S. Antonio di Padova: I Sermoni - Parte prima

 

ANTONIO DI PADOVA

 

 

Sermoni

 

 

 

P R O L O G O

 

1. Leggiamo nel primo libro dei Paralipomeni: “Davide diede [al figlio Salomone] oro finissimo, perché con esso venisse costruita una specie di quadriga di cherubini che, stendendo le ali, coprissero l’arca dell’alleanza del Signore” (1Par 28,18).

 

2. Dice la Genesi che nella terra di Hevilath “si trova l’oro, e l’oro di quella terra è purissimo” (Gn 2,12). Hevilath vuol dire “partoriente”, e raffigura la sacra Scrittura, che è “la terra che produce prima l’erba, quindi la spiga, e infine il chicco pieno nella spiga” (Mc 4,28).

Nell’erba è indicata l’allegoria (il senso allegorico), che edifica la fede: “La terra germogli erba verdeggiante”, comanda Dio nella Genesi (Gn 1,11). Nella spiga – il cui nome viene da spiculum, punta o freccia – è indicata l’applicazione morale, o l’insegna­mento morale, che forma i costumi e con la sua soavità penetra nello spirito. Nel chicco pieno è indicata l’anagogia (il senso mistico), che tratta della pienezza del gaudio e della beatitudine angelica.

Ecco dunque che nella terra di Hevilath si trova l’oro finissimo, perché dal testo della pagina divina scaturisce “la scienza sacra”. Come l’oro è superiore a tutti i metalli, così la scienza sacra è superiore a ogni altra scienza: non sa di lettere chi non conosce le “lettere sacre”. Dunque è della scienza sacra che si parla, quando dice: “Davide diede oro finissimo”.

 

  1. Davide vuol dire “misericordioso”, oppure “di mano forte”, o anche “avvenente di aspetto”, ed è figura del Figlio di Dio, Gesù Cristo, il quale fu misericordioso nell’incar­nazione, forte e valoroso nella passione, e sarà di aspetto sommamente desiderabile per noi nella beatitudine eterna. Parimenti è misericordioso nell’infusione della grazia: e questo negli incipienti, per cui è detto miseri­cordioso, quasi a dire “che irriga il cuore misero” (misericors, miserum rigans cor).

Nell’Ecclesiastico infatti è detto: “Innaffierò il giardino delle piante e irrorerò il frutto del mio parto” (Eccli 24,42). Il giardino è l’anima nella quale Cristo, come un giardiniere, mette a dimora i misteri della fede, poi la irriga e la feconda con la grazia della compunzione; e dell’anima dice ancora: “e irrorerò il frutto del mio parto”: l’ani­ma nostra è detta “frutto del parto del Signore”, cioè del suo dolore, perché, come una donna partoriente, l’ha generata nei dolori della passione: “Offrendo – dice l’Apo­stolo – preghiere e suppliche con forti grida e lacrime” (Eb 5,7). E Isaia: “Io che faccio partorire gli altri, forse non partorirò?” (Is 66,9), dice il Signore?”. Irrora quindi il frutto del suo parto quando con la mirra e l’aloe della sua passione mortifica i piaceri della carne, affinché l’anima, come inebriata da questa irrora­zione, dimentichi le cose temporali: “Hai visitato la terra e l’hai inebriata” (Sal 64,10).

Parimenti è di mano forte quando fa avanzare di virtù in virtù, e opera questo nei proficienti. Dice infatti Isaia: “Io sono il Signore, Dio tuo, che ti prendo per mano e ti dico: Non temere, perché io ti ho aiutato” (Is 41,13). Come una madre amorosa prende con la sua mano la mano del bambino insicuro sulle gambe, perché possa salire con lei, così il Signore con la mano della sua misericordia prende la mano dell’umile penitente affinché possa salire per la scala della croce i gradini della perfezione (i perfetti), e sia fatto degno di contemplare colui che è avvenente di aspetto, “il re nella sua gloria” (Is 33,17), “colui nel quale gli angeli desiderano fissare lo sguardo” (1Pt 1,12).

Il nostro Davide, il Figlio di Dio, il Signore benigno e misericordioso (Sal 110,4), che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare (Gc 1,5), ha dato l’oro, cioè la sacra intel­ligenza della divina Scrittura: “Aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (Lc 24,45); ha dato l’oro purissimo, cioè perfettamente purificato da ogni immon­dezza e da ogni scoria di malvagità e di eresia.

 

4. “Affinché con esso fosse costruita una specie di quadriga di cherubini”: con questa espressione si intende la pienezza della scienza e vengono indicati l’Antico e il Nuovo Testamento, nei quali è la pienezza di tutta la scienza, la sola che sa insegnare, la sola che rende sapienti. Le sue massime (lat. auctoritates) sono come delle ali, che si distendono quando vengono spiegate nel triplice senso sopraddetto; e in questo modo velano l’arca dell’al­leanza del Signore. L’arca è così chiamata in quanto tiene lontano (lat. arcet) gli sguardi o il ladro. L’arca è l’anima fedele, che deve allontanare da sé lo sguardo della superbia, di cui è detto in Giobbe: “Tutte le cose alte disprezza” (Gb 41,25), e il ladro, così chiamato da “notte oscura” (lat. fur, ladro, e furva nox, notte oscura): il ladro che finge di essere santo, e che è chiamato: “il nemico che si aggira nelle tenebre” (Sal 90,6).

Quest’arca è detta “dell’alleanza del Signore”, perché nel battesimo l’anima fedele ha stabilito con il Signore un’alleanza eterna, quella cioè di rinunciare al diavolo e alle sue suggestioni, come è scritto: “Giurai e stabilii di osservare i tuoi precetti di giustizia (Sal 118,106). Quest’arca è velata dalle ali dei cherubini quando con la predicazione dell’Antico e del Nuovo Testamento viene protetta e difesa dalla fiamma della prosperità umana, dalla pioggia della concupiscenza carnale e dalla folgore delle suggestioni diaboliche.

 

5. Perciò a gloria di Dio e per l’edificazione delle anime, a consolazione del lettore e dell’ascol­tatore, con l’approfondimento del senso della sacra Scrittura e ricorrendo ai vari passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, abbiamo costruito una quadriga, affinché su di essa l’anima venga sollevata dalle cose terrene e portata, come il profeta Elia, in cielo per mezzo della frequentazione delle verità celesti (cf. 4Re 2,11).

E osserva che, come nella quadriga ci sono quattro ruote, così in questi sermoni vengono trattate quattro materie, vale a dire i vangeli domenicali, i racconti dell’Antico Testamento come vengono letti nella chiesa, gli introiti, e le epistole della messa domenicale. Quasi raccogliendo dietro ai mietitori le spighe dimen­ticate, come Rut la moabita nel campo di Booz (cf. Rt 2,3.7), con timore e trepidazione perché ìmpari a così sublime e arduo compito, ma vinto dalle preghiere e dall’amore dei fratelli che a ciò mi spingevano, ho riunito e concordato tra loro queste quattro materie, nella misura concessami dalla grazia divina e per quanto me lo consentiva il modesto ruscello della mia piccola scienza.

E perché la complessità della materia e la varietà dei riferimenti non producesse nella mente del lettore confu­sione o dimenticanze, abbiamo diviso i vangeli in parti, come Dio ci ispirava, e ad ogni parte abbiamo fatto corri­spondere le parti dei racconti dell’Antico Testamento e quelle delle epistole.

Abbiamo esposto un po’ più diffusamente i vangeli e i racconti della Bibbia, mentre siamo stati più brevi e sintetici nell’esposizione dell’introito e delle epistole, perché l’ec­cesso di parole non provocasse un dannoso fastidio. È veramente difficile riassumere in un discorso breve ed efficace una materia così vasta!

A tal punto è giunta la frivola mentalità dei lettori e degli uditori del nostro tempo, che se non incontrano in ciò che leggono o in ciò che ascoltano uno stile elegante, infiorettato di frasi ricercate e di parole rare e nuove, si annoiano di ciò che leggono e disprezzano ciò che sentono. Quindi, per evitare che la Parola di Dio avesse a suscitare noia o disprezzo a danno delle loro anime, all’inizio di ogni vangelo abbiamo posto un prologo appropriato, e abbiamo introdotto qua e là descrizioni di elementi naturali e di animali, ed etimologie di nomi, il tutto interpretato in senso morale.

Abbiamo anche riunito insieme gli inizi (gli incipit) di tutte le citazioni di questa opera, dalle quali in pratica è possibile dedurre il tema del sermone; e all’inizio abbiamo elencato tutti i passi del libro nei quali trovarle e a quale argomento ognuna di esse possa essere adattata.

Sia data dunque ogni lode, ogni gloria e ogni onore al Figlio di Dio, principio di tutta la creazione: in lui unicamente abbiamo riposto e da lui aspettiamo la ricompensa di questo lavoro. Egli è Dio benedetto, glorioso e beato per i secoli eterni.

E tutta la chiesa canti: Amen. Alleluia!

 

 

DOMENICA DI SETTUAGESIMA

Temi del sermone

 

– Vangelo di Settuagesima: “Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa”; si divide in due parti.

– Introito della messa: “Mi circondarono gemiti di morte”.

– Epistola: “Non sapete che quelli che corrono nello stadio”.

– Storia biblica: “In principio Dio creò il cielo e la terra”.

– Parte I: Nella prima parte di questo vangelo troverai almeno questi temi dei sermoni, ossia gli argomenti principali delle prediche.

– Anzitutto il sermone per la formazione del cuore del peccatore e sulla proprietà del mattone: “Prenditi un mattone”.

– Sermone sui sette articoli di fede: “Il primo giorno Dio disse: Sia fatta la luce”.

– Sermone sulla natività del Signore: “Il primo giorno Dio disse: Sia fatta la luce”.

– Sermone sul battesimo e su coloro che lo profanano: “Sia fatto il firmamento”.

– Sermone sulla passione di Cristo e sulla fede della chiesa: “La terra produca...”

– Parte II: Nella seconda parte del vangelo c’è anzitutto il sermone ai penitenti sulla contrizione del cuore: “Dio disse: Sia fatta la luce, e la luce fu”.

– Sermone ai penitenti: “Entrato Saul”.

– Sermone contro i ricchi: “Il Signore mandò un tarlo”.

– Sermone a coloro che si confessano: “Sia fatto il firmamento”.

– Sermone ai penitenti o ai claustrali: “Chi lasciò libero l’asino selvatico?”

– Sermone sull’amore di Dio e del prossimo: “Siano fatte due grandi luci”.

– Osserva anche che da questa citazione si può ricavare il sermone per la festa degli apostoli Pietro e Paolo. Pietro fu la luce maggiore che regolò il giorno, cioè i giudei; Paolo fu la luce minore che regolò la notte, cioè i gentili.

– Sermone ai contemplativi e sulle proprietà dell’uccello: “L’uomo nasce alla fatica”.

– Sermone sulla duplice glorificazione, ossia sulla glorificazione dell’anima e del corpo: “Ci sarà mese da mese”.

 

esordio ­ sermone per la formazione del cuore del peccatore

 

1. In principio Dio creò..., ecc. (Gn 1,1).

A Ezechiele, cioè al predicatore, parla lo Spirito Santo: “E tu, figlio dell’uomo, prenditi un mattone e disegna su di esso la città di Gerusalemme” (Ez 4,1).

Il mattone, per le quattro proprietà che possiede, raffigura il cuore del peccatore: viene preparato tra due tavole, viene portato alla giusta larghezza, si indurisce con il fuoco, e diventa di color rosso.

Anche il cuore del peccatore dev’essere formato tra le due tavole dei due Testamenti. Dice il Profeta: “Tra i due monti – cioè tra i due Testamenti – passeranno le acque” (Sal 103,10) cioè gli insegnamenti dottrinali.

Giustamente è detto “dev’essere formato”, perché il peccatore, deformato dal peccato, riceve la sua forma dalla predicazione dei due Testamenti. Così pure “è portato alla giusta larghezza”: la larghezza della carità, che dilata il cuore angusto del peccatore; dice infatti il salmo: “Oltre ogni confine si estende il tuo comandamento” (Sal 118,96), e la carità è più vasta dell’oceano. E ancora: s’indurisce con il fuoco; con il fuoco della tribolazione l’animo molle e fiacco si solidifica per non disperdersi nell’amore delle cose temporali, perché – dice Salomone – ciò che è la fornace per l’oro, ciò che è la lima per il ferro, ciò che è il battitoio per il grano, questo è la tribolazione per il giusto (cf. Sap 3,6). Infine diventa rosso: e in questo fatto è indicata l’arditezza del sacro zelo, del quale è detto: “Lo zelo della tua casa – cioè della chiesa o anche dell’anima fedele – mi ha divorato (Sal 68,10); e anche Elia dice: “Io ardo di zelo” (3Re 19,10) per la casa d’Israele.

Quindi nell’immagine del mattone sono posti in evidenza questi quattro argomenti: la conoscenza di entrambi i Testamenti per istruire il prossimo, la ricchezza della carità per amarlo, l’accettazione della sofferenza per sopportare il disprezzo per amore di Cristo, l’arditezza dello zelo per combattere contro ogni male. “Prenditi perciò un mattone e disegna su di esso la città di Gerusalemme”.

 

2. Ricorda che c’è una triplice Gerusalemme spirituale: la prima è la chiesa militante, la seconda è l’anima fedele, la terza è la patria celeste. Quindi nel nome del Signore io prenderò il mattone, cioè il cuore di ogni ascoltatore, e disegnerò su di esso questa triplice città, vale a dire gli articoli di fede della chiesa, le virtù dell’anima fedele e i premi della patria celeste, citando e spiegando dei passi scritturali presi dall’Antico e dal Nuovo Testamento, includendo il tutto nel simbolico numero di sette.

 

I. i sette giorni della creazione e i sette articoli di fede

 

3. “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gn 1,1). Intendi bene il contenente e il contenuto. Dio, cioè il Padre, nel principio, cioè nel Figlio, creò e ricreò: creò per sei giorni e nel settimo riposò; ricreò con sei articoli di fede, promettendo con il settimo il riposo eterno.

Il primo giorno Dio disse: “Sia fatta la luce. E la luce fu” (Gn 1,3); primo articolo di fede: la Natività.

Il secondo giorno Dio disse: “Sia fatto il firmamento nel mezzo delle acque, e separi acque da acque” (Gn 1,6); secondo articolo di fede: il Battesimo.

Il terzo giorno Dio disse: “La terra germogli erba verdeggiante che produce il seme, e piante fruttifere che diano frutto secondo la loro specie” (Gn 1,11); terzo articolo di fede: la passione.

Il quarto giorno Dio disse: “Ci siano due grandi luci nel firmamento” (Gn 1,14); quarto articolo di fede: la Risurrezione.

Il quinto giorno Dio fece gli uccelli dell’aria (cf. Gn 1,20); quinto articolo di fede: l’Ascensione.

Il sesto giorno Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” (Gn 1,26). “E soffiò sul suo viso un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7); sesto articolo di fede: l’invìo dello Spirito Santo.

Il settimo giorno Dio si riposò da ogni lavoro che aveva compiuto (cf. Gn 2,2); settimo articolo di fede: l’arrivo al giudizio, nel quale ci riposeremo da ogni nostro lavoro e da ogni fatica.

Invochiamo ora lo Spirito Santo, che è amore e vincolo di unione del Padre e del Figlio, affinché ci conceda di unire e concordare tra loro ognuno di questi sette punti, cioè i giorni e gli articoli di fede, in modo che tutto risulti a suo onore e a edificazione della chiesa.

 

4. Il primo giorno Dio disse: “Sia fatta la luce”. Questa luce è la Sapienza di Dio Padre, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cf. Gv 1,9), e che abita una luce inaccessibile (cf. 1Tm 6,16).

Di questa luce l’Apostolo nella lettera agli Ebrei dice: “Egli è lo splendore e la figura della sua sostanza” (Eb 1,3); e il Profeta: “E nella tua luce vedremo la luce” (Sal 35,10); e nel libro della Sapienza: “È lo splendore della luce eterna” (Sap 7,26).

