S. Antonio di Padova: I Sermoni - Parte sesta

DOMENICA XXII DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della domenica ventiduesima dopo Pentecoste: “Il regno dei cieli è simile a un re, che volle fare i conti con i suoi servi”; si divide in tre parti.

– Anzitutto sermone sul penitente, o sul religioso in genere; sulla contrizione e sulla confessione: “Per comando del re”.

– Parte I: Sermone sul giorno del giudizio: “Io guardavo finché furono collocati i troni”.

– Sermone allegorico e morale sulla statua di Nabucodonosor: “Tu, o re!...”

– Contro i prelati della chiesa: “La statua”.

– Sull’umiltà del penitente e la misura della riparazione: “Il servo, prostrandosi a terra”.

– Parte II: Sermone sull’ultimo giudizio: “Fu mandato il dito di quella mano”.

– Sermone sulla fornace di Babilonia e il suo simbolismo.

– Sermone sulla natura dei quattro esseri che vivono soltanto dei quattro elementi fondamentali: “Dio mi è testimone”.

– Sermone ai religiosi, o ai penitenti, sul pianto di penitenza: “Io, Daniele, piangevo”.

– Sermone sull’umiltà: “Sotto i piedi del Signore”, e “Sul capo dei cherubini”; e anche sulle unghie degli uccelli.

– Parte III: Sulla questione se i peccati rimessi riviviscano, o no: “Allora il padrone chiamò quel servo”.

 

esordio - il penitente o il religioso in genere:

la contrizione e la confessione

 

1. In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi” (Mt 18,23).

Si narra nel libro di Daniele che “per ordine del re, Daniele fu vestito di porpora, gli fu messa una collana d’oro al collo e fu pubblicamente proclamato ch’egli aveva il terzo grado di potestà nel suo regno” (Dn 5,29). Vediamo che cosa significhino Daniele, la porpora, la collana d’oro e il terzo grado nel regno. Daniele s’interpreta “causa di Dio”, o “giudizio di Dio”. Considera che la causa è una forza, una spinta interiore dell’animo ad agire. E chiamata causa, da casus, accaduto, avvenimento, dal quale viene. Intentare una causa è la materia di un processo, che quando viene promosso è causa, quando viene trattato è giudizio, quando si conclude è giustizia. Si dice causa anche da caos, che fu all’inizio di tutte le cose. Ciò che da origine a qualche cosa è causa.

Daniele è figura del penitente, il quale per timore e amore di Dio fa di se stesso causa, giudizio e giustizia. Questo raffigura le tre cose su indicate: la porpora, la collana d’oro e il terzo grado nel regno.

Fa causa a se stesso con la contrizione, la quale è origine di ogni cosa giusta ed è un impulso dell’animo a fare il bene; fa il giudizio nella confessione, nella quale mette in discussione se stesso e si esamina; fa la giustizia nella riparazione, nella quale dà a ciascuno il suo: a Dio la preghiera, a se stesso il digiuno, al prossimo l’elemosina. In questo infatti consiste la soddisfazione, o riparazione. Quindi, il Re dei re, Gesù Cristo comanda che Daniele venga vestito di porpora. La porpora, che è color sangue, sta a indicare la contrizione del cuore, dalla quale proviene il sangue delle lacrime. Si legge infatti nel quarto libro dei Re che “allo spuntar del giorno, quando il sole splendeva sulle acque, i Moabiti videro da lontano le acque rosse come sangue ed esclamaro­no: Questo è sangue di spada!” (4Re 3,22-23). Alla lettera s’intende così: Quando i Moabiti videro di lontano le acque del torrente attraversate dai raggi del sole, pensarono che fossero rosse di sangue e dissero: I nemici si sono uccisi a vicenda (cf. 4Re 3,23).

Senso morale. Quando nella mente nasce il sole della grazia, allora le acque rosse della lacrime, come sangue, vengono per la via di Edom, spuntano cioè negli occhi del penitente. E realmente queste acque sono sangue di spada. Perché quando il cuore del peccatore viene ferito dalla spada della contrizione, sparge lacrime di sangue. A ragione quindi è detto che, “per comando del re, Daniele fu vestito di porpora”.

“E gli fu posta al collo una collana d’oro”. La collana è composta di vari cerchi d’oro che dal collo scendono sul petto. La collana d’oro al collo raffigura il cerchio della sincera confessione nella bocca del peccatore, di cui il Signore dice: “Ti ho posto una collana attorno al collo” (Ez 16,11). E a ragione la confessione viene chiamata collana, o anche cerchio d’oro. La Sapienza “arriva da una estremità all’altra con forza”(Sap 8,1), e il peccatore, riandando nel cerchio della confessione dal primo fino all’ultimo peccato, deve includere tutto come girando all’intorno, come faceva il profeta quando diceva: “Andai all’intorno e immolai nella sua tenda”, cioè nella santa chiesa, “il sacrificio di voce” (di lode) (Sal 26,6), cioè della confessione. E di questo cerchio il Signore dice al diavolo: “Metterò un cerchio alle tue narici e ti farò tornare per la strada per cui sei venuto” (Is 37,29).

Ricordati che in tre modi si commette il peccato mortale, che è la via per la quale il diavolo entra nell’anima, e cioè: a causa della suggestione diabolica, del piacere della carne, e del consenso della mente. Nei primi due casi si tratta di peccato veniale, nel terzo il peccato è mortale. Quando il peccatore si pente del consenso della mente nella confessione, con la quale respinge la sugge­stione del diavolo, si castiga con le opere riparatorie per il piacere della carne, allora il Signore mette un cerchio alle narici del diavolo, cioè alla sua astuzia e alla sua malizia e lo fa ritornare per la via per la quale è venuto. Infatti ogni cosa si cura con il suo contrario.

“E fu proclamato ch’egli aveva il terzo grado di potestà nel suo regno”. Il Regno di Cristo è la vita del giusto. “Il mio Regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). La vita del giusto consiste nelle tre pratiche suddette. Ed è terzo nel Regno di Cristo colui che guida la sua vita con la ripara­zione della penitenza. In questo è raffigurata la terza piaga d'Egitto, nella quale fallirono i maghi del faraone (cf. Es 8,18-19), cioè i saggi di questo mondo, i quali non vogliono riparare ai loro peccati. Invece il vero penitente, per essere degno di partecipare al Regno dei cieli, fa di tutto per essere terzo nel Regno di quel re del quale il vangelo di oggi dice: “Il Regno dei cieli è simile ad un Re”.

 

2. Fa’ attenzione ai tre fatti posti in evidenza in questo vangelo, e cioè: il condono del debito da parte del re; l’ingratitudine del servo iniquo; la sua incarcerazione o tortura. Il primo: “Il Regno dei cieli è simile”. Il Secon­do: “Appena uscito, quel servo trovò”. Il terzo: “Allora il padrone lo fece richiamare”.

Nell’introito della messa di oggi si canta: “Io ho pensieri di pace, dice il Signore” (Ger 29,11). Si legge quindi la lettera del beato Paolo apostolo ai Filippesi: “Sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest’opera” (Fil 1,6): la divideremo in tre parti, riscontrandone la concor­danza con le tre suddette parti del vangelo. Prima parte: “Sono persuaso”. Seconda parte: “Dio mi è testimone”. Terza parte: “Perciò prego”.

E osserva che nel vangelo di oggi Matteo tratta del servo malvagio che non volle aver pietà del suo compa­gno; al contrario, l’Apostolo ama profondamente tutti dell’a­mo­re di Cristo, e raccomanda che anche in essi abbondi l’amore. Ecco perché questa epistola viene letta insieme con questo vangelo.

 

 

 

I. il re condona il debito al servo

 

3. “Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi”. Questo uomo-re è figura di Gesù Cristo, che è uomo nella sua uma­nità e re nella sua divinità; è uomo nella natività, re nella passione, nella quale ebbe le insegne regali che spettano al re, e cioè la corona, la porpora e lo scettro. Ebbe la corona di spine, il manto scarlatto e in mano, quale scettro, una canna: e quindi, “piegando il ginocchio davanti a lui, lo schernivano dicendo: Ave, re dei Giudei!” (Mt 27,29).

Abbiamo su questo una concordanza in Daniele: “Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire sulle nubi del cielo”, che raffigurano i predicatori, “uno simile a un figlio d’uomo, che giunse fino all’antico di giorni” (Dn 7,13), al vegliardo. Infatti “Dal più alto dei cieli è la sua venuta” (Sal 18,7), cioè la venuta di colui che è in tutto uguale al Padre e che volle fare i conti con i suoi servi. Fa i conti quando giudica i meriti di ciascuno in questo mondo, e li giudicherà poi molto più severamente in quello futuro.

E anche su questo abbiamo una concordanza in Daniele, dove dice: “Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati i troni e l’antico di giorni si assise. La sua veste era candida come la neve, e i capelli del suo capo erano come lana monda; il suo trono era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente. Un fiume di fuoco scorreva rapido davanti al suo volto: mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano. La corte sedette e i libri furono aperti” (Dn 7,9-10). La Glossa spiega: Gli angeli e tutti gli eletti accompagneranno il Signore nel giudizio, e saranno i troni di Dio perché in essi egli sarà assiso. Infatti dice Matteo: “Quando il Figlio dell’uomo verrà in tutta la sua maestà e tutti gli angeli saranno con lui” (Mt 25,31), perché sono essi i testimoni di tutte le azioni degli uomini, i quali hanno operato il bene o il male sotto la loro vigilanza.

“E l’antico di giorni – cioè il Padre – si assise”. Anche se, come precisa la Glossa, appare nel giudizio la persona del Figlio, non mancheranno il Padre e lo Spirito Santo. Il Padre è da se stesso, il Figlio dal Padre, e tutto ciò che il Figlio ha, viene attribuito a colui dal quale è. Oppure è dettoantico, cioè giudice vero e severo. Antico è come dire ante quam, prima che. Cristo infatti nel vangelo di Giovanni dice: “Prima che Abramo fosse, io sono” (Gv 8,58). È detto dunque di Dio che è “assiso” e “antico di giorni” perché sia palese la sua natura di giudice eterno; e viene descritto come “vecchio”, affinché sia comprovata la ponderatezza della sua sentenza.

“La sua veste era candida come la neve”. Il Salvatore trasfigurato sul monte e splendente della gloria della maestà divina, appare avvolto in vesti candide. Anche nel giudizio la sua veste sarà candida: e questo sta ad indica­re che il giudizio sarà limpido e giusto, e nel giudicare non ci sarà parzialità per nessuno. In verità – dice Pietro – mi rendo conto che Dio non fa preferenze di persone (cf. At 10,34). Fa’ attenzione che dice: “Candida come la neve”. La neve deve il suo nome alla nube, dalla quale viene. Dice Ambrogio che di solito le acque gelide si solidificano in una nube con il soffio di venti glaciali, e attraverso l’aria cade la neve. La neve è candida e fredda. Nel giudizio ci sarà il candore nei riguardi dei beati, e il rigore, il freddo, nei riguardi dei dannati. Il candore sarà nelle parole: “Venite, benedetti!”; il rigore nelle altre: “Andate, maledetti!” (Mt 25,34; 25,41).

“E i capelli del suo capo erano come lana monda”. Vedi su questo argomento la prima parte del sermone della domenica II dopo Pasqua, sul vangelo “Io sono il buon pastore”.

“Il suo trono era come vampe di fuoco”. Il trono di Dio, spiega qui Origène, sono i monaci, gli eremiti e gli altri che, vivendo riuniti in un unico posto, si applicano al servizio di Dio senza andare girovagando: nei loro cuori tranquilli risiede Dio. Giustamente sono detti “vampe di fuoco” perché sono infiammati di amore di Dio e del prossimo e del desiderio della patria celeste. È detta fiamma specialmente quella della fornace, perché viene ravvivata dal soffio dei mantici. La fornace di fuoco è il cuore del giusto, dal quale, con il soffio dei mantici, cioè della contrizione e della confessione, viene accesa la fiamma della duplice carità. Dice infatti il salmo: “Che fai degli spiriti i tuoi angeli, e delle fiamme di fuoco i tuoi ministri” (Sal 103,4). Gli angeli, i messaggeri, e cioè i giusti, sono spiriti, perché non hanno gusto alcuno delle cose terrene e carnali; sono vampe di fuoco in quanto amano Dio e il prossimo.

“Le sue ruote sono come fuoco ardente”. Nelle ruote è simboleggiata la rapidità del giudizio, del quale il Signore, per bocca del profeta Malachia, dice: “Io mi accosterò a voi per il giudizio e sarò un testimone pronto contro i maldicenti, gli adulteri e gli spergiuri, contro coloro che frodano la mercede agli operai, contro gli oppressori delle vedove, degli orfani e contro chi fa torto al forestiero: costoro non mi temono, dice il Signore degli eserciti” (Ml 3,5).

“Un fiume di fuoco scorreva rapido”, cioè correva impetuoso, “davanti al suo volto”. Nel fiume è indicata l’eter­nità delle pene, nel fuoco la severità del giudizio, e nella rapidità l’immediata caduta dei peccatori nella geenna.

“Mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano”. Dice il salmo: “I carri di Dio sono migliaia di migliaia” (Sal 67,18). Due sono i compiti degli angeli. Dice Gregorio: Una cosa è assistere, e un’altra è servire. Assistono coloro che non vanno a portare i messaggi agli uomini; servono invece coloro che vanno ad adempiere il loro ufficio di messaggeri: tuttavia neppure questi inter­rompono la loro contemplazione di Dio. E poiché sono più numerosi coloro che servono che non quelli che hanno il compito specifico di assistere, il numero di quelli che assistono è pressoché definito, mentre il numero di coloro che servono è lasciato indefinito.

“La corte sedette”, cioè il corpo dei giudici si schie­rò, “e furono aperti i libri”, cioè le coscienze e le opere dei singoli vengono mostrate a tutti in ogni loro parte, sia buona che cattiva. Il libro buono è quello dei viventi; il libro cattivo è quello che sta in mano all’accusatore, che è il nemico e il vendicatore, del quale nell’Apocalis­se è scritto: “Questi è l’accusatore dei nostri fratelli” (Ap 12,10). E ancora: “Furono aperti i libri, e fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudica­ti in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere”(Ap 20,12). Giustamente quindi è detto: “Il Regno dei cieli è simile ad un re che volle fare i conti con i suoi servi”.

 

4. “Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti” (Mt 18,24). Nel numero dieci è indicato il decàlogo, nel mille la perfezione del vange­lo. Ogni uomo è debitore a Gesù Cristo di diecimila talen­ti, cioè dell’osservanza del decàlogo e del vangelo. Dice Salomone: “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti” (Eccle 12,13). I comandamenti si chiamano in lat. mandata, come a dire manu data, dati cioè con la mano. I comandamenti del decalogo furono scritti dal dito di Dio (cf. Dt 9,10), e i comandamenti del vangelo furono dati agli apostoli dalla mano di Gesù Cristo. Merita dunque di essere osservato ciò che è dato dalla mano di Dio, e per la cui osservanza ogni uomo è stato creato.

 

5. “Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone comandò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e si saldasse così il debito” (Mt 18,25). Vediamo quale sia il significato della moglie e dei figli, che raffigurano le opere dell’uomo. La moglie del peccatore è figura della cupidigia di questo mondo. Questa è la statua di Nabucodonosor, della quale è detto in Daniele: Tu stavi guardando, o re, ed ecco una grande statua il cui capo era di oro purissimo, il petto e le braccia di argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro, e i piedi in parte di ferro e in parte di argilla (cf. Dn 2,31-33).

Vediamo quale sia il significato, prima allegorico e poi morale, dell’oro, dell’ar­gen­to, del bronzo, del ferro e dell’argilla.

Senso allegorico. Questa statua è figura della santa chiesa, che negli apostoli ebbe il capo d’oro. È detto infatti nel Cantico dei Cantici: “Il suo capo è di oro purissimo” (Ct 5,11). Le braccia e il petto, in cui risiede la forza più grande, la chiesa li ebbe d’argento al tempo dei martiri, i quali affrontarono eroicamente tutte le battaglie. Infatti lo sposo stesso dice alla chiesa: “Faremo per te delle murènole d’oro, intarsiato, niellato di argento” (Ct 1,10). Le murènole sono delle collane intrecciate con sottili listelle d’oro e d’argento. Le murènole della chiesa furono l’umiltà e la povertà, che la chiesa ebbe al tempo degli apostoli; e al tempo dei martiri, perché fossero ancora più belle, furono solcate da striature di sangue, come d’ar­gento, vale a dire rese vermiglie. L’argento unito all’oro, cioè il sangue dei martiri, nel quale hanno rese splendenti le loro stole, unito all’umiltà e alla povertà degli apostoli, pre­senta agli occhi della nostra mente uno spettacolo di meravigliosa bellezza.

Similmente, la chiesa ebbe il bronzo e il ferro nei con­fessori della fede, che con il suono della loro predica­zione sconfissero la malvagità degli eretici. Dice Mosè nel Deuteronomio: “Ferro e bronzo sono i calzari di Aser” (Dt 33,25). Aser s’interpreta “beato”, e raffigura il coro beato dei confessori della fede i quali, calzati con il bronzo della predicazione e il ferro di una costanza incrollabile, calpestarono serpenti e scorpioni, vale a dire gli eretici e gli scismatici. Dice infatti il Signore per bocca di Geremia: “Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, come una colonna di ferro e un muro di bronzo, contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi prìncipi, i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per liberarti” (Ger 1,18-19).

Fa’ attenzione a queste tre cose: la città, la colonna, il muro. Nella città fortificata è indicata l’unità, che veramente difende e difendendo custodisce; nella colonna di ferro è indicata la carità fraterna che sostiene; nel muro di bronzo è indicata l’indomita pazienza e la costanza nel­la predicazione. E poiché i santi confessori Girolamo, Ago­stino e Ilario, e gli altri dottori della chiesa ebbero queste qualità, furono in grado di sconfiggere i costruttori di falsità.

Parimenti, la chiesa di Cristo, poverella, sconvolta dalla tempesta, tra il fecciume del mondo, ha per così dire nei piedi il ferro e il fango, sia nei chierici che nei laici. Nel ferro è simboleggiata l’avarizia, nel fango la lussuria. Ecco quali membra si trovano nel corpo di Cristo, che è la chiesa: gli avari e i lussuriosi, i quali non sono certo la chiesa di Cristo, bensì la sinagoga di satana.

 

6. Senso morale. All’inizio del mondo ci furono due città: la chiesa e Babilonia. Questa statua è figura del mondo, della città di Babilonia, della sinagoga di satana; giustamente è chiamata statua, in quanto ne è la raffigurazione. Ha bocca ma non parla, perché nella bocca ha il ranuncolo (tumore) dell’avarizia; ha gli occhi ma non vede, perché l’ha accecata lo sterco della lussuria; ha gli orecchi ma non sente perché, come il serpente, tiene un orecchio appoggiato alla terra e chiude l’altro con la coda, per non sentire la voce dell’incantatore (cf. Sal 57,6-7).

“Il suo capo era d’oro puro”, ecc. L’oro è figura della sapienza del mondo, l’argen­to della sua eloquenza, e il bronzo, essendo molto sonoro, è figura della vanagloria; il ferro ne indica l’ostinazione e il fango l’amore alla cose temporali. Questa statua l’ha ridotta in pezzi un piccolo sasso, cioè Gesù Cristo, che – come dice Daniele – “si è staccato dal monte”, è nato cioè dalla beata Vergine, “non per mano d’uomo”, cioè senza concorso di uomo, “e colpì la statua ai piedi e glieli frantumò. Allora si frantumarono anche il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro; e tutto divenne come la pula che il vento spazzò via, e non ne restò traccia alcuna” (Dn 2,34-35).

Così Cristo nel suo primo avvento colpì la statua del mondo, che non fu distrutta totalmente, ma lo sarà nel giorno del giudizio. Dice infatti l’Apocalisse: È caduta, è caduta Babilonia, la prostituta che ha ubriacato il mondo con il vino della sua fornicazione (cf. Ap 14,8).

 

7. Altra spiegazione. Questa statua è figura del prelato della chiesa, eminente e onorato nelle cose del mondo. Questa è la statua di Baal, nome che s’interpreta “superio­re" o “divoratore”. Ecco l’idolo eretto nella casa del Signore, che tutto divora. Si legge infatti in Daniele che “presso i Babilonesi era venerato un idolo di nome Bel, al quale offrivano ogni giorno dodici àrtabe, misura corrispondente ad un sacco, “di fior di farina, quaranta pecore e sei anfore di vino” (Dn 14,2). Ecco quante cose divora colui che sarà a sua volta divorato dal diavolo. “Anche il re venerava quell’idolo e ogni giorno andava ad adorarlo; invece Daniele adorava il Signore, suo Dio” (Dn 14,3). Vediamo che tutto questo si avvera ogni giorno nella chiesa di Cristo. Il prelato dovrebbe almeno comportarsi come Pietro, di cui si racconta negli Atti degli Apostoli che quando Cornelio si gettò ai suoi piedi per adorarlo, Pietro lo rialzò dicendo: Àlzati, anch’io sono un uomo, come te (cf. At 10,25-26).

E il re disse a Daniele: “Perché non adori Bel? Daniele rispose: Io non adoro idoli fatti dalla mano di uomo, ma soltanto il Dio vivo, il quale ha fatto il cielo e la terra e che è Signore di ogni essere vivente. Il re gli disse: Non ti sembra che anche Bel sia un dio vivo? Non vedi quante cose mangia e beve ogni giorno?” (Dn 14,3-5). Ahimè, quanto mangia! E i poveri gridano alla porta con il ventre vuoto e nudo. Perché mangia molto, per questo è vivo.

“E Daniele, ridendo, disse: Non t’ingan­nare, o re! Quell’idolo di dentro è fango”, cioè goloso e lussurioso, “e di fuori è bronzo”, cioè superbo e avaro, “e non mangia mai” (Dn 14,6) il cibo che non perisce, quello che dura per la vita eterna (cf. Gv 6,27).

Il capo di quest’idolo, o di questa statua, è d’oro; nell’oro è indicata la insipida sapienza della carne, che è stoltezza agli occhi di Dio (cf. 1Cor 3,19); nell’argento è raffigurata l’eloquenza, che è come la rana dell’Egitto. Di queste due cose il Signore, per bocca di Ezechiele, dice: “Hai preso i vasi ornamentali fatti con il mio oro e con il mio argento, che io ti avevo dato, e ne hai costruito figure umane e con esse hai fornicato”(Ez 16,17). Con l’oro della sapienza e con l’argento dell’eloquenza, che il Signore elargisce al prelato della chiesa perché siano i suoi vasi ornamentali, con i quali raccogliere la grazia dello Spirito Santo e offrirla agli altri, lo sventurato si fabbrica degli idoli quando distrugge la grazia dell’intelligenza e dell’eloquenza con una vita viziosa; pratica con quei doni la fornicazione, quando per mezzo di essi cerca la vanagloria nel postribolo del mondo.

Similmente nel bronzo sono indicate le ricchezze, perché sono molto risonanti. “Hanno chiamato con i propri nomi le loro terre” (Sal 48,12). Dice Ezechiele: “Il tuo nome si è divulgato tra le genti” (Ez 16,14), e non tra gli angeli. Non il nome del ricco vestito di porpora, ma quello del mendìco e piagato Lazzaro è scritto nel vangelo (cf. Lc 16,20).

Nel ferro è raffigurato il potere, con il quale [l’indegno prelato] distrugge il povero. Ma tu, Signore, “hai spezzato i denti ai pec­catori” (Sal 3,8); e “il Signore spezzerà i denti dei leoni” (Sal 57,7). Questa è la belva di cui Daniele dice che era “spaventosa, terribile e d’una forza eccezionale: aveva grandi denti di ferro, divorava e stritolava, e ciò che ri­maneva lo calpestava sotto i piedi” (Dn 7,7).

Parimenti nel fango (creta) è indicata la nostra carne miseranda la quale, al giungere del sasso, cioè all’ar­rivo dell’ineluttabile morte, sarà colpita e distrutta. E allora l’oro della sapienza, l’argento dell’eloquenza, il bronzo delle ricchezze, il ferro del potere saranno frantu­mati, ridotti a nulla e dispersi dal vento, perché la carne andrà ai vermi, le ricchezze ai parenti, l’anima sarà consegnata al diavolo, e così di essi non resterà traccia alcuna.

Giustamente quindi è detto nel vangelo: “Il padrone comandò che fosse venduto lui, la moglie e i figli” perché, come commenta la Glossa, a causa della concupiscenza del mondo e della carne, e per le opere cattive, che sono state per lui come moglie e figli, dovrà subire le pene eterne. Si degni di liberarcene colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

8. “Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Signore, abbi pazienza con me, e ti restituirò tutto” (Mt 18, 26). Ecco che cosa deve fare il peccatore finché è in vita, per non essere condotto, dopo la morte fisica, al supplizio della morte eterna con moglie e figli.

Fa’ attenzione a questi tre atti: si gettò a terra, supplicava, e restituirò tutto, nei quali sono raffigurate la contrizione, la confessione e la riparazione, per mezzo delle quali tutti i peccati vengono rimessi.

Il latino ha il verbo procidere, come porro cadere, cadere in avanti. Cade in avanti colui che è veramente contrito, distrutto dal dolore, colui che si considera terra. Infatti “al tuo cospetto cadranno tutti coloro che scendono nella terra” (Sal 21,30). Dice “al tuo cospetto”, non al cospetto della statua di Nabucodonosor, della quale è detto in Daniele: Tutti i popoli caddero a terra per adorare la statua d’oro, che Nabucodonosor aveva fatto innalzare nella piana di Dura (cf. Dn 3,7.1), nome che s’interpreta “bellezza” e anche “linguaggio”. La statua d’oro è la gloria fallace di questo mondo, che viene innalzata dal diavolo sulla bellezza esteriore e sul linguaggio delle false promesse. Mostra la bellezza della gloria, la promette, e così tutte le genti, decadendo dalla vera gloria, adorano quella transitoria, e in essa adorano il diavolo. Dice infatti il diavolo: “Ti darò tutto questo se tu, gettandoti a terra, mi adorerai” (Mt 4,9).

Chi dunque vuole ottenere il perdono, non si getti a terra davanti alla statua, ma davanti a Gesù; si prostri insieme con il servo, del quale è detto: “Gettatosi a terra quel servo... lo supplicava”. Supplicare significa domandare qualcosa con umiltà e sottomissione. La confessione dev’essere umile e devota: umile, cioè humi acclinis, chinata verso terra, nel disprezzo e nell’accusa di se stesso; devota nella pronta volontà della riparazione; e allora potrà dire: “Abbi pazienza con me”. Dice l’Apostolo: “Osi tu disprezzare la ricchezza della sua bontà, della sua pazien­za e della sua tolleranza? Non sai che la bontà di Dio ti spinge alla conversione?” (Rm 2,4). Chi disprezza queste ricchezze sarà sempre povero e miserabile.

“E ti restituirò tutto”. Restituisce tutto colui che ripara a tutto il male commesso, in modo che la pena sia proporzionata alla colpa. “Fate frutti degni di penitenza” (Lc 3,8). E nel libro di Giosuè è detto che la regione toccata in sorte alla tribù di Giuda passava per Sina (deserto del Zin,cf. Gs 15,1.3), nome che significa “misura”. Misura è tutto ciò che si determina in peso, in capacità, in durata e col cuore. La vera riparazione deve avere queste quattro qualità: il peso della sofferenza, la capacità dell’amore, con il quale abbraccia in sé tutti, la durata della perse­veranza finale e l’umiltà nel cuore. Dove si trovano riunite tutte queste disposizioni, c’è subito pronta la misericordia.

Infatti il vangelo continua: “Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito” (Mt 18,27). Considera che la misericordia del Signore compie tre azioni: purifica l’anima dai vizi, l’arricchisce di co­piosi carismi, la ricolma delle delizie dei celesti gaudi. La prima azione riempie il cuore col dolore della contrizione, la seconda lo intenerisce di amore, la terza lo inonda di rugiada celeste con la speranza dei beni eterni. E questo viene reso evidente dall’interpretazione della parola misericordia. Misericordia significa “donare un cuore misero” (lat. miserum cor dans), e questo concorda con la prima azione della misericordia del Signore; significa anche “mettere da parte la severità del cuore” (lat. mittens seorsum rigorem cordis) e questo concorda con la seconda; significa ancora “la grande dolcezza che inonda il cuore” (lat. mira suavitas corda rigans), e questo si riferisce alla terza. Il padrone dunque, ripieno di questa triplice misericordia verso quel servo, gli condonò tutto il debito.

Con questo passo del vangelo concorda quindi in modo meraviglioso l’introito della messa di oggi, in cui il Signore misericordioso dice: “Io coltivo pensieri di pace e non di sventura”, e nel vangelo: “Impietositosi il padrone di quel servo”; “mi invocherete”, e nel vangelo: “gettatosi a terra lo implorava”; “e io vi esaudirò”, e nel vangelo: “lo lasciò andare”; “vi farò ritornare dalla vostra prigio­nia” (cf. Ger 29, 11.12.14), e nel vangelo: “gli condonò tutto il debito”.

 

9. Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola: “Sono persuaso nel Signore Gesù, che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona”, cioè di prostrarvi nella contrizione, di supplicare nella confessione e di restituire tutto con la riparazione, “la porterà anche a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”, cioè sino alla fine della vita, quando Dio si farà vedere. “È giusto infatti che io abbia questi sentimenti”, che io cioè voglia questo “per tutti voi” (Fil 1,6-7), che io supplico di fare ciò.

Fate in modo che la mia fiducia non sia vana. E ne espone i motivi: “perché io vi porto nel cuore”, e non solo sulle labbra; desidero “che siate tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa, sia nelle catene”, parteci­pando alle mie sofferenze, “sia nella difesa” contro chi ci avversa, “sia nel consolidamento” dei deboli nella dottrina del van­gelo, affinché anche in futuro “siate miei compagni e compartecipi dell’eterna felicità”.

E affinché siamo fatti degni di giungere a questa felicità, ti supplichiamo, Signore Gesù Cristo, tu che sei la pietra angolare (cf. Ef 2,20), di frantumare la statua della nostra concupiscenza e di condonarci il debito della nostra cattiveria.

Accordacelo tu, che sei benedetto nei secoli eterni. Amen.

 

II. ingratitudine del servo malvagio

 

10. “Appena uscito, quel servo incontrò un altro servo come lui che gli doveva cento denari: afferratolo, lo strangolava dicendo: Restituiscimi ciò che mi devi!” (Mt 18,28).

Quel servo malvagio, dimèntico della misericordia divina che gli aveva appena condonato il debito, non volle usare misericordia verso quel suo compagno. E invece aveva il dovere di aver misericordia verso il suo compagno, dopo che il padrone aveva avuto misericordia di lui.

Quanto è grande la differenza tra i diecimila talenti e i cento denari, altrettanto grande, e anche molto di più, è la differenza tra il peccato con il quale noi offendiamo Dio e il peccato con il quale il prossimo offende noi. Se dunque Dio, Padrone di tutto il creato, ti condona un debito così grande, perché tu non condoni al prossimo un debito tanto piccolo? Chi si dimentica della misericordia usata verso di sé, non sente più misericordia per nessuno. L’uscita del servo simboleggia appunto la sua colpevole dimenticanza.

Leggiamo nella Genesi: “Caino disse ad Abele, suo fratello: Andiamo fuori. Quando furono nella campagna, Caino si avventò contro suo fratello Abele e lo uccise” (Gn 4,8). Questo è appunto ciò che dice il vangelo: “Afferratolo, lo soffocava”. Caino s’in­ter­preta “acquisto” Eva disse: “Ho acquistato un uomo dal Signore” (Gn 4,1). Caino è figura dell’avaro il quale, quando esce dal cospetto della miseri­cordia divina, afferra e soffoca Abele, che s’interpreta “dolore”, e raffigura il povero, che patisce nel dolore della povertà.

Senso morale. Caino uccide Abele, cioè il possesso delle ricchezze uccide il pianto della penitenza; e al possesso, che nasce per primo come Caino, segue il pianto della morte eterna. Infatti Daniele disse al re Baltassar: Non hai umi­liato il tuo cuore, ma sei insorto contro il Signore del cielo e non hai dato gloria a Dio, che tiene nella sua mano il tuo respiro e tutte le tue vie. Da lui allora sono state mandate le dita di quella mano che ha scritto ciò che tu vedi inciso sulla parete: Mene “ha contato”, Tekel “ha pesato”, Peres “ha diviso” (cf. Dn 5,22-28).

Nel giudizio ci saranno questi tre momenti: l’interroga­torio dei peccatori, l’accusa per tutto il bene non fatto, l’esecuzione della sentenza. E allora il regno di Babilonia sarà diviso: la sinagoga dei peccatori verrà separata dal regno dei giusti, e sarà consegnata ai Medi e ai Persiani, vale a dire ai demoni, i quali strangoleranno colui che stava strangolando gli altri.

“Afferratolo, lo soffocava”, dice il vangelo. Il verbo soffoco è formato da sub e fauce, cioè sotto e gola. Le fauci si chiamano così perché fundunt voces, attraverso di esse cioè emettiamo la voce. Chi stringe le fauci, la gola, cerca di togliere la voce e la vita. La vita del povero è la poca sostanza di cui vive, come l’anima vive del sangue (cf. Dt 12,23). Se tu al povero sottrai la sua piccola sostanza, gli cavi il sangue, gli stringi la gola: ma poi sarai tu stesso strangolato dal diavolo.

 

11. “E quel suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti restituirò tutto. Ma egli non volle ascoltarlo: andò e lo fece gettare in carcere, finché avesse rifuso il debito” (Mt 18,29-30).

O servo malvagio! Proprio con le stesse parole hai supplicato il padrone, ed egli ti ha condonato il debito; e tu, supplicato dal tuo compagno per la stessa cosa, non hai voluto condonarglielo e lo hai fatto gettare in carcere! Ma credimi, verrà il giorno in cui si avvereranno le parole di Salomone: Chi chiude i suoi orecchi al grido del povero, quando sarà lui a gridare non sarà ascoltato (cf. Pro 21,13).

Il carcere è questo mondo, vera fornace di Babilonia. Infatti abbiamo la concordanza in Daniele, dove si racconta che i servi di Nabucodonosor “non cessavano di aumentare il fuoco della fornace con bitume, stoppa, pece e sarmenti” (Dn 3,46). Il bitume è detto in lat. naphta (si pronuncia nafta), e alcuni dicono che questa naphta è fatta di ossi di olive e morchia dell’olio. La stoppa si chiama così perché serve a stoppare(calafatare) le fessure delle navi. La pece è detta in lat. pix, da pino, dal quale si ricava. I sarmenti, detti in lat. malleoli, sono i tralci delle viti, i maglioli.

Nella nafta è raffigurata l’avarizia, che è priva dell’olio della misericordia, e in essa c’è soltanto la morchia del denaro. Spremi l’olio dalle olive, e resta la morchia; togli l’olio della misericordia al denaro: esso solo resterà, fuoco di eterna morte. Nella stoppa è raffi­gurata la vanagloria, che ben presto brucia e scompare. Nella pece, che manda un denso fumo, è raffigurata la lussuria che infetta l’anima e fa perdere il buon nome. Nei sarmenti, nei tralci, è raffigurata la superbia: i superbi infatti sono tagliati dalla vera vite che è Gesù Cristo.

Con questi quattro combustibili si alimenta il fuoco della fornace di Babilonia e brucia anche tutto questo mondo; e in questa fornace ci sono i tre fanciulli Sadrach, Mesach e Abdènego. Ma l’angelo del Signore allontana da loro la fiamma del fuoco e rende fresco l’interno della fornace, come se vi spirasse un brezza rugiadosa; e così il fuoco non li tocca per nulla (cf. Dn 3,49-50). Questi tre fanciulli raffigurano quelle tre virtù che hanno il potere di far uscire illesi dalla fornace del mon­do coloro che ne sono dotati.

In Sadrach, il cui nome s’interpreta “mio decoro” è raffigurata la castità. Si legge nel Cantico dei Cantici: Tu sei bella e leggiadra, per la castità interiore ed esteriore, o figlia di Gerusalemme! (cf. Ct 6,3). E nella Genesi: “Figlio crescen­te, Giuseppe, e bello di aspetto” (Gn 49,22). E ancora: “Rebecca fanciulla molto avvenente, vergine bellissima” (Gn 24,16). E anche Rachele era “bella di volto e avvenente di aspetto” (Gn 29,17).

Mesach , il cui nome s’interpreta “sorriso”, raffigura la pazienza, che sa sorridere anche nelle tribolazioni.

Abdènego, il cui nome significa “servo silenzioso”, raffigura l’obbedienza, che si sottomette di buon animo e non fa parola alcuna di ciò che sarebbe la sua volontà. Coloro che sono forniti di queste tre virtù vengono liberati dal fuoco della fornace, vale a dire dall’incendio dei vizi, per opera dell’angelo della Provvidenza e per mezzo della brezza rugiadosa, cioè per opera della grazia dello Spirito Santo.

“Gli altri servi, visto quello che accadeva, furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto” (Mt 18,31). Gli altri servi, come spiega la Glossa interlineare, raffigurano i predicatori del vangelo, o anche gli angeli, che riferiscono a Dio le opere degli uomini. Infatti l’angelo disse a Daniele: “Fin dal primo giorno in cui ti sei sforzato di intendere, umiliandoti davanti a Dio, le tue parole sono state ascoltate e io sono venuto per le tue parole” (Dn 10,12). E la Glossa commenta: Da quando hai incominciato a implorare la misericordia di Dio con le lacrime, con il digiuno e le preghiere, io ho colto l’occasione di presentarmi al cospetto di Dio per intercedere per te.

 

12. Con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte dell’epistola: “Dio mi è testimone, in qual modo io desideri tutti voi nelle viscere di Gesù Cristo” (Fil 1,8), vale a dire “nel profondo amore di Cristo”, perché siate da lui amati, o perché anche voi amiate Dio e il prossimo con lo stesso amore con cui vi ama Cristo, che ha dato la sua vita per voi. Certamente non desiderava questo il servo malvagio, che voleva strangolare il suo compagno.

È detto testimone colui che osserva ciò che è stabilito. Ottimo testimone il beato Paolo che osservava in se stesso e negli altri il comando di Gesù Cristo. Le viscere sono le parti interne del corpo che stanno attorno al cuore, e il loro nome suona come “vivide”, perché in esse è contenuta la vita e l’anima. Le viscere di Gesù Cristo sono l’amore con il quale ci ha amati, e del quale l’anima nostra vive. Ovunque è morte: solo nelle viscere di Cristo è la vita.

Dice la Storia Naturale che esistono soltanto quattro esseri che vivono unicamente dei quattro elementi della natura. L’alice, un pesciolino, che vive solo di acqua; il camaleonte, che vive solo di aria; la salamandra, che vive solo di fuoco, e la talpa, che vive solo di terra.

Del camaleonte dice Solino che non prende cibo e non si nutre di liquidi, e di null’altro vive che aspirando aria. È un quadrupede, dal movimento lento e pesante come quello delle testuggini, dal corpo rozzo, di colore vario che può cambiare in un istante, in modo da prendere il colore delle cose sulle quali si trova. Ci sono solo due colori che non è in grado di prendere: il rosso e il bianco; gli altri colori li assume tutti con facilità. D’inverno se ne sta rintanato, mentre esce all’aperto d’estate. Da chiunque venga ucciso, dopo ucciso uccide il suo uccisore. Infatti se un volatile mangia anche un minimo pezzo del suo corpo, subito muore. Ma se se ne ciba il corvo, o altri uccelli della stessa specie, che hanno il nome dal suono che emettono, la natura li aiuta a trovare un rimedio, una medicina. Infatti quando incominciano a sentirsi male, mangiano foglie di alloro e così guariscono.

La salamandra è così chiamata perché è in gra­do di resistere al fuoco. Se si arrampica su di un albero ne intossica tutti i frutti, e non soltanto non si brucia in un incendio, ma lo spegne. È chiamata anche lucertola, in lat. stellio, e di essa Salomone dice: “Si prende con le mani e abita nei palazzi dei re” (Pro 30,28). Il nome stellio le viene dal suo colore: ha infatti il corpo coperto come di punti lucenti a forma di stelle.

Parimenti la talpa è così chiamata perché è condannata a perpetua cecità: infatti è senza occhi e passa la vita a perforare la terra.

Dato che abbiamo stabilito di trattare della carità, che è la vita dell’anima, se nella natura di questi quattro esseri riusciamo a trovare qualcosa di utile ad incrementare la pratica di questa virtù, vogliamo esporlo a questo punto. Per il momento non vogliamo quindi parlare del loro veleno e della loro astuzia.

Considera che la carità consiste soprattutto in quattro atti: nella compunzione del cuore, nella contemplazione della gloria, nell’amore verso il prossimo e nella continua considerazione della propria bassezza.

Nell’alice, minuscolo pesciolino, è raffigurato l’umile penitente che vive solo dell’acqua delle lacrime. Infatti dice con il Profeta: “Ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio e irroro di lacrime il mio letto” (Sal 6,7): inondo di lacrime la mia coscienza per ogni singolo mio peccato, che ha il potere di condurmi alla notte eterna, e irroro di lacrime il mio corpo, prostrato dalla penitenza, affinché germogli l’erba verdeggiante capace di produrre il seme e la pianta fruttifera che faccia frutto secondo la sua specie (cf. Gn 1,12).

Su questo argomento vedi il sermone della domenica di Settuagesima: “In principio Dio creò il cielo e la terra”.

 

13. E poiché l’umile penitente vive solo dell’acqua delle lacrime, abbiamo una chiara concordanza in Daniele, dove dice: “Io, Daniele, continuai a piangere per tre settimane, non mangiai pane raffinato, e vino e carne non entrarono nella mia bocca, e neppure mi unsi di unguento finché non furono compiute le tre settimane” (Dn 10,2-3).

Osserva che il grande pianto produce tre effetti: annebbia gli occhi, turba la testa, e fa impallidire il volto. E così anche l’occhio del vero penitente, che prima era solito saccheggiare la sua anima, si annebbia perché non possa più vedere una donna per desiderarla (cf. Mt 5,28), e si chiude perché la morte non entri da quella finestra (cf. Ger 9,21). La sua testa, cioè la sua mente, si turba a motivo dei peccati commessi; infatti, insieme con il figlio della Sunnamita, dice: “Mi duole la testa, mi duole la testa!” (4Re 4,19). Questa ripetizione sta ad indicare la violenza del dolore. Il suo volto si fa pallido a motivo della mortificazione del corpo; infatti “vennero meno la mia carne e il mio cuore” (Sal 72,26), si mitigò cioè l’impudenza della carne e la superbia del mio cuore. Queste sono le tre settimane durante le quali il penitente piange. Oppure anche: piange per tre settimane perché in tre modi ha offeso la santa Trinità: con il cuore, con la bocca e con le opere.

“Non mangiai pane raffinato”. Commenta la Glossa: Si astenne da cibi raffinati, come dobbiamo fare anche noi, e molto di più, nel tempo del digiuno. Infatti coloro che si cibano di cose illecite, devono poi astenersi anche da quelle lecite. Oppure, il pane raffinato simboleggia anche il lusso secolaresco, che oggi è desiderato da molti, e del quale Salomone dice: “Gradito è all’uomo il pane della menzogna”, cioè del lusso del mondo, che finge di essere qualcosa, mentre è niente; “ma poi la sua bocca sarà piena di sassi” (Pro 20,17), sarà cioè colpito con il castigo eterno. E anche Giobbe dice: “Il suo pane gli si guasterà nelle viscere, si cambierà in fiele di vipera” (Gb 20,14). Il penitente non mangia di questo pane, anzi dice nel salmo: “Mi nutrivo di cenere come di pane” (Sal 101,10). E la Glossa commenta: Mi nutrivo di cenere, cioè dei rimasugli dei peccati, come di pane: facendo penitenza consumavo anche i peccati più leggeri, i veniali, perché anche quelli devono essere distrutti con la penitenza.

