S. Antonio di Padova: I Sermoni - Parte quinta

DOMENICA XV DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della quindicesima domenica dopo Pentecoste: “Nessuno può servire a due padroni”; si divide in tre parti.

– Anzitutto sermone sulla passione di Gesù Cristo, e sul formare la nostra vita sull’esempio della sua: “L’angelo Raffaele disse a Tobia: Sventra il pesce”, ecc.

– Parte I: Le due componenti dell’anima: “Nessuno può servire a due padroni”.

– Il dominio della ragione e quello della sensualità: “Il Signore fece avere a Tobia il favore di Salmanasar”; e “Morto Salmanasar”; inoltre sermone sulla natura del castoro.

– Il testamento dell’amore di Dio: “Tutti i giorni della tua vita”.

– Parte II: Sermone contro la preoccupazione per le cose temporali: “Vi dico: non preoccupatevi”; inoltre: “Ciro voleva conquistare Babilonia”.

– Sermone ai contemplativi: “Guardate gli uccelli dell’a­ria”; e ancora: “Tobia era della tribù di Neftali”; la natura degli uccelli.

– Sermone contro gli amanti della vanità: “Ho visto gli operatori di iniquità”.

– Sermone sul disprezzo del mondo e sulla contemplazione di Dio: “Se uno entra per mezzo di me”.

– Le tre proprietà del giglio e il loro significato: “Osservate i gigli del campo”.

– Sermone contro i saggi di questo mondo: “Io vi dico che neppure Salomone, in tutto il suo splendore”, ecc.

– Parte III: Sermone sulla triplice Gerusalemme e sulla sua triplice struttura: “Le porte di Gerusalemme sono fatte di zaffiro”.

 

esordio - la passione di gesù cristo e la formazione della nostra vita

 

1. In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: “Nessuno può servire a due padroni” (Mt 6,24).

Leggiamo nel libro di Tobia, che l’angelo Raffaele gli disse: “Sventra il pesce: prendine il cuore, il fiele e il fegato, e mettili da parte per te; sono necessari e utili medicamenti” (Tb 6,5). Vediamo che cosa significhino il pesce, il suo cuore, il fiele e il fegato. Il pesce è figura di Cristo, che dice a Pietro: “Va’ al mare e getta l’amo, e il primo pesce che viene, prendilo, aprigli la bocca e vi troverai uno statere (moneta d’argento): prendila e consegnala a loro per me e per te” (Mt 17,26). Il pesce dunque è figura di Cristo che abitò in questo mare grande e spazioso: egli risalì per primo, cioè si offrì alla morte per la nostra redenzione, affinché ciò che si trovò nella sua bocca, vale a dire nella confessio­ne, fosse dato per Pietro e per il Signore.

Giustamente fu pagato un unico prezzo, ma diviso, perché fu dato per Pietro come peccatore, mentre invece il Signore non aveva commesso peccato. La moneta è lo statere, che vale due didramme (cioè quattro dramme), perché fosse manifesta la somiglianza nella carne (cf. Rm 8,3), in quanto il Padrone (Signore) e il servo vengono liberati allo stesso prezzo. Oppure anche, lo statere nella bocca di Cristo è figura della sua misericordia e della sua giustizia; misericordia quando disse: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi” (Mt 11,28); giustizia quando dirà: “Andate, maledetti, al fuoco eterno” (Mt 25,41).

Sventra dunque questo pesce, medita cioè profondamente sulla vita di Cristo, e vi troverai il cuore, il fiele e il fegato. Con il cuore comprendiamo, con il fiele ci arrabbiamo e con il fegato amiamo. Nel cuore è simboleggiata la sapienza, nel fiele l’ama­rezza e nel fegato l’amore di Gesù Cristo. Con il sapore della sapienza, la quale si estende da un confine all’altro e governa con bontà eccellente ogni cosa (Sap 8,1), condisci la tua insipienza; mescola l’amarezza della sua passione ai tuoi piaceri; metti il suo amo­re al di sopra di ogni altro amore, che senza il suo amore non può essere detto amore ma dolore. Questi sono i medicamenti utili all’anima tua, e se tu li riserverai per te sarai servo non del diavolo ma di Dio, non della carne ma dello spirito, non del mondo ma del cielo.

La sapienza di Cristo spezza il potere del diavolo. Dice Giobbe: “La sua sapienza abbatté il superbo” (Gb 26,12). L’antico avversario è stato sconfitto non dalla forza ma dalla sapienza, perché quando si avventò temerariamente contro Cristo, nel quale non cera nulla che lo riguardasse, a ragione gli sfuggì di mano l’uomo, sul quale aveva un certo diritto di dominare. L’amarezza della passione di Cristo riesce a soffocare anche gli appetiti della carne. Disse qualcuno: Il ricordo del Crocifisso crocifigge i vizi.

E su questo vedi il sermone della domenica di Quinquagesima, sul vangelo: “Un cieco sedeva lungo la via” .

Così pure il contravveleno del suo amore elimina il veleno delle ricchezze. Infatti sta scritto nel libro di Tobia che “il suo fumo”, cioè l’efficacia del suo amore, “scaccia ogni specie di demoni” (Tb 6,8), cioè ogni brama di ricchezze, le quali, come demoni, straziano e fanno soffrire gli uomini. Tutti i ricchi di questo mondo sono come indemoniati, si affannano da una parte all’altra, fatti servi non del vero ma del falso padrone. È proprio di costoro che il vangelo di oggi dice: “Nessuno può servire a due padroni”.

 

2. E osserva che vogliamo dividere il vangelo di oggi in tre parti. La prima: “Nessuno può servire a due padroni”. La seconda: “Vi dico: Non preoccupatevi”. La terza: “Cerca­te prima il Regno di Dio”. La prima tratta dei due padroni, la seconda ci insegna ad eliminare ogni preoccupazione, la terza ci comanda di cercare prima di tutto il regno di Dio. Nota anche che in questa terza domenica di settembre si legge nella chiesa il libro di Tobia, dal quale prenderemo alcuni passi per vederne la concordanza con le tre parti del vangelo.

Nell’introito della messa di oggi si canta il salmo: “Pietà di me, Signore, a te grido tutto il giorno” (Sal 85,3). Si legge poi la lettera del beato Paolo apostolo ai Galati: “Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spi­rito” (Gal 5,25); la divideremo in tre parti e ne vedremo la concordanza con le suaccennate tre parti del vangelo. La prima parte: “Se viviamo nello Spirito”. La seconda parte: “Portate i pesi gli uni degli altri”. La terza parte: “Chi semina nello Spirito”. E fa’ molta attenzione, perché questa epistola si legge con questo vangelo per il fatto che il Signore, nel vangelo, proibisce le preoccupazioni dell’anima, cioè dell’animalità; insegna a cercare il regno di Dio; e Paolo nell’epistola insegna a vivere secondo lo spirito, insegna a seminare non nella carne ma nello spirito, perché solo chi semina nello spirito raccoglierà la vita eterna.

 

I. i due padroni

 

3. “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona” (Mt 6,24).

Considera che l’anima ha due potenze: la ragione e la sen­sualità, che sono come due padroni. Del dominio della ragione, Isacco nella Genesi dice: “Io l’ho costituito tuo padrone e ho posto sotto il suo servizio tutti i suoi fratelli” (Gn 27,37). E questo avviene quando la propria volontà e i sensi del corpo vengono sottoposti al dominio della ragione. Infatti, nello stesso libro, Giacobbe dice di Giuda: “Egli lega alla vigna il suo asinello, e alla vite il figlio della sua asina” (Gn 49,11). Giuda è il penitente, la vigna è la ragione, la vite è la compunzione, l’asina la sensualità, l’asinello i suoi impulsi. Quindi Giuda lega l’asina alla vite e l’asinello alla vigna, quando il penitente domina la sensualità del cuore con la compunzione e costringe sotto il giogo della ragione gli stimoli della sensualità.

E nella Genesi si tratta ancora di questo, dove Giuseppe dice ai suoi fratelli: “Mi sembrava che stessimo legando i covoni in mezzo alla campagna, quand’ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni gli si mossero intorno e si prostrarono davanti al mio. Gli dissero i suoi fratelli: Forse che diventerai nostro re? O che ci sotto­metteremo alla tua autorità?” (Gn 37,7-8). Il covone, in lat. manipulus, manipolo o mannello, perché si prende con le mani, è un fascio di steli di grano. Giuseppe è figura del giusto, il cui mannello è la ragione, che quando si leva diritta per mezzo del disprezzo delle cose temporali e se ne sta immobile nell’altezza della contemplazione, gli altri covoni, cioè i sensi del corpo, si sottomettono al suo potere. Per questo Isacco dice: “Sii il signore dei tuoi fratelli e si prostrino davanti a te i figli di tua madre” (Gn 27,29). E Isaia: “Verranno a te, a capo chino, i figli dei tuoi oppressori”, cioè i desideri della carne, “e adoreranno le orme dei tuoi piedi coloro che ti hanno insultato” (Is 60,14).

E sul dominio della sensualità, dice Mosè: “Poiché non hai servito il Signore tuo Dio con la gioia e la letizia del cuore in mezzo all’abbondanza di ogni cosa, servirai il tuo nemico, il quale ti metterà sul collo un giogo di ferro, finché ti avrà distrutto” (Dt 28,47.48). Poiché Adamo non volle sottomettersi a colui che gli stava sopra, non si sottomise a lui colui che gli stava sotto; anzi Adamo stesso fu costretto a servire al suo nemico, cioè al diavolo, o alla propria carne, della quale nessun nemico è più agguerrito nel recar danno; e il suo ferreo giogo, cioè la sensualità o la carnalità, fu posto sopra il collo della ragione. Infatti l’Ecclesiastico dice: “Qual giogo pesante grava sui figli di Adamo, dal giorno della loro nascita!” (Eccli 40,1). Il giogo pesante sopra i figli di Adamo dal giorno della loro nascita è il peccato originale, ossia il fomite del peccato, o la concupiscenza, alla quale, dice Agostino, non si deve permettere di comandare. E ci sono le sue brame, cioè le concupiscenze di ogni giorno, che sono le armi in mano al diavolo, che provengono dalla debolezza della natura. Questa debolezza è il tiranno che dà origine ai cattivi desideri.

Vuoi sentire quanto pesante è il giogo dei figli di Ada­mo? Ascolta che cosa sta scritto nei Dogmi ecclesiastici: Tieni per certo, senza il minimo dubbio, che tutti gli uomini, concepiti dall’accoppiamento dell’uomo e della donna, nascono con il peccato originale, soggetti all’empietà, de­stinati alla morte, quindi per natura figli dell’ira (cf. Ef 2,3), dalla quale nessuno può essere liberato se non per mezzo della fede nel Mediatore fra Dio e gli uomini.

 

4. Quindi: “Nessuno può servire a due padroni”. E su questi due padroni abbiamo una concordanza nel libro di Tobia dove si fa menzione di Salmanasar e di Sennacherib: “Il Signore permise che Tobia godesse del favore del re Salmanasar, il quale gli diede il permesso di andare dove voleva e la libertà di fare tutto ciò che voleva” (Tb 1,13-14). Salmanasar s’interpreta “pacificatore degli angosciati”, ed è figura della ragione che, quando è lei che comanda, ridà la pace alla mente angosciata, illumina la coscienza, consola il cuore, lenisce le asprezze, alleggerisce i gravami. E se l’uomo si sottomette alla ragione, trova la grazia, diviene libero, ha la possibilità di andare dove vuole e di fare ciò che vuole.

O libera schiavitù e schiava libertà! Non è il timore che rende schiavo o l’amore che rende libero, ma piuttosto il timore che rende libero e l’amore che rende schiavo. Al giusto non viene imposta la legge (cf. 1Tm 1,9), perché è proprio lui legge a se stesso (cf. Rm 2,14). Ha infatti la carità, vive sottomesso alla ragione, e quindi va dove vuole e fa ciò che vuole. “Io – dice il Profeta – sono il tuo schiavo e figlio della tua schiava” (Sal 115,16). Fa’ attenzione alle parole: schiavo e figlio; schiavo e quindi figlio. O dolce timore che fai dello schiavo un figlio! O amore vero e benefico che fai del figlio uno schiavo!

“Figlio della tua schiava” – dice. O uomo, se vuoi godere della libertà, infila il tuo collo nella sua catena e i tuoi piedi nei suoi ceppi (cf. Eccli 6,25). Non c’è gioia più grande della libertà: ma non potrai goderla se non piegherai il collo della superbia alla catena dell’umiltà, e non chiuderai i piedi degli affetti carnali nei ceppi della mortificazione. Solo allora potrai dire: “Io sono il tuo schiavo, figlio della tua schiava”.

E sempre nel libro di Tobia leggiamo che, morto il re Salmanasar, regnò al suo posto Sennacherib il quale, avendo in odio i figli di Israele, comandò che Tobia fosse ucciso e ne confiscò tutti i beni. Tobia però fuggì con il figlio e la moglie, e visse nascosto, privo di tutto (cf. Tb 1,18.22-23). Sennacherib s’interpreta “che elimina il deserto”, e raffigura la sensualità, cioè la concupiscenza della carne, la quale elimina dalla mente dell’uomo il deserto della penitenza. La concupiscenza comanda solo quando muore la ragione. Il regresso della virtù segna il successo del vizio. La concupiscenza ha in odio i figli d’Israele, cioè i penitenti, i quali crocifiggono la loro carne insieme con i vizi e le concupiscenze (cf. Gal 5,24).

Sta scritto nel libro dell’Esodo: Gli egiziani odiavano i figli d’Israele (cf. Es 1,13). La concupiscenza per mezzo dei suoi complici, cioè dei sensi del corpo, fa ogni sforzo per uccidere lo spirito e svuotarlo di ogni sostanza, cioè delle virtù. E le virtù sono chiamate giustamente sostan­za, perché sono il sostegno dell’uomo e fanno sì che non cada, che non si distacchi dalle cose eterne. E per essere in grado di conservare le virtù, è necessario che il giusto se ne fugga con moglie e figlio e viva nascosto e nudo, cioè privo di tutto.

Fa’ attenzione a queste tre parole: fuggire, nudo, e nascosto. Vuoi anche tu sottrarti alla concupiscenza della carne? Fuggi! “Fuggite la fornicazione” (1 Cor 6,18). Nella Genesi si racconta che Giuseppe, “lasciato il mantello nelle mani della sua padrona, fuggì e uscì dalla casa”(Gn 39,12). Lasciò il mantello per non perdere Dio.

La Storia Naturale dice che quell’animale che si chiama castoro ha i testicoli che sono potenti rimedi per guarire dalla paralisi, ed è per questo che i cacciatori ne vanno a caccia. Ma quell’animale, indovinando il motivo per cui gli danno la caccia, se li strappa e li getta a coloro che lo inseguono. Per questo appunto è chiamato castoro, perché castra se stesso. Invece l’uomo, nella sua stoltezza, fa tutto il contrario e per salvare le sue miserabili glandole, assecondando la sua turpe lussuria, si consegna al diavolo. “Come alla vista del serpente, fuggi il peccato!” – dice l’Ecclesiastico (Eccli 21,2).

Nudo, spiritualmente, è colui che nulla attribuisce a se stesso ma tutto a Dio, e che non si nasconde, come Adamo, con le foglie di fico; è colui che non si copre con il mantello della scusa di sé, e dell’accusa degli altri; è colui che si riconosce nudo, come quando è uscito dal grembo di sua madre. Ugualmente, vive nascosto colui che dimora tranquillo nel conclave, nel segreto della sua coscienza, lontano dal chiasso delle cose temporali e dei cattivi pensieri. È colui che sopporta con pazienza le ingiurie, che non si lamenta nelle avversità e che non si gloria quando le cose vanno bene.

La moglie e il figlio di Tobia raffigurano la buona volontà e le opere buone: è ciò che dobbiamo portare sempre con noi, dovunque siamo diretti. Dice il vangelo: “Prendi il bambino”, cioè le tue opere buone, “e sua madre”, cioè la buona volontà che le ha prodotte, “e fuggi in Egitto”, cioè riconòsciti esule e povero; oppure considera le tenebre dei tuoi peccati, “e rimani laggiù finché io te lo dirò” (Mt 2,13), cioè riconòsciti peccatore, medita sul tuo esilio fino al tempo in cui io ti dirò “àlzati, affrèttati, amica mia, e vieni. Ormai l’inverno è passato, la pioggia è cessata, se n’è andata” (Ct 2,10-11). Se dunque vuoi affrettarti, è necessario che tu fugga da Sennacherib e ti assoggetti alla ragione e non alla sensua­lità. Riconosciamo quindi che “nessuno può servire a due padroni”.

 

5. “Infatti, o odierà l’uno e amerà l’altro; o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro”. Fa’ attenzione a queste quattro parole: amerà, preferirà, odierà, disprezzerà. Se ami la vita, odi la vita; se preferisci il superiore, disprezzi l’inferiore. E viceversa: Ama te stesso, quale ti ha fatto colui che ti ha amato; odia te stesso, quale tu stesso ti sei fatto; rinfranca la parte superiore di te, e disprezza la parte inferiore. Ama te stesso per lo scopo per il quale ti ha amato colui che si è dato per te; odia te stesso, in quanto hai avuto il coraggio di odiare ciò che Dio ha fatto e amato in te. Questo è ciò che Tobia ha detto al suo figlio: “Tutti i giorni della tua vita, abbi sempre Dio nella tua mente; guardati dall’acconsentire al peccato e dal trasgredire i comandi del nostro Dio” (Tb 4,6).

O parola più dolce del miele e di un favo di miele. “Abbi sempre Dio nella tua mente!”. O mente, beata più di ogni beato, felice più di ogni altro, se sempre avrai Dio! Che cosa ti manca? Che cosa puoi avere di più? Hai tutto, perché hai colui che tutto ha creato, che da solo è in grado di saziarti, e senza del quale tutto ciò che esiste è nulla. Abbi dunque sempre Dio nella mente.

Ecco quale testamento Tobia affidò al suo figlio, quale eredità gli lasciò: “Abbi sempre Dio nella mente”. O eredità che tutto possiede, fortunato chi ti possiede, felice chi ti consegue! O Dio, che cosa posso dare per avere te? Pensi che se darò tutto, potrò avere te? E a qual prezzo posso averti? Sei più sublime del cielo, sei più profondo degli inferi, sei più vasto della terra e più largo del mare. In che modo un verme, un cane morto, una pulce (cf. 1Re 24,15), un figlio dell’uomo, potrà posseder­ti? È come dice Giobbe: “Non può essere scambiato a peso d’argento, non può essere posto a confronto con le rare essenze delle Indie, non con le gemme più preziose e con gli zaffiri. Non potrà mai uguagliarlo l’oro o il cristallo, né si potrà permutare con vasi d’oro purissimo” (Gb 28,15-18).

O Signore Dio, io non ho tutto questo; che cosa dunque devo dare per avere te? Da’ te stesso a me – risponde – e io darò me stesso a te. Da’ a me la tua mente, e nella tua mente avrai me. Tieni per te tutte le tue cose, soltanto dammi la tua mente. Sono frastornato dalle tue parole, non ho bisogno di sapere i fatti tuoi: dammi solo la tua mente.

Fa’ attenzione che dice sempre. Vuoi avere sempre Dio nella mente? Abbi sempre te stesso di fronte a te. Dove è l’occhio, lì c’è la mente; abbi sempre l’occhio fisso su te stesso. Tre cose ti ricordo: la mente, l’occhio e te stesso. Dio è nella mente, la mente è nell’occhio, l’occhio è in te. Quindi se vedi te, hai Dio in te. Vuoi avere sempre Dio nella mente? Abbi te stesso, quale egli ti ha fatto. Non andare in cerca di un diverso te stesso. Non voler far te stesso diverso da quello che lui ti ha fatto, e così avrai sempre Dio nella tua mente.

“Non potete servire a Dio e a mammona”. Qui la Glossa commenta: Mammona, in lingua siriaca, significa ricchezza: servire alla ricchezza significa rinnegare Dio. Non dice avere la ricchezza, ciò che è lecito, purché venga bene impiegata, ma esserne schiavi, il che è proprio dell’avaro. Si dice anche che questo sia il nome di quel demonio che presiede alle ricchezze: non perché siano in suo potere, ma perché di esse si serve per ingannare, accalappiando con i lacci delle ricchezze.

Maledetta mammona! Ahimè, quanti religiosi ha accecato! Quanti claustrali ha infatuato! Quanti secolari ha precipi­tato all’inferno. Essa è lo sterco di rondine che ha reso ciechi gli occhi di Tobia (cf. Tb 2,10-11).

Su questo argomento vedi il sermone della domenica di Quinquagesima, sul vangelo “Un cieco sedeva lungo la via”.

 

6. Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola: “Se viviamo dello spirito, camminiamo anche secondo lo spirito”(Gal 5,25).

In questa prima parte l’Apostolo mette a confronto tra loro la ragione e la concupiscenza della carne. È la ragione che ci fa vivere e camminare secondo lo spirito, che ci guida cioè a condurre una vita santa; al contrario è la concupiscenza che ci fa “bramosi della vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri” (Gal 5,26). Così pure è a causa della concupiscenza, se uno è soggiogato da qualche vizio; invece è frutto della ragione che gli spirituali, che usano cioè la ragione, correggano il col­pevole con spirito di dolcezza: infatti è proprio della ragione, l’abbiamo detto, tranquillizzare gli angosciati (cf. Gal 6,1).

Ti preghiamo, dunque, Signore Gesù, di infondere in noi la luce della tua grazia, affinché viviamo guidati dalla ragione, sottomettiamo la carne, e possiamo giungere a te, che sei la vita. Accordacelo tu, che sei benedetto nei secoli. Amen.

 

II. bandire le preoccupazioni

 

7. “Io vi dico: non preoccupatevi di quello che mangerete, o per il vostro corpo di quello che indosserete. Forse che la vostra anima (vita) non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo... i gigli del campo... l’erba del prato”, ecc. (Mt 6,25-30).

Fa’ attenzione che in questa seconda parte vengono poste in evidenza tre entità di particolare importanza, e cioè: gli uccelli, i gigli, l’erba. Trattiamone singolarmente.

“Io vi dico” di non farvi distogliere dalle cose eterne, preoccupandovi di cose che non valgono nulla; “di non preoccuparvi”, perché questo significa essere schiavi delle ricchezze; “dell’anima” (della vita), della vostra animali­tà, alla quale sono necessarie queste cose, cioè il vitto e il vestito. Dice la Glossa: Con il sudore del volto si guadagna il pane; quindi la fatica è necessaria, mentre la preoccupazione dev’essere bandita perché turba la mente, in quanto teme di perdere ciò che possiede o teme che non riesca ciò a cui si lavora.

“L’anima non vale forse più del cibo?” Qui per anima si intende vita, che si mantiene con il cibo. È come se dicesse: Colui che ha dato il più, cioè la vita e il corpo, darà anche il meno, cioè il vitto e il vestito. E nessuno dubiti della veridicità di queste promesse; l’uomo sia come dev’essere, e subito gli verranno date tutte le cose, che del resto sono state create per lui. La preoccupazione distrae la mente, dopo averla distratta la divide, dopo averla divisa, il diavolo la rapisce e così la uccide.

Nella Storia Scolastica (Comestore), dove parla delle vicende del profeta Daniele, si racconta che Ciro, essendo intenzionato a conquistare la città di Babilonia, lontano dalla città divise l’Eufrate in tanti canali, e rese così guadabile il letto del grande fiume che attraversava la città stessa. Andando per il letto del fiume, i suoi soldati entrarono nella città passando sotto le sue mura, e così fu ucciso il re Baltasar.

Quella città è figura dell’anima; l’Eufrate è la mente dell’uomo, il letto del fiume è la grazia dello Spirito Santo. Il diavolo dunque, bramando impossessarsi della nostra anima, divide dapprima la mente tra svariate preoc­cupazioni, alcune sotto il pretesto della necessità, altre sotto il pretesto della carità fraterna; e quando la mente è divisa in questo modo tra diverse preoccupazioni, si inaridisce il fiume della compunzione; quando questo è del tutto disseccato, la città viene presa e la ragione viene uccisa. Per questo “vi dico: non preoccupatevi!”

 

8. “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai, eppure il Padre vostro celeste li nutre” (Mt 6,26). Gli uccelli del cielo sono i santi, librati nell’aria sulle ali della contemplazione: essi sono così lontani dal mondo, che ormai in terra non si angustiano per nulla, non si affannano, ma vivono già in cielo per mezzo della contemplazione.

E su questo abbiamo una concordanza nel libro di Tobia, dove si dice dello stesso Tobia e di Sara, figlia di Raguele, che furono come due uccelli del cielo. Di Tobia: “Tobia, della tribù e della città di Neftali, situata nella parte superiore della Galilea, sopra Naasson, dopo la strada che porta a ponente, e che ha alla sua sinistra la città di Sefet” (Tb 1,1). Tobia s’interpreta “buono del Signore”, Neftali “larghezza”, Galilea “ruota”, Naasson “auspicio” e Sefet “lettera” o “bellezza”.

Tobia è figura del giusto, il quale è convinto che il bene che c’è in lui non gli appartiene ma è del Signore, e dice con il Profeta: “Hai usato bontà con il tuo servo, o Signore” (Sal 118,65); e con Isaia: Sei tu, Signore, l’autore di tutte le nostre opere (cf. Is 26,12). “Egli ci ha fatti, e non noi” (Sal 99,3). Ed è scritto che questo “buono del Signore” era della tribù e della città di Neftali. Infatti egli è figlio e cittadino della larghezza, cioè della carità. “Molto largo è il tuo comandamento, Signore” (Sal 118,96). Cristo ha dato il suo testamento ai figli, quando ha detto: “Questo è mio comandamento, che vi amiate a vicenda come io ho amato voi” (Gv 15,12); e il giusto, in quanto suo figlio, per diritto ereditario, è in possesso di questo testamento, e dimora sempre in esso come in una città. “Io abiterò nell’eredità del Signore” (Eccli 24,11), “perché la mia eredi­tà mi è molto preziosa” (Sal 15,6).

E dov’è questa città? “Nella parte superiore della Galilea, sopra Naasson”. Guarda il volatile che vola nelle regioni superiori: “Io, dice il Signore, sono di lassù, voi siete di quaggiù” (Gv 8,23). Voi girate per terra come una ruota – la ruota si chiama così perché ruit, precipita –, e voi ruitis, precipitate di vizio in vizio. Invece la città del giusto, del “buono del Signore”, si trova non nelle zone inferiori, ma nelle parti superiori della Galilea, perché supera la ruota del mondo, tende alle sfere superio­ri e abbandona quelle più basse e volubili. La sua città è sopra Naasson, perché auspica le cose superiori, contempla cioè le cose celesti. Ecco quindi che la storia di Tobia concorda mirabilmente con il vangelo.

Auspicio si dice in lat. augurium, come dire avigarrium o avigerium, cinguettìo, ed è l’arte divinatoria, per la quale uno osserva gli uccelli, cosa fanno e come cantano o cinguettano. Uccello si dice in lat. avis, termine composto da a privativo, senza, e via, quindi senza via, perché l’uccello non percorre una via stabilita. Il contemplativo infatti, quando si alza alle sfere superiori, non ha una via stabilita o diritta, perché la contemplazione non è in potere del contemplativo, ma dipende dalla volontà del creatore, il quale elargisce la dolcezza della contemplazione a chi vuole, quando vuole e come vuole. Dice infatti Geremia: “Lo so, o Signore, che l’uomo non è padro­ne della sua via, e non è in potere di chi cammina dirigere i propri passi” (Ger 10,23).

Considera che alcuni uccelli hanno delle lunghe zampe, e quando volano le tengono distese all’indietro. E ce ne sono altri che hanno le zampe molto corte, e quando volano le tengono strette al ventre per non esserne impediti nel volo, e la cortezza delle zampe non impedisce il volo.

Ci sono due categorie anche nei contemplativi. Ce ne sono alcuni che si dedicano agli altri e si prodigano per essi. Ce ne sono altri che non si dedicano né al prossimo né a se stessi e si privano perfino delle cose necessarie. I primi hanno le estremità lunghe, i secondi le hanno corte. I primi, quando si dedicano alla preghiera, si innalzano subito alla contemplazione; essi distendono all’indietro le estremità, cioè i sentimenti e gli affetti con i quali provvedono alle necessità del prossimo, per non esse­re impediti nel loro volo. O fratello, quando servi al tuo fratello, stendi i tuoi piedi davanti a te e impegna con lui tutto te stesso. Quando invece ti rivolgi a Dio, stendi i tuoi piedi all’indietro, perché il tuo volo sia libero. Incurante di ciò che sarà, del servizio e delle opere buone, di ciò che hai fatto e di ciò che farai, lascia da parte ogni fantasticheria quando sei in preghiera: è proprio in quel momento infatti che sopraggiungono tutti i pensieri inutili che ostacolano l’animo del contemplativo.

I secondi invece, che hanno le gambe corte, che non attendono né agli altri né a se stessi, tengono i piedi stretti al ventre, riducono e attenuano nella mente i propri sentimenti, si raccolgono in se stessi affinché la mente, concentrata in una cosa sola, possa spiccare il volo con più facilità e fissare l’occhio dell’anima nell’aureo splendore del sole, senza restare abbagliata. Giustamente quindi è detto: “Tobia, della tribù e della città di Neftali, che si trova nella parte superiore della Galilea, sopra Naasson”.

 

9. “Dopo la strada che porta a ponente, che ha a sinistra la città di Sefet”. Il giusto abbandona la strada spaziosa che porta a ponente, cioè alla morte. Dice il Profeta: “La loro strada sia buia e scivolosa e l’angelo del Signore li perseguiti” (Sal 34,6). La strada dei peccatori nella vita presente è buia a motivo della cecità della loro mente, e scivolosa a motivo delle iniquità che compiono. In punto di morte sarà l’ange­lo del male a perseguitarli e a incalzarli, fino a precipi­tarli nell’abisso ardente di fuoco.

Il giusto invece ha alla sua sinistra la città di Sefet, cioè della cultura e della bellezza, perché reputa sinistra e falsa la scienza ingannatrice, e condanna la filosofia mondana e la bellezza passeggera. “Guardate, perciò, gli uccelli del cielo”.

Sempre nel libro di Tobia, si racconta che Sara “salì nella stanza al piano superiore della sua casa, e per tre giorni e tre notti restò senza mangiare e senza bere; continuò sempre a pregare e con le lacrime supplicava il Signore” (Tb 3,10-11). Ecco dunque Sara, nome che s’interpreta “grazia” che, come un grande uccello, sale in alto. Anche il giusto prega nella stanza più alta della sua mente. Anche Cristo infatti prega sul monte e Daniele nella sua stanza. Anche Eliseo ed Elia hanno la loro stanza, e Cristo nella stanza, nel cenacolo, celebra la Pasqua. “Per tre giorni e tre notti”. Il giusto infatti, sia nella prosperità che nelle avversità, innalza la sua preghiera alla Trinità.

Fa’ attenzione, nel racconto di Sara, all’ordine delle parole: prima sale alla stanza del piano superiore; poi sta senza mangiare e bere; persevera nella preghiera, quindi si profonde in lacrime. Anche chi vuole volare deve seguire quest’ordine. Prima di tutto deve sollevare l’animo dalle cose terrene, poi castigare il suo corpo, quindi persevera­re nella preghiera, e in fine piangere. Commenta la Glossa: La preghiera commuove Dio, le lacrime lo costringono. La lacrima unge, la preghiera punge. “Guardate dunque gli uccelli del cielo”.

Considera anche quanto appropriata sia la concordanza della storia di Tobia e Sara con l’introito della messa di questa domenica: Abbi pietà di me, o Signore, perché a te grido tutto il giorno. Tu sei benigno e dolce, Signore, e ricco di misericordia con quelli che ti invocano (cf. Sal 85, 3.5). Nel libro di Tobia si legge appunto che Tobia e Sara supplicarono il Signore, invocando la sua misericordia. Tobia “incominciò a pregare tra le lacrime dicendo: Tu sei giusto, Signore, e giusti sono tutti i tuoi giudizi, e tutte le tue vie sono misericordia e verità. E ora, Signo­re, agisci con me secondo la tua volontà” (Tb 3,1-2.6), ed abbi misericordia. E Sara pregò così: “Benedetto è il tuo nome, Signore, Dio dei nostri padri, che dopo esserti adirato usi misericordia, e nel tempo della tribolazione perdoni i peccati a quelli che t’invocano. È certo, Signore, per chiunque ti onora, che se la sua vita è messa alla prova, egli sarà coronato; e se si troverà nella tribolazione sarà liberato; e se anche sarà castigato, conseguirà poi la tua misericordia. Infatti tu non godi della nostra rovina, e dopo la bufera fai ritornare il bel tempo, e dopo le lacrime e i sospiri infondi la gioia. Il tuo nome, Dio d’Israele, sia benedetto nei secoli” (Tb 3,13.21-23).

Tutti e due incominciano la loro preghiera con le parole dell’introito: “Abbi pietà, Signore!...”. E quanto il Signore sia stato con loro benigno, dolce e ricco di misericordia, è chiaro dalle parole che seguono: “In quello stesso momen­to la preghiera di tutti e due fu accolta davanti alla glo­ria del sommo Dio, e fu mandato il santo angelo di Dio Raffaele a risanarli, essendo state le loro preghiere presentate al cospetto di Dio nello stesso momento” (Tb 3,24-25).



10. Ritorniamo al nostro argomento. “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non raccolgono e non ammassano nei granai”. Fa’ attenzione a quelle tre parole. La prima è “seminare”, la seconda “mietere”, la terza “ammassare”. Vediamone il significato.

Dice Giobbe: “Ho visto quelli che coltivano l’iniquità, che seminano dolori e li raccolgono: al soffio di Dio periscono, e dallo sfogo della sua ira sono annientati” (Gb 4,8-9). Semina dolori chi compie cattiverie, e li raccoglie chi facendo il male ne ricava vantaggi.

A questo proposito, il profeta Osea dice: “Avete arato empietà e mietuto ingiustizia, avete mangiato il frutto della menzogna” (Os 10,13). Ara l’empietà chi trama il male nel suo cuore. Miete ingiustizia chi mette in opera il male che ha tramato. Mangia il frutto della menzogna chi accampa falsi pretesti per il male compiuto e se ne ripromette l’impunità. Il serpente, nel paradiso terrestre, arò l’ini­quità, Eva mieté l’ingiu­stizia e Adamo mangiò il frutto della menzogna, dicendo: “La donna che mi hai dato per compagna, mi ha ingannato” (Gn 3,12).

Il diavolo ara con le suggestioni, la carne miete con il piacere, lo spirito mangia quando la ragione acconsente alla sensualità. Ripeta dunque Giobbe: “Ho visto quelli che coltivano l’iniquità, che seminano dolori e li raccolgono: al soffio di Dio sono andati in rovina”.

Osserva che quando noi soffiamo, prima aspiriamo l’aria da fuori a dentro, poi la espiriamo da dentro a fuori. Si dice dunque che al momento della retribuzione Dio “soffia”, perché dai fatti esterni egli formula dentro di sé il giudizio, quindi dal suo consiglio interiore proclama all’esterno la sentenza; dai nostri peccati, che egli vede come al di fuori, istituisce dentro di sé il giudizio, e da ciò che ha stabilito dentro di sé, rende pubblica la condanna.

O ciechi, danarosi e voluttuosi, resi ciechi dallo sterco delle rondini, mammona dei demoni, guardate gli uccelli del cielo che contemplano le cose celesti: essi non seminano l’empietà, non mietono l’ingiustizia né accumulano i frutti della menzogna; per questo il Padre celeste li nutre con la compunzione delle lacrime, con l’amarezza dei sospiri, con il desiderio delle cose eterne. Li nutre quando immette in essi la povertà e l’umiliazione della sua Incarnazione, le sofferenze della sua passione, la letizia della sua risurrezione. Li nutre con la dolcezza della contemplazione, con il gaudio della beatitudine celeste.

 

11. Gesù stesso, nel vangelo di Giovanni, dice: “Se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Gv 10,9). Se uno entra attraverso di me, vale a dire attraverso il mio costato aperto dalla lancia, se entra con la fede, con la passione e la compassione, sarà salvo, come la colomba che si rifugia nella fenditura della roccia (cf. Ct 2,14) per sfuggire all’avvoltoio che le dà la caccia; e così entrerà per controllare, per discutere ed esaminare se stesso, e poi uscirà per considerare, calpe­stare, disprezzare e fuggire la vanità del mondo. La vita del giusto si fonda sempre su queste due realtà: quando entra in se stesso non trova che da piangere, quando esce non vede che cose da fuggire.

Nell’entrare c’è la mestizia. Infatti il penitente dice con il salmo: “Entravo ogni giorno pieno di tristezza” (Sal 37,7). Perché noi, miserabili, non ci rattristiamo? Di certo, perché non entriamo (in noi stessi) a considerare la nostra malizia e la nostra miseria. Oh, se tu entrassi in te stesso, non vedresti in te se non dolore e tribolazione. Allora cesserebbe il riso, non ci sarebbe posto per la gioia: l’afflizione e l’angoscia seppellirebbero ogni piacere. Sara, figlia di Raguele, era entrata in se stessa, quando diceva: “Tu sai, Signore, che mai ho desiderato un uomo, e ho sempre conservato la mia anima pura da ogni concupiscenza. Mai mi sono unita con chi vuole solo divertirsi, né ho cercato la compagnia di chi vive con leggerezza” (Tb 3,16-17).

Parimenti nell’entrare del giusto è simboleggiata la fuga. Dice infatti: “Mi sono allontanato fuggendo e abitai in solitudine (nel deserto)” (Sal 54,8). Dunque, entrerà e uscirà, e in tutto questo troverà i pascoli: li troverà cioè nel costato di Cristo, nelle proprie sofferenze, nel disprezzo del mondo.

Nel costato di Cristo il giusto troverà il pascolo, e quindi può dire: La mia delizia è stare con il Figlio dell’uomo (cf. Pro 8,31), sospeso sul patibolo della croce, confitto con i chiodi, abbeverato di fiele e di aceto, trafitto al costato. O anima mia, queste sono le tue delizie, di queste devi godere, in queste devi trovare la tua gioia. Anche Isaia ti dice: “Allora vedrai, sarai nell’abbondanza, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore” (Is 60,5). Vedrai, o anima, il Figlio di Dio appeso al patibolo, e allora sarai inondata di delizie e di lacrime, palpiterà il tuo cuore per la misericordia del Padre che, pur vedendo il suo Figlio appeso alla croce, non lo deponeva. O Padre, come hai potuto trattenerti. Perché non hai squarciato i cieli e non sei disceso a liberare il tuo Figlio diletto? E nello stupore per tutto questo, il tuo cuore si dilaterà nell’amore del Padre, il quale ci ha dato il Figlio che ci ha redenti, e lo Spirito Santo che ha operato la nostra salvezza.

Inoltre il giusto trova i suoi pascoli nella sofferenza del cuore e nel disprezzo del mondo. Giobbe, parlando dell’ònagro (asino selvatico), cioè del penitente, dice: “Gira intorno gli occhi ai monti del suo pascolo e cerca tutto ciò che verdeggia” (Gb 39,8). I monti del pascolo raffigurano la contemplazione delle cose eterne, che è nutrimento interiore, e quando le considera è preso da afflizione e pianto. È proprio di questo penitente ricercare tutto ciò che verdeggia, sprezzando le cose transitorie e bramando solo quelle che durano per l’eternità. Tutte le cose poste quaggiù temporaneamente e destinate a finire, sono aride e riarse, e sono disseccate dai godimenti della vita presente come dal sole in esta­te. Al contrario, sono dette “verdeggianti” quelle cose che nessuna temporaneità può disseccare. Giustamente quindi dice il Signore: “Il Padre celeste li nutre”.

“Chi di voi, per quanto si sforzi, può aggiungere un cu­bito alla sua statura? E perché vi preoccupate del vestito?” (Mt 6,27-28). Più sopra ha parlato del cibo, ora parla del vestito.

Lasciate dunque la cura di coprire il corpo a colui che lo ha fatto giungere a questa misura. E il Signore convali­da la sua esortazione a riguardo del vestito, con un esempio molto pertinente: “Osservate i gigli del campo, come crescono: non lavorano e non filano. Ebbene, io vi dico che neppure Salomone, con tutta la sua gloria, fu mai vestito come uno di essi” (Mt 6,28-29).

La Glossa commenta: Quale porpora di re, quale disegno di tessitrice può essere para­gonato ai fiori? Il colore stesso è detto “veste” dei fiori, come diciamo: Questi si è coperto di rosso. Salomone, che “fiorì” più di tutti gli altri sovrani, in tutta la sua gloria, in tutto il suo splendore, non fu mai coperto come uno di questi fiori. Infatti non poté coprirsi del colore della neve, come si copre il giglio, nel del color roseo come la rosa, e così dicasi degli altri colori.

 

12. Senso morale. Considera che nel giglio ci sono tre proprietà: il medicamento, il candore e il profumo. Il medicamento si trova nella sua radice, il candore e il profumo nel fiore. E queste tre proprietà raffigurano i penitenti, poveri nello spirito, che crocifiggono le membra con i loro vizi e le loro concupiscenze, che custodiscono l’umiltà nel cuore per soffocare l’impudenza della superbia, il candore della castità nel corpo e il profumo della buona fama.

Essi sono detti gigli del campo, non del deserto, e non del giardino. Nel campo sono indicate due cose: la sodezza della santità e la perfezione della carità. Il campo è il mondo (cf. Mt 13,38): per il fiore, resistere nel campo è tanto difficile quanto meritorio. Fioriscono nel deserto gli eremiti, che si mettono al riparo dall’umana compagnia. Fioriscono nel giardino recintato i claustrali, che sono tutelati dalla vigilanza umana. Ma è molto più meritorio (eroico) che i penitenti riescano a fiorire nel campo, cioè nel mondo, dove tanto facilmente si distrugge la duplice grazia del fiore, vale a dire la bellezza della vita santa e il profumo della buona fama.