Di essa dunque il Padre ha detto: “Sia fatta la luce; e la luce fu”; e Giovanni con maggiore chiarezza scrive: “Il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi” (Gv 1,14). Ed Ezechiele con lo stesso senso ma con altre parole: “Si fece sentire sopra di me la mano del Signore” (Ez 3,22), cioè il Figlio, nel quale e per mezzo del quale il Padre ha fatto tutte le cose. Quindi la luce, che era inaccessibile e invisibile, si è fatta visibile nella carne, illuminando chi sedeva nelle tenebre e nell’ombra della morte (cf. Lc 1,79).

Di questa illuminazione trovi in Giovanni che Gesù “sputò in terra e fece del fango e ne spalmò gli occhi del cieco nato” (Gv 9,6). La saliva, che scende dal capo del Padre, simboleggia la sapienza. “Il capo di Cristo è Dio” (1Cor 11,3), dice l’Apostolo. La saliva viene unita alla polvere, cioè la divinità è unita all’umanità, affinché vengano illuminati gli occhi del cieco nato, cioè del genere umano, accecato nei progenitori.

È chiaro dunque che nel giorno in cui Dio disse “Sia fatta la luce”, in quello stesso giorno, cioè la domenica, la Sapienza di Dio Padre, nata dalla Vergine Maria, scacciò le tenebre che “erano sopra la faccia dell’abisso” (Gn 1,2), vale a dire nel cuore dell’uo­mo. Perciò in quello stesso giorno, nella Messa della Luce (Messa dell’Aurora, nel giorno di Natale), si canta: “Oggi splenderà su di noi la luce...”, e nel vangelo: “Una luce dal cielo avvolse i pastori...” (Lc 2,9).

 

5. Il secondo giorno Dio disse: “Sia fatto il firmamento nel mezzo delle acque e separi acque da acque”. Il firmamento nel mezzo delle acque è il Battesimo, che separa le acque superiori da quelle inferiori, separa cioè i fedeli dagli infedeli: giustamente gli infedeli sono chiamati “acque inferiori”, giacché cercano le cose inferiori e ogni giorno si abbassano con le loro cadute. Invece le “acque superiori” rappresentano i fedeli, i quali, come dice l’Apostolo, devono cercare “le cose di lassù, dove sta Cristo che siede alla destra di Dio” (Col 3,1).

E osserva che queste acque vengono definite “cristalline”. Infatti il cristallo, toccato o colpito dai raggi del sole, sprigiona scintille ardenti; così l’uomo fedele, illuminato dai raggi del sole, deve sprigionare le scintille della sana predicazione e del buon comportamento, che infiammeranno il prossimo.

Ma ahimè, ahimè! squarciato il firmamento, le acque superiori si disperdono nel mare morto, entrando a far parte dei morti. Per questo dice Ezechiele: “Queste acque che escono dal cumulo di sabbia orientale e scendono alla piana del deserto, entreranno nel mare” (Ez 47,8). Il cumulo (lat. tumulus) indica la contemplazione, nella quale, come in un tumulo, il morto viene sepolto e occultato. L’uomo contemplativo, morto al mondo, appartato dall’agitazione degli uomini, è come sepolto. E Giobbe a proposito dice: “Nell’abbondanza entrerai nel sepolcro, come a suo tempo si raccoglie il mucchio di grano” (Gb 5,26). Il giusto, nell’abbondanza della grazia che gli è elargita entra nel sepolcro della vita contemplativa, come a suo tempo il mucchio di grano viene portato nel granaio: soffiata via la paglia delle cose temporali, la sua mente si rinchiude nel granaio della pienezza celeste e, così rinchiusa, si sazia della sua dolcezza.

 

6. E osserva che questo cumulo è detto “di sabbia orientale”. Nella sabbia è indicata la penitenza. Per questo trovi nell’Esodo che Mosè “nascose sotto la sabbia l’egiziano che aveva colpito a morte” (Es 2,12), perché il giusto deve uccidere il peccato mortale con la confessione e seppellirlo con la pratica della penitenza: e questa deve essere sempre rivolta a quell’Oriente del quale Zaccaria dice: “Ecco l’uomo, il cui nome è Oriente” (Zc 6,12).

“Queste acque escono dal cumulo di sabbia orientale”. Ahimè, quante acque, quanti religiosi escono dal tumulo della vita contemplativa, dalla sabbia della penitenza, dall’oriente della grazia! Escono, ripeto, con Dina ed Esaù dalla casa paterna (cf. Gn 34,1; 28,9), con il diavolo e con Caino si allontanano dal volto di Dio (cf. Gn 4,16), con Giuda traditore – che era ladro, e aveva il suo gruzzolo segreto (Gv 12,6) – abbandonano la scuola di Cristo (cf. Gv 13, 29-30), e scendono nella piana del deserto, alla distesa del deserto di Gerico, nella quale il re Sedecia viene accecato da Nabucodonosor, cioè dal diavolo, come dice il profeta Geremia (cf. Ger 39,4-7); e ciò significa che nell’abbon­danza delle cose temporali il peccatore viene privato del lume della ragione, dei propri figli, cioè delle sue opere, distrutte dal diavolo stesso.

In questa piana Caino, il cui nome vuol dire “possesso”, uccise Abele, il cui nome significa “lutto”. Il possesso di un’effimera abbondanza distrugge il lutto della penitenza. Scendono dunque le acque nella piana deserta; infatti leggiamo nella Genesi: “E camminando da oriente verso occidente, trovarono una pianura nella terra di Sennaar” (Gn 11,2). Dall’oriente della grazia, i figli di Adamo camminano verso l’occidente della colpa e, trovata una piana di gaudio mondano, popolano la terra di Sennaar, nome che si interpreta “fetore”. Infatti nel fetore della gola e della lussuria costruiscono la casa della loro dimora, chiamando il nome di Dio non come cristiani, ma invano come i pagani, mentre il Signore nell’Esodo comanda: “Non chiamerai invano il nome del Dio tuo” (Es 20,7). Chiama invano il nome di Dio colui che porta non la sostanza del nome, ma il nome senza la sostanza. E in questo modo entrano nel mare, cioè nell’amarezza dei peccati, per arrivare poi all’amarezza dei tormenti.

Ma Dio ha fatto il firmamento del Battesimo nel mezzo delle acque, per dividere acque da acque. E questi pecca­tori, come dice Isaia, “hanno trasgredito le leggi, hanno cambiato il diritto, hanno infranto l’alleanza eterna. Per questo la maledizione divorerà la terra: i suoi abitatori peccheranno e perciò impazziranno coloro che la coltivano” (Is 24,5-6). Trasgrediscono le leggi della lettera e della grazia, perché non vogliono custodire né la legge della lettera come gli schiavi, né quella della grazia, come i figli; stravolgono il diritto naturale, che dice: Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te (cf. Tb 4,16); infrangono l’eterna alleanza che hanno stipulato col Battesimo. Ecco perciò che la maledizione della superbia divorerà la terra, cioè i mondani, e i suoi abitatori cadranno nel peccato di avarizia; a questi è detto nell’Apocalisse: “Guai a coloro che abitano la terra” (Ap 8,13), e coloro che la coltivano impazziranno nel peccato della lussuria, la quale appunto è follia e demenza.

 

7. Il terzo giorno Dio disse: “La terra germogli erba verdeggiante”. La terra, il cui nome deriva dal verbo latino tero: pestare, tritare, è il corpo di Cristo, “che fu schiacciato a causa dei nostri peccati”, come dice il profeta Isaia (Is 53,5). E questa terra (il corpo di Cristo) fu scavata e arata con i chiodi e con la lancia, e di essa è detto: “La terra scavata darà frutto nel tempo desidera­to. La carne di Cristo trafitta ha dato il regno dei cieli” (Hervieux). Questa terra germogliò l’erba verdeggiante negli apostoli, produsse il seme della predicazione nei martiri, e l’albero fruttifero che portò frutto nei confessori della fede e nelle vergini. La fede nella chiesa primitiva era quasi tenera erba, per cui gli apostoli potevano dire con il Cantico di Cantici (Ct 8,8ss): “La nostra sorella”, cioè la chiesa primitiva, “è piccola” per il numero dei fedeli, “e non ha le mammelle” con le quali allattare i suoi figli; infatti ancora non era stata resa feconda dallo Spirito Santo, e quindi dicevano: “Che cosa faremo alla nostra sorella nel giorno” della Pentecoste, “nel quale si dovrà parlarle” con la parola dello Spirito Santo? Di questa parola il Signore nel vangelo dice: “Egli vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà – cioè vi somministrerà – ogni cosa” (Gv 14,26).

 

8. Il quarto giorno Dio disse: “Ci siano due grandi luci nel firmamento”. Nel firmamento, cioè in Cristo già glorificato con la risurrezione, ci furono due luci: lo splendore della risurrezione appunto, indicata dal sole, e l’incorruttibilità della carne, simboleggiata dalla luna, tenendo presente però com’era la condizione del sole e della luna prima della caduta dei progenitori: perché dopo la loro disobbedienza tutta la creazione ha subìto un danno; infatti dice l’Apostolo: “Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi delle doglie del parto” (Rm 8,22).

 

9. Il quinto giorno Dio creò gli uccelli del cielo, e con questo concorda molto bene il quinto articolo di fede, vale a dire l’Ascensione, per la quale il Figlio di Dio, come un uccello, volò alla destra del Padre con la carne umana che aveva assunta. Disse infatti con le parole del profeta Isaia: “Io chiamo dall’oriente un uccello e da una terra lontana l’uomo della mia volontà” (Is 46,11). “Chiamo dall’oriente”, vale a dire dal monte degli Ulivi che è in oriente, colui del quale è detto: “Egli è salito alla sommità del cielo” (Sal 67,34), cioè alla stessa dignità del Padre; “l’uccello”, cioè il Figlio mio; e “da una terra lontana”, vale a dire dal mondo, “l’uomo della mia volontà”, colui che disse: “Il mio cibo è fare la volontà del Padre che mi ha mandato” (Gv 4,34).

 

10. Il sesto giorno Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Il sesto articolo di fede è l’invìo dello Spirito Santo, in virtù del quale l’immagine di Dio, deturpata e deformata nell’uomo, con l’infusione dello Spirito Santo che “alitò nel volto dell’uomo il soffio della vita”, viene restaurata e illuminata; è scritto infatti negli Atti degli Apostoli: “Venne improvviso dal cielo un rombo, come un vento che si abbatte gagliardo” (At 2,2).

E osserva che giustamente lo Spirito Santo è detto “gagliardo” (lat. vehemens, veemente), vale a dire: che toglie via l’eterno guai (vae adimens); o anche, che porta in alto la mente (vehens mentem). Dice infatti il profeta Davide: “È segnata su di noi, Signore, la luce del tuo volto” (Sal 4,7). Il volto del Padre è il Figlio. Come infatti una persona si riconosce dal volto, così per mezzo del Figlio abbiamo conosciuto il Padre. Quindi la luce del volto di Dio è la conoscenza del Figlio e l’illuminazione della fede, che nel giorno della Pentecoste fu segnata e impressa nel cuore degli Apostoli come un carattere, e così “l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7).

 

11. Il settimo giorno Dio si riposò da tutte le sue opere. E anche la chiesa, nel settimo articolo, si riposerà da ogni fatica e sudore, quando “Dio asciugherà ogni lacrima dai suoi occhi” (Ap 21,4), eliminerà cioè ogni motivo di pianto. Allora essa sarà lodata dal suo sposo e sarà degna di sentirsi dire: “Datele del frutto delle sue mani, le sue opere la lodino alle porte (Pro 31,31) del giudizio; e insieme ai suoi figli udrà “il mormorio di un vento leggero” (3Re 19,12): “Venite, benedetti!...” (Mt 25,34).

Dopo aver descritto brevemente “sul mattone” questi sette giorni e i sette articoli di fede, ci accingiamo ora a descrivere in senso morale le sei virtù dell’anima fedele e le sei ore della lettura evangelica, concordandole con il “denaro” e col “sabato”.

Preghiamo dunque, fratelli carissimi, il Verbo del Padre, principio di tutta la creazione, affinché, vivendo il settenario di questa vita secondo il corpo, ci faccia vivere il settenario degli articoli della fede secondo lo spirito, per giungere, col suo aiuto, al lui che è la vita stessa, che è il riposo del sabato e il denaro [la ricompensa] dei santi. Ce lo conceda lui, che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

II. i sei giorni della creazione e le sei virtù dell’anima

 

12. Consideriamo brevemente la “seconda Gerusalemme”, cioè l’anima fedele, che in Matteo è chiamata “vigna” (cf. Mt 21,33): vediamo in che modo debba essere sarchiata con il sarchio (la zappa) della contrizione, potata con la falce della confessione e sostenuta con i paletti della penitenza (soddisfazione).

Disse dunque Dio: “Sia fatta la luce. E la luce fu”. Poiché, come dice Ezechiele, “una ruota era in mezzo a un’altra ruota” (Ez 1,16), il Nuovo Testamento cioè è nell’An­tico, e cortina trae cortina (cf. Es 26,3), vale a dire il Nuovo Testamento spiega l’Antico, ecco che spiegando in senso morale le “sei ore” del vangelo con le opere dei sei giorni compiute da Dio, concorderemo il Nuovo con l’Antico Testamento.

 

13. Il primo giorno, dunque, Dio disse: “Sia fatta la luce. E la luce fu”. Senti la concordanza della prima ora: “Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì di primo mattino”, ecc. (Mt 20,1).

Osserva che le virtù dell’anima sono sei, e cioè: la contrizione del cuore, la confessione della bocca, l’opera di penitenza (la soddisfazione), l’amore di Dio e del prossimo, l’esercizio della vita attiva e di quella contem­plativa, il conseguimento della perseveranza finale. Quando sopra la faccia dell’abisso, cioè nel cuore, ci sono le tenebre del peccato mortale, l’uomo è vittima della mancanza della conoscenza divina e dell’igno­ranza della propria fragilità, e non sa più distinguere tra il bene e il male. E questo è il “triduo” di cui si parla nell’Esodo, dove dice che per tre giorni ci furono nella terra d’Egitto delle tenebre così fitte da sembrare palpabili; ma dove si trovavano i figli d’Israele, lì c’era la luce (cf. Es 10,21-23). I tre giorni sono la conoscenza di Dio, la conoscenza di se stessi, e la capacità di distinguere tra il bene e il male.

Riguardo ai primi due, sant’Agostino prega: “Signore, fa’ che io conosca te, fa’ che io conosca me”. Riguardo al terzo, è detto nella Genesi che l’albero del bene e del male – ossia la capacità di distinguere tra l’uno e l’altro – stava nel giardino (cf. Gn 2,9), cioè nella mente, nello spirito dell’uomo. Il primo giorno ci illumina affinché conosciamo la dignità della nostra anima; per questo dice l’Ecclesiastico: “Custodisci con la mansuetudine la tua anima e rendile onore” (Eccli 10,31). Ma l’uomo, ridotto alla miseria, quando era nell’onore non comprese, e divenne simile agli animali (Sal 48,13). Il secondo giorno ci illumina affinché conosciamo la nostra infermità, e perciò dice Michea: “La tua umiliazione è in mezzo a te” (Mic 6,14). Il centro del nostro corpo è il ventre, deposito di escre­menti, e se ci meditiamo sopra, la nostra superbia resta umiliata, l’arroganza si sgonfia e la vanagloria svanisce. Il terzo giorno ci illumina per distinguere il giorno dalla notte, la lebbra dalla nitidezza, il puro dall’impuro: e questo è assolutamente necessario. Infatti “il male confina con il bene, nell’errore stesso. Spesso la virtù deve pagare per i delitti del vizio” (Ovidio).

In questi tre giorni ci sono tenebre palpabili nella terra di Egitto e sulla faccia dell’abisso; ma dovunque ci sono i veri figli d’Israele c’è la luce, della quale Dio disse “sia la luce”. Questa luce è la contrizione del cuore che illumina l’anima, produce la conoscenza di Dio e della propria infermità, e mostra la differenza tra l’uomo retto e quello malvagio.

