla cura di Pietro; essa ha bisogno non di un incapace, ma di un esperto; non di un pirata, ma di una guida che sia in grado preservarla dai pericoli. Questa è la flotta di Salomone la quale, attraverso il mare di questo mondo, salpa per Tarsis, nome che s’interpreta “ricerca del godimento”; salpa cioè verso coloro che cercano i piaceri del mondo, per godere mentre sono quaggiù. Nell’oro è simboleggiata la sapienza umana, nell’argento il linguaggio filosofico, nei denti degli elefanti sono raffigurati i dottori coraggiosi, che masticano il cibo della parola per i piccoli; nelle scimmie coloro che imitano le azioni umane ma poi vivono come le bestie: vengono alla fede dal paganesimo e fingono di vivere secondo la fede, ma poi la rinnegano con le opere; nei pavoni, la cui carne, se viene seccata, diventa incorruttibile – almeno così dicono – e che sono coperti di penne meravigliose, sono raffigurati i perfetti, purificati dal fuoco delle tribolazioni e quindi adorni di grande varietà di virtù.

Tutto questo viene portato, per mezzo della predicazione della chiesa, da Tarsis, cioè dagli insidiosi flutti del mondo, al nostro Salomone, cioè a Gesù Cristo.

 

9. Senso morale. La flotta di Salomone è la mente del penitente, la quale attraverso il mare, vale a dire nell’amarezza della contrizione, si reca a Tarsis, va cioè alla ricerca dei peccati commessi e delle circostanze del peccato; si domanda da dove viene, dove si trova, dove è diretto; considera quanto sia misera e fragile questa carne e quanto sia falsa e caduca la prosperità del mondo. Infatti Giuseppe disse ai suoi fratelli: “Voi siete degli esploratori (delle spie): siete venuti per scoprire i punti deboli del paese” (Gn 42,9); i penitenti cioè medita­no ogni giorno, nell’amarezza della loro anima, sulla fragilità e la debolezza della loro carne. Essi sono gli esploratori di Giosuè, ai quali egli disse: “Andate e osservate bene tutto il territorio e la città di Gerico” (Gs 2,1).

Gerico s’interpreta “luna” e raffigura l’ingannevole prosperità del mondo: i giusti, quando la esplorano per disprezzarla, non vi trovano se non amarezza e dolore. Perciò dalla loro esplorazione portano con sé oro, argento, denti di elefante (avorio), scimmie e pavoni. L’oro rappresenta la purificazione della coscienza; l’ar­gento la proclamazione della lode; i denti degli elefanti (cioè l’avorio) raffigurano l’accusa e la riprovazione di se stessi; le scimmie la considerazione della propria inde­gnità; i pavoni l’abiezione della gloria passata.

Dell’oro e dell’argento Giobbe dice (trad. lett.): “L’argento ha gli inizi delle sue vene” (l’argento proviene dai filoni, dalle vene argentifere), e l’oro ha il luogo dove viene fuso e raffinato” (Gb 28,1). Il principio delle vene nell’uomo è il cuore. Quindi dal cuore dell’uomo deve uscire l’argento, cioè la proclamazione della lode di Dio. Ma dice Geremia: “Tu, o Signore, sei vicino alla loro bocca, ma lontano dalle loro reni” (Ger 12,2). Il cuore dei carnali sta nelle reni, cioè nella lussuria, e la lode di Dio è soltanto sulle loro labbra. “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me” (Mt 15,8). Il principio delle vene, dal quale deve scorrere l’argento, è lontano da Dio. In che modo allora l’argento della confessione risuonerà dolcemente all’orecchio dell’Onnipotente, il quale dice: Figlio, dammi il tuo cuore (cf. Pro 23,26), e Dio guarda il cuore? (cf. Sal 7,10).

“E l’oro ha il luogo dove viene fuso e raffinato”. I sentimenti della nostra coscienza vengono purificati nel crogiolo di un severo esame di sé. Questo è il luogo dove l’oro deve venir fuso e purificato, non la lingua degli uomini, perché l’oro fuso nella loro lingua viene distrutto. Sventurato colui che crede più alla lingua degli altri che a alla sua coscienza: molti hanno paura dell’opinione pubblica, pochi della propria coscien­za. Che gran cosa, invece, essere degni di lode e non venir lodati da nessuno!

 

10. Dei denti dell’accusa e del rimprovero dice Giobbe: “Con i miei denti strazio le mie carni” (Gb 13,14). Si strazia le carni con i denti colui che, con una giusta condanna, mette sotto accusa la sua carnalità. E osserva che giustamente i penitenti sono raffigurati negli elefanti, i quali hanno una natura mite. Infatti se si imbattono in un uomo sperduto nel deserto, lo guidano fino alla strada che conosce; o se vengono a trovarsi davanti a un fitto gregge di pecore, si fanno la strada muovendo con calma e pazienza la proboscide. Il più vecchio guida il gruppo, e quello che lo segue in ordine di età incalza gli altri. Quando devono attraversare un fiume, mandano avanti i più piccoli, perché i più grossi, passando per primi, non facciano sprofondare il fondale, provocando così dei gorghi pericolosi.

Allo stesso modo, i giusti hanno il dono della clemenza: riconducono gli erranti sulla retta via; alle pecore, cioè ai semplici, insegnano con bontà e pazienza la strada per la quale procedere con sicurezza; guidano gli altri con la parola e con gli esempi; attraversando il fiume di questa vita diretti verso la patria, mandano avanti i più piccoli, partecipano cioè con comprensione alle difficoltà dei principianti, che non sono ancora giunti al vigore della santità: se i più deboli dovessero procedere sull’austera via dei perfetti, si stancherebbero e si ritirerebbero dal cammino intrapreso.

Parimenti nelle scimmie è indicata la considerazione delle indegnità e delle nefandezze compiute, giacché le scimmie sono senza la coda, con la quale coprire le proprie vergogne. Così i veri penitenti non cercano motivi per scusare o per mascherare i propri peccati, ma manifestano apertamente e con semplicità le nefandezze compiute, vergognandosi non dello sguardo degli uomini, ma solo di quello di Dio.

Infine, nei pavoni è indicato il disprezzo, il rifiuto della gloria temporale. C’è da osservare che il pavone perde le penne quando gli alberi incominciano a perdere le foglie. Dopo, gli rispuntano le piume quando gli alberi ricominciano a mettere le foglie.

Il primo albero fu Cristo, piantato nel giardino delle delizie, vale a dire nel grembo della beata Vergine. Le foglie di quest’albero sono le sue parole: quando il predicatore le sparge con la predicazione e il peccatore le accoglie, quest’ultimo perde le penne, cioè abbandona e disprezza le ricchezze. Poi, nella risurrezione finale, quando tutti gli alberi, cioè tutti i santi, ricominceranno a sbocciare e verdeggiare, allora colui che ha rifiutato le penne delle cose temporali, riceverà le piume dell’immortalità. E come nelle penne del pavone sta la sua bellezza, e nelle zampe la sua bruttezza, in modo che guardandogli le zampe, la sua bellezza ne viene per così dire sminuita, così i penitenti rigettano la gloria di questo mondo, ripensando alla propria abiezione e alla propria corruzio­ne. E i penitenti recano tali merci, finché sono costanti nel controllo quotidiano di se stessi e delle proprie cose.

 

11. “Gesù salì in una delle due barche, quella di Simone, e lo pregò di scostarsi un po’ da terra”. Il Signore prega il prelato della sua chiesa, perché la allontani un po’ dalla terra, allontani, cioè, un poco dall’amore delle cose terrene coloro che sono stati affida­ti alle sue cure. Ma se lui stesso è attaccato alla terra, se è gobbo e piegato verso terra, come potrà staccare dalla terra gli altri?

Quando Mosè, come racconta l’Esodo, si avviò con moglie e figli verso l’Egitto per andare a liberare il popolo d’Israele, un angelo voleva ucciderlo; solo quando rimandò indietro moglie e figli, l’angelo lo lasciò proseguire (cf. Es 4,24-26). Così i prelati e i sacerdoti del nostro tempo, raffigurati appunto in Mosè, hanno realmente moglie e figli, serpenti che gridano dietro ai sacerdoti: Guai, guai! Di essi dice Isaia: “I nati degli asini mangeranno una mistura di migma” (Is 30,24). Migma è un termine ebraico (in realtà è greco) che significa appunto un miscuglio di paglia tritata con frumento. Le sostanze del sacerdote risulta­no dalla mescolanza di due cose: dalla paglia del commercio terreno e dal frumento delle offerte della chiesa. Questo miscuglio lo mangiano i nati degli asini, cioè i figli dei sacerdoti. Costoro, con moglie e figli, pretendono di liberare il popolo di Dio dalla schiavitù del demonio. Ma li affronterà il Signore e li ucciderà, se non si separeranno dalla moglie e dai figli. E dopo questa separa­zione, il Signore dirà: Allontana un po’ la barca da terra.

 

12. “E sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca”. E anche su questo abbiamo una concordanza nel terzo libro dei Re: “Il re Salomone costruì un grande trono di avorio e lo rivestì di oro lucente. Il trono aveva sei gradini; la sua sommità, nel lato posteriore era rotonda; il sedile aveva due bracci laterali, ai cui fianchi si ergevano due leoni; e altri dodici leoni più piccoli erano disposti da una parte e dall’altra sui sei gradini. Non fu mai realizzata opera simile in alcun altro regno” (3Re 10,18-20).

Questo passo della Scrittura può essere commentato in tre maniere: applicandolo cioè alla chiesa, all’anima e alla beata Vergine Maria.

La chiesa. Nel trono di Salomone si può veder raffigurata la chiesa, nella quale il nostro re di pace pronuncia, regnando, i suoi giudizi. Giustamente ci viene ricordato che è fatto di avorio, perché l’elefante, dal quale proviene l’avorio, spicca tra gli altri quadrupedi per il suo sentimento: si unisce alla sua femmina con misura, e mai si unisce ad altre. E questo si applica agli astinenti, che in castità osservano i precetti di Cristo. L’ha rivestita d’oro, poiché per mezzo dei miracoli ha fatto risplendere in essa il fulgore della sua gloria. Dio portò a termine lo splendore del creato in sei giorni, e questo numero nella sua perfezione sta ad indica­re la perfezione delle opere compiute. Il settimo giorno Dio si riposò. E poiché il mondo enumera sei periodi nei quali è possibile operare, chiunque aspira alla patria celeste deve affrettarsi a raggiungerla con le opere buone.

La rotondità della parte posteriore del trono raffigura la pace eterna, della quale i santi godranno dopo questa vita: chi fatica quaggiù nel modo giusto, riceverà la giusta mercede e godrà della pace perenne. I bracci posti a fianco del trono come per sorreggerlo simboleggiano il soccorso della grazia divina che fa avanzare la chiesa verso il regno celeste. E sono due, perché questo viene proclamato in tutti e due i Testamenti: infatti nulla di buono può essere fatto se non con l’aiuto divino. Nei due leoni sono raffigurati i “padri”, i patriarchi dei due Testamenti, i quali con la fortezza dell’animo impararono a comandare a se stessi e agli altri. I leoni erano posti presso le impugnature dei bracci, presso le mani, perché i santi patriarchi attribuivano a Dio, e non a se stessi, tutto quello che facevano: “Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria” (Sal 113B,1). Infine, nei dodici leoni più piccoli sono raffigurati i predicatori, che seguono l’insegnamento aposto­lico. Essi sono disposti da una parte e dall’altra dei sei gradini del trono, perché si sforzano di difendere da ogni parte e rafforzare il cammino delle opere buone con l’insegnamento e con l’esempio.

 

13. L’anima. “Il re Salomone si costruì un trono”. Da notare che per intraprendere un’opera sono necessarie due cose: intelligenza e impegno; con l’intelligenza si progetta, con l’impegno si realizza. Gesù Cristo, che è sapienza e potenza di Dio (cf. 1Cor 1,24), si costruì un trono sul quale riposare.

Il trono è l’anima del giusto, che Gesù Cristo con la sua sapienza ha creato, quando non esisteva; con la sua potenza l’ha ri-creata, cioè redenta, quando era andata in rovina. Si costruì dunque un trono nel quale riposare, perché l’anima del giusto è la sede della sapienza (cf. Sap 7,27), e per bocca di Isaia disse: Su chi volgerò lo sguardo, se non sull’umile, sul pacifico e su chi teme le mie parole? (cf. Is 66,2); e Salomone: “Il re che siede in trono dìssipa ogni male con il suo sguardo” (Pro 20,8). Così Gesù Cristo, re dei re, siede in trono, cioè riposa nell’anima: distrugge ogni male della carne, del mondo e del diavolo con il suo sguardo, cioè con lo sguardo della sua grazia.

“Costruì un grande trono d’avorio”, ecc. Vediamo quale sia il significato dell’avo­rio, dell’oro lucente, dei sei gradini, della sommità arrotondata, della parte posteriore, dei due bracci e del sedile, dei due leoni e dei dodici leoni più piccoli.

Avorio, in lat. ebur, viene da barrus (parola indiana), elefante. C’è da osservare che tra gli elefanti e i draghi c’è un’eterna lotta, e vengono tesi gli agguati con questo stratagemma. I draghi, questi grossi serpenti, si nascondo­no vicino ai sentieri solitamente battuti dagli elefanti; lasciano passare i primi e assalgono gli ultimi affinché i primi non possano correre in aiuto. Dapprima li allacciano ai piedi perché, legate le zampe, impediscono loro di camminare. Allora gli elefanti si appoggiano ad alberi o a massi per uccidere i draghi schiacciandoli con il loro peso immane.

Il motivo principale di questa lotta sta nel fatto che gli elefanti hanno il sangue piuttosto freddo, e quindi i draghi li assaltano con grandissima avidità quando il clima è torrido. E per questo motivo li assaltano soltanto quando gli elefanti sono appesantiti dall’aver bevuto a sazietà: le loro vene sono allora molto turgide e quindi, dopo averli atterrati, possono succhiare a sazietà. E si attac­cano soprattutto agli occhi, che sono i più vulnerabili, oppure anche all’interno delle orecchie.

Gli elefanti sono figura dei giusti e i draghi dei demoni, tra i quali ci sarà eterna guerra. I demoni tendono agguati ai piedi dei giusti, cioè ai loro sentimenti, e i giusti proprio con i sentimenti uccidono i draghi, e così questi vengono uccisi proprio là dove volevano inoculare il veleno. La focosa lussuria dei demoni tende a distruggere la casti­tà dei santi; i demoni li assalgono specialmente se li vedono abbandonarsi ai piaceri della gola, la quale riesce a dar fuoco anche ai rigori della castità. E attaccano soprattutto gli occhi, perché sanno che gli occhi sono i primi strali della lussuria. Oppure: attaccano prima gli occhi, cioè la ragione e l’intelletto che sono gli occhi dell’anima, per estirparli, e tentano di chiudere gli orecchi, perché non possano sentire la parola di Dio. Giustamente quindi è detto: “Costruì un grande trono di avorio”: di avorio, in riferimento alla castità; grande, in riferimento alla sublimità della contemplazione.

“Lo rivestì di oro splendente”. La veste dell’anima è la fede, che è d’oro se è illuminata dalla luce della carità. Di questa veste leggiamo nel libro della Sapienza: “Nella veste talare di Aronne c’era (disegnato) tutto l’orbe terracqueo” (Sap 18,24). Nella veste della fede, che opera per mezzo della carità, ci devono essere i quattro elementi, di cui tutto il mondo è formato: il fuoco della carità, l’aria della contemplazione, l’acqua della compunzione e la terra dell’umiltà.

“E il trono aveva sei gradini”, che sono il ripudio del peccato, l’accusa del peccato stesso, il perdono dell’offe­sa ricevuta, la partecipazione alle sofferenze del prossi­mo, il disprezzo di sé e del mondo, il conseguimento della perseveranza finale.