Per questo Cristo stesso si gloria di essere un fiore del campo, quando dice nel Cantico dei Cantici: “Io sono il fiore del campo” (Ct 2,1). Così anche la beata vergine Maria, sua madre, può gloriarsi, perché nel mondo non ha perduto il fiore, pur non essendo né reclusa né monaca, ma ritenendo più eroico fiorire nel mondo, anziché in un giardino o nel deserto. Benché esporsi a questo, dice Agostino, sia piuttosto pericoloso, riuscire a farlo è un grande risultato. Nel campo, o nella campagna, si fanno di solito i combattimenti: anche nel mondo c’è una lorra continua: lotta ingaggiata dalla carne, dal mondo stesso e dai demoni; e nella lotta è indispensabile una santità solida, che deve mantenersi imbattibile contro ogni pericolo. Chi vuole uscire in campo per combattere, misuri prima le sue forze, se è in grado di resistere in così aspra lotta. È preferibile fiorire nel giardino o nel deserto, piuttosto che marcire nel campo; è molto meglio durare lì, che soccombere qui.

Inoltre, nell’essere chiamati “gigli del campo”, è indi­cata la perfezione della carità, in quanto i gigli sono al­la portata di chiunque li voglia cogliere. “Da’ a chiunque ti chiede” (Lc 6,30), dice il Signore; offri la tua buona volontà, se non hai la possibilità; e se le dai entrambe, molto meglio.

“Osservate dunque i gigli del campo, come crescono: non lavorano né tessono”. Fa’ attenzione a queste tre cose: crescono, non lavorano, non tessono. Per questo i giusti crescono di virtù in virtù, perché non lavorano e non tessono: tessere vuol dire attorcigliare i fili, ossia filare. Non lavorano a far mattoni in Egitto, vale a dire nei piaceri della carne; e non tessono, cioè non attorci­gliano i vari fili dei pensieri attorno a cose temporali. Vuoi crescere? Non affaticarti intorno a te stesso e non tessere per il mondo, e così sarai povero. Dice infatti Giuseppe nella Genesi: “Dio mi ha fatto crescere nella terra della mia povertà” (Gn 41,52). Nella terra della povertà, vale a dire nell’umiltà del cuore, cresce il giusto: quando diminuisce in stesso, in lui cresce Dio. Anche Giovanni Battista diceva: “Egli deve crescere, io invece diminuire” (Gv 3,30). Quando diminuisci te stesso, cresce in te Dio.

Dice Isaia: “Il più piccolo diventerà un migliaio, e il pargoletto diventerà una nazione fortissima” (Is 60,22). E questo si avvera quando chi è umile ai propri occhi viene innalzato alla perfezione del pensiero e dell’azione. E il salmo: “L’uomo si avvicinerà al cuore profondo, e Dio sarà esaltato” (Sal 63,8). Altus, in lat. si riferisce sia all’altezza che alla profondità: alto (e profondo) è il cielo, e alto (e profondo) è il mare. Quando dunque tu ti avvicini al cuore profondo, cioè alla profondità del cuore, vale a dire all’umiltà, allora in te viene esaltato Dio, il quale ti farà salire al di sopra di tutte le cose terrene, nelle quali “c’è solo vanità e afflizione di spirito” (Eccle 1,14).

“Riflettete” dunque voi, o mondani, innamorati di questo tempo che fugge, “voi che vi affaticate e siete oppressi” (Mt 11,28), voi che attorcigliate fili senza numero, “guardate come crescono i gigli del campo”.

 

13. “Io vi dico che neppure Salomone”. Il sapientissimo Salomone sta qui ad indicare i sapienti di questo mondo che, con la loro gloria frivola e passeggera, con tutta la loro scienza che gonfia, con tutta la loro eloquenza menzo­gnera non sono vestiti come uno di questi poveri di Cristo. Questi sono vestiti del candore della purezza, quelli della ruggine della concupiscenza carnale; questi li copre la povertà e la nudità, quelli li scopre l’abbondanza. Sono coperti della loro iniquità ed empietà (cf. Sal 72,6), ma scoperti di virtù; si vestono qui, ma solo per essere denudati altrove.

E proprio per loro il Signore soggiunge: “Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?” (Mt 6,30). L’erba è detta qui fieno, in lat. foenum; fieno perché alimenta la fiamma, che in greco si chiamaphos; è figura dei carnali, che oggi, nella vita presente, Dio riveste, cioè permette che si rivestano così di cose temporali, e domani, cioè nella vita futura, li getterà nel forno ardente di fuoco. E così alimenteranno di se stessi la fiamma che li brucia. Infatti Isaia dice: “Ecco, voi tutti che accendete il fuoco e siete circondati di fiamme, andate alla luce del vostro fuoco e alle fiamme che avete acceso. La mia mano ha fatto questo per voi: voi giacerete fra i tormenti” (Is 50,11). Anche tu brucerai nel fuoco che hai acceso quaggiù. Vuoi scampare a quel fuoco? Non accendere questo, e se lo hai acceso, spegnilo: spegni cioè l’incendio del peccato.

Fa’ attenzione ai due avverbi: oggi e domani. Oggi il peccatore c’è, e domani non ci sarà più; oggi si riveste e domani sarà gettato nel forno. Leggiamo nel primo libro dei Maccabei: “Non abbiate paura delle parole dell’empio, perché la sua gloria andrà a finire in rifiuti e vermi; oggi è esaltato e domani non si trova più, perché è trasformato in terra e i suoi calcoli falliscono” (1Mac 2,62-63). Oggi il peccatore si riveste, e domani sarà gettato nel forno. Isaia: “Ogni vestito macchiato di sangue sarà bruciato, sarà preda del fuoco” (Is 9,5). L’anima che ha indossato le vesti della ricchezza insieme con il sangue dei piaceri carnali, sarà preda del fuoco eterno. “Ora, se Dio veste così l’erba del campo...”; come dicesse: Se Dio provvede ai carnali, che sono figli del fuoco eterno, anche il superfluo, che poi serve alla loro rovina, quanto più a voi, che siete i suoi fedeli, non provvederà il necessario?

“Non preoccupatevi dunque, dicendo: Che cosa mangeremo, che cosa berremo, con che cosa ci copriremo?” (Mt 6,31). Qui il Signore raccomanda ancor più caldamente e ripete ciò che ha detto all’inizio del discorso: che dobbiamo vivere senza preoccupazioni. E la Glossacommenta: Sembra che qui il Signore rimproveri coloro che, sprezzanti del vitto e del vestito comune, si procurano alimenti o indumenti più lussuosi o più austeri di quelli di coloro con i quali vivono. “Di tutte queste cose si preoccupano i pagani” (Mt 6,32), i quali non si curano delle cose future. Che cosa ha in più del pagano, colui la cui infedeltà gli tormenta lo spirito e lo stanca con le preoccupazioni di questa vita? Le sue preoccupazioni lo rendono simile al pagano, lo rendono cioè infedele. “Il Padre vostro sa”; egli non chiude il suo cuore di fronte ai buoni figli. Quando ascolti il Padre, non dubitare. “Egli sa bene che avete bisogno di queste cose”. E ve le dà, a meno che la vostra infedeltà non glielo impedisca.

 

14. Con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte dell’epistola: “Portate i pesi gli uni degli altri, e così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6,2). Non puoi portare i pesi di un altro, se prima non ti liberi dei tuoi. Alleggerisciti prima dei tuoi, e poi sarai in grado di portare i pesi di un altro. Se sarai un uccello del cielo, un giglio del campo, allora potrai portare i pesi, cioè le tribolazioni, le infermità del prossimo, come fossero il tuo bagaglio, e così adempirai la legge di Cristo, imiterai cioè l’amore, la carità di Cristo, “il quale portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” (1Pt 2,24).

Ti supplichiamo, dunque, Signore Gesù Cristo, di sollevarci dalla cose terrene sulle ali delle virtù, di rive­stirci del candore della purezza, affinché possiamo portare il peso delle infermità dei fratelli e giungere così fino a te, che hai portato i nostri. Accordacelo tu, che sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. si deve cercare prima di tutto il regno di dio

 

15. “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). Il regno di Dio è il bene supremo: per questo dobbiamo cercarlo. Lo si cerca con la fede, con la speranza e con la carità. La giustizia (la santità) di questo regno poi consiste nel mettere in pratica tutto ciò che Cristo ha insegnato. Cercare il regno di Dio, vuol dire praticare questa giustizia con le opere. Cercate, quindi, prima di tutto il regno di Dio, vale a dire ponetelo al di sopra di tutte le cose: tutto dev’essere fatto in vista di esso, nulla dev’essere cercato all’infuori di esso, e ad esso dev’essere ordinato tutto ciò che cerchiamo. E fa’ attenzione che nel vangelo è detto “vi saranno date in aggiunta”, perché tutte le cose appartengono ai figli, e quindi tutte queste cose saranno date anche a coloro che non le cercano. E se a qualcuno vengono negate, si tratta di una prova; e se vengono elargite, ciò viene fatto perché siano rese grazie a Dio, poiché tutto concorre al loro bene (cf. Rm 8,28).

A proposito di questo regno, abbiamo una concordanza nel libro di Tobia, dove egli dice: “Le porte di Gerusalemme saranno costruite di zaffiri e di smeraldi, e tutto il recinto delle sue mura sarà di pietre preziose. Tutte le sue piazze saranno lastricate di pietre candide e pure, e nelle sue strade si canterà: Alleluia! Benedetto il Signore che l’ha esaltata: duri in essa il suo regno nei secoli dei secoli. Amen” (Tb 13,21-23).

Considera che c’è una triplice Gerusalemme: quella allegorica che è la chiesa militante; quella morale che è l’anima fedele; quella mistica (anagogica), cioè la chiesa trionfante. Vedremo come sia ordinata ciascuna di queste tre “Gerusalemme”, o chiese.

Senso allegorico. Nel passo succitato del libro di Tobia sono nominate quattro specie di pietre: lo zaffiro, lo smeraldo, la pietra preziosa, e la pietra candida e pura: in esse vediamo raffigurati i quattro “ordini” della chiesa militante, e cioè: gli apostoli, i martiri, i confessori della fede e le vergini. Lo zaffiro, del colore del cielo terso, raffigura gli apostoli i quali, disprezzate le cose terrene, a ragione poterono dire: “La nostra patria è nei cieli” (Fil 3,20). Lo smeraldo, di un color verde così intenso e brillante da superare il verde di qualsiasi erba e da colorare di verde l’aria che lo circonda e l’aspetto di chi lo ammira, raffigura i martiri i quali, con l’effusione del loro sangue, hanno irrigato le anime, piantate nel giardino della chiesa dalle fatiche degli apostoli, per conservale nella verdeggiante freschezza della fede. Perciò con lo zaffiro degli apostoli e lo smeraldo dei martiri sono state costruite le porte della chiesa militante, affinché per mezzo di essi fosse aperto l’ingresso al regno. La pietra preziosa raffigura i confessori della fede i quali, contro gli eretici, hanno opposto se stessi come muro per la difesa della casa d’Israele (cf. Ez 13,5). E infine la pietra pura e candida è simbolo delle vergini, splendenti di purezza interiore e di candidezza este­riore, le quali con l’umiltà e con il martirio (la testimonianza) si sono sacrificate per il Signore; sul loro esempio le piazze – così chiamate dal greco plàtos, larghezza –, cioè i fedeli, si allargano e si distendono nella pratica della carità, per sottomettersi anch’essi al Signore.

 

16. Senso morale. Nello zaffiro è simboleggiato il di­sprezzo delle cose visibili e la contemplazione di quelle invisibili; nello smeraldo è raffigurata la compunzione delle lacrime unita alla confessione dei peccati. Con queste due pietre si costruiscono le porte dell’anima, attraverso le quali è aperto l’ingresso alla grazia dello Spirito Santo. Per mezzo di queste due porte è aperta l’entrata e l’uscita per gustare la dolcezza di Dio, per la vigilanza su te stesso e per il disprezzo del mondo. Nella pietra preziosa poi è raffigurata la pazienza, che è come il muro dell’anima, che la fortifica e la difende da ogni turbamento. La pietra candida e pura è simbolo del­la castità e dell’umiltà, sulle quali devono volgersi i pensieri e gli affetti della mente; e allora per le strade, e cioè nei sensi del corpo, risuonerà l’alleluia, vale a dire il canto di lode al Signore. E risuona veramente una deliziosa sinfonia quando l’attività dei sensi è in accordo con il candore e con la purezza dei pensieri.

 

17. Senso mistico. Nello zaffiro è simboleggiata l’ineffabile contemplazione della Trinità e dell’Unità. Nello smeraldo, che ristora gli occhi, la gioiosa visione di tutta la chiesa trionfante; nella pietra preziosa l’eterna fruizione del gaudio celeste; nella pietra candida e pura la duplice stola, cioè la glorificazione dell’anima e del corpo. Quando i santi avranno conseguito tutto questo, allora per le strade di Gerusalemme canteranno l’Alleluia. Nelle strade di Gerusalemme vediamo raffigurati i posti, dei quali il Signore dice: “Nella casa del Padre mio ci sono molti posti” (Gv 14,2), e nei quali con voce instancabile i santi cantano alleluia, lode e gloria.

Benedetto sia Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, che ha innalzato la Gerusalemme militante alla chiesa trionfante che è il suo regno, sul quale egli regna per i secoli eterni. Amen. Proprio di questo regno è detto nel vangelo: “Cercate prima il regno di Dio”.

 

18. Con questa terza parte del vangelo concorda la terza parte dell’epistola: “Chi semina nello spirito, dallo spirito raccoglierà la vita eterna”(Gal 6,8). Questa è la Gerusalemme costruita con pietre preziose. Questo è il regno di Dio che cerchiamo, quando seminiamo nello spirito. Seminare nello spirito significa cercare la giustizia del regno, della quale è detto ancora: “Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo” (Gal 6,9), quando anche noi per le vie di Gerusalemme canteremo con voce instancabile: Alleluia.

Fratelli, supplichiamo quindi il Signore Gesù Cristo, che ci conceda di cercare il suo regno, di costruire in noi la Gerusalemme morale, in modo da poter giungere a quella celeste ed essere degni così di cantare per le sue strade l’alleluia, insieme agli angeli. Ce lo conceda egli stesso, il cui regno permane per i secoli eterni. E ogni anima virtuosa risponda: Amen, alleluia!

 

 

DOMENICA XVI DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della sedicesima domenica dopo Pentecoste: “Gesù era diretto verso una città di nome Naim”; si divide in due parti.

– Anzitutto sermone sull’anima penitente, come debba liberarsi dal peccato, perseverare nelle opere di penitenza e ornarsi di tutte le virtù: “Giuditta scese in casa sua”.

– Parte I: Come si riconosce il peccato mortale: “In ciascuno di noi, quando si cade in peccato...”.

– Le quattro porte del nostro corpo: “Ognuno secondo la sua schiera”.

– La vista: “Come l’oriente illumina il mondo”.

– L’udito: “Il meridione è così chiamato perché...”.

– Il gusto: “L’occidente è così chiamato perché...”; natura del serpente.

– Il tatto: “L’aquilone, o settentrione, è così chiamato perché...”.

– Sermone sull’astuzia del diavolo: “Oloferne, mentre faceva un giro d’ispezione”.

– Parte II: Sermone sulla misericordia di Dio, che si manifesta nell’incarnazione e nella passione; la natura del cipresso: “Quando Assuero vide Ester”.

– I quattro elementi della natura e il loro simbolismo: “Quelli che portavano la bara si fermarono”.

– L’odio al peccato: “Tu sai, Signore, che ho sempre odiato”.

– L’umiltà del cuore contrito: “Ester ricorse al Signore”.

– La confessione: “O Dio, Re e Signore”.

– La riabilitazione del penitente: “L’uomo che Dio vuole onorare”

– La larghezza, la lunghezza, l’altezza, la profondità e il loro significato: “ Radicati e fondati nella carità”.

 

esordio - l’anima penitente

 

1. In quel tempo: “Gesù era diretto ad una città di nome Naim” (Lc 7,11).

Leggiamo nel libro di Giuditta, che questa donna scese nella sua casa “si tolse il cilicio e depose le vesti di vedova. Si lavò il corpo e si profumò con mirra finissima. Si spartì (Glossa: distinxit, distinse, o divise) i capelli del capo e vi pose sopra il diadema; indossò le vesti della gioia, mise i sandali ai piedi, si cinse i braccialetti con i gigli, gli orecchini, gli anelli e si abbellì con tutti i suoi ornamenti” (Gdt 10,2-3).

Giuditta s’interpreta “che manifesta”, ed è figura dell’anima fedele che nella confessione manifesta il suo peccato e innalza la lode del Signore. Essa scende nella sua casa quando, rientrando nella sua coscienza, ripensa ai suoi peccati nell’amarezza della sua anima (cf. Is 38,15).

Disse infatti l’angelo ad Agar: “Ritorna dalla tua padrona e umiliati sotto la sua mano” (Gn 16,9). Agar s’interpreta “avvoltoio”, ed è figura dell’anima che quando, attraverso i sensi del corpo, esce per compiere le opere della carne, è come l’avvoltoio che si getta sui cadaveri. Ad essa l’angelo, cioè la grazia dello Spirito Santo, dice: “Ritorna dalla tua padrona”, cioè rientra nella coscienza, “e sotto la sua mano”, vale a dire sotto il dominio della ragione, “umìliati” nell’amarezza della penitenza.

“Si tolse il cilicio”. Nel cilicio è simboleggiato il fetore del peccato: l’anima lo elimina da sé quando, entrando nella sua coscienza, ripensa a ciò che ha commesso e a ciò che ha omesso. Dice il salmo: “Di notte meditavo nel mio cuore, mi impegnavo ed esaminavo il mio spirito” (Sal 76,7). Fa’ attenzione alle tre parole: meditare, impegnarsi ed esaminare. Il peccatore che si trova nella notte del peccato deve meditare nel suo cuore su ciò che ha commesso, su ciò che ha perduto e su ciò che ha acquistato. Ha commesso, ha dato la morte alla sua anima, ha perduto la gloria eterna, si è conquistato la geenna, la dannazione. E per tutto questo deve impegnarsi nella contrizione e nell’amarezza del cuore, deve esaminare e purificare il suo spirito dal fetore del peccato con la confessione della bocca.

“Depose le vesti della sua vedovanza”. In lat. vestimentum suona quasi come vestigimentum, cioè veste che si allunga fino al vestigium, orma, cioè fino ai piedi. È’ detta vedova una donna che è sola e non ha più doveri coniugali, derivanti dalla convivenza con l’uomo. La veste della vedovanza raffigura il peccato mortale: quando l’anima ne è rivestita, diventa vedova del vero Sposo; e smette questa veste quando, nella confessione, depone il suo peccato con tutte le relative circostanze. Dice infatti il Signore, come dice Geremia, per bocca di Baruch: “Deponi, Gerusalemme, la veste del lutto e dell’af­flizione; rivestiti della bellezza e dell’onore di gloria, che ti viene da Dio per sempre” (Bar 5,1).

La veste del lutto e dell’afflizione è il peccato, nel quale appunto è lutto e afflizione. Il lutto, così chiamato perché è ulcus, cioè piaga (ulcera) per il cuore umano, per la cui guarigione si impiegano le consolazioni. Come la piaga affligge il corpo, così il peccato affligge l’anima, alla quale viene rivolta l’esortazione: “O Gerusalemme, deponi” nella confessione “la veste del lutto e dell’afflizione, e rivestiti della bellezza” delle virtù “e dell’onore” di gloria, che è la purezza della coscienza, per essere in grado di giungere alla gloria sempiterna.

“E lavò il suo corpo”, lavò cioè le opere della carne con le lacrime della penitenza. Disse il Signore a Mosè: “Va’ dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti per il terzo giorno” (Es 19,10-11). Fa’ attenzione ai giorni, che sono tre, e raffigurano la contrizione, la confessione e la riparazione. Oggi e domani, cioè con la contrizione e la confessione dobbiamo purificarci, e lavare con le lacrime le vesti, cioè le opere della carne, e così saremo pronti per il terzo giorno, vale a dire per compiere le opere di riparazione.

“Si cosparse di mirra finissima”, cioè praticò la mortificazione della carne, per uccidere i vermi della concupi­scenza. Infatti nel vangelo di Giovanni si racconta che Nicodemo arrivò “portando una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre”. Nicodemo stesso e Giuseppe di Arimatea “presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende di lino, insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire presso i Giudei” (Gv 19,39-40).

Nicodemo s’interpreta “sottopone a giudizio”, e sta ad indicare uno spirito profondamente contrito, che sottopone i sensi del corpo a severo giudizio, perché non vadano errando per i prati del piacere illecito. Questo spirito reca la mistura di mirra e di aloe, cioè la morti­ficazione della mente e del corpo, nella quale consiste tutta la perfezione dell’uomo: e questo è il senso delle circa cento libbre.

Giuseppe s’interpreta “aggiunta”, ed è figura della confessione, che deve aggiungersi allo spirito di contri­zione. Queste due cose seppelliscono il giusto nel sepolcro di una vita nuova, avvolgendolo con le bende di lino di una coscienza pura, insieme con gli oli aromatici della buona fama. Questa infatti è l’usanza di seppellire dei Giudei, vale a dire dei veri penitenti.

“E divise, e spartì i capelli del capo”; divise cioè con attenta discrezione i singoli pensieri della mente. Dice il Signore per bocca di Geremia: “Se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca” (Ger 15,19). Una pietra è detta preziosa, per distinguerla da quella vile, che non ha valore; la pietra preziosa è rara. Si dice in lat. vilis da villa; da villa viene la parola villano, cioè colui che non è cittadino, che non ha alcuna urbanità (urbs, città), che è senza educazione, senza buone maniere. “Se, dunque, saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, vale a dire il pensiero puro, che è raro, da quello impuro, che viene dalla carne, “sarai come la mia bocca”, perché io non dico cose terrene, ma cose celesti.

“Si pose sul capo il diadema”. È ciò che troviamo anche nell’Ecclesiastico: “Una corona d’oro sopra il suo turban­te” (di Aronne), “su cui era scolpito il sigillo della san­tità, insegna di onore e lavoro stupendo” (Eccli 45,14). E di questo parla anche l’Esodo, quando il Signore dice a Mosè: “Farai una lamina d’oro purissimo, sulla quale, con lavoro di cesello, inciderai la scritta: Sacro al Signore. La legherai con un cordone di porpora viola al turbante, sopra la fronte del pontefice” (Es 28,36-38).

Il capo raffigura la mente; il turbante sul capo simbo­leggia il fermo proposito della mente di compiere le opere buone; la lamina d’oro sul turbante è l’aurea pazienza sulla quale viene inciso “Sacro al Signore”, vale a dire il tetragramma, le quattro lettere joth, he, vau, he (jhwh) il nome di Dio, Jawèh. E significa: “Questi è il principio della vita e della passione”. Come dicesse ad Aronne: “Que­sti, che io prefiguro, è il principio della vita, perduta in Adamo, ma anche “della passione”, che verrà cioè ricostituita con la sua passione: il genitivo, secondo l’uso della lingua greca, sta per l’ablativo (di mezzo). Nella lamina dell’aurea pazienza viene inciso: Passione del Signore, che è la nostra gloria, il nostro onore e l’opera su cui si fonda la nostra forza.

“Indossò le vesti della gioia”. Le vesti della gioia sono le opere della carità. Dice il salmo: “Felice l’uomo pietoso, che dà in prestito” (Sal 111,5).

“Mise i sandali ai piedi”: difese cioè tutto l’insieme delle sue opere con i precetti del vangelo. Leggiamo nel vangelo di Marco che gli apostoli erano calzati di sandali (cf. Mc 6,9). E la Glossa spiega: Calzati di sandali, perché il piede non fosse né del tutto coperto, né nudo sul terreno: questo perché il vangelo non rimanga nascosto, né si appoggi a vantaggi terreni.

“Si infilò i braccialetti”, che in lat. si chiamano dextraliola, cioè ornamento, premio della destra, e simbo­leggiano il premio della destra [di coloro che stanno alla destra del giudice], cioè il premio della vita eterna (cf. Mt 25,34). Disse Gesù: “Gettate le reti alla destra della barca, e prenderete” (Gv 21,6). Gettare a sinistra vuol dire perdere, perché sinistra significa sinens extra, che lascia fuori. Tutto ciò che fai per questo mondo, lo lasci tutto qui, e quindi lo perdi. Invece gettare a destra significa trovare, perché destra significa dare fuori. Se fatichi per la vita eterna, dal tesoro interiore della vita che è posto al di fuori di te, ti viene data la grazia con la quale potrai ritornare alla patria.

“Con i gigli”, cioè con la castità e la purezza, virtù delle quali è detto nel Cantico dei Cantici: “Il mio diletto che si pasce tra i gigli” (Ct 2,16). Tra i gigli della duplice continenza riposa e si delizia il Figlio della Vergine Maria.

“Gli orecchini”, cioè i sacrifici dell’obbedienza. È detto nel libro di Giobbe: “E ognuno gli diede una pecora e un orecchino d’oro” (Gb 42,11). Nella pecora è raffigurata l’inno­cenza, nell’orecchino d’oro l’obbedienza, cioè l’umile ascolto adorno, della grazia dell’umiltà. Qui però c’è da notare che con l’orecchino viene offerta una pecora, e con la pecora viene offerto un orecchino, perché allo spirito innocente si unisce l’orna­mento dell’obbe­dienza, secondo quanto afferma il Signore: “Le mie pecore ascoltano la mia voce” (Gv 10,27). Le pecore, dice il Signore, non i lupi. Chi non ascolta la voce del prela­to, non si dimostra pecora, ma lupo. E poiché l’obbedienza stessa non deve essere eseguita per timore, ma per amore, viene riferito che i tre amici di Giobbe gli offrirono appunto un orecchino d’oro.

“E gli anelli”, cioè il segno della fede operante. Infatti, del figlio prodigo, il padre dice: “Mettetegli l’anello al dito” (Lc 15,22). L’anello al dito simboleggia la fede operante: affinché con le opere sia mostrata la fede e con la fede siano convalidate le opere.

“Si abbellì con tutti i suoi ornamenti”, cioè con tutte le altre virtù con le quali si abbellisce l’anima. Dice il salmo: “Alla tua destra sta la regina in veste dorata, con grande varietà di ornamenti” (Sal 44,10).

Tutte queste cose deve avere colui che viene risuscitato insieme con il figlio della vedova e che viene restituito alla madre sua, la celeste Gerusalemme. Per questo nel van­gelo di oggi è detto: “Gesù stava recandosi in una città chiamata Naim”.

 

2. Fa’ attenzione che in questo vangelo vengono poste in evidenza due fatti: l’avvicinamento di Gesù alla porta della città di Naim, e la risurrezione del figlio morto della vedova. Il primo dove dice: “Gesù stava recandosi”, ecc. Il secondo dove dice: “Il Signore, vedendo la madre, ne sentì una grande pietà”. E nota anche che in questa domenica e durante la settimana si leggono i libri di Giuditta e di Ester, dai quali prenderemo alcuni passi per vederne la concordanza con le parti del vangelo.

Nell’introito della messa di oggi si canta il salmo: “Tu sei giusto, Signore, e retto nei tuoi giudizi” (Sal 118,137). Si legge quindi la lettera del beato Paolo agli Efesini: “Vi scongiuro di non perdervi d’animo per le mie tribolazioni per voi” (Ef 3,13). Noi la divideremo in due parti e ne vedremo la concordanza con le due parti del vangelo. La prima parte: “Vi scongiuro”. La seconda: “Radicati e fondati nella carità”. E considera anche che questo brano della lettera si legge insieme con questo vangelo, perché nel vangelo si racconta come Cristo risuscitò il figlio della vedova, e Paolo nella lettera dice: “Cristo abiti nei vostri cuori con la fede”: è per mezzo della fede che l’uomo risuscita interiormente dai suoi peccati.

 

I. gesù cristo si avvicina alla porta della città

 

3. “Gesù stava recandosi in una città chiamata Naim; camminavano con lui i suoi discepoli e una folla numerosa. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di sua madre: e questa era vedova, e molta gente della città era con lei”(Lc 7,11-12).

La Glossa interpreta così il racconto evangelico: “Quando il Verbo, fatto uomo, introdusse il popolo pagano nella Gerusalemme celeste attraverso le porte della fede, ecco che il popolo giudaico, più giovane, morto a motivo della sua infedeltà, viene portato al sepolcro; la madre chiesa, che in questo mondo lo ritiene come suo, cir­condata da grande numero di popoli, lo piange con pio affetto, e si adopera con pietose lacrime di richiamarlo in vita. Nel frattempo ottiene ciò nei pochi Giudei che si convertono, ma alla fine lo otterrà in pienezza. La bara nella quale il defunto viene portato è figura del corpo umano; i portatori sono i cattivi costumi che conducono alla morte il corpo stesso. Ma Gesù tocca la bara quando innalza sul legno della croce la fragile natura umana; allora i portatori del feretro si fermano, perché non sono più in grado, come prima, di portare alla morte. Quindi Gesù parla, lancia cioè i suoi richiami di salvezza: sentendo le sue parole, il languente si rialza alla vita e con le buone opere viene riconsegnato alla madre”.

Considera e osserva con attenzione come la storia di Giuditta concordi in maniera appropriata e convincente con il vangelo di questa domenica. Nel vangelo si deve fare attenzione in modo particolare a tre cose: alla città di Naim, al figlio della vedova che vi era morto, e alla vedova stessa. Similmente nel racconto di Giuditta ci sono pure tre cose particolari: la città di Betulia, il suo popolo che vi sta quasi morendo, tormentato dalla sete, e la stessa vedova Giuditta. Il Signore, mosso a pietà dalle lacrime della vedova, le risuscita il figlio; e per le lacrime e le preghiere dalla vedova Giuditta libera il popolo di Betulia dall’assedio dei nemici. Vediamo quale sia il significato morale di tutto questo.

La città di Naim e la città di Betulia significano la stessa cosa. Naim s’interpreta “movimento”, “agitazione dell’onda” o “fluttuante”; Betulia “casa dolente” o “casa della partoriente”: sono entrambe figura del nostro corpo, nel quale c’è il movimento degli impulsi istintivi, il flutto dei cattivi pensieri, il dolore delle tribolazioni, il parto dei gemiti e delle lacrime. Parliamo di queste quattro cose.

 

4. Considera che in ciascuno di noi, quando si cade in peccato, null’altro avviene se non ciò che è avvenuto ai tre antichi protagonisti, vale a dire al serpente, alla donna e all’uomo. Infatti prima di tutto c’è la suggestione, o per mezzo del pensiero o per mezzo dei sensi del corpo. Se, per effetto della suggestione, la nostra concupiscenza non è indotta al peccato, è sventato il tranello del serpente. Ma se è indotta al peccato, è convinta come lo fu la donna.

Avviene talvolta che la ragione riesca a frenare e domare con virile energia la concupiscenza già stimolata. E quando ciò si verifica, noi non cadiamo in peccato ma, pure lottando, riusciamo vincitori. Se invece anche la ragione acconsente e stabilisce di eseguire ciò a cui la libidine la spinge, allora l’uomo viene espulso da ogni vita beata, come lo fu dal paradiso terrestre. Ormai infatti il peccato viene imputato anche se non segue l’azione, perché la coscienza è giudicata colpevole per aver acconsentito.

È necessario fare una considerazione anche più profonda e analizzare che cosa nell’anima sia peccato mortale e peccato veniale. Se il peccato non viene trattenuto a lungo, con compiacenza, nel pensiero, ma appena l’impulso sensuale ha colpito la donna, cioè la parte inferiore della ragione, esso viene represso dall’autorità dell’uomo, cioè della ragione, allora è peccato veniale. E quindi di questi pensieri si deve chiedere perdono e battersi il petto dicendo: “Rimetti a noi, Signore, i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,12). Se invece, anche col solo pensiero, ci si sofferma volentieri e a lungo su piaceri illeciti, dai quali si deve stare sempre lontani e, pur senza decidere di passare a cattive azioni, se ne rivive con compiacenza il ricordo, allora è peccato mortale, per il quale, se non ci si pente, c’è la dannazione.

Leggiamo nella Genesi che Noè generò Cam, e Cam generò Canaan (cf. Gn 9,18), del quale è detto: “Sia maledetto Canaan! Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli” (Gn 9,25). Noè s’interpreta “riposo”, Cam “calore” e Canaan “impulso”. Dal riposo, cioè dalla tiepidezza e dall’oziosi­tà viene generato il calore della concupiscenza. Dal calore della concupiscenza nasce l’impulso della misera carne. Infatti chi è pieno di calore subito si muove. “Sia male­detto Canaan”, sia maledetto l’impulso carnale, che dobbia­mo soggiogare e ridurre in schiavitù. E dell’onda dei cattivi pensieri dice Isaia: “Il cuore dell’empio è come un mare agitato che non può mai calmarsi e le cui onde portano su melma e fango”(Is 57,20). E il Signore: “Non v’è pace per gli empi” (Is 57,21). Il cuore dell’empio è come un mare agitato: si gonfia di superbia, ribollisce di lussuria, e allora le onde dei cattivi pensieri portano su melma e fango, produ­cono cioè due danni: calpestano la grazia e portano il sudiciume del peccato. Inoltre, della sofferenza della tribolazione, dice il salmo: “Ho trovato tribolazione e sofferenza” (Sal 114,3). Adamo, cacciato dal paradiso terrestre, trovò le spine della sofferenza nella mente, e i tormenti della tribola­zione nel corpo. “La terra ti produrrà spine e triboli” (Gn 3,18). Spina viene da pungere, perché le spine sono appuntite come gli aghi, e tribolo viene da tribolare. Le spi­ne dei dolori pungono l’animo; itriboli delle tribolazioni tribolano il corpo, il quale così partorisce lacrime e gemiti.

Ecco la città di Naim, nella quale muore un figlio unico, ecco la città di Betulia nella quale un popolo è tribolato. Il figlio e il popolo sono figura dell’anima umana, tribolata dalle tentazioni e dagli attacchi di nemici invisibili; e se ad essi acconsente o cede, muore miseramente nel corpo stesso. Diciamo dunque: “Ecco che veniva portato al sepolcro un morto, che era figlio unico di sua madre”.

Si dice defunto, dal verbo lat. defungi, portare a termine, compiere: cessare da un officio o aver eseguito un compito; è defunto chi ha compiuto i doveri della vita, oppure ha finito la vita. Il defunto che viene portato fuori della porta davanti a molta gente, è simbolo di colui che commette il peccato come un criminale, che non nasconde cioè il suo peccato nella cella del cuore, ma lo manifesta agli altri con opere e parole, come attraverso le porte della sua città. La porta per la quale viene portato fuori il defunto è figura di uno dei sensi, con il quale si è caduti in peccato, e soprattutto è figura della vista. La porta è così chiamata perché attraverso di essa è possibile portare dentro o fuori qualcosa. Attraverso gli occhi si porta fuori l’anima a guardare le donne, cioè i falsi piaceri e i loro posti (cf. Gn 34,1), e sempre attraverso gli occhi si porta dentro all’anima la morte, che ne distrugge tutte le virtù.

 

5. E osserva che la città di Naim, cioè il nostro corpo, ha quattro porte: la porta orientale, l’occidentale, la meridionale e la settentrionale, attraverso le quali viene portata fuori l’anima defunta. Perché non venga portata fuori, queste porte devono venire sbarrate da spranghe e difese da sentinelle. Infatti il Signo­re, come si legge nel libro dei Numeri, disse a Mosè: Ognu­no si accamperà, con la schiera cui appartiene, intorno della Tenda dell’Alleanza. Giuda si accamperà ad oriente, e vicino a lui si accamperanno Issacar e Zabulon. Nella zona meridionale si accamperanno Ruben, Simeone e Gad. Nella zona occidentale si accamperanno Efraim, Manasse e Beniamino. Infine a settentrione si accamperanno Dan, Aser e Neftali (cf. Nm 2,2-29 passim).

La tenda dell’alleanza raffigura il corpo. Dice infatti Pietro: “Io credo giusto, fino a che sono in questa tenda del corpo, di tenervi desti con le mie esortazioni, sapendo che presto dovrò lasciare questa mia tenda” (2Pt 1,13-14), cioè questo mio corpo. Le quattro porte di questa città, oppure i quattro lati di questa tenda, sono la vista, l’udito, il gusto e il tatto.

Nell’oriente è indicata la vista, perché come l’oriente illumina il mondo, così gli occhi illuminano tutto il corpo. E alla loro custodia si devono mettere Giuda, Issacar e Zabulon. Giuda che, essendo entrato per primo nel Mar Rosso, si meritò il primato su tutte le tribù: dalla sua tribù provennero Davide e Cristo; egli simboleggia la dignità dell’animo regale, che ha il potere di impedire ogni incursione degli impulsi illeciti e disonesti e che, come un leone, non teme alcun assalto di tentazioni. Issacar, che s’inter­preta “ricompensa” e simboleggia la ricompensa della vita eterna. Zabulon, che s’in­ter­preta “dimora della fortezza”, e simboleggia il fermo proposito della perseveranza finale. Di questi due ultimi dice Mosè: “Rallègrati, Zabulon, nella tua uscita, e tu Issacar, nelle tue tende” (Dt 33,18).

Chi persevera nel Signore sino alla fine, cioè fino alla sua uscita da questo mondo, allora potrà veramente rallegrarsi perché passerà alle tende della ricompensa eterna. Se queste tre cose, e cioè la dignità dell’animo regale, l’attesa della ricompensa eterna e la fermezza della perseveranza finale sono riunite tutte insieme, certamente difendono gli occhi da ogni sguardo illecito. Alla regalità dell’animo ripugna guardare cose disoneste; l’attesa della ricompensa invisibile trattiene l’occhio dal fermarsi sulle cose visibili; il proposito della perseveranza mette al riparo dal contagio del peccato, il quale, se entrasse attraverso l’occhio, indebolirebbe la risolutezza dell’animo.

Nel meridione è simboleggiato l’udito. Si dice in lat. meridies, come a dire medies, cioè medius dies, a metà del giorno; oppure meridies vuol dire anche più puro, dal termine greco (sic) merum, che vuol dire puro. L’udito è come in mezzo tra la vista e il gusto. Vedo da più lontano di quanto non senta; sento da più lontano di quanto non possa gustare. Gustare è come il grado positivo, udire il grado comparativo, vedere il grado superlativo. Quindi Ruben, Simeone e Gad devono accamparsi nell’udito. Mosè disse di Ruben: “Viva Ruben e non muoia, benché sia piccolo di numero” (Dt 33,6). In queste parole è indicata l’umiltà. Poiché eri piccolo ai tuoi occhi, sei divenuto grande ai miei (cf. 1Re 15,17). Simeone s’interpreta “sente dispiacere” o “tristezza”; Gad significa “armato”.

Considera che tre sono le cose che imbrogliano il nostro udito: le parole dell’arro­ganza, quelle della detrazione, e quelle dell’adulazione. Contro le parole dell’arroganza sii accorto, umile e paziente: “Il modo migliore per vincere – dice il Filosofo – è la pazienza”. Contro i detrattori sii come uno che ascolta con dispiacere e con tristezza. Dice Salomone nei Proverbi: “Il vento di tramontana disperde le piogge e un volto pieno di tristezza scoraggia la lingua del detrattore” (Pro 25,23). Contro gli adulatori sii armato con il ricordo della tua iniquità, e credi più alla voce della tua coscienza che alla lingua altrui.

Nell’occidente è simboleggiato il gusto. Si chiama occidente perché fa occìdere, cadere (morire) il giorno. Nasconde la luce al mondo e vi fa sopravvenire le tenebre. Considera che con la lingua pecchiamo in tre modi: con l’adulazione, con la detrazione e con l’assumere cibo e bevanda oltre il necessario. Aduliamo chi è presente, critichiamo chi è assente, siamo schiavi del piacere della gola, e così tramonta per noi il sole di giustizia e sopravvengono le tenebre dell’ignoranza. In questa zona devono piantare le tende Efraim, nome che s’interpreta “crescente”, Manasse che s’interpreta “dimen­tico”, e Beniamino che s’interpreta “figlio dell’amarezza”. Quando vuoi far crescere e innalzare uno con la tua lode, tu diminuisci in te stesso. Senti che cosa disse Giuseppe, quando gli nacque il figlio Efraim: “Il Signore mi fece crescere nella terra della mia povertà” (Gn 41,52). Disse “della povertà”, non dell’adulazione. Vuoi crescere davanti a Dio e non davanti agli uomini? Non alla creatura, ma al creatore rivolgi ogni lode e ogni gloria. Vuoi liberarti dalla detrazione? Sii Manasse, cioè dimentico di ogni rancore del cuore, di ogni rivalità. Quando parli, non parlare mai di chi è assente, se non in bene. Di ogni persona assente, che non ami in verità e purezza, ti prego, fratello mio, dimenticati, mentre parli, per poter dire ciò che disse Giuseppe, quando gli nacque Manasse: “Il Signore mi ha fatto dimenticare tutti i miei affanni” (Gn 41,51).

È veramente un grande affanno danneggiare la vita altrui con la lingua della detrazione, fare proprio il male degli altri, prendere su se stessi il peso degli altri. “Sotto la sua lingua – dice il salmo – affanno e dolore” (Sal 10,7). E Geremia: “Hanno teso la loro lingua come un arco di menzogna e non di verità” (Ger 9,3).

E fa’ attenzione, che dice “hanno teso”. Nella Storia Naturale si racconta che il serpente protende con astuzia la lingua, nella quale ha due appendici: prima morde con il dente, poi, nella ferita praticata, affonda le due appendi­ci, e allora entra nella ferita un po’ di liquido velenoso, e così avvelena l’uomo (Plinio). Il serpente, così chiamato perché serpit, serpeggia, striscia, raffigura il detrattore che mormora e sussurra di nascosto. Nella sua lingua ci so­no due appendici: o dice male di colui che non ama, o, se ha paura e non è creduto, lo loda con ironia: Sarebbe perfetto – dice – se non avesse quel tal vizio. Mentre ne morde la vita con la lingua della detrazione, gli inocula il veleno della sua malvagia insinuazione. Similmente, contro i piaceri della gola sii Beniamino, cioè figlio dell’amarezza, vale a dire della passione di Gesù Cristo. Disse Booz a Rut: “Intingi il tuo boccone nell’aceto” (Rt 2,14).