 

14. Questo è il primo mattino e la prima ora nella quale uscì il padrone di casa, cioè il penitente, per ingaggiare operai che coltivassero la sua vigna, come è detto nel vangelo di questa domenica; e nell’introito della messa si canta: Mi hanno circondato gemiti di morte; e si legge la lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi: Non sapete che quelli che corrono nello stadio, ecc.

Di questo mattino il profeta dice: “Al mattino”, cioè all’inizio della grazia, “starò davanti a te” (Sal 5,5), retto ed eretto, come retto ed eretto tu mi hai fatto. Dio infatti, dice Agostino, è retto ed eretto, e ha fatto anche l’uomo retto ed eretto, affinché solo con i piedi toccasse la terra, cercasse cioè dalla terra solo le cose necessarie. Di questo mattino è detto in Marco: “Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro, essendo già sorto il sole” (Mc 16,2).

E osserva bene che dice “il primo giorno dopo il sabato”: nessuno infatti può “andare al sepolcro”, cioè meditare sulla propria morte, se prima non si libera dalla preoccupazione delle cose materiali. “Nel mattino” della contrizione – dice il Profeta – sterminavo tutti i peccatori della terra” (Sal 100,8), reprimevo cioè tutti i moti disordinati della mia carne. “Chi è costei” – dice lo sposo dell’anima penitente – “che avanza come l’aurora che sorge?” (Ct 6,9). Infatti come l’aurora segna l’inizio del giorno e la fine della notte, così la contrizione segna la fine del peccato e l’inizio della penitenza. Perciò dice l’Apostolo: “Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore” (Ef 5,8), e ancora: “La notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm 13,12).

 

15. Perciò alla prima luce e di buon mattino esca il padrone di casa a coltivare la vigna, della quale dice Isaia: “Al mio amato è stata fatta (data) una vigna su di un colle (in cornu) figlio dell’olio (ubertoso, fertile). Egli la circondò di una siepe e la liberò dai sassi; edificò in mezzo ad essa una torre, vi costruì un torchio e vi piantò delle viti scelte” (Is 5,1-2).

“La vigna”, cioè l’anima”, “è stata fatta per l’amato”, cioè ad onore dell’amato, “in un colle (in cornu)”, cioè nella potenza della passione. “Per l’amato, figlio dell’o­lio”, cioè della misericordia; infatti solo per la sua miseri­cordia e “non per opere di giustizia da noi compiute” (Tt 3,5) egli ha salvato la vigna. “E la circondò di una siepe”, la siepe della legge scritta e di quella della grazia, di cui Salomone nell’Ecclesiaste dice: “Chi distrugge la siepe”, cioè trasgredisce la legge, “lo morderà il serpente” (Eccle 10,8), il diavolo che cerca le ombre (coluber, colit umbras), cerca cioè i peccatori. Per questo dice Giobbe: “Egli dorme all’ombra”, cioè nella mente tenebrosa, “riposa nascosto nel canneto”, vale a dire nella falsità dell’ipocrita, “e in luoghi umidi” (Gb 40,16), ossia nei lussuriosi.

“E la liberò dai sassi”, cioè dalla durezza del peccato; “edificò la torre” dell’umiltà, ossia la parte superiore della ragione, “in mezzo ad essa, e vi costruì il torchio” della contrizione, dal quale si spreme il vino delle lacrime, e così con gli esempi e gli insegnamenti dei santi “impiantò viti scelte”: in questa vigna il padrone di casa deve condurre di buon mattino gli operai, cioè l’amore e il timore di Dio, che la coltivino nel modo dovuto.

 

16. A proposito di questo mattino, trovi ancora nel primo libro dei Re, che “Saul, entrato in mezzo agli accampamenti” dei figli di Ammon “sul primo mattino, fece strage degli Ammoniti fino a che il giorno si fece caldo” (1Re 11,11). Saul indica il penitente, unto con l’olio della grazia; questi, di primo mattino, cioè con la contrizione del cuore, deve introdursi tra gli accampamenti dei figli di Ammon, nome che s’interpreta “acqua paterna” e indica i moti carnali, i quali provengono a noi come acqua fluente dai progenitori. Saul deve distruggerli fino a che il giorno si fa caldo, vale a dire finché il fervore della grazia irradia l’anima e, dopo averla irradiata, la riscalda.

Sempre a proposito di questo mattino, troviamo nel profeta Giona che “il Signore allo spuntar dell’alba mandò un verme (tarlo) che rosicchiò l’edera, e questa seccò” (Gio 4,7). L’edera che da se stessa non può spingersi in alto, ma lo fa attaccandosi ai rami di qualche albero, sta a significare il ricco di questo mondo, il quale può elevarsi al cielo non per se stesso, ma con le elemosine elargite ai poveri, che lo sollevano a modo di braccia. Perciò il Signore nel vangelo dice: “Fatevi degli amici con il denaro dell’ini­quità, cioè dell’ingiustizia, affinché quando verrete a mancare, vi accolgano”, ecc. (Lc 16,9). Questa edera, “allo spuntar dell’alba”, cioè col sorger della grazia o con la contrizione del cuore, viene colpita e staccata dal dente del tarlo, cioè dal rimorso della coscienza, così che cadendo per terra, cioè considerandosi terra, si dissecca in se stessa e svilisce; dice infatti il Profeta: “Venne meno il mio cuore”, cioè la superbia del mio cuore, “e la mia carne” (Sal 72,26), cioè la mia carnalità.

Dopo aver fatto queste considerazioni sul “primo giorno” della creazione e sul “primo mattino” della contrizione, passiamo al secondo giorno della creazione e all’ora terza della confessione.

 

17. Il secondo giorno Dio disse: “Sia fatto il firmamento nel mezzo delle acque e separi acque da acque”. Il firmamento è la confessione, che recinge saldamente l’uomo affinché non si disperda nei piaceri. Perciò il Signore, per bocca di Geremia, rimprovera l’anima peccatrice, priva di questo firmamentum, cioè di questo sostegno: “Fino a quando ti consumerai nei piaceri, o figlia vagabonda?” (Ger 31,22); e Isaia aggiunge: “Percorri la terra come un fiume, o figlia del mare, perché tu non hai più cintura” (Is 23,10). La misera anima è detta “figlia del mare”, perché succhia avidamente, quasi da diabolica mammella, i piaceri del mondo, che hanno il gusto della dolcezza ma generano amarezza sempiterna. Dice infatti Giacomo: “La concupiscenza genera il peccato, e il peccato, quand’è consumato, produce la morte” (Gc 1,15). Alla misera anima è detto: “Percorri la terra come un fiume”, come le dicesse: Cingiti con la cintura della confessione e raccogli le tue vesti affinché non scendano a toccare le immondezze; e non voler passare attraverso l’ab­bondanza dei beni terreni, dove molti si sono perduti, ma scegli di passare per la semplicità e le strettezze della povertà: giacché attraverso un ruscello si passa con tranquillità di spirito. Ma l’anima peccatrice “non ha cintura”, non ha il sostegno della confessione, del quale appunto è detto: “Sia fatto il firmamento nel mezzo delle acque, e divida acque da acque”.

Le acque superiori sono gli effluvi della grazia, le acque inferiori sono le esalazioni della concupiscenza, che devono essere tenute sotto il dominio dell’uomo. O in altro senso: la mente del giusto ha le acque superiori, cioè la ragione che è la potenza superiore dell’anima e richiama sempre l’uomo al bene; ha le acque inferiori, cioè la sensualità che tende sempre alla caduta. Il firmamento della confessione divida perciò le acque superiori dalle inferiori, affinché il penitente, uscito da Sodoma e salendo ai monti, non si volti indietro a guardare, come la moglie di Lot, e venga trasformato in una statua o in blocco di sale (cf. Gn 19,17-26), che gli animali, cioè i demoni, consumeranno leccandolo con grande avidità. Il penitente, uscito dall’Egitto con i veri Israeliti e dirigendosi verso la terra promessa, non si prenda come guida la propria volon­tà, che lo farebbe ritornare alle pentole di carni, ai meloni e alle cipolle dell’Egitto, cioè ai desideri carna­li.

“Sia fatto dunque”, vi scongiuro, “un firmamento nel mezzo delle acque”, affinché il penitente, data al confessore la caparra del fermo proposito di non ricadere in peccato, nella stessa confessione, quasi nell’ora terza, meriti, insieme con gli apostoli, di essere inebriato col mosto dello Spirito Santo, e come un otre, divenuto nuovo con la confessione, sia riempito del nuovo vino. Dice infatti il Signore: Se il vino nuovo, cioè la grazia dello Spirito Santo, fosse versato nell’otre vecchio dei giorni di peccato, l’otre si romperebbe e il vino si verserebbe (cf. Lc 3,57), come accadde all’incallito traditore Giuda il quale, sospeso per il collo come un otre, crepò al centro del ventre, e si sparsero per terra le sue viscere, che erano state corrose dal veleno dell’avarizia (cf. At 1,18).

Giustamente la confessione è chiamata “ora terza”, nella quale il vero penitente, come un padrone di casa, coltiva la vigna della sua anima. Egli infatti deve confessarsi colpevole di tre cose: di aver offeso il Signore, di aver ucciso se stesso e di aver scandalizzato il prossimo, omettendo di dare a ciascuno secondo la debita giustizia: a Dio l’onore, a se stesso la diffidenza, al prossimo l’amore. Ecco perché nell’introito della messa di oggi si lamenta dicendo: “Mi hanno circondato gemiti di morte” perché ho offeso Dio; “le pene dell’inferno mi hanno afferrato”, perché sono caduto nel peccato mortale; “e nella mia tribolazione”, nella quale soffro perché ho scandalizzato il prossimo, “ho invocato” con la contrizione del cuore “il Signore, ed egli dal suo santo tempio”, cioè dalla sua umanità nella quale abita la divinità, “ha ascoltato la mia voce” (Sal 17,5-7), cioè la voce della mia confessione.

 

18. Il terzo giorno Dio disse: “La terra germogli erba verdeggiante che produce seme secondo il genere suo, e abbia in se stessa il suo seme sopra la terra”. Ricorda che nel terzo giorno viene indicato l’adempimento della penitenza (la soddisfazione), che consiste in tre cose: la preghiera, il digiuno e l’elemosina, tutte e tre indicate dalle parole di Dio.

“La terra germogli erba verdeggiante”. L’erba verdeggiante raffigura la preghiera. Dice Giobbe del penitente: “Chi lasciò libero l’asino selvatico e chi sciolse i suoi legami? Ad esso ho dato per casa il deserto e le sue tende sono in terra salmastra. Disprezza la moltitudine della città e non sente il clamore dell’esattore (dei sorveglianti). Abbraccia con lo sguardo i monti del suo pascolo e va in cerca di tutto ciò che è verde” (Gb 39,5-8). L’ònagro, il cui nome deriva da onus (peso) e ager (campo), raffigura il penitente, che nel campo della chiesa si sottopone al peso della peniten­za. Il Signore lo manda libero e scioglie i suoi legami, quando gli permette di andarsene, libero dalla schiavitù del demonio e sciolto dalle catene dei suoi peccati. Per questo il Signore dice agli Apostoli: “Scioglietelo e lasciatelo andare” (Gv 11,44).

A questo penitente Dio dà per casa la solitudine della mente e le tende della vita attiva, nelle quali combatte “in terra salmastra”, vale a dire tra le vicissitudini mondane. E così questo penitente disprezza la moltitudine della città, della quale il Signore per bocca del Profeta dice: “Io sono il Signore e non cambio” (Ml 3,6), e non entro nella città; e David: “Nella città ho visto l’iniquità” contro Dio, “e le contese” contro il prossimo (Sal 54,10). “E non ascolta la voce dell’esattore”. L’esattore è il diavolo, che una volta offrì al nostro progenitore la moneta del peccato, e adesso non cessa mai di richiederla ogni giorno con gli interessi dell’usura. Il penitente non ascolta la voce di questo esattore, quando si rifiuta di acconsentire alle sue suggestioni. Oppure: l’esattore è il ventre che ogni giorno esige ad alta voce il tributo della gola; ma il penitente non lo ascolta per nulla, perché gli obbedisce non per il piacere, ma solo per necessità.

Questo ònagro “abbraccia con lo sguardo i monti del suo pascolo”, perché, arrivato ad un modo di vivere superiore, guardandosi intorno ha scoperto i pascoli della Sacra Scrittura, e dice con il Profeta: “Il Signore mi ha posto su pascoli erbosi” (Sal 22,2); e così ricerca nella preghiera assidua tutto ciò che è verde, per giungere, dai pascoli della lettura sacra, al possesso delle erbe verdeggianti dell’orazione devota, della quale è detto appunto: Germogli la terra erba verdeggiante.

 

19. “E che produca il seme”: parole con le quali è indicato il digiuno. Dice Isaia: “Beati voi, che seminate sopra le acque, e legate il piede del bue e dell’asino (Is 32,20). Semina sopra le acque colui che alla preghiera e alla compunzione delle lacrime aggiunge il digiuno, e così lega con i vincoli dei comandamenti “il piede del bue e dell’asino”, vale a dire gli affetti dello spirito e del corpo. Dice infatti il Signore: Questa specie di demoni, cioè l’impurità del cuore e la lussuria della carne, non può essere scacciata se non con la preghiera e il digiuno (cf. Mt 17,20). Infatti con la preghiera purifichiamo il cuore dai pensieri cattivi, e con il digiuno freniamo l’arroganza della carne.

Segue il terzo punto: “L’albero da frutto, che faccia frutto secondo la sua specie”. Nell’albero da frutto è raffigurata l’elemosina che produce il suo frutto nei bisognosi e per mano degli stessi viene riportato in cielo. E osserva che è detto: “che faccia frutto secondo la sua specie”. La specie dell’uomo è un altro uomo, creato dalla terra (humus) e reso vivente con l’anima. Perciò deve fare l’elemosina, “deve fare frutto secondo la sua specie”, perché l’anima si ristora con il pane spirituale e il corpo con quello materiale. Dice infatti Giobbe: “Visitando la tua specie non commetterai peccato” (Gb 5,24). La tua specie è l’altro uomo, che tu devi visitare sia con l’elemosina spirituale che con quella materiale; e così non peccherai contro quel comandamento che dice: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,39). Ma osserva che è detto: “Abbia in sé il suo seme” (Gn 1,11), e Agostino insegna: “Chi vuol fare l’elemosina rettamente, deve incominciare prima da se stesso”.

Queste tre cose dunque rendono perfetta la pratica della penitenza (soddisfazione), la quale è bene raffigurata nell’ora sesta, cioè il mezzogiorno, quando il padrone di casa uscì e ingaggiò operai che coltivassero la vigna. Osserva che il mezzogiorno, momento in cui il sole scotta più che nelle altre ore del giorno, raffigura il fervore nel compiere la soddisfazione (l’opera di penitenza ordina­ta nella confessione). Verso la fine del Deuteronomio sta scritto: “Neftali nuoterà nell’abbondanza e sarà ripieno della benedizione del Signore: possederà il mare e il mezzogiorno” (Dt 33,23). Neftali si interpreta “convertito” oppure “dilatato”, e raffigura il penitente che si converte dalla sua cattiva condotta, e si allarga alle buone opere. Egli, nel suo cammino, godrà dell’abbondanza della grazia e sarà ripieno della benedizione della gloria; ma per essere degno di meritarla, è necessario che sia prima in possesso del mare, cioè dell’amarezza del cuore (pentimento), e del mezzogiorno, cioè del fervore della soddisfazione.

 

20. Il quarto giorno Dio disse: “Ci siano nel firmamento due grandi luci”. La quarta virtù è l’amore verso Dio e verso il prossimo: l’amore di Dio è raffigurato dallo splendore del sole, l’amore del prossimo dalla mutevolezza della luna. Non ti dà l’impres­sione di una certa mutevolez­za l’espressione: “godere con quelli che godono e piangere con quelli che piangono”? (Rm 12,15). Troviamo a proposito nel Deuteronomio: “La terra di Giuseppe sia ripiena di tutti i frutti del sole e della luna” (Dt 33,14). I frutti indicano le opere del giusto, per la gioia della perfezione, per la bellezza della retta intenzione, per il profumo della buona reputazione. Questi frutti provengono dal sole e dalla luna, cioè dall’amore di Dio e del prossimo, due virtù che rendono perfetto chiunque. Questo duplice amore è raffigu­rato nell’ora nona, quando ancora una volta uscì il padrone di casa. La perfezione di questo duplice amore conduce alla perfezione della beatitudine angelica, che il profeta Ezechiele suddivide in nove ordini, sotto il simbolo delle nove pietre preziose, quando dice a Lucifero: “Tu eri coperto di ogni pietra preziosa: rubini, topazi, diamanti, crisoliti, onici, diaspri, zaffiri, carbonchi e smeraldi” (Ez 28,13).

