. Antonio di Padova: I Sermoni - Parte settima

 

FESTA DI Santo STEFANO

PROTOMARTIRE

 

 

1. In quel tempo: “Gesù diceva alla folla dei Giudei: Ecco, io vi mando i profeti”, ecc. (Mt 23,1.34). In questo brano del vangelo si devono considerare due fatti:

- la persecuzione dei giusti,

- Cristo che si paragona alla chioccia.

 

I. la persecuzione dei giusti

 

2. “Ecco, io vi mando i profeti...” In questa prima parte si fa osservare, in senso morale, in che maniera i mondani e i carnali distruggono i se stessi o respingono da sé la molteplice ispirazione della grazia divina.

“Diceva dunque alla folla dei Giudei”. I Giudei, che amavano i beni passeggeri e solo ad essi si dedicavano, raffigurano i mondani, dediti al corpo, i quali, come è detto nel libro dei Giudici, non sono capaci di dire Scibbolet, che significa spiga o grano, ma dicono Sibbolet, che vuol dire paglia (cf. Gdc 12,6). Vanno infatti dietro alla paglia e così diventano essi stessi paglia, destinata ad essere bruciata nel fuoco eterno.

A costoro dunque il Signore dice: “Ecco, io mando a voi profeti, sapienti e scribi” (Mt 23,1.34). In queste tre categorie di inviati è simboleggiata la triplice ispirazione della grazia divina. I profeti raffigurano il timore del giudizio e l’orrore dell’inferno, che il Signore manda all’anima peccatrice affinché le preannuncino il giudice tremendo e la geenna vendicatrice. Dice Nahum: “Davanti al suo sdegno chi può resistere? Chi affronterà il furore della sua ira? La sua collera si diffonde come il fuoco e perfino le pietre si dissolvono davanti a lui” (Na 1,6). E Gioele: “Davanti a lui c’è il fuoco che divora, e dietro a lui c’è la fiamma che consuma” (Gl 2,3).

Il Signore, per bocca di Geremia, dice di questi profe­ti: “Io vi ho mandato i miei servi, i profeti, alzandomi di notte; li ho mandati perché vi dicessero: Non fate questa cosa abominevole! Ma essi non hanno ascoltato e non hanno prestato orecchio in modo da abbandonare la loro iniquità” (Ger 44,4-5). È detto che il Signore si alza di notte a mandare i profeti, in quanto all’anima che vive nella notte del peccato, egli, nella sua misericordia, incute il salutare timore del giudizio e il terrore dell’inferno. Ma l’anima sventurata non accoglie l’ispirazione, né presta l’orecchio dell’obbedienza per allontanarsi dal male e volgersi alla penitenza.

Ugualmente, i sapienti raffigurano quelle divine ispirazioni che mettono ordine nei pensieri, fanno riflettere prima di parlare, impreziosiscono le opere, regolano la vita e dispongono rettamente ogni cosa. Chi cammina con questi sapienti, diventa egli stesso sapiente. Di essi dice l’Ecclesiastico: Non disprezzare i discorsi dei sapienti, ma abbi familiarità con le loro massime: impara da loro il sapere e il discernimento (cf. Eccli 8,9-10). Preziosa è la loro scuola, gradito il loro insegnamento, lodevoli le loro direttive: riformano i costumi e distruggono i vizi.

Infine gli scribi raffigurano gli affetti, i sentimenti della nostra mente, che nel libro della memoria scrivono l’impurità del nostro concepimento, la materialità della nostra nascita, la malvagità di chi compie il male, la miseria del nostro peregrinare, la brevità del tempo e il pensiero della morte. Leggi in questo scritto così veritiero, studia in questo libro nel quale, come dice Ezechiele, sono scritti lamen­ti, pianti e guai (cf. Ez 2,9). Lamenti per l’impurità del concepimento e la materialità della nascita; pianti per la malvagità di chi compie il male, e la miseria del nostro peregrinare; guai per la brevità del tempo e il pensiero della morte.

Ecco in qual modo il Signore pietoso e pieno di misericordia vi manda i profeti per infondervi il dolore, i sapienti per riformare i costumi, e gli scribi per ricorda­rvi sempre la condizione della vostra vita.

 

3. Ma sentiamo come i Giudei ingrati, cioè gli adoratori dei beni terreni, abbiano corrisposto con tante scelle­ratezze a sì grandi benefici.

“Di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe” (Mt 23,34). Uniamo tra loro i termini corrispondenti: uccidono i profeti, crocifiggono i sapienti e flagellano gli scribi. I superbi e i vanaglorio­si uccidono i profeti; i golosi e i lussuriosi crocifiggono i sapienti; gli avari e gli usurai flagellano gli scribi.

La superbia e la vanagloria uccidono nell’uomo il terrore del giudizio e l’orrore dell’inferno. Perciò oggi Stefa­no dice ai giudei: “O gente di dura cervice”, ecco la superbia; “incirconcisi nel cuore e negli orecchi”, ecco la vanagloria: infatti non vogliono capire né sentire se non quello che piace a loro; “voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo, come facevano anche i vostri padri. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccise­ro quelli che preannunciavano la venuta del Giusto” (At 7,51-52). Quindi li uccidono in se stessi, perché essi preannunciano l’arrivo del giudizio.

I golosi e i lussuriosi crocifiggono e tormentano i sapienti: essi infatti sono corrotti nei pensieri, lascivi nelle parole, dissoluti nella loro condotta, disordinati nei costumi. Dicono perciò: “Riempiamoci di vino squisito e di profumi; non lasciamoci sfuggire il fiore della primave­ra. Coroniamoci di rose prima che avvizziscano; nessun prato sfugga alle scorribande della nostra lussuria (Sap 2,7-8).

Gli avari e gli usurai flagellano gli scribi nelle sinagoghe, cioè nella loro coscienza, dov’è la sede e la sinagoga di satana (cf. Ap 2,9.13). Gli sventurati non considerano la condizione della loro vita, la loro nascita e la loro morte. Sono nati senza borsa e senza un soldo, moriranno con poca stoppa e sacco; sono nati nudi, moriranno coperti di poca stoffa. E da dove allora hanno avuto tutto ciò che possiedono? Dalla rapina e dall’usura. Dice Abacuc: “Guai a colui che accumula ciò che non è suo! Fino a quando continuerà ad ammassare su di sé tanto fango?” (Ab 2,6). Fa come lo scarabeo che accumula una quantità di sterco e con grande fatica ne fa una palla rotonda; ma alla fine passa un asino e mette la zampa sullo scarabeo e sulla palla, e in un istante distrugge lo scarabeo e la palla, per la quale ha tanto faticato. Così l’avaro, o l’usuraio, accumula a lungo lo sterco del denaro, a lungo fatica, ma quando meno se l’aspetta il diavolo lo strangola. E così l’anima va ai demoni, la carne ai vermi e il denaro ai parenti.

 

4. “Sarete perseguitati di città in città” (Mt 23,34). Ahimè, non si accontentano quegli sventurati di rifiutare l’ispirazione della grazia divina e di spegnerla in se stessi, ma vogliono scacciarla anche dai loro congiunti, come dai figli e dalle mogli, quasi perseguitandoli di città in città. Un esempio: se il figlio di un usuraio, scosso dalla paura del giudizio e della pena dell’inferno, fa il proposito di vivere onestamente e di piangere sulla miseria della sua vita, e il padre suo ha sentore di ciò, questi, con tutte le sue forze, osteggia in lui questa grazia e lo stesso fa con la figlia, con la moglie e con tutta la famiglia.

“Perché ricada su di voi tutto il sangue innocente”, cioè la giusta vendetta per il sangue versato, “dal sangue del giusto Abele”, nome che significa “lutto”, “fino al sangue di Zaccaria”, che s’interpreta “ricordo del Signo­re", “figlio di Barachia”, che significa “benedizione del Signore”(Mt 23,35). Ecco quante scelleratezze hanno perpetrato quegli omicidi! Uccidono in se stessi e nei loro parenti il pianto della penitenza e il ricordo della passione del Signore, che è stata data da Dio Padre in benedizione per tutto il mondo.

“Che avete ucciso tra il tempio e l’altare” (Mt 23,35), cioè nell’atrio del tempio. Dice l’Apocalisse: “L’atrio, che è fuori del tempio, lascialo da parte e non misurarlo, perché è stato dato in balìa dei pagani (Ap 11,2), cioè di coloro che vivono da pagani. Il tempio è figura della chiesa trionfante; l’altare, della chiesa militante; l’atrio invece simboleggia la vanità del mondo, nella quale si sopprime il ricordo della passione del Signore.

 

II. cristo si paragona alla chioccia

 

5. “Gerusalemme, Gerusalemme!” (Mt 23,37). Con sentimento di pietà Gesù piange sugli uomini, non sulle pietre [della città]. “Che uccidi i profeti”, i quali annunciano il Signore dei profeti, “e li làpidi” (Mt 23,37). Proprio a motivo di queste parole, si legge questo brano del vangelo in questo giorno, nel quale il beato Stefano fu lapidato dai Giudei: mentre li rimproverava per la loro durezza – “gente di dura cervice” (At 7,51) , aveva loro detto –, affrontò la durezza delle pietre. Ma “gode chi è paziente nelle durezze” (Luca­no). Ieri è nato il Signore, oggi viene lapidato il servo; ieri il Re è stato avvolto in fasce, oggi il soldato è stato spogliato della veste corruttibile; ieri il Salvatore è stato adagiato nel presepio, oggi Stefano viene portato in cielo.

Stefano s’interpreta “regola”, o “coronato”, oppure anche “che fissa lo sguardo”. Regola dev’essere per noi il suo esempio: “Piegate le ginocchia” pregò per quelli che lo lapidavano: “Signore, non imputar loro questo peccato” (At 7,60). Fu coronato con il suo stesso sangue, efissò lo sguardo nel Figlio di Dio: “Vedo i cieli aperti e Gesù che sta alla destra di Dio” (At 7,56.60).

“Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e tu non hai voluto” (Mt 23,37). Come dicesse: Io volevo ma tu non hai voluto, e ogni volta che li ho raccolti, con la mia volontà sempre efficace, l’ho fatto contro la tua volontà, perché sei sempre stata ingrata!

 

6. In altro senso. Il Signore rivolge il suo rimprovero all’anima ingrata: “Gerusalemme, Gerusalemme!”. Questo nome s’interpreta “timore perfetto”, ossia completo, o anche “temerà totalmente” (Girolamo). È detta casa imperfetta quella non ancora finita, non ancora completata. Osserva che dice due volte “Gerusalemme”, perché l’anima sventurata che, come si è detto sopra, uccide in se stessa i profeti, deve temere due cose: di vedere sopra di sé il giudice adirato, e sotto di sé la geenna aperta e ardente; e allora il suo timore sarà perfetto, completo. Adesso non teme perché in questo suo giorno [non vuole conoscere] ciò che serve alla sua pace (cf. Lc 19,42).

“E lapidi quelli che ti sono inviati” (Mt 23,37), respingi cioè con la durezza del cuore le ispirazioni della grazia divina e le sue manifestazioni. Dice Isaia: “So che tu sei ostinato, che la tua cervice è una sbarra (nervus) di ferro e la tua fronte è di bronzo” (Is 48,4). Nella sbarra di ferro è simboleggiata la superbia ostinata. Agostino dice: “Drizzare la testa è segno di superbia”. Nella fronte di bronzo è indicata l’irriverenza; dice Ezechiele: “Tutta la casa d’Israele è di fronte impudente e di cuore indurito” (Ez 3,7).

“Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, e non hai voluto”. Osserva che la giustificazione dell’uomo si effettua in due modi: e cioè con la propria decisione e con l’ispira­zione divina: il Creatore coopera all’azione della sua creatura. Perciò il Creatore, nell’opera della nostra giustificazione, esige il nostro volontario assenso; infatti dice: “Se vorrete e mi ascolterete, mangerete i frutti della terra” (Is 1,19).

Quanto si mettono impedimenti a quest’azione, ciò viene imputato al libero arbitrio, perché è detto: “Se il mio popolo mi avesse ascoltato” (Sal 80,14), ecc. Se noi infatti in questa opera non facciamo proprio niente, inutilmente imploriamo l’aiuto del Creatore, e falsamente lo chiamiamoadiutore. Una cosa infatti è fare e un’altra è aiutare. Che cosa vuol dire aiutare se non cooperare con chi opera? Ha inteso di aver in lui un aiuto e un cooperatore nel bene, colui che disse: “Tu sei mio aiuto e mio liberatore, o Signore, non tardare!” (Sal 69,6). Ogni giorno cerchiamo il suo aiuto, quando nelle nostre preghiere quotidiane gridiamo: “Aiutaci, o Dio, nostro Salvatore!” (Sal 78,9). È chiaro dunque che “da due” viene compiuta quest’opera, nella quale il creatore opera insieme con la sua creatura.

In quest’opera perciò sono necessari il nostro impegno e la grazia divina. Invano uno si appoggia al libero arbitrio se non si sostiene con l’aiuto divino. La nostra giustificazione si compie per mezzo della nostra decisione e con l’ispirazione divina. Il volere solo cose giuste significa essere già giusto. Infatti soltanto dalla nostra volontà dipende l’es­sere detti, a ragione, giusti o ingiusti, sebbene in ambedue i casi siamo anche aiutati dalle opere. Fa’ dunque ciò che tocca a te offrendo la tua volontà, e Dio farà quello che a lui compete infondendoti la sua grazia.

E sia chiaro che né angelo, né uomo, né diavolo può costringere il libero arbitrio, e neppure Dio vuole fargli violenza. Ma Dio vuole amorevolmente raccogliere intorno a te, o anima, i figli, cioè i tuoi affetti e sentimenti, che sono dispersi in vari interessi temporali e vizi, perché tu abiti nella sua casa in perfetto accordo (cf. Sal 67,7): per questo tu devi offrire volentieri te stessa e volere proprio questo.

 

7. “Come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali”. Osserva che la chioccia si ammala quando i pulcini sono ammalati; li chiama a mangiare fino a tanto che diventa rauca; li protegge sotto le ali e resiste allo sparviero con le penne irte per difenderli. Così Cristo, Sapienza di Dio, per noi infermi si è fatto infermo. Dice infatti Isaia: “Lo abbiamo osservato: è disprezzato e l’ultimo degli uomini”, cioè il più reietto; “uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is 53,2-3). Chi vuole consolare un ammalato deve investirsi dei sentimenti dell’ammalato: infatti nel quarto libro dei Re è si narra che Eliseo “si curvò sopra il fanciullo, e il corpo del fanciullo riprese calore” (4Re 4,34). Il curvarsi di Eliseo simboleggia l’incarnazione di Cristo, dalla quale abbiamo ricevuto il calore della fede e abbiamo ricuperato la vita. Ci chiamò al banchetto della sua dottrina, e ci ha chiamati così a lungo che riarse sono le sue fauci (cf. Sal 68,4).

Osserva che il rauco non ha una voce melodiosa, ma manda suoni bassi e aspri, e quindi non si ascolta volentieri. Così oggi la dottrina di Cristo non ha la voce melodiosa dell’adulazione, perché non blandisce i peccatori e non promette vantaggi temporali; ma risuona aspramente perché insegna a castigare la carne e a disprezzare il mondo; e quindi non è ascoltata volentieri. Per questo si lamenta Giobbe: “Ho chiamato il mio servo, ma non ha risposto; devo scongiurarlo con la mia bocca. Il mio alito è ripugnante anche per la mia sposa e devo pregare anche i miei figli” (Gb 19,16-17). Sposa di Cristo sono i chierici, impinguati con il suo patrimonio: essi più di tutti hanno orrore del suo alito, cioè della sua predi­cazione che proviene dal suo profondo; poiché, come dice Giobbe, nascosto e profondo è il luogo dal quale si trae la sapienza (cf. Gb 28,18).

Allo stesso modo, per proteggerci ha aperto come ali le sue braccia sulla croce, e irto di spine si è opposto al diavolo che tramava di rapirci. La corona di spine sul capo come un elmo, la croce nelle braccia come uno scudo, i chiodi nelle mani come una clava: così armato ha sconfitto il nostro nemico.

A lui dunque lode e gloria per i secoli eterni. Amen.

 

III. sermone allegorico

 

8. “Farai un candelabro di purissimo oro battuto (dutti­le): i bracci, le coppe, le sferule e i gigli si dirame­ranno da esso. Sei bracci si dirameranno dai due lati, tre da un lato e tre dall’altro” (Es 25, 31-32).

“Farai un candelabro…”. Leggiamo in Matteo: “Non accendono una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il candelabro perché faccia luce per tutti quelli che sono in casa” (Mt 5,15). Infatti la grazia dello Spirito Santo, “lampada che arde e risplende” (Gv 5,35), fu posta sopra il candelabro, cioè sul beato Stefano, come dice Zaccaria: “Vedo un candelabro tutto d’oro, e una lampada è sulla sua sommità” (Zc 4,2). Questa lampada, o lucerna, non fu posta sotto il moggio, non fu cioè usata per un guadagno materiale, ma faceva luce per tutti coloro che erano nella casa, cioè nella chiesa. E infatti Luca, nella lettura di oggi, dice: “Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo” (At 6,8).

Questo candelabro fu di oro purissimo: in esso è simbo­leggiata la sua aurea povertà. Allora infatti, come dice la Genesi, l’oro della terra di Avila – nome che s’interpreta “partoriente” e indica la chiesa primitiva –, era finissimo. (cf. Gn 2,12). Ma ahimè, ora si è mutato in scoria. Fu anche “duttile” (battuto), perché è stato lavorato battendolo. Anche il beato Stefano fu, per così dire, lavorato e battuto a colpi di pietra, e le sue braccia allargate ad abbracciare i nemici. Infatti: “Lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: Signore, non imputar loro questo peccato” (At 7,59.60).

E concordano con questo le parole del terzo libro dei Re: “Condussero Nabot di Izreel fuori della città e lo uccisero, lapidandolo” (3Re 21,13). Nabot non aveva voluto che la sua vigna, ereditata dai suoi padri, fosse trasformata in un orto per coltivare legumi (cf. 3Re 21,2-3). Anche il beato Stefa­no fu lapidato così: “Lo trascinarono fuori della città e lo lapidarono” (At 7,58), perché si opponeva ai Giudei, i quali volevano trasformare la chiesa primitiva in un orto di legumi, volevano cioè imporle l’osservanza dei loro riti e delle loro tradizioni.

 

9. “Sei bracci si dirameranno dai due lati, tre da un lato e tre dall’altro”. I sei bracci simboleggiano le sei virtù che erano nel beato Stefano, sei virtù ricordate nella lettura della messa di oggi.

La fede. È detto infatti: “Elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo” (At 6,5), e queste parole fanno capire che la sua fede fu viva e operante. La grazia e la fortezza: “Era pieno di grazia e di fortezza” (At 6,8). La sapienza e il coraggio nella predicazione: “Non riuscivano a resistere alla sapienza e allo spirito che parlava” (At 6,10), e ancora: “Gente di dura cervice e incirconcisi di cuore, opponete resistenza allo Spirito Santo” (At 7,51). La preghiera per quelli che lo lapidavano: “Signore, non imputar loro questo peccato” (At 7,60).

Di fede viveva, con la grazia comunicava, con la fortezza resisteva, con la sapienza istruiva, con il coraggio confutava e con la preghieraaiutava. In questi bracci c’erano cop­pe, sferette e gigli. Nella concavità della coppa è indicata l’umiltà del cuore; nella rotondità della sferetta la cura dei fratelli in necessità; nei gigli la purezza del corpo. Ecco dunque il candelabro d’oro nella tenda del Signore, che illumina la mensa delle offerte, cioè la chiesa e l’anima fedele: il protomartire Stefano, adorno di virtù, bagnato del suo sangue, trionfante nei cieli.

Per le sue preghiere, ci faccia giungere agli eterni gaudi colui che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

IV. sermone morale

 

10. “Farai un candelabro di oro purissimo, lavorato a martello”. Nel candelabro è raffigurata l’anima dei fedeli. Di questo candelabro il Signore dice ad Aronne: “Quando avrai sistemato le sette lampade, erigerai il candelabro nella parte meridionale, affinché le lampade facciano luce verso settentrione e siano rivolte verso la mensa delle offerte” (Nm 8,2). Le sette lucerne simboleggiano la grazia dello Spirito Santo, la fede nel Verbo incarnato, l’amore verso il prossimo, l’insegnamento della parola di Dio, la luce del buon esempio, la retta intenzione dell’animo e la costanza nei propositi.

Della grazia dello Spirito Santo dice Giobbe: “La sua lampada brillava sopra il mio capo, e alla sua luce io camminavo anche in mezzo alle tenebre” (Gb 29,3). La lampada brilla sopra il capo quando la grazia illumina la mente, e allora tra le tenebre del presente esilio vede chiaramente dove mettere il piede delle opere.

Sulla fede nel Verbo incarnato leggiamo in Luca: “Quale donna, se ha dieci dracme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa finché non la ritrova? “ (Lc 15,8). Le nove dracme raffigurano i nove ordini di angeli; la decima raffigura Adamo e la sua discendenza, la quale è stata perduta quando fu scacciata dal paradiso terrestre. Ma “la donna”, cioè la Sapienza di Dio Padre, “accese la lampada” quando nella fragile creta della nostra umanità pose la luce della sua divinità. E così “spazzò la casa”, cioè il mondo e l’inferno, “finché la ritrovò.

Sull’amore verso il prossimo è scritto nei Proverbi: “Il precetto è lampada, la legge è luce, le correzioni della disciplina sono sentiero di vita”(Pro 6,23). “Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda” (Gv 13,34): questo comandamento “è la lampada”; “chi ama il suo fratello dimora nella luce, chi lo odia dimora nelle tenebre” (1Gv 2,10-11). E la stessa “legge” dell’amore, dalla quale dipendono la Legge e i profeti (cf. Mt 22,40), “è luce”. E “le correzioni della disciplina” sono “sentiero di vita”, sentiero cioè che conduce alla vita. Dice infatti l’Apostolo: “Ogni correzione non sembra, sul momento, causa di gioia, ma di tristezza”: ecco la correzione; “dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per mezzo suo sono stati addestrati” (Eb 12,11): ecco la via della vita.

Sull’insegnamento della parola di Dio dice il salmo: “La tua Parola è lampada ai miei passi” (Sal 118,105); e Pietro: “Abbiamo conferma migliore della parola dei profe­ti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori (2Pt 1,19).

Sulla luce del buon esempio parla Luca: “Siate pronti con i fianchi cinti e in mano le lampade accese” (Lc 12,35). E Gregorio: “Abbiamo in mano le lampade accese, quando con le buone opere mostriamo al nostro prossimo esempi luminosi”.

Sulla retta intenzione dell’animo leggiamo in Matteo: “La lampada del tuo corpo è l’oc­chio. Se il tuo occhio sarà chiaro, tutto il corpo sarà nella luce” (Mt 6,22). L’occhio simboleggia l’intenzione, il corpo l’opera. Se l’intenzio­ne sarà chiara, vale a dire senza pieghe oscure, tutta l’opera sarà nella luce, perché illuminata dalla lampada della retta intenzione.

E infine sulla costanza nei propositi, leggiamo nei Proverbi, dove si parla della donna forte: “La sua lampada non si spegne neppure durante la notte” (Pro 31,18). È come dicesse: la notte della tentazione diabolica non spegne la luce dell’anima costante.

Queste sette lampade devono essere poste nell’anima, in modo da essere rivolte a settentrione, contro l’Aquilo­ne, cioè contro il diavolo, affinché l’anima, da esse illumi­nata, sia in grado di scoprire le astuzie di satana e di difendersene; e le lampade illuminino anche “la mensa dei pani dell’offerta”, nella quale è simboleggiata la condot­ta dei i fedeli. Se l’anima si nutre di cose celesti, viene offerto a tutti da questa mensa, nelle tenebre della cecità presente, ciò che viene illuminato dalle suddette lampade.

Osserva infine che il Signore ha comandato che questo candelabro “sia eretto nella parte meridionale”, e non in quella occidentale. La parte meridionale raffigura la vita eterna: “Dio – dice Abacuc – verrà da meridione” (Ab 3,3). L’anima del fedele, quando si alza per compiere un’opera buona, si alzi dalla parte di mezzogiorno, in modo che tutto ciò che fa, sia fatto non per la vacua gloria del mondo ma per la gloria celeste. “Farai dunque un candelabro”.

 

11. “Duttile, battuto con il martello”. L’anima viene lavorata e, per così dire, spianata e allargata verso l’amore del Redentore dal martello della contrizione; con le battiture l’anima matura, si dilata, perché “gode chi è paziente nelle durezze”. Un riscontro a tutto questo lo troviamo nell’Ecclesiastico: “Il sapiente si rivela nelle sue parole” (Eccli 20,29). Quand’egli infatti si colpisce con la parola della propria accusa, ossia della confessione, guida se stesso all’amore di Dio.

E poiché con le battiture della contrizione si giunge alla purezza del cuore, dice appunto: “di oro purissimo”. E l’Apocalisse: “La città stessa è di oro puro, simile a terso cristallo (Ap 21,18). L’anima del giusto, sede o città della sapienza, è detta oro puro, perché risplende per la purezza dei pensieri; e se talvolta, per la fragilità della condizione umana, si copre di qualche macchia, immediatamente la rivela, come un terso cristallo, nella confessione, e così progredisce nell’amore di Dio e del prossimo.

“Sei bracci si dirameranno dai due lati”, ecc. I sei bracci del candelabro sono nel giusto come delle braccia amorose con le quali l’anima abbraccia Dio e il prossimo. Di queste braccia con i quali abbraccia Dio, è detto nel Deuteronomio e in Luca: “Amerai il Signore, Dio tuo, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima e con tutte le tue forze” (Dt 6,5; Lc 10,27). Agostino così parla e spiega: “Con tutto il cuore”, cioè con l’in­telletto senza errore; “con tutta la mente”, cioè con la memoria senza dimenticanze; “con tutta l’anima”, cioè con la volontà, senza aver mai nulla in contrario.

Allo stesso modo, le braccia con le quali l’anima abbraccia il prossimo, sono queste: perdonare chi pecca, correggere chi sbaglia, nutrire chi ha fame. Su queste braccia ci sono le coppe, le sferette e i gigli. Le coppe raffigurano la grazia della dottrina celeste, dalla quale bevono gli amici e si inebriano i più cari, i parenti. Questa è la coppa d’argento di Giuseppe, nascosta nel sacco di Beniamino (cf. Gn 44,2.12), cioè nel cuore del giusto. Nelle sferette (che ruotano) è simboleggiato il rotolare del peccato verso la confessione. Dice Isaia: “Prendi la cetra”, cioè la confessione, “percorri la città”, cioè la tua memoria o la tua vita, per rivoltare tutto e nulla resti nascosto, “canta in modo giusto” accusando te stesso, “ripeti il tuo canto” dando la colpa a te stesso e piangen­do “affinché tu sia ricordato” (Is 23,16) al cospetto di Dio. Canta infatti l’istrione alla porta del ricco per averne qualche beneficio.

Nei gigli è simboleggiata la luminosa e soave compagnia delle beate schiere angeliche. Il diletto si pasce tra i gigli, (cf. Ct 2,16), e dice: “Il vincitore indosserà vesti bianche” (Ap 3,5). Anche l’angelo della risurrezione apparve rivestito di una veste candida (cf. Mc 16,5).

Colui che è benedetto nei secoli eterni conduca anche noi a ricevere questa candida veste. Amen.

 

 

FESTA DI SAN GIOVANNI

EVANGELISTA

 

1. In quel tempo: Gesù disse a Pietro: “Séguimi!”, ecc. (Gv 21,19). In questo vangelo vengono proposti due argomenti:

- l’imitazione di Cristo,

- l’amore di Cristo verso il suo fedele discepolo.

 

I. l’imitazione di cristo

 

2. “Séguimi!”, dice Gesù a Pietro, e lo ripete ad ogni fedele cristiano. Séguimi, anche tu nudo come io sono nudo, anche tu libero da impedimenti come lo sono io.

Dice Geremia: “Tu mi chiamerai padre e non cesserai di seguirmi” (Ger 3,19). Séguimi dunque, deponi il tuo bagaglio: così carico non puoi tener dietro a me che corro. “Io ho corso, arso dalla sete” (Sal 61,5), la sete della salvezza dell’uomo. Dove corse? Alla croce. Corri anche tu dietro a lui, e come lui ha portato la sua croce per te, così anche tu porta per te la tua. E dice Luca: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinne­ghi se stesso”, rinunciando alla propria volontà, “prenda la sua croce”, mortificando la carne, “ogni giorno”, cioè in continuazione, “e così mi segua” (Lc 9,23). Così dunque “séguimi!”.

In altro senso: se vuoi venire a me e se desideri trovarmi, “segui me”, cioè vieni con me in disparte. Disse infatti ai discepoli: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’. Erano infatti molti quelli che andavano e venivano, e non avevano neanche più il tempo di mangiare” (Mc 6,31).

Ahimè, quanti stimoli carnali, quanta confusione di pensieri che vanno e vengono per il nostro cuore, così che non troviamo più il tempo di mangiare il cibo dell’eterna dolcezza, di provare il sapore della contemplazione interiore. E quindi il Maestro pietoso dice: “Venite in disparte”, lontano dalla folla tumultuosa, “in un luogo solitario”, cioè nella solitudine della mente e del corpo, “e riposatevi un po’”. Veramente un po’, perché è scritto nell’Apocalisse: “Si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora” (Ap 8,1). “Chi mi darà ali come di colomba, per volare e trovare riposo?” (Sal 54,7).

E anche Osea: “Ecco, io la allatterò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,14). In queste tre espressioni è indicato il triplice stato degli incipienti, dei proficienti e dei perfetti.

Allatta gli incipienti quando li illumina con la grazia perché crescano, e quindi progrediscano [proficienti] di virtù in virtù; poi li allontana dal tumulto dei vizi e dalla confusione dei cattivi pensieri e li conduce nel deserto, cioè nella quiete della mente, e lì, divenuti ormai perfetti, parla al loro cuore. E questo si avvera quando provano la dolcezza dell’ispirazione divina e si elevano totalmente nel gaudio dello spirito. Oh, quanto grande è allora nel loro cuore la devozione, la lode e l’esultanza. Con l’intensità della loro devozione si elevano al di sopra di se stessi, con la grandezza della lode vengono condotti al di sopra di se stessi, e con la grandezza dell’esul­tanza sono come portati al di fuori di sé. Dunque “séguimi!”

Il Signore parla come una madre amorosa che, quando vuole abituare il figlioletto a camminare, gli mostra un pane o una mela: Vieni, gli dice, e te lo do! E quando il bambino si avvicina che quasi lo prende, la madre a poco a poco allunga il passo, e sempre mostrando ciò che ha in mano continua a dirgli: Vieni, se vuoi prenderlo! Anche alcuni uccelli tirano fuori dal nido i loro piccoli e con il loro volo insegnano loro a volare e a seguirli nell’aria (cf. Dt 32,11) .

La stessa cosa fa Cristo: per indurci a seguirlo, propone se stesso come esempio e ci promette il premio nel suo Regno.

 

3. “Séguimi”, dunque, perché io conosco la strada giusta per la quale condurti. Leggiamo nei Proverbi: “Ti mostrerò la via della sapienza; ti condurrò per i sentieri della rettitudine; quando vi sarai entrato non saranno intralciati i tuoi passi, e se corri non inciamperai” (Pro 4,11­12). La via della sapienza è la via dell’umiltà: ogni altra è via del­la stoltezza e della superbia. Le vie giuste ci ha mostrato quando ha detto: “Imparate da me” (Mt 11,29).

Il sentiero è largo solo due piedi (circa mezzo metro), di modo che una persona non può affiancarsi all’altra; ed è chiamato in lat. semita, quasi a dire semis iter, mezza strada, da semis, metà, e iter, strada.

I sentieri della rettitudine sono la povertà e l’obbedienza, e per essi Cristo, povero e obbediente, ti guida con il suo esempio. In essi non c’è alcuna tortuosità, ma tutto è diritto e chiaro. Ma – cosa meravigliosa! –, pur essendo così stretti, si afferma che in essi il cammino non è intralciato. Invece la via del mondo è larga e spaziosa; ma per i secolari, che vi camminano come ubriachi, essa non è mai abbastanza larga: per l’ubriaco la via è sempre stretta, per quanto larga sia. La malizia, la perfidia trovano tutto stretto; invece la povertà e l’obbedienza, proprio per il fatto che sono strette danno la libertà: perché la povertà rende ricchi e l’obbedienza rende liberi. E colui che corre dietro a Gesù in questi sentieri non trova l’in­ciampo della ricchezza e della propria volontà.

“Séguimi”, dunque, e ti mostrerò “ciò che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo” (1Cor 2,9). “Séguimi, e ti darò” – come è detto in Isaia – “tesori nascosti e ricchezze ben celate” (Is 45,3); e ancora: “Allora vedrai e sarai raggiante, si meraviglierà e si dilaterà il tuo cuore” (Is 60,5). Vedrai Dio faccia a faccia, com’egli è (cf. 1Cor 13,12; 1Gv 3,2); sarai ricco di delizie e delle ricchezze della duplice stola dell’anima e del corpo; il tuo cuore sarà estasiato di fronte ai cori degli angeli, ai troni dei beati, e così si gonfierà di gioia e proromperà nel canto dell’esultanza e della lode. Dunque “séguimi!”.

 

II. l’amore di cristo verso il suo fedele discepolo

 

4. “Pietro, voltatosi...” ecc. (Gv 21,20). Chi veramente segue Cristo, desidera che tutti lo seguano, e perciò si rivolge al prossimo con lo zelo dello spirito, con la preghiera devota e con la predicazione della Parola. Questo è il significato del “volgersi” di Pietro. E con questo concordano le parole dell’Apocalisse: “Lo sposo e la sposa”, cioè Cristo e la chiesa, “dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta: Vieni!” (Ap 22,17). Cristo con le ispira­zioni e la chiesa con la predicazione dicono all’uomo: Vieni! E chi sente, da Cristo e dalla chiesa, questo richiamo, lo ripeta al suo prossimo: Vieni, cioè: segui Gesù.

“Pietro, dunque, voltatosi, vide che il discepolo che Gesù amava li seguiva” (Gv 21,20). Gesù ama chi lo segue; infatti dice: “Il mio servo Caleb, che mi ha seguito, lo introdurrò in questa terra che ha percorso: la sua stirpe la possederà” (Nm 14,24).

“Il discepolo che Gesù amava”. Dice la Glossa: Pur non nominandolo, con queste parole viene come distinto dagli altri, non perché Gesù amasse solo lui, ma perché lo preferiva agli altri. Amava anche gli altri, ma questo più intimamente. Lo gratificò di una maggiore tenerezza del suo amore perché l’aveva chiamato quando era ancora vergine, e perché vergine era rimasto: anche per questo gli affidò la Madre. E questo discepolo, durante l’ultima cena, posò il capo sul petto del Signore. Fu un grande segno di amore che lui solo posasse il capo sul petto del Signore, “nel quale sono racchiusi tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2,3). E questo fatto era come il presagio di quanto avrebbe scritto sugli “arcani” della divinità, molto meglio degli altri.

 

5. Osserva che Giacobbe riposò su di una pietra, e Giovanni sul petto di Gesù: quello mentre era in cammino, questi durante la cena. In Giacobbe quindi sono indicati i “pelle­grini" (viatori), in Giovanni i beati comprensori: quelli sono in cammino, questi sono già arrivati alla patria. Leggiamo nella Genesi che Giacobbe, uscito da Bersabea, si dirigeva verso Aram. Volendo riposarsi, si mise sotto la testa una pietra e si addormentò. In sogno vide una scala drizzata e gli angeli che salivano e scendevano su di essa, e il Signore stava alla sommità (cf. Gn 28,10-13).

Giacobbe è figura del giusto ancora pellegrino e alle prese con molteplici conflitti; egli esce da Bersabea, che s’interpreta “settimo pozzo”, e raffigura la cupidigia del mondo, che è come un pozzo senza fondo, come il “settimo giorno” di cui si legge che non ha fine; e si dirige verso Aram, che s’interpreta “eccelso”, cioè verso la Gerusalemme celeste. Dice infatti Abacuc: “Salirò e mi unirò al nostro popolo ormai in pace” (Ab 3,16), che ha trionfato sulla nequizia del secolo.

E poiché desidera alleviare la fatica della sua peregrinazione, il giusto si mette sotto il capo una pietra e si addormenta. Il capo è la mente, la pietra è la costanza nella fede, la scala drizzata è la duplice carità verso Dio e verso il prossimo, gli angeli sono i giusti che salgono a Dio con l’elevazione della mente e scendono verso il prossimo con la compassione dell’animo. Quindi il pellegrino, per riposare, ferma la mente sulla saldezza della fede. Si legge nei Proverbi: “Il leprotto, razza paurosa, ha la sua tana nella roccia” (Pro 30,26). Il leprotto, animale timido, è figura del povero nello spirito, che per la sua timidezza è esposto a tutte le ingiustizie, e quindi colloca il letto della sua speranza nella roccia della fede, dove può riposare e dormire e vedere in se stesso, eretta, la scala della carità.

E osserva che il Signore sta alla sommità della scala per due scopi: per reggerla, e per accogliere coloro che salgono su di essa. Infatti egli sostiene il peso della nostra fragilità, affinché possiamo salire con le opere della carità; e accoglie coloro che salgono, affinché con lui che è eterno e beato, siamo eterni e beati anche noi. E allora in quella cena dell’eterna sazietà, riposeremo anche noi, con Giovanni, sul petto di Gesù. Il cuore nel petto è l’amore nel cuore. Riposeremo perciò nel suo amore, perché lo ameremo con tutto il cuore e con tutta l’anima, e in lui troveremo ogni tesoro di sapienza e di scienza.

O amore di Gesù! O tesoro nascosto nell’amore, o sapienza di ineguagliabile sapore e scienza che tutto conosce! “Mi sazierò quando apparirà la tua gloria” (Sal 16,15). E “Questa è la vita eterna: che conoscano te, unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo (Gv 17,3). A lui la lode e la gloria per i secoli eterni. Amen.

 

III. sermone allegorico

 

6. “Un’aquila grande dalle grandi ali e di grande apertura alare, piena di piume variopinte, venne sul Libano e portò il midollo del cedro” (Ez 17,3). L’aquila, così chiamata per l’acutezza della sua vista (lat. aquila, acumen), è figura del beato Giovanni, che elevato al di sopra di sé con l’acutissima intuizione della sua mente, poté contemplare e raccontarci l’Unigenito Figlio che sta nel seno del Padre, il Verbo che era fin dal principio (cf. Gv 1,18.1). “E noi sappiamo che la sua testimonianza è verace” (Gv 21,24).

Dice Ezechiele: “Ognuno dei quattro animali aveva fattezze di uomo; poi fattezze di leone a destra e fattezze di toro a sinistra, e fattezze d’aquila al di sopra dei quattro” (Ez 1,10). Nella destra è indicata la prosperità, nella sinistra l’avversità. Matteo e Marco, che sono raffigurati nell’uomo e nel leone, furono a destra: scrissero infatti dell’incar­nazione e della predicazione di Cristo, fatti nei quali ci fu della prosperità. Luca poi è raffigurato nel toro, che veniva offerto nei sacrifici; infatti incomincia dal sacerdozio e quindi accompagna Cristo fino all’immolazione nel tempio e sull’altare della croce, dove c’è l’avversità della passione. Giovanni in fine è raffigurato nell’aquila, che vola più in alto di tutti gli uccelli: e proprio lui svelò e penetrò più profondamente degli altri nel mistero; per questo è detto di lui: “al di sopra dei quattro”.

Fa però meraviglia che dica: “al di sopra dei quattro”, perché anche lui è uno dei quattro. Egli era dunque al di sopra di sé stesso. Veramente al di sopra di se stesso perché parlò al di sopra di quanto possa parlare un uomo, e quindi è chiamato: “grande aquila dalle grandi ali”.

Quanto grandi fossero le ali di quest’aquila lo dice la lettura della messa di oggi, presa dal libro dell’Ecclesiastico: “In mezzo alla chiesa aprì la sua bocca” (Eccli 15,5). Ed è ciò che dice anche l’Apocalisse: “Vidi poi e udii la voce di un’aquila che volava nell’alto del cielo” (Ap 8,13), nel quale è simboleggiata la chiesa, nel cui centro, e cioè per tutti comunitariamente, “aprì la sua bocca”. “E il Signore lo riempì dello spirito della sapienza e dell’intelligenza” (Eccli 15,5). Ecco le due grandi ali con le quali volò fino al mistero della divinità: “In principio era il Verbo”, ecc.(Gv 1,1).