“E alla mia bevanda”, cioè alla felicità temporale, “io mescolo il pianto” (Sal 101,10). Infatti aggiunge: “Carne e vino”, in cui è indicata la concupiscenza della carne e la gloria del mondo, “non entrarono nella mia bocca”. La carne è detta in lat. caro, perché cara, amata; e il vino ha il nome che richiama la vena, perché bevuto riempie subito di sangue le vene. “E non mi unsi di unguento”; e qui abbiamo la concor­danza nel libro del profeta Amos, dove dice: Guai a voi “che mangiate l’agnello del gregge e i vitelli scelti da tutto l’armento... bevendo vino in larghe coppe e ungendovi con gli unguenti più raffinati” (Am 6,4.6). Il penitente invece pratica tutte le mortificazioni suddette finché sono complete le tre settimane, cioè finché ha riparato a tutti i peccati e ha ricevuto il perdono dalla santa Trinità.

 

14. Il camaleonte è figura del contemplativo, che vive solo di aria, vale a dire della dolcezza della contempla­zione. Dice infatti con l’Apostolo: “La nostra patria è nei cieli” (Fil 3,20). E in Giobbe leggiamo: “La mia anima ha scelto la sospensione(Gb 7,15). La sospensione simboleggia l’elevazione dello sguardo interiore al Signore.

Il giusto si solleva dalla terra con la fune dell’amore divino e resta come sospeso in aria per la dolcezza della contemplazione, ed allora si trasforma, per così dire, tutto in aria, come non avesse più il corpo, non fosse più oppresso dalla carnalità. È detto infatti di Giovanni Battista che era “voce di uno che grida nel deserto” (Mt 3,3; Gv 1,23). La voce è aria, e Giovanni era aria e non carne, perché non aveva più il gusto delle cose terrene ma solo di quelle celesti.

È detto nell’Esodo che sotto i piedi del Signore c’era come un lavoro di pietra di zaffiro (cf. Es 24,10). Sotto i piedi di Cristo, cioè sotto la sua umanità, sono poste, co­me sgabello, le menti dei giusti. Infatti sta scritto che Maria [di Magdala] sedeva ai piedi del Signore (cf. Lc 10,39). E ancora: Le donne “si avvicinarono e gli cinsero i piedi” (Mt 28,9). E nel Deuteronomio: “Coloro che si avvicinano ai suoi piedi, riceveranno il suo insegnamento” (Dt 33, 3). Lo zaffiro è color del cielo. La mente dei giusti, sottomessa all’umanità di Gesù Cristo con la fede e con l’umiltà, è come un prezioso lavoro di pietra di zaffiro.

Fa’ attenzione a queste tre cose: lavoro, pietra, e zaffiro. Lavoro, cioè la fatica della penitenza; di essa dice Salomone: “Sistema il tuo lavoro all’esterno e lavora con cura il tuo campo”, cioè la tua anima: “poi costruirai la tua casa” (Pro 24,27), cioè la tua coscienza. Di pietra, per la costanza della mente; dice Zaccaria: In un’unica pietra ci sono sette occhi (cf. Zc 3,9), vale a dire: nell’uomo perseverante ci sono i sette doni della grazia. Di zaffiro, per la dolcezza della contemplazione.

Leggiamo in Ezechiele che “sopra il capo dei cherubini c’era come una pietra di zaffiro” (Ez 10,1). “Sopra il capo dei cherubini”, cioè nella mente dei giusti, che sono ricolmi di quella scienza che sola sa insegnare e sola rende saggi. Osserva qui che quegli esseri, che Ezechiele aveva chiamato all’inizio “quattro animali”, qui li chiama cherubini: quindi chiama quegli animali con il nome degli angeli, perché erano alati. C’è da notare che di quegli esseri non è scritto che avessero estremità o becchi di uccello, ma solo le ali. Infatti neppure i giusti hanno degli uccelli gli artigli ricurvi della rapina e della violenza, e neppure il becco per dilaniare o calunniare i fratelli, ma solo le ali della divina contemplazione; e per richiamarsi a questo, la natura ha dato all’uomo le unghie diritte e non ricurve.

 

15. Si legge nella Storia Naturale che gli uccelli dotati di artigli adunchi, quando vedono che i loro piccoli sono in grado di volare, li spingono e li gettano fuori dal nido; e quando i piccoli sono cresciuti non si curano più di loro. Così si comportano anche certi avari, spietati, i quali, se vedono dei poveri e degli ammalati che migliorano un po’, e, quel che è peggio, anche quando sono ancora ammalati, li cacciano dalla propria casa. Invece sul capo dei Cherubini c’è la pietra di zaffiro, perché la mente dei giusti è nobilitata e illuminata dalla felicità della contemplazione.

La salamandra è figura dell’uomo caritatevole, che vive solo del fuoco della carità. Leggiamo nell’Ecclesiastico: “Sorse Elia simile al fuoco, e la sua parola bruciava come fiaccola” (Eccli 48,1), perché l’opera e la parola del giusto ardono di carità. Giustamente quindi è chiamato anchestellio, perché è come risplendente di stelle, cioè dello splendore delle opere buone. Di lui dice Salomone che si “adopera con le sue mani”, cioè con le sue opere, per quanto riguarda il prossimo, “e dimora nei palazzi dei re”, cioè nella contemplazione, per ciò che riguarda Dio.

Analogamente, la talpa è figura dell’uomo disprezzato e abbandonato, che vive soltanto di terra, perché si ricono­sce terra e peccatore, e mai dimentica quella maledizione: Sei terra e terra ritornerai (cf. Gn 3,19). Egli, nella cecità di questo esilio, si accontenta solo della terra, perché non mangia la carne degli altri, cioè non giudica gli altri peccatori e non li condanna, ma nell’amarezza della sua anima considera solo i suoi peccati, desiderando che tutti siano nelle viscere di Gesù Cristo (cf. Fil 1,8).

Fratelli carissimi, supplichiamo umilmente Gesù Cristo che ci riunisca nelle viscere del suo amore, ci faccia vivere dell’acqua della compunzione, dell’aria della contemplazione, del fuoco della carità e della terra dell’umiltà, in modo da essere degni di giungere fino a lui che è la vita.

Ce lo conceda egli stesso, che è benedetto nei secoli. Amen.

 

III. incarcerazione del servo malvagio.

una questione: “i peccati perdonati reviviscono?”.

 

16. “Allora il padrone fece chiamare quel servo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, come io ho avuto pietà di te? E, sdegna­to, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il debito” (Mt 18,32-34).

Da questo brano del santo vangelo si deduce chiaramente che i peccati rimessi riviviscono. Voglio quindi riportare qui tutto ciò che ho trovato nelle Sentenze su questo argo­mento.

Si domanda se i peccati rimessi (già perdonati) riviviscano. La soluzione di questo problema è oscura e ambigua, perché mentre alcuni affermano, altri negano che i peccati una volta rimessi possano rivivere per essere nuovamente colpiti dal castigo. Quelli che sostengono la reviviscenza dei peccati rimessi, si fondano sulle seguenti affermazioni:

Ambrogio. Perdonatevi a vicenda se uno ha peccato contro un altro, altrimenti il Signore fa rivivere i peccati rimessi. Infatti se viene disprezzato in questo precetto (del perdono), senza dubbio egli considererà nulla la penitenza per la quale ha concesso la sua misericordia, come si legge nel vangelo del servo malvagio, che è stato sorpreso mentre infieriva contro il suo compagno (cf. Mt 18,34-35).

Rabano. Dio consegnò il servo malvagio agli aguzzini finché avesse restituito tutto il debito, perché all’uomo non vengono imputati per il castigo solo i peccati commessi dopo il battesimo, ma anche il peccato originale che nel battesimo gli era già stato rimesso.

Gregorio. Da quanto è detto nel vangelo, consta che se non perdoniamo di cuore ciò che è stato commesso contro di noi, ci verrà di nuovo chiesto conto anche di ciò che, con gioia, pensavamo ci fosse stato rimesso con la penitenza.

Agostino. Dio dice: Perdona, e ti sarà perdonato (cf. Lc 6,37). Ma io ho perdonato prima. Tu perdona almeno dopo, perché se non perdonerai ti richiamerò e ti domanderò di nuovo conto di ciò che ti avevo perdonato. E ancora: Colui che, dimentico della bontà divina, vuole vendicarsi delle ingiurie, non solo non meriterà il perdono per i peccati futuri, ma gli sarà chiesto di nuovo conto anche dei peccati passati, che credeva gli fossero già stati perdonati.

Beda. “Ritornerò nella casa dalla quale sono uscito” (Mt 12,44). Si deve aver timore di ciò che dice questo versetto e tenerne conto, perché non accada che la colpa che in noi credevano estinta, non ci ricada addosso di nuovo per la nostra indolenza. E ancora: Chiunque, dopo il battesimo, viene vinto di nuovo dalla malvagità dell’eresia o dalla concupiscenza mondana, questi peccati lo precipiteranno di nuovo nel profondo di tutti i vizi.

E ancora Agostino. Che i peccati rimessi riviviscano, là dove non c’è la carità fraterna, lo insegna chiaramente il Signore nel vangelo del servo malvagio, al quale il padrone richiese la restituzione del debito già condonato, perché lui non aveva voluto condonare il debito al suo compagno.

Sono queste le affermazioni di coloro che sostengono che i peccati rimessi reviviscono, se vengono commessi di nuovo.

Ad essi si obietta:

Non sembra giusto che uno venga punito di nuovo per il peccato di cui ha fatto penitenza e che gli è stato perdonato. Se viene punito perché ha peccato e non si è emendato, evidentemente questo è giusto. Se invece gli viene chiesto conto di ciò che gli è stato condonato, questa o è un’ingiustizia, oppure è una giustizia misteriosa. Si ha infatti l’impressione che anche Dio giudichi e condanni due volte per lo stesso peccato, e che il castigo sia inflitto due volte, ciò che la sacra Scrittura nega (cf. Na 1,9).

Ma a questo si può rispondere che non c’è un doppio castigo e che Dio non giudica due volte lo stesso peccato: ciò avverrebbe se dopo un’adeguata riparazione e una giusta pena, Dio lo punisse di nuovo; ma chi non è stato perseve­rante non ha riparato né adeguatamente né giustamente. Deve infatti ricordarsi continuamente del peccato commesso, non per ricadervi ma per guardarsene; non deve dimenticare tutti i doni di Dio, che sono tanti quanti sono i peccati perdonati (cf. Sal 102,2). Doveva sempre pensare che tanti erano i doni di Dio quanti erano i suoi peccati, e per quei doni rendere grazie senza fine. Ma siccome è stato ingrato, ed è ritornato al vomito come il cane (cf. 2Pt 2,22), ha distrutto tutto il bene fatto in precedenza, ha richiamato in vita il peccato rimesso, e così Dio, che gli aveva perdonato il peccato quando si era umiliato, ora glielo imputa di nuovo, vedendolo superbo ed ingrato.

Ma poiché sembra irragionevole che i peccati rimessi vengano imputati di nuovo, alcuni sono del parere che nessuno venga punito di nuovo da Dio per i peccati una volta perdonati. E allora si dice che i peccati rimessi reviviscono e vengono imputati, perché a causa dell’ingratitudine il peccatore viene ritenuto colpevole come lo era in antecedenza. E si dice che viene chiesto conto di ciò che era già stato rimesso, perché il peccatore è stato ingrato del perdono ricevuto, e così ridiventa reo come lo era prima.

Ci sono dottori favorevoli sia all’una che all’altra posizione; e perciò io, senza pronunciarmi né per l’una né per l’altra, lascio il giudizio all’intelligente lettore, aggiungendo che per me sarà cosa sicura e vicina alla salvezza “il mangiare le briciole che cadono sotto la mensa dei padroni” (cf. Mt 15,27).

 

17. Con questa terza parte del vangelo concorda la terza parte dell’epistola: “E perciò prego che la vostra carità abbondi sempre di più in ogni conoscenza e in ogni genere di discernimento” (Fil 1,9). La carità deve abbondare, cioè crescere nella conoscenza, affinché l’uomo riesca a giudicare e a distinguere non solo il male dal bene, ma anche tra il bene e il meglio. E quindi aggiunge: “Perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere sinceri”, cioè senza doppiezza per quanto riguarda voi, “senza ostilità” nei riguardi degli altri, “per il giorno di Cristo” (Fil 1,10), cioè fino al giorno della morte o del giudizio finale.

Tutte queste cose il servo malvagio non le praticò, perché non fu sincero nei riguardi di Dio che gli aveva condonato il debito, né evitò l’ostilità verso il compagno, che anzi tentò di strangolare e fece gettare in carcere. Perciò nel giorno di Cristo egli stesso sarà consegnato ai carnefici, cioè ai demoni, e così sarà proprio strangolato. “Ricolmi dei frutti di giustizia”, cioè delle opere che sono frutto della giustizia, “ottenuti per mezzo di Gesù Cristo”, non con le vostre forze, “a gloria e lode di Dio”: entrerete così nella gloria eterna per lodare eternamente Dio; o anche: voi stessi sarete la gloria e la lode di Dio, affinché anche per merito vostro si possa dire: “Dio è mirabile nei suoi santi” (Sal 67,36), cioè nei suoi santi opera meraviglie, ossia conferisce loro il potere di operarle.

Fratelli carissimi, imploriamo e supplichiamo il Signore che ci perdoni i peccati passati, ci conceda la grazia di non ricadervi e di perdonare di cuore al prossimo, per essere fatti degni di giungere alla sua gloria, nella quale egli è degno di lode e glorioso per i secoli eterni. Amen. Alleluia.

 

 

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della ventitreesima domenica dopo Pentecoste: “Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio”; si divide in due parti.

– Anzitutto sermone sul predicatore o sul prelato della chiesa, sulle ricchezze dei peccatori e le tre circostanze in cui si suonava la tromba: “Nella tua gola ci sia una tromba”.

– Sermone ai penitenti o ai religiosi sul modo di fare penitenza e ricuperare ciò che si è perduto: “Non temete, o animali della regione”.

– Parte I: Sermone contro i prelati della chiesa: “Allora i farisei, ritiratisi”.

– Contro la loro avarizia e lussuria: “Guai a voi, figli ribelli”.

– Contro i potenti del mondo: “Allora il Signore fece crescere dell’edera”.

– Il dio ventre: “Siate miei imitatori”.

– Parte II: Sermone contro gli ipocriti e sulla conoscenza di Dio che tutto scruta: “Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose...”.

– La triplice immagine di Dio: “Mostratemi la moneta del tributo”.

– Sermone sulla purezza dell’anima: “Vidi quindi un candelabro”.

  • Le sette lucerne e i sette beccucci che raffigurano le sette beatitudini e le sette parole pronunciate dal Signore sulla croce: “Le sue sette lucerne”.

  • Contro quelli che odiano i loro fratelli: “Per tre misfatti di Edom”.

– Contro gli avari: “Alza i tuoi occhi e guarda”.

– La protezione di Dio: “Il Signore è buono e sostiene”.

– La triplice giustizia: “Coloro che hanno fame e sete della giustizia”.

– La misericordia e le tre proprietà dell’aceto: “Chi è misericordioso”.

– La speranza e il timore: “Due olive su di esso”.

– La conversione del peccatore: “Toglietegli quelle vesti immonde”.

 

esordio - il predicatore e le tre circostanze nelle quali si suonava la tromba

 

1. In quel tempo: “I farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi” (Mt 22,15).

Dice Osea: “Nella tua gola ci sia una tromba, come aquila sopra la casa del Signore, perché hanno trasgredito la mia alleanza e hanno rigettato la mia legge” (Os 8,1). Vedremo il significato di queste quattro cose: la gola, la tromba, l’aquila e la casa.

Considera che la tromba, come è scritto nel libro dei Numeri, si suonava per radunare il popolo in tre circo­stanze: per la guerra, per un solenne banchetto e per le grandi feste (cf. Nm 10,9-10). La tromba è figura della predicazione. Dice il profeta Amos: Se risuona la tromba nella città, chi non si spaven­terà? (cf. Am 3,6). È segno di grande pervicacia, quando il popolo sente la tromba della predicazione che minaccia la morte eterna, e non si spaventa. Fanno come la vipera sorda: tengono un orecchio pressato contro le cose terrene, e si turano l’altro con la coda della concupiscenza carna­le, per non sentire la voce della tromba del mirabile incantatore (cf. Sal 57,5­6).

Parlando di costoro, il profeta Michea dice ai predica­tori: “Non andata a fare i vostri annunci a Get; non implorate con le lacrime; cospargetevi di polvere nella casa della polvere” (Mic 1,10). Get s’interpreta “torchio”, ed è figura dei superbi e degli avari di questo mondo, i quali come torchi schiacciano e spogliano i poveri e gli indigenti. Ad essi, sempre il profeta Michea dice: “Siete voi che strappate loro di dosso la pelle con violenza e la carne dalle loro ossa. Essi si mangiano la carne del mio popolo, gli scorticano la pelle e ne spezzano le ossa” (Mic 3,2-3). A costoro non dobbiamo né dare annunzi con la tromba della predicazione, ne rivolgere suppliche con lacrime: infatti né la tromba è in grado di spezzare la durezza del loro cuore, né le lacrime di spegnere il fuoco della loro avarizia. E ancora lo stesso profeta: “Nella casa dell’empio c’è ancora il fuoco: i tesori accumulati con l’ingiustizia e con la misura falsa, ripiena d’ira. Potrò io giustificare le false bilance o il sacchetto dei pesi falsi?” (Mic 6,10-11). Certamente no! E in questo è denunciato l’imbroglio dell’avaro che compera con una misura e vende usandone un’altra.

“Nella casa della polvere”, cioè del penitente povero e contrito di cuore, che si riconosce polvere; “cospargetevi di polvere”, o predicatori, cioè date anche voi l’esempio della vostra umiltà perché, come dice il Signore, “i poveri vengono evangelizzati” (Mt 11,5), non i ricchi, gli umili, non i superbi. Una superficie rigonfia fa scorrere via ciò che vi si versa: la superbia rifiuta insegnamenti e consigli.

La tromba dunque è figura della predicazione che chiama alla guerra contro i vizi. Dice in proposito il profeta Gioele: “Io, il Signore, ho parlato. Proclamate questo tra le genti: chiamate alla guerra santa, incitate i prodi, accorrano tutti i guerrieri. Con i vostri aratri costruite delle spade, e delle lance con le vostre falci. Anche chi è debole dica: io sono un prode guerriero!” (Gl 3,8-10).

Quando il Signore, con l’ispirazione interiore, parla nei predicatori, allora essi proclamano tra le genti, cioè a quelli che vivono da pagani: Chiamate alla guerra santa, ecc. Va alla guerra santa colui che dapprima si libera dai vizi e poi si impegna in battaglia “contro le potenze del male, a favore di quelle del cielo” (Ef 6,12). Infatti chi si dissocia da una parte, si associa all’altra.

Incita i prodi colui che ha il fermo proposito di non ricadere. Accorrono i guerrieri quando i cinque sensi del corpo, che prima erano come femmine che rendevano effeminata l’anima, accorrono adesso come valorosi guerrieri dai costumi casti e castigati, essi che prima erano soliti tuffarsi nella profondità dei vizi. Trasformano gli aratri in spade e le falci in lance coloro che trasformano la loro lingua calunniatrice, che come aratro era solita solcare la vita degli altri, nella spada della confessione e dell’ac­cusa di sé, e le falci delle preoccupazioni terrene e dell’amor proprio nelle lance della carità; e così chi era debole ed effeminato può dire: Anch’io sono valoroso, sono capace di andare all’attacco e di impegnarmi in battaglia nel giorno del Signore.

 

2. La tromba della predicazione convoca anche al banchetto della penitenza, di cui il Signore, per bocca di Gioele, dice: “Non temete, o animali della regione, perché i pascoli del deserto hanno germogliato, perché gli alberi producono frutti, la vite e il fico danno il loro vigore. Esultate e rallegratevi nel Signore vostro Dio, figli di Sion, perché vi ha dato il maestro della giustizia, e vi manderà la pioggia del mattino e quella della sera come in passato. Le vostre aie si riempiranno di frumento, traboccheranno di vino e di olio i vostri torchi; e vi risarcirò degli anni resi sterili dalle locuste, dai bruchi, dalla ruggine e dalle rughe (Gl 2,22-25). Gli animali della regione sono i peccatori convertiti, i quali dalla lontana regione della dissomiglianza [dove hanno perduto la somiglianza con Dio], si sono rivolti alla misericordia di Dio Padre, e di essi dice il salmo: “I tuoi animali abiteranno in essa” (Sal 67,11), cioè nella santa chiesa, che è invece la regione della somiglianza [con Dio].

A costoro, perché non si disperino per la gravità dei loro peccati, è detto: “Non temete, perché i pascoli del deserto hanno germogliato”. Deserto vuol dire abbandonato, disertato, perché in esso non si semina, ed è figura della penitenza che oggi viene praticata solo da qualche raro e coraggioso abitante. Quindi i pascoli del deserto sono gli uomini di penitenza, che germogliano nella contrizione. Infatti come il germe segna l’inizio del fiore, così essi ricominciano sempre e si rinnovano di giorno in giorno. Non temete, dunque, animali del deserto, perché anche voi diverrete rigogliosi come quei pascoli.

“L’albero ha dato suo frutto, il fico e la vite hanno prodotto il loro vigore”. Fa’ attenzione a queste tre piante: l’albero, il fico e la vite. Nell’uomo ci sono tre organi, dai qua­li proviene tutto ciò che si compie nel suo interno e all’esterno: il cuore, la lingua e la mano.

Il cuore del penitente è come l’albero che produce il frutto della contrizione, del quale Isaia dice: “Questo è tutto il frutto, perché venga rimosso il suo peccato” (Is 27,9). La contrizione è chiamata “tutto il frutto”, perché rimuove ogni peccato, purché però ci sia anche il fermo proposito di confessarsi. Infatti Isaia subito soggiunge: “Quando ridurrà tutte le pietre dell’altare come le pietre che si polverizzano per la cenere [per la calce] e non ci saranno più boschetti sacri né templi profani” (Is 27,9). Altare è come dire alta ara, e l’ara deve il suo nome al fatto che sopra vi si brucia (lat. areo) la vittima.

L’altare raffigura la superbia, la lussuria e l’avari­zia, vizi che cercano quelle altezze terrene nelle quali brucia l’anima sventurata. Questo è l’altare di Baal, nome che significa “superiore” e “divoratore”, e che bene si accorda con l’etimo­logia di altare. Quindi le pietre dell’altare sono i peccati di superbia, di lussuria e di avarizia, che il penitente deve deporre dinanzi al sacerdote, come pietre ridotte in cenere, in modo cioè da confessare tutto distintamente e dettagliatamente, sia il peccato che le sue circostanze; e così non ci saranno più boschetti sacri, cioè cattive immaginazioni, né templi profani, cioè compiacenze peccaminose. Ecco dunque che l’albero ha dato il suo frutto.

“Il fico e la vite hanno prodotto il loro vigore”. Il fico, così chiamato da fecondità, è figura della lingua che è feconda di parole. Attorno a questo fico dobbiamo mettere del letame (cf. Lc 13,8), cioè la confessione dei peccati, perché sia in grado di produrre il suo vigore, appunto la confessione. La vite è figura della mano che allarga le dita come dei tral­ci. Le dita, in lat. digiti, sono chiamate così perché sono dieci, o anche perché sono opportunamente (decenter) riunite insieme. Il penitente stenda dunque la mano dell’azione ai precetti del decàlogo, che sono ben legati tra loro. Infatti nella prima tavola stavano scritti i precetti riguardanti l’amore verso Dio; nella seconda quelli riguardanti l’amore verso il prossimo. E quando sono tutti uniti nell’osservanza, si vede che concordano e si completano tra loro.

Perciò o penitenti, voi che siete i figli di Sion, cioè della chiesa, esultate nel vostro cuore e rallegratevi con le opere nel Signore vostro Dio e non in altre cose, perché egli vi ha dato un maestro di giustizia, cioè lo Spirito della grazia, che vi insegna a fare giustizia di voi stessi, e fa scendere su di voi la pioggia al mattino e alla sera. E qui la Glossa commenta: La pioggia del mattino è la fede, quella della sera è il compimento delle opere. Oppure: la pioggia del mattino è la conoscenza di Dio, che viene data dopo la fede; la pioggia della sera è la pienez­za della sua conoscenza.

“E le aie si riempiranno di frumento”. Per aie si intendono le menti, dove avviene la separazione della paglia, cioè dei vizi, e così abbonda il frumento delle opere buone, e per la “spremitura” che devono subire, abbondano dell’olio della misericordia e del vino della consolazione.

“E vi risarcirò degli anni resi sterili dalle locuste, dai bruchi, dalla ruggine e dalle rughe”. La locusta deve il suo nome al fatto di avere le zampe lunghe come un’asta (lat. locusta, longa asta). Il bruco è così chiamato perché è quasi tutto bocca. La ruggine è una malattia che distrugge le messi. La ruga, così chiamata da rosicchiare, è il verme che rosicchia le foglie, e se cammina sulla pelle provoca prurito. Nella locusta è simboleggiata la superbia, nel bruco la gola, nella ruggine l’ira e l’invidia e nella ruga la lussuria. Sono questi quattro vizi che divorano le nostre opere buone. Ma quando noi torniamo alla penitenza, il Signore ci restituisce gli anni perduti, vale a dire l’abbondanza delle opere buone, perché le opere che erano state fatte nella carità (in stato di grazia) e poi distrutte dal successivo peccato, reviviscono con la confessione e con la penitenza, al cui banchetto la tromba ci chiama.

 

3. Parimenti la tromba chiama alla festa della gloria. Dice infatti il profeta Naum: “Ecco sopra i monti i piedi di un messaggero, di un araldo di pace. Celebra le tue feste, Giuda, e sciogli al Signore i tuoi voti, perché Belial non continuerà più ad attraversare le tue terre: è distrutto completamente” (Na 1,15). Colui che annuncia la festa della gloria celeste, annunzia la vera pace; e chi la predica, lo fa non nella valle dei piaceri terreni nella quale vanno ad accumularsi le sozzerie, ma sopra i monti di una vita perfetta, perché lì si posarono i piedi del Signore.

“Celebra, Giuda, le tue feste”. Giuda s’interpreta “che confessa”, ed è figura del penitente che, celebrato quaggiù il banchetto della penitenza, passa a celebrare la festa della gloria celeste, nella quale scioglie nella sicurezza i suoi voti al Signore, cantando con gli angeli, senza più temere che Belial, cioè gli stimoli della carne o la tentazione del demonio (cf. 2Cor 12,7) lo tormentino ulteriormente, perché ormai i nemici sono totalmente distrutti. Dice infatti Gioele: “Gerusalemme sarà sacra, e gli estranei non passeranno più per essa” (Gl 3,17). E la Glossa: Dopo il giorno del giudizio Gerusalemme, formata dagli angeli e dagli uomini, sarà senza alcuna contaminazione, che prima aveva contratto a motivo della mescolanza con i cattivi. E l’estraneo, cioè il diavolo, oppure qualche pensiero malvagio, non troverà più la via per insinuarsi nei giusti, che saranno avvolti nella pace di Dio.

Diciamo dunque: “Nella tua gola ci sia una tromba”. O pre­dicatore, la tromba della predicazione sia nella tua gola, cioè nella tua mente e non solo nella tua bocca, perché tu possa essere come l’aquila sopra la casa del Signore, cioè sopra la santa chiesa o sopra l’anima fedele.

E sull’argomento dell’aquila vedi il sermone della domenica XIV dopo Pentecoste, parte I, sul vangelo “Gesù stava andando verso Gerusalemme”.

“Perché hanno violato la mia alleanza e hanno trasgredito la mia legge”. Per questo il predicatore deve avere la tromba nella gola e salire come un’aquila sopra la casa del Signore: perché i peccatori hanno violato il patto che ave­vano concluso con il Signore nel battesimo, e hanno trasgredito i comandamenti della legge e della grazia, divenendo così peggiori dei farisei che hanno violato solo il precetto della legge, nella quale è detto: Non tenterai il Signore, Dio tuo (cf. Dt 6,16); e l’hanno violato quando, radunatisi in consiglio, hanno progettato di tendere un tranello al Signore della legge, come è detto appunto nel vangelo di oggi: “I farisei, ritiratisi, tennero consiglio per cogliere in fallo Gesù”.

 

4. Fa’ attenzione, che in questo vangelo sono evidenziate due cose: l’insidiosa malizia dei farisei e la sapienza di Gesù Cristo. La prima quando dice: “I farisei, ritiratisi”. La seconda: “Gesù, conoscendo la loro malizia”.

In questa domenica e nella prossima si leggono dei brani presi dai dodici profeti minori, e nell’introito della mes­sa di oggi si canta: “Applaudite, popoli tutti” (Sal 46,2). Si legge quindi la lettera del beato Paolo apostolo ai Filippesi: “Siate miei imitatori” (Fil 3,17), che dividere­mo in due parti, constatandone la concordanza con le due suddette parti del vangelo. Prima parte: “Siate miei imitatori”; seconda parte: “La nostra patria è nel cielo”.

Questa epistola si legge insieme con questo vangelo perché nel vangelo Matteo parla dei farisei e degli erodiani, – nome quest’ultimo, che s’interpreta “gloria della pelle” –, nonché della moneta contrassegnata dall’effigie di Cesare, e l’Apostolo nella sua lettera parla dei nemici della croce di Cristo, la cui gloria sarà la loro rovina, e del nostro corpo che sarà glorificato nella luce del sommo Re.

 

I. la subdola malizia dei farisei

 

5. “I farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di cogliere in fallo Gesù nelle sue parole”. Farisei s’inter­preta “separati”, e sono figura dei prelati della chiesa, superbi e carnali, dei quali Osea dice: “È separato il loro convito, si sono dati alla più sfrenata fornicazione” (Os 4,18).

Il convito dei santi consiste nel piangere non solo i propri peccati ma anche quelli degli altri, aspirare alle cose eterne e gustare la dolcezza del gaudio interiore. Da questo convito dei santi è separato il convito dei farisei, i quali si sono dati alla fornicazione. Infatti di essi il Signore, sempre per bocca di Osea, dice: “Nella casa di Israele ho visto una cosa orribile: lì si è prostituito Efraim e si è contaminato Israele. Ma anche tu, Giuda, preparati alla mietitura, quando ricondurrò dalla prigionia il mio popolo” (Os 6,10-11). Nella casa d’Israele, cioè nella chiesa, ho visto una cosa orribile, cioè le fornicazioni di Efraim – nome che s’interpreta “fruttificazione” – cioè dei religiosi, che dovrebbero fruttificare, e invece a causa dell’avarizia e di altri vizi cadono nell’idolatria. E Israele, cioè il prelato, si è contaminato appunto di vizi.

Continua Osea: “Ho ripudiato il tuo vitello, Samaria; si è acceso il mio sdegno contro di loro, fino a quando non si potranno purificare. Anche quel vitello fu opera di Israele” (Os 8,5-6). Samaria è figura della chiesa, e il suo vitello, cioè il prelato, sensuale e sfrontato, che avanza pettoruto e a testa alta, è stato ripudiato dal Signore. Di lui dice ancora Osea: “Come giovenca inverecon­da ha deviato Israele” (Os 4,16). E perciò, come dice Geremia: “Giovenca snella e graziosa è l’Egitto: ma un tafano”, cioè il pungolo dell’avarizia e della lussuria, “le verrà da settentrione” (Ger 46,20), cioè dal diavolo.

Perciò contro questi prelati divampa non solo lo sdegno del Signore, ma anche la sua collera. Fino a quando aspetterà a correggersi il popolo dalla sua sfrontatezza, dalla sua lussuria e simili? Come dicesse: Il popolo non è capace di correggersi da tutti questi vizi “perché anch’esso viene da Israele”, vede cioè questi vizi nei suoi prelati. Israele dunque è contaminato.

Ma anche tu, o Giuda, cioè semplice popolo dei laici, sebbene i religiosi e i prelati siano viziosi, preparati alla mietitura, cioè mettiti a compiere opere buone, non guardare ad essi: perché io cambierò la loro schiavitù, cioè la loro ostinazione nel peccato, come il torrente sotto il soffio del libeccio, vale a dire con la grazia dello Spirito Santo.

E di questi farisei dice ancora Osea: “Il loro cuore è diviso (falso), e presto andranno in rovina; Dio stesso frantumerà i loro idoli e distruggerà i loro altari” (Os 10,2). Chi ha il cuore diviso (falso) si avvia alla distru­zione. Si legge infatti nel terzo libro dei Re che Geroboamo, nome che s’interpreta “divisione”, fu colpito e andò in rovina lui e tutta la sua casa, fino all’ultimo maschio (cf. 3Re 14,10). Lo stesso Signore onnipotente fran­tu­merà gli idoli dei farisei, cioè l’ipocrisia e la presunzione, e distruggerà gli altari, cioè il lusso e le ricchezze e la sfrontatezza della carne: tutti vizi sui quali offrono sacrifici al diavolo.

È proprio di questi che il vangelo dice: “I farisei, ritiratisi”. Dove si ritirano? La moglie adultera dice: “Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane e la mia acqua, la mia lana e il mio lino, il mio olio e le mie bevande” (Os 2,5). La moglie adultera è figura dell’anima adultera spiritualmente, che segue i suoi amanti quando obbedisce ai sensi del corpo. Nel pane sono indicati i piaceri e la prosperità terrena. Dice Giobbe: “Ripugnante gli diventa il pane in quella sua vita” (Gb 33,20). Nell’acqua è simboleggiata la lussuria; e sempre Giobbe dice: “Dorme sotto dense fronde, nel folto dei canneti e in luoghi paludosi” (Gb 40,16). Nella lana è raffigurata la purezza esteriore, e nel Levitico è detto che il biancore della pelle è segno di lebbra (cf. Lv 13,3). Nel lino è indicata l’abilità di imbrogliare, della quale dice Isaia: “Saranno confusi i lavoratori del lino; coloro che cardano e tessono stoffe sottili” (Is 19,9); infatti si chiama lino (linum) perché è leggero (lenis) e soffice. E nell’olio è raffigurata l’adulazione, per cui è detto: “L’olio del peccatore non ungerà il mio capo” (Sal 140,5), cioè la mia mente; come dire: il mio capo non si gonfi di falsa adulazione. Ecco dove si sono ritirati i farisei.

 

6. Ritiratisi, dunque, “i farisei tennero consiglio”. Dice Isaia: “Guai a voi, figli ribelli – oracolo del Signore –, che tenete consiglio, ma non siete guidati da me, e ordite una tela, ma non per mia ispirazione, per aggiungere peccato a peccato. Siete partiti per scendere in Egitto senza consultarmi, sperando l’aiuto dalla potenza del faraone e cercando riparo all’ombra dell’Egitto. La potenza del faraone sarà la vostra vergogna, e il riparo all’ombra dell’Egitto la vostra ignominia” (Is 30,1-3). I figli ribelli sono coloro dei quali parla Osea: “Efraim si è dato alla fornicazione”, questi sono i laici; “Israele si è contaminato”, questi sono i religiosi; “non si danno pensiero di ritornare al loro Dio, perché lo spirito di fornicazione è in mezzo a loro e non riconoscono più il Signore” (Os 5,3-4).

“Tenete consiglio, ma non siete guidati da me”. E sempre il Signore, per bocca di Osea: “Essi hanno regnato, ma non guidati da me; divennero prìncipi, ma io non li conosco” (Os 8,4).

“Ordite una tela”. Osea: “Il vitello di Samaria sarà come una tela di ragno: e poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta” (Os 8,6-7). Come la tela di ragno viene strappata e dispersa dal vento, così il vitello, cioè la sfrontatezza dei chierici, sarà ridotta al nulla. Come il vento produce il turbine sollevando la polvere, così l’amore delle cose di questo mondo, che è come il vento, produce e porta al turbine dell’eterna dannazione.

“Ma non per mia ispirazione”. Dice Isaia: “Essi lo provocarono all’ira e contristarono il suo Santo Spirito: egli perciò divenne loro nemico” (Is 63,10). E Michea: “Si è forse ridotto lo Spirito del Signore, o sono questi i suoi pensieri? Non sono forse benefiche le mie parole con colui che cammina con rettitudine? Ma al contrario, il mio popolo è insorto come un nemico” (Mic 2,7-8). Lo Spirito del Signore “si riduce” quando il peccatore viene privato della grazia; invece con i penitenti è largo, quando in essi appunto la grazia viene infusa.

“Per aggiungere peccato a peccato”. Dice ancora Osea: “Non c’è verità, non c’è misericordia, non c’è conoscenza del Signore sulla terra. La bestemmia, la menzogna, l’omi­cidio, il furto e l’adulterio l’hanno inondata e si versa sangue su sangue” (Os 4,1-2). Aggiungono peccato a peccato, peccati nuovi ai peccati antichi. Come gli argini tratten­gono il fiume perché non inondi, così il timore di Dio e il riguardo del mondo sono come due argini che dovrebbero fre­nare l’inondazione dei peccati. Ma questo nei chierici non si è avverato per nulla, perché davanti ai loro occhi non c’è timor di Dio (cf. Sal 35,2), e sono divenuti sfrontati come una prostituta: non sono più capaci di vergogna (cf. Ger 3,3).

“Siete partiti per scendere in Egitto”, cioè per praticare l’avarizia del mondo, della quale dice Amos: “Colpisci il cardine e siano scossi gli architravi: perché tutti sono dominati dall’avarizia” (Am 9,1). Nel cardine, sul quale gira la porta, è simboleggiato il potere delle chiavi, che i prelati hanno, perché possono escludere o ammettere alla chiesa. Negli architravi è indicata la sublimità della dignità sacerdotale, che purtroppo viene distrutta dal fuoco della cupidigia e della superbia.

“E non mi avete consultato”. Sempre Amos: “Il Signore Dio non dice una parola senza aver prima rivelato il suo consiglio ai suoi servi, i profeti”(Am 3,7).

“Avete sperato l’aiuto dalla potenza del faraone”, cioè dai sensi del corpo. Al contrario, leggiamo in Geremia: “Non si vanti il sapiente della sua sapienza, né il forte della sua fortezza, né il ricco delle sue ricchezze. Colui che vuole gloriarsi si vanti di questo: di aver senno e di conoscere me, perché io sono il Signore che agisce con misericordia, con diritto e con giustizia sulla terra. Di queste cose mi compiaccio, dice il Signore”(Ger 9,23-24).

“E avete cercato riparo all’ombra dell’Egitto”, cioè del potere terreno, che è appunto come ombra che passa.

 

7. E su tutto questo abbiamo la concordanza nel profeta Giona, dove si racconta che “il Signore fece crescere l’edera”, o un pianta di zucca. Nel testo ebraico c’è il termine cicion, che sta per zucca, che fa presto a crescere e presto a seccarsi.

“Questa pianta crebbe velocemente al di sopra di Giona per fare ombra alla sua testa e proteg­gerlo: infatti stava poco bene. Giona provò grande gioia per quella pianta. Ma il giorno dopo, allo spuntar del sole, il Signore mandò un verme a rodere quella pianta, che si seccò. E quando il sole fu alto, Dio fece soffiare un vento afoso dall’oriente. Il sole colpì la testa di Giona che si sentì bruciare, tanto che invocò la morte”(Gio 4,6-8).

In quella pianta di zucca è simboleggiata la dignità mondana, il cui frutto, finché è nel suo rigoglio, è commestibile, ma poi è come un legno secco. Così è per il peccato: dapprima procura il piacere, ma quando il piacere è svanito, resta la colpa e la macchia nell’anima, e se non si ricorre subito al pentimento si rischia la morte eterna. Ma allo spuntar del sole, cioè al giungere della grazia, questa pianta si secca, perché quando il dente del verme della coscienza morde e rode, tutta la gloria del mondo viene abbattuta, si vede cioè che non vale più niente. E questo “il giorno dopo”, cioè dopo quel giorno di cui parla Giobbe: “Maledetto il giorno in cui sono nato” (Gb 3,3). E allora il sole, cioè l’amore di Dio, colpisce sulla testa, cioè nella mente, non solo illuminando ma anche ferendo, per indurre al pentimento; e così invoca la morte della sua animalità (sensualità).

Su questo argomento puoi vedere anche il sermone della domenica di Settuagesima, II parte, sul vangelo: “In principio Dio creò il cielo e la terra”.

“La potenza del faraone sarà la vostra vergogna, e il riparo all’ombra dell’Egitto la vostra ignominia”. E anche Osea: “Efraim ha visto la sua debolezza, e Giuda la sua in­capacità. Ed Efraim ricorse ad Assur e Giuda chiamò un re in sua difesa; ma essi non potranno salvarvi né liberarvi dai vostri mali” (Os 5,13). E ciò che dice anche Isaia: “Vano e inutile sarà l’intervento dell’Egitto” (Is 30,7). Non certo Assur, vale a dire il diavolo, né l’Egitto, cioè il mondo, possono eliminare la fragilità o la debolezza nell’uomo. E quindi Giobbe: “Gli occhi dei malvagi languiranno e ogni scampo per essi è precluso” (Gb 11,20).

Non case e campagne, non un mucchio di denaro o di oro, scacciò la febbre dal corpo malato del padrone (Orazio).

 

8. “Per cogliere in fallo Gesù nelle parole”. Così oggi i farisei tentano di cogliere in fallo Gesù che predica al popolo. Fanno infatti come fece Amasia, del quale è detto nel libro del profeta Amos: “Amasia, sacerdote di Betel, mandò a dire al re d’Israele Geroboamo: Amos congiura contro di te in mezzo al popolo d’Israele; la gente non potrà sopportare tutte le sue parole poiché egli dice: Geroboamo morirà di spada e Israele sarà portato in esilio lontano dalla sua terra. Allora Amasia rispose ad Amos: Vattene, o veggente, fuggi nella terra di Giuda e mangia lì il tuo pane e lì potrai profetare” (Am 7,1-12). I farisei del nostro tempo dicono la stessa cosa ai predicatori, quando essi li riprendono per la loro malizia, e per di più fanno pervenire al superiore delle lagnanze contro di essi. Chi ascolta, intenda, e chi vuol capire capisca.

“Gli mandarono i propri discepoli, con gli erodiani” (Mt 22,16), cioè i soldati di Erode, che in quel momento si trovava a Gerusalemme. C’era una specie di ribellione in mezzo al popolo, come dice la Glossa, perché alcuni sostenevano che era un dovere pagare i tributi per la sicurezza e la tranquillità, in quanto i Romani combattevano per tutti. I farisei invece erano contrari e sostenevano che il popolo di Dio non era tenuto a pagarli, in quanto già pagavano le decime, ecc., mentre pagando il tributo avrebbero riconosciuto di essere sottoposti a leggi umane.

Opportunamente si fa notare che i discepoli dei farisei si uniscono agli erodiani, perché i discepoli della separa­zione (farisei), quando si allontanano dalla vera gloria, si uniscono alla gloria vana e transitoria. E su questo abbiamo la con­cordanza in Osea: “Efraim se ne volò via come un uccello; la loro gloria è scomparsa dai parti, dalle gravidanze e dai concepimenti” (Os 9,11).