 

21. Il quinto giorno Dio creò i pesci nel mare e gli uccelli sopra la terra. La quinta virtù è la pratica della vita attiva e di quella contemplativa. In essa l’uomo attivo, come il pesce, percorre le vie del mare, cioè del mondo, per poter assistere il prossimo sofferente nelle sue necessità; e l’uomo contemplativo, come un uccello che si innal­za al cielo sulle ali della contemplazione, nella misura delle sue capacità contempla “il re nel suo splendore” (Is 33,17). “L’uomo – dice Giobbe – nasce alla fatica” della vita attiva, “e l’uccello al volo” della vita contemplativa (Gb 5,7).

Osserva poi che, come l’uccello che ha il petto largo viene frenato dal vento perché sposta molta aria, mentre quello che ha il petto stretto e penetrante vola più veloce e senza difficoltà, così la mente del contemplativo, se si allarga a molti e svariati pensieri, viene troppo ostacolata nel volo della contemplazione; se invece la sua mente incomincia a volare raccolta e concentrata in una cosa sola, fruirà veramente del gaudio della contemplazione.

L’esercizio di questa duplice vita è raffigurato nell’ora undicesima, nella quale il padrone di casa esce per l’ultima volta. L’undicesima ora consta dell’uno e del dieci: la vita contemplativa si riferisce all’uno, perché essa ha per oggetto Dio solo, unico gaudio; invece la vita attiva si riferisce ai dieci precetti del decalogo, nei quali essa stessa raggiunge la sua pienezza nel tempo di questo esilio terreno.

 

22. Il sesto giorno Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. La sesta e ultima virtù dell’anima è la perseveranza finale, che è raffigurata nella coda della vittima sacrificale, e nella lunga, variopinta tunica di Giuseppe; senza la perseveranza finale le altre cinque virtù sopra elencate sono inutili; solo insieme ad essa si possiedono fruttuosamente; solo in essa l’immagine e la somiglianza di Dio, che mai deve essere deturpata, o macchiata o cancellata, si imprime eternamente nel volto dell’anima, come avvenne nel sesto giorno della creazione.

Questa “sera” (lat. sero, tardi) del vangelo, ultima ora della vita umana, nella quale il padrone di casa per mezzo del suo amministratore, cioè del suo Figlio, dà il denaro a colui che ha lavorato assiduamente nella vigna, è rappresentata dal sabato, che vuol dire “riposo”. Di esso dice Isaia: “Ci sarà mese da mese”, vale a dire che la perfezione della gloria dipenderà dalla perfezione della vita; e “ci sarà sabato da sabato” (Is 66,23): il riposo dell’eternità, cioè, dipenderà dalla tranquillità del cuore, che è data dalla duplice stola dell’anima e del corpo (la veste della grazia e dell’innocenza).

L’anima sarà glorificata con tre prerogative, e il corpo con quattro.

L’anima sarà ornata con la sapienza, con l’amicizia e con la concordia. La sapienza di Dio risplenderà nel volto dell’anima: vedrà Dio come egli è (cf. 1Gv 3,2), e lo conoscerà come essa stessa è conosciuta (cf. 1Cor 13,12). Anche l’amicizia riguarda Dio, e di essa Isaia dice: “Colui il cui fuoco è stato in Sion”, cioè nella chiesa militante, “avrà la sua fornace” di ardentis­simo amore “in Gerusalemme”, vale a dire nella chiesa trionfante (Is 31,9). La concordia riguarda il prossimo, della cui gloria l’anima esulterà e godrà quanto godrà della propria.

Quattro poi saranno le prerogative del corpo: lo splen­dore, la trasparenza, l’agilità e l’immortalità. Di esse è detto nella Sapienza: “I giusti risplenderanno”, ecco lo splendore, “e come scintille”, ecco la trasparenza, “corre­ranno qua e là”, ecco l’agilità, “e il loro Signore regnerà in eterno”, ecco l’immortalità (Sap 3,7-8). Dio infatti non è il dio dei morti ma il Dio dei viventi (cf. Mt 22,32).

 

23. Per essere degni di ricevere questa corona incorrutti­bile, adorna di queste sette pietre preziose (tre dell’anima e quattro del corpo), corriamo come ci raccomanda l’Apo­stolo nell’epistola di oggi: “Non sapete che quelli che corrono nello stadio, corrono sì tutti, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo. Però quelli che si affrontano nella gara sono temperanti in tutto: essi lo fanno per guadagnarsi una corona corruttibile, noi invece dobbiamo farlo per guada­gnarne una incorruttibile” (1Cor 9,24-25).

Lo stadio è l’ottava parte del miglio, misura centoventicinque passi e raffigura la fatica di questo esilio, durante il quale dobbiamo correre nell’unità della fede (cf. Ef 4,13), con i passi dell’amore, che sono appunto centoventicinque. In questo numero è indicata tutta la perfezione dell’amore divino: nel cento, che è il numero perfetto, è raffi­gurata la dottrina evangelica; nel venti i precetti del decalogo, che devono essere osservati sia in senso lettera­le che in senso spirituale; nel cinque è indicato l’appaga­mento dei cinque sensi dell’uomo, che dev’essere frenato ed evitato. Colui che corre in questo stadio conquista il premio, cioè la ricompensa della corona incorruttibile, della quale è detto nell’Apocalisse: “Io ti darò – dice il Signore – la corona della vita” (Ap 2,10).

Fratelli carissismi, con suppliche e lacrime imploriamo il Signore affinché, lui che ci ha creati e ricreati, creati dal nulla e ricreati con il suo sangue, si degni di stabilirci nel mistico settenario dell’eterna felicità. E così meritiamo di vivere eternamente con lui che è il principio di tutte le creature. Ce lo conceda benignamente lui stesso, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

DOMENICA DI SESSAGESIMA

Temi del sermone

 

– Vangelo di Sessagesima: “Il seminatore uscì a seminare”.

– Introito della messa: “àlzati, perché dormi, Signore?”

– Epistola: “Voi sopportate facilmente gli stolti”.

– Storia di Noè e della sua arca.

– Anzitutto sermone ai predicatori. Il predicatore supremo: “Isacco seminò nella terra di Gerar”.

– Sermone sulla costruzione dell’arca di Noè e suo significato: “Costruisciti un’arca”.

– Sermone contro i lussuriosi: “Mentre seminava, parte della semente cadde lungo la strada”.

– Sermone contro i falsi religiosi: “Parte cadde sulla pietra”.

– Sermone contro gli avari e gli usurai: “Parte cadde tra le spine”.

– Sermone agli attivi e ai contemplativi: “Parte infine cadde in buona terra”.

 

esordio - sermone ai predicatori

 

1. “Il seminatore uscì a seminare la sua semente” (Lc 8,5). Dice Isaia ai predicatori: “Beati voi che seminate sopra le acque (Is 32,20). Le acque, come dice Giovanni nell’Apo­calisse, sono i popoli (cf. Ap 17,15), dei quali Salomone scrive: Tutti i fiumi escono dal mare... e al mare ritornano (cf. Eccle 1,7).

Osserva che c’è una duplice amarezza: quella del peccato originale e quella della morte corporale. Tutti i fiumi quindi, cioè tutti i popoli, escono dal mare, cioè dall’a­marezza del peccato originale – per cui dice David: “Ecco, io sono stato concepito nei peccati (Sal 50,7), ecc., e l’Apostolo: Tutti siamo nati figli dell’ira (cf. Ef 2,3) – e ritornano nel mare, cioè all’amarezza della morte corporale. Dice infatti l’Ecclesiastico: Quale giogo pesante è posto sopra i figli di Adamo, dal giorno in cui escono dal seno della madre! (cf. Eccli 40,1). E ancora: “O morte, quanto è amaro il tuo pensiero!” (Eccli 41,1). Riferendosi a questi due fatti, il Signore dice al peccatore: Sei terra, per l’impurità della concezione, e alla terra andrai con la distruzione del tuo corpo (cf. Gn 3,19). “Beati voi, dunque, che seminate sopra le acque”.

“La semente”, come dice Dio stesso nel vangelo di oggi, “è la parola di Dio” (Lc 8,11). Quindi, per meritare di essere benedetto tra i beati, io seminerò sopra di voi nel nome di Gesù Cristo, che uscì dal seno del Padre e venne nel mondo a seminare la sua semente, perché uno solo e lo stesso è il Dio del Nuovo e dell’Antico Testamento, Gesù Cristo, Figlio di Dio. Dice infatti Isaia: “Io stesso che parlavo, ecco che sono presente” (Is 52,6). Io che parlavo ai padri per bocca dei profeti, ora sono presente con la realtà dell’in­carnazione. Perciò, ad onore dell’unico Dio e ad utilità degli ascoltatori, concorderemo tra loro i due Testamenti, secondo quanto Dio stesso mi concederà. Diciamo dunque: “Il seminatore uscì a seminare la sua semente”.

 

2. In questa domenica si legge nella chiesa il vangelo del seminatore e della semente; si proclama e si canta la storia di Noè e della costruzione della sua arca; e nell’introito della messa si canta: “Álzati, perché dormi, Signore?” E si legge l’epistola del beato Paolo ai Corinzi: “Voi sopportate volentieri gli stolti”, ecc. Quindi nel nome del Signore, concordiamo insieme tutti questi brani.

Nel racconto evangelico di oggi si devono tener presenti sei cose molto importanti: il seminatore e la semente, la strada, la pietra, le spine e la buona terra. E nel raccon­to biblico ci sono altre sei cose: Noè e l’arca; questa aveva cinque scomparti: il primo per la raccolta dei rifiuti, il secondo destinato ai viveri, il terzo per gli animali feroci, il quarto per gli animali domestici, il quinto destinato alle persone e agli uccelli. Però fa’ bene attenzione che in questa concordanza, il quarto e il quinto scomparto saranno considerati come uno solo.

 

l’arca di noè e la chiesa di cristo

 

3. Il seminatore è Cristo, oppure anche il suo predicatore; la semente è la parola di Dio; la strada raffigura i lussuriosi; la pietra i falsi religiosi; le spine gli avari e gli usurai; la buona terra i penitenti e i giusti. E che tutto questo corrisponda a verità, lo proveremo con le citazioni della Scrittura.

Il seminatore è Cristo. Trovi scritto nella Genesi: “Isacco seminò nella terra di Gerar e in quello stesso anno raccolse il centuplo” (Gn 26,12). Isacco s’interpreta “gaudio”, ed è figura di Cristo che è il gaudio dei santi, i quali, come dice Isaia, “avranno gaudio e letizia” (Is 35,10): gaudio dall’umanità glorificata di Cristo, letizia dalla visione di tutta la Trinità. Questo nostro Isacco seminò nella terra di Gerar, che s’inter­preta “dimora”, e raffigura questo mondo, del quale dice il Profeta: “Ahimè, giacché la mia dimora – cioè la mia peregrinazione – si è prolungata!” (Sal 119,5). Nella terra di Gerar dunque, cioè in questo mondo, Cristo ha seminato tre specie di semente: la santità della sua vita esemplare, la predicazione del regno dei cieli, il compimento dei miracoli.

“E in quello stesso anno raccolse il centuplo”. Rammenta che tutta la vita di Cristo è detta anno del perdono e della misericordia (cf. Is 61,1-2). Come infatti nell’anno ci sono quattro stagioni: l’inverno, la primavera, l’estate e l’autunno, così nella vita di Cristo ci fu l’inverno della persecuzio­ne di Erode, per la quale fuggì in Egitto; ci fu la prima­vera della predicazione, e allora “apparvero i fiori” (Ct 2,12), cioè le promesse della vita eterna, “e nella nostra terra si udì la voce della tortora” (Ct 2,12) cioè del Figlio di Dio: “Fate penitenza, il regno dei cieli è vicino” (Mt 4,17). Ci fu l’estate della passione, della quale dice Isaia: “Col suo spirito di rigore ha preso le sue decisioni per il giorno dell’ardore” (Is 27,8). Cristo per il giorno dell’ardore, cioè della sua passione, con il suo spirito di rigore, cioè inflessibile nel sostenere la passione, ha meditato, mentre pendeva dalla croce, come potesse sbaragliare il demonio, strappare dal suo potere il genere umano, e ai peccatori ostinati infliggere la pena eterna. Per questo diceva ancora il profeta: “Ho stabilito nel mio cuore il giorno della vendetta” (Is 63,4). C’è infine l’autunno della sua risurrezione, per la quale, soffiate via le paglie della sofferenza e la polvere della mortalità, la sua umanità, unita al Verbo, gloriosa e immortale, fu riposta nelle stanze del re (cf. Ct 1,3), cioè alla destra di Dio Padre.

Giustamente quindi è detto: “In quello stesso anno raccolse il centuplo”, cioè elesse gli apostoli, ai quali promise: Riceverete il centuplo (cf. Mt 19,29), ecc. Oppure, il centuplo raffigura la centesima pecora, vale a dire il genere umano, che con gioia portò nell’assemblea dei nove cori degli angeli, con le sue braccia inchiodate alla croce.

Adesso dunque sai con certezza che il seminatore è Cristo.

 

4. Cristo è anche il Noè, al quale il Padre disse: “Fatti un’arca di legnami piallati; nell’arca farai dei piccoli locali; la spalmerai di bitume di dentro e di fuori. E la farai in questo modo: la lunghezza dell’arca sarà di trecento cubiti, la sua larghezza sarà di cinquanta cubiti e la sua altezza di trenta cubiti” (Gn 6,14-15).

Noè s’interpreta “riposo”, e raffigura Gesù Cristo che dice nel vangelo: “Venite a me voi tutti che siete affati­cati” in Egitto, nel fango della lussuria e nel mattone dell’ava­rizia, “e siete oppressi” sotto il giogo della superbia, “e io vi farò riposare” (Mt 11,28). “Egli – come è detto nella Genesi – ci ha consolato dei lavori e delle fatiche delle nostre mani, nella terra alla quale Dio ha dato la maledi­zione” (Gn 5,29).

A lui disse il Padre: “Fatti un’arca”. L’arca è la chiesa. Uscì dunque Cristo a seminare la sua semente; uscì anche a costruire la sua chiesa, “di legni piallati”, cioè di santi, puri e perfetti, e la spalmò con il bitume della misericordia e della carità, al di dentro, negli affetti, e al di fuori, col compimento delle opere. La sua lunghezza è di trecento cubiti, a motivo dei “tre ordini” in essa esistenti, raffigurati in Noè, Daniele e Giobbe, e che sono i prelati, i casti e i coniugati. La larghezza di cinquanta cubiti si riferisce ai penitenti della stessa chiesa. Infatti nel cinquantesimo giorno dalla Pasqua, agli apostoli è stata infusa la grazia per mezzo dello Spirito Santo; e nel salmo 50, il “Miserere mei, Deus”, ai peniten­ti è promessa la remissione dei peccati. L’altezza di trenta cubiti si riferisce ancora ai fedeli della stessa chiesa, per la loro fede nella Santa Trinità. Uscì dunque Cristo dal seno del Padre e venne nel mondo per seminare, e per costruire la sua chiesa, nella quale fosse conservata una semente non corruttibile, ma destinata a durare nei secoli dei secoli.