 

7. L’aquila era “di grande apertura alare”. Le virtù sono come le ali dell’anima che si estendono grandemente quando si aprono alla opere di carità. E questo concorda con ciò che è detto nella lettura della messa di oggi: “Chi teme Dio fa il bene, e chi pratica la giustizia otterrà anche la sapienza: essa gli andrà incontro come una madre onorata, e lo accoglierà come una vergine sposa” (Eccli 15,1-2). Il beato Giovanni, poiché onorava Dio con filiale e casto timore, fece il bene, cioè si profuse in opere di carità. E questo ti balzerà agli occhi più chiaro della luce se leggi la sua epistola, nella quale scrisse sulla carità in modo straordinario, in quanto l’aveva in sé. “Incominciò infatti a fare e poi ad insegnare” (At 1,1). E praticò anche la giustizia perché, come è detto nell’Ecclesiastico: “Era come un vaso di oro massiccio, ornato di ogni pietra preziosa”(Eccli 50,10). E poiché aveva in sé la giustizia, cioè la verità del vangelo, la praticò, cioè ne raccolse i frutti.

Dice il Signore nel vangelo: Chi lascia il padre, la madre, la moglie, riceverà il centuplo, ecc. (cf. Mt 19,29). Il beato Giovanni lasciò, per il Signore, sia la madre che la sposa; e il Signore gli diede un’altra madre, non una madre qualsiasi, ma la sua stessa Madre. Infatti dice: “Gli andrà incontro come una madre onorata”. La beata Maria, Madre del Figlio di Dio, onorata di doni di virtù e di privilegi di grazie, andò incontro al beato Giovanni ai piedi della croce: stavano lei a destra e lui a sinistra; e lì, come vergine sposa, lo accolse, vergine lei e vergine lui.

Narra Giovanni: “Gesù, vedendo la Madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla Madre: Donna, ecco il tuo figlio. Poi disse al discepolo: Ecco tua madre. E da quel momento il discepolo la prese con sé” (Gv 19,26-27), come sua madre, o in custodia. O perla splendente di verginità, beato Giovanni, che meritò di essere accolto come figlio dalla Madre del Figlio di Dio e di avere per madre la Madre di Dio!

 

8. Della sua intemerata verginità è detto quindi: “Aquila piena di piume variopinte”. E in Giobbe troviamo: “Morirò nel mio piccolo nido, e moltiplicherò i miei giorni come la palma” (Gb 29,18).

L’uccello costruisce il suo nido imbottendolo all’inter­no di piume e rendendolo soffice tutt’all’intorno, e ciò per due ragioni: perché le uova non si rompano a contatto con i ramoscelli, e i piccoli, ancora implumi, trovino riposo e calore tra il soffice delle piume. Il piccolo nido del beato Giovanni fu il suo umile sentire. E osserva che non è detto nido, ma piccolo nido. La verginità infatti si conserva con l’umiltà. La vergine superba non è vergine, ma corrotta. Nel diminutivo nìdulus, piccolo nido, è indicata appunto l’umiltà. Il suo nido fu costruito di soffici piume, ornato cioè della soavità della purezza verginale: in esso le uova dei suoi pensieri restarono intatti e i frutti delle opere trovarono impulso e silenzio.

Quest’aquila dunque fu “piena di piume variopinte”, perché dalla purezza della mente pervenne alla stupenda varietà delle opere. Stupenda varietà: gigli mescolati alle rose! Di questi due fiori dice la lettura della messa: “Lo rivestirà di una stola di gloria”, per quanto riguarda la purezza verginale, “accumulerà su di lui un tesoro di gioia e di esultanza” (Eccli 15,5-6), per le sue opere meravi­gliose. E anche se non concluse la sua vita con il martirio, fu martire ugualmente perché fu gettato in una vasca di olio bollente, fu relegato in esilio a Patmos, a Efeso gli fu dato da bere veleno: tuttavia, per grazia di Dio, uscì illeso da tutti questi tormenti, e “moltiplicò come palma i suoi giorni”. La palma non perde il suo verde né con il gelo né con la siccità e il caldo; così il beato Giovanni non perdette la forza d’animo e la verginità del corpo né tra le persecu­zioni né tra le tentazioni.

E così morì nel suo piccolo nido, perché perseverò nella verginità fino alla morte. Oppure, il suo piccolo nido io lo chiamo sepolcro: in esso, celebrati i divini misteri, come oggi discese vivo e si coricò, come volesse dormire.

 

9. “Venne sul Libano e portò il midollo del cedro”. Il monte Libano, che s’interpreta “candore”, raffigura la patria celeste, i cui abitanti (Nazarei) sono più candidi della neve (cf. Lam 4,7). E nell’Apocalisse: “Essi cammineranno con me in bianche vesti, perché ne sono degni” (Ap 3,4).

Il cedro, pianta altissima (cf. 4Re 19,23; Is 2,13), simboleggia l’altezza della divinità. Volò dunque l’aquila dalle grandi ali fino alla patria celeste e portò il midollo del cedro, quando disse: “In principio era il Verbo”, ecc. Oppure: il cedro, albero che non marcisce, raffigura l’umanità di Cristo, che non conobbe corruzione, e il cui midollo è la divinità. Prese quindi il midollo del cedro e lo portò a noi quando disse: “Il Verbo si fece carne, ed abitò tra noi” (Gv 1,14). E questo concorda con ciò che dice la lettura della messa: “Lo nutrì con il pane di vita e di intelligenza e lo dissetò con l’acqua della sapienza e della salvezza” (Eccli 15,3). Essere nutriti con il pane di vita ed essere dissetati con l’acqua della sapienza, altro non è che prendere il midollo del cedro.

Preghiamo quindi il beato Giovanni affinché, per le sue preghiere, il Signore ci conceda di disprezzare le cose terrene e innalzarci alle celesti per essere nutriti con il midollo del cedro. Ce lo conceda colui che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

IV. sermone morale

 

10. “Una grande aquila”. In senso morale si possono considerare tre cose: La salda fede del giusto o del penitente, la sua speranza sicura, la sua carità perfetta.

La fede salda: “Grande aquila dalle grandi ali, e di grande apertura alare”. L’aquila deve il suo nome all’acutezza della sua vista o anche del becco; e quando il becco s’ingrossa e l’aquila non è più in grado di prendere il cibo, lo arrota, per così dire, sfregandolo contro una pietra, e così si dice che si rinnova: “Si rinnoverà come quella dell’aquila la tua giovinezza” (Sal 102,5).

L’aquila ha una vista così acuta, che quando è nell’aria scorge i pesciolini nella profondità dell’acqua. Così il penitente, così il cristiano, con l’occhio del cuore, illuminato dalla fede, giacché tanto vedi quanto credi, scorge i segreti di Dio e li proclama apertamente con la bocca. Dice infatti l’Apostolo in merito all’acutezza dello sguardo e del becco: “Con il cuore si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza (Rm 10,10).

Questa in verità è la “grande aquila” – grande infatti e acuto è l’occhio della fede –, che vede il Figlio di Dio mentre scende nel grembo della Vergine, lo vede nato in una stalla, adagiato in una mangiatoia, avvolto in fasce, offerto nel tempio e riscattato con l’of­ferta dei poveri; lo vede mentre fugge in Egitto, pellegrino per il mondo, seduto sopra un asinello, insultato dalla folla, battuto con i flagelli, coperto di sputi, abbeverato di fiele e aceto, sospeso nudo sul patibolo, deposto nel sepolcro, mentre conduce schiava dall’inferno la schiavitù, quando risorge dal sepolcro, mentre sale al cielo, mentre riempie gli apostoli di Spirito Santo, e in fine nel giudizio, quando ricompenserà ciascuno secondo le sue opere.

Ecco l’aquila, grande perché acuta di vista e di rostro (cioè franca di parola). Dice infatti l’Apostolo: “La nostra bocca si è aperta a voi, o Corinzi!” (2Cor 6,11). Ciò che credeva con certezza nel cuore, lo predicava a chiare parole, libero da ogni condizionamento.

“Dalle grandi ali”. Su questo abbiamo la concordanza dell’Apocalisse: “Furono date alla donna due ali della grande aquila, perché volasse nel deserto verso il suo rifugio” (Ap 12,14). La donna è l’anima del penitente, della quale Isaia dice: “Come una donna abbandonata e con l’animo afflitto, il Signore ti ha richiamata” (Is 54,6). Le sue due ali sono la contrizione e la confessione, con le quali vola nel deserto della penitenza, in cui trova il rifugio di pace e di tranquillità.

E osserva che queste ali sono dette grandi. Infatti le ali della vera contrizione hanno quattro grandi penne. La prima è l’amarezza dei peccati passati, la seconda è il fermo proposito di non ricadervi, la terza è il perdono di ogni offesa dal profondo del cuore, la quarta è la ripara­zione verso tutti coloro che sono stati offesi.

E anche nell’ala della confessione ci sono quattro grandi penne. La prima è umiliarsi con la mente e con il corpo davanti al sacerdote. Maria [Maddalena], dice il vangelo, sedeva ai piedi del Signore (cf. Lc 10,39); e Isaia: “Scendi, siedi nella polvere, o vergine figlia di Babilonia; siedi in terra” (Is 47,1). Scendi con l’umiltà della mente, siedi nella polvere o nella terra con l’umiliazione del corpo. La seconda è l’accusa completa e particolareggiata dei propri peccati: “Accuserò me stesso” (Sal 31,5); e di nuovo: “Sono io che ho peccato, io che ho agito iniquamente”(2Re 24,17). La terza è la precisazione delle circostanze del peccato, che consiste nella risposta a queste domande: Che cosa? Chi? Dove? Per mezzo di chi? Quante volte? Perché? In che modo? Quando? La quarta è l’accettazione rispettosa e pronta della penitenza ordinata dal sacerdote, in modo da poter dire con Samuele: “Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta!” (1Re 3,9).

E per ciò che riguarda la soddisfazione, cioè l’esecuzione della penitenza, aggiunge: “e di grande apertura alare”. Infatti la mano, che prima era come rattrappita nel dare l’elemosina, ora si apre e si distende. Marco racconta che c’era nella sinagoga un uomo che aveva una mano inaridita. E il Signore gli disse: Stendi la tua mano! E quello la distese e riebbe l’uso della mano (cf. Mc 3,1-5). Le ginocchia erano deboli e quasi contratte; i piedi non erano più in grado di svolgere la loro funzione, perché ne erano stati privati dalla pigrizia, come è detto nei Proverbi: “Dice il pigro: C’è una leonessa sul sentiero, c’è un leone sulla strada; e come la porta gira sui cardi­ni, così il pigro si rigira nel suo letto” (Pro 26,13-14). Ma ora corre e piega le ginocchia alla preghiera. Ecco “la grande aquila, dalla grande apertura alare”.

 

11. La speranza sicura. “Piena di piume variopinte”. Su questo c’è un riferi­mento in Giobbe: “Forse che al tuo comando si alzerà in alto l’aquila e porrà il suo nido in luoghi ardui?” (Gb 39,27). Infatti il penitente, o anche il religioso, si solleva dalle cose terrene con le ali suddette, al comando del Signore che dice: “Venite dietro a me” (Mt 4,19), ecc., e anche: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti” (Mt 8,22); “e mette il suo nido in luoghi ardui”, pone cioè la sua speranza nel premio della vita eterna. Fabbrica questo nido con le piume della pazienza e della bontà. Con queste piume aveva fabbricato il suo nido anche Giobbe, quando diceva: “Anche se mi ucciderà, io spererò in lui” (Gb 13,15). Si può render facile il patire, se non viene meno la pazienza (Ovidio).

“Piena di piume variopinte”. Quando si moltiplicano le tentazioni e le persecuzioni, il giusto fabbrica il suo nido con le piume della pazienza, con esse copre se stesso e le sue opere e così con la sua pazienza salva la sua anima (cf. Lc 21,19).



12. La carità perfetta. “Venne sul Libano e portò il midollo del cedro”. Il cedro, che con il suo aroma mette in fuga i serpenti, è figura della carità che scaccia dal cuore del giusto i serpenti dell’invidia, dell’ira, del rancore e dell’odio.

Nella prima lettera ai Corinzi (1Cor 13,4-5), l’Apostolo dice: “La carità non è invidiosa” perché, nulla bramando in questo mondo, ignora l’invidia dei successi altrui; “non agisce ingiustamente” perché, operando solo per amore di Dio e del prossimo, rifugge da tutto ciò che non è retto; “non pensa male” perché, con la mente ferma all’amore della purezza, mentre estirpa dalle radici qualsiasi odio, si guarda bene dal rimuginare nella mente ciò che contamina; per questo è detto che sta sul monte Libano, che s’inter­preta “candore”, al quale va il giusto a prendere il midollo del cedro. Il midollo simboleggia la dolcezza della contemplazione o anche la compassione verso il prossimo; infatti innalzan­dosi all’amore di Dio, è impregnato della sua dolcezza; quando poi si volge all’amore del prossimo, allora usa il midollo della compassione.

Preghiamo dunque il Signore Gesù Cristo che ci conceda di volarcene lontano dai peccati con le ali della contri­zione e della confessione e di mettere il nido della speranza nelle cose celesti e di prendere così il midollo della duplice carità: carità verso Dio e carità verso il prossimo. Ce lo conceda colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

 

FESTA DEI SANTI INNOCENTI

 

1. In quel tempo: “Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe, e gli disse: Álzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto” (Mt 2,13).

In questo vangelo si devono considerare due fatti:

- la fuga del Signore in Egitto,

- la strage dei bambini innocenti.

 

 

I. la fuga del signore in egitto

 

2. “Un angelo del Signore”. In questa prima parte si dimostra, in senso morale, come ogni uomo di buona volontà debba custodire la sua opera ancor tenera (come un bambino appena nato) dalle insidie del diavolo e dal plauso del mondo. Vedremo che cosa significhino: l’angelo, Giuseppe e il suo sonno, che cosa la madre e il bambino, e che cosa infine l’Egitto ed Erode.

L’angelo del Signore raffigura l’ispirazione divina, che annunzia all’uomo che cosa debba e che cosa non debba fare. Si legge nell’Esodo: “L’angelo di Dio precedeva l’ac­cam­pa­mento d’Israele” (Es 14,19); e ancora: “Il mio angelo ti precederà” (Es 32,34), per due scopi: per mostrarti la via, e per difenderti dal nemico. E Tobia dice: “Fate un buon viaggio, il Signore vi sia vicino lungo il cammino e il suo angelo vi accompagni” (Tb 5,21).

Giuseppe, che s’interpreta “crescente” (cf. Gn 49,22), raffigura il cristiano che, inserito nella chiesa per la fede in Cristo, deve crescere di bene in meglio e portare frutti di vita eterna. Il suo sonno è la pace della mente o anche la dolcezza della contemplazione. Il sonno è la quiete delle facoltà animali, con la intensificazione e il raffozamento di quelle naturali (Aristotele. Vedi nota nel sermone della II dom. di Quaresima, n. 4).

Infatti quando si quietano gli stimoli del corpo ed emergono le aspirazioni dello spirito, allora Giuseppe entra nel sogno. Dice infatti Giobbe: “Adesso dormirei nel silenzio, e riposerei nel mio sonno con i re e i consoli della terra, che si costruiscono mausolei appartati; oppure con i prìncipi che possiedono oro e riempiono le loro case di argento” (Gb 3,13-14). Considera queste tre dignità: i re, i consoli e i prìncipi.

 

3. I re raffigurano “coloro che hanno fame e sete della giustizia” (Mt 5,6). Dice a proposito Agostino: Entra nel tribunale della tua mente: la ragione sia il giudice, la coscienza sia l’accusatore, il timore sia il carnefice, il dolore sia il tormento e il posto dei testimoni sia riser­vato alle opere.

I consoli (consiglieri) della terra raffigurano “quelli che piangono” (Mt 5,6) la loro miseria e la loro colpa. Saggio consiglio quello di piangere se stessi! Lo suggeriva anche Geremia: “Tàgliati i capelli e gettali via, e datti al pianto in modo aperto e sincero” (Ger 7,29). I capelli simboleggiano le preoccupazioni terrene che ti impediscono di vedere la tua miseria e di piangere i tuoi peccati. Tàgliali dunque dal tuo capo e gettali lontano dalla tua mente, e così potrai darti al pianto apertamente, senza falsità. Si dà al pianto senza falsità colui che non perdona a se stesso e non cerca scuse. L’amor proprio sa bene scusare e piangere falsamente, per finta. E coloro che vogliono veramente mettere in pratica questo consiglio, devono costruirsi posti solitari ed isolati, non solo per la mente ma anche per il corpo. Diceva Girolamo: La città è per me un carcere, la solitudi­ne un paradiso.

Parimenti i prìncipi raffigurano “i poveri nello spirito” (Mt 5,3), che possiedono l’oro, cioè l’aurea povertà, e riempiono le loro case, cioè la loro coscienza, di argento, che ha un bel suono (argentino), e simboleggia il risuonare del canto di lode a Dio e quello della confessione del proprio peccato.

Giuseppe che dorme con tutti costoro, è lontano dal frastuono delle cose del secolo, e riposa nel suo sonno senza il tumulto dei pensieri; e quindi gli appare un angelo che gli dice: “Lèvati su!”, cioè “tendi all’alto”, perché tu sia veramente uno che cresce verso l’alto, e non verso il basso come la rapa, che cresce nella terra e sotto terra, ma come la palma che si spinge verso l’alto. “Lèvati su!”, dunque, e tendi all’alto come le rondini, le quali non prendono il cibo stando ferme, ma catturano i moscerini e li mangiano mentre sfrecciano nel cielo. Dice l’Apostolo: “Cercate le cose di lassù e non quelle che sono sulla terra” (Col 3,1.2).

“Lèvati su, dunque, e prendi il bambino e sua madre” (Mt 2,13).



4. La madre simboleggia la buona volontà che, ispirata da Dio, concepisce l’opera buona nel sentimento e la partorisce nell’azione. Per esempio: se hai la buona volontà, ma non hai nel cuore il proposito di fare il bene, la volontà è sterile, e sta scritto: “Maledetta la donna sterile in Israele!” (cf. Es 23,26; Dt 7,14). Quando fai il proposito di fare il bene, concepisci; quando porti ad esecuzione il proposito con l’opera, allora partorisci.

Dice infatti Isaia: “Mi unii a una profetessa, che concepì e partorì un figlio. E il Signore mi disse: chiamalo: Mahèr-salal-cash-baz, che significa: “Rapida preda, pronto bottino”, vale a dire: Affréttati, prendi le spoglie, affrèttati a predare!” (Is 8,3). La profetessa è figura dell’anima o anche della volontà dell’uomo, la quale deve predicare a se stessa la gloria del Regno, il castigo dell’inferno, la malizia del diavolo, la falsità del mondo e la propria miseria. Ti unisci a questa profetessa con la devozione, ed essa concepisce con il proposito e partorisce con l’esecuzione. E osserva che il figlio tuo, cioè la tua opera, ha tre nomi: si chiama infatti Affrèttati, perché l’indugio implica pericolo e il differire fu dannoso a chi era pronto ad agire (Lucano). “Quello che devi fare, fallo presto! (Gv 13,27). Ed ogni opera buona dev’essere fatta in tre modi: con prontezza, con carità e con un fine; affrèttati dunque, per agire con prontezza. Prendi le spoglie, prendi da te stesso per provvedere al prossimo con la carità. “Affrèttati a predare, ad impadronirti del regno dei cieli, che dev’essere lo scopo, il fine ultimo di ogni tua opera.

“Prendi dunque il bambino e sua madre”, perché Esaù non possa colpire la madre con il figlio (Gn 32,11), il faraone non anneghi il bambino nel fiume ed Erode non lo possa trafiggere di spada.

 

5. “Erode sta cercando il bambino per ucciderlo” (Mt 2,13). Il nome di Erode s’inter­preta “gloria della pelle”. Egli personifica il diavolo o anche il mondo. “Il diavolo si trasforma in angelo di luce” (2Cor 11,14), fa sfoggio del candore della pelle diversa, perché la sua è nerissima. Così è anche il mondo, simile ai sepolcri imbiancati che sono pieni di ogni sozzura (cf. Mt 23,27); la sua bellezza sta solo all’e­ster­no, nella bianchezza della pelle: infatti tutto ciò che fa, lo fa per essere ammirato dagli uomini (cf. Mt 6,5); e Giovanni dice: “Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Gv 5,44).

Il diavolo e il mondo sono perfettamente d’accordo nel tramare la rovina del bambino, per distruggere cioè la santità delle nostre opere: il diavolo con l’ingan­no, il mondo con il plauso; il diavolo con la suggestione, il mondo con l’adulazione. Questi sono i satiri, i fauni, dei quali Isaia dice: “I satiri si chiameranno l’un l’al­tro” (Is 34,14), per cercare il bambino e ucciderlo.

Nel salmo vengono indicate cinque astuzie escogitate da questi due [il diavolo e il mondo], che di solito portano alla rovina il bambino; però prima viene anche indicato un rimedio per salvarlo. Dice dunque il salmo: “La tua verità ti proteggerà come uno scudo” (Sal 90,5). La verità del Padre è il Figlio, il cui scudo è la croce, con la quale ti protegge per difenderti dal diavolo, dal mondo e dalla carne. Nella croce c’è l’umiltà contro la superbia del diavolo; c’è la povertà di Cristo contro l’avarizia del mondo; e c’è la crocifissione con i chiodi contro la lussuria della carne.

E quindi “non temerai il terrore notturno”, cioè la suggestione diabolica; “la freccia” della vanagloria “che vola di giorno”, della quale Geremia dice: “Tu sai che non ho desiderato il giorno (la gloria) dell’uomo” (Ger 17,16), e Luca: “E ora, in questo tuo giorno, non hai riconosciuto cioè che serviva alla tua pace” (Lc 19,42); [non temerai] “la peste che vaga nelle tenebre”, cioè l’inganno e l’ipocrisia, “il sopraggiungere” delle avversità, e “il demonio meridiano” (Sal 90,5-6) della prosperità, che brucia come il sole a mezzogiorno.



6. Perché il bambino non venga ucciso, “prendilo con la madre sua e fuggi in Egitto”, nome che s’interpreta “tene­bre" o anche “strettezze”, e in cui è simboleggiato le stato di penitenza. Osserva che la “gloria della pelle” consiste in due cose: nello splendore e nello sfarzo; al contrario la gloria della penitenza consiste nell’oscurità e nella ristrettez­za. Oscurità nella veste perché, come è detto nell’Apoca­lisse: “Il sole si fece nero come il sacco tessuto di crine (Ap 6,12); ristrettezza dell’umiltà, o anche dolore e angoscia dell’animo, di cui dice Isaia: “Mi hanno colto dolori come di una partoriente” (Is 21,3), cioè di un peniten­te che partorisce lo spirito della salvezza.

Vuoi dunque salvare il bambino? Fuggi in questo Egitto, “e resta lì finché non ti avvertirò” (Mt 2,13). Ricorda che Gesù, come dice la Glossa, restò nascosto in Egitto sette anni: anche tu devi abitare nell’Egitto della penitenza per l’intero settenario della tua vita. Solo dopo aver finito “i sette anni” ti sentirai dire: “Ritorna nella terra d’Israele” (Mt 2,20), cioè alla celeste Gerusalemme, nella quale vedrai Dio faccia a faccia (cf. 1Cor 13,12).

 

II. la strage dei bambini

 

7. “Allora Erode, vedendosi beffato dai magi”, ecc. (Mt 2,16). Dice la Glossa che probabilmente Erode infierì contro i bambini un anno e quattro giorni dopo la nascita del Redentore, e che forse differì il suo intervento a motivo di un viaggio a Roma, o perché sotto accusa, oppure per consigliarsi con i Romani su ciò che si raccontava di Cristo; o anche che si trattenne così a lungo dal cercare il bambino per sorprenderlo più facilmente, senza che aves­se nessuna possibilità di sfuggirgli.

“Dall’età di due anni in giù” (Mt 2,16), cioè dal bambino che era nato da una sola notte fino a quello di due anni: e li uccise tutti. Vedremo che cosa significhi tutto questo: i magi, l’inganno fatto a Erode, Betlemme e l’ucci­sione dei bambini, i due anni, Rama e Rachele.

I Magi che adorano Cristo e gli offrono doni raffigurano i penitenti che, illuminati dalla stella della grazia, adorano in spirito e verità (cf. Gv 4,23) , e offrono il triplice dono della penitenza. Da essi il diavolo viene beffato quando non ritornano più a lui, ma propongono di ritornare alla patria eterna per un’altra via, cioè per la via dell’umiltà. Dice Giobbe: “Beemot”, il mostro, “spera che il Giordano scorra dentro la sua bocca”; “ma ecco che la sua speranza viene frustrata” (Gb 40,18.28).

Giordano s’interpreta “umile discesa”, e simboleggia i penitenti che, dalla dignità del mondo scendono fino al disprezzo di sé. Il diavolo spera ancora di attirarli e di farli ritornare a sé; ma invano spera nel loro ritorno: l’avvertimento dell’angelo, cioè la grazia dello Spirito Santo li sostiene perché a lui più non ritornino. Oppure: Erode è figura del mondo, che essi beffano quando gli lasciano tutte le loro cose. Inganniamo un cane che ci rincorre, lascinadogli un nostro indumento. Così Giuseppe (l’antico) beffò la meretrice che lo tratteneva dicendogli: “Dormi con me. Ma lui, lasciato tra le sue mani il mantel­lo, fuggì e uscì all’aperto” (Gn 39,12). E quella, vedendo­si respinta, disse (al marito): Ecco che hai introdotto in casa quell’uomo ebreo perché ci ingannasse” (Gn 39,14). La meretrice è il mondo; se il mondo ti vuole trattenere nel peccato, lasciagli il mantello, cioè le cose temporali, e fuggi in libertà.

 

8. “S’infuriò terribilmente” – il diavolo, beffato, va su tutte le furie –, “e mandò ad uccidere tutti i bambini che erano a Betlemme e nei luoghi vicini” (Mt 2,16).

Il lupo divora di preferenza i piccoli, così il diavolo macchia di preferenza la purezza della continenza. Nessun’altra opera buona odia quanto la castità, e per questa ragione nel battesimo viene distrutto il suo potere, i peccati sono perdonati, viene infusa la grazia e viene aperta la porta della vita. Egli si sforza di distruggere tutto questo tentando con ogni mezzo di macchiare con la lussuria della carne, sia nell’uo­mo che nella donna, la stola dell’innocenza battesimale.

Ma ciò che è più doloroso e deplorevole, uccide “i piccoli a Betlemme”, nome che significa “casa del pane”. Betlemme raffigura la religione, l’ordine religioso, nel quale viene nutrita l’anima. I suoi bambini vengono uccisi quando i religiosi si corrom­pono con l’incontinenza della carne. E non solo nell’Ordine, ma anche “in tutti i luoghi vicini”: anche in coloro che sembrano in qualche modo seguire le loro orme e vivere secondo il loro insegnamento va perduto lo splendore della castità. E questo “dai due anni in giù”: nel numero due è indicata la perdita della duplice castità: dell’anima e del corpo.

In altro senso: Erode simboleggia l’ira; Betlemme l’anima; i bambini i sinceri sentimenti della ragione; i luoghi vicini raffigurano i sensi del corpo; i due anni gli atti della duplice carità.

L’ira impedisce all’animo di discernere la verità, turba la stabilità della mente, fa perdere i sentimenti della ragione. Dice Giobbe: “L’ira uccide lo stolto e l’odio uccide il bambino” (Gb 5,2). E questo non solo all’interno, ma anche all’esterno: l’occhio si oscu­ra, la lingua minaccia, la mano si prepara a colpire e così si perde la carità. Perciò: “L’ira dell’uomo non opera la giustizia di Dio” (Gc 1,20) e neppure quella del prossimo.

Ed ecco che, a motivo di tutti questi mali, il grido del lamento e del pianto – cioè la contrizione del cuore e la confessione della bocca – si deve sentire in Rama (cf. Mt 2,18), cioè nell’alto dei cieli, davanti a Dio: “Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata perché non sono più” (Mt 2,18). La chiesa piange, e non vuole essere consolata quaggiù, perché i suoi figli non sono di questo mondo.

Rachele, che s’interpreta “pecora” o anche “che vede Dio”, è figura dell’anima penitente, la quale, quasi con la semplicità della pecora, vede Dio nella contemplazione. Essa piange i figli, cioè le sue opere, perché esse non sono più così vive, piene e perfette, com’erano prima che commettesse il peccato mortale, e quindi non vuole essere consolata. Dice Isaia: “Allontanatevi da me, che io pianga amara­mente; non cercate di consolarmi per la desolazione della figlia del mio popolo” (Is 22,4). “Rifiutai che la mia anima fosse consolata” (Sal 76,3), perché spero di venir consolato “quando apparirà la tua gloria” (Sal 16,15).

Si degni di concederci questa gloria colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

III. sermone allegorico

 

9. “I tuoi figli, come virgulti di olivo, intorno alla tua mensa” (Sal 127,3). Anche in Luca troviamo un riferimento a questo: “I miei bambini sono a letto con me” (Lc 11,7). Dei figli è detto nel Deuteronomio: “Benedetto nei figli è Aser” (Dt 33,24). Aser s’interpreta “delizia” ed è figura di Cristo che è la delizia di tutti i beati.

Cristo è benedetto e lodato nei figli Innocenti, che per lui e al suo posto sono stati oggi uccisi da Erode. “Un bambino è cercato, vengono uccisi dei bambini, nei quali nasce l’immagine, la figura del martirio e nei quali viene consacrata a Dio l’infanzia della chiesa (Glossa). E la chiesa per bocca di Isaia dice: “Chi mi ha generato costoro? Io ero priva di figli e sterile, espatriata e condotta schiava: questi chi li ha allevati? Io ero abbandonata e sola, e questi dov’erano?” (Is 49,21). “I tuoi figli quindi sono come virgulti di olivo”.

Osserva che nel virgulto è indicata la delicatezza della prima infanzia, e nell’oliva, dalla quale si spreme l’olio, lo spargimento del sangue. O crudeltà di Erode! Lascia almeno che l’oliva maturi per poterne estrarre completamen­te l’olio. Tu spargi prima il latte che il sangue, perché la pianticella che sradichi sta appena germogliando, tenera la creatura cui tagli la gola.

O strazio, o pietà! Il bimbo sorrideva alla spada dell’uccisore e giocava, il pargoletto! Gli agnellini, come afferrati per i piedi, vengono condotti al macello per essere uccisi per Cristo. Le olive nuove vengono portate al torchio per estrarne l’olio. Ecco la passione dei pargoli!

 

10. E quale il loro premio? Ecco: “Sono intorno alla tua mensa” (Sal 127,3), dove cantano un canto nuovo (cf. Ap 14,3). Leggiamo infatti nell’Apocalisse: “E nessuno poteva cantare quel cantico, se non quei centoquarantaquattromila che sono stati riscattati dalla terra. Essi sono coloro che non si sono contaminati con donne: sono infatti vergini e seguono l’Agnello ovunque vada. Essi sono stati riscattati tra tutti, come primizie per Dio e per l’Agnello. E nella loro bocca non fu trovata menzogna: sono senza macchia dinanzi al trono di Dio” (Ap 14,3-5). Nota che in questa citazione sono poste in evidenza cinque grandi “glorie” dei santi Innocenti. Primo, la grazia della verginità, quando dice: “Sono infatti vergini”. Secondo, la gloria dell’eternità, con le parole: “Seguono l’Agnello”. Terzo, la precoce offerta del loro sangue, dove è detto: “come primizie per Dio” Padre, “e per l’Agnello”, cioè il Figlio. Quarto, l’innocenza dell’infanzia, con le parole: “Nella loro bocca non fu trovata menzogna”. Quinto, la contemplazione della maestà divina: “Sono dinanzi al trono di Dio”.

Osserva che abbiamo usato tre parole: trono, mensa, letto. Tutte e tre indicano una stessa cosa: la vita eterna. Stanno dinanzi al trono cantando le lodi di Dio e contem­plando il suo volto. Dice infatti Isaia: “Voce delle tue sentinelle: alzeranno la voce e insieme canteranno lodi, perché vedranno con i loro occhi” (Is 52,8). Sederanno alla tua mensa mangiando e bevendo; infatti dice Luca: “Io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno” (Lc 22,29-30). È detto anche che questa mensa è rotonda (“attorno alla tua mensa”), perché l’eterna sazietà sarà senza principio e senza fine.

Parimenti, riposando dormono nel letto; infatti dice Isaia: “Va’, popolo mio, entra nelle tue stanze, chiudi le porte dietro a te” (Is 26,20); e ancora: “Mese seguirà mese, e sabato seguirà sabato” (Is 66,23); vale a dire che alla perfezione della vita seguirà la perfezione della gloria, e al riposo del corpo il riposo dell’eternità.

Per le preghiere dei santi Innocenti si degni di concedere tutto questo anche a noi colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

IV. sermone morale

 

11. “I tuoi figli”, o buon Gesù, sono questi cristiani che hai generato con le sofferenze della tua passione. Dice Isaia: “Forse non partorirò, io che faccio partorire gli altri? – dice il Signore. Io che do agli altri la facoltà di generare, sarò sterile? – dice il Signore Dio” (Is 66,9). Chi ci ha partorito nel dolore della passione? “La donna”, cioè la Sapienza del Padre, “quando partorisce è nella tristezza” (Gv 16,21). E Gesù dice: “La mia anima è triste fino alla morte” (Mt 26,38). Egli stesso con la grazia fa partorire agli altri lo spirito della salvezza.

Nota che figlio deriva dal verbo greco filèo, che significa amare. Dice Osea: “Li amerò di vero cuore” (Os 14,5). L’amore è chiamato in lat.dilectio, quasi duos ligans, che lega cioè due persone tra loro. L’amore lo ha talmente legato a noi, da attirarlo verso la nostra miseria, quasi che non potesse più vivere in cielo senza di noi. Fu come un’aquila che vola in cerca di cibo, di cui dice Giobbe: “Dov’è un cadavere, là essa si trova” (Gb 39,30). Cadavere deriva da cadere, oppure dal verbo latino careo, sono privo: infatti cade dalla vita, o è privo della vita. Il cadavere è figura della natura umana che, quando “cadde” dalla grazia divina, fu privata della vita.

O amore incomparabile! O pietà smisurata! Dal più alto cielo dei serafini volare a un cadavere putrido, prendere un corpo umano, portare il patibolo della croce, versare il proprio sangue, per risuscitare il figlio morto. Per questo si paragona al pellicano, dicendo: “Mi sono fatto simile al pellicano del deserto” (Sal 101,7).

 

12. Osserva che il pellicano è un piccolo (sic) uccello, al quale piace stare in solitudine. Si racconta che uccida a forza di colpi i suoi piccoli, che li pianga, ma che dopo tre giorni si ferisca, e che essi, bagnati del suo sangue, ritornino in vita (Glossa).

Cristo, fattosi piccolo per umiltà, amante della solitudine per la preghiera – dicono gli evangelisti che passava le notti in preghiera (cf. Lc 6,12)e che dimorava in luoghi deserti (cf. Lc 1,80) –, uccise per così dire a forza di colpi i suoi figli Adamo ed Eva e la loro discendenza, quando disse: “Sia maledetta la terra per ciò che hai fatto” (Gn 3,17), e “Sei polvere, e in polvere ritornerai” (Gn 3,19). Ma poi li pianse, come dice il salmo: “Quasi triste e in pianto, così mi umiliavo” (Sal 34,14).

Nel secondo libro dei Re si racconta che Davide, affran­to dal dolore, salì in pianto alla sue stanze sospirando: “Figlio mio Assalonne, Assalonne figlio mio! Chi mi conce­derà di morire per te?” (2Re 18,33). Così Cristo, rattristato per la morte del genere umano, salì sul patibolo della croce e ivi pianse, poiché dice l’Apostolo: Offrì se stesso con forti grida e lacrime (cf. Eb 5,7); e poté dire: Figlio mio, Adamo! Adamo, figlio mio! Chi mi concederà di morire per te? Chi farà che la mia morte ti sia di giovamento?

E dopo tre giorni, cioè dopo i tre tempi, della natura, della legge e della grazia (cioè da Adamo a Mosè, da Mosè a Gesù e da Gesù in poi), ferì se stesso, cioè permise che altri lo ferissero, e con il suo sangue asperse i suoi figli morti e li fece ritornare in vita. E tutto questo provenne dall’immenso amore con il quale ci amò. Dice infatti Giovanni: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1), cioè fino alla morte. “Tuoi figli”, dunque. Veramente tuoi, perché redenti con il tuo sangue; e voglia il cielo che siano “tuoi”, e non “suoi”, cioè schiavi della loro carne, perché “i suoi non l’hanno ricevuto” (Gv 1,11). E per essere tuoi è necessario che siano “come virgulti di olivo”.

 

13. Osserva che l’ulivo ha la radice amara, il legno durissimo e quasi indistruttibile, la foglia verde, il frutto gradevole. Anche il cristiano dev’essere amaro per la contrizione, fermo nel proposito, fedele alla parola, gradito nelle opere di misericordia. L’olio infatti simbo­leggia l’opera di misericordia.

E considera attentamente che è detto in lat. novellae, germogli, e questo per indicare che i figli di Cristo devono camminare nella novità dello spirito (cf. Rm 6,4): di giorno in giorno devono rinnovare, per mezzo della confessione, il loro spirito (cf. 2Cor 4,16), che altrimenti si corrompe dietro le passioni ingannatrici (cf. Ef 4,22).

“Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente” (Ef 4,23). E Geremia: “Questo dice il Signore agli uomini di Giuda e agli abitanti di Gerusalemme” – cioè ai laici e ai chierici –: “Rimettete a coltura il campo arato per la prima volta e non seminate tra le spine” (Ger 4,3). Il campo arato per la prima volta è figura del cuore dell’uomo, che dev’essere solcato dall’aratro della contrizione, ripulito dalle erbe nocive con il sarchio della confessione: questo vuol dire rimettere a coltura un campo arato di fresco. Invece semina tra le spine colui che compie qualche opera buona mentre si trova in peccato mortale. Quindi “i tuoi figli siano come virgulti (nuovi germogli) di olivo”.

 

14. E dov’è la loro abitazione? Dove deve svolgersi la loro vita? Sicuramente “intorno alla tua mensa”. Osserva che ci sono tre tipi di mensa, e in ognuna c’è una propria refezione. La prima è la mensa della dottri­na: “Davanti a me tu prepari una mensa, di fronte a quelli che mi perseguitano (Sal 22,5), cioè contro gli eretici. La seconda è la mensa della penitenza: “Tranquillità alla tua mensa, piena di grasse vivande”(Gb 36,16). Felice quella penitenza che produce la quiete della coscienza e abbondanza di bene, cioè opere di carità verso i fratelli. La terza è la mensa dell’Eucaristia, di cui dice l’Apostolo: Non potete partecipare alla mensa di Cristo e alla mensa dei demoni (cf. 1Cor 10,21). Nella prima mensa la refezione è la Parola di vita, nella seconda i gemiti e le lacrime, nella terza la carne e il sangue di Cristo. E anche qui fa’ attenzione che non è detto “alla mensa”, ma “intorno alla mensa”. Intorno a queste mense deve stare ogni cristiano, a somiglianza di coloro che girano avidamente intorno a ciò che desiderano vedere e trovare, ma dove non riescono ad entrare.

Così costoro devono girare intorno alla mensa della dottrina, per imparare a distinguere il bene dal male, e tra bene e bene; devono girare intorno alla mensa della penitenza per suscitare in sé il dispiace­re dei peccati commessi e anche dei peccati di omissione, per confessare le loro colpe, precisando le circostanze, per riparare il danno arrecato, per restituire ciò che hanno illecitamente tolto, per elargire le cose proprie a chi è nel bisogno; devono girare intorno alla mensa eucaristica per credere con fermezza, per accostarsi ad essa con devozione, e ricevere il corpo di Cristo dopo profonda riflessione, reputandosi indegni di tanta grazia.

Preghiamo dunque il Figlio di Dio che ci conceda di ristorarci a questa triplice mensa per essere degni di saziarci alla mensa celeste insieme ai beati Innocenti. Ce lo conceda colui che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

DOMENICA I DOPO NATALE

Temi del sermone

 

– Vangelo della prima domenica dopo Natale: “Giuseppe e Maria si stupivano”; si divide in tre parti.

– Anzitutto sermone sulla grazia e la gloria di Gesù Cristo: “Impara dove sia la sapienza”.

– Parte I: Sermone sulla povertà: “Dio mi fece crescere”.

– La miseria dei ricchi: “Il Signore ti colpirà con l’indigenza”.

– L’umiltà, la condanna dei superbi e l’esaltazione degli umili: “Il Signore guardò dalla colonna di nubi”.

– La salutare tristezza dei penitenti: “Uno spirito triste inaridisce le ossa”.

– L’obbedienza: “Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta”.

– Ai penitenti e ai religiosi: “Issacar, asino robusto”.

– Parte II: Sermone sulla superbia e sull’umiltà del cuore: “Depose i potenti dai troni”.

– La rovina salutare per i peccatori convertiti: “Sarà la rovina del cavallo”.

– La risurrezione dell’anima dai peccati: “Venne su di me la mano del Signore”; le facoltà dei nervi.

– Contro gli amanti dei beni terreni: “Ho aperto le mie mani”.