E su questo, vedi il sermone della domenica di Quinquagesima, sul vangelo: “Un cieco sedeva lungo la via”.

Nel settentrione è simboleggiato il tatto. Il settentrione si chiama in lat. aquilo, aquilone, come uno che aquas ligat, lega le acque. L’iniquità ti lega le mani perché tu non le stenda alle opere buone. E in questa zona devono piantare le tende Dan, che s’interpreta “giudizio”, Aser, che s’interpreta “ricchezze” e Neftali che s’interpreta “lar­ghezza”. Osserva che con il tatto delle mani pecchiamo in tre modi: toccando cose disoneste e turpi, rubando le cose altrui, rifiutando ai poveri ciò che loro appartiene. Contro il primo giudica e condanna te stesso. Contro il secondo sii contento di ciò che hai in giusta misura: “Grande ricchezza è una gioiosa povertà e accontentarsi di ciò che si ha” (Seneca). E contro il terzo allarga te stesso: Stendi la mano al povero (cf. Pro 31,20), per ricevere poi il doppio dalla mano di Gesù Cristo (cf. Is 40,2).

Se dunque le porte del tuo corpo saranno rese sicure da queste sbarre e da queste sentinelle, il defunto non sarà portato fuori per le porte della città di Naim.

 

6. Finora hai sentito parlare del figlio defunto, ascolta adesso qualcosa del tribolato popolo di Betulia. Si raccon­ta nel libro di Giuditta che Oloferne, mentre faceva un giro d’ispezione, scoprì che le acque della città proveni­vano da una sorgente situata nella zona meridionale, fuori della città: allora fece tagliare l’acquedotto che la riforniva (cf. Gdt 7,6). Oloferne s’interpreta “che fiacca il vitello grasso”, ed è figura del diavolo che, con l’ardente febbre della lussu­ria, con la scabbia dell’avarizia e con la vertigine della superbia, fiacca il vitello grasso di questo mondo, vale a dire il peccatore ubriaco di cose temporali. Il diavolo va in giro ad ispezionare, cercando chi divorare (cf. 1Pt 5,8), e allora scopre che la sorgente, ecc.

La sorgente è la grazia dello Spirito Santo; l’acquedotto è la devozione della mente; la zona meridionale raffigura la fede in Gesù Cristo: “Dio verrà dall’austro” (Ab 3,3), vento del sud; la città è figura dell’anima. Quindi la sorgente della grazia fluisce per mezzo dell’acquedotto della devozione, dall’austro dell’incarnazione del Signore, alla città che è l’anima fedele. Però il diavolo, quando lo scopre, con le preoccupazioni del mondo taglia l’acquedotto della mente, e così l’anima che prima era solita attingere nella gioia le acque dalle sorgenti del Salvatore (cf. Is 12,3), bruciata dalla sete, svuotata della grazia, viene a trovarsi sulle soglie della morte.

E considerando tra sé che tutto questo si è avverato per giusto giudizio di Dio e perché l’ha meritato, l’anima, insieme con il popolo di Betulia, prorompe nel canto dell’introito del­la messa di oggi: “Giusto sei tu, Signore, e retto è il tuo giudizio. Agisci con il tuo servo secondo la tua misericordia” (Sal 118,137.124). La stessa cosa si legge nel libro di Giuditta, dove si dice che “ci fu un pianto generale e nell’assemblea tutti alzarono grandi grida, e per molte ore supplicarono il Signore ad una voce, dicendo: Abbiamo peccato noi e i nostri padri, abbiamo commesso ingiustizie. Tu, Signore, che sei pietoso, abbi misericordia di noi” (Gdt 7,18-20).

 

7. Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola: “Vi scongiuro di non perdervi d’animo a motivo delle mie tribolazioni per voi: sono gloria vostra” (Ef 3,13). Invece Oloferne tendeva proprio a questo, quando minacciava il popolo di Betulia: voleva che, oppressi dalle sventure, giungessero alla disperazione e gli conse­gnassero la città. Così anche il diavolo tormenta l’uomo perché si perda di coraggio, si disperi e cada. “Ma vi scongiuro”, dice l’Apostolo, “di non perdervi d’animo nelle tribolazioni, che sono la vostra gloria”.

E anche Giuditta dice: “Abramo, nostro padre, fu tentato e, dopo la prova di molte tribolazioni, divenne l’amico di Dio” (Gdt 8,22). “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori” (Ef 3,14-17).

E la stessa cosa si legge nel libro di Giuditta, dove dice che “prostrandosi davanti al Signore, lo supplicò dicendo: Signore, Dio di mio padre, Dio dei cieli, creatore delle acque e Signore di tutto il creato, esaudisci me misera, che a te ricorro e che tutto spero dalla tua bontà. Ricordati, Signore, della tua alleanza e mettimi tu le parole sulla bocca, e rendi forte il mio cuore in questa impresa, affinché la tua casa”, cioè la chiesa, “resti sempre nella tua santità” (Gdt 9,1-2.17-18). E l’Apostolo: “Cristo abiti per la fede nei vostri cuori”.

Preghiamolo e supplichiamolo, fratelli carissimi, perché egli difenda le porte della nostra città per opera delle suddette sentinelle; custodisca lui l’acquedotto dell’acqua viva perché non venga tagliato da Oloferne, e abiti nei nostri cuori affinché meritiamo di abitare con lui nei cieli. Ce lo conceda egli stesso, che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

II. gesù risuscita il figlio della vedova

 

8. “La donna era vedova e molta gente della città era con lei. Il Signore, quando la vide, mosso a pietà, le disse: Non piangere! Si accostò e toccò la bara; i portatori si fermarono. Poi disse: Giovinetto, dico a te: àlzati! Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. E Gesù lo consegnò a sua madre” (Lc 7,12-15).

La Glossa commenta: Prima si muove a pietà: ecco un esempio di pietà da imitare; poi risuscita: in questo si fonda la fede nella sua mirabile potenza. E su queste due cose abbiamo la concordanza nel libro di Ester.

“Quando Assuero vide dinanzi a sé, in piedi, la regina Ester, ella piacque ai suoi occhi: tese verso di lei lo scettro d’oro che aveva in mano”, e questo era il segno di clemenza. “Ella, avvicinatasi, baciò la sommità del suo scettro” (Est 5,2). Assuero s’interpreta “beatitudine”, ed è figura di Gesù Cristo, che è la beatitudine dei santi. Egli, quando vede Ester, che s’interpreta “nascosta”, cioè l’anima che si deve nascondere dalla vista del diavolo nel fianco aperto di Cristo stesso, quando la vede davanti a sé in piedi, e non esitante in mezzo alle tribolazioni, non piegata dai desideri terreni, non seduta nell’ozio del corpo, non adagiata sul letto dei piaceri, essa piace ai suoi occhi. O Gesù beato, beato chi piace ai tuoi occhi, infelice chi piace ai propri. Vuoi piacere a Dio? Dispiaci prima a te stesso. Dice Ezechiele: “Avranno orrore di se stessi per le iniquità commesse e per tutte le loro nefandezze” (Ez 6,9). E allora potrai dire con Davide: “La tua misericordia è davanti ai miei occhi, e mi compiaccio della tua verità” (Sal 25,3).

Considera che la misericordia del Signore si manifesta nell’incarnazione e nella passione. Quindi dobbiamo avere davanti agli occhi della nostra mente la misericordia, cioè l’incarnazione e la passione, perché umilino gli occhi della nostra superbia. Dice Salomone nei Proverbi: “Queste cose non si allontanino mai dai tuoi occhi” (Pro 3,21). E nell’Esodo: “Questo sarà per te come un segno e un ricordo che pende davanti ai tuoi occhi” (Es 13,16). Dice così sull’esempio di chi fa un nodo (nel fazzoletto), o qualcosa di simile, per non dimenticare un impegno, o un fatto che non deve svanire dalla sua memoria.

“E mi sono compiaciuto nella tua verità”. Dice il salmo: “Nella tua verità mi hai umiliato” (Sal 118,75). Come dicesse: Quando considero l’umiltà della Verità, cioè del tuo Figlio, umilio me stesso e così io ti piaccio. Oppure: “Mi sono compiaciuto nella tua verità” (fedeltà), vale a dire nell’a­dempimento delle tue promesse. Infatti, prima che il Signore adempisse le sue promesse, l’uomo era come sfigurato o degradato, e quindi non poteva certo compiacer­si di sé. Ma dopo essere stato rinnovato e ricostituito nella sua dignità per mezzo dell’incarnazione del Figlio di Dio, con la quale le promesse del Signore si adempirono, ha in sé di che compiacersi. E poiché fu Gesù Cristo a operare questo rinnovamento, egli stesso dice nell’Ecclesiastico: “Io sono come un cipresso sul monte Sion” (Eccli 24,17).

Leggiamo nella Storia Naturale che la foglia del cipresso elimina (guarisce) la morfea, che è una specie di lebbra. Così Cristo eliminò la macchia di corruzione che risaltava nella nostra figura, e quindi meritò di sentire per sé e per i suoi battezzati: “Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3,17). Giustamente quindi è detto che Ester piacque agli occhi di Assuero.

“E stese verso di lei lo scettro d’oro”. Lo scettro d’oro è la croce della passione di Cristo, con la quale conquistò il potere. Infatti disse: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28,18). E l’Apostolo: “Per questo Dio lo ha esaltato...” (Fil 2,9). Egli tende questo scettro verso l’anima, quando si avvicina e tocca la bara. Ecco la concordanza. La bara raffigura la coscienza dell’uomo: quando il Signore la tocca con lo scettro d’oro della sua passione, vale a dire le imprime i segni del suo sangue e le ravviva il ricordo dei suoi dolori, allora l’anima si rialza, fidando nella sua misericordia, e bacia la sommità dello scettro.

La sommità dello scettro, cioè della passione del Signore, fu l’amore, del quale l’Apo­stolo nell’epistola di oggi dice: “Conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza” (Ef 3,19), e che non potrà mai essere conosciuto appieno. L’amore di Cristo, con il quale egli ci amò sino alla fine, fu superiore ad ogni umana immaginazione. Dio infatti si fece uomo, il giusto morì per gli ingiusti (cf. 1Pt 3,18). Quindi l’anima bacia la sommità dello scettro, quando si unisce inseparabilmente all’amore di Cristo, e allora può dire con l’Apostolo: “Chi mai potrà separarmi dall’amore di Cristo?” (Rm 8,35).



9. “I portatori della bara si fermarono”. Osserva che il peccatore viene come portato dai quattro elementi di cui è composto.

Viene portato dalla terra quando pensa solo alle cose terrene; infatti dice il salmo: “Hanno stabilito di volgere i loro occhi alla terra” (Sal 16,11).

Viene portato dall’acqua quando medita lussuria; leggiamo infatti nella Genesi che Giacobbe disse a Ruben: “Sei disperso come acqua, non crescerai, perché sei salito sul letto di tuo padre e hai violato il suo talamo” (Gn 49,4). È detto infatti che Ruben si unì con Bila, concubina di suo padre (cf. Gn 35,22).

Viene portato dall’aria quando fa tutto per averne lode dagli uomini. L’aria ha molto minore densità di tutti gli altri elementi, e quindi simboleggia la vanagloria, che è un frivolo ed evidente inganno. Dice il salmo: “I figli degli uomini sono bugiardi sulle bilance, per ingannare”(Sal 61,10). O falso ipocrita, per chi vuoi spacciarti? Perché ti vuoi vendere agli uomini ad un peso diverso da quello indicato dalla bilancia o dalla statera della verità? Soppesa prima te stesso con maggior discernimento e non vantare con noi un valore più grande di quello che ti ha indicato la bilancia della giustizia.

E infine viene portato dal fuoco quando s’infiamma d’ira. Dice il salmo: “Come cera che fonde saranno eliminati; cadde su di loro il fuoco e non videro più il sole” (Sal 57,9). Quando il fuoco dell’ira, che viene dal diavolo, cade sul cuore del pecca­tore, allora si scioglie come cera in parole blasfeme, allora egli si distrugge da se stesso ed esce fuori di sé.

Questi quattro “elementi” portano l’anima alla sepoltura dell’inferno; ma se il Signore con la mano della sua misericordia e con lo scettro d’oro della sua passione tocca la coscienza del peccatore, i suddetti quattro vizi vengono distrutti, la mente, ritornata in se stessa, risponde obbedendo al Salvatore e va incontro alla vita. Infatti il vangelo continua: “Giovinetto, dico a te: àlzati!. Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Egli lo diede a sua madre”.

Fa’ attenzione a queste quattro parole: àlzati, si levò a sedere, incominciò a parlare, lo consegnò a sua madre. Questo è il giusto procedimento per ritornare in vita. Per prima cosa il peccatore deve alzarsi: rialzarsi dal peccato, esecrarlo e detestarlo. In secondo luogo deve porsi a sedere, vale a dire umiliarsi nella contrizione del cuore. Terzo punto, deve parlare, con la confessione, e così il Signore – quarto punto – lo restituirà a sua madre, cioè alla grazia dello Spirito Santo. E su queste quattro cose abbiamo anche la concordanza nel libro di Ester.

 

10. Sull’esecrazione e la detestazione del peccato, dice Ester: “Tu, Signore, che conosci tutte le cose, sai che io odio la gloria dei nemici e detesto il letto dei non circoncisi e di qualunque straniero. Tu conosci la mia debolezza e sai che mi trovo nella necessità, che detesto l’emblema della mia grandezza e della mia gloria, posto sul mio capo nei giorni in cui devo fare la mia comparsa: lo detesto come un panno immondo” (Est 14,14-16). Anche l’anima che vuole rialzarsi dal peccato deve odiare la gloria dei mondani ed esecrare il segno della grandezza e della gloria passeggera e detestarlo come un panno immondo.

Parimenti, del cuore contrito nell’umiliazione, leggiamo nel medesimo libro che “Ester si rivolse al Signore, angosciata per il pericolo che le sovrastava. Deposte le sue vesti regali, ne indossò altre più adatte al pianto e al lutto. E invece dei suoi vari profumi, si cosparse la testa di cenere e di immondizie. Mortificò il suo corpo con il digiuno e con i capelli sconvolti si aggirava negli ambien­ti nei quali prima faceva festa. E scongiurava il Signore, Dio d’Israele” (Est 14,1-3).

Anche l’anima, temendo il pericolo della morte eterna che sovrasta i peccatori, deve rivolgersi alla misericordia del Signore, spogliarsi delle vesti della gloria temporale e darsi al pianto e al lutto della penitenza; e invece dei vari profumi, invece dei piaceri della carne, deve cospargersi il capo della mente di cenere, cioè con il ricordo della sua fragilità, e di immondizie, vale a dire con il ricordo della sua iniquità; deve mortificare il suo corpo con il digiuno e percorrere con i capelli sconvolti gli ambienti nei quali prima si divertiva, in modo da sacrificare di se stessa tutto ciò da cui prima ricavava piacere.

Parimenti sulla confessione, sempre nel libro di Ester, Mardocheo dice: “O Dio, Re e Signore, esaudisci la mia supplica e sii propizio alla tua eredità; cambia il nostro lutto in gioia” (Est 13,15.17). Ed Ester pregava: “Mio Signore, che sei il solo nostro Re, soccorri anche me che sono sola e non ho altro aiuto fuori di te” (Est 14,3). Mardocheo s’interpreta “amara contrizione”, dalla quale proviene poi la vera confessione che ottiene il perdono e che cambia il lutto della penitenza nella gioia della gloria.

 

11. Inoltre, su come il Signore restituisca il peccatore alla grazia, leggiamo sempre nel libro di Ester: “L’uomo che il re vuole onorare dev’essere rivestito di vesti regali, assiso sul cavallo e con la sella del re, e sopra la sua testa sia posta la corona del re. Il primo dei prìncipi reali tenga il cavallo e, girando per la piazza della città, gridi ad alta voce: Così è onorato colui che il re vuole onorare” (Est 6,7-9). E tutto questo il re Assuero comandò che fosse eseguito nei riguardi di Mardocheo (cf. Est 6,10).

Vedremo che cosa significhino le vesti regali, il cavallo e la sella del re, la corona del re e il primo dei prìncipi reali.

Le vesti sono così chiamate in quanto vehunt, in quanto cioè presentano e indicano la condizione propria dell’uomo. Il re è figura di Cristo, le cui vesti sono le virtù con le quali riveste l’anima che si è convertita a lui. Dice infatti Ezechiele: “Ti ho lavata con acqua, ti ho ripulita dal tuo sangue, e ti ho unta con l’olio; ti ho rivestita di abiti ricamati, ti ho calzata di sandali color giacinto, ti ho cinta di bisso e ricoperta di leggiadrissimi veli. E ti ho adornata con magnificenza” (Ez 16,9-11).

Il sangue è chiamato così perché è soave, e sta a indicare l’immondezza della lussuria che è piacevole per l’uomo, ma poi gli riempie la bocca di sassetti (cf. Pro 20,17), vale a dire dei carboni ardenti della geenna. Il Signore lava questo sangue dall’anima e la purifica con l’acqua della compun­zione, la unge con l’olio della sua paterna consolazione, la ricopre di vesti ricamate, cioè con le varie virtù, la calza di sandali color giacinto, le infonde cioè il deside­rio delle cose eterne, perché possa calpestare i serpenti e gli scorpioni; la cinge con il bisso della castità, e la avvolge di sottilissimi veli, cioè della semplicità della retta intenzione, e infine la ricopre con l’ornamento della dignità. L’anima, così rivestita, può essere assisa sopra il cavallo che viene sellato per il re.

Il cavallo raffigura il corpo; la sella, dal verbo sedere, come dire sedda, sedia, simboleggia l’umiltà o la povertà di Gesù Cristo, nella quale egli fu per così dire seduto, quando si umiliò nella carne umana. Quindi del corpo che vive nell’umiltà e nella povertà è detto giusta­mente che è dellasella del re. Sopra questo cavallo l’anima viene posta, quando la carne viene sottomessa allo spirito, e allora viene incoronata con il diadema regale, vale a dire con l’amore di Dio e del prossimo.

“E il primo dei prìncipi reali”. Considera che Dio ha costituito per l’uomo tre prìncipi perché lo custodiscano: la ragione, l’intelletto e la memoria. Il primo, e cioè la ragio­ne, deve guidare il cavallo, perché il corpo non vada errando qua e là, e deve condurlo nella piazza della città, cioè nella concordia fraterna, perché non abbia a deviare.

O carissimi, così verrà onorato colui che il re, Gesù Cristo, vorrà onorare. Chi dunque vuole essere degno di tale onore, deve anzitutto alzarsi, poi mettersi a sedere, quindi deve incominciare a parlare, ed allora sarà resti­tuito onoratamente a sua madre, cioè alla grazia dello Spirito Santo, per essere in seguito fatto partecipe dell’onore della gloria eterna.

 

12. Con questa seconda parte del vangelo concorda anche la seconda parte dell’epistola: “Radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere, con tutti i santi, quale sia la larghezza, la lunghezza, la sublimità e la profondità” (Ef 3,17-18). Osserva che queste quattro dimensioni concordano con le sopra descritte azioni, e cioè: àlzati, si pose a sedere, incominciò a parlare, e lo consegnò a sua madre.

Quando uno si rialza dalla meschinità del peccato, entra in una nuova larghezza di mente. Dice il salmo: “Mi portò al largo e mi salvò perché mi vuole bene” (Sal 17,20). E il Signore, dopo aver risuscitato Lazzaro, disse ai suoi discepoli: “Scioglietelo e lasciatelo andare” (Gv 11,44). Quando uno si rialza dal fetore del peccato, è in grado di andarsene libero.

Parimenti, nell’umiltà del cuore contrito sta la lunghezza, dimensione che riguarda il passato, il presente e il futuro. Il passato per piangerlo, il presente per considerare la propria miserevole condizione, il futuro per vivere vigilanti, per premunirsene. Così pure nella confes­sione sta lasublimità. L’eccelso viene detto sublime: come dire sub limen, oltre il confine. Nel confine sono posti l’in­gresso e l’uscita; in essi sono raffigurati il nostro ingresso e la nostra uscita dalla vita. Nell’ingresso alla vita c’è la miseria (l’af­fan­no), nell’uscita la tribolazione. La confessione invece è nel sublime, ci situa cioè oltre il confine, perché ci libera sia dalla miseria che dalla tribolazione. La confessione portò il ladrone nel sublime, perché lo liberò dalla miseria e dalla tribolazione. Infatti meritò di sentirsi dire: “Oggi sarai con me”, dove non esiste alcuna miseria, ma solo gloria, “in paradiso” (Lc 23,43), dove non c’è alcuna tribolazione ma solo gioia e letizia.

E infine nella restituzione del peccatore pentito alla madre sua, c’è la profondità della misericordia di Dio. O profondità della divina clemenza, ben oltre il fondo del­l’uma­na intelligenza, perché la sua misericordia è senza numero. Sta scritto nel libro della Sapienza: “Dio, avendo tutto disposto con misura, calcolo e peso” (Sap 11,21), non volle rinchiudere la sua misericordia entro queste leggi, entro questi termini, anzi è la sua misericordia che tutto racchiude e tutto abbraccia. La sua misericordia è dovun­que, anche nell’inferno, perché neppure il dannato viene punito nella misura che la sua colpa esigerebbe.

“Della misericordia del Signore è piena la terra” (Sal 118, 64), e noi tutti, miseri, abbiamo ricevuto dalla sua pienezza grazia su grazia (cf. Gv 1,16). Paolo: “Per la misericordia di Dio sono quello che sono” (1Cor 15,10), e senza di essa sono nulla. O Signore, se tu mi privi della tua misericordia, io sprofondo nell’eterna miseria.

La tua misericordia è la colonna che sostiene il cielo e la terra, e se tu la togli, tutto cade in rovina. “È in grazia delle tue molte misericordie – dice Geremia –, se noi non siamo annientati” (Lam 3,22). Veramente molte sono le tue misericordie! Ogni volta che con la mente o con il corpo abbiamo commesso il peccato mortale, e non siamo stati strozzati all’istante dal diavolo, se siamo ancora in vita, dobbiamo attribuirlo all’infinita misericordia di Dio. Egli infatti aspetta che ci convertiamo e quindi non permette che il diavolo ci strozzi. Quindi, di tutte queste misericordie dobbiamo rendere grazie al Padre misericordioso, ogni volta che abbiamo peccato e non siamo stati annientati. O noi miseri! Perché siamo tanto ingrati di fronte a sì grande misericordia? “Dio gli ha dato il tempo di fare penitenza – dice Giobbe dell’empio –, ed egli ne abusa e monta in superbia” (Gb 24,23); e così facendo accumula su di sé la collera per il giorno dell’ira (cf. Rm 2,5). Abbi quindi pietà della tua anima, perché le misericordie del Signore datano da gran tempo (cf. Sal 88,50): egli non si dimentica di aver pietà (cf. Sal 76,10) di colui che ha pietà di se stesso.

Queste quattro dimensioni, larghezza, lunghezza, sublimità e profondità, si possono concordare, ma in ordine inverso, con le quattro espressioni che sono riportate alla fine del brano evangelico: “tutti furono presi da timore”, ecco la profondità del timore; “e glorificavano Dio”, ecco la sublimità della devozione; “e dicevano: Un grande profeta è sorto tra noi”, ecco la lunghezza del tempo favorevole: infatti è sorto da lontano, cioè dal seno del Padre, ed è venuto tra noi nella pienezza dei tempi; “e Dio ha visitato il suo popolo” (Lc 7,16), ecco la larghezza della carità, per la quale si è degnato di visitare il mondo.

Fratelli carissimi, preghiamo lo stesso Signore Gesù Cristo di farci risorgere dal peccato, di farci risiedere nella contrizione del cuore, confessare i nostri peccati per essere restituiti alla madre, cioè alla grazia, e meritare così di essere condotti per mano degli angeli alla celeste Gerusalemme, la nostra madre di lassù (cf. Gal 4,26). Ce lo conceda colui che è pietoso, benigno, misericordioso e paziente, degno di lode e glorioso per i secoli eterni. E ogni anima risuscitata a vita nuova risponda: Amen, alleluia.

 

 

 

P R O L O G O

 

Rendiamo grazie al Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, perché sotto la sua guida, egli che è via, siamo arrivati alla prima domenica del mese di ottobre.

C’è da tener conto che dall’inizio di ottobre all’inizio di novembre vengono letti nella chiesa i libri dei Maccabei, e in questo tempo ci sono quattro domeniche nelle quali vengono letti quattro brani del vangelo, le cui parti noi vedremo di concordare, il meglio possibile – e Dio ce lo conceda –, con alcune parti della storia dei Maccabei.

 

 

DOMENICA XVII DOPO PENTECOSTE

 

Temi del sermone

 

– Vangelo della diciassettesima domenica dopo Pentecoste: “Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei”; si divide in tre parti.

– Anzitutto sermone sul predicatore e sul prelato della chiesa e le sue armi: “Giuda Maccabeo indossò la corazza”.

– Parte I: In quale modo il diavolo capo riuscì ad ingan­nare Adamo e come ogni giorno faccia di tutto per ingannare i fedeli: “Gesù entrò in casa”, e “Antioco entrò nel santuario”.

– Il funesto ternario che il Signore distrusse con la sua passione per darci la pace: “In quel giorno il Signore ti libererà”, e “I frutti delle fatiche dell’Egitto”.

– Le cinque raccomandazioni che l’Apostolo rivolge nella prima parte della sua lettera: “Vi esorto, io, prigioniero nel Signore”.

– Parte II: Le acque della concupiscenza: “Le acque di Nemrim”; natura del leopardo e suo simbolismo.

– L’idropico, ossia l’avaro: “Ed ecco un uomo”.

– In che modo il Signore, con la mano della sua misericor­dia, toglie il peccatore dall’iniquità: “Tobia afferrò il pesce”.

– Come il penitente debba strappare da sé tutto ciò che è superfluo: “Sefora prese subito una selce taglientissima”.

– Sermone morale sull’unità e la pace, che il diavolo si sforza di distruggere, e sulla natura e la proprietà delle perle e il loro significato: “Preoccupatevi di conservare l’unità dello Spirito”, e tutto ciò che segue.

– Parte III: Sermone sull’umiltà: “Quando sei invitato”.

– Sul castigo del simoniaco: “àlcimo, versando del denaro”.

– Sermone ai religiosi sul dovere di custodire il cuore: “Uno dei profeti gridò al re”.

 

 

esordio - il predicatore e le sue armi

 

1. In quel tempo: “Un sabato Gesù entrò nella casa di un capo dei farisei per mangiare il pane, ed essi lo osserva­vano” (Lc 14,1).

Nel primo libro dei Maccabei si racconta che Giuda Maccabeo “indossò la corazza come un gigante, si rivestì delle armi da guerra e impegnò battaglia difendendo il campo con la sua spada. Nelle sue gesta fu simile a un leone, come leoncello ruggente sulla preda” (1Mac 3,2-4).

Giuda s’interpreta “che glorifica”, Maccabeo “che protegge”, o “che batte” (martello), ed è figura del predicatore, il quale deve appunto fare queste tre cose: glorificare Dio, proteggere il prossimo e battere il diavolo.

Il predicatore deve indossare la corazza come un gigante. Fa’ attenzione a queste due cose: il gigante e la corazza. Nel gigante è simboleggiata la costanza, nella corazza la pazienza: queste due virtù sono assolutamente necessarie al predicatore, per essere costante quando parla, e paziente quando i cani latrano contro di lui. Deve infatti esultare come un gigante che percorre la via (cf. Sal 18,6). Di lui dice Giobbe: “Esulta coraggiosamente e con impeto va contro gli armati. Sprezza la paura e non indietreggia di fronte alla spada” (Gb 39,21-22). E così “dalla sommità del cielo”, dall’empireo, cioè dal cielo di fuoco, simbolo dell’amore, “sarà la sua uscita” (Sal 18,7) a cacciare il diavolo che abita nel cuore del peccatore; e allora gli è necessaria la corazza della pazienza. La corazza si chiama in lat. lorìca, perché non è fatta con cinghie di cuoio – in lat. loris caret –, ma è intrecciata solo di cerchi di ferro. Così la vera pazienza non è vincolata a favori umani o a paura, ma è intessuta unicamente con i vincoli immutabili dell’amore. Invece la falsa pazienza si astiene dal vendicarsi dell’offesa ricevuta più per vergogna o paura del mondo, che non per amore di Dio.

Giuda Maccabeo “si rivestì delle armi di guerra”, delle quali l’Apostolo dice: “Abbiate i fianchi cinti con la verità, i piedi calzati con lo zelo per propagare il vangelo della pace; tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza” (Ef 6,14-17).

“E difendeva il campo con la sua spada”, cioè con la parola di Dio (cf. Ef 6,17) a lui affidata. Il predicatore deve proteg­gere le anime dei fedeli da tre pericoli: dall’ardore del sole, cioè dalla tentazione della carne; dalla tempesta di fulmini, cioè dalle avversità di questo mondo; dagli attacchi del nemico, ossia dalle tentazioni del diavolo.

“Fu simile a un leone”, del quale è detto nell’Apocalisse: “Vince il leone della tribù di Giuda” (Ap 5,5), e la Genesi: “Giuda è un giovane leone: tu, figlio mio, sei uscito per la preda. Ti sei accovacciato per riposare, come un leone” (Gn 49,9). Il predicatore deve prendere le spoglie, cioè strappare dalle mani del diavolo, con la caccia della sua predicazione, le anime prigioniere, come fece Cristo, Leone della tribù di Giuda, che salì sulla croce proprio per impadronirsi della preda, cioè per cacciare il diavolo, nella cui casa poté cosi entrare e impadronirsi delle sue cose(cf. Mt 12,29). Per questo il vangelo di oggi dice: “Gesù entrò nella casa di un capo dei farisei”.

 

2. Osserva che in questo vangelo sono evidenziati tre momenti: l’ingresso nella casa del capo fariseo, la guari­gione dell’idropico, la raccomandazione di Gesù Cristo di praticare sempre l’umiltà. Il primo momento, dove dice: “Gesù entrò”. Il secondo: “Ecco che un idropico”. Il terzo: “Quando sei invitato a nozze”.

Nell’introito della messa di oggi si canta: “Largisci la pace, Signore, a quelli che ti aspettano” (Eccli 36,18). Si legge poi la lettera del beato Paolo apostolo agli Efesini: “Vi esorto dunque io, prigioniero del Signore” (Ef 4,1); la divideremo in tre parti, considerandone la concor­danza con le tre parti del vangelo. La prima parte: “Vi Esorto”. La seconda parte: “Preoccupatevi di conservare”. La terza parte: “Un solo Signore”. Considera poi che si legge questa lettera insieme con questo vangelo perché il Signore nel vangelo parla in particolare dell’umiltà, per mezzo della quale si mantiene l’unità della chiesa: ed è appunto l’unità della chiesa che l’Apostolo, nella lettera di oggi, raccomanda caldamente di mantenere.

 

I. l’ingresso di gesù cristo nella casa del capo fariseo

 

3. “Un sabato Gesù era entrato a mangiare il pane nella casa di un capo dei farisei, ed essi lo osservavano”. Vediamo quale sia il senso allegorico della casa, del capo, dei farisei, del sabato e del pane.

Il capo è chiamato così perché si prende (lat. capit) per primo un posto o una carica, ed è figura del diavolo che per primo prese il primo uomo con un frutto, come si prende il pesce con l’amo. Osserva che chi vuol prendere un pesce all’amo ha bisogno di almeno tre strumenti: il filo, l’esca e il ferro. Nel frutto ci sono tre qualità: il profumo, il colore e il sapore. Il profumo che tira a sé come il filo; il colore che attrae come l’esca; il sapore che prende come l’amo. E con quest’amo il primo uomo fu preso dal capo dei demoni.

Su questo abbiamo una concordanza nel primo libro dei Maccabei, dove si racconta che Antioco “entrò con arroganza nel santuario, ne asportò l’altare d’oro e il candelabro dei lumi, la tavola dell’offerta e gli ornamenti d’oro posti nella facciata del tempio” (1Mac 1,23). Antioco s’interpreta “silenzio del povero”, e sta ad indicare il diavolo, che al primo uomo, dopo averlo spoglia­to di tutta la sua gloria, gli nascose la realtà della mor­te, e gli promise che sarebbe diventato come Dio. Il diavo­lo con la superbia, per la quale era stato precipitato dal cielo, entrò nel santuario, cioè nel paradiso terrestre, e ne asportò l’altare d’oro, cioè la purezza del cuore, per mezzo della quale viene offerto a Dio l’incenso della devozione.

Dice Giovanni nell’Apocalisse: “Udii una voce dai quattro lati dell’altare d’oro, che si trova dinanzi agli occhi di Dio” (Ap 9,13). L’altare d’oro è il cuore puro, che ha quattro lati, cioè le quattro virtù cardinali, dalle quali proviene la voce della contrizione e della confessio­ne. Questo altare sta sempre dinanzi agli occhi di Dio, perché Dio stesso lo guarda con misericordia. Infatti dice Isaia: A chi guarderò, se non all’umile e al mansueto?...” (cf. Is 66,2).

“Prese il candelabro dei lumi”, spense cioè la luce della ragione, di cui dice il Signore: “Se la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra?” (Mt 6,23). “E la tavola dell’offerta”, cioè la dolcezza della contemplazione, della quale dice il salmo: “Hai preparato davanti a me una mensa” (Sal 22,5). “E gli ornamenti d’oro”, vale a dire la carità che orna la facciata del tempio, cioè tutte le opere del cristiano, il quale, come dice l’Apostolo, è il tempio santo di Dio (cf. 1Cor 3,17). Tutte queste cose il diavolo le tolse al primo uomo, e ogni giorno tenta in tutti i modi di toglierle a tutti gli uomini.

È detto in questo passo “capo dei farisei”: farisei significa “separati”, e raffigurano coloro che si separano dai giusti e formano dei gruppi tra loro. E su questo abbiamo una concordanza nel primo libro dei Maccabei: “In quei giorni uscirono da Israele uomini empi che convinsero molti dicendo: Andiamo e facciamo lega con le nazioni che ci stanno attorno, perché da quando ci siamo allontanati da loro ci sono capitati molti mali. Parve buono ai loro occhi questo ragionamento” (1Mac 1,12-13).

La casa di questo capo (diavolo) era il mondo, di cui egli era diventato padrone come di casa sua a causa del peccato del primo uomo: in questa casa entrò il Signore quando assunse la nostra carne. Giustamente dunque è detto: “Gesù entrò nella casa di un capo dei farisei”.

E a che scopo vi entrò? “Vi entrò di sabato per mangiare il pane”. Fa’ attenzione a queste tre parole: sabato, mangiare, e pane. Sabato s’interpreta “riposo”. Mangiare, in lat. manducare, è come portare la mano alla bocca (lat. manum ducere ad os). Il pane è così chiamato perché viene presentato insie­me con tutti i cibi, o anche perché tutti i viventi lo cercano. Il Signore entrò nel mondo di sabato, cioè per farci riposare, per liberarci dalla schiavitù del diavolo.

 

4. Dice infatti Isaia: “E in quel tempo, dopo che il Signore ti avrà dato riposo dalla tua fatica, dall’estorsione e dalla dura schiavitù, con la quale eri stato asservito, intonerai questa canzone contro il re di Babilonia, e dirai: Come mai non si vede più l’aguzzino ed è finita l’estorsione? Il Signore ha spezzato il bastone degli empi e lo scettro dei dominatori, che nel loro furore colpivano i popoli di rovina irrimediabile, assoggettavano le nazioni con il terrore, le perseguitavano con crudeltà. Ora finalmente la terra è quieta e tranquilla, gioisce ed esulta” (Is 14,3-7). In quel giorno, quando nelle tenebre spuntò una luce (cf. Sal 111,4), il figlio di Dio, Gesù Cristo, ci diede riposo dalla fatica, dal­l’estor­sione e dalla schiavitù. Giovanni, nella sua prima lettera, ci dice: “Tutto ciò che è nel mondo è concupiscenza della carne”, ecco la fatica, “è concupiscenza degli occhi”, cioè avarizia, ecco l’estorsione, “ed è superbia della vita” (1Gv 2,16), ecco la dura schiavitù del diavolo.

Di queste tre “concupiscenze”, il Padre, con le parole di Isaia, dice al Figlio: “Il travaglio dell’Egitto, il commercio dell’Etiopia, e i Sabei di alta statura, passe­ranno a te e saranno tutti tuoi: cammineranno dietro a te con le mani in catene, si prostreranno davanti a te e ti supplicheranno”(Is 45,14). Egitto si interpreta “tribolazione che attanaglia”, ecco la concupiscenza della carne che tormenta e attanaglia l’anima; Etiopia s’interpreta “tenebre” o “caligine”, ecco la concupiscenza dell’avarizia, che oscura gli occhi dei saggi; Sabei s’interpreta “prigionieri”, ecco la dura schiavitù del diavolo, cioè l’arroganza e la superbia. E contro queste tre concupiscenze il Signore schierò tre virtù, e cioè: l’innocenza della vita contro il travaglio della carne, la povertà dello spirito contro la disonestà dell’avarizia o del commercio, la sua passione e il suo sangue contro l’arroganza e la superbia.

Il Signore, quando ti ha mostrato in se stesso queste tre virtù perché tu le imitassi, attraverso l’umiliazione della sua passione ti ha dato riposo dal travaglio dell’Egitto, dal commercio e dalla disonestà dell’Etiopia, dalla schiavitù del diavolo, dall’arroganza e dalla superbia; e ti darà poi il riposo perfetto quando questo corpo mortale sarà rivestito di immortalità (cf. 1Cor 15,53). E allora tu “intonerai questa canzone contro il re di Babilonia”, cioè contro gli stimoli della carne, contro il mondo e contro il diavolo, “e dirai: Come mai non si vede più l’aguzzino?”, cioè la tirannia della carne, che ogni giorno pretendeva il salario del piacere? “È cessata anche l’estorsione dell’avarizia e della cupidigia? “Il Signore ha spezzato il bastone”, cioè la prepotenza “degli iniqui e lo scettro”, cioè l’arroganza e la superbia “dei dominatori, che colpivano i popoli, sottomettevano le nazioni e le perseguitavano con crudeltà. Allora la terra, cioè la nostra carne, sarà tranquilla, sarà cioè in accordo con lo spirito, avrà tregua dal travaglio delle tentazioni, sarà liberata dalle estorsioni della cupidigia del mondo, gioirà ed esulterà per essere scampata dalla schiavitù della tracotanza diabolica. Giustamente quindi è detto: “Gesù entrò di sabato nella casa di un capo dei farisei”.

 

5. “A mangiare”. Cristo mangiò perché portò la mano dell’azione alla bocca della predicazione; senti infatti come mangiò: “Gesù incominciò a fare e ad insegnare” (At 1,1). E ancora: Era “potente in opere e parole” (Lc 24,19). E a Pietro fu detto: Uccidi e mangia! (cf. At 10,13). Come se al predicatore fosse detto: Uccidi con la spada della predicazione e mangia, cioè porta la mano alla bocca, in modo da fare per primo ciò che predichi agli altri. Su questo infatti c’è la concordanza nel primo libro dei Maccabei, dove “Timoteo disse ai capi del suo esercito: Se Giuda, col suo esercito, si avvicinerà al fiume dell’acqua e lo varcherà per primo contro di noi, non potremo resistergli, perché sarà molto potente contro di noi. Se invece avrà paura di varcarlo e porrà il campo al di là del fiume, lo varcheremo noi, andremo noi contro di lui e avremo la meglio” (1Mac 5,40-41).

Timoteo s’interpreta “benèfico”, ed è figura del diavolo, il quale finge di elargire ai suoi amatori grandi benefici, che sono invece malefìci, e quindi dovrebbe essere chiamato malèfico e non benèfico. Egli ha molta paura che Giuda, cioè il predicatore, varchi il fiume della predicazione, passi cioè dalla riva delle parole a quella delle opere. Se lo farà, metterà in fuga lo stesso Timoteo con il suo esercito. Ma, ahimè! Oggi molti arrivano fino al fiume, si fermano alla riva delle parole e non vogliono passare a quella della opere; e perciò il diavolo non li teme più, e le loro parole perdono di efficacia. Quei predicatori infatti non sono della stirpe degli uomini valoro­si che hanno portato la salvezza ad Israele (cf. 1 Mac 5,62). Gli uomini valorosi furono gli apostoli i quali, varcando il fiume, hanno compiuto una vasta opera di salvezza in mezzo al popolo di Dio.

Gesù entrò a mangiare “il pane”. Il pane è la volontà di Dio, la quale deve essere posta prima e insieme con ogni altro cibo. Disse Giuda Maccabeo: “Sia fatto secondo la volontà del cielo” (1Mac 3,60). Ogni opera è sterile se non le si unisce il pane della divina volontà. Volontà di Dio è che il peccatore si converta e viva (cf. Ez 33,11). Il Signore stesso dice per bocca di Isaia: “La tua terra non sarà più detta devastata, ma sarà chiamata mia volontà: e sarà abitata perché il Signore si è compiaciuto in te” (Is 62,4). Quando il peccatore si converte, la terra, cioè la sua mente, viene occupata dalla grazia, e così in essa si ritrova la volontà del Signore, che è vita.

Gesù dunque entrò nella casa, di sabato, a mangiare il pane: venne cioè in questo mondo per fare la volontà del Padre. Infatti disse: “Il mio cibo è fare la volontà del Padre mio, che mi ha mandato” (Gv 4,34). Ed Ezechiele: “Egli sederà sulla porta per mangiare il pane davanti al Signore” (Ez 44,3); egli cioè si umilierà nella Vergine per fare la volontà del Padre. E questo è il pane vivo, e chi ne mangerà non morrà in eterno (cf. Gv 6,50). “La carne”, vale a dire la volontà della carne, “non giova a nulla” (Gv 6,64). Invece questo pane, cioè la volontà del Signore, sostiene il cuore dell’uomo (cf. Sal 103,15).