Oggi ci sono molti che, fino a quando sono implumi, finché cioè sono poveri e ignorati, se ne stanno quieti nel nido dell’umiltà, ma appena hanno mes­so penne e ali, vale a dire hanno accumulato ricchezze e potere, se ne volano in alto e diventano superbi; la loro gloria sta nelle loro ali, mentre invece dovrebbero pensare a quanto grande è stata la loro miseria nel concepimento, nell’allevamento e nell’educazione. Sempre Osea: “Il vento lo porterà legato alle sue ali” (Os 4,19). Le ali sono l’intelletto e il sentimento: l’intelletto vola nel campo della verità, e il sentimento (le inclinazioni) in quello del discernimento del bene, ma entrambi vengono impediti dal vento della vanagloria.

“Maestro, sappiamo che sei veritiero” (Mt 22,16). Maestro, in lat. magister, è come dire “maggiore del luogo”, perché sterròs in greco significa luogo, posto. Lo chiamano maestro perché, sentendosi lodato, apra loro schiettamente il segreto del suo cuore e voglia ritenerli come discepoli.

“Sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità” (Mt 22,16). Dice il salmo: “Guidami nella tua verità e istruiscimi” (Sal 24,5): guidami a fuggire gli errori, affinché io viva nella rettitudine e nella pietà, come la verità esige, e insegnami la verità stessa.

“E non hai soggezione di nessuno” (Mt 22,16): lo provocano a dire che teme più Dio che Cesare e che non si è obbligati a pagare il tributo, per farlo apparire come l’istigatore della ribellione. “Tu non guardi in faccia alle persone” (Mt 22,16). E Abacuc: “I tuoi occhi sono innocenti e non vedi il male e non puoi guardare l’iniqui­tà” (Ab 1,13). Si dice persona, perché è unica in se stessa (lat. persona, per se una). “Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?” (Mt 22,17).

Risponderemo a questa domanda nei punti seguenti.

 

9. Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola: “Fratelli, siate miei imitatori”. Anche se non mi avete presente, imitatemi e fate come me. “Osservate”, cioè guardate con molta attenzione, “quelli che si comportano secondo il modello che avete in noi” (Fil 3,17), cioè l’esempio della nostra vita, di cui Pietro dice: “Facen­dovi modelli del gregge” (1Pt 5,3). Felice quel prelato che con la forma(l’esempio) della sua vita è in grado di riformare i deformati, cioè di riportare sulla retta via chi ha deviato.

“Molti infatti” – i farisei – si comportano da nemici della croce di Cristo. E della loro rovina spirituale l’Apostolo piangeva. “La loro fine sarà la perdizione”, alla fine cioè ci sarà la pena eterna; “perché il loro dio è il ventre” (Fil 3,18-19).

La sacra Scrittura parla spesso per immagini, per metafore, affinché ciò che non si può vedere in una cosa, si possa scoprire in un’altra simile. Il ventre viene paragonato a un dio quando dice: “Il loro dio è il ventre e la loro gloria è una vergogna”, cioè si gloriano di ciò di cui dovrebbero invece vergognarsi. Agli dèi si suole edificare dei templi, erigere degli altari, consacrare dei ministri per il loro culto, immolare animali, bruciare incensi. Il tempio del dio­ventre è la cucina, l’altare la mensa, i ministri i cuochi, i sacrifici le carni rosolate, il fumo dell’incenso l’odore dei condimenti.

Questi templi però non vengono costruiti in Gerusalemme, bensì in Babilonia, perché coloro che hanno come dio il ventre, vedranno la loro gloria mutarsi in eterna confusione. Quello stesso dio infatti, il principe dei cuochi, ha distrutto le mura di Gerusalemme, ha portato i vasi del Signore nella casa del re di Babilonia, dei vasi del tempio ha fatto i vasi del palazzo [reale], anzi, a dire il vero, dei vasi della mensa divina ha fatto i vasi da cucina.

Dice l’Apostolo: “Santo è il tempio di Dio, che siete voi” (1Cor 3,17). In questo tempio i vasi sono i cuori, che diventano vasi del tempio del Signore quando, ripieni di virtù, sono graditi alla volontà divina; diventano invece vasi del palazzo [reale], quando vogliono piacere a qualche umana autorità; e diventano vasi da cucina quando ciò che prima serviva alla sobrietà, serve poi alla gola.

Dice Geremia: “Coloro che banchettavano con lo zafferano, ora brancicano lo sterco” (Lam 4,5). Lo zafferano, in lat. crocus, cresce in oriente e dà ai cibi colore e sapore. Quindi si nutrono con lo zafferano coloro che all’inizio della loro conversione si sostengono interiormente con il sapore delle virtù, e prendono all’esterno il colore del buon esempio. Ma questi che prima si nutrono con lo zaffe­rano, quando, dopo le opere di mortificazione e di pietà, si lasciano vincere dal richiamo del ventre, giungono fino a brancicare lo sterco; e talvolta succede che quelli che prima della conversione vivevano sobriamente a casa loro, dopo, nel monastero, diventano ingordi.

Il dio­ventre viene soddisfatto con le vittime di varie portate, tende l’orecchio ai rumori, è solleticato dalle varie specie di sapori, si commuove alle chiacchiere e non alle preghiere, è gratificato dall’ozio, e si abbandona al­le delizie della sonnolenza. E questo dio­ventre ha, purtroppo, monaci, canonici e conversi che lo servono devotamente, e sono quelli che nella chiesa di Dio vivono beatamente nell’ozio, che non si danno alla preghiera segreta, ma sono curiosi di ascoltare gli stravaganti racconti degli oziosi, nei quali non si sentono i singhiozzi e i sospiri di una mente pentita, ma le risate, le sghignazzate e i rutti di un ventre rimpinzato. Sono questi che si ritirano e tengono consiglio: ma in quel consiglio non entra il mio cuore (cf. Gn 49,6).

Scongiuriamo perciò, fratelli carissimi, il Signore Gesù Cristo di separarci dalla separazione dei farisei, di confermarci nell’insegnamento della sua verità, di tenerci lontani dal vizio della gola, in modo da essere degni di giungere al banchetto della vita eterna.

Ce lo conceda lui stesso, che è benedetto nei secoli. Amen.

 

II. la sapienza di gesù cristo

 

10. “Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: Ipocri­ti, perché mi tentate?” (Mt 22,18). Conosce la loro malizia colui che conosce tutte le cose, al quale nulla è nascosto e nulla può sfuggire. Dice il profeta Amos: “Anche se scendessero fino all’in­ferno, di là li strapperebbe la mia mano; e se salissero fino al cielo, di là li tirerei giù; e anche se si nascondessero in vetta al Carmelo, io che scruto i cuori li troverò. E anche se volessero nascondersi ai miei occhi nel profondo del mare, là comanderò al serpente di morderli” (Am 9,2-3). Perché dunque mi tentate, ipocriti? Perché avete una cosa nel cuore e un’altra nella bocca? “Tutti gli ipocriti sono malvagi, e tutte le bocche proferiscono menzogne” (Is 9,17).

“Disse loro: Mostratemi la moneta del tributo” (Mt 22,19), vale a dire la moneta con la quale pagate il tributo, che aveva impressa l’effigie di Cesare. “Ed essi gli presentarono un denaro”, che valeva dieci soldi. “Gesù domandò loro: Di chi è questa effigie e l’iscrizione?”. Gli risposero: Di Cesare” (Mt 22, 20-21). Fa’ attenzione a que­ste tre cose: il denaro, l’effigie e l’iscrizione.

Come nel denaro è impressa l’effigie del re, così nell’anima nostra è impressa l’immagine della Trinità. Dice il salmo: “È impressa su di noi, Signore, la luce del tuo volto” (Sal 4,7). E la Glossa commenta: O Signore, la luce del tuo volto, cioè la luce della grazia, con la quale viene reintegrata in noi la tua immagine, per la quale noi siamo simili a te, è impressa in noi, cioè è impressa nella ragione che è la potenza superiore dell’anima: è per essa che noi siamo simili a Dio; è in essa che è impressa quella luce, come un sigillo sulla cera.

Per volto di Dio s’intende la nostra ragione, perché come attraverso il volto uno viene riconosciuto, così per mezzo dello specchio della ragione si conosce Dio. Però questa ragione è stata deformata dal peccato dell’uomo, e quindi l’uomo ha perduto la somiglianza con Dio: ma poi con la grazia portata da Cristo la somiglianza è stata ripri­stinata. Infatti l’Apostolo dice: “Rinnovatevi nello spirito nella vostra mente” (Ef 4,23). Questa grazia per la cui opera viene rinnovata l’immagine che era stata creata, qui è chiamata luce.

Considera che l’immagine è triplice: l’immagine della creazione, nella quale l’uomo è stato creato, cioè la ragione; l’immagine della ri­creazione(nuova creazione), con la quale viene ricostituita l’immagine creata, cioè la grazia di Dio che viene infusa nella mente da rinnovare; l’immagine della somiglianza, per la quale l’uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di tutta la Trinità: per la memoria è simile al Padre, per l’intelligenza al Figlio, per l’amore allo Spirito Santo. Dice infatti Agostino: “Che io ti ricordi, che io ti comprenda, che io ti ami”. L’uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio: immagine per la conoscenza della verità, somiglianza per l’amore alla virtù. Quindi la luce del tuo volto è la grazia della giustificazione, di cui viene insignita l’immagine creata. Questa luce è tutto e il vero bene dell’uomo, con il quale viene come contrassegna­to, come il denaro lo è con l’effigie del re. E quindi il Signore, in questo vangelo, conclude: “Date a Cesare quello che è di Cesare, e date a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). Come dicesse: Come date a Cesare la sua effigie, così date a Dio l’anima, illuminata e segnata con la luce del suo volto.

 

11. Su tutto questo abbiamo la concordanza nel profeta Zaccaria: “Guardavo, ed ecco un candelabro tutto d’oro; sulla sua sommità c’era una lampada con sette lucerne e sette beccucci per le lucerne. E presso il candelabro due ulivi, uno a destra e uno a sinistra della lampada” (Zc 4,2-3). Vedremo quale sia il significato morale di questi cinque oggetti: del candelabro, della lampada, delle lucerne, dei beccucci e dei due ulivi.

Il candelabro e il denaro, la lampada e l’immagine hanno lo steso significato. Il candelabro raffigura l’anima, che è detta tutta d’oro perché è fatta ad immagine e somiglian­za di Dio. Dice infatti l’Ecclesiastico: “Dio formò l’uomo dalla terra, e lo fece a sua immagine” (Eccli 17,1), affinché così sia in grado di vivere, di sentire, e abbia la memoria, l’intelletto e la volontà. Per questo gli ha detto: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore”, ecc., vale a dire con l’intelletto, con la volontà e la memoria.

Come il Figlio è dal Padre, e da entrambi è lo Spirito Santo, così dall’intelletto è la volontà, e da entrambi la memoria: e senza queste tre facoltà l’anima non può essere completa, perfetta; e per quanto riguarda l’eterna felicità, uno solo di questi doni, senza gli altri, non è sufficiente. E come Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo non sono tre dèi ma sono un solo Dio in tre Persone, così anche l’anima intelletto, l’anima volontà e l’anima memoria non sono tre anime ma un’anima sola, che ha tre potenze, nelle quali presenta in modo meraviglioso l’immagine di Dio. E con queste tre facoltà, in quanto sono le facoltà superiori, ci è comandato di amare il Creatore, affinché ciò che si comprende e si ama, sia anche sempre nella memoria.

E per Dio non basta l’intelletto, se all’amore verso di lui non partecipa anche la volontà; e neppure l’intelletto e la volontà sono sufficienti, se non vi si aggiunge la memoria, per mezzo della quale Dio è sempre presente in chi lo intende e lo ama. E poiché non c’è istante nel quale l’uomo non fruisca o non abbia bisogno della bontà di Dio, così Dio dev’essere sempre presente nella sua memoria. Inoltre, l’uomo è fatto a somiglianza di Dio perché, come Dio è amore, è buono, giusto, benigno, misericordioso, così l’uomo deve avere anche lui l’amore, essere buono, giusto, benigno, misericordioso, ecc.

“Vidi – dunque – un candelabro tutto d’oro, e sulla sua sommità una lampada”. La lampada raffigura l’infusione della grazia, con la quale l’anima viene illuminata. Del giusto, illuminato da questa lampada, Giobbe dice: “Viene derisa la semplicità del giusto. È una lampada disprezzata nella considerazione dei ricchi, ma preparata per il tempo stabilito” (Gb 12, 4-5). Commenta Gregorio: La semplicità del giusto è chiamata lampada, e disprezzata: lampada, perché fa luce interiormente nella coscienza; disprezzata, perché nella considerazione dei carnali è stimata senza alcun valore, e dai saccenti è ritenuta stoltezza. Ritengono come morti coloro che non intendono vivere secondo la carne, come loro. E il tempo stabilito per la lampada disprezzata è il giorno stabilito da Dio per l’ultimo giudizio: allora sarà manifesto di quanta gloria rifulgeranno tutti i giusti, che ora sono così disprezzati.

 

12. E su di esso sette lucerne e sette beccucci”, per mezzo dei quali si alimentano di olio le lucerne. Considera che le sette lucerne raffigurano le sette beatitudini, e i sette beccucci raffigurano le sette parole pronunciate da Cristo sulla croce: ne vedremo la reciproca corrispon­denza.

Beati i poveri nello spirito perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3). - Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34).

Beati i miti perché possederanno la terra (Mt 5,4). - In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso (Lc 23,43).

Beati quelli che piangono perché saranno consolati (Mt 5,5). - Donna, ecco il tuo figlio. Quindi disse al discepo­lo: Ecco tua madre (Gv 19, 26-27).

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati (Mt 5,6). - Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27,46).

Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia (Mt 5,7). - Ho sete! (Gv 19,28).

Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5,8). - Tutto è compiuto (Gv 19,30).

Beati i pacifici perché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9). - Padre, nelle tue mani affido il mio spirito (Lc 23,46).

Chi è ricco della povertà di spirito può realmente pregare per i suoi persecutori e dire con Gesù Cristo: “Padre, perdona loro”. Chi è umile di spirito perdona a chi gli fa del male e prega per loro. L’opposto fa invece Edom, il peccatore superbo, del quale per bocca di Amos il Signo­re dice: “Per tre misfatti di Edom, e per quattro, non lo richiamerò più a me: perché ha inseguito con la spada il suo fratello, perché gli ha negato misericordia, perché ha covato il rancore contro di lui e perché ha conservato l’odio sino alla fine. Appiccherò il fuoco a Teman e divorerà il palazzi di Bozra” (Am 1,11-12).

Il primo peccato consiste nel pensare il male, il secondo nel consentire, il terzo nel portarlo ad esecuzione e il quarto nel non pentirsene. Chi, dopo aver commesso i primi tre peccati, si pente, il Signore lo richiama dinanzi al suo volto misericordioso; se invece non si pente, il Signore distoglie da lui il suo sguardo di misericordia. Edom, come dice qui la Glossa, è lo stesso che dire Esaù e Seir: sono i tre nomi della stessa persona Esaù perseguitò Giacobbe, lo spaventò e lo costrinse a fuggire in Mesopotamia e non ebbe nei suoi riguardi la minima pietà. E l’odio che era stato nel padre lo conservarono gli Idumei, nati da lui, contro i figli di Giacobbe, tanto che non permisero loro di passare per le proprie terre quando uscirono dall’Egitto per ritornare nella Terra Promessa: in questo violarono la legge della pietà, perché ignorarono che essi erano fratelli.

Fanno tutto questo coloro che odiano i propri fratelli, che non sono poveri nello spirito; perciò il Signore farà scendere il fuoco della Geenna su Teman, che significa “austro”, meridione, cioè su coloro che nel tempo della prosperità mondana vivono da dissoluti; “quel fuoco divore­rà i palazzi di Bozra”, che vuol dire “fortificata”, cioè divorerà quelli che si difendono con ogni sorta di scuse, per restare nei loro peccati.

Senso morale. Edom s’interpreta “sanguinario” e raffigura la nostra carne che gode del sangue della gola e della lussuria; essa perseguita, con la spada della concupiscenza, il suo fratello Giacobbe, cioè il nostro spirito, e vuole così violare la misericordia, che per comando di Dio gli è dovuta. Perciò Giacobbe, il nostro spirito, rivolge la sua supplica al Signore dicendo: “Scampami dalla mano del mio fratello Esaù, perché io ho grande paura di lui; fa’ che egli non arrivi e colpisca madre e bambini” (Gn 32,11). Lo spirito ha paura della carne e prega di essere salvato dalla mano, dalla protervia della sua concupiscenza, la quale, se riesce a strappare il consenso, colpisce la madre insieme con i figli, cioè la ragione con tutti i suoi sentimenti, o anche l’anima stessa con tutte le sue opere buone.

 

13. Chi è mite, chi non scaglia offese né si offende se le riceve, chi non scandalizza e non resta scandalizzato, sarà degno di sentire, insieme con il buon ladrone, che anzi fu confessore: “Oggi sarai con me nel paradiso”, che è appunto la terra dei viventi, che i miti possederanno. Questa terra non la potranno possedere gli avari i quali, come bestie feroci, si logorano la mente nell’accumulare, e scandalizzano gli altri con le loro rapine. Perciò non sentiranno mai il tenue spirare di una brezza leggera: “Oggi sarai con me nel paradiso”, ma dovranno ascoltare il tuono della divina condanna: “Andate, maledetti, al fuoco eterno!” (Mt 25,41).

Ecco che cosa sta scritto di costoro nel libro di Zaccaria. “L’angelo mi disse: Alza i tuoi occhi e osserva ciò che sta per apparire. E io: Che cosa è quella? Rispose: Quella che appare è un’anfora. Poi soggiunse: L’anfora raffigu­ra ciò che essi vedono in tutta la terra. Fu quindi portato un talento [un grande peso] di piombo; ed ecco che dentro all’an­fora vi era una donna. E l’angelo disse: Questa è l’empietà. Quindi la ricacciò nell’anfora e pose sulla bocca dell’anfora la massa di piombo. Io alzai i miei occhi e osservai: ed ecco che arrivarono due donne, e il vento agitava le loro ali, poiché avevano ali come quelle del nibbio, e sollevarono l’anfora tra la terra e il cielo. E io domandai all’angelo che parlava con me: Dove portano l’anfora? Mi rispose: Nella terra di Sennaar, per costruirle una casa” (Zc 5,5-11).

L’anfora raffigura l’avarizia, la cui bocca non si chiude, ma resta sempre aperta nella brama delle cose temporali. E questo è ciò che si vede su tutta la terra, perché tutti sanno e tutti conoscono l’avarizia, e l’hanno sotto gli occhi. Socia dell’avarizia è la massa di piombo, ossia la dannazione eterna, che è come una grossa palla in bocca che non si può né inghiottire né rigettare.

Le due donne sono la rapina e il furto. La rapina riguarda le persone altolocate, il furto quelle più modeste. È detto che hanno ali di nibbio, che è un uccello rapace. Il nibbio è chiamato in lat. milvus, come dire mollis avis, cioè uccello soffice, morbido: questo per il suo volo e anche per la sua forza limitata; però è un uccello voracissimo che attacca gli uccelli domestici, e perciò raffigura i predatori altolocati.

Quest’anfora viene sollevata tra cielo e terra, perché l’avaro si sceglie il posto non nel cielo con gli angeli, né in terra con gli uomini, ma nell’aria (impiccato) con Giuda, il traditore, e con i demoni (le potenze dell’aria). E le due donne non lasciano andare l’avaro finché non l’avranno portato nella terra di Sennaar, cioè nel luogo del fetore, vale a dire nell’inferno. Sennaar infatti s’inter­preta “fetore”.

 

14. Chi piange per i propri peccati o per quelli del prossimo, o per la miseria di questo esilio terreno, o per il ritardo di giungere al Regno dei cieli, viene consolato dal Signore, il quale consolò la Madre sua, che piangeva per la sua passione, dicendole: “Donna, ecco il tuo figlio!”. E il profeta Naum dice in proposito: “Buono è il Signore: egli consola nel giorno della tribolazione e non dimen­tica coloro che confidano in lui” (Na 1,7). E il profeta Zaccaria: “Io sarò per lui come un muro di fuoco all’intor­no, e sarò una gloria in mezzo ad esso” (Zc 2,5). Si legge nel libro dell’Esodo: “La rugiada si posò tutt’intorno all’accampamento” (Es 16,13).

Cristo in difesa dei suoi è come un muro di fuoco che distrugge i nemici, e in mezzo a loro un trionfo che li rincuora.

 

15. Chi ha fame e sete di giustizia dà a ciascuno il suo, cioè a Dio e al prossimo l’amore, e a se stesso la penitenza per i pec­cati commessi. Questa triplice giustizia è indicata da quelle tre parole: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Due volte chiama “Dio”, proprio per ricordare il duplice precetto della carità; e “mi hai abbandonato” per ricordare la pena corporale. E la Glossa commenta: “Perché mi hai abbandonato?”, cioè: Perché mi hai esposto a sì grande sofferenza?, dice il Figlio al Padre.

E di queste tre parole dice Abacuc: “Il giusto vive per la sua fede” (Gal 3,11; cf. Ab 2,4). È detto giusto perché rispetta i diritti. “Giusto”, si riferisce a se stesso, “per la fede” si riferisce a Dio, “vive” si riferisce al prossimo. Chi è giusto osserva i diritti verso di sé giudicandosi e condan­nandosi, vive per la fede in Dio, nell’amore del prossimo. “Chi invece non ama – dice Giovanni – rimane nella morte” (1Gv 3,14).

 

16. Chi è misericordioso verso gli altri, Dio è misericor­dioso vero di lui. I Giudei, senza misericordia, non fecero questo: essi a Cristo appeso in croce, arso dalla sete, non offrirono un bicchiere di acqua fresca, ma aceto mesco­lato a fiele; e Cristo, assaggiatolo, non volle bere (cf. Mt 27,34), perché assaporò sì l’amarezza, cioè la pena delle nostre colpe, ma non volle assimilare a sé i nostri peccati. La stes­sa cosa fanno oggi con Cristo i falsi cristiani, peggio ancora dei Giudei; e quindi nel tempo della tribolazione non troveranno misericordia.

Tieni presente che nell’aceto si devono considerare tre momenti: dapprima è vino non ancora maturo; poi diventa vino perfetto, e infine guastandosi diventa aceto. La stessa cosa avviene nel falso cristiano: prima del battesi­mo è uva selvatica e aspra, perché è ancora infedele; tutti – dice l’Apostolo – nasciamo figli dell’ira (cf. Ef 2,3). Ricevuto il battesimo diventa come un vino profumato, e questo per opera della fede; ma poi si è trasformato in aceto per causa del peccato mortale.

Si dice aceto in quanto è acuto, pungente, o anche annacquato. Infatti il vino mescolato con l’acqua prende presto il gusto di aceto, e si dice “acido”, come a dire aquidus, acquoso. Quando un fedele cristiano si mescola all’acqua del piacere carnale, subito si trasforma nell’a­ceto del peccato mortale, che per quanto sta in lui offre a Cristo, non dico appeso alla croce, ma che già regna nel cielo. Ecco dunque che Cristo si lamenta dolorosamente con le parole di Isaia: “Aspettai che la mia vigna producesse uva, ma essa fece uve selvatiche” (Is 5,4). E per chiarire il suo pensiero, sempre Isaia aggiunge: “Aspettavo che operasse la giustizia, ed essa operò l’iniquità; aspettavo rettitudine ed ecco grida di oppressi” (Is 5,7).

L’uva selvatica è chiamata in lat. labrusca (it. lambrusca, abròstine), perché sporge sulle labbra, sui margini delle strade. Le opere del peccatore, cioè l’iniquità, l’avarizia, la lussuria, sono come uve selvatiche che pendono lungo la strada e che vengono strappate e portate via dai passanti. Dice Ezechiele: “Ad ogni crocicchio di strada hai innalzato il segnale della tua prostituzione, hai deturpato la tua bellezza e ti sei offerta ad ogni viandante” (Ez 16,25).



17. Chi vuole conservare la purezza del cuore, per poter vedere Dio, è necessario che ponga fine ad ogni peccato, per dire con Gesù: “Tutto è compiuto”, tutto è finito. Ma le malvagità degli Amorrei non sono ancora finite e perciò, come dice Isaia, sarà il Signore, Dio degli eserciti, che abbrevierà e decreterà la fine delle malvagità su tutta la terra” (Is 10,23). Ed Ezechiele: “Questo dice il Signore Dio: La fine viene, viene la fine sulle quattro parti della terra. Adesso è la fine per te, scaglio contro di te la mia ira e ti giudicherò per le tue opere” (Ez 7,2-3).

 

18. Chi ha la pace del cuore merita veramente di essere chiamato figlio di Dio Padre, al quale, insieme con il suo Unigenito, dice nell’ora della sua morte: Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!, perché dalla pace del cuore passa alla pace dell’eternità. Il Padre stesso, per bocca di Isaia, promette: “Nella gioia uscirete” dal corpo, “e nella pace sarete condotti; monti e colli”, cioè grandi e piccoli; e le potenze angeliche “vi canteranno inni di lode; e anche tutti gli alberi della regione”, vale a dire tutte le anime dei santi, che già fruiscono della felicità del cielo, “vi applaudiranno”, esultando per il vostro arrivo (Is 55,12).

Queste sono le sette lucerne e i sette beccucci, con i quali s’illumina il candelabro, e il denaro (la moneta), cioè l’anima, viene contrassegnata con l’effigie del Re.

 

19. “E vicino al candelabro due ulivi, uno a destra della lampada e l’altro alla sua sinistra”. La lampada raffigura l’illuminazione della grazia. I due ulivi sono la speranza e il timore, che custodiscono la grazia che è stata infusa; la speranza del perdono è alla destra, il timore del castigo alla sinistra. Dice Michea in proposito: “Ti indicherò, o uomo, che cosa sia bene e che cosa il Signore richieda da te: praticare la giustizia”, dalla quale viene il timore, “amare la misericordia”, cioè le opere di misericordia, dalle quali nasce la speranza, “e camminare umilmente con il tuo Dio” (Mic 6,8). E la Glossa: In tutto questo non cercare altra ricompensa se non di piacere a Dio e con lui camminare, come Enoc, e allora anche tu, come Enoc, sarai da lui trasportato via (cf. Eb 11,5). Dove ci sono timore e speranza, lì c’è un vita impegnata in Dio.

E considera ancora che l’olio galleggia su tutti i liquidi, e per questo simboleggia la speranza, che ha per oggetto le cose eterne, le quali sono al di sopra di ogni bene transitorio. Infatti si chiama speranza, in lat. spes, perché è il piede, in lat. pes, per camminare verso il Signore. Speranza è attesa dei beni futuri, ed essa esprime il sentimento dell’umiltà e un’attenta dedizione di sudditanza.

L’olio inoltre condisce i cibi, e anche noi dobbiamo condire con il timore di Dio tutto ciò che facciamo. Dice il salmo: “Servite il Signore nel timore” (Sal 2,11), e chi è in piedi stia attento a non cadere (cf. 1Cor 10,12). Affinché la sudditanza non sembri servile, aggiunge: “ed esultate”. Ma perché questa esultanza non sconfini nella temerarietà, aggiunge ancora: “con tremore” (Sal 2,11). Ecco che adesso è chiaro per tutti che cosa significhino e come concordino il denaro contrassegnato dall’effigie e il candelabro illuminato con la lampada.

Diciamo dunque anche noi: “Di chi è questa effigie e l’iscrizione?”. L’iscrizione sulla moneta è il nome di Cristo, che per il cristiano è al di sopra di ogni altro nome (cf. Fil 2,9). Infatti noi prendiamo il nome da Cristo e da nessun altro. Cristo stesso dice nel salmo: “Nel tuo libro tutti saranno scritti; giorni si formeranno e nessuno in essi” (Sal 138,16).

Spiega la Glossa:: “O Padre, nel tuo libro”, cioè in me che sono il libro della vita, “saranno scritti tutti” i miei fedeli, saranno cioè formati e chiamati per nome. “I giorni”, cioè i più grandi, come gli apostoli – dei quali è detto: “Il giorno al giorno affida la parola” (Sal 18,3) – saranno formati” in me, da cui prendono la perfezione della grazia, “e nessuno” dei miei sarà formato “in essi” [negli apostoli], perché i cristia­ni non possono dire di essere di Pietro, o di Paolo, ma solo di Cristo (cf. 1Cor 1,12), dal quale prendono il nome di cristiani.

 

20. Con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte dell’epistola: “La nostra patria è nel cielo” (Fil 3,20). Affinché la nostra patria sia nel cielo, dobbiamo pregare il Signore che faccia con noi, ciò che egli ha fatto con Giosuè, figlio di Josedech, come si legge in Zaccaria: “Toglietegli quelle vesti immonde. Poi disse a Giosuè: Ecco, io ti ho tolto di dosso l’iniquità e ti ho fatto indossare le vesti di ricam­bio. E continuò: Mettetegli sul capo un diadema mondo. E gli misero sul capo un diadema mondo e lo rivestirono di vesti candide” (Zc 3,4-5).

Le vesti immonde raffigurano la vita mondana, che insudicia l’anima e la coscienza. Dice l’Apocalisse: “L’impuro continui ad essere impuro” (Ap 22,11). E Geremia: “Nei suoi piedi c’è la sporcizia” (Lam 1,9), cioè la vita disordinata dura fino alla fine della vita. E Gioele: “I giumenti marciscono nel loro sterco” (Gl 1,17).

“Ecco, io ti ho tolto la tua iniquità”. Queste sono le vesti immonde. Prima il Signore toglie di dosso il sudiciu­me del precedente genere di vita e poi fa indossare le vesti di ricambio, cioè le virtù, i costumi onesti, nei quali appunto consiste la forma di vita che porta al cielo.

“Mettetegli sul capo un diadema mondo”. Il diadema è la mitria, che ha due corni, nei quali è simboleggiata la conoscenza dei due Testamenti o anche la pratica dei due comandamenti della carità. Quindi la mitria sul capo raffi­gura la scienza e la doppia carità nella mente. Le vesti candide sono le opere di purezza nella carne. Dice infatti il Signore nell’Apocalisse: “Cammineranno con me avvolti in candide vesti, perché ne sono degni (Ap 3,4), in quanto la loro patria è il cielo.

“Di lassù aspettiamo come salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, che trasfigurerà il nostro misero corpo, per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,20-21). Ecco in che modo la moneta sarà contrassegnata con l’effigie del nostro Re. Chi vive nel mondo, ma non secondo la vita del mondo, ma secondo quella del cielo, può attendere con sicurezza il Salvatore.

E il profeta Amos, per contrasto, dice: “Guai a coloro che attendono il giorno del Signore! Che cosa sarà per voi il giorno del Signore? Quel giorno sarà tenebre e non luce” (Am 5,18), cioè tribolazione e non prosperità. In quel giorno vedranno che le loro opere, che adesso sembrano loro luminose, sono invece tenebrose. Molti superbi, come commenta la Glossa, per sembrare giusti, dicono di aspettare anche loro il giorno del giudizio, o il giorno della morte, per incominciare ad essere con Cristo. Ma a costoro il profeta rivolge le sue minacce, perché nessuno è senza peccato, e proprio per il fatto di non temere per se stessi, sono degni dell’eterno supplizio.

Aspettano dunque il Signore Gesù con sicurezza e tran­quillità, solo coloro che conducono quaggiù una vita degna del cielo.

 

21. Ecco perché la santa chiesa, nell’introito della messa di oggi, invita a innalzare il canto di lode a Gesù Cristo, dicendo: “Applaudite, popoli tutti, acclamate a Dio con voci di esultanza” (Sal 46,2). O genti tutte, converti­te alla fede e alla penitenza, che conducete una vita degna del cielo, rallegratevi nell’operare il bene! Come dicesse: Siano concordi le mani e la lingua; le mani operino la fede e la lingua la professi. Si legge nel Levitico che alla tortora offerta in sacrificio il capo doveva essere ripiegato verso le ali (cf. Lv 5,8), e questo simboleggia appunto la coerenza tra parole e opere.

E qual è il motivo per il quale si deve applaudire e giubilare? Questo: il Signore trasformerà il nostro corpo misero e vile, perché diventi come la moneta con sopra impressa l’effigie del re, rendendolo cioè conforme al suo corpo di gloria, perché saremo simili a lui (cf. 1Gv 3,2), e lo vedremo faccia a faccia (cf. 1Cor 13,12), così come egli è, e il suo glorioso splendore si rispecchierà nel nostro volto.

Su dunque, carissimi fratelli, supplichiamo e imploriamo il nostro Salvatore, il Signore Gesù Cristo, perché voglia trasformare e illuminare il denaro e il candelabro, cioè la nostra anima, con la sua effigie e con la sua luce, affin­ché, trasformati nell’anima e nel corpo, meritiamo di esse­re resi conformi alla sua luce nella gloria della risurrezione.

Si degni di concederci tutto questo colui che è Dio benedetto, glorioso ed eccelso nei secoli eterni.

E ogni anima, contrassegnata della sua effigie, canti: Amen. Alleluia!

 

 

DOMENICA XXIV DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della domenica ventiquattresima dopo Pentecoste: “Mentre Gesù parlava alle turbe”; si divide in due parti.

– Anzitutto sermone sulla creazione degli angeli e delle anime, sulla predicazione e sulla fede: “Prepàrati all’in­contro con Dio”.

– Sermone sul giorno della Pentecoste: “Quando sentirai il rumore di chi sale”.

– Parte I: Sermone sulle quattro lucerne e il loro significato: “Perlustrerò Gerusalemme con lucerne”.

– La custodia del cuore: “Starò di guardia”.

– Sermone ai penitenti sulla confessione: “Alzai i miei occhi e guardai: ed ecco un uomo”.

– I quattro corni di cui parla Zaccaria e il loro signifi­cato: “Alzai i miei occhi e vidi quattro corni”.

– Sermone ai claustrali: “Ecco, io l’allatterò”.

– Parte II: Sermone contro i carnali, dediti al sestetto di vizi: “Seguirò i miei amanti”.

– Contro coloro che, nella malattia, si fidano ciecamente dei medici e confidano nelle ricchezze: “Asa si ammalò”.

– Sermone sulla passione di Cristo: “Toccò il lembo della sua veste”.

 

esordio - creazione degli angeli e delle anime;

la predicazione e la fede

 

1. “In quel tempo: Mentre Gesù parlava alle turbe, gli si avvicinò uno dei capi che gli si prostrò dinanzi e gli disse: Signore, mia figlia è morta proprio ora” (Mt 9,18).

Dice il profeta Amos: “Prepàrati all’incontro con il tuo Dio, o Israele. Ecco colui che forma i monti e crea il vento, e annunzia all’uomo la sua parola, che produce la nebbia del mattino e cammina sulle alture della terra: Signore, Dio degli eserciti è il suo nome” (Am 4,12-13). Fa’ attenzione a queste cinque cose: i monti, il vento, la parola, la nebbia e le alture della terra.

Senso allegorico. “O Israele”, cioè o anima fedele che per mezzo della fede vedi Dio, “prepàrati all’incontro con il tuo Dio”, perché è vicino il suo avvento, che si cele­brerà nella prossima domenica. Forse domanderai: Questi chi è? “È colui che forma i monti”, cioè gli spiriti angelici, che per la sublimità della loro gloria vengono detti monti. Infatti si legge nel Cantico dei Cantici: “Eccolo che viene, saltando per i monti e balzando per le colline” (Ct 2,8). Il Figlio di Dio, venendo con l’incarnazione, valicò i cori degli angeli, tanto maggiori che minori, e preparò il suo messaggero.

“Colui che crea il vento”, cioè le anime, delle quali dice il salmo: “Volò sulle ali dei venti” (Sal 17,11), perché l’incomprensibilità di Gesù Cristo, come spiega qui la Glossa, supera tutte le potenze (capacità) delle anime, con le quali però le anime si innalzano, come con delle ali, al di sopra dei terreni timori nelle aure della libertà. Anche Giobbe dice: “Egli diede al vento il peso” (Gb 28,25); Dio diede alle anime il peso del corpo perché non si perdessero con la superbia, come fece il diavolo.

“E annunzia all’uomo la sua parola”. Creare vuol dire fare qualcosa dal nulla. Dio crea le anime dal nulla perché, come dice Agostino, “infondendo crea e creando infonde”. Infatti nel salmo è detto: “Colui che plasmò ad uno ad uno i loro cuori” (Sal 32,15), cioè, spiega laGlossa, creò le anime ad una ad una, cioè ognuna per se stessa dal nulla, e non da Adamo come sostengono alcuni, credendo che l’anima provenga da un’altra anima. Colui dunque che creò le anime, egli stesso annunzia ad esse la sua parola, di cui l’anima vive, e di cui dice il salmo: “La tua parola è fortemente infiammata” (Sal 118,140). E la Glossa: Brucia la parola di Dio per purifi­care la coscienza del peccatore, per purificare i cuori come la fornace purifica l’oro, infiamma di amore di Dio e illumina coloro che l’ascoltano.

“Che fa le nebbie del mattino e cammina sulle alture della terra”. Dice la Glossa: La nebbia è una specie di spessore dell’aria, e simboleggia lo spessore della fede, che viene concepita al mattino cioè al momento del battesi­mo. Le alture della terra sono le virtù o anche i santi, posti alla sommità delle virtù. Dio però supera le virtù di tutti e cammina nei cuori dei suoi.

 

2. Su tutto questo abbiamo una concordanza nel secondo libro dei Re, dove il Signore dice a Davide: “Quando sentirai il suono [dei passi] di chi cammina sulla cima dei peri, (la cima coperta di piante di pero), lànciati subito all’attacco perché allora il Signore uscirà davanti a te per sconfiggere l’esercito dei Filistei” (2Re 5,24).

Il nome del pero, in lat. pyrus, viene dal greco pyr, che significa fuoco. Il frutto di quest’albero sembra avere la forma del fuoco, perché parte da una base larga e poi verso l’alto va assottigliandosi come il fuoco. I frutti del pero sono per­ciò figura dei santi, ardenti del fuoco della carità, le cui opere partono dall’ampiezza della carità per finire poi nel restrin­gimento dell’umiltà. Ad essi infatti il Signore dice: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili” (Lc 17,10).

La cima dove si trovano questi peri raffigura l’elevatezza della vita: infatti cima, in lat. cacumen, suona come capitis acumen, cioè acutezza del capo. Il suono (dei passi) raffigura l’infusione della grazia di Gesù Cristo, che cammina nella vita perfetta dei santi. Quando questo suono viene sentito dal giusto, i filistei, cioè i moti della carne o dello spirito maligno, vengono sconfitti.

Chi dunque è riuscito a fare tutte le cose suddette, ha potuto certamente liberare la donna dall’emorragia e risuscitare la figlia dell’archisinagogo. E quindi leggiamo nel vangelo di oggi: “Mentre Gesù parlava alle turbe…”, ecc.

 

3. In questo vangelo sono posti in evidenza due miracoli: la guarigione della donna dall’emorragia, e la risurrezione della figlia dell’archisinagogo. Il primo dove dice: “Ecco che una donna”. Il secondo: “Arrivato Gesù nella casa dell’archisinagogo”.

Oggi la messa non ha l’introito proprio. Si legge un brano della lettera del beato Paolo apostolo ai Colossesi: “Non cessiamo di pregare per voi”(Col 1,9), che divideremo in due parti e di cui vedremo la concordanza con le due parti del vangelo. Prima parte: “Non cessiamo di pregare per voi”. Seconda parte: “Ringraziando con gioia il Padre”.

Nel vangelo di oggi Matteo parla della guarigione della donna che soffriva di emorragia e della risurrezione della fanciulla. Paolo nella sua lettera prega affinché abbiamo una piena conoscenza della volontà di Dio, la quale ferma il flusso del sangue, cioè del piacere carnale, e dice che siamo stati strappati dal potere delle tenebre, come la fanciulla è stata strappata dalle tenebre della morte. Ecco perché questa epistola viene letta insieme con questo vangelo.

 

I. risurrezione della figlia dell’archisinagogo

 

4. “Mentre Gesù parlava alle turbe” (Mt 9,18). Considera che la morte della fanciulla e il flusso del sangue sono figura del peccato mortale, che si fa con il consenso della mente e con l’esecuzione dell’opera cattiva.

Trattiamo prima della morte della fanciulla.

“Giunse uno dei capi che gli si prostrò davanti e gli disse: Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà”(Mt 9,18).

Marco e Luca dicono che l’archisinagogo si chiamava Giairo (cf. Mc 5,22; Lc 8,41). Giairo s’interpreta “illuminato” o “illuminante”, ed è figura del cristiano, che dev’es­sere illuminato e illuminare a sua volta con quelle lampade di cui parla Sofonia: “In quel tempo perlustrerò Gerusalemme con lampade e farò giustizia degli uomini immersi nelle loro immondezze” (Sof 1,12).

Considera che le lampade sono quattro. La prima è quella della parola di Dio: “La tua parola è lampada ai miei piedi e luce sui miei sentieri”(Sal 118,105). E fa’ attenzione che dice prima “piedi” e poi “sentieri”, perché quando ascoltiamo la parola di Dio, prima veniamo illuminati nel cuore, per poter poi camminare sul retto sentiero.

La seconda lampada è quella delle buone opere: “Siano i vostri fianchi cinti e le lampade accese nelle vostre mani (Lc 12,35). Teniamo in mano le lampade accese quando mostriamo al prossimo le opere buone.

La terza lampada è quella della retta intenzione, che illumina tutte le opere buone; di essa parla Matteo: “La lampada del tuo corpo” , cioè delle tue opere, “è il tuo occhio”, cioè la tua intenzione. “Se il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà luminoso” (Mt 6,22).

La quarta è quella dell’umanità di Cristo, della quale parla Luca: “Quale donna se ha dieci dramme e ne perde una” (Lc 15,8), ecc.

Su questo vedi il sermone della III domenica dopo Pentecoste, III parte, dove è spiegato questo stesso vangelo.

Dice dunque il Signore: Nel momento del giudizio “perlustrerò Gerusalemme”, esaminerò cioè ogni cristiano, “con lampade”: guarderò se ha emendato la sua vita secondo la parola ascoltata nella predicazione; se ha mostrato agli altri le luce delle opere buone; se ha agito con retta intenzione e se ha conformato la sua vita all’esempio di povertà e di umiltà di Cristo. E allora il Signore “farà giustizia degli uomini” che confidano nelle proprie forze, “immersi nelle loro immon­dezze”, cioè ostinati nel loro peccato.

Questo Giairo è chiamato capo della sinagoga, perché ogni cristiano dev’essere capo, cioè deve comandare al suo corpo, che è come una sinagoga. “Un mucchio di stoppa è la sinagoga dei peccatori e la loro fine è una fiammata di fuoco” (Eccli 21,10). I cinque sensi del corpo sono come un mucchio di stoppa, perché con facilità si infiammano al fuoco della concupi­scenza, e quindi Giairo deve dominarli, per poter dire con il profeta Abacuc: “Starò di guardia, con piede fermo sulla fortezza: starò attento per sentire che cosa mi si dirà, e come dovrò rispondere a chi mi redarguisce” (Ab 2,1). Sta in guardia colui che custodisce il suo cuore con ogni dili­genza; e ferma il piede sulla fortezza colui che reprime i sentimenti della carne con il fermo proposito di persevera­re sino alla fine; e così starà attento per sentire che cosa gli sarà detto e che cosa potrà rispondere a chi lo redarguisce.

È appunto ciò che dice Giobbe: “Esporrò davanti a lui la mia causa e riempirò la mia bocca di recriminazioni (lamenti), saprò così le parole con cui mi risponde e comprenderò quello che mi dice” (Gb 23,4-5). E Gregorio commenta così: Esporre davanti a Dio la propria causa significa aprire, nel segreto della mente, gli occhi della nostra attenzione e scrutare per mezzo della fede per poter comprendere il suo interrogatorio. Riempie la sua bocca di recriminazioni, o lamenti, perché mentre ascolta attentamente la discussione del giudice contro di sé, punisce se stesso imponendosi una dura penitenza. “Saprò così le sue parole”: quando perseguitiamo le nostre colpe castigandole, troviamo subito che cosa possa dire di esse il giudice giusto nella sua disamina; invece non lo sa colui che trascura i suoi mali.