– Il duplice parto della beata Vergine Maria: “Prima di partorire”; la passione del suo figlio: “Ricòrdati della mia miseria”.

– Le quattro stagioni dell’anno e il loro significato: “Quando venne la pienezza del tempo”.

– Parte III: L’annunciazione, ossia la nascita del Signore: “Mentre tutte le cose erano avvolte nella quiete del silenzio”.

– Sermone morale sulla penitenza: “Mentre tutte le cose erano avvolte nella quiete del silenzio”.

 

esordio - la grazia e la gloria di gesù cristo

 

1. In quel tempo: “Giuseppe e Maria, madre di Gesù, erano stupiti delle cose che si dicevano di lui” (Lc 2,33).

Dice Baruch: “Impara dov’è la sapienza, dov’è la pruden­za, dov’è la fortezza, dov’è l’intelligenza, per comprende­re allo stesso tempo dov’è la longevità e il nutrimento, dov’è la luce degli occhi e la pace” (Bar 3,14). E nel salmo è detto: “Il Signore darà la grazia e la gloria” (Sal 83,12): la grazia nella vita presente e la gloria in quella futura. Le prime quattro virtù di cui parla Baruch si riferiscono alla grazia, le seconde quattro alla gloria.

La sapienza, così chiamata da sapore, consiste nel gusto della contemplazione, la prudenza nel prevedere e cautelarsi dalle insidie, la fortezza nel sopportare le avversità, l’intelligenza nel rifuggire dal male e scegliere il bene. Parimenti, la longevità sarà data ai santi nell’eterna beatitudine: “Io vivo e anche voi vivrete” (Gv 14,19); il nutrimento consisterà nella fruizione del gaudio: “Preparo per voi un regno, affinché mangiate e beviate alla mia mensa” (Lc 22,29-30); la luce degli occhi consisterà nella visione dell’umanità glorificata di Cristo: “Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato” (Gv 17,24); la pace consiste nella glorificazione dell’anima e del corpo: “Tu gli assicurerai la pace, pace perché in te ha sperato” (Is 26,3). Della longevità e della luce degli occhi è detto nel salmo: “È in te la sorgente della vita, e alla tua luce vedremo la luce” (Sal 35,10); della pace e del nutrimento: “Egli ha messo pace nei tuoi confini e ti sazia con fior di frumento” (Sal 147,14). Il fior di frumento è la fruizione del gaudio derivante dall’umanità di Cristo, della quale si sazieranno tutti i santi.

Altro commento. Impara, o uomo, ad amare Gesù, e allora imparerai dov’è la sapienza, ecc. Egli stesso è la sapien­za: “La Sapienza si è edificata una casa” (Pro 9,1). Egli stesso è la prudenza; infatti dice Giobbe: “La sua prudenza”, la prudenza del Padre, “colpì il superbo” (Gb 26,12), cioè il diavolo. Egli stesso è la fortezza: Egli è la fortezza di Dio e la Sapienza di Dio (cf. 1Cor 1,24). In lui c’è l’intelligenza (la conoscenza) di tutte le cose: ai suoi occhi tutto è chiaro e aperto (cf. Eb 4,13). Egli è la vita: “Io sono la via, la verità, la vita” (Gv 14,6). Egli è il nutrimento, perché è il pane degli angeli e il nutrimento dei giusti. Egli è la luce degli occhi: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12). “Egli è la nostra pace: è colui che di due popoli ha fatto un popolo solo” (Ef 2,14).

Questa sapienza, o uomo, devi imparare per sapere; questa prudenza devi avere per cautelarti, questa fortezza per valere, questa intelligenza per conoscere, questa vita per vivere, questo nutrimento per non venir meno, questa luce per vedere, questa pace per riposare.

O Gesù beato, e dove ti cercherò? Dove ti troverò? Dove, dopo aver trovato te, troverò sì grandi beni? E dove, dopo aver posseduto te, verrò in possesso di sì grandi beni? Cerca e troverai! Dimmi, ti supplico, dove dimora? Dove riposa al meriggio? (cf. Ct 1,6). Vuoi sentire dove? Dimmelo, ti scongiuro! Tra Giuseppe e Maria, tra Simeone e Anna troverai Gesù. Infatti leggiamo nel vangelo di oggi: “Giuseppe e Maria erano stupiti delle cose che si dicevano di lui”.

 

2. E in questo vangelo sono poste in evidenza queste quattro persone, e quindi vedremo quale sia il loro simbolismo morale. Giuseppe significa “crescente”, Maria “Stella del mare”, Simeone “che sente la tristezza”, Anna “che risponde”. In Giuseppe è indicata la povertà, in Maria l’umiltà, in Simeone la penitenza, e in Anna l’obbedienza.

Tratteremo di ogni persona singolarmente.

 

I. la povertà, l’umiltà, la penitenza e l’obbedienza

 

3. La povertà. Giuseppe significa “crescente” (cf. Gn 49,22). Quando l’uomo misero abbonda di piaceri e si espande nelle ric­chezze, allora diminuisce perché perde la libertà. Infatti la cupidigia delle ricchezze lo rende schiavo, e mentre diventa loro servo, egli diminuisce da se stesso e in se stesso. Sventurata quell’anima che è più piccola di ciò che possiede: è più piccola perché invece di mettersi al di sopra delle cose, si mette al di sotto di esse. E questa servile sottomissione si esperimenta più chiaramente quando ciò che si è posseduto con tanto amore, si perde con tanta soffe­renza. La sofferenza stessa è una grande schiavitù. In breve, non esiste vera e autentica libertà se non nella povertà volontaria. E questo è il Giuseppe “crescen­te" del quale parla la Genesi: “Il Signore mi fece crescere (prosperare) nella terra della mia povertà”(Gn 41,52). “Nella terra della povertà”, e non dell’abbondanza, “mi fece crescere il Signore”: mi fece diminuire nell’abbondanza e crescere nella povertà.

Leggiamo nel secondo libro dei Re che “Davide prosperava e si faceva sempre più forte, mentre la casa di Saul andava indebolendosi” (2Re 3,1). Davide che dice: “Io sono povero e mendìco” (Sal 39,18), “come luce che incomincia a risplendere, progredisce e cresce fino al giorno perfetto” (Pro 4,18), e supera se stesso in fortezza, perché la povertà scelta volontariamente e in letizia infonde vigore. Dice infatti Isaia: “Lo spirito dei forti”, cioè dei poveri, “è come il turbine che fa traballare la muraglia” (Is 25,4) delle ricchezze. Invece i piaceri e le ricchezze svigoriscono e consumano; per cui dice Geremia: “Fino a quando ti consumerai nei piaceri, o figlia vagabonda?” (Ger 31,22).

Invece la casa di Saul, nome che s’interpreta “colui che abusa”, cioè la casa dei ricchi di questo mondo che abusano dei beni e dei doni del Signore nei piaceri del corpo, la casa di Saul diminuisce ogni giorno. Dice Mosè: “Il Signore ti colpirà con l’indigenza, con la febbre, con il freddo, con il caldo e con la siccità, con l’aria inqui­nata e con la ruggine, e ti perseguiterà finché andrai in rovina” (Dt 28,22).

Il Signore colpisce il ricco di questo mondo, cioè permette che sia colpito, con l’indigenza, perché sempre gli manca qualcosa; con la febbre, perché è tormentato e soffre della felicità altrui; con il freddo, cioè con la paura di perdere quello che ha accumulato; con il caldo, perché arde dalla brama di avere ciò che non ha; con l’arsura della gola, con l’aria inquinata della cattiva reputazione, con la ruggine della lussuria. Ecco come diminuisce la casa di Saul. Invece la casa di Davide, del mendìco e del povero, cresce di virtù in virtù nella terra della sua povertà.

 

4. L’umiltà. “Maria, stella del mare”. O umiltà! O stella, la più luminosa, che illumina la notte, che guida al porto, che splende come fiamma e presenta Dio, Re dei Re, il quale dice: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Chi manca di questa stella “è cieco e va a tentoni” (2Pt 1,9), la sua nave si sfascia nella tempesta ed egli stesso affonda tra i flutti.

Leggiamo nell’Esodo che “il Signore dalla colonna di nubi e di fuoco gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani, distrusse il loro esercito, frenò le ruote dei loro carri di guerra, che così affondarono nel fango. Invece i figli di Israele camminarono attraverso il mare prosciugato, e le acque erano per loro come una muraglia a destra e a sinistra” (Es 14,24-25.29). Gli Egiziani, oscurati dalla nube tenebrosa, sono figura dei ricchi e dei potenti di questo mondo, ottenebrati dalla caligine della superbia: il Signore li distruggerà. Egli frenerà le ruote dei loro carri, cioè la loro potenza e la loro gloria, paragonate alle ruote perché girano per tutte le quattro stagioni dell’anno, e li precipiterà nel profon­do dell’inferno.

Invece i figli d’Israele, illuminati dallo splendore del fuoco, raffigurano i penitenti e i poveri nello spirito, illuminati dallo splendore dell’umiltà; essi camminano sull’a­sciut­to, attraversano il mare di questo mondo, le cui acque, cioè le ondate di amarezza, sono per loro come una muraglia che li difende e li protegge a destra dalla prosperità, e a sinistra dalle avversità; come a dire: perché il plauso della gente non li esalti e la tentazione della carne non li deprima.

Leggiamo in proposito nel Deuteronomio: “Assorbiranno le inondazioni del mare come il latte” (Dt 33,19). Rifletti che nessuno può succhiare qualcosa se non stringe le labbra. Coloro che hanno la bocca spalancata nella brama delle ricchezze, nei traffici del­la vanagloria, nel plauso della gente, non possono succhiare, non possono assorbire le inondazioni del mare. Difficilmente si possono tener lontani i lupi dalle carogne, le formiche dal grano, le mosche dal miele, i becchini dal vino, le meretrici dal postribolo e i mercanti dalla piazza. Dice Salomone: “È un proverbio: l’adolescente prende una via, e neppure quando sarà vecchio se ne allontanerà” (Pro 22,6). Solo gli umili, che stringo­no le labbra rifiutando l’amore delle cose temporali, assorbono come latte le inondazioni del mare.

O Stella del mare! O umiltà del cuore, che converti l’orribile mare amaro in latte dolce e gustoso! Quanto dol­ce è l’amarezza all’umile, quanto leggera la sofferenza, sopportata per il nome di Gesù. Furono dolci a Stefano le pietre, la graticola a Lorenzo, i carboni accesi a Vincenzo: per Gesù hanno succhiato come il latte le inondazioni del mare.

Il verbo succhiare dà anche il senso dell’avidità e del piacere. Solo l’umiltà sa succhiare la sofferenza e il dolore con avidità e piacere dello spirito.

Sta scritto nel Cantico dei Cantici: “Chi mi darà un fratello, che succhi alle mammelle di mia madre?” (Ct 8,1). Ci sono qui proposte tre persone: la madre, la sorella e il fratello. La madre è la penitenza, che ha due mammelle, il dolore nella contrizione e la sofferenza nella soddisfazione (l’opera penitenziale di riparazione); la sorella è la povertà, il fratello lo spirito di umiltà. Dice dunque la sorella povertà: Chi mi darà come fratello lo spirito dell’umiltà, perché succhi avidamente alle mammelle della madre nostra? Ecco il fratello e la sorella; Giuseppe e Maria, sposo e sposa, povertà e umiltà. “È sposo colui che ha una sposa” (Gv 3,29). Beato quel povero che ha per sposa l’umiltà.

 

5. La tristezza della penitenza. Simeone, “colui che sente la tristezza”. Dice l’Apo­stolo: La tristezza che è secondo Dio produce la salvezza(cf. 2Cor 7,10). E nei Proverbi: “Lo spirito triste dissecca le ossa” (Pro 17,22) dalla grassezza della lascivia e dell’im­pudenza. E Giobbe: “Lo rimprovera aspramente anche nel letto con il dolore e fa marcire tutte le sue ossa. In questo suo stato, sente nella sua vita orrore del pane e del cibo, che prima la sua anima tanto bramava” (Gb 33,19-20). Il letto simboleggia il piacere della carne, in cui l’anima giace come paralizzata, distrutta in tutte le sue facoltà. Infatti dice Matteo: “Gli portarono un paralitico disteso nel letto” (Mt 9,2). Il Signore rimprovera per mezzo della sofferenza nel letto, quando all’anima, che poltrisce nei piaceri della carne, infonde il dolore dei peccati, e allora essa avverte quella tristezza che fa marcire tutte le sue ossa.

E questo è anche ciò che dice Daniele quando ebbe la visione: “Non restò in me alcun vigore, si alterò il mio aspetto: venni meno e restai completamente privo di forze” (Dn 10,8). Quando questo si avvera in un peccatore, il pane, cioè il piacere della carne, gli diventa abominevole, e così ogni altro cibo che prima la sua anima, cioè la sua animalità, tanto bramava. E Daniele dice appunto: “Non mangiai più il pane tanto saporito; carne e vino non entrarono nella mia bocca, e neppure mi unsi con unguento” (Dn 10,3).

Dice Salomone: “Il cuore che conosce l’amarezza della sua anima, non permette che un estraneo partecipi alla sua gioia” (Pro 14,10). Dov’è la mirra della tristezza non può entrare il verme della lussuria. Dice Isaia: “Allontanatevi da me e lasciatemi piangere amaramente; non sforzatevi di consolarmi per la desolazione della figlia del mio popolo” (Is 22,4). Questo deve dire anche il penitente agli spiriti immon­di: Allontanatevi da me e lasciatemi piangere amaramente. Come il fumo scaccia le api, così la compunzione, amara e bagnata di lacrime, scaccia i demoni che assediano l’anima come le api ronzano attorno al favo. E non cercate, o stimoli della carne, di consolarmi, perché, come dice Giobbe, “voi siete tutti consolatori odiosi” (Gb 16,2). “La mia anima rifiuta di essere consolata” (Sal 76,3) con la vostra consolazione. “Le tue consolazioni, Signore”, non le mie, “hanno allietato la mia anima” (Sal 93,19), perché “guai a voi che avete la vostra consolazione!” (Lc 6,24).

Quindi non sforzatevi di consolarmi per la desolazione, cioè per la sofferenza, della figlia, ossia della carne, che è figlia “del mio popolo”, vale a dire di tutti i miei cinque sensi. Dice infatti il salmo: “Egli mi ha assogget­tato il mio popolo” (Sal 143,2).

 

6. L’obbedienza. Anna: “colei che risponde” con Samuele: “Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta” (1Re 3,10), e con Isaia: “Eccomi, manda me” (Is 6,8); e con Saulo: “Signore, che cosa vuoi che io faccia?” (At 9,6).

Sta scritto: “Una risposta gentile vince l’ira” (Pro 15,1), e “nell’uomo retto abbonderà il parlare garbato” (Eccli 6,5). La risposta gentile del suddito umile vince l’ira del prelato superbo. “La pazienza” del suddito “calma il principe” (Pro 25,15). “Non opporti all’impeto del fiume”(Eccli 4,32), cioè alla volontà del prelato, “ma abbassa davanti a lui la tua testa” (Eccli 4,7). E il parlare garbato, cioè deferente, abbonderà nel suddito retto, per poter dire con Giobbe: Chiamami e ti risponderò (cf. Gb 14,15). Risponde a chi lo chiama, colui che obbedisce di buon animo a chi gli dà un ordine.

Ecco, abbiamo così trattato brevemente di queste quattro virtù, perché chi desidera trovare Gesù abbia con sé queste quattro persone, poiché in mezzo a loro sta la salvezza. Giuseppe e Maria portano al tempio Gesù. Simeone e Anna lo riconoscono e lo benedicono. Infatti la povertà e l’umiltà portano Gesù povero e umile. È la povertà che lo porta sulle spalle.

 

7. Leggiamo nella Genesi: “Issacar, asino robusto, sdraia­to sui confini, ha visto che il luogo di riposo era bello e che la terra era splendida, ha piegato la spalla a portare il peso” (Gn 49,14-15). Issacar s’interpreta “ricompensa”, e simboleggia la povertà, la quale rifiuta tutte le cose terrene per poter riceve la ricompensa eterna. Issacar è detto “asino robusto”. L’asino è un animale da trasporto (oneriferum, che porta lasoma, somaro), che si nutre di cibi grossolani e di poco prezzo. Così anche la povertà porta il peso del giorno e del caldo (cf. Mt 20,12) e si accontenta di cose grossolane e rozze.

Dice il beato Bernardo: Il pane di crusca e l’acqua pura, le semplici verdure e i legumi non sono cibi molto piacevoli; ma nell’amore di Cristo e nel desiderio della dolcezza interiore, è invece molto piacevole poter soddi­sfare con questi cibi un ventre sobrio e morigerato. Quante migliaia di poveri soddisfano volentieri le necessità della natura con questi cibi, e anche solo con alcuni di essi! Quindi sarebbe facilissimo e anche gradevo­le vivere allo stato naturale, aggiungendovi il condimento dell’amore di Dio, se la nostra stoltezza non ce lo impedisse.

“Sdraiato sui confini”, non “tra i confini” (Gn 49,14). I confini sono due: l’entrata e l’uscita dalla nostra vita. Su di essi sta e riposa la povertà. Essa considera il miserevole ingresso dell’uomo alla vita e volge l’attenzio­ne alla sua lacrimevole dipartita, e quindi non vuole sdraiarsi “tra i due confini” per ascoltare – come è detto nel libro dei Giudici – il belare dei greggi (cf. Gdc 5,16), cioè le seduzioni e le suggestioni dei demoni. Dimora, o sta sdraiato tra i due confini chi non medita sull’inizio e sulla fine della sua vita, ma riposa nei piaceri della carne e nella vanità del mondo.

“Vide che il luogo del riposo”, della beatitudine celeste, “era bello, e che la terra” della dimora eterna “era splendida: piegò la sua spalla per portare” Gesù povero, il Figlio di Dio. Porta Gesù colui che per suo amore sopporta con pazienza tutte le avversità che incontra. Dice infatti l’Ecclesiastico: “Accetta tutto quello che ti è mandato e sopportalo nella sofferenza” (Eccli 2,4). La povertà porta sulle spalle, l’umiltà porta al petto, sulle braccia. Leggiamo nel Cantico dei Cantici: “Il mio diletto è per me un sacchettino di mirra: riposa tra le mie mammelle” (Ct 1,12). Nel diminutivo sacchettino è indicata l’umiltà, e nella mirra l’amarezza della passione del Signore. Il cuore è situato tra le mammelle, ed è come se l’umile sposa dicesse: Porto nel cuore il mio diletto Gesù, sacchettino di mirra, cioè umile e crocifisso, per essere umile di cuore e con il corpo inchiodato con lui sulla croce. Quindi la povertà e l’umiltà portano Gesù al tempio, lo portano cioè finché giungeranno al tempio non fatto da mani d’uomo, al tempio della celeste Gerusalemme.

Parimenti, la penitenza e l’obbedienza riconoscono e benedicono. Dice il salmo: “Confessione e bellezza al suo cospetto” (Sal 95,6), riguardo al penitente, la cui confessione è la sua bellezza. Infatti la confessione monda la lebbra del peccato e orna della grazia dello Spirito Santo. “Hai indossato confessione e splendore” (Sal 103,2), cioè ne hai rivestito i penitenti, i quali con la confessione si purificano e con la grazia risplendono. Nei riguardi dell’obbediente: “Perfezione e magnificenza nella sua santificazione” (Sal 95,6); il Signore santifica l’obbediente con la purezza della coscienza e la mortifica­zione della sua volontà; con la perfezione della vita nell’esecuzione dei comandi degli altri. Ecco dove abita il Re delle “virtù” (cf. Sal 67,13), [il Re potente]. Acquista queste “virtù” e troverai la Sapienza di Dio e la Fortezza di Dio, Cristo Gesù.

Fratelli carissimi, imploriamolo umilmente perché voglia edificare su queste quattro colonne la casa della nostra dimora, nella quale abiti lui con noi e noi con lui. Ce lo conceda lui stesso, che è benedetto nei secoli. Amen.

 

II. la profezia di simeone

 

8. “Disse Simeone a Maria, madre del bambino: Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele” (Lc 2,34). La beata Maria dice nel suo cantico: “Ha deposto i potenti dai troni e ha innalzato gli umili” (Lc 1,52). “Ha deposto”, cioè ha posto in basso. Ed è ciò che dice anche il profeta Abdia: “L’orgoglio del tuo cuore ti ha esaltato, tu che abiti nei crepacci delle rocce, che innalzi il tuo trono. Tu dici nel tuo cuore: Chi mi getterà in terra? Anche se ti innalzassi come un’aquila e collocas­si il tuo nido tra le stelle, di lassù ti farei precipita­re”, cioè ti tirerei giù, “dice il Signore (Abd 1,3-4).

Vedi su questo argomento il sermone della domenica di Sessagesima: “Un seminatore uscì a seminare la sua semente”, e il sermone della domenica di Quinquagesima, prima parte: “Un cieco sedeva lungo la via”.

“Depose, dunque, i potenti”. È ciò che dice anche Daniele: “Ecco un vigilante, un santo, scese dal cielo, gridò a gran voce e disse: Tagliate l’albero, stroncate i suoi rami, scuotete le sue foglie e disperdete i suoi frutti” (Dn 4,10-11). L’albero, detto in lat. arbor, da robur, forza e rovere, è figura del potente di questo mondo, il quale, come dice Giobbe: “alza contro Dio le sue mani e si fa forte contro l’Onnipotente” (Gb 15,25). Costui viene tagliato con la scure della morte e precipitato nell’inferno; e allora i suoi rami, cioè la potenza della parentela, la nobiltà della stirpe, che era solito incrementare e allargare, saranno stroncati; allora le sue foglie, cioè i suoi discorsi pieni del vento della superbia, saranno scosse via; allora i suoi frutti di ricchezza e di piaceri, che aveva accumulato per la sua rovina, saranno dispersi.

“Depose, dunque, i potenti dai troni, e innalzò gli umili”. E questo dice Giobbe: “Riporta i sofferenti al benessere, alla salute” (Gb 5,11); e ancora: “Quando ti crederai distrut­to, risorgerai come la stella del mattino. Porrai la tua fiducia nella speranza promessa” (Gb 11,17-18). Depose Aman il superbo ed esaltò l’umile Mardocheo. Il primo precipitò dal suo alto seggio, questi fu innalzato al posto di quello. Giustamente quindi dice la beata Vergine Maria: “Ha deposto i potenti dai troni e ha innalzato gli umili”. Perciò il santo Simeone dice a lei, parlando del Figlio suo: “Egli è qui per la rovina”, ecc. È ciò che dice anche per bocca di Giovanni: “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi” (Gv 9,39).

Della rovina di costoro, dice Isaia: “Gerusalemme va in rovina e Giuda crolla, perché la loro lingua grida: Crocifiggilo, crocifiggilo! E le loro false accuse” – cioè: Posso distruggere questo tempio, ecc. – “sono scagliate contro il Signore, fino ad offendere gli occhi della sua maestà divina”(Is 3,8).

 

9. Senso morale. Leggiamo nei libro dei Proverbi: Rovescia l’empio, e più non sarà (cf. Pro 12,7), cioè non sarà più empio. Cadde Paolo persecutore e si rialzò Paolo predicatore. Quindi l’espressione “Egli è qui per la rovina”, s’intende “dei peccatori”. Dice infatti Zaccaria: “Sarà la rovina del cavallo e del mulo, del cammello e dell’asino e di tutti i giumenti” (Zc 14,15).

Nel cavallo è indicata la superbia: “Tutti continuano nella loro corsa, come il cavallo che corre impetuosamente all’attacco” (Ger 8,6). Nel mulo è indicata la lussuria: “Non diventate come il cavallo e il mulo (Sal 31,9). Nel cammello è indicata l’avarizia: un cammello non può passare per la cruna di un ago (cf. Mt 19,24), cioè un avaro non può vivere nella povertà di Gesù Cristo. Nell’asino è indicato il torpore dell’accidia e dell’ozio, che sono la sentina di tutti i vizi. Infatti si dice “asino” come a dire alta sinens, che rifiuta le cose alte. Il torpore dell’accidia non permette certo che si salga in alto: al contrario, vuole sempre camminare in piano. Abramo disse ai suoi servi: “Aspettate qui con l’asino” (Gn 22,5). I servi raffigurano le tendeze fatue e viziose che “aspettano con l’asino”, cioè con l’inerzia e la lentezza proprie dell’asi­no.

Nei giumenti è indicato il godimento voluttuoso dei cinque sensi, di cui Isaia dice: “Peso dei giumenti del meridione: in una terra di angoscia e di tribolazioni, adatta alla leonessa e al leone, alla vipera e ai draghi volanti” (Is 30,6). La terra è la carne, che ci procura le spine della tribolazione e i pruni dell’angoscia. E questo è il peso dei giumenti, cioè dei cinque sensi che sono i giumenti del meridione, vale a dire del piacere mondano. In questa terra di tribolazione e di angoscia, che i giumenti pestano e lordano, ci sono la leonessa della lussuria e il leone della superbia, la vipera dell’ira e il drago volante dell’invidia e della vanagloria.

O Signore Gesù, vadano in rovina questi animali e questi giumenti, affinché il peccatore bestiale (iumentinus) rovini insieme ad essi e, andando in rovina, faccia risorgere l’uomo spirituale. Diciamo dunque: “Egli è qui per la rovina”.

 

10. “E per la risurrezione di molti”. Concordano con questo le parole di Ezechiele: “La mano del Signore fu sopra di me e mi portò in una pianura piena di ossa di morti: erano in grandissima quantità e tutte disseccate. Il Signore mi disse: “Figlio dell’uomo, profetizza su queste ossa e annunzia loro: Ossa inaridite, ascoltate la parola del Signore. Ecco, io faccio entrare in voi lo Spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne e su di voi stenderò la pelle” (Ez 37,1-2.4-6).

Le ossa inaridite sono figura dei peccatori che sono aridi, privi della linfa della grazia: il loro cuore venne meno perché dimenticarono di mangiare il pane (cf. Sal 101,5) che ha in sé ogni sapore e ogni gusto (cf. Sap 16,20). Di questi peccatori dice Giobbe: Le ossa di Beemot sono come tubi di bronzo (cf. Gb 40,13). Depravati in ogni genere di male, induriti come le ossa del diavolo, le quali sorreggono i lussuriosi come le ossa del corpo sorreggono la carne; sono come tubi di bronzo, poiché come il bronzo respingono da sé le frecce della predicazione e al colpo del rimprovero emettono il suono, lo stridore della mormorazione. A parole professa­no ancora Cristo, ecco il tubo; mentre con i fatti lo negano (cf. Tt 1,16), ecco la durezza del bronzo.

Ma poiché la misericordia di Cristo è più grande dell’aridità delle ossa e della loro durezza, soggiunge: “Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito, e rivivrete”, ecc. Fa’ attenzione a queste quattro entità: lo spirito, i nervi, la carne e la pelle. Nello spirito è indicata l’infusione della grazia preveniente; nei nervi l’intreccio, la rete dei buoni pensieri; nella carne la pietà verso il prossimo; nella pelle il conseguimento della perseveranza finale. “Farò entrare in voi lo spirito e rivivrete”. Dice anche la Genesi: “Alitò sul suo volto il soffio della vita” (Gn 2,7).

Vedi su questo argomento il secondo sermone della I domenica di Quaresima: “Il Signore fu condotto dallo Spirito nel deserto”.

 

11. “Metterò su di voi i nervi”. Gran parte dei nervi si trova nelle mani e nei piedi, nelle costole e nelle artico­lazioni delle spalle e del collo; e anche le ossa, che sono unite insieme, sono collegate tra loro dai nervi. Attorno ad essi c’è un certo umore, dal quale i nervi sono prodotti e nutriti. Quando il Signore fa entrare nel peccatore lo spirito della grazia, allora nel suo cuore si forma la linfa della compunzione, dalla quale è prodotto e nutrito il nervo dei buoni sentimenti e della buona volontà, che congiunge e collega tutto il corpo dell’opera buona.

“Farò crescere su di voi la carne”. È ciò che dice in altra parte lo stesso profeta: “Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”(Ez 36,26), un cuore cioè che, quando è pentito, soffra di compassione per il suo prossimo, perché è carne e fratello nostro (cf. Gn 37,27). O cuore di pietra, che non senti alcuna compassione per il tuo prossimo! Dice infatti: “Sono forse io il custode del mio fratello?” (Gn 4,9). Sappi che se sarai veramente il suo custode, avrai una grande ricompensa (cf. Sal 18,12).

Si legge nel primo libro dei Re che “A Nabal tramortì il cuore nel petto, e gli diventò come una pietra” (1Re 25,37). Non ebbe infatti compassione di Davide e non volle dargli niente del suo, anzi proruppe in parole ingiuriose, dicen­do: “Chi è Davide, e chi è il figlio di Iesse? Oggi sono aumentati i servi che scappano dai loro padroni. Dovrei forse prendere il pane, l’acqua e la carne che ho preparato per i miei tosatori, e dare tutto ciò a gente che non so da dove venga?” (1Re 25,10-11). Queste parole e altre simili dicono oggi ai poveri di Gesù Cristo gli avari e gli usurai, che hanno il cuore di pietra.

“Su di voi stenderò la pelle”. Lo stendere la pelle è figura della perseveranza finale. “Voi – dice il Signore – siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove (Lc 22,28). Ma guai a coloro che hanno perduto la pazienza! Dice Giobbe: “La mia pelle si è inaridita e raggrinzita”(Gb 7,5). La pelle si inaridisce e si raggrinza quando l’opera buona viene spogliata della perseveranza finale. Dice l’Ecclesiastico: “L’uomo viene denudato (cioè mostra quello che è veramente) solo alla fine” (Eccli 11,29). E allora sarà manifesta la sua nefandezza.

Ecco che abbiamo spiegato in qual modo il Signore faccia rivivere le ossa inaridite: “Egli che è qui per la risurrezione di molti”.

 

12. “E segno di contraddizione” (Lc 2,34). Di questo dice Matteo: “E allora apparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo” (Mt 24,30), ed Isaia: “Issate un segno sopra il monte caliginoso, alzate la voce e levate la mano” (Is 13,2). Il monte caliginoso raffigura il diavolo: monte a motivo della superbia, caliginoso a motivo della caligine della suggestione con la quale annebbia la mente. E su quel monte i predicatori innalzano un segno, quando predicano che è stato vinto dalla potenza della croce; alzano la voce quando in ogni occasione opportuna e non opportuna ammoni­scono, rimproverano ed esortano (cf. 2Tm 4,2); levano la mano quando mettono in pratica con le opere ciò che predicano con la bocca.

Di questo segno dice il Signore per bocca di Ezechiele: “Segna un tau (T) sulla fronte degli uomini che gemono e soffrono per tutti gli abomini che si compiono nel mondo” (Ez 9,4). Soltanto questi non si oppongono al segno della passione del Signore, perché essi lo portano in fronte. E chi sono coloro che gemono e soffrono se non i penitenti, i poveri nello spirito, che si gloriano della croce di Cristo, e gemono e soffrono per tutti gli abomini che si compiono nel mondo?

Gli infedeli vi si oppongono con le parole e con le opere, e quindi l’Apostolo dice: “Predichiamo Gesù crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani” (1Cor 1,23). I falsi cristiani vi si oppongono con le opere. “Guai – dice Isaia – a chi si oppone a colui che lo ha plasmato; è come se un coccio della terra di Samo, ossia un vaso di creta, si rivoltasse contro il vasaio” (Is 45,9).

Samo è la città dove è nata l’arte dei vasai. Il coccio si chiama in lat. testa, che suona quasi come tosta, ed è figura del falso cristiano, tosto (bruciato e indurito dal fuoco) perché privo di devozione, fragile nelle opere, fat­to di creta; e si oppone a chi l’ha plasmato, o anche a Cristo, che l’ha formato con le sue mani inchiodate sulla croce e lo ha risollevato all’onore della primitiva dignità, e nella quale non può mantenersi se non per mezzo di lui. Perché dunque lo sventurato si oppone al suo plasmatore, al suo redentore, con la cattiva testimonianza della sua vita disonesta?

 

13. Per questo si rammarica profondamente Isaia: “Tutto il giorno ho teso le mie mani a un popolo incredulo, che cammina per una strada non buona, perseguendo i propri disegni. È un popolo che di continuo mi provoca all’ira, proprio davanti al mio volto; che immola vittime nei giardini e sacrifica sopra i mattoni, abita nei sepolcri e dorme nei templi degli idoli, che mangia carne di porco e beve brodo impuro nei suoi vasi” (Is 65,2-4). “Ho teso le mie mani”, aprendole, senza mai negare nulla a quelli che chiedevano. “Ho teso la mia mano e non ci fu chi guardasse”(Pro 1,24). Nel primo avvento la mano del Signore fu tesa ed aperta, ma nel secondo sarà chiusa, e allora colpirà con il pugno, “e spezzerà i denti dei leoni” (Sal 57,7).

“Ho allargato le mie mani” sulla croce; ed è scritto nel Cantico dei Cantici: “Le mie mani sono tornite, ornate d’oro e piene di giacinti (ametiste)”(Ct 5,14). Le mani di Cristo sono dette tornite, cioè lavorate al tornio, al tornio della passione: infatti sono state perforate dai chiodi come da un trapano; sono piene d’oro per la purezza delle opere da lui compiute; sono piene di giacinti, cioè dei premi che darà nella vita eterna: e il primo giacinto lo meritò il ladrone pentito: “Oggi sarai con me in paradiso!” (Lc 23,43).

“Tutto il giorno”, dice, e anche la notte; perché quando il giorno della prosperità mondana ci sorride, allora dobbiamo ricordarci della morte di Gesù Cristo. Infatti sta scritto che alla sua morte il sole si oscurò (cf. Lc 23,45). Il sole della gloria umana si deve oscurare per noi, nel ricordo della passione del Signore.

“A un popolo incredulo” ho steso le mie mani. Dice Isaia: “L’incredulo opera da infedele” (Is 21,2). E Agostino: Credere in Dio vuol dire amare Dio, andare a lui ed essere incorporato alle sue membra. Chi non fa così, mente quando dice: Io credo in Dio. Dunque l’incredulo è colui che non crede in questo modo e agisce da infedele: la sua fede è morta, perché manca della carità.

“Che cammina nella via non buona...”, larga e spaziosa, che conduce alla morte. È ciò che leggiamo nei Proverbi: “L’apostata, uomo inutile, va con la bocca distorta, parla con il dito puntato, ammicca con gli occhi, stropiccia i piedi” (Pro 6,12-13). “Perseguendo i suoi disegni”, dei quali il libro della Sapienza dice: “I disegni perversi allontanano da Dio”, e “Lo Spirito Santo si tiene lontano dai progetti insensati” (Sap 1,3; 1,5).

“Un popolo che continuamente mi provoca all’ira”, cioè alla vendetta per la sua tendenza al peccato. Dice Sofonia: “Guai a te, città provocatrice e riscattata” (Sof 3,1), come dicesse: Mi provocano all’ira, essi che io ho riscattato con il mio sangue.

“Proprio davanti al mio volto”, cioè apertamente, che è peggio. “Dice Isaia: “Come Sodoma, si vantano del loro peccato, invece di nasconderlo”(Is 3,9).

“Che immola nei giardini”, ecco la lussuria. Isaia: “Vi vergognerete dei vostri giardini”, cioè dei luoghi di piacere, “che vi siete scelti” (Is 1,29)per soddisfare la vostra lussuria.

“E fanno sacrifici sopra i mattoni”, ecco l’avarizia. L’Esodo: “Non vi sarà data la paglia, ma costruirete lo stesso numero di mattoni” (Es 5,18). Spesso avviene che gli avari e gli usurai vengano derubati delle loro ricchezze; ma ciononostante continuano a costruire i mattoni dell’avari­zia, almeno con la volontà e le parole. Oppure anche: sacrificano sopra i mattoni coloro che recitano l’ufficio divino accanto al fuoco o al letto e simili, e in questo modo pensano di compiere il loro dovere verso Dio.

“Che abita nei sepolcri...”, ecco la detrazione. “È un sepolcro aperto la loro gola” (Sal 13,3), “ e dorme nei templi degli idoli”, ecco l’ipocrisia, che come l’idolo si presenta sotto l’apparenza della religione, ma manca della prova delle opere. Ahimè, quanti sono oggi gli adoratori degli idoli; venerano un simulacro, che raffigura una santità inesistente, fittizia.

“Che mangiano carne di porco”, ecco la sozzura della gola; “e bevono brodo impuro nei loro vasi”, cioè nei loro cuori: ecco l’impurità dei pensieri. Tutti coloro che fanno queste cose contraddicono, rinnegano il segno della passione del Signore.

 

14. “E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,35). Il dolore che la beata Vergine Maria soffrì nella passione del suo Figlio fu come una spada che trapassò la sua anima. È quanto dice Isaia: “Prima di avere i dolori ha partorito” (Is 66,7). Il parto della beata Vergine Maria fu duplice: uno nella carne e l’altro nello spirito. Il parto della carne fu verginale e ricolmo di ogni gioia, perché la beata Vergine partorì senza dolore il “gaudio degli angeli”. E quindi dice insieme con Sara: “Il Signore mi ha dato il sorriso, e chiunque lo saprà, sorriderà con me” (Gn 21,6).

Con la beata Maria dobbiamo sorridere e godere della nascita del Figlio suo; ma dobbiamo partecipare anche al suo dolore: nella passione del Figlio la sua anima fu trapassata da una spada, e quello fu il secondo parto, doloroso e ricolmo di ogni amarezza. E questo non deve far meraviglia, perché quel Figlio di Dio che lei, per opera dello Spirito Santo, vergine aveva concepito e vergine aveva dato alla luce, lo vedeva appeso alla croce con i chiodi, sospeso tra due ladroni. C’è forse da meravigliarsi, se una spada le trapassò l’anima? “Considerate e vedete se c’è un dolore simile al suo dolore!” (Lam 1,12). Prima dunque di partorirlo nella passione, lo partorì nel giorno della natività (prima di partorirlo nel dolore, lo partorì nella gioia).

 

15. Senso morale. Geremia nelle Lamentazioni, parlando in persona di Gesù Cristo, dice al Padre: “Ricòrdati della mia povertà, del miosuperamento, dell’assenzio e del fiele” (Lam 3,19). La passione di Cristo è chiamata “superamento” perché ha superato il dolore e le sofferenze di tutti i martiri. Per questo Luca dice che “Mosè ed Elia parlavano della sua dipartita - (in lat excessus, che suggerisce il senso dieccesso) -, cioè della sua passione, “che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (Lc 9,31), e che avrebbe superato ogni altro patimento. Quando il giusto considera tutto ciò, subito ricorda quanto è detto, sempre nelle Lamentazioni: “Mi ricorderò sempre di queste cose, e l’anima mia si struggerà dentro di me” (Lam 3,20).

O Figlio di Dio, “mi ricorderò sempre...” (lat. memoria memor ero) – la ripetizione della parola esprime il profon­do sentimento di chi ama –; mi ricorderò della tua “pover­tà”, la quale fu sì grande che alla sua morte non aveva un sudario nel quale essere avvolto, né un sepolcro nel quale essere deposto, se non gli fosse stato ceduto in elemosina o a titolo di pietà, come a un povero mendìco; “... e del superamento”, cioè della passione, nella quale ha superato ed è andato al di là di ogni dolore umano.

Dice infatti Giovanni: “Gesù uscì con i suoi discepoli e andò al di là del torrente Cedron” (Gv 18,1), che s’interpreta “profonda tristezza”. Infatti nella sua passione Cristo superò ogni altra tristezza o mestizia. I martiri, prima di andare incontro alla loro passione, ignoravano in quale misura avrebbe dovuto patire, e quindi non soffrivano quanto avrebbero sofferto se l’avessero saputo. Invece il Signore, che tutto conosce prima che accada, prima di avviarsi alla sua passione conosceva perfettamente l’inten­sità dei tormenti ai quali andava incontro, e quindi non c’è da meravigliarsi che abbia sofferto più di tutti.

“... dell’assenzio e del fiele”, di cui parla anche il salmo: “Mi diedero per cibo fiele” (Sal 68,22): fiele di toro, come raccontano, del quale nulla esiste di più amaro.

Quando richiamo alla memoria tutto questo, la mia anima viene meno, perché è trapassata dalla spada della tua passione. E quando questo avviene, allora “sono svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,35). È ciò che dice anche Giobbe: “Egli rivela ciò che è nella profondità delle tenebre e illumina l’ombra della morte” (Gb 12,22). Quando il Signore trapassa l’anima con la spada della sua passione, allora rivela ciò che è nel profondo, cioè i vizi che sono ben lontani dal fondo del pozzo, perché non dicono mai “basta”, ma “ancora, ancora!” (cf. Pro 30,15); “li libera dalle tenebre”, cioè dalla cecità della mente, con la contrizione del cuore, perché l’uomo li riconosca e dopo averli ricono­sciuti li manifesti nella confessione; infatti aggiunge: “e illumina l’ombra della morte”, vale a dire porta il peccato mortale alla luce della confessione.