Dice il Signore nell’Esodo: “Alla sera mangerete le carni, e al mattino vi sazierete di pane, e saprete che io sono il Signore, Dio vostro” (Es 16,12). Nella sera della colpa, quando tramonta il sole della grazia, i peccatori mangiano le carni, cioè fanno la volontà della carne, ma la mia spada, dice il Signore, divorerà le carni (cf. Dt 32,42). Le loro carni sono come le carni degli asini, e il loro estro è come quello dei cavalli (cf. Ez 23,20). “Trafiggi con il tuo timore le mie carni” (Sal 118,120). “La sera, dunque, mangerete carne, e al mattino”, cioè al sorgere della grazia, nella contrizione del cuore, nella rinuncia al peccato, “vi sazierete di pane”, cioè della volontà del Signore, che più di tutte le cose ristora e sazia l’anima del penitente, e allora “saprete che io sono il Signore, vostro Dio”. Quando dalla sera della colpa ci convertiamo al mattino della grazia, allora veramente sappiamo che egli è il Signore, il nostro Dio.

E a questo pane aspira ogni essere vivente. Infatti: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” (Mt 6,10), come dicesse: Come si compie nei giusti, così la mia volontà si compirà anche nei peccatori. Visita dunque la terra e inondala, perché non germogli triboli e spine, ma grano che riempia la spiga, cioè la confessione nella contrizione che punge, e con quel grano si faccia il pane della tua volontà, che sostiene il cuore dell’uomo.

“E quelli lo osservavano”, cioè gli preparavano dei tranelli, oppure astutamente lo tenevano d’occhio per vedere se osservava il sabato. “Il peccatore spia il giusto” (Sal 36,12). Lo spiavano per poterlo rimproverare, non per mettere in pratica i suoi precetti. “Temi Dio – dice Salomone – e osserva i suoi precetti: ogni uomo deve fare questo” (Eccle 12,13).

Si legge nella Storia Naturale che esiste un animaletto, la raganella (Plinio) che si apposta sull’apertura dell’alveare per la quale entrano le api, vi soffia dentro energicamente e aspetta finché escono, e quando qualche ape si accinge a spiccare il volo, la cattura e se la mangia (Aristotele). Allo stesso modo, l’uomo superbo e astuto si apposta sull’apertura dalla quale entrano le api, spia cioè la vita e i costumi, le parole e le opere dei giusti, per mezzo delle quali essi entrano nel Regno, e soffia, cioè li loda o li ingiuria. Spera infatti di insuperbirli con le lodi o di abbatterli con le ingiurie. E sta attento se qualcuno di loro esce, se va cioè fuori di sé nell’infatuazione della mente perché lo ha lodato, o prorompe in parole di rabbia perché lo ha ingiuriato. E allora subito lo biasima e discredita la sua vita. Come l’oro si purifica nel crogiolo, così l’uomo viene provato dalla bocca di chi lo loda (cf. Pro 27,21). Il fuoco della lode distrugge il piombo e la paglia, mentre invece rende più splendente l’argento e l’oro. L’ingiuria subìta mette in chiaro quale veramente sia ognuno nel suo intimo.

 

6. Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola di oggi: “Vi esorto io, prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà e mansuetudine, e soppor­tandovi a vicenda con pazienza nella carità” (Ef 4,1).

Considera che in questa prima parte l’Apostolo ci ricorda cinque virtù: il buon comportamento, l’umiltà, la mansue­tudine, la pazienza e la carità. Comportiamoci in modo degno, perché il principe delle tenebre non ci sorprenda; con ogni umiltà, contro la superbia dei farisei; nella mansuetudine, per osservare devotamente il sabato; con la pazienza, perché possiamo mangiare il pane della volontà di Dio; sopportando con carità coloro che ci spiano, che ci osservano, che ci calunniano e che ci perseguitano.

E con questa parte dell’epistola concorda pure l’introito della messa di oggi: Concedi la pace, Signore, a quelli che sperano in te, perché i tuoi profeti siano trovati degni di fede; ascolta le preghiere del tuo servo e del tuo popolo, Israele (cf. Eccli 36,18). È ciò che viene procla­mato anche nel racconto di questa domenica, che troviamo nel secondo libro dei Maccabei: “Apra il Signore il vostro cuore alla sua legge e ai suoi precetti, e vi conceda la pace” (2Mac 1,4). Quando il cuore si apre per mezzo della compunzione, la legge della grazia viene scritta in esso per mezzo del dito di Dio, i precetti vengono osservati e ritorna la pace, perché venga celebrato il sabato della mente, si mangi a sazietà il pane della volontà di Dio, e si possa sopportare nella carità la critica e la detrazione. E così i profeti, cioè i giusti o i predicatori santi, saranno trovati degni di fede, e le preghiere del popolo fedele saranno esaudite.

Ti preghiamo, dunque, Signore Gesù Cristo, di entrare nella casa della nostra coscienza, di scacciarne il capo dei farisei, cioè l’impulso dei cattivi pensieri che si dividono tra loro il nostro cuore e dividendolo lo distrug­gono; di restituire alla nostra mente il sabato della pace e del riposo, di farci mangiare il pane della tua volontà, per essere degni così di giungere a te, che sei il pane degli angeli. Accordacelo tu che sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

II. guarigione dell’idropico

 

7. “Ed ecco che davanti a Gesù stava un idropico. Rivol­gendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: È lecito o no curare di sabato? Ma essi tacquero. Egli allora lo prese per mano, lo guarì e lo congedò” (Lc 14,2-4).

Spiega la Glossa: Ydor, in greco, vuol dire acqua, quindi idropisia vuol dire malattia da acqua. È un sintomo proprio dell’idropico che quanto più beve, tanto più ha sete; per questo viene a lui paragonato colui che è impela­gato in un eccesso di piaceri carnali. L’idropico viene paragonato anche a un ricco avaro. Le acque del piacere carnale e della cupidigia mondana producono nell’anima l’idropisia, che mai può essere placata. Queste sono le acque nelle quali sono ammassati tutti i malefìci: chi le berrà se ne vedrà gonfiare il ventre e avvizzire i fianchi (cf. Nm 5,22.27). Queste sono le acque dell’Egit­to che furono cambiate in sangue (cf. Es 7,19-20), e delle quali dice Isaia: “Le acque di Nemrim saranno un deserto perché l’erba si è seccata, sono morti i germogli, tutto il verde è scomparso. Saranno castigati in proporzione del male operato e li condurranno al torrente dei salici” (Is 15,6-7).

Nemrim s’interpreta “leopardi”. Il leopardo è una belva ferocissima che, provocata, assale bramosa di sangue, e nel salto corre incontro alla morte. Si racconta nella Storia Naturale che il leopardo, se inghiotte un veleno, cerca dello sterco umano e lo mangia. Per questo i cacciatori mettono quello sterco sugli alberi in un vaso: e quando il leopardo si avvicina agli alberi e spicca dei salti per prenderlo, lo ammazzano.

Il leopardo è figura del superbo di questo mondo, coperto di varie macchie di peccati. Egli, eccitato dal veleno della suggestione diabolica, va in cerca dello sterco delle cose temporali, per mangiarlo e immedesimarsene. Tutto ho reputato come sterco, dice l’Apostolo, al fine di guada­gnare Cristo (cf. Fil 3,8). E il Signore dice ad Ezechiele: Coprirai il tuo pane con lo sterco che esce dall’uomo (cf. Ez 4,12). Il pane è il pensiero e l’opera del peccatore, che sono coperti dallo sterco della gola e della lussuria, della superbia e dell’avarizia; il cacciatore, cioè il diavolo, per prenderlo più facilmente, mette lo sterco sopra un albero. L’albero, così chiamato da robur, forza, (lat. arbor, robur), raffigura la dignità di questo mondo: si crede ch’essa sia fondata su di una radice salda, e invece viene sradicata dal vento della morte e gettata nel mare dell’inferno. Dice infatti Giobbe: “Ho visto lo stolto fondato su salda radice, e subito ho maledetto la sua floridezza” (Gb 5,3). Su quest’albero il diavolo mette lo sterco come esca, e quando il superbo spicca il salto per cibarsi dello sterco della gola, della lussuria, della vanagloria e del dena­ro, viene dal diavolo ucciso. Quindi “le acque di Nemrim saranno un deserto”.

E su questo abbiamo una concordanza nel secondo libro dei Maccabei, dove si racconta che Antioco “pieno di super­bia, spirando il fuoco della sua ira, comandava di accele­rare la corsa. Avvenne così che cadde dal carro in corsa, riportando per la caduta gravi contusioni in tutte le membra del corpo. E così colui che era convinto di poter comandare anche alle onde del mare, che nella sua superbia si credeva un superuomo, in grado di pesare sulla statera i monti più alti, ora, gettato a terra, doveva farsi traspor­tare in lettiga. E colui che poco prima credeva di toccare le stelle del cielo, ora nessuno poteva sopportarlo per il nauseabondo fetore che emanava dal suo corpo” (2Mac 9,7-8.10). Ecco come le acque di Nemrim diventano un deserto: così l’erba della gloria tem­porale si secca, il germoglio dei figli, dei nipoti e dei vari parenti viene meno, e tutto il verde vigore dei piaceri carnali, della gola e della lussu­ria scompare.

“In proporzione della grandezza del male operato” e dell’iniquità dei superbi “sarà anche il loro castigo”, perché la pena sarà proporzionata alla colpa, e con il bicchiere con il quale hanno versato da bere agli altri, sarà versato da bere anche a loro, e i demoni che hanno ascoltato quando li istigavano al male, li trascineranno nudi e in miseria, con le mani legate di dietro, “al torrente dei salici”, cioè degli eterni tormenti, “dove nessun ordine, ma un orrore sempiterno dimora” (Gb 10,22). Queste sono le acque che gonfiano la mente, che producono l’idropisia e che, bevute, aumentano ancor più la sete.

 

8. Ecco dunque che “un idropico stava davanti a lui”. L’idropico raffigura l’avaro. L’avaro è chiamato così perché è avido d’oro, (lat. avidus auri), e non è mai sazio di beni e di ricchezze. Come il corpo si riempie d’aria, così l’avaro si riempie d’oro. È come un abisso senza fondo, che non ne ha mai abbastanza. Dice il salmo: L’abisso della gola chiama l’abisso della lussuria; l’abis­so delle gozzoviglie chiama l’abisso delle spese; l’abisso del denaro chiama l’abisso della geenna (cf. Sal 41,8).

Ben a ragione questo idropico può dire insieme con il profeta Giona: “Le acque mi hanno accerchiato fino all’anima”, (cioè fino a togliermi il respiro); l’abisso mi ha avvolto e le onde hanno coperto il mio capo” (Gio 2,6). Nelle acque è simboleggiato il piacere della carne che tiene l’anima assediata come un nemico nell’accampamento; nell’abisso è raffigurata la profondità della cupidigia umana che avviluppa l’anima stessa perché non possa liberarsene; nelle onde è raffigurata la superbia che copre il capo, cioè la mente, perché non possa scoprire la verità.

Questi tre pensieri sono riportati anche nel salmo: “Salvami a Dio, perché le acque mi sono arrivate fino all’anima” (Sal 68,2), ecco il primo. “Sono immerso nel fango profondo e non c’è sostanza” (Sal 68,3), cioè consistenza, ecco il secondo. Mentre lo sventurato ammassa sostanze transitorie, perde la sostanza eterna. “Buona è la sostanza (la ricchezza) se non lascia peccati nella coscienza” (Eccli 13,30).

Fa’ attenzione alle tre parole: Sono immerso, nel fango, profondo. Il fango è detto anche limo, perché è molle e cedevole (lat. limus, lenis). L’avaro è immerso a causa della cupidigia, nel fango a causa del piacere e nel profondo a causa della disperazione. Il peccatore – dice Salomone – quando ha toccato il fondo del vizio, non bada più a nulla (cf. Pro 18,3). Subentra la disperazione quando non c’è più alcuna speranza di progredire nel bene: fino a che uno è attaccato al peccato, non spera certo nella gloria futura.

Infine, “Sono arrivato dove il mare è profondo, e la burrasca mi ha sommerso” (Sal 68,3), ecco il terzo pensiero. La profondità del mare simboleggia la tracotanza della super­bia, nella quale c’è la bufera che sommerge per sempre l’uomo nell’abisso della geenna.

O Signore Gesù, stendi la tua mano e afferra questo idropico, assediato dalle acque, avvolto dall’abisso e coperto dai flutti.

 

9. “Gesù lo prese per mano, lo guarì e lo congedò”. Fa’ attenzione a queste tre azioni: lo prese, lo guarì e lo congedò.

Primo: “Lo prese”. Il Signore prende per mano il peccatore quando, stesa la mano della sua misericordia, lo strappa dal profondo dei vizi. Si legge nel libro di Tobia, che Tobia afferrò un grande pesce, lo trasse in secco, lo sventrò e ne tolse il fegato, il fiele e il cuore (cf. Tb 6,4-5). Il grande pesce è il peccatore, avviluppato nella rete di gravi peccati, che Tobia, cioè Gesù Cristo, afferra con la mano della sua pietà e trae dal profondo della disperazione nel secco del pentimento. Il secco è chiamato così perché è senza succo. E il succo si chiama così perché si spreme dal sacco. La peni­tenza è un luogo secco, perché senza succo. Infatti il succo della gola e della lussuria si spreme con il sacco (cilicio fatto di sacco) della penitenza, della quale è detto nel salmo: “In terra deserta, impervia e senza acqua” (Sal 62,3).

Vedi anche il sermone della terza domenica di Quaresima, parte IV, sul vangelo: “Quando uno spirito immondo esce da un uomo”.

Il Signore sventra questo pesce quando colpisce il peccatore con la spada del suo timore, e allora estrae da lui il fegato, cioè l’amore alla lussuria, il fiele, cioè l’amarezza del denaro, nel quale è fatica e dolore, perché con fatica si conquista, con timore viene custodito e con dolore si perde; e gli toglie il cuore, cioè la gonfiezza della superbia.

Del fegato dice Geremia: “Si riversa per terra il mio fegato” (Lam 2,11). E questo avviene quando uno si consuma nell’amore delle cose terrene con il piacere della lussu­ria. E del fiele dice Pietro a Simone mago: “Ti vedo chiuso in fiele amaro e in lacci di iniquità” (At 8,23). Chi pecca di simonia o di avarizia, si trova chiuso nell’amarezza del­la mente e nei lacci delle opere. E del cuore dice Giob­be: “Perché il tuo cuore s’in­nal­za e hai gli occhi assorti come chi è immerso in profondi pensieri? Perché il tuo spi­rito ribolle contro Dio, sì da proferire simili discorsi dalla tua bocca?” (Gb 15,12-13).

Secondo: “Lo guarì”. Il Signore guarisce il peccatore quando risana la sua anima da ogni infermità di peccato. Infatti: “Risana la mia anima, perché ho peccato contro di te” (Sal 40,5). Si dice sano da sangue, perché chi è sano non è pallido. Dove c’è il sangue delle lacrime, c’è anche la salute dell’anima. Le lacrime sono chiamate così da lacerazione, s’intende della mente: quando laceri la mente con il dispiacere, scorre il sangue delle lacrime, il quale bagna le tue guance, e allora le tue guance sono rosee come uno spicchio di melagrana, senza tener conto di ciò che è nascosto nell’intimo”, cioè la contrizione del cuore (cf. Ct 4,3). Dunque sei stato guarito, vedi che non ti accada di peggio (cf. Gv 5,14). E a questo proposito, dice il Signore al re Ezechia: Ho ascoltato la tua preghiera e ho visto le tue lacrime, ed ecco che ti ho guarito (cf. Is 38,5). Con la preghiera e con le lacrime viene per così dire confezionato un rimedio che scaccia la malattia dall’anima.

Terzo: “E lo congedò”. Il Signore congeda il peccatore convertito, quando lo lascia andare sciolto e libero da ogni vincolo di colpa, di pena e di tentazione diabolica, nella gioia della coscienza. “Scioglietelo e lasciatelo andare” (Gv 11,44), disse Gesù. “Màn­dala via perché continua a gridare dietro di noi” (Mt 15,23), dicevano gli apostoli.

Troviamo un fatto analogo nell’Esodo, dove si racconta che “Sefora prese subito una pietra affilatissima e recise il prepuzio del suo figlio; toccò poi con quello i suoi piedi e disse: Tu sei per me uno sposo di sangue. E lo lasciò andare dopo aver detto: Tu sei per me uno sposo di sangue”(Es 4,25). Si deve intendere questo passo alla lettera, come dice Agostino: che il sangue cioè toccò i piedi del bambino. Perciò Sefora, adirata, disse a Mosè suo sposo: Non sei tu per me uomo di sangue? Solo perché sono sposata con te sono costretta a compiere un sì grande crimine, da versare il sangue di mio figlio? Oppure Sefora toccò i piedi di lui, cioè di Mosè, e indignata gettò il prepuzio ai piedi di Mosè e, com’è scritto nel testo ebraico, disse: Per me sei un genero di sangue, cioè tu sei diventato genero di mio padre, per essere per me, vale a dire per la mia carne nel figlio, causa di sangue, cioè di morte.

Senso morale. Sefora s’interpreta “uccello”, ed è figura del penitente che deve essere come un uccello, coperto cioè delle penne delle virtù. Questi con una pietra affila­tissima, vale a dire con la contrizione del cuore, deve recidere il prepuzio del suo figlio, cioè le attività inutili, superflue. Si dice prepuzio, come a dire davanti al pudore (lat. prae, davanti, putium, pudore). Le attività inutili infatti ci impediscono di solito di vedere la nefandezza della nostra iniquità. Si taglino dunque, affinché sgorghi il sangue delle lacrime e tocchi e lavi i piedi del figlio, cioè della nostra attività. Infatti se sarà pura l’inten­zione, cioè la volontà, sarà puro anche il risultato, cioè l’opera. E dopo tale circoncisione il Signore lascia l’uomo libero di ritornare ai suoi fratelli e alla sua casa, cioè alla sua luminosa coscienza.

 

10. “Poi disse ai farisei: Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato? E non potevano rispondere nulla a queste parole” (Lc 14,5-6). Giustamente, dice la Glossa, il Signore paragona a un animale che cade nel pozzo quel povero idropico che stava morendo a causa di un fluido nocivo. Vediamo quale sia il significato di queste tre entità: l’asino, il bue e il pozzo.

L’asino, come a dire alta sinens, che lascia le cose alte, è più forte nelle parti posteriori, mentre è debole in quelle anteriori, e lì porta la croce. L’asino è figura del lussurioso che abbandona le altezze della vita santa e avanza invece sulle pianure del piacere; nelle opere della croce e nelle fatiche spirituali è debole, ma nei fianchi, dove ha sede la lussuria, è forte.

Su questo argomento dell’asino vedi anche il sermone della prima domenica di Quaresima, dove è trattato il vangelo: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto”. Vedi anche il sermone della domenica delle Palme, dove si parla del vangelo: “Gesù si avvicinava a Gerusalemme”.

Il bue è figura del superbo, infatti il bue viene chiamato anche cornùpeta, da cornu e peto, che cozza con le corna: anche il superbo cozza con le corna della superbia.

Su questo argomento delle corna vedi il sermone della terza domenica di Quaresima, terza parte, sul vangelo “Quando un uomo forte, bene armato”.

Quando dunque l’asino e il bue, cioè il lussurioso e il ricco superbo, raffigurati nell’idropico, precipitano nel pozzo dei vizi, per tirarli fuori sono necessari dei vecchi stracci. Leggiamo infatti in Geremia che Abimelech prese dei vecchi stracci e dei vestiti che stavano marcendo, li calò con delle corde nella cisterna a Geremia e così lo tirò fuori dalla cisterna (cf. Ger 38,11-13). I vecchi stracci raffigurano la povertà e l’umiltà di Gesù Cristo, che fu avvolto i panni, giustamente detti “vecchi”. Infatti siamo soliti dare i panni vecchi agli altri. Noi non volgiamo praticare la povertà e l’umiltà di Gesù Cristo; non vogliamo rivestirci di queste virtù: più volentieri le predichiamo agli altri. Oggi tutti i predicatori si sforzano di rivestire gli altri di povertà e di umiltà, e voglia il cielo che poi essi non restino nudi. Vogliono formare gli altri, ma stiano attenti a non restare deformati loro. Le vesti quasi marcite raffigurano gli esempi dei santi, giustamente detti marciti, perché in questi nostri tempi corrotti vengono disprezzati e buttati via come cose marce. Diamo agli altri le cose vecchie, gettiamo via quelle marce.

O peccatore, non potrai mai venir estratto “dalla fossa della miseria e dal fango della palude” (Sal 39,3), se non per mezzo dei miseri panni della povertà e dell’umiltà di Gesù Cristo. Con questi infatti vengono tirati su dal pozzo dell’abisso il bue e l’asino.

 

11. Con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte dell’epistola: “Cercate di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati” (Ef 4,3-4). Dice la Glossa: Dovete conservare l’unità, in modo da essere un solo corpo servendo il prossimo, e un solo spirito con Dio, facendo la sua volontà; oppure, un solo spirito con i fratelli, volendo e non volendo le stesse cose con loro (Cicerone).

Questa unità non la conserva l’idropico, ossia il lussurioso e l’avaro: uno macchia il suo corpo, l’altro soffoca il suo spirito con le spine dell’avarizia. Se fossero stati legati con i vincoli della pace e dell’unità, non sarebbero mai precipitati nel pozzo: ma poiché mancano sia di unità che di pace, giacciono ora nel pozzo della disperazione.

Ti preghiamo, dunque, Signore Gesù Cristo, di stendere la mano della tua misericordia, di afferrarci e di tirarci fuori dal pozzo dei vizi con i panni della tua povertà e umiltà; di guarirci dall’idropisia della lussuria e dell’avarizia, in modo da poter conservare l’unità dello spirito e poter così giungere a te che sei Dio, Uno e Trino, con il Padre e con lo Spirito Santo. Accordacelo tu, che sei benedetto nei secoli. Amen.

 

12. “Cercate di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace”. Fa’ attenzione alle tre parole: cercate, unità e vincolo della pace, che a noi, fratelli miei, sono veramente necessarie. Il diavolo volle seminare nel cielo la zizzania della discordia, e ora fa di tutto per farlo anche nelle comunità dei penitenti. Leggiamo infatti nel libro di Giobbe: “Un giorno i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore, e in quel giorno anche Satana andò in mezzo a loro” (Gb 1,6).

Fa’ attenzione alle singole parole: dice “Un” (giorno), per escludere ogni diversità; “giorno”, per escludere la successione della notte; “i figli”, adottati con la grazia; “di Dio”, per la povertà dello spirito; “andarono” con la devozione; “a presentarsi” con la mortificazione del corpo; “davanti al Signore”, non davanti al mondo; “e anche Satana andò in mezzo a loro”, appunto per seminare la zizzania della discordia. Invece noi, fratelli, cerchiamo di essere solleciti e non pigri; cerchiamo di conservare e non di rompere l’unità dello spirito. Custodiamo l’unità dello spirito, o carissimi, con grande sollecitudine, come le conchiglie marine custodisco­no con grande cura le loro perle.

Si legge nella Storia Naturale che nelle conchiglie marine si producono delle pietre preziose, cioè le perle; le conchiglie, ad un dato tempo dell’anno, sono bramose di rugiada come marito, e sotto tale stimolo si aprono, e quando più copiosa scende la pioggia lunare (rugiada), come boccheggiando assorbono il fluido sospirato: così concepi­scono e vengono ingravidate. Se il fluido assorbito è puro, i piccoli grani che si formano sono candidi; se il fluido è torbido, i grani sono opachi o anche striati di colore rossiccio. Così le conchiglie figliano più di cielo che di mare. Inoltre, quando assorbono il seme dell’aria del mattino, la perla è più limpida; quando lo assorbono alla sera la perla risulta piuttosto offuscata; e quanto più ne avranno assorbito, tanto più grandi saranno le perle prodotte.

Se brilla improvvisa una luce, si rinchiudono come spaventate. Nelle conchiglie c’è una certa sensibilità: esse temono che i loro parti si macchino; e quando il giorno si accende di raggi più ardenti, perché le perle non si offuschino per causa del calore del sole, si immergono in profondità e si riparano dal caldo tra i gorghi.

Nell’acqua la perla si rammollisce, nel vino si rasso­da; mai se ne trovano due insieme, distinte, e quindi una grossa perla, formata da due che si sono fuse insieme, si chiama “unione” (solitario). Le conchiglie temono gli agguati dei pescatori: è per questo che si nascondono tra gli scogli. Nuotano in gruppo e le loro schiere hanno sempre una guida sicura.

Vediamo quale sia il significato morale di tutto questo. Le conchiglie, il cui nome viene da “concavità”, raffi­gurano i penitenti, gli umili, i poveri nello spirito, i quali si tengono nella concavità, cioè nell’umiltà del cuore. Anch’essi anelano alla rugiada come a marito, e infatti dicono: “L’anima mia ha sete di Dio, fonte viva” (Sal 41,3). La rugiada della grazia celeste, come uno sposo, impregna l’anima con il fermo proposito di rettamen­te operare. Per il desiderio di questa rugiada essi si aprono, e infatti dice Giobbe: “La mia radice è aperta, protesa verso le acque, e la rugiada si fermerà sulle mie messi” (Gb 29,19).

Vedi su questo anche il sermone della domenica quattordicesima dopo Pentecoste sul vangelo: “Gesù andava verso Gerusalemme”.

“E quando più copiosa scende la pioggia lunare”, ecc. Nella pioggia lunare sono simboleggiate tre cose: la prosperità, l’avversità e l’infusione della grazia. Nello splendore della luna è raffigurata la prosperità; nella notte l’avversità e nella pioggia l’infu­sione della grazia, che i giusti bramano con ardore e assorbono quasi aprendo la bocca del cuore, sia nello splendore della prosperità come nella notte dell’avversità, in modo che né la prosperità li insuperbisce, né l’avversità li deprime. Isaia infatti dice: “L’ani­ma mia ha sospirato a te nella notte, e al mattino mi volgerò a te con il mio spirito e il mio cuore” (Is 26,9).

“E se il fluido assorbito è puro”, ecc. Considera che l’infusione della grazia ha due effetti: o illumina, o turba. Illumina la mente alla contemplazione, e allora le perle diventano candide, sono cioè puri i pensieri e gli affetti. Dice il Signore per bocca di Osea: “Sarò come rugiada, e Israele germoglierà come giglio” (Os 14,6). Quando la rugiada della contemplazione delizia la mente, Israele, ossia l’anima umile fa germogliare, quale giglio, pensieri di purezza. Analogamente, la grazia turba susci­tando il dolore dei peccati, e allora nelle perle subentra il colore pallido o rossiccio: pallido a motivo della mortificazione del corpo, rossiccio per la contrizione del cuo­re. Si legge nel Cantico dei Cantici: Annunciate al mio diletto che io languisco di amore (cf. Ct 5,8). Fu detto anche: Impallidi­sca ogni innamorato (Ovidio). E il salmo: “L’estremità del dorso della colomba è del pallore dell’oro” (Sal 67,14).

“Così i parti delle conchiglie sono più di cielo che di mare”. Chi è impregnato di mare, cioè dell’amaro del mondo, partorisce vipere; chi invece è impregnato di cielo, partorisce perle. Dei primi è detto: “Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira che ci sovrasta?” (Lc 3,7). Dei secondi: “Le viti in fiore hanno sprigionato il loro profumo” (Ct 2,13). E ancora: “I tuoi effluvi sono un paradiso” (Ct 4,13).

“Quando le conchiglie assorbono il seme dell’aria del mattino la perla è più limpida, quando invece lo assorbono la sera, la perla risulta piuttosto offuscata”, ecc. Questo lo dice anche il salmo: “Alla sera sopraggiunge il pianto e al mattino, ecco la gioia” (Sal 29,6). Osserva che triplice è la sera e triplice il mattino: in ognuno di questi momenti c’è il pianto e la gioia.

La prima sera fu la colpa di Adamo, nella quale ci fu il pianto quando, cacciato dal paradiso terrestre, si sentì dire: “Mangerai il pane nel sudore della tua fronte” (Gn 3,19). Il primo mattino fu la natività di Cristo, nella quale ci fu la gioia. Infatti l’angelo disse: “Io vi annunzio una grande gioia...” (Lc 2,10).

La seconda sera fu la morte di Cristo, nella quale ci fu il pianto. Dice Luca: “Figlie di Gerusalemme, non piangete sopra di me ma sopra voi stesse” (Lc 23,28). Il secondo mattino fu la sua risurrezione, nella quale ci fu la gioia. “Vedendo il Signore, gli apostoli furono pieni di gioia”(Gv 20,20).

La terza sera è la morte di ogni uomo, nella quale c’è il pianto. Dice la Genesi: “Sara morì nella città di Arbee (Ebron): arrivò Abramo per piangere e a fare il lamento su di lei” (Gn 23,2). Il terzo mattino sarà per i santi nella risurre­zione finale, nella quale splenderà sul loro capo – come dice Isaia – la perenne letizia (cf. Is 35,10).

“Se brilla improvvisa una luce, si rinchiudono come spaventate”. La tentazione del diavolo è come un sinistro bagliore, di cui i giusti hanno una grande paura; e quando l’avvertono, subito si ritirano e chiudono le porte dei sensi. Dice Giovanni: “Essendo venuta la sera di quel giorno..., mentre tutte le porte erano chiuse” (Gv 20,19).

Vedi anche il commento su questo vangelo nel sermone dell’Ottava di Pasqua.

“Nelle conchiglie c’è una certa sensibilità: esse temono che i loro parti si macchino”, ecc. La sensibilità consiste in uno stimolo della mente che attraverso il corpo viene trasmesso all’anima. I giusti temono che i loro parti, cioè le loro opere, si macchino, e perciò, quando divampa il calore della prosperità terrena, ed essi stessi ne sono oggetto, subito scendono in profondità: meditano cioè sulla loro fragilità, sulla loro iniquità e miseria, si nascondo­no nei singhiozzi e nelle lacrime, perché, se facessero altrimenti, le loro perle si offuscherebbero e si macchierebbero per il calore del sole, vale a dire con la fiamma dell’onore e della grandezza terrena.

“Nell’acqua la perla si rammollisce”. Nell’acqua del piacere la mente del giusto si rammollisce; invece nel vino, cioè nell’austerità, si rassoda; infatti davanti a un volto austero e severo si corregge l’animo del malvagio. Leggiamo nell’Ecclesiastico: “Hai delle figlie?”. Ti sono cioè affidate delle anime? “Custodisci il loro corpo, e non mostrare loro un volto troppo indulgente” (Eccli 7,26).

In una conchiglia non si trovano mai due perle insieme, perché nella mente del giusto non c’è il sì e il no allo stesso tempo (cf. 2Cor 1,17­19), non ci sono due parti, non c’è discordanza, ma “unità”; il giusto cerca sempre di conservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace (cf. Ef 4,3).

“Le conchiglie temono gli agguati dei pescatori”, e anche i giusti temono gli agguati delle suggestioni del diavolo, il quale in questo grande mare del mondo getta il suo amo, e quindi essi si nascondono tra gli scogli. Lo scoglio è una roccia che affiora sul mare; si chiama scoglio da scandagliare, e simboleggia l’umiltà della mente, nella quale chi si nasconde non ha più ragione di temere gli agguati degli spiriti maligni.

“Le conchiglie nuotano in gruppo”, e in questo è indicata egregiamente l’unione degli spiriti. “Le loro schiere hanno sempre una guida sicura”, e in ciò è simboleggiata l’obbedienza. Il prelato è la guida che si deve seguire, alla quale tutti siamo tenuti a obbedire di buon animo, per mantenere l’unione degli spiriti con il vincolo della pace.

Si degni di concederci tutto questo il Signore Gesù Cristo, al quale è onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. l’esortazione di cristo a praticare sempre l’umiltà

 

13. “Quando sei invitato alle nozze, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevo­le di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! allora dovrai con vergogna metterti all’ultimo posto” (Lc 14,8-9). E la Glossa commenta: Quando per la grazia della fede, chiamato dal predicatore, ti unisci ai membri della chiesa, non insuperbirti gloriandoti dei tuoi meriti, come tu fossi migliore degli altri.

Osserva che in questa terza parte il Signore tocca due argomenti: la superbia, quando dice: “Non metterti al primo posto”; l’umiltà quando aggiunge: “Mettiti all’ultimo posto”. È una grande superbia, nelle nozze, vale a dire nella chiesa di Gesù Cristo, volersi mettere al primo posto, cioè occupare le più alte cariche. Infatti il Signore ha detto: “Amano i primi seggi nelle sinagoghe” (Mt 23,6), essi che saranno privati dei secondi.

O sciagurata ambizione, che non sai ambire le cose veramente grandi! Qual tenace esploratore – dice Bernardo parlando dell’ambizioso superbo – si aggira arrampicandosi mani e piedi, per potersi infiltrare in qualche modo nel patrimonio del Crocifisso, e non sa, il miserabile, che quello è prezzo di sangue (cf. Mt 27,6). “Non mangerete carne con sangue”, dice la Genesi (Gn 9,4). Mangia carne con sangue chi, vivendo carnalmente, dissipa nei suoi eccessi il patrimonio del Crocifisso. E quindi sarà eliminato dal popolo di Dio (cf. Es 12,15). Non metterti dunque al primo posto perché, come dice il Signo­re: “Io detesto la superbia di Giacobbe e odio le sue case” (Am 6,8). Sulle alture si fanno sacrifici agli idoli (cf. 3Re 3,2-3). Il Signore è concepito a Nazaret, in un posto umile; invece viene crocifisso nel luogo più alto di Gerusalemme. “Non metterti, dunque, al primo posto”.

Dice Gregorio: “Non è certo in grado di coltivare l’umiltà quando è sulla vetta, chi non ha mai smesso di fare il superbo quando era nei posti più insignificanti. Tu che aspiri alle più alte cariche cerchi, così facendo, la rovina dell’anima tua, la perdita della tua buona riputa­zione, il pericolo per il tuo corpo, perché quanto più alta è la tua posizione, tanto più rovinosa sarà la caduta. È proprio il colmo della follia esporsi a sì grandi pericoli. “Non metterti dunque al primo posto”, perché poi dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto, all’inferno.

 

14. E su tutto questo hai anche la concordanza nel primo libro dei Maccabei, dove si racconta che Àlcimo, avendo comperato con il denaro il sommo pontificato (cf. 1Mac 7,21), “ebbe un attacco apoplettico, la sua bocca restò impedita, rimase tutto paralizzato: non poté più dire una parola né dare disposizioni per la sua casa. E morì in quel tempo con grandi sofferenze” (1Mac 9,55-56).

Àlcimo s’interpreta “fermento di malvagio disegno”, ed è figura del simoniaco il quale, con il fermento del denaro – nel loro conciliabolo non entri l’anima mia (cf. Gn 49,6) perché il loro convegno è riunione di malvagi – corrompe lo spirito di quelli che vendono colombe. Il simoniaco, per il fatto che, senza essere chiamato da Dio come Aronne, vuole salire a dignità ecclesiastiche, dopo essere colpito da paralisi come Àlcimo, morirà senza confessione, senza testamento e in mezzo a grandi sofferenze, e con somma vergogna dovrà occupare l’ultimo e più immondo posto dell’inferno, lui che in questo mondo voleva comparire primo e circondato di gloria.

Fratello, “mettiti dunque all’ultimo posto”, così meriterai di sentirti dire: “Vieni più in su” (Lc 14,10). Dice il filosofo: Per non cadere, lìmitati alle piccole cose (Seneca), perché, dice anche Salomone, “chi costruisce la casa troppo alta, va in cerca di rovina” (Pro 17,16). Per questo, ci dice l’Apostolo, Abramo abitò nelle tende, insieme con Isacco (cf. Eb 11,9). “Mettiti dunque all’ul­timo posto”.

L’ultimo posto è il pensiero della morte, e chi sempre ci pensa non ha alcuna voglia di mettersi al primo posto. Dice Girolamo: Chi pensa abitualmente che dovrà morire, non ha alcuna difficoltà a disprezzare tutte le cose. In questo ultimo posto, o fratello, fissa la tua dimora; siediti lì, guardando e salutando da lontano la celeste Gerusalemme (cf. Eb 11,13), il cui architetto e costruttore è Dio stesso (cf. Eb 11,10), e sii convinto di essere su questa terra soltanto pellegrino e ospite (cf. Eb 11,13). E così mettiti all’ulti­mo posto, senza mai preferirti ad alcuno, reputandoti più indegno di tutti; allora ti senti­rai dire: “Amico, vieni più in su”. Ti riconosce come amico dalla tua umiltà, colui che ti manda indietro per la tua presunzione.

Amico è come dire animi custos, cioè custode dell’animo (dello spirito). L’umiltà è la custode delle virtù, e chi la pratica custodisce il suo animo perché non fugga da lui, nulla essendo più fugace dell’animo. “Con ogni cura custodisci il tuo cuore” (Pro 4,23), è detto nel libro dei Proverbi. Vuoi quindi essere amico di Dio? Custodisci il tuo cuore, ossia conserva il tuo animo, perché se esso ti fuggisse, lo pagheresti con la tua anima.

 

15. A questo proposito, nel terzo libro dei Re si racconta che uno dei profeti “si rivolse al Re e gli disse: Il tuo servo era uscito per combattere. Essendosi un uomo dato alla fuga, un altro lo prese, lo condusse da me e mi disse: Custodisci quest’uomo perché se fugge di nuovo pagherai la sua vita con la tua, oppure pagherai un talento d’argento. Mentre io sconvolto mi voltavo di qua e di là, l’uomo improvvisamente scomparve. Il Re d’Israele disse: Tu stesso hai pronunciato la tua condanna!” (3Re 20,39-40).

Tutti noi che siamo entrati in una religione, siamo usciti a combattere contro gli spiriti maligni. In questo combattimento un uomo, cioè il nostro animo, fugge da noi; ma la grazia di Dio riporta in noi il nostro animo, facendoci ridiventare coraggiosi, e dicendo a ciascuno di noi: “Custodisci quest’uomo”, ecc. Custode viene da cura, e cura è come dire cor agitat, muove il cuore. Custodisci dunque quest’uo­mo, abbi cura di lui affinché l’uomo non si cambi in donna, e come una prostituta non fugga da te e corra dietro ai suoi amanti. “Se fuggirà da te, la tua anima, la tua vita risponderà della sua”. Ecco qual è la minaccia del Signore.

Si deve fare attenzione a quello che dice: “Se fuggirà”. Se ne va in un momento ciò che è stato conquistato in lungo tempo (Catone). Nel primo libro dei Re, Saul dice: “Ho visto che il popolo se ne è fuggito da me” (1Re 13,11). E Geremia: “La mia vita è caduta nella fossa” (Lam 3,53).

Ahimè, quante volte il mio animo, dal quale proviene la vita, fugge, cade nella fossa della miseria e nel fango della palude! (cf. Sal 39,3). La mia anima, cioè la mia vita, pagherà dunque per l’anima, oppure dovrò pagare per essa un talento d’argento? Ahimè, Signore Dio, io ho un’anima, ma non sono in grado di pagare un talento di argento, non ho cioè la purezza della vita da mettere sulla bilancia del tuo giudizio. Non farmi pagare dunque con la mia anima questa caduta. Certamente, Signore, i tuoi giudizi sono giusti, e io merito di essere condannato per non aver custodito il tuo deposito (cf. 2Tm 1,12.14), il mio cuore, la mia vita, e quindi merito di essere privato della vita.

“Mentre sconvolto mi voltavo di qua e di là, quell’uomo improvvisamente scomparve”. Ecco come l’animo scompare. Fa’ attenzione alle due parole: “sconvolto” e “mi voltavo”. Sconvolto, il testo latino dice turbatus, come a dire terrae mixtus, mescolato con terra. Non c’è da farsi meraviglia che il tuo animo scompaia, se tu sei sconvolto, cioè immischiato nelle cose della terra. Vuoi perciò conservare il tuo animo? Conserva la tranquillità della tua coscienza. Pensa quanto giustamente ha detto: “Mentre io mi voltavo di qua e di là”: quando tu ti volti di qua, cioè alla carne, o di là, cioè al mondo, perdi il tuo animo. Non devi perciò voltarti a destra o a sinistra, ma camminare diritto sulla via regia, per essere sempre presente a te stesso. E non giudicare mai la vita o le azioni di questo o di quello. Non mormorare mai di nessuno.

“All’improvviso, quello scomparve”. Ogni volta che tu ti volti, se non a Dio o a te stesso, immediatamente il tuo animo scompare. Quindi non voltarti, ma abbi sempre il volto rivolto verso Gerusalemme affinché essa sia nel tuo cuore; e se custodirai il tuo cuore, diverrai amico di Dio. Possa dunque il Signore dirti: “Vieni più in su”. Chi si trova all’ultimo posto, non può che salire più in su, “perché chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,11). “E allora ne avrà onore di fronte a tutti i commensali” (Lc 14,10). Infatti, dice sempre Luca: “Li farà accomodare a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,37). È veramente un grande onore che il Signore, il Padrone serva il servo.

 

16. Con questa terza parte del vangelo concorda la terza parte dell’epistola: “Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4,5-6). Se tu stai all’ultimo posto dell’umiltà, temi il Signore, mantieni la fede e conservi l’innocenza battesimale. Fa’ attenzione alle cinque parole elencate: Il Signore, Dio, Padre, la fede e il battesimo.

Perciò chi vuole sentirsi dire: “Amico, vieni più in su”, mediti sulla potenza del Signore, sulla sapienza di Dio, sulla misericordia del Padre, sull’eccellenza della fede e sul valore del battesimo. Mediti sulla potenza per averne timore, sulla sapienza per provarne il gusto, sulla misericordia per aver fiducia, sull’eccellenza della fede per disprezzare le cose temporali, sul valore del battesimo per combattere sempre valorosamente.

Fratelli carissimi, preghiamo dunque il Signore Gesù Cristo di farci sedere all’ul­timo posto, di custodire il nostro animo, e di farci poi salire fino a lui, che è la gloria, nel regno di coloro che siedono alla sua mensa.

Ce lo conceda egli stesso, che è al di sopra di tutti, che agisce in tutti, che è presente in tutti e che è Dio benedetto nei secoli eterni. E ogni anima umile risponda: Amen, alleluia!