“La sommità del trono, sul lato posteriore, era roton­da”. La sommità del trono simboleggia il desiderio, di cui l’anima arde, di vedere Dio; l’anima sarà rotonda (cioè perfetta) nel lato posteriore, vale a dire alla fine della vita, perché passerà dalla speranza alla visione. Dice il salmo: “L’estremità del dorso della colomba splende di rilessi d’oro” (Sal 67,14). L’estremità del dorso della colomba, cioè dell’anima, è l’eter­na beatitudine: splenderà di riflessi d’oro, splenderà cioè nella contemplazione della maestà divina.

“E aveva due bracci, uno per parte, come per sostenere il sedile”, cioè lo sgabello che era d’oro. Il sedile è il simbolo dell’obbedienza, sorretta come da due braccia che sono la memoria della passione del Signore, e il ricordo della propria cattiveria. Alla fine di questi bracci stanno due leoni, vale a dire la speranza e il timore. La speranza sta presso il braccio della passione del Signore, sul cui esempio volentieri obbedisce, e per mezzo del quale spera di conseguire ciò in cui crede. E presso il braccio del ricordo della propria cattiveria sta il leone del timore, il quale, se manca l’obbedienza, minaccia il pericolo della morte eterna.

“E da una parte e dall’altra dei sei gradini erano disposti sei piccoli leoni”. Essi raffigurano quelle dodici virtù che l’apostolo Paolo enumera nella sua lettera ai Galati: “Il frutto dello Spirito è la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la longanimità, la bontà, la benignità, la mansuetudine, la fede, la modestia, la castità e la continenza” (Gal 5, 22-23). Lo spirito del giusto, che è come il primo dei sei piccoli leoni, coltiva in se stesso queste dodici virtù.

 

14. La beata Vergine Maria. “Il re Salomone si costruì un trono”, ecc. La beata Maria è chiamata “il vero trono di Salomone”. Infatti dice l’Ecclesiastico di lei: “Io abito nei cieli altissimi e il mio trono è in una colonna di nubi” (Eccli 24,7). Come dicesse: Io che abito nei cieli altissi­mi, presso il Padre, ho scelto il mio trono in una madre poverella. Osserva che la beata Vergine, trono del Figlio di Dio, è chiamata “colonna di nubi”: colonna, perché sorregge la nostra fragilità; di nubi, perché immune dal peccato. E questo trono fu di avorio, perché la beata Maria fu candida per l’innocenza, e fredda perché esente dal fuoco della concupiscenza.

In Maria ci furono i sei gradini, come è scritto nel vangelo di Luca: L’angelo Gabriele fu mandato... ad una vergine, ecc. (cf. Lc 1,26-38).

Il primo gradino fu la verecondia (il pudore): “A queste parole ella rimase turbata”. Di qui il detto: All’adole­scente viene raccomandata la verecondia, al giovane la gio­vialità, all’anziano la prudenza.

Il secondo gradino fu la prudenza: sul momento non disse né sì né no, ma incominciò a riflettere: “Si domandava che senso avesse un tale saluto”.

Il terzo gradino fu la modestia; infatti domandò all’angelo: “Come è possibile questa cosa?”

Il quarto gradino fu la costanza nel suo santo proposito: “Io non conosco uomo”.

Il quinto gradino fu l’umiltà: “Ecco, sono la serva del Signore”.

Il sesto gradino fu l’obbedienza: “Avvenga di me quello che hai detto”.

E questo trono fu rivestito dell’oro della povertà. O aurea povertà della Vergine gloriosa, che hai avvolto in misere fasce il Figlio di Dio e l’hai adagiato in una mangiatoia! E giustamente è detto che Salomone rivestì d’oro il trono: infatti la povertà riveste l’anima di virtù, invece la ricchezza la spoglia.

“E la sommità del trono era rotonda nel suo lato posteriore”. Il culmine della perfezione della beata Vergine Maria fu la carità, per la quale, nel suo lato posteriore, cioè nell’eterna beatitudine, è assisa nel posto più eccel­so, è rivestita della gloria più fulgente che non ha né principio né termine.

“E da una parte e dall’altra due bracci, quasi a sorreggere il seggio”. Il seggio, cioè lo sgabello d’oro, fu l’umiltà della Vergine Maria, sorretta come da due braccia, cioè la vita attiva e la vita contemplativa. Ella fu ad un tempo Marta e Maria. Fu Marta quando andò in Egitto e poi ritornò in Galilea; fu Maria quando serbava tutte queste parole e le meditava nel suo cuore (cf. Lc 2,19).

“E due leoni”, cioè Gabriele e Giovanni Evangelista, oppure Giuseppe e Giovanni Battista, “stavano in testa ai due bracci”: Giuseppe in riferimento alla vita attiva, Giovanni a quella contemplativa.

“E dodici leoni più piccoli”, cioè i dodici apostoli, da una parte e dall’altra in atto di ossequio e venerazione davanti a lei.

In verità, in verità, in nessun altro regno fu mai costruita un’opera simile, perché “come Maria mai ci fu donna al mondo, né mai ci sarà in futuro” (Liturgia). Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti, ma la beata Vergine Maria le ha superate tutte (cf. Pro 31,29). E un altro autore dice di lei: “Se anche la Vergine tacerà, nessun’altra voce al mondo potrà risuonare”.

 

15. “Quando ebbe finito di parlare, Gesù disse a Simone: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca” (Lc 5,4). In latino è detto duc in altum,alla lettera: conduci dove è profondo. Altus significa sia profondo che alto, e quindi può riferirsi tanto a ciò che sta sopra come a ciò che sta sotto. Si può dire sia alto cielo, che alto mare.

A Simone, come ad ogni vescovo, viene detto: “Prendi il largo!”, e subito dopo, ai loro suffraganei, ai loro colla­boratori: “Calate le reti per la pesca”. Infatti, se la barca della chiesa non viene dal presule condotta al largo, cioè alle altezze della santità, i sacerdoti non calano le reti per la pesca, ma fanno cadere le vittime nel profondo.

Leggiamo in Osea: “Ascoltate questo, o sacerdoti, contro di voi si fa il giudizio, perché siete diventati un laccio, invece di sorvegliare, e come una rete tesa sul Tabor. E avete fatto cadere le vittime nel profondo” (Os 5,1-2).

Fa’ attenzione alle tre parole: laccio, rete e fatto cadere, perché esse indicano i tre vizi dei sacer­doti: la negligenza, l’avarizia, e la gola unita alla lussuria.

La negligenza: “Siete diventati un laccio, invece di sorvegliare”. I sacerdoti hanno il compito di sorvegliare, ma, per la loro negligenza, i sudditi che sono loro affidati cadono nel laccio del diavolo (cf. 1Tm 6,9).

L’avarizia: “E come una rete tesa sul Tabor”. Sul Tabor si trasfigurò il Signore, e il nome s’interpreta “luce che viene”, e sta a indicare l’altare sul quale avviene la trasfigurazione, cioè la transustanziazione delle specie del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo, e per mezzo di questo sacramento entra la luce nelle anime dei fedeli. Su questo monte Tabor i sacerdoti, anzi per meglio dire, i mercanti, tendono la rete della loro avari­zia per ammassare denaro. Celebrano la messa per denaro, e se non fossero sicuri di ricevere i soldi, certamente non celebrerebbero la messa; e così il sacramento della salvezza lo fanno diventare strumento di cupidigia.

La gola e la lussuria: “Avete fatto cadere le vittime nel profondo”. Le vittime sono le offerte dei fedeli, che essi fanno cadere nel profondo, che vuol dire procul a fundo, cioè lontano dal fondo, vale a dire le impiegano per soddisfare la gola e la lussuria. La vittima è così chiamata perché cade percossa da un colpo (lat. victima, ictu percussa cadit). Infatti con le offerte dei fedeli, che spellano, i sacerdoti ingrassano i loro cavalli e puledri, le loro concubine e i loro figli. La Legge comandava che il mamzer, cioè il figlio di una prostitu­ta, non venisse ammesso al servizio della casa del Signore (cf. Dt 23,2). Ed ecco invece che i figli delle prostitute non solo entrano nella casa del Signore, ma perfino ne mangiano i beni.

 

16. Con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte dell’epistola: “Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici, trattenga la sua lingua dal male e le sue labbra da parole d’inganno...; il volto del Signore è contro coloro che fanno il male” (1Pt 3,10-12). Il beato Pietro prese queste parole dal salmo di Davide (cf. Sal 33,13-15), nel quale sono poste in evidenza tre cose: la gloria eterna dei giusti, la vita dei penitenti, e il castigo di chi fa il male. La gloria eterna: “Chi vuole amare la vita”; la vita dei penitenti: “trattenga la sua lingua”; il castigo di chi fa il male: “Il volto del Signore è contro coloro che fanno il male”.

La vera penitenza consiste in queste sei pratiche: trattenere la lingua dal male: “Credo che la prima delle virtù consista nel tenere a freno la lingua; imponendo silenzio si corregge una mala lingua” (Catone). Non dire parole d’inganno. Sta scritto: “Signore, chi abiterà nella tua tenda?” Certamente “chi non ha tramato inganni con la sua lingua” (Sal 14,1.3). Evitare il male. Ma questo non basta, bisogna poi fare il bene. Cerca la pace: cerca la pace dentro, in te stesso; e se la troverai, avrai senza dubbio la pace anche con Dio e con il prossimo; e persèguila(conquistala) con la perseveranza finale.

Sopra coloro che fanno tutto questo si posano gli occhi della misericordia del Signore, e gli orecchi della sua be­nevolenza sono aperti alle loro preghiere. Il castigo degli empi: “Il volto del Signore è contro coloro che fanno il male” (cf. Sal 33,16­17). La parola latina vultus si può intendere come vultuositas, volto corrucciato e severo. Queste tre cose, cioè la gloria, la penitenza e il castigo, Gesù Cristo le proclamò alle turbe, dopo essere salito sulla barca, e il suo vicario non cessa di procla­marle ogni giorno a tutti i fedeli.

Fratelli carissimi, preghiamo dunque lo stesso Signore Gesù Cristo, che faccia salire anche noi, per mezzo dell’obbedienza, sulla barca di Simone, ci faccia sedere sul trono d’avorio dell’umiltà e della castità, ci faccia condurre la nostra barca in alto mare, cioè alle altezze della contemplazione, ci faccia gettare le nostre reti per la pesca, per poter giungere con la maggior quantità possibile di buone opere a lui che è Dio sommamente buono.

Ce lo conceda egli stesso, che vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

III. la cattura di una grande quantità di pesci

 

17. “Simone rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola gette­rò le reti. E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni che erano nell’altra barca che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano” (Lc 5,5-7).

Notte, in lat. nox, è così chiamata perché nuoce agli occhi: infatti impedisce agli occhi di vedere. Chi lavora di notte non prende niente, anzi qualche volta viene preso. Dice il salmo: “Mandi le tenebre e scende la notte, e nella notte vagano tutte le bestie della foresta” (Sal 103,20). Quando la notte, cioè l’oscurità del peccato, scende in un’anima, allora tutte le bestie, vale a dire i demoni, entrano in essa e la dilaniano. Chi lavora nella notte, cioè fatica nell’oscurità di questa vita per impadronirsi di qualcosa di transitorio, non prende niente: tutte le cose temporali infatti sono un nulla.

Dice infatti Geremia: “Guardai la terra, ed ecco era vuota, era come un nulla” (Ger 4,23). Nulla, in lat. nihilum, è compo­sto da nihil, nulla eillum, lui. Il nulla segue colui che abbraccia quaggiù la terra vuota. Nihil è termine astratto, un non essere, ed è composto da non e illum, e la parola illum si scriveva in antico ullum. Di questo nihil, niente, dice Isaia: “Tutte le genti sono davanti a me come non esistessero; sono considerate come un nulla e cosa vana” (Is 40,17). Tutte le genti, cioè quelli che vivono come i gentili (i pagani), sono davanti a Dio come non esistessero. Esistono nel mondo della natura, ma non in quello della grazia, perché esistere male equivale a non esistere; e chi è fuori della vera esistenza, può essere reputato un nulla e una cosa vana.

Hanno vera e propria esistenza quelle cose che né possono aumentare nella loro intensità (densità), né possono diminuire per contrazione, né possono cambiare variando. L’essere ha come suo contrario soltanto il non essere (Agostino). Quindi colui che cresce nell’at­ten­zione e nella preoccupazione per le cose temporali, che diminuisce restringendosi perché gli viene a mancare la carità, e cambia variando, vale a dire è instabile nella sua mente, decade dalla vera esistenza, e quindi “è reputato quasi un nulla e come cosa vana”.

“Ma sulla tua parola getterò le reti”. Commenta la Glossa: Se gli strumenti della predicazione non vengono gettati sulla parola della superna grazia, cioè per ispira­zione interiore, invano il predicatore lancia la rete della sua voce, perché la fede dei popoli non nasce dalla sapienza di un forbito discorso, ma per opera della divina chiamata.

O stolta presunzione, o umiltà feconda! Quelli che prima non avevano preso nulla, sulla parola di Cristo catturano una grande moltitudine. Si rompono le reti per la grande quantità di pesci perché adesso, in questo mondo, insieme con gli eletti entrano tanti reprobi, che lacerano persino la chiesa con le loro eresie. Si rompono le reti, ma non si perde il pesce, perché il Signore salva i suoi anche in mezzo alle persecuzioni e agli scandali.

“Ma sulla tua parola”, non sulla mia, “getterò le reti”. Ogni volta che le ho gettate sulla mia parola, non ho preso mai niente. Ahimè, ogni volta che le ho gettate sulla mia parola, l’ho attribuito a me, non a te; ho predicato me stesso, e non te; ho predicato cose mie, non le tue. E quindi nulla ho preso; e se ho preso qualcosa, si trattava non di un pesce ma di una rana gracidante, perché mi lodasse; e anche questo era un niente!

“Ma sulla tua parola getterò le reti”. Getta le reti sulla parola di Gesù Cristo colui che nulla attribuisce a se stesso, ma tutto a lui; colui che vive secondo ciò che predica. E se così farà, prenderà veramente una grande quantità di pesci.

 

18. Su tutto questo troviamo una concordanza nel terzo libro dei Re, dove si racconta che “Elia salì sulla cima del Carmelo e, prostrato fino a terra, piegò il viso tra le ginocchia. Disse quindi al suo servo: àlzati e guarda verso il mare. Quegli andò, guardò e disse: Non c’è nulla! Elia disse: Tornaci ancora per sette volte. La settima volta, ecco una nuvoletta, piccola come l’orma di un piede umano, saliva dal mare. E ben presto tutto il cielo si oscurò per le nubi e per il vento, e cadde una grande pioggia” (3Re 18,42-45).

Vediamo quale significato abbiano Elia e la cima del Carmelo; che cosa significhi “prostrato” e “terra”; e che cosa voglia dire “il viso tra le ginocchia”; che cosa signi­fichino il servo, le sette volte, la nuvoletta, l’orma di un uomo, il mare, le nubi, il vento e la pioggia.

Elia è figura del predicatore, il quale deve salire sulla cima del Carmelo, nome che s’interpreta “scienza della circoncisione”, e sta a indicare la perfezione della vita santa, nella quale l’uomo impara molto bene a tagliare da se stesso tutte le cose superflue. “Prostrato”, ecco l’umiltà; “fino a terra”, ecco il ricordo della propria fragilità; “piegò il viso tra le ginoc­chia”, ecco il dolore delle passate iniquità.

“E disse al suo servo: Àlzati e guarda verso il mare”. Servo, in lat. puer, viene da purezza, e sta a indicare il corpo del predicatore: egli deve mantenerlo nella più asso­luta purezza. E questo servo deve guardare verso il mare, cioè verso i mondani contaminati dall’amarezza del peccato. E guarda verso di essi quando nella sua predicazione presenta i rimedi contro i loro vizi. E deve “guardare sette volte”, cioè presentare e spiegare i sette articoli della fede, che sono: l’incarnazione, il battesimo, la passione, la risurrezione, l’ascensione, la discesa dello Spirito Santo e il ritorno di Gesù Cristo per il giudizio finale, nel quale i peccatori, giudicati e condannati, saranno gettati nello stagno di fuoco ardente, dove sarà pianto e stridore di denti (cf. Mt 13,42; Ap 21,18).