 

16. Con questa parte del brano evangelico concorda la parte dell’epistola di oggi che dice: “Ma quando venne la pienezza dei tempi” (Gal 4,4). Se infatti, come dice l’Eccle­sia­ste, “per ogni cosa c’è il tempo opportuno” (Eccle 8,6), e l’Ecclesiastico, “il saggio tacerà fino a un dato tempo”(Eccli 20,7), si deve credere che anche Dio abbia scelto il tempo opportuno per compiere l’opera della salvezza dell’uomo e mandare il suo Verbo. Ricòrdati che nell’anno ci sono quattro stagioni: inverno, primavera, estate e autunno. Da Adamo fino a Mosè abbiamo avuto in certo modo l’inverno: “Da Adamo a Mosè – dice l’Apostolo – regnò la morte” (Rm 5,14). Fu primavera da Mosè a Cristo: in quella primavera incominciarono a germogliare i fiori, promessa del frutto. Quando poi venne l’estate, che è la “pienezza del tempo”, nella quale gli alberi si caricano di frutti, allora “Dio mandò il suo Figlio, fatto da donna” (Gal 4,4).

E con questo concordano anche le parole del Levitico: “Vi darò le piogge alla loro stagione, la terra produrrà si suoi germogli e gli alberi si riempiranno di frutti. La trebbiatura durerà fino alla vendemmia e la vendemmia fino alla nuova semina; avrete cibo a sazietà” (Lv 26,3-5). Il Signore mandò la pioggia quando la rugiada bagnò tutta l’aia e la pioggia cadde sul vello (cf. Gdc 6,40), vale a dire, quando all’annuncio dell’angelo la Vergine concepì il Figlio di Dio. La terra produsse il suo germo­glio quando la stessa Vergine diede al mondo il Salvatore, che con la predicazione e con il compimento dei miracoli riempì gli alberi, cioè gli apostoli, dei frutti delle virtù. E la trebbiatura, cioè la passione del Signore, nella quale egli fu schiacciato per le nostre iniquità (cf. Is 53,5), si congiunse con la vendemmia, cioè con l’infusione dello Spirito Santo, dalla quale gli apostoli furono come ine­briati: “Sono accusati di essere pieni di vino, coloro che sono ricolmi di Spirito Santo” (cf. At 2,13-15). E la vendemmia stessa si congiunse con la semina seguente, cioè con la predicazione degli Apostoli: infatti incominciarono subito a predicare e a dire: “Fate penitenza e ognuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo” (At 2,38).

L’autunno verrà nella beatitudine celeste, nella quale i santi mangeranno il pane a sazietà e “sederanno – come dice Michea – sotto la loro vigna e sotto il loro fico, e non ci sarà chi incuta timore” (Mic 4,4).

“Fatto sotto la legge” (Gal 4,4), cioè soggetto all’osservanza della legge. Disse infatti: “Non sono venuto ad abolire la legge, ma a completarla”(Mt 5,17), “per redimere quelli che erano sotto la legge” (Gal 4,5). Leggiamo nella lettera agli Ebrei: “[Venne] per distruggere con la morte colui che aveva della morte il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù tutta la vita” (Eb 2,14-15). Ecco che adesso è chiaro in che senso Gesù è venuto per la rovina dei demoni e per la risurrezione di molti. “Perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,5). Quale grazia! Dio adottò gli schiavi come figli! “E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio e coeredi di Cristo”(Rm 8,17).

 

  1. l’annunciazione o la nascita del signore, e la penitenza

 

17. Con questa parte dell’epistola concordano le parole dell’introito della messa di oggi: “Mentre un grande silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo corso, dal tuo trono regale scese la tua potente Parola, e si lanciò, guerriero implacabile, in mezzo a quella terra di sterminio, portando come spada affilata il tuo ordine inesorabile. Fermatasi, riempì tutto di morte, e stando sulla terra toccava il cielo” (Sap 18,14-16).

Letteralmente, il testo della Sapienza è questo: “Mentre un quieto silenzio custodiva tutte le cose” (Sap 18,14). E questo è ciò che dice il Signore per bocca di Luca: “Quando un uomo forte e bene armato”, cioè il diavolo, “custodisce il suo atrio”, cioè il mondo, o l’inferno, “sono in pace tutte le cose che possiede” (Lc 11,21). Nel libro di Isaia troviamo Sennacherib, nel quale è raffigurato il diavolo, che dice: “La mia mano ha distrutto la potenza dei popoli come un nido”, erano cioè incapaci di difendersi; “e come si raccolgono le uova abbandonate” dalla madre, “così io ho raccolto tutta la terra, e non ci fu chi muovesse un’ala”, alzasse cioè una mano contro di me, “aprisse la bocca e si lamentasse” (Is 10,14). Ecco come tutte le cose mantenevano un quieto silenzio.

“E la notte era a metà del suo corso”. Si dice “a metà” in rapporto ai due punti estremi. I due punti estremi della notte sono (in lat.) ilconticinium, (da conticesco, sto in silenzio) che è il momento che segue il crepuscolo serale, e l’aurora. Da Adamo alla Legge, cioè a Mosè, fu in certo modo la prima parte della notte; dalla Legge fino all’annunciazione della beata Vergine Maria si arrivò alla metà della notte, nella quale è simboleggiata la trasgressione dei comandi della Legge. Né Adamo nel paradiso, né il popolo nel deserto custodirono i precetti; tutti erano ottenebrati dalla caligine di questa notte, e quindi avevano bisogno dell’aurora, cioè del dono e dell’aiuto dell’avvento del Signore, che ebbe il suo inizio con il saluto dell’angelo. L’inizio della notte fu la suggestione dia­bo­lica del serpente ad Eva. L’inizio del giorno fu il saluto dell’an­gelo a Maria. E allora, o Padre, la Parola onnipotente e consustanziale con te, cioè il Figlio tuo, scese dal trono regale, cioè dal seno della tua Maestà, di cui Giovanni dice: “Il figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, egli stesso lo ha rivelato” (Gv 1,18).

“Guerriero implacabile”. Anche Luca dice: “Ma se arriva uno più forte di lui...” (Lc 11,22). Colui che era venuto per infrangere le porte di bronzo e spezzare le sbarre di ferro (cf. Sal 106,16), doveva assolutamente essere un guerriero implacabile. Giobbe dice che il diavolo “valuta il ferro come paglia e il bronzo come legno marcio. L’arciere non lo mette in fuga, e le pietre della fionda si cambiano per lui in pula. Un martello lo reputa come stoppia e si fa beffe di colui che vibra la lancia” (Gb 41,18-20).

In breve: “È fatto per non temere nessuno” (Gb 41,24). Era proprio necessario, quindi, che fosse un guerriero implacabile, colui che veniva a spogliare il diavolo, e che il diavolo nulla potesse contro di lui.

“In mezzo a quella terra”: in mezzo, perché sta tra il cielo e l’inferno; “di sterminio”, che il diavolo aveva sterminato, aveva cioè posto extraterminos, vale a dire fuori dei confini della vita eterna. Dice infatti Isaia: “È questo colui che sconvolgeva la terra, che faceva tremare i regni, che riduceva il mondo a un deserto e ne distruggeva le città?” (Is 14,16-17). In mezzo a questa terra, dunque, il Verbo di Dio “si lanciò” con tutti e due i piedi uniti, della divinità e dell’umanità.

“Spada affilata”. Dice l’Apostolo: “La Parola di Dio è viva ed efficace, più penetrante di una spada a due tagli” (Eb 4,12). La spada è figura della divinità, che era nascosta nel fòdero dell’umanità. Dice Isaia: “Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, Salvatore” (Is 45,15). Da questa spada fu trafitto il diavolo, che andava stermi­nando la terra. “La polvere è finita, quel miserabile è perito, è scomparso colui che distruggeva la terra” (Is 16,4).

 

18. “Portando il tuo ordine inesorabile”. Dice Giovanni: Il Padre tutto ha posto nelle sue mani (cf. Gv 3,35; 13,3). E ancora: “Tutto quello che il Padre possiede, è mio” (Gv 16,15). Parimenti;: “Tutte le cose mie sono tue, e tutte le cose tue sono mie” (Gv 17,10). Portò dunque l’ordine del Padre, il quale gli aveva dato potere sopra ogni essere umano (cf. Gv 17,2); e il suo potere è un potere eterno (cf. Dn 7,14); egli è colui che comanda ai venti e al mare, ed essi gli obbediscono (cf. Lc 8,25).

“Portando un ordine inesorabile”: è ciò che dice Marco: “Insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi” (Mc 1,22), che insegnavano con l’ipocrisia e con la finzione. E Luca: “Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno?” (Lc 4,36).

“Fermatosi, riempì tutto di morte”. Fermo, con le mani aperte sulla croce, riempì con la sua morte tutte le cose che erano state svuotate con la disobbedienza del primo uomo. E della sua pienezza tutti abbiamo ricevuto (cf. Gv 1,16).

“E toccava il cielo”, nel quale è la divinità: La Sapienza si estende da un confine all’altro con forza (cf. Sap 8,1), stando sulla terra, nella quale è indicata l’umanità. Dice Giovanni: “Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo” (Gv 3,13). E Giobbe: “È più alto del cielo, e che cosa puoi fare? È più profondo degli inferi, e che cosa ne conosci? La sua dimensione è più grande della terra e più larga del mare” (Gb 11,8-9).

Fratelli carissimi, preghiamo la Parola di Dio (il Verbo), che ci faccia andare in rovina in quanto ai vizi, e risorgere alle virtù. La spada della sua passione trapassi l’anima nostra, affinché possiamo giungere alla felicità della risurrezione finale.

Ce lo conceda lui stesso che è benedetto nei secoli. Amen.

 

19. “Mentre un grande silenzio avvolgeva tutte le cose”. Di questa espressione consideriamo il significato morale.

Dice Giobbe del diavolo: “Dorme nell’ombra, nel folto del canneto e in luoghi paludosi” (Gb 40,16). Nell’ombra è simboleggiata la superbia, che è detta anche “ombra di morte”, cioè ombra del diavolo. Infatti come l’ombra segue il corpo, così la superbia segue il diavolo. Sta scritto nell’Apocalisse: “Ed ecco un cavallo palli­do, e colui che lo cavalcava si chiamava morte; e l’inferno lo seguiva” (Ap 6,8). Ecco il cavallo, il cavaliere e lo scudiero. Il cavallo pallido è figura dell’ipocrita; il cavaliere che si chiama morte è il diavolo; l’inferno che lo segue come scudiero è la superbia, la quale nutre il cavallo con orzo e acqua, cioè con l’austerità dell’astinenza, per far vedere agli uomini che digiuna (cf. Mt 6,16); e gli carica addosso la sella della finta umiltà e lo frena con il morso del silenzio. Dice Salomone, “Anche lo stolto, se tace, è ritenuto saggio” (Pro 17,28): così l’ipocrita è ritenuto santo. Su questo cavallo sale la morte e gira per il mondo: va a caccia di lodi, cerca i saluti nelle piazze, i primi seggi nelle sinagoghe e i posti d’onore nei conviti (cf. Mt 23, 6-7). Non c’è superbia più grande di quella dell’ipocrita: “La falsa giustizia non è giustizia, ma doppia ingiustizia” (Agostino).

“Nel folto del canneto”. Canna si dice in lat. càlamus, da cui deriva calamità. Nella canna è raffigurata l’avari­zia. La canna è vuota, e al grande vuoto dell’avarizia che mai si riempie, che mai dice basta, segue l’eterna calami­tà (la dannazione).

“Nei luoghi paludosi”: sono indicate qui la gola e la lussuria. L’umidità infatti è madre della corruzione; da essa pullulano vermi e insetti simili. Nei superbi, negli avari e nei lussuriosi si insedia il diavolo, e allora un pesante silenzio si impadronisce di tutte le loro membra. Il cuore non ha più buoni sentimenti, la lingua smette di lodare Dio e le mani sono sterili di opere buone. Dice Isaia: “Guai a me, che taccio!” (Is 6,5). C’è il “guai”, la minaccia della dannazione eterna in tale silenzio.

“La notte era a metà del suo corso”. La parola notte, in lat nox, deriva da nuocere, perché è dannosa agli occhi, ed è figura del peccato mortale, dal quale viene oscurata la luce della ragione. Chi cammina nella notte inciampa (cf. Gv 11,10). I momenti estremi di questa notte sono il primo buio (crepuscolo), detto in lat. conticinium, e l’aurora; il primo simboleggia il consenso della volontà accecata, la seconda l’infusione della grazia divina: tra questi due estremi sta in mezzo l’opera cattiva e l’abitudine del peccato. Di questo cammino intermedio è detto nel salmo: “Il cammino degli empi andrà in rovina” (Sal 1,6). E questo si avverò quando “la Parola onnipotente si lanciò”, quando cioè venne la grazia dello Spirito Santo, che giustamente è detta “Parola onnipotente”, perché ha il potere di travolgere ogni ostacolo che si frappone alla salvezza. È detta Parola, in lat. sermo, perché sémina e inserisce, innesta nell’anima le virtù, o anche perché mantiene sana la mente (sermo, servat mentem), che ha risanato dal peccato. Leggiamo nel libro della Sapienza: Non l’erba, cioè non il lussureggiare delle ricchezze che ben presto disseccano, né il lenitivo o l’emolliente dei piaceri li guarì, ma la tua Parola onnipotente, o Signore, che risana tutte le cose (cf. Sap 16,12), che è discesa “dal trono regale” della tua bontà e misericordia. E conclude Gioele: “Ritornate al Signore, Dio vostro, perché egli è misericordioso e benigno” (Gl 2,13).

 

20. “Guerriero implacabile”, nella contrizione. La grazia è detta “guerriero implacabile”, perché come un martello spezza la durezza della mente. Forse che le mie parole non sono come il fuoco, e come il martello che spezza le pietre? (cf. Ger 23,29).

“In mezzo alla terra”, cioè nella mente del peccatore, che è detta terra perché tende ai beni terreni; è detto “in mezzo” perché è posta tra la misericordia e la giusti­zia. Si legge infatti in Giovanni che “restò Gesù solo, e la donna là in piedi nel mezzo” (Gv 8,9), cioè tra la misericordia (Gesù) e la giustizia (i Giudei che volevano giustiziarla).

“Terra di sterminio”. Due sono i punti estremi: l’entra­ta nella nostra vita e l’uscita. Quando la mente dell’uomo non dimora, non si ferma sopra di essi, e non vi fa delle considerazioni, allora è sterminata, vale a dire (letteralmente) che viene posta fuori di questi due punti (in lat. extra terminos). Dice Isaia: Grande clamore si sentì tutt’in­torno ai confini di Moab (cf. Is 15,8). Moab è figura del peccatore, e in tutti i suoi due “confini” [nascita e morte] si sente questo grande clamore: quando viene al mondo, piange e grida lui; quando ne esce, piangono i suoi. Dice infatti l’Ecclesiaste: “Faranno il giro della piazza” con il suo cadavere, “piangendo” (Eccle 12,5).

“Spada affilata”, nella confessione. La grazia diventa spada affilata quando affila la lingua del peccatore nella confessione, affinché possa dire con Isaia: “Ha reso la mia bocca come spada affilata” (Is 49,2). E di questo dice il Signore a Ezechiele: “E tu, figlio dell’uomo, prenditi una spada affilata, usala come un rasoio da barbiere, passala sul tuo capo e raditi tutta la barba” (Ez 5,1). Il peccatore con la spada della confessione deve radersi il capo, nel quale sta la mente, perché non resti alcun peccato nella coscienza; deve radersi la barba, nella quale è raffigurato il valore delle opere buone, per indicare che deve confidare non in sé, ma nel Signore, dal quale proviene ogni bene.

“Portando il tuo ordine inesorabile”. La vera confessione non conosce simulazione; la vera confessione manifesta la verità della coscienza davanti all’Altissimo e davanti al suo confessore, e così ricostituisce in sé la sovranità assoluta del Signore. Tieni presente che quattro sono i nemici della confes­sione: l’attaccamento al peccato, la vergogna di confessarsi, la paura della penitenza e il disperare del perdono. Chi nella confessione sbaraglia completamente questi quattro nemici, senza dubbio ripristina in se stesso il completo dominio del Signore.

“Fermatosi, riempì tutto di morte”, con la soddisfazione, cioè con la riparazione della penitena. La grazia è come ferma in piedi, quando produce nel penitente una virile perseveranza nella penitenza, con la quale riempie in qualche modo di morte, cioè di mortificazione, tutte le sue membra, affinché, morto al peccato, viva soltanto per Dio (cf. Rm 6,11). E allora si potrà dire di lui ciò che segue: “E stando sulla terra, toccava il cielo”. La grazia giunge fino al cielo stando sulla terra, quando fa sì che il penitente, mentre è ancora in questo mondo, tocchi il cielo con il suo pensiero e il suo desiderio e possa così dire con l’Apostolo: “La nostra patria è nei cieli” (Fil 3,20).

Fratelli carissimi, preghiamo il Signore Gesù Cristo perché mandi in mezzo a questa terra di sterminio la grazia dello Spirito Santo, la quale spezzi la durezza della mente, affili la lingua nella confessione, riempia le membra del corpo di mortificazione, affinché possiamo toccare il cielo con pensieri e aspirazioni celesti.

Ce lo conceda lui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

CIRCONCISIONE DEL SIGNORE

 

1. In quel tempo: “Quando furono passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione del bambino...” (Lc 2,21).

In questo vangelo considereremo due avvenimenti:

- la circoncisione di Cristo,

- l’imposizione del nome.

 

I. la circoncisione di cristo

 

2. “Quando furono passati gli otto giorni, prescritti per la circoncisione del bambino” (Lc 2,21). In questa prima parte ci viene insegnato, in senso anagogico (mistico), come tutti i giusti, nella risurrezione finale, saranno circoncisi di ogni corruzione. Ma poiché del Verbo circonciso avete sentito una parola “circoncisa”, anche noi parleremo circoncisamente (brevemente) della sua circoncisione.

Cristo fu circonciso soltanto nel corpo, perché nulla c’era da circoncidere nel suo spirito. Infatti “egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca” (1Pt 2,22). E neppure contrasse il peccato [di origine] perché, come dice Isaia: “Salì su una nuvola leggera” (Is 19,1), assunse cioé una carne immune da peccato.

Venendo tra i suoi, poiché “i suoi non l’avrebbero accolto” (Gv 1,11), dovette essere circonciso, affinché i Giudei non avessero contro di lui dei pretesti, col dire: È un incirconciso, dev’essere eliminato dal popolo perché, come è scritto nella Genesi, “il maschio al quale non è stato reciso il prepuzio, sarà eliminato dal suo popolo” (Gn 17,14). Sei un trasgressore della legge, non vogliamo uno che è contro la legge.

Fu quindi circonciso per almeno tre motivi: primo, per osservare la legge – si dovette compiere il mistero della circoncisione finché non fu sostituito dal sacramento del battesimo –; secondo, per togliere ai Giudei il pretesto di calunniarlo; terzo, per insegnarci la circoncisione del cuore, della quale dice l’Apostolo: “La circoncisione è quella del cuore, nello spirito e non nella lettera; la sua gloria non viene dagli uomini, ma da Dio” (Rm 2,29).

 

3. “Passati gli otto giorni prescritti”. Vediamo il significato di queste tre cose: il giorno ottavo, il bambino e la sua circoncisione. La nostra vita si svolge, per così dire, in un giro di sette giorni (settenario): segue poi il “giorno ottavo” (ottonario) della risurre­zione finale. Dice l’Ecclesiaste: “Da’ la loro parte a sette, e anche a otto, perché non sai che cosa di male potrà venire sulla terra” (Eccle 11,2). Come dicesse: fa’ che i sette giorni della tua vita prendano parte alle opere buone (siano impegnati nell’operare il bene), perché poi ne rice­verai la ricompensa nel giorno ottavo, quello della risurrezione; in quel giorno sopra la terra, cioè per coloro che amano la terra, ci sarà un male così grande, quale nessun uomo potrà immaginare.

Allora l’aia sarà ripulita, il grano sarà separato dalla paglia, le pecore saranno divise dai capri (cf. Mt 3,12; 25,32; Lc 3,17). La ripulitura dell’aia simboleggia la revisione che sarà operata nell’ultimo giudizio. Il grano raffigura i giusti che saranno accolti nei granai del cielo. Dice Giobbe: “Te ne andrai nella tomba, pieno di anni, come si ammucchia il grano a suo tempo” (Gb 5,26). La tomba indica la vita eterna, dove i giusti entreranno carichi di opere buone, e saranno al riparo dagli attacchi dei demoni, come uno che si nasconde in una tomba per sfuggire agli uomini. La paglia invece, cioè i superbi, superficiali e incostanti, saranno bruciati nel fuoco. Di essi dice Giobbe: “Saranno come paglia al soffio del vento e come pula che l’ura­gano disperde” (Gb 21,18). Gli agnelli o le pecore, cioè gli umili e gli innocenti, saranno posti alla destra di Dio: “Come un pastore pascerà il suo gregge, con il suo braccio radunerà gli agnelli, li solleverà al suo petto ed egli stesso porterà le pecore gravide” (Is 40,11).



4. Osserva che in queste quattro parole: pascerà, radune­rà, solleverà e porterà, si possono ravvisare le quattro prerogative delle quali sarà dotato il corpo dei giusti nel giorno ottavo, cioè nella risurrezione finale.

Pascerà con lo splendore: “Dolce è la luce, e agli occhi piace vedere il sole” (Eccle 11,7); e i giusti splenderan­no come il sole nel Regno di Dio(cf. Mt 13,43). Se l’occhio ancora corruttibile tanto si diletta dell’illuso­rio splendore di un misero corpo, quanto più grande sarà quel piacere di fronte al vero splendore di un corpo glorificato? Radunerà con l’immortalità: la morte dissolve e divide, l’immortalità riunisce e raduna. Solleveràcon l’agilità: ciò che è agile si solleva facilmente. Porterà con la sottigliezza: ciò che è sottile [una veste], si porta senza fatica.

Invece i capri, cioè i lussuriosi, saranno appesi per i piedi ai ganci dell’inferno. Infatti il Signore, per bocca di Amos, minaccia “le vacche grasse”(cf. Am 4,1), cioè i prelati della chiesa superbi e lussuriosi: “Ecco, verranno per voi i giorni in cui” i demoni “vi appenderanno ai ganci, e gette­ranno i rimanenti di voi in caldaie bollenti. Uscirete per le brecce uno contro l’altro; e sarete scagliati contro l’Hermon” (Am 4,2-3), che s’interpreta “scomunica”, perché i superbi e i lussuriosi, scomunicati e maledetti dalla chiesa trionfante, sprofonderanno nell’eterno supplizio.

Tutto questo, cioè la gloria e la pena, sarà dato a ciascuno nel giorno ottavo, cioè nella risurrezione, secondo ciò che ha fatto nella settimana di questa vita. Dice in proposito la Genesi: “Giacobbe servì sette anni per [avere] Rachele, e gli sembrarono pochi giorni, tanto grande era l’amore che nutriva per lei” (Gn 29,20). Infatti era una donna molto bella di forme e di aspetto avvenente (Gn 29,17). E continua: “Passata la settimana, prese Rachele in moglie” (Gn 29,28). E più avanti dice: “Di giorno mi divorava il caldo e il gelo di notte, e il sonno fuggiva dai miei occhi” (Gn 31,40).

O amore della bellezza! O bellezza dell’amore! O gloria della risurrezione, quante cose riesci a far sopportare all’uomo, per poter giungere alle nozze con te! Il giusto fatica per tutti i sette giorni della sua vita nell’indi­genza del corpo e nell’umiltà del cuore: di giorno, cioè quando gli sorride la prosperità nel calore della vanaglo­ria; e di notte, vale a dire quando sopravvengono le avver­sità e viene tormentato dal gelo della tentazione del diavolo. E così il sonno e il riposo fuggono da lui perché ci sono battaglie all’in­­terno e paure all’esterno (cf. 2Cor 7,5). Teme il mondo, è combattuto in se stesso, e tuttavia, in mezzo a tante sofferenze i giorni gli sembrano pochi a motivo della grandezza dell’amore. Infatti “per chi ama nulla è difficile” (Cicerone).

O Giacobbe, ti scongiuro: lavora con pazienza, sopporta con umiltà perché, finita la settimana della presente miseria, conquisterai le bramate nozze della gloriosa risurrezione, nella quale sarai finalmente circonciso di ogni fatica e di ogni schiavitù di corruzione.

 

5. “Passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione del fanciullo”. In lat. è detto puer, fanciullo, non vecchio.

Per sapere chi sia questo fanciullo, leggi il sermone del “Natale del Signore”.

Nella risurrezione finale ogni eletto sarà circonciso, perché risorgerà per la gloria, come dice Isidoro, senza alcun difetto, senza alcuna deformità. Sarà ben lontana ogni infermità, ogni incapacità, ogni corruzione, ogni inabilità, e ogni altra carenza indegna di quel Regno del sommo Re, nel quale i figli della risurre­zione e della promessa saranno uguali agli angeli di Dio (cf. Lc 20,36); allora ci sarà la vera immortalità.

La prima condizione dell’uomo fu il poter non morire; per causa del peccato gli fu inflitta la pena di non poter non morire: seconda condizione; lo attende, nella futura felicità, la terza condizione: non poter più morire. Allora usufruiremo in modo perfetto del libero arbitrio, che al primo uomo fu dato in modo che “potesse non pecca­re”; sarà appunto perfetto quando questo libero arbitrio sarà tale da “non poter peccare”.

O giorno ottavo, tanto desiderabile, che in modo così meraviglioso circoncidi dal bambino tutti i mali!

 

II. l’imposizione del nome

 

6. “E gli fu posto nome Gesù” (Lc 2,21). Nome dolce, nome soave, nome che conforta il peccatore, nome di beata speranza. Giubilo al cuore, melodia all’orecchio, miele alla bocca. Piena di giubilo, la sposa del Cantico dei Cantici dice di questo nome: “Olio sparso è il tuo nome” [Profumo olezzante è il tuo nome](Ct 1,2).

Osserva che l’olio ha cinque proprietà: galleggia sopra tutti i liquidi; rende cedevoli le cose dure, tempera quelle acerbe, illumina le oscure, sazia il corpo. Così anche il nome di Gesù, per la sua grandezza è al di sopra di tutti i nomi degli uomini e degli angeli, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si piega (cf. Fil 2,10). Quando lo proclami intenerisce i cuori più duri; se lo invochi tempera le tentazioni più aspre; se lo pensi illumina il cuore, se lo leggi sazia il tuo spirito.

E fa’ attenzione che questo nome di Gesù non è detto soltanto “olio”, ma olio “sparso”. Da chi? E dove? Dal cuore del Padre, nel cielo, sulla terra e nell’inferno. In cielo per l’esultanza degli angeli, che perciò acclamano esultanti: “Salvezza al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello”(Ap 7,10), cioè a Gesù, che è chiamato “Sal­vezza, Salvatore”; sulla terra per la consolazione dei peccatori: “Al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio. Di notte anela a te l’anima mia” (Is 26,8-9); nell’inferno per la liberazione dei prigionieri, infatti si dice che, prostrati alle sue ginocchia, abbiano gridato: “Sei venuto finalmente, o nostro Redentore!”... (Breviario Romano, antico Ufficio dei defunti).

 

7. Riporterò brevemente ciò che scrive Innocenzo di questo nome. Questo nome di Gesù (lat. Iesus) è composto di due sillabe e di cinque lettere: tre vocali e due consonanti. Due sillabe, perché Gesù ha due nature, la divina e l’umana: la divina dal Padre, dal quale è nato senza madre; l’umana dalla Madre, dalla quale è nato senza padre. Ecco, due sono le sillabe in quest’unico nome, perché due sono le nature in quest’unica persona.

Da notare però che la vocale è quella che ha un suono per se stessa, la consonante invece ha suono solo unita con una vocale. Quindi nelle tre vocali è simboleggiata la divinità la quale, essendo unica in se stessa, produce il suono nelle tre persone. Infatti “tre sono quelli che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo; e questi tre sono uno” (1Gv 5,7).

Nelle due consonanti è simboleggiata l’umanità la quale, avendo due sostanze, cioè il corpo e l’anima, non ha suono per se stessa, ma solo in virtù dell’altra natura, alla quale è congiunta nell’unità della persona. “Infatti come l’anima razionale e la carne sono un solo uomo; così Dio e l’uomo sono un solo Cristo” (Simbolo Atanasiano). La perso­na infatti è definita “una sostanza razionale a se stante”, e tale è Cristo.

Cristo è Dio e anche uomo, ma per sé “suona” in quanto è Dio e non in quanto è uomo, perché la divinità conservò il diritto di personalità assumendo l’umanità, ma l’umanità assunta non ricevette il diritto di personalità, [poiché non la persona assunse la persona, né la natura assunse la natura, ma la persona assunse la natura] (Innocenzo III, papa, Sermone sulla Circoncisione).

Questo dunque è il nome santo e glorioso “che è stato invocato sopra di noi” (Ger 14,9), e non c’è altro nome – dice Pietro – sotto il cielo, nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati (cf. At 4,12).

Per la virtù di questo nome ci salvi Dio, Gesù Cristo nostro Signore, che è benedetto sopra tutte le cose nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. sermone allegorico

 

8. “Sefora prese una pietra molto tagliente e circoncise il prepuzio del suo figlio” (Es 4,25). E anche nella Genesi leggiamo: “Abramo chiamò col nome di Isacco il figlio che Sara gli aveva partorito e lo circoncise il giorno ottavo [dalla nascita] come Dio gli aveva comandato” (Gn 21,3-4). Non la madre Maria, non Giuseppe che era il suo custode, ma Abramo, cioè l’Eterno Padre, impose al Figlio suo unigenito il nome di salvezza. Dov’è la salvezza c’è il sorriso. Isacco significa “sorriso”, e il nostro sorriso è Gesù, nome che significa “salvezza” e “salvatore”.

Esiste una certa erba chiamata in lat. salutaris (che risana), perché allevia il mal di testa e mitiga il brucio­re di stomaco (strychnos, morella, erba mora). Il mal di testa simboleggia la superbia della mente, della quale si legge nel quarto libro dei Re che il sole con il suo calore colpì alla testa un fanciullo, che disse a suo padre: “Mi duole la testa, mi duole la testa!” (4Re 4,19). E nel libro di Giuditta si narra che Manasse “morì nei giorni della mietitura dell’orzo. Sorvegliava quelli che legavano i covoni nella campagna, e fu colpito alla testa da insolazione” (Gdt 8,2-3).

Manasse, che s’interpreta “smemorato”, è figura di colui che è amico del mondo: egli, dimentico dell’eternità, esce a mietere l’orzo. Nell’orzo, che è foraggio per gli animali, sono indicati i beni terreni: mentre l’uomo materiale (bestialis) si affanna ad accumularli e a legarli in covoni, cioè a metterli nel suo tesoro, si abbatte sulla sua mente il colpo di sole della vanagloria, dalla quale nasce poi l’altezzosità della superbia e quindi la morte dell’anima. Allo stesso modo il bruciore di stomaco simboleggia il bollore dell’ira, di cui dice Isaia: “Gli empi sono come un mare ribollente che non può calmarsi e i cui flutti portano su melma e fango” (Is 57,20). Quando un uomo s’infiamma d’ira, diventa come un mare ribollente: perché ha crudezza nel cuore, confusione nel cervello, accecamento nella mente, rancore contro il fratello; perciò è detto empio cioè senza pietà: calpesta gli uni, bestemmia gli altri.

Ma il nostro salvatore, Gesù, ha risanato questi mali quando ha detto: “Beati i poveri nello spirito” (Mt 5,3), contro coloro che cercano i beni della terra, e “Beati i miti” (Mt 5,4), contro gli iracondi. Perciò gloria al Padre che ci ha mandato la salvezza, il salvatore; lode alla Vergine che l’ha dato alla luce e oggi l’ha portato alla circoncisione.

“Sefora prese...” Sefora s’interpreta “colei che lo guarda”. È figura della beata Vergine, la quale guardò, faccia a faccia, adagiato nella mangiatoia, avvolto in fasce e mentre vagiva nella culla, colui che regna nei cieli e nel quale gli angeli bramano fissare lo sguardo (cf. 1Pt 1,12).

 

9. “Sefora prese una pietra molto tagliente”. I Giudei dicono che da questo momento ha avuto inizio l’uso di circoncidere con coltelli di pietra; altri dicono che iniziò da Giosuè, in Galgala (cf. Gs 5,2 ss.). Tuttavia, dove noi abbiamo scritto pietra, gli Ebrei hanno acies, ferro tagliente, che chiamano novacula, rasoio; quindi i Giudei circoncidono con il rasoio.

Che la circoncisione del Signore sia stata fatta con il coltello di pietra o con quello di metallo, sia stata praticata da Maria o da Giuseppe o dai loro parenti, non ha molta importanza e non è il caso di appurarlo: sappiamo con certezza che come oggi Gesù fu circonciso. Quello che dice la Scrittura, che Sefora “circoncise il prepuzio del suo figlio”, va inteso nel senso che Sefora, o fece la circoncisione lei stessa, o la fece eseguire da altri, secondo il comando del Signore.

E ricorda che tutta la vita di Cristo fu segnata dal sangue. Ebbe inizio nel sangue nell’ottavo giorno dalla nascita, e nel sangue si concluse. E questo fu necessario proprio per noi perché, come dice l’Apostolo: “Tutto viene purificato con il sangue e senza spargimento di sangue non c’è perdono” (Eb 9,22). Ricordiamo quindi che cinque volte Cristo sparse il sangue. La prima volta fu nella circoncisione che oggi commemoriamo; la seconda nel sudore di sangue all’orto degli Ulivi; la terza nella flagellazione; la quarta nella crocifissione e la quinta con il colpo di lancia ricevuto nel costato sopra la croce. Il sole al suo sorgere e al suo tramonto si mostra di color rosso: così Cristo al principio e alla fine della sua vita fu sanguineus, rosso sangue.

Sia egli benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

IV. sermone morale

 

10. “Sefora prese una pietra molto tagliente”. Leggiamo anche in Giosuè: “Disse il Signore a Giosuè: Fabbricati dei coltelli di pietra e circoncidi di nuovo i figli d’Israele. Giosuè fece ciò che il Signore aveva comandato” (Gs 5,2-3). Quindi il Signore disse: “Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto” (Gs 5,9).

Il nome Sefora ha varie interpretazioni: “uccello”, “che scruta”, “che piace”, “che aderisce”. Sefora è figura dell’anima fedele, la quale se sarà uccello sarà anche in gra­do di scrutare; se scruterà piacerà, e se piacerà aderirà: così una cosa scaturirà dall’altra. Sarà uccello rinuncian­do alle cose terrene; scruterà con la contemplazione delle cose celesti; piacerà con l’amore; aderirà con l’unione perfetta. Quando si innalza scruta, quando scruta si infiamma d’amore; quando si infiamma di amore si unisce. Con­sideriamo i singoli punti.

Nell’uccello ci sono due ali, nell’anima c’è la fede e la speranza. La fede e la speranza riguardano le cose invisibili, e quindi dalle cose visibili innalzano a quelle invisibili. Ma coloro che hanno la fede solo a parole, che pongono la loro speranza solo in se stessi e nelle loro cose e pongono la fiducia nell’uomo, costoro bramano avidamente le cose terrene e gustano solo quelle. Perciò dice Giobbe: “L’uomo”, che sa di terra, di humus, che vive nel fradicio della gola e della lussuria, “nasce alla fatica” della mola d’asino (Gb 5,7). Il contadino benda gli occhi all’asino e lo batte con il bastone, e così l’asino trascina intorno una mola di grande peso. Il contadino è il diavolo e il suo asino è il monda­no. Il diavolo gli chiude gli occhi quando gli acceca l’in­telletto e la ragione; e allora lo colpisce con il bastone della cupidigia perché trascini con sé la mola della vanità mondana. “Gli empi camminano in circolo” (Sal 11,9). “Mio Dio, rendili come una ruota” (un turbine) (Sal 82,14).

Invece “l’uccello nasce per il volo” (Gb 5,7). Dice la Storia Naturale che quanto più l’uccello ha il petto stretto e penetrante, tanto più è idoneo al volo, perché se il petto fosse largo muoverebbe molta più aria e il volo risulterebbe più faticoso. Dice il Signore: “Forse che al tuo comando l’aquila si leverà in alto e su luoghi ardui porrà il suo nido? Essa resta tra le pietre e dimora tra selci scoscese e su rupi inaccessibili. Di là scorge la preda e lontano scrutano i suoi occhi” (Gb 39,27-29). L’aquila è figura dell’anima fortunata che, rifiutata la larghezza delle cose temporali, restringe il suo petto, cioè i pensieri del suo cuore, per poter così, sollevata al di sopra delle cose terrene, fare il nido del suo soggiorno sulle ardue vette. “La nostra patria è nei cieli” (Fil 3,20), dice l’apostolo.

E osserva bene che non dice nel cielo, ma “nei cieli”. I cieli sono tre. Il primo, l’acutezza dell’intelligenza; il secondo, lo splendore della giustizia (della santità); il terzo, la sublimità della gloria. Nel primo c’è la contemplazione della verità; nel secondo c’è l’amore della giustizia; nel terzo la pienezza del gaudio eterno. Nel primo l’igno­ranza viene illuminata, nel secondo viene estinta la concupiscenza, nel terzo viene eliminata ogni inquietudine. Se sei avvolto nella luce della verità, possiedi il primo cielo. Se sei bruciato dalla fiamma dell’amore abiti nel secondo. Se hai assaporato un qualche gaudio di soavità interiore, sei ammesso al terzo cielo. E questo gaudio è appunto l’unione dello sposo e della sposa. Chi si unisce al Signore, forma con lui un solo spirito (cf. 1Cor 6,17).

Questi tre cieli possono essere individuati anche nella pietra, nella selce e nella rupe, di cui parla Giobbe a proposito dell’aquila. Nella pietra, per la sua solidità, possiamo riconoscere la contemplazione della verità; nella selce, l’amore della giustizia: poiché dalla selce sprizza il fuoco, ciò raffigura anche l’amore del Creato­re; nella rupe, per la sua stabilità, si riconosce la pienezza dell’eterna beati­tudine.

Queste tre cose possono anche simboleggiare le potenze angeliche, confermate in eterno nell’amore del Creatore: esse sono dette “selci scoscese” e “rocce inaccessibili”, perché, mentre altri angeli caddero, esse resistettero irremovibili; ad esse gli apostati non possono né salire, né avvicinarsi. E da queste rocce Sefora, aquila alata, cioè anima contemplativa, contempla Dio, suo cibo e suo nutrimento.

 

11. “Sefora prese una pietra molto tagliente e circoncise il prepuzio del suo figlio”. Vediamo quale significato abbiano la pietra molto tagliente, il prepuzio del figlio e la circoncisione.

La pietra è figura della penitenza. Dice Giobbe: “Chi mi concederà di ritornare com’ero nei mesi passati, quando mi lavavo i piedi nel latte, e la pietra mi versava ruscelli di olio?” (Gb 29,2.6). Nel mese è simboleggiata la perfezione, nel latte la soavità della grazia, e nei ruscelli d’olio lo sgorgare delle lacrime. Quindi Giobbe, che s’interpreta “dolorante”, raffigura il penitente che anela alla perfezione della prima conver­sione e del precedente comportamento: in quel tempo c’era nella sua mente la soavità della grazia che gli purificava i piedi, cioè i sentimenti e gli affetti, da ogni bruttura; in quel tempo la pietra, cioè l’austera penitenza faceva sgorgare abbondanti le lacrime. E come l’olio galleggia sopra ogni altro liquido, così le lacrime sono al di sopra di ogni opera buona. La lampada senza olio è l’opera senza devozione. Questa pietra è tagliente nella contrizione, più tagliente nella confessio­ne, e traglientissima nell’opera di soddisfazione, di riparazione, cioè nella penitenza: con essa Sefora deve circoncidere il prepuzio del suo figlio.

Il figlio è figura del corpo, il prepuzio delle cose temporali superflue, che impediscono all’uomo di meditare sulla sua miseria. Per questo il prepuzio ha questo nome, che significa “davanti al pudore”. Queste cose superflue sono raffigurate nei perizomi, dei quali è detto nella Genesi: Adamo ed Eva “accortisi di essere nudi, intrecciarono delle foglie di fico e ne fecero dei perizomi” (Gn 3,7), cioè delle fasce, come delle corte brache. Esuli dal paradiso terrestre, i figli di Adamo, poiché sono denudati della grazia di Dio, volentieri si coprono con le foglie di fico. Le foglie di fico producono prurito e al calore del sole si restringono, si arricciano e si disseccano: così le cose temporali producono il prurito della lussuria, e alla fiamma della morte lasciano nudi coloro che in vita se ne sono ricoperti.