 

5. Continua il discorso sulla semente. “La semente è la parola di Dio” (Lc 8,11), della quale dice Salomone nell’Ecclesiaste: “Spargi di buon mattino la tua semente” (Eccle 11,6). Di buon mattino, cioè nel tempo della grazia che scaccia le tenebre del peccato, spargi, o predicatore, la semente della parola, la tua semente, cioè quella a te affidata. E vedi quanto giustamente la parola di Dio sia chiamata semente. Come infatti la semente, seminata nella terra, germoglia e cresce, e dapprima – come dice il Signore in Marco – produce quasi “un filo d’erba, poi la spiga, e quindi nella spiga il chicco pieno” (Mc 4,28), così la parola di Dio, seminata nel cuore del peccatore, produce dapprima l’erba della contrizione, della quale è detto nella Genesi: “La terra, cioè la mente del peccatore, germogli l’erba verdeggiante (Gn 1,11), la contrizione; poi la spiga della confessione, che si spinge verso l’alto per la speranza della remissione; e infine il chicco pieno della soddisfazione (cioè dell’opera penitenziale) della quale dice il Profeta: “Le valli”, cioè gli umili penitenti, “abbonderanno del frumento” della piena soddisfazione (Sal 64,14), affinché la penitenza sia proporzionata alla colpa. Giustamente quindi è detto: Uscì il seminatore a seminare la sua semente.

 

6. Ma poiché non tutti hanno la fede e “non tutti obbedi­scono al Vangelo” (Rm 10,16), per questo continua: “E mentre seminava, parte della semente cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la divorarono” (Lc 8,5). Il primo scomparto dell’arca di Noè era destinato alla raccolta dei rifiuti. Quindi la strada calpestata e lo scomparto dei rifiuti raffigurano i lussuriosi. Dice infatti Salomone nell’Ecclesiastico: “La donna impudica è come il sudiciume della strada” (Eccli 9,10); e Isaia inveisce contro il lussurioso: “Hai fatto del tuo corpo come terra, come strada per i passanti” (Is 51,23), cioè per i demoni che, mentre passano, calpestano la semente perché non germogli (cf. Lc 8,12). E ancora dice Isaia: “Con i piedi sarà calpestata la corona di superbia degli ubriachi di Efraim” (Is 28,3). Efraim s’interpreta “che porta frutto”, e indica l’abbon­danza delle cose temporali: gli ubriachi sono i lussuriosi, resi tali dal calice d’oro di Babilonia, cioè dell’abbondanza materiale; la corona di superbia sulla testa raffigura il pensiero altezzoso nella mente corrotta. Questo è calpestato dai piedi dei demoni quando da pensiero di mente corrotta arriva all’ebbrezza della lussuria; e così nella terra maledetta la semente del Signore non può più germogliare.

Gli stessi demoni sono detti anche “uccelli”, a motivo della superbia, “del cielo”, cioè dell’aria nella quale abitano: essi rapiscono la semente dal cuore del lussurioso e la divorano, perché non fruttifichi. Dice Osea: “Gli stranieri”, cioè i demoni, “divorarono la sua forza” (Os 7,9), cioè la forza della parola divina. E osserva che non dice “sulla strada”, ma che “lungo la strada” è caduta la semente, perché il lussurioso non accoglie la parola dentro l’orecchio del cuore, ma solo come un suono che sfiora superficialmente l’orecchio del corpo.

I lussuriosi sono “lo scomparto dei rifiuti”, “che marcirono come giumenti sul loro letame” (Gl 1,17); di essi dice il salmo: “Essi perirono in Endor”, che s’interpreta “fuoco della generazione”, “diventarono”, nell’ardore della lussuria, “come lo sterco della terra” (Sal 82,11). E nota che da questo sterco della terra vengono generati quattro vermi, che sono la fornicazione, l’adulterio, l’incesto e il peccato contro natura.

La fornicazione, cioè il rapporto tra due persone non sposate, è peccato mortale; ed è detta fornicazione, cioè uccisione della forma (formae necatio), vale a dire morte dell’anima che è formata a somiglianza di Dio. L’adulterio è così chiamato perché è come l’ingresso al talamo altrui (ad alterius torum). L’incesto è l’abuso dei consanguinei o degli affini (parenti per matrimonio). Il peccato contro natura si commette effondendo il seme in qualsiasi modo, fuorché nell’organo della concezione, vale a dire nell’organo della donna. Tutti coloro che si macchiano di questi peccati sono strada calpestata dai demoni e scomparto di rifiuti. E perciò la semente della parola di Dio in essi va perduta, e ciò che è stato seminato viene rapito dal diavolo.

 

7. “Parte della semente cadde sulla pietra, e nata che fu, seccò, perché non aveva umidità” (Lc 8,6). E il secondo scomparto dell’arca di Noè fu la dispensa, il deposito dei viveri. La pietra e la dispensa raffigurano i falsi religiosi: pietra, perché si gloriano della sublimità della loro religione; dispensa, perché vendono le opere della loro vita per il denaro della lode umana.

Si dica dunque: Una parte cadde sulla pietra, della quale parla il profeta Abdia, inveendo contro il religioso superbo: “La superbia del tuo cuore ti ha innalzato, tu che abiti nelle fenditure della pietra” (Abd 1,3). La superbia è detta così da super e eo (vado sopra), perché va, per così dire, al di sopra di sé. O religioso, la superbia del tuo cuore ti ha sollevato, ti ha portato fuori di te perché tu vanamente ti innalzassi al di sopra di te, che abiti nelle fenditure della pietra. La pietra è qual­siasi religione (ordine religioso) della chiesa, della quale dice Geremia: Mai mancherà la neve dalla pietra del campo (cf. Ger 18,14). Il campo è la chiesa; la pietra è la religione fondata sulla pietra della fede; la neve è la purezza della mente e del corpo, che mai deve venir meno nella religione. Ma, ahimè, ahimè, quante fenditure, quanti scismi, quante divisioni e dissensi vi sono nella pietra, cioè negli ordini religiosi. E se la semente della divina parola cadrà su di essi, non fruttificherà, perché non ha l’umidità, l’umore della grazia dello Spirito Santo, che non abita nelle fenditure della discordia ma nella casa dell’unità.

Dice Luca: “Erano un’anima sola e un cuore solo” (At 4,32). In realtà negli ordini ci sono le divisioni, perché c’è la lite nel capitolo, la rilassatezza nel coro, la mormorazione nel chiostro, l’ingordigia in refettorio, l’impudenza della carne in dormitorio. Giustamente dunque dice il Signore: Parte della semente cadde sulla pietra e, nata che fu, seccò perché, come dice Matteo, “non aveva radice” (Mt 13,6), cioè non aveva l’u­mil­tà, che è la radice di tutte le virtù. Ecco, adesso vedi chiaramente che dalla superbia del cuore provengono le divisioni negli ordini religiosi, e quindi non possono portare frutto, perché non hanno in sé la radice dell’umiltà.

Siffatto ordine è raffigurato dallo scomparto viveri (dell’arca). Infatti i religiosi, quando sono in discordia all’interno, cercano le lodi all’esterno. I falsi religiosi, come dei magazzinieri, vendono dei prodotti sofisticati nella piazza pubblica: sotto l’abito dell’ordine e all’ombra di un nome falso, bramano essere lodati; davanti alla gente indossano una certa personale apparenza di perfezione, vogliono sembrare santi ma non vogliono esser­lo. Ah, purtroppo! La religione che dovrebbe conservare ogni sorta di virtù e il profumo dei buoni costumi, viene distrutta e diventa uno spaccio di piazza. Gioele se ne lamenta dicendo: “Sono distrutti i granai”, cioè i chiostri di coloro che vivono sotto una regola; “le dispense”, vale a dire le abbazie dei monaci, “sono vuote perché il grano è stato disperso” (Gl 1,17). Nel grano, che è bianco all’in­terno e bruno all’esterno, è indicata la carità, che custodisce la purezza verso se stessi e l’amore verso il prossimo. Questo grano è disperso perché è caduto sopra la pietra e, appena nato, si è seccato perché non aveva la radice dell’umiltà, né l’umore della grazia dei sette doni dello Spirito Santo. Quindi vedi che con la dispersione del grano, cioè della carità, viene distrutto il sacro deposito di tutta la religione.

 

8. “Una parte della semente cadde tra le spine che, germogliate insieme, la soffocarono” (Lc 8,7). Il terzo scomparto dell’arca di Noè era destinato agli animali feroci. Osserva quanta rispondenza ci sia tra le spine e gli animali feroci, che raffigurano gli avari e gli usurai. Sono spine, giacché l’avarizia cattura, punge e fa sanguinare; sono bestie feroci, perché l’usura rapisce e sbrana. Dica perciò il Signore: Una parte cadde tra le spine, che, come egli stesso spiega, sono le ricchezze (cf. Lc 8,14; Mt 13,22), che afferrano l’uomo e lo arrestano. E Pietro, per non essere preso e arrestato da esse, dice al Signore: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mt 19,27). Commenta il beato Bernardo: Hai fatto bene, Pietro! Infat­ti, se eri appesantito da un carico, non potevi seguire colui che corre.

Le spine poi pungono. Dice Geremia: “Giovenca elegante e formosa è l’Egitto, ma le verrà da settentrione chi le farà sentire il pungolo” (Ger 46,20). Egitto, che s’inter­preta “tenebre”, è l’avaro, avvolto nelle tenebre dell’ignoranza. È detto “giovenca” per due motivi: per la licenziosità della carne e per l’instabilità della mente; è detto elegans, ricercato, per i figli e i parenti che gli si affollano intorno; è detto formoso per la bellezza degli edifici e delle vesti che possiede. A questa giovenca arriva il pungolatore, cioè il diavolo, da settentrione, da dove, afferma Geremia, “si spanderà ogni male” (Ger 1,14) e la tormenterà con il pungolo dell’avarizia, perché corra e arranchi per ammassare spine, cioè ricchezze, delle quali Isaia dice che “una volta ammassate saranno distrutte dal fuoco” (Is 33,12).

La spina dunque punge, e pungendo fa uscire sangue. Ogni anima (ogni essere vivente) è o vive nel suo sangue, dice Mosè (cf. Lv 17,14). Il sangue dell’anima è la virtù, della quale l’anima vive. L’avaro perciò distrugge la vita dell’anima, cioè la virtù, quando brama di accumulare ricchezze. Infatti dice l’Ecclesiastico: “Nulla c’è di più iniquo di colui che ama il denaro: costui nella sua vita getta via anche le sue viscere” (Eccli 10,10), cioè le virtù.

E continua il Signore: “Crescendo insieme, le spine soffocarono la semente”. Quindi dice Osea: “Làppole e rovi cresceranno sui loro altari” (Os 10,8). La làppola è un arbusto che si attacca ai vestiti; il rovo (lat. tribolus) è così chiamato perché quando punge produce tribolazione. Dunque làppole e rovi sono le ricchezze, che si attaccano all’uo­mo mentre passa e lo fanno tribolare. Essi crescono sopra il loro altare, cioè nel cuore degli avari, nel quale dovrebbe venir offerto a Dio un sacrificio, cioè “lo spirito contrito” (Sal 50,19), e invece soffocano la semente della parola di Dio e anche il sacrificio di un animo contrito.

 

9. Alle spine corrispondono le bestie feroci, con le quali, come abbiamo detto, intendiamo i perfidi usurai. Di essi dice il Profeta: “Ecco il mare grande e dalle braccia larghe e spaziose: lì ci sono rettili senza numero, animali piccoli e grandi. Lo solcano le navi” (Sal 103,25-26). Fa’ atten­zione alle parole: Il mare, cioè questo mondo, pieno di amarezze, è grande per le ricchezze, spazioso per i piaceri, perché spaziosa e larga è la via che conduce alla morte (cf. Mt 7,13). Ma per chi? Non certo per i poveri di Cristo, i quali entrano per la porta stretta (cf. Mt 7,13), ma per le mani degli usurai, i quali si sono ormai impadroniti di tutto il mondo. Per causa delle loro usure le chiese sono depauperate, i monasteri sono stati spogliati dei loro beni; e quindi si lamenta di loro il Signore con le parole di Gioele: “Avanza sopra la mia terra una gente forte e innumerevole: i suoi denti sono come i denti del leone, i suoi molari sono come i cuccioli del leone. Ha ridotto a deserto la mia vigna e ha scorticato le mie piante di fico, le ha denudate e spogliate e i loro rami sono diventati bianchi” (Gl 1,6-7).

La gente maledetta degli usurai, forte e innumerevole, è cresciuta sulla terra, i suoi denti sono come i denti del leone. Osserva nel leone due cose: il collo inflessibile, nel quale c’è un solo osso, e il fetore dei denti. Così l’usuraio è duro, inflessibile, perché non si piega di fronte a Dio, e non teme l’uomo (cf. Lc 18,2); i suoi denti puzzano, perché nella sua bocca c’è sempre il letame del denaro e lo sterco dell’usura. I suoi molari sono come i cuccioli del leone, perché ruba, distrugge e ingoia i beni dei poveri, degli orfani e delle vedove.

L’usuraio riduce a un deserto la vigna, ossia la chiesa del Signore, quando con l’usura s’impossessa dei suoi beni; e scortica, denuda e spoglia la pianta di fico del Signore, cioè la casa di qualche congregazione, quando, sempre con l’usura, si appropria dei beni che ad essa i fedeli hanno elargito. Per questo i suoi rami sono diventati bianchi, vale a dire i monaci o i regolari di quella osservanza sono afflitti dalla fame e dalla sete. Ecco che sorta di elemosine fanno quelle mani: esse grondano del sangue dei poveri; di esse nel salmo è detto anche: “Lì”, cioè nel mondo, “vi sono rettili senza numero”, ecc. (Sal 103,25).

Fa’ attenzione qui alle tre specie di usurai. Ci sono alcuni che praticano l’usura privatamente: questi sono i rettili, che strisciano di nascosto, e sono senza numero. Ci sono altri che esercitano l’usura pubblicamente, ma non su larga scala, per sembrare misericordiosi: e questi sono gli animali piccoli. Altri ancora sono gli usurai scellerati, dannati e impudenti, che praticano l’usura davanti a tutti, quasi in piazza: e questi sono gli animali grandi, più crudeli degli altri, che saranno preda della caccia del demonio e subiranno sicuramente la rovina della morte eterna, a meno che non restituiscano il mal tolto e non facciano una congrua penitenza. E affinché possano fare una peniten­za adeguata, “lì”, cioè proprio in mezzo a loro, “le navi”, vale a dire i predicatori della chiesa, devono passare e spargere la semente della parola di Dio. Ma, a motivo dei peccati, le spine delle ricchezze e le bestie feroci delle usure soffocano la parola così assiduamente seminata, e quindi non fanno frutto di peni­tenza.

 

10. “E una parte della semente cadde in buona terra e, nata, portò frutto” (Lc 8,8), “dove il trenta, dove il sessanta e dove il cento” (Mt 13,8). E il quarto scomparto nel­l’ar­ca di Noè fu quello degli animali domestici, e il quinto quello delle persone e degli uccelli. Voi dunque vedete, carissimi, che nei tre scomparti sopraddetti, sulla strada dei lussuriosi, raffigurati dallo scomparto dei rifiuti, sulla pietra dei religiosi superbi, raffigurati dallo scomparto dei viveri, e tra le spine degli avari e degli usurai, raffigurati dallo scomparto degli animali feroci, la semente della parola di Dio non ha potuto portare frutto. Perciò i fedeli della chiesa santa, nell’introito della messa di oggi gridano al Signore: “Àlzati, perché dormi, Signore?” (Sal 43,23).

Osserva che per ben tre volte gridano “Àlzati”, ed è per queste tre cose: la strada, la pietra, le spine. Àlzati, dunque, Signore, contro il lussuriosi, che sono la strada del diavolo: essi, poiché dormono nei peccati, credono che anche tu sia addormentato. Àlzati contro i falsi religiosi, che sono come la pietra senza l’umore della grazia. Àlzati contro gli usurai, che sono come le spine pungenti, “e aiutaci e liberaci dalle loro mani” (Sal 43,26). In questi tre luoghi la semente della tua parola, o Signore, non ha potuto portare frutto; ma quando finalmente cadde in terra buona, il frutto lo produsse.