E in questo settimo articolo, che corrisponde alla settima volta, mentre la massa dei mondani sarà in preda allo spavento per la minaccia delle pene eterne, dal mare, cioè dal loro cuore, il predicatore vedrà alzarsi una nuvoletta, cioè un po’ di compunzione, piccola come l’orma di un uomo: e in questo è simboleggiata la grazia di Gesù Cristo. E quando la grazia di Cristo viene infusa nella mente del peccatore, allora senza dubbio la nuvoletta della compunzione incomincia a salire, a poco a poco cresce e diventa una grande nuvola che oscura tutto il falso splendore delle cose temporali. Poi si alza il vento impetuoso della confessione, che strappa dalle radici tutti i vizi, e incomincia a cadere la grande pioggia della soddisfazione (le opere della penitenza), che inonda la terra e la fa germogliare. E in questo modo il predicatore prende vera­mente una grande quantità di pesci.

“E fecero cenno ai compagni che stavano nell’altra barca”, ecc. Abbiamo detto più sopra che queste due barche raffigurano le due forme di vita: dei penitenti e dei carnali (vedi n. 6). Quelli che sono nella barca di Simone, che vivono cioè nell’obbedienza e nella penitenza, e chiamano quelli che fanno una vita dedita ai piaceri carna­li perché vengano ad aiutarli (cioè cambino vita). Troviamo un caso analogo nel terzo libro dei Re, dove si racconta che Salomone mandò a dire a Chiram, re di Tiro, di prestargli aiuto per costruire il tempio del Signore (cf. 3Re 5,1-6). Così questi chiamano i carnali con la predicazione, perché vengano, perché si allontanino dalla vanità del mondo, e li aiutino, si diano cioè alle opere di penitenza. Così riempiranno entrambe le barche e costruiranno il tempio del Signore: con i primi e con i secondi si costruirà così, con pietre vive, il tempio della Gerusalemme celeste.

 

19. Con questa terza parte del vangelo concorda la terza parte dell’epistola: “E chi vi potrà fare del male, se sarete bravi imitatori (di chi fa il bene)? E se anche dovrete soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro e non turbatevi” (1Pt 3,13-14). Pietro così parla ai penitenti, presi dal mare del mondo con la rete della predicazione: Se sarete dei bravi imitatori di coloro che vi hanno chiamato alla penitenza, chi potrà farvi del male? Come dire: Nessuno, né uomo né diavolo! E se dovrete soffrire qualcosa per la giustizia, non per i peccati, beati voi, cioè “bene aumentati” (lat. beati, bene aucti), perché aumenterà la corona del premio. E non vi sgomentate per paura di loro, perché “chi ha paura non è perfetto nella carità” (1Gv 4,18). Fa’ atten­zione, che dice: “Non abbiate timore”. C’è un duplice timore: il timore delle cose e il timore dei corpi. Chi ama Dio disprezza entrambi questi timori. “Non vi conturbate”, per non distogliervi dalla fermezza della vostra mente. Non dice “turbate” ma “conturbate” perché, anche se il corpo qualche volta si turba esteriormente, tuttavia la mente deve restare salda e stabile interiormente.

Fratelli carissimi, preghiamo dunque il Verbo di Dio Padre, per potere calare le reti sulla sua parola e non sulla nostra; per poter tirar fuori dal profondo dei vizi i peccatori e salire a lui insieme con loro. Ce lo conceda colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

IV. lo stupore di pietro e dei suoi compagni,

e l’abbandono di tutto ciò che possedevano

 

20. “Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Signore, allontànati da me, che sono un peccatore. Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. E Gesù disse a Simone: Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini. Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,8-11).

Pietro, riconoscendosi peccatore, temette di essere schiacciato dalla presenza di tanta maestà, e quindi disse: “Allontànati da me, che sono un peccatore”. Chi si riconobbe peccatore, si gettò ai piedi di Gesù. E in questo fatto dobbiamo considerare due momenti: il timore causato dai peccati, quando è detto “si gettò”, e la speranza nella misericordia del Redentore quando è detto “alle ginocchia di Gesù”. E in proposito il Signore, per bocca di Isaia, promette ai penitenti: “Sarete portati al seno e, seduti sulle ginocchia, sarete accarezzati” (Is 66,12). In lat. è detto ad ubera, alle mammelle. Sono chiamate ubera perché sono uvida, cioè bagnate, molli, a motivo del latte. Considera che le mammelle sono due: l’incarna­zione e la passione; la prima fu di consolazione, la seconda di riconciliazione. I penitenti, da poco convertiti, come i lattanti vengono portati alle mammelle per essere consolati con il latte dell’incarnazione, e per essere riconciliati con il sangue che uscì dalla mammella aperta dalla lancia sul monte Calvario, e venir così incoraggiati ad affrontare la passione. Vengono anche presi sulle ginocchia della benevolenza paterna, come fa la madre con il figlio, e vengono accarez­zati affinché abbiano la certezza che, chi ha loro offerto le mammelle dell’incarnazione e della passione, non ha cer­to negato loro la remissione dei peccati e la beatitudine del Regno.

“Allontànati da me”. Dove si trova oggi uno che abbia paura di essere schiacciato da un beneficio troppo grande? Pietro ebbe paura. Noi invece, pur consci di tanti peccati, ci mettiamo alla presenza della maestà divina senza alcun riguardo, e senza alcun timore. La maestà divina, infatti, è presente dove c’è il corpo di Cristo, gloria degli angeli, dove ci sono i sacramenti della chiesa, dove si amministrano i santi misteri. Certamente noi crediamo a tutte queste cose e ciononostante, ostinati nella nostra malizia, non smettiamo mai di peccare. Perciò il Signore, per bocca di Geremia, dice: “Com’è che il mio diletto, nella mia casa ha commesso tante scelleratezze? Forse che le carni dei sacrifici ti libereranno dai tuoi peccati?” (Ger 11,15). No, di certo, anzi ne aggiungeranno altri.

“Grande stupore infatti aveva preso lui e quelli che erano insieme”, ecc. Restano stupefatti, Pietro e i suoi compagni, di fronte ad una pesca così abbondante! Anche noi dobbiamo meravigliarci di fronte alla conversione dei peccatori, come facevano coloro dei quali si racconta nel libro dei Giudici, che “Sansone colpì i filistei e ne fece una tale strage che essi, per lo stupore, se ne stavano lì seduti con le gambe accavallate” (Gdc 15,8). Il testo latino dice letteralmente: “Mettevano il polpaccio sulla coscia”. Il polpaccio è il muscolo che copre la tibia.

Quando il Signore colpisce i filistei, cioè i demoni, e libera dalle loro mani Israele, cioè l’anima, dobbiamo anche noi restare stupefatti e mettere il polpaccio sopra la coscia. Nella coscia è simboleggiato il piacere carnale e noi mettiamo sopra di esso il polpaccio quando , sull’esempio del peccatore convertito, reprimiamo il piacere del­la carne proprio con la mortificazione della carne stessa.

“Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. E questo spetta in modo particolare a Pietro, al quale appunto Gesù spiega che cosa significhi la cattura dei pesci. Come allora catturava i pesci con le reti, così in seguito avrebbero catturato gli uomini con le parole. O anche: Perché sei stato umile, ti sei vergognato delle macchie che c’erano nella tua vita, ma questa vergogna non ti ha impedito di confessarle, anzi, messa a nudo la piaga, hai cercato il rimedio: d’ora in poi sarai pescatore di uomini.

“Tirate le barche a terra, lasciato tutto, lo seguiro­no”. Cristo, il gigante che ha in sé due nature, l’agile corridore che divora le sue strade, esultò come un gigante che percorre la via (cf. Sal 18,6), e si affretta a compiere la missione per la quale era venuto.

Quindi chi vuole seguirlo deve necessariamente lasciare tutto, tutto deporre e tutto posporre, perché chi è carico non può star dietro a uno che corre. Dice infatti il terzo libro dei Re: “La mano del Signore fu sopra Elia il quale, cintosi i fianchi, incominciò a correre” (3Re 18,46). La mano, in lat. manus, che suona quasi come munus, servizio, aiuto, è la grazia di Dio, e quando è sopra l’uomo, gli infonde un così grande aiuto che, cinti i fianchi, può correre per mezzo della castità, e seguire Cristo nudo e povero, anche lui nudo e povero per la povertà.

 

21. Infine con questa quarta parte del vangelo concorda la quarta parte dell’epistola: “Santificate il Signore Cristo nei vostri cuori” (1Pt 3,15). Fa’ attenzione a queste tre parole: il Signore, Cristo, santificate. Signore, in lat. Dominus, da dominio (it. signore, signoria, signoreggiare). Cristo viene da crisma, olio misto a balsamo profumato. Santo, si dice in greco àgios, e significa “senza terra” (a, senza, gès, terra), nella quale ci sono quattro brutture: l’impurità, l’insaziabilità, l’oscurità e la fragilità. Quindi chi è senza terra, chi cioè è senza attaccamento alle cose terrene, nelle quali c’è l’impurità della lussuria, l’in­saziabilità dell’avarizia, l’oscurità dell’ira e dell’invi­dia, e la fragilità dell’in­costanza, costui senza dubbio santifica nel suo cuore il Signore come un umile servo, santifica nel suo cuore Cristo come un vero cristiano.

Fratelli carissimi, rivolgiamo le nostre preghiere allo stesso Gesù Cristo, perché, lasciate tutte le nostre cose, ci conceda di poter correre con gli apostoli, di santifi­carlo nel nostro cuore, per poter giungere a lui che è il Santo dei santi.

Ce lo conceda egli stesso, che è degno di lode e di amore, che è dolce e mite. A lui sia onore e gloria nei secoli dei secoli. E ogni anima penitente, tratta fuori dal lago di Genesaret, risponda: Amen, alleluia!

 

 

DOMENICA VI DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della domenica VI dopo Pentecoste: “Se la vostra giustizia non supererà quella dei farisei”; vangelo che si divide in tre parti.

– Anzitutto sermone sui prelati della chiesa e sui predi­catori, e come dev’essere la loro vita: “Sulle basi del tempio erano scolpiti cherubini, leoni, buoi e corde pendenti”.

– Parte I: Sermone sulla giustizia degli ipocriti e su quella dei veri penitenti: “Se la vostra giustizia non supererà”, e “Sceglietevi un bue”.

– Contro il religioso superbo: “Se il bue è solito cozzare con le corna”.

– La giustizia dei penitenti: “Elia costruì un altare”.

– La passione di Cristo: “Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù”.

– Il disprezzo del mondo e la fuga nel deserto: “Fuggi, mio diletto!”.

– Parte II: Sermone contro gli iracondi: “Adonia, figlio di Agghit”. Natura del basilisco e suo simbolismo.

– Parte III: Sermone sul quadruplice altare: “Se stai presentando la tua offerta”.

– Sermone sulla devozione della mente: “Farai un altare sul quale bruciare gli incensi”.

– Sermone sul quadruplice ufficio e sul quadruplice fratello: “Se stai presentando la tua offerta, e ti ricordi che il tuo fratello”.

 

esordio - sermone sui prelati e i predicatori della chiesa

 

1. In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20).

Si narra nel terzo libro dei Re che sulle basi del tempio c’erano scolpiti cherubini, leoni, buoi e corde pendenti (cf. 3Re 7,27-29). Considera che tre sono gli elementi atti a reggere la costruzione della casa: i capitelli, le colonne e le basi.

I capitelli, così chiamati perché sono il capo della colonna, raffigurano i profeti, dei quali nel terzo libro dei Re è detto: “I capitelli che erano sulla sommità delle colonne, erano lavorati a forma di giglio” (3Re 7,19). Nel giglio è raffigurato il supremo splendore della patria eterna e del­l’immortalità, nonché l’incanto del paradiso, olezzante del profumo dei fiori: cose che i profeti, padri degli apostoli, ci hanno svelato nelle loro profezie.

Le colonne raffigurano gli apostoli, dei quali è detto: “Io ho reso ferme le sue colonne” (Sal 74,4). Nel terzo libro dei Re si racconta che Salomone eresse due colonne: una la chiamò Iachin, nome che significa “solidità”, e la seconda la chiamò Booz (Boaz), cioè “vigore” (cf. 3Re 7,21). In queste due colonne sono raffigurati gli apostoli, che a buon diritto sono detti “due colonne”, perché per ben due volte, dopo la risurrezione di Cristo, hanno ricevuto lo Spirito Santo: dapprima in terra, per indicare che doveva essere amato il prossimo; quindi dal cielo, per indicare che doveva essere amato Dio. Nella risurrezione di Cristo ricevettero la solidità, e nell’infusione dello Spirito Santo il vigore che non sarebbe mai venuto meno.

Le basi raffigurano i prelati e i predicatori del nostro tempo, sui quali devono essere scolpite queste quattro figure: i cherubini, i leoni, i buoi e le corde. Nei cherubini è simboleggiata la pienezza della scienza e della dottrina, nei leoni il terrore della potenza, nei buoi la mansuetudine della misericordia e nelle corde i le­gami della disciplina.

Nelle basi del tempio ci siano, vi prego, queste sculture: cioè la conoscenza della dottrina, per insegnare; il terrore della potenza, per rimproverare; la mansuetudine della misericordia, per confortare; i lega­mi della disciplina, per limitare e frenare. Di queste quattro virtù si parla nel quarto libro dei Re, dove è scritto che Eliseo gridava: “Padre mio, padre mio, cocchio d’Israele e suo cocchiere!” (4Re 2,12). “Padre mio” si riferisce all’insegnamento; “padre mio” alla correzione e al rimprovero; “cocchio” al conforto; “cocchiere” alle limitazioni e al frenare.

Se i prelati della chiesa e i predicatori scolpiranno in se stessi queste quattro capacità, in verità potranno avere quella giustizia superiore, della quale il vangelo di oggi dice: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei”, ecc.

 

2. Osserva ancora che in questo vangelo vengono poste in evidenza tre esortazioni. Primo, la giustizia degli apostoli, dove dice: “Se la vostra giustizia non supererà”, ecc. Secondo, la condanna di colui che si adira contro i fratello e lo offende: “Avete udito che cosa è stato detto agli antichi”. Terzo, la riconciliazione tra i fratelli: “Se stai presen­tando la tua offerta”. Con queste tre parti del vangelo confronteremo alcuni racconti del terzo libro dei Re.

Nell’introito della messa di questa domenica si canta: “Il Signore è la forza del suo popolo” (Sal 27,8-9). Si legge quindi l’epistola del beato Paolo ai Romani: “Quanti siamo stati battezzati in Cristo”, ecc. (Rm 6,3-11). La divideremo in tre parti e ne vedremo la concordanza con le tre suddette parti del vangelo. Prima parte: “Quanti siamo stati battezzati”. Seconda parte: “Sappiate che il nostro uomo vecchio”. Terza parte: “Sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, più non muore”.

 

I. la giustizia degli apostoli

 

3. “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20). La giustizia dei farisei consisteva nel trattenere dal male la mano, non l’animo. I giudei credevano che non ci potesse essere peccato nel pensiero, ma solo nelle opere. Invece la giustizia degli apostoli è molto superiore per lo spirito del consiglio e per la grazia della misericordia divina, e consiste non solo nel trattenere la mano dalle opere cattive ma anche l’animo dai pensieri cattivi. Gli scribi e i farisei, quest’ultimo nome significa “separati”, sono gli ipocriti (cf. Mt 23 passim) i quali, scrivendo dinanzi agli occhi degli uomini, hanno scritto l’ingiu­stizia; e sono anche alcuni religiosi presuntuosi, i quali reputano giusti se stessi e disprezzano gli altri (cf. Lc 18,9). La giustizia di costoro consiste nel lavarsi le mani e nel lavare i vasi, nella disposizione delle vesti, nella costruzione di eleganti sinagoghe (edifici), nella grande quantità di istituzioni e di prescrizioni. Invece la giustizia dei veri penitenti consiste nello spirito di povertà, nell’amore fraterno, nel pianto della contrizione, nella mortificazione del corpo, nella dolcezza della contemplazione, nel disprezzo della prosperità terrena, nella paziente accettazione delle avversità, nel proposito della perseveranza finale.