Fortunata quell’anima che circoncide il prepuzio del suo figlio. Questo è il coltello di pietra, con il quale vengono circoncisi nuovamente i figli d’Israele, cioè i cristiani che sono stati circoncisi di ogni peccato la prima volta nel Battesimo. Ma poiché la malizia è aumentata e sovrabbonda l’iniquità, di nuovo vengono circoncisi da Cristo con il coltello di pietra, cioè con l’austerità della peni­tenza; e così viene allontanata l’infamia dell’Egitto, cioè il peccato mortale, che hanno contratto nelle tenebre del mondo.

 

12. In altro senso. La pietra è Cristo (cf. 1Cor 10,4). Dice il salmo: “La pietra è il rifugio”, il retrorifugio, “per gli iraci” (erinacei) (Sal 103,18) , cioè per i peccatori, ricoperti delle spine dell’iniquità. E di nuovo: Beato chi terrà i suoi piccoli alla pietra (cf. Sal 136,9), colui cioè che frenerà i suoi impulsi tendolo fermo alla pietra che è Cristo. L’onda del mare, quando sbatte contro la pietra, si infrange. Così anche la tempe­sta della tua tentazione, se sbatte contro Cristo, sarà infranta dalla grandezza della sua potenza e tu ne uscirai salvo.

Questa pietra fu tagliente nei castighi della misera vita presente; infatti dice la Genesi: “Maledetta la terra per causa tua: spine e cardi produrrà per te” (Gn 3,17.18). Sarà ancor più tagliente nella corruzione: Sei polvere, e in polvere ritornerai (cf. Gn 3,19). Sarà taglientissima nella proclamazione dell’ultima sentenza: “Andate, maledet­ti, nel fuoco eterno!” (Mt 25,41).

Con l’acutezza di questo timore, l’anima non separa, ma circoncide il prepuzio del suo figlio, non soltanto resti­tuendo il mal tolto, assistendo gli altri con le opere di misericordia, ma anche togliendo alla propria bocca le cose dolci, agli occhi le cose provocanti, agli orecchi le cose lusinghiere, alle mani quelle morbide e delicate, a tutto il corpo quelle piacevoli.

Lo stesso Gesù, per noi oggi circonciso, si degni di circoncidere anche noi dei vizi, affinché nel giorno ottavo della risurrezione meritiamo di esultare per la duplice stola che riceveremo. Ce lo conceda lui stesso che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

DOMENICA II DOPO NATALE

Temi del sermone

 

– Vangelo della seconda domenica dopo Natale: “Quando Gesù ebbe dodici anni”; vangelo che divideremo in tre parti.

– Anzitutto sermone ai penitenti per la Quaresima: “Applicate i vostri cuori a riflettere sulle vostre vie”.

– Parte I: Le dodici virtù e i genitori del giusto, cioè la speranza e il timore: “Quando Gesù ebbe dodici anni”.

– Sermone ai contemplativi: “Le porte di Gerusalemme”.

– Il triplice stato dei penitenti: “Tre volte all’anno”; e la loro triplice offerta: “Vi scongiuro”.

– Parte II: Sermone sulla compassione verso il prossimo: “Si vedevano tra quegli esseri”.

– Il triduo dei penitenti: “Il viaggio di tre giorni”.

– Parte III: Sermone sull’umiltà e sull’obbedienza: “Il mio diletto scese nel suo giardino”; e “Fiorirà il mandor­lo”; e ancora: “Ed era ad essi sottomesso”.

 

esordio - sermone ai penitenti per la quaresima

 

1. “Quando Gesù ebbe dodici anni” (Lc 2,42). Dice il Signore per bocca del profeta Aggeo: “Mettete i vostri cuori sulle vostre vie; salite il monte, portate la legna ed edificate la casa” (Ag 1,7-8). In queste tre parole: mettete, salite, e edificate, sono indicate la contrizione, la confessione e la soddisfazione (cioè l’opera di riparazione): e chi le ha potrà edificare la casa al nome del Signore. Le vie sono le nostre opere. Dice infatti Geremia: “Osserva le tue vie nella valle, e saprai ciò che hai fatto” (Ger 2,23).

Vedi il sermone della III domenica di Quaresi­ma, prima parte: “Gesù aveva scacciato un demonio, che era muto”.

“Mettere il cuore sulle vie” significa pensare con la contrizione del cuore a quello che si è fatto. Dice infatti il salmo: “Ho ripensato alle mie vie e ho rivolto i miei passi verso il tuoi comandamenti” (Sal 118,59). Ma poiché sono pochi, o non c’è nessuno che faccia questo, il Signore si lamenta: “Ho fatto attenzione e ho ascoltato: nessuno dice ciò che è bene; non c’è nessuno che faccia penitenza del suo peccato, dicendo: Che cosa ho fatto? Tutti sono ritornati alla loro corsa, come il cavallo che va impetuosamente alla battaglia” (Ger 8,6). Davide, giacché aveva posto il suo cuore, cioè aveva riflettuto, sulle sue vie, rivolse i suoi passi, cioè i suoi affetti, verso le testimonianze del Signore, cioè verso le atroci sofferenze della sua passione. Invece costoro, che non pensano a quello che fanno e neppure fanno penitenza, continuano la loro corsa dietro alle cose di questo mondo. Colui che non conosce la sua vita interiore, si rivolge alle cose esteriori ed estranee. È estraneo tutto ciò che tu non potrai portare con te al momento della morte. Quindi metti il tuo cuore sulle cose tue e non su quelle estranee, perché dov’è il cuore è anche l’occhio, dov’è l’occhio è anche la conoscenza, e dov’è la conoscenza c’è il perdono.

Mettete dunque i vostri cuori sulle vostre vie, e così potrete salire al monte, nel quale è raffigurata la confes­sione, che è “il monte di Dio, il monte fecondo” (Sal 67,16). Della cui fecondità è detto anche: “Sarà come ingrassata e rinvigorita la mia anima” (Sal 62,6). “Hai cosparso il mio capo di olio”, cioè la mia mente della luce della confessione, “e quanto è prezioso il mio calice” (Sal 22,5), cioè la bevanda delle lacrime. “O come è bella la generazione casta, con la gloria (lat. clàritas, chiarezza)” (Sap 4,1). La confessione, essendo prodotta dalla contrizione, può essere chiamata “generazione”, e la sua bellezza consiste appunto nella castità e nella chiarezza. Nella castità, perché i peccati devono essere per così dire denudati davanti ad un unico sacerdote, e non divisi tra molti; nella chiarezza, perché il penitente dev’essere come inondato di lacrime, dalle quali la sua coscienza viene resa limpida e chiara.

“Portate la legna”. Con questo è indicata la soddisfazione, cioè l’opera di riparazione: dal monte della confessione il penitente porta la legna della soddisfazione. E pensa che come nel legno della croce di Cristo ci fu la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità (cf. Ef 3,18), così in questo legno, che è la croce della penitenza, ci dev’essere la lunghezza della perseveranza finale, la larghezza della carità, l’altezza della speranza e la profondità del timore.

Con questa legna viene edificata la casa del Signore, nella città di Gerusalemme, della quale è detto nel vangelo di oggi: “Quando Gesù ebbe dodici anni, salirono a Gerusalemme come usavano fare per la festa di Pasqua” (Lc 2,42).



2. In questo vangelo si devono considerare tre fatti. Pri­mo, il viaggio di Gesù e dei suoi genitori a Gerusalemme: “Quando Gesù ebbe dodici anni”. Secondo, il ritrovamento di Gesù dopo tre giorni: “E avvenne che dopo tre giorni...”. Terzo, il ritorno di Gesù a Nazaret con i genitori: “E ritornò con loro...”

Nell’introito della messa di oggi si canta: “Nel trono eccelso della tua gloria...” (era una composizione liturgi­ca presa, come sembra, da Is 6,1-3).

Si legge poi l’epistola del beato Paolo ai Romani: “Vi scon­giuro, fratelli, per la misericordia di Dio” (Rm 12,1 ss.). La divideremo in tre parti e la confronteremo con le tre parti del vangelo per vederne la concordanza. La prima parte: “Vi scongiuro”; la seconda: “Non conformatevi”; la terza: “Per la grazia a me concessa, dico a ciascuno di voi”.

 

I. l’andata di gesù e dei suoi genitori a gerusalemme

 

3. “Quando Gesù ebbe dodici anni”. Vedremo quale sia il significato morale di queste espressioni: il fanciullo Gesù, i suoi genitori, Gerusalemme, l’usanza della festa di Pasqua.

“Il fanciullo Gesù”. Con questi due nomi viene indicata la perfezione del giusto, che dev’essere “fanciullo”, cioè puro (fanciullo, in lat. puer, purus) riguardo a se stesso, e “Gesù”, cioè salvatore, nei riguardi del prossimo. Per essere puro gli sono necessarie sei virtù: la purezza del cuore, la castità del corpo, la pazienza nelle avversità per non abbattersi, la costanza nella prosperità per non esaltarsi e, per perseverare in queste virtù, l’umiltà e la povertà. Per essere “salvatore” gli sono necessarie le sei opere di misericordia, enumerate nel vangelo: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ecc. (Mt 25,35 ss). E questo è il numero di “dodici anni” del giusto, che desidera salire a Gerusalemme con Gesù, del quale appunto è detto: Quando Gesù ebbe dodici anni.

“I suoi genitori”. Giuseppe e Maria. Giuseppe si interpreta “aumento”; Maria “mare amaro”, non perché si sia amaramente lamentata della sofferenza, ma perché ebbe in sorte il nome dell’amarezza quasi per un presentimento della passione del Figlio. Giuseppe e Maria sono figura della speranza e del timore, che sono come i genitori del giusto. La speranza è l’attesa dei beni futuri, che genera un sentimento di umiltà e una pronta disponibilità di servizio. Ecco Giuseppe, umile e diligente servitore [del figlio di Dio]. La speranza è detta in latino spes, quasi pes, piede, passo di avanzamento: ecco l’aumento, l’accrescimento. Al contrario si dice disperazione, quando non c’è nessuna possibilità di andare avanti, poiché quando uno ama il peccato non spera certo nella gloria futura. E perché la speranza non degeneri in presunzione, dev’essere unita al timore, che è principio della saggezza (cf. Sal 110,10; Eccli 1,16), al cui possesso nessuno può giungere se prima non ha assaporato l’amarezza del timore. Per questo è detto nel­l’Esodo che i figli d’Israele, prima di arrivare alla dolcezza della manna, trovarono l’amarezza dell’ac­qua di Mara (cf. Es 15,23). Bevendo una medicina amara si arriva alla gioia della guarigione.

Con questi genitori il giusto deve salire a Gerusalem­me, nella quale è raffigurata la perfezione della vita, la tranquillità della coscienza, la soavità della contemplazione. Dice Tobia: “Le porte di Gerusalemme saranno costruite di zaffiro e di smeraldo, e tutta la cinta delle sue mura di pietre preziose. Tutte le sue piazze saranno lastricate di pietre pure e candide, e per tutte le sue vie si canterà Alleluia” (Tb 13,21-22). Nello zaffiro che è di colore celeste, e nello smeraldo che è di colore verde è simboleggiata la perfezione della vita, che consiste nel disprezzo delle cose terrene e nel desiderio di quelle celesti. Nelle pietre preziose, pure e candide, è simboleggiata la tranquillità della coscienza. Nell’Alleluia è indicata la soavità della contemplazione.

Nel sermone della domenica XV dopo Pentecoste., parte terza, troverai trattata più a fondo questa citazione, nell’esposizione della storia di Tobia.

 

4. “Secondo l’usanza della festa di Pasqua” (Lc 2,42). Mosè aveva comandato ai figli d’Israele: “Tre volte all’anno ogni tuo maschio si presenterà davanti al Signore tuo Dio, nel luogo che egli avrà scelto: nella festa degli azzimi”, cioè la pasqua, “nella festa delle settimane e nella festa delle capanne. Nessuno si presenterà davanti al Signore a mani vuote, ma ognuno offrirà ciò che ha, in misura della benedizione che il Signore Dio suo gli ha dato” (Dt 16,16-17).

Considera che in queste tre solennità sono raffigurati i tre stati della vita spirituale: quello degli incipienti, quello dei proficienti e quello dei perfetti.

Nella solennità degli azzimi è raffigurato lo stato degli incipienti, i quali devono celebrare la pasqua “con azzimi di sincerità e verità” (1Cor 5,8), e mangiare l’agnello con erbe amare di campo (cf. Es 12,8), cioè nell’amarezza dei loro peccati.

Su questo argomento vedi anche il sermone della Risurrezione, prima parte.

Nella solennità delle settimane, nella quale venivano offerti al Signore i due pani nuovi delle primizie (cf. Lv 23,16), è raffigurato lo stato dei proficienti, il cui uomo interio­re si rinnova di giorno in giorno (cf. 2Cor 4,16): essi offrono al Signore i due pani nuovi, vale a dire la purezza dell’anima e del corpo.

Nella solennità delle capanne, detta anche, in greco, scenopegìa, cioè allestimento delle tende, è raffigurato lo stato dei perfetti i quali, come dice Isaia, dimoreranno nelle tende della confidenza (cf. Is 32,18). “Le loro tende – dice Balaam – sono belle come valli boscose”: in esse sono indicate la povertà e l’umiltà che offrono un riparo di ombra contro gli ardori delle cose temporali; le tende sono belle “come giardini irrigati lungo i fiumi” (Nm 24,5-6), nei quali è simboleggiata l’infusione della grazia, che spegne la sete della concupiscenza carnale.

Questa dunque è l’usanza del giorno di festa, secondo la quale ogni giusto è tenuto e deve salire a Gerusalemme, dove, per non comparire davanti al Signore a mani vuote, deve offrire l’agnello dell’innocenza, per quanto riguarda il prossimo, i due pani nuovi della duplice purezza del corpo e dello spirito per quanto riguarda se stesso, e, come è detto nel Levitico, prendere i frutti dell’albero più bello e rami di palma, ecc. (cf. Lv 23,40).

Vedi anche l’ultima parte del sermone della domenica delle Palme.

 

5. Questa prima parte del vangelo concorda con la prima parte dell’epistola: “Vi scongiuro, fratelli, per la misericordia di Dio, di offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). Il giusto che voglia salire a Gerusalemme con i genitori, secondo l’uso di questa festa, deve assolutamente osservare le tre norme delle quali parla l’Apostolo, altrimenti comparirà a mani vuote davanti al Signore, il quale dice: “Qualunque cosa offrirai in sacrificio, la condirai con sale, e dal tuo sacrificio non toglierai il sale dell’alleanza del tuo Dio. In ogni offerta – cioè in ogni opera buona – offrirai anche il sale del discernimento” (Lv 2,13).

“Vi scongiuro, dunque, di offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”. Fa’ attenzione a queste tre parole: vivente, santo, gradito a Dio. Gli incipienti devono offrire il loro corpo come sacrificio vivente, i proficienti come sacrificio santo, i perfetti come sacrificio graditoa Dio. E a queste tre qualità si riferisce anche il Levitico quando parla di tre specie di offerte. La prima consisteva nell’offerta di bestiame, la seconda nell’offerta di volatili, la terza nell’offerta di fior di farina impastata con l’olio; e quest’ultima in tre forme di cottura: al forno, al tegame e alla graticola.

La prima, il sacrificio vivente, è l’offerta degli incipienti; infatti sta scritto: “Tolta la pelle alla vittima, ne farà a pezzi le membra; preparata prima la catasta della legna, porranno il fuoco sull’altare; vi disporranno sopra i pezzi tagliati: la testa, tutto ciò che è unito al fegato; laverà con acqua gli intestini e le zampe; quindi il sacerdote brucerà il tutto sull’altare come olocausto di soave profumo per il Signore” (Lv 1,6-9).

L’altare simboleggia il cuore, il fuoco l’amore divino, la catasta della legna il cumulo delle sofferenze di Cristo; il togliere la pelle raffigura la rivelazione del peccato; le membra tagliate a pezzi simboleggiano la precisazione delle circostanze del peccato nella confessio­ne; la testa raffigura l’origine del peccato; il fegato l’ostinato attaccamento ad esso; gli intestini i pensieri immondi; le zampe sono i passi [verso il male] e l’acqua l’effusione delle lacrime.

Ecco dunque che il peccatore che si converte, iniziando il suo cammino di penitenza, deve prima fare, sull’altare del suo cuore, come una catasta delle sofferenze di Cristo, pensare cioè ai flagel­li, alle percosse, agli sputi, alla croce, ai chiodi, alla lancia, e quindi scoprire nella confessione i peccati e specificare con precisione le loro circostanze, quale sia stata l’origine del peccato e quanta la compiacenza e l’attaccamento ad esso. Poi deve purificare con l’acqua delle lacrime l’impurità dei pensieri e delle opere.

Quando tutte queste cose saranno eseguite e poste sopra il cumulo delle sofferenze di Gesù Cristo, egli stesso, che è il sommo sacerdote, vi pone il fuoco del suo amore che divorerà tutti i peccati: allora il penitente stesso diverrà olocausto, cioè totalmente bruciato, nulla rispar­miando di sé, ma mettendosi completamente al servizio del Signore, per essere ovunque il buon profumo di Cristo (cf. 2Cor 2,15). In questo modo offrirà se stesso come vittima vivente: vittima perché morto al peccato, vivente perché vivo solo per la santità; dice infatti l’apostolo: “Io vivo, ma non sono più io che vivo: è Cristo che vive in me” (Gal 2,20).



6. La seconda, il sacrificio santo, è l’offerta dei profi­cienti. “Se l’offerta al Signore è un olocausto di vola­tili, il sacerdote offrirà all’altare tortore o colombe. Torcendone il capo sul collo provocherà una rottura e dalla ferita farà scorrere il loro sangue sullo zoccolo dell’altare. Invece la vescichetta del collo (il gozzo) e le piume le getterà vicino all’altare, dalla parte d’oriente, nel luogo dove di solito si versano le ceneri. Ne spezzerà le ali, senza segarle o tagliarle con il ferro, e le brucerà sopra l’altare sul fuoco di legna. Questo è l’olocausto e l’offerta di soavissimo profumo al Signore” (Lv 1,14-17).

Si fa l’olocausto e l’offerta con i volatili, quando il giusto, coperto per così dire delle penne delle virtù – raffigurato nella tortora e nella colomba per la castità, la semplicità e il lamento della penitenza – progredisce di virtù in virtù. Egli piega la testa sul collo e la bocca sulla spalle, quando pratica con le opere ciò che proclama con le parole. Questa flessione, o torsione, provoca la rottura, che simboleggia la devozione della mente, dalla quale fluisce il sangue delle lacrime, che sono appunto, come dice Agostino, il sangue dell’anima.

“Farà scorrere il sangue sullo zoccolo dell’altare”, vale a dire nell’animo dell’a­scol­tatore. L’armonioso accordo, nel predicatore, tra ciò che insegna e ciò che fa, suscita la devozione che penetra nel cuore di chi ascolta. Dice appunto l’Ecclesiastico: Non distruggere questo armonioso accordo (cf. Eccli 32,5).

Nella vescichetta del collo (il gozzo) è raffigurata la vampa dell’avarizia, e nelle piume la vacuità della superbia: vizi che il giusto getta lontano da sé, “dalla parte d’oriente, nel posto delle ceneri”, quando considera da quale stato di felicità e di gloria è caduto per causa dell’avarizia e della superbia dei progenitori, ai quali fu detto: “Sei cenere, e in cenere ritornerai” (Gn 3,19).

Il giusto “spezza le ali” quando, meditando sull’umiliazione del Signore nella sua passione, “deprezza il valore delle sue virtù”. Dice Ezechiele: Quando rintronava la voce nel firmamento, i quattro esseri viventi abbassavano le loro ali (cf. Ez 1,25). Il firmamento è Cristo, sul quale risuonò la voce: “Colpirò il pastore e le pecore del gregge saranno disperse” (Mt 26,31). Quando questi esseri viventi, cioè i santi, sentono tale voce, sminuiscono il valore dei loro meriti, e non confidano in se stessi ma nella passione del Pastore “colpito”, trafitto. Il giusto che ogni giorno progredisce migliorando se stesso, spezza con l’umiltà le ali delle sue virtù, però non se ne allontana nel tempo delle difficoltà con il ferro dell’impazienza: in questo modo consuma se stesso come vittima santa sopra l’altare, imitando la passione del Signore, nel fuoco di legna della santa devozione, vale a dire con gli esempi dei santi padri; e così fa di se stesso un olocausto e un’offerta di soavissimo profumo al Signore.

 

7. La terza, “Il sacrificio gradito a Dio”. L’uomo perfet­to fa la terza offerta, che, come è detto nel Levitico, consisteva in fior di farina, impastata con l’olio (cf. Lv 2,5). Il fior di farina è una farina raffinatissima e bianchissima ed è figura della vita dell’uomo perfetto, nella quale non c’è la crusca delle vanità del mondo, ma risplende della bianchezza della castità ed è impregnata dell’olio della pietà. E questa vita perfetta viene per così dire bruciata nel forno della povertà, nel tegame delle necessità del prossimo e delle sue infermità, nella graticola della passione del Signore. In verità, questa vittima è gradita a Dio!

E queste tre offerte, con le loro modalità, costituiscono “il culto spirituale” (rationabile obsequium), sincero, distinto, integro e santo.

Fratelli carissimi, preghiamo Gesù Cristo che, come è salito a Gerusalemme con i suoi genitori, faccia salire anche noi, con la pratica delle dodici virtù su descritte, unite alla speranza e al timore, alla Gerusalemme morale (spirituale), dove potergli offrire, nelle tre solennità, l’ostia vivente, santa e a lui gradita. Ce lo conceda egli stesso, che è benedetto nella celeste Gerusalemme. Amen. Alleluia.

 

 

II. il ritrovamento di gesù dopo tre giorni

 

8. “E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava” (Lc 2,46). Vedremo il significato dei tre giorni, del tempio, di Gesù che siede, dei dottori, e del fatto che li ascoltava e li interrogava. I tre giorni raffigurano la consapevolezza della propria iniquità, il dovere della partecipazione alle necessità dei fratelli, la considerazione e l’ammirazione della miseri­cordia di Dio.

Sul primo giorno, leggiamo nel libro del profeta Michea: “Se siedo nelle tenebre, il Signore sarà la mia luce” (Mic 7,8). Sul secondo giorno dice Ezechiele: “Una visione si muoveva qua e là in mezzo agli esseri viventi: uno splendore di fuoco e dal fuoco si sprigionavano bagliori” (Ez 1,13). Lo splendore di fuoco simboleggia la compartecipazione della carità, che riscalda e illumina, e dalla quale esce il bagliore di opere meravigliose. Questa visione, che fa realmente vedere, deve andare qua e là in mezzo agli esseri viventi, cioè tra i cristiani. E giustamente è detto (in lat.) discurrens, cioè che corre per vari luoghi. Alla vera compartecipazione non basta provvedere alle necessità del corpo, ma pensa anche a quelle dell’anima, e viceversa. Se qualcuno soffre nel corpo, anch’essa soffre, e se qualcuno riceve scandalo nell’anima, anch’essa ne freme (cf. 2Cor 11,29). E per il terzo giorno troviamo nell’Ecclesiaste: “Dolce è la luce, e piace agli occhi” della mente “vedere il sole” (Eccle 11,7), cioè meditare sullo splendore della misericordia divina. Chi avrà fatto questo “triduo” potrà veramente ritrovare Gesù nel tempio.

Il tempio, nome che suona quasi come “ampio tetto”, è figura della mente del giusto, che è tetto, perché tegit, copre con la compassione le necessità del prossimo, ed è ampio per la conoscenza che ha di se stesso e di Dio. In questo tempio, dopo il triduo suddetto, si ritrova Gesù. E che cosa fa lì Gesù? Fa tre cose: siede in mezzo ai dottori, ascolta e interroga.

Nella mente del giusto ci sono i dottori, cioè le facoltà della ragione che insegnano da che cosa si deve guardarsi e che cosa si deve fare: in mezzo ad esse siede Gesù che apporta alla ragione la pace, con la pace la tranquillità, e con la tranquillità le serene e sagge decisioni: “Governa con bontà eccellente ogni cosa” (Sap 8,1). E questo è anche ciò che dice Giobbe: “Anche quando sedevo quasi fossi un re, attorniato dall’esercito, ero sempre un consolatore degli afflitti” (Gb 29,25).

Ecco la consolazione: ascoltare e interrogare. Quando la mente si trova nella quiete e nel silenzio, allora Gesù ascolta i sentimenti del cuore che parlano al suo orecchio, e poi interroga con l’assillo della benevola correzione. Dice ancora Giobbe: “Lo visiti di buon mattino”, ecco l’ascolto, “e subito lo metti alla prova” (Gb 7,18): ecco l’inter­ro­gazione. E questa è la consolazione degli afflit­ti, cioè dei giusti, i quali gemono, in questa valle di lacrime, per mancanza della sorgente dall’alto (cf. Gs 15,18-19), e pregano affinché il buon Gesù li ascolti e li interroghi, li visiti e li metta alla prova. “Questa sia la mia consolazione”, continua Giobbe, “che egli, affliggendomi con il dolore, non voglia risparmiarmi” (Gb 6,10).

 

9. Altra esposizione. I tre giorni, il triduo, raffigura la penitenza, che consiste in tre atti: nella contrizione, nella confessione e nella soddisfazione (cioè nell’opera penitenziale). Di questo triduo, dice Mosè: Faremo un viag­gio di tre giorni verso il deserto e sacrificheremo al Signore, nostro Dio (cf. Es 3,18). Dopo tre giorni Giuseppe e Maria, cioè i penitenti, i poveri nello spirito e gli umili troveranno Gesù nel tempio della celeste Gerusalemme. E questo è anche ciò che racconta la Genesi, che dopo tre giorni il capo dei coppieri fu ripristinato nel suo grado e nel suo ufficio (cf. Gn 40,20-21).

“Seduto in mezzo ai dottori”. Dice Giovanni nell’Apoca­lisse: “Ebbi una visione: c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto. Attorno al trono c’erano ventiquat­tro seggi, e sui seggi stavano seduti ventiquattro vegliar­di” – nei quali possiamo riconoscere i dodici patriarchi e i dodici apostoli –, “avvolti in candide vesti e con corone d’oro sul capo” (Ap 4,1-2.4). Sono quasi le stesse parole che si cantano nell’introito della messa di oggi: “Su di un trono eccelso vidi seduto un personaggio: la moltitudine degli angeli lo adorava cantando tutti insieme, e il suo dominio dura in eterno” (vedi il n. 2). E l’Apocalisse continua: “I ventiquattro vegliardi si prostravano davanti a colui che sedeva sul trono e adorava­no colui che vive nei secoli dei secoli” (Ap 4,10). Così sia! E cantavano un cantico nuovo, dicendo: “Tu sei degno, Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza” (Ap 4,11).

“Li ascoltava e li interrogava”. Il Signore ascolta i beati spiriti quando, per mezzo del loro ministero, accoglie benignamente l’offerta della nostra devozione. “Dalla mano dell’angelo salì il fumo degli aromi insieme con le preghiere dei santi” (Ap 8,4). E Raffaele dice a Tobia: “Io presentai la tua preghiera al Signore” (Tb 12,12). E l’Apostolo: “Sono tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono entrare in possesso della salvezza” (Eb 1,14). “Li interroga” dunque, quando ad essi rivela i segreti della sua volontà.

 

10. Con questa seconda parte del vangelo, concorda anche la seconda parte dell’epistola: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo”(Rm 12,2).

Dice il Signore per bocca di Isaia: “Ecco, io ho creato il fabbro che soffia sul fuoco di pruni, e fa un vaso come sua opera” (Is 54,16). Il fabbro è il diavolo, creato da Dio nella sua sostanza. Il diavolo, con il soffio della cattiva suggestione, soffia sui pruni nel fuoco, cioè su tutto ciò che stimola al vizio. Questo mondo è come la fornace di Babilonia, della quale è detto in Daniele: “La fornace era accesa al massimo” (Dn 3,22).

Vedi il sermone della domenica XXII dopo Pentecoste, parte II, dove si racconta la storia di Daniele.

Questa fornace (del mondo) viene accesa dal soffio del diavolo in modo tale da far fondere il ferro, cioè i superbi, il piombo, cioè gli avari, e lo stagno, cioè i lussuriosi; e allora il diavolo produce, con queste tre categorie di peccatori, un vaso e lo presenta come opera sua, esige cioè che eseguisca la sua volontà. Uno infatti entra nella forma della superbia, un altro nella forma dell’avarizia, e un terzo in quella della lussuria. Questi sono i vasi dell’ira e dell’ignominia, che saranno gettati nello sterco dell’eterna dannazione. Voi dunque che con Maria e Giuseppe cercate e desiderate trovare, “non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente e i vostri sentimenti” (Rm 12,2). È ciò che dice anche Isaia: “Ci saranno cinque città nella terra d’Egitto” (Is 19,18).

Vedi il sermone della III domenica di Quaresima, parte III, “Quando un forte, bene armato”.

“Per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, [a lui] gradito e perfetto” (Rm 12,2). Ecco il triduo, ecco i tre giorni dopo i quali si ritrova Gesù nel tempio. Ciò che buono è la contrizione del cuore, ciò che è gradito è la confessione, ciò che è perfetto è la soddisfazione, ossia l’opera di penitenza. Per il primo, dice il salmo: “Nella tua buona volontà, agisci benignamente verso Sion, o Signore” (Sal 50,20); e la Sapienza: “Quanto è buono il tuo spirito, Signore, in tutte le cose!” (Sap 12,1). Per il secondo, leggiamo in Daniele: “Tale sia il nostro sacrificio davanti a te”, cioè la confessione, “affinché ti sia gradito” (Dn 3,40). E la Genesi: “Il Signore guardò ad Abele e gradì i suoi doni” (Gn 4,4). Per il terzo, dice il salmo: “Guida i miei passi, Signore, sui tuoi sentieri” (Sal 16,5): nei sentieri del Signore è indicata l’austerità della vita, e l’asprezza delle opere di penitenza.

Preghiamo perciò il Signore nostro Gesù Cristo, perché ci conceda di compiere questo triduo, per poter essere degni di ritrovarlo nel tempio del cielo, assiso tra gli angeli: lui che è benedetto nei secoli eterni. Amen.

 

III. il ritorno di gesù a nazaret insieme con i genitori

 

11. “Gesù discese con loro e andò a Nazaret, e stava loro sottomesso” (Lc 2,51). Fa’ at­tenzione a queste tre parole: discese, Nazaret, e sottomesso. Discenda e sieda nella polvere la figlia di Babilonia (cf. Is 47,1), perché anche il Figlio di Dio è disceso.

O ostinata superbia, che ti affanni per salire al di sopra delle nubi, per innalzare il tuo trono più in alto delle stelle del cielo, e sedere sul monte dell’assemblea, discendi, te ne scongiuro, perché anche Gesù è disceso (cf. Is 14,13-14). E tu, Cafarnao, innalzata fino al cielo, discendi con Gesù, prima di venir sprofondata nell’inferno (cf. Mt 11,23), perché egli solo è il paradiso: “Ciò che da te proviene è paradiso” (Ct 4,13). O meretrice, “che siedi sulla bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi” (Ap 17,3), discendi con Gesù.

Arrossisca, si vergogni l’insensata superbia, si squarci la gonfia arroganza, perché anche la Sapienza di Dio è disce­sa. Il misero essere umano va strisciando e con le mani e con i piedi si arrampica e fa ogni sforzo per salire sul piedistallo del suo onore, o piuttosto della sua vergogna, mentre il buon Gesù, al rimprovero della sua Madre amorosa che gli dice: “Figlio, perché ci hai fatto questo?” (Lc 2,48), rinviò ai trent’anni l’ope­ra che aveva incominciato a dodici, e discese dal tempio, dove sedeva in mezzo ai dottori.

 

12. “E andò a Nazaret”. Dice la stessa cosa anche la sposa del Cantico dei Cantici: “Il mio diletto discese nel suo giardino, all’aiuola degli aromi”(Ct 6,1), cioè abbracciò l’umiltà, che è la madre delle altre virtù.

Ci eravamo proposti di fermarci su questo passaggio solo brevemente, ma il fascino di Nazaret non ci permette di proseguire. La bellezza del luogo, la grazia del fiore, la soavità del profumo ci trat­tengono: facciamo una piccola sosta, mentre siamo avviati a celebrare le nozze in Cana di Galilea.

Nazaret, località modesta: il suo nome s’interpreta “fiore” e sta ad indicare l’umiltà, virtù che giustamente è chiamata fiore. Nel fiore si trovano tre qualità: la bellezza del colore, la soavità del profumo e la speranza del frutto.

Nella vera umiltà c’è la bellezza dell’onestà. Dice infatti l’Ecclesiastico: “I miei fiori danno frutti di onore e di onestà (Eccli 24,23). C’è la soavità, il gusto della buona reputazione. Come il fiore quando emana il suo profumo non si guasta, così il vero umile, anche se viene lodato per il profumo della sua santa vita, non va in superbia. Il vero umile, dice Bernardo, desidera essere disprezzato e non dichiarato umile. Anche Salomone dice: “Fiorirà il mandorlo, si ingrasserà la locusta e sarà disperso il cappero” (Eccle 12,5). Il mandorlo che fiorisce prima delle altre piante, è figura dell’umile, che dice con Davide: “Danzerò, (lett. giocherò) davanti al Signore e mi abbasserò ancor più di quanto ho fatto oggi, e mi farò umile, spregevole ai miei occhi” (2Re 6,22). E di questo “gioco” dice la Sapienza del Padre: “Mi deliziavo tutti i giorni, giocando davanti a lui, giocando sul globo terrestre, trovando le mie delizie tra i figli degli uomini” (Pro 8,30-31).

Il Figlio, il buon Gesù, davanti al Padre giocava quando veniva tradito dal discepolo, quando legato alla colonna veniva flagellato, quando veniva schernito da Erode, quando veniva coronato di spine, quando veniva colpito con schiaffi e pugni e lordato di sputi, quando il suo volto veniva velato, quando veniva percosso con la canna, quando gli veniva strappata la barba. Giocava anche quando, portando la sua croce, uscì verso il luogo chiamato Golgota, calvario (Gv 19,17), dove venne crocifisso dai soldati, deriso dai prìncipi dei sacerdoti, abbeverato di fiele e di aceto e il suo fianco fu trapassato dalla lancia. Ecco in che modo la Sapienza di Dio giocò e si rese spregevole sopra il globo terrestre. Ecco quali delizie trovò tra i figli degli uomini! A questo gioco si unisce, per quanto gli è possibile, colui che è veramente umile, colui che quanto più si rende spregevole ai propri occhi, tanto più diventa sublime davanti a quelli di Dio.

“Fiorirà, dunque, il mandorlo e si ingrasserà la locu­sta”. Quando nell’animo fiorisce l’umiltà e l’onestà nelle opere, allora si ingrasserà la locusta, cioè l’anima stessa dell’umile, spiccando il salto verso la contemplazione. Non s’ingrasserà, come l’ipo­crita, con l’inebriante effluvio dell’autoesaltazione, ma gusterà il tenue e delicato profumo del fiore della vera umiltà. L’umile si nutrirà con il proprio fiore e non con la bocca degli altri: e allora sarà disperso il cappero, cioè la superbia e la vanagloria.

E finalmente c’è la speranza di raccogliere i frutti dall’abbondanza della casa del Signore. Quando vedo il fiore, spero nel frutto; così quando vedo un vero umile, spero che egli sarà beato nei cieli. Ma ahimè! “Ogni ipocrita è malvagio” (Is 9,17), dice Isaia; e Michea: “Il migliore tra di essi è come un pruno, e il più retto come le spine della siepe” (Mic 7,4). Veramente oggi tutti sono ipocriti, pruni e spine. L’ipocrita, che finge di essere ciò che non è; il cespuglio di pruni, che sembra morbido nelle parole, ma punge con i fatti; le spine che feriscono i passanti per succhiarne il sangue della lode e del denaro.

Nel giardino di Nazaret non c’è il pruno né la spina, ma il giglio e la viola, e per questo Gesù “andò a Nazaret”.

 

13. “Ed era loro sottomesso”. Ogni superbia sprofondi, ogni arroganza si disperda, ogni insubordinazione si arren­da quando sente queste parole: “Era loro sottomesso”. Chi è sottomesso? Colui che con una sola parola ha creato tutto dal nulla. “Colui – dice Isaia – che ha misurato con il cavo della mano le acque, che ha calcolato l’estensione dei cieli con il palmo; colui che con tre dita sostiene la massa della terra, che pesa con la statera i monti e con la bilancia i colli” (Is 40,12). “Colui – dice Giobbe – che scuote la terra dal suo posto e tremano le colonne del cielo. Colui che comanda al sole ed esso non sorge e alle stelle pone il suo sigillo. Egli da solo stende i cieli e cammina sulle onde del mare. Crea l’Orsa e Orione, le Pleiadi e i penetrali del cielo austra­le. Colui che fa cose grandi e incomprensibili, e meravi­glie che non si possono contare” (Gb 9,6-10). Colui che può far cessare l’armonia dei cieli (cf. Gb 38,37). Egli prenderà come all’amo il Leviatan e lo catturerà, legherà con una fune la sua lingua, gli forerà con un giunco le narici e la mascella con un uncino” (cf. Gb 40,19-20). Questi, così grande e così potente, è colui che “era loro sottomesso”.

“Era sottomesso a loro”. A chi? A un falegname e alla Vergine poverella. O Primo, o Ultimo, o Sovrano degli ange­li, sottomesso agli uomini! O creatore del cielo sottomesso a un falegname, il Dio dell’eterna gloria sottomesso alla Vergine poverella. Chi mai ha udito un simile fatto? E chi mai ha veduto una cosa simile? Perciò non disdegni il filosofo di obbedire e di sottomettersi a un pescatore, il sapiente a un semplice, il letterato all’analfabeta, il figlio del principe a un plebeo.

 

14. Con questa terza parte del vangelo concorda anche la terza parte dell’epistola: “Per la grazia che mi è stata concessa, io dico a ciascuno di voi”, filosofi, sapienti, letterati, nobili e simili, “di non voler sapere più di quanto conviene sapere” (Rm 12,3); e altrove dice: “Non montare in superbia, ma temi!” (Rm 11,20).

Ti manca ancora molto in fatto di sapienza, se non sei sapiente nei riguardi di te stesso. Non sei sapiente, se pretendi di sapere più di quanto conviene. Sapere ciò che conviene vuol dire “discendere”, abbassarsi, andare a Nazaret, sottomettersi e obbedire incondizionatamente. Questo dev’essere tutto il tuo sapere, e questo sapere realizza in te la moderazione, la sobrietà (cf. Rm 12,3), la convenienza richiesta dall’Apostolo. Il voler sapere di più produce solo “ebbrezza”, esaltazione, nella quale ogni sapienza è insensata. Il sapere e lo scrutare più di quanto sia necessario fa “errare”, porta fuori strada l’animale separato dal branco, il novizio precipitoso, e il sapiente ancora agli inizi”, come “erra” e va qua e là chi è ubriaco e vomita.

Dice Bernardo: L’obbedienza perfetta, soprattutto nel principiante, è quella indiscussa, acritica, vale a dire un’obbedienza che non cerca di sapere che cosa o perché la tal cosa venga comandata, ma si sforza soltanto di compiere fedelmente e umilmente ciò che viene ordinato dal superio­re. Tutta la sua voglia di sapere consista nel non volere saper nulla in questo campo. Tutta la sua sapienza consista nel non averne per nulla in questa materia. E questo vuol dire “sapere nella giusta misura”. La pura semplicità, che è l’acqua di Siloe che scorre silenziosa (cf. Is 8,6), rende sobria l’anima; se il vino della sapienza dei sapienti di questo mondo verrà annacquato e diluito, il loro sapere rientrerà nella giusta misura.

E se nella religione ci sono dei sapienti, Dio li ha chiamati per mezzo dei semplici. Infatti egli ha scelto ciò che nel mondo è stolto, meschino, debole e disprezzato per riunire i sapienti, i forti e i nobili, perché nessun uomo possa gloriarsi di se stesso (cf. 1Cor 1,27-29), ma solo in colui “che discese e andò a Nazaret, ed era loro sottomesso”.

A lui sia onore e gloria per i secoli eterni. Ogni anima semplice e sottomessa risponda: Amen. Alleluia!

 

 

EPIFANIA DEL SIGNORE

 

1. “Essendo nato Gesù in Betlemme di Giuda”... ecc. (Mt 2,1).

In questo brano evangelico considereremo tre avveni­menti:

- l’apparizione della stella,

- il turbamento di Erode,

- l’offerta dei tre Magi.

 

I. l’apparizione della stella

 

2. “Essendo nato Gesù a Betlemme” (Mt 2,1), ecc. Nella prima parte c’è questo insegnamento morale: in quale modo uno, dalla vanità del mondo, si converte a vita nuova. Prima però ascoltiamo brevemente la storia, il racconto.

Gesù nacque in una notte di domenica, perché nel giorno in cui Dio disse: “Sia fatta la luce, e la luce fu” (Gn 1,3), “venne a visitarci dall’alto un sole che sorge” (Lc 1,78).