 

11. E osserva quanto bene si concordino tra loro la buona terra, gli animali domestici, gli uomini e gli uccelli, che stanno ad indicare i giusti e i penitenti, coloro che fanno vita attiva e i contemplativi. La buona terra, benedetta dal Signore, è la mente del giusto, della quale dice il salmo: “Tutta la terra ti adori e canti a te, canti un salmo al tuo nome” (Sal 65,4). E osserva che “tutta la terra” comprende oriente, occidente, settentrione e meridione. Pertanto lo spirito del giusto dev’essere terra orientale in considerazione della sua origine, occidentale nel ricordo della sua fine, settentrionale in considerazione delle tentazioni e delle miserie di questo mondo, meridionale per la prospettiva della beatitudine eterna. Quindi “tutta la terra”, cioè lo spirito buono del giusto, “ti adori”, o Dio, “in spirito e verità” (Gv 4,23) e nella contrizione del cuore: questo è il frutto al trenta per uno; “e canti a te”, nella confes­sione del tuo nome e nell’accusa del suo peccato: e questo è il frutto al sessanta per uno: e per ottenere questi due risultati dobbiamo cantare a Dio nei sei giorni di una vita laboriosa; “e canti un salmo al tuo nome”, nelle opere della soddisfazione (della penitenza) e nella perseveranza finale: e questo è il frutto al cento per uno, ed è quello perfetto.

 

12. C’è anche un’altra interpretazione. La buona terra è la santa chiesa, l’arca di Noè che accoglie in sé gli animali domestici, gli uomini e gli uccelli.

“Gli animali domestici” raffigurano i fedeli sposati, che si applicano alle opere di penitenza, danno del loro ai poveri, non offendono né fanno danno a nessuno. Di questi dice l’Apostolo nell’epistola di oggi: “Volentieri soppor­tate gli stolti, essendo voi saggi. Infatti sopportate chi vi riduce in schiavitù, chi vi divora, chi vi sfrutta, chi è arrogante, chi vi colpisce in faccia” (2Cor 11,19-20): questi fanno frutto al trenta per uno.

“Gli uomini” raffi­gurano quelli che vivono in castità e fanno vita attiva: questi sono veri uomini, usano cioè la retta ragione. Essi si sottopongono alla fatica della vita attiva, si espongono al pericolo per il prossimo, predicano la vita eterna con la parola e con l’esempio, vigilano su se stessi e sui loro sottoposti. Questi, come afferma l’Apo­stolo, sono “nella fatica e nel travaglio, nelle veglie frequenti, nella fame e nella sete, nei prolungati digiuni, nel freddo e nella nudità” (2Cor 11,27): essi fanno frutto al sessanta per uno.

“Gli uccelli”, posti nella parte superiore dell’arca, raffigurano le vergini e i contemplativi che, quasi elevati al cielo sulle ali delle virtù, contemplano “il re nel suo splendore” (Is 33,17). Questi, non dico nel corpo ma nello spirito, vengono rapiti nella contemplazione fino al terzo cielo (cf. 2Cor 12,2), contemplando con l’acutezza dello spirito la gloria della Trinità, dove sentono con l’orecchio del cuore quelle cose che non si possono esprimere con parole (cf. 2Cor 12,4), e neppure compren­dere con la mente: e questi sono coloro che portano frutto al cento per uno.

Ti preghiamo, dunque, o Signore Gesù, di renderci terra buona, atta ad accogliere la semente della tua grazia e a produrre il “frutto degno di penitenza” (Mt 3,8), affinché meritiamo così di vivere eternamente nella tua gloria.

Concedici questo tu stesso, che sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

DOMENICA DI QUINQUAGESIMA

Temi del sermone

 

– Vangelo di Quinquagesima: “Un cieco sedeva lungo la via”.

– Anzitutto sermone ai predicatori: “Samuele prese un’ampolla di olio”.

– Sermone contro il superbo: “Un cieco sedeva lungo la via”; le proprietà del nido e del sangue mestruale.

– Sermone contro i tiepidi e i lussuriosi: “Avvenne un giorno che Tobia”, ecc.

– Sermone sulla passione di Cristo: “Apri il ventre del pesce”.

– Sermone ai prelati della chiesa: “Le labbra del sacerdo­te”.

– Sermone sulla passione di Cristo: “Sarà consegnato ai pagani”, ecc.

 

esordio - sermone ai predicatori

 

1. “Un cieco sedeva lungo la via, e gridava: Figlio di David, abbi pietà di me” (Lc 18,35.38).

Leggiamo nel primo libro dei Re: “Samuele prese un’ampolla di olio e lo versò sul capo di Saul” (1Re 10,1). Samuele s’interpreta “richiesto”, e indica il predicatore, che la chiesa con le sue preghiere richiede a Cristo, il quale dice nel vangelo: “Pregate il padrone della mèsse, perché mandi operai nella sua mèsse” (Mt 9,38). Il predica­tore deve prendere l’ampolla dell’olio, che è un vasetto quadrangolare, figura della dottrina evangelica, detta quadrangolare a motivo dei quattro evangelisti, e da essa deve versare l’olio della predicazione sul capo di Saul, vale a dire nell’anima del peccatore. Saul s’in­ter­preta “colui che abusa”, che fa cattivo uso, e giustamente rappresenta il peccatore che fa cattivo uso dei doni di grazia e di natura.

Osserva che l’olio unge e illumina. Così la predicazione unge e rende malleabile la pelle invecchiata nei giorni di peccato (cf. Dn 13,52) e indurita dai peccati, vale a dire la coscienza del peccatore; o anche unge l’atleta di Cristo e lo consacra al combattimento contro le potenze dell’aria (diaboliche) che devono essere debellate. Per questo troviamo nel terzo libro dei Re che Sadoc unse Salomone a Gihon (cf. 3Re 1,45). Sadoc s’interpreta “giusto”, e simboleggia il predicatore che in qualità di sacerdote offre il sacrificio di giustizia sull’altare della passione del Signore. Egli unse Salomone, che s’in­ter­preta “pacifico”, a Gihon, che significa “lotta”; infatti il predicatore con l’olio della predicazione deve ungere il peccatore convertito per renderlo idoneo alla lotta, affinché non ceda alle suggestioni diaboliche, calpesti le lusinghe della carne e disprezzi il mondo ingannatore. L’olio inoltre illumina, perché la predicazione illumina l’occhio della ragione, affinché diventi capace di vedere il raggio del vero sole. E allora, nel nome di Cristo io prenderò l’ampolla di questo santo vangelo, e da essa verserò l’olio della predicazione, con il quale si illuminino gli occhi di questo cieco, del quale è detto: “Un cieco sedeva lungo la via”.

 

2. In questa domenica si legge il vangelo del cieco illuminato. Nello stesso vangelo si fa memoria della passione di Cristo, e si legge e si canta la storia della peregrinazione di Abramo e dell’immolazione del figlio suo Isacco. E nell’introito della messa si dice: “Sii per me, Signore, il Dio che protegge”, e si legge l’epistola del beato Paolo ai Corinzi: “Anche se parlassi le lingue degli angeli e degli uomini”, ecc. Quindi a onore di Dio e per l’illuminazione della vostra anima, concorderemo tra loro tutte queste letture.

 

I. la cecità dell’anima

 

3. “Un cieco sedeva”, ecc. Senza nominare per ora tutti gli altri ciechi illuminati dal Signore, vogliamo ricordar­ne soltanto tre. Il primo è quello del vangelo, cieco dalla nascita, illuminato con la saliva e il fango (cf. Gv 9,1­7); il secondo è Tobia, accecato dallo sterco delle rondini, ma guarito con il fiele del pesce (cf. Tb 2,11 ss.); il terzo è il vescovo della chiesa di Laodicea, al quale il Signore dice: “Non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato e raffinato con il fuoco per diventare ricco, e di indossare vesti bianche perché non si manifesti la vergogna della tua nudità; e ungi i tuoi occhi con il collirio, affinché tu possa vedere” (Ap 4,17-18). Vedremo che cosa simboleggino questi tre ciechi.

Il cieco dalla nascita rappresenta in modo allegorico il genere umano, accecato nei progenitori. Gesù lo illuminò quando sputò in terra e gli spalmò sugli occhi il fango così ottenuto. La saliva, che scende dalla testa, simboleg­gia la divinità, la terra rappresenta l’umanità. La mesco­lanza della saliva con la terra raffigura l’unione della natura divina con la natura umana: per effetto di questa unione fu illuminato il genere umano. E le parole del cieco che grida, seduto lungo la strada, richiamano appunto le due nature: “Abbi pietà di me”, si riferisce all’umanità, e “Figlio di David” alla divinità.

 

4. In senso morale, questo cieco raffigura il superbo. La sua superbia viene così descritta dal profeta Abdia: “Anche se tu fossi innalzato come un’aquila e collocassi il tuo nido fra le stelle, di lassù ti farei precipitare, dice il Signore” (Abd 1,4).

L’aquila, che vola più in alto degli altri uccelli, raffigura il superbo, che con le due ali dell’arroganza e della vanagloria brama d’essere ritenuto superiore a tutti. A lui è detto: “Anche se tu collocassi il tuo nido”, cioè la tua vita, “fra le stelle”, vale a dire fra i santi, che in un luogo caliginoso (cf. 2Pt 1,19) brillano come stelle nel firmamento, “io ti farò precipitare di lì, dice il Signore”. Infatti il superbo tenta di collocare il nido della sua vita in compagnia dei santi. Dice infatti Giobbe: “La piuma dello struzzo”, cioè dell’ipocrita, “assomiglia alle penne della cicogna e dello sparviero” (Gb 39,13), cioè del giusto.

Osserva anche che il nido ha in se stesso tre qualità: all’interno è fatto di cose soffici, all’esterno è costrui­to di cose dure e ruvide, è situato in un luogo insicuro, esposto al vento. Così la vita del superbo ha all’interno una certa morbidezza, che è il piacere carnale; ma lui all’esterno è circondato di spine e di legni secchi, cioè di opere morte; infine è esposto al vento della vanità, si trova in una situazione precaria, perché dal mattino alla sera non sa se sarà tolto di mezzo. E questa è la conclu­sione: “Di lassù”, dice il Signore, “io ti precipiterò giù all’inferno”. E per questo è detto ancora nell’Apocalisse: “Quanto si innalzò e visse nei piaceri, tanto dategli di tormenti” (Ap 18,7).

 

5. E osserva che questo cieco superbo viene illuminato con lo sputo e il fango. Lo sputo è il seme del padre, che viene immesso nella flaccida matrice della madre, nella quale viene generata la misera creatura umana: certamente la superbia non l’acceche­rebbe, se considerasse la forma così miseranda della sua generazione. Per questo dice Isaia: “Ponete mente alla pietra dalla quale siete stati tagliati e alla cava del lago dalla quale foste tratti” (Is 51,1). La pietra è il nostro padre carnale; la cava del lago è la matrice della madre nostra. Dal primo usciamo nella fetida effusione del seme, dalla seconda veniamo estratti nel parto pieno di dolore.

Perché dunque ti insuperbisci, o misera creatura umana, generata con sì vile sputo, procreata in così orrido lago e ivi nutrita per nove mesi con sangue mestruo? Al contatto di quel sangue le messi più non germogliano, il mosto va in aceto, le erbe muoiono, le piante perdono i frutti, la ruggine corrode il ferro, i bronzi anneriscono, e se i cani ne ingeriscono sono colpiti dalla rabbia, di modo che i loro morsi sono pericolosi e rendono linfatici. Inoltre gli sguardi stessi delle donne, che pure durante il periodo delle loro regole sentono minori stimoli, non sono certo innocui. Con lo sguardo guastano gli specchi, così che la loro lucentezza, colpita dallo sguardo, viene diminuita. E questa lucentezza quasi spenta fa svanire la consueta somiglianza del volto; l’aspetto viene come offuscato da una specie di caligine, causata appunto dall’indebolimento della lucentezza.

Se tu, o misero uomo, o cieco superbo, mediterai attentamente queste cose e ti considererai generato col fango e con lo sputo, veramente sarai illuminato, realmente ti umilierai. E che la citazione di Isaia sopra riportata si riferisca alla generazione carnale, risulta chiarissimo da ciò che segue: “Guardate ad Abramo, vostro padre, e a Sara che vi ha partorito” (Is 51,2).

A questo cieco superbo il Signore comanda: “Esci dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre”, ecc. (Gn 12,1). Osserva qui tre specie di superbia: la superbia nei riguardi dell’inferiore, dell’uguale e del superiore.

Il superbo calpesta, disprezza e schernisce: calpesta l’inferiore come fosse terra, la quale si chiama così dal verbo latino tero, pestare; disprezza l’uguale come fosse della sua parentela; il superbo infatti disprezza e scandalizza con facilità parenti e affini; schernisce perfino il superiore, come la casa del padre. Il superiore è detto “casa del padre” perché sotto di lui il suddito, come fa il figlio nella casa paterna, si deve proteggere dalla pioggia della concupiscenza carnale, dalla tempesta della persecuzione diabolica, dal fuoco della prosperità mondana. Ma il cieco superbo schernisce il superiore con quel disprezzo che si esprime come arricciando il naso. Dice perciò il Signore: “Esci”, o cieco superbo, “dalla tua terra” per non calpestare l’inferiore; “esci dalla tua parentela” per non disprezzare l’uguale, “e dalla casa di tuo padre” per non schernire il superiore.

 

6. Segue: “E va’ in una terra che io ti indicherò” (Gn 12,1). Questa terra è l’uma­nità di Gesù Cristo, della quale il Signore dice a Mosè: “Slégati i calzari dai piedi, perché la terra sulla quale stai è terra santa” (Es 3,5). I calzari sono le opere morte, che tu devi sciogliere, cioè togliere, dai piedi, vale a dire dagli affetti della tua mente, perché la terra, cioè l’umanità di Cristo, nella quale stai per mezzo della fede, è santa e santifica te peccatore. Va’ dunque, o superbo, in quella terra, considera l’umanità di Cristo, osserva la sua umiltà e distruggi l’orgoglio del tuo cuore. Cammina con i passi dell’amore, avvicinati con l’umiltà del cuore, dicendo con il Profeta: “Nella tua verità (con ragione) mi hai umiliato” (Sal 118,75).

O Padre, nella tua verità, cioè nel Figlio tuo, umiliato, povero e pellegrino, mi hai umiliato; il Figlio tuo è stato umiliato nel grembo della Vergine, è stato povero nel presepio, nella stalla degli animali; è stato pellegrino andando al patibolo della croce. Nulla è in grado di umiliare la superbia del peccatore quanto l’umiliazione dell’umanità di Gesù Cristo. Dice infatti Isaia: “Se tu squarciassi i cieli e discendessi: al tuo cospetto si liqueferebbero i monti” (Is 64,1). Al suo cospetto, cioè alla presenza dell’umanità di Cristo, i monti, vale a dire i superbi, si dileguano, e vengono meno in se stessi quando considerano il capo della divinità reclinato nel grembo della Vergine Maria.

Va’ dunque nella terra che quasi con il dito ti ho indicato nel fiume Giordano, dicendo: “Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3,17). Anche tu sarai il diletto, nel quale mi sono compiaciuto, figlio adottivo per grazia, se sul­l’esem­pio del Figlio mio, che è a me uguale, ti sarai umiliato; per questo te l’ho mostrato, perché tu uniformassi il comportamento della tua vita alla forma della sua vita, e così uniformato ricevessi l’illuminazione, e quindi potessi udire: “Vedi, la tua fede ti ha salvato” (Lc 18,42), ti ha ridato la vista.

 

7. Il secondo cieco, reso tale dallo sterco delle rondini, ma poi risanato con il fiele del pesce, è Tobia, del quale nell’omonimo libro si racconta: “Avvenne che un giorno, stanco per aver fatto una sepoltura, tornato a casa si sdraiò appoggiato alla parete e si addormentò, e da un nido di rondini caddero sui suoi occhi, mentre dormiva, degli escrementi e così diventò cieco” (Tb 2,10-11). Vediamo brevemente che cosa significhino Tobia, la sepoltura, la casa, il muro, il prender sonno, il nido, le rondini e i loro escrementi. Tobia è il giusto tiepido, la sepoltura è la penitenza, la casa è la cura del corpo, la parete è il piacere della carne, il prender sonno è il torpore della negligenza, il nido è il consenso della mente viziosa, le rondini sono i demoni, gli escrementi sono la gola e la lussuria.