Sulla giustizia di quelli e di questi, abbiamo una concordanza nel terzo libro dei Re, dove si racconta che “Elia disse ai profeti di Baal: Sceglietevi un bue e cominciate voi, perché siete più numerosi. Invocate i nomi dei vostri dèi, ma senza appiccare il fuoco. Essi invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: Baal, ascoltaci! Ma non si sentiva una voce né una risposta. Essi continuavano a saltare intorno all’altare che avevano eret­to. Essendo già mezzogiorno, Elia incominciò a beffarsi di loro dicendo: Gridate con voce più alta: egli è il vostro signore, forse sta parlando, forse è nella sua stanza, o in viaggio; forse dorme e bisogna svegliarlo. Gridarono con voce più forte e si fecero delle incisioni con coltelli e piccole lance, come è loro costume, fino a bagnarsi tutti di sangue” (3Re 18,25-28).

Ecco qual è la giustizia dei farisei! Invece quale sia la giustizia dei veri penitenti, lo dimostra il seguito del racconto. “Elia, nel nome del Signore, costruì un altare di pietre, scavò intorno all’al­tare un canaletto, capace di contenere due misure di semen­te; quindi dispose la legna e squartò il bue”. Comandò poi di versare dell’acqua sull’olocausto e sulla legna, una, due e tre volte. “E l’acqua scorreva attorno all’altare e anche il canaletto si riempì d’acqua”. E quando Elia ebbe innalzato al cielo la sua preghiera “cadde il fuoco del Signore e divorò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e gridò: Il Signore è Dio, il Signore è Dio!” (3Re 18,32-39).

 

4. Gli ipocriti presuntuosi, i profeti di Baal, nome che significa “superiore” o “divo­ratore”, si scelgono un bue, cioè la concupiscenza carnale. Questo è il bue avvezzo a cozzare di corna, del quale è detto nell’Esodo: “Se il bue era solito cozzare con le corna già da prima, e il padrone ne era stato avvertito e non lo aveva custodito, se ha causato la morte di un uomo o di una donna, il bue sarà lapidato e anche il suo padrone dovrà essere messo a morte” (Es 21,29).

Il bue avvezzo a colpire con le corna è figura dell’appetito carnale il quale, con il corno della superbia, uccide un uomo o una donna, ossia la ragione o la buona volontà. E poiché il suo padrone, cioè lo spirito, non ha voluto custodirlo, cioè tenerlo a freno, sarà messo a morte insieme con il bue: infatti saranno puniti eternamente sia il corpo che l’anima. E ascoltino questo anche gli abati e i priori, perché se essi hanno un bue avvezzo a colpire con le corna, vale a dire un monaco o un canonico superbo, ubriacone e lussurio­so, e non si sono preoccupati di custodirlo affinché con il suo cattivo esempio non scandalizzasse uomini o donne, il bue sarà lapidato perché egli morirà nei suoi peccati, ma anche l’abate o il priore, che non l’hanno custodito, saranno puniti eternamente.

“E invocate i nomi dei vostri dèi”, ecc. Quanti sono i peccati mortali che fanno, tanti sono gli dèi che essi invocano e adorano. E di essi dice l’Esodo: “Questi sono i tuoi dèi, Israele, che ti hanno fatto uscire dal paese d’Egitto!” (Es 32,4). Ahimè, quanti sono oggi i religiosi che anche nel deserto, cioè nella religione o nel chiostro, adorano gli dèi che avevano adorato in Egitto, cioè nel mondo. E poiché sono privi del fuoco della carità, il loro sacrificio è divenuto inutile per essi. Dal mattino fino a mezzogiorno gridano dicendo: Baal, ascoltaci! Che cosa significa invocare Baal, se non smaniare per diventare superiori? Ma non si sente una voce, né si trova chi vada incontro alle loro brame. Allora di nuovo gridano a voce più alta. Gridare vuol dire desiderare. Si tagliano con coltelli e piccole lance, si tormentano cioè con digiuni e flagelli; si sfigurano il volto(cf. Mt 6,16) , digiunano prima nelle vigilie, per poi meglio celebrare la festa del ventre.

Al tempo di Elia, i profeti di Baal gridavano ma non venivano esauditi. Invece ai nostri tempi gridano e sono esauditi. Vengono promossi a cariche superiori per poi precipitare in una caduta più rovinosa. Prima la loro voce era umile, le loro vesti erano modeste, il ventre incavato, il viso pallido, la preghiera assidua in pubblico. Adesso invece tuonano minacce, incedono cappati e infulati, protendendo in avanti il ventre, col viso rubicondo e raggiante; dormono molto e non pregano mai. Verrà, verrà Elia, catturerà i profeti di Baal e li ucciderà nel torrente Kison (cf. 3Re 18,40). Verrà Salomone e ucciderà Adonia che voleva regnare (cf. 3Re 2,24), e Simei che aveva scagliato le sue maledizioni contro Davide, e Ioab che aveva ucciso due principi di Israele, che erano migliori di lui (cf. 3Re 2,24.44-46.31-32).



5. La giustizia dei penitenti. “Elia costruì un altare”. Elia è figura del penitente che, con le pietre delle virtù, ricostruisce l’altare della fede, distrutto dai peccati, e su di esso offre il sacrificio della lode come profumo a Dio gradito. “Scavò un canaletto”: il penitente, dal suo cuore contrito e dallo spirito umiliato fa scaturire fiumi di lacrime per il timore della geenna e per il desiderio della vita eterna. E vi dispone anche la legna, perché prende come esempio per sé le parole e le opere dei santi. Squarta poi il bue e lo colloca sulla legna, quando si sforza di conformare tutti i suoi atti all’esempio dei santi padri. Versa una volta, due e tre l’acqua sopra l’olocausto e sopra la legna perché in ogni tempo custodisce i pensieri, le parole e le opere nella purezza della coscienza e nella compunzione delle lacrime. E non desiste se prima i canaletti non sono pieni, cioè finché non sarà nella perfezione della felicità futura, che segue alle sofferenze della vita presente. E così si avvereranno le parole che seguono: “Discese il fuoco dal cielo e consumò l’olo­causto”, ecc., quando la sentenza del giudice supremo, dopo aver ponderato alla perfezione le parole, le azioni e tutta la nostra vita, saggiandoci come si saggia l’argento con il fuoco, dopo averci resi immortali e beati, ci collocherà nella nostra sede definitiva affinché, come il popolo degli Israeliti, cantiamo in eterno, riconoscenti: Il Signore è Dio, il Signore è Dio!

Questa è la giustizia che giustifica i penitenti, della quale appunto dice il Signore: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei...”. Ricordati che la giu­stizia è quella virtù, per la quale, con retto giudizio, viene dato a ciascuno il suo. Giustizia è come dire (in lat.) iuris status, stato di diritto. Ognuno è tenuto a praticare la giustizia verso cinque entità: verso Dio con l’onore, verso se stesso con la cautela (la diffidenza), verso il prossimo con l’amore, verso il mondo con il disprezzo, verso il peccato con l’odio. E a queste cinque entità fanno riscontro le cinque espressioni contenute nell’introito della messa di oggi: “Il Signore è forza del suo popolo; rifugio di salvezza del suo consacra­to. Salva il tuo popolo, Signore; benedici la tua eredità; guidali e sostienili per sempre” (Sal 27,8-9).

Se darai onore al Signore, il Signore sarà la tua forza. Se con te stesso, per quanto è possibile, userai cautela e diffidenza, egli sarà tuo rifugio di salvezza. Se amerai il prossimo, egli salverà te e lui. Se disprezzerai il mondo, il Signore benedirà te, che sei la sua eredità. Se odierai il peccato, ti guiderà e ti sosterrà Colui con il quale vivrai in eterno.

 

6. Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola di oggi: “Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo stati dunque sepolti insieme con lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” (Rm 6,3-5). Ecco la giustizia ripartita tra le cinque entità.

Ricòrdati che dal fianco di Cristo uscì sangue e acqua: l’acqua del battesimo e il sangue della redenzione (cf. Gv 19,34). L’acqua per il corpo, perché tante acque simboleggiano tanti popoli (cf. Ap 17,15); il sangue per l’anima, perché l’anima vive nel sangue (cf. Dt 12,23). Diamo quindi tutto a Dio, il quale tutto ha redento (lat. redemit, ricomprò) per tutto possedere.

“Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù”, cioè nella fede di Cristo Gesù, siamo stati purificati “nella sua morte”, cioè nel suo sangue. Dice infatti l’Apocalisse: “Egli ci ha amati, e nel suo sangue ci ha lavati dai nostri peccati” (Ap 1,5). Ricorda che “il sangue fatto sgorgare dal fianco della colomba, cancella la macchia di sangue dall’occhio” (Plinio). Dobbiamo perciò tributare onore e adorazione, tutto ciò che siamo e possiamo, a colui che con il suo sangue ha cancellato dall’occhio dell’anima nostra la macchia di sangue, cioè la macchia del peccato. La nostra colomba, Gesù Cristo, privo di fiele, il cui canto è pianto e gemiti, volle che il suo fianco venisse aperto per cancellare la macchia di sangue ai ciechi e aprire agli esuli la porta del paradiso.

E con noi stessi dobbiamo usare cautela e diffidenza. Infatti l’epistola soggiunge: “Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme con lui nella morte”, cioè nella mortificazione dei vizi. Come Cristo, subendo il supplizio della croce, ebbe le membra straziate e inchiodate, riposò nel sepolcro e fu sottratto agli sguardi umani, così anche noi, sopportando la croce della penitenza, dobbiamo avere le membra inchiodate per mezzo della continenza, per non ritornare ai peccati passati, dai quali dobbiamo desistere in modo tale da non aver più né la loro immagine né il loro ricordo.

Parimenti dobbiamo offrire al prossimo il nostro amore. “Come Cristo fu risuscitato dai morti...”. Come Cristo, dopo la sua risurrezione, apparve ai discepoli e cambiò la loro tristezza in gioia, così noi, risorgendo dalle opere di morte alla gloria del Padre, dobbiamo rallegrarci con il prossimo e camminare insieme nella vita nuova. E qual è la vita nuova se non l’amore e la carità verso il prossimo? “Io vi do un comandamento nuovo – dice il Signore – che vi amiate a vicenda” (Gv 13,34). E nel Levitico: “Quando arriverà il raccolto nuovo, dovete gettare via le cose vecchie” (Lv 26,10); e le cose vecchie sono l’ira, l’invidia, e tutti gli altri vizi enumerati dall’Apostolo (cf. Gal 5,20-21).

 

7. Parimenti dobbiamo mostrare al mondo il nostro disprezzo e nutrire l’odio contro il peccato. Continua l’epistola: Se siamo stati “piantati insieme” con Cristo”, ecc. Se dal frutteto di Babilonia, dove i falsi giudici sorpresero Susanna (cf. Dn 13,5-7), saremo trapiantati; e se saremo “piantati insieme” nell’orto dello sposo, nel quale egli fu sepolto, allora veramente disprezzeremo il mondo. E poiché dal disprezzo del mondo nasce anche l’odio al peccato, l’Apostolo continua: “a somiglianza della sua morte”. Dove c’è la somiglianza della morte di Cristo, lì c’è anche il ribrezzo per il peccato.

Sta scritto nel Cantico dei Cantici: “Fuggi, o mio diletto, simile a una capretta o ad un cerbiatto, fuggi sopra i monti degli aromi” (Ct 8,14). “Fuggi, mio diletto”, ecco il disprezzo del mondo. Dice infatti Giovanni: Volevano rapire Gesù per proclamarlo re, ma egli fuggì sul monte (cf. Gv 6,15). E invece, quando lo cercarono per condurlo alla morte, andò incontro a quelli che lo cercavano (cf. Gv 18,4). “Fuggi, dunque, mio diletto!”

Si racconta nell’Esodo che il faraone “cercava di uccidere Mosè, ma egli fuggì dalla sua presenza, si fermò nella terra di Madian e si sedette vicino a un pozzo” (Es 2,15). Fuggi anche tu, mio diletto, perché il diavolo cerca di uc­ciderti, e fermati nella terra di Madian, che s’interpreta “del giudizio”, per giudicare la tua terra (te stesso) in modo da non essere giudicato dal Signore; e siediti presso il pozzo dell’umiltà, dal quale potrai attingere l’acqua che zampilla per la vita eterna (cf. Gv 4,14). Fuggi, dunque, mio diletto.

Trovi nella Genesi che Rebecca disse a Giacobbe: “Ecco che Esaù, tuo fratello, minaccia di ucciderti. Adesso, figlio, ascolta la mia voce, àlzati e fuggi a Caran, presso Làbano, mio fratello: abiterai presso di lui” (Gn 27,42-44). Il peloso Esaù è figura del mondo coperto dal pelo di innumerevoli vizi. Il mondo, o figlio, minaccia di ucciderti. Fuggi, dunque, mio diletto, da Làbano, nome che s’inter­preta “bianchezza”, cioè rifugiati presso Gesù Cristo, che ti renderà più bianco della neve (cf. Sal 50,9), cancellando i tuoi peccati; rifugiati presso Cristo che sta in Caran, che significa “eccelsa”, e lì abiterai con lui, per­ché il Signore abita nel più alto dei cieli (cf. Sal 112,5). Fuggi, dunque, mio diletto!

“Simile a una capretta o ad un cerbiatto”. La capretta (lat. caprea), che prende (in lat. capit) le cose ardue, difficili, ha la vista acuta e si sforza di raggiungere le cose alte. I cerbiatti, figli del cervo, sono chiamati in lat. hinnuli, da innuo, far cenno, perché ad un cenno della madre, corrono a nascondersi. Questi due animali simboleggiano Gesù Cristo, Dio e uomo. Nella capretta è simboleggiata la sua divinità, che tutto vede; nel cerbiatto la sua umanità la quale, ad un cenno della madre sua, rinviò fino ai trent’anni la sua opera, che aveva iniziato a dodici, e tornò con lei a Nazaret, restandole sempre sottomesso (cf. Lc 2,51).

Questo cerbiatto è detto “figlio dei cervi”, discendente cioè dagli antichi patriarchi, dai quali ebbe la sua origi­ne secondo la carne. Renditi simile, mio diletto, a questa capretta e a questo cerbiatto, affinché piantato insieme con lui a somiglianza della sua morte, tu possa salire sui monti degli aromi. È ciò che dice l’Apostolo: “Saremo simili anche alla sua risurrezione”. I monti degli aromi raffigurano la perfezione delle virtù: chi ne sarà in possesso sarà beato con Cristo nella risurrezione finale.

Ti preghiamo, dunque, Signore Gesù, di farci abbondare nelle opere della giustizia, in modo da essere capaci di disprezzare il mondo, di mostrare in noi la somiglianza della tua morte, di salire con te ai monti degli aromi e di essere felici con te nel gaudio della risurrezione. Accordacelo tu, che sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

II. condanna di chi si adira contro il fratello e lo offende

 

8. “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: Chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sotto­posto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della geenna” (Mt 5,21-22). Il comandamento di Cristo non è contrario alla Legge, ma contiene in sé un ampliamento della Legge. Chi non si adira, non uccide: ma non al contrario; la libertà di adirarsi può essere causa di omicidio. Elimina l’ira e non ci sarà omicidio. L’ira consiste in ogni cattivo impul­so a far del male; l’impulso improvviso, al quale non si acconsente, è una pre-passione, cioè una malattia interiore. Se vi si aggiunge il consenso, diventa passione, ed è la morte in casa.

“Chiunque si adira con il proprio fratello”. In questi peccati c’è una gradazione. Il primo stadio consiste nell’arrabbiarsi e nel conservare quest’impulso dell’animo. Il secondo, quando questo impulso fa alzare la voce e dire cose che feriscono colui con il quale si è arrabbiati. Il terzo, quando si arriva a veri e propri insulti e ingiurie.