Si racconta che Ottaviano Augusto, su indicazione della Sibilla, abbia veduto in cielo una vergine, gravida di un figlio, e che da allora vietò che lo chiamassero Dominus, Signore, perché era nato “il Re dei re e il Signore dei signori” (Ap 19,16). Perciò il poeta scrisse: “Ecco, una nuova prole scende dall’alto del cielo” (Virgilio, Egloga IV,7). Per tutto il giorno sgorgò da una vecchia taverna un abbondante getto d’olio, perché in quel giorno nasceva sulla terra colui che è consacrato con olio di letizia, a preferenza dei suoi eguali (cf. Sal 44,8). Il tempio della Pace crollò dalle fondamenta. I Romani, infatti, a motivo della pace universale in cui si trovava tutto il mondo sotto Cesare Augusto, avevano costruito un meraviglioso tempio alla Pace. Coloro che vi entravano per consultare la divinità e sapere quanto sarebbe durata quella pace, ebbero questo responso: Finché una vergine partorirà. Essi furono felici perché lo interpretarono così: La pace durerà in eterno, perché mai una vergine potrà partorire. Ma Dio distrusse la sapienza dei sapienti e la prudenza dei prudenti (cf. 1Cor 1,19), perché il tempio crollò dalle fondamenta nell’ora della nascita del Signore.

Tredici giorni dopo la sua nascita, cioè come oggi, “ecco che dall’oriente arrivarono a Gerusalemme dei Magi, che doman­davano: “Dov’è il Re dei Giudei, che è nato? Abbiamo veduto la sua stella” (Mt 2,1-2). Erano chiamati “Magi” per la vastità delle loro cono­scenze; quelli che i Greci chiamano filosofi, i Persiani li chiamano magi. Venivano dai territori dei Persiani e dei Caldei. Forse non fu loro impossibile percorrere in tredici giorni, in groppa ai dromedari, quelle grandi distanze.

La stella che avevano visto si distingueva dalle altre per lo splendore, per la posizione e per il movimento. Per lo splendore, che neppure la luce del giorno faceva scomparire; per la posizione, perché non stava nel firmamento con le stelle minori, e neppure nell’etere con i pianeti, ma faceva il suo viaggio nell’aria, nelle vicinanze della terra; e per il movimento, perché restò dapprima immobile sopra la Giudea, poi diede ai Magi l’indica­zione per arrivarvi; essi presero per loro conto la decisione di entrare in Gerusalemme, che della Giudea era la capitale. Quando ne uscirono, con il primo movimento visibile la stella li precedette. Portato a termine il suo compito scomparve, ritornando alla primitiva materia, dalla quale era stata presa.

Questa festa si chiama Epifania, dai termini greci epì, sopra, e fanè, manifestazione, perché come oggi Cristo fu manifestato con il segno della stella. È detta anche Teofania, sempre dai termini greci Theòs, Dio, e fanè, perché come oggi Cristo, passati trent’anni, fu manifestato dalla voce del Padre, e battezzato nel Giordano. È detta anche Bethfania, dal termine ebraico beth, casa, perché, passato un anno dal battesimo, come oggi compì un miracolo divino tra le mura di una casa, ad una festa di nozze.

 

3. Vediamo ora che cosa significhino, in senso morale, la stella, i Magi, l’oriente e Gerusalemme.

La stella simboleggia l’illuminazione della grazia divina, o anche la conoscenza della verità. Infatti Gesù, dal quale proviene ogni grazia, dice nell’Apocalisse: “Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino” (Ap 22,16). Gesù Cristo, benché figlio, è anche radice, cioè padre di Davide. Oppure, come la radice sostiene la pianta, così la misericordia di Cristo sostenne Davide peccatore e penitente. Cristo è stella radiosa nella illuminazione della mente; è stella del mattino nella conoscenza della verità.

I Magi rappresentano i sapienti del mondo, dei quali dice Isaia: “I sapienti, i consiglieri del faraone, gli diedero un consiglio stolto” (Is 19,11). Il faraone, nome che s’in­ter­preta “che scopre l’uomo”, è figura del mondo che, dopo aver coperto l’uomo con la sua vanità, lo scopre nella miseria della morte; il mondo non dà, ma solo impresta, e nel momento della massimo bisogno, esige ciò che ha impre­stato e così abbandona l’uomo nella miseria e nella nudità.

Stolto è quindi il consiglio di quei sapienti che esortano ad accumulare le cose altrui, i beni di questo mondo, che non potranno portare con sé, che inducono a caricarsi di cose solo imprestate, che non potranno far passare con sé attraverso il passaggio stretto. Infatti il passaggio della morte è così stretto, che a stento vi può passare l’anima sola e nuda. Quando si arriva a quel passaggio ogni carico di cose temporali dev’essere lasciato: solo i peccati, che non sono sostanza (materiale), vi passano agevolmente insieme con l’anima.

L’oriente è figura della vanità del mondo o della sua prosperità. Dice Ezechiele: “Vidi, ed ecco degli uomini con le spalle rivolte al tempio del Signore, e la faccia ad oriente, che adoravano il sole nascente” (Ez 8,16). Il tempio raffigura l’umanità di Cristo, o anche la vita di ogni giusto. Hanno il dorso rivolto al tempio del Signore e la faccia ad oriente coloro che, dimentichi della passione e della morte di Cristo, orientano alla vanità del mondo tutto ciò che conoscono e tutto ciò che sanno. Per questo il Signore si lamenta per bocca di Geremia: “Voltarono verso di me il dorso, non il volto. Ma al tempo della loro sventura”, cioè della morte, “diranno: Àlzati e salvaci! Dove sono i tuoi dèi”, cioè i piaceri e le ricchezze, “che ti sei procurato? Si alzino loro e ti liberino nel tempo della tua sventura” (Ger 2,27-28). O anche: hanno il dorso contro il tempio e adorano il sole nascente coloro che disprezzano la povertà, l’umiltà e le sofferenze dei giusti, e proclamano felici quelli che abbondano di piaceri e di ricchezze.

Gerusalemme, che significa “pacifica”, raffigura la vita nuova, cioè la vita di penitenza. Dice Isaia: “Il mio popolo dimorerà in una pace meravigliosa, nelle tende della fiducia e nella quiete della ricchezza” (Is 32,18). Felice condizione, nella quale c’è la grazia della coscienza tranquilla, la fiducia della condotta santa, la ricchezza della carità fraterna. Perciò, come la stella richiamò i Magi dall’oriente, così la grazia divina richiama i peccatori dalla vanità del mondo alla penitenza, affinché ricerchino il nato Re, cercandolo lo trovino e trovatolo lo adorino.

“Dov’è il Re dei Giudei, che è nato?”. Vale a dire: Dov’è il Re di coloro che confessano i loro peccati, il Re dei penitenti? Cercano il Re dei penitenti, che è nato in loro, coloro che promettono di fare penitenza. Noi, dicono, che abitavamo in oriente, che eravamo presi dalla vanità del mondo, abbiamo visto la sua stella, cioè abbiamo ricono­sciuto la sua grazia, e così “per mezzo di lui”, per sua grazia, “siamo venuti ad adorarlo” (Mt 2,2).

 

II. il turbamento di erode

 

4. “ Il re Erode, sentendo ciò, restò turbato” (Mt 2,3). Il diavolo, il re della turba turbata, si turba! Anche il mondo si turba, quando sente che Cristo è ormai nato nei penitenti e vede anche altri peccatori convertirsi a lui per opera della grazia. Satana freme al vedere che il suo regno si riduce e il Regno di Cristo si allarga ogni giorno di più. Leggiamo nell’Esodo: “Disse il faraone al suo popolo: Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Venite, opprimiamolo in tutti i modi, perché non cresca ancor più di numero” (Es 1,9-10).

L’astuzia del diavolo opprime i figli di Dio con la suggestione, la malizia del mondo li opprime con la bestemmia e con l’ingiuria. Continua infatti l’Esodo: “Gli Egiziani odiavano i figli d’Israele e li facevano soffrire insultandoli, e resero loro amara la vita” (Es 1,13-14). Tormento (in lat.frixorium, padella per friggere, o griglia), tormento dei giusti è la vita dei peccatori! Dice il salmo: “Moab è il vaso della mia speranza” (Sal 59,10). Moab s’interpreta “dal padre”, cioè coloro che vengono da quel padre che è il diavolo; essi sono “il vaso della speranza” perché anche gli empi vivono per i giusti, cioè per la loro utilità, per il loro vantaggio.

Erode dunque restò turbato. Erode s’interpreta “gloria della pelle”. Egli restò turbato perché era nato quel Re povero che dice: “Io non ricevo gloria dagli uomini” (Gv 5,41), e “Io non cerco la mia gloria (Gv 8,50). “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). Erode, gloria della pelle, resta turbato, perché vede il suo splendore cambiarsi in negrezza, il suo lusso e la sua effeminatezza in ruvidezza, come dice Isaia: “Invece del profumo raffinato ci sarà il fetore, invece della cintura una corda, invece di una chioma ricciuta la calvi­zie, e invece della fascia pettorale il cilicio” (Is 3,24). E queste parole non hanno bisogno di commento perché nei penitenti si avverano alla lettera.

Vedi il sermone della domenica XIV dopo Pentecoste, seconda parte.

Leggiamo ancora nell’Esodo: “Ora tògliti i tuoi ornamenti e poi saprò che cosa dovrò farti” (Es 33,5). Per questo “La regina Ester cercò rifugio presso il Signore, sgomenta per il pericolo che sovrastava. Deposte le vesti regali, indossò vesti adatte al pianto e al lutto; e invece dei vari profumi si cosparse la testa di cenere e di immondi­zie; mortificò con digiuni il suo corpo, e con i capelli sconvolti si aggirava per le stanze nelle quali prima viveva in letizia” (Est 14,1-2).

Ester, nome che s’interpreta “nascosta”, raffigura l’anima penitente che si apparta dalla dissipazione del mondo e si rifugia nella solitudine dello spirito e talvol­ta anche del corpo; si rifugia presso il Signore, perché in nessuno se non in lui c’è rifugio dal pericolo del peccato, che sempre le è presente e la minaccia, e quindi ne ha paura. Si toglie le vesti della gloria, indossa gli indumenti della penitenza e, invece dei profumi dei vari piaceri, si cosparge il capo, cioè la mente, con la cenere della sua fragilità e con le immondizie della propria iniquità; insiste nei digiuni, e ripensa con angoscia a tutti i luoghi nei quali prima si divertiva. Questo è ciò che dice Gregorio della Maddalena: “Quanti erano stati i piaceri provati in se stessa, tanti furono i sacrifici (le espiazioni) che a se stessa impose”.

 

III. l’offerta dei tre magi

 

5. “Ed ecco, la stella che avevano visto in oriente...” (Mt 2,9). O misericordia di Dio, che mai dimentica di aver pietà! Infatti è subito vicino a chi ritorna a lui. Dice Isaia: “Tu invocherai, e il Signore ti esaudirà; chiamerai, ed egli dirà: èccomi!” (Is 58,9), “perché io, il Signore Dio tuo, sono misericordioso” (Dt 4,31).

“Ed ecco la stella”. I Magi erano andati da Erode, e avevano perduto di vista la stella. E questo sta ad indicare i recidivi che, ritornando al diavolo, ossia al peccato mortale, perdono la grazia; quando invece se ne liberano, allora la riacquistano. Dice infatti Geremia: “Si dice comunemente: Se un uomo ripudia la moglie ed essa, allontanatasi da lui, si sposa con un altro uomo, forse che ritornerà ancora da lui? Quella donna non è forse immonda e contaminata? Tu invece, che pure hai fornicato con molti amanti”, cioè con i demoni e i peccati, “tuttavia ritorna da me, dice il Signore?” (Ger 3,1).

“Ed ecco che la stella li precedeva” (Mt 2,9). Troviamo la concordanza nell’Esodo: “Il Signore li precedeva per indicare loro la strada: di giorno con una colonna di nubi, di notte con una colonna di fuoco, per essere loro di guida nel cammino in entrambi i tempi” (Es 13,21). Di giorno la colona di nubi era contro l’ardore del sole, di notte la colonna di fuoco era contro le tenebre, perché potessero difendersi dai serpenti. Osserva che l’illuminazione della grazia divina è detta “colonna” perché sostiene, “di nubi”, perché raffredda il calore del sole, cioè il calore della prosperità terrena, “di fuoco”, contro il freddo dell’infedeltà, contro le tenebre delle avversità e contro il veleno della suggestione diabolica.

“Finché giunse e si fermò sopra la casa dov’era il bambino” (Mt 2,9). Ecco la fine della fatica, la meta del viaggio, la gioia di chi cerca, il premio di chi trova. “Gioisca il cuore di coloro che ti cercano” (Sal 104,3, o Gesù; e se gioiscono quelli che ti cercano, quanto più gioiranno quelli che ti trovano? La stella procede, la colonna precede. Quella indica la strada alla culla del Salvatore, questa alla Terra Promessa: e nella culla c’è la Terra Promessa dove scorre il miele della divinità e il latte dell’umanità. Corri dunque dietro alla stella, affrettati dietro alla colonna, perché ti guidano alla vita. Faticherai poco, arriverai presto, e troverai il desiderio dei santi, il gaudio degli angeli.

 

6. “Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia” (Mt 2,10). Fa’ attenzione, perché in queste parole è indicata una triplice gioia, quella che deve provare colui che riacquista la grazia perduta. Deve gioire perché non è morto mentre era in peccato mortale e si sarebbe dannato eternamente; perché è stato riportato alla grazia, che non ha meritato; perché, se persevererà, sarà condotto alla gloria. Di questa triplice gioia dice Isaia: “Esultando gioirò nel Signore, e l’anima mia si allieterà nel mio Dio” (Is 61,10).

“Ed entrando nella casa” (Mt 2,11). Racconta Luca che “il figlio maggiore, indignato, non voleva entrare in casa” (Lc 15,25.28); invece il figlio prodigo vi era già entrato, perché era già rientrato in se stesso (cf. Lc 15,17). È stato detto agli apostoli: “Per via non salutate nessuno” (Lc 10,4). Chi è sulla via, è fuori, e chi è fuori, è fuori di casa, e quindi è indegno di essere salutato. Anzi, come dice Amos: “In tutte le piazze ci sarà pianto, e a tutti coloro che sono fuori si dirà: Guai, guai!” (Am 5,16).

“Trovarono il fanciullo con Maria, sua Madre, e prostratisi lo adorarono” (Mt 2,11). Poiché entrano, trovano; e perché trovano, si prostrano e adorano. Nel fanciullo e in Maria sono indicate l’innocenza e la purezza; nel fatto che si prostrano il disprezzo di sé; e nel fatto che adorano l’ossequio della fede. Ecco dunque che i penitenti entrano nella casa della propria coscienza e trovano l’innocenza (l’innocuità) nei riguardi del prossimo, la purezza nei riguardi di se stessi; e di ciò non si insuperbiscono, ma si prostrano con la faccia a terra e adorano devotamente e fedelmente colui che ha dato loro tutte queste grazie.

“Ed entrati nella casa” – forse era quel diversorio, albergo, di cui parla Luca –, “trovarono il bambino con Maria, sua madre”. Osserva la Glossa: Perché, insieme con Maria, non fu trovato dai Magi anche Giuseppe? Perché da quel fatto non fosse dato motivo di ingiusto sospetto a quei popoli che sùbito, appena nato il Salvatore, gli avevano mandato sùbito “le loro primizie”, i loro primi rappresentanti, ad adorarlo.

“Aprirono i loro scrigni” (i loro tesori) (Mt 2,11). La Glossa: Guardiamoci bene dallo scoprire i nostri tesori lungo la via; aspettiamo che siano passati i nemici, per poterli offrire solo a Dio dal segreto del cuore. Il re Ezechia, che mostrò agli stranieri i tesori [del tempio], venne punito nei suoi discendenti (cf. 4Re 20,12-19). Desidera essere derubato, colui che porta un tesoro pubblicamente per la via (Gregorio).

 

7. “Gli offrirono i doni: oro, incenso e mirra” (Mt 2,11). L’oro si richiama al tributo (che si pagava al re), l’incenso ai sacrifici, e la mirra alla sepoltura dei morti. Per mezzo di questi tre doni vengono proclamate in Cristo la potestà regale, la maestà divina e la mortalità umana. In altro senso: nell’oro, che è lucente e compatto, e quando è battuto non scricchiola, è indicata la vera povertà, che non viene oscurata dalla fuliggine dell’avari­zia, non si gonfia al vento delle cose temporali. Una virtù salda (in lat. res solida, una sostanza compatta, un monastero concorde) fa lo stesso: davanti agli scandali non si turba e non replica con mormorazioni.

In Arabia, nome che significa “sacra”, ci sono delle piante dalle quali si ricavano l’in­censo e la mirra. Coloro che ne sono proprietari vengono chiamati in arabo sacri. Quando incidono o vendemmiano queste piante, essi non partecipano a funerali e non si contaminano in rapporti con donne. L’incenso, una pianta grandissima e frondosa, con una corteccia leggerissima, produce un succo aromatico come quello del mandorlo. L’incenso è chiamato in lat. thus, da tùndere, pestare, o anche dal termine greco Theòs, Dio, in onore del quale viene bruciato. L’incenso viene spesso mescolato con resina e altre sostanze gommose, ma si distingue lo stesso per le sue proprietà. Infatti l’incen­so, posto sulla brace, arde, mentre la resina fuma e le sostanze gommose si liquefano.

L’albero dell’incenso raffigura la preghiera devota, che è grandissima per la contemplazione, frondosa per la carità fraterna, giacché intercede sia per l’amico che per il nemico; ha una scorza sottilissima, cioè si manifesta all’esterno con la benevolneza; ed emette il succo delle lacrime, profumatissimo e olezzante al cospetto di Dio.

È detto nel Cantico dei Cantici: “Sorgi, o aquilone!”, vale a dire: Allontànati, o diavolo!, “e vieni tu, o austro”, cioè Spirito Santo; “soffia nel mio giardino”, cioè nella mia mente, “e si effondano i suoi aromi”, cioè le lacrime! (Ct 4,16). Questo succo è il ristoro dei peccatori, come il latte di mandorlo è il ristoro degli ammalati. Colui che prega si batte il petto e la preghiera sale a Dio. Ma ahimè! Oggi l’orazione devota viene guastata con una mescolanza avariata, cioè con la resina della vanagloria, come negli ipocriti, e con la gomma del denaro come nei chierici sventurati che pregano e celebrano le messe per i soldi. La vera devozione si infiamma del fuoco dell’amore divino, mentre quella guastata dalla vanità manda fumo, e quella corrotta dalla cupidigia si squaglia.

L’albero della mirra si spinge fino a cinque cubiti di altezza. Il succo che da esso emana spontaneamente è ritenuto più pregiato, mentre lo è meno quello estratto tagliando la corteccia. La mirra, così chiamata da “amarezza”, simboleggia l’amara sofferenza del cuore o del corpo, il cuiprimo cùbito è il pensiero della morte, il secondo la presenza del giudice severo nel giudizio, il terzo la sua sentenza irrevocabile, il quarto la geen­na inestinguibile, il quinto la compagnia di tutti gli uomini perversi e la penitenza (lat. poena tenax), cioè i tormenti assolutamente inevitabili e continui inflitti dai demoni.

Se la sofferenza esce spontaneamente da quest’albero, è più preziosa, cioè più accètta a Dio; invece quella che è prodotta dalle ferite delle infermità o delle avversità, ha minor valore.

 

8. I Magi dunque “offrirono al Signore oro, incenso e mirra”. Così anche i veri penitenti gli offrono l’oro della totale povertà, l’incenso della devota orazione, la mirra della volontaria sofferenza. E fa’ attenzione che l’incenso della devota orazione e la mirra della salutare penitenza non si trovano se non in Arabia, cioè nella santa chiesa. Quelli che vogliono conservarle e coglierne i frutti, devono allontanare se stessi dal cadavere del denaro accumulato ingiustamente, sul quale gli avari si gettano come il corvo sulla carogna, e dai contatti lussuriosi.

Supplichiamo dunque il Signore che ci conceda di offrirgli questi tre doni, per poter poi regnare con lui, che è benedetto nei secoli. Amen.

 

IV. sermone allegorico

 

9 . “In quel tempo saranno portati doni al Signore degli eserciti da un popolo diviso e lacerato, da un popolo terribile, dopo il quale non ce ne fu un altro di uguale; da una gente che attende ed è oppressa, la cui terra è devastata dai fiumi” (Is 18,7). Questa profezia di Isaia si riferisce alla conversione dei gentili, le cui primizie, cioè i Magi, portarono oggi i doni di oro, incenso e mirra a Gesù Cristo, Signore degli eserciti, vale a dire delle schiere angeliche. Dice infatti Malachia: “Dall’oriente all’occi­dente è grande il mio nome tra le genti, e in ogni luogo viene sacrificata e offerta al mio nome un’oblazione pura, dice il Signore degli eserciti” (Ml 1,11).

Ora, per conoscere meglio la miseria del popolo gentile e la misericordia di Dio liberatore, trattiamo brevemente i due argomenti.

Quel popolo gentile (pagano), del quale anche noi siamo figli, era separato da Dio a motivo del culto degli idoli; per questo Osea, parlando dei Giudei idolatri, che si erano uniti a Geroboamo, dice: “Efraim si è alleato agli idoli, màndalo via,” perché “il suo convito è separato” (Os 4,17-18). Geroboamo, il cui nome s’interpreta “divisione del popo­lo", “fabbricò due vitelli d’oro e disse al popolo: Non salite a Gerusalemme; ecco i tuoi dèi, Israele, che ti hanno fatto uscire dalla terra d’Egitto” (3Re 12,28).

Allo stesso modo il popolo pagano era lacerato dall’oppressione del diavolo, come si legge nelle Passioni di alcuni apostoli: il diavolo privava della vista, dell’udito e della capacità di camminare coloro che lo adoravano e li opprimeva con varie tribolazioni. Dice infatti Marco: “E gridando e straziandolo crudelmente [il diavolo] uscì da lui” (Mc 9,25). E altrove: “Coloro che erano tormentati dagli spiriti immondi, venivano guariti” (Lc 6,18).

Il popolo pagano era anche terribile per la ferocia dell’animo. Dice Abacuc: “Ecco, io solleverò i Caldei, popolo feroce e impetuoso, che percorre in lungo e largo la terra per impadronirsi di tende non sue” (Ab 1,6). I tre magi vennero appunto dalle terre dei Persiani e dei Caldei, ad adorare il Signore. Dopo quel popolo, “non ce ne furono altri così terribili; infatti Abacuc continua: “È feroce e terribile. Più veloci dei leopardi sono i suoi cavalli e più agili dei lupi che escono la sera” (Ab 1,7.8.).

“Gente in attesa”. Attendeva che si avverasse quella profezia di Balaam di cui parla la Scrittura: “Spunterà una stella da Giacobbe e sorgerà uno scettro” (Nm 24,17), ossia un uomo, “da Israele”. “Gente oppressa” da tante guerre. Come opprimeva gli altri, così era anche dagli altri oppressa: i Caldei distrussero Gerusalemme e a loro volta furono poi distrutti da Ciro e da Dario. Ed erano oppressi non solo dagli estranei, ma si distruggevano anche tra loro. Continua infatti Isaia: “La loro terra era distrutta dai loro fiumi”, cioè dalle guerre intestine e da spargimento di sangue.

Rendiamo grazie a Gesù Cristo che da un tale popolo, infedele e barbaro, si è degnato di accettare oggi i doni, primizie di fede, e da esso formare la sua chiesa, che siamo noi. A lui onore e gloria nei secoli eterni. Amen.

 

V. sermone morale

 

10. “In quel tempo saranno portati doni al Signore degli eserciti da un popolo avulso da Dio”, ecc. In questo passo di Isaia sono indicati i sette peccati mortali nei quali erano invischiati in passato alcuni, che ora per grazia di Dio si sono convertiti a penitenza. Popolo avulso da Dio per la superbia, lacerato per l’avarizia, tremendo per l’ira; gente in attesa per la vanagloria, oppressa per l’invidia; terra distrutta dai due fiumi, che sono la gola e la lussuria. Parliamo di ognuno singolarmente.

“Popolo avulso, staccato”, popolo di superbi. Come il vento sradica la pianta, così la superbia separa l’uomo da Dio; dice infatti Giobbe: “Come un albero sradicato ha strappato, cioè ha permesso che fosse strappata, da me la speranza” (Gb 19,10). La speranza dell’uomo è Dio, dal quale viene separato quando, dal vento della superbia, viene staccato dalla radice dell’umiltà. E non deve far meraviglia, perché la superbia ha questo nome in quanto va al di sopra di sé (lat. super se iens), mentre umiltà vuol dire bassezza della terra (lat. humi vilitas). Il superbo sale, Dio discende. Che cosa c’è di più contrapposto e antitetico? Il superbo in alto, Dio in basso. Il superbo è sradicato da Dio: a lui non è gradito, e a lui non si unisce se non l’umile. La radice è la vita dell’albero, l’umiltà è la vita dell’uomo. Se uno ha nel suo giardino un bell’albero da frutto, non gli dispiacerebbe forse che venisse sradicato dal vento? Ma certamente! Quanto maggior dispiacere, quando il vento della superbia strappa l’anima nostra dal suo creatore, il quale detesta la superbia più di tutti i peccati, resiste ai superbi (cf. 1Pt 5,5) e rovescia i potenti! (cf. Lc 1,52). La superbia infatti è soggetta a crolli; chi è in basso è più sicuro di colui che sta in alto. Dice giustamente Seneca: “Lìmitati alle cose piccole, dalle quali non puoi cadere”.

 

11. “Popolo lacerato” è il popolo degli avari e degli usurai. Come gli uccelli rapaci e le belve lacerano un cadavere, così i demoni lacerano con l’avarizia il cuore dell’avaro e dell’usuraio. Dice Naum: “Guai a te, città di sangue, tutta falsità, piena di lacerazioni. La rapina non si allontanerà da te” (Na 3,1). L’anima vive per mezzo del sangue (cf. Dt 12,33), il povero delle proprie misere sostanze. Togli all’uomo il sangue, al povero le sue sostanze: entrambi muoiono. I predoni quindi e gli usurai, che si im­padroniscono delle cose altrui, sono detti “città di sangue”.

Si legge nella Storia Naturale che gli elefanti hanno il sangue freddissimo e che i draghi velenosi ardono dalla vo­glia di bere quel sangue e quindi, quando ci sono i grandi calori, si avventano contro gli elefanti per succhiarne il sangue. Così anche gli avari e gli usurai, contagiati dal veleno dell’avarizia, bramano le cose altrui. Il sangue dei poveri è freddo e così tutte le loro povere cose. La pover­tà e la nudità non permettono loro di riscaldarsi, ma quan­do si accende in essi il calore della necessità, allora gli avari sopraggiungono, fanno loro dei prestiti per poi succhiarne il sangue.

“Guai a te, dunque, città di sangue, tutta falsità!” La falsità sta nella lingua, la lacerazione nel cuore, la rapina nelle mani. Leggiamo nel secondo libro dei Maccabei che Giuda, tagliata la lingua del sacrilego Nicànore (dopo avergli tagliato la testa), la fece gettare a pezzetti agli uccelli (cf. 2Mac 15,33). Nicànore, nome che s’interpreta “lucer­na eretta”, raffigura l’usuraio che sembra eretto e luminoso, e invece ben presto crollerà e si spegnerà. Dice Giobbe: “Quante volte si spegne la lampada degli empi?” (Gb 21,17); e ancora: “Non si spegnerà forse la luce del malvagio e mai più brillerà la fiamma del suo focolare? La luce si offuscherà nella sua tenda e la lucerna che sta sopra di lui si spegnerà” (Gb 18,5-6).

La lucerna ha due cose: la luce e il calore. Così l’avaro ha la luce del favore umano, e il calore, la brama del lucro temporale. Quando si spegnerà con la morte, sarà privato di entrambe le cose. E poiché la sua lingua fu divisa e ripartita in molte falsità, sarà tagliata e consegnata ai demoni; oppure, per i peccati della lingua sarà punito in modi diversi. Il suo cuore è lacerato perché accumula con fatica, custodisce con paura e perde con dispiacere. Il diavolo tiene stretto a se tutto intero l’usu­raio: con la rapina lo tiene per le mani perché non faccia elemosine; con il tormento di accumulare lo tiene per il cuore perché non pensi al bene; con la falsità lo tiene per la lingua perché non preghi e non dica mai nulla di buono.

 

12. “Popolo terribile” sono gli iracondi o i furiosi. Del diavolo o dell’uomo iracondo Giobbe dice: “Concentra tutto il suo furore contro di me; minacciandomi digrigna i denti. Con occhi terribili mi fissa il mio nemico” (Gb 16,10). Vedi quant’è spaventoso un uomo infiammato dall’ira: corruga la fronte, ha la faccia terrea, le narici fremen­ti, gli occhi torvi, le labbra livide, digrigna i denti e nelle mani ha la sferza. Un uomo così ridotto altro non sembra che una bestia feroce. Infatti dice Isaia: “Non ci fu dopo di lui un altro uomo” (Is 18,7) così crudele, così bestiale.

Nel libro di Daniele è detto di Nabucodonosor: “Sia cambiato in lui il cuore di uomo, e gli sia dato un cuore di belva” (Dn 4,13). Non si deve intendere che Nabucodonosor abbia subìto un cambiamento nel corpo, bensì che ebbe un’alienazione mentale, un delirio. Gli fu tolto l’uso della lingua per parlare, e gli sembrava di essere un bue nella parte anteriore e un leone in quella posteriore. Così colui che è infiammato dall’ira subisce un’aliena­zione e non è più capace di parlare rettamente. Prima si agita come un bue con le corna, prorompendo in minacce e bestemmie, poi, come un leone, si avventa e dilania con le mani e con i piedi.

 

13. “Gente che attende” sono gli ipocriti e i vanagloriosi: per ogni opera che fanno attendono, come i mercenari, la ricompensa della lode. Leggiamo nel vangelo: “Il mercenario vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge” (Gv 10,12). Il lupo è la suggestione diabolica, le pecore sono i pensieri buoni. Chi agisce non per amore della giustizia ma per la ricompensa della vanagloria, cede con facilità alla tentazione, e se si era proposto qualcosa di bene, lascia andare tutto. Di questa attesa è detto nel salmo: “Si disseteranno tutte le bestie della campagna; aspetteranno gli ònagri nella loro sete” (Sal 103,11).

Ci sono due specie di ònagri: uno senza corna in Spagna, e uno con le corna in Grecia. Due sono pure le specie di ipocriti. Alcuni ipocriti sono, per così dire, senza corna: essi, quando ricevono un’ingiuria si mostrano mansueti, sono calmi nella tribolazio­ne, e talvolta rifiutano gli onori; ma fanno tutto questo per calcolo, perché, fingendo di fuggire la gloria, in realtà la cercano. Gli altri ipocriti invece hanno le corna: sono quelli che alla prima parola ingiuriosa puntano le corna della superbia, e mostrano subito al di fuori ciò che sono al di dentro.

L’ònagro deriva il suo nome dal greco onos, asino, e dal latino ager, campo (l’ònagro è l’asino selvatico). “Il campo è il mondo” (Mt 13,38). Quindi gli ipocriti, sia quelli con le corna come quelli senza corna, sono gli asini del mondo, al quale servono; aspettano la ricompensa della lode e del denaro, e tutto questo “nella loro sete”, della quale bruciano, e non si danno pace finché non bevono qualcosa. Invece “le bestie della campagna”, cioè i semplici, “si dissetano in letizia alle fonti del Salvatore” (Is 12,3), che sono due: la grazia e la gloria. Alla prima fonte si dissetano di fatto, alla seconda nella speranza, in attesa di poterlo fare nella visione.

 

14. “Gente oppressa” sono gli invidiosi, tormentati e oppressi dall’altrui felicità. Neanche i tiranni di Sicilia inventarono un supplizio più tormentoso dell’invidia (Orazio).

Leggiamo nel primo libro dei Re: “Saul ne uccise mille, e Davide diecimila. Saul ne fu molto dispiaciuto e gli parvero cattive quelle parole. Diceva: Ne hanno attribuito a Davide diecimila e a me soltanto mille. Che cosa gli manca, se non il regno? E da quel giorno in poi Saul non guardò più di buon occhio Davide” (1Re 18,7-9). Ecco come era tormentato, ecco come si sentiva oppresso.

 

15. “I due fiumi” simboleggiano la gola e la lussuria. Il Cobar e il Tigri sono i due fiumi di Babilonia (cf. Ez 1,1.3; Dn 10,4).

Cobar s’interpreta “pesantezza”, e raffigura la gola, della quale Luca dice: “State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in gozzoviglie, ubriachezze e affanni della vita, e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso” (Lc 21,34).

Tigri, fiume che prende il nome da una fiera (la tigre) variamente maculata, di incredibile forza e rapidità di corsa, raffigura la lussuria. Questo vizio è coperto delle macchie dei vari piaceri della vita; è forte quando tenta, ed è veloce, perché anche il piacere passa presto. Dice il beato Bernar­do: Tormenta il futuro, non sazia il presente, non delizia il passato. Questi due fiumi “distruggono la terra”, sconvolgono cioè la mente di chi è loro schiavo e lentamente la di­struggono.

Abbiamo visto la miseria di tutti costoro; consideriamo anche la misericordia che li libera da tanta sciagura. Ecco: in questo tempo di bontà e di misericordia divina, i pecca­tori di cui abbiamo parlato, portano a Gesù Cristo, il Signore degli eserciti, cioè delle celesti schiere, il dono della loro penitenza.

Anche voi, o carissimi, portate, insieme con i magi, i vostri doni: l’oro della contrizione, l’incenso della confessione, la mirra della soddisfazione, ossia dell’opera di penitenza, per poter essere degni di ricevere dallo stesso Gesù Cristo il dono della gloria in cielo.

Ve lo conceda colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

 

 

 

DOMENICA I

DOPO L’OTTAVA DELL’EPIFANIA

Temi del sermone

 

– Vangelo della prima domenica dopo l’ottava dell’Epifania: “Si celebrarono delle nozze in Cana di Galilea”.

– Anzitutto sermone ai predicatori: “Una piccola gemma di rubino”.

– Le quattro virtù: castità, umiltà, povertà e obbedienza: “C’era lì la Madre di Gesù”.

– Contro gli amatori del piacere mondano: “Non guardare il vino quando rosseggia”.

– Le sei parole della beata Vergine Maria: “Sua Madre gli disse”.

– Le sei idrie e il loro simbolismo: “C’erano lì sei idrie”; la pupilla e le palpebre e il loro significato.

– Il convito e il gaudio della vita terna: “Giuseppe, lavatosi il volto dalle lacrime”.

 

esordio - sermone ai predicatori

 

1. In quel tempo: In Cana di Galilea si celebrarono delle nozze” (Gv 2,1).

Si legge nell’Ecclesiastico: “Una piccola gemma di rubino incastonata nell’oro è un concerto di musici in un convito rallegrato dal vino” (Eccli 32,7). Vedremo il significato di queste cinque entità: la piccola gemma, il rubino, l’oro, la musica e il convito.

La piccola gemma (in lat. gemmula) e il rubino (in lat. carbunculus) sono (sempre in latino) due diminutivi, nei quali è simboleggiata una duplice umiltà: nella piccola gemma è raffigurata la limpidezza della (propria) riputazione, e nel rubino, che è color fuoco, è simboleggiata la carità. Sono queste le due virtù che ornano l’oro, cioè la sapienza del predicatore; se egli è dotato di queste due virtù, la sua predicazione sarà come un “concerto di musici”. Quando la sapienza esteriore si accorda con la delicatezza della coscienza, e l’eloquen­za è coerente con la condotta di vita, allora si ha il concerto musicale. Quando la lingua non fa rimpiangere la vita, allora abbiamo una gradevole sinfonia.

Giustamente la predicazione è chiamata musica. Dicono che la natura della musica è tale che se l’ascolta uno che è triste, diventa ancora più triste, mentre se l’ascolta uno che è lieto, lo rende ancora più lieto. Così è anche la predicazione: quando dichiara che il ricco, vestito di por­pora, è sepolto nell’inferno (cf. Lc 16,19.22); quando afferma che, come per il cammello è impossibile passare per la cruna di un ago, così è impossibile per il ricco entrare nel regno dei cieli (cf. Mt 19,24; Mc 10,25); quando insegna che ogni fasto e gloria terrena saranno un nulla, allora quei perfidi avari e usurai, che sono sempre nella tristezza perché accumulano con fatica, custo­discono con paura e perdono con grande dispiacere, diverranno ancora più tristi. “Un discorso inopportuno è sgradito, come la musica in tempo di lutto” (Eccli 22,6); “Come aceto su una piaga viva sono i canti allegri per un cuore afflitto” (Pro 25,20). La parola che morde il vizio strazia l’udito dei cattivi; al contrario, rende ancora più lieti i giusti, che vivono nel gaudio dello spirito e nella letizia di una coscienza tranquilla. “La coscienza tranquilla è come un perenne convito” (Pro 15,15), e, aggiunge l’Ecclesia­stico: “come un convito rallegrato dal vino”.

Il convito rallegrato dal vino e la festa di nozze fatta a Cana di Galilea sono la stessa cosa. Dice appunto il vangelo di oggi: “Ci fu una festa di nozze in Cana di Galilea”.

 

2. Nell’introito della messa di oggi si canta: “Tutta la terra ti adori, o Dio” (Sal 65,1). Si legge un brano dell’epistola ai Romani: “Abbiamo doni diversi” (Rm 12,6). Di questo brano prenderemo in considerazione solo sei parole che paragoneremo, per quanto è possibile, alle sei idrie di cui parla il brano evangelico.

 

 

le nozze celebrate in cana di galilea

 

3. “C’era una festa di nozze”. Consideriamo quale significato morale abbiano le nozze, Cana di Galilea, la Madre di Gesù, i discepoli di Gesù, il vino che manca, le sei idrie, l’ac­qua cambiata in vino e l’architriclino, cioè il maestro di tavola.

Si è già parlato ampiamente delle nozze nel commento al vangelo: “Il Regno dei cieli è simile ad un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio” (Mt 22,2) nel sermone della domenica XX dopo Pentecoste, prima parte. Perciò qui tratteremo brevemente dell’unione dello sposo e della sposa, cioè dello Spirito Santo e dell’anima del penitente.

Cana s’interpreta “zelo”, Galilea “emigrazione”. Nello zelo, vale a dire nell’amore dell’emigrazione (del cambiamento), avvengono le nozze tra lo Spirito Santo e l’anima del penitente. E con questo concorda ciò che leggiamo nel libro di Rut, la quale dalla regione di Moab emigrò a Betlemme; in seguito Booz la prese in moglie (cf. Rt 1,6 ; 4,13).

Rut s’interpreta “che vede”, “che s’affretta”, o anche “che viene meno”. Essa raffigura l’anima del penitente che considera i suoi peccati con la contrizione del cuore, si affretta a lavarli alla fonte della confessione, e recede dalla sua prima malizia con la pratica delle opere di ripa­razione e di penitenza. Dice infatti il salmo: “Vengono meno la mia carne e il mio cuore” (Sal 72,26), cioè la carnalità e la superbia del mio cuore, e così dalla regione di Moab, cioè dalla schiavitù del peccato, emigra con lo zelo dell’amore a Betlemme, che significa “casa del pane”. L’amore di Dio è per l’anima la casa del pane, nella quale è protetta e ristorata, e allora, come dice il beato Bernardo, per la via dell’amore penetra, irrompe lo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo è raffigurato in Booz, nome che s’in­terpreta “in lui è potenza”, della quale dice Luca: “Resta­te in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’al­to” (Lc 24,49). L’anima che lo Spirito Santo prende come sua sposa, egli la riveste di potenza dall’alto. Dice Isaia: “Egli dall’alto dà forza allo stanco, e ai deboli moltiplica il vigore e la potenza” (Is 40,29). Dà la forza di risor­gere, dà la potenza perché non soccombano nella tentazione, dà il vigore perché perseverino sino alla fine. Nell’unione tra lo Spirito Santo e l’anima si celebrano le nozze: viene addobbata la camera della coscienza, disposto in bell’ordine il letto nuziale dei buoni pensieri, con mano abile e delicata si promuove l’accordo dei cinque sensi, e così tutt’all’intorno si esulta e si giubila al ricordo dell’infinita dolcezza di Dio (cf. Sal 144,7) e realmente si sperimenta la bontà del Signore.

Questo è l’epitalamio (il canto nuziale) che si canta oggi nell’introi­to della messa: Tutta la terra ti adori, o Dio, e suoni il salterio; canti un salmo al tuo nome, o Altissimo! (cf. Sal 65,4). Tutta la terra comprende l’oriente, il meridione, l’occidente e il settentrione. L’oriente raffigura gli incipienti; il meridione raffi­gura i proficienti, che sono ardenti come il sole a mezzo­giorno; l’occidente raffigura i perfetti, che sono del tutto morti al mondo; invece il settentrione raffigu­ra i bravi sposi e i buoni cristiani, i quali ancora in possesso delle sostanze di questo mondo, sopportano pazien­temente i numerosi affanni delle tribolazioni e del dolore. Tutta questa terra adori il Signore con la contrizione del cuore, suoni il salterio della gioiosa confessione, canti il salmo dell’opera penitenziale, nelle nozze che si celebrano in Cana di Galilea.