 

 

DOMENICA XVIII DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della domenica diciottesima dopo Pentecoste: “Tro­vandosi i farisei riuniti insieme, Gesù chiese loro”, ecc. Si divide in due parti.

– Parte I: Anzitutto sermone per la natività del Signore, sulle quattro stagioni dell’anno, sulle tre proprietà del sole, sulle tre della terra e sulle tre del fuoco, e il loro significato: “Venne il tempo in cui il sole, che prima era nascosto dalle nuvole, incominciò a risplendere”.

– Parte II: Sermone morale ai religiosi sull’ornamento delle virtù, sulla natura e la proprietà del balsamo: da dove proviene, come si ottiene; e come il miele viene guastato dal ragno; che cosa significhino tutte queste cose, e anche di altre ad esse inerenti.

 

esordio - le quattro stagioni dell’anno

e le proprietà della terra e del fuoco

 

1. In quel tempo: “Trovandosi i farisei riuniti insieme, Gesù chiese loro: Che ne pensate del Cristo? Di chi è figlio? Gli risposero: Di Davide” (Mt 22,41-42).

Si legge nel secondo libro dei Maccabei: “Venne il tempo in cui il sole, che prima era nascosto dalle nuvole, comin­ciò a risplendere, e si accese un gran fuoco con grande meraviglia di tutti” (2Mac 1,22).

Considera che nell’anno ci sono quattro stagioni, cioè l’inverno, la primavera, l’estate e l’autunno. L’inverno consuma, la primavera pianta e semina, l’estate miete e trebbia, l’autunno vendemmia. L’inverno durò da Adamo fino Mosè, e in quel tempo tutto fu consumato, distrutto. Dice infatti l’Apostolo: “Da Adamo fino a Mosè regnò la morte” (Rm 5,14). La primavera durò da Mosè fino a Cristo, e in quel tempo la Legge fu per così dire seminata e impiantata, ed essa produsse soltanto i fiori, come promessa del frutto. L’incarnazione di Cristo portò l’estate, e fu il tempo nel quale il sole, che prima era coperto di nubi, era cioè nel seno del Padre, incominciò a splendere su di noi: e in quel tempo ci fu la mietitura e la trebbiatura. “Ecco, dice Gesù, io vi dico: Alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano di messi. E chi miete riceve il salario e raccoglie il frutto per la vita eterna” (Gv 4,35-36). E poi ci sarà l’autunno, nel quale gli acini e le vinacce saranno gettate nello sterquilinio dell’inferno, e il vino raffinato sarà riposto nelle cantine del regno dei cieli.

Ma è necessario che prima preceda la trebbiatura della tribolazione, perché solo attraverso il calice della sofferenza si arriva alla gloria. Infatti “Quando venne la pienezza dei tempi” (Gal 4,4), “il sole, che prima era nascosto dalle nuvole”, nascosto a noi, “incominciò a splendere” a quelli che dimoravano nella terra e nell’ombra della morte, “e divampò un grande fuoco”, del quale Cristo stesso dice: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e che cosa voglio se non che arda?” (Lc 12,49). E fa’ attenzione che dice di esser venuto a portare il fuoco sulla terra e non altrove. E giustamente! Infatti era venuto a “curare i con­trari con i contrari, a curare ogni cosa col suo contrario.

Considera che nel fuoco ci sono tre proprietà: il calore, lo splendore e la leggerezza. Nella terra ci sono tre proprietà contrarie: la freddezza, l’oscurità e la pesantezza. Il fuoco è figura dell’amore di Dio, nel quale ci sono tre proprietà: il calore dell’umiltà, lo splendore della castità e la leggerezza della povertà. Nella terra, cioè nelle cose terrene, ci sono le tre proprietà contra­rie: la freddezza della superbia, l’oscurità della lussu­ria, e la pesantezza dell’avarizia.

Cristo venne dunque a portare sulla terra il fuoco, perché alla freddezza e al ghiaccio della superbia ha contrapposto il calore dell’umiltà. Dice il salmo (Sal 147,18): “Manda la tua parola”, che è questa: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29), “ed ecco si scio­glie” il cuore dei superbi.

All’oscurità della lussuria ha contrapposto lo splendore della castità. Leggiamo negli Atti: “Apparve un angelo del Signore, e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e gli disse: Àlzati in fretta! E le catene gli caddero dalle mani” (At 12,7). Nell’angelo, che è vergine per sua natura, è indicata la grazia della castità, il cui splendore illumina la cella del carcere, cioè il cuore del peccatore, accecato dalle tenebre della lussuria. Carcere, è come dire undecumque arcens, che caccia via da ogni parte. Il lussurioso infatti caccia via da sé tutto ciò che può spegnere la sua lussuria. Ma quando l’angelo lo colpisce al fianco con la lancia del timore per far uscire da lui il fluido della libidine, allora lo sveglia dal sonno della morte e lo esorta al alzarsi per mezzo della contrizione, in fretta per mezzo della confes­sione, e così le catene delle cattive abitudini cadono dalle sue mani, cioè dalle sue opere.

Infine alla pesantezza dell’avarizia contrappose la leggerezza della povertà. “Se vuoi essere perfetto, va’ e vendi tutto quello che hai, e dàllo ai poveri” (Mt 19,21). E Geremia: “Il corridore leggero e agile percorre la sua via” (Ger 2,23). Il povero nello spirito è il corridore leggero e agile, che corre con il gigante dalla duplice natura [Cristo]. Di quale peso si libera colui che nulla vuole avere, e poter così correre per la sua via! Dice la Sapienza: “Ti indicherò a via della sapienza, ti guiderà per i sentieri della rettitudine”, cioè della povertà; “quando li percor­rerai non saranno intralciati i tuoi passi”, cioè i tuoi affetti, “e se correrai non troverai inciampo” (Pro 4,11-12).

Giustamente quindi è detto : “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra”. E quando il Signore fa questo, è proprio una meraviglia ai nostri occhi(cf. Sal 117,23). Diciamo perciò: “Venne il tempo, nel quale il sole, che prima era nascosto dalle nuvole, incominciò a splendere. E si accese un grande fuoco e tutti ne furono meravigliati”. Di questo sole, cioè di Gesù Cristo, è detto nel vangelo di oggi: “Che ve ne pare del Cristo? Di chi è figlio?”

 

2. Osserva che nel vangelo di oggi ci sono due parti. La prima tratta dell’amore di Dio e del prossimo, del quale non vogliamo parlare in questo sermone, perché l’argomento è stato già trattato nel sermone della domenica XIII dopo Pentecoste, dove è stato commentato il vangelo: “Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete”. La seconda parte tratta di Cristo, e su questo argomento vogliamo fare alcune considerazioni.

Nell’introito della messa di oggi si canta: Io sono la salvezza del popolo (cf. Sal 34,3). Si legge quindi un brano della prima lettera del beato Paolo apostolo ai Corinzi: “Ringrazio continuamente il mio Dio per voi” (1Cor 1,4), che viene letta insieme con questo vangelo proprio perché sia nel vangelo che nella lettera, si parla soprattutto e in modo speciale di Cristo.

 

I. la divinità, l’umanità e la gloria di cristo

 

3. “Trovandosi i farisei riuniti insieme, Gesù chiese loro: Che ve ne pare del Cristo? Di chi è figlio? Gli risposero: Di Davide. Ed egli a loro: Come mai allora Davide, ispirato, lo chiama Signore, dicendo: Disse il Signore al mio Signore?” (Mt 22, 41-44).

In questo brano si compendia tutta la sublimità della nostra fede, in quanto sappiamo che proclamando Gesù Cristo “Signore e Figlio di Davide”, lo crediamo vero Dio e vero uomo, che siede alla destra del Padre. Signore, in quanto ha fatto tutte le cose e lo stesso Davide; figlio, in quanto anche lui è della stirpe di David, secondo la carne. I Giudei non vengono rimproverati perché affermano che Cristo è figlio di David, ma perché non credono che egli è anche figlio di Dio. Il Figlio stesso dice loro: “Come mai Davide”, ispirato dal Spirito Santo e non mosso dal suo cuore, “lo chiama Signore, dicendo: “Disse il Signore”, cioè il Padre, “al mio Signore”, cioè al Figlio? (Sal 109,1).

La Glossa spiega: Questo “dire” (dixit) significa “generare” un figlio uguale a se stesso. “Al Signore”, non in quanto è nato da lui, ma in quanto “fu” in eterno dal Padre. “Siedi alla mia destra”, cioè tra i beni essenziali, “finché” (fino a quando) – usa questa congiunzione determinata invece di una indeterminata – “metterò i tuoi nemici”, cioè coloro che non ti ascoltano, “a sgabello dei tuoi piedi”: li sottometterò a te, volenti o nolenti.

Che sia il Padre a sottomettere al Figlio i nemici, non significa che il Figlio sia debole, ma sta ad indicare l’unità della natura del Padre e del Figlio, perché l’uno opera nell’altro; infatti anche il Figlio sottomette i nemici al Padre (cf. 1Cor 15,27-28), quando glorifica il Padre sulla terra(cf. Gv 17,4).

“Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?” (Mt 22,45). Come dicesse: Voi credete che il Cristo sarà un semplice uomo: quindi quando esisteva Davide, ancora non esisteva il Cristo, e quindi non esisteva il “Signore” di Davide. E allora David ha mentito? Infatti sono piuttosto i padri ad essere e a venir chiamati “signori” dei figli, e non i figli “signori” dei genitori.

Esecriamo perciò la perfida malvagità dei Giudei, e insieme con Pietro proclamiamo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo” (Mt 16,16), il quale, come dice Abacuc, uscì insieme con il suo Cristo a salvare il suo popolo (cf. Ab 3,13).

 

4. Cristo stesso, nell’introito della messa di oggi, dice: Io sono la salvezza del popolo (cf. Sal 34,3). Quando grideranno a me, in qualsiasi tribolazione, io li esaudirò (cf. Sal 90,15), e sarò il loro Signore per sempre (cf. Sap 3,8). Qui vediamo quanto bene il canto dell’introito concordi con la storia dei Maccabei, dove si tocca con mano che il Signore fu la salvezza del suo popolo e che li ha ascoltati ed esauditi in tutte le loro sofferenze. Fa’ attenzione a questi tre fatti: salvezza del popolo, li esaudirò, sarò il loro Signore.

Nell’epistola di oggi ci sono tre espressioni che si accordano a questi tre fatti.

La prima, quando l’Apostolo dice: “Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù”(1Cor 1,4), il quale dice: Io sono la salvezza del popolo: soltanto con la grazia infatti egli salvò il suo popolo dai suoi peccati (cf. Mt 1,21).

La seconda, quando soggiunge: “Perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza”” (1Cor 1,5), e questo è come dire: “Quando grideranno a me, in qualsiasi tribolazione, io li esaudi­rò”. Fa’ attenzione alle tre parole: tribolazione, gride­ranno, esaudirò. Se nella tribolazione, cioè con il cuore contrito e addolorato, griderai nella confessione, il Signore ti esaudirà con la remissione dei tuoi peccati. Quindi in ogni parola di qualsiasi confessione e in ogni opera di perfetta riparazione dei peccati siete divenuti ricchi in lui, perché vi siete fatti poveri e umili in voi stessi. Le ricchezze dell’anima consistono nel perdono dei peccati e nell’infusione della grazia.

La terza quando conclude: “Aspettate – in voi – la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, il quale vi confermerà sino alla fine” (1Cor 1,7-8), e questo vuol dire: “Io sarò il loro Signore per sempre”.

Preghiamo, dunque, fratelli carissimi, lo stesso nostro Signore Gesù Cristo, nelle cui mani, forate dai chiodi sulla croce, è posta la nostra salvezza (cf. Gn 47,25), perché ci salvi dagli attacchi dei nemici, ci esaudisca concedendoci la remissione dei peccati, ci confermi sino alla fine, per essere degni di giungere fino a lui, che siede alla destra del Padre. Ce lo conceda egli stesso, che è benedetto. Amen.

 

II. sermone morale sull’ornamento delle virtù

 

5. “Che ve ne pare del Cristo? Di chi è figlio? Gli rispondono: Di Davide”.

Si legge nel primo libro dei Maccabei: “Ornarono la facciata del tempio con corone d’oro e dedicarono l’altare al Signore” (1Mac 4,57). Vedremo che cosa significhino il tempio, la sua facciata, le corone d’oro, l’altare e la sua dedicazione.

Tempio viene da contemplazione, e si può intendere anche come ampio tetto. Dice l’Apostolo: “Santo è il tempio di Dio, che siete voi” (1Cor 3,17). Noi siamo tempio di Dio e santi, se realizziamo in noi i tre significati suddetti, e cioè se contempliamo, se siamo un tetto, e ampio. Se contempliamo Dio per mezzo della rinuncia alle cose temporali. Dice l’Apostolo: “Noi contempliamo non le cose che si vedo­no, ma quelle che non si vedono” (2Cor 4,18). Se siamo tetto nei nostri riguardi, per mezzo della mortificazione della carne. Dice Matteo: “Chi è sul tetto non scenda a prendere la roba di casa” (Mt 24,17). E la Glossa commenta: Chi ha superato le tentazioni della carne, non ritorni con l’animo a certi atti del suo comportamento precedente; vale a dire non coltivi più nessun attaccamento carnale. Se siamo ampio, nei riguardi del prossimo, partecipando alle sofferenze altrui. Ampio, in lat. amplus, è come dire in utraque parte plus, di più da tutte e due le parti. Di più da tutte e due le parti: devi cioè impegnarti di più nella contemplazione di Dio e nella partecipazione alle sofferenze del prossimo, che non verso la tua stessa carne. Se saremo un tale tempio, allora saremo veramente santi.

“Ornarono dunque la facciata del tempio”. La facciata, detta in lat. facies, faccia, perché serve a far riconoscere l’uomo, raffigura le nostre opere, delle quali il Signore dice: “Li riconoscerete dai loro frutti” (Mt 7,16). La corona d’oro sulla facciata del tempio simboleggia la retta intenzione nel nostro operare. Adorniamo dunque le nostre opere con le corone d’oro della retta intenzione, insieme con i veri Maccabei, e non con i cosmetici con la prostituta Gezabel, della quale il quarto libro dei Re narra che “si dipinse gli occhi si stibio (antimonio) e si ornò il capo e si mise alla finestra” (4Re 9,30).

Considera questi tre momenti. Gezabel s’interpreta “sterquilinio”, che è il luogo pieno di sterco, così chiamato appunto perché imbrattato e impregnato di sterco; ed è figura dell’ipocrita che si spalma dello sterco della vana­gloria, e quindi le mosche moribonde, che distruggono la soavità del profumo, si addensano su di lui. Lo stibio è un colorante azzurro, di cui le donne si servono per tin­gersi le sopracciglia, e raffigura il favore popolare con il quale l’ipocrita si dipinge (si riempie) gli occhi. Infatti quando è lodato dalla gente, i suoi occhi ridono e la sua faccia è allegra. Si orna il capo quando egli stesso loda le sue opere, e così si mette alla finestra per vede­re e per essere visto! Va per ammirare e per essere ammira­to egli stesso (Ovidio). Vi prego, orniamo la facciata del tempio non con falsi cosmetici, ma con corone d’oro.

“E dedicarono l’altare al Signore”. Dedicare vuol dire “dare a Dio” (lat. dedicare, Deo dare). Altare è come dire alta ara; l’altare è il nostro cuore, che dev’essere alto per l’amore, e ara per la contrizione, e così lo dedicheremo, cioè lo daremo a Dio, che dice: Figlio, dammi il tuo cuore (cf. Pro 23,26). Chi dà a Dio il suo cuore è veramente “cristo”, cioè unto, consacrato dalla grazia, ed è figlio di Davide. Dice infatti il vangelo di oggi: “Che ve ne pare del Cristo? Di chi è figlio? Gli rispondono: Di Davide”. Su questi due nomi, Cristo e Davide, vogliamo fare alcune brevi considerazioni morali.

 

6. Il termine “cristo” viene da “crisma”. Il crisma si fa con l’olio e con il balsamo. Il balsamo è un albero che assomiglia alla vite e come la vite deve essere sostenuto. È alto due cubiti [poco meno di un metro] e si distingue per la sua chioma sempre verde. Viene inciso con un vetro o con piccoli coltelli di osso, perché se lo si tocca con il ferro lo si danneggia e muore in poco tempo. Ed emette delle gocce di straordinario profumo.

La considerazione maggiore va alle gocce che stillano, poi alla semente, quindi alla corteccia e infine al legno. Il balsamo conserva la giovinezza, preserva dalla corruzione. Le gocce che stillano, se mescolate al miele, si guastano; se invece, mescolate al latte, si coagulano, questo prova che il miele non è presente. Non è possibile tenerlo sulla nuda mano, esposta all’ardore del sole.

Fermiamoci un po’ su tutte queste qualità del balsamo e parliamone dettagliatamente.

La pianta del balsamo simboleggia la vita del giusto, che è e dev’essere simile alla vite e come la vite essere sostenuta. Infatti la vite viene zollata all’intorno, viene potata e sostenuta con dei paletti. Così il giusto scava nella sua vita con il sarchio della compunzione; la pota con la falce della confessione, e la sostiene con i paletti delle opere di riparazione.

Sul primo punto leggiamo in Luca: Abbi pazienza ancora quest’anno, le scaverò all’intorno e vi metterò il concime (cf. Lc 13,8). Sul secondo punto abbiamo nel Cantico dei Cantici: “È giunto il tempo della potatura; la voce della tortora”, cioè la confessione del penitente, “si è sentita nella nostra terra” (Ct 2,12). [Sul terzo punto] Il paletto è un piccolo palo, nel quale è simboleggiata l’umiltà nel compiere le opere di riparazione, con le quali la vita del giusto viene come sorretta. Per bocca di Isaia il Signore dice: “Lo conficcherò come un paletto nel luogo dei fedeli” (luogo solido) (Is 22,23). Il paletto viene conficcato nel luogo dei fedeli, quando la vita del giusto viene conservata con l’umiltà nella santa chiesa.

La pianta di balsamo è alta due cubiti. I due cubiti sono i due precetti della carità, per mezzo dei quali la vita del giusto viene innalzata al di sopra delle cose terrene. Del primo cubito, cioè dell’amore verso Dio, parla il Signore nella Genesi, quando dice a Mosè: “Farai nell’arca una finestra, e un cubito più in alto sarà la sommità dell’arca” (Gn 6,16). L’arca, così chiamata perché arcet, tiene lontani i ladri o gli sguardi, raffigura la vita del giusto che tiene lontano da sé ogni vizio. La finestra, così detta perché ferens extra, porta al di fuori, simboleggia la devozione della mente, attraverso la quale esce ed entra la colomba, cioè l’anima. L’anima esce per contemplare Dio, e rientra per considerare se stessa. Quindi la finestra nell’arca simboleggia la devozione nella vita del giusto, la quale si conquista e si perfezio­na un cubito più in alto, cioè nell’amore verso Dio. “Beati quelli che muoiono nel Signore”, dice Giovanni (Ap 14,13); e anche Stefano “si addormentò nel Signore” (At 7,60).

Similmente, a proposito del secondo cubito, cioè dell’a­more al prossimo, fu ordinato a Mosè che nell’altare fosse scavata una fossa di un cubito(cf. Ez 43,13). La fossa di un cubito nell’altare simboleggia la compassione verso il prossimo nell’animo del giusto.

La pianta del balsamo si distingue per la sua chioma sempre verde, e in questo è simboleggiata la perseveranza del giusto, di cui Giobbe dice: “La pianta, all’odore (sentore) dell’ac­qua, germoglierà e farà la chioma” (Gb 14,7.9). Odore è chiamato così da aria; infatti che cos’è l’odore se non aria aspirata? L’odore raffigura l’infusione della grazia, e quando la aspiri, produci subito il germe delle opere buone e così produci anche la chioma della perseveranza.

Viene incisa [la pianta del balsamo] con un vetro oppure con piccoli coltelli di osso, perché toccandola con un ferro la si danneggia, e senz’altro muore. Nel vetro è raffigurata la luminosità della vita eterna. Infatti Giovanni nell’Apocalisse dice: “La città di Gerusalemme era di oro purissimo simile a terso cristallo” (Ap 21,18). Qualsiasi liquido contenuto nel vetro si vede dall’esterno tale e quale esso è. Nella patria eterna godremo nell’oro e nel vetro della compagnia dei santi, i quali splenderanno nel fulgore della beatitudine, e la corporeità delle membra non nasconderà agli occhi di alcuno il pensiero dell’altro. Infatti per coloro che contemplano lo splendore di Dio, non ci sarà nulla nelle creature di Dio che essi non possano vedere.

Nei piccoli coltelli di osso sono raffigurati gli esempi dei santi, che sostengono la nostra fragilità, come le ossa sostengono la carne. Quindi la pianta del balsamo viene incisa con il vetro e con piccoli coltelli di osso, quando la vita o la mente del giusto si apre alla compun­zione con il desiderio dello splendore eterno, oppure per mezzo dell’esempio dei santi. Ma se viene colpita dal ferro, cioè dal peccato mortale, subito muore, perché “l’anima che peccherà, essa stessa morrà” (Ez 18,4.20).

Emette delle gocce di straordinario (lett. esimio) profumo. È detto esimio perché si alza dal basso (lat. ex imis) e si espande molto. E in questo profumo è indicato il profumo della vita santa che si diffonde ovunque. Dice l’Apostolo: Noi infatti siamo, dinanzi a Dio, il buon profumo di Cristo, che si diffonde in ogni luogo (cf. 2Cor 2,14-15).

E leggiamo nel libro dell’Ecclesiastico: “Il mio profumo è come il balsamo non mischiato” (Eccli 24,21). L’odore della vita dell’ipocrita è quello del balsamo mischiato, cioè guasto, perché mentre al suo esterno appare la santità, nell’interno si nasconde la malvagità. Invece il profumo del giusto è come il balsamo non mischiato, perché al profumo della sua buona riputazione corrisponde la purezza interiore della coscienza.

La considerazione maggiore va alle gocce, poi al seme, quindi alla corteccia, e in minima parte al legno. Fa’ attenzione a questa graduatoria: nella goccia del balsamo è raffigurata la soavità della contemplazione, nel seme la parola della predicazione, nella corteccia l’asprezza della penitenza, e nel legno questo nostro corpo mortale.

Sul primo punto, leggiamo nel libro dei Giudici che Acsa, seduta su di un’asina, implorò con le lacrime che le fosse data la sorgente superiore(cf. Gdc 1,15). Questo si avvera quando l’anima, domata la carne, tende alla contem­plazione con grande ardore e con tutta la devozione della mente.

Sul secondo punto, leggiamo nel vangelo di Luca: “Il seminatore uscì a seminare la sua semente” (Lc 8,5).

Sul terzo punto: corteccia è come dire corium tegens, cioè pelle che copre, e s’intende l’asprezza della peniten­za che copre i peccati. Infatti: “Beati coloro i cui peccati sono coperti” (Sal 31,1) cioè perdonati.

Sul quarto punto leggiamo in Giobbe: “Il legno (l’albero) ha una speranza: se viene tagliato, ancora ributta” (Gb 14,7). Così l’uomo ha e deve avere la speranza che il legno, cioè il suo corpo, dopo essere stato tagliato dalla scure della morte, rifiorirà nella risurrezione finale. A questolegno va la considerazione minore e ad esso quasi nessuna cura è dovuta, come a un servo inutile. Invece alla corteccia della penitenza va una grande considerazione, perché opera veramente grandi cose. Alla semente della predicazio­ne va una considerazione ancora maggiore, perché è solo per mezzo di essa che si giunge alla corteccia, cioè alla penitenza. E infine alle gocce, cioè alle lacrime della contemplazione va la massima e principale considerazione, in quanto è in essa che è racchiusa la più grande e principale soavità e consolazione.

Il balsamo conserva la giovinezza. La soavità della vita contem­plativa conserva l’anima nella giovinezza della grazia. È detto infatti nel salmo: “Si rinnoverà come quella dell’a­quila la mia giovinezza” (Sal 102,5).

Tiene lontana la corruzione. Infatti la mente, sempre immersa nella soavità della contemplazione, si mantiene inattaccabile dal consenso corruttore del peccato. Parlando per contrasto, il Signore dice per bocca di Geremia: “Farò imputridire l’orgoglio di Giuda e la grande superbia di Gerusalemme” (Ger 13,9), cioè dei chierici e dei laici. La goccia di balsamo, mescolata con il miele, si guasta, ma se, mischiandola con il latte, si coagula, ciò significa che non c’è miele. La soavità della contempla­zione viene guastata, come per un adulterio, se ad essa viene mischiato il miele delle cose temporali.

 

7. Si legge nella Storia Naturale che nei favi di miele nascono i ragni e tutto quello che è nei favi si guasta. Negli alveari delle api si producono dei piccoli vermi, ai quali in seguito spuntano delle piccole ali e quindi sono in grado di volare (Aristotele).

Il ragno si chiama in lat. aranea, perché tende i suoi fili nell’aria (in aëre nent). Dal piacere delle cose temporali nasce il ragno, cioè il venefico orgoglio che tende i suoi fili nell’aria, in quanto è sempre alla ricerca di cose grandi, superiori alle sue forze (cf. Sal 130,1); e nascono i vermi, cioè la gola e la lussuria, vizi che fanno, per così dire, volare l’uomo a desiderare le cose altrui. Non c’è quindi da meravigliarsi se con questo miscuglio si guasta il balsamo della vita contemplativa o quello della purezza di coscienza. Vivendo insieme si formano gli usi e i costumi, e l’uva sana prende la muffa dall’uva guasta che le sta vicino (Giovenale).

Tu avrai la prova di non avere il miele del piacere transitorio se, mescolandoti con il latte dell’incarnazione del Signore, ti coagulerai, cioè ti restringerai con lo spirito di povertà. Il pane degli angeli, dice Agostino, è divenuto latte dei piccoli, affinché con esso i piccoli venissero nutriti.

Non è possibile tenere il balsamo sulla mano nuda, esposta all’ardore del sole. Il balsamo sulla mano simbo­leggia la purezza di coscienza nell’operare. Quando il sole ardente dell’amore di Dio illumina e infiamma la mente del giusto e gli fa vedere quale egli veramente è, ogni attivi­tà, ogni energia viene meno. Dice infatti Daniele: “Ebbi una grande visione, e non rimase in me vigore, e anche il mio aspetto si alterò, e caddi in deliquio e restai senza forze” (Dn 10,8). Quando il sole della grazia si unisce al balsamo della pura coscienza, nel giusto non resta più alcuna fiducia sul proprio operato.

Questo dunque è il balsamo “che è più prezioso dell’oro e del topazio” (Sal 118,127). Magari venisse la regina di Saba e ci desse anche solo una piccola radice di balsamo, per impiantare in noi una vigna balsamica! Racconta Giuseppe [Flavio] che la regina di Saba, quando andò a consultare la sapienza di Salomone, gli fece dono di una radice di balsamo, dalla quale poi originarono e si moltiplicarono le vigne balsamiche di Engaddi.

 

8. Ecco dunque che con questo balsamo, mescolato all’olio della misericordia di Dio, si confeziona il crisma con il quale viene unto il giusto, che diventa così cristo (consa­crato) e figlio di Davide, del quale appunto si dice nel vangelo di oggi: “Che ve ne pare del Cristo? Di chi è figlio? Gli rispondono: Di Davide”. Il vero giusto, unto con il crisma confezionato con il balsamo e l’olio, è figlio di Davide. Davide s’interpreta “di mano forte”, o anche “di bell’aspetto” (cf. 1Re 16,12). Il pugile che si accinge ad affrontare un avversario usa ungersi il capo di olio: così il giusto si unge con il balsamo mescolato a olio per aver forza nelle mani, cioè nelle opere e poter così debellare il nemico, il diavolo. In questo modo diventa quaggiù figlio di Davide, cioè figlio della fortezza, e diverrà poi, nella vita futura, figlio della gloria, e lì sarà bello di aspetto, perché potrà contemplare faccia a faccia colui, nel quale gli angeli desiderano tener fisso lo sguardo (cf. 1Pt 1,12).

Gesù Cristo stesso, figlio di Davide, si degni di condurre anche noi a quella splendida gloria: egli che con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

DOMENICA XIX DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della domenica diciannovesima dopo Pentecoste: “Gesù, salito su una barca”; si divide in tre parti.

– Anzitutto sermone sulla prerogativa della grazia spirituale che Dio conferisce al predicatore, e sulla sua buona condotta: “Il giovinetto Antioco”.

– Parte I: La croce di Cristo: “Gesù, salito su una barca”.

– La discesa dell’anima dalla superbia: “Scendi e siedi sulla polvere”.

– L’ascesa e il rinnovamento dell’anima: “Saliamo a purificare il santuario”.

– I quattro strumenti necessari per governare una barca e il loro simbolismo: “Considera che per governare una barca”.

– Parte II: I cinque modi con i quali vengono le malattie: “Gli portarono un paralitico”.

– Sermone contro i piaceri della carne: “Ho intessuto di corde il mio letto”.

– I quattro che portano il paralitico e il loro simbolismo, e il quadruplice tetto: “Ed ecco che gli portarono un paralitico”.

– Sermone sulla fede: “Gesù, vedendo la loro fede”.

– Parte III: I cinque figli di Mattatia e il loro simbolismo: “Álzati, prendi il tuo lettuccio”.

– Sermone sulla mortificazione della carne e la repressione dei sensi: “Davide colpì i Filistei”.

 

esordio - la grazia spirituale del predicatore e la sua santa condotta

 

1. In quel tempo: “Gesù, salito su una barca, passò all’altra riva e giunse nella sua città” (Mt 9,1).

Nel primo libro dei Maccabei si racconta che il giovinetto Antioco “concesse a Gionata [Sommo Sacerdote] la facoltà di bere in vasi d’oro, di vestire la porpora e di portare la fibbia d’oro” (1Mac 11,58). Vediamo che cosa significhi­no Antioco, Gionata, l’oro, la porpora e la fibbia.

Antioco s’interpreta “povero silenzioso”, e in questo passo è figura di Gesù Cristo che fu povero e silenzioso. Fa’ attenzione a queste due parole. Cristo fu povero perché non ebbe dove posare il capo (cf. Mt 8,20; Lc 9,58), se non sulla croce, dove “piegato il capo rese lo spirito” (Gv 19,30); fu silenzioso perché fu portato alla morte come un agnello e pur essendo maltrattato non aprì la sua bocca (cf. Is 53,7). Dice infatti Geremia: “Dalla bocca dell’Altissimo non usciranno né i beni né i mali” (Lam 3,38).

Gionata s’interpreta “dono della colomba”, ed è figura del predicatore che dalla colomba, ossia dallo Spirito Santo, ha ricevuto il dono di chiamare i peccatori a gemere nella penitenza come colombe. Infatti, nel primo libro dei Re, [un altro] Gionata, [il figlio di Saul], dice a Davide: “Se dirò al ragazzo: Ecco, le frecce sono più in qua di dove ti trovi, prendile!, allora vieni, perché sei al sicuro e non c’è per te alcun pericolo; viva il Signore! Ma se io dico al ragazzo: Ecco, le frecce sono più avanti di dove ti trovi; vattene in pace perché è il Signore che ti manda via”(1Re 20,22).

Considera che le frecce sono tre, e cioè: il timore della separazione, per cui l’anima teme di venir separata da Dio; il dolore nella confessione; l’ardore dell’amore. Queste frecce, scoccate dall’arco della predicazione, feriscono l’anima per farla prorompere in gemiti e pianto. Ma se queste frecce sono al di là del ragazzo, cioè al di là della ragione infantile, per Davide non c’è più salvezza. Se invece sono al di qua del ragazzo, in modo ch’egli possa vederle, per Davide c’è salvezza e non c’è alcun pericolo: Viva il Signore!

A questo Gionata dunque, cioè al predicatore, Cristo dà la facoltà di bere in vasi d’oro, di portare la porpora e di avere la fibbia d’oro. Nell’oro è simboleggiata la luce della sapienza, nella porpora il sangue della passione del Signore, e nella fibbia d’oro la repressione della propria volontà.

Beato quel predicatore al quale è concessa la facoltà di bere in vasi d’oro. A molti è concessa oggi la facoltà di avere l’oro, ma non di bere nell’oro. Beve nell’oro colui che dalla luce della sapienza che ha ricevuto, beve prima lui e quindi offre da bere agli altri. Leggiamo nella Genesi che Rebecca disse al servo di Abramo: “Bevi, signo­re, e poi darò da bere anche ai tuoi cammelli” (Gn 24,14). La stessa cosa dice la sapienza al predicatore: “Bevi, signore!” Lo chiama “signore” perché la potestà che ha, gli è stata concessa da Cristo. Infatti dice la Genesi: “Sarai sotto la potestà dell’uomo, ed egli ti dominerà” (Gn 3,16). Fortunato colui che domina la sapienza che gli è stata data. Domina la sapienza colui che non l’attribuisce a se stesso, ma a Dio, e che vive in conformità a ciò che predica. “Bevi, dunque, Signore, e poi darò da bere anche ai tuoi cammelli”, vale a dire ai tuoi uditori.

La stessa cosa la dice anche il Signore: “Adesso attin­gete e quindi portate all’archi­triclino”, cioè al direttore di mensa (Gv 2,8). Architriclino è un termine greco che deriva da archòs, capo, tria, tre e kline, letto; quindi architriclino, capo di tre letti. Infatti gli antichi mangiavano sdraiati su dei lettini, disposti a tre a tre.

Anche nella chiesa ci sono tre letti, vale a dire tre “ordini”, o tre categorie, nelle quali, come in un letto, riposa il Signore, e cioè i coniugati, gli astinenti che vivono in castità, e i vergini. Di tutti costoro il capo è il prelato, o anche il predicatore, il quale per primo deve bere e quindi offrire da bere ai commensali. “Antioco, dun­que, concesse a Gionata la facoltà di bere in vasi d’oro”.

“E di portare la porpora”. Porta la porpora quel predicatore che con Paolo, predicatore insigne, porta nel suo corpo le stimmate di Gesù Cristo(cf. Gal 6,17). Leggiamo nle Cantico dei Cantici: “La porpora del re unita ai canali” (Ct 7,5). Il canale è chiamato così perché è cavo, e sta ad indicare l’umiltà del cuore. Quindi: la porpora del re, cioè la passione di Gesù Cristo, è unita ai canali, cioè ai predicatori umili, attraverso i quali fluisce l’acqua della dottrina per irrigare le aiuole delle erbe aromatiche, cioè le anime dei fedeli. Nulla deve frapporsi tra la passione di Cristo e la vita del predicatore, perché questi possa dire con l’Apostolo: “Per me il mondo è stato crocifisso, come io lo sono per il mondo” (Gal 6,14).

“E avere la fibbia d’oro”. La fibbia, in lat. fibula, da fìgere, legare, è così chiamata appunto perché léga, e sta ad indicare la repressione della propria volontà: repres­sione che giustamente è detta “d’oro”, perché da essa dipende la purezza dell’anima e del corpo. Il predicatore dev’essere legato con questa fibbia, per poter dire con l’Apostolo: “Io soffro per il vangelo fino a portare le catene: ma la parola di Dio non è incatenata” (2Tm 2,9). Quando la volontà del predicatore è legata, allora nella sua bocca la parola di Dio si scioglie, per giungere senza impedimenti al cuore degli ascoltatori.

Quindi se il prelato della chiesa o il predicatore berrà all’oro della sapienza, se porterà la porpora della passio­ne del Signore e se legherà la sua volontà con la fibbia d’oro, allora potrà veramente salire nella barca insieme con Gesù, passare all’altra sponda e arrivare alla sua città: come sta scritto nel vangelo di oggi: “Gesù salì su una barca”, ecc.

 

2. Osserva che in questo vangelo sono posti in evidenza tre momenti. Primo, Gesù Cristo che sale nella barca, quando dice: “Gesù, salito su una barca”. Secondo, la presentazione del paralitico, quando aggiunge: “Gli presen­tarono un paralitico”. Terzo, la guarigione del paraliti­co, quando conclude: “àlzati, prendi il tuo lettino”.

Nell’introito della messa di oggi si canta: “Tu sei giusto, Signore, in tutto ciò che hai fatto a noi” (Dn 3,27). Si legge quindi un brano della lettera del beato Paolo agli Efesini: “Rinnovatevi nello spirito della vostra mente”; lo divideremo in tre parti, esaminandone la concordanza con le tre suddette parti del brano evangelico. Prima parte: “Rinnovatevi”. La seconda: “Ripudiate la menzogna”. La terza: “Chi è avvezzo a rubare”. Fa’ attenzione che la guarigione del paralitico, il rin­novamento della mente e il ripudio della menzogna praticamente significano la stessa cosa: è per questo che i due brani del vangelo e dell’epistola vengono letti insieme.

 

I. gesù cristo sale nella barca

 

3. “Gesù, salito su di una barca, passò all’altra sponda e arrivò nella sua città”.

Senso allegorico. La barca raffigura la croce: su di essa sale Gesù. Infatti egli ha detto: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”(Gv 12,32), con l’uncino, per così dire, della croce. Leggiamo a questo proposito nel libro del profeta Amos: “Amos, che cosa vedi? Io risposi: Vedo un uncino per cogliere i frutti. E il Signore a me: È arrivata la fine per il mio popolo Israele: non lo lascerò più a lungo impunito” (Am 8,2).

Considera che nei frutti ci sono tre qualità: il sapore, il colore e l’odore. I frutti sono figura dei giusti, nei quali c’è il sapore della contemplazione, il colore della santità e l’odore del buon nome, della stima di cui godono. Il Signore attira ogni giorno a sé questi frutti con l’uncino della sua croce; quando il Signore salì sulla croce arrivò per noi la fine, perché ebbe fine la nostra miseria; egli non ci oltrepassò, ma piuttosto ci fece passare con lui alla gloria. È ciò che dice il vangelo: “Passò all’altra sponda e giunse alla sua città”. E anche Giovanni dice: “Gesù, sape­va ch’era giunta la sua ora, di passare da questo mondo al Padre” (Gv 13,1). Ed è anche ciò che si legge nel salmo: “Lungo il cammino si disseta al torrente, e solleva alta la testa” (Sal 109,7); egli bevve dal torrente della sua passione, durante il cammino del suo pellegrinaggio terreno, e perciò levò alta la testa, che prima aveva reclinato sulla croce, quando aveva reso lo spirito.

 

4. Senso morale. Fa’ attenzione. Adesso vediamo quale sia il significato delle parole: salì, barca, attraversò (il lago), e città.

Chi vuole salire, è necessario che prima discenda. L’Apostolo infatti dice di Cristo: “Che cosa vuol dire con la parola ascese, se non che prima era disceso quaggiù nelle parti più basse della terra? (Ef 4,9). E in che modo tu debba discendere, te lo indica Isaia dicendo: “Discendi, siedi nella polvere, o vergine, figlia di Babilonia” (Is 47,1).

Fa’ attenzione alle singole parole. O anima peccatrice, che vieni detta vergine a motivo della tua sterilità in fatto di opere buone, figlia per la tua effeminatezza, Babilonia per il disordine del peccato, discendi dalla superbia del tuo cuore, siedi per mezzo dell’umiltà, nella polvere in considerazione della bassezza in cui sei caduta. Queste sono le parti più basse della terra; se prima scenderai per considerarle e meditare, poi potrai risalire.

Leggiamo nella Genesi che Abramo, dall’Egitto, salì con tutto ciò che possedeva, dirigendosi verso mezzogiorno (cf. Gn 13,1). Troviamo la stessa cosa un po’ più avanti: “Giacobbe, radunata tutta la sua famiglia, disse: Alzatevi e saliamo fino a Betel” (Gn 35,2.3). Abramo e Giacobbe raffigurano il penitente, il quale dall’Egitto, cioè dalle tenebre della sua miseria, sale con tutta la sua famiglia, cioè con i pensieri e gli affetti della mente, di cui nulla assolutamente deve restare in Egitto. Devi infatti salire totalmente verso il mezzogior­no, cioè verso la contrizione della mente, che è Betel, “la casa di Dio”, la casa in cui Dio dimora. Anche Isaia infatti dice: “L’Eccelso e il Sublime dimora nell’eternità, ma è anche con il contrito e l’umile di spirito” (Is 57,15).

E su questo argomento vedi anche il sermone della I domenica di Quaresima, sul vangelo “Gesù fu condotto dalla Spirito nel deserto”.

 

5. Su tutto questo abbiamo la concordanza nel primo libro dei Maccabei, dove Giuda Maccabeo dice: “Saliamo a purifi­care il santuario e a riconsacrarlo. Così si radunò tutto l’esercito e salirono al monte di Sion. Trovarono il santuario abbandonato, l’altare profanato, le porte arse e cresciute le erbacce nei cortili come in un luogo selvatico e montuoso, e gli appartamenti sacri in rovina. Allora si stracciarono le vesti, fecero grande pianto, si cosparsero la testa di cenere e si prostrarono con la faccia per terra” (1 Mac 4,36-40).

Da questo passo si può ben comprendere in che modo l’anima venga distrutta e come si possa riedificarla. Giuda, cioè il penitente, radunato tutto l’esercito, cioè tutti i suoi pensieri e i suoi affetti, deve salire al monte di Sion, che s’interpreta vedetta, deve concentrarsi cioè nella sua mente, con la quale può meditare sull’oriente della sua nascita, sull’occidente della sua morte, sul settentrione delle avversità, e sul meridione della prosperità di questo mondo. Sul primo, per umiliarsi, su secondo per piangere, sul terzo per mantenersi forte, sul quarto per non insuperbirsi.