Parimenti c’è una gradazione anche nella pena. Infatti il giudizio è la pena più piccola, perché ancora si tratta con il colpevole e c’è la possibilità della difesa. Poi viene il sinedrio, quando cioè i giudici discutono tra loro quale sia la pena da infliggere a colui che è stato giudicato degno di condanna. E la massima pena è la geenna, dove non c’è più alcuna possibilità di revoca. In questo modo, ciò che non poteva essere espresso con modalità più appropriate e sicure, è stato indicato con alcuni esempi. Con questi tre gradi – giudizio, sinedrio e geenna – sono stati indicati singolarmente i diversi stati che ci sono anche nella dannazione eterna, a seconda dei peccati commessi.

Considera che tra l’ira e l’iracondia c’è questa diffe­renza: l’ira è momentanea e si accende in certe circostanze; invece l’iracondia è un vizio della natura, e quindi permanente. È detto iracondo uno che, quando il sangue gli ribolle, monta in furore. Ira viene dal latino uro, che significa ardo: l’ira è come una fiamma, un fuoco.

I due insulti riportati dal vangelo sono: raca e fatuo. Raca è una parola ebraica, tradotta in greco kenòs, che significa vuoto, incapace; corrisponde all’insulto popola­re: senza cervello. Chi dunque rivolgerà quest’ingiuria al suo fratello, che è pieno di Spirito Santo, dovrà scontare una pena a giudizio dei santi giudici. Fatuo è colui che non sa quello che dice e neppure comprende quello che dicono gli altri. Stolto poi è un ottuso di sentimenti.

 

9. A proposito di tutto questo abbiamo una concordanza nel terzo libro dei Re, dove si racconta che Salomone fece uccidere Adonia, Simei e Ioab. “Adonia, figlio di Agghit, gonfio di superbia, diceva: Sarò io il re! Si procurò carri, cavalli e cinquanta uomini che lo precedessero” (3Re 1,5).

In Adonia, nome che significa “padrone che domina”, vediamo personificato l’iracondo che, come un padrone, vuol dominare sugli altri. Costui è figlio di Agghit, che s’interpreta “riflessione”. Infatti da una riflessione perversa nasce l’iracondia, per mezzo della quale il peccatore si insuperbisce e dice: “Io sarò il re”. Quale stoltezza! Chi non sa ancora guidare bene se stesso, brama comandare agli altri.

“Si procurò carri, cavalieri e cinquanta uomini”. Il carro raffigura la lingua, i cavalieri raffigurano le parole e i cinquanta uomini i cinque sensi del corpo. Sul carro maledetto di una lingua tagliente, che dovrebbe essere troncata con la spada e bruciata con il fuoco, si insuperbisce l’animo del peccatore, quando si infiamma d’ira. Corrono e trascorrono le parole come cavalieri all’attacco. E obbediscono anche i cinque sensi del corpo, avvelenati dal fiele dell’iracondia: ciechi gli occhi, sordi gli orecchi, crudeli le mani, e così gli altri sensi. Questi è Zimri, l’omicida, del quale il terzo libro dei Re dice che “entrato nel palazzo, si diede fuoco insieme con la casa del re; morì nei peccati che aveva commesso, facendo ciò che è male agli occhi del Signore” (3Re 16,18-19). Zimri s’interpreta “aggressore” e “che provoca all’ira”, e raffigura l’iracondo che con il fuoco dell’ira­condia incendia se stesso e la casa del re, cioè la sua anima, riscattata con il sangue del Re; e così peccando mortalmente muore davanti al Signore. Perciò giustamente l’iracondo è raffigurato nel basilisco.

Osserva che il basilisco, un rettile di mezzo piede di lunghezza, è un terribile flagello per la terra: con il suo soffio fa inaridire le erbe, dissecca le piante, uccide gli animali, stermina e incendia tutto il resto; contamina perfino l’aria, così che neppure un uccello può sorvolarlo impunemente, perché sarebbe avvelenato dalle sue pestilen­ziali esalazioni. Perfino gli altri rettili inorridiscono al suo sibilo, e tutti si danno alla fuga e si precipitano ovunque possono. Nessuna bestia si nutre di ciò che viene ucciso dal suo morso, né alcun uccello vi si avvicina. Tuttavia viene sconfitto e vinto dalle donnole, e gli uomini introducono questi animaletti nelle caverne in cui il basilisco si rintana.

Anche un certo tiranno di questo tempo, avvelenato dal tossico dell’iracondia, come il basilisco, stermina le erbe con il soffio della sua cattiveria, opprime cioè i poveri; fa morire le piante, vale a dire i ricchi di questo mondo, i mercanti, gli usurai; sopprime e dà alle fiamme gli animali, cioè i suoi familiari. Contamina perfino l’aria, stravolge cioè anche la vita dei religiosi: leva la sua bocca fino al cielo e la sua lingua percorre la terra(cf. Sal 72,9). Il suo sibilo fa inorridire perfino gli altri rettili, cioè i suoi amici e compagni, che ben conoscono la sua crudeltà. E quando la sua ira esplode, tutti si danno alla fuga e si precipitano a nascondersi ovunque sia, fosse pure nella stalla dei porci. Un tiranno sì feroce e forsennato, infiammato di spirito diabolico, viene tuttavia sconfitto dalle donnole, cioè dai poveri nello spirito, che non ne hanno alcun timore perché nulla temono di perdere. E gli uomini, oppressi dalla terra delle ricchezze, non avendo il coraggio di avvicinarlo, mandano i poveri nel co­vo dove il tiranno si nasconde. Parlategli voi – dicono – perché noi non osiamo farlo!

In Simei, che scagliò le sue maledizioni contro Davide, è raffigurato colui che dice al suo fratello: raca, senza cervello; e in Ioab chi gli dice: fatuo.

Salomone mise a morte questi tre: Adonia perché voleva farsi re, ecco l’ira; Simei perché maledisse Davide, ecco l’insulto raca; Ioab perché aveva ucciso di spada quelli che contavano più di lui, ecco colui che dice al suo fratello fatuo, che lo colpisce ciò con la spada della lingua. Ahimè, quante volte pecchiamo mortalmente in questi tre modi, e mai ce ne confessiamo.

 

10. Con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte dell’epistola: “Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso insieme con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato. Ma se siamo morti insieme con Cristo, crediamo che vivremo anche con lui” (Rm 6,6-8).

Osserva che in questo brano per ben tre volte è nominato il peccato; e quando viene distrutto in noi questo triplice peccato, vengono eliminate anche le tre offese suddette: chi si abbandona all’ira, chi dice raca, e chi dice fatuo; allora, ripristinato il dominio della ragione, viene distrutto il corpo del peccato, cioè il cumulo di delitti originati dall’ira e dall’invidia.

Se il nostro uomo vecchio, cioè gli impulsi dell’animo, viene crocifisso con i chiodi dell’amore di Dio, una volta crocifisso, non saremo più schiavi del peccato, cioè dello sdegno e della rabbia, perché non ci arrabbieremo più contro il nostro fratello ma lo rispetteremo e lo onoreremo nello stesso Cristo crocifisso. Infatti chi è morto, chi cioè è padrone della sua volontà, è giustificato da quel peccato, di aver detto al suo fratello fatuo, vale a dire è libero e giusto. Quando cessa la causa, cessa anche l’effetto.

Fratelli carissimi, preghiamo allora Gesù Cristo che estirpi dal nostro cuore l’ira, che infonda nella nostra coscienza la tranquillità per poter amare il nostro prossimo con la bocca, con le opere e con il cuore, e giungere così a lui, che è la nostra pace. Ce lo conceda egli stesso, che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. la riconciliazione fraterna

 

11. “Se dunque presenti la tua offerta sull’altare, e lì ti ricordi che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24). Altare è come dire alta ara, e si dice ara perché vi si bruciano le vittime (lat. uro, ardo).

Fa’ attenzione, perché ci sono quattro specie di altari: l’altare superiore, quello inferiore, quello interiore e quello esteriore.

L’altare superiore è la Trinità; di esso il Signore dice nell’Esodo: “Non salirai sul mio altare per mezzo dei gradini, perché là non venga svelata la tua infamia” (Es 20,26). Nella Trinità infatti non si devono istituire dei gradi, ritenendo il Padre maggiore del Figlio, o il Figlio minore del Padre, o lo Spirito Santo minore di entrambi: ma si deve credere con semplicità alla loro perfetta ugua­glianza: “Quale il Padre tale il Figlio, e tale lo Spirito Santo” (Simbolo atanasiano). “Perché non venga svelata la tua infamia”, come fu svelata quella di Ario, che finì la sua vita sconciamente, spargendo a terra le interiora, per aver voluto salire all’altare per mezzo dei gradini.

L’altare inferiore è l’umanità di Gesù Cristo; e di questo, sempre con le parole dell’Esodo, Cristo stesso dice: “Farete per me un altare di terra”(Es 20,24). Fa un altare di terra per Gesù Cristo, chi crede ch’egli ha ricevuto vera carne dalla Vergine Maria, la quale fu “terra benedetta”.

 

12. L’altare interiore è la devozione della mente. Ne parla il Signore a Mosè, dicendo: “Farai un altare sul quale bruciare i profumi: lo farai di legno di Setim. Avrà un cubito di lunghezza, uno di larghezza e due di altezza: da esso si dipartiranno i suoi corni (cioè saranno tutt’uno con l’altare). Lo rivestirai di oro purissimo” (Es 30,1-3).

Il legno di Setim viene da una specie di alberi spinosi (le acacie), ed è un legno che non marcisce, e quanto più si brucia tanto più indurisce. Questo legno è figura dei pensieri, dei sentimenti del cuore, i quali devono avere tre qualità: devono essere come le spine, che pungono per il ricordo dei peccati; non devono mai marcire, cioè mai acconsentire alle cattive suggestioni; e quanto più vengono arsi dal fuoco delle tribolazioni, tanto più devono restare saldi nel loro proposito. Con questi legni si costruisce l’altare al Signore, nelle misure indicate. Nella lunghezza è raffigurata la perseveranza, nella larghezza l’amore del prossimo, nell’altezza la contemplazione di Dio.

Il cubito cosiddetto naturale va dalla punta delle dita al gomito: questa misura ha usato Mosè nella costru­zione dell’arca e dell’altare. È detto cubito dal lat. cubo, mi appoggio sopra, perché ci appoggiamo al gomito quando prendiamo il cibo, in quanto il gomito termina con la mano.

Nel cubito è simboleggiato il retto agire. Quindi l’altare, cioè la devozione della mente, deve tendere al retto agire nella lunghezza della perseveranza per quanto riguarda se stessa, nella larghezza della carità per ciò che riguarda il prossimo, nell’altezza della contemplazione, che è di due cubiti, vale a dire di una duplice perfezione, nei riguardi di Dio: dobbiamo cioè attribuire a lui sia la lunghezza della perseveranza, che la larghezza della carità superna; a lui, dal quale viene quanto abbiamo di buono.

E questo altare dev’essere rivestito di oro purissimo. La veste della mente devota è la mondezza dell’aurea castità. Si dice veste dal lat. veho, porto, presento, in quanto la veste rivela lo stato, la condizione sociale dell’uomo che la indossa; così la mondezza della castità rivela lo stato della mente: dalla rigorosità della castità si conosce la rettitudine della mente. Da questo altare sale il fumo degli incensi all’interno del Santo dei santi, dove è custodita l’arca. Quindi dalla compunzione della mente sale il profumo degli aromi, cioè della preghiera perfetta, e arriva fino al cielo “dove si trova Cristo, assiso alla destra di Dio” (Col 3,1).



13. Finalmente, l’altare esteriore è la mortificazione della carne, della quale il Signore ha parlato a Mosè, dicendo: “Farai l’altare”, dell’olocausto, “con il legno di Setim. Esso avrà cinque cubiti di lunghezza, e altret­tanti di larghezza, e tre cubiti di altezza. I corni ai quattro angoli si dipartiranno da esso, e lo rivestirai di bronzo” (Es 27,1-2).

Olocausto viene dalle parole greche òlos, tutto, e kàuma, consumato con il fuoco. Quindi olocausto significa “tutto bruciato”, in quanto la vittima veniva posta sul fuoco e interamente consumata. L’altare dell’olocausto è il nostro corpo, che dobbiamo bruciare interamente nel fuoco della penitenza e offrire così in olocausto al Signore: e questo dev’essere fatto con il legno di Setim, vale a dire con le membra assolutamente integre da lussuria.

Sia in lunghezza che in larghezza deve misurare cinque cubiti, e tre invece in altezza. Nei cinque cubiti sono simboleggiate le cinque piaghe del corpo di Gesù Cristo; nei tre cubiti sono ricordate le tre volte che pianse, vale a dire sulla città di Gerusalemme, su Lazzaro morto, e durante la sua passione. Considera che la croce della vera penitenza ha la lunghezza della perseveranza, la larghezza della pazienza e l’altezza della speranza nel Padre. Crocifig­giamo su questa croce il nostro corpo con le cinque piaghe del corpo di Cristo, mortificando cioè il meschino piacere dei cinque sensi, piangendo e gemendo per le iniquità commesse, per i peccati del prossimo e per il rischio della perdita della salvezza.

I quattro corni (lati) dell’altare degli aromi e dell’olocausto simboleggiano le quattro virtù principali (cardi­nali), che devono ornare l’anima e il corpo, delle quali si parla nel libro della Sapienza: “Essa insegna la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza, delle quali nulla è più utile agli uomini nella vita” (Sap 8,7). E questo altare il Signore comandò di ricoprirlo di bronzo (o rame). Nel bronzo, che risuona, sono simboleg­giate le sofferenze e i gemiti di dolore, dei quali deve essere come coperto il corpo del penitente.

 

14. Questi dunque sono i quattro altari, ad ognuno dei quali si può applicare ciò che dice il Signore nel vangelo di oggi: “Se presenti la tua offerta sull’altare”, ecc. Fa’ attenzione che come ci sono quattro specie di altari, così ci sono anche quattro specie di offerte, e anche quattro diversi tipi di nostri fratelli. Ci sono le offerte dell’orazione, della fede, della penitenza e dell’elemosina. Fratello nostro è ogni prossimo: Cristo, l’angelo e il nostro spirito.

Se dunque presenti il dono della preghiera all’altare della santa Trinità, e lì ti ricordi che il fratello, cioè il tuo prossimo, ha qualcosa contro di te, se tu lo hai offeso con parole o con atti, o se hai del malanimo contro di lui: se è lontano, va’, non con i piedi ma con l’animo umile a prostrarti al cospetto di colui al quale stai per fare la tua offerta; se invece è presente, va’ con i tuoi piedi, a chiedergli perdono.

Parimenti, se tu presenti il dono della fede all’altare dell’umanità di Gesù Cristo, credi cioè ch’egli ha assunto vera carne dalla Vergine, e lì ti ricordi che proprio lui, che è tuo fratello, perché ha assunto la tua natura per te, ha qualcosa contro di te, ti ricordi cioè che sei in pecca­to mortale; mentre lo confessi con il suono della voce, lascia lì la tua offerta, non aver fiducia cioè nella tua fede morta: va’ prima a riconciliarti, per mezzo della vera penitenza, con il tuo fratello, Gesù Cristo.

E ancora, se offri all’altare il dono della penitenza, cioè la macerazione della carne, e lì ti ricordi che il fratello, cioè il tuo spirito, ha qualcosa contro di te, che cioè, mentre castighi il corpo, il tuo spirito è macchiato di qualche vizio, lascia lì il tuo dono, non confidare cioè nella sofferenza del corpo se prima non avrai purificato il tuo spirito da ogni iniquità; poi va’ e offri il tuo dono.

Da ultimo, se offri il dono dell’elemosina ai poveri, e lì ti ricordi che il tuo fratello, cioè l’angelo, che dal momento della creazione per la quale anche tu sei stato creato, ti è stato assegnato da Dio per mezzo della grazia, per portare in cielo le tue preghiere e le tue elemosine, ha qualcosa contro di te, cioè si lamenta di te perché, mentre lui ti suggerisce il bene tu rivolgi altrove l’orec­chio dell’obbedienza, lascia lì il tuo dono, non confidare cioè nella tua arida elemosina fatta senza sentimento, ma va’ prima, con i passi dell’amore, a riconciliarti per mezzo dell’obbedienza all’angelo dell’ammonizione, che ti è stato dato come custode, e poi presenta per mano sua il tuo dono, che sarà così gradito a Dio.