 

4. “C’era anche la Madre di Gesù. Alle nozze fu invitato Gesù con i suoi discepoli” (Gv 2,1-2). O nozze fortunate, onorate di tali e tanti privilegi, gloriose per tanti favori! In Maria, che fu vergine e madre, è personificata la castità e la fecondità; in Gesù, che fu umile e che disse: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29); che fu povero – “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli il loro nido, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20) –, è personificata l’umiltà e la povertà; nei suoi discepoli è rappresentata l’obbedienza e la pazienza. Ecco l’onore e l’ornamento delle nozze, ecco i loro privilegi e la loro dignità.

Lo Spirito Santo, sposo dell’anima, mentre la unisce a se stesso, la rende casta e feconda: casta per la purezza della mente, feconda della prole delle opere buone. È det­to nel Cantico dei Cantici: “Tutte hanno parti gemellari”, sono cioè ricche di opere della duplice carità, oppure della vita attiva e della contemplativa, “e nessuna di loro è sterile” (Ct 4,2). Al contrario è detto: “Maledetta la sterile in Israele” (cf. Es 23,26; Dt 7,14). E anche Geremia: “Il Signore ha pigiato il torchio alla vergine”, cioè alla sterile, “figlia di Sion” (Lam 1,15). Perciò l’anima, per sfuggire a questa sentenza di maledizione, dev’essere casta e feconda, per poter dire di sé: “Io sono la madre del bell’amo­re”, ecco la fecondità, “del timore, della scienza e della santa speran­za” (Eccli 24,24), ecco la castità.

Parimenti lo Spirito Santo rende l’anima umile e povera. Perciò per bocca di Isaia dice: “Verso chi volgerò il mio sguardo, se non all’umile, ossia al povero e al contrito di spirito?” (Is 66,2). Infatti su Gesù, al fiume Giordano, discese lo Spirito in forma di colomba (cf. Mt 3,16), volatile mansueto e che ha come canto il gemito.

È molto difficile praticare l’umiltà in mezzo alle ricchezze, e raramente o mai la purezza in mezzo ai piace­ri e ai divertimenti. Se trovi un ricco umile e un gaudente che vive casto, rèputali due astri del firmamento; ma temo che quelli che hanno questa apparenza, siano piuttosto dipinti con il colore dell’ipocrisia. Chi vuole essere veramente umile, si liberi delle ricchezze, dal cui contatto l’umiltà è contaminata e nasce la superbia. Per questo il Signore si lamenta per bocca di Osea: “Io li ho istruiti e ho dato vigore alle loro brac­cia; ed essi hanno tramato il male contro di me. Sono ritornati per essere liberati dal giogo, e sono diventati come un arco fasullo, allentato” (Os 7,15-16). Il Signore li istruisce come figli con doni gratuiti, e rafforza le loro braccia, sostiene cioè la loro energia e il loro vigore, con doni naturali e temporali, affinché difendano Israele come un baluardo e resistano valorosamente in battaglia (cf. Ez 13,5). Ma poiché dalla pinguedine procede l’iniquità, “sono ritornati ad essere figli di Beliar”, cioè senza giogo (cf. Gdc 19,22), vale a dire pieni di superbia. “Hanno abbandonato il Signore – dice Isaia –, hanno bestemmiato il Santo d’Israele, si sono voltati indietro” (Is 1,4), e così sono diventati come un arco fasullo (allentato). Mentre avrebbero dovuto lanciare frecce di vita santa e di sana dottrina e colpire l’avversario, lanciano invece frecce di vita viziosa e di bestemmia contro il Signore.

Ancora, lo Spirito Santo rende l’anima obbediente e paziente. Leggiamo nel libro della Sapienza che lo Spirito Santo è benigno, umano, stabile(cf. Sap 7,22-23). In chi è obbediente e paziente ci sono queste tre qualità: è benigno, cioè bene infiammato (lat. bene ignitus) ad obbedire al superiore; è umano nel sopportare e nel soffrire insieme con il prossimo; è stabile, cioè costante nei suoi propositi. Non sarai mai veramente obbediente se non sarai pazien­te. Infatti è vedova (carente) l’obbedienza che non è rafforzata e sostenuta dalla pazienza.

 

5. “Venne a mancare il vino” (Gv 2,3). “Fiele di draghi è il loro vino” (Dt 32,33): sono i piaceri del mondo e della carne. Dice in proposito Salomone: “Non guardare il vino quando rosseggia, quando il suo colore scintilla nella coppa di vetro: scende giù pian piano ma finirà con il morderti come un serpente, e come una vipera ti inietterà il suo veleno” (Pro 23,31-32).

Osserva che il vetro è un materiale di poco valore, un materiale fragile, ma bello e splendente. Il vetro raffigu­ra il corpo dell’uomo, il quale in quanto materia è di poco valore, perché originato da fetide secrezioni; è fragile nella sua sostanza, perché “come un fiore germoglia ed è reciso” (Gb 14,2), “e i suoi anni sono considerati come tela di ragno” (Sal 89,9). E Isaia: “Hanno tessuto tele di ragno che non serviranno loro come vesti” (Is 59,5-6). È anche ammirato per lo splendore della sua bellezza fisica, ma di essa è detto: “Fallace è la grazia e vana è la bellezza” (Pro 31,30). Perciò non guardare a questo vetro quando in esso rosseggia il vino, cioè l’allegria del mondo; quando ti sorride la prosperità del mondo e il piacere della carne, non dilettarti in esso: si insinua infatti inavvertitamen­te, ma alla fine morde come un serpente. Questo è ciò che dice anche il Signore: “Guai a voi, che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete” (Lc 6,25). L’allegria del mondo è il vivaio dell’eterno pianto.

“E come una vipera ti inietterà il suo veleno”. Qui vino, di là veleno. E verso la fine di questo brano evange­lico leggiamo: “Ogni uomo”, che sa dihumus (terra), “serve dapprima il vino buono”, il piacere del mondo, “e quando tutti sono brilli serve quello più scadente” (Gv 2,10), berrà cioè nell’inferno il veleno di morte che la vipera, cioè il diavolo, farà bere alle anime dei dannati. Ahimè, quanto “amara sarà quella bevanda per coloro che la bevono” (Is 24,9), coloro che prima si erano ubriacati al calice d’oro della grande meretrice, con la quale hanno fornicato i re della terra (cf. Ap 17,1-4). Perciò vi supplico, venga pure a mancare alle nozze della sposa e dello sposo il vino dell’allegria del mondo. Quando verrà a mancare, si avvererà ciò che dice il vange­lo: “La Madre di Gesù disse al Figlio: Non hanno più vino” (Gv 2,3).

Fa’ bene attenzione che Maria, come si desume dai vangeli di Luca e di Giovanni, parlò solo sei volte, disse soltanto sei espressioni. La prima, “Come avverrà questo?” (Lc 1,34); la seconda, “Ecco la serva del Signore” (Lc 1,38); la terza, “L’anima mia ma­gnifica il Signore” (Lc 1,46); la quarta, “Figlio, perché ci hai fatto questo?” (Lc 2,48); la quinta, “Non hanno più vino” (Gv 2,3); la sesta, “Fate tutto quello che vi dirà” (Gv 2,5). Queste sei espressioni sono come i sei gradini d’avorio del trono di Salomone, i sei petali del giglio, i sei bracci del candelabro. Nella prima frase è indicato il fermo proposito di mantenere inviolata la sua verginità; nella seconda il suo sublime esempio di obbedienza e di umiltà; nella terza la sua esultanza per i privilegi che le furono concessi; nella quarta la sua sollecitudine per il Figlio; nella quinta la sua partecipazione alle altrui necessità; nella sesta la sua certezza nella potenza del Figlio.

 

6. “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancor giunta la mia ora” (Gv 2,4). Dio, Figlio di Dio, ricevette dalla beata Vergine la natura umana, nell’unità della persona. Il Padre pose la divinità, la madre l’umanità; il Padre la maestà, la Madre l’infermità. Dalla divinità ebbe il potere di mutare l’acqua in vino, di ridare la vista ai ciechi, di risuscitare i morti; dall’infermità della sua umanità ebbe invece la possibilità di aver fame, di aver sete, di essere legato, coperto di sputi e crocifisso.

Dice dunque: “Che ho da fare con te, o donna?”. In lat. “Quid mihi et tibi mulier?”. Fa’ attenzione alle due parole mihi e tibi. Nel mihi, a me, è indicata la divinità; nel tibi, a te, è indicata l’umanità. Come avesse detto alla Madre sua: Tu chiedi che adesso venga operato un miracolo, il che a me è possibile, da parte della divinità; a te invece, cioè all’umanità che da te ho ricevuto, devo la capacità di subire la passione.

E quindi soggiunge: “Non è ancor giunta la mia ora”, cioè l’ora della passione, nella quale sarò come schiacciato nel torchio, e le mie vesti saranno come quelle di coloro che pigiano nel tino (cf. Is 63,2-3). Non è ancor giunta l’ora in cui Giuda alzerà il suo calcagno sopra il grappolo, dal quale zampillerà il vino che inebria “i cuori di coloro che cercano il Signore” (Sal 104,3). Non è ancor giunta l’ora in cui l’uva dell’uma­nità che da te ho ricevuto, verrà schiacciata con la pressa della croce, affinché ne scorra il vino che allieta il cuore dell’uomo (cf. Sal 103,15). Quando giungerà quell’ora, che cosa avverrà a me e a te, o donna?

 

7. “Vi erano là sei idrie (giare) di pietra, preparate per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre metrete” (Gv 2,6). In Cana di Galilea, cioè nell’anima che nello zelo dell’amore è passata dai vizi alle virtù, ci sono sei idrie, vale a dire la contrizione, la confessione, l’orazione, il digiuno, l’elemosina e il perdono delle offese, dato di tutto cuore. Sono queste che purificano i giudei, cioè i penitenti da tutti i loro peccati.

La contrizione purifica; dice infatti il Signore per bocca di Ezechiele: “Verserò su di voi acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre sozzure”(Ez 36,25); e Geremia: “Lava dalla malvagità il tuo cuore, Gerusalemme, se vuoi essere salva; fino a quando albergheranno in te pensieri d’iniquità?” (Ger 4,14). La contrizione lava il cuore dalla malvagità e lo purifica dai pensieri iniqui; e infatti dice il Levitico: “Laveranno con acqua le interiora e i piedi” delle vittime (Lv 1,13). Nelle interiora sono indicati i pensieri impuri, nei piedi i desideri carnali: tutto si lava nell’acqua della contrizione. “Mi laverai, e diventerò più bianco della neve” (Sal 50,9).

Parimenti la confessione purifica, e quindi è detto: Tutto viene lavato nella confessione (Bernardo). Dice Geremia: “Effondi come acqua il tuo cuore al cospetto del Signore” (Lam 2,19). Dice “come acqua”, non come vino, o latte, o miele. Quando versi il vino, resta nel vaso il suo odore; quando versi il latte ne resta il colore; quando versi il miele ne resta il sapore; ma quando versi l’acqua, nessuna traccia resta nel vaso di tutto questo.

Nell’odore del vino è simboleggiata la fantasia del peccato, nel colore del latte l’ammirazione della vana bellezza, e nel sapore del miele il ricordo del peccato confessato, unito alla compiacenza della mente. Sono questi gli avanzi maledetti dei quali parla il salmo: “Sono sazi di figli”, cioè di opere cattive, o di carne suina, vale a dire dell’immondezza del peccato, “e hanno lasciato i loro avanzi ai loro piccoli” (Sal 16,14), cioè agli impulsi istintivi. Tu invece quando effondi il tuo cuore nella confessione, effondilo come acqua, affinché tutte le sozzure e ogni loro traccia venga totalmente cancellata, e così sarai purificato dal peccato.

E anche l’orazione purifica. Dice il Signore: “Verranno piangendo e io li ricondurrò in preghiera e li guiderò ai torrenti di acque” (Ger 31,9). E l’Ecclesiastico continua: “Non disprezzerà la preghiera dell’orfano”, cioè dell’umile penitente che dice: “Mio padre e mia madre”, cioè il mondo e la concupiscenza della carne, “mi hanno abbandonato; invece il Signore mi ha accolto” (Sal 26,10); “non disprezzerà la vedova”, cioè l’ani­ma dello stesso penitente, ormai distaccata dal diavolo e dal vizio, “quando si sfoga nel lamento. Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance e il suo grido non si alza contro chi gliele fa versare? E dalle sue guance salgono fino al cielo e il Signore che esaudisce, certamente non si diletterà di esse. Chi adora Dio sarà accolto con benevolenza e la sua supplica giungerà fino alle nubi. La preghiera di chi si umilia penetrerà le nubi” (Eccli 35,17-21).

E anche il digiuno purifica. Dice il profeta Gioele: “Ritornate a me con tutto il vostro cuore, nel digiuno, nel pianto e nel lamento” (Gl 2,12); e Matteo: “Tu invece quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto” (Mt 6,17). Mosè dopo il digiuno di quaranta giorni meritò di ricevere dal Signore la legge perfetta (cf. Es 34,28; Dt 9,9), legge che converte e purifica l’anima (cf. Sal 18,8); ed Elia meritò di sentire il soffio di una leggera brezza (cf. 3Re 19,12). La saliva dell’uomo digiuno uccide i serpenti. Grande potenza del digiuno, che guarisce la peste dell’anima e smaschera le insidie dell’eterno nemico.

E anche l’elemosina purifica: “Date in elemosina... e tutto per voi sarà mondo” (Lc 11,41). Come l’acqua spegne il fuoco, così l’elemosina cancella il peccato (cf. Eccli 3,33). E dice ancora l’Ecclesiastico: “L’elemosina dell’uo­mo è come il sacco ch’egli ha con sé. [Dio] terrà conto della generosità dell’uomo come della pupilla del suo occhio” (Eccli 17,18). L’elemosina è raffigurata nel sacco, perché ciò che in essa viene riposto sarà poi ritrovato nella vita eterna. È ciò che dice anche l’Ecclesiaste: “Getta il tuo pane sulle acque che passano”, dàllo cioè ai poveri che passano di luogo in luogo e di porta in porta, “e dopo lungo tempo”, cioè il giorno del giudizio, “lo ritroverai” (Eccle 11,1), ne avrai cioè la ricompensa: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare” (Mt 25,35). Sei pellegrino, o uomo! Porta questo sacco lungo la strada del tuo pellegrinaggio perché, quando alla sera giungerai al tuo asilo, tu possa trovarvi il pane con cui rifocillarti.

 

8. “L’elemosina custodisce anche la grazia come la pupilla dell’occhio. Per conservare l’acutezza della vista c’è una pellicola molto leggera, che sta sopra la pupilla; e per la protezione degli occhi sono state create le palpebre; e ogni animale chiude gli occhi per non lasciar entrare in esse dei corpi estranei, e questo non volontariamente ma per stimolo naturale; e l’uomo, avendo questa pellicola molto più sottile di tutti gli altri animali, chiude gli occhi con grande frequenza. Invece l’uccello, quando chiude gli occhi, li chiude soltanto con la palpebra inferiore. Come la palpebra preserva la pupilla coprendola, così anche l’elemosina preserva la grazia, che è come la pupilla dell’anima, per mezzo della quale l’anima vede. È ciò che dice Tobia: “L’elemosina libera da ogni peccato e dalla morte, e non permette che le anime cadano nelle tenebre” (Tb 4,11).

Come l’uomo chiude molto spesso gli occhi per istinto naturale, così deve anche fare spesso l’elemosina per conservare la grazia. La natura stessa gli insegna e lo spinge a far questo. Dice Giobbe: “Visitando la tua specie, non peccherai” (Gb 5,24). La tua specie, o uomo, è l’altro uomo: come per inclinazione naturale provvedi a te stesso, così devi provvedere anche all’altro: “Ama il prossimo tuo, come te stesso” (Mt 19,19). E l’uomo deve far questo perché la pellicola del suo occhio è più sottile di quella degli altri animali. La sottigliezza della pellicola simboleggia la compassione della mente che è, e dev’essere maggiore che in qualsiasi altro vivente. L’animale dà la prova di essere “bruto”, cioè feroce, proprio perché manca di compassione.

Dice Mosè: “Il pellegrino, l’orfano e la vedova che stanno dentro le tue porte, mangeranno e si sazieranno, affinché il Signore, Dio tuo, ti benedica in tutte le opere delle tue mani” (Dt 14,29); e ancora: “Ti comando di aprire le mani al tuo fratello povero e bisognoso, che abita con te nella stessa terra” (Dt 15,11).

Parimenti il perdono dell’offesa purifica l’anima dai peccati. Dice il Signore: “Se perdonerete agli uomini le loro colpe, anche il Padre vostro celeste perdonerà a voi i vostri delitti” (Mt 6,14). Chi fa questo è come l’uccello che chiude gli occhi con le palpebre inferiori. L’uccello è chiamato in lat. avis, da a privativo, senza, e vis che suona quasi come via. Infatti, quando vola non segue una via. Così chi perdona a colui che lo offende non ha nel suo cuore la via del rancore e dell’odio; e chiude gli occhi con le palpebre inferiori quando di tutto cuore perdona l’offesa ricevuta. E questa è l’elemo­sina spiri­tuale, senza la quale ogni opera buona resta priva della ricompensa della vita eterna.

Dice l’Ecclesiastico: “Perdona al tuo prossimo che ti ha fatto del male, e quando implorerai, anche i tuoi peccati saranno perdonati. Se l’uomo cova l’ira verso un altro uomo, come potrà chiedere a Dio la guarigione? Non ha pietà verso il suo simile, ed osa pregare per i suoi peccati? Egli, che è soltanto carne, conserva rancore, e chiede che Dio gli sia propizio. Chi perdonerà i suoi peccati?” (Eccli 28,2-5). “Ricordati dell’alleanza dell’Altissimo” – che dice: “Perdonate e sarà perdonato a voi” –, e non far caso dell’ignoranza del prossimo. Astieniti dalle risse e diminuirai i tuoi peccati” (Eccli 28,9-10). Non fa caso dell’ignoranza del prossimo colui che attribuisce appunto all’igno­ranza, e non alla malizia, l’offesa ricevuta: così finge di non accorgersene e quindi non la conserva nel cuore.

 

9. Ecco dunque le sei idrie di pietra, ricavate da quella pietra “che i costruttori avevano scartato” (Sal 117,22), staccata “dal monte non per mano d’uomo” (Dn 2,34). E come sono piene? “Fino all’orlo” (Gv 2,7), dell’acqua della salvezza. “Contenevano ciascuna due o tre metrete”. La metreta era una misura [di circa 40 litri]. Nelle idrie che ne contenevano due è simboleggiato l’amore di Dio e del prossimo, in quelle che ne contenvano tre la professione di fede nella Santa Trinità: questo è necessario a tutte le suddette idrie.

L’Apostolo nomina, con altre parole, queste sei idrie nell’epistola di oggi (cf. Rm 12,11-14). Siate – dice – “ferventi nello spirito”: ecco la contri­zione, che è la prima idria. Fa’ attenzione alla parola “ferventi”. Come le mosche non osano entrare in una pentola che ferve, cioè che bolle, così in un cuore veramente contrito non possono entrare “le mosche morte che guastano il profumo dell’unguento” (Eccle 10,1). “Lieti nella speranza”: ecco la confessione (la seconda idria). Nella confessione il peccatore deve allietarsi nella speranza del perdono, e nondimeno dolersi di aver commesso la colpa. “Per­se­veranti nella preghiera”, ecco la terza idria. “Partecipi delle privazioni dei santi”, (la quarta idria): ecco il digiuno. Nelle privazioni, cioè nel digiuno e nell’astinenza i santi furono afflitti, tribolati: di essi non era degno il mondo (cf. Eb 11,37-38); “nelle fatiche – dice l’Apostolo –, nelle veglie e nei digiuni” (2Cor 6,5). Però queste parole possono anche essere applicate all’elemosina materiale. E infatti soggiunge: “Praticate l’ospitalità”, che è la quinta idria. “Benedite coloro che vi perseguitano; benedite e non maledite”, ecco la sesta idria, cioè il perdono delle offese.

 

10. “Dice loro Gesù: Adesso attingete e portate al maestro di tavola (architriclino). Quando l’architriclino gustò l’acqua divenuta vino”, ecc. (Gv 2,8-9). Troviamo su questo una concordanza nella Genesi, quando Giuseppe, lavatosi il viso dalle lacrime, dice: Servite il pranzo. Dopo che il pranzo fu servito, a parte per Giuseppe, a parte per i suoi fratelli e a parte anche per gli Egiziani, i fratelli di Giuseppe bevvero insieme con lui fino ad essere un po’ brilli (cf. Gn 43,31-34).

“Giuseppe, figlio crescente e bello d’aspetto” (Gn 49,22) è figura di Gesù Cristo. Cristo fu come il grano di senape, di profondissima umiltà, ma poi crebbe e diventò un grande albero, tra i cui rami dimorano gli uccelli del cielo (cf. Mt 13,31-32), cioè coloro che contemplano le cose celesti. Egli è “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 44,3), “e in lui gli angeli desiderano fissare lo sguardo” (1Pt 1,12). Egli laverà il volto dalle lacrime, come dice Isaia: “Il Signore Dio asciugherà le lacrime da ogni volto” (Is 25,8), quando muterà l’acqua delle sei idrie nel vino del gaudio celeste; l’acqua della contrizione sarà allora convertita nel vino della letizia del cuore. Il Signore infatti promette: “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegre­rà, e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16,22). Allora il cuore che ora “è contrito e umiliato” (Sal 50,19) sarà giocondo e allietato dal vino della gioia. Dice Salomone: “Il cuore che ha conosciuto l’amarezza, al suo gaudio non farà partecipare un estraneo” (Pro 14,10).

Parimenti, l’acqua di una confessione bagnata di lacrime sarà mutata nel vino della lode divina. Dice Isaia: “Ritor­neranno e verranno in Sion cantando lodi; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e scompariranno tristezza e pianto” (Is 35,10), in cui si trovavano prima, nella confessione del loro peccato.

Similmente l’acqua della preghiera bagnata di lacrime sarà cambiata nel gaudio della contemplazione della Trinità e dell’Unità. Sempre Isaia: “Canteranno lodi insieme, perché vedranno con i loro occhi il Signore che fa ritornare Sion” (Is 52,8).

E anche il digiuno sarà mutato nella letizia di un’eccellente vendemmia. Isaia: “Su questo monte il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli un convito di grasse vivande”, ecc. (Is 25,6).

Vedi il sermone della domenica II dopo Pentecoste, prima parte: “Un uomo diede una grande cena”.

Ugualmente la duplice elemosina, quella materiale, e il perdono dell’offesa ricevuta, che è l’elemosina spirituale, sarà mutata nel gioia della duplice stola, cioè nella glorificazione dell’anima e del corpo. Isaia: “Possederanno il doppio nella loro terra, godranno di una letizia perenne”(Is 61,7).

 

11. Dunque “Giuseppe, lavatosi il volto dalle lacrime, disse: Servite il pranzo (Gn 43,31)”. È ciò che dice il Signore: “Io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno” (Lc 22,29-30). Però a parte per Giuseppe, a parte per i suoi fratelli, e a parte anche per gli Egiziani. È ciò che dice Matteo: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua maestà con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti; ed egli separerà gli uni dagli altri come il pastore separa le pecore dai capri. E porrà le pecore alla sua destra e invece i capri alla sua sinistra” (Mt 25,31-33).

“Bevvero insieme con lui fino ad essere un po’ brilli”. Ecco adesso l’architriclino, presso il quale saremo inebriati dell’abbondanza della sua casa(cf. Sal 35,9). Archi, cioè principe, tri, tre, clino, letto: quindi principe di tre ordini di letti: quei letti sui quali gli antichi usavano adagiarsi per mangiare. I tre ordini di letti simboleggiano le tre categorie di fedeli della chiesa: i coniugati, i casti e i vergini, il cui principe è il buon Gesù: egli “li farà accomodare a mensa e quindi passerà a servirli” (Lc 12,37).

Fratelli carissimi, imploriamo umilmente questo principe perché conceda anche a noi di celebrare le nozze in Cana di Galilea, di riempire d’acqua le sei idrie, per poter bere con lui il vino del gaudio eterno nelle nozze della celeste Gerusalemme.

Si degni di concedercelo lui che è benedetto, degno di lode e glorioso per i secoli eterni. E ogni anima, sposa dello Spirito Santo, risponda: Amen. Alleluia.

 

 

DOMENICA II

DOPO L’OTTAVA DELL’EPIFANIA

Temi del sermone

 

– Vangelo della II domenica dopo l’ottava dell’Epifania: “Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva. Ed ecco venire un lebbroso”; il vangelo si divide in due parti.

– Anzitutto sermone contro i ricchi e i sapienti di questo mondo: “Non un’erba né un unguento li ha guariti”.

– Parte I: Contro coloro che sono affetti dalla lebbra della vanagloria, della lussuria e dell’avarizia: “Se nella cute c’è il colore bianco”.

– Le tre virtù senza le quali nessuno può essere mondato dalla lebbra del peccato: “Ed ecco un lebbroso”.

– Si deve attendere solo la ricompensa della vita eterna: “Guàrdati dal dirlo a qualcuno”.

– La duplice offerta che ogni penitente deve fare per la sua purificazione: “Disse il Signore a Mosè”.

– Contro i prudenti del mondo: “Non vogliate essere prudenti ai vostri occhi”.

– Parte II: Sermone sulla guerra che il diavolo muove contro il giusto, e i cinque soldati che lo difendono: “Ai nemici apparvero nel cielo cinque cavalieri”.

 

esordio - sermone contro i ricchi e i sapienti di questo mondo

 

1. In quel tempo: “Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva. Ed ecco venire un lebbroso”, ecc. (Mt 8,1-2).

Leggiamo nel libro della Sapienza: “Non un’erba né un unguento li risanò, ma la tua onnipotente Parola, o Signo­re, che tutto risana” (Sap 16,12). Fa’ attenzione a queste due parole: erba e unguento. Nell’erba sono indicate le ricchezze transitorie, nell’un­guento, o empiastro, la sapienza di questo mondo.

Il verdeggiare dell’erba raffigura il lusso della ricchezza, la quale, quando arde la fiamma della morte, si secca. Dice Giacomo: “Il ricco passerà come fiore d’erba. Si levò il sole con il suo ardore e fece seccare l’erba e il suo fiore cadde e la bellezza del suo aspetto svanì. Così il ricco appassirà nelle sue imprese” (Gc 1,10-11). E Isaia: “La canna e il giunco marciranno” (Is 19,6). Nella canna, che all’esterno è lucida e all’interno è vuota, è simboleggiata la vanagloria; nel giunco, che è avido d’acqua, la cupidigia delle ricchezze, le quali poi alla morte marciranno. Dice Isaia: “Sarà come il fiore caduco della splendida gloria di Efraim” (Is 28,4), cioè dei carnali, i quali dicono: “Non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera; coroniamoci di rose prima che avvizziscano, non ci sia prato che sfugga alle scorribande della nostra lussuria”(Sap 2,7-8).

O sventurati! Che giova al ladrone, se viene trascinato alla forca attraverso un prato verdeggiante e fiorito? E al ricco epulone che vantaggio ha dato la porpora e il bisso, se dopo un po’ è stato sepolto nell’inferno? (cf. Lc 16,19.22). “Io so – dice Giobbe – che il plauso degli empi dura poco, e il giubilo dell’ipocrita è come un punto” (Gb 20,4-5), cioè dura un solo istante. Ecco, adesso sai perché l’erba delle ricchezze non guarisce l’anima dalla malattia del peccato, anzi piuttosto la uccide. In quell’erba infatti non c’è salute ma veleno, veleno che si espelle solo con l’antidoto della povertà.

Così, neppure l’unguento (il balsamo) della sapienza del mondo dà la salute perché, come dice Isaia: “I saggi consiglieri del faraone gli diedero un consiglio stolto” (Is 19,11). A quel consiglio non si deve attenere l’anima di coloro che cercano il Signore (cf. Gn 49,6). La loro sapienza è svanita (cf. Sal 106,27): essi stanno sempre lì a studiare, ma non giungono mai alla conoscenza della verità (cf. 2Tm 3,7). “Come Iannes e Iambres – sapienti del faraone – si opposero a Mosè, così costoro si mettono contro la verità: uomini dalla mente corrotta e riprovati in materia di fede. Essi però non potranno progredire” (2Tm 3,8-9). Come potranno dunque conferire la salute coloro che dalla salute sono così lontani? Non è dunque l’erba delle ricchezze che risana il lebbroso; anzi, quel che è peggio, rende lebbroso un sano. Né l’unguento della sapienza terrena risana il servo paralizzato, ma, peggio ancora, lo strazia crudelmente (cf. Mt 8,6). “Sono sapienti nel fare il male, ma non sanno fare il bene” (Ger 4,22).

“Invece è la tua onnipotente parola, o Signore, – “Lo voglio, sii mondato! (Mt 8,3), e “Va’, e sia fatto secondo la tua fede” (Mt 8,13) – che guarisce il lebbroso e il servo paralizzato del centurione. Di tutto questo parla il vangelo di oggi: “Quando Gesù fu sceso dal monte”.

 

2. In questo vangelo si devono considerare due eventi: la guarigione del lebbroso e quella del servo paraliza­to. Il primo dove dice: “Quando Gesù fu sceso dal monte”; il secondo: “Entrato Gesù in Cafarnao”.

Nell’introito della messa di oggi si canta: “Adorate il Signore, voi tutti suoi angeli” (Sal 96,7). Si legge poi la lettera ai Romani: “Non vogliate essere prudenti ai vostri occhi”; la divideremo in due parti e la confronteremo con le due parti del brano evangelico. La prima parte: “Non vogliate, ecc.”; la seconda: “Se il tuo nemico ha fame”.

 

I. la guarigione del lebbroso

 

3. “Quando Gesù fu sceso dal monte”. Vediamo che cosa significhi il monte, e che cosa la discesa di Gesù.

Il monte è l’eternità della gloria celeste. Dice il salmo: “Chi salirà il monte del Signore?” (Sal 23,3). Colui che scende da se stesso “e si umilia, si fa piccolo come un bambino” (Mt 18,4), questi è colui che discende dal monte. La discesa di Gesù nella carne umana fu la sua umiliazione: “Abbassò i cieli” della divinità “e discese” (Sal 17,10) nel grembo della Vergine Madre.

Poiché abbiamo trattato già varie volte di questo argomento, affinché la ripetizione non produca noia, non vogliamo insistervi ulteriormente, ma passiamo alla guarigione del lebbroso, come sia stata operata e quale ne sia il significato morale.

“Ed ecco venire un lebbroso e prostrarsi davanti a lui” (Mt 8,2).

Per le varie specie di lebbra e il loro significato, vedi il vangelo dei dieci lebbrosi, sermone della domenica XIV dopo Pentecoste, parte II.

Questo lebbroso è figura del peccatore colpito dalla lebbra del peccato mortale. Il Levitico dice: “Quando il colore bianco compare sulla pelle, e il colore dei capelli cambia, e sulla pelle compare la carne viva, si tratta certamente di lebbra inveterata e sviluppata nel corpo” (Lv 13,10-11). Nel colore bianco sono indicate la superbia e la vanagloria; nel cambiamento del colore dei capelli l’avarizia; nella carne viva la lussuria. Ecco la lebbra ormai inveterata. Dice il Signore: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno, davanti agli uomini, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità” (Mt 23,27-28). E Paolo: “Dio ti colpirà, muro imbiancato!” (At 23,3).

Così pure del cambiamento che l’avarizia produce, dice Giacobbe a Lia e a Rachele: “Il vostro padre si è beffato di me e ha cambiato dieci volte il mio salario” (Gn 31,7). Quante volte l’avarizia cambia il colore dei capelli, cioè i pensieri della mente. “Lo stolto, cioè l’avaro, cambia come la luna” (Eccli 27,12). Cresce e cala, e non può mai restare lo stesso; ha due pesi e due misure, e perciò è in abominio davanti Dio (cf. Pro 20,10). Dice infatti Michea: “Nella casa dell’empio ci sono ancora, come fuoco, i tesori iniquamente accumulati, e le misure scarse sono ripiene d’ira. Potrò io giustificare le false bilance e il sacchetto dei pesi falsi? Con essi i ricchi della città si sono riempiti di ingiustizie e i suoi abitanti dicono menzogne e nella loro bocca c’è una lingua ingannatrice” (Mic 6,10-12). Quante le lingue, tante le coscienze. Questo non è “il mutamento della destra dell’Altissimo” (Sal 76,11). “La loro destra è ricolma di regali” (Sal 25,10), e perciò saranno posti a sinistra.

Parimenti, la lussuria è così chiamata dal lusso del cibo e delle bevande, per il cui eccesso la carne viva e sfrontata si dà alla lussuria. Vivendo in questo modo, “nessun vivente sarà giustificato al tuo cospetto (Sal 142,2), anzi sarà condannato. Dice Rebecca: “Sono disgustata della mia vita, a causa delle figlie di Hit”, nome che s’interpreta “vita”; se Giacobbe prenderà in moglie una donna di questo paese, non voglio più vivere”(Gn 27,46). Gesù Cristo, crocifisso e morto, non prese una “sposa viva”, ma crocifissa e morta. Dice infatti l’Apostolo: “Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con i suoi vizi e le sue passioni” (Gal 5,24), e soggiunge: “Io porto nel mio corpo le stimmate del Signore Gesù” (Gal 6,17).

Carne viva, carne lebbrosa: la sua vita non è vita, ma dev’essere detta piuttosto morte. Chi si trova in questo stato, se vuole vivere venga alla Vita, come fece il lebbroso, del quale appunto è detto:

 

4. “Ed ecco venire un lebbroso che, prostratosi, lo adora­va dicendo: Signore, se tu vuoi, puoi mondarmi” (Mt 8,2). Nelle tre parole: venne, adorò, disse, sono indicate la contrizione, la confessione e la fede, che sono assolutamente necessarie ad ogni peccatore. Il peccatore deve anzitutto andare a Dio con la contri­zione. È detto nel Cantico dei Cantici: “Vieni dal Libano!” (Ct 4,8), vieni cioè dal falso splendore della vanità del mondo; e nell’Apocalisse: “Chi ascolta, dica: Vieni!” (Ap 22,17). Chi sente nella sua mente il soffio della brezza leggera (cf. 3Re 19,12-13), che è l’ispirazione interiore, deve dire al peccatore: Vieni, per mezzo della contrizione. Anche Isaia dice: “Se volete cercare, cercate; convertitevi e venite” (Is 21,12).

“Il lebbroso dunque venne e lo adorò”. Ecco l’umiltà della confessione, della quale Marco con più precisione dice: “Venne da lui un lebbroso, supplicandolo, e piegato il ginocchio, disse: Se vuoi...” (Mc 1,40). Così il peccatore, quando va alla confessione, deve piegare le ginocchia davanti al sacerdote, che rappresenta Cristo, al quale Cristo stesso ha dato il potere di legare e di sciogliere. Il peccatore deve professare una fede così grande nella dignità del ministero del sacerdote da dirgli: “Signore, se vuoi, puoi mondarmi”, e assolvermi dai miei peccati.

“Gesù, stendendo la mano, lo toccò e disse: Lo voglio, sii mondato!” (Mt 8,3), così, in modo imperativo. O mani piene di grazia, mani d’oro, ricolme di giacinti (cf. Ct 5,14), al cui tocco si scioglie il nodo della lingua del muto, risuscita la figlia del capo della sinagoga, la lebbra del lebbroso viene mondata! Dice Isaia: “Tutto questo ha fatto la mia mano” (Is 66,2). Mano suona quasi come munus, dono. O Signore, stendi dunque, per porgere il dono, quella mano che fu tenuta stesa sulla croce dal chiodo, e tocca il lebbroso; tutto ciò che con essa toccherai sarà mondato e risanato.

“E toccandogli l’orecchio – racconta Luca – lo guarì” (Lc 22,51). Stese la mano e largì il dono della guarigione dicendo: “Lo voglio, sii mondato! E subito la sua lebbra scomparve” (Mt 8,3). “Egli opera tutto ciò che vuole” (Sal 113B,3). Tra il suo dire e il suo fare non c’è distanza alcuna.

Questa stessa cosa il Signore opera ogni giorno nell’anima del peccatore con il ministero del sacerdote, il quale pure deve compiere questi tre atti: stendere, toccare, volere. Stende la mano quando effonde a Dio la sua preghiera per il peccatore, e soffre di compassione per lui; lo tocca quando lo consola e gli promette il perdono; ha la volontà di mondarlo quando lo assolve dai suoi peccati. E questo è quel triplice “pascere”, che Gesù rivolse a Pietro, quando gli disse “Pasci... pasci... pasci!” (Gv 21,15-17).

 

5. “E gli disse Gesù: Guàrdati dal dirlo a qualcuno!” (Mt 8,4). Certamente non dicono e non pensano così coloro che, quando fanno qualcosa di bene, suonano la tromba davanti a sé, e la loro sinistra sa molto bene quello che fa la loro destra (cf. Mt 6,3); coloro che “prostituiscono la loro figlia”, mentre Mosè lo proibiva dicendo: “Non prostituire la figlia tua” (Lv 19,29). La “figlia tua” è la tua opera buona, che metti nel postribolo quando la vendi nel lupanare del mondo per il denaro della vanagloria.

O miserabile scambio! Vendere il premio del Regno dei cieli per il vento che esce dalla bocca dell’uomo! Guàrdati dal dirlo a qualcuno, non mostrare ad alcuno le tue cose. Fratello, non ti bastano Dio e la tua coscienza? Che vantaggio ti dà la lingua dell’uomo, la quale lodando condanna e condannando loda? la quale precipita il giusto fino al profondo dell’inferno, e invece pretende di innal­zare l’iniquo fino al trono di Dio e dell’Agnello? Guàrdati bene, dunque, dal dirlo a qualcuno. Dice L’Ecclesiastico: “Non dare all’acqua un’uscita, neppure piccola” (Eccli 25,34). E Isaia: “Il mio segreto è per me, il mio segreto è per me!” (Is 24,16).

Infatti leggiamo nel quarto libro dei Re che, alla parola di Eliseo, “la donna andò e chiuse la porta dietro di sé e i suoi figli” (4Re 4,5). E Matteo: “Chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6). E Luca: “Non passate di casa in casa” (Lc 10,7). Guàrdati, dunque, dal dirlo a qualcuno. La natura ha collocato due porte davanti alla lingua: i denti e le labbra, proprio perché quella meretrice, che ama sempre il luogo pubblico, non vada fuori in piazza, “loquace, randa­gia e insofferente di pace” (Pro 7,10­11). Serra dunque i denti, stringi le labbra, affinché la meretrice non entri nel lupanare. Dice infatti l’Ecclesiastico: “Non dare alla donna malvagia il permesso di comparire” (Eccli 25,34), e così obbedirai al comando di Cristo: “Guàrdati dal dirlo a qualcuno!”.

“Ma va’, e mostrati ai sacerdoti” (Mt 8,4). Per il significato di queste parole vedi il vangelo dei dieci lebbrosi: “Mentre Gesù andava verso Gerusalemme” (Lc 17,11); sermone della domenica XIV dopo Pentecoste, II parte.

 

6. “Offri il dono prescritto da Mosè, in testimonianza per loro” (Mt 8,4). Leggiamo nel Levitico: “Il Signore parlò a Mosè dicendo: Questo è il rito da osservare con il lebbroso per il giorno della sua purificazione. Egli sarà condotto al sacerdote. Il sacerdote uscirà dall’accampamento e lo esaminerà; se riscontrerà che la piaga della lebbra è guarita, comanderà al lebbroso che viene purificato di offrire per sé due passeri vivi, dei quali sia lecito cibarsi, legno di cedro, panno scarlatto ed issopo. Il sacerdote ordinerà di immola­re uno dei passeri in un vaso di terracotta con acqua viva (di sorgente); poi prenderà il passero vivo, il legno di cedro, il panno scarlatto e l’issopo e li immergerà nel sangue del passero sgozzato sopra l’acqua viva. Ne asperge­rà poi sette volte colui che dev’essere purificato dalla lebbra; lo dichiarerà mondo, e lascerà andare libero a volare per la campanga il passero vivo” (Lv 14,1-7). Quindi colui che deve essere purificato “prenderà” (offrirà) “due agnelli senza macchia, un’agnella di un anno senza macchia, tre decimi di efa di fior di farina intrisa di olio, in sacrificio, e un sestario (mezzo litro) di olio”(Lv 14,10). “Se [il lebbroso] è povero e non può disporre delle cose suddette, prenderà un agnello in riparazione del suo peccato, un decima (di efa) di fior di farina intrisa con olio, come sacrificio, e un sestario di olio; prenderà anche due tortore o due colombi: uno per espiazione del suo peccato e l’altro per l’olocausto. Offrirà queste cose al sacerdote, all’ingresso della tenda della testimonianza, davanti al Signore” (Lv 14,21-23).