E poiché l’uomo si accorge dei beni che ha perduto, quando considera a fondo i mali che ha commesso, il passo continua dicendo: “E trovarono il santuario abbandonato”, ecc. Il santuario è abbandonato e deserto quando l’anima, santifi­cata dall’acqua del battesimo, cade nel peccato mortale e così diviene deserta e abbandonata, cioè priva della grazia dello Spirito Santo. L’altare viene profanato quando si distrugge la fede. Le porte vengono arse, quando i sensi del corpo vengono distrutti dal fuoco della concupiscenza. Nei cortili crescono le erbacce quando il cuore è invaso da una moltitudine di pensieri e di desideri vani. Gli appartamenti sacri, detti in greco pastoforia, erano quelli nei quali dormivano i leviti, ai quali era affidata la cura della casa del Signore; di essi fa memoria anche Ezechiele nell’ultima sua visione (cf. Ez 40,45-46). Questi appartamenti sacri vengono ridotti in rovina quando gli intimi recessi della mente vengono profanati da illecite brame.

Ecco in che modo l’anima viene distrutta: ma vediamo anche in che modo possa venire riedificata.

“Si stracciarono le vesti” ecc. Fa’ attenzione a queste quattro azioni: stracciarono, piansero, si imposero, caddero. Nello stracciare delle vesti è indicata la contri­zione del cuore; nel pianto la confessione bagnata dalle lacrime; nell’imposizione delle ceneri sul capo l’umile riparazione del male commesso; nella prostrazione con la faccia a terra il pensiero del finale dissolvimento del nostro essere. Infatti al primo uomo è stato detto: “Sei polvere e in polvere ritornerai” (Gn 3,19). Chi sale in questo modo al monte di Sion insieme con Giuda per purificare e riconsa­crare il santuario, sale realmente sulla barca insieme con Gesù.

 

6. Considera inoltre che per governare una barca sono necessari almeno quattro strumenti: l’albero, la vela, i remi e l’ancora. Nell’albero è simboleggiata la contrizione del cuore, e nella vela la confessione della bocca: come la vela è unita all’albero, così la confessione dev’essere unita alla contrizione; nei remi sono simboleggiate le opere di riparazione e di penitenza, cioè il digiuno, la preghiere e l’elemosina; nell’ancora è simboleggiato il pensiero della morte. Come l’ancora trattiene la barca perché non affondi tra gli scogli, così il pensiero della morte trattiene la nostra vita perché non precipiti nei peccati. Dice infatti Salomone: “Medita sugli ultimi eventi della tua vita [i novissimi], e mai più cadrai nel peccato” (Eccli 7,40). Perciò chi desidera passare dalla riva di questa vita mortale alla riva dell’immortalità, cioè alla città della Gerusalemme celeste, salga sulla barca della penitenza.

È qui che la prima parte del vangelo concorda con la prima parte dell’epistola: “Rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4,23-24).

Ecco che qui ti viene indicato in che modo si purifica e si consacra di nuovo il monte di Sion. “Salì Giuda a purifica­re e a riconsacrare il santuario”. E l’Apostolo: “Rinnovatevi nello spirito della vostra mente”, nella contrizione del cuore, “e rivestitevi dell’uomo nuovo”, nella confessione della bocca, “creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”, cioè nelle opere di riparazione: e così sarai in grado di salire nella barca e giungere alla città della gloria celeste.

Ad essa ci conduca colui che salì sulla barca della croce, e risuscitò come uomo nuovo nel terzo giorno: a lui sia onore e gloria nei secoli eterni. amen.

 

 

 

 

II. il paralitico portato a gesù cristo

 

7. “Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su di un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mt 9,2).

Considera, avverte la Glossa, che alcune malattie vengono a causa dei peccati, e quindi devono essere prima rimessi i peccati perché possa avvenire la guarigione.

In cinque modi, o per cinque motivi, vengono le malattie: o per aumentare i meriti dei giusti con la pazienza, come avvenne con Giobbe; o per custodire le virtù e non essere tentati dalla superbia, come con Paolo; o per espiare i peccati, come avvenne con Maria, sorella di Mosè, colpita dalla lebbra, e con il paralitico di cui stiamo parlando; o per manifestare la gloria di Dio, come avvenne con il cieco nato e con Lazzaro; oppure anche come inizio dell’eterno castigo, come avvenne con Erode, e così si veda già da quaggiù che cosa seguirà poi nell’inferno; infatti Geremia dice: “Con duplice flagello colpiscili, o Signore!” (Ger 17,18).

Vediamo quale sia il significato morale del paralitico, del letto, e di coloro che portano il paralitico a Gesù.

La paralisi deve il suo nome al fatto che immobilizza una metà del corpo; se tutto il corpo fosse immobilizzato, allora avremmo l’apoplessia. Più precisamente, la paralisi è dovuta al fatto che il corpo è colpito da un forte raffreddamento, nella sua totalità o solo in parte. La paralisi è una specie di disfacimento delle membra, e sta a significare il piacere della carne che è come un letto nel quale il paralitico, cioè l’anima giace disfat­to. Dice Geremia: “Fino a quando ti distruggerai nei piaceri, o figlia vagabonda?” (Ger 31,22). Quando la carne viene distrutta dal piacere, l’anima, come il paralitico, giace disfatta nello sfinimento della carne.

 

8. Di questo letto, la prostituta dice: “Ho sospeso il mio letto con corde, e vi ho steso sopra coperte ricamate d’Egitto; ho profumato il mio giaciglio di mirra, aloe e cinnamomo. Vieni, inebriamoci alle mammelle, godiamoci i bramati amplessi fino allo spuntare del giorno” (Pro 7,16-18).

Il letto, cioè il piacere carnale, è sorretto dalle funi dei peccati; vi sono stese coperte ricamate, cioè i vari piaceri, che vengono dall’Egitto, vale a dire dalle tenebre della coscienza. E poiché il riso si mescola al dolore, e il piacere all’amarezza, il testo aggiunge: “Ho profumato il mio giaciglio di mirra, aloe e cinnamomo”. Nella mirra e nell’aloe, che sono spezie amare, è indicata l’amarezza del castigo; nel cinnamomo, che è profumato, è raffigurato il piacere della carne.

Dice dunque la prostituta, cioè la carne, al giovane, cioè allo spirito: “Vieni!”, con il consenso della mente, “inebriamoci alle mammelle”, cioè ai piaceri della gola e della lussuria, passando alle azioni; “godiamoci i bramati amplessi”, con i legami dell’abitu­dine, “fino allo spuntare del giorno”. E questo è proprio vero, perché la carne non può ingannare nessuno se non nella notte dell’ignoranza; e quindi la carne nulla teme tanto, quanto il giorno, la luce dell’intelligenza. Ecco dunque in che modo il paralitico giace disfatto nel suo letto.

Leggiamo nel libro di Giuditta che “Oloferne giaceva nel suo letto, sprofondato nel sonno, ubriaco fradicio” (Gdt 13,4). Oloferne s’interpreta “che svigorisce il vitello ingrassato”, e raffigura lo spirito del peccatore che, con il consenso della mente, infiacchisce il vitello ingrassa­to, cioè la carne, ingrassata con l’abbondanza delle cose temporali, nel cui piacere giace come in un letto, sprofon­dato nel sonno, ubriaco fradicio.

Leggiamo nei Proverbi: “Sarai come uno che dorme in mezzo al mare, come un timoniere immerso nel sonno, che ha abbandonato il timone, e dirai: Mi hanno bastonato ma non sento male, mi hanno trascinato, ma non me ne sono accorto” (Pro 23,34-35).

Dorme in mezzo al mare colui che impigrisce nei flutti dei pensieri, nell’amarezza dei peccati, ed è come un timoniere immerso nel sonno che ha abbandonato il timone, cioè la guida della ragione, e porta la barca della sua vita verso il Cariddi della morte eterna. E così non sente dolore quando viene colpito dai demoni, e di nulla si accorge, quando essi lo trascinano ai vari vizi, “come un bue condotto al macello” (Pro 7,22).

Ecco dunque che il paralitico giace sul suo letto, del quale così parla Salomone: “Il pigro dice: C’è un leone nella strada e una leonessa si aggira per i sentieri. Come una porta gira sui cardini, [così il pigro si gira nel suo letto]” (Pro 26,13-14). Il leone è il diavolo, la leonessa è la concupiscenza della carne.

Pigro, in lat. piger, come dire pedibus æger, ammalato ai piedi, è figura del goloso e del lussurioso, i quali sono ammalati ai piedi, cioè mancano dei sentimenti della buona volontà, e quindi giacciono ammalati e paralizzati nel letto del miserabile piacere; non essendo in grado di resistere alle tentazioni del diavolo e di reprimere la concupiscenza della carne, non vogliono uscire a combatte­re, cioè a darsi alle opere di penitenza, e così si voltolano nei piaceri della carne, come un porta gira sui suoi cardini.

 

9. “Ecco dunque che portarono a Gesù un paralitico steso sul suo letto” (Mt 9,2). Marco scrive così: “Andarono da Gesù con un paralitico, portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo proprio dinanzi a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto sotto il quale Gesù si trovava e, fatta un’apertura, calarono il letto su cui giaceva il paralitico” (Mc 2,3-4).

L’umiltà e la povertà, la pazienza e l’obbedienza sono raffigurate in quei quattro portatori; sono le quattro virtù che portano a Gesù l’anima che giace disfatta nei piaceri della carne. E poiché a motivo della turba, cioè del turbamento provocato dai desideri carnali, non sono in grado di portarla, scoperchiano e aprono il tetto e calano davanti a Gesù il letto con sopra il paralitico.

Considera che c’è un quadruplice tetto: quello della superbia, quello dell’avarizia, quello dell’ostinazione e quello dell’ira. Questi, come è detto nei Proverbi, sono “i tetti gocciolanti” (Pro 19,13), che accecano cioè l’occhio della ragione. E Isaia: “Che hai anche tu che sei salito sui tetti?”(cf. Is 22,1). E Davide: “Siano come l’erba dei tetti: prima che si strappata, dissecca” (Sal 128,6).

Questo tetto, che copre ed oscura il volto dell’anima perché non veda la luce della giustizia, le quattro suddet­te virtù lo scoperchiano con la contrizione del cuore, lo aprono con la confessione della bocca, e così calano davanti a Gesù, fiduciose nella sua misericordia, l’anima e il corpo con le opere penitenziali di riparazione. Nessuno infatti può giungere a Gesù se non viene trasportato da queste quattro virtù.

Dice la Glossa: Viene come portato da quattro persone, colui che da queste quattro virtù viene innalzato fino a Dio con la fiducia dello spirito. Di esse è detto nel libro della Sapienza: Essa insegna la temperanza e la sapienza, la giustizia e la fortezza (cf. Sap 8,7). Altri le chiama­no: prudenza, fortezza, temperanza e giustizia.

 

10. Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: “Abbi fiducia, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”. La Glossa commenta: Davanti a Dio ha molto valore la propria fede, e in quella circostanza anche la fede degli altri ebbe tanto valore da far sì che un uomo si rialzasse subitamente guarito nell’anima e nel corpo e che per merito degli altri gli fossero perdonati i suoi errori.

Incredibile umiltà di Gesù che chiama figliolo quell’am­malato, trascurato dagli uomini e disfatto in tutte le membra! Certamente lo chiama così perché gli sono perdonati i peccati.

Fa’ attenzione a questi tre particolari: Veduta la loro fede, abbi fiducia, ti sono rimessi i peccati. La fede senza l’amore è inutile; invece la fede unita all’amore è propria del cristiano. Da notare quindi che “altro è credere a Dio, altro credere Dio, e altro credere in Dio”. “Credere a Dio” significa credere vero ciò che egli dice, e questo lo fanno anche i cattivi; anche noi crediamo all’uo­mo, ma non crediamo nell’uomo. “Credere Dio” significa credere che Dio esiste, ciò che fanno anche i demoni. Infine, “credere in Dio” vuol dire credere ed amarlo, credere e anda­re a lui, credere e aderire a lui e venire così incorporati nelle sue membra. Questa è la fede che giustifica l’empio. Quindi dove c’è questa fede, c’è la fiducia nella misericordia di Dio, e c’è anche la remissione della colpa.

“Allora alcuni scribi incominciarono a pensare: Costui bestemmia” (Mt 9,3). Poiché non credono che Gesù sia il vero Dio, pensano che Gesù bestemmi, quando dice di rimettere i peccati. “Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore?” (Mt 9,4).

Il pensiero è detto in lat. cogitatio, perché cogit, costringe spesso la mente a ricordare. Gesù vede i pensieri. Infatti nella lettera agli Ebrei è detto: “Ai suoi occhi tutto è nudo e scoperto” (Eb 4,13). E l’Ecclesiastico: “Gli occhi del Signore sono infinitamente più luminosi del sole; essi vedono tutte le azioni degli uomini, vedono nelle profondità dell’abisso, penetrano nel cuore degli uomini e fino nei luoghi più segreti. Tutte le cose erano note al Signore Dio ancor prima di essere create, e allo stesso modo vede tutto anche dopo la creazione” (Eccli 23,28-29).

“Perché dunque pensate cose malvagie nel vostro cuore?” Dice il profeta Michea: Guai a voi che pensate cose cattive nel vostro letto, e allo spuntare del sole le mettete in esecuzione (cf. Mic 2,1). Quando con la compiacenza e il consenso della mente meditiamo e tramiamo il male nel nostro letto, cioè nel nostro cuore, in quel momento quel male lo facciamo alla luce del giorno, cioè davanti agli occhi del Signore, anche se non lo mettiamo in esecuzione. Egli ha detto: “Chi guarda una donna per desiderarla”, cioè la guarda proprio con lo scopo di desiderarla, “nel suo cuore ha già commesso adulterio con lei” (Mt 5,28). In questo quegli scribi potevano riconoscere che Gesù era Dio, perché vedeva i loro pensieri.

“Che cosa è più facile dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati; oppure dire: Álzati e cammina?” (Mt 9,5). E la Glossa: Ma siccome non credete possibile questo prodigio spirituale, esso sarà comprovato da un miracolo visibile che certamente richiede una potenza non inferiore, affinché così possiate constatare che nel Figlio dell’uomo è nascosta la potenza della maestà, con la quale egli può perdonare i peccati, in quanto è Dio.

 

11. Con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte dell’epistola: “Ripudiate la menzogna; ciascuno dica la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri. Arrabbiatevi ma non vogliate peccare: il sole non tramonti sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo” (Ef 4,25-27).

Poco sopra abbiamo detto che quattro sono le virtù che portano l’anima paralitica a Gesù, e cioè l’umiltà e la povertà, la pazienza e l’obbedienza; ebbene, per mezzo di queste quattro virtù noi rigettiamo i quattro peccati di cui parla l’Apostolo. La menzogna della superbia o della vanagloria, che finge a se stessa di essere qualcosa mentre non è proprio niente, la rifiutiamo per mezzo dell’umiltà: infatti la menzogna è detta in lat. mendacium, in quanto inganna la mente di un altro. “Ciascuno dica la verità” per mezzo dell’amore alla povertà. Infatti, perché mai oggi avviene che quasi tutti dicono la menzogna al loro prossimo, se non a motivo dell’avarizia, la quale divide tra loro quelli che dovrebbero essere uniti come membra di Cristo? “Arrabbiatevi” contro voi stessi, il che vuol dire pentirsi e fare penitenza, “e non vogliate peccare”. Chi infatti è preso dall’ira pensa male, e così permette che il diavolo entri in lui per fargli compiere il male. La pazienza è necessaria proprio per vincere l’ira. Altro senso: “Arrabbiatevi”, cioè indignatevi contro voi stessi con tanta forza, da farvi desistere dal peccato. “Il sole”, cioè Cristo, “non tramonti”, cioè non abbandoni la mente; l’ira è come un monte che si frappone, e ci oscura questo sole. Ecco dunque che, con queste parole, l’Apostolo ci invita alla pazienza. Parimenti ci invita all’obbedienza quando dice: “Non date occasione al diavolo”. Il primo uomo, quando peccò con la sua disobbedienza, diede appunto occasione al diavolo. Voi invece obbedite, perché l’obbedienza preclude al diavolo ogni occasione, ogni possibilità di introdursi in un’anima.

Ti preghiamo, dunque, Signore Gesù Cristo, di abbattere con l’umiltà l’illusione e la falsità della nostra superbia, di distruggere la nostra avarizia per mezzo della povertà, di reprimere l’ira con la pazienza ed eliminare la disobbedienza imitando l’obbedienza della tua passione; e così meritiamo di essere presentati a te, di ricevere il perdono dei peccati e godere con te senza fine. Accordacelo tu, che sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. guarigione del paralitico

 

12. “Allora disse al paralitico: Alzati, prendi il tuo letto e va’ a casa tua. Ed egli si alzò e andò a casa sua. A quella vista, ecc.” (Mt 9,6-8). Fa’ attenzione alle tre parole: àlzati, prendi, e va’.

Il paralitico si alza, quando il peccatore si libera dai vizi ai quali si era abbandonato. E su questo abbiamo la concordanza nel primo libro dei Maccabei, dove si legge che “Mattatia si alzò e andò a stabilirsi sul monte Modin. Egli aveva cinque figli” (1Mac 2,1-2) che si chiamavano Giuda, Simone, Gionata, Giovanni e Eleazaro (cf. 1Mac 2,15).

Mattatia s’interpreta “dono di Dio”, ed è figura del penitente che, per dono di Dio, si rialza dal peccato e va a stabilirsi su monte Modin, che s’interpreta “giudizio”. Dice Agostino: “Sali al tribunale della tua mente, la ragione sia il giudice, la coscienza sia l’accusatore, il timore sia il carnefice, il dolore sia il tormento, e le opere facciano da testimoni”. Questo è il monte di Modin, e chi vi si stabilisce risorge veramente dai suoi peccati. Questo Mattatia, cioè il penitente, ha cinque figli, che sono: Giuda, cioè colui che si confessa; Simone, colui che obbedisce; Gionata, la colomba; Giovanni, la grazia ed Eleazaro l’aiuto di Dio. Questi sono i figli del penitente, cui viene elargito il dono di Dio, dal quale procedono le altre cinque grazie: Giuda purifica, Simone edifica, Gionata rinnova, Giovanni orna, Eleazaro protegge e conserva.

Giuda purifica il tempio, in quanto la confessione purifica la coscienza dai vizi e dai peccati. Si legge nel libro dei Giudici che “i figli d’Israele consultarono il Signore, dicendo: Chi salirà davanti a noi contro il Cananeo, e chi sarà il condottiero di questa guerra? Rispose il Signore: Salirà Giuda: ecco, io ho messo questa terra nelle sue mani” (Gdc 1,1-2). Cananeo s’interpreta “geloso”, ed è figura del diavolo che arde di focosa gelosia nei confronti dell’anima del peccatore e mette in azione ogni astuzia per impedirle di ritornare a Cristo. Contro di lui il penitente deve salire alla confessione, deve sradicarlo dalla terra della sua coscienza e purificare questa terra da ogni vizio.

Simone edifica, perché a questo fine si affatica con l’obbedienza, per far crescere in altezza l’edificio delle opere buone. Dice di lui Mattatia: “Ecco Simone, vostro fratello: so che è un uomo saggio, ottimo consigliere; ascoltatelo sempre ed egli sarà per voi come un padre” (1Mac 2,65). L’obbedienza è la migliore consigliera, perché insegna a reprimere la propria volontà, che è la via che conduce all’inferno, e a compiere la volontà di colui che è la via al cielo. E di questo edificio dice Gregorio: L’obbedienza è l’unica virtù che unisce a sé le altre virtù e che le custodisce e le conserva.

Gionata non cessa mai di rinnovare il santuario, perché la semplicità della colomba riedifica ciò che l’astuzia dell’antico serpente ogni giorno distrugge, e distrusse nel primo uomo. Leggiamo infatti nella Genesi che al tramonto la colomba ritornò da Noè nell’arca, portando nel suo becco un ramo di ulivo con le foglie verdeggianti (cf. Gn 8,11).

Vediamo quale sia il significato della colomba, del tramon­to, di Noè, dell’arca, del ramo di ulivo e delle foglie verdeggianti.

Colomba, è come dire colens lumbos, che cura i lombi, e simboleggia la semplicità e la purezza, virtù che curano i lombi, perché combattono e reprimono la lussuria. Questa colomba va da Noè nell’arca, cioè dal penitente, ed entra nella sua mente: e questo al tramonto, vale a dire quando in lui si raffredda il sole della prosperità mondana e l’ardo­re della concupiscenza carnale. E allora porta il ramo di ulivo con le foglie verdeggianti. Nel ramo è raffigurata la costanza della volontà; nell’ulivo la serena tranquillità della coscienza; nelle foglie verdeggianti la parola della salvezza. La colomba porta tutto questo, quando nella mente del penitente entra la semplicità, e così Gionata è in grado di ricostruire ciò che era andato in rovina.

Giovanni orna la facciata del Tempio con corone d’oro, perché la grazia dello Spirito Santo adorna le nostre opere con la purezza dell’intenzione. Dice Isaia: “Mi ha rivestito delle vesti della salvezza e mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo adorno della corona” (Is 61,10). Il Signore riveste il penitente con le vesti della salvezza per mezzo della contrizione, e lo avvolge con il manto della giustizia per mezzo della confessione e, come uno sposo insignito di corona, lo adorna con le opere di riparazione, che devono procedere dalla purezza della mente.

Ma, poiché tutte queste cose non conseguono effetto alcuno se non interviene l’aiuto di Dio, ecco che c’è anche il quinto fratello, Eleazaro. Con l’aiuto di Dio infatti ciò che si è incominciato si accresce, e ciò che è cresciuto si conserva, ciò che si è conservato conserva a sua volta il penitente e lo incorona poi con il premio della vita eterna. Il Signore dunque dica al paralitico: “Àlzati!”

 

13. “Prendi il tuo letto”. Dice la Glossa: Prendere il letto vuol dire distogliere la carne dai desideri terreni e innalzarla alle aspirazioni dello spirito, perché ciò che fu testimonianza di malattia, sia ora prova di guarigione. “Prendi dunque il tuo letto”, allontana cioè la tua carne dai piaceri terreni per mezzo della continenza e con la speranza dei beni celesti.

A questo proposito, troviamo un riferimento nel secondo libro dei Re, dove si racconta che “Davide sconfisse i Filistei e li assoggettò; tolse dalla mano dei Filistei il diritto del tributo. Sconfisse i Moabiti e, stesili a terra, li misurò con la corda: e misurò due corde, una per metterli a morte, e l’altra per lasciarli in vita. I Moabiti divennero sudditi di Davide e suoi tributari” (2Re 8,1-2).

Questo è il senso letterale: “Davide sconfisse i Filistei e tolse loro di mano il diritto”, cioè il potere, “del tributo”, che avevano su Israele. “E sconfisse anche i Moabiti e li misurò con la corda”, diede cioè l’eredità a chi volle, “e li fece stendere a terra”, cioè li umiliò grandemente. “E misurò due corde”, ecc., decise cioè a suo arbitrio chi far mettere a morte e chi lasciare in vita.

E questo è il senso morale: Filistei s’interpreta “che cadono ubriachi”, e raffigurano i sensi del corpo, che ebbri per essersi dissetati alle vanità del mondo, cadono nella fossa del peccato. Sono detti anche “doppia rovina”, perché portano alla rovina se stessi e la propria anima. Infatti di tale rovina il Signore dice: “Chi ascolta le mie parole e non le mette in pratica, è simile ad uno stolto, che costruisce la sua casa”, cioè il suo modo di vivere e di comportarsi, “sulla sabbia”, vale a dire sull’amore delle cose temporali. “Venne la pioggia” della suggestione diabolica, “strariparono i fiumi” della concupiscenza carnale, “soffiarono i venti” dell’avversità, o della prosperità del mondo, “e si abbatterono su quella casa, ed essa crollò”, perché le sue fondamenta poggiavano sulla sabbia. Dire arena è come dire arida: infatti i beni temporali sono privi dell’umore della grazia. “E la rovina di quella casa fu grande” (Mt 7,26-27).

Davide sconfigge e sottomette i Filistei, quando il giusto sconfigge i sensi del corpo per mezzo della mortifi­cazione della carne e li umilia e li sottomette con la considerazione della sua bassezza. E allora toglie il vincolo del tributo, cioè la concupiscenza della gola e della lussuria, con la quale prima i sensi del corpo erano soliti di tener legato lui, perché non potesse cibarsi del fieno dell’incarnazione del Signore, posto nella mangia­toia, ma solo dissetarsi all’acqua dei piaceri terreni. Il cavallo che ha il morso non può mangiare, ma solo bere. Di questo tributo si lamenta Geremia nelle Lamentazioni: “La Signora tra le province è sottoposta a tributo” (Lam 1,1). L’anima, che una volta era Signora di province, comandava cioè ai cinque sensi, è stata sottoposta al tributo della concupiscenza carnale; ma Davide toglie dalle loro mani, cioè dal loro potere, il vincolo del tributo, quando prende il suo letto, crocifigge cioè la sua carne con i suoi vizi e le sue concupiscenze (cf. Gal 5,24).

“E sconfisse i Moabiti”. Moab s’interpreta “dal padre”, e simboleggia gli stimoli carnali che abbiamo ereditato dai nostri genitori. Questo Moab, ogni volta che alza la testa, dobbiamo subito colpirlo, cioè reprimerlo, e con la corda, cioè con una severa penitenza, sempre però applicata con discrezione, dobbiamo farlo stendere a terra, cioè umiliarlo, in modo che il castigo sia proporzionato alla colpa commessa.

Dobbiamo anche misurare due corde, cioè due specie di compunzione: una che riguarda i peccati, e questa per uccidere, vale a dire per distruggere gli stimoli della carne; l’altra che riguarda il desiderio della gloria futura, e questo per sostenere e vivificare il nostro spirito. Infatti il vangelo continua: “E va’ a casa tua”. Andare a casa significa ritornare nel paradiso, che fu la prima dimora dell’uomo, o anche riprendere la vigilanza interiore di sé, per non ricadere nel peccato. “E il paralitico si alzò e ritornò a casa sua”. Dice la Glossa: Grande potenza che la guarigione segua immediatamente al comando di Gesù. E giustamente quelli che erano presenti, cessate le bestemmie, presi da meraviglia, prorompono nella lode di tanto potere. “A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini”(Mt 9,8).

Fa’ attenzione alle due parole: “presa da timore” e “rese gloria a Dio”. Infatti nell’introito della messa di oggi si canta: Tutto quello che ci hai fatto, Signore, l’hai fatto con retto giudizio, perché abbiamo peccato contro di te, e non abbiamo obbedito ai tuoi comandi (cf. Dn 3,28-31). E questo ti dice chiaramente che il paralitico era stato colpito da quella malattia a causa dei suoi peccati, e da essa non poteva guarire se prima non gli venivano perdonati. Quindi dobbiamo sempre credere che tutto ciò che il Signore fa, lo fa con retto giudizio, e dobbiamo imputare il castigo ai nostri peccati, e anche glorificarlo insieme con la folla e dire: Da’ gloria al tuo Nome e agisci con noi secondo la tua clemenza (cf. Dn 3,42-43).

Con questa terza parte del vangelo concorda la terza parte dell’epistola: “Chi era avvezzo a rubare, non rubi più”: ecco l’“àlzati!”; “anzi si dia da fare lavorando onestamente con le sue mani”, ecco “prendi il tuo letto”: chi si applica alle opere buone toglie via il letto della sua carne; “per farne parte a chi si trova in necessità” (Ef 4,28): ecco “va’ a casa tua!”. Va a casa sua colui che alla sua anima che si trova nella necessità, impone il dovere di compiere le opere di misericordia.

Fratelli carissimi, preghiamo il Signore Gesù Cristo, perché ci faccia risorgere dal peccato, prendere il letto della nostra carne, e ritornare alla casa della beatitudine celeste. Ce lo conceda colui che è benedetto, pietoso e degno di amore nei sei secoli eterni. E ogni anima che si alza da letto della carne dica: Amen, alleluia!

 

 

 

DOMENICA XX DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della domenica ventesima dopo Pentecoste: “Il regno dei cieli è simile ad un re”. Si divide in tre parti.

– Anzitutto sermone sui tre templi, sul candelabro d’oro, i suoi sei bracci e il loro significato: “Collocarono al suo posto il candelabro”.

– Parte I: Le tre nozze e le loro circostanze: “Il Regno dei cieli è simile a un re che celebrò”, ecc.

– L’Annunciazione del Signore: “La Sapienza si è costruita una casa”, e tutto ciò che segue.

– Parte II: Le tre tende che corrispondono alle tre nozze: “Il Signore colpirà di grande rovina”.

– Sermone contro l’ubriachezza: “Non ubriacatevi di vino, nel quale è la lussuria”, e tutto ciò che ne consegue.

– Parte III: Le tre vesti nuziali che corrispondono alle tre nozze: “Entrò allora il Re per vedere”.

– Sermone sui quattro giardini e sul loro significato: “Il mio diletto è sceso nel giardino”.

– Sermone sulla triplice battaglia: “La terza battaglia avvenne in Gob”; si parla anche della natura della sala­mandra e del passero, e delle pene dell’inferno.

 

esordio - il triplice tempio e il suo candelabro

 

1. In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a un re, che celebrò le nozze del suo figlio” (Mt 22,2).

Si legge nel primo libro dei Maccabei che “portarono nel tempio il candelabro, l’altare degli incensi e la mensa” (1Mac 4,49). Di queste quattro cose - tempio, candelabro, altare e mensa -, vedremo il significato allegorico, quello morale e quello anagogico, ossia mistico.

Considera che ci sono tre templi: il grembo verginale, l’anima fedele e la Gerusalemme celeste, e in ciascuno di essi c’è il candelabro, l’altare degli incensi e la mensa.

Del tempio, che è il grembo verginale, si parla nel terzo libro dei Re, quando dice che Salomone costruì il tempio con tre materiali: marmo, cedro e oro. Il marmo veniva rivestito di legno di cedro e il cedro veniva rivestito d’oro (cf. 3Re 6,7-22 sparsim).

Nel marmo è simboleggiata la verginità della beata Maria; nel cedro, che con il suo profumo scaccia i serpen­ti, è simboleggiata la sua umiltà, e nell’oro la sua pover­tà. Il marmo della verginità viene rivestito, cioè viene preservato e protetto con il cedro dell’umiltà. La vergine superba infatti non è vergine, e perciò la beata Maria, quasi dimentica della sua verginità, mostra la sua umiltà dicendo: “Ecco l’ancella del Signore” (Lc 1,38). Il cedro dell’umiltà viene rivestito e ornato con l’oro della povertà. Infatti l’abbondanza delle ricchezze produce di solito la malvagità della superbia.

In questo tempio furono portati il candelabro, l’altare degli incensi e la mensa. Come nella divinità ci sono tre persone e una sola sostanza, così nell’umanità di Cristo ci sono tre sostanze [entità] e una sola persona. In Gesù Cristo c’è Dio e l’uomo, e nell’uomo c’è l’anima e il corpo. Nel candelabro è raffigurata la divinità di Cristo, nell’altare degli incensi la sua anima, che era ricolma del profumo di tutte le virtù, e nella mensa la sua carne, con la quale ci ristoriamo e ci saziamo nel sacramento dell’altare. Benedetto e glorioso questo tempio, illuminato dal candelabro della luce eterna, profumato dall’altare degli incensi e saziato con la mensa dell’offerta.

Del secondo tempio, che è l’anima fedele, dice l’Aposto­lo: “Santo è il tempio di Dio, che siete voi” (1Cor 3,17). In questo tempio dobbiamo portare il candelabro della carità, l’altare degli incensi, cioè una mente devota, e la mensa dell’offerta, cioè la parola della sacra predicazione.

Del candelabro della carità si parla nel libro dell’E­sodo, quando il Signore dice a Mosè: “Farai un candelabro duttile di oro purissimo, e da esso partiranno le coppe, le sfere e i gigli. Dai due lati si dirameranno sei bracci, tre da un lato e tre dall’altro” (Es 25,31­32).

Duttile significa che si può lavorare a martello. Il candelabro della carità viene battuto con il martello della tribolazione, perché la carità, una volta nata, cresca non in sé ma nella mente dell’uomo. Dice infatti Agostino, com­mentando la prima lettera di Giovanni: La carità perfetta è questa: che uno sia pronto anche a morire per i fratelli. Ma forse che, appena germogliata, è già del tutto perfetta? No di certo, ma nasce proprio per crescere fino alla perfe­zione; quando nasce viene alimentata; alimentata si fortifica; fortificata diviene perfetta; e quando è giunta alla perfezione dice: “Desidero essere sciolta (dal corpo) per essere con Cristo” (Fil 1,23). Queste parole suggeriscono appunto il concetto del progresso e del continuo perfezionamento della carità.

Il candelabro della carità poi è fatto di oro purissimo. Infatti la carità non ammette alcun difetto o vizio: essa è più preziosa di tutte le altre virtù, proprio come l’oro è più prezioso di tutti gli altri metalli. Da questo candelabro devono diramarsi le coppe, le sfere e i gigli. La coppa, che nella sua cavità contiene ciò che vi si versa e lo porge per bere, è simboleggiata l’umiltà unita alla compunzione della mente. La concavità infatti è in grado di ricevere ciò che vi si versa, il rigonfiamento (la convessità) invece lo respinge. Nella sfera, che gira all’intorno, è simboleggiata la sollecitudine per le necessità del prossi­mo. Nei gigli è indicato il nitore della castità. Perciò tu, che hai la carità, abbi anche le coppe nei riguardi di Dio, le sfere nei riguardi del prossimo e i gigli nei riguardi di te stesso.

Considera anche che il candelabro della carità ha sei bracci, tre a destra e tre a sinistra, con i quali abbrac­cia Dio e il prossimo. I tre bracci con i quali abbraccia Dio sono l’esecrazione del peccato, il disprezzo delle cose temporali e la contemplazione delle cose celesti.

Del primo braccio, il Salmista dice: “Ho avuto in odio l’iniquità e l’ho detestata” (Sal 118,163). Del secondo, dice l’Apostolo: Tutto considero come spazzatura, al fine di guadagnare e abbracciare Cristo (cf. Fil 3,8). E del terzo: Fissate lo sguardo non sulle cose visibili, ma su quelle invisibili (cf. 2Cor 4,18).

Parimenti i tre bracci che abbracciano il prossimo sono: perdonare al peccatore, correggere chi sbaglia, ristorare chi ha fame. Sul primo, leggiamo nel vangelo: Perdona loro, perché non sanno quello che fanno (cf. Lc 23,34). Sul secondo, dice Giacomo: “Chi riconduce un pecca­tore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati” (Gc 5,20). E sul terzo, dice Salomone: “Se il tuo nemico ha fame, dàgli da mangiare; se ha sete, dàgli da bere” (Rm 12,20; cf. Pro 25,21).

Se saranno portati nella nostra anima l’altare della devozione e la mensa della sacra predicazione insieme con questo candelabro, allora il tempio sarà veramente santo e in esso abiterà Dio.

Infine c’è il terzo tempio, che è la Gerusalemme cele­ste. Di essa dice il salmo: “Entrerò nella tua casa”, cioè nella chiesa militante, “mi prostrerò nel tuo santo tempio” (Sal 5,8), cioè nella chiesa trionfante, e in ambedue “proclamerò il tuo nome” (Sal 137,2). Si legge nel libro di Daniele, che “Daniele entrò nella sua casa e nella sua stanza, le cui finestre erano aperte su Gerusalemme; tre volte al giorno si metteva in ginocchio per adorare e lodare il suo Dio” (Dn 6,10).

In questo tempio sta in candelabro della luce. Dice l’Apocalisse: “La gloria di Dio lo illumina e la sua lampada è l’Agnello” (Ap 21,23). E lì c’è anche l’altare degli incensi: “Venne un angelo e si fermò davanti all’al­tare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti incensi perché li offrisse insieme con le preghiere di tutti i santi sull’al­tare d’oro, posto davanti al trono. E dalla mano dell’angelo il fumo degli incensi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei santi” (Ap 8,3-4). E questo è anche ciò che dice Raffaele a Tobia: “Quando pregavi piangendo, e seppellivi i morti, e trascuravi il tuo pranzo, io ho offerto la tua preghiera al Signore” (Tb 12,12). E lì c’è anche la mensa. Dice Luca: “E io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa, nel mio regno” (Lc 22,29-30).

Con questi tre templi vogliamo concordare e celebrare tre nozze, a proposito delle quali dice appunto il vangelo di oggi: “Il regno dei cieli è simile ad un re che celebrò le nozze del suo figlio”.

 

2. Considera i tre momenti posti in evidenza in questo vangelo. Il primo, la preparazione delle nozze e gli inviti, dove dice: “Il regno dei cieli è simile a un re”. Il secondo, l’uccisione degli assassini, la presenza alle nozze dei buoni e dei cattivi, quando continua: “Il re, sentendo questo, si indignò”. Il terzo, la condanna dell’uomo che non indossava la veste nuziale, quando conclude: “Il re entrò per vedere i commensali”.

Nell’introito della messa di oggi si canta: “In tuo potere, Signore, sono tutte le cose” (Est 13,9). Si legge quindi un brano della lettera del beato Paolo apostolo agli Efesini: “Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta” (Ef 5,15). Divideremo questo brano in tre parti e ne vedremo la concordanza con le tre suddette parti del vangelo. La prima: “Vigilate!” La seconda: “Non ubriacatevi di vino!” La terza: “Siate ricolmi di Spirito Santo”. In questo vangelo il Signore parla di nozze, nella lettera di oggi l’Apostolo invita anche noi a celebrarle con salmi, inni e canti: è per questo che viene letta insieme con questo vangelo.

 

I. le tre nozze

 

3. “Il regno dei cieli è simile a un re”. Considera che ci sono tre specie di nozze: nozze di unione, nozze di giusti­ficazione, e nozze di glorificazione. Le prime furono celebrate in quel tempio che fu la beata Vergine Maria; le seconde vengono celebrate ogni giorno nel tempio che è l’anima fedele; le terze saranno celebrate nel tempio della gloria celeste.

[Le prime nozze] Nelle nozze, come si sa, si uniscono insieme due perso­ne, cioè lo sposo e la sposa. Anche se due famiglie sono in discordia, di solito, per merito del matrimonio, si rappa­cificano, quando la persona di una famiglia sposa quella dell’altra.

Una grande discordia c’era tra noi e Dio. Per eliminarla e per riportare la pace, fu necessario che il Figlio di Dio prendesse la sua sposa nella nostra parentela. E per concludere questo matrimonio intervennero molti intermediari e pacieri, con insistenti preghiere, e a stento poterono ottenerlo. Finalmente il Padre fu d’accordo, e mandò il suo Figlio, il quale, nel talamo della beata Vergine, unì a sé la nostra natura, e allora il Padre celebrò le nozze del suo Figlio.

Dice infatti in proposito Giovanni Damasceno: Dopo il consenso della santa Vergine, lo Spirito Santo discese in lei, secondo la parola di Dio comunicata dall’angelo, purificandola e infondendole la potenza atta a ricevere e anche a generare la divinità del Verbo. E allora la Sapien­za dell’Altissimo la coprì direttamente della sua ombra, e la sua Potenza, cioè il Figlio di Dio, della stessa sostan­za del Padre, fu presente come seme divino; e unì a se stesso la carne del nostro primitivo impasto, prendendola dal santissimo e purissimo sangue della stessa Vergine; carneanimata con anima razionale e intellettiva, non generandola da seme, ma creandola per opera dello Spirito Santo.

E poi ripete la tessa cosa: Tutto ciò che egli aveva “impiantato” nella nostra natura, il Verbo di Dio lo assunse in se stesso, vale a dire il corpo e l’anima intellettuale; il Tutto assunse il tutto, per dare gratuitamente la salvezza a tutto me stesso. E Agostino: La divinità volle unirsi nel modo più nobile, ma anche la carne non poté essere sposata in modo più sublime!

Parimenti, il secondo tipo di nozze si celebra quando l’anima peccatrice si converte, allorché scende su di lei la grazia dello Spirito Santo. Essa infatti, per bocca del profeta Osea, dice: “Andrò e ritornerò al mio primo sposo, perché allora io ero molto più felice di adesso” (Os 2,7). E poco dopo: “Mi chiamerà ‘Marito mio’, e non mi chiamerà più ‘Baal’. Le toglierò dalla bocca i nomi di Baal, e dei loro nomi mai più si ricorderà. E in quel giorno stabilirò un patto con le bestie della campagna, con gli uccelli del cielo e con i rettili della terra; ed eliminerò dalla terra gli archi, le spade e la guerra; e li farò riposare tran­quilli” (Os 2,16-18).

Lo sposo dell’anima è la grazia dello Spirito Santo; quando lo Spirito la chiama alla penitenza con l’ispirazio­ne interiore, qualsiasi richiamo dei vizi perde efficacia e attrattiva; per questo è detto: “E non mi chiamerà più Baal”, nome che s’interpreta “superiore” o “divoratore”, e sta ad indicare il vizio della superbia, la quale tende ad essere sopra tutto, e anche i vizi della gola e della lussuria che tutto divorano: la grazia elimina i loro nomi dalla bocca del penitente. “Siano eliminate dalla vostra bocca le cose vecchie” (1Re 2,3), e il penitente elimini dal suo cuore e dalla sua bocca non solo il peccato, ma anche le occasioni e le pericolose fantasie.

“E in quel giorno”, cioè nel momento dell’infusione della grazia dalla quale l’anima viene illuminata, “stabi­lisce un patto con loro”, si riconcilia cioè con i peccato­ri, “con le bestie della campagna”, vale a dire con gli avari e con i rapinatori, “con gli uccelli del cielo”, cioè con i superbi, “e con i rettili della terra”, vale a dire con i golosi e con i lussuriosi. Ed allora distruggerà dalla terra, cioè dalla mente del peccatore, gli archi della suggestione diabolica, le spade lucenti della prospe­rità mondana e la guerra della carne. E così li farà riposare tranquilli e celebrare le nozze, come lo sposo con la sposa nel talamo di una coscienza purificata.

C’è infine il terzo tipo di nozze, che verranno celebrate quando, nel giorno del giudizio, arriverà lo sposo Gesù Cristo, del quale è detto: “Ecco, viene lo sposo, andategli incontro” (Mt 25,6); egli prenderà con sé la sua sposa, la chiesa, della quale dice Giovanni nell’Apocalisse: “Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello. E mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio” (Ap 21,9.10-11). La chiesa dei fedeli discende dal cielo, da Dio, perché da Dio ha ottenuto che la sua dimora fosse nel cielo, dove adesso vive con la fede e la speranza, ma dove tra poco celebrerà le sue nozze con il suo sposo, del quale dice l’Apocalisse: “Beati quelli che sono invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello” (Ap 19,9).