 

15. Con questa terza parte concorda la terza parte dell’e­pistola: “Sappiamo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece, per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù” (Rm 6,9-11).

Se vorrai meditare attentamente su questo brano, troverai in esso i quattro altari, dei quali abbiamo parlato più sopra. Quando dice: “Cristo, risuscitato dai morti”, ecco l’altare della Trinità. Nel nome “Cristo”, c’è lo stesso Figlio che risorge; c’è il Padre, per la gloria del quale, come è stato già detto (vedi n. 6), Cristo è risorto: “La morte non ha più potere su di lui perché, vivendo, vive per Dio; c’è lo Spirito Santo, perché è lo Spirito che dà la vita (Gv 6,64). “E questi tre sono una cosa sola” (1Gv 5,7). Quando conti­nua: “Per quanto riguarda la sua morte”, ecco l’altare dell’umanità, la quale per il peccato è morta una sola volta sull’altare della croce. E quando dice: “Così anche voi consideratevi morti al peccato”, ecco l’altare dell’olocausto, cioè della sofferenza del corpo mortificato. Ciò che segue: “ma viventi per Dio”, indica l’altare degli aromi, cioè della devozione della mente, e chi la possiede veramente “vive per Dio”, in Cristo Gesù nostro Signore.

O Padre, ti preghiamo per mezzo di Gesù Cristo, che hai costituito vittima di espiazione per i nostri peccati (cf. 1Gv 4,10), di accettare per mezzo suo i nostri doni, di in­fonderci la grazia di riconciliarci con te e con i fratel­li, e dopo riconciliati, di poterti offrire, o Dio, sull’altare d’oro che è nella Gerusalemme celeste, i doni della nostra lode insieme con gli angeli.

Accordacelo tu, che sei Dio uno e trino, benedetto nei secoli eterni. E ogni creatura risponda: Amen. Alleluia!

 

DOMENICA VII DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della VII domenica dopo Pentecoste: “C’era con Gesù una grande folla”; si divide in tre parti.

– Anzitutto sermone sull’infusione della grazia, sulla predicazione e sull’umiltà della mente: “Mentre l’arpista suonava, cantando…”.

– Parte I: Sermone sulla fame di Samaria: “Ben-Adad radunò tutto il suo esercito”.

– Sermone allegorico e morale sulla piccola città, asse­diata da un grande re, con ciò che segue, e quale ne sia il signifi­cato: “C’era una piccola città”.

– Sermone sui cinque libri di Mosè: la loro interpretazione e il loro significato.

– Sermone morale sull’atrio, la porta, il centro e la cel­la interna del tempio; sui quattro cavalli e il loro significato: “Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia”.

– Parte II: Sermone su Naaman, il lebbroso, lavatosi sette volte nel Giordano, e i vari significati: “Eliseo disse a Naaman”.

– Parte III: Sermone allegorico e morale su Eliseo, sulla risurrezione del figlio della Sunammita e sul significato dei tempi: “Eliseo si alzò e seguì la Sunammita”.

 

esordio - infusione della grazia nel cuore del predicatore

 

1. In quel tempo “C’era con Gesù una grande folla, che non aveva nulla da mangiare” (Mc 8,1).

Leggiamo nel quarto libro dei Re: “Mentre l’arpista suonava cantando, la mano del Signore fu sopra Eliseo, che annunziò: Questo dice il Signore: Scavate fosse e fosse nell’alveo di questo torrente. Questo infatti dice il Signore Dio: Non sentirete vento né vedrete pioggia, eppure questo letto si riempirà di acque; e berrete voi, le vostre famiglie e i vostri armenti” (4Re 3,15-17). Quando l’arpista, cioè lo Spirito Santo che è il perfetto arpista d’Israele, canta nel cuore del predicato­re, allora su Eliseo, cioè sul predicatore stesso, scende la mano del Signore, che infonde il dono della potenza, operando con lui in tutte le imprese alle quali metterà mano. “Venne su di me la mano del Signore” (Ez 3,22), dice Ezechiele. Se questo divino arpista non canta per primo, la lingua del predicatore diviene muta; se invece canta, allora al popolo, al quale predica, il predicatore potrà dire: “Scavate fosse e fosse nell’alveo di questo torrente”, ecc. Il torrente si chiama così perché in estate si dissecca e resta senz’acqua (il lat. torrens significa torrente e torrido).

Il torrente raffigura il peccatore nel quale, quando si dissecca la linfa della grazia, vengono meno le opere buone. Dice Zaccaria: “Non è forse questo un tizzone tolto dal fuoco?” (Zc 3,2). Il tizzone, così lo chiama il popolo, è un pezzo di legno arso dal fuoco, ed è figura del peccato­re, che il Signore con la mano della sua grazia ha tolto dal fuoco della lussuria. Quindi nell’alveo del torrente, cioè nel vostro cuore, o peccatori, che siete infiammati del fuoco della malizia, scavate fosse e fosse.

Considera che ci sono tre fosse: il riconoscimento della propria colpa, la contrizione per la colpa e l’umiliazione nella pazienza.

Del riconoscimento della colpa parla Ezechiele: “Figlio dell’uomo, sfonda la parete” (Ez 8,8), perché il Signore è pronto ad entrare se trova un’apertura anche minima, cioè se tu riconosci la tua colpa. “Ecco, – dice la sposa del Cantico dei Cantici – egli sta dietro la nostra parete” (Ct 2,9), pronto ad entrare se trova un’apertura. E continua: “Il mio diletto ha posto la sua mano sullo spiraglio, e al suo tocco un fremito mi è passato per il corpo” (Ct 5,4). Attraverso lo spiraglio, cioè per mezzo del riconoscimento della nostra colpa, si introduce la mano della grazia divina, e al suo tocco il nostro corpo, cioè la nostra mente carnale, ha un fremito. “Timore e spavento mi invadono” (Sal 54,6), “perché la mano del Signore mi ha toccato” (Gb 19,21). “La terra tremò e si scosse” (Sal 17,8; 76,19); e Saulo “tremante e attonito disse: Signore, che vuoi che io faccia?” (At 9,6).

Della fossa della contrizione dice Isaia: “Entra fra le rocce, nasconditi in una fossa nella terra, di fronte al terrore che incute il Signore, di fronte allo splendore della sua maestà” (Is 2,10). “Entra” con la fede “tra le rocce”, cioè nelle piaghe di Gesù Cristo, e “nasconditi in terra, nella fossa”, cioè nella contrizione del cuore, la quale “ti riparerà di fronte al terrore”, quel terrore che hanno i figli del mare di questo mondo, “e di fronte allo splendore della sua maestà”, cioè di quel potere superiore, dal quale ogni umano potere sarà distrutto.

In merito alla fossa della pazienza, nel Vecchio Testa­mento era stato ordinato che presso l’altare fosse scavata una fossa di un cubito, per riporvi le ceneri del sacrifi­cio (cf. Ez 43,13). E Gregorio commenta: Se nell’altare del nostro cuore non c’è la pazienza, verrà il vento a disper­dere il sacrifico delle opere buone. Dove non si perde la pazienza, si conserva l’unità.

O peccatori, nell’alveo del vostro cuore, con la zappa del timore di Dio, scavate fosse e fosse, per riconoscere la vostra colpa, per riempire di contrizione il vostro cuore, per sopportare nella pazienza le tribolazioni. Questo dice il Signore: “Non sentirete vento, né vedrete pioggia, e tuttavia quest’alveo si riempirà di acque”. Come dicesse: Privo di umana consolazione, il cuore del peccato­re sarà riempito con le acque della grazia settiforme (i sette doni dello Spirito Santo), dalla quale berrete voi, le vostre famiglie e i vostri armenti.

Ecco quanto abbondante è la grazia del Signore, dalla quale bevono l’anima e la famiglia, cioè tutti i sentimenti dell’anima, e anche gli armenti, cioè i sensi del corpo, i quali bevono questa grazia quando collaborano con l’anima per compiere il bene. Oppure: bevono uomini e armenti, cioè giusti e peccatori, i dotti e i semplici. Questa è la grande folla che il Signore ha saziato con i sette pani. E quindi dice il vangelo di oggi: “C’era una grande folla intorno a Gesù”.

 

2. Fa’ attenzione che in questo vangelo vengono posti in evidenza tre fatti. Primo, la compassione di Cristo nei riguardi della folla, quando dice: “C’era una grande folla”, ecc. Secondo, la distribuzione alla folla dei sette pani e dei pochi pesciolini e la sazietà di tutti: “I discepoli risposero: Come si potrà saziarli qui nel deserto?...”. Terzo, la raccolta di sette sporte, piene di quanto era avanzato: “E raccolsero gli avanzi...”.

In questa domenica e nella prossima concorderemo, se Dio ce lo concede, alcuni racconti del quarto libro dei Re con le parole del vangelo. Nell’introito della messa di oggi si canta: “Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia” (Sal 47,10). Si legge poi l’epistola del beato Paolo ai Romani: “Parlo con esempi umani, a motivo della debolezza della vostra carne” (Rm 6,19). La divideremo in tre parti, e ne vedremo la concordanza con le tre parti del vangelo. Prima parte: “Parlo con esempi umani”. Seconda parte: “Quando eravate schiavi del peccato”. Terza parte: “Ora invece, liberati dal peccato...”.

 

I. la compassione di gesù cristo per la folla

 

3. “C’era con Gesù una grande folla e non avevano da mangiare. Gesù allora chiamò a sé i discepoli e disse loro: Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno per via, perché alcuni di loro sono venuti da lontano” (Mc 8,1-3).

Su questo troviamo una concordanza nel quarto libro dei Re, dove si racconta che “Ben-Adad, re della Siria, radunò tutto il suo esercito e andò ad assediare Samaria. Ci fu in Samaria una grande carestia; e l’assedio durò così a lungo che una testa d’asino si vendeva per ottanta sicli d’argen­to e un quarto di cabo di sterco di colombe per cinque sicli d’argento” (il cabo, qab, era una misura di circa due litri e mezzo). E poco più avanti: “Allora Eliseo disse: Ascoltate la parola del Signore; questo dice il Signore: Domani a quest’ora, alle porte di Samaria, un moggio di farina costerà uno statere e anche due moggia di orzo costeranno uno statere” (4Re 6,24-25; 7,1). Vedremo quale significato abbiano Ben-Adad e il suo esercito, Samaria, la carestia, la testa di asino, gli ottanta sicli d’argento, il quarto di cabo di sterco di colombe, i cinque sicli d’argento, Eliseo, il moggio di farina, lo statere e due moggia di orzo.

Ben-Adad s’interpreta “spontaneo, volontario”, ed è figura di Lucifero il quale, pur figlio della grazia del Creatore, di sua volontà, senza che alcuno lo costringesse, e quindi irrimediabilmente, precipitò dal cielo. Dice Isaia: “In che modo”, cioè irrimediabilmente, “sei caduto dal cielo, o Lucifero, che sorgevi brillante al mattino?” (Is 14,12). Qui si allude al re della Siria, nome che s’in­terpreta “sublime” o “bagnata”, re quindi di coloro che sono sulle altezze della superbia e nel fradicio della lussuria. E questo re con il suo esercito assedia Samaria.

Esercito deriva dall’esercitarsi alla guerra. È figura degli spiriti maligni, i quali, esercitati in una lunga pratica di guerra, assalgono l’anima. Con questo esercito il diavolo assale Samaria, che s’interpreta “custodia”; assale cioè la santa chiesa, o l’anima fedele, la quale, finché custodisce la legge viene dalla legge custodita.

 

4. Di questa città e del suo assedio dice Salomone nell’Ecclesiaste: “C’era una piccola città, e pochi erano in essa gli uomini. Si mosse contro di essa un grande re, la cinse di un vallo, costruì dei bastioni e poi vi pose l’assedio. Si trovava però in essa un uomo povero ma saggio, il quale con la sua sapienza salvò la città: eppure nessuno si ricordò più di quest’uomo povero” (Eccle 9,14-15). Vediamo che cosa significhino, prima in senso morale e poi in senso allegorico, la città, i pochi uomini, il grande re, il vallo, i bastioni, l’assedio, l’uomo povero che libera la città.

La città è la chiesa, che è detta piccola in proporzione al numero dei cattivi, che si sono moltiplicati rispetto al numero dei buoni. Dice Salomone: “I perversi difficilmente si convertono, e infinito è il numero degli stolti” (Eccle 1,15). I perversi, cioè vòlti al contrario (lat. perversi, in contrarium versi), volgono a Dio la schiena e non il viso; difficilmente si convertono, non rientrano cioè nel proprio cuore con il sentimento dei giusti, e quindi difficilmente ritornano sulla retta via; per questo “è infinito il numero degli stolti”, cioè di coloro che non hanno sentimento nel cuore. “Hai moltiplicato le persone, dice Isaia, ma non hai accresciuto la gioia” (Is 9,3).

“Pochi erano nella città gli uomini”. Nella chiesa sono sempre tante le donne, cioè i fiacchi e gli effeminati; ma, purtroppo, pochi i veri uomini, cioè i virtuosi. “Le donne”, cioè i prelati fiacchi ed effeminati, “si sono impadronite del mio popolo” (Is 3,12). E Salomone: “O uomini, a voi mi rivolgo!” (Pro 8,4). La Sapienza si rivolge agli uomini, non alle donne, perché il gusto della dolcezza interiore compenetra colui che trova valido e virtuoso, attento e previdente. Ma “pochi sono in essa gli uomini”, pochi quindi che siano in grado di assaporare il gusto della dolcezza celeste. Tutti infatti, come donne, sono infiacchiti di mente nella preziosità delle vesti, nella raffinatezza dei cibi, nel grande numero di servi, nella costruzione di case, in vistose bardature di cavalli: tutto questo dimostra chiaramente se sono donne o uomini. Ecco che “razza di apostoli” sono diventati coloro ai quali il Signore ha affidato il compito di governare la sua chiesa.

“Si mosse contro di essa un grande re”. Questo grande re è il diavolo, del quale dice Giobbe: “Egli è re su tutti i figli della superbia” (Gb 41,25). Il diavolo fa queste tre cose: la cinge di un vallo, vi costruisce dei bastioni e così si compie l’assedio. Il vallo si fa con pali acuminati. I bastioni, che sono opere difese dal vallo o da muri, raffigurano gli eretici, che sono come dei pali acuminati, piantati negli occhi dei fedeli; e sono anche tutti i falsi cristiani. Il diavolo, con il vallo degli eretici e con i bastioni dei falsi cristiani, assedia la chiesa, nella quale pochi sono gli uomini. Ma “non temere, piccolo gregge” (Lc 12,32), questo assedio, perché “il Signore, insieme con la tentazione, vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla” (1Cor 10,13).

“Si trovava in quella città un uomo povero”. L’uomo povero è Cristo: uomo secondo la divinità, povero secondo l’umanità. E osserva come concordino tra loro i singoli termini: questi è chiamato “uomo”, e quelli “uomini”; questi “povero”, e quelli “pochi”. Il sapiente, il saggio, contro l’inganno del diavolo, liberò la città dal vallo degli eretici e dai bastioni dei carnali, e così con la sua saggezza e sapienza distruggerà tutti i bastioni.

Però è molto doloroso ciò che segue: “E nessuno più si ricordò di quell’uomo povero”. Anzi, ciò che è peggio, gli dicono con le parole di Giobbe: “Via da noi! Non vogliamo conoscere le tue vie” (Gb 21,14); e, ciò che è ancora più dannoso per essi, rifiutandolo gridano con i Giudei: Non vogliamo costui, ma Barabba. Barabba era un brigante (cf. Gv 18,40), che era stato messo in carcere per una sommossa provocata da lui in città, e per omicidio (cf. Lc 23,18-19). Questi è il diavolo che, a motivo della sommossa da lui provocata in cielo, fu precipitato nell’inferno. Chiedono che venga loro dato questo malfattore, e crocifiggono il Figlio di Dio che li ha liberati. E quindi: “Guai alla loro anima, perché saranno ripagati con tanti mali” (Is 3,9).