Tobia raffigura il giusto tiepido, svogliato, del quale il Signore dice nell’Apoca­lisse: “Giacché non sei freddo”, per la paura della pena, “e neppure caldo”, per amore della grazia, “ma perché sei tiepido, per questo incomincerò a vomitarti dalla mia bocca” (Ap 3,15-16). Infatti come l’acqua tiepida provoca il vomito, così la tiepidezza e la negli­genza espelle dal seno della misericordia divina l’ozioso e il tiepido. Maledetto colui che compie con indolenza le opere del Signore, esclama Geremia (cf. Ger 48,10). Costui, stanco dalla sepoltura, ritorna a casa, quando nella fatica della penitenza – nella quale e sotto la quale deve nascondere i corpi dei morti, cioè i peccati mortali, per essere tra quelli di cui è detto: Beati coloro dei quali i peccati sono coperti (Sal 31,1) – è preso dalla noia e ritorna con i suoi desideri alla cura del suo corpo e alla sua concupiscenza, comportandosi così al contrario di ciò che dice l’Apostolo (cf. Rm 13,14).

Infatti soggiunge: “Si sdraiò contro una parete”. La parete è il piacere della carne. Come nella parete una pietra viene posta sull’altra ed è fissata con il cemento, così nei piaceri della carne il peccato della vista è unito al peccato dell’udito, il peccato dell’udito a quello del gusto, e così degli altri sensi, e si congiungono tenace­mente tra loro con il cemento delle cattive abitudini; quindi si addormenta abbandonato al torpore della negligen­za, e così avviene la defecazione delle rondini sugli occhi del dormiente.

Le rondini, per il loro agilissimo volo, raffigurano i demoni, la cui superbia avrebbe voluto volare al di sopra delle nubi, al di sopra delle stelle del cielo, e arrivare all’ugua­glianza con il Padre, a somiglianza del Figlio (cf. Is 14,13-14).

Il nido dei demoni è il consenso della mente effeminata, costruito con le penne della vanagloria e con il fango della lascivia. Da tale nido cadono gli escrementi della gola e della lussuria sugli occhi di Tobia addormentato, e così vengono accecati gli occhi, cioè la ragione e l’intel­letto della sventurata anima.

 

8. Fate attenzione, o carissimi, e guardatevi bene da questo funesto ingranaggio: dal tedio della sepoltura, cioè dal disgusto della penitenza si arriva alla casa della cura del corpo; questa, sotto l’apparenza della necessità, si appoggia alla parete del piacere, e quindi, immersa nel sonno della negligenza, viene accecata dallo sterco della lussuria. Dice il Poeta: Ci si domanda come mai Egisto sia diventato adultero. Il motivo è lì evidente: se ne stava in ozio (Ovidio). Grida dunque, o tiepido Tobia, o cieco lussurioso, che giaci appoggiato alla parete, grida: “Figlio di David, abbi pietà di me!”.

Perciò questo cieco, nell’introito della messa di oggi, prega di essere illuminato, dicendo: “Sii tu il Dio che mi protegge, il luogo di riparo, perché tu sei il mio sostegno e il mio rifugio, e per il tuo nome sarai la mia guida e mi nutrirai” (Sal 30,2 ss.). Il cieco chiede quattro cose: “Sii tu il Dio che mi protegge”: mi proteggi e mi difendi con le braccia aperte sulla croce, come la chioccia i suoi pulcini sotto le sue ali; “il luogo di riparo”: nel tuo fianco, trafitto dalla lancia, possa io trovare il luogo di riparo, dove nascondermi di fronte al nemico; “perché tu sei il mio sostegno”, affinché non cada, “e il mio rifugio”, anzi “retrofugio”, perché se cadrò, non ad altri ma solo a te io mi rivolga; “e per il tuo nome” che è “Figlio di David”, sarai guida a me che sono cieco, perché mi porgerai la mano della tua misericordia, e mi nutrirai con il latte della tua grazia. “Figlio di David, abbi dunque pietà di me”.

 

II. la passione di cristo

 

9. Il Figlio di Dio e di David, l’angelo del supremo consiglio, il medico e la medicina del genere umano, sempre nel libro di Tobia, ti consiglia dicendo: Sventra il pesce, estrai il fiele, ungi gli occhi (cf. Tb 6,5 ss.) e così potrai riacquistare la vista.

In senso allegorico, il pesce raffigura Cristo, che per noi è stato, per così dire, arrostito sulla graticola della croce. Il fiele è la sua amarissima passione, e se gli occhi della tua anima saranno di essa cosparsi, riacquisterai la vista. Infatti l’amarezza della passione del Signore scaccia tutta la cecità della lussuria e ogni escremento di carnale concupi­scenza. Ha detto un sapiente: “Il ricordo del crocifisso crocifigge i vizi” (Guerrico); e nel libro di Rut leggiamo: “Intingi il tuo boccone nell’aceto” (Rt 2,14). Il boccone è il meschino, momentaneo piacere della carne; devi intingere il boccone nell’aceto, cioè nel­l’ama­rezza della passione di Gesù Cristo.

Anche a te perciò il Signore comanda quello che ha comandato ad Abramo, nel racconto che si legge in questa domenica: “Prendi il tuo figlio Isacco, che tanto ami, e va’ nella terra della visione, e lì offrilo a me in olocausto” (Gn 22,2). Isacco s’interpreta “riso” o “godimento”, e in senso morale sta a significare la nostra carne, che ride quando le cose di questo mondo le sorridono, e gode quando soddisfa i suoi desideri. E Salomone dice in proposito: “Il riso”, cioè le cose temporali, “ho reputato un errore” perché fanno deviare (errare) dalla via della verità, “e al godimento” della carne ho detto: perché invano ti illudi?” (Eccle 2,2).

Prendi dunque il figlio tuo, la tua carne, che ami e che nutri con tanto affetto: non sai, povero meschino, che non c’è al mondo peste peggiore del nemico che vive in casa con te? E continua Salomone: “Colui che nutre con delicatezza il suo servo fin dall’in­fan­zia, se lo ritroverà poi pieno di insolenza” (Pro 29,21). “Prendilo dunque, prendilo e crocifiggilo” (Gv 19,15), è reo di morte. Risponde Pilato, cioè l’affetto carnale: “Che cosa ha fatto di male?” (Mt 26,66; 27,23; Lc 23,22). Oh, quanti mali ha fatto il tuo riso, il tuo figlio. Ha disprezzato Dio, ha scandalizzato il prossimo, ha dato la morte alla sua anima. E tu dici: Che cosa ha fatto di male? Prendilo dunque e va’ nella terra della visione.

 

10. “Terra della visione” fu chiamata Gerusalemme, della quale si legge nel vangelo di oggi: “Gesù chiamò segreta­mente i suoi dodici discepoli e disse loro: Saliamo a Gerusalemme” (Mt 20,17-18). Prendi anche tu il figlio tuo e sali con Gesù e gli apostoli a Gerusalemme, e lì offri sull’altare, cioè nella meditazione della passione del Signore, sulla croce della penitenza, il tuo corpo in olocausto. E fa’ bene attenzione che dice “in olocausto”. “Olocausto” viene dal greco olon, tutto, e cauma, bruciamento, combustione; perciò “olocausto” significa “tutto bruciato”. Offri quindi tutto il tuo figlio, tutto il tuo corpo a Gesù Cristo, che si offrì tutto al Padre per distruggere tutto intero il corpo del peccato (cf. Rm 6,6).

E osserva che come il corpo umano è composto di quattro elementi: fuoco, aria, acqua e terra, il fuoco negli occhi, l’aria nella bocca, l’acqua nei lombi, la terra nelle mani e nei piedi; così il corpo del peccatore, schiavo del peccato, ha il fuoco negli occhi per la curiosità (bramosia), l’aria nella bocca per la loquacità, l’acqua nei lombi per la lussuria e la terra nelle mani e nei piedi per la spietatezza. Invece il Figlio di Dio ebbe velato il suo volto – nel quale gli angeli desiderano fissare lo sguardo (cf. 1Pt 1,12) – per mortificare la morbosa curiosità dei tuoi occhi; restò muto come un agnello davanti a colui che non solo lo tosò, ma addirittura lo uccise, e mentre veniva maltrattato non aprì la sua bocca (cf. Is 53,7; At 8,32), per frenare la tua smodata loquacità; il suo fianco fu squarciato dalla lancia per far uscire da te gli umori malsani della lussuria; fu appeso alla croce con i chiodi conficcati nelle mani e nei piedi per eliminare dalle tue mani e dai tuoi piedi l’iniquità (delle opere cattive). Prendi dunque il figlio tuo, il tuo riso, la tua carne, e offri tutto in olocausto, affinché tu possa ardere tutto di carità “la quale copre la moltitudine dei peccati” (1Pt 4,8).

L’Apostolo nell’epistola di oggi dice della carità: “Se io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo risonante o un cembalo squillante” (1Cor 13,1). Dice Agostino: Io chiamo carità quell’impulso dell’a­ni­ma che spinge a fruire di Dio per lui stesso, e a fruire di sé e del prossimo in ordine a Dio. E chi non ha questa carità, anche se fa tante cose buone, tante buone opere, fatica invano; per questo appunto dice l’Apostolo: Anche se parlassi le lingue degli angeli, ecc. La carità portò il Figlio di Dio al patibolo della croce. È detto nel Cantico dei Cantici: “L’amore è forte come la morte” (Ct 8,6). E il beato Bernardo esclama: “O carità, quanto forte è il tuo legame, con il quale perfino il Signore poté essere legato!”. Prendi dunque il figlio tuo (il tuo corpo) e offrilo sull’altare della passione di Gesù Cristo: con il suo fiele, cioè con la sua amarezza sarai illuminato e meriterai di sentirti dire: “Vedi! la tua fede ti ha salvato” (Lc 18,42), ti ha ridato la vista.

 

11. C’è anche un’altra applicazione. Tobia fu illumina­to con il fiele del pesce. La carne del pesce è gustosa, invece il fiele è amaro, e se con esso si bagna la carne del pesce, anch’essa diventa tutta amara. La carne del pesce raffigura il piacere della lussuria, e il fiele che dentro vi è nascosto è l’amarezza della morte eterna. Per questo Giobbe, nello stesso senso anche se con parole diverse, dice: “Il loro cibo era la radice del ginepro” (Gb 30,4). Osserva che la radice del ginepro è dolce e commestibile, ma ha come foglie le spine; così il piacere della lussuria, che è il cibo degli uomini dediti ai piaceri carnali, al momento sembra dolce, ma alla fine produrrà le spine dell’eterna morte.

Sventra dunque il pesce, medita cioè sul piacere del peccato e comprendi quanto sia abietto. Estrai il fiele, vale a dire volgi la tua attenzione alla pena, al castigo che è comminato al peccato e come quel castigo non abbia mai fine: così potrai cambiare in amarezza ogni piacere della tua carne.

 

12. Il terzo cieco fu l’angelo di Laodicea, illuminato con il collirio. Laodicea s’inter­preta “tribù cara al Signore”, e indica la santa chiesa, per amore della quale il Signore ha versato il suo sangue, e da essa, come fece con la tribù di Giuda, scelse il “sacerdozio regale” (1Pt 2,9). L’angelo di Laodicea è il vescovo, ossia il prelato della santa chiesa, che giustamente è chiamato “angelo” per la dignità del suo ufficio, del quale il profeta Malachia dice: “Le labbra del sacerdote custodiscono la scienza; dalla sua bocca si ricerca la legge, perché egli è l’angelo del Signore degli eserciti” (Ml 2,7).

Osserva che in questa citazione sono indicate cinque prerogative, assolutamente necessarie al vescovo o al prelato della chiesa: e cioè la vita, la fama, la scienza, la ricchezza della carità, la tunica talare della purezza.

Le labbra del sacerdote sono due: la vita e la fama; esse devono custodire la scienza, affinché ciò che il sacerdote sa e predica custodisca la sua vita, per quanto riguarda lui stesso, e la sua scienza, per quanto riguarda il prossimo. Da queste due labbra infatti procede la scienza di una predicazione fruttuosa. E se nel prelato ci sono anzitutto queste tre qualità, dalla sua bocca i sudditi ricercheranno la legge, cioè la carità, della quale dice l’Apostolo: “Portate i pesi gli uni degli altri, e così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6,2), cioè il suo precetto della carità; Cristo infatti solo per amore portò nel suo corpo sopra la croce il peso dei nostri peccati. La legge è la carità, che i sudditi “cercano al di fuori” (ex­quirunt), cercano cioè anzitutto nelle opere, per riceverla poi più volentieri e più fruttuosamente dalla bocca stessa del prelato: perché Gesù “incominciò prima a fare e poi a insegnare” (At 1,1). Egli infatti “era potente in opere e in parole” (Lc 24,19).

 

13. “Perché è l’angelo (il messaggero) del Signore degli eserciti”. Ecco la stola della purezza interiore. Vivere nella carne, prescindendo dalla carne, come dice Girolamo, è proprio non della natura umana ma di quella celeste.

Ma all’angelo di Laodicea, cioè al prelato della chiesa, privo di queste cinque doti, il Signore fa dei gravi rimproveri, quando dice: “Tu sei infelice e miserabile, cieco, povero e nudo”. Sei infelice nella tua vita, misera­bile nella fama, cieco nella scienza, povero nella carità, nudo della tunica talare della purezza. Ma poiché il Signore sa curare i mali con i rimedi ad essi contrari, e quando corregge insegna e mentre pungola lenisce il dolore, ecco che dà i suoi consigli al cieco di Laodicea, dicendo: “Ti esorto a comprare da me oro purificato nel fuoco e garantito, per diventare ricco, e a indossare vesti bianche affinché non si veda la vergogna della tua nudità; e ungi i tuoi occhi con il collirio per vedere”. Ti esorto a comprare con il prezzo della buona volontà, da me e non dal mondo, l’oro di una vita preziosa, contro la scoria della tua vita infelice; oro purificato dal fuoco della carità, contro la miseria della tua povertà; oro garantito dal crogiolo della buona fama, contro il fetore della tua infamia; e a rivestirti di vesti bianche, contro la vergogna della tua nudità, e irrorare i tuoi occhi con il collirio, contro la cecità della tua insipienza.

 

14. Osserva che questo collirio, con il quale si illumina­no gli occhi dell’anima, si compone delle cinque parole della passione del Signore, che sono come cinque erbe, delle quali parla appunto il vangelo di oggi: “Sarà conse­gnato ai pagani, e sarà schernito, flagellato e coperto di sputi; e dopo averlo flagellato, lo uccideranno” (Lc 18,32). Ahimè, ahimè, [colui che è] la libertà dei prigio­nieri è imprigionato; la gloria degli angeli è schernita, il Dio di tutti è flagellato, lo specchio senza macchia e il candore della luce eterna (cf. Sap 7,26) è coperto di sputi; colui che è la vita dei morenti è ucciso: e a noi miseri che resta ormai da fare, se non che andiamo e moriamo con lui? (cf. Gv 11,16). Sollevaci, o Signore, dal fango della feccia con l’uncino della tua croce, perché possiamo correre, non dico al profumo (cf. Ct 1,3), ma all’amarezza della tua passione. O anima mia, prepàrati il collirio, fa’ un amaro pianto sulla morte dell’Unigenito (cf. Ger 6,26), sulla passione del Crocifisso! Il Signore innocente è tradito dal discepolo, è schernito da Erode, è flagellato dal preside, è coperto di sputi dalla plebaglia dei giudei, è crocifisso dalla coorte dei soldati! Facciamo una breve considerazione su ognuno di questi fatti.