Di queste tre nozze, dice il Signore per bocca di Osea: “Ti farò mia sposa per sempre” (Os 2,19): ecco le nozze della glorificazione. E Isaia: “Felicità perenne sarà sul loro capo: giubilo e felicità li seguiranno” (Is 51,11). “Ti farò mia sposa nel giudizio e nella giustizia, nella misericordia e nella benevolenza” (Os 2,19): ecco le nozze della giustificazione. Nel giudizio, quello della confessione, dove l’anima giudica se stessa davanti al confessore e si accusa; nella giustizia della riparazione con la quale applica la giustizia su se stessa, il Signore fa sua sposa l’anima nella misericordia, vale a dire perdonandole i peccati, e nella benevolenza, infondendole la sua grazia e conservandogliela sino alla fine. “Ti farò mia sposa nella fede” (Os 2,20): ecco le nozze dell’unione. Infatti nella fede della beata Vergine, la quale credette all’angelo, unì a sé, nel vincolo nuziale, la nostra natura.

Anche noi, dunque, diciamo: “Il regno dei cieli è simile ad un re che celebrò le nozze del suo figlio”. Dice qui la Glossa: “Il regno dei cieli”, cioè la chiesa qui in terra, oppure la comunità dei giusti, “è simile a un re”, cioè a Dio Padre, “che celebrò le nozze del suo Figlio”, vale a dire unì al Figlio suo la chiesa, mediante il mistero dell’incar­na­zione.

 

4. “Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire loro: Ecco, ho preparato il mio pranzo, i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto: venite alle nozze” (Mt 22,3-4).

È la stessa cosa che Salomone dice nei Proverbi: “La Sapienza si è costruita la casa, ha intagliato le sue sette colonne. Ha ucciso gli animali, ha preparato il vino e ha imbandito la tavola. Ha mandato le sue ancelle a fare gli inviti sulla rocca e sulle mura della città” (Pro 9,1-3).

La Sapienza, il Figlio di Dio, ha costruito la casa della sua umanità nel grembo della beata Vergine, casa sorretta da sette colonne, cioè dai doni della grazia settiforme. Questo è lo stesso che dire: Celebrò le nozze del suo Figlio. Ha ucciso i suoi animali, ha preparato il vino e imbandito la mensa. Ed è lo stesso che dire: Ecco, ho preparato il mio pranzo, ecc. Mandò le sue ancelle, ecc. È lo stesso che dire: Mandò i suoi servi, ecc.

Considera che il Signore chiama e invita i peccatori al­le tre suddette nozze, che sono simboleggiate nella rocca e nelle mura della città. Nellarocca è simboleggiata l’umil­tà dell’incarnazione del Signore; nelle mura sono raffigurate le opere di penitenza, per mezzo delle quali uno sale alla città della gloria celeste. Il Signore chiama per mez­zo dei predicatori, i quali sono indicati con il nome di servi e di ancelle. Servi per l’umiltà: “Siamo servi inutili”, dicono nel vangelo di Luca; “abbiamo fatto solo quanto dovevamo fare” (Lc 17,10). Ancelle a motivo della cura solerte che esercitano verso le anime, proprio come le ancelle verso la loro padrona. Dicono infatti nel salmo: “Come gli occhi dell’ancella alle mani della sua padrona, così i nostri occhi, ecc.” (Sal 122,2).

E a queste tre nozze si riferiscono le tre che troviamo nel vangelo e in Salomone (cf. Pro 9,1-5), e cioè: “Ecco, ho preparato il mio pranzo”, nelle nozze dell’unione. E la Glossa: Il pranzo è detto pronto, cioè è compiuto il miste­ro dell’incarnazione; e perché gli invitati venissero con maggior voglia, “uccise gli animali”, lett. le vittime. Presso gli antichi erano chiamate vittime i sacrifici che si offrivano dopo la vittoria, o anche perché venivano portate all’altare avvinte, legate.

Vittime furono gli apostoli e i loro seguaci, che conse­gnarono il loro corpo ai supplizi, proprio per invitare e chiamare i popoli alle nozze dell’incarnazione del Signore. Di essi infatti dice Mosè: “Chiameranno i popoli sul monte, e lì immoleranno le vittime di giustizia” (Dt 33,19). Gli apostoli hanno chiamato i popoli al monte, vale a dire alla fede nell’incarnazione del Signore, e lì, cioè per diffondere la stessa fede, hanno immolato se stessi quali vittime di giustizia, vale a dire per rendere giusti gli ingiusti. “Il giusto – sta scritto – vive in virtù della fede” (Gal 3,11).

I miei buoi sono stati uccisi”, nelle nozze della giustificazione, cioè della penitenza. I buoi vengono uccisi quando i peccatori superbi si umiliano e si mortificano con la penitenza; e così non appartengono più a se stessi ma sono del Signore. Appartiene a se stesso colui che cerca i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo (cf. Fil 2,21). Dice infatti Giovanni: “I suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11). Quando tiene la testa eretta come il toro, e gli occhi torvi per l’ira, l’uomo appartiene a sé. Ma quando la testa viene immersa nel fango, quando cioè la superbia viene umiliata nella considerazione della propria bassezza e viene uccisa con la mortificazione e la penitenza, allora non appartiene più a se stesso ma a colui che lo ha comperato. In queste nozze la Sapienza prepara (mesce) il vino, quando reprime i piaceri della carne e del mondo con l’amarezza delle lacrime. Dice infatti Isaia: “È bevanda amara per chi la beve” (Is 24,9). La bevanda del piacere mondano, quando viene mescolata con le lacrime della penitenza, diviene amara per coloro che la bevono, cioè per coloro che si pentono.

Gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto” nelle nozze della gloria celeste. Gli animali ingrassati sono detti in lat. altilia, da àlere, nutrire, e stanno ad indicare l’uomo perfetto, ricco di carità interiore, che tende alle cose superne con le ali della contemplazione. È detto che sono uccisi, perché con la morte del corpo hanno già raggiunto il riposo. In queste nozze “la Sapienza ha preparato la mensa”. Infatti più sopra diceva: “Perché mangiate e beviate alla mia mensa”.

Nessuno, o pochi sono quelli che vanno al banchetto di queste tre nozze. Infatti detestano la povertà e l’umiltà dell’incarnazione del Signore, hanno terrore della dura penitenza, non desiderano il banchetto della mensa celeste, e aspirano invece ardentemente alle cose di questo mondo. E quindi il vangelo continua: “Ma costoro non se ne curarono e andarono chi alla propria campagna e chi ai propri affari” (Mt 22,5). E la Glossa: Andare in campagna significa immergersi totalmente nelle occupazioni ; andare ai propri affari vuol dire correre dietro ai guada­gni terreni.

Su questo argomento vedi il sermone della II domenica dopo Pentecoste, parte II, sul vangelo: “Un uomo fece una grande cena”.

“Altri presero i suoi servi, li insultarono e li uccise­ro” (Mt 22,6). Su questo abbiamo la concordanza nel secondo libro dei Maccabei, dove sono ricordati i sette fratelli orribilmente trucidati da Antioco, insieme con la loro madre (cf. 2Mac 7,1-19), e dove si racconta che Eleazaro, “preferendo una morte gloriosa ad una vita ignominiosa, s’incamminò volontariamente al supplizio (2Mac 6,19).



5. Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola: “Vigilate attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti ma da uomini saggi” (Ef 5,15-16). Osserva che in questa prima parte dell’epistola ci sono tre versetti che si accordano con le tre suddette nozze, e cioè: “Vigilate diligentemente”, “approfittate del tempo” e “non siate sconsiderati”. Chi aspira alle nozze dell’incarnazione del Signore cammina con cautela, perché cammina nella luce, e chi cammina nella luce non inciampa. Dice infatti Isaia: “I popoli cammineranno alla tua luce, e i re nello splendore del tuo sorgere” (Is 60,3). Coloro che par­tecipano alle nozze della Sapienza incarnata, non sono stolti, ma diventano veramente saggi; infatti la stessa Sapienza dice: “A me appartiene il consiglio e la giustizia, mia è la prudenza e mia è la fortezza”(Pro 8,14). Sono queste le virtù che rendono l’uomo sapiente e saggio: il consiglio, per fuggire il mondo; la giustizia, per rendere a ciascuno il suo; la prudenza per guardarsi dai pericoli e la fortezza per mantenersi saldo nelle avversità.

Va alle nozze della penitenza colui che rimedia al tempo male impiegato, “approfittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi” (Ef 5,16). E Agostino commen­ta: A motivo della malvagità e della miseria dell’uomo i giorni sono detti cattivi. Guadagna chi perde, cioè chi ci rimette di suo, per essere libero di occuparsi di Dio, perché è come desse un soldo (un nonnulla) per il vino. Dice infatti il vangelo: “A chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello” (Mt 5,40). Questo per aver il cuore tranquillo e per non sciupare il tempo.

Parimenti, colui che brama le nozze della gloria celeste, non è stolto ma prudente. Prudente è come dire porro videns, che vede lontano. Infatti gusta e vede quanto è buono il Signore (cf. Sal 33,9), e nella dolcezza di quella visione comprende quale sia la volontà di Dio.

Ti preghiamo dunque, Signore Gesù Cristo, di farci giungere alle nozze della tua incarnazione con la fede e con l’umiltà; di farci celebrare le nozze della penitenza, in modo da essere degni di partecipare poi alle nozze della gloria celeste.

Accordacelo tu, che sei benedetto nei secoli. Amen.

 

II. le tre tende

 

6. Il vangelo continua: “Il re, sentendo l’accaduto, si indignò e, inviati i suoi eserciti, sterminò quegli assassini e diede alle fiamme la loro città”(Mt 22,7). All’ini­zio, quando faceva gli inviti e compiva opere di clemenza, agiva l’“uomo”; ora, nel momento del castigo, viene detto soltanto “re”. Dice infatti il salmo: “Misericordia e verità precedono il tuo volto” (Sal 88,15). Nella sua prima venuta fu misericordia, nella seconda sarà verità di giudizio. Perciò Cristo è chiamato anche ape, avendo il miele della misericordia e il pungiglione della giustizia (Bernardo).

Dice di lui il profeta Malachia: “Egli sarà come il fuoco del fonditore e come l’erba dei lavandai” (Ml 3,2). L’erba dei lavandai è il borit, la saponaria: con essa si fanno come dei pani, chiamati erbatici: coloro che candeggiano le vesti li seccano e poi li usano come sapone. Gesù Cristo, per quanto riguarda il tempo presente, è come l’erba del lavandaio, perché con la sua misericordia purifica l’anima dai peccati; ma nella vita futura sarà per i malvagi come il fuoco del fonditore, che divamperà vorticando nella fornace dell’in­ferno. Infatti il vangelo soggiunge: “Inviati i suoi eserciti”, ecc. E la Glossa: Inviati gli eserciti, cioè gli angeli, per mezzo dei quali farà il giudizio, sterminerà peccatori e città, brucerà cioè nella geenna il corpo nella quale hanno abitato insieme con l’anima, e così coloro che hanno peccato con il corpo e con l’anima, nel corpo e nell’anima saranno puniti.

“Disse quindi ai suoi servi: Le nozze sono pronte, ma gli invitati non ne erano degni” (Mt 22,8). La grazia di Dio è sempre a disposizione: se ne rende indegno chi la rifiuta o chi, dopo averla ricevuta, non la conserva. Le nozze sono pronte, perché dunque non venite? Perché non entrate? Perché ve ne rendete indegni? Sentite che cosa minaccia il Signore per bocca del profeta Zaccaria: “Il Signore distruggerà tutte le genti che non saliranno a celebrare la festa delle tende (lett. delle capanne)” (Zc 14,18).

Considera che tre sono le tende, che corrispondono alle tre specie di nozze.

La prima è la tenda dell’incarnazione del Signore, della quale Isaia dice: “Una tenda fornirà l’ombra contro il calore del giorno, darà rifugio e riparo nel turbine e nella pioggia” (Is 4,6). Il Figlio di Dio, quando ricevette dalla beata Vergine il corpo, nel quale, come in una tenda, fu ospite e pelle­grino, fece per noi come un luogo ombreggiato contro l’ardore del giorno, cioè contro l’ardore della prosperità mondana. Dice infatti il salmo: “Ha protetto con l’ombra la mia testa nel giorno della battaglia” (Sal 139,8), cioè al tempo della prosperità mondana, la quale assalta brutalmente i poveri di Cristo.

Se uno è privo dell’ombra protettiva della povertà del Signore, il sole arde sul suo capo e va incontro alla morte. Si racconta nel libro di Giuditta che “il suo marito, Manasse, morì al tempo della mietitura dell’orzo. Si trovava nel campo a sorvegliare i legatori dei mannelli, quando il suo capo fu colpito da un’insolazione, e morì” (Gdt 8,2-3). Troviamo un fatto simile anche nel quarto libro dei Re, dove si racconta che il ragazzo, figlio della Sunammita, “uscito per andare da suo padre, tra i mietitori, disse al padre: Sento male alla testa. E morì” (4Re 4,18-19.20).

Manasse s’interpreta “dimentico”, smemorato, e raffigura il goloso e l’avaro che, dimen­tichi della povertà del Signore, mentre legano nel campo, vale a dire nell’abbon­danza delle cose temporali, i mannelli delle ricchezze, sono colpiti alla testa, cioè nella mente, dall’ardore della prosperità mondana, e così vanno alla morte.

La stessa cosa si deve intendere del ragazzo, che raffigura in questo caso il carnale e il lussurioso, dei quali dice Isaia: “Il fanciullo di cento anni morrà, e il peccatore di cento anni sarà maledetto” (Is 65,20). E il Filosofo: È la malizia che non ti permette di essere vecchio.

Anche l’umanità di Cristo è per noi sicurezza e prote­zione. Dice il salmo: “Il Signore è il mio aiuto, non ho timore; che cosa può farmi l’uomo?”(Sal 117,6); e “Proteggimi all’ombra delle tue ali” (Sal 16,8), “dal turbine” della suggestione diabolica, “e dalla pioggia” della concupiscenza carnale (cf. Mt 7,25).

La seconda è la tenda della penitenza. Si legge nel Cantico dei Cantici: “Bruna sono ma bella, come le tende di Kedar” (Ct 1,4).

Vedi su questo argomento il sermone della III domenica di Quaresima, quarta parte, sul vangelo: “Quando uno spirito immondo”.

La terza tenda è quella della gloria celeste. Dice infatti il salmo: “Quanto sono amabili le tue tende, Signore degli eserciti! (Sal 83,2).

Quindi, chi non salirà a celebrare la festa di queste tende, il Signore lo colpirà con la condanna dell’eterna morte. La festa della prima tenda si celebra nella fede e nell’umiltà; la festa della seconda tenda si celebra nella contrizione del cuore; la festa della terza tenda si celebra nella dolcezza della contemplazione. Lo nozze dunque sono pronte, ma gli invitati non ne sono degni e perciò: Guai a coloro che se ne rendono indegni, preferendo le cose indegne, vili e passeggere, vale a dire il lerciume di questo mondo. “Andate”, dunque, o predicato­ri, “alle uscite delle strade, e tutti quelli che trovere­te, chiamateli alle nozze” (Mt 22,9). E la Glossa: Le strade raffigurano le opere, le uscite delle strade la mancanza delle opere, perché di solito si convertono facilmente quelli che nelle attività terrene non hanno alcun successo.

Su questo argomento vedi il sermone della II domenica dopo Pentecoste, parte terza, sul vangelo: “Un uomo fece una grande cena”.

“Usciti nelle strade, i servi radunarono quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala delle nozze si riempì di commensali” (Mt 22,10). LaGlossa: La chiesa, essendo posta tra il cielo e l’inferno, raduna indistintamente buoni e cattivi, cioè Pietro e Giuda, l’olio e la morchia – che è la feccia dell’olio, così chiamata da mergere, stare sul fondo –, il grano e la paglia, così chiamata da pala, perché viene buttata in aria con la pala per ripulire il frumento. La paglia, vale a dire i peccatori, vengono gettati in aria con la pala della suggestione diabolica. E contro questo ammonisce l’Ecclesiastico: “Non ti volge­re ad ogni vento e non camminare su ogni strada” (Eccli 5,11): e intende la superbia, dalla quale partono tutte le vie del diavolo. E Giobbe infatti conferma: Il diavolo “guarda con disprezzo tutto ciò che è elevato: egli è il re di tutti i figli della superbia” (Gb 41,25).

 

7. Con questa seconda parte del vangelo concorda la secon­da parte dell’epistola: “Non ubriacatevi di vino, nel quale c’è la lussuria” (Ef 5,18). Vogliamo riflettere più a fondo questo versetto e dimostrare qual grande pericolo si nasconda nel vino. Si legge nella Genesi: “Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. Avendone bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all’interno della sua tenda” (Gn 9,20-21). Ecco, alla lettera, quanta degrada­zione va unita all’eccessivo uso del vino.

Senso morale. Noè è figura del prelato, il quale, per mezzo della predicazione coltiva la terra, vale a dire lo spirito dei sudditi; pianta una vigna quando edifica i sudditi con le sue opere buone e beve il vino quando si compiace in essi, secondo il detto dell’Apostolo: “Chi mai pianta una vigna senza gustarne il frutto?” (1Cor 9,7).

Ma talvolta si ubriaca, quando se ne fa un inutile vanto, oppure cade in peccato in altro modo. Purtroppo ne consegue una denudazione, cioè la divulgazione del peccato commesso di nascosto. E questa è l’evacuazione del ventre di Saul, di cui si parla nel primo libro dei Re, dove dice che Saul entrò in una caverna per un bisogno naturale (cf. 1Re 24,4). Commenta Gregorio: Evacuare il ventre significa diffondere all’esterno l’in­sop­portabile fetore della malizia concepita dentro nel cuore. Cam, cioè il suddito cattivo, divulga il peccato del prelato; invece Sem e Iafet, cioè i buoni sudditi, lo coprono con il mantello, volgendo altrove lo sguardo (cf. Gn 9,22-23). E sempre Gregorio: Volgiamo altrove lo sguardo da qualcosa che disapproviamo. I figli di Noè portano una coperta con lo sguardo volto altrove perché, pur disappro­vando l’accaduto, ma stimando il maestro, non vogliono vedere ciò che coprono. “Non ubriacatevi, dunque, di vino, nel quale c’è la lussuria”.

Dice Geremia: “Posi davanti ai figli della casa dei Recabiti delle coppe piene di vino e dei calici, e dissi loro: Bevete il vino. Essi risposero: Noi non beviamo vino. Nostro padre Ionadab, figlio di Recab, ci comandò: Non berrete vino, né voi, né i vostri figli, mai; non costruirete case, non seminerete sementi, non pianterete vigne e non ne avrete alcuna, ma abiterete nelle tende per tutti i vostri giorni” (Ger 35,5-7). E poco dopo: “Alla casa dei Recabiti disse Geremia: Questo dice il Signore degli eserciti, il Dio d’Israele: Poiché avete obbedito al comando di Ionadab, vostro padre, non verrà mai a mancare alla discendenza di Ionadab un uomo che stia sempre alla mia presenza” (Ger 35,18.19). “Non ubriacatevi dunque di vino, nel quale c’è la lussuria”.

Chi si ubriaca di vino non è degno di partecipare al banchetto di nozze; merita invece, come quegli assassini, di essere bruciato lui, insieme con la sua città. E su questo abbiamo la concordanza nel primo libro dei Maccabei, dove si racconta che Tolomeo, figlio di Abobi, offrì a Simone un grande banchetto. “Quando Simone e i suoi figli furono ubriachi, Tolomeo e i suoi uomini si alzarono, impugnarono le armi, entrarono nella sala del banchetto e uccisero lui e i suoi due figli e alcuni suoi giovani. Commise così un’enorme perfidia contro Israele” (1Mac 16,16-17). Ecco quanti mali sono causati dal vino: per mezzo di esso il diavolo uccide non solo i carnali, ma talvolta anche i penitenti, raffigurati in Simone e nei suoi figli, cioè le loro opere, e i giovani, vale a dire la loro purezza. “Non ubriacatevi dunque di vino, nel quale c’è la lussuria”.

Dice Osea: “La fornicazione, il vino e l’ubria­chezza distruggono il senno” (Os 4,11). Infatti sta scritto nella Genesi che Lot aveva due figlie. La maggiore disse alla più piccola: Vieni, ubriachiamo di vino nostro padre, corichiamoci con lui, così faremo suscitare una discendenza da nostro padre. Gli diedero quindi da bere vino e dormirono con lui (cf. Gn 19,31-35). Ecco come il vino distrugge il senno!

Senso morale. Lot è figura del giusto, le sue due figlie simboleggiano la perversa suggestione e il piacere disordi­nato, che talvolta sconvolgono l’animo del giusto, tanto ch’egli può in realtà essere chiamato Lot, cioè “che peggiora”. E su questo abbiamo la concordanza in Isaia: “Dalla radice del serpe uscirà un basilisco, e la stirpe di questo ingoierà il volatile” (Is 14,29).

La radice del serpe è la sensualità nell’uomo, dalla quale esce il basilisco, cioè la suggestione, e la stirpe di questo, cioè il piacere carnale, ingoierà il volatile, vale a dire la ragione, che era in grado di volare in alto. “Non ubriacatevi dunque di vino, nel quale è la lussuria”.

E in proposito, Salomone nei proverbi dice: “Per chi i guai? Per il padre di chi i guai? Per chi i litigi? Per chi i precipizi? Per chi le ferite senza motivo? Per chi gli occhi cerchiati e lividi? Non sono forse per quelli che si perdono dietro al vino e continuano a vuotare i calici? Non lasciarti incantare dal vino che rosseggia nel vetro scintillante: va giù deliziosamente, ma alla fine ti morderà come una serpe, e come un vipera ti inoculerà il veleno” (Pro 23,29-31). E questo va applicato soprattutto alla lussuria. “Non ubriacatevi dunque di vino, nel quale c’è la lussuria”.

Ti preghiamo, dunque, Signore Gesù Cristo, di preservare dalla rovina e dal fuoco della geenna noi e la nostra città, di aiutarci a salire alla festa delle tende, di liberarci dall’ubriachezza del vino e dalla sua lussuria, per essere fatti degni di bere e mangiare alla tua mensa nel regno dei cieli. Accordacelo tu che sei benedetto nei secoli. Amen.

 

III. le tre vesti nuziali

 

8. “Il re poi entrò per vedere i commensali e ne vide uno che non aveva la veste nuziale” (Mt 22,11). Considera che come sono tre le specie di nozze, così sono tre anche le vesti nuziali, e cioè quella di lino, quella variopinta, e quella scarlatta. Per la prima specie di nozze è necessaria la veste di bisso, per la seconda quella variopinta e per la terza quella scarlatta. Perciò chi vuole partecipare alle nozze dell’incarnazione del Signore, deve essere rivestito della veste di lino, vale a dire del candore della castità. Infatti nell’Apoca­lisse sta scritto: “Sono giunte le nozze dell’Agnello. La sua sposa è pronta, l’hanno avvolta in una veste di candido lino splendente” (Ap 19,7-8).

L’agnello, agnus, ha questo nome perché agnoscit, riconosce la madre, più di tutti gli altri animali, e quindi è figura di Gesù Cristo il quale, mentre pendeva dalla croce, tra i molti giudei presenti riconobbe la Madre e al discepolo vergine affidò la sua Vergine Madre. Sono giunte dunque le nozze dell’Agnello, si è compiuta cioè l’incarnazione di Gesù Cristo, e quindi la sua sposa, cioè la santa chiesa, e ogni anima fedele, deve prepararsi con la fede e rivestirsi di lino, cioè di castità, splen­dente per quanto riguarda la coscienza, candido per quanto riguarda il corpo.

Come può partecipare alle nozze del Figlio di Dio e della beata Vergine chi non è rivestito del lino della castità? Come può pretendere di entrare in chiesa, di unirsi alla comunità dei fedeli, di partecipare alla preparazione del corpo di Cristo, chi sa di essere privo del lino candido e splendente, cioè della castità dello spirito e del corpo? Il re gli dirà sarcasticamente: “Amico, come hai potuto entrare qui senza la veste nuzia­le?” (Mt 22,12).

Il Figlio della beata Vergine si compiace infinitamente del candore della castità. Di lui infatti la sposa del Cantico dei Cantici dice: “Il mio diletto è sceso nel suo giardino, all’aiuola delle erbe aromatiche, per pascersi nei giardini e cogliere i gigli. Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me: egli si pasce tra i gigli” (Ct 6,1-2). Il giardino del Diletto è l’anima del giusto; in essa vi sono due zone: l’aiuola delle erbe aromatiche, cioè l’umil­tà, che è la madre di tutte le altre virtù, e quella dei gigli, cioè la duplice continenza; e quindi in questo giardino scende e si pasce il Diletto.

Considera che ci sono anche quattro giardini: il giardino dei noci, quello dei pomi, quello delle viti e quello delle erbe aromatiche (cf. Ct 6,1.10). Sette sono i doni dello Spirito Santo: lo spirito del timore, della scienza e della pietà, del consi­glio e della fortezza, dell’intelletto e della sapienza (cf. Is 11,2-3). L’anima del giusto, per opera dello spirito del timore diventa giardino dei noci, i cui frutti, le noci, possiedo­no tre caratteristiche: l’amarezza nel mallo, la durezza nel guscio e la gustosità nel gheriglio. Il giardino di noci raffigura la penitenza, che dà amarezza alla carne, la durezza della tribolazione nella rassegnazione della mente, e la soavità della letizia spirituale. Parimenti, per mezzo dello spirito della scienza e della pietà, l’anima diventa giardino di pomi, i cui frutti, le mele, hanno la dolcezza della misericordia; così pure, per mezzo dello spirito del consiglio e della fortezza diventa giardino delle vigne, avendo il calore della carità; e per mez­zo dello spirito della sapienza e dell’intelletto diviene giardino di erbe aromatiche, che effondono profumo alle nostre porte (cf. Ct 7,13).



9. Chi vuole entrare alle nozze della penitenza deve essere rivestito della tunica variopinta, avere cioè l’umiltà del cuore. Dice la Genesi: “Giacobbe amava il figlio Giuseppe più degli altri suoi figli, perché l’aveva avuto nella vecchia­ia: e gli fece una veste variopinta” (Gn 37,3). Giacobbe, cioè Dio Padre, amò Giuseppe, vale a dire il figlio suo Gesù Cristo, più di tutti gli altri figli adottivi, avendolo avuto dalla Vergine Maria “nella vecchiaia”, quando cioè il mondo era nella decadenza della vecchiaia. E gli fece una tunica variopinta, lo rivestì cioè di umiltà. Infatti il Figlio stesso ha detto: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).

Troviamo, a questo proposito, un riferimento nel secondo libro dei Re, dove si legge: “Ci fu una terza battaglia contro i Filistei, a Gob, nella quale Adeodato, figlio di Salto di Betlemme, tessitore di stoffe variopin­te, sconfisse Golia, il geteo” (2Re 21,19). Considera che tre sono le battaglie: quella del diavolo, quella del mondo e quella della carne. Questa è la batta­glia di Gob, che s’interpreta “lago” e raffigura la carne, perché la nostra carne è lago di miseria e fango di fondale (cf. Sal 39,3). In questo lago avviene la batta­glia contro i filistei, cioè contro i cinque sensi del corpo i quali, ubriachi per aver bevuto ai beni terreni, sprofondano nei peccati. In questa battaglia e in questo lago, c’è il penitente, che è “Adeodato”, cioè illuminato dalla grazia, “figlio di Salto”, vale a dire della solitu­dine, della penitenza e dell’afflizione, tessitore di stoffe variopinte, vale a dire umile e mite, “di Betlemme”, cioè contemplativo e ricolmo della dolcezza del pane celeste. Egli, così valoroso e così fornito di qualità, castigando se stesso, sconfisse Golia il geteo, vale a dire il diavolo.

Dice infatti Isaia: “Il Signore degli eserciti alzerà il flagello contro di lui”, contro Assur, cioè il diavolo, “come aveva fatto contro Madian sulla rupe dell’Oreb” (Is 10,26). Si racconta nel libro dei Giudici che Gedeone distrusse l’accampamento di Madian con le fiaccole, con le trombe e spezzando le brocche di coccio (cf. Gdc 7,19-21). Gedeone è figura del penitente che con la fiaccola della contrizione, con la tromba della confessione e con la rottura della brocca, cioè con la mortificazione della carne, sconfigge il diavolo, e questo sulla roccia dell’Oreb, che s’inter­preta “siccità” o anche “corvo”, cioè con il fermo e incrollabile proposito di vivere nella penitenza, la quale dissecca i flussi della lussuria, e induce al dolore e al disprezzo del mondo, simboleggiati nel corvo.

Perciò chi vuole entrare alle nozze della penitenza deve indossare questa veste variopinta; se ne è privo, si senti­rà dire: “Amico”, – a motivo del dimesso abbigliamento esteriore, ma nemico perché nel cuore brami il lusso – “come hai potuto entrare qui”, cioè nella religione, privo della veste nuziale” dell’umiltà? Che cosa c’è di più detestabile, di più abominevole a Dio e agli uomini della superbia in un religioso? Se perfino il cielo per nulla ha giovato agli angeli super­bi, come potrà giovare il monastero a un religioso superbo? Perfino i secolari si umiliano e i peccatori si confessano! Invece il religioso si fa vanto delle penne della cicogna e dello sparviero (cf. Gb 39,13), e monta in superbia. E quindi dice di lui il profeta Abdia: “L’orgoglio del tuo cuore ti ha esaltato” (Abd 1,3).

E su questo vedi il ser­mone della domenica di Sessagesima, sul vangelo: “Un seminatore uscì per seminare la sua semente”.

 

10. Infine, chi vuole entrare alle nozze della gloria celeste, deve indossare la veste scarlatta, deve cioè avere l’amore verso Dio e verso il prossimo.

Lo scarlatto e la porpora sono della stessa materia, ma il loro colore è molto diverso: la porpora, prodotta dal primo colore dei crostacei, è più scura; mentre lo scarlatto, prodotto dal secondo colore, è più rosso. Per questo il Signore ordinò a Mosè che il paramento sacerdota­le e le cortine della tenda del convegno fossero di lino tinto due volte (cf. Es capp. 26 e 28), in cui appunto è raffigurato l’amore di Dio e del prossimo. Anche Davide dice di questo scarlatto: “Figlie d’Israele, piangete su Saul, che vi vestiva di scarlatto e di delizie e che appendeva gioielli d’oro sulle vostre vesti” (2Re 1,24). O figlie d’Israele, cioè anime fedeli, piangete pure sulla morte di Saul, vale a dire di Gesù Cristo, che il Padre ha consacrato re per liberare i figli d’Israele dalla mano dei Filistei, cioè dei demoni. Egli vi riveste con lo scarlatto del duplice amore e con le delizie di una pura coscienza, e per ornare la vostra vita vi offre i gioielli di tutte le altre virtù. Chi nell’ultimo giudizio sarà trovato senza questa veste, sentirà pronunciare dal Re la sentenza della sua eterna dannazione.

È detto di questo Re: “Entrò il re”, il quale venendo per giudicare illuminerà le coscienze di tutti, “per vedere”, cioè per rendere manifesti i meriti di quelli che devono essere giudicati, e distinguere “i commensali”, coloro cioè che sono tranquilli nella fede; “e vide un uomo”, nel quale sono indicati tutti coloro che sono uniti tra loro nel male, “non vestito della veste nuziale”, che aveva la fede ma non aveva le opere della carità, “e gli disse: Amico”, a motivo della sua fede, “come hai potuto entrare qui senza veste nuziale? Quegli ammutolì”, perché lì non c’è possibi­lità di negare o di scusarsi. “Allora il re disse ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre esteriori: là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 22,13).

Di questo Re dice Geremia: “Nessuno è come te, Signore; tu sei grande e grande è la potenza del tuo nome. Chi non ti temerà, o re delle genti?” (Ger 10,6-7). A questo Re si canta oggi nell’introito della messa: In tuo potere, Signore, sono tutte le cose (cf. Est 13,9). Questo Re dei re e Signore dell’universo, dice ai suoi servi: “Legatelo mani e piedi”. Vengono legati con la pena coloro che quaggiù non vollero essere “legati”, cioè impediti dal fare il male; nell’aldilà le singole membra saranno punite con le pene corrispondenti ai vizi ai quali si sono abbandonate: “con quelle stesse cose con le quali uno pecca, con esse viene poi castigato” (Sap 11,17).

“Gettatelo nelle tenebre esteriori”, dell’inferno, che sono fuori di noi, perché quaggiù le ebbe all’interno, nel cuore. E a questo proposito dice la Sapienza: “Nessun fuoco, per quanto intenso, riusciva a far loro luce, e neppure le luci splendenti degli astri riuscivano a rischiarare quell’orrenda notte oscura” (Sap 17,5).

Le tenebre sono chiamate così perché tenent umbras, mantengono le ombre. L’ombra simboleggia l’oblio della morte, ed è detta esterioreperché, quando ha accolto uno extra, cioè fuori della terra dei viventi, ve lo tiene per l’eternità. “Là sarà pianto” degli occhi che si sono posati sulle vanità, “e stridore di denti” che hanno goduto nella ingordigia e hanno divorato i beni dei poveri. Per questi due peccati ci saranno i due maggiori tormenti dell’inferno: il fuoco e il gelo. Dal fuoco procede il fumo che provoca il pianto; il gelo provoca lo stridore dei denti; dice Giobbe: Dalle acque gelide come neve passeranno bruscamente al massimo calore (cf. Gb 24,19).

Considera che, come in questo mondo i peccati più frequenti e numerosi sono la lussuria e l’avarizia, così nell’inferno i tormenti più grandi saranno il fuoco e il gelo. La lussuria è il fuoco; infatti Giobbe dice: “È un fuoco che divora fino alla distruzione e che consuma anche ogni germoglio” (Gb 31,12) di virtù.

Si legge nella Storia Naturale che la salamandra vive nel fuoco; così anche il lussuriosi vivono nella lussuria. Il fuoco della lussuria genera poi il fuoco della geenna. E l’avarizia è detta gelo perché irrigidisce le mani affinché non si stendano alla misericordia. Si legge ancora nella Storia Naturale che il passero soffre di malcaduco, ma che cade per terra non per causa di questa malattia; mangia invece un’erba chiamatagiusquiamo (fava di porco), e quando la mangia, quest’erba emette dei vapori freddi che gli gelano il cervello, per cui il passe­ro cade a terra. Ilpassero, così chiamato da parvitas, piccolezza, è figura dell’avaro che è piccolo e meschino perché non può stare senza il soldo, ed è più piccolo di tutte le ricchez­ze che possiede, in quanto non sono le ricchezze che servono a lui, ma è lui ad essere servo delle sue ricchezze. Il suo cervello, ossia la sua mente, viene come irrigidita dal gelo della cupidigia, e perciò cade nella terra dell’inferno, dove è pianto e stridore di denti. Il vangelo conclude: “Perché molti sono i chiamati” alle nozze per mezzo della fede, “ma pochi sono gli eletti” (Mt 22,14), nel regno, con la carità.

 

11. Con questa terza parte del vangelo concorda la terza parte dell’epistola: “Siate ricolmi di Spirito Santo, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore” (Ef 5,18-19). Fa’ attenzione alle tre parole: salmi, inni e cantici, che si richiamano appunto alle tre suddette specie di nozze.

Nelle nozze dell’incarnazione del Signore è necessario il salmo delle buone opere, per mettere in pratica ciò che credi ed essere così un buon salmista “con il salterio a dieci corde” (Sal 32,2), che suona cioè il salterio al Signore con l’osservanza dei dieci comandamenti.

Nelle nozze della penitenza è necessario l’inno della confessione e dell’umiltà, di cui è detto: “ È inno di lode per tutti i suoi santi, per i figli d’Israele”, cioè per i religiosi e per i penitenti, “popolo che è vicino a lui” (Sal 148,14).

Nelle nozze della gloria ci sarà il cantico di gioia. Mentre i malvagi piangeranno nell’inferno con stridore di denti, i santi canteranno in cielo il cantico dell’eterna gioia.

Dice l’Apocalisse: “I servi di Dio cantavano il cantico di Mosè” (Ap 14,3). Come Mosè, dopo aver fatto sprofondare nel Mar Rosso il faraone e gli egiziani, proruppe in un canto di esultanza, così i santi, dopo che i malvagi saranno stati sprofondati nell’in­ferno, leveranno in cielo un cantico di eterna esultanza.

E su questo abbiamo la concordanza nel secondo libro dei Maccabei, dove si racconta che, massacrati i nemici e bruciate le loro città, “con canti e inni di riconoscenza benedicevano il Signore che aveva operato grandi cose in Israele e aveva concesso loro la vittoria” (2Mac 10,38).

Su dunque, fratelli carissimi, con la voce e con le lacrime preghiamo e supplichiamo il Signore Gesù Cristo perché, quando verrà per il giudizio non comandi che siamo gettati nelle tenebre esteriori insieme con l’uomo privo della veste nuziale, ma ci ammetta a cantare con i suoi santi il cantico dell’eterna esultanza nelle nozze della gloria celeste.

Ce lo conceda egli stesso, che è degno di lode e di gloria per i secoli eterni.

E ogni anima, sposa di Cristo, risponda: Amen. Alleluia.

 

 

 

 

P R O L O G O

 

Innalziamo inni di ringraziamento e canti di lode alla divina Maestà, per essere giunti alla prima domenica del nono mese.

Facciamo notare che dal primo di novembre al primo di dicembre si leggono nella chiesa i libri dei profeti Ezechiele e Daniele, e dei dodici profeti minori. Li divideremo in questo modo: La prima domenica esporremo Ezechiele, la seconda Daniele, la terza e la quarta i libri dei dodici profeti minori.

In questo mese ci sono quattro domeniche, nelle quali vengono letti quattro vangeli: con le loro parti vedremo di concordare alcuni passi dei suddetti libri profetici.

 

 

 

 

 

DOMENICA XXI DOPO PENTECOSTE

Temi del sermone

 

– Vangelo della domenica ventunesima dopo Pentecoste: “C’era un funzionario del re, che aveva un figlio ammalato”; vangelo che divideremo in due parti.

– Anzitutto sermone sulla repressione dei desideri car­nali e sulla confessione dei peccati, che viene paragonata al zaffiro a motivo delle sue quattro proprietà: “Sopra il firmamento... apparve qualcosa, come pietre di zaffiro”.

– Parte I: I nove ordini angelici e il loro simbolismo: “C’era un funzionario del re”.

– Sermone ai religiosi: “Vidi scendere un angelo”.

– Il triplice amore: “Il cherubino stese la mano”.

– I quattro abomini: il primo contro i prelati e i sacer­doti: “Figlio dell’uomo, alza i tuoi occhi”.

– Contro i prelati e i religiosi che danno ai parenti il patrimonio del Crocifisso: “Figlio dell’uomo, sfonda la parete”.

– Contro la prosperità del mondo: “Se ti volgerai”.

– Contro coloro che, a motivo delle cose temporali, si dimenticano del Signore: “Ed ecco sulla porta del tempio”.

– Sermone per la Natività del Signore: “Colui che stava alla porta, seduto sul trono, disse all’uomo vestito di lino”.

– Parte II: Sermone sulla fede e sulla contemplazione: “Questo era ciò che si vedeva in mezzo agli animali”.

– La discesa dell’umiltà: “Proprio mentre scendeva verso casa”.

– Sermone sull’obbedienza: “Di mezzo al fuoco si vedeva come una specie di elettro”, e “Le penne argentate della colomba”.

– La vita dell’anima e il profumo dei frutti: solo di questo vivono certi popoli: “Gli annunciarono che il suo figlio era vivo”.

– La febbre della lussuria: “All’ora settima”.

 

esordio - la repressione dei desideri carnali

e la confessione dei peccati

 

1. In quel tempo: “C’era un funzionario del re, che aveva il figlio ammalato a Cafarnao” (Gv 4,46).

Leggiamo in Ezechiele: “Su nel firmamento, che era sopra le teste degli animali, apparve qualcosa come di pietre di zaffiro in forma di trono, e su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sembianze di uomo” (Ez 1,26). Osserva che in questo passo sono poste in evidenza quattro entità: primo, gli animali; secondo, il firmamento; terzo il trono di zaffiro, e quarto la figura con sembianze d’uomo.

Gli animali simboleggiano i desideri carnali che, come animali bruti, imbrattano la terra della nostra mente, e quindi il Signore, per bocca di Ezechiele, dice: “Sei stata gettata per terra con spregio della tua vita. Ti ho vista calpestata nel tuo sangue” (Ez 16,5-6), cioè nell’immondezza dei desideri carnali. La testa degli animali raffigura l’ini­zio dei desideri della carne, di cui nella Genesi è detto: “Essa ti schiac­cerà la testa” (Gn 3,15). E questo avviene quando il firma­mento incombe sulla testa degli animali. Il firmamento è la contrizione del cuore, infatti nella Genesi sta scritto: “Sia il firmamento in mezzo alle acque, per separare le acque dalle acque” (Gn 1,6). La mente del penitente, contrito dei suoi peccati, ha le acque superiori, cioè il flusso della grazia, e le acque inferiori, cioè il flusso della concupiscenza, che devono stare sotto di lui, perché sempre tendono alla caduta. Oppure: le acque superiori raffigurano la ragione, che è la forza superiore dell’ani­ma che richiama sempre l’uomo al bene; le acque inferiori lo chiamano invece alla sensualità. E un riferimento a questo l’abbiamo in Ezechiele: “Vidi una specie di elettro dai suoi fianchi in su, e dai suoi fianchi in giù una specie di fuoco” (Ez 1,27). Dice la Glossa: Ciò che sta al di sopra dei fianchi, dove si trovano i sensi e la ragione, non ha bisogno di essere bruciato dal fuoco o dalle fiamme, ma ha bisogno di un metallo preziosissimo e purissimo; ciò che si trova al di sotto dei fianchi, dove agiscono l’accoppiamento e la procreazione, e dove ci sono gli stimoli ai vizi, ha bisogno delle fiamme purificatrici.