 

5. Senso morale. La città è l’anima, che giustamente è detta piccola, perché ormai quasi tutti l’hanno abbandonata e sono scesi ad abitare nella pianura, si sono dati cioè ai piaceri del corpo. Dice la Genesi che “Lot” – separatosi da Abramo – “si stabilì nelle città che erano lungo il Giordano, e abitò a Sodoma” (Gn 13,12). Lot s’interpreta “che devìa”, Giordano “discesa” e Sodoma “animale muto”. Il misero uomo, quando si separa da Abramo, cioè più non si cura della sua anima, si stabilisce nelle città che stanno lungo il Giordano, cioè nei sensi del corpo che lo portano in basso, verso la caducità delle cose temporali; e abita a Sodoma perché, come un animale muto, si abbandona ai piaceri carnali, e così diviene muto: non canta più la lode al suo creatore e non confessa più i suoi peccati.

“E pochi sono in essa gli uomini”. Gli uomini dell’a­nima sono i sentimenti della ragione, dei quali il Signore dice alla Samaritana: “Hai avuto cinque uomini, e quello che hai adesso non è tuo marito” (Gv 4,18). I sentimenti della ragione sono detti cinque uomini per il fatto che devono guidare i cinque sensi del corpo; l’anima sventurata che perde questi sentimenti, accoglie con sé non il marito ma un adultero che la corrompe. E di lei è detto: “Un grande re si mosse contro di essa”. Questo grande re è l’appetito carnale, o dei sensi. Dice Salomone: “Guai alla terra il cui re è un ragazzo (puer) e i cui prìncipi mangiano di primo mattino” (Eccle 10,16). Osserva qui che l’appetito carnale viene detto grande e ragazzo: grande, perché intraprende cose grandi e impossibili, ragazzo, perché è privo di ponderatezza e di discrezione. E perciò “guai alla terra”, cioè al corpo che ha un tale re; “o i cui prìncipi”, cioè i cinque sensi del corpo, “mangiano di primo mattino”, incominciano cioè fin dalla fanciullezza ad accontentare la gola e a darsi alla lussu­ria. “Chi fin dall’infanzia alleva il suo figlio nelle delicatezze, alla fine se lo ritroverà sfacciato e arro­gante” (Pro 29,21).

Questo “grande re” circonda l’anima con i pali acuminati degli istinti naturali, le erige all’intorno i bastioni dei cattivi pensieri e dei piaceri carnali, e così la mette sotto assedio. Ecco, come è scritto nel quarto libro dei Re, in quale modo la santa chiesa, o anche l’anima fedele, viene tenuta sotto assedio da Ben-Adad, re della Siria.

Ma venga il vero Eliseo e liberi la chiesa. Venga l’uomo povero, cioè la grazia dello Spirito Santo, che è chiamata povera perché dimora spiritualmente con i poveri “e con i semplici è la sua conversazione” (Pro 3,32), e liberi l’anima da così crudele assedio. Ma purtroppo, è molto doloroso ciò che segue: “E nessuno si è più ricordato di quel povero”. Dice infatti la Genesi che quando le cose vanno a gonfie vele “il coppiere del re si dimenticò di colui che gli aveva interpretato il sogno” (cf. Gn 40,23). Il continuo successo nelle cose di questo mondo, è un chiaro indizio di eterna dannazione (Gregorio).

 

6. Ritorniamo ora al nostro argomento. “Ben-Adad, re della Siria, assediava Samaria, e nella città ci fu una grande carestia. E fu assediata così a lungo, che una testa di asino veniva venduta per ottanta sicli d’argento”. Quando la chiesa, o l’anima, viene assediata dal diavolo, a poco a poco viene a mancare il nutrimento della grazia. Tolta questa, subentra nella chiesa una grande carestia, cioè un’ardente brama di cose temporali. E di questa carestia è detto nella Genesi, che essa infierì su tutta la terra e allora i figli di Giacobbe scesero in Egitto per comperare il frumento (cf. Gn 41,54; 42,3). Poiché, a causa dei nostri peccati, è venuto a mancare il nutrimento della grazia, tutti bramano avidamente le cose temporali, non il nutrimento dell’anima ma del corpo; e in Egitto cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo (cf. Fil 2,21).

E la carestia si è fatta così grave che una testa di asino si vende per ottanta sicli d’ar­gento. Ottanta sicli d’argento raffigurano la duplice stola, la duplice veste [dell’ani­ma e del corpo], che consiste nelle otto beatitudini, e che riceveremo nel giorno ottavo, cioè nel giorno della risur­rezione. Il corpo riceverà la luminosità, l’agilità, la sottigliezza e l’immor­talità; l’anima riceverà la sapienza, la felicità, la concordia tra la carne e lo spirito e l’amicizia con Dio e con il prossimo. E questi sicli d’argento gli sventurati peccatori li danno via per comperare una testa di asino, cioè la stoltezza dell’asino, vale a dire la sapienza di questo mondo, che è stoltezza davanti a Dio (cf. 1Cor 3,19).

“E un quarto di qad di sterco di colombe costerà cinque sicli d’argento”. Il qad è una misura. Le colombe raffigu­rano i santi che volano alle loro colombaie (cf. Is 60,8), e lo sterco è figura delle cose temporali.

I cinque sicli d’argento raffigurano le cinque virtù, indicate dai cinque libri di Mosè. Il primo libro di Mosè è chiamato in ebraico Beresith, in greco Genesis e in latino Generatio (generazione, origine). Il secondo: in ebraico Veelle Semoth, in greco Exodos e in latino Itinerarius(itinerario). Il terzo: in ebraico Vaicra, in greco Levitikòn e in latino Ministerialis (ministeriale). Il quarto: in ebraico Vaiedabber, in greco Rytmose in latino Numerus (numero). Il quinto: in ebraico Elle Addebarim, in greco Deuteronomion e in latino Secunda lex (seconda legge), nel quale fu prefigurata la legge evangelica.

Nella Genesi, nella quale è descritta la generazione, l’origine di tutte le cose, si deve intendere l’innocenza battesimale, per la quale veniamo rigenerati secondo l’uomo nuovo. Nell’Esodo, nel quale è raccontata l’uscita dei figli d’Israele dall’Egitto, è indicata la pietà religiosa, per opera della quale usciamo dal mondo. Nel Levitico, nel quale sono descritte le norme per i sacrifici, è indicata la devozione della mente e lamortificazione della carne. Nei Numeri, che riportano una specie di censimento del popolo, è indicata la confessione dei crimini, nella quale devono essere dichiarati tutti i nostri peccati. Infine nel Deuteronomio, che riporta tutta la Legge di Dio, è indicato l’amore di Dio e del prossimo, che è la legge evangelica nella quale sono compresi la legge e i profeti (cf. Mt 22,40).

Questi cinque sicli d’argento li danno gli sventurati peccatori per comperare sterco di colombe, cioè le cose temporali, che le colombe, cioè i santi, reputano appunto come sterco. Ecco quale grave carestia c’è nella chiesa, che è raffigurata in quella turba della quale parla il vangelo di oggi: “C’era con Gesù una grande turba e non avevano nulla da mangiare”. Questa turba turbata, che tutto turba, sta con Gesù come nome, non come nume, con la parola e non con i fatti, con la fede ma non con le opere. Ma che cosa dice Gesù misericordioso, che ha sempre avuto misericordia dei miseri? “Ho compassione - dice - di questa turba, perché già da tre giorni mi segue, e non hanno di che mangiare”.

 

7. È ciò che dice Eliseo nel quarto libro dei Re: “Doma­ni, a quest’ora, alla porta di Samaria, un moggio di sìmila (farina) costerà uno statere, e due moggia di orzo costeranno pure un solo statere”.

Il moggio, così chiamato da modo, è una misura di quarantaquattro libbre, cioè di sedici sestari. La sìmila è il fior di farina, raffinata e bianchissima, che si ottiene che si ottiene dal miglior frumento. Lo statere è così chiamato perché vale (lat. stat) tre soldi (moneta d’oro), e pesa tre aurei. Infine, l’orzo è chiamato così perché si secca prima di tutti gli altri cereali (lat. hordeum, aridum).

Il moggio di farina simboleggia l’infinita grandezza della divina Sapienza, che è contenuta nel Nuovo Testamento. Le due moggia di orzo raffigurano la conoscenza del­la Legge e dei profeti, che si comperano per uno statere, cioè con la fede cattolica, alla porta di Samaria, cioè con la predicazione apostolica per mezzo della quale si entra nella chiesa. Cessato il turbine della persecuzione, che c’è oggi, il Signore ci darà domani, cioè in futuro, la tranquillità, affinché la predicazione si possa fare dappertutto.

In altro senso. Nel moggio di farina è raffigurata la remissione dei peccati; nelle due moggia di orzo il di­sprezzo delle cose temporali e la brama di quelle eterne; nello statere è indicata la vera penitenza. Lo statere, che pesa tre aurei, è la penitenza, che consta di tre momenti: la contrizione, la confessione e la soddisfazione, cioè il compimento dell’opera penitenziale.

Questo statere fu trovato nella bocca del pesce, pescato nel fiume (lago) dal­l’amo di Pietro; con esso Cristo e Pietro stesso pagarono il tributo(cf. Mt 17,26). Il pesce è il peccatore che, con l’amo della predicazione, viene tirato fuori dal fiume dei piaceri mondani e nella cui bocca viene trovato lo statere della penitenza, la quale libera l’anima e il corpo dal tributo della colpa e della pena della geenna. Quindi il peccatore che, dando ottantacinque sicli d’ar­gento, era solito comperare una testa di asino e sterco di colombe, con il solo statere della penitenza può invece comperare un moggio di farina purissima, cioè la grazia della remissione, per la quale Dio perdona il peccato, e due moggia di orzo, in modo da essere in grado di disprezzare lo sterco, cioè le cose temporali e desiderare quelle eterne. Ecco quanto grande è la misericordia del nostro Redento­re, che dice: “Ho compassione di questa turba, perché già da tre giorni mi segue”. I tre giorni e lo statere, che pesa tre aurei, significano la stessa cosa.

E su tutto questo hai la concordanza nel quarto libro dei Re, dove Eliseo dice a Ioas: “Colpisci la terra con il dardo; ed egli la colpì tre volte”(4Re 13,18). Ioas s’inter­preta “che spera”, e raffigura il penitente che spera nella misericordia del Signore, al cui comando colpisce tre volte la terra del suo corpo con il dardo della penitenza. Coloro che compiono questo “triduo”, che aspettano cioè il Signore, il Signore non li rimanda digiuni alle loro case, anzi li ristora con il moggio di farina purissima e le due moggia di orzo, perché non vengano meno per via.

“Alcuni di essi – dice – sono venuti da lontano”. Il figlio prodigo venne da lontano, dal paese della dissomiglianza (dove aveva perso la somiglianza con Dio). Da quanto più lontano il peccatore ritorna al Padre, con tanta maggiore misericordia viene da lui accolto. Dice Luca: “Quando era ancora lontano, il padre lo vide e, mosso a pietà, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15,20-21).

Giustamente quindi disse il Signore: “Ho pietà di questa turba”. E della sua pietà hai una perfetta concordanza nell’introito della messa di oggi.

 

8. “Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia, in mezzo al tuo tempio” (Sal 47,10). Considera che nel tempio ci sono quattro parti: l’atrio, la porta, il centro e l’oracolo (la cella della preghiera). Alcuni stanno nell’atrio: questi sono i falsi fratelli. Alcuni stanno sulla porta: e sono quelli convertiti di recente. Alcuni stanno al centro: e sono i proficienti. Nell’oratorio ci sono i perfetti.

Tutti costoro sono raffigurati anche nei quattro cavalli dell’Apocalisse, visti da Giovanni: “Vidi un cavallo pallido..., e un cavallo nero, e chi lo cavalcava teneva in mano una bilancia; e un cavallo rosso, e a colui che lo cavalcava fu dato il potere di togliere la pace dalla terra, e gli fu consegnata una grande spada. E vidi poi un cavallo bianco, e colui che lo cavalcava aveva un arco” (cf. Ap 6,2-8).

Il cavallo pallido raffigura i falsi fratelli, simulatori e astuti, i quali provocano su di sé l’ira di Dio. Questi stanno nell’atrio, del quale dice l’Apocalisse: L’atrio, che è fuori del tempio, lascialo da parte, e non misurarlo (cf. Ap 11,2). Gli ipocriti falsi saranno gettati fuori dalla città di Gerusalemme, quando verrà chiusa la porta, essi che quaggiù non hanno misurato con la misura della verità. Atrio deriva da antro, perché l’a­trio si chiama propriamente cucina, o anche latrina, o discarica. Gli ipocriti infatti, poiché ora cuociono così bene, cioè affliggono la carne nella cucina di una simulata santità, saranno poi gettati nella discarica dell’eterno fetore.

Il cavallo nero raffigura i convertiti di recente i quali, deposto il falso candore del mondo, indossano la nerezza della penitenza. Essi, con le parole di Geremia, dicono: “La nostra pelle si è fatta bruciante come un forno” (Lam 5,10). Infatti la pelle del corpo mortificato viene come bruciata dal fuoco della contrizione e dalla sofferenza delle opere penitenziali. Questi devono tenere in mano la bilancia. E su questo abbiamo una concordanza nella prima parte dell’epistola di oggi, nella quale l’Apostolo parla ai neoconvertiti: “Parlo con esempi umani, a motivo della debolezza della vostra carne: come infatti avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità a pro dell’iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia per la vostra santificazione” (Rm 6,19).

“Parlo con esempi umani”, cioè vi dico delle cose facili; ne dovrei dire di molto più difficili, ma non le dico a motivo della debolezza della vostra carne, che proviene cioè dalla vostra carne. “Come avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità”, ecc. Commenta Agostino: Se non ci si mette a servizio della giustizia con un impegno maggiore, si abbia almeno l’impegno che si usava a servizio dell’ingiustizia. Per questo dice: “esempi umani”: ora si deve amare la giustizia molto più di quanto si amava prima l’iniquità.

I neoconvertiti abbiano perciò in mano la bilancia perché, come hanno messo le loro membra a servizio dell’impurità, della lussuria e dell’iniquità, che conduce ad una successiva iniquità, vale a dire al compimento del male, così ora mettano le loro membra a servizio della giustizia, che conduce alla santificazione, cioè al compimento del bene.

Questi sono alla porta del tempio, e di essa Giovanni dice: “Guardai, ed ecco una porta era aperta nel cielo” (Ap 4,1). La porta aperta è la misericordia di Dio, sempre pronta ad accogliere i penitenti. E di questa porta dice ancora Ezechiele: “Ecco un uomo, il cui aspetto era come di bronzo: aveva in mano una cordicella di lino e una canna per misurare, e stava in piedi sulla porta” (Ez 40,3).

Quest’uomo è figura del penitente, il cui aspetto è come quello del bronzo. Nel bronzo, che è risonante e di lunga durata, è raffigurato il suono della confessione e la perseveranza finale: due cose che ogni penitente deve avere. Nella cordicella di lino è raffigurata la sofferenza dell’opera penitenziale; nella canna per misurare è indica­ta la dottrina evangelica. E la canna per misurare sta nella mano, quando per mezzo dell’in­se­­gna­mento del vangelo si misura la propria condotta. Se l’uomo avrà tutte queste cose, a buon diritto potrà stare sulla porta, cioè confidare nella misericordia di Dio.

Il cavallo rosso è figura dei proficienti, i quali sono ferventi nello spirito e lieti nelle tribola­zioni (cf. Rm 12,11.12). Costoro tolgono la pace dalla terra, cioè dalla loro carne; infatti coloro che sono di Cristo la crocifiggono con i suoi vizi e le sue concupi­scenze (cf. Gal 5,24). A questi viene consegnata una grande spada, nella quale è raffigurata la discrezione che devono avere nel fare penitenza; e stanno al centro del tempio, cioè nella larghezza della carità, nella quale si riceve la misericordia del Signore: “Abbiamo ricevuto la tua miseri­cordia in mezzo al tuo tempio”.