Se il capo della sinagoga agirà in questo modo, potrà con la fede accostarsi a Gesù e adorarlo con devozione, di­cendo: “Signore, la mia figlia è morta proprio adesso”. La figlia dell’archisinagogo morta in casa è figura dell’anima del cristiano, morta nella casa della coscienza, a motivo del consenso dato al peccato. Dice infatti Amos: “La vergine d’Israele è stata gettata per terra, e non c’è chi sia in grado di farla rialzare” (Am 5,2).

Ricorda che c’è un duplice stato: quello della giustizia e quello della giustificazione; quello della giustizia, quando l’uomo, dopo che gli è stata infusa la grazia, non commette più alcun peccato mortale; quello della giustifi­cazione, quando dopo essere caduto, si rialza. È vero che l’uomo dopo la caduta, anche se si rialza, non ha più la stessa gloria, cioè lo stesso stato di gloria, perché è impossibile che non abbia perduto lo stato precedente; tuttavia può conseguire anche una gloria maggiore se avrà una maggiore carità. La “vergine d’Israele” è figura dell’anima: è vergine per la fede, Israele per la speranza; e viene gettata per terra quando acconsente alla concupi­scenza della sua misera carne.

“Ma vieni, imponi la mano su di lei, ed essa vivrà”. O buon Gesù, dov’è la tua mano, là è la nostra vita! “La mano del Signore era con me e mi fortificava” (Ez 3,14), dice Ezechiele. Fa’ attenzione alle tre parole: vieni, imponi la mano, e vivrà. O Signore Gesù, “vieni” e sovvieni, infon­dendo la grazia, affinché la figlia, cioè l’anima mia, sia contrita; “imponi la mano”, affinché si confessi: “Il Signore stese la sua mano e toccò la mia bocca” (Ger 1,9), affinché confessasse il peccato; “e così vivrà”, della vita della grazia al presente, e della vita della gloria in futuro.

 

5. E su questo abbiamo la concordanza nel profeta Zaccaria, dove dice: “Alzai i miei occhi, ed ecco, vidi un uomo che aveva in mano una fune per misurare. Gli domandai: Dove vai? Rispose: Vado a misurare Gerusalemme per vedere qual è la sua lunghezza e quale la sua larghezza”(Zc 2,1-2). Vediamo il significato di queste sei cose: l’uomo, la sua mano, la fune, Gerusalemme, la sua lunghezza e la sua larghezza.

L’uomo è Cristo, di cui dice Zaccaria: “Ecco un uomo il cui nome è Oriente” (Zc 6,12). Il suo nome è Gesù Cristo, cui corrisponde “uomo Oriente”, Gesù Salvatore. Ecco l’uomo, in lat. vir, che con la sua potenza, in lat. virtus, ha salvato il suo popolo. Cristo viene da crisma. Ecco l’Oriente che ha illuminato tutti quelli che si trovavano nelle tenebre (cf. Lc 1,79). La mano di quest’uomo è la sua misericordia, della quale è detto: “Lo scongiuravano che gli imponesse la mano” (Mc 7,32).

Su questo vedi anche il sermone della XII domenica dopo Pentecoste sul vangelo “Gesù, uscito dal territorio di Tiro, attraversò Sidone”.

La fune per misurare raffigura la confessione dei peccati. Dice infatti Salomone: “Una fune a tre capi non si rompe tanto facilmente” (Eccle 4,12). Osserva che nella confessione il peccatore deve compiere tre atti: pentirsi dei peccati commessi, avere un fermo proposito di non ricadervi, obbedire a tutto ciò che gli comanda il suo confessore. Se la nostra barca viene legata al legno della croce del Signore con questa fune, non potrà mai venir strappata. Questa fune sta nelle mani di Cristo, che dà la grazia della confessione a chi vuole, secondo la scelta della sua misericordia.

Con questa corda egli misura Gerusalemme, cioè l’anima del penitente, per vedere, e per far vedere anche a lui, qual è la lunghezza, cioè la durata della perseveranza, e quale la larghezza, cioè l’ampiezza della duplice carità. Chi commette il peccato mortale offende Dio, danneggia se stesso e scandalizza il prossimo; quando però si pente e si confessa, con il proposito di perseverare sino alla fine, allora si riconcilia con Dio, risana se stesso ed edifica il prossimo. Questa è la lunghezza e la larghezza di Gerusalemme, che viene misurata con la fune della confessione, affinché la pena sia proporzionata alla colpa, e come ha posto le sue membra a servizio dell’iniquità, così ora le ponga a servizio della giustizia per la santificazione (cf. Rm 6,19).

Vieni dunque, o Uomo­Oriente, e con la fune che hai nel­le mani misura Gerusalemme. Vieni, Signore Gesù, e imponi la tua mano sopra l’anima, ed essa vivrà della vita della grazia al presente, e della vita della gloria in futuro.

 

6. “Gesù, alzatosi, lo seguì insieme con i suoi discepo­li” (Mt 9,19). O ineffabile misericordia! O meravigliosa umiltà! Il Re degli angeli che segue l’archisinagogo! Tu segui Giairo. E chi segue te, o Figlio di Dio? “Se ne sono andati dietro ai loro piaceri e alla depravazione del loro cuore malvagio” – dice Geremia –, e invece di rivolgermi il volto mi hanno voltato le spalle” (Ger 7,24). E Zaccaria: “Mi hanno voltato le spalle, si sono turati gli orecchi per non sentire, hanno indurito il loro cuore come il diamante per non udire la legge” (Zc 7,11-12).

“Gesù, arrivato alla casa di quel capo, veduti i flauti­sti e la turba in agitazione, disse: Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme. Quelli si misero a deri­derlo” (Mt 9,23-24). Vediamo il significato morale dei flautisti e della turba agitata. I flautisti raffigurano i sensi del corpo, che cantano un inno funebre con quei quattro corni, dei quali parla il profeta Zaccaria: “Alzai i miei occhi, ed ecco, vidi quattro corni. E all’an­gelo che parlava con me doman­dai: Che cosa sono questi? Rispose: Questi sono i corni che hanno disperso Giuda, Israele e Gerusalemme” (Zc 1,18-19). Questi quattro corni raffigurano quattro vizi: la superbia o la lussuria negli occhi, il prurito di ascoltare negli orecchi, la calunnia o l’adulazione nella lingua, e la rapina o l’usura nelle mani. Sono questi quattro vizi che hanno disperso al vento della vanità del mondo Giuda, cioè i laici, e Israele, cioè i chierici, e Gerusalemme, cioè i religiosi. Con questi corni i sensi del corpo cantano il canto funebre, cioè l’allegria del mondo, per la morte dell’anima nostra.

Dice Giobbe: “Cantano al suono di timpani e cetre, si divertono al suono degli strumenti. Passano nei godimenti tutti i loro giorni, ma poi in un momento sprofondano nell’inferno” (Gb 21,12-13). Il timpano è formato da una pelle tesa su un bacino, su un cerchio di legno. Quando il superbo corruga le sopracciglia – di cui è detto: “C’è gente dagli occhi alteri e dalle ciglia altezzose (Pro 30,13) –, oppure i lussuriosi allungano gli occhi alla bellezza delle donne – di cui è detto: “Non desiderare in cuor tuo la bellezza della donna per non essere adescato dai suoi sguardi” (Pro 6,25) –, allora percuotono il timpano. La lingua adulatrice o calunniatrice è paragonata alla cetra: quando ne pizzichi le corde, essa manda il suono della calunnia o dell’adulazione. Quelli che hanno gli orecchi bramosi e indiscreti, si deliziano al suono degli strumenti, cioè al suono della lode a loro rivolta. Guai a noi meschini, che ci deliziamo al suono dei nostri strumen­ti: al loro suono l’occhio si fa ridente, il volto si illumina, l’orecchio si delizia, la lingua tripudia e il cuore esulta.

“Si divertono, dunque, al suono degli strumenti”. Magari la nostra cetra mandasse lamenti – dice Giobbe –, e il nostro strumento mandasse voci di pianto (cf. Gb 30,31). I depredatori e gli usurai “passano i loro giorni nei godimenti” con i beni rubati ai poveri. Ecco in che modo i maledetti flautisti suonano l’inno funebre. Ma credano a me, che ad un certo punto (un istante), che li pungerà fino a dentro il fegato e i polmoni, sprofonderanno nell’inferno, dove si canta il lamento funebre, cioè il pianto degli occhi e lo stridore dei denti.

Similmente, la turba in agitazione raffigura il turba­mento e il disordine dei cattivi pensieri. Quando i flauti­sti suonano all’esterno il loro inno funebre, i pensieri disordinati sconvolgono la mente all’interno. Dice infatti la sposa nel Cantico dei Cantici: “La mia anima mi ha sconvolto a causa delle quadrighe di Aminadab” (Ct 6,11). Aminadab si inter­preta “spon­­­ta­neo” o “elegante”, e simboleggia il nostro corpo che si sente spinto spontaneamente alle cose tempora­li, tra le quali vuole vivere sempre nell’eleganza e nelle delicatezze. E le quadrighe di Aminadab sono i sensi del corpo: mentre essi corrono all’in­torno tra lo sterco e il fango delle cose temporali, l’anima, cioè l’animalità, la sensualità, sconvolge la ragione con il turbamento e il disordine dei cattivi pensieri e desideri.

 

7. Ritorniamo al nostro argomento. Continua il vangelo: “Arrivato Gesù nella casa del capo della sinagoga”. Il capo raffigura l’uomo che deve dominare se stesso; la sua casa è la sua coscienza, in cui il Signore entra quando infonde la sua grazia perché riconosca le sue colpe e riconoscendole ne arrossisca.

“Vedendo i flautisti e la turba, disse: Ritiratevi!”. Quando Gesù Cristo visita la coscienza dell’uomo con la sua grazia, comanda al piacere dei sensi e al tumulto dei pensieri di ritirarsi. Egli comanda ai venti, cioè alla vanità dei sensi, e al mare, cioè al fluttuare dei pensieri e dei desideri, ed essi gli obbediscono (cf. Lc 8, 25). “Andatevene, dunque, la fanciulla non è morta, ma dorme”. Infatti per Gesù era come se dormisse, perché per lui era così facile richiamarla dalla morte, come se la svegliasse dal sonno.

Considera che la morte dell’anima è duplice: la morte del peccato e la morte del­l’in­­ferno. La morte del peccato può essere detta “sonno”, in quanto il peccatore in questa vita può risorgere dal peccato con la stessa facilità con cui uno si sveglia dal sonno. Dice infatti l’Apostolo: “Svégliati, tu che dormi, dèstati dai morti, e Cristo ti illuminerà” (Ef 5,14): svégliati per mezzo della contrizio­ne, tu che dormi nel peccato; esci, per mezzo della confes­sione, dai morti, cioè dalle opere di morte, e Cristo ti illuminerà. Osserva ancora che Cristo ha detto: fanciulla, e nonvecchia. Infatti l’anima non ancora schiava di una cattiva abitudine presa da lungo tempo, ma ancora fanciulla e di recente caduta in peccato, è solo assopita, e può quindi con facilità risorgere alla vita della grazia. È morta infatti ed è stata risuscitata nella sua casa: non era ancora stata portata fuori della porta e sepolta; l’anima che è morta nella casa della coscienza e non ancora portata alla porta dell’opera cattiva, o alla sepoltura della cattiva abitudine, può con facilità ritornare in vita.

“Quelli si misero a deriderlo”. Quando la grazia di Gesù Cristo ispira all’anima di pentirsi e di rialzarsi dal peccato, i flautisti, vale a dire il piacere esteriore dei sensi, e la turba in agitazione, cioè il tumulto interiore dei pensieri e dei desideri, la deridono. Ma dice Giobbe: Lo struzzo “si fa beffe del cavallo e del suo cava­liere” (Gb 39,18). Nello struzzo è raffigurato il tirannico piacere della carne, che si fa beffe del cavallo, cioè del­lo spirito, e del suo cavaliere, vale a dire della grazia, che vuole guidare lo spirito sulla via della vita per conquistare il premio della gloria celeste. E lo deride adducendogli come scusa la fragilità della natura, il rigore dell’astinenza, la durezza della penitenza, e dimostrandogli che gli è impossibile perseverare in tutto questo.

“Dopo che la turba fu cacciata via, entrò, le prese la mano e disse: Fanciulla, àlzati! E la fanciulla si alzò” (Mt 9,25; Lc 8,54). Fa’ attenzione all’ordine delle parole. “Dopo che la turba fu cacciata via, entrò”. Concorda con questo ciò che il Signore dice per bocca di Osea: “Arco, spada e guerra eliminerò dalla terra, e li farò riposare tranquilli” (Os 2,18). Nell’arco è indicata la subdola suggestione del diavolo, nella spada i convulsi pensieri del cuore, nella guerra il miserabile piacere dei sensi. Il Signore elimina dalla terra tutti questi mali quando caccia dalla casa della coscienza la turba agitata, e cacciatala via entra, ed entrando rimette tutto in pace. E questo vuol dire appunto “li farò riposare tranquilli”.

“Prese la sua mano”. Prende la mano con la mano quando con la sua misericordia dà il volere, il conoscere e il potere. E concordano con questo le parole di Zaccaria: “Le mani di Zorobabele hanno fondato questa casa, e le sue mani la porteranno a compimento (Zc 4,9). Zorobabel s’interpreta “questo maestro di Babilonia”: Zo questo, Ro maestro, Babel Babilonia. Ed è figura di Gesù Cristo che è venuto a rinnovare il mondo e a risuscitare la fanciulla. Il Figlio dell’uomo è venuto a salvare ciò che era perduto (cf. Lc 19,10). La mano della sua misericordia fonda il tempio quando dà il conoscere e il volere; lo porta a compimento quando dà il potere, la capacità di fare.

“E disse: Fanciulla, àlzati! E la fanciulla si alzò” (Lc 8,54­55). E su questo abbiamo la concordanza nel libro del profeta Michea, dove l’anima, già risuscitata per opera della grazia, respinge gli attacchi della carne dicendo: “Non gioire, mia nemica, perché sono caduta; mi rialze­rò, e se sarò nelle tenebre, il Signore sarà la mia luce” (Mic 7,8).

 

8. Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola: “Non cessiamo di pregare per voi e chiedere che siate pieni della conoscenza della sua volon­tà” (Col 1,9). A questa preghiera e a questa supplica il Signore risponde misericordiosamente per bocca di Osea: “Ecco, io la nutrirò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,14). La chiesa, o l’anima fedele, per la quale l’Apostolo prega e supplica, il Signore la nutre con la grazia perché cresca a salvezza; la porta quindi nel deserto, cioè alla rinuncia delle cose temporali e alla quie­te dello spirito, e lì parla al suo cuore affinché abbia la piena conoscenza della sua volontà.

E fa’ attenzione che l’Apostolo dice “pieni”. Quando un vaso è pieno, tutto ciò che vi si versa in più va perduto. Chi è pieno delle cose temporali, non può venir riempito della conoscenza della volontà di Dio. Chi ne vuole essere pieno, è necessario che venga prima condotto nel deserto, e là potrà sentire il soffio di una brezza leggera che parla al suo cuore, così sarà riempito della conoscenza della divina volontà. Dice infatti il vangelo di oggi che il Signore prima mandò via la turba agitata, e dopo, nel silenzio, parlò al cuore della fanciulla: “Fanciulla, io ti dico: Álzati!”(Mc 5,41). La bocca del Signore è nell’orecchio del cuore, nel silenzio di chi è tranquillo: a lui rivela il segreto della sua volontà. Sia tranquillo il tuo cuore, e sarà riempito della conoscenza della volontà divina. Su chi volgerò lo sguardo, se non sull’umile, su chi è in pace ed è povero nello spirito? (cf. Is 66,2). “Ha guardato all’umiltà della sua ancella” (Lc 1,48), che era nel silenzio della mente e del corpo. Dice Girolamo: “Per me la città è un carcere, il deserto un paradiso”, nel quale il Signore parla al cuore.

Fratelli carissimi, insieme con Giairo, capo della sinagoga, supplichiamo umilmente il Signore di venire nella nostra casa, di cacciarne via la turba in agitazione e di risuscitare la nostra figlia (l’anima). Si degni di accordarcelo lui, che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

II. la guarigione della donna dall’emorragia

 

9. “Ed ecco una donna che soffriva di emorragia da dodici anni”, ecc. (Mt 9,20). Vediamo che cosa significhino la donna, l’emorragia e il lembo della veste.

La donna, in lat. mulier da mollities, mollezza, effemi­natezza, è figura dell’anima peccatrice, che per bocca del profeta Osea dice: “Seguirò i miei amanti che mi danno il mio pane, la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande” (Os 2,5). L’ef­feminato cerca l’effeminatezza. Vedremo che cosa significhino queste sette cose: gli amanti, il pane, l’acqua, la lana, il lino, l’olio e le bevande. Nel pane è raffigurato lo sfarzo della gloria temporale, nell’acqua la gola e la lussuria, nella lana la subdola ipocrisia, nel lino l’amore al denaro, nell’olio il luccichio della adulazione, nelle bevande la brama delle cariche.

Gli amanti dell’anima peccatrice sono i demoni, o gli affetti carnali, che essa segue quando vi acconsente, e vi acconsente perché le danno tutte queste cose: il pane, l’acqua, l’olio, ecc.

Del pane della gloria temporale parla Salomone: “Gradito è all’uomo il pane della menzogna”, cioè dello sfarzo del secolo, che finge di essere qualcosa, mentre non è nulla, “ma poi la sua bocca sarà piena di sassi” (Pro 20,17), cioè dell’eterno castigo.

Dell’acqua della gola e della lussuria il profeta Naum dice: “Le sue acque sono come le pozzanghere” (Na 2,8). Parla di Ninive, nome che significa “splendida” ed è figura della carne dell’uomo le cui acque, cioè la gola e la lussuria, sono come le pozzanghere che d’estate si prosciu­gano. Così quando arriverà la fiamma della morte, la gola e la lussuria della carne saranno del tutto disseccate.

Della lana dell’ipocrisia troviamo nel vangelo: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore” (Mt 7,15).

Vedi su questo argomento il sermone della domenica VIII dopo Pentecoste, che commenta il medesimo vangelo.

Del lino dell’avarizia si parla nell’Esodo, quando narra che la grandine colpì e distrusse il lino (cf. Es 9,31). La grandine della divina condanna: “Andate, maledetti, al fuoco eterno” (Mt 25,41), colpirà e distruggerà il lino dell’avarizia e dell’usura.

Dell’olio dell’adulazione leggiamo nel salmo: “L’olio del peccatore non profumerà il mio capo” (Sal 140,5).

Delle bevande delle cariche e delle dignità si parla nell’Apocalisse quando dice che la donna assisa sopra la bestia scarlatta teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione (cf. Ap 17,3-4). Questa donna è figura della vanità del mondo, che è assisa sopra la bestia scarlatta, cioè il dia­volo. Essa tiene in mano una coppa d’oro, cioè il bagliore del potere transitorio, pieno di abomini. La coscienza e le opere di coloro che sono abbagliati da questo splendore, testimoniano a noi e a loro stessi quali nefandezze e quale turpe prostituzione vi sia in ciò. Chi beve a quella coppa avrà sete di nuovo e si sentirà bruciare, e voglia il cielo che non debba bruciare in eterno insieme con il ricco epulone, che era avvolto nella porpora.

Ahimè, ahimè, vedo che quasi tutti corrono con la bocca aperta e con la gola riarsa a bere alla coppa d’oro della prosti­tuta. Dice Geremia: “Agile corridore che divora la strada. ònagro abituato al deserto, nel calore del suo estro aspira l’aria della sua brama” (Ger 2,23-24). E come il vento, anche se aspirato a bocca aperta, non spegne la sete, anzi l’aumenta, così la vanità del potere e delle dignità uccide talvolta proprio con la sete colui che ne beve.

Chi è affetto da questi sei vizi è come la donna che soffre di emorragia. Evidentemente l’emorragia simboleggia l’immondezza del peccato. Dice Osea: “Sangue segue sangue” (Os 4,2), vale a dire: all’immondezza della mente segue l’immondezza del corpo. La loro lussuria, dice Ezechiele, è paragonabile alla furiosa libidine del cavallo (cf. Ez 23,20).

“Soffriva di emorragia da dodici anni”. Il numero dieci si riferisce ai dieci comandamenti dell’Antico Testamento, il numero due ai due precetti della carità del Nuovo. Quindi soffre di emorragia per dodici anni chi si macchia trasgredendo apertamente e per cattiveria i precet­ti dell’Antico e del Nuovo Testamento. Dice Osea: “Hanno fornicato senza mai smettere: hanno abbandonato il Signore senza osservare” (Os 4,10) i precetti dei due Testamenti.

Luca dice anche che quella donna “aveva speso tutte le sue sostanze con i medici, e che nessuno era riuscito a guarirla” (Lc 8,43), “anzi – aggiunge Marco – era molto peggiorata” (Mc 5,26). I medici raffigurano gli affetti carnali, dei quali il salmo dice: “Com­pi forse prodigi per i morti? O potranno i medici risuscitarli perché ti cantino lodi?” (Sal 87,11). Gli affetti carnali non possono far ri­sorgere l’anima dal peccato; al contrario la uccidono quan­do è risuscitata e la seppelliscono nell’inferno. Quanti indolenti ed effeminati consumano ogni loro sostanza con questi medici, sia dell’anima che del corpo, ma non hanno potuto essere guariti dalla malattia dell’anima, anzi sono peggiorati.

 

10. Leggiamo nel secondo libro dei Paralipomeni che “Asa si era ammalato e soffriva di un fortissimo dolore ai piedi. Neppure nella malattia egli si rivolse al Signore, ma si affidò piuttosto alla perizia dei medici. Egli si addormentò con i suoi padri e morì” (2Par 16,12-13). Asa s’interpreta “che si esalta”, ed è figura del ricco di questo mondo che si esalta per le sue ricchezze e va in cerca di cose più grandi di lui (cf. Sal 130,1). Egli soffre di un fortissimo dolore ai piedi. L’anima ha due piedi sui quali si sostiene, che sono la speranza e il timore: il ricco è privo della forza di questi due piedi perché egli ripone ogni sua speranza nelle cose transitorie che ha paura di perdere, e così si affida all’arte medica, cioè alla sua attività, al suo scaltro sapere e al godimento degli affetti carnali, piuttosto che al Signore. Perciò si addormenta nel peccato e muore nell’inferno.

Non si deve quindi confidare nei medici, ma nel lembo della sua veste, come dice il vangelo: “Gli si accostò alle spalle e toccò il lembo della sua veste” (Mt 9,20). La veste di Cristo è la stessa sua carne, di cui Isaia dice: “Perché è rossa la tua veste, e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel torchio? Nel torchio ho pigiato da solo” (Is 63,2-3). Un pensiero analogo lo troviamo anche in Zaccaria: “Giosuè era rivestito di vesti immonde” (Zc 3,3). Gesù Cristo sopportò da solo il torchio, cioè il peso della croce, sulla quale la sua veste (il suo corpo) fu arrossata dal suo sangue. E il lembo di questa veste è la sua stessa passio­ne, che libera l’anima dall’emorragia. Contro i pericoli della carne e i moti della libidine ha una grandissima efficacia il ricordo della passione. E benché questo unguento salutare scenda dal capo alla barba, tuttavia è dal lembo della sua veste, cioè dall’ultima parte della sua vita che la sua pienezza si sparge su tutta la terra.

Di questo lembo della veste parla anche Zaccaria: “Uomini di ogni lingua afferreranno il lembo della veste di un giudeo e gli diranno: Veniamo con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi” (Zc 8,23). La stessa cosa diceva anche quella donna dentro di sé: “Solo che io possa toccare il lembo della sua veste, sarò guarita” (Mt 9,21).

Il lembo della veste di Cristo, cioè la sua passione, attira a Cristo stesso molti di più che tutto il resto della sua vita. Infatti ha detto egli stesso: “Quando sarò elevato da terra, io attirerò tutti a me” (Gv 12,32).

O anima, se vuoi essere guarita dalla tua emorragia, tocca con la fede, afferra con le opere il lembo della passione. Dice l’Apostolo: “Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con i suoi vizi e le sue concupi­scenze” (Gal 5,24). Se avrai toccato e afferrato in questo modo, sarai degna di sentirti dire: “Confida, figlia, la tua fede ti ha guarita” (Mt 9,22). Fa’ attenzione che questa parola fede è composta da due parole: faccio e dico (in lat. fi­des, facio et dico). Se io faccio quello che dico, e afferro ciò che tocco, allora è vera fede, e questa fede mi salva.

 

11. Con questa seconda parte del vangelo concorda anche la seconda parte dell’epistola: “Ringraziando con gioia il Padre che ci ha fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce” (Col 1,12).

O Padre, quanto devono ringraziarti la figlia del capo della sinagoga risuscitata da morte e la donna guarita dalla sua emorragia; e quanto devono ringraziarti tutti coloro che sono raffigurati in queste due donne: tu li hai fatti degni di partecipare alla vita eterna, che è la sorte dei santi. “Il Signore è mia parte di eredità” (Sal 15,5). “E in questa tua luce, noi vedremo la luce” (Sal 35,10).

“È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel Regno del suo Figlio diletto” (Col 1,13). Ecco la risurrezione della figlia dell’archisinagogo, cioè dell’anima, che il Signore con la mano della sua misericor­dia strappa dal potere delle tenebre, dove giaceva cieca, e la trasferisce dalla regione della dissomiglianza nel regno del suo amore, che abbiamo conquistato per mezzo della passione del Figlio. E conclude: “In lui abbiamo la redenzione e, per mezzo del suo sangue, la remissione dei peccati” (Col 1,14). Ecco la guarigione della donna dalla sua emorragia, toccando il lembo della veste. Infatti il sangue della passione di Cristo ferma il sangue della nostra malizia.

Su dunque, fratelli carissimi, preghiamo devotamente il Signore Gesù Cristo perché con il lembo della sua passione fermi il nostro sangue, cioè l’inclinazione alla lussuria, per essere capaci di ringraziarlo adeguatamente ed essere fatti degni di regnare nella sua luce insieme con i suoi santi. Ce lo conceda egli stesso che è mirabile nei suoi prodigi, ed è Dio benedetto nei secoli eterni. E ogni anima risuscitata e guarita risponda: Amen. Alleluia!

 

 

 

P R O L O G O

Tributiamo l’omaggio della lode e inni di grazie al Dio Uno e Trino, perché con il suo aiuto, nell’esposizione dei vangeli domenicali siamo giunti alla prima domenica dell’Avvento del Signore.

Ricordiamo che durante tutto l’Avvento la chiesa ci fa leggere il libro del profeta Isaia: vogliamo, per quanto il Signore ce lo concederà, trovare la concordanza delle varie citazioni di questo profeta con i brani dei vangeli e delle epistole dello stesso Avvento.

 

 

DOMENICA I DI AVVENTO

Temi del sermone

 

– Vangelo della prima domenica di Avvento: “Ci saranno segni nel sole e nella luna”; lo divideremo in quattro parti.

– Anzitutto, sermone ai penitenti o ai religiosi: “In quel giorno, il germoglio del Signore”.

– La confessione: “La gloria del Libano”; oppure: “In quel giorno il Signore raderà il capo”.

– Parte I: Annunciazione e natività del Signore: “Vidi il Signore”, e “Il vasaio seduto al suo lavoro”.

– Passione del Signore e le sue cinque piaghe: “Ci saranno cinque città”.

– Parte II: Sermone ai penitenti o ai religiosi: “Mosè, preso il sangue”.

– Sermone ai claustrali: “Verrà a te la gloria del Libano”, e “Nell’anno in cui morì il re Ozia”.

– Sermone contro gli oratori e i sapienti di questo mondo: “In quel giorno l’uomo getterà via gli idoli”; la talpa e il pipistrello.

– Sermone ai penitenti: “Álzati, àlzati”.

– Parte III: Sermone sul momento della morte o sulla sepoltura del defunto: “Guarderà in alto”.

– Sermone contro i lussuriosi e i golosi: “Vi vergognerete dei giardini che avete scelto”.

– Parte IV: Sermone sul giorno del giudizio e sulla dannazione dei peccatori: “Andrà in pezzi la terra”, e “Urlate, perché è vicino il giorno del Signore”, e “Il Signore avanza come un prode”, e “La spada del Signore è coperta di sangue”.

 

esordio - sermone ai penitenti o ai religiosi, e sulla confessione

 

1. In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle” (Lc 21,25).

Dice Isaia: “In quel giorno il germoglio del Signore crescerà in magnificenza e gloria e il frutto della terra sarà sublime” (Is 4,2). Questa espressione sarà applicata dapprima in senso allegorico al Verbo incarnato; e quindi in senso morale al peccatore convertito.

Senso allegorico. “In quel tempo”, cioè nel momento della grazia, quando a coloro che erano immersi nelle tenebre (cf. Mt 4,15) rifulse “lo splendo­re della luce eterna” (Sap 7,26), ci sarà – dice Isaia con profetica sicurezza – il germoglio del Signore, cioè il Figlio del Padre, che la beata Maria, albero della vita, produsse come un germoglio nella sua nascita. Infatti Isaia implora: “Fate scendere dall’alto la vostra rugiada, o cieli”. La Glossa aggiunge: Venga Gabriele, ci mandi con il suo annuncio la rugiada; “e le nubi piovano il Giusto”, e cioè i profeti, irrigando i nostri cuori di benefica pioggia, annuncino la nascita di Cristo. “Si apra la terra”, Maria cioè creda all’annuncio dell’an­gelo, e così “faccia germogliare il Salvatore” (Is 45,8). Egli crebbe “in magnificenza” con la predicazione e compiendo i miracoli, e “in gloria” nella sua risurrezione; egli è “il frutto della terra”, cioè della beata Vergine, e fu “sublime” nella sua ascensione al cielo.

Della magnificenza dei miracoli parla Isaia: “Dio stesso verrà e ci salverà. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi, si schiuderanno le orecchie dei sordi. Allora lo zoppo salterà come cervo e la lingua dei muti parlerà” (Is 35,4-6). E della gloria della risurrezione, accennando agli apostoli, dice ancora: “Essi vedranno la gloria del Signore e lo splendore del nostro Dio” (Is 35,2). E Giovanni: “Abbiamo visto la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre” (Gv 1,14). E della sublimità dell’Ascensione, il Padre, con le parole di Isaia, dice: “Ecco, il mio Servo avrà successo; sarà innalzato ed esaltato, sarà veramente sublime” (Is 52,13). Il Figlio è detto “servo del Padre”, poiché fu a lui obbediente fino alla morte.

 

2. Senso morale. “In quel giorno”, ecc. Il giorno è il sole che splende sulla terra. Quando il sole della grazia illumina la terra, cioè la mente del peccatore, questa produce da sé il germoglio del Signore, nel quale è simboleggiata la contrizione. Infatti Isaia dice: “Discendono dal cielo la pioggia e la neve, impregnano e inebriano la terra e la fanno germogliare, ed essa produce la semente per il seminatore e il pane da mangiare” (Is 55,10). Nella pioggia e nella neve è raffigurata la grazia dello Spirito Santo.

Sul significato della neve, vedi il sermone della II domenica di Quaresima, parte II, “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni”, ecc.

La grazia, a guisa di pioggia e di neve che scendono dal cielo, cioè dalla misericordia divina, scende e inebria la terra, vale a dire il peccatore dèdito alle cose terrene, affinché ne diventi insensibile, si penta fino alle lacrime e metta a nudo il segreto del suo peccato. L’ebbrezza produce appunto questi tre effetti: rende insensibile, provoca le lacrime, e fa scoprire i segreti. “La impregna” dello spirito di povertà, del quale, sempre Isaia dice: “Sia infuso in noi uno spirito dall’al­to” (Is 32,15), affinché non si accenda in essa [la terra, la mente del peccatore] la sete della cupidigia (cf. Gb 18,9). “La faccia germogliare” in modo meraviglioso, il che avviene quando il peccatore si pente in modo as­soluto di tutti i peccati commessi e di tutte le omissioni; allora “produce la semente” delle opere buone “per il seminatore”, cioè per il penitente che semina nelle lacrime, e “il pane da mangiare”, perché raccoglie nella gioia (cf. Sal 125,5). Ecco dunque che “in quel giorno il germoglio del Signore crescerà in magnificenza”.

“E in gloria”. Dal germoglio della contrizione scaturisce la gloria della confessione, della quale Isaia dice all’anima penitente: “Le è stata data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron” (Is 35,2). Libano s’interpreta “candidezza”, Carmelo “circonci­sione" e Saron “canto di tristezza”. La confessione ha appunto questi tre effetti: rende candida l’anima, elimina le cose superflue, si lamenta e canta mestamente: “L’ani­ma mia è triste fino alla morte” (Mt 26,38). “La donna infatti quando partorisce è nella tristezza” (Gv 16,21).

Sulla purificazione dell’anima dai peccati, dice Isaia: “Il Signore laverà le brutture delle figlie di Sion, e il sangue dall’interno di Gerusalemme con lo spirito del giudizio e lo spirito del fuoco” (Is 4,4). Nelle brutture è indicata l’impurità; infatti dice Geremia: “Le sue brutture sono nei suoi piedi” (Lam 1,9), cioè negli affetti; nel sangue è indicata la lussuria della carne. Il Signore lava tali sozzure dalle figlie di Sion, cioè dalle anime di Sion, le anime che appartengono alla chiesa, “con lo spirito del giudizio”, che è la confessione, nella quale il penitente giudica e condanna se stesso; “e con lo spirito del fuoco”, che è la contrizione, nella quale l’anima, come infiammata, si scioglie in lacrime di compunzione.

Sulle cose superflue che devono essere eliminate con la confessione, Isaia dice: “In quel giorno il Signore, con un rasoio affilato, o preso a prestito, raderà il capo e il pelo dei piedi (delle gambe) e tutta la barba, a quelli che sono al di là del fiume” (Is 7,20). Il rasoio, detto in lat.novacula, come facesse nuovo l’uomo, raffigura la confessione, la quale rende veramente nuovo lo spirito dell’uomo. Dice Geremia: “Dissodate il terreno incolto e non seminate tra le spine” (Ger 4,3), perché quando saranno nate non soffochino (cf. Lc 8,7) la parola della confessione. Questo rasoio è detto “affilato”, o “preso a prestito”: affilato, perché taglia il peccato e le sue circostanze; preso a prestito, perché il peccatore, nell’opera della sua salvezza, deve come noleggiarlo con una certa somma, che è la devozione e l’umiltà. Con questo rasoio il Signore “rade il capo”, ecc., “a coloro che sono “al di là del fiume”, che hanno attraversato il fiume, che hanno cioè ricevuto il battesimo. Nel capo e nei piedi sono indicati l’inizio e la fine della vita, nella barba l’in­tre­pidezza nel fare il bene.

Con la lama tagliente di una vera confessione il Signore recide nel penitente i vizi, raffigurati nei peli, dall’inizio della sua conversione fino alla conclusione della sua vita. Rade anche tutta la barba, perché non confidi in alcuna delle opere buone che ha fatto, come se le avesse fatte lui. Dobbiamo infatti confidare solo in colui che ha fatto noi, e non in quello che noi abbiamo fatto. Colui che ha fatto noi è tutto il Bene, il sommo Bene; invece il bene che abbiamo fatto noi è come il panno di una donna immonda (cf. Is 64,6). Tu stesso quindi devi capire in quale bene si deve confidare. Unicamente nel Signore, nel buon Gesù, al quale il profeta dice: “Buono sei tu, o Signore” (Sal 118,68).

Parimenti, del canto di tristezza dice Isaia: “Salirà piangendo per l’erta di Luith, e per la strada di Coronaim alzeranno grida di pentimento” (Is 15,5).

Vedi su questo argomento il sermone della domenica X dopo Pentecoste, parte III.

“E il frutto della terra sarà sublime”. Il frutto della terra è la soddisfazione, cioè l’opera penitenziale. Dice Isaia: “E tutto il frutto è questo: che sia tolto il suo peccato” (Is 27,9). Il frutto della penitenza è sublime quando il penitente è umile, e si umilia di fronte al vero sole, umile e sublime, cioè a Cristo che si degnò di velare lo splendore della sua luce con il cilicio della nostra condizione mortale. Per questo il brano evangelico di oggi dice: “Ci saranno segni nel sole”, ecc.

 

3. Considera che quattro sono gli “avventi” (venute) del Signore.

Il primo avvento fu nella carne, e di esso è detto: “Ecco, verrà il grande Profeta: egli rinnoverà Gerusalemme” (Liturgia della I Domenica di Avvento, 5a antifona delle Lodi).

Il secondo avvento si compie nella mente; è detto infatti: “Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

Il terzo avvento si verificherà nel momento della morte; è detto: “Beato quel servo che il Signore, al suo ritorno, troverà al lavoro” (Lc 12,43).

Il quarto avvento si compirà nella gloria; leggiamo nell’Apocalisse: “Ecco, verrà sulle nubi, e ogni occhio lo vedrà” (Ap 1,7).

Questi quattro avventi sono indicati nelle prime quattro parole di questo santo vangelo: le considereremo ognuna singolarmente.

Nell’introito della messa di oggi si canta: “A te, Signore, innalzo la mia anima” (Sal 24,1), e si legge il brano della lettera del beato Paolo ai Romani: “Sapete che è ormai ora di svegliarci dal sonno” (Rm 13,11). Confronteremo questo brano della lettera ai Romani con il primo avvento, e anche con il secondo, quello che avviene nella mente. Invece l’introito della messa lo confronteremo con il terzo e il quarto avvento.

Consideriamo anzitutto il primo avvento.

 

I. il primo avvento di cristo nella carne

 

4. “Ci saranno segni nel sole e nella luna”. Il sole, così chiamato perché risplende solitario (lat. sol, solus), è Gesù Cristo che, solo, abita una luce inaccessibile (cf. 1Tm 6,16), e lo splendore di tutti i santi quasi scompare, paragonato al suo splendore, cioè alla sua santità. Dice infatti Isaia: “Siamo divenuti tutti come cosa impura”, cioè come lebbrosi, “e tutte le nostre opere di giustizia sono come panno di donna mestruata”(Is 64,6). Questo “sole”, come è detto nell’Apocalisse, “divenne nero come un sacco fatto di crine” [detto anche cilicio] (Ap 6,12). Infatti Cristo, con il sacco della nostra umanità coprì la luce della sua divinità: “Ho indossato come vestito un sacco fatto di crine” (Sal 68,12).

Ma quale rapporto ci può essere, o Figlio di Dio, fra te e il cilicio? Di tale veste deve coprirsi non Dio ma il reo, non il Creatore ma, ben a ragione, il peccatore; è la veste del peccatore e non di colui che rimette i peccati. Quale rapporto dunque fra te e il cilicio? Un profondo rapporto, e assolutamente necessario all’uomo peccatore, perché mi sono pentito di aver fatto l’uomo (cf. Gn 6,7), vale a dire: un grande dispiacere soffro a riguardo dell’uomo. Dice infatti Isaia: “Mi hai fatto una grande offesa con i tuoi peccati, mi hai stancato con le tue iniquità”, e ancora: “Sono stanco di sopportarli” (Is 43,24; 1,14).

Ecco dunque che “il sole è divenuto nero come un sacco fatto di crine” (cilicio). Infatti sotto il cilicio della carne nascose se stesso, “fulgore della luce eterna” (Sap 7,26). Di lui dice Isaia: Principio della vita “sei tu, o Dio, e fuori di te non c’è Dio. Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, Salvatore!” (Is 45,14-15). E ancora: “Il suo volto è come nascosto” (Is 53,3). Giustamente dice “nascosto”; l’amo della divinità venne nascosto nell’esca dell’umanità per uccidere, come dice sempre Isaia, il cetaceo, il mostro che vive nel mare (cf. Is 27,1), cioè il diavolo che è in questo mondo malsano e amaro.

Dice Giobbe: “Catturerà Beemoth (il mostro marino) per gli occhi, quasi con un amo” (Gb 40,19). L’umile cattura il superbo; il nostro “Bambino”, avvolto in fasce, cattura l’antico serpente. E Isaia: “Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide, il bambino metterà la mano nel covo dei serpenti velenosi (Is 11,8). Il nostro “Bambino”, avvolto in fasce, adagiato nella mangiatoia (cf. Lc 2,7.12), con la mano della sua potenza strappò l’aspide e il serpente dal foro e dalla caverna, cioè il diavolo dalla coscienza dei peccatori.

Ecco dunque che “il sole è divenuto nero come il sacco fatto di crine”.

O Primo! O Ultimo! O Eccelso! O Umile e disprezzato! “E noi l’abbiamo considerato come un lebbroso, castigato da Dio e umiliato” (Is 53,4).

 

5. Sull’umiliazione di Cristo, concordano ancora le parole di Isaia: “Io vidi il Signore seduto su un trono eccelso ed elevato” (Is 6,1). Vediamo il significato di queste parole: seduto, trono, eccelso, ed elevato.

“Il Signore seduto” raffigura l’umile abbassamento della sua divinità nella nostra umanità. Leggiamo nell’Ecclesiastico: “Il vasaio, seduto al suo lavoro, gira con i piedi la ruota, ed è sempre attento alla sua opera” (Eccli 38,32). Il vasaio è il Figlio di Dio, del quale il salmo dice: “Ha plasmato ad uno ad uno i loro cuori” (Sal 32,15). Egli “è seduto al suo lavoro”, cioè si è umiliato nella carne per la nostra salvezza.

Sempre Isaia: [Verrà il Signore] “per compiere l’opera sua: opera non rispondente alla sua natura, opera per lui assai inconsueta” (Is 28,21). San Gregorio commenta così queste parole misteriose: “Verrà nel mondo per compiere la sua opera: per redimere il genere umano. Ma è un’opera non rispondente alla sua natura: non conviene certo alla sua divinità essere coperto di sputi, essere flagellato e appeso ad una croce”. Egli, con i piedi della sua umanità, fa girare verso la vita la ruota della nostra natura, che prima girava verso la morte; affinché, a colui al quale dapprima era stato detto: Sei terra e alla terra ritornerai (cf. Gn 3,19), si possa ora dire: “Sarai beato e godrai di ogni bene” (Sal 127,2).

E con quanto amore egli si sia impegnato per compiere la sua opera durante trentatré anni, lo testimoniano con molta evidenza i vangeli. E il salmo dice: “Io correvo assetato” (Sal 61,5). Correva con tanta brama alla croce, come il vasaio alla fornace, per realizzare e completare la sua opera, che neppure si fermò a rispondere a Pilato, proprio per non ritardare l’opera della nostra salvezza.

 

6. “Su di un trono”. Il trono, detto in lat. solium, quasi come solidum, è l’umanità di Cristo che, fondata sulle sette colonne (cf. Pro 9,1), fu in tutti i sensi solida e stabile. Dice Isaia: “In quel giorno sette donne afferreranno un unico uomo e gli diranno: Mangeremo il nostro pane, ci copriremo con le nostre vesti; lascia solo che siamo chiamate con il tuo nome: tòglici la nostra vergogna” (Is 4,1).