Vediamo il significato morale di questo rito. Anzitutto, due sono le specie di penitenti che vengono mondati dalla lebbra del peccato: la prima si trova nella religione (ordine religioso), la seconda nel mondo. I religiosi devono fare la prima offerta. Gli altri, cioè i coniugati e i buoni cristiani, costretti a occuparsi anche delle cose del secolo, che non sono così ricchi di virtù, devono fare la seconda.

I due passeri vivi sono il corpo e lo spirito del religioso, che può dire con l’Apo­stolo: “ Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”(Gal 2,20). Offre questi due passeri al Signore per la sua emenda­zione. Infatti il libro dei Giudici dice: “Voi che vi offriste volontari alla prova, benedite il Signore. Voi che montate su asini affaticati, che sedete nei tribunali e camminate sulla via” (Gdc 5,9-10). Gli asini affaticati sono i corpi dei religiosi, che portano il peso del giorno e del caldo (cf. Mt 20,12), e che devono venir nutriti, come gli asini, di cibi ordinari e frugali. Dice l’Eccle­siastico: “Foraggio, bastone e soma per l’asino; pane, severità e lavoro per il servo” (Eccli 33,25), cioè per il religioso, che siede in tribunale quando obbedisce al suo superiore, e cammina sulla via di cui parla Geremia: Questa è la via, camminate su di essa (cf. Ger 6,16); la Via stessa che dice: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).

Deve anche offrire legno di cedro, nel quale è raffigurata la povertà, e il panno scarlatto o cocco, che simbo­leggia la carità, e l’issopo nel quale è indicata l’umiltà. Il cedro sublime della povertà, che con il suo profumo scaccia i serpenti dell’avarizia e della rapina, ben si accorda con l’issopo dell’umiltà che guarisce il gonfiore del polmone, cioè l’orgoglio, mediante il panno scarlatto della duplice carità [verso Dio e verso il prossimo]. “E immolerà uno dei due passeri”, cioè il corpo, per poter dire con l’Apo­stolo: “Per me il mondo è stato croci­fisso, come lo sono io per il mondo” (Gal 6,14); e ancora: “Io sono già versato in libagione” (2Tm 4,6), vengo cioè offerto in sacrificio. “In un vaso di terracotta”. Dice l’Apostolo: “Abbiamo questo tesoro in vasi di terracotta, fragili” (2Cor 4,7). “Sopra acqua viva”, che è la compunzione delle lacrime: sono vive quando fluiscono dalla sorgente superiore e da quella inferiore. Dice Zaccaria: “In quel giorno acque vive sgorgheranno da Gerusalemme”, cioè dal cuore del penitente; “la metà verso il mare orientale”, ecco la sorgente supe­riore; “e l’altra metà verso il mare occidentale” (Zc 14,8), ecco la sorgente inferiore. Il mare orientale è l’amarezza, invece dello splendore della luce eterna; il mare occiden­tale è l’acuta afflizione per aver commesso il peccato, per la dimora di questo esilio terreno, per i peccati del prossimo. Quindi il religioso sacrifica il passero in un vaso di terracotta sopra l’acqua viva, quando crocifigge il suo corpo con i suoi vizi e le sue concupiscenze, e nell’amarez­za della sua anima medita sulla fragilità della vita e sulla infelicità dell’esilio.

“L’altro passero vivo...” Il passero vivo raffigura lo spirito che, insieme con il legno di cedro della povertà, con lo scarlatto della carità e l’issopo dell’umiltà, deve essere immerso nel sangue del passero immolato, cioè del corpo, sull’altare della penitenza. Infatti la sofferenza e la macerazione del corpo, indicate nel sangue, purificano e santificano lo spirito, il quale in questo modo, mediante le virtù suddette, sulle ali della contemplazione vola libero per la campagna, cioè nel cielo.

“Prenderà due agnelli senza macchia e un’agnella di un anno senza macchia, tre decimi di efa di fior di farina e un sestario di olio”. Nei due agnelli è simboleggiata la mitezza dello spirito e del corpo, nell’agnella la retta e pura intenzione in tutto ciò che si fa, e nei tre decimi (di efa) di fior di farina la triplice obbedienza, quella prestata ai superiori, agli uguali e agli inferiori; nel sestario di olio sono indicate le sei opere di misericordia. E questa è l’offerta che ogni religioso deve presentare in espiazione dei suoi peccati.

“Se invece è povero”..., ecc. Nell’agnello è simboleggiata l’innocenza della vita, nel decimo (di efa) di fior di farina la perfezione dell’eterno amore, nel sestario di olio le sei opere di misericordia, nelle due tortore, o due colombi il duplice lamento della contrizione che il peccatore deve emettere per i peccati commessi e per i peccati di omissione. E questa è l’offerta che, in riparazione dei loro peccati, devono presentare al Signore i coniugati e le altre brave persone che vivono nel mondo: vivere nell’onestà, amare il prossimo, praticare le opere di misericordia, pentirsi dei peccati commessi e di quelli di omissione. Diciamo dunque: “Va’ e mostrati ai sacerdoti: Fa’ l’offerta ordinata da Mosè in testimonianza per loro”.

 

7. Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte del brano dell’epistola: “Non vogliate essere prudenti per voi stessi” (Rm 12,16). La prudenza della carne è la lebbra dell’anima. “La prudenza della carne è morte” (Rm 8,6). Dice Isaia: “La tua scienza e la tua sapienza ti hanno ingannato” (Is 47,10). E Geremia: “Sono sapienti nel fare il male, ma non sanno operare il bene” (Ger 4,22). Ma “non c’è sapienza, non c’è prudenza, non c’è consiglio contro il Signore” (Pro 21,30), il quale “rende stolti i consiglieri e priva i giudici di senno” (Gb 12,17). Dice il profeta Abdia: “Disperderò i saggi dall’Idumea e la prudenza dal monte di Esaù” (Abd 1,8). Idumea s’interpreta “sanguinosa”, Esaù “mucchio di pietre”. Gli Idumei raffigurano i legisti e i canonisti, che spremono il sangue dei poveri. Essi sono “le due figlie della sanguisuga”, cioè del diavolo, che dicono sempre “ancora, ancora”, e mai “basta!” (cf. Pro 30,15). Il monte di Esaù raffigura le dignità ecclesiastiche, che nella chiesa di Cristo sono come dei mucchi di pietre; costoro, come le pietre miliari, mostrano la via agli altri, ma essi restano lì immobili, duri e insensibili. Il Signore disperderà la sapienza degli Idumei e la prudenza di costoro. Non vogliate, dunque, essere prudenti per voi stessi.

“Non rendete a nessuno male per male” (Rm 12,17), ecco la mitezza e l’onestà, raffigurate nei suddetti agnelli senza macchia. “Procurate di compiere il bene non soltanto davanti a Dio, ma anche davanti a tutti gli uomini” (Rm 12,17): ecco il sestario di olio, cioè le opere di miseri­cordia. “Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti” (Rm 12,18): ecco l’agnella senza macchia e il decimo (di efa) di fior di farina intrisa d’olio. “Non vendicatevi, o carissimi, ma lasciate fare all’ira divina” (Rm 12,19): ecco i piccoli colombi, che sono senza fiele. Lasciate “a me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore” (Rm 12,19), il quale nel giorno della ricompensa si pronunzierà a favore dei miti e dei mansueti della terra, cioè delle tortore e delle colombe, dei penitenti e degli umili della santa chiesa, i quali presentano la suddetta offerta per essere purificati dalla loro lebbra.

Fratelli carissimi, preghiamo il Signore Gesù Cristo di mondarci dalla lebbra della superbia e della vanagloria, dalla lebbra della lussuria e dell’avarizia, affinché siamo degni di presentargli l’offerta stabilita e, purificati da tutti i peccati, meritiamo di essere presentati a lui, che è benedetto nei secoli eterni. Amen.

 

II. guarigione del servo paralizzato

 

8. “Entrato Gesù a Cafarnao, gli venne incontro un centu­rione che lo scongiurava...” (Mt 8,5).

Per il nome di Cafarnao e il suo significato vedi il vangelo: “Vi era un funzionario del re, che aveva il figlio ammalato a Cafarnao” (Gv 4,46); sermone della domenica XXI dopo Pentecoste, prima parte.

Il Signore non volle andare dal figlio del funzinario del re, per non sembrare un estimatore della ricchezza; invece acconsentì subito ad andare dal servo del centurione per non sembrare (con un rifiuto) uno spregiatore della condizione servile. Perciò disse: “Io verrò e lo curerò” (Mt 8,7). Ecco il nostro medico che con la sola parola cura tutto l’universo. Di lui dice l’Ecclesiastico: “Onora il medico a motivo del bisogno” (Eccli 38,1) che hai di lui.

“Ma il centurione disse: “Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Mt 8,8). Invece Zaccheo accolse il Signore pieno di gioia (cf. Lc 19,6). In questo si deve osservare la diversità delle intenzioni. Alcuni, a motivo del rispetto che nutrono verso il Corpo di Cristo, dicono: Signore, non sono degno; e perciò si astengono dall’accostarsi con frequenza all’Eucaristia; altri invece, proprio per onorare il Corpo di Cristo, lo ricevono con gioiosa riconoscenza. Dice Agostino: Non lodo e non biasimo coloro che ricevo­no ogni giorno l’Eucaristia, perché alcuni proprio per venerazione non osano riceverla quotidianamente, altri invece per la stessa venerazione, non osano lasciar passare giorno senza riceverla.

“Ma di’ soltanto una parola, e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene” (Mt 8,8-9). Da questo è provato che colui al quale gli angeli servono e obbediscono in adorazione, senza presenza corporale può ordinare alla malattia di andarsene, e alla guarigione di venire. Si canta infatti nell’introito della messa di oggi: “Adorate Dio, voi tutti suoi angeli” (Sal 96,7). “All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a coloro che lo seguivano: In verità vi dico, non ho trovato tanta fede in Israele” (Mt 8,10), cioè nel popolo israelitico del suo tempo; l’ho trovata invece negli antichi, cioè nei patriarchi e nei profeti. Sono eclusi da questa afferma­zione la Vergine e i discepoli, ai quali è stata infusa dal cielo una fede maggiore.

“Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’oc­cidente”, verranno cioè alla fede cattolica molti pagani, dei quali il centurione è figura, “e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli”, cioè riposeranno con gli altri salvati; “invece i figli del Regno”, cioè i Giudei, “saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 8,11-12). Il pianto sta per il fuoco, lo stridore di denti per il freddo, perché, come dice Giobe, passeranno dalle acque nevose [gelate] a un calore smisurato (cf. Gb 24,19): nell’inferno c’è un fuoco inestinguibile e un gelo intollerabile: sono le pene alle quali il Signore si riferisce.

“E Gesù disse al centurione: Va’, e sia fatto secondo la tua fede” (Mt 8,13), poiché ad ognuno è dato ciò che domanda, ma solo nella misura della sua fede. “E proprio in quell’istante il servo guarì” (Mt 8,13). La tua parola onnipotente, o Signore, ha mondato il lebbro­so e ha guarito il servo.

 

9. In senso morale. Il centurione circondato di soldati raffigura il prelato o anche il semplice giusto, che dev’essere dotato di virtù, come di soldati, a sua difesa. Leggiamo nel secondo libro dei Re: “Tutto il popolo e tutti i guerrieri camminavano a destra e a sinistra del re Davide”(2Re 16,6); e ancora: “Tutti i ministri del re cammina­vano al suo fianco, e anche le legioni dei Cretei”, cioè degli sterminatori, “e quelle dei Peletei” (2Re 15,18), cioè dei vivificatori: in tutti costoro sono raffigurate le virtù che distruggono i vizi e ridanno la vita all’anima.

Leggiamo nel secondo libro dei Maccabei che quando Giuda Maccabeo e Timoteo vennero a conflitto, “accesasi una durissima lotta, apparvero dal cielo ai nemici (dei Giudei) cinque uomini splendidi su cavalli dalle briglie d’oro, che guidavano i Giudei. Due di essi presero in mezzo Giuda Maccabeo e, proteggendolo con le loro armature, lo preservavano illeso; invece scagliavano dardi e e folgori contro i nemici; questi, confusi e accecati, si dispersero in preda alla confusione” (2Mac 10,29-30).

Timoteo s’interpreta “benèfico”, ma indica il diavolo che verso coloro che amano il mondo sembra al momento benèfico, ma col passar del tempo diverrà venèfico, perché quelli che lo hanno seguito quando li incitava al peccato, se lo ritroveranno carnefice nei tormenti.

Il diavolo dunque, radunato l’esercito dei vizi, avanza per combattere contro il Maccabeo, cioè contro il giusto. E quando tra le due parti si accende una violenta battaglia, ecco apparire dal cielo, dalla misericordia celeste, cinque personaggi, cioè cinque virtù, che sono l’umiltà della mente, la castità del corpo, l’amore alla povertà, la perfezione della duplice carità e il proposito della perseveranza finale. Queste virtù, “sul cavallo” della buona volontà, – “il cavallo, dice Salomone, è pronto alla battaglia, ma è il Signore dà la salvezza” (Pro 21,31) –, “con il morso” dell’asti­ne­nza e della disciplina, con il morso “d’oro” della discrezione, “fanno da guida ai giudei”, cioè ai penitenti. Invece “ai nemici”, cioè ai demoni e ai vizi, preparano lo sterminio. Infatti quando subentrano le virtù, vengono scacciati i vizi. L’umiltà difende e conserva incolume il Maccabeo, cioè il giusto, dalla superbia del cuore, e la castità dalla depravazione del corpo.

Chi è difeso da simili combattenti, ben a ragione potrà “dire a uno: Va’”: potrà dire cioè all’umiltà della mente o alla pazienza: Va’ all’obbedienza, accetta qualsiasi dipen­denza; va’ e sopporta ogni offesa; e quelle virtù andranno, perché dice il Filosofo: Gode chi è paziente nelle durezze; e “Sopra il mio dorso” cioè sulla mia pazienza, “hanno costruito i peccatori” (Sal 128,3). Potrà “dire ad un altro: Vieni”: potrà dire cioè alla castità o all’astinenza: vieni a frenare la brama della gola, la lubricità della carne, e quelle virtù “verranno”. E questo vale anche per tutte le altre virtù.

 

10. “E dico al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa” (Mt 8,9). Il servo del giusto è la carne il corpo. Dice l’Ecclesiastico: “Per il servo cattivo tortura e ceppi; mandalo al lavoro perché non stia in ozio: poiché l’ozio insegna molte cattiverie” (Eccli 33,28-29). E quanto fortunato è colui che ha un servo così soggetto, da obbedirgli in tutto ciò che giustamente gli viene comandato; che quando gli dice: digiuna, egli digiuna; e quando gli dice: veglia, egli veglia; e così in tutto il resto. Allora l’uomo spirituale dice al suo servo: “Fa’ questo, ed egli lo fa”.

Il servo del centurione è il parrocchiano affidato al suo pastore, il parrocchiano crudelmente tormentato dalla paralisi, che ogni qualvolta cerca di liberarsi dai vizi e dai piaceri, viene trattenuto brutalmente dal diavolo. Ma il prelato che, cinto e protetto dalle sue virtù, ha domato virilmente il suo servo, cioè la carne, il corpo, è certamente in grado di ottenere la guarigione del suo suddito, sull’e­sempio del centurione.

Considera inoltre che, come in questo vangelo risalta meravigliosamente la misericordia di Dio, la sua pietà e la carità verso il lebbroso e il paralizzato, così nella seconda parte dell’epistola di oggi risalta la misericordia e la carità che dobbiamo avere noi verso il prossimo, senza alcuna distinzione.

“Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare, se ha sete, dagli da bere” (Rm 12,20). Così fece Eliseo che – come racconta il quarto libro dei Re – davanti ai suoi nemici che cercavano di catturarlo, fece mettere pane e acqua perché mangiassero e bevessero (cf. 4Re 6,22). “Facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti” di carità “sopra il suo capo” (Rm 12,20), cioè nella sua mente e nel suo cuore. La cattiveria di una mente fredda, insensibile, si brucia al fuoco della carità quando si ama colui che nutre odio, quando si previene con atti di bontà colui che ci perseguita. La natura dell’uomo si vergogna di non amare colui che ama, di non circondare con le braccia della carità colui che devotamente serve.

Fratelli carissimi, preghiamo il Signore Gesù Cristo di difenderci e rafforzarci con i suddetti soldati, di risanare il servo paralizzato, di infiammare con il fuoco della carità la mente fredda e insensibile.

Si degni di concederci tutto questo colui che è benedetto, degno di lode e glorioso nei secoli. E ogni anima risanata dalla paralisi dica: Amen. Alleluia!

 

 

DOMENICA III

DOPO L’OTTAVA DELL’EPIFANIA

Temi del sermone

 

– Vangelo di questa domenica: “Gesù montò poi su una barca”.

– Sermone sul predicatore e sulla società (lega) dei peccatori: “Sali alla foresta”.

– Sermone sulla passione: “Gesù montò su una barca”.

– Sermone sulla tentazione del diavolo e sull’aiuto di Gesù Cristo: “Quando uno sale sulla barchetta della peni­tenza”.

 

esordio - sermone sul predicatore e sulla “società” dei peccatori

 

1. In quel tempo: “Gesù montò su una barca, e i suoi discepoli lo seguirono” (Mt 8,23).

Leggiamo nel libro di Giosuè: “Sali alla foresta e taglia piante per crearti degli spazi liberi nel territorio dei Perezei e di Rafaim” (Gs 17,15). La foresta raffigura la sterile società dei peccatori, fredda, oscura, piena di fiere. Fredda per l’assenza della carità: Dilagò l’iniquità e la carità si raffreddò (cf. Mt 24,12). Oscura per l’assenza della vera luce: “Gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce” (Gv 3,19). Piena di fiere della gola, della lussuria, dell’usura e della rapina: “La devastò il cin­ghiale della foresta...” (Sal 79,14), cioè il diavolo. In questa foresta c’è anche il cacciatore Nemrod (cf. Gn 10,9), cioè il diavolo. Entra dunque in questa foresta, o predicatore, e con quella scure il cui manico è l’umanità, ma il cui ferro tagliente è la divinità, taglia piante e créati degli spazi liberi.

“La scure è posta alla radice”, è detto nel vangelo (Mt 3,10). L’albero della grandezza umana, la foresta della società sterile e peccatrice viene tagliata con la scure dell’incarnazione del Signore. Infatti, se questa “foresta” considera attentamente il capo della divinità (cioè di Cristo) reclinato nel grembo della Vergine poverella, decàde dalla sua condizione di foresta inesplorata e inaccessibile, e diventa un luogo aperto e spazioso nel quale si può edificare la città del Signore delle virtù (degli eserciti), che il corso del fiume rallegra (cf. Sal 45,5). È questo il cambiamento della destra dell’Altissimo (cf. Sal 76,11), affinché dove abbondò il peccato, sovrabbondi la grazia (cf. Rm 5,20).

“Nel territorio dei ferezei”, nome che significa “separato”, “e di Rafaim”, che vuol dire “giganti” o anche “madri dissolute”. In questa triplice interpretazione viene indicata quella malefica terna, che è data dalla super­bia, dall’avarizia e dalla lussuria. I superbi di spirito si tengono separati dagli altri con il loro fasto, con loro arroganza; gli avari sono come i giganti, figli della terra, tutti presi dalle cose terrene; i lussuriosi sono come le madri dissolute che con le due mammelle della gola e della lussuria alimentano gli affetti della carne.

Per abbattere dunque questa foresta, radicata in questo territorio, il predicatore salga, seguendo le orme di colui che sale sulla barca, del quale il vangelo di oggi dice: “Gesù salì su una barca”.

 

la barca della croce e della penitenza

 

2. La barca è la croce di Cristo, in grazia della quale possiamo approdare al litorale della patria celeste. Fa’ attenzione che, come la barca alle due estremità è stretta e invece al centro è larga, così la croce al suo inizio e alla sua fine, cioè all’inchiodatura dei piedi e delle mani e alla loro schiodatura, fu stretta, cioè piena di atroci sofferenze. Quanto larga invece fu al centro, cioè quando Gesù pregò per i crocifissori, quando promise il suo regno al ladrone, quando affidò la Madre al discepolo!

A proposito di questa barca, vedi il vangelo “Gesù, salito su una barca, passò all’altra riva” (Mt 9,1); sermone della domenica XIX dopo Pentecoste, prima parte.

“Lo seguirono i suoi discepoli”. Questo è ciò che dice il Signore per bocca di Geremia: “Tu mi chiamerai Padre, e non cesserai mai di seguirmi”(Ger 3,19). Beata quell’anima che può dire a Gesù ciò che disse Rut a Noemi: “Dove andrai tu andrò anch’io, dove ti fermerai anch’io mi fermerò” (Rt 1,16). Ed Elia: “Se il Signore è Dio, seguitelo!” (3Re 18,21). In verità, lui è il Signore nostro Dio che, per redimerci, salì sulla croce. Seguiamolo dunque, portando la croce della penitenza. Egli ha detto: “Se uno vuole venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua”(Mt 16,24). Dice la Storia Naturale che la pantera emana un odore molto gradevole che attira irresistibilmente il bestiame, il quale ovunque ne fiuti la presenza vi si raduna rapidamente e poi le va dietro. Il vaso d’alabastro dell’un­guento, spezzato sulla croce, con il suo profumo ha riempi­to tutto il mondo (cf. Mc 14,3; Gv 12,3). Lo seguano dunque i discepoli, corrano i cristiani al profumo del Crocifisso.

“I suoi discepoli lo seguirono”. Si legge nel quarto libro dei Re: “Mentre i figli dei profeti tagliavano le piante, avvenne che a uno di essi cadde nell’acqua il ferro della scure. Egli gridò ad Eliseo: Ahimè, signore mio, l’avevo preso in prestito. Eliseo domandò: Dov’è caduto? E quegli gli indicò il punto. Eliseo prese un legno e lo gettò in quel punto, e il ferro venne a galla. Gli disse: Prendilo! Quegli stese la mano e lo prese” (4Re 6,4-7). Il ferro raffigura il genere umano che, per il peso dei peccati, dall’albero proibito cadde nelle acque della miseria e della colpa. Ma il vero Eliseo, cioè Cristo, per mezzo del legno della croce e le acque del battesimo lo liberò. Il ferro galleggia e va anche verso il legno, quando il peccatore convertito si assoggetta a portare la croce di Cristo.

“Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era coperta dalle onde; ed egli dormiva” (Mt 8,24). Quando Gesù sulla croce si addormentò nel sonno della morte, i suoi discepoli, non facendo quasi alcun conto della croce, vennero meno nella fermezza della fede; ma poi lo svegliarono quando bramarono ardentemente la sua risurrezione. “Li rimproverò per la loro incredulità dicendo: Stolti e tardi di cuore nel credere. Non era forse necessario che il Cristo sopportasse queste sofferen­ze?...” (Mc 16,14; Lc 24,25-26). “Comandò ai venti e al mare” (Mt 8,26), quando cessò la loro incredulità.

 

3. Senso morale. Quando uno sale sulla barca della peni­tenza, si scatena nel mare una grande tempesta. Il mare è il cuore. Profondo, dice Geremia, è il cuore dell’uomo, e insondabile: e chi lo conosce? (cf. Ger 17,9). “Impressionanti i ribollimenti del mare!” (Sal 92,4), cioè del cuore, quando si gonfia di superbia, si espande oltre i limiti con l’ambizione, si rannuvola per la tristezza, si turba in vani pensieri, produce la schiuma della gola e della lussuria. Questi sono “i serpenti dei quali non si conosce il numero” (Sal 103,25).

“Ed ecco che si scatenò nel mare una grande tempesta”. Con questo concorda ciò che leggiamo del profeta Giona: “Il Signore scatenò – cioè permise che si scatenasse – sul mare un forte vento, e ne venne in mare una tempesta tale che la nave correva il pericolo di sfasciarsi. I marinai furono presi da grande spavento... perché il mare andava sempre più gonfiandosi contro di loro” (Gio 1,4-5.13). Troviamo un riferimento a ciò negli Atti degli Apostoli: “Si scatenò contro la nave – racconta Luca – un tremendo tifone, che chiamavano “euroaquilone”; la nave fu travolta nel turbine e, non potendo più resistere al vento, abbandonatala alle onde, si andava alla deriva” (At 27,14-15). Provano il ribollimento del mare, l’impeto del vento, e sentono il fragore dei flutti soltanto coloro che salgono sulla barca della penitenza, perché chidissente, sente. Dice infatti Mosè: “Dal momento in cui mi sono recato dal faraone per parlargli in tuo nome (di Dio), il faraone ha incominciato ad opprimere il tuo popolo” (Es 5,23). Come dire: il diavolo sprezzato, scatena un putiferio e suscita tempeste nel mare. Scrive Marco: “Strepitando e straziandolo crudelmente, uscì da lui” (Mc 9,25).

 

4. “Gesù intanto dormiva”. Marco così si esprime: “Egli era a poppa della barca, e dormiva appoggiato a un cuscino” (Mc 4,38). Vediamo quale sia il significato del sonno di Cristo, della poppa della barca e del cuscino. Il sonno di Cristo simboleggia il torpore nella fede; la poppa della barca la fine della nostra vita; il cuscino la rilassatezza della carne. La fede in Cristo si intorpidisce nella rilassatezza della carne. “Fino a quando illanguidi­rai nei piaceri, figlia vagabonda? (Ger 31,22). Gli effemi­nati, dice Paolo, non erediteranno il regno di Dio (cf. 1Cor 6,10). Quando la nostra carne illanguidisce nei vizi, la fede in Cristo si intorpidisce in noi, e così l’anima chiude gli occhi a poppa, perché, tutta presa dai piaceri, non medita sulla miseranda conclusione della sua vita.

“Gli si avvicinarono i discepoli, lo svegliarono e gli dissero: Signore, sàlvaci! Siamo perduti!” (Mt 8,25). Senza dubbio è destinato alla rovina colui nel quale la fede in Cristo dorme: dev’essere quindi risvegliata aumentando la devozione, gridando i propri peccati nella confessione, ponendo mano alle opere sante.

“Allora Gesù si levò e comandò ai venti e al mare” (Mt 8, 26). Questo corrisponde a ciò che leggiamo in Giobbe: “Chi ha chiuso tra due porte il mare? Chi gli ha detto: Fin qui giungerai e non oltre, e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde?” (Gb 38,8.11). Come dicesse: Solo il Signore ha chiuso come tra due porte il mare, cioè l’amarezza della persecuzione o della tentazione diabolica, in modo che, se a lui piace, le tentazioni arrivino, e quando a lui piacerà se ne vadano. E quando fa cessare le tentazioni, dice: “Qui si infrangeranno i tuoi marosi ribollenti”. E Isaia: “Il giogo marcirà a contatto con l’olio” (Is 10,27), vale a dire: la tentazione cesserà alla presenza della misericordia di Gesù. Perciò quando siamo tentati dal diavolo, con tutta la devozione della mente dobbiamo dire: Nel nome di Gesù Nazareno, che ha comandato ai venti e al mare, io ti comando, o tentatore, di allontanarti da me.

“E si fece una grande bonaccia” (Mt 8,26). Questo è ciò che dice Anna, nel libro di Tobia: “Sono certa, Signore, che chiunque ti onora, quando si troverà nella prova sarà aiutato; e se sarà nella tribolazione sarà liberato; se dovrà subire un castigo, potrà ricorrere alla tua misericordia. Tu non godi della nostra rovina e dopo la tempesta riporti la tranquillità; dopo le lacrime e il pianto infondi la gioia” (Tb 3,21-22).

 

5. E poiché non è possibile godere della pace del cuore senza l’amore verso il prossimo – perché dove c’è amore non c’è né ira, né sdegno –, per possedere questa pace l’Apostolo, nella lettera che si legge oggi, ci esorta dicendo: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo prossimo ha adempiuto la legge. Infatti pieno compimento della legge è l’amore” (Rm 13,8.10).

L’amore è detto in lat. dilectio, come dire duos lego, lego tra loro due persone. Sono legato ad ogni uomo con il debito dell’amore, che devo sempre pagare. E se lo pago come devo, “per tutto il resto nessuno mi procuri fastidi” (Gal 6,17), perché a nessuno devo nulla se non questo. E chiunque pretende da me qualche cos’altro al di fuori di questo, non si comporta più secondo la legge dell’amore: “L’amore non fa nessun male al prossimo” (Rm 13,10).

 

 

 

 

E P I L O G O

 

 

A te, Signore Gesù Cristo, Figlio diletto di Dio Padre, autore di ogni nostro bene, a te ogni lode, ogni gloria, ogni onore, ogni devozione; tu che sei l’Alfa e l’Omèga, il principio e la fine (cf. Ap 1,8; 22,13); tu che con la tua bontà e misericor­dia, con l’infu­sione della tua pietà, hai concesso a me indegno, di giungere alla conclusione tanto desiderata di questo mio lavoro.

Ecco, fratelli carissimi, che io, il più piccolo di tutti voi, vostro fratello e servo, ho composto con certi criteri questo lavoro sui vangeli proposti nel corso dell’anno liturgico, a vostro conforto, ad edificazione dei fedeli e in espiazione dei miei peccati.

Ora supplice vi scongiuro, e scongiurando vi supplico, che quando leggerete questo lavoro, presentiate il ricordo di me, vostro fratello, a Dio Figlio di Dio, che offrì se stesso a Dio Padre sul patibolo della croce.

Chiedo anche che, se troverete in questo lavoro qualcosa di edificante, di consolante, di bene esposto e di disposto con ordine, ne rendiate ogni lode, ogni gloria e ogni onore allo stesso beato e benedetto Cristo Gesù, Figlio di Dio. Se invece vi troverete qualcosa di incompiuto, di insipidoe di male esposto, lo imputiate, lo attribuiate alla mia pochezza, alla mia cecità e alla mia imperizia.

E tutto ciò che in questo libro si troverà da cancellare e da corregge­re, lo affido alla lima della discrezione dei saggi dell’Ordine, perché lo spieghino e lo correggano.

Sia lode al Padre invisibile, sia lode allo Spirito Santo, sia lode al Figlio Gesù Cristo, Signore del Cielo e della terra. Amen.

Alfa e Omèga.

Sia gloria, onore e venerazione, sia lode e benedizione al Principio che è senza fine. Amen.

 

 

 

 

 

s e r m o n i m a r i a n i

e

delle feste dei santi

 

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PROLOGO AI QUATTRO SERMONI

PER LE FESTE DELLA B. Vergine maria

 

 

 

“Risplende come astro mattutino fra le nubi, e come la luna nei giorni in cui è piena. È come sole sfolgorante, come arcobaleno splendente fra nubi di gloria, come il fiore della rosa nei giorni di primavera, come i gigli lungo un corso d’acqua, come un germoglio d’albero di incenso nei giorni d’estate, come fuoco e incenso su un braciere, come vaso d’oro massiccio, ornato con ogni specie di pietre preziose, come olivo verdeggiante e pieno di frutti, e come cipresso svettante tra le nubi” (Eccli 50, 6-11).

Ecco le dodici pietre preziose poste sulla corona che Aronne portava in capo (cf. Es 26,17-21.36-38; Sap 18,26). Ecco le dodici stelle che sono nella corona della Vergine gloriosa (cf. Ap 12,1). In sua lode vogliamo commentare queste espressioni dell’Eccle­siastico, distribuendole in quattro sermoni e applicandole alle sue quattro festività: la Natività, l’Annunciazione, la Purificazione e l’Assunzione, per quanto la Madonna stessa ce lo concederà.

 

Sermone della Natività di Maria: “Come astro mattutino fra le nubi e come la luna nei giorni in cui è piena”.

 

Sermone dell’Annunciazione: “Come sole sfolgorante e come arcobaleno splendente fra le nubi di gloria”.

La Natività del Signore: “Come il fiore della rosa nei giorni di primavera e come i gigli lungo un corso d’acqua”.

 

Sermone della Purificazione: “Come un germoglio d’albero di incenso nei giorni d’estate e come fuoco e incenso su un braciere”.

 

Sermone dell’Assunzione: “Come vaso d’oro massiccio, ornato di ogni specie di pietre preziose, come olivo verdeggiante e pieno di frutti e come cipresso svettante tra le nuvole”.

 

NATIVITÀ

DELLA Beata VERGINE MARIA

Temi del sermone

 

– “Come stella del mattino”.

– Sermone morale sulla penitenza: “Spunterà un germoglio dalla radice di Iesse”.

 

esordio

 

1. La gloriosa Vergine Maria fu “come la stella del mattino fra le nubi” (Eccli 50,6).

Dice l’Ecclesiastico: “Bellezza del cielo è la gloria delle stelle; gloria che illumina il mondo” (Eccli 43,10). In questa espressione sono poste in evidenza tre eventi, che rifulsero mirabilmente nella nascita della beata Vergine Maria.

Anzitutto l’esultanza degli angeli, indicata dalle parole: “Bellezza del cielo”. Si racconta che un sant’uomo, mentre perseverava in devota orazione, udì venire dal cielo la dolce melodia di un canto angelico. Passato un anno, la sentì di nuovo nello stesso giorno. Allora chiese al Signore che gli rivelasse il significato di questo evento. Gli fu risposto che in quel giorno era nata Maria e che in cielo gli angeli cantavano a Dio le lodi per la sua natività: ecco perché oggi si festeggia la nascita della Vergine gloriosa.

In secondo luogo è messa in risalto la purezza della sua nascita con le parole: “la gloria delle stelle”. Come “ogni stella si distingue dalle altre per il suo splendore” (1Cor 15,41), così la nascita della beata Vergine si distingue da quella di tutti gli altri santi.

In terzo luogo è ricordata la luce che investì tutto il mondo con le parole: “illumina il mondo”. La nascita della Vergine gloriosa illuminò il mondo, che prima era coperto dalla caligine e dall’ombra della morte.

Quindi giustamente afferma l’Ecclesiastico: “Come la stella del mattino in mezzo alle nubi”..., ecc.

 

maria, annunciatrice del salvatore e tutta perfetta in se stessa

 

2. La stella del mattino è chiamata lucifero, perché splende più di tutte le stelle, e in modo più esatto è detta iubar, splendore, astro. Lucifero, che precede il sole e annuncia il giorno, irrora le tenebre della notte con il fulgore della sua luce.

Stella del mattino, o lucifero (portatrice di luce), è la Vergine Maria che, nata nell’oscurità della nube, dissolse la tenebrosa caligine e a coloro che stavano nelle tenebre, nel mattino della grazia annunciò il sole di giustizia. Infatti, riferendosi a lei, il Signore dice a Giobbe: “Sei tu che fai spuntare a suo tempo la stella del matti­no?” (Gb 38,32). Quando venne “il tempo di usare misericordia” (Sal 101,14), “il tempo di costruire la casa del Signore” (Ag 1,2), “il tempo favore­vole e il giorno della salvezza” (2Cor 6,2), allora il Signore fece sorgere la stella del mattino, cioè la Vergine Maria, perché fosse la luce dei popoli. E i popoli devono dire a lei ciò che il popolo di Betulia disse a Giuditta: “Il Signore ti ha benedetta con la sua potenza, perché per mezzo tuo ha annientato i nostri nemici. Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra. Benedetto il Signore Dio che ha creato il cielo e la terra e ti ha guidata a colpire il capo dei nostri nemici. Oggi egli ha esaltato il tuo nome in modo che la tua lode non cesserà mai dalla bocca degli uomini (Gdt 13,22-25).

La beata Vergine Maria, nella sua nascita, fu dunque come la stella del mattino. Di lei dice ancora Isaia: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici” (Is 11,1).

Osserva che la Vergine Maria è paragonata al germoglio, a motivo delle cinque proprietà che questo possiede: è lungo, diritto, solido, sottile e pieghevole. Così Maria fu lunga nella contemplazione, diritta per la sua perfetta giustizia, solida per la fermezza della mente, sottile (sobria) per la povertà e pieghevole per l’umiltà. Questo germoglio è uscito dalla radice di Iesse, che fu il padre di Davide (cf. Mt 1,5): da questi discende Maria (cf. Lc 1,27), “dalla quale è nato Gesù, chiamato il Cristo” (Mt 1,16). Per questo motivo nella festa di oggi si legge il brano del vangelo che ricorda la genealogia di Cristo, figlio di Davide (Mt 1,1).

 

3. “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse e un fiore salirà dalle sue radici” (Is 11,1). Consideriamo il significato morale di questi tre elementi: la radice, il germoglio e il fiore.

Nella radice è indicata l’umiltà del cuore; nel germoglio la completezza della confessione e l’impegno della riparazione; nel fiore la speranza della beatitudine eterna.

Iesse si interpreta “isola” o “sacrificio”, e indica il penitente, la cui mente dev’es­sere quasi un’isola. L’isola è chiamata così perché è posta in mezzo al mare (lat. in salo). La mente, l’anima del penitente è posta nel mare, cioè nell’amarezza, perché è battuta dai marosi delle tentazioni, e tuttavia resiste incrollabile, e offre a Dio un doveroso sacrificio di soave odore. La radice di Iesse è l’umiltà della contrizione, dalla quale spunta il germoglio della franca confessione e l’impegno di una congrua penitenza. E osserva bene che il fiore non nasce dalla sommità del germoglio, ma dalla stessa radice: “e un fiore salirà dalla sua radice”, perché la speranza della beatitudine eterna non germoglia dalla sofferenza del corpo ma dall’umiltà dello spirito.

Con tutto questo concorda anche il brano del vangelo, nel quale Matteo, descrivendo la genealogia di Cristo, mette in primo luogo Abramo, in secondo luogo Davide e al terzo la deportazione a Babilonia. In Abramo che disse: “Parlerò al mio Signore, io che so­no polvere e cenere” (Gn 18,27), è raffigurata l’umiltà del cuore; in Davide, il cui cuore fu retto con il Signore, – “Ho trovato Davide, uomo secondo il mio cuore” (At 13,22) – è indicata la franchezza della confessione; nella deporta­zione a Babilonia è ricordata la pratica della penitenza e la sopportazione delle tribolazioni. Se ci saranno in te queste tre “genealogie”, conse­guirai anche la quarta, cioè quella di Gesù Cristo, che è nato dalla Vergine Maria, della quale oggi cantiamo: “In mezzo alle nubi, sei sorta come la stella del mattino”.

 

4. E infine: “Come la luna che risplende nei giorni della sua pienezza”. La Beata Vergine Maria è paragonata alla luna piena, perché è perfetta sotto ogni aspetto. Mentre la luna nel suo ciclo è talvota incompleta, quando è dimezza­ta e quando è falcata, la gloriosa Vergine Maria mai ebbe delle imperfezioni: né nella sua nascita, perché fu santi­ficata ancora nel grembo materno e custodita dagli angeli; né durante i giorni della sua vita, perché mai peccò di superbia: sempre rifulse di pienezza di perfezione. Ed è detta luce perché dissolve le tenebre.

Ti preghiamo dunque, o nostra Signora, perché, tu, che sei la stella del mattino, scacci con il tuo splendore la nuvola della suggestione diabolica, che copre la terra della nostra mente. Tu che sei la luna piena, riempi la nostra vacuità, dissolvi le tenebre dei nostri peccati, affinché meritiamo di giungere alla pienezza della vita eterna e alla luce della gloria infinita.

Ce lo conceda colui che ti ha creata perché tu sia la nostra luce, colui che oggi ti ha fatta nascere per poter egli stesso nascere da te. A lui sia onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

 

I Galaaditi facevano pronunciare questa parola agli stranieri, per riconoscere dalla pronuncia gli Efraimiti, che poi venivano messi a morte.

Scrive Isidoro che Giovanni, sentendo approssimarsi il momento della morte, ordinò che gli fosse scavato il sepolcro. Quindi, salutati i fratelli e recitata la preghiera, scese vivo nella tomba e vi si distese come volesse riposare. E così si addormentò nel Signore.

Vedi nota nel sermone della dom. XVII dopo Pentecoste, alla fine del n. 9.

Ricci, o anche una specie di conigli selvatici.

Si tratta della quaresima francescana, periodo penitenziale di quaranta giorni, che incomincia dalla solennità dell’Epifania. È chiamata “la benedetta”, perché san Francesco non l’ha resa obbligatoria, ma benedice coloro che la praticano volontariamente.

L’argomento viene trattato nel sermone della I domenica dopo l’ottava dell’Epifania.

In lat.: Nitentes asini. L’edizione ufficiale della CEI traduce asine bianche. Nitens può significare splendente, da niteo, o anche che si affatica, da nitor. Forse, nella sua applicazione, sant’Antonio pensa al secondo signficato: asini affaticati.

Sant’Antonio scrive Anna invece di Sara, come ha fatto nel sermone della domenica XV dopo Pentecoste, II parte.

Sembra che questo sermone, data la sua brevità, sia rimasto incompiuto.

I Sermoni Mariani sono sei, perché sant’Antonio ha composto, tra i Sermoni Festivi, un secondo sermone per le due feste della Purificazione e dell’Annunciazione.