E infine il cavallo bianco simboleggia i perfetti, i quali sono già nell’oracolo, nella cella della preghiera, dove intravedono la gloria dei cherubini e degustano la manna della divinità che è nell’urna d’oro dell’umanità. Essi hanno nelle mani un arco, simbolo della vittoria, cioè del loro trionfo sul mondo, sul diavolo e sulla carne.

Fratelli carissimi, preghiamo dunque il Signore Gesù Cristo perché si degni di riguardarci con l’occhio della sua misericordia, ci liberi dalla carestia e ci guidi fino al tempio della sua gloria. Ce lo conceda egli stesso che vive e regna nei secoli eterni. Amen.

 

II. distribuzione dei pani e dei pesci alla turba, e il ristoro di tutti

 

9. “I discepoli risposero a Gesù: E come si potrebbe sfamarli di pane qui in un deserto? Gesù domandò loro: Quanti pani avete? Essi risposero: Sette. Gesù ordinò alla folla di sedersi per terra. Presi allora quei sette pani, rese grazie, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini: benedisse anche quelli e ordinò di distribuirli. E tutti mangiarono e furono sazi”(Mc 8,4-8). Concorda con tutto questo ciò che leggiamo nel quarto libro dei Re, dove Eliseo disse a Naaman, il lebbroso: “Va’ e làvati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai mondato (dalla lebbra)... Naaman scese nel Giordano e vi si lavò per sette volte, secondo la parola del servo di Dio, e la sua carne ridiventò come la carne di un bambino; ed egli era mondato” (4Re 5,10.14).

I sette pani e le sette abluzioni nel fiume Giordano significano la stessa cosa. Naaman s’interpreta “splendi­do", ed è figura dell’uomo il quale in un primo tempo fu splendido per la bellezza della grazia, ma poi per la turpitudine del peccato divenne lebbroso. Lebbroso viene dal grecolepròs, squamoso; squame prodotte dalla scabbia e che danno un grandissimo prurito. Lebbroso è colui sul quale il veleno dei cattivi pensieri, lacerata la pelle del timore di Dio, degenera nella lebbra del cattivo comportamento; e quanto più si sfrega con la mano delle cattive abitudini, tanto più il prurito si accende e il dolore aumenta. A questo lebbroso Eliseo, cioè Gesù Cristo, dice: “Va’ e làvati sette volte nel Giordano”. Giordano s’interpreta “fiume del giudizio” e indica la confessione nella quale, come in un fiume, l’uomo si lava, mentre si giudica degno di condanna.

Per meritare la guarigione, deve lavarsi nel Giordano quelle sette volte delle quali l’Apostolo parla nella seconda lettera ai Corinzi: “Ecco quantasollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quale difesa, quale indignazione, quale timore, quale desiderio, quale emulazione e quale punizione!” (2Cor 7,11).

La tristezza, così detta in quanto “divisa in tre parti”, indica la penitenza, la quale consiste nella contrizione del cuore, nella confessione della bocca e nell’opera penitenziale di riparazione. E questa tristezza è secondo Dio, e quindi opera la salvezza, produce cioè le opere che conducono alla salvezza, vale a dire la sollecitudine di riparare al male fatto. “Marta, Marta – dice il Signore – tu sei sollecita e ti preoccupi di tante cose! (Lc 10,41).

Ma anche la difesa. Difendere significa proteggere. Quando nella confessione ci mettiamo a nudo, noi ci proteg­giamo. Se tu scopri – dice Agostino –, Dio ricopre”. Quando ci accusiamo, noi in realtà ci difendiamo.

Ma anche l’indignazione contro noi stessi per il male che abbiamo fatto. Dice Ezechiele: “Me ne andai amareggiato nell’indignazione del mio spirito” (Ez 3,14).

Ma anche il timore che in futuro si ripeta la stessa cosa. Si dice temere il preoccuparsi di non tralasciare nulla di quanto si deve fare. Quindi si dice timido, perché teme a lungo (lat. timet diu). Il timore è una sofferenza che entra nella mente, quando all’ester­no si avvera una data circostanza. Il timore casto è quello dell’anima che teme di perdere quella grazia, per mezzo della quale è stato in lei distrutto il piacere di peccare; che teme di esserne abbandonata, anche se non la punisce con nessun tormento.

Ma anche il desiderio di progredire in meglio. Desiderare vuol dire bramare avidamente. Il desiderio si volge alle cose assenti e non ancora ottenute. Infatti si racconta nel secondo libro dei Re che “Davide aveva un gran voglia di acqua e diceva: Oh, se qualcuno mi desse da bere l’acqua della cisterna che si trova nei pressi della porta di Betlemme!” (2Re 23,15). Così anche il penitente deve bramare l’acqua di quel fiume, del quale parla Giovanni nell’Apocalisse: L’angelo mi mostrò un fiume di acqua viva, limpida come il cristal­lo (cf. Ap 22,1). Quest’acqua è a Betlemme, nome che s’inter­preta “casa del pane”, si trova cioè nel banchetto della vita eterna, ed è presso la porta, cioè presso Gesù Cristo. E nessuno può attingere di quest’acqua se non per mezzo di lui: Nessuno può venire al Padre, se non per mezzo di me (cf. Gv 14,6).

Ma anche l’emulazione, per imitare la vita dei santi: “Aspirate ai carismi più grandi!” (1Cor 12,31).

Ma anche la punizione. A questo proposito, come si legge in Luca, una vedova importunava ogni giorno il giudice: “Fammi giustizia contro il mio avversario” (Lc 18,3). La vedova è figura dell’anima, la quale interroga ripetutamen­te il giudice, cioè la ragione, perché faccia giustizia del suo avversario, cioè dell’appetito carnale che è sempre in lotta contro l’anima. Questo è il giudice, che non per nulla porta la spada della discrezione(cf. Rm 13,4): la porta per encomiare i buoni, cioè i buoni sentimenti, e per punire i malfattori (cf. 1Pt 2,14), cioè i carnali. Se l’appetito carnale si lava sette volte nel fiume Giordano, viene purificato da ogni lebbra di pec­cato e ristorato con i pani della grazia settiforme, dei quali nel vangelo di oggi è detto: “Prendendo i sette pani, rese grazie, li spezzò”, ecc.

Fa’ attenzione però che, prima di venir rifocillati con i sette pani, viene ordinato a tutti di sedersi per terra. Chi desidera essere ristorato con i predetti sette pani, è necessario che prima si sieda per terra, calpesti cioè e umìli la propria carne. Leggiamo infatti nel quarto Libro dei Re che Naaman portò con sé un po’ della terra di Israele per prostrarsi su di essa e adorare così il Dio al quale quella terra apparteneva (cf. 4Re 5,17-18). Così il giusto, mentre si trova sopra la terra del suo corpo, la calpesta con la virtù della discrezione, adora Dio in spirito e verità (cf. Gv 4,23). Osserva pure che con i sette pani, Gesù benedisse anche alcuni pesciolini e comandò che fossero distribuiti a coloro che erano seduti. I pesciolini simboleggiano la povertà, l’umiltà, la pazienza, l’obbe­dienza, il ricordo della passione di Gesù Cristo: tutte queste virtù dobbiamo accompagnarle con i sette pani, per trovarle e sentirle più gradevoli.

 

10. Con questa seconda parte del vangelo, concorda la seconda parte dell’epistola: “Quando infatti eravate schiavi del peccato, eravate liberi in fatto di giustizia; ma quale frutto raccoglievate allora dalle cose di cui ora vi vergognate?” (Rm 6,20-21). Queste parole l’Apostolo le rivolge ai peccatori convertiti i quali, prima di sedersi per terra, prima di lavarsi sette volte nel Giordano, prima di venir ristorati con i sette pani, erano stati schiavi del peccato e liberi in fatto di giustizia, cioè fuori del dominio della giustizia. Infatti chi è schiavo del peccato si sottrae da sé alla libertà della giustizia. “Quale frutto – dice l’Apostolo – ne avete raccolto?”. La vergogna, dice Agostino, è la parte più importante della penitenza. Arrossiscano, si vergognino i penitenti di essere stati lebbrosi; si vergognino di aver commesso quelle cose che hanno prodotto non frutti ma morte!

Ti preghiamo, Signore Gesù, di purificarci dalla lebbra del peccato, di saziarci con il pane della tua grazia e di farci partecipi della mensa della beatitudine celeste. Accordacelo tu che sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. il riempimento delle sette sporte

 

11. “E portarono via sette sporte di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa quattromila, e li congedò” (Mc 8,8-9).

Le sette sporte sono figura dei giusti, ricolmi della settiforme grazia dello Spirito Santo. Le sporte sono confezionate con giunco e foglie di palma. Il giunco nasce in luoghi ricchi di acqua, ed è chiamato giunco, perché si abbarbica con le radici tutte congiunte; con la palma vengono premiati i vincitori. Anche i santi, per non inaridire privandosi della linfa dell’eternità, si stabiliscono presso la fonte della vita ed attendono la palma dell’eterna ricompensa. In altro senso, le sette sporte rappresentano la sette chiese primitive, che il Signore ricolmò con l’infusione della grazia settiforme. E ciò fu simboleggiato nel ragazzo risuscitato da Eliseo.

Su questo infatti abbiamo una concordanza nel quarto libro dei Re, dove si racconta che “il profeta Eliseo si alzò e seguì la donna Sunammita. Giezi (servo del profeta) li aveva preceduti e aveva posto il bastone di Eliseo sulla faccia del ragazzo, ma non c’era stato né un gemito né altro segno di vita... Eliseo entrò in casa e chiuse la porta, restando solo con il ragazzo, e adorò il Signore. Quindi salì, si distese sul ragazzo: pose la bocca sulla bocca di lui, gli occhi sugli occhi di lui, le mani sulle mani di lui e si curvò su di lui. Il corpo del ragazzo riprese calore. Eliseo allora si alzò e girò qua e là per la casa; tornò a curvarsi su di lui: il ragazzo starnutì sette volte, poi aprì gli occhi” (4Re 4,30-35).

Quando il Signore promulgò la Legge per mezzo di Mosè, mandò la sua verga, per così dire, per mezzo di un servo; ma il servo, con quella verga, cioè con il terrore della Legge, non riuscì a risuscitare il morto, perché la Legge non ha mai portato nulla alla perfezione (cf. Eb 7,19). Egli stesso, venendo di persona, si distende sopra il cadavere, perché “pur essendo di natura divina, annientò se stesso assumendo la condizione di servo” (Fil 2,6-7). Camminava qua e là, perché per mezzo della fede chiama e giudei e gentili alle verità eterne. àlita sette volte sopra il morto perché, aprendo il tesoro di Dio, infonde la grazia dello Spirito settiforme in coloro che giacciono nella morte del peccato. E subito colui che la verga del terrore non poté risuscitare, ritorna alla vita per mezzo dello spirito di amore.

 

12. Senso morale. Eliseo raffigura il prelato che non con la verga, non cioè con aspra disciplina, ma piuttosto con la preghiera e le prostrazioni, cioè con la benevolenza, risuscita il morto, vale a dire l’anima del suo suddito, dalla morte del peccato. Dice il beato Agostino: Il prelato brami essere amato da voi, piuttosto che temuto. L’amore infatti rende dolci le cose aspre e leggere quelle insopportabili; invece il timore rende insopportabili anche quelle leggere.

“Pose la sua bocca sulla bocca di lui”. Il prelato mette la sua bocca sulla bocca del peccatore quando lo istruisce affinché riveli i suoi peccati nella confessione. Dice infatti Isaia: “Il Signore mi ha dato una lingua esperta, perché io sappia sostenere con la parola colui che è caduto” (Is 50,4). E mette gli occhi sugli occhi quando piange sulla loro cecità, come faceva Samuele, al quale il Signore dice: “Fino a quando piangerai su Saul, quando ormai io l’ho ripudiato?” (1Re 16,1). E mette le mani nelle mani quando, per riparare alle opere perverse degli altri, profonde se stesso in opere sante; e così, colui che non è riuscito a richiamare in vita né con la verga né con la preghiera, possa almeno risuscitarlo con l’esempio delle opere buone.

“E alitò sul ragazzo sette volte: e il ragazzo aprì gli occhi”. Alitare vuol dire aprire la bocca (e mandar fuori il respiro). Il prelato alita sulla faccia del ragazzo, quando istruisce nella fede della santa chiesa, che consta di sette articoli, il popolo che gli è affidato; e cosi il popolo apre gli occhi: vede infatti, per mezzo della fede, ciò che un giorno vedrà nella realtà. E quando il prelato fa questo, ristora con sette pani quasi quattromila uomini, cioè tutto il popolo che gli è affidato, poiché li istruisce nei sette articoli principali della fede e con gli insegnamenti dei quattro evangelisti.

 

13. Con questa terza parte del vangelo concorda la terza parte dell’epistola: “Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, avete il vostro frutto che vi porta alla santificazione, e come destino avete la vita eterna. Perché lo stipendio del peccato è la morte; invece la grazia di Dio è la vita eterna, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 6,22-23).

Dice Geremia: “Preparatevi un terreno nuovo, e non vogliate seminare sopra le spine” (Ger 4,3). È appunto ciò che dice qui l’Apostolo: “Liberati dal peccato, siete fatti servi di Dio”. L’uscita del vizio prepara l’ingresso delle virtù. Fa’ attenzione che l’Apostolo tocca qui quattro punti: la liberazione dal peccato, il servizio di Dio, la santificazione della vita e la vita eterna. Questa è la regola del vivere, questa è la via che conduce alla vita. Chi non cammina per questa via è cieco, e va a tentoni (cf. 2Pt 1,9). La liberazione dal peccato porta al servizio di Dio; il servizio di Dio porta alla santificazione della vita; la santificazione (la santità) della vita conquista la vita eterna. Chi si sostiene con queste quattro colonne, quando apparirà la gloria del Signore, sarà saziato della beatitu­dine della vita eterna (cf. Sal 16,15), insieme con i quattromila uomini che il Signore saziò con i sette pani. Questa è la ricom­pensa che Cristo darà a coloro che lo servono.

Che cosa invece dà il diavolo ai suoi gregari? “Il salario del peccato è la morte”, dice l’Apostolo. Stipendio viene da stips, cioè sostanza dapesare; infatti gli antichi erano soliti pesare la moneta, piuttosto che contarla. Lo stipendio si dà ai soldati. Per i servi del peccato questo sarà lo stipendio: la morte. Invece a quelli che sono stati liberati dal peccato e ai servi di Dio, sarà data la sua grazia, con la quale meriteranno “la vita eterna, in Cristo Gesù, Signore nostro”, al quale è onore e gloria.

Fratelli carissimi, preghiamo il Signore perché, come si è degnato di saziare quattromila uomini con sette pani, ci corrobori con le quattro virtù cardinali, ci vivifichi con l’infusio­ne della grazia settiforme, affinché possiamo giungere a lui, che è la vita e il pane degli angeli. Ce lo conceda egli stesso, che è degno di lode, glorioso, splendido ed eccelso per i secoli eterni. E ogni spirito risponda: Amen. Alleluia!

 

 

Il secondo libro di Esdra è ora il libro di Neemia.

Attrezzo formato da due bastoni di diversa lunghezza, uniti da una correggia, usato per battere il grano.

Non si conosce l’autore di questa sentenza.

Scrupolo, sassolino: antica unità di misura.

Le misure e i pesi del santuario, cioè del Tempio, erano diversi da quelli commerciali, e anche da quelli del re. È stato calcolato che la chioma di Assalonne pesava più di due chilogrammi.

Mele coltivate negli orti della famiglia romana dei Mazii.

Curioso, qui non significa (soltanto) “avido di vedere o di sapere”, ma indica colui che si interessa di molte cose, si affanna e si preoccupa (dal lat. cura, preoccupazione) di conseguire certi risultati. Come sostantivo, curiosus era il monaco incaricato della cura delle cose materiali del monastero.

Non si conosce l’autore di questa sentenza.

Sembra che il Santo accenni qui al tiranno Ezzelino da Romano, che ha inutilmente affrontato per distoglierlo dalle sue nefandezze.

Atrium, nelle antiche case di contadini era la stanza annerita dal fumo del camino (Dizionario lat. del Georges).