Le sette donne simboleggiano i sette doni dello Spirito Santo, che sono detti donne, in quanto nessuno può essere generato a Dio se non per opera dello Spirito. L’uomo è Cristo – unico, cioè il solo senza peccato –, che i sette doni afferreranno, per tenerlo saldamente e non perderlo. Tutti gli uomini passano, fino a Cristo, ma i “sette doni” non afferrano nessuno di essi. Non c’è infatti uomo senza peccato: in tutti lo Spirito ha una ospitalità di tribolazione, e non una dimora di riposo. Lo Spirito fu nei profeti e in altri giusti: ma poiché erano uomini, e quindi peccatori, fu in essi, ma in essi non si fermò. Perciò soltanto di Cristo è detto in Giovanni: “Colui sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito Santo, egli è colui che battezza” (Gv 1,33).

“Afferreranno un unico uomo e diranno: “Mangeremo il nostro pane”, ecc. Commenta la Glossa: Chi ha pane e vesti non ha bisogno di altro. “Mangeremo il nostro pane e indos­seremo le nostre vesti”, vuol dire: Con lo Spirito Santo, insieme con il Padre e il Figlio, possedere tutto e non avere più bisogno di nulla. “Soltanto, fa’ che siamo chiamati con il tuo nome”, e questo significa: Da te siano chiamati cristiani, coloro che bramano fruire della nostra dimora. “Tòglici la nostra vergogna”, perché, scacciati (i doni) dal cuore degli uomini per il fetore dei vizi, non siamo più costretti a cambiare così spesso dimora.

 

7. L’umanità di Cristo, dunque, sulla quale siede – cioè si umiliò – come su di un trono la divinità, fu eccelsa ed elevata. Fu eccelsa per la sua ineguagliabile santità di vita. Dice Giovanni: “Colui che viene dall’alto è al di sopra tutti” (Gv 3,31) per la sublimità della vita. E anche Isaia: “Mangerà burro e miele, finché non imparerà a rifiu­tare il male e a scegliere il bene” (Is 7,15).

Osserva che dal latte di pecora si ricavano due alimenti: il burro e il formaggio. Il burro è dolce e grasso, il formaggio è arido e asciutto. La pecora fu Adamo la cui natura, prima del peccato, fu come il burro per l’innocenza e la purezza; dopo il peccato fu come il formaggio, arrido e secco. Perciò: “Sia maledetta la terra”, cioè la tua carne, “nel tuo lavoro. Ti produrrà solo triboli e spine” (Gn 3,17-18). Quando dunque venne l’Ema­nuele, colui che la Vergine concepì e partorì, egli non mangiò formaggio ma burro, perché non assunse carne corrotta o soggetta al vizio, ma assunse carne purissima dalla carne della purissima Vergi­ne. Mangiò anche miele, che viene dall’alto, nel quale è raffigurata l’assoluta perfezione della sua vita.

Parimenti l’umanità di Cristo fu elevata, vale a dire innalzata sul patibolo della croce. Infatti dice Giovanni: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32) con l’uncino della croce, nella quale il nostro “sole” fu coperto con il cilicio e marcato con cinque “segni”. Per questo è detto: “Ci saranno dei segni nel sole”.

 

8. I “segni nel sole” furono le cinque piaghe nel corpo di Cristo. Esse sono “le cinque città in terra d’Egitto, che parlano la lingua di Canaan, la prima delle quali si chiamerà Città del Sole(Is 19,18).

Egitto s’interpreta “mestizia” o “tenebre”. La terra d’Egitto raffigura la carne di Cristo, che fu nella mesti­zia; infatti nella lettera agli Ebrei è detto: “Offrendo con lacrime e forti grida” (Eb 5,7); e fu nelle tenebre: “Mi ha relegato nelle tenebre, come i morti da gran tempo” (Sal 142,3).

In questa terra ci furono cinque città, cioè cinque piaghe, che sono le città­rifugio, nelle quali chiunque si rifugia sarà liberato dalla morte. Fuggi dunque, rifugiati nelle città fortificate, perché chi sarà trovato fuori di esse sarà ucciso. È detto infatti nella Genesi che ogni essere che si troverà fuori dell’ar­ca, sarà distrutto dalle acque del diluvio (cf. Gn 7,21-23). Solo nell’arca infatti c’è la vita. Fuggi ad essa come fece Ruth, alla quale Booz disse: “Pieno salario riceverai dal Signore, Dio d’Israele, al quale sei venuta e sotto le cui ali ti sei rifugiata” (Rt 2,12). Cristo con le braccia aperte sulla croce, quasi come due ali, accoglie coloro che a lui accorrono, e nel rifugio delle sue piaghe li nasconde dalla minaccia dei demoni.

“Che parlano la lingua di Canaan”, nome che s’interpreta “cambiata”. Infatti le piaghe di Gesù Cristo, come con un totale cambiamento di linguaggio, parlano di noi al Padre non per ottenere vendetta, ma per impetrare misericordia. Dice l’Apostolo agli Ebrei: “Vi siete accostati al Mediato­re della Nuova Alleanza, Gesù, e al sangue dell’aspersione, dalla voce più eloquente di quella del sangue di Abele” (Eb 12,22.24): il sangue di Abele gridava vendetta, il sangue di Cristo grida misericordia.

Dice ancora Bernardo: O uomo, hai un accesso sicuro a Dio, perché davanti al Figlio trovi la Madre, e davanti al Padre trovi il Figlio. La Madre mostra al Figlio il petto e le mammelle, il Figlio mostra al Padre il costato e le piaghe. Non potrà quindi esservi rifiuto, dove sono riuniti tanti segni di amore.

“La prima sarà chiamata città del sole”. La piaga del costato è la città del sole. Con l’a­pertura del costato del Signore venne aperta la porta del paradiso, dalla quale rifulse a noi lo splendore della luce eterna. Si legge nella Storia Naturale che il sangue estratto dal fianco della colomba elimina le macchie dagli occhi; così il sangue estratto dal costato di Cristo con la lancia del soldato, illuminò gli occhi del cieco nato, cioè del genere umano.

 

9. Con questo primo avvento del Signore, concorda la prima parte dell’epistola di oggi: “È ormai tempo che noi ci destiamo dal sonno” (Rm 13,11).

Come nell’ultimo avvento “suonerà la tromba e i morti risorgeranno” (1Cor 15,52), così in questo primo avvento suona la tromba della predicazione: “È ormai tempo”, ecc. Questo tempo è l’anno della benignità (cf. Sal 64,12), “la pienezza dei tempi, in cui Dio mandò il Figlio suo, nato da donna, nato sotto la legge” (Gal 4,4). Svegliamoci dunque dal sonno, cioè dall’amore delle cose temporali, delle quali Isaia dice: “Vedono cose vane, dormono e amano i sogni” (Is 56,10), cioè le cose temporali che chiudono gli occhi del cuore alla contemplazione delle cose eterne. Le vane immaginazioni sulle cose di questo mondo, che illudono i dormienti nelle prime ore del giorno, vengano fugate dal sorgere del sole. Il sacco fatto di crine, il cilicio, il misero pannicello nel quale Gesù fu avvolto, l’umile luogo del presepio nel quale fu adagiato, ci invitano a svegliarci dal sonno e a scacciare le vane fantasie. “È veramente tempo di svegliarsi dal sonno”.

Ma guai a noi che neppure in quest’unica ora possiamo vegliare con il Signore, perché non lo vogliamo. Il Signore ha vegliato, poiché dice Geremia: “Vedo una verga vigilan­te” (Ger 1,11). Gesù Cristo fu la verga, flessibile per la sua obbedienza e umiltà, sottile per la povertà: egli vegliò con queste virtù, ma noi non vogliamo vegliare con lui. Gli uomini, schiavi delle ricchezze dormirono il loro sonno (cf. Sal 75,6); invece le ricchezze [vere] degli uomini, cioè l’umiltà e la povertà dei giusti, vegliano con il Signore e quindi possono dire in tutta sincerità: “Adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti” (Rm 13,11). E questo è ciò che dice anche Salomone: “La via dei giusti è simile alla luce che incomincia a risplendere, e cresce fino a pieno giorno” (Pro 4,18). “Luce che risplende”, cioè “quando diventammo credenti”; “fino a giorno pieno”, cioè “la nostra salvezza è più vicina”. La luce splendente si ebbe nell’in­carnazione del Verbo, dalla quale scaturì la fede; il giorno pieno si verificò nella passione, con la quale fu più vicina la salvezza. “Che cosa ci sarebbe servito l’essere nati, se non fossimo stati redenti?” (dal canto Exultet del sabato santo).

Fratelli carissimi, supplichiamo dunque Gesù Cristo che nel primo avvento si coprì per noi di cilicio, e che si contrassegnò con i segni della passione per intercedere per noi, affinché ci svegli dal sonno, ci faccia vegliare con lui, in modo da poter meritare nel suo ultimo avvento l’eredità dell’eterna salvezza.

Ce lo conceda lui stesso, che è benedetto nei secoli. Amen.

 

II. il secondo avvento di cristo nella mente

 

10. “Ci saranno segni nella luna”. I segni nella luna sono quelli descritti da Giovanni nell’Apocalisse: “La luna diventò tutta simile al sangue” (Ap 6,12), e da Gioele: “La luna si cambierà in sangue” (Gl 2,31).

Dio creò due grandi luci, la maggiore e la minore (cf. Gn 1,16); vale a dire, creò due creature ragionevoli. La luce maggiore è lo spirito angelico, la luce minore è l’anima umana. Per questo si dice luna, come a dire “una tra le luci”. Infatti l’anima umana fu creata per essere una di quegli spiriti celesti, in grado di comprendere le cose del cielo; perché lodasse il creatore e fosse felice insieme con i figli di Dio (cf. Gb 38,7). Ma per la troppa vicinanza alla terra contrasse la negrezza e perdette la sua luminosità: e quindi, se vuole ricuperarla, è necessario che prima diventi tutta sangue.

Il sangue simboleggia la contrizione del cuore. L’Apo­stolo nella lettera agli Ebrei dice: “Mosè, preso il sangue (dei vitelli e dei capri) con acqua, lana scarlatta e issopo, ne asperse il libro stesso e tutto il popolo, dicendo: Questo è il sangue dell’alleanza che Dio ha stabilito per noi. Alla stessa maniera asperse con il sangue anche la tenda e tutti i vasi adibiti al culto. (Secondo la Legge infatti), tutte le cose vengono purifica­te con il sangue e senza spargimento di sangue non c’è perdono” (Eb 9,19-22). Ecco dunque in che modo la luna è diventata tutta come sangue.

Vedremo ora quale significato morale abbiano Mosè, il sangue, l’acqua, la lana scarlatta e l’issopo, il libro e il popolo, la tenda e i vasi.

Quando Gesù Cristo, misericordioso e benigno, entra nella mente del peccatore, allora “Mosè prende il sangue”, ecc. Mosè è lo stesso peccatore già convertito; liberato dalle acque dell’Egitto, egli deve accogliere in sé queste quattro entità: il sangue della dolorosa contrizione, l’acqua della lacrimosa confessione, la lana dell’innocenza, scarlatta per la correzione fraterna, e l’issopo della vera umiltà. Con queste cose deve aspergere il libro, cioè il segreto del suo cuore, e tutto il popolo dei suoi pensieri, e la tenda, cioè il suo corpo, e tutti i suoi vasi, vale a dire i cinque sensi. Nel sangue della contrizione tutte le cose vengono purificate, tutto viene perdonato, purché ci sia il proposito di confessarsi. Infatti senza il sangue della contrizione non c’è remissione di peccato.

 

11. “Ci saranno segni nella luna”. Per mezzo dei segni esteriori del penitente si conoscono i segni interiori della contrizione. Quando risplenderà nel corpo la castità, l’umiltà nell’agire, l’astinenza nel mangiare, la modestia nel vestire: questi saranno gli indizi della santificazione interiore. E in merito a queste quattro pratiche, Dio, per bocca di Isaia, promette all’anima penitente: “Verrà a te la gloria del Libano: l’abete, il bosso e il pino insieme, per ornare il luogo della tua santificazione” (Is 60,13).

La gloria del Libano è la castità del corpo, della quale l’anima si gloria: “Come un cedro mi innalzai sul Libano” (Eccli 24,17): Libano s’interpreta appunto “bianchezza”. Il cedro, con il suo profumo, scaccia i serpenti. Nel Libano dunque, cioè nel corpo che pratica la castità, l’anima viene innalzata come un cedro, perché con il profumo della sua condotta santa mette in fuga i serpenti della suggestione diabolica e della concupiscenza carnale. Di queste cose dice ancora Isaia: “Su tutta la gloria, la protezione” (Is 4,5). Dove c’è la gloria della castità, lì c’è la protezione della divina misericordia, che custodisce tutte le opere buone.

Parimenti, l’abete, detto in lat. abies, perché svetta più in alto (lat. abeo) di tutte le altre piante, raffigura l’umiltà, che è la più sublime di tutte le virtù. Infatti, in merito a questa virtù, concordano le parole di Isaia: “Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore che sedeva sopra un trono eccelso ed elevato; e la casa era piena della sua maestà, e le cose che erano sotto di lui riempivano il tempio” (Is 6,1).

Il re Ozia, superbo e lebbroso, raffigura il vizio della superbia: se nell’uomo questo vizio muore, il Signore siede in lui come su di un trono. L’anima del giusto è sede della sapienza. Infatti nell’anima, sublimata dall’umiltà, sollevata dalle cose terrene alla contemplazione celeste, riposa il Signore, e allora la casa dei cinque sensi è piena della sua maestà. Tutte le membra sono nello stato di quiete, quando il Signore riposa nella mente. Dice infatti il Signore per bocca di Isaia: “Il mio popolo”, quando io dimorerò in lui, “si troverà in una pace meravigliosa” per l’onestà della vita, “e nelle tende della confidenza” per la sicurezza della coscienza, “nella quiete e nella ricchezza” (Is 32,18), cioè con la ricchezza della buona fama. E infatti continua: “E le cose che erano sotto di lui riempivano il tempio”. Quando il Signore dimora nella nostra mente, tutto ciò che facciamo sotto il suo sguardo, essendo fatte nell’umiltà, riempiono il tempio, cioè danno buon esempio ed edificano il prossimo.

Ancora: il bosso, pianta di colore pallido, simboleggia l’astinenza dal cibo e dalla bevanda. Dice Isaia: “Il Signore ti darà pane duro e poca acqua” (Is 30,20), e di nuovo: “Gli asinelli che lavorano la terra”, cioè i peni­tenti che castigano il loro corpo, mangeranno una mistura di orzo e paglia” (Is 30,24), nella quale è raffigurata la frugalità dei cibi.

E infine il pino, dal quale si ricava la pece (resina), raffigura la mediocrità, la povertà delle vesti: ventre digiuno e abito dimesso implorano Dio con grande sentimento. Dobbiamo espiare con la scarsezza del cibo e la modestia delle vesti l’eccesso dei passati piaceri e dello sfarzo, affinché, come dice Isaia, “invece del profumo ci sia sentore di povertà, invece della cintura una corda, invece dei riccioli la calvizie, invece della fascia pettorale il cilicio” (Is 3,24). Queste quattro cose ornano il luogo della santificazione del Signore, cioè l’anima del penitente nella quale dimora il Signore. Infatti egli dice: “Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).



12. Con questo secondo avvento concorda la seconda parte dell’epistola: “La notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm 13,12). Questo è ciò che dice Isaia: “L’antico errore è scomparso: conserverai la pace; la pace, perché in te abbiamo sperato”, o Signore (Is 26,3).

La notte e l’errore simboleggiano la cecità del peccato; il giorno e la pace l’illuminazione della grazia. La ripetizione della parola pace, sta ad indicare la quiete interiore e quella esteriore, di cui l’uomo gode quando il Signore siede sopra un trono eccelso ed elevato.

“Gettiamo via, perciò, le opere delle tenebre” (Rm 13,12). Anche Isaia dice: “In quel giorno l’uomo getterà via i suoi idoli di argento e le sue statue d’oro, che raffiguravano talpe e pipistrelli, che si era fabbricato per adorarli” (Is 2,20). Nell’argento è indicata l’eloquenza, nell’oro la sapienza; nelle talpe l’avarizia e nei pipistrelli la vanagloria. La talpa, essendo priva di occhi, scava la terra; il pipistrello poi non vede di giorno perché è senza il liquido cristallino, e ha poi le ali allacciate con i piedi.

L’uomo carnale, che conosce e sa solo di terra, con l’argento dell’eloquenza e l’oro della sapienza si fabbrica degli idoli, vale a dire le talpe dell’avarizia e i pipi­strelli della vanagloria, che sono le opere delle tenebre. Infatti l’avarizia, che è priva della luce della povertà, scava la terra e ama le cose terrene. La vanagloria, mentre piace al “giorno umano”, non vede il “giorno divino”; infatti le sue ali, cioè le opere con quali avrebbe potuto volare al cielo, sono allacciate ai piedi, cioè agli affetti carnali; infatti brama essere veduta e lodata dagli uomini.

Ahimè, quanti predicatori e prelati del nostro tempo, con l’eloquenza e la sapienza che Dio ha loro elargito, si fabbricano degli idoli, e li adorano. Cercano infatti di arricchirsi, di essere onorati, di essere chiamati rabbi, maestro, e di essere salutati nelle piazze (cf. Mt 23,7). Ma in quel giorno, cioè nell’illuminazione della grazia, della quale è detto appunto “il giorno è vicino”, l’uomo getta via le talpe e i pipistrelli che non vedono la luce, e che raffigurano le opere delle tenebre. Allora si adempirà ciò che segue: “Indossiamo le armi della luce” (Rm 13,12).

 

13. Dice in proposito Isaia: “Àlzati, àlzati, rivèstiti della tua fortezza, o Sion. Indossa le vesti della tua gloria, Gerusalemme, città del Santo” (Is 52,1). Sion e Gerusalemme sono simbolo dell’anima che, quando pecca, si rende schiava del diavolo, mentre quando fa penitenza si libera e si eleva in alto. Álzati dunque con la contrizione, àlzati con la confessione, rivèstiti della fortezza della perseveranza finale, indossa le vesti della tua gloria, cioè della duplice carità, e così sarai la città dello Spirito Santo.

“Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno” (Rm 13,13). Sempre Isaia: “Si vedrà in te la gloria del Signo­re, i popoli cammineranno alla tua luce e i re allo splen­dore del tuo sorgere” (Is 60,1.2-3). I popoli sono i sensi del corpo; i re gli affetti della mente. Quelli cammineran­no nella luce di un onesto comportamento e questi nello splendore della purezza, quando l’anima dell’uomo sarà illuminata della gloria di Dio.

“Non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze” (Rm 13,13). Sempre Isaia: “Si sono riempiti di vino e ubriacati; nella loro ubriachezza sono usciti di strada e non hanno ricono­sciuto il veggente”, cioè Dio che tutto vede; “non hanno conosciuto la giustizia. Tutte le mense sono piene di vomito e di sudiciume e non c’è più un posto pulito” (Is 28, 7-8). “Non fra impurità e licenziosità” (Rm 13,13). E Isaia: “Sarà come la tana dei draghi e il pascolo degli struzzi” (Is 34,13), ecc.

Vedi anche il sermone della domenica I di Quaresima, parte II, “Gesù fu condotto nel deserto”.

“Non in contese e gelosie” (Rm 13,13). Isaia: “Ciascuno divorerà la carne del suo braccio” (Is 9,20), infierirà cioè contro il suo prossimo, con contese e invidie. “Manasse contenderà contro Efraim ed Efraim contro Manasse”: vale a dire, i laici contenderanno contro i chierici e i chierici contro i laici; “tutti e due insieme combatteranno contro Giuda” (Is 9,20), cioè contro i religiosi.

“Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo” (Rm 13,14). Ed Isaia: “Mi rivestì delle vesti della salvezza”, cioè delle virtù, “e mi avvolse nel manto della giustizia” (Is 61,10), cioè di Gesù Cristo. “Quanti infatti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27).

Fratelli carissimi, imploriamolo devotamente che cambi la luna, che tramuti cioè tutta l’anima nostra nel sangue della contrizione, con la quale, gettando via le opere delle tenebre, meritiamo di camminare in pieno giorno e di rivestirci di lui, che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. il terzo avvento di cristo nell’ora della morte

 

14. “Ci saranno segni nelle stelle”. Anche i segni delle stelle sono quelli di cui parla Giovanni nell’Apocalisse: “Le stelle del cielo caddero sopra la terra, come quando un fico, investito da un grande vento, lascia cadere i fichi immaturi” (Ap 6,13).

Dell’uomo che soffre nel travaglio dell’agonia, dice il profeta: “Guarderà in alto e rivolgerà lo sguardo sulla terra: ed ecco sofferenza e tenebre; sfinimento, angustia e caligine lo tormenteranno: e non potrà liberarsi dalle sue angustie” (Is 8,21-22). Nel momento della morte c’è la sofferenza della malat­tia, l’oscurità negli occhi perché, come dicono, in quel momento sono privi della luce; c’è lo sfinimento di tutte le membra, l’angustia della morte e la caligine che tormenta, cioè la paura della geenna, ossia la presenza del diavolo che tenta in ogni modo di impadronirsi dell’anima che sta per uscire dal corpo.

Ahimè! Il misero essere umano sia che guardi in alto, sia che rivolga lo sguardo a terra, non potrà più liberarsi dal suo tormento, se non ritornando alla terra e in essa trasformandosi.

Dice Isaia: “È caduta, è caduta Babilonia”, cioè la carne dell’uomo, “e tutte le statue dei suoi dèi”, cioè i piaceri dei sensi, “sono a terra in frantumi” (Is 21,9), perché sei terra e alla terra ritornerai (cf. Gn 3,19). Questo è dunque il significato della frase: “le stelle”, cioè gli uomini viventi, “caddero dal cielo”, dal firmamento, vale a dire dal loro stato, nel quale credevano molto sicuri e di vivere molto a lungo, caddero sulla terra, dalla quale sono stati creati. “Come il fico, investito da un grande vento”, ecc. Il fico è la natura umana la quale, quando è investita dal grande vento della morte, lascia cadere i fichi immaturi, perde cioè i sensi e le membra, e così si riduce all’impotenza. Questi sono i segni nelle stelle. Beato sarà perciò quel servo che il Signore, quando viene e bussa alla porta, troverà sveglio (cf. Lc 12,36-37).

 

15. Beato colui che nell’ora della sua morte potrà cantare ciò che si canta nell’introito della messa di oggi: “A te, Signore, ho innalzato l’anima mia” (Sal 24,1). E questo concorda con ciò che dice Isaia: “Àlzati, àlzati, lèvati su, Gerusalemme!” (Is 51,17). O anima, àlzati dalle lusinghe della tua carne, àlzati dalla concupiscenza del mondo, sollèvati alle gioie eterne. Nel momento della morte sarà tranquillo e sereno colui che in questo modo avrà innalzato a Dio la sua anima.

“Dio mio, in te confido” (Sal 24,2). Ed Isaia: “In quel giorno il resto d’Israele non si appoggerà più su chi li ha percossi”, cioè sugli Assiri, vale a dire sul diavolo; “ma si appoggerà sul Signore, sul Santo d’Israele” (Is 10,20). “In te confido”, non nella carne, non nel mondo. E di questa fiducia dice Isaia: “Ecco, tu confidi nell’Egitto, in questo sostegno di canna spezzata, che punge e trafigge la mano di chi vi si appoggia” (Is 36,6). L’abbondanza del mondo e la salute del corpo sono quasi una canna che ha le sue radici nel fango, bella di fuori ma vuota all’interno. Questa canna, quando l’uomo si appoggia su di essa, si spezza al momento della morte, e quando è spezzata ferisce l’ani­ma, la quale così ferita cade nella geenna.

“Non sarò confuso” (Sal 24,2). È vero, è vero, colui che in vita confida nel Signore, nell’ora della morte non sarà confuso, ma esultando potrà dire con Isaia: “Io gioisco pienamente nel Signore, e la mia anima esulta nel mio Dio” (Is 61,10). Mentre lo stesso Isaia, minaccia così coloro che confidano nel mondo: “Vi vergognerete dei giardini che vi siete scelti, poiché sarete come le querce dalle foglie avvizzite, e come un giardino senza acqua, e la vostra forza sarà come il fuoco di stoppie, e le vostre opere come una scintilla, ed entrambe saranno bruciate e non ci sarà chi spenga il fuoco” (Is 1,29-31).

Alla fine della loro vita i carnali si vergogneranno “dei giardini” della gola e della lussuria, che si erano scelti durante la vita. Saranno nudi e aridi “come la quercia dalle foglie avvizzite”, simbolo delle loro ricchezze e piaceri; saranno come “un giardino senz’ac­qua”, perché ogni piacere cesserà. Per i canali dei sensi infatti non scorreranno più le acque dei piaceri mondani, per inebriare la concupiscenza della carne. E allora “la loro fortezza”, cioè la loro superbia nella quale confidavano, “sarà come il fuoco delle stoppie”, le quali ben presto si consumano, “e le loro opere come una scintilla”, cioè di nessun valore; “ed entrambe”, cioè la fortezza della superbia e le opere dell’avarizia, “saranno bruciate” dai demoni, “e non ci sarà chi spenga il fuoco”. Conclude infatti Isaia: “Il loro verme non morirà e il loro fuoco non si spegnerà” (Is 66,24).

“Non mi deridano i miei nemici” (Sal 24,3). Di questa irrisione, dice Geremia nelle Lamentazioni: “Contro di te applaudirono con le mani quanti passavano per la via; fischiarono e scossero il capo sulla figlia di Gerusalemme: È questa la città che dicevano bellezza perfetta e gioia di tutta la terra? Spalancarono contro di te la bocca tutti i tuoi nemici; fischiarono e digrignarono i denti e disse­ro: L’abbiamo divorata! Questo è il giorno che aspettavamo: siamo arrivati a vederlo!” (Lam 2,15-16).

Alla fine della vita, saranno sicuri da questa irrisione coloro che hanno posto la loro fiducia nel Signore; ad essi il Signore ha promesso: “Voi partirete con gioia”, dal vostro corpo, “e sarete condotti nella pace”, alla patria celeste. “I monti”, vale a dire gli angeli, “e i colli”, cioè gli apostoli, “canteranno la lode davanti a voi, e tutti gli alberi della regione”, cioè le anime dei santi, “batteranno le mani” (Is 55,12) per la gioia della vostra presenza, esultando e lodando con voi il Figlio di Dio.

Fratelli carissimi, chiediamogli umilmente che quando arriverà il nostro ultimo giorno e la fine della nostra vita, ci liberi dalla irrisione dei demoni e ci faccia partire nella gioia e condurre alla pace per mano degli angeli. Ce lo conceda colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

IV. il quarto avvento di cristo nella maestà

 

16. “E vi sarà sulla terra costernazione di popoli” (Lc 21,25). Di questa costernazione dice Isaia: “Sarà stritolata la terra, sarà frantumata la terra, crollando crollerà la terra, barcollerà la terra come un ubriaco” (Is 24,19-20).

Come l’ubriaco non sa quello che fa, così tutti quelli che sono sulla terra saranno come ubriachi per l’enormità dei mali e saranno come istupiditi di fronte agli eventi. Il fatto che la terra sia qui nominata quattro volte, indica quattro specie di peccatori: i superbi, i lussurio­si, gli avari e gli iracondi. I superbi saranno stritolati: “Dio stritolerà i denti dei leoni” (Sal 57,7). I lussuriosi saranno frantumati: “Il Signore li schiaccerà con duplice stritolamento” (Ger 17,18); perché coloro che hanno peccato con l’anima e con il corpo, nell’anima e nel corpo siano puniti. Gli avari crolleranno: “Saranno come paglia di fronte al vento, e come favilla che il turbine disperde” (Gb 21,18). Gli iracondi barcolleranno: “Vidi che coloro che fanno opere inique e seminano affanni e li raccolgono, al soffio di Dio periscono e sono annientati dallo sfogo della sua ira” (Gb 4, 8-9).

“Saranno angosciati per il fragore del mare e dei flutti” (Lc 21,25). E Isaia: “All’im­prov­viso, subito, dal Signore degli eserciti sarai visitata con tuoni, terremoti e grande frastuono di uragano e tempesta e fuoco divorato­re” (Is 29,6). Gli elementi della natura faranno vendetta in nome del loro autore. La rovina dei dannati avverrà all’im­provviso. “Il giorno del Signore verrà di notte come il ladro. E quando diranno: pace e sicurezza, allora all’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie di una donna incinta; e nessuno scamperà” (1Ts 5,2-3). Dice ancora l’Apocalisse: “Ecco, io vengo subito, Amen. Vieni, Signore Gesù” (Ap 22,20).

Allora il peccatore sarà sorpreso dal tuono del cielo e dal terremoto sulla terra. La terra, oppressa dal peso eccessivo dei suoi peccati, si scrollerà di dosso il peccatore. Nell’aria ci sarà il frastuono dell’uragano e nel mare il fragore della tempesta. Dove fuggirà lo sventurato? Dove si nasconderà? Se vorrà salire al cielo, sarà sbattuto via dal tuono; se vorrà salvarsi nell’aria, sarà travolto dall’uragano; se vorrà restare sulla terra, non sarà in grado di resistere al suo scuotimento perché, come dice Giobbe, “la terra si rivolterà contro di lui” (Gb 20,27); se si rivolgerà al mare, sarà respinto dai suoi flutti. Che cosa resta al misero, al quale non è rimasto un posto in tutto il mondo, se non cadere nell’abisso di fiamma del fuoco divoratore? Dice infatti Giobbe: “Lo divorerà il fuoco non acceso da uomo” (Gb 20,26).

 

17. “Gli uomini resteranno come inariditi e rinsecchiti per il terrore e per l’attesa di ciò che dovrà accadere in tutta la terra” (Lc 21,26). Ed è ciò che dice anche Isaia: “Urlate, perché è vicino il giorno del Signore; esso viene come una devastazione da parte dell’Onnipotente. Perciò tutte le mani si sfibreranno e il cuore di ogni uomo verrà meno e si spezzerà. Spasimi e dolori li assaliranno; si contorceranno come una partorien­te; ognuno osserverà sgomento il suo vicino; i loro volti saranno come bruciati da una fiamma. Ecco, viene il giorno del Signore: giorno implacabile, pieno di indignazione, d’ira e di furore, per fare della terra un deserto e per sterminare i peccatori che sono su di essa. Le stelle del cielo e il loro splendore non daranno più luce alcuna; il sole sarà oscurato fin dal suo levare e neppure la luna spanderà più la sua luce. Io punirò tutti i mali del mondo e gli empi per la loro iniquità. Farò cessare la superbia degli infedeli e umilierò l’arroganza dei prepotenti” (Is 13,6-11).

“Le potenze dei cieli saranno sconvolte” (Lc 21,26), per lo stupore. Isaia: “Tutta la milizia celeste si dissolverà e i cieli si chiuderanno in se stessi come un libro (Is 34,4). Commenta la Glossa: Quest’aria sarà avvolta nel fuoco e sembrerà chiudersi come un libro. Infatti dopo che tutti i peccati saranno letti e svelati, verranno chiusi i libri che erano stati aperti; perché in essi mai più vengano registrati i delitti. Dice infatti Daniele: “Incominciò il giudizio e furono aperti i libri” (Dn 7,10). “E allora vedranno il Figlio dell’uomo venire nelle nubi con grande potenza e maestà” (Lc 21,27). Fa’ attenzione al­le due parole: potenza e maestà. La potenza riguarderà coloro che saranno condannati, la maestà coloro che saranno salvati. Consideriamo i due eventi.

 

18. Riguardo alla potenza, concordano le parole del profeta Isaia: “Il Signore avanzerà come un prode, come un guerriero ecciterà il suo ardore”, per i giusti castighi; “griderà e lancerà urla di guerra e sarà forte contro i suoi nemici. Ho sempre taciuto, ho fatto silenzio, sono stato paziente; ora griderò come una partoriente: distruggerò e divorerò insieme. Ridurrò a deserto i monti e i colli, e farò inari­dire ogni loro germoglio” (Is 42,13-15).

Il Signore tacque come un agnello quando fu condotto alla passione; e anche ora sta in silenzio, perché non interviene con i castighi; infatti dice Giobbe: La verga di Dio non si abbatte su di loro (cf. Gb 21,9). È paziente e aspetta che ognuno faccia penitenza: “ Tu fingi di non vedere i peccati degli uomini, nell’attesa che facciano penitenza” (Sap 11,24). Ma nel giorno del giudizio griderà come una partoriente, lasciando libero corso al rammarico sì a lungo represso. Allora disperderà tutte le ricchezze accumulate e distrug­gerà il loro potere; renderà deserti i monti e i colli, abbatterà cioè la superbia sia dei prelati che dei sottopo­sti, e farà inaridire ogni germe di gola e di lussuria.

Di questa potenza dice ancora Isaia: “La spada del Signore è piena di sangue, imbrattata di grasso, del sangue di agnelli e di capri, delle viscere grasse dei montoni: ci sarà la vittima del Signore in Bozra, una grande strage nel paese di Edom. Cadranno i loro unicorni e i tori con i potenti; la loro terra si ubriacherà di sangue e i loro campi del grasso dei corpi, perché è il giorno della vendetta del Signore, è l’anno della giusta retribuzione di Sion. I suoi torrenti saranno cambiati in pece, la sua polvere in zolfo, e la sua terra diventerà come pece ardente. Non si spegnerà mai più, né di giorno né di notte, e s’innalzerà il suo fumo di generazione in generazione” (Is 34,6-10).

Nel giorno del giudizio “la spada”, cioè la potenza “del Signore” che farà vendetta dei suoi nemici, sarà “piena di sangue e imbrattata di grasso: punirà cioè i peccati e la tracotanza dei carnali; [sarà piena] “del sangue degli agnelli”, cioè degli ipocriti che si fingono agnelli mentre sono lupi rapaci; “e dei capri”, cioè dei libidinosi; “e delle viscere grasse dei montoni”, cioè dei corpulenti abati e priori, che sono alla guida del gregge.

“La vittima del Signore”, cioè la sua vendetta “sarà in Bozra”, che s’interpreta “fortificata”, e raffigura la comunità dissoluta e in discordia che vive nel chiostro; è difesa dalle mura all’esterno, ma è esposta all’interno a tutti i vizi che vi entrano. Dice Isaia: “Hai fatto il tuo corpo come terra e come strada per tutti quelli che passavano” (Is 51,23). “E una grande strage nel paese di Edom”. Edom s’interpreta “di sangue” o “terreno”, e simboleggia quei chierici che sono contaminati dal sangue della lussuria e dal fango del denaro.

“E i suoi unicorni”, cioè gli imperatori e i re di questo mondo, “e i tori”, cioè i vescovi mitrati, che hanno sulla testa due corna (la mitria) come i tori; tutti costoro, che non avranno fatto una vera penitenza dei loro peccati, “cadranno giù insieme con i potenti”, cioè con i prìncipi e le autorità; cadranno nell’inferno, che è la terra dei morenti, la quale “sarà come ubriacata dal loro sangue e dal loro grasso”, cioè dalla loro malizia e superbia.

L’ultima parte della citazione di Isaia [i suoi torrenti, ecc.] non ha certo bisogno di spiegazioni.

 

19. Sulla maestà del Signore concorda sempre ciò che dice Isaia: “Il Signore sarà per te luce sempiterna e saranno finiti i giorni del tuo lutto”(Is 60,20), perché le sofferen­ze di prima sono dimenticate e sono ormai nascoste allo sguardo di coloro che in questa vita hanno aspettato nella santità e nella giustizia il Signore, che sarebbe venuto per il giudizio. Di questi si dice nell’introito della messa: “Tutti coloro che ti aspettano non saranno delusi” (Sal 24,3).

È vero, è vero, Signore, non saranno delusi: anzi esulteranno per l’eternità. Della gloria dei buoni e del castigo dei cattivi, tu prometti con le parole di Isaia: “Ecco che i miei servi mangeranno, e voi patirete la fame; ecco che i miei servi berranno, e voi patirete la sete; ecco che i miei servi saranno nella gioia e voi nella delusione; ecco che i miei servi, nella felicità del loro cuore, canteranno lodi, e invece voi griderete per il dolore del cuore e urlerete per la tortura dello spirito” (Is 65,13-14).

Fratelli carissimi, preghiamo il Signore Gesù Cristo perché, quando verrà nel giorno dell’ultimo giudizio per rendere a ciascuno secondo le sue opere, quando verrà con grande potenza e maestà, non voglia esercitare la sua potenza verso di noi, mettendoci con coloro che saranno dannati, ma ci renda beati, di fronte alla sua maestà, insieme con coloro che saranno salvati: possiamo anche noi con loro mangiare e bere, esultare ed essere felici nel regno dei cieli.

Ce lo conceda lui stesso, che è benedetto e glorioso per i secoli eterni. E ogni anima beata dica: Amen. Alleluia.

 

 

 

 

DOMENICA II DI AVVENTO

Temi del Sermone

 

– Vangelo della seconda domenica di Avvento: “Giovanni, avendo udito dal carcere le opere di Cristo”; si divide in tre parti.

– Anzitutto sermone per l’inizio del digiuno: “Scuotiti la polvere”.

– Parte I: Le quattro specie di peccatori: “Guai alla gente peccatrice!”

– Parte II: Sermone contro i superbi: “Chi è cieco se non colui che è stato venduto?”

– Contro l’ipocrita: “Gli zoppi camminano”.

– Contro i lussuriosi: “Naaman era un uomo potente”.

– Contro gli avari: “I sordi odono”.

– Contro i golosi: “I morti risorgono”.

– Ai poveri nello spirito, ai religiosi o ai claustrali: “Il Signore consolerà Sion”.

– Parte III: Sermone morale destinato in modo particolare ai claustrali e ai religiosi: “Che cosa siete andati a vedere?”, con ciò che segue.

 

esordio - sermone per l’inizio del digiuno

 

1. In quel tempo “Giovanni, avendo sentito in carcere le opere di Cristo”, ecc. (Mt 11,2).

Dice Isaia: “Scuotiti la polvere, àlzati e siediti, Gerusalemme! Sciogliti i legami dal collo, schiava figlia di Sion!” (Is 52,2). Fa’ attenzione a queste quattro parole: scuotiti, àlzati, siediti, sciogliti.

La polvere, così chiamata perché spinta dalla forza dal vento (lat. pulvis, da pulso, spingere), simboleggia la concupiscenza della carne la quale, sotto lo stimolo dell’istiga­zione diabolica, è trascinata a diversi peccati. Dice Giobbe: “Lo rapirà un vento infuocato” (Gb 27,21). Di questa polvere dice Isaia: “Pane del serpente” cioè del diavolo, “sarà la polvere” (Is 65,25). “O Gerusalemme, scuotiti dalla polvere”, vale a dire: O anima, scuotiti dai piaceri della tua carne, affinché il diavolo non ti divori insieme con essi. “Scuotete la polvere dai vostri piedi” (Mt 10,14), dice anche il Signore. “Ti potrà forse lodare la polvere?” (Sal 29,10).

Àlzati, dunque. Àlzati con l’anima e con il corpo, per compiere le opere di penitenza. È ciò che dice Salomone: “Togli la ruggine dall’argento e ne risulterà un vaso splendente” (Pro 25,4), come a dire: Scuotiti dalla polve­re, àlzati e siediti, cioè lìberati dal tumulto delle cose del mondo. Dice Geremia: “Se ne starà seduto da solo e in silenzio” (Lam 3,28); e Isaia: “Se ritornerete e starete in pace, sarete salvi” (Is 30,15).

“Sciogliti i legami dal collo!” Queste ultime parole sono in armonia con le prime: vengono inculcate le medesime cose affinché si imprimano più profondamente nella memoria. Il piacere della carne e la vanità del mondo sono i legami con i quali l’anima è tenuta schiava, legata per il collo, per impedirle di giungere alla libertà della confessione. “Sciogli, dunque, i legami dal tuo collo”. A questi legami accenna il brano evangelico di oggi dove dice: “Giovanni, avendo udito, mentre era in catene (in vinculis), le opere di Cristo…”, ecc.

 

2. In questo vangelo si devono notare tre fatti. Primo, la carcerazione di Giovanni: “Avendo udito in carcere”. Secondo, Cristo che compie i miracoli: “Andate e riferite a Giovanni”. Terzo, l’elogio di Giovanni fatto da Cristo: “Chi siete andati a vedere?”

Nella messa si canta l’introito: “Popolo di Sion, ecco il tuo Signore”. Si legge un brano della lettera ai Romani del beato Paolo: “Tutto ciò che fu scritto in passato” (Rm 15,4). Divideremo questo brano in tre parti e ne vedremo la concordanza con le tre parti del brano evangelico. La prima parte: “Tutto ciò che fu scritto in passato”. La seconda: “Accoglietevi gli uni gli altri”. La terza: “Il Dio della speranza”.

 

I. la carcerazione di giovanni

 

3. “Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere di Cristo, mandò due dei suoi discepoli a dirgli: Sei tu colui che deve venire, oppure dobbiamo attenderne un altro? “ (Mt 11,2-3). Altrove Matteo scrive che “Erode aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in carcere per causa di Erodiade, moglie di suo fratello. Giovanni gli diceva: Non ti è lecito tenerla” (Mt 14,3-4).

Vediamo quale significato morale abbiano Erode e Erodiade, Giovanni e le sue catene, e i due discepoli. Erode è il mondo, Erodiade la carne, Giovanni lo spirito dell’uo­mo, le catene sono la vanità e il piacere, i due discepoli sono la speranza e il timore.

Erode e Erodiade s’interpretano “gloria della pelle”. Il mondo e la carne menano vanto della bellezza esteriore. Dice in proposito Isaia: “Che cosa farete nel giorno del rendiconto e quando da lontano vi arriverà la rovina? A chi ricorrerete per avere aiuto? E dove lascerete la vostra gloria?” (Is 10,3). E ancora: “In basso”, cioè nell’inferno, “la sua gloria”, cioè la gloria del mondo e della carne, “brucerà e avvamperà come la fiamma di un rogo” (Is 10,16). “Ti lancerà come un palla in una terra larga e spaziosa” (Is 22,18), vale a dire nell’“inferno, il quale ha aumentato la sua capacità (animam suam) e ha spalancato la sua bocca in modo smisurato” (Is 5,14): “là tu morirai, là finirà il carro della tua gloria” (Is 22,18).

Giovanni s’interpreta “grazia del Signore”, e raffigura lo spirito dell’uomo che nel battesimo ha ricevuto la grazia del Signore. Concordano con questo le parole di Isaia: “Verserò acqua sull’assetato, farò scorrere torrenti sul terreno arido. Spanderò il mio Spirito sulla tua discendenza e la mia benedizione sulla tua stirpe. E cresceranno tra le erbe come i salici lungo acque correnti. Questi dirà: Io sono del Signore; e quegli chiamerà nel nome di Giacobbe. Questi scriverà con la sua mano: Al Signore, e sarà designato con il nome di Israele” (Is 44,3-5).

Assetata e arida è l’anima prima del Battesimo. “Per natura”, dice l’Apostolo, “eravamo figli dell’ira” (Ef 2,3). Ma il Signore, con l’acqua battesimale ha effuso il suo Spirito e la sua benedizione per fare dei figli dell’ira figli della grazia, e siano così discendenza e stirpe, cioè figli, della santa chiesa, e crescano tra le erbe, cioè tra i santi, come i salici, cioè rigogliosi di fede e di virtù, lungo le acque correnti, cioè tra i carismi e le grazie.

“Questi dirà: Io sono del Signore”: ecco Giovanni, ecco la grazia del Signore. “E quegli”, cioè un altro fedele, “chiamerà” alla penitenza, come fece Giovanni, “nel nome di Giacobbe”, vale a dire per soppiantare (vincere) i vizi. “E questi” – sempre Giovanni – “scriverà con la sua mano”, cioè con le sue opere: “Al Signore”, vale a dire: a onore del Signore! “E sarà designato con il nome di Israele”, cioè con il significato di quel nome: uomo che vede Dio; adesso nella fede e nella speranza, e alla fine nella realtà.