 

15. Fu tradito da un suo discepolo. Giuda disse: “Che cosa volete darmi, e io ve lo consegnerò?” (Mt 26,15).

O dolore! Si tenta di dare un prezzo a ciò che è inestimabile! Ahimè, Dio viene tradito e venduto per poco denaro. “Che cosa volete darmi?” O Giuda, tu vuoi vendere Dio, il Figlio di Dio, come uno schiavo senza valore, come un “cane morto”, giacché interroghi non la tua volontà ma quella dei compratori. “Che cosa volete darmi?”. E che cosa possono darti? Se ti dessero Gerusalemme, la Galilea e la Samaria, potrebbero forse comperare Gesù? Se potessero darti il cielo e gli angeli, la terra e gli uomini, il mare con quanto contiene, sarebbero forse in grado di comperare il Figlio di Dio, “nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza”? (Col 2,3). Certamente no! Il Creatore può forse essere comperato o venduto dalla creatura? E tu dici: Che cosa volete darmi, e io ve lo consegnerò? Dimmi un po’: In che cosa ti ha offeso, che cosa ti ha fatto di male, perché tu dica: E io ve lo consegnerò? Dov’è l’incomparabile umiltà del Figlio di Dio e la sua volontaria povertà? Dov’è la sua dolcezza e la sua affabilità? Dov’è la sua umanissima predicazione e dove i miracoli da lui operati? Dove sono le sue lacrime pietose versate su Gerusalemme e per la morte di Lazzaro? Dov’è il privilegio per il quale ti ha scelto come apostolo e ti ha fatto suo amico e familiare? Questi fatti e altri ancora non avrebbero dovuto intenerire il tuo cuore e richiamarlo alla pietà e impedirti di dire: Io ve lo consegnerò? Purtroppo, quanti Giuda Iscariota, nome che s’inter­preta “mercede”, ci sono oggi, che per la mercede di un qualche vantaggio temporale vendono la verità, tradiscono il prossimo con il bacio dell’adulazione, e così alla fine si impiccano al laccio della dannazione eterna!

 

16. Fu poi schernito da Erode. Dice infatti Luca: “Erode con il suo esercito lo disprezzò, e per schernirlo gli fece indossare una veste bianca” (Lc 23,11). Il Figlio di Dio viene disprezzato da quella volpe di Erode – “Andate, aveva detto un giorno Gesù, e dite a quella volpe” (Lc 13,32) –, e dal suo eserci­to; mentre invece l’esercito degli angeli gli canta con voce incessante: Santo, santo, santo il Signore, Dio degli eserciti. E Daniele dice: Mille migliaia lo servono e diecimila miriadi lo assistono (cf. Dn 7,10).

“E per schernirlo gli fece indossare una veste bianca” (simbolo di pazzia). Il Padre rivestì il figlio suo Gesù di una veste bianca, vale a dire “la carne, monda da ogni macchia di peccato”, presa dalla Vergine immacolata. Dio Padre ha glorificato il Figlio, che Erode ha disprezzato. Il Padre l’ha rivestito della veste bianca, e Erode lo ha schernito vestendolo allo stesso modo. Oh, dolore, così avviene anche oggi! Erode s’interpreta “gloria della pelle”, e raffigura l’ipocrita che si vanta della sua apparenza esteriore quasi di una pelle, mentre invece “tutta la gloria della figlia del re”, cioè dell’a­nima che è figlia del Re del cielo, deve provenire “dall’interno” (Sal 44,14).

Costui (l’ipocrita) disprezza e schernisce il Signore: lo disprezza quando predica il crocifisso, ma del crocifisso non porta le stimmate; lo schernisce quando si nasconde sotto la gloria della pelle (dell’apparenza) per poter ingannare le membra di Cristo. Suona dolcemente lo zufolo l’uccellatore, mentre inganna l’uccello (Catone). Quanti ne inganna anche oggi la gloria della pelle erodiana (l’ipocrisia)!

 

17. Fu anche flagellato da Ponzio Pilato. Leggiamo in Giovanni: “Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare” (Gv 19,1). E dice Isaia: “Quando passerà il flagello distruttore, voi sarete la massa da lui calpesta­ta, e ogni volta che passerà vi prenderà” (Is 28,18-19). Affinché questo flagello, nel quale sono indicate la morte eterna e la potenza del diavolo, non ci colpisse, il Dio di tutti, il Figlio di Dio, fu legato alla colonna come malfattore, e spietatamente flagellato, tanto da sprizzare sangue da ogni parte del corpo.

O dolcezza della divina misericordia, o pazienza della paterna bontà, o profondo e imperscrutabile mistero dell’e­terno consiglio! Tu, o Padre, vedevi il tuo Unigenito, colui che è uguale a te, venir legato alla colonna come un malfattore e dilaniato con i flagelli come un omicida. E come hai potuto trattenerti? Ti rendiamo grazie, o Padre santo, perché per le catene e per i flagelli del tuo Figlio diletto siamo stati liberati dalle catene e dai flagelli del diavolo. Ma, ahimè, Ponzio Pilato flagella ancora e di nuovo Gesù Cristo. Ponzio s’interpreta “deviante”, e Pilato “martellatore”, o anche “che abbatte con la bocca”, e raffigura colui che devia dai buoni propositi e dopo il voto ritorna al vomito. Costui con la sua bocca blasfema e con il martello della lingua colpisce e flagella Cristo nelle sue membra: allontanatosi infatti, insieme a Satana, dalla presenza del Signore (cf. Gb 2,7), diffama l’Ordine, di uno dice che è superbo, dell’altro che è goloso e, per apparire lui stesso innocente, giudica gli altri colpevoli, e così maschera la sua cattiveria infamando tanti altri.

 

18. Fu anche coperto di sputi dai giudei. Matteo: “Allora gli sputarono in faccia e lo percossero con pugni; altri gli dettero degli schiaffi sul viso” (Mt 26,67).

O Padre, il capo del figlio tuo Gesù, che incute tremore negli arcangeli, viene percosso con una canna; il volto, nel quale gli angeli desiderano fissare lo sguardo (cf. 1Pt 1,12), è lordato dagli sputi dei giudei, colpito dai loro schiaffi; la sua barba è strappata, è colpito con pugni, è trascinato per i capelli. E tu, o clementissimo, taci e dissimuli, e preferisci che uno, che è il tuo unico, sia così coperto di sputi, così schiaffeggiato, piuttosto che tutto il popolo perisca (cf. Gv 11,50). A te la lode, a te la gloria, perché dagli sputi, dagli schiaffi e dai pugni ricevuti dal figlio tuo Gesù hai ricavato per noi la teriàca, il contravveleno per espellere il veleno dall’anima nostra.

Altra applicazione: Il volto di Gesù Cristo raffigura i prelati della chiesa, per mezzo dei quali, come per mezzo del volto, conosciamo Dio. Su questo volto i perfidi giudei, cioè i sudditi malvagi, sputano, quando calunniano e maledicono gli stessi prelati, cosa che il Signore vieta quando dice: “Non maledire il capo del tuo popolo” (At 23,5; cf. Es 22,28).

 

19. Infine, fu crocifisso dai soldati. Dice Giovanni: “I soldati, dopo averlo crocifisso, presero le sue vesti” ecc. (Gv 19,23). “O voi tutti che passate per la strada”, fermate il passo, “considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore” (Lam 1,12).

I discepoli fuggono, i conoscenti e gli amici si eclissano, Pietro rinnega, la sinagoga incorona di spine, i soldati crocifiggono, i giudei bestemmiano deridendo e gli danno da bere fiele e aceto. Quale dolore è come il mio dolore? Come dice la sposa nel Cantico dei Cantici, “le sue mani torni­te, auree, piene di giacinti” (Ct 5,14) furono trafitte dai chiodi. I piedi, ai quali il mare stesso si offrì perché vi camminas­sero sopra, furono inchiodati alla croce. Il volto, che è come il sole quando splende in tutto il suo fulgore (cf. Ap 1,16), si coprì del pallore della morte. Gli occhi amati, ai quali nessuna creatura è invisibile, sono chiusi nella morte. E quale dolore è come il mio dolore? In tutto quello strazio, venne in suo soccorso soltanto il Padre, nelle cui mani affidò il suo spirito dicendo: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). E dopo aver detto questo, “reclinato il capo”, egli che non aveva dove posare il capo, “rese lo spirito” (Gv 19,30).

Ma ahimè, ahimè, tutto il corpo mistico di Cristo, che è la chiesa (cf. Col 1,24), viene di nuovo crocifisso e ucciso! E in questo corpo alcuni sono il capo, altri le mani, altri i piedi, altri il corpo. Il capo sono i contemplativi, le mani sono coloro che fanno vita attiva, i piedi sono i predicatori santi, il corpo tutti i veri cristiani. Tutto questo corpo di Cristo, ogni giorno, i soldati, cioè i demoni, lo crocifiggono con le loro istigazioni, che sono in certo modo dei chiodi; i giudei, i pagani, gli eretici lo bestem­miano, e gli fanno bere il fiele e l’aceto dei tormenti e della persecuzione. Ma non c’è da meravigliarsi: perché “tutti coloro che vogliono vivere piamente in Cristo, subiranno persecuzione” (2 Tm 3,12). Giustamente quindi è detto: “Sarà consegnato, sarà schernito, sarà flagellato, sarà lordato di sputi e sarà crocifisso”. Con queste cinque parole, come con cinque preziosissime erbe, prepàrati il collirio, o angelo di Laodicea, e irrora gli occhi della tua anima per riavere la luce e tu possa sentirti dire: “Vedi! La tua fede ti ha salvato” (Lc 18,42).

O carissimi, preghiamo e chiediamo con insistenza e con la devozione della mente che il Signore Gesù Cristo si degni di illuminare gli occhi della nostra anima con la fede nella sua incarnazione, con il fiele e il collirio della sua passione, egli che ha illuminato il cieco nato, Tobia e l’angelo di Laodicea, affinché anche noi siamo fatti degni di contemplare, nello splendore dei santi e nel fulgore degli angeli, lo stesso Figlio di Dio, che è luce da luce. Ce lo conceda egli stesso, che con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

 

INIZIO DEL DIGIUNO

(Mercoledì delle Ceneri)

 

1. In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: “Quando digiunate non diventate tristi come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiuna­no. In verità vi dico, hanno già ricevuto la loro ricompen­sa. Tu invece, quando digiuni, ungiti il capo e lavati il volto, perché gli uomini non vedano che tu digiuni, ma il Padre tuo che è nel segreto” (Mt 6,16-18).

In questo brano evangelico notiamo due argomenti:

- il digiuno,

- l’elemosina.

 

I. il digiuno

 

2. “Quando digiunate”. In questa prima parte si devono considerare quattro cose: la finzione degli ipocriti, l’unzione della testa, la lavanda del volto, l’occultamento del bene.

“Quando digiunate”. Si legge nella Storia Naturale che con la saliva dell’uomo digiuno si resiste agli animali portatori di veleno: anzi se un serpente la ingerisce, esso muore (Plinio). Quindi nell’uomo digiuno c’è veramente una grande medicina.

Adamo nel paradiso terrestre, finché digiunò dal frutto proibito, si mantenne nell’inno­cenza. Ecco la medicina che uccide il diabolico serpente e che restituisce il paradiso, perduto per colpa della gola. Perciò è detto che Ester castigò il suo corpo con i digiuni, per far cadere l’orgo­glioso Aman e riconquistare ai giudei la benevolenza del re Assuero (cf. Est 4). Digiunate dunque se volete conseguire queste due cose: la vittoria sul diavolo e la restituzione della grazia perduta.

Ma “quando digiunate, non diventate tristi come gli ipocriti” (Mt 6,16), cioè non ostentate il vostro digiuno con la tristezza del volto: non proibisce la virtù, bensì la falsa apparenza della virtù..

Ipocrita si dice anche “dorato”, che cioè ha l’apparenza dell’oro, ma all’interno, nella coscienza, è fangoso. Questo è l’idolo dei Babilonesi Bel (Bal), del quale dice Daniele: “Non t’ingannare, o re, quest’idolo di fuori è di bronzo, ma di dentro è solo fango” (Dn 14,6).

Il bronzo risuona e all’aspetto può quasi sembrare oro. Così l’ipocrita ama il suono della lode e ostenta una parvenza di santità. L’ipocrita è umile nel volto, dimesso nella veste, sommesso nella voce, ma lupo nella sua mente.

Questa tristezza non è secondo Dio. È un modo strano di procurarsi la lode, quello di ostentare i segni della tristezza. Gli uomini sono soliti rallegrarsi quando guada­gnano soldi. Ma si tratta di affari diversi: in questi ultimi c’è la vanità, negli altri la falsità.

“Si sfigurano (lat. exterminant) la faccia” (Mt 6,16), cioè la avviliscono oltre i limiti (extra terminos) della condizione umana. Come si può menar vanto del lusso delle vesti, così si può farlo anche dello squallore e della macilenza. Non si deve abbandonarsi né ad uno squallore esagerato, né ad una eccessiva ricercatezza: è bene tenere il giusto mezzo.

“Per far vedere agli uomini...”. Qualunque cosa facciano, è apparenza, dipinta di falso colore. Commenta la Glossa: Lo fanno per apparire diversi dagli altri ed essere chiamati superuomini, perfino per lo svilimento.

“... che digiunano” (Mt 6,16). L’ipocrita digiuna per riceverne lode, l’avaro per riempire la borsa, il giusto per piacere a Dio. “In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Mt 6,16). Ecco la mercede del postribolo, del quale dice Mosè: “Non prostituire tua figlia” (Lv 19,29). La figlia rappresenta le loro opere, che pongono nel postribolo del mondo per riceverne la ricompensa della lode. Sarebbe pazzo chi vendesse per un soldo di piombo una preziosa moneta d’oro. Ma vende per un prezzo vilissimo una cosa di grande valore, colui che fa il bene per averne lode dagli uomini.

 

3. “Tu invece, quando digiuni, ungiti il capo e lavati il volto” (Mt 6,17). Ciò è in accordo con quanto dice Zaccaria: “Questo dice il Signore degli eserciti: Il digiuno del quarto mese, del quinto, del settimo e del decimo mese saranno per la casa di Giuda giorni di gaudio e di letizia, giorni di grande festa” (Zc 8,19).

“Casa di Giuda” s’interpreta “che manifesta”, o “che loda”, e raffigura i penitenti che manifestando e confessando i loro peccati dànno lode a Dio. Di costoro è, e dev’es­sere, il digiuno del quarto mese, perché digiunano (si astengono) da quattro peccati: dalla superbia del diavolo, dall’impurità dell’anima, dalla gloria del mondo, dall’in­giuria al prossimo. “Questo è il digiuno che io amo” dice il Signore (Is 58,6).

Il digiuno del quinto mese consiste nel trattenere i cinque sensi dalle distrazioni e dai piaceri illeciti. Il digiuno del settimo mese è la repressione della cupidigia terrena: come infatti si legge che il settimo giorno non ha fine, così neppure la cupidigia del denaro tocca mai il fondo della sufficienza.

Il digiuno del decimo mese consiste nell’astenersi dal perseguire uno scopo cattivo. Il dieci segna la fine di ogni numero: e chi vuol contare oltre deve ricominciare dall’uno. Il Signore si lamenta per bocca di Malachia: “Voi mi frodate, e mi dite: In che cosa ti abbiamo frodato? Nelle decime e nelle primizie” (Ml 3,8), cioè nel cattivo scopo e nel­l’inizio di una intenzione perversa. E fa’ attenzione, che mette le decime prima delle primizie, perché è soprat­tutto per il fine perverso che viene condannata tutta l’opera precedente. Questo digiuno si trasforma per i penitenti in gaudio della mente, in letizia di amore divino e in splendida solennità di celeste conversazione.

Questo vuol dire ungere il capo e lavare il volto. Unge il capo colui che nel suo interno è ricolmo di letizia spirituale; lava il suo volto colui che orna le sue opere con l’onestà della vita.

 

4. Altro senso. “Tu invece quando digiuni...”. Sono molti coloro che digiunano in questa quaresima, e tuttavia persi­stono nei loro peccati. Questi non si ungono il capo.

Osserva che c’è un triplice unguento: il lenitivo (seda­tivo), il corrosivo e il pungitivo (che punge). Il primo lo produce il pensiero della morte, il secondo la presenza del futuro Giudice, il terzo la geenna.

C’è il capo coperto di pustole, di verruche