Sulla testa degli animali ci sia dunque il firmamento, cioè la contrizione del cuore che schiacci all’inizio i desideri della carne, e allora sopra il firmamento ci sarà una specie di pietra di zaffiro, in forma di trono. Nel trono è designata la confessione dei peccati, e giustamen­te. Come infatti per sedersi nel trono si deve abbassarsi, così il penitente deve umiliarsi nella confessione, giudi­cando se stesso e condannandosi, e distruggendo così tutto il male commesso. È detto infatti nei Proverbi: “Il re che siede nel trono distrugge ogni male con il suo sguardo” (Pro 20,8).

E osserva che la confessione deve avere proprio l’aspetto della pietra di zaffiro, la quale è fornita di quattro proprietà: è del colore del cielo sereno, mostra in se stessa una stella, ferma il sangue, elimina il carbonchio o le pusto­le. Così la confessione dei peccati dev’essere simile al cielo per la speranza del perdono, e dire con il ladrone: “Ricordati di me, Signore, quando sarai nel tuo regno” (Lc 23,42).

Deve anche mostrare in se stessa una stella. Stella viene da stare, e simboleggia il fermo proposito di non ricadere in peccato. Infatti, come le stelle sono immobili e, ferme nel cielo, girano in perpetuo movimento, così il penitente dev’essere fermo e costante nella penitenza, e ovunque vada e si muova, deve avere sempre il fermo proposito di non ricadere mai più nel peccato. Se la confessione non mostra questa stella, non si deve assolutamente imporgli la penitenza (dargli l’assoluzione). Il Signore infatti ha detto: Va’, e non voler più peccare” (Gv 8,11). Non ha detto: “Non peccare!”, ma “Non voler peccare”.

Parimenti deve fermare, coagulare il sangue. Sangue è quasi come dire soave, e sta ad indicare la compiacenza, e il piacere del peccato, che la confessione deve fermare perché non fluisca dal cuore e dai sensi del corpo.

Se la confessione avrà queste tre requisiti, seguirà necessariamente anche il quarto, perché eliminerà il carbonchio, vale a dire la suggestione diabolica. E in questo trono di zaffiro si riposa il Dio e uomo, simile ad un elettro, cioè Gesù Cristo, che libererà da ogni infermità di peccato l’anima che si confessa, come liberò dalla malattia del corpo il figlio del funzionario regio, del quale appunto è detto nel vangelo di oggi: “C’era lì un funzionario del re, che aveva il figlio ammalato a Cafarnao”.

 

2. Fa’ attenzione ai due fatti posti in evidenza in questo vangelo: la malattia del figlio del funzionario, e la fede di quest’ultimo. Il primo dove dice: “C’era lì un funzionario regio”. Il secondo dove dice: “L’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù”.

Nell’introito della messa si legge il salmo: “Se consideri le colpe, Signore” (Sal 129,3). Si legge quindi la lettera del beato Paolo apostolo agli Efesini: “Attingete forza nel Signore”; la divideremo in due parti, considerandone la corrispondenza con le due suddette parti del vangelo. Prima parte: “Attingete forza nel Signore”. Seconda parte: “State ben fermi, cinti i fianchi della verità”.

Osserva ancora che Giovanni, in questo vangelo, parla della malattia e della guarigione del figlio del funziona­rio regio, e l’Apostolo nella lettera parla della tentazio­ne del diavolo che rende malata l’anima, e dell’armatura di Dio che resiste strenuamente contro il diavolo stesso. È per questo che la lettera viene letta insieme con questo vangelo.

 

I. la malattia del figlio del funzionario reale

 

3. “C’era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao”. Vedremo che cosa significhino il funzionario, il suo figlio, la malattia di questo, e Cafarnao, trattandone singolarmente.

Dal Re dei re di tutto il creato, il Signore Gesù Cristo, che comanda agli angeli in cielo e agli uomini in questo mondo, ogni fedele viene nominato “regio funzio­nario" (in lat. règulus, piccolo re), per il fatto che ha in se stesso una certa raffigurazione degli ordini celesti, e che consta anche lui dei quattro elementi fondamentali di cui consta ogni creatura.

Gli ordini (cori) celesti sono nove, ma noi li ordineremo in tre gruppi di tre ordini (cori) ciascuno.

Nel primo gruppo ci sono gli Angeli, gli Arcangeli e le Virtù. Negli Angeli è raffigurata l’osservanza dei precet­ti, negli Arcangeli l’attenzione ai consigli e la loro applicazione, nelle Virtù i prodigi della vita santa. Anche tu dunque fai parte del coro degli Angeli quando osservi i comandamenti del Signore. Dice il profeta Malachia: “Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza (Ml 2,7).

Su questo argomento vedi il sermone della domenica di Quinquagesima, sul vangelo: “Un cieco sedeva lungo la via”.

Similmente fai parte del coro degli Arcangeli quando osservi non solo i comandamenti, ma ti sforzi di seguire anche i consigli di Gesù Cristo. Infatti Isaia ti suggeri­sce: “Proponiti un consiglio, raduna una consulta” (Is 16,3).

Infine entri a far parte del coro delle Virtù quando risplenderai dei prodigi di una vita santa. Dice il Signo­re: “Chi crede in me farà anche lui le opere che faccio io, e ne farà anche di più grandi” (Gv 14,12).

E la Glossa commenta: Ciò che il Signore opera in noi non senza il nostro concorso, è più grande di tutto ciò che egli opera senza di noi; così che quando un malvagio diventa giusto, quest’opera è più grande di tutto ciò che vi è in cielo e in terra e altrove, perché quelle cose passeranno, mentre quest’opera resterà, e in quelle c’è soltanto l’opera di Dio, mentre in questa c’è anche l’immagine di Dio. Anche se Dio ha creato gli angeli, la giustificazione dell’empio appare opera più grande che non creare dei giusti, poiché anche se in entrambe le opere c’è un’eguale potenza, nella giustificazione dell’empio c’è una più grande misericordia.

 

4. Nel secondo gruppo ci sono i Principati, le Potestà e le Dominazioni.

Considera che ci sono in noi tre entità sulle quali dobbiamo dominare, se non proprio come re, almeno come funzionari del re, e cioè i pensieri, gli occhi e la lingua.

I Principati soggiogano gli spiriti maligni, e noi dobbiamo tenere a freno i pensieri maligni, cioè male igniti, che bruciano malignamente. Dice Giovanni nell’Apo­calisse: “Vidi un angelo scendere dal cielo, portando la chiave dell’abisso e una grande catena in mano: afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò per mille anni” (Ap 20,1-2).

Senso morale: L’angelo è figura del giusto, che scende dal cielo quando, pur nella condizione di vita in cui si trova in terra, si sforza di modellarla sulla purezza del cielo. Quaggiù ha la chiave e la catena. La chiave è il discernimento, con il quale il giusto chiude e apre l’abis­so dei pensieri: chiude quando li raffrena, apre quando li sceglie. La catena nella sua mano raffigura la pratica della penitenza. Si dice “catena” dacapiendo teneo, prendendo tengo, o anche perché dopo aver preso tiene con molti nodi. Quando la contrizione si accompagna alla confessione, la confessione si accompagna all’opera riparatoria di penitenza, e quando quest’ultima si accompagna all’amore del prossimo, si forma come una grande catena con la quale il giusto incatena il dragone, il serpente antico, cioè il diavolo, satana. Nel dragone è raffigurato lo spirito di superbia, nel serpente il pensiero avvelenato della lussuria, nel diavolo – nome che in ebraico significa “colui che precipita giù” – è raffigurata l’avarizia; in Satana – che vuol dire “avversario” – è indicato il male della discordia. Tutti questi malanni il giusto li lega con la catena per mille anni, quando soggioga il dragone della superbia con la contrizione del cuore, il serpente della lussuria con la confessione, il diavolo dell’avarizia con le opere di riparazione e con elargizione di elemosine, il satana della discordia con l’amore del prossimo. E tutto questo per mille anni, numero perfetto che sta ad indicare la perseveranza finale.

Dobbiamo poi dominare gli occhi, che sono come ladri che rapiscono una fanciulla dalla terra d’Israele (cf. 4Re 5,2), cioè la purezza dalla mente del giusto, e dire insieme con Giobbe: “Ho fatto un patto con i miei occhi di non fissare neppure una vergine” (Gb 31,1). E nella Genesi il Signore dice a Caino: “Se farai del bene, bene avrai; e se farai del male, sarà subito alla tua porta il peccato. Ma la concupiscenza è sotto di te e tu potrai dominarla” (Gn 4,7). Il peccato alle porte è proprio la concupiscenza della carne negli occhi; e se su di essa esercitiamo il nostro dominio, l’appetito carnale sarà a noi sottomesso, perché sarà represso dal giogo della ragione.

E infine la lingua che, come una prostituta, è “ciarliera ed errabonda, incapace di starsene tranquilla in casa, che ora è per la strada, ora per le piazze, e ad ogni angolo sta in agguato” (Pro 7,10-12), dobbiamo saperla dominare perché, come dice Giacomo, non abbia a contaminare tutto il corpo e a incendiare il corso della vita e a dar fuoco a tutta la foresta (cf. Gc 3,6.5).

Se faremo parte di questi tre cori, cioè dei Principati, delle Potestà e delle Dominazioni, saremo anche noi dei veri piccoli re.

 

5. Nel terzo gruppo ci sono i Troni, i Cherubini e i Serafini.

Siamo Troni quando ci umiliamo in noi stessi e ci giudichiamo. Dice il salmo: “Dio, da’ al Re il tuo giudizio” (Sal 71,2). Al Re, cioè al giusto, Dio dà il suo giudizio perché egli stesso si giudichi, affinché Dio non trovi in lui qualcosa da condannare. “Se noi giudichiamo noi stessi – dice l’Apostolo –, non saremo giudicati” (1Cor 11,31). O Dio, da’ a me il tuo giudizio, perché da tuo io lo faccia mio e, facendolo mio, possa sfuggire al tuo. “È terribile cadere nelle mani del Dio vivente” (Eb 10,31).

Cherubino s’interpreta “pienezza della scienza”, che è la carità: e chi ha la carità è perfetto e sa come deve comportarsi. Perciò siamo Cherubini quando facciamo il bene, animati dalla carità. Sta scritto in Ezechiele: “Un Cherubino, uno dei quattro Cherubini, stese la mano per prendere il fuoco che era in mezzo ai Cherubini: lo prese e lo pose nel cavo delle mani di colui che era vestito di lino” (Ez 10,7).

Osserva che in questo passo per ben tre volte è scritto cherubini, perché la carità è triplice: la tua, quella di Dio e quella del prossimo. Tu dunque, che sei cherubino per quanto ti riguarda, stendi la mano delle opere sante di mezzo agli altri cherubini, cioè dalla carità di Dio, al fuoco della vita santa, che è tra i cherubini, cioè tra gli uomini santi e ripieni di carità, e da quel fuoco, vale a dire dall’esempio della loro vita santa, dàllo all’uomo rivestito di lino, cioè ad ogni cristiano, rivestito della fede nell’in­car­nazione del Signore. “Quanti siete stati battezzati in Cristo, dice l’Apostolo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). Se tu non sarai stato prima cherubino in te stesso, non potrai di mezzo ai cherubini stendere la tua mano al fuoco che è tra i cherubini; incomincia quindi dalla tua carità, e poi potrai esercitare la carità anche verso gli altri.

Allo stesso modo, serafino s’interpreta “ardente”. Siamo serafini quando, infiammati del fuoco della compunzione, ci profondiamo in lacrime per ottenere la sorgente delle acque inferiori e quella delle acque superiori (cf. Gdc 1,14-15). “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra – dice il Signore –: e che altro voglio se non che divampi” (Lc 12,49) e faccia liquefare il ghiaccio? Leggiamo infatti nel Cantico dei Cantici: “L’anima mia si è come liquefatta, quando il mio Diletto ha parlato” (Ct 5,6).

Chi dunque riproduce in se stesso, nel modo sopra illustrato, questi nove cori angelici, e sul loro modello dispone e organizza ordinatamente la vita del corpo, il quale consta dei quattro elementi fondamentali, a buon diritto può essere chiamato piccolo re, o funzionario del re, del quale appunto dice il vangelo: “C’era un funzionario del re”.

 

6. “Egli aveva un figlio ammalato a Cafarnao”. Il figlio del funzionario regio è figura dell’anima fedele a Gesù Cristo, la quale, mentre vive secondo il modello dei nove cori angelici, è salva; ma quando si ferma a Cafarnao si ammala a morte.

Cafarnao s’interpreta “campo fertile” o anche “campagna della consolazione”. In queste quattro parole: campo, fertile, campagna econsolazione sono indicati i quattro stati di vita dell’uomo, e cioè dei chierici, dei religiosi, dei poveri e dei ricchi.

I chierici, nel campo della chiesa, si fanno grandi del patrimonio di Cristo. I religiosi, nella tranquillità e nell’ozio, come un grosso frutto, vengono guastati dal ver­me della concupiscenza. I secolari poveri faticano come in una campagna, e si lamentano della loro povertà. I ricchi se la godono nei piaceri della ricchezza e quindi si dimenticano del Signore. Tutti costoro sono ammalati a Cafarnao.

Questi quattro stati di vita concordano con i quattro abomini che il Signore mostrò a Ezechiele. Dice il Signore: “Figlio dell’uomo, alza i tuoi occhi. Ed alzai i miei occhi verso settentrione. Ed ecco a settentrione della porta dell’altare l’idolo della gelosia, proprio all’ingresso, per provocare la gelosia. E mi disse: Figlio dell’uomo, vedi che cosa fanno costoro? Vedi i grandi abomini che commette la casa di Israele, perché io mi allontani dal mio santuario?” (Ez 8,5.3.6). Ecco la superbia dei chierici. Nell’idolo della gelosia consiste la superbia dei chierici, ed essa provoca la gelosia di Dio, cioè la sua ira e la sua vendetta. Dice infatti: “Mi resero geloso con ciò che non è Dio, e mi irritarono con i loro idoli vani” (Dt 32,21). Un prelato della chiesa o un ministro dell’altare superbi, che cosa sono se non idoli di gelosia proprio all’ingresso della porta dell’altare? Ahimè, quali abomini essi compiono nella casa del Signore!

Il Signore stesso, per bocca del profeta, dice di essi: “Violeranno il mio tesoro; vi entreranno i predatori e lo profaneranno” (Ez 7,22).Emissarius viene chiamato il cavallo destinato all’accoppiamento con le cavalle. Predatori sono i chierici superbi e lussuriosi, che violano il tesoro del Signore, cioè il corpo di Gesù Cristo, calpe­stano tutto ciò che hanno in se stessi e profanano la santa chiesa. Perciò il Signore continua: “Me ne andrò lontano dal mio santuario”. Narra infatti il primo libro dei Re che a causa dei peccati di Ofni e Finees, i quali “si univano alle le donne che prestavano servizio all’in­gres­so della tenda del convegno” (1Re 2,22), fu catturata l’arca del Signore degli eserciti, che siede sui Cherubini(cf. 1Re 4,1­11).



7. Ed ecco il secondo abominio. “Se ti volti, vedrai abomini ancora peggiori. E mi disse: Figlio dell’uomo, sfonda la parete. Dopo sfondata la parete mi apparve una porta. Mi disse: Entra e osserva gli abomini malvagi che commettono costoro. Io entrai, e vidi ogni sorta di rettili e di animali immondi. E tutti gli idoli del popolo di Israele erano raffigurati tutt’intorno alle pareti. E settanta anziani della casa d’Israele, tra i quali Ieconia figlio di Safan, stavano in piedi davanti alle raffigura­zioni. E ognuno aveva nelle mani un turibolo dal quale saliva una nuvola d’incenso profumato. E mi disse: Certo hai visto, figlio dell’uomo, quello che fanno gli anziani del popolo d’Israele nelle tenebre, ciascuno nella stanza segreta del proprio idolo; dicono infatti: Il Signore non ci vede, il Signore ha abbandonato la nostra terra” (Ez 8, 6.8-12).

Dalle parole: “Sfonda la parete” fino a “raffiguràti tutt’intorno alle pareti”, vedi il sermone: “Prendi con te i profumi e la mirra”, che è intitolato “All’inizio del digiuno” (Mercoledì delle Ceneri).

“E settanta anziani della casa d’Israele”. Così commenta Girolamo: Dobbiamo pregare perché gli anziani della casa d’Israle non facciano nelle tenebre il numero sette, che è un numero sacro, e, moltiplicandolo per sette diecine, persistano nei loro errori e adorino le rappresentazioni degli idoli, cioè dei loro vizi, e il fumo del sacrilegio continui a salire a Dio. I religiosi del nostro tempo sono chiamati “settanta uomini”, in quanto per la perfezione del loro operare dovrebbero avere la settiforme grazia dello Spirito Santo. E invece, stolti, che fanno? Stanno in piedi davanti alle pitture, e tra loro c’è Ieconia il quale, come dice la Glossa interlineare, rinnegata la religione, adora­va gli idoli nel tempio del Signore. Le pitture sulla parete raffigurano i sogni di superbia, di gola e di lussuria che vengono alla mente, oppure anche l’ipocrita simulazione religiosa, oppure, nel religioso, l’amore carnale dei parenti, e forse anche dei figli e delle figlie. E perciò nei rettili che gridano: “Guai, guai”, sono raffigurati i figli e i nipoti; negli animali immondi è raffigurata la nefandezza della fornicazione; negli idoli dipinti i parenti e gli amici. Ecco quali pitture adorano alcuni religiosi del nostro tempo. E ciò che è peggio, c’è Ieconia, vale a dire l’a­ba­te o il priore, figlio di Safan, che significa “giudizio”, cioè condanna di eterna morte, che se ne sta in mezzo a loro e adora le stesse pitture, egli che dovrebbe proibirlo.

“E ognuno di essi aveva in mano un turibolo”. Che cosa rappresenta il turibolo nelle mani, se non le sostanze del monastero, date a titolo di elemosina e di offerta, che sono affidate alla potestà del superiore? Ma questi gregari di Giuda, che come il traditore hanno le loro casse private, con il turibolo delle elemosine e l’incenso dei sacrifici offerti dai fedeli per i defunti, incensano le loro pitture, danno cioè ai loro parenti e ad altre persone i beni del monastero, che appartengono ai poveri. E non è necessario che su questo scendiamo a particolari. “Certamente” hai sentito “e hai visto, figlio dell’uomo, che cosa fanno nelle tenebre gli anziani”, invecchiati nel male (cf. Dn 13,52); e poi dicono: “Il Signore non ci vede”; ma sono loro ad essere nelle tenebre e a non vedere, e così pensano di non essere veduti. E ancora Girolamo commenta: “Se pensassimo che il Signore è sempre presente e che tutto vede e giudica, mai, o difficilmente, cadremmo in peccato”.

 

8. Ed ecco il terzo abominio. “Il Signore mi disse: Se ti volti vedrai altri abomini. E mi condusse all’ingresso del portico della casa del Signore, che guarda a settentrione, e vidi donne sedute che piangevano Adònide. E mi disse: Certamente hai visto, figlio del­l’uo­mo” (Ez 8,13-15). Spie­ga Girolamo che gli Ebrei e i Siriaci chiamano Adonide con il nome di Tammuz, che significa “bellissimo”. Con Tammuz, o Adonide, si intende la prosperità di questo mondo, che è alleata di Venere e della lussuria. Le donne che piangono raffigurano tutti coloro che piangono per aver perduto la ricchezza.

Ahimè, quanti effeminati piangono oggi per aver perduto la ricchezza e per povertà non voluta, e molte volte perdono anche la fede! Ben a ragione sono detti villani, da villa, campagna, cioè servi della terra, e quindi schiavi del diavolo: essi non sono del nobile sangue di Gesù Cristo che comanda non solo di lasciare ciò che si ha, ma anche di rallegrarsi di ciò che si è perduto e della povertà.

 

9. E infine il quarto abominio. “Se ti volterai, vedrai abomini ancora peggiori di questi. Ed ecco all’ingresso del tempio circa venticinque uomini, con le spalle rivolte al tempio e la faccia ad oriente che, prostrati, adoravano il sole. E mi disse: Certamente hai visto, figlio dell’uomo” (Ez 8,15-17). Avere le spalle rivolte al tempio del Signore significa disprezzare il creatore, dimenticarsi della morte di Gesù Cristo, non curarsi della vita eterna. Avere la faccia ad oriente e adorare il sole, significa cercare la felicità nello splendore delle cariche, nella gloria, e pur di conseguirla, essere disposti anche ad adorare un uomo.

E contro tutto questo abbiamo ciò che dice Mardocheo nel libro di Ester: “Signore, tu che tutto conosci, sai bene che non per orgoglio e per disprezzo ho fatto questo gesto, di non prostrarmi mai in adorazione davanti al superbissimo Aman. Io, per la salvezza di Israele, sarei pronto a bacia­re anche l’impronta dei suoi piedi. Ma l’ho fatto per il timore di tributare ad un uomo l’onore che è dovuto solo a Dio. Non adorerò mai nessuno, se non il mio Dio” (Est 13,12-14). Certamente i ricchi di questo mondo, sventurati, non si comportano in questo modo. Ad essi dice il Signore: “Guai a voi, ricchi, che avete già la vostra consolazione” (Lc 6,24). Tutti coloro che si rendono colpevoli dei suddetti abomini, contraggono anch’essi nell’anima la malattia del figlio del funzionario regio di Cafarnao: e si tratta di una malattia mortale. Il funzionario del re persista quindi nella sua preghie­ra, affinché il suo figlio venga liberato dalla malattia e guarito. E si degni di esaudirlo colui che è benedetto nei secoli. Amen.

Ma proseguiamo. “Avendo sentito che Gesù dalla Giudea stava per venire nella Galilea, si recò da lui. E lo pregava di andare a casa sua e di guarirgli il figlio, che ormai stava per morire” (Gv 4,47). Giudea significa “proclamazione”, Galilea “ruota” o “volubilità”. Gesù Cristo quindi passa dalla Giudea alla Galilea, quando dalla vita eterna, nella quale c’è la proclamazione della lode degli angeli, egli discende alla ruota della nostra volubilità, cioè sulla terra.

 

10. E su questo abbiamo una concordanza in Ezechiele, dove si racconta che colui che sedeva sul trono “disse all’uomo vestito di lino: Va’ fra le ruote che sono sotto i cheru­bini, riempi la tua mano dei carboni accesi che sono fra i cherubini e spargili sulla città” (Ez 10,2).

Nel lino è indicato il Corpo santissimo di Gesù Cristo, che lo indossò prendendolo dalla terra vergine, per coprire la nostra nudità. A lui il Padre disse: “Va’ fra le ruote”. La ruota ritorna al punto dal quale è partita, e quindi sta ad indicare la natura umana alla quale fu detto: Sei terra e terra ritornerai (cf. Gn 3,19). Il Figlio quindi entrò fra le ruote quando dalla Giudea scese in Galilea: assumendo la natura umana, è apparso sulla terra e ha vissuto fra gli uomini (cf. Bar 3,38), divenendo simile a loro (cf. Fil 2,7). È detto: “Le ruote che sono sotto i cherubini”, perché è stato fatto di poco inferiore agli angeli (cf. Sal 8,6); e così riempì la sua mano dei carboni accesi che sono tra i cherubini, cioè nei due Testamenti, e li sparse sulla città, vale a dire sulla santa chiesa. Oppure, sparge i carboni accesi sulla città quando infonde nell’anima i carboni del suo timore e del suo amore, che le fanno abbandonare il piacere del mondo e della carne, affinché essa, infiammata ed illuminata, guarisca dalla malattia.

Quindi il funzionario regio, il quale sa che il figlio, cioè la sua anima, è ammalata a Cafarnao, deve recarsi da lui con la contrizione del cuore e pregarlo con la confes­sione della bocca, perché risani il suo figlio, del quale è detto: “Stava ormai per morire”. E fa’ attenzione come dica giustamente: “stava per morire” (lat. incipiebat mori, incominciava a morire): infatti dall’appagamento della carne e dal godimento del mondo incomincia la morte dell’a­nima, e questa morte si compie nella dannazione della geenna, che durerà in eterno.

“Gli disse Gesù: Se non vedete segni e prodigi, voi non credete” (Gv 4,48). I prodigi sono così chiamati perché porro dicunt, parlano del poi, cioè predicono il futuro da lontano. In riferimento a questo, troviamo che il Signore dice a Ezechiele: “Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli di Israele, ti mando a un popolo di ribelli che si sono allontanati da me. Verso di te saranno increduli e distruttori, e ti troverai in mezzo agli scorpioni. Non vogliono ascoltare te, perché non vogliono ascoltare me” (Ez 2,3.6; 3,7).

“Gli dice il funzionario regio: Vieni, prima che il mio figlio muoia” (Gv 4,49). E la Glossa: Come se Cristo non potesse salvare senza essere presente. Perciò il Signore, per dimostrare che non è assente dal luogo al quale è invitato, lo guarisce con il solo comando.

Disse quindi: “Va’, tuo figlio vive!” (Gv 4,50). E in Ezechiele: Mentre ancora ti dibattevi nel tuo sangue, ti dissi: Vivi! (cf. Ez 16,6). Non voglio la morte del pecca­tore, ma che si converta e viva (cf. Ez 33,11). Voglio io forse la morte dell’empio, dice il Signore Dio, o non piuttosto che si converta e viva? Riflettendo e allontanan­dosi da tutte le colpe commesse, egli certo vivrà e non morirà (cf. Ez 18,23.28). Per questo nell’in­troito della messa di oggi si canta: “Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono”, Dio d’Israele(Sal 129,3-4).

 

11. Con questa prima parte del vangelo concorda la prima parte dell’epistola: “Attingete forza nel Signore” per non venir meno nella malattia che proviene da Cafarnao, “e nel vigore della sua potenza” – di colui che disse: “Va’, tuo figlio vive” – “indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo” (Ef 6,10-11).

Considera che chi vuole essere soldato di Dio, indossare la sua armatura e resistere contro le insidie del diavolo, deve avere il cavallo della buona volontà, la sella dell’umil­tà, le staffe della costanza, gli speroni del duplice timore, il morso della temperanza, lo scudo della fede, la corazza della giustizia, l’elmo della salvezza e la lancia della carità (cf. Ef 6,15-17). Chi indosserà queste armi non sarà colpito dalla malattia di Cafarnao.

E sono armi necessarie perché “la nostra battaglia non è contro la carne e il sangue, ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni cele­sti” (Ef 6,12); come a dire: combattiamo non soltanto contro i vizi della carne e del sangue, ma contro i demoni che comandano ad altri demoni, cioè contro coloro che hanno potere su quelli che si trovano nelle tenebre dei peccati, contro i mondani, contro coloro che portano alla rovina, contro queste forze tenebrose che inducono a compiere opere tenebrose, cioè gli abomini indicati dal profeta Ezechiele, contro gli spiriti maligni, alleati con gli spiriti delesti. E gli spiriti maligni combattono contro di noi non per una cosa di poco conto, ma per privarci dell’eredità celeste.

Ti preghiamo quindi, Signore Gesù Cristo, di liberarci dalla malattia di Cafarnao e dai quattro suddetti abomini, in modo da poter resistere alle insidie del diavolo ed essere degni di vivere con te nella vita del cielo. Accordacelo tu, che vivi e regni nei secoli eterni. Amen.

 

II. fede del funzionario del re

 

12. “Quell’uomo credette alla parola di Gesù e si mise in cammino” (Gv 4,50). Dice la Glossa: Il Signore, benché pre­gato, non andò dal figlio del funzionario regio, per non dare l’impressione di voler onorare la ricchezza. Invece promette di andare dal servo del centurione, perché non disprezza la realtà naturale dell’uomo. In colui nel quale ha distrutto la superbia, vizio che non dà importanza alla realtà naturale, ma solo a ciò che appare all’esterno, certamente non onora la ricchezza. Dice infatti per bocca di Ezechiele: “Il loro argento sarà gettato via e il loro oro si cambierà in immondizia. Il loro argento e il loro oro non potranno salvarli nel giorno dell’ira del Signore” (Ez 7,19).

Questo si può intendere anche in senso morale, perché l’argento dell’eloquenza e l’oro della sapienza non potranno certo salvare M. Tullio Cicerone e Aristotele nel giorno dell’ira del Signore, che così parla nel libro di Giobbe: “Non lo risparmierò, né avrò riguardo alla forza delle sue parole, fatte proprio per muovere a compassione” (Gb 41,3). E osserva che il vangelo dice che prima “credette” e poi “si mise in cammino”, perché prima viene la fede del cuore e poi il cammino delle opere.

Infatti leggiamo in Ezechiele: “E in mezzo agli animali si poteva vedere uno splendore di fuoco, e uscire dal fuoco come delle folgori. E gli animali andavano e venivano a somiglianza di folgore lampeggiante” (Ez 1,13-14). Nello splen­dore del fuoco è simboleggiata la fede che illumina. Infatti: “La tua fede ti ha salvato” (Mc 10,52) vuol dire: ti ha illuminato. Che cosa vuoi che io ti faccia? Maestro: che io veda! (cf. Mc 10,51). Da questo fuoco esce la folgore delle opere buone, e così gli animali, cioè i santi, si elevano alla contemplazione ma poi ritornano all’azione: non possono sostare a lungo in contemplazione se vogliono che anche altri portino frutto. “A somiglianza di folgore lampeggiante”: per mezzo di essi che si innalzano alla contemplazione e poi persistono nelle buone opere, si diffonde sugli altri come una luce di cielo. Dice Gregorio: La carità si eleva a mirabili altezze, quando va a cercare pietosamente il prossimo di condizione più miserevole; e quando scende amorevolmente alle cose più umili, ritorna poi con maggior merito alle più sublimi. “Quell’uomo dunque credette e poi si mise in cammino”.

 

13. “Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: Tuo figlio vive!” (Gv 4,51). Fa’ attenzione ai tre momenti: mentre scendeva, gli vennero incontro i servi, tuo figlio vive. Se tu scendi ti vengono incontro i servi e ti viene annunciata la vita del figlio. È cosa buona dunque scendere. Scendere da dove, e verso dove? Dal monte alla valle, dalla superbia all’umiltà. Nella valle infatti il Signore apparve ad Abramo (cf. Gn 18,1). “Le valli, dice il Signore, abbonderanno di frumento (Sal 64,14). E Geremia: “Osserva le tue vie nella valle” (Ger 2,23). E Isaia: “Ogni valle sarà colmata” (cf. Is 40,4; Lc 3,5); e ancora Ezechiele: “Saranno come le colombe delle valli” (Ez 7,16).

Quindi, mentre sta discendendo, vengono incontro i servi. I servi sono i cinque sensi del corpo che devono servire alla ragione. Se discendi, i servi ti vengono incontro, cioè ti obbediscono. Infatti, se il cuore è umile, i sensi del corpo sono obbedienti. Dall’umiltà nasce l’obbedienza.

Sempre Ezechiele: “E al suo centro, cioè in mezzo al fuoco, si scorgeva una figura come di elettro” (Ez 1,4). Il fuoco è l’umiltà, perché come il fuoco abbassa le cose alte, riduce in cenere quelle dure, così l’umiltà abbassa i superbi e richiama ai cuori induriti la sentenza: “Sei cenere e in cenere ritornerai” (cf. Gn 3,19).

O umiltà, se hai potuto piegare il capo della divinità nel grembo della Vergine poverella, che cosa c’è di tanto alto che tu non possa abbassare? E da questo fuoco procede l’elettro dell’obbedienza. L’elettro – dice Gregorio – è composto di oro e di argento. E quando questi due metalli vengono fusi insieme, l’argento aumenta di lucentezza, mentre l’oro attenua il suo fulgore. L’argento risonante è la parola del prelato; l’oro è la coscienza pura del buon suddito: quando la parola del prelato giunge al suddito, essa aumenta il suo splendore a mo­tivo dell’obbedienza del suddito, e questi, per così dire, si fa pallido, con la mortificazione della sua volontà.

Dice il salmo: “Le penne della colomba sono color argento e le penne del suo dorso hanno i riflessi dell’oro” (Sal 67,14). La colomba raffigura il buon suddito, le cui penne sono appunto le parole del prelato, che lo fanno come volare. Infatti alle parole del prelato il suddito, come una colomba, deve subito volare con il suo cuore e il suo corpo. E i prelati facciano attenzione, perché le loro parole devono essere splendenti dell’argento dell’umanità di Gesù Cristo, che fu unita con l’oro della divinità. Infatti nella figura del­l’elettro è indicato Cristo, mediatore tra Dio e l’uomo. E mentre l’umanità crebbe nella gloria della maestà, la divinità attenuò agli occhi dell’uomo la potenza del suo fulgore. I prelati dunque inargèntino le loro parole con l’umiltà dell’umanità di Gesù Cristo, per comandare ai sudditi con bontà, con affabilità, con pruden­za e misericordia, perché il Signore non è nel vento, non è nel terremoto, non è nel fuoco: il Signore si trova nel tenue mormorio di una leggera brezza (cf. 3 Re 19,11­12).

E così le penne del suo dorso, che raffigurano la volontà e i sentimenti del suddito, avranno il riflesso dell’oro, si manterranno cioè nella mortificazione e nella purezza. Sul dorso noi usiamo portare i pesi: anche il peso dell’obbedienza dobbiamo portarlo sul dorso della pazienza. “Sul mio dorso, dice il Profeta, hanno costruito i peccatori” (Sal 128,3). Il prelato malvagio costruisce sul dorso, cioè sulla pazienza dell’umile suddito. Ma questa costruzione sarà la sua rovina, mentre costituirà la gloria del suddito.

Diciamo dunque: “Mentre il regio funzionario scendeva, gli vennero incontro i servi”. Quindi dall’umiltà del cuore proviene l’elettro, nel quale sono fusi insieme l’argento e l’oro. Nell’argento è simboleggiato il risuonare della confessione, nell’oro la purezza dei sensi del corpo. Ecco quanto grandi vantaggi provengono dall’abbassarsi nell’umiltà.

 

14. In quel momento gli viene annunciato che il figlio vive. “Gli annunziarono: Tuo figlio vive”. Si dice vita da vigore, e vita vuol dire anche vim tenet, conserva la forza. La vita del corpo è l’anima, la vita dell’anima è Dio, il quale dà all’anima il vigore e la forza, il potere e il sapere, perché viva: e voglia il cielo che noi vi aggiungiamo il volere.

Nella Storia Naturale del Solino si racconta che nelle regioni dell’India ci sono dei popoli che non hanno bisogno di cibo, ma vivono del solo profumo dei frutti selvatici, e quando vanno lontano portano con sé, come protezione, quei frutti per nutrirsi annusandoli; perché se per caso inalano un odore sgradevole o puzzolente, sono sicuri di morire.

Il profumo dei frutti simboleggia la vita dell’anima. I frutti sono l’incarnazione e la passione di Gesù Cristo, di cui la Sposa del Cantico dei Cantici dice: “Ho serbato per te i frutti nuovi e quelli vecchi(Ct 7,13). I frutti nuovi sono la nascita dalla Vergine, la povertà del Figlio di Dio, l’in­vio della nuova stella, il compimento dei miracoli. I frutti vecchi sono stati gli sputi, gli schiaffi, il fiele e l’aceto, i chiodi e la lancia, che ci hanno spogliati dell’antica vecchiezza perché, come dice l’Apostolo, “il nostro uomo vecchio è stato crocifisso insieme con lui” (Rm 6,6). Perciò chi vuole vivere, viva con il profumo di questi frutti e nell’esilio di questo pellegrinaggio terreno, per non venir meno per via, porti con sé questi frutti per nutrirsi odorandoli.

Leggiamo nelle Lamentazioni: “Il respiro della nostra bocca, l’Unto del Signore, è stato preso nei nostri pecca­ti; gli dicevamo: Alla tua ombra vivremo in mezzo alle genti” (Lam 4,20). E il Profeta dice nel salmo: “Ho aperto la mia bocca e ho tratto il respiro” (Sal 118,131). Il respiro è detto in lat. spiritus. Quando tu apri la bocca nella confessione, attiri a te lo spirito, il respiro, di Gesù Cristo, che è la vita dell’anima, per riceverne la grazia. Guardati dunque dall’attirare il disgustoso spirito del mondo, il puzzolente spirito di Cafarnao, perché saresti subito colpito non solo dalla malattia, ma anche dalla morte. Cafarnao s’interpreta “campo grasso”. La grassezza di solito è fonte e madre della corruzione, la corruzione della puzza, e la puzza è segno di morte.

Apri dunque la tua bocca a attira a te lo spirito di Gesù Cristo, che fu preso, legato e crocifisso per i nostri peccati. Sotto l’ombra del suo albero, cioè della croce, – della quale è detto nel Cantico dei Cantici: “Sotto la pianta di melo ti ho svegliata” (Ct 8,5), e “Mi sedetti all’ombra di colui che era il mio desiderio” (Ct 2,3) – devi trovare sosta dall’ardore dei vizi, evitando, al riparo di quell’albero, il sole ardente della prosperità mondana. E così in mezzo alle genti, vale a dire in mezzo alle tentazioni della carne e del diavolo, vivrai sostentato dal profumo della sua incarnazione e della sua passione.

 

15. “Domandò loro a che ora avesse incominciato a star meglio. Gli dissero: Ieri, all’ora settima la febbre lo ha lasciato” (Gv 4,52). E la Glossaspiega: Con questa domanda non diffida della misericordia del Signore: desidera invece che la potenza divina venga conosciuta da più gente possibile attraverso la testimonianza dei servi. Quelli rispondono: “All’ora settima”, raffigurando così il Santo Spirito settiforme, nel quale è posta ogni salvezza.

La febbre è così chiamata da fervor, calore, ed è figura della lussuria della carne, il cui calore agita il cuore e corrompe la carne. Infatti si legge nel libro di Giuditta, che quando essa entrò alla presenza di Oloferne, “egli fu conquistato al primo sguardo: il suo cuore era in tumulto e si sentì infiammare da una grande passione verso di lei” (Gdt 10,17; 12,16).

Dapprima viene sedotto attraverso gli occhi. Per questo il Profeta pregava: “Distogli i miei occhi dalle cose vane” (Sal 118,37). E nel Cantico dei Cantici: “Distogli i tuoi occhi, perché essi mi hanno fatto perdere il senno” (Ct 6,4). E nella Genesi è scritto: “La sua padrona gettò gli occhi su Giuseppe” (Gn 39,7). Gli occhi sono le prime frecce della lussuria. Poi il cuore si turba e così si accende la febbre della lussuria. Ma per non morire con il consenso della mente o passando all’azione, il cuore viene illuminato “all’ora settima”, vale a dire con la settiforme grazia dello Spirito Santo. E allora deve credere “lui e tutta la sua famiglia” (Gv 4, 53), cioè con il corpo e con l’anima, che Gesù Cristo è figlio di Dio, e che si è degnato di liberare l’anima da così perniciosa febbre, e il corpo da così miserabile contaminazione della lussuria.

 

16. È su questo che la seconda parte del vangelo concorda con la seconda parte dell’epistola: “Siate dunque ben fermi, cinti i lombi (i fianchi) con la verità” (Ef 6,14). I lombi prendono il nome da libidine. La libidine è chiamata così perché libet, piace, dà piacere. Ecco la febbre maledetta che regna nei lombi e fa dire all’Apostolo: “Siate dunque ben fermi, cinti i lombi (i fianchi) con la verità, e rivestiti della corazza della giustizia” (Ef 6,14). Date a ciascuno ciò che gli spetta di diritto, per essere protetti dalla giustizia come da una corazza, in modo che non ci sia alcuna apertura al nemico.

“E avendo ai piedi, come calzatura, lo zelo per propagare il vangelo della pace” (Ef 6,15), affinché colui che predica non tocchi la terra, cioè non vada in giro a predicare per amore delle cose terrene.

“Tenete sempre in mano lo scudo della fede” (Ef 6,16): infatti la fede è lo scudo, sotto il quale viene protetta con sicurezza la giustizia; “con questo scudo potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno” (Ef 6,16), cioè tutti gli assalti del diavolo, il quale tende a trascinare di vizio in vizio, come il fuoco che si propaga.

“Prendete anche l’elmo della salvezza” (Ef 6,17): l’elmo raffigura la salvezza eterna, il cui pensiero protegge la mente perché non si scoraggi; “e la spada dello Spirito”, che ci viene data cioè dallo Spirito Santo per colpire il nemico; “spada che è la parola di Dio” (Ef. 6,17), vale a dire il suo vangelo. Chi si eserciterà e starà pronto con queste sei armi, come per sei ore, sarà liberato dalla febbre della lussuria dalla settiforme grazia, come a dire nella settima ora.

Su dunque, fratelli carissimi, preghiamo il Signore Gesù Cristo di farci scendere dal monte della superbia, di spegnere in noi la febbre della lussuria, affinché con i fian­chi succinti ritorniamo alla salute e siamo resi capaci di giungere alla vita eterna.

Ce lo conceda colui che è benedetto, degno di lode e glorioso nei secoli eterni. E ogni anima, liberata dalla febbre, canti: Amen. Alleluia.

 

 

 

 

Sant’Antonio scrive sempre “Anna” invece di “Sara”.

Così sant’Antonio. In realtà è in latino che merum significa puro.

Praeputium: poco persuade l’etimologia che vuole separare prae da un latino putium, pelle (D. Olivieri, Dizionario etimologico italiano).

Si chiamava croce la stanga del carro o dell’aratro che serve da guida (timone), e a cui si attaccano gli animali da tiro.

Con “animo” (lat. animus) s’intende lo spirito, principio della vita spirituale; con anima invece s’intende il principio che anima il corpo, e quindi l’animalità.

Era un modo di eseguire la decimazione.

Non si conosce l’autore di questa sentenza.

In realtà diavolo viene dal greco diaballo, metter male, calunniare.

Nel testo latino per predatori c’è il termine emissarii, del quale Antonio dà poi la spiegazione. Il termine esatto in latino è admissarius.

Nel sermone indicato, né in altri sermoni del Santo, si ritrovano queste parole, né mai viene trattato questo argomento.