 

4. È questo il Giovanni, così illuminato dalla grazia del Signore, che Erode ed Erodiade, cioè il mondo e la carne, legano con le loro catene: il mondo con la vanità, la carne con il piacere. La vanità del mondo consiste nella superbia e nell’avarizia; il piacere della carne nella gola e nella lussuria. Di questi quattro vizi Isaia dice: “Guai alla gente pecca­trice”, del peccato di superbia, “al popolo carico di iniquità”, di avarizia; “alla stirpe malvagia” della gola, “ e ai figli scellerati” (Is 1,4) della lussuria. Ecco con quali catene il nostro spirito viene tenuto schiavo.

Ma che cosa deve fare mentre si trova legato con queste catene? Appunto quello che sta scritto nel brano evangelico di oggi: “Giovanni, in catene, avendo sentito parlare delle opere di Cristo”, ecc.

Le opere di Cristo sono la creazione e la nuova creazione (la redenzione). E in ciò concordano le parole di Isaia: “Cetra e lira e timpano e flauto e vino sono nei vostri banchetti” – in tutto questo sono simboleggiati i piaceri dei sensi, dei quali si è parlato a lungo nel sermone della I domenica dopo Pentecoste –; “ma voi non guardate l’opera del Signore e non considerate le opere delle sue mani” (Is 5,12).

L’“opera del Signore” è la creazione la quale, ben considerata, porta colui che considera all’ammirazione del suo Creatore. Se c’è tanta bellezza nella creatura, quanta ce ne sarà nel creatore? La sapienza dell’artefice risplen­de nella materia. Ma coloro che sono schiavi dei sensi non vedono questo, e neppure considerano “le opere delle sue mani”, che sulla croce furono forate dai chiodi. Con le mani inchiodate sulla croce Cristo sconfisse il diavolo e strappò dalle sue mani il genere umano.

Quando sente parlare di queste opere di Cristo, il nostro spirito, posto in catene, deve subito mandare due discepoli. Dico che sente parlare di queste opere interiormente, con l’orecchio del cuore, dall’ispirazione dello Spirito; oppure esternamente, con l’orec­chio del corpo, dalla voce del predicatore. Quando incomincia a sentire così, deve mandare da Gesù la speranza e il timore, e dirgli: “Sei tu che” mi hai creato e ricreato, che mi hai fatto e mi hai redento?” – e da ciò nasce in me la speranza nella tua misericordia. “Sei tu colui che verrà” a giudicarmi secondo le mie opere?” – e da ciò nasce in me il timore della tua giustizia –. “Oppure dobbiamo attendere un altro”, che giudichi la terra con giustizia? No, di certo! Colui che ha creato e redento, è lo stesso che giudicherà. “Il Padre ha rimesso ogni giudizio al Figlio” (Gv 5,22).

 

5. Con questa prima parte del vangelo, concorda la prima parte dell’epistola: “Tutto ciò che è stato scritto in passato” (Rm 15,4), ecc. Dice il Signore a Isaia: “Su, esci e scrivi loro su una tavoletta di bosso e registrarlo con esattezza in un libro e sarà in perpetuo una testimonianza per l’ultimo giorno” (Is 30,8).

“Su una tavoletta di bosso”, dice, perché resti in perpetuo. La sintesi di tutte le cose che sono state scritte per nostro insegnamento consiste soprattutto in tre eventi: nella creazione, nella redenzione e nel giudizio dell’ultimo giorno. La creazione e la redenzione ci insegnano ad amare Dio, l’ultimo giudizio a temerlo, “affinché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture, teniamo viva la nostra speranza” (Rm 15,4).

Senti in che modo la sacra Scrittura consola chi è tribolato. Dice il Signore per bocca di Isaia: “Se attraverserai l’acqua io sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno. Se passerai in mezzo al fuoco non ti scotterai e la fiamma non ti brucerà. Perché io sono il Signore, Dio tuo” (Is 43,2-3). E di nuovo: “Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, e neppure voi, o morti di Israele. Io sono stato il tuo aiuto, dice il Signore: il tuo redentore è il Santo d’Israele” (Is 41,14). E ancora: “Io stesso vi consolerò. Chi sei tu, per aver paura di un uomo mortale e di un figlio dell’uomo, che si seccherà come il fieno?” (Is 51,12).

“Il Dio della perseveranza” che dice per bocca di Isaia: “Ho taciuto, sono stato in silenzio, ho avuto pazienza” (Is 42,14); “il Dio della consolazione”, che dice ancora: “Io vi consolerò e in Gerusalemme sarete consolati. Vedrete e gioirà il vostro cuore e le vostre ossa cresceranno come erba fresca” (Is 66,13-14), cioè i vostri corpi rivivranno nell’immor­talità; “ egli vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una sola voce rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo” (Rm 15,5-6).

E questo è ciò che dice Isaia: Due serafini “proclamavano uno all’altro e cantavano: Santo, santo, santo è il Signore, Dio degli eserciti; tutta la terra è piena della sua gloria” (Is 6,3). Serafino s’interpreta “ardente”. Serafini sono coloro che ardono di reciproca carità, che hanno gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù. Quando dunque dice: “Dio vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti”, ecc., afferma appunto: “Due serafini proclamavano uno all’altro”; e quando aggiunge: “perché con un solo animo e una sola voce rendiate gloria, ecc., dice: “e cantavano: Santo, santo, santo”, ecc.

Fratelli carissimi, preghiamo il Signore Gesù Cristo che ci liberi dalle catene del mondo e della carne, in modo che diventiamo capaci di onorare e glorificare con un solo spirito e una sola voce colui della cui gloria è piena tutta la terra.

A lui onore e gloria per i secoli eterni. Amen.

 

II. cristo compie i miracoli

 

6. “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete” (Mt 11,4). Con queste parole viene distrutto l’errore degli ereti­ci, i quali affermano che Giovanni è dannato, perché dubitò di Cristo quando disse: “Sei tu colui che ha da venire?”, e che, persistendo in quel dubbio, morì in carcere prima del ritorno dei discepoli che aveva mandato da Gesù.

Diventi muta quella lingua maledetta! Mai Giovanni dubitò di Cristo, al quale rese testimonianza: “Ecco l’agnello di Dio!” (Gv 1,36). Invece per confermare nella fede a Cristo i suoi discepoli, li mandò ad interrogarlo affinché, vedendo i suoi miracoli, neppure loro avessero più alcun dubbio. Infatti il Signore non rispose direttamente all’interrogazione di Giovanni, ma per rassicurare il cuore dei suoi discepoli disse: “I ciechi vedono, gli zoppi camminano” (Mt 11,5), ecc. Dice Gregorio: “Giovanni non dubita che Cristo sia il redentore del mondo, ma domanda di sapere se colui che di persona era venuto nel mondo, sarebbe anche disceso di persona agli inferi”.

E anche l’affermazione che fanno, che Giovanni sia morto prima del ritorno dei discepoli, risulta assolutamente falsa proprio dalle parole del santo Vangelo. O il Signore comandò ai discepoli una cosa impossibile, o gliene comandò una possibile, quando disse: “Andate e riferite...”. Mai il Signore comanda l’impossibile. Se Giovanni fosse morto in carcere prima che i discepoli ritornassero da lui, il Signore avrebbe comandato loro una cosa impossibile, quando disse: “Andate e riferite”. A chi avrebbero dovuto riferire? A un morto? No, di certo! È chiaro quindi che i discepoli trovarono Giovanni vivo e gli riferirono ciò che avevano udito e visto. Il Signore infatti comanda soltanto cose possibili.

“I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, i poveri vengono evanzelizzati” (Mt 11,5). Vedremo quale sia il significato morale di questi sei miracoli. I ciechi sono i superbi; gli zoppi sono gli ipocriti; i lebbrosi sono i lussuriosi; i sordi sono gli avari, i morti sono i golosi, e i poveri sono gli umili.

 

7. “I ciechi vedono”. Questo è ciò che dice Isaia: “Libe­rati dalle tenebre e dall’oscu­rità, gli occhi dei ciechi vedranno” (Is 29,18); e “Chi è cieco se non il mio schiavo, se non il servo del Signore? Tu che vedi molte cose, forse che poi le osservi?” (Is 42,19-20). Chi sono oggi i ciechi, cioè i superbi, se non coloro che si chiamano servi del Signore, ma che hanno solo l’apparenza di esserlo, cioè i religiosi e i chierici? Chi sono i superbi se non coloro che vedono tante cose nelle sacre Scritture, che predicano e insegnano tante cose, ma poi essi non le osservano? Vedono molte cose per gli altri, ma nulla per se stessi.

Della superbia di tutti costoro Isaia, sotto l’immagine della “valle della visione” (Is 22,1), dice: “Che hai tu dunque che sei salita tutta quanta sulle terrazze, città rumorosa e tumultuante, città gaudente?” (Is 22,1-2). Come dicesse: Si può ancora capire che i secolari bramino le grandezze terrene! Ma voi religiosi, gente istruita, che sapete tante cose, come avete potuto anche voi dare la caccia alle grandezze della terra, mettervi a salire sulle terrazze della superbia, piene di rumore? La superbia infatti è rumorosa, come dice Isaia: “Guai al rumore di popoli immensi, rumore come il mugghio dei mari” (Is 17,12). Invece, di Cristo umile dice sempre Isaia: “Non griderà, non si sentirà nelle piazze la sua voce” (Is 42,2).

“Città tumultuante”, cioè molto popolata, “città gauden­te”. Di essa dice Isaia: “Sulla terra del mio popolo”, cioè nella mente degli umili, “cresceranno spine e pruni”, cioè trafitture e sofferenze; “ma molto di più in tutte le case in allegria di una città gaudente” (Is 32,13), che si gloria nella sua superbia, che acceca gli occhi della mente per non vedere la città dell’eterno gaudio. Sempre Isaia: “Guarda Sion, la città delle nostre feste: i tuoi occhi vedranno Gerusalemme; dimora opulenta” (Is 33,20). Per vederla, bagna i tuoi occhi con il collirio dell’umiltà, e così sarai degno di sentire: Védici! La tua umiltà ti ha illuminato. “I ciechi dunque vedono”.

 

8. “Gli zoppi camminano”. Zoppo si dice in lat. claudus, che suona quasi come clausus, chiuso, impedito nel camminare. L’ipocrita nella sua vita e nella sua condotta procede chiuso. Chi agisce disonestamente odia la luce, perché non tollera che le sue opere siano esposte e giudicate alla luce del sole (cf. Gv 3,20). Dice infatti Isaia: “Guai a quanti si rintanano nel profondo del cuore”, che dissimulano cioè la loro iniquità; “per nascon­dere al Signore i loro disegni; costoro operano nelle tenebre e dicono: Chi ci vede? Chi ci conosce?” (Is 29,15). L’ipocrita zoppica da un piede: tiene un piede alzato, e l’altro lo appoggia in terra. Mentre mostra la miseria nelle vesti, l’umiltà nella voce e il pallore in volto, tiene il piede alzato; ma quando per queste cose brama la lode e cerca di sembrare santo, allora non c’è dubbio che mette l’altro piede in terra.

In altro senso. Si legge nel secondo libro dei Re che Mifìboset era zoppo (storpio) da tutti e due i piedi (cf. 2Re 4,4). Mifìboset s’interpreta “uomo della confusione”, e simboleggia coloro che sono zoppi da tutti e due i piedi, nelle intenzioni e nelle opere. E coloro che zoppicano in questo modo sono degni dell’eterna confusione.

Dice in proposito Isaia: “Il re degli Assiri condurrà i prigionieri dell’Egitto e i deportati dell’Etiopia, giovani e vecchi, nudi e scalzi, con le natiche scoperte, a vergo­gna dell’Egitto” (Is 20,4). “Il re degli Assiri”, cioè il diavolo, “condurrà” all’inferno “i prigionieri dell’Egit­to”, cioè coloro che aveva tenuti schiavi con il peccato, “e i deportati dell’Etiopia”, cioè quelli che passano dalle virtù ai vizi; “i giovani”, gli ostinati nella loro malizia; “i vecchi”, gli invecchiati nel male; “i nudi”, senza la veste nuziale (cf. Mt 22,11); “gli scalzi”, coloro che sono senza il “giacinto” del desiderio delle cose celesti, per quanto riguarda le intenzioni, come dice Ezechiele: “Io ti diedi calzari color giacinto” (Ez 16,10); e coloro che sono privi dei calzari della mortificazione, per quanto riguarda le opere, come si legge nel libro di Rut: “Tògliti il calzare. E subito se lo tolse dal piede” (Rt 4,8). E la casa di costui – come è scritto nel libro del Deuteronomio – sarà chiamata in Israele casa dello scalzo (cf. Dt 25,10).

“Con le natiche scoperte” perché a tutti sia manifesta la sua infamia, “li condurrà, ripeto, a vergogna dell’Egitto”, cioè degli innamorati di questo mondo. Coloro che vogliono evitare questa vergogna facciano con i loro piedi passi onesti, coltivino cioè con la buona volontà il desiderio di fare il bene e con l’umiltà realizzino questo desiderio nelle opere buone. Meriteranno così di sentirsi dire: “Gli zoppi camminano”.

 

9. “I lebbrosi sono mondati”. Si legge nel quarto libro dei Re che Naaman era uomo potente e ricco, ma lebbroso (cf. 4Re 5,1), perché dove c’è abbondanza di ricchezze e di piaceri c’è anche la lebbra della lussuria. Infatti Isaia, dopo aver premesso: “La terra è piena di argento e d’oro, e senza fine sono i suoi tesori”, subito soggiunge: “E la loro terra è piena di cavalli” (Is 2,7-8), cioè di lussuriosi. Si legge nell’Esodo che con l’oro fu fabbricato un vitello (cf. Es 32,4), perché con l’oro dell’abbondanza si fabbrica il vitello della lussuria più sfrontata.

Dice Isaia: “Lì pascerà il vitello e lì si sdraierà: e distruggerà ogni arbusto” (Is 27,10). È la stessa cosa che dice Giobbe della lussuria: “È un fuoco che tutto divora fino alla distruzione, e che sradica tutti i germogli” (Gb 31,12). “Lavatevi”, o lebbrosi, “e purificatevi; togliete dalla vista del Signore il male” della lussuria “dei vostri pensieri: cessate di agire viziosamente” (Is 1,16) con il vostro corpo, affinché anche a voi venga detto: “I lebbrosi sono mondati”.

 

10. “I sordi odono”. E ciò che dice anche Isaia: “In quel giorno i sordi udranno le parole del libro” (Is 29,18). Sordo suona quasi come sordido: infatti negli orecchi ha il sudi­ciume (lat. sordes), dal quale vengono ostruite le vie dell’udito. I sordi sono gli avari e gli usurai, i cui orecchi sono otturati dal sudiciume del denaro. Dice il salmo: “Il loro furore è come quello del serpente, simile a quello della vipera sorda, che si tura le orecchie” (Sal 57,5).

Si dice che il serpente, per non sentire la voce dell’incantatore, appoggia un’orec­chio alla terra e si tura l’altro con la coda. L’orecchio è così chiamato (auris) perché prende avidamente, o anche perché raccoglie (lat. haurit) il suono. L’infelice avaro, o l’usuraio, si priva di sì grande dono di natura e di grazia; egli per non prendere con avidità la parola della vita, o per non raccogliere il suono, la voce del predicatore, si tura gli orecchi del cuore: e fa ciò con la terra, cioè con l’amore del denaro già accumulato, e con la coda, vale a dire con la turpe bramosia di accumularne ancora. Questi sventurati, se vogliono sentire la parole del libro, cioè del vangelo nel quale è detto “beati i poveri” (Mt 5,3), devono prima asportare dagli orecchi del cuore la terra del denaro disonestamente accumulato, ed estirpare totalmente la coda, cioè la brama di accumularne ancora. Solo allora si potrà dire di loro: “I sordi odono”.

 

11. “I morti risorgono”. Isaia dice: “I tuoi morti vivran­no, i miei uccisi risorgeranno” (Is 26,19). I morti sono i golosi. “La loro gola è un sepolcro aperto” (Sal 5,11), nel quale giacciono sepolti come i morti. Dice ancora Isaia: “Anche costoro sono divenuti insensi­bili per il troppo vino e vanno barcollando per l’ubriachezza; il sacerdote e il profeta affogano nel vino e hanno perduto il senno per l’ubriachezza,” (Is 28,7).

Come il boccone di pane mentre assorbe il vino, viene dal vino assorbito e va in fondo al bicchiere, così costo­ro, mentre assorbono vengono assorbiti, e poi sepolti nel­l’in­ferno del loro ventre. Il ricco che banchettava ogni giorno sontuosamente, durante la sua vita era in qualche modo sepolto nell’inferno. Invece Lazzaro, il mendìco, giaceva fuori alla porta, e non dentro (cf. Lc 16,19-20); giaceva pieno di fame fuori della porta, cioè privo dei piaceri dei cinque sensi. E anche il Signore, come dice l’Apostolo, patì fuori della porta (cf. Eb 13,12).

Il ricco invece ogni giorno seppelliva se stesso entro la porta, nell’inferno. E nell’inferno del ventre, o Signore, chi canta le tue lodi? (cf. Sal 6,6). E neppure i morti, o Signore, ti loderanno (cf. Sal 113,17). Coloro che vogliono cantare le lodi del Signore, escano dal sepolcro della gola, e dalle tenebre e dal caos dell’inferno entrino nella luce dell’astinenza dalle bevande e dai cibi. Dice Isaia in proposito: “Svegliatevi e cantate inni di lode, voi che abitate nella polvere, perché la tua rugiada è rugiada di luce” (Is 26,19). Come la rugiada tempera il calore del sole e la luce fuga le tenebre, così l’astinenza mitiga la bramosia della gola e dei vizi e fuga le tenebre della mente. E in questo modo “i morti risorgono”.

 

12. “I poveri vengono evangelizzati”. Dei poveri dice Isaia: “I primogeniti dei poveri saranno saziati e i miseri riposeranno con fiducia” (Is 14,30); e ancora: “I miti si rallegreranno nel Signore ogni giorno di più, e i poveri esulteranno nel Santo d’Israele” (Is 29,19). Soltanto i poveri, cioè gli umili, vengono evangelizzati, perché solo la concavità è in grado di ricevere ciò che vi si versa, mentre il rigonfiamento, la convessità, lo respinge. Chi ha sete, venga a me e beva (cf. Gv 7,37), dice il Signore; perché, come egli dice ancora per bocca di Isaia: “Farò scorrere l’acqua su colui che ha sete e torrenti sul terreno arido” (Is 44,3).

Oggi sono i poveri, i semplici, gli indotti, i rozzi e le vecchierelle che hanno sete della parola della vita, dell’acqua della sapienza salvatrice. Invece i cittadini di Babilonia, che si ubriacano al calice d’oro della grande meretrice, i sapienti consiglieri del faraone, i quali, come è detto in Giobbe, sono pieni di parole e sono spinti dalla loro morbosa sensualità, e il loro ventre è pieno di mosto che non trova sfogo, che squarcia gli otri nuovi (cf. Gb 32,18-19), – credete a me – non costoro, ma solo “i poveri saranno evangelizzati”.

 

13. “E beato colui che non si scadalizza di me” (Mt 11,6). Cristo è la verità. In Cristo ci fu la povertà, l’umiltà e l’obbedienza. Chi si scandalizza di queste cose, si scandalizza di Cristo. I veri poveri non si scandalizzano, perché solo essi vengono evangelizzati, vengono cioè nutriti con la parola del vangelo, perché essi sono il popolo del Signore e le pecore del suo pascolo (cf. Sal 94,7).

Di questo popolo, nell’introito della messa di oggi si canta: “Popolo di Sion, ecco che il Signore viene a salvare le nazioni”. È la stessa cosa che dice Isaia: “Per primo dirà a Sion: èccomi! E a Gerusalemme, cioè alla chiesa, darò un evangelista, un messaggero di liete notizie” (Is 41,27), affinché i poveri siano evangelizzati e le nazioni siano salvate mediante il vangelo; e il Signore farà sentire la gloria della sua lode per la gioia del vostro cuore (cf. Is 30,30).

 

14. Dice ancora Isaia: “Il Signore consolerà Sion e consolerà tutte le sue rovine; del suo deserto farà un luogo di delizie, della sua steppa quasi un giardino del Signore. Giubilo e gioia saranno in essa, azioni di grazie e inni di lode” (Is 51,3). Sion s’inter­preta “specola”, punto di osservazione. Il popolo di Sion sono i poveri nello spirito i quali, sollevati dalle cose terrene e posti sul più alto punto di osservazione della povertà, contemplano il Figlio di Dio, pellegrino qui in terra, ma glorioso nella patria celeste. Questa è la Sion che il Signore consola. Il Signore consola con i beni suoi coloro che sono privi dei beni temporali; infatti dice: “E consolerà tutte le sue rovine”. Quando crolla l’edificio della consolazione umana, subito il Signore innalza la casa della consolazione interiore.

“E farà del suo deserto un luogo di delizie”. Infatti il deserto della povertà esteriore crea le delizie della soavità interiore. Il Signore definisce spine le ricchezze di questo mondo (cf. Mt 13,22). Isaia chiama delizie il deserto della povertà. O spine del mondo! O delizie del deserto! Quanto è lontana la verità dalla menzogna, la luce dalle tenebre e la gloria dalla pena, altrettanta è tra voi la differenza. Le prime deliziano, le seconde feriscono. In quelle c’è la quiete e il riposo, in queste “la vanità e l’afflizione di spirito” (Eccle 1,14).

Delle delizie il Signore dice: “Le mie delizie consistono nello stare con i figli degli uomini” (Pro 8,31), che la natura ha generato poveri – “Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò” (Gb 1,21) –, ma che la malizia ha fatto ricchi, perché “coloro che vogliono diventare ricchi, cadono nel laccio del diavolo” (1Tm 6,9). Le mie delizie dunque consistono nello stare con i figli degli uomini, non con i figli dei demoni. O povertà, bene ripugnante per i figli dei demoni, le tue delizie offrono a coloro che ti amano il diletto dell’eterna dolcezza!

“Farò della sua steppa quasi un giardino del Signore”. La povertà ama la solitudine perché, come dice Isaia: “Nella solitudine dimora il giudizio” (il diritto) (Is 32,16). E Geremia: Spinto dalla tua mano sedevo solitario, perché mi avevi riempito di amarezza (cf. Ger 15,17). Chi vuole istituire un giudizio su di sé, deve stare per lo meno nella solitudine della mente, della quale dice l’Ecclesiastico: Scrivi la sapienza nel tempo della quiete (lett. “La sapienza dello scriba è dovuta al suo tempo di quiete) (Eccli 38,25).

Dove c’è il giudizio, lì c’è la sapienza; dove c’è la sapienza, lì c’è il giardino del Signore, cioè il paradiso. E poiché la vera povertà è sempre lieta, aggiunge: “Giubilo e gioia saranno in essa”. E commenta la Glossa: In Sion, che è paragonata al paradiso, ci devono essere soltanto gaudio e letizia, riconoscenza e canto di lode, affinché ci applichiamo già qui in terra alle occupazioni che avremo in cielo, insieme con gli angeli.

 

15. Con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte del brano dell’epistola: “Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi per la gloria di Dio” (Rm 15,7). Come Cristo ha accolto il ciechi per illuminarli, gli zoppi per farli camminare, i lebbrosi per mondarli, i sordi per restituire loro l’udito, i morti per risuscitarli e i poveri per evangelizzarli, così noi dobbiamo accoglierci vicendevolmente.

Se il tuo prossimo è cieco per la superbia, per quanto sta in te procura di illuminare i suoi occhi con l’esempio della tua umiltà; se è zoppo per l’ipocrisia, raddrizzalo con l’opera della verità; se è lebbroso per la lussuria, purificalo con la parola e l’esempio della castità; se è sordo per l’avarizia, proponigli l’esempio della povertà del Signore; se è morto per la golosità e per l’ubriachez­za, risuscitalo con l’esempio e con la virtù dell’astinen­za; ed evangelizza i poveri, esortandoli a imitare la vita di Cristo.

Fratelli carissimi, imploriamo Cristo perché si degni di curarci dalle infermità spirituali sulle quali abbiamo meditato e voglia accoglierci presso di sé: lui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

III. l’elogio del beato giovanni

 

16. “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Chi siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re” (Mt 11,7-8). Vedremo quale significato morale abbiano il deserto, la canna e l’uomo avvolto in morbide vesti.

Il deserto simboleggia la religione, l’ordine religioso. E su questo concordano le parole di Isaia: “Si rallegrerà il deserto e la terra inaccessibile, esulterà la solitudine e fiorirà come giglio. Germoglierà e crescerà, esulterà di gioia e proromperà in canti di lode” (Is 35,1-2).

In ogni ordine religioso si devono osservare in modo assoluto tre virtù: la povertà, la castità e l’obbedienza; tre virtù che sono richiamate nella citazione di Isaia. La povertà quando dice: “Si rallegrerà il deserto”; la castità quando aggiunge: “Fiorirà come giglio”; l’obbedienza quando conclude: “Germoglierà e crescerà”.

La povertà: “Si rallegrerà il deserto”. Il religioso che vuole osservare veramente la povertà, deve fare tre atti: primo, rinunciare ad ogni bene terreno; secondo, non avere alcuna volontà di possederne in futuro; terzo, sopportare con pazienza le privazioni inerenti alla stessa povertà. Questi tre atti sono indicati nelle parole: deserto, terra inaccessibile, e solitudine.

La vita del religioso dev’essere deserta, nella rinuncia ad ogni bene terreno; inaccessibile (lat. invia, senza via), che cioè nella sua volontà non resti neanche l’ombra del desiderio di possedere qualcosa. Dice in proposito Isaia: “Il deserto diventerà un Carmelo e il Carmelo sarà considerato una valle” (Is 32,15). Carmelo s’interpreta “cono­scenza della circoncisione”. Quindi il deserto, cioè l’ordine religioso, diventerà un Carmelo, cioè una circoncisione per quanto riguarda la rinuncia ai beni terreni; e la rinuncia ai beni sarà una valle, per ciò che riguarda la volontà di non possedere. Chi è sciolto da questi due legami, a buon diritto può rallegrarsi e cantare: L’anima mia è sciolta dal laccio dei cacciatori (cf. Sal 123,7). Si rallegrerà dunque il deserto e la terra inaccessibile.

A queste due qualità si deve aggiungere la terza: il religioso sappia patire la fame e la sete e sopportare le privazioni (cf. Fil 4,12). E così ci sarà la “solitudine che esulterà” quando sopporterà con pazienza questi disagi e altri simili.

 

17. La castità: “Fiorirà come giglio”. Il giglio (in lat. lilium, che suona quasi come lacteum, latteo) simboleggia il candore della castità. Dice Geremia: “I suoi nazirei erano più candidi della neve e più bianchi del latte” (Lam 4,7).

Ad essi il Signore promette per bocca di Isaia: Non dica l’eunuco, cioè colui che si è reso tale per il regno dei cieli, che ha promesso la continenza: Ecco io sono come albero secco, perché questo dice il Signore: Agli eunuchi che osservano i miei sabati, cioè la purezza del cuore che è il sabbato dello spirito, e hanno scelto ciò che io voglio, cioè la castità del corpo, della quale dice l’Apostolo: Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione, affinché ognuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto (1Ts 4,3-4), e hanno osservato il mio patto, il patto concluso con me nel battesimo, darò nella mia casa, nella quale ci sono molti posti, e dentro le mie mura, di cui è detto nell’Apocalisseche sono costruite con diaspro (Ap 21,18), pietra preziosa di color verde che raffigura l’esultanza dell’eterna viridità (giovinezza); a costorodarò un posto del quale dice Giovanni: Vado a prepararvi un posto (Gv 14,2), e un nome più bello, cioè più eccellente, che avrà più valore cheaver generato figli e figlie, un nome eterno, del quale dice l’Apocalisse: Scriverò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme, e il mio nome nuovo (Ap 3,12). Avrà il nome di Dio perché sarà simile a Dio e lo vedrà come egli è (cf. 1Gv 3,2):Io dissi: Siete Dei (Sal 81,6); avrà il nome di Gerusalemme perché sarà nella pace; avrà il nome di Gesù perché è stato salvato. Avrà un nome eterno che mai sarà cancellato (Is 56,3-5), che mai cadrà in dimenticanza.



18. Obbedienza: “Germoglierà e crescerà, ed esulterà di gioia e proromperà in canti di lode”. Osserva che la vera obbedienza ha in se stessa cinque qualità, indicate proprio nelle cinque parole suddette. La vera obbedienza è umile, ossequiente, pronta, gioconda e perseverante.

Umile nel cuore: questo indica la parola “germoglierà”. Il germoglio è come l’inizio del fiore, e l’umiltà è l’inizio di ogni opera buona.

Ossequiente nella voce, indicato dalla parola “cresce­rà”. Dall’umiltà del cuore procede il rispetto, anche nel tono della voce.

Pronta al comando, e a questo si riferisce la parola “esulterà”. Dice il salmo: “Esulterà come un prode che percorre la via” (Sal 18,6).

Gioconda nella sofferenza, e questo è indicato dalla parola “con gioia”.

Perseverante nell’esecuzione degli ordini, e allora sarà anche “piena di lode”, perché ogni lode si canta alla fine.

O religiosi, così dev’essere il deserto del nostro ordine, nel quale siete venuti ad abitare uscendo dalla vanità del mondo. Perciò a voi ha detto il Signore: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto?”.

 

19. “Una canna sbattuta dal vento?”. La canna è detta in lat. arundo, che suona quasi come arida, o anche come aura ducta, spinta dall’aria. Osserva che la canna ha le radici nel fango, simbolo della gola e della lussuria; è bella fuori ma vuota dentro, e in ciò sono indicate l’ipocrisia e la vanagloria; è agitata qua e là dal vento, e questo raffigura l’in­costanza della volontà.

Sventurato quel chiostro, maledetto il deserto di quell’ordine religioso nel quale viene posta a dimora e cresce tale pianta: “la scure sarà posta alla sua radice, per essere tagliata e gettata nel fuoco” (cf. Mt 3,10; Lc 3,9). Dice il Signore per bocca di Isaia: “Metterò nel deserto l’abete insieme con l’olmo e il bosso” (Is 41,19), ma non la canna agitata dal vento. Nell’abete è raffigurata la familiarità con le cose celesti; nell’olmo, che sostiene la vite, la partecipazione alle sofferenze del prossimo; nel bosso, che è di colore smorto, la mortificazione del corpo. Con queste piante dev’essere coltivato e ornato il deserto benedetto, il paradiso (il giardino) dell’ordine religioso, e non con la canna agitata dal vento, destinata ad essere bruciata nel fuoco.

“Ma che cosa siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti?”. Lo stesso evangelista Matteo ci racconta che “Giovanni portava una veste di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; suo cibo erano le locuste e il miele selvatico” (Mt 3,4). Guardate un po’, vi prego, se i religiosi del nostro tempo indossano queste vesti e se si nutrono con questi cibi. “Ecco, quelli che indossano morbide vesti stanno nelle case dei re”. Non dico religio, ma legio dæmonum (non religione, ma legione di demoni) è quella che ha fatto del deserto un palazzo, del chiostro un castello, della solitudine una corte reale. Tanto il religio­so che l’uomo d’armi si fanno il vestito della stessa stoffa.

Invece l’amante del deserto, il più grande dei profeti, ebbe la sua veste di peli di cammello. Se il beato Giovanni, preannunciato dall’angelo, santificato nel seno materno, encomiato dal Signore – “Tra i nati di donna, non è sorto uno più grande di Giovanni” (Lc 7,28) –, visse in tanta austerità, che cosa non dobbiamo fare noi, concepiti nel peccato, carichi di peccati, degni di essere rigettati dal Signore, se non interviene la sua misericordia: con quante castighi, con quanta severità dobbiamo punirci!

Quindi nel deserto della penitenza ci sia la povertà del vestito, l’austerità del vitto, per poter essere chiamati con verità religiosi, “relegati”, cioè lontani da ogni piacere della carne.

 

20. Con questa terza parte del vangelo concorda anche la terza parte dell’epistola: “Il Dio della speranza” (Rm 15,13). Dice Isaia: “ Quelli che sperano nel Signore riacqui­ste­ranno forza, metteranno ali come aquile, correranno e non si stancheranno, cammineranno e non verranno meno” (Is 40,31).

Quelli che sperano non in sé ma nel Signore, che è il Dio della speranza, riacquisteranno forza, per essere forti in lui, e deboli in questo mondo: “Questo è il cambiamento prodotto dalla destra dell’Altissimo” (Sal 76,11). Metteranno le ali della duplice carità, con le quali volare in cielo come aquile. L’aquila, a quanto dicono i naturalisti, sfre­gando contro una pietra il becco, smussaro per l’eccessiva vecchiaia, ringiovanisce. Così quelli che eliminano l’invec­chiamento del peccato per mezzo della pietra che è Cristo (cf. 1Cor 10,4), morendo al mondo si rinnovano in Dio. Si rinnoverà come aquila la tua giovinezza (cf. Sal 102,5).

“Correranno” per conquistare il premio dell’eterna felici­tà, “e non si stancheranno” perché per colui che ama nulla è difficile; “cammineranno” di virtù in virtù e “non verranno mai meno” perché vivranno in eterno.

“Vi riempia di ogni gioia…”. Dice Isaia: “Godete con lei”, cioè con Gerusalemme, “voi tutti che piangevate su di essa; così succhierete e vi sazierete all’abbondanza della sua consolazione” (Is 66,10-11); “… e di pace”; della quale dice Isaia: “Costituirò tuo sovrano la pace” (Is 60,17); “nella fede”: “Se non crederete, non avrete stabilità” (Is 7,9); “perché abbondiate nella speranza e la nella virtù dello Spirito Santo”(Rm 15,13); ed Isaia: “Sei stato sostegno al povero, sostegno al bisognoso nella sua sofferenza, riparo dalla tempesta”, cioè dalla suggestione diabolica, “ombra contro l’ardore del sole” (Is 25,4), cioè contro la tentazione della carne.

Ogni religioso sia ricolmo di questi tre doni, cioè della speranza, della gioia e della pace: della speranza per quanto riguarda la povertà, la quale spera solo in Dio; della gioia per ciò che concerne la castità, senza la quale non c’è gioia della coscienza; della pace, nei riguardi dell’obbedienza, fuori della quale non c’è pace per nes­suno: “Non c’è pace per gli empi, dice il Signore” (Is 57,21); se il religioso sarà ricolmo di questi doni, sia certo che abbonderà anche nella speranza e nella grazia dello Spirito Santo, per vivere fiducioso nel deserto dell’ordine religioso.

Fratelli carissimi, imploriamo il Signore nostro Gesù Cristo che ci preservi dall’essere canna sbattuta dal vento o uomini avvolti in morbide vesti; ci faccia invece abitare nel deserto della penitenza, poveri, casti e obbedienti.

Ce lo conceda colui che è degno di lode, soave e amabile, Dio benedetto e beato nei secoli eterni. E ogni religione, pura e senza macchia, dica: Amen. Alleluia!

 

 

DOMENICA III DI AVVENTO

Temi del sermone

 

– Sermone della terza domenica di Avvento sull’epistola del beato Paolo: “Godete sempre nel Signore”.

– Anzitutto sermone ai penitenti: “In quel giorno verrà cantato questo cantico”.

– Sermone contro i prelati della chiesa e contro lo sciagurato ternario di peccatori: “La testa è tutta malata”.

– Sermone sull’incarnazione del Verbo: “Àlzati, àlzati!”

– Sermone presso il corpo di un defunto: “Ecco, con la mia minaccia”, e “Si lamenteranno i pescatori”.

 

esordio - sermone ai penitenti

 

1. “Godete sempre nel Signore” (Fil 4,4).

Dice Isaia: “In quel giorno verrà cantato questo cantico nella terra di Giuda: Città della nostra fortezza è Sion; a nostra salvezza sarà eretto un muro e un contrafforte. Aprite le porte ed entri un popolo giusto che custodisce la verità” (Is 26,1-2).

Il giorno è figura dell’illuminazione della grazia, dalla quale siamo resi splendenti, e splendendo cantiamo il cantico di cui parla Isaia: “Voi innalzerete il vostro canto come la voce della santa solennità; avrete la gioia nel cuore come chi parte al suono del flauto per recarsi al monte del Signore, alla roccia d’Israele” (Is 30,29).

Il canto della confessione è la voce della santa solen­nità, perché santifica il peccatore, per la cui conversione gli angeli fanno grande festa: C’è grande gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte (cf. Lc 15,10).

E da questa festa è prodotta la letizia nel cuore del peccatore, del quale dice Isaia: “Corresti incontro a chi si rallegrava e praticava la giustizia”(Is 64,5), come colui che parte al suono del flauto. Il flauto simboleggia la melodia della propria accusa, e chiun­que la canterà in modo perfetto salirà al monte del Signore, cioè alla celeste Gerusalemme, a contemplare la Roccia d’Israele, cioè Cristo Gesù.

E dove viene cantato questo cantico? “Nella terra di Giuda”, cioè dei penitenti; e dice in proposito Isaia: “La terra di Giuda sarà il terrore dell’Egitto” (Is 19,17), cioè del mondo. I mondani infatti hanno paura quando vedono i giusti crocifissi sulla croce della penitenza. Dice infatti Luca della passione del Salvatore: “La gente, ripensando a quan­to era accaduto, se ne tornava percuotendosi il petto” (Lc 23,48).

Sentiamo che cosa cantino i penitenti, nella letizia del loro cuore: “Sion, città della nostra fortezza!” Sion s’interpreta “specola” o “vedetta”, e indica la penitenza, della quale dice Geremia: “Fatti una vedetta, datti in preda all’amarezza” (Ger 31,21); e il penitente per bocca di Isaia dice: “Io sto alla vedetta, da parte del Signore, vi sto per tutto il giorno; e sto vigilando su me stesso, in piedi tutte le notti” (Is 21,8).

È proprio perché la prosperità esalta e l’avversità deprime, che il penitente dice: “Sulla specola” della penitenza, illuminato dalla grazia del Signore, “sto fermo e attento” nel giorno della prosperità, per non venir meno al mio proposito, “e sto vigilando su me stesso tutte le notti” dell’avversità, per guardarmi da ogni peccato. Giustamente quindi i penitenti dicono: “Sion”, cioè la penitenza, “è la città” che ci fortifica e ci difende nel giorno della prosperità, perché non ci esaltiamo; è la città “della nostra fortezza” che ci custodisce nella notte dell’avversità, perché non veniamo sommersi.

“A sua salvezza sarà eretto in essa un muro e un con­trafforte”. Il muro è così chiamato perché munit, difende. Nel muro è raffigurata la divinità, nel contrafforte l’uma­nità. Sarà dunque eretto in essa un muro per la sua salvezza; come dicesse: la fede nel Verbo incarnato è la protezione e la difesa dei penitenti.

Dice Isaia: “Come gli uccelli che volano” sopra il nido dove sono i loro piccoli, “così il Signore degli eserciti [volerà] sopra Gerusalemme, la proteggerà e la libererà, e passando la salverà” (Is 31,5). “Come l’aquila che addestra al volo i suoi piccoli volando attorno ad essi” (Dt 32,11), e “ come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali” (Mt 23,37), così Gesù, Signore degli eserciti, cioè degli angeli, protegge Gerusalemme, vale a dire la comunità dei penitenti; la protegge, ripeto, con l’ombra della sua umanità, la libera con la potenza della sua divinità; passa quando le fa attraversare il Mare Rosso, cioè l’amarezza della peniten­za, arrossata dal sangue della sua passione; la salva quando la introduce nella terra promessa, dove scorrono latte e miele. Perciò dice agli angeli: “Aprite le porte”, del paradiso, “ed entri il popolo retto” dei penitenti, “che ha custodito la verità” del vangelo.

E a questo popolo che, accompagnato dal suono del flauto, canta l’inno della santa solennità, l’Apostolo, nell’epistola di oggi dice: “Godete sempre nel Signore”.

 

sermone sull’epistola della messa

 

2. “Godete sempre nel Signore” (Fil 4,4). Non possono fare ciò coloro dei quali parla Isaia: “La testa è tutta malata e tutto il cuore langue; dalla pianta dei piedi fino alla sommità del capo non c’è in lui parte sana, ma ferite e lividi, e piaghe aperte che non sono state né fasciate, né medicate, né curate con l’olio” (Is 1,5-6). Nella testa sono indicati i prelati, nel cuore i veri religiosi, e nella pianta dei piedi i laici.

Ahimè, tutta la testa è malata! Geremia: “Dai profeti di Gerusalemme è uscita la corruzione su tutta la terra” (Ger 23,15), e anche Daniele: “L’iniquità è uscita da Babilonia per opera degli anziani e dei giudici, che solo in apparen­za sono guide del popolo” (Dn 13,5). E del male di questi capi, dice ancora Isaia: “Tutte le teste”, cioè i prelati, “di essa”, della chiesa, “saranno calve, e tutte le barbe saranno rasate” (Is 15,2).

Dopo una lunga malattia, o per la vecchiaia, di solito cadono i capelli e nella testa subentra la calvizie. Ahimè, le nostre teste, cioè i nostri prelati, con la lunga malattia dei loro vizi e il loro invecchiamento nel male hanno perduto la chioma, cioè la grazia dello Spirito Santo; e ogni barba, cioè ogni vigore e forza nel compiere le opere buone, è stata in essi rasata. E così sono diven­tati deboli ed effeminati. Infatti il Signore, per bocca di Isaia, dice di essi: “ Darò loro come capi dei ragazzi, e uomini effeminati li domineranno” (Is 3,4). In verità, dunque, la testa è tutta malata!

“E tutto il cuore langue”. Osserva che il cuore ha tre funzioni: è la sede della sapienza; in esso fu scritta la legge naturale, che dice: non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te; è l’organo dal quale provengono lo sdegno, il ribrezzo e l’avversione. Così nei veri religiosi c’è la sapienza della contemplazione, c’è la legge dell’amore, e c’è il ribrezzo e l’avversione per il peccato.

Questo cuore, posto al centro tra la testa e i piedi, cioè tra i chierici e i laici, soffre e piange per le “infermità” di entrambi. “Dalla pianta dei piedi fino alla sommità del capo”, cioè dai più umili fino ai più elevati, dai laici fino ai chierici, da quelli che fanno vita attiva fino a quelli dediti alla vita contemplativa, non c’è in tutto il corpo alcuna parte sana. Come possono dunque godere nel Signore?

“Ferite e lividi, e piaghe aperte”. Nella ferita è indicata la lussuria; nei lividi l’ava­ri­zia, dalla quale proviene anche l’invidia; e nelle piaghe aperte la super­bia. Dei primi due vizi si parla nella Genesi, dove Lamech si rivolge alle sue mogli e dice loro: “Io ho ucciso un uomo per una mia ferita, e un ragazzo per un mio livido” (Gn 4,23). Lamech, che per primo introdusse sulla terra la sozzura della bigamia, raffigura il lussurioso e l’avaro; egli uccise un uomo, cioè la ragione, per la ferita della lussuria, e un ragazzo, cioè l’inizio della buona volontà, nel rancore dell’avarizia.

Non è solo per l’avarizia e la brama del denaro, ma anche per la voglia di emergere in questo mondo, che nascono rancori, discordie e calunnie. Il prestigio di una dignità passeggera è come un osso gettato tra i cani, i quali si avventano su di esso con rabbia e furore, mordendosi tra loro. La stessa cosa fanno coloro di cui parla Isaia: “Cani avidissimi che non sanno mai saziarsi, sono i pastori incapaci di comprendere” (Is 56,11).

Della gonfiezza della superbia dice Giobbe: “Perché mai il tuo cuore ti solleva in alto e i tuoi occhi sono come allucinati, accarezzando grandi progetti? Perché il tuo spirito si erge orgoglioso contro Dio, sì da far uscire dalla tua bocca tali discorsi?” (Gb 15,12-13). Anche il Signore, per bocca di Isaia, dice la stessa cosa a Sennacherib: “Conosco la tua abitazione, so quando entri e quando esci; conosco la furia che hai contro di me. Poiché ti sei infuriato contro di me, la tua superbia è giunta ai miei orecchi” (Is 37,28-29).

Ecco dunque: la ferita della lussuria non è avvolta nelle fasce della continenza; il livore dell’avarizia non è curato con la medicina dell’elemosina; la piaga aperta della superbia non è medicata con l’olio dell’umiltà inte­riore, dalla quale procede la luce della coscienza, che produce il gaudio nello Spirito Santo: e chi è privo di questa luce non è in grado di godere nel Signore.

Sono invece in grado di godere nel Signore coloro che si ritraggono dall’iniquità e ritorneranno con Giacobbe, dei quali Isaia dice: Ritorne­ranno e verranno a Sion cantando inni di lode; una felicità perenne splenderà sul loro capo, gaudio e letizia li accom­pagneranno e fuggiranno sofferenze e gemiti (cf. Is 35,10). “Godete, dunque, sempre nel Signore”.

 

3. “Ve lo ripeto: godete!” (Fil 4,4). Osserva che dice due volte “godete”, e questo a motivo del duplice beneficio del primo e del secondo avvento. Dobbiamo godere perché nel primo avvento ci ha portato le ricchezze e la gloria. E di nuovo dobbiamo godere perché nel secondo avvento ci darà “lunghi giorni”. Leggiamo nei Proverbi: “Lunghi gior­ni sono nella sua destra, e nella sua sinistra ricchezze e gloria” (Pro 3,16). Nella sinistra è indicato il primo avvento, nel quale ci portò gloriose ricchezze, cioè l’umiltà, la povertà, la pazienza e l’obbedienza; nella destra il secondo avvento, nel quale ci porterà la vita eterna.

Dei doni del primo avvento ci parla anche Isaia: “Àlzati, àlzati, rivèstiti di forza, o braccio del Signore. Àlzati come nei giorni antichi, al tempo delle generazioni passate. Non hai tu forse percosso il superbo, non hai ferito tu il dragone? Non hai prosciugato tu il mare, l’acqua dell’abisso spaventoso? Non hai posto tu una via nel profondo del mare perché vi passassero coloro che avevi liberato?” (Is 51,9-10). Il braccio del Signore è Gesù Cristo, il Figlio di Dio, nel quale e per mezzo del quale Dio ha creato tutte le cose. Questo braccio di Dio Padre fu spezzato in due parti per noi, quando nella passione la sua anima, separata dal corpo, discese a liberare quelli che erano negli inferi, mentre il corpo riposava nel sepolcro.

Ma nel giorno della risurrezione il Padre ricompose il suo braccio e guarì la lividura e la ferita (cf. Is 30,26). Dice dunque: “O braccio del Signore”, o Figlio mio, “àlzati” dal trono della gloria del Padre, “àlzati” e prendi un corpo, “rivèstiti della fortezza” della divinità contro il princi­pe del mondo, per scacciare il forte (cf. Lc 11,22), tu che sei infinita­mente più forte. “Àlzati” per redimere il genere umano, “come nei giorni antichi” hai liberato il popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto. O Figlio, “tu hai percosso il superbo”, cioè il diavolo, precipitandolo dal cielo; “hai ferito il dragone” nella tua passione, strappandogli ogni potere; “tu hai prosciugato il mare” Rosso.

Il Padre parla al Figlio così, quasi per dirgli: Tu che hai fatto queste cose, ne farai anche altre. Il Signore prosciugò il mare e le acque del vorticoso abisso quando distrusse il potere del diavolo, simboleggiato nel mare, e la sua perfidia, simboleggiata nel­l’abisso: e così “nella profondità del mare”, cioè negli inferi, “pose una via, per la quale passassero quelli che hai liberato”, i redenti”.

Riguardo ai doni del secondo avvento, il Signore dice: “Ecco, io “con angeli e uomini “faccio della Gerusalemme” celeste “una gioia, e del suo popolo un gaudio. Io esul­terò di Gerusalemme e godrò del mio popolo. Non si udranno più in essa voci di pianto né grida di angoscia” (Is 65,18-19); “perché il Signore Dio asciugherà le lacrime da ogni volto” (Is 25,8).

 

4. “La vostra modestia sia nota a tutti gli uomini” (Fil 4,5). La modestia si chiama così perché in tutte le circonstanze mantiene il giusto atteggiamento. Osserva che la modestia consiste soprattutto in due cose: nella pace della mente e nel decoro del corpo. Dice Isaia: “Opera della giustizia sarà la pace, frutto della giustizia la quiete e una sicurezza perenne” (Is 32,17).

Opera della giustizia, cioè di coloro che sono già giustificati per mezzo della grazia, è la pace: mettono infatti nella pace della mente il fondamento di ogni opera buona. E così il frutto, cioè gli atti e il comportamento esterno, sono la quiete e la tranquillità. Quando l’uomo interiore riposa nella casa della pace, l’uomo esteriore è sempre in un atteggiamento di onestà e di sicurezza. E coloro che si comportano con questa serenità, si sentiranno sempre tranquilli e sicuri.

“Il Signore è vicino” (Fil 4,5). Questo dice il Padre: “Faccio avvicinare la mia giustizia”, cioè il mio Figlio; “non è lontana e la mia salvezza non tarderà. In Sion darò la salvezza e in Gerusalemme la mia gloria” (Is 46,13). E questo è ciò che leggiamo oggi nel brano del vangelo: “In mezzo a voi sta uno...” (Gv 1,26): “il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Tm 2,5) “stette” nel campo del mondo combattendo contro il diavolo e, dopo averlo sconfitto, strappò dalla sua mano l’uomo e lo riconciliò con Dio Padre, “che voi non conoscete” (Gv 1,26). Ed è ciò che dice Isaia: “Ho nutrito ed esaltato dei figli, ma essi mi hanno disprezzato. Il bue conosce il suo pro­prietario e l’asino la greppia del suo padrone: Israele invece non mi ha conosciuto e il mio popolo non ha compreso” (Is 1,2-3).

Ecco quanto vicino è il Signore, e noi lo ignoriamo. “Ho nutrito dei figli”, come una madre, con il mio sangue come latte; “e ho esaltato” al di sopra dei cori degli angeli la natura umana, che ho assunta da essi e ho unita a me. Non avrebbe potuto conferirci un privilegio e un onore più grande. Ed “essi mi disprezzarono”. “Considerate e vedete se c’è un dolore simile al mio dolore” (Lam 1,12). “Guai a te, che disprezzi! Non sarai forse anche tu disprezzato?” (Is 33,1). Leggiamo infatti nel libro dei Proverbi: “L’occhio che guarda con scherno il padre, e che disprezza le sofferenze che la madre ha avuto nel partorirlo, sia strappato dai corvi dei torrenti e sia divorato dagli aquilotti” (Pro 30,17). Il senso letterale di questa espressione mostra chiaramente quale sia il castigo riservato a chi disprezza il padre o la madre.

“Il bue”, cioè il ladrone (buono) sulla croce, “conosce il suo proprietario”, dicendo: “Ricòrdati di me quando sarai nel tuo regno” (Lc 23,42); “e l’asino”, cioè il centurione, “conosce la greppia del suo padrone”, dicendo: “Veramente costui era il Figlio di Dio” (Mt 27,54). “Invece Israele”, cioè i chierici, “non mi hanno conosciuto, e il mio popolo”, cioè i laici, “non hanno compreso”.

 

5. “Non preoccupatevi di nulla” (Fil 4,6). Le preoccupa­zioni per le cose temporali fanno dimenticare Dio. Dice infatti Isaia: “Con le tue mani hai trovato da vivere e perciò non mi hai pregato. Non ti sei ricordata di me perché ti preoccupavi di quelle cose per causa delle quali sei divenuta infedele” (Is 57,10-11), cioè hai badato solo a custodire le ricchezze. E ancora: “Hai detto: Per sempre sarò signora e padrona. Non ti sei preoccupata di ciò che avveniva e non hai mai pensato a quale sarebbe stata la fine. Ed ora ascolta questo, o voluttuosa, che te ne stai sicura e dici in cuor tuo: Io, e nessuno fuori di me! Non resterò vedova e non conoscerò sterilità. Ma ti accadranno queste due cose, all’improvviso, in un sol giorno: sterilità e vedovanza” (Is 47,7-9).

In un sol giorno, cioè nel giorno della morte, “alla figlia dei Caldei” (Is 47,1), colei cui Dio minaccia queste punizio­ni, cioè all’anima sventurata, schiava dei vizi e della concupiscenza, accadranno queste due cose: la sterilità, cioè la privazione dei beni temporali, e la vedovanza, cioè la privazione dei piaceri della carne.

Minaccia il Signore con le parole di Isaia: “Ecco, con un rimprovero farò del mare un deserto, prosciugherò i fiumi: i pesci senza l’acqua moriranno di sete e marciran­no” (Is 50,2). La separazione dell’anima dal corpo è come un minaccia di Dio; di essa dice la Genesi: “Con il sudore della tua fronte ti ciberai di pane, finché ritornerai alla terra dalla quale sei stato tratto” (Gn 3,19). Quindi nel minacciare la morte, il Signore rende un deserto il mare, cioè l’amarezza e la profondità delle ricchezze di questo mondo. E ancora Isaia: “La figlia di Sion sarà abbandonata come un pergolato che fa ombra nella vigna e come un capanno in un campo di cocomeri, come una città espugnata” (Is 1,8).

Come una vigna che dopo la vendemmia fa solo ombra, e il capanno dopo raccolti i frutti, e come la città dalla quale vengono deportati gli abitanti, come tutte queste cose vengono abbandonate e devastate, così anche la figlia di Sion, cioè l’anima abbandonata da Dio, consegnata al diavolo, sarà spogliata di tutte le ricchezze e di tutti i piaceri. E quindi: “Prosciugherò i fiumi”, cioè il piacere dei cinque sensi; e allora “i pesci che percorrono i sentieri del mare” (Sal 8,9), cioè gli ingordi e avidi delle cose di questo mondo, “marciranno” nel loro sterco, “senza l’acqua” della ricchezza e della concupiscenza nella quale erano abituati a sguazzare, “e moriranno di sete”, quella sete che tormen­tava nell’infer­no il ricco epulone, il quale in vita era vestito di porpora e bisso (cf. Lc 16,24).

Perciò “non preoccupatevi di nulla”, perché di coloro che sono avidi e si preoccupano dice Isaia: “Si lamenteranno i pescatori e piangeranno tutti coloro che gettano l’amo nel fiume... e lanciano la rete sulla superficie delle acque. Saranno delusi ed esasperati quelli che lavorano il lino, i cardatori e i tessitori di fino” (Is 19,8-9). I pescatori sono gli amanti di questo mondo, avidi e bramosi di ricchezze e di piaceri. Quelli che gettano l’amo nel fiume sono i commercianti imbroglioni, che con l’esca della falsa bellezza coprono l’amo del loro imbroglio per accalappiare colui che vuol comprare. Quelli che lanciano la rete sulla superficie delle acque sono i maledetti usurai, che nella rete dell’usura catturano grandi e piccoli, ricchi e poveri. Quelli che lavorano il lino, lo cardano e tessono di fino, sono i legulei, i decretisti, i canonisti e i falsi avvocati, con i loro sofismi.

Tutti costoro, tanto gli uni che gli altri, al termine della loro vita, quando non potranno più “amministrare” (cf. Lc 16,2), piangeranno perché saranno miseramente spogliati di quelle ricchezze che avevano accumulato con tanta solerzia e amato con tanto ardore; saranno esasperati, perché la loro anima, uscita dal corpo, sarà consegnata ai demoni per l’eterno castigo; saranno confusi nel giorno del giudizio, davanti a Dio e ai suoi angeli. “Perciò, non preoccupatevi di nulla”.

 

6. “Ma con preghiere, suppliche e ringraziamenti, siano manifeste a Dio le vostre richieste” (Fil 4,6). Così erano manifeste le suppliche del re Ezechia, come racconta il profeta Isaia: “Ezechia voltò la faccia verso la parete” – del tempio, perché al tempio non poteva recarsi, essendo gravemente ammalato –, “pregò il Signore e disse: Signore, ti scongiuro! Ricordati come io ho camminato dinanzi a te nella verità e con cuore perfetto e ho fatto quello che era giusto agli occhi tuoi. E proruppe in un grande pianto” (Is 38,2-3). E la Glossa commenta: Pianse perché moriva senza figli e temeva che la promessa fatta ai suoi padri non si avverasse per colpa dei suoi peccati.

“Allora la parola del Signore fu rivolta ad Isaia: Va’ e riferisci a Ezechia: Dice il Signore, Dio di Davide, tuo padre: Ho ascoltato la tua preghiera e ho visto le tue lacrime; ecco, io aggiungerò alla tua vita quindici anni; libererò dalle mani degli Assiri te e questa città e la proteggerò” (Is 38,4-6).

La parete, così chiamata da parità, uguaglianza, raffigura l’umanità di Gesù Cristo, nella cui vita mai vi fu incoerenza o contraddizione. Di questa parete dice la sposa del Cantico dei Cantici: “Ecco, egli sta dietro la nostra parete” (Ct 2,9); ed Isaia: “L’impeto dei potenti”, dei giudei, “è come il turbine che imperversa contro una parete” (Is 25,4): imperversa, si accanisce ma non la abbatte, come avvenne con Gesù, che restò incrollabile nella sua passione.

O peccatore, prigioniero della malattia della tua anima, volgiti a questa parete con la contrizione del cuore e con una sincera confessione, che devi fare con grande pianto e con il proposito di perseverare sino alla fine. E così, facendo penitenza, le tue suppliche siano manifeste a Dio. Egli, ai giorni della tua penitenza, aggiungerà anni di gloria, e ti strapperà dalla mano del re degli Assiri, cioè del diavolo e dei suoi ministri; e proteggerà e difenderà la città, vale a dire la tua anima e il tuo corpo.

“E la pace di Dio...” Dice Isaia: “Venga la pace, riposi nel suo letto colui che ha camminato nella rettitu­dine” (Is 57,2). E la Glossa: Il profeta prega che venga Cristo e, risorgendo dai morti, riposi nel suo letto, vale a dire nella gloria della maestà del Padre, o nella chiesa, nella quale ha camminato nella rettitudine, egli che non ha commesso peccato e nella cui bocca non si è trovato inganno (cf. Is 53,9).

“... che supera ogni intendimento...” sia di uomini che di angeli. “Chi mai infatti – dice l’Apostolo – ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere?” (Is 40,13; Rm 11,34).

“...custodisca i vostri cuori”, affinché opera della giustizia sia la pace, “e la vostra mente”, affinché frutto della giustizia sia la tranquillità, “in Cristo Gesù” (Fil 4,7), Signore nostro.

Fratelli carissimi, preghiamo umilmente il Signore nostro Gesù Cristo, perché ci conceda di cantare il cantico della sacra solennità; ci conceda di godere unicamente in lui, di vivere nella modestia, di liberarci di ogni preoccupazione terrena, di presentare a lui ogni nostra supplica, affinché, immersi nella sua pace, siamo fatti degni di vivere nella celeste Gerusalemme, città della pace.

Ce lo conceda colui che è benedetto e glorioso nei secoli eterni. E ogni anima amante della pace dica: Amen. Alleluia!

 

 

DOMENICA IV DI AVVENTO

Temi del sermone

 

– Vangelo della IV domenica di Avvento: “La parola di Dio scese su Giovanni”; il vangelo si divide in due parti.

– Anzitutto sermone ai predicatori o ai prelati della chiesa: “Sali su di un alto monte”.

– Parte I: “Andate, veloci messaggeri!...”: in questa citazione vengono descritti i sette vizi.

– La vita del predicatore o del prelato, e la passione di Cristo: “Voce di chi grida nel deserto”.

– Sermone ai penitenti all’inizio del digiuno: “Nel primo tempo fu consolata la terra di Zabulon”.

– Sermone ai religiosi, ai sacerdoti e ai prelati: “Il sentiero della giustizia”, e “Voi, sacerdoti del Signore”, e ancora: “In quel giorno chiamerò il mio servo Eliakim”.

– Parte II: Sermone sull’umiltà: “Ogni valle sarà colmata”.

– Il triplice stato dei buoni: “Quest’anno mangia ciò che cresce spontaneamente”.

– Il castigo dei superbi: “Negli inferi sarà precipitata la tua superbia”.

– L’incarnazione del Verbo e i suoi frutti: “Oh, se tu squarciassi i cieli!...”

 

esordio - ai predicatori o ai prelati della chiesa

 

1. In quel tempo: “La parola del Signore scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto” (Lc 3,2).

Dice Isaia: “Sali su di un alto monte, tu che evangeliz­zi Sion; alza la tua voce con forza, tu che evangelizzi Gerusalemme” (Is 40,9). Vediamo quale significato morale abbiano il monte, Sion, e Gerusalemme.

Il monte, così chiamato in quanto immobile (mons, motum non habens), è figura della vita coerente del giusto, di cui parla Isaia: “Sarà come uomo che si ripara dal vento e si protegge dal turbine; come ruscelli d’acqua in tempo di sete, come l’ombra di una roccia sporgente in una terra deserta” (Is 32,2). Come dicesse: Il giusto, sicuro in mezzo alle tribolazioni, sarà come colui che fuggendo il vento e il turbine, si ripara in luogo sicuro, e come colui che nel deserto trova delle fonti limpidissime, come colui che si ripara dall’ardore del sole sotto una roccia sporgente. Il giusto si ripara dal vento della suggestione diabolica e si protegge dal turbine della prosperità mondana ed è irrigato da ruscelli di acqua, cioè della grazia, contro la sete dei desideri carnali, ed evita l’ardore del sole, cioè delle persecuzioni del mondo, riparandosi all’ombra della roccia sporgente, che è Cristo, il quale lo protegge nella tribolazione.

Quindi la vita del giusto è raffigurata nel monte. Al contrario, dice Isaia: “Il suo cuore”, del re Acaz, “e il cuore del suo popolo si agitò, come si agitano nel vento gli alberi della foresta” (Is 7,2). E questo è ciò che dice Giobbe: “Il monte frana e cade, e il sasso scivola dal suo posto; le acque scavano le pietre e la terra a poco a poco viene travolta dall’inondazione (Gb 14,18-19).

Vedi la storia di Giobbe nel sermone della domenica XIV dopo Pentecoste, III parte.

Quindi “tu, che evangelizzi Sion, sali su di un alto monte”, che non cade e non frana. Dice Gregorio: Chi si dedica al celeste ufficio della predicazione, abbandonata ormai l’abiezione delle opere terrene, appare come situato al di sopra di tutto; e tanto più facilmente trascina i fedeli a diventar migliori, quanto più parla dall’alto con l’esempio della sua vita. Penetra più facilmente nel cuore degli ascoltatori quella voce che è accreditata dalla vita di colui che parla, perché ciò che egli comanda con la parola, aiuta a metterlo in pratica, dimostrandolo con l’esempio.

“Alza la tua voce con forza, tu che evangelizzi Gerusalemme”. Sion, che era la parte più bassa della città, raffigura i secolari; Gerusalemme, che era la parte alta, raffigura i religiosi. Quando evagelizzi Sion, sali su di un alto monte, affinché essa salga con te dal basso verso l’alto. Si legge infatti nel secondo libro dei Re: “Davide saliva l’erta degli Ulivi; saliva piangendo e camminava con il capo coperto e a piedi nudi, mentre tutto il popolo che era con lui aveva il capo coperto e saliva piangendo” (2Re 15,30).

Davide raffigura il predicatore che, salendo l’erta degli Ulivi, tendendo cioè alla vita perfetta, illuminata e arricchita dall’olio della misericordia divina, deve compiere tre atti: piangere, coprirsi il capo, e camminare a piedi nudi. Piangere con Acsa (figlia di Caleb) per ottenere “la sorgente superiore e quella inferiore” (cf. Gs 15,19; Gdc 1,5); coprirsi il capo, e nel capo sono compresi tutti i sensi; camminare a piedi nudi delle vanità del mondo, spogliare cioè gli affetti della mente da ogni pelle morta di proprietà e di propria volontà. Se il predicatore salirà così, tutto il popolo salirà devotamente dietro a lui, con il capo coperto contro la vanità del mondo e piangendo i suoi peccati. Ma non si legge che il popolo camminasse a piedi nudi come Davide, perché ai secolari è lecito avere delle proprietà.

Parimenti, quando evangelizzi Gerusalemme, cioè i religiosi, alza la tua voce con forza, perché siano forte­mente incoraggiati e esultino nel percorrere la via (cf. Sal 18,6) e nel conquistare la corona incorruttibile (cf. 1Cor 9,25). Dice Giobbe del cavallo, cioè del giusto: “Quando sente la tromba”, cioè la predicazione che risuona con forza, “grida: Aah!... Scalpita coraggiosamente e con impeto va incontro agli armati; sprezza la paura e non retrocede davanti alla spada” (Gb 39,21-22.25). Era salito su di un alto monte ed aveva alzato con forza la sua voce il più grande predicatore, il beato Giovanni Battista; di lui e della sua predicazione è detto nel vangelo di oggi: “La parola del Signore scese su Giovanni”.

 

2. In questo vangelo sono ricordate due cose: la sublimità della predicazione e la valle dell’umiltà. La prima quando dice: “La parola del Signore”; la seconda quando dice: “Ogni valle”.

Nell’introito della messa si canta: “Ricordati di noi, o Signore”. Si legge poi il brano della prima lettera ai Corinzi del beato Paolo apostolo: “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo”, ecc. Divideremo il brano in due parti e ne trove­remo la concordanza con le due parti del brano evangelico. La prima: “Ognuno ci consideri come ministri”. La seconda: “Non vogliate quindi giudicare nulla prima del tempo”.

 

I. sublimità della predicazione

 

3. “La parola del Signore scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”. Giovanni è figura del prelato o anche del predicatore della santa chiesa, che dev’essere figlio di Zaccaria, nome che s’interpreta “ricordo del Signore”, per aver sempre nella sua mente un memoriale: la passione di Gesù Cristo.

Dice Isaia: “Il tuo nome e il tuo memoriale sono nell’anelito della mia anima. L’anima mia anela a te di notte, e con il mio spirito e con il mio cuore ti cercherò al mattino” (Is 26,8-9). Dobbiamo desiderarlo nella notte dell’avversità e rivolgerci a lui nel mattino della prosperità, e avere sempre nella mente il memoriale della sua passione. Si legge nell’Esodo: “Sarà come un segno nella tua mano e come un ricordo davanti a tuoi occhi” (Es 13,9). E nel Deuteronomio: “Queste parole”, cioè l’incarnazione e la passione, “siano fisse nel tuo cuore; le ripeterai ai tuoi figli, e le mediterai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te le legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio che si muove davanti agli occhi; e le scriverai sugli stipiti e sulle porte della tua casa” (Dt 6,6-9).

Se il prelato, o il predicatore, sarà figlio di Zaccaria, dicendo con il profeta: “Mi sono ricordato di Dio e ho avuto conforto” (Sal 76,4)nell’amarezza della sua passione, così da dire con la sposa del Cantico dei Cantici: “Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra che riposa tra le mie mammelle” (Ct 1,12), allora scenderà su di lui la parola del Signore, parola di vita e di pace, parola di grazia e di verità, parola che Isaia, figlio di Amos, vide sopra Giuda e Gerusalemme (cf. Is 1,1), cioè sopra l’anima fedele e che vive in pace con se stessa.

O Parola che non sferza, ma che inebria il cuore. O Parola dolce, che conforta il peccatore. O Parola di beata speranza! O Parola, fresca acqua per l’anima assetata, gradito messaggero che porta gradite notizie della patria lontana (Pro 25,25). Qui c’è il “mormorio di una brezza leggera” (3Re 19,12), cioè l’ispirazione di Dio onnipotente, della quale Giobbe dice: “Certamente c’è nell’uomo lo spirito, e l’ispirazione della virtù dell’Onnipotente largisce l’intelligenza” (Gb 32,8). O quanto beato e veramente degno di essere chiamato Giovanni (dono di Dio), colui sul quale scese questa Parola! Ti scongiuro, o Signore, scenda sul tuo servo la tua Parola, e “secondo la tua Parola egli vada in pace” (Lc 2,29). “Lampada per i miei passi è la tua Parola!” (Sal 118,105).

Abbiamo sentito su chi è discesa la Parola. Ma in quale luogo è discesa? “Nel deserto”. Dov’è il deserto, lì è la Parola; però è il deserto del quale parla il salmo: “In una terra deserta, inaccessibile e arida...” (Sal 62,3).

Vedi il sermone della domenica III di Quaresima, parte IV, sul vangelo: “Quando lo spirito immondo esce da un uomo”.

 

4. “Ed egli percorse tutta la regione del Giordano” (Lc 3,3). Colui sul quale scende la divina ispirazione, senza dubbio percorre la regione del Giordano, nome che s’inter­preta “umile discesa” e che simboleggia la compassione verso il prossimo. Il prelato, o il predicatore, deve scendere e mettersi al livello del prossimo, per poter rialzare chi giace a terra.

E con questo concorda Isaia, quando riporta le parole che il Signore rivolge ai predicatori: “Andate, messaggeri veloci, ad una gente strappata [dalla sua terra] e lacera­ta, ad un popolo terribile più di ogni altro, a un popolo che aspetta e che è oppresso, la cui terra è stata dispersa dai fiumi” (Is 18,2). In questa espressione vengono segnalati i sette vizi dai quali il genere umano è portato alla rovina.

“O messaggeri”, cioè prelati e predicatori, “andate veloci” perché il ritardo provoca il pericolo, e perciò il Signore disse agli apostoli: “Per via non salutate nes­suno” (Lc 10,4), affinché il cammino della vostra predicazione non trovi impedimenti; e nel quarto libro dei Re, Eliseo disse e Giezi: “Se t’imbatti in un uomo, non salutarlo; e se qualcuno ti saluta, non rispondergli” (4Re 4,29).

Andate dunque veloci ad una gente”, che vive cioè da gentile, da pagana, “strappata” dalla radice dell’umiltà a causa dello spirito di superbia, per cui dice Giobbe: “Come una pianta sradicata mi toglie ogni speranza” (Gb 19,10); a una gente “lacerata” dall’invidia che lacera il cuore, di cui il profeta Nahum dice: “Guai a te, città di sangue, tutta menzogne e piena di lacerazioni!” (Na 3,1); andate “ad un popolo terribile” per l’ira, della quale Giobbe dice: “Il mio nemico mi ha fissato con occhi terribili” (Gb 16,10); ad un popolo “che aspetta” la ricompensa dellavanagloria: “Hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Mt 6,5); e Geremia: “Sedevi lungo le strade, aspettando gli uomini, come fa il brigante in luoghi disabitati; ad un popolo “oppresso” dall’avarizia (Ger 3,2); Isaia: “Sarà calpestato e oppresso come il fango nelle piazze” (Is 10,6), e Abacuc: “Guai a chi accumula ciò che non è suo! Fino a quando continuerà a caricarsi di denso fango?” (Ab 2,6); un popolo “la cui terra è stata dispersa dai fiumi”, la cui intelligenza cioè è stata rovinata dalla gola e dalla lussuria; e di questo dice Ezechiele: “Eccomi a te, spaventoso dragone, che riposi in mezzo ai tuoi fiumi e dici: Mio è il fiume!” (Ez 29,3).

Da questa citazione appare chiaro quanto sia necessaria la predicazione, della quale appunto il vangelo dice: “Giovanni andava predicando un battesimo di penitenza (conversione) per il perdono dei peccati” (Lc 3,3). Lo stesso dice anche Isaia: “Lavatevi e siate mondi!” (Is 1,16); e più avanti: “Se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve; se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana bianca” (Is 1,18).

Su questo argomento vedi il primo sermone della domenica II di Quaresima sul vangelo: “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni”, ecc., seconda parte.

Il Signore dice ancora per bocca di Isaia: “Ho disperso come una nuvola le tue iniquità e come la nebbia i tuoi peccati; ritorna a me” facendo penitenza, “poiché io ti ho redento” (Is. 44,22) con il mio sangue. E ancora: “Consòlati, consòlati, o mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua afflizione e la sua iniquità è perdonata. Essa ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio castigo per tutti i suoi peccati” (Is 40,1-2).

Commenta la Glossa: Il motivo della consolazione è la remissione dei peccati; il motivo della remissione è il fatto di aver ricevuto il doppio castigo. C’è da osservare che i nostri peccati non solvuntur, non sono pagati, espiati, se non abbiamo ricevuto i castighi dalla mano di Dio. E non è la stessa cosa solvi peccata, peccati espiati, e peccata remitti, pccati rimessi, perdonati; a chi vengono rimessi, perdonati, non è necessaria l’espiazione. Infatti è detto: “Ti sono rimessi, perdonati, i tuoi peccati”. Quando invece solvuntur, cioè sono pagati, questo avviene perché sono stati espiati e cancellati per mezzo dei castighi inflitti da Dio.

 

5. “Come è scritto nel libro dei sermoni del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto” (Lc 3,4). Fa’ attenzione a queste tre parole: Voce, di uno che grida, e nel deserto. Quale è la voce, chi è che grida e cos’è il deserto? La voce è il predicatore, colui che grida è Cristo, e il deserto è la sua croce.

La voce è aria, e il predicatore dev’essere aereo, cioè celeste, affinché la sua familiarità sia con il cielo. Si legge infatti nell’Esodo che “sotto i piedi del Signore c’era come un’opera di pietra di zaffiro, simile al cielo quand’è sereno” (Es 24,10). Lo zaffiro è color dell’aria; l’opera di pietra di zaffiro è la vita del predicatore santo, che con l’umiltà della sua mente è prostrato ai piedi dell’incarnazione del Signore, ed è come sospeso nell’aria nella contemplazione della celeste beatitudine.

Dice Isaia: “Chi sono costoro che volano come le nubi, e come colombe verso le loro colombaie?” (Is 60,8). I predicato­ri santi sono paragonati alle nubi, perché sono leggeri, sono cioè liberi dalle cose terrene: fanno piovere parole, fanno rintronare minacce, illuminano con gli esempi e volano in cielo con le ali delle virtù. E semplici come le colombe, stanno alle finestre e custodiscono i cinque sensi del loro corpo affinché la morte non entri nella casa della loro coscienza.

O Signore, se io sentissi una tale voce, griderei come Adamo: “Ho sentito la tua voce ed ho avuto paura!” (Gn 3,10). Tale voce non è di uomo, ma quasi voce di Dio l’Altissimo. “Risuoni, dunque, la tua voce ai miei orec­chi: la tua voce è dolce” (Ct 2,14). A questa voce “hanno tremato le mie labbra” (Ab 3,16). “La voce del tuo tuono nel turbine” (Sal 76,19).

Ma ahimè! Non sento la voce, ma un sussurro e un brontolio, per cui dice Isaia: “Parlerai dalla terra; dal terreno si udrà il tuo responso; la tua voce sarà come quella della pitonessa, voce che esce dalla terra; e il tuo responso come un sussurro che esce dal terreno” (Is 29,4).

Vedi il sermone della domenica II dopo Pentecoste, seconda parte: “Un uomo diede una grande cena”.

Questo sussurro non è di Cristo che grida: egli ci ha detto cose celesti e non cose terrene, e, come dice Isaia, “gridò come un leone” (Is 21,8).

Ma dove? “Nel deserto”. Il deserto fu la sua croce, nella quale fu abbandonato, nudo e coronato di spine: lì ha gridato. Dice infatti il profeta Amos: “Moab morirà con grande strepito, al suono di tromba” (Am 2,2). Moab è il diavolo che perì al suono della tromba, cioè al suono della predicazione del Signore, e al suono della sua voce, quando sulla croce gridò “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46; cf. Sal 30,6).

Dice ancora Isaia: “Ecco che il dominatore, il Signore degli eserciti, spezzerà il vaso con il terrore; e gli alti di statura saranno tagliati, e i grandi saranno umiliati; e le selve delle valli saranno devastate con il ferro, e il Libano cadrà con i suoi alti cedri” (Is 10,33-34).

Il vaso è l’umanità di Cristo, formato da terra vergine, e spezzato nella Passione: e questo incutendo terrore ai demoni i quali, alti di statura, sono stati come tagliati dalla sua potenza; e i grandi, cioè i superbi giudei, sono stati umiliati, cioè rifiutati, nella rivendicazione operata dalla passione di Cristo. E le selve delle valli, cioè la Gerusalemme terrestre, chiamata così per la molti­tudine della sua popolazione, fu devastata con il ferro da Tito e Vespasiano; e il Libano, cioè il tempio, crollò insieme con gli alti cedri, cioè con i suoi sacerdoti.

 

6. “Preparate la via del Signore” (Lc 3,4). Dice Isaia: “Nel primo tempo fu un po’ alleviata la terra di Zabulon e la terra di Neftali; nell’ultimo tempo fu oppressa la via del mare” (Is 9,1). Questo è una specie di “triduo” del quale Mosè dice: Ci inoltreremo nel deserto con un cammino di tre giorni e offriremo un sacrificio al Signore, nostro Dio (cf. Es 3,18).

“Nel primo tempo”, cioè nel momento dell’infusione della grazia che all’inizio ha prevenuto il peccatore, “la terra”, cioè la sua mente, “è alleviata” dal peso del peccato per mezzo della contrizione: e allora è “terra di Zabulon” (primo giorno), che significa “abitazione della forza”. Infatti la grazia corrobora con la forza della costanza colui nel quale essa abita. Dice Isaia: “Colui che dà la forza a chi è stanco e moltiplica la forza e l’energia a coloro che sono venuti meno” (Is 40,29). “È alleviata” anche nella confessione, quando dichiara il peccato e le sue circostanze; e allora è “terra di Neftali, che significa “espansione”. La mente del peccatore si espande nella confessione, come disse il Signore ad Giacobbe: “Ti espanderai a oriente e ad occiden­te, a settentrione e a meridione” (Gn 28,14).

Osserva che nella confessione il sacerdote deve esigere dal peccatore quattro promesse: di dolersi e di fare penitenza dei peccati commessi e dei peccati di omissione; di essere disposto ad eseguire la penitenza che egli gli imporrà; di avere il fermo proposito di non più commettere peccati mortali in futuro; di essere pronto a riparare al male fatto al prossimo, a perdonare e ad amarlo. Solo se è disposto a fare e mantenere queste quattro promesse, può imporgli la penitenza ed assolverlo, altrimenti no.

Quando dunque esprime il suo dolore e si pente, il peccatore si espande ad oriente, perché viene illuminato dal sole della giustizia. Quando è disposto ad obbedire alla volontà e alla voce del sacerdote, allora si espande ad occidente: cade (lat. occidit) infatti da se stesso (dalla sua superbia) quando si sottomette ad un altro. Quando ha il fermo proposito di non ricadere, allora si espande a settentrione o aquilone, in cui è simboleggiata la tentazione del diavolo: si dilata ad aquilone colui che combatte contro il diavolo che tenta di assalirlo: il nemico che combatte validamente, fa sì che anche tu combatta valorosamente (Ovidio). Quando infine il peccatore promette di amare il prossimo, allora si espande a meridione, in cui è simboleggiato l’ardore della carità.

Se il peccatore farà questi due giorni di cammino, sarà in grado di fare anche il terzo, indicato dalle parole: “Nell’ul­timo tempo fu oppressa”, cioè profondamente contristata, “la via del mare” (Is 9,1). La via del mare è l’esecuzione della penitenza che è veramente amara. “Amara sarà la bevanda per chi la beve” (Is 24,9). Quindi, con la contrizione e con la confessione l’anima si sente come sollevata, ma nel fare la penitenza la carne viene sottoposta a grave sofferenza. Dice Gregorio: È necessario che la carne, dopo essere andata alla colpa godendo, ritorni al perdono soffrendo.

Questa è la via per la quale il Signore giunge all’anima. Beato colui che la prepara in questo modo. “Il mio cuore, o Dio, è pronto. Pronto è il mio cuore!” (Sal 56,8).

 

7. “Raddrizzate i sentieri del nostro Dio” (Lc 3,4). Dice Isaia: “La via del giusto è diritta, retto il sentiero per il quale il giusto cammina” (Is 26,7). Il sentiero è detto in lat. sèmita, come a dire metà cammino (lat. semis iter).

È un sentiero ogni religione, cioè ogni ordine religioso, che si è come delimitato e ristretto con i voti di povertà, di castità e di obbedienza. Dice Isaia: “È stato ristretto il letto, perché un altro ne cada; e la coperta troppo corta non può coprirne due” (Is 28,20).

Il letto è sempre la religione, che se è bene stretta (severa), come il sentiero, può accogliere soltanto lo sposo della castità e lo spirito di obbedienza, e scaccerà l’adultero e il fornicatore e il vizio della disobbedienza. E la coperta troppo corta della povertà non sarà in grado di coprire due persone, cioè colui che vuole possedere e il povero nello spirito. “Quale intesa ci può essere tra Cristo e Beliar?” (2Cor 6,15); quale intesa tra il povero e il possidente, che è come Beliar in mezzo ai figli di Dio? O religiosi, “raddrizzate dunque i sentieri del nostro Dio!”.

 

8. Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola: “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1Cor 4,1). E Isaia: “Voi sarete chiamati sacerdoti di Dio, ministri del Dio nostro” (Is 61,6). Ministri e amministratori sono i prelati e i predicatori, che amministrano la parola di Dio e predicano il battesimo di penitenza per la remissione dei peccati. Di essi dice sempre Isaia: “Quanto sono belli”, cioè mondi dalla polvere del peccato, “sui monti”, cioè con le virtù, “i piedi del messaggero che annunzia la pace”, cioè la riconciliazione tra il peccatore e Dio, “che annunzia il bene”, cioè l’infusione della grazia; “che predica la salvezza”, cioè la vita eterna, “e che dice: O Sion”, o anima, “regnerà” in te “il tuo Dio” (Is 52,7), e non il peccato.

“Ora, questo si richiede agli amministratori, che ognuno sia trovato fedele” (1Cor 4,2). Dell’amministratore fedele il Signore, per bocca di Isaia, dice: “In quel giorno chiamerò il mio servo Eliakim, figlio di Chelkia e lo rivestirò con la tua tunica, lo cingerò della tua cintura e metterò il tuo potere nelle sue mani: sarà come un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per la casa di Giuda” (Is 22,20-21).

Eliakim s’interpreta “risurrezione di Dio”, ed è figura del fedele amministratore della chiesa, per mezzo del quale Dio risuscita alla penitenza il peccatore. Egli è figlio di Chelkia, cioè della giustizia: rivestito della tunica della misericordia e sostenuto dalla cintura della continenza, è come un padre per tutti i fedeli della chiesa.

Dove si può trovare oggi un amministratore così fedele? Ahimè! “O città” una volta “fedele, e piena di rettitudine, come hai potuto trasformarti in prostituta? La giustizia dimorava in essa, ora invece è piena di assassini. Il tuo argento di è cambiato in scoria, il tuo vino si è mescolato con l’acqua. I tuoi capi sono infedeli, complici di ladri: tutti sono bramosi di regali, ricercano mance, non rendono giustizia all’orfano e la causa della vedova fino a loro non giunge” (Is 1,21-23).

L’argento, vale a dire l’eloquenza dei prelati e dei predicatori, si è cambiato nella scoria della vanagloria. Il vino della predicazione si è mescolato con l’acqua dell’adu­lazione e del lucro temporale. Le altre parole non hanno bisogno di spiegazione, tanto sono chiare agli occhi di tutti.

Fratelli carissimi, preghiamo il Signore Gesù Cristo, che faccia scendere su di noi la parola da lui stesso ispirata; che ci purifichi con il battesimo di penitenza, per mezzo del quale diveniamo capaci di preparargli la via e di raddrizzare i suoi sentieri.

Ce lo conceda lui stesso, che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

II. la valle dell’umiltà

 

9. “Ogni valle sarà colmata” (Lc 3,5). E questo è ciò che dice il Signore: “A chi guarderò se non al poverello e a chi ha lo spirito contrito e che trema al suono delle mie parole?” (Is 66,2). La valle raffigura l’umiltà della mente, di cui dice Geremia: “Guarda i tuoi passi là nella valle”(Ger 2,23), cioè riconosci i tuoi peccati con una doppia umiltà. L’umiltà mostra all’uomo se stesso. Dice Isaia: “Il Signore sarà conosciuto dall’Egitto e in quel giorno gli Egiziani conosceranno il Signore” (Is 19,21).

In quel giorno, cioè nella luce dell’umiltà, gli Egiziani, cioè i superbi avvolti di tenebre, conoscono il Signore e viceversa: e così conoscono anche se stessi. Dice Agostino: “Concedimi, Signore, di conoscere te e di conoscere me”. E anche Isaia, dopo aver visto il Signore, rimprovera se stesso dicendo: “Guai a me, che ho taciuto, perché io sono uomo dalle labbra immonde” (Is 6,5). E il Signore dice a Ezechiele: “Figlio dell’uomo, mostra il tempio alla casa d’Israele”, cioè mostrale Gesù Cristo, “e si vergognino delle loro iniquità” (Ez 43,10).

Dunque “ogni valle sarà riempita” con quel grano di frumento che caduto nella terra morì (cf. Gv 12,24) e di cui il salmo dice: “La valli abbonderanno di frumento” (Sal 64,14). La beata Maria, essendo una valle, fu colmata, e dalla sua pienezza noi tutti, vuoti, abbiamo ricevuto(cf. Gv 1,16), e il salmo: Saremo riempiti dall’abbondanza della tua casa (cf. Sal 35,9; 64,5). Solo gli umili saranno riempiti da quell’abbondanza che il Signore promette nel Levitico: “Vi darò le piogge al tempo giusto, e la terra produrrà i suoi germogli e gli alberi si caricheranno di frutti” (Lv 26,3-4). Il Signore dà le piogge quando infonde la grazia della compunzione. E Isaia: “Cadrà la pioggia sulla tua semente, ovunque tu abbia seminato sulla terra” (Is 30,23), ed essa produrrà i suoi germogli. Dalla pioggia della compunzione nascerà il germoglio della buona volontà, e così gli alberi, cioè i sensi del corpo, saranno pieni dei frutti delle buone opere.

 

10. Con questo concorda ciò che Isaia dice al re Ezechia: “Quest’anno mangia ciò che nasce spontaneamente; nell’anno seguente nutriti di frutti; quindi nel terzo anno seminate e mietete, piantate vigne e mangiatene il frutto” (Is 37,30).

Osserva che c’è un triplice “stato” dei buoni, simboleggiato in questi tre anni, e cioè lo stato dei principianti, quello dei proficienti e in fine quello dei perfetti.

Gli incipienti, prevenuti dalla grazia divina, infusa in loro gratuitamente, mangiano ciò che nasce spontaneamente. Questo è anche ciò che dice il Signore per bocca di Osea: “Io li amerò gratuitamente” (Os 14,5). Infatti sono sostenuti dalla grazia, unicamente per la benevolenza divina, e non per i loro meriti anteriori. E anche il beato Bernardo dice: Talvolta non si riesce a trovare la disposizione alla pura orazione e una convenien­te dolcezza di sentimenti; e invece la trova colui che non chiede, non cerca, non bussa e quasi non sa nulla, quando la grazia lo previene. Quando un’anima rozza e appena agli inizi viene introdotta in quella disposizione di orazione, che di solito è concessa solo come premio della santità e ai meriti dei perfetti, avviene come quando i servi vengono ammessi alla mensa dei figli.

I proficienti, simboleggiati nel secondo anno, si nutrono dei frutti delle buone opere, affinché la buona volontà, che prima era solo un pio affetto, si traduca nella pratica delle opere.

I perfetti invece, simboleggiati nel terzo anno, traboc­cano di ogni specie di pienezza, come è detto nel salmo: “Coroni l’uomo”, cioè la vita perfetta dei giusti, “con la tua benevolenza e i tuoi campi saranno ricolmi di abbondan­za” (Sal 64,12). Giustamente quindi è detto: “Ogni valle sarà riempita”.

Questo riempimento è indicato in quella “visita” della quale parla l’introito della messa di oggi: “Ricordati di noi, Signore, nella tua bontà verso il tuo popolo” (Sal 105,4). E anche Isaia dice: “Guarda dal cielo, Signore, e osserva dalla tua santa dimora e dal soglio della tua gloria” (Is 63,15). E di nuovo: “Signore, non adirarti senza fine, e non ricordarti per sempre della nostra iniquità. Ecco, Signore, guarda: siamo tutti tuo popolo!” (Is 64,9). “Visitaci con la tua salvezza” (Sal 105,4), cioè con la venuta del tuo Figlio, affinché le valli si riempiano di frumento.

 

11. “Ogni monte e ogni colle sarà abbassato” (Lc 3,5). È ciò che dice anche Isaia: “La tua superbia è stata precipi­tata negli inferi, il tuo cadavere è steso a terra; sotto di te è sparsa la tignola e tua coperta saranno i vermi” (Is 14,11). Fa’ attenzione a queste due parole: monte e colle. Il monte raffigura la superbia che è nel cuore; il colle la superbia che è nelle opere. Quella è peggiore di questa.

Dice Isaia: “Abbiamo sentito la superbia di Moab: è molto superbo; la sua superbia, la sua arroganza e la sua tracotanza sono maggiori la sua forza” (Is 16,6). E la Glossa interlineare commenta: Osa più di quanto non sia suo potere. “Perciò Moab urlerà contro Moab, tutti urleranno”(Is 16,7). Vale a dire: nell’inferno, tra i tormenti, il superbo urle­rà contro il superbo, il lussurioso contro il lussurioso, e tutti urleranno contro se stessi.

Sempre Isaia: “I sàtiri urleranno uno contro l’altro” (Is 34,14). Parimenti: “Abbatterà coloro che stavano in posti sublimi, umilierà la città superba, l’abbatterà fino a terra e la getterà nella polvere. Sarà calpestata sotto i piedi” dei demoni “la superba corona degli infatuati di Efraim”(Is 26,5; 28,3). E infine: “Siedi, taci, nasconditi nelle tenebre, figlia dei Caldei, perché non sarai più chiamata signora di regni” (Is 47,5).

Perciò “Ogni monte e ogni colle sarà abbassato”.

 

12. Un’altra considerazione sulla vera umiltà. Isaia, sospirando l’avvento di Cristo e prevedendo la sua umiltà, dice: “Oh, se tu squarciassi i cieli e discendessi: davanti al tuo volto si dissolverebbero i monti come il fuoco incendia le stoppie, e le acque arderebbero come il fuoco” (Is 64,1-2). Vedi di quale desiderio arda chi brama che i cieli si squar­cino per poter contemplare, visibile nella carne, colui che è invisibile. Si squarci il cielo, discenda il Verbo e di fronte a lui si dissolva la superbia dei monti.

“Davanti al tuo volto”, cioè alla presenza della tua umanità, “i monti si dissolverebbero”. Chi sarebbe ancora sì superbo, sì arrogante e pieno di sé, se riflettesse a fondo sulla maestà che si è annientata, sulla potenza che si è resa debole e sulla sapienza che balbetta? Non si liqueferebbe il suo cuore come la cera al sole? (cf. Sal 67,3). E non direbbe con il profeta: “Nella tua verità”, cioè nel tuo Figlio umiliato, o Padre, “hai umiliato anche me” (Sal 118,75).

“Come il fuoco incendia le stoppie”, cioè il legno, il fieno e la paglia, così gli avari “sarebbero consumati”. Chi infatti potrebbe ancora essere avaro, se contemplasse devotamente il Figlio di Dio avvolto in fasce, adagiato nella mangiatoia, egli che non ebbe dove piegare il capo (cf. Lc 9,58; Gv 19,30), se non quando “piegato il capo [sulla croce] rese lo spirito?. Forse che l’avaro non rinuncerebbe all’amore delle cose terrene e tutto il suo denaro non si ridurrebbe in cenere come la paglia al fuoco? “E le acque” dei lussu­riosi, che ogni giorno con le loro cadute camminano verso l’inferno, “non arderebbero del fuoco” dello Spirito Santo, che prosciuga le secrezioni della lussuria e infonde la grazia della continenza?

 

13. “E le vie tortuose saranno diritte” (Lc 3,5). È ciò che dice anche Isaia: “Abbandoni l’empio la sua via”, cioè la via perversa, “e l’uomo iniquo i suoi pensieri e ritorni al Signore che avrà misericordia di lui” (Is 55,7). E Geremia: “Perverso è il cuore dell’uomo e inscrutabile: chi potrà mai conoscerlo?” (Ger 17,9). E di questa perversità dice ancora Isaia: “Se ne andò ramingo”, – cioè fuori di sé come Caino, al quale fu detto: “Sarai ramingo e fuggiasco sulla terra” (Gn 4,12) –, ramingo “sulla strada”, cioè nella perversa attività “del suo cuore” (Is 57,17).

Il cuore perverso diventa retto quando si avvera ciò che dice Isaia: “Rientrate nel vostro cuore, o prevaricatori!” (Is 46,8), ritornate cioè alla ragione, voi che siete vissuti come bestie. E di nuovo: “Figli d’Israele, sia profonda la vostra conversione, quanto è stata profonda la vostra perversione” (Is 31,6). E ancora: “Se cercate, cercate pure, convertitevi e venite” (Is 21,12): “se cercate” il mio aiuto nell’avversità, cercatelo anche nella prosperità. “Convertitevi” a me col cuore, “e venite” a me con le opere.

“E i luoghi scabrosi si cambieranno in vie pianeggianti” (Lc 3,5). È ciò che dice Isaia: “Pascoleranno sulle strade e i loro pascoli saranno tutti in luoghi pianeggianti; non patiranno né la fame né la sete e non li colpirà né l’arsura né il sole, perché colui che ha pietà di loro li guiderà e li disseterà alle sorgenti di acqua” (Is 49,9-10).

I luoghi scabrosi simboleggiano i cuori degli spietati, e si cambiano in vie pianeggianti quando diventano sensibili e miti. E questo è ciò che si legge nel quarto libro dei Re, quando Isaia dice: “Portate un impasto di fichi. Quando l’ebbero portato e posto sulla ferita di Ezechia, questi guarì” (4Re 20,7). La piaga del corpo è figura della spietatezza dell’animo; l’impasto di fichi raffigura la mitezza, la dolcezza e l’affabilità, virtù che guariscono la piaga della spietatezza. È detto infatti nel libro dei Proverbi: “Con la pazienza si calma il principe, e la lingua per quanto molle spezza le cose più dure” (Pro 25,15).

“E ogni carne vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6), cioè ogni uomo, nel giudizio finale, vedrà Gesù Cristo. Gli empi a loro confusione “vedranno colui che hanno trafitto” (Gv 19,37). Dice Isaia: “Nella terra dei santi operò l’iniqui­tà, perciò non vedrà la gloria di Dio” (Is 26,10). I Settantahanno tradotto: “L’empio venga allontanato, affinché non veda lo splendore di Dio”. Invece i giusti, come dice Isaia: “vedranno con i loro occhi quando il Signore farà ritornare Sion a sé” (Is 52,8).

 

14. Con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte dell’epistola: “Non vogliate giudicare prima del tempo” (1Cor 4,5). Contro chi giudica, Isaia dice: “Guai a voi, che chiamate male il bene e bene il male; che fate delle tenebre luce e della luce delle tenebre; che fate dolce l’amaro e amaro il dolce” (Is 5,20).

“Finché venga il Signore” (1Cor 4,5). Ed Isaia: “Ecco, il Signore Dio viene con potenza e il suo braccio detiene il dominio. Egli ha con sé la mercede”, cioè la retribuzione per tutti, “e i suoi trofei”, cioè la croce e gli altri strumenti del­la sua passione, “con la quale ha operato la salvezza nella nostra terra” (Sal 73,12), “lo precedono” (Is 40,10), ad eterna confusione dei reprobi.

“Egli metterà in luce i segreti delle tenebre” (1Cor 4,5). E Isaia: “La luce d’Israele sarà nel fuoco, il suo Santo nella fiamma” (Is 10,17): luce per illuminare, nel fuoco per saggiare, nella fiamma per bruciare.

“E manifesterà le intenzioni dei cuori” (1Cor 4,5). E Isaia: “Poiché si sono insuperbite le figlie di Sion” – e qui è indicata la superbia del cuore –, “e procedono a collo eretto” – ecco l’arroganza nel portamento –, “e ammiccano con gli occhi” – e qui è indicata la lascivia –, “e avanzano pavoneggiandosi e muovendo i piedi con passo studiato” – ecco la superficialità e l’incostanza –: per questo, nel giorno del giudizio, “il Signore renderà calva la testa delle figlie di Sion”, perché ciò che è nascosto sarà manifestato e così si vedrà la loro vergognosa calvizie, “e il Signore le denuderà della loro chioma”, (Is 3,16-17), cioè metterà a nudo i loro pensieri e i loro perversi disegni. E questa sarà la vergogna degli empi.

Ma quando “ogni carne (ogni uomo) vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6), “allora ciascuno avrà la sua lode da Dio” giusto (1Cor 4,5). E Isaia: “Dite al giusto: bene!” (Is 3,10). Poiché non è possibile sapere e spiegare come sarà la lode e la gloria dei santi, Isaia non dice quanta e come sarà, ma dice soltanto: Bene!

Perciò, fratelli carissimi, preghiamo il Signore Gesù Cristo, che abbassi i monti, raddrizzi le vie tortuose, renda soavi le cose aspre, affinché possia­mo giungere a quel “bene che occhio non vide” perché è nascosto, “né orecchio udì” perché è silenzioso, “né mai entrò in cuore di uomo”(1Cor 2,9), perché è al di là di ogni umana comprensione.

Ce lo conceda colui che nel suo primo avvento fu umile, che nel secondo sarà terribile, amabile, soave e desiderabile e benedetto nei secoli eterni.

E ogni anima umile dica: Amen. Alleluia!

 

 

NATALE DEL SIGNORE

 

1. In quel tempo: “Un editto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutto il mondo” (Lc 2,1). In questo vangelo si devono considerare tre eventi:

- il censimento del mondo,

- la nascita del Salvatore,

- l’annuncio dell’angelo ai pastori.

Con l’aiuto di Dio presenteremo brevemente ognuno dei tre avvenimenti.

 

I. il censimento del mondo

 

2. Censimento del mondo: “Uscì un editto”. Osserva che in questa prima parte si dice, in senso morale, che chi vuole veramente pentirsi dei peccati commessi, deve prima di tutto “fare il censimento”, “descrivere” come dice il vangelo, con contrizione tutta la sua vita, e poi accostarsi alla confessione.

“Uscì un editto di Cesare Augusto”. Cesare, che s’interpreta “signore del potere”, e Augusto, “in solenne atteggiamento”, rappresenta Dio onnipotente, Signore di tutto il creato: “La mia mano ha fatto tutto questo” (Is 66,2); e “sotto di lui si piegano coloro che reggono il mondo”(Gb 9,13), cioè il peso del mondo, quindi i prelati della chiesa e principi del mondo. Dio sta in atteggiamento solenne perché, come dice Daniele: “Mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano” (Dn 7,10).

Si dice che uno sta (in piedi) quando è pronto ad andare in aiuto ai suoi; invece che siede, quando esercita il giudizio: in entrambe le positure è nobile, solenne, maestoso.

Questo nostro “imperatore” emette ogni giorno un editto per mezzo dei suoi banditori, cioè i predicatori della chiesa, perché venga censito tutto il mondo. Il mondo è detto anche orbe, dal lat. orbis, cerchio, appunto per la sua rotondità: infatti l’oceano, circondandolo da ogni parte, ne lambisce tutt’intorno i confini. La vita dell’uomo è un orbe, cioè come un cerchio: infatti nella Genesi gli viene detto: Sei terra e alla terra ritornerai (cf. Gn 3,19).

L’uomo deve censire, deve descrivere tutto questo cerchio, ripensando nell’amarez­za della sua anima a ciò che ha commesso nella fanciullezza, nell’adolescenza, nella giovinezza e anche nella vecchiaia. E osserva che dice “tutto” il cerchio, per indicare che deve descrivere i peccati commessi con il cuore, con la bocca, con le azioni, e i peccati di omissione, e le loro circostanze: e questo è indicato dal fatto che non dice “scrivere” ma “descrivere”, che significa scrivere i vari modi e i vari luoghi del peccato.

“Questo primo censimento fu fatto dal governatore della Siria Quirino” (Lc 2,2).

Quirino, che s’interpreta “erede”, è figura del peniten­te, erede di Dio e coerede di Cristo (cf. Rm 8,17), il quale dice: “La mia eredità è splendida per me” (Sal 15,6). Il penitente fa il primo censimento dei suoi peccati quando, per prima cosa, cerca diligentemente, con profonda contrizione, ciò che ha commesso e ciò che ha omesso. Egli è il governatore della Siria, nome che significa “altezza”, cioè l’altezza della superbia e dell’arro­ganza. Dice Giobbe del diavolo: “Egli vede tutte le cose alte, ed è il re di tutti i figli della superbia” (Gb 41,25). Quale potere è più degno di lode, di quello che si esercita su se stessi e nell’umiliare la propria superbia?

 

3. “E tutti andavano” (Lc 2,3). Ecco il giusto procedimento da seguire nel pentirsi: prima censire tutti i propri peccati e poi andare alla confessione. “Andavano tutti per farsi registrare” (Lc 2,3). Ahimè, quanto pochi sono oggi quelli che vanno! Perciò si lamenta Geremia: “Le vie di Sion piangono, perché non c’è chi si rechi alla solennità” (Lam 1,4).

Ma “Giuseppe” – cioè il vero penitente, “della casa e della famiglia di Davide” (Lc 2,4), il re che veramente si pentì e alla cui casa il Signore promise: “In quel giorno vi sarà una sorgente zampillante per la casa di Davide” (Zc 13,1) – questo “Giuseppe” vi andò. La sorgente della misericordia divina zampilla per la comunità dei penitenti, “per la purificazione del peccatore e della donna immonda” (Zc 13,1), lava cioè in essi sia i peccati palesi che quelli occulti.

“Giuseppe salì dalla Galilea”, – nome che significa “ruota” (vicenda) e indica la suddetta descrizione della propria vita –, “dalla città di Nazaret”(Lc 2,4), che significa “fiore”. Al fiore segue il frutto: è per mezzo del fiore che si arriva al frutto. Così anche alla contrizione deve seguire la confessione: per mezzo della contrizione si arriva al frutto della confessione, cioè all’assoluzione e alla riconciliazione.

E osserva che Giuseppe salì “per farsi registrare insieme con Maria, sua sposa, che era incinta” (Lc 2,5). Maria s’interpreta “mare amaro”, e simboleggia la duplice amarezza con la quale il penitente deve salire alla Giudea, cioè alla confessione, nella quale c’è la città di Davide “che si chiama Betlemme” (Lc 2,5), cioè “casa del pane”. E questa simboleggia il cibo delle lacrime: “Le mie lacrime furono il mio pane” (Sal 41,4).

Con tutto questo concordano le parole di Isaia: “Per la salita di Luchit salirà piangendo; sulla via di Coronaim alzeranno grida di contrizione” (Is 15,5). Ecco il mare amaro. Luchit s’interpreta “guance” o “mascelle”, Coronaim “sfogo della loro tristezza”. Il piangente, cioè il penitente, sale alla confessione tutto bagnato di lacrime, che dalle sue guance salgono a Dio, come dice l’Ecclesiastico: “Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance e il suo grido non si alza forse contro chi gliele fa versare? E dalle sue guance salgono fino al cielo, e il Signore che esaudisce, forse non le gradirà?” (Eccli 35,18­19). Lo sfogo della tristezza è il dolore del cuore contrito, dal quale deve scaturire il grido della confessione, che il penitente deve elevare per confessare tutto con sincerità e chiarezza.

 

4. Osserva ancora che Giuseppe salì con Maria, che era incinta. L’anima, amareggiate per il duplice dolore dei suoi peccati, viene come impregnata dal timore di Dio, come dice Isaia: “Come colei che è incinta, quando si avvicina il parto soffre e grida per il dolore, così siamo stati noi davanti al tuo volto” o, secondo una diversa traduzione, “per paura di te”; “o Signore, abbiamo concepito, abbiamo sofferto i dolori del parto, abbiamo partorito lo spirito di salvezza” (Is 26,17-18). Il volto di Cristo, che verrà per il giudizio, impregna di timore l’anima, affinché concepisca e partorisca lo spirito di salvezza.

 

II. la nascita del salvatore

 

5. “E avvenne che, mentre si trovavano lì...” (Lc 2,6). Lì, dove? Nella casa del pane: anche Maria è la casa del pane. Il pane degli angeli si è trasformato in latte per i bambini, affinché i bambini diventassero angeli. “Lasciate che i bambini vengano a me” (Mc 10,14) perché succhino e si sazino all’abbondanza della sua consolazione (cf. Is 66,11).

Osserva che il latte è di sapore dolce e di gradevole aspetto. Così Cristo, come dice “Bocca d’Oro” (Giovanni Crisostomo), attirava a sé gli uomini con la sua dolcezza come il diamante attira il ferro; egli afferma di se stesso: “Chi mangia di me avrà ancora fame e chi beve di me avrà ancora sete” (Eccli 24,29); ed è anche di incantevole aspetto, infatti gli angeli desiderano fissare in lui lo sguardo (cf. 1Pt 1,12).

“Si compirono per lei i giorni del parto” (Lc 2,6). Ecco la pienezza dei tempi (cf. Gal 4,4), il giorno della salvezza (cf. 2Cor 6,2), l’anno della benevolenza” (cf. Sal 64,12). Dalla caduta di Adamo fino all’avvento di Cristo fu tempo vuoto; infatti dice Geremia: “Guardai la terra, ed ecco che era vuota e senza nulla” (Ger 4,23), perché il diavolo aveva distrutto ogni cosa; fu giorno di dolore e di malattia; dice infatti il salmo: “Sei sempre stato vicino al letto del suo dolore” (Sal 40,4); fu anno della maledizione, e dice la Genesi: “Maledetta sia la terra per quello che hai fatto” (Gn 3,17). Ma oggi “si sono compiuti i giorni del parto”. Dalla pienezza di questo giorno noi tutti abbiamo ricevuto (cf. Gv 1,16). E il salmo: “Saremo riempiti con i beni della tua casa” (Sal 64,5).

A te, o beata Vergine, sia lode e gloria, perché oggi siamo stati ricolmati dei beni della tua casa, cioè del tuo grembo. Noi che prima eravamo vuoti, ora siamo pieni; noi che prima eravamo malati, ora siamo sani; noi che prima eravamo maledetti, ora siamo benedetti, perché, come dice il Cantico dei Cantici: “Ciò che da te proviene è il paradiso”, o Maria! (Ct 4,13).

 

6. Continua l’evangelista: “Diede alla luce il suo figlio primogenito” (Lc 2,7). Ecco la bontà, ecco il paradiso! Correte dunque, o ingordi, o avari, o usurai, voi cui piace più il denaro che Dio, correte e comprate senza denaro e senza alcuna permuta (Is 55,1) il frumento e il grano che oggi la Vergine ha tratto dal tesoro del suo grembo. Diede dunque alla luce il figlio. Quale figlio? Il Figlio di Dio, Dio lui stesso. O tu, donna più felice di ogni altra, che hai avuto il figlio in comune con Dio Padre! Di quale gloria risplenderebbe una misera donna se avesse un figlio da un imperatore di questo mondo? Di gran lunga più grande è la gloria di Maria che ha condiviso il Figlio con Dio Padre.

“Partorì il Figlio suo”. Il Padre ha dato la divinità, la Madre l’umanità; il Padre ha dato la maestà, la Madre l’infermità. “Partorì il suo Figlio”, l’Emmanuele, cioè il “Dio con noi” (cf. Mt 1,23): chi dunque sarà contro di noi? (cf. Rm 8,31).

Dice infatti Isaia: “Sul suo capo ha posto l’elmo della salvezza” (Is 59,17). L’elmo è l’umanità, il capo è la divini­tà; il capo è nascosto sotto l’elmo, la divinità è nascosta sotto l’umanità. Quindi nessun timore: la vittoria è dalla nostra parte, perché con noi c’è un Dio in armi. Grazie a te, o Vergine gloriosa, giacché per merito tuo Dio è con noi.

“Partorì dunque il figlio suo primogenito”, cioè genera­to dal Padre prima di tutti i secoli; o anche primogenito tra i morti (cf. Col 1,18), oppure primogenito tra molti fratelli (cf. Rm 8,29).

 

7. “Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia” (Lc 2,7). O povertà, o umiltà! Il padrone di tutte le cose è avvolto in fasce, il re degli angeli è adagiato in una stalla. Vergògnati, o insaziabile avarizia! Sprofonda, o umana superbia!

“Lo avvolse in fasce”. Osserva che Cristo all’inizio e alla fine della sua vita viene avvolto in fasce. “Giuseppe (d’Arimatea) – dice Marco –, comprato un lenzuolo, calò Gesù dalla croce e ve lo avvolse” (Mc 15,46). Beato colui che fini­rà la sua vita avvolto nella sindone, cioè nell’in­no­­­cenza battesimale.

Il vecchio Adamo, quando fu cacciato dal paradiso terrestre, venne ricoperto di una tunica di pelli (cf. Gn 3,21); la pelle, quanto più si lava, tanto più si deteriora: e in ciò è raffigurata la sua carnalità e quella dei suoi discendenti. Invece il nuovo Adamo viene avvolto in panni, che nella loro bianchezza raffigurano il candore della Madre sua, l’innocenza battesimale e la gloria della risurrezione finale.

“E lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,7), detto in lat. diversorium. Ecco – come è scritto nei Proverbi – “la cerva amabile e il delizioso cerbiatto” (Pro 5,19). Dice la Storia Naturale che la cerva partorisce nella strada battuta” (frequentata); così la beata Vergine partorì nella strada, che è pure un diversorium, come l’albergo, così chiamato perché ad esso si arriva dadiverse strade.

 

III. l’annuncio dell’angelo ai pastori

 

8. “C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliava­no di notte e custodivano il loro gregge” (Lc 2,8).

Le “veglie” si chiamano anche excubiae o stazioni. In antico i romani dividevano la notte in quattro veglie (quattro turni di guardia) e a turno custodivano la città. La notte raffigura la vita presente, nella quale camminiamo a tastoni come di notte. Non ci vediamo neanche tra di noi, cioè non vediamo la nostra coscienza; spesso inciampiamo con i piedi, cioè con i nostri sentimenti ed affetti. Chi vuole custodire validamente la sua città durante questa notte (della vita), deve stare alzato e vegliare attentamente per tutti i quattro turni, fare cioè le quttro veglie.

La prima veglia raffigura l’impurità della nostra nascita, la seconda raffigura la malizia e la cattiveria che ci accompagnano, la terza raffigura lo stato miserando del nostro peregrinare e la quarta il pensiero della morte. Nella prima l’uomo deve vegliare per umiliare e disprezzare se stesso, nella seconda per mortificarsi, nella terza per piangere e nella quarta per suscitare un salutare timore. Beati quei pastori che fanno questo durante le quattro veglia di questa notte, perché così difendono veramente il loro gregge.

Osserva che il pastore veglia sul suo gregge per due motivi: per non essere derubato dai predoni, e perché il gregge non venga assalito dal lupo. Tutti noi siamo pastori, e il nostro gregge è formato dai nostri buoni pensieri e dai nostri santi desideri. Su questo gregge dobbiamo fare un’attenta guardia durante le quattro veglie suddette, perché il predone, cioè il diavolo non ci derubi con le sue maligne suggestioni, e il lupo, cioè la concupiscenza della carne, non ci assalga strappandoci il consenso. A coloro che vegliano in questo modo viene annunziata la gioia di questa natività.

 

9. “E l’angelo disse ai pastori: Ecco, io vi annunzio una grande gioia, perché oggi vi è nato il Salvatore...” (Lc 2,10.11). Con questo concordano le parole della Genesi: “Nacque Isacco. E Sara disse: Il Signore mi ha dato il sorriso e chiunque lo saprà, sorriderà con me “ (Gn 21,5-6). Sara s’interpreta “principessa” o “carbone”, ed è figura della gloriosa Vergine, principessa e regina nostra, infiammata dallo Spirito Santo come il carbone dal fuoco. Oggi Dio le ha dato il sorriso, perché da lei è nato il nostro sorriso. “Io vi annunzio una grande gioia”, perché è nato il sorriso, perché è nato Cristo.

Questo abbiamo udito oggi dall’angelo: “Chiunque lo sentirà, sorriderà insieme con me”. Sorridiamo dunque ed esultiamo insieme con la beata Vergine, perché Dio ci ha dato il sorriso, cioè il motivo di sorridere e di gioire con lei e in lei: “Oggi vi è nato il Salvatore”. Se uno si trovasse in punto di morte o fosse condannato all’ergastolo, e gli venisse annunziato: Ecco, è arrivato uno che ti salverà! Forse che non sorriderebbe, forse che non esulterebbe? Certamente! Esultiamo quindi anche noi, nella serenità della coscienza e nell’amore autentico (cf. 2Cor 6,6), perché oggi ci è nato il Salvatore, colui che ci salverà dalla schiavitù del diavolo e dall’ergastolo dell’inferno.

 

10. E per trovare questa gioia ci è dato un segno, quando l’angelo soggiunge: “Questo sarà per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia” (Lc 2,12). Qui dobbiamo osservare due cose: l’umiltà e la povertà. Beato colui che avrà questo segno nella fronte e nella mano, cioè nella professione di fede e nelle opere. Che cosa significa dire: “Troverete un bambino”, se non che troverete la sapienza che balbetta, la potenza resa debole, la maestà abbassata, l’immenso fatto bambino, il ricco fattosi poverello, il re degli angeli che giace in una stalla, il cibo degli angeli divenuto quasi fieno per gli animali, colui che da nulla può essere contenuto, adagiato in una stretta mangiatoia? “Questo dunque sarà per voi il segno”, perché non andiate in rovina insieme con gli Egiziani e gli abitanti di Gerico.

Per il Verbo incarnato, per il parto verginale, per il Salvatore nato sia gloria a Dio Padre nei cieli altissimi, e sia pace in terra agli uomini che egli ama (cf. Lc 2,14). Si degni di concederci questa pace colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

IV. sermone allegorico

 

11. “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio; sulle sue spalle è stato posto il potere; e il suo nome sarà: ammirabile, consigliere, Dio, forte, Padre del secolo futuro, principe della pace” (Is 9,6). E ancora: “Ecco la vergine concepirà e darà alla luce un figlio, che sarà chiamato Emanuele” (Is 7,14), cioè “Dio con noi”.

Questo Dio si è fatto per noi bambino e oggi per noi è nato. Cristo ha voluto essere chiamato “bambino” per molte ragioni, ma per brevità ne illustro una sola. Se fai un’ingiuria a un bambino, se lo provochi con un insulto, se lo percuoti, ma poi gli mostri un fiore, una rosa o qualco­sa del genere, e mentre gliela mostri fai l’atto di dar­gliela, non si ricorda più dell’ingiuria ricevuta, gli passa l’ira e corre ad abbracciarti. Così, se offendi Cristo con il peccato mortale e gli fai qualsiasi altra ingiuria, ma poi gli offri il fiore della contrizione o la rosa di una confessione bagnata dalle lacrime – le lacrime sono il sangue dell’anima –, egli non si ricorda più della tua offesa, perdona la colpa e corre ad abbracciarti e a baciarti. Dice infatti Ezechiele: “Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati che ha commesso, io non mi ricorderò più di tutte le sue iniquità” (Ez 18,21.22). E Luca, parlando del figlio prodigo: “Lo vide suo padre e, mosso a pietà, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Lc 15,20). E nel secondo libro dei Re si racconta che Davide accolse con benevolenza Assalonne, che aveva ucciso il fratello, e lo baciò (cf. 2Re 14,33).

Oggi dunque ci è nato un bambino. E quali vantaggi ci sono venuti dalla nascita di questo bambino? Grandissimi vantaggi sotto ogni aspetto. Senti Isaia: “Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide, il bambino metterà la sua mano nel covo del regolo (serpente velenoso); non nuoceranno più e non uccideranno più in tutto il mio santo monte” (Is 11,8-9).

Il regolo, (che significa piccolo re), perché si pensava fosse il re dei serpenti; questo serpente velenoso, detto anche aspide, raffigura il diavolo, e la sua buca e il suo covo sono i cuori dei cattivi, nei quali il nostro bambino ha messo la sua mano quando con la potenza della sua divinità ne ha estratto il diavolo stesso. Dice Giobbe: “Dalla sua mano, che operava da ostetrica, fu estratto il tortuoso serpente” (Gb 26,12).

È compito dell’ostetrica estrarre dalle tenebre il frutto del parto, e portarlo alla luce. Così Cristo, con la mano della sua potenza, strappò l’antico serpente, il diavolo, dai cuori tenebrosi dei reprobi: e così quel serpente e i suoi satelliti non potranno più recare danno ai corpi, se non con il suo permesso; infatti i diavoli non poterono entrare nei porci se non dopo il suo permesso (cf. Mc 5,13); e non potranno più colpire le anime di morte eterna. Prima della venuta del Salvatore, i diavoli avevano sul genere umano tanto potere, da infierire turpemente sui corpi degli uomini e da trascinare miseramente le anime all’inferno. Ma d’ora in poi non potranno più fare danni “in tutto il mio santo monte”, cioè in tutta la mia chiesa, nella quale io stesso dimoro.

 

12. “Ci è stato dato un figlio”. Concorda con questo ciò che leggiamo nel secondo libro dei Re: “A Gob ci fu, contro i Filistei, la terza battaglia, nella quale Adeodato, il betlemita che tesseva stoffe variopinte, figlio di Salto, uccise Golia di Get” (2Re 21,19). Osserva che la prima battaglia avvenne nel deserto: “Gesù fu condotto nel deserto...” (Mt 4,1); la seconda avvenne nella pianura, cioè in pubblico: “Gesù stava scacciando un demonio” (Lc 11,14) [davanti alla folla]; la terza avvenne sul legno [della croce]: inchiodato su di essa, Cristo sconfisse i filistei, cioè le potenze dell’a­ria (cf. Ef 2,2).

Questa terza battaglia avvenne a Gat, nome che significa “lago”: avvenne cioè nelle piaghe del Salvatore, e soprat­tutto nella piaga del costato, dalla quale scaturirono i due fiumi della nostra redenzione. In questo lago, Gesù ci è stato dato unicamente dalla misericordia di Dio Padre, per essere il nostro campione. Egli fu “figlio di Salto” perché, come dice Marco, stava nel deserto con le fiere (cf. Mc 1,13); oppure “figlio di Salto”, perché fu coronato di spine.

“Che tesseva stoffe variopinte”: Cristo si preparò nel grembo verginale di Maria la veste variopinta, cioè l’uma­nità, ornata dei doni della grazia settiforme; “fu betlemita” perché oggi è nato dalla Vergine a Betlemme. O anche: fu “figlio di Salto” nella passione; sarà “tessitore di stoffe variopinte” nella risurrezione finale, perché allora ci rivestirà della veste variopinta, ornata delle quattro doti dei corpi glorificati; sarà infine “betlemita” nell’eterno convito. Così il nostro campione, il nostro atleta, colpito nel lago della passione, sconfisse e debellò Golia di Get, cioè il diavolo.

 

13. “E fu posto sulle sue spalle il potere”. E anche qui abbiamo la concordanza con ciò che dice la Genesi: “Abramo prese la legna per l’olocausto e la pose sulle spalle di Isacco, suo figlio” (Gn 22,6). E dice Giovanni: “ [Gesù], portando la croce, si avviò verso il luogo chiamato Calvario” (Gv 19,17).

O umiltà del nostro Redentore! O pazienza del nostro Salvatore! Egli, da solo, porta per tutti il legno al quale sarà appeso, inchiodato; sul quale dovrà morire e, come dice Isaia, “il Giusto perisce e non c’è alcuno che mediti nel suo cuore” (Is 57,1).

“E fu posto sulle sue spalle il potere”. Dice il Padre, per bocca di Isaia: “Porrò sulla sua spalla la chiave della casa di Davide” (Is 22,22). La chiave è la croce di Cristo, con la quale egli ci ha aperto la porta del cielo. E osserva che la croce è detta “chiave” e “potere”: chiave perché apre il cielo agli eletti, potere perché con la sua potenza precipita i demoni all’inferno.

 

14. “E sarà chiamato ammirabile nella nascita, consigliere nella predicazione, Dio nell’operare i miracoli, forte nella passione, Padre del secolo futuro nella risurrezione. Infatti quando risuscitò, lasciò a noi, come eredità ai figli dopo di sé, la sicura speranza della risurrezione. E nell’eternità sarà per noi il principe della pace.

Si degni di prepararci questa pace lui stesso che è benedetto nei secoli. Amen.

 

V. sermone morale

 

15. “È nato per noi un bambino”. Di questo bambino, dice il vangelo: Se non vi convertirete e non diventerete come questo bambino, ecc. (cf. Mt 18,3). Osserva: il bambino quando è sveglio, nella sua culla, piange; se è nudo non arrossisce; se è sculacciato si riguia in braccio alla mamma. La mamma, quando vuole svezzarlo, si unge di amaro le mammelle; il bambino non sa nulla della malizia del mondo; è incapace di fare peccati; non fa del male al prossimo; non serba rancore; non odia nessuno; non cerca ricchezze; non è sedotto dalla bellezza di questo mondo; non fa preferenza di persone.

Il bambino simboleggia il penitente convertito che, dopo essere stato una volta con il cuore gonfio di superbia, altero e borioso nelle parole, tronfio nella sua ricchezza, ora è diventato piccolo, umile e spregevole ai propri occhi. Quando è sveglio, quando cioè richiama alla mente il suo precedente modo di vivere, piange amaramente; divenuto nudo e povero per amore di Cristo non arrossisce, e neppure si vergogna di denudare se stesso nella confessione; se subisce un’ingiuria non si offende, ma corre alla chiesa e prega per coloro che lo calunniano e lo perseguitano.La chiesa lo ha, per così dire, svezzato quando con l’amarezza dei castighi e delle pene gli ha cosparso la mammella del piacere carnale, alla quale era solito succhiare.

Le altre analogie sono chiare, e quindi vanno intese alla lettera.

Quando perciò un mondano si converte e diventa “bambino” di Cristo, con il giubilo del cuore e l’allegria nella voce, dobbiamo prorompere dicendo: “Ci è nato un bambino”. E Giovanni: “La donna”, cioè la chiesa, “quando partorisce” con la predicazione o con la misericordia verso i peccato­ri, “è afflitta; ma quando ha dato alla luce” con la contrizione e con la confessione “il bambino”, cioè il neoconvertito, “ non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo” (Gv 16,21). E di Giovanni “grazia di Dio” [il Battista] è detto: “Molti si rallegreranno della sua nascita” (Lc 1,14).



16. “Ci è stato dato un figlio”. Siano rese grazia a Dio, perché da uno schiavo del mondo e del diavolo abbiamo ricevuto un figlio di Dio, il quale dice nel salmo: “Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato” per mezzo della grazia, tu che ieri eri schiavo a causa della colpa; e giacché sei figlio “chiedi a me, ti darò in possesso le genti”, cioè i pensieri ribelli, “e in eredità e in dominio i confini della terra” (Sal 2,7-8), cioè i sensi del tuo corpo, perché tu sappia dominarli.

“Figlio”, del quale è detto nella Genesi: “Figlio che cresce, Giuseppe, figlio che cresce, e bello di aspetto” (Gn 49,22). “Che cresce” per la povertà, come dice Giuseppe stesso: “Dio mi fece crescere nella terra della mia povertà” (dov’ero povero) (Gn 41,52). “Bello d’aspetto” per l’umil­tà: infatti è detto nella Genesi che “Rachele”, nome che s’interpreta “pecora”, e quindi umile, era “bella nel volto e avvenente di aspetto” –(Gn 29,17). “Ci è stato dato”. “Infatti era morto ed è ritornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,24). E a che scopo ci è stato dato? E a che scopo è stato ritrovato? Proprio per l’esercizio della peniten­za.

 

17. “Ed è stato posto il potere sopra le sue spalle”. Concordano le parole della Genesi: “Issacar è un asino robusto, sdraiato entro i confini. Ha visto che il riposo era bello e che la terra era ottima. Ha piegato le spalle a portare pesi” (Gn 49,14-15).

Issacar, che s’interpreta “uomo della ricompensa”, raffigura il penitente che lavora virilmente per l’eterna ricompensa, ed è quindi chiamato “asino robusto”. Di lui è detto nell’Ecclesiastico: “Cibarie, bastone e soma per l’asino” (Eccli 33,25). Cibo qualunque, perché non venga meno; il bastone della povertà perché non insolentisca e non recaltrici; la soma, il peso dell’obbedienza perché non si disabitui alla fatica. Con queste tre rimedi si prepara la medicina per il penitente.

“È sdraiato entro i confini”. I due confini sono l’ingresso alla vita e l’uscita da essa, la nascita e la morte. È tra questi confini colui che pensando alla sua nascita si umilia, e pensando alla morte piange. Lo stolto non sta entro i due confini, ma piuttosto si sistema al centro di essi. È detto perciò nel libro dei Giudici: “Perché te ne stai tra i due confini per sentire i belati dei greggi?” (Gdc 5,16).

Il centro tra la nascita e la morte è la vanità del secolo, di questo tempo; i greggi sono gli stimoli della carne; ne ascolta i belati, cioè i lusinghieri richiami, colui che si adagia nella vanità del secolo. Invece il penitente, che dimora entro i confini, alza gli occhi della mente e contempla il riposo della gloria beata: quanto sia perfetta nella glorificazione del corpo, come sia veramente una terra di eterna sicurezza, quanto sia insuperata nella contemplazio­ne della Trinità; piega la sua spalla a reggere il potere, cioè il giogo della penitenza, per mezzo della quale domina se stesso e vince le tentazioni. Dice infatti l’Ecclesiastico: “Piega la tua spalla e pòrtala! (Eccli 6,26), la penitenza.



18. “E sarà chiamato ammirabile, consigliere, Dio, forte, Padre del secolo futuro, principe della pace”. In questi sei nomi è compendiata la perfezione del penitente, o del giusto.

Infatti è ammirabile nel diligente esame e nella frequente revisione di se stesso, e vede quindi cose meravigliose nel profondo del suo cuore. Per questo è mirabile anche Giobbe, la cui pazienza tutto il mondo ammira: “Io – diceva – non terrò chiusa la mia bocca: parlerò nell’angoscia del mio spirito, converserò nell’amarezza della mia anima” (Gb 7,11). L’angoscia dello spirito e l’amarezza dell’anima non lasciano nulla fuori discussione, quando tutto viene esaminato e vagliato con la massima diligenza.

È consigliere nelle necessità corporali e spirituali del prossimo, come dice Giobbe: “Fui occhio per il cieco, piede per lo zoppo” (Gb 29,15). Il cieco è colui che non vede nella sua coscienza; lo zoppo è colui che devia dal retto sentiero della giustizia. Ma il giusto è buon consigliere per entrambi, perché al primo è occhio nell’insegnargli a scoprire il guasto della sua coscienza; al secondo è piede, sostenendolo e guidandolo affinché compia i passi delle opere nella via della giustizia.

È Dio. Nel governare i sudditi, il giusto è chiamato “dio” solo di nome, in quanto fa le veci di Dio. Infatti il Signore dice a Mosè: “Ecco che io ti ho costituito “dio” del faraone” (Es 7,1). E anche: “Se non viene scoperto il ladro, il padrone di casa si accosterà a Dio”, cioè ai sacerdoti, e giurerà che non ha allungato la mano sulle cose del suo prossimo” (Es 22,8). E ancora: “Io ho detto: voi siete Dei” (Sal 81,6). In altro senso: Dio si dice in greco Theòs, vale a dire “che guarda” – in quanto deriva da theorèo, guardare – perché guarda tutte le cose; thèo vuol dire anchecorro, perché Dio percorre, passa in rassegna tutte le cose. Il penitente è detto “dio”, cioè che guarda e che percorre: guarda infatti le cose superiori con la contemplazione, e perciò corre con la mente a quelle passate solo per impegnarsi alla penitenza.

È forte nel combattere le tentazioni. Si legge nel libro dei Giudici: “Comparve un giovane leone infuriato, che correva ruggendo verso Sansone. Ma lo Spirito del Signore investì Sansone, il quale squartò il leone come si fosse trattato di fare a pezzi un capretto” (Gdc 14,5-6). Il giovane leone raffigura lo spirito di superbia o di lussuria e simili: infuria con la sua insistenza, rugge con l’astuzia; compare all’improvviso e assale con violen­za. Ma quando lo spirito della contrizione, dell’amore e del timore di Dio investe il penitente, questi squarta lo spirito di superbia simboleggiato nel leone, e fa a pezzi lo spirito di lussuria, simboleggiato nel capretto, a motivo del suo fetore: distrugge meticolosamente quel peccato e le sue circostanze.

È padre del secolo futuro, nella predicazione della parola e in quella dell’esempio. Dice l’Apostolo: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco, finché in voi non sia formato Cristo” (Gal 4,19). E anche: “Io vi ho generato in Cristo, mediante il vangelo” (1Cor 4,15), per l’eterna vita.

È principe della pace nell’armoniosa coabitazione dello spirito e del corpo. Dice Giobbe: “Le fiere della terra”, cioè gli impulsi della tua carne, “ saranno in pace con te; e constaterai che anche la tua tenda gode della pace” (Gb 5,23-24). E anche: “Sepolto”, cioè nascosto al mondo per mezzo della contemplazione, “dormirai sicuro. Riposerai e non ci sarà chi ti spaventi” (Gb 11,18-19).

Si degni di concederci tutto questo, colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

 

Ecco il versetto del profeta Naum, al quale il Santo si riferisce: “Egli distrugge: non sopravviverà due volte la sciagura.

La chiesa insegna che non si può ammettere la reviviscenza dei peccati. Come Cristo ha rimesso i peccati assolutamente, senza condizioni, così la chiesa ha il potere di rimetterli incondizionatamente e definitivamente.

Sant’Antonio mette in evidenza l’assonanza che esiste tra i termini digiti (dita), decem (dieci) e decenter (opportunamente, agevolmente).

Queste parole del Santo fanno pensare ch’egli alluda a qualche esperienza personale.

Dopo il Concilio Lateranense IV (1215), anche il Concilio Vaticano I (1869) ha definito l’incompren­si­bi­lità dell’essenza divina.

Accenna al ritorno di Giacobbe da Carran a Canaan, presso i suoi, dopo vent’anni di servizio presso lo zio Labano, per poter sposare Rebecca.

Il Santo ha qui il termine adamas, in greco Vindomabile, quindi il ferro più duro, l’acciaio. Plinio traduce diamante.

Il termine latino saltus indica una regione selvosa, montuosa, con valli, altipiani e burroni, coperta di foreste dai grandi alberi o da cespugli o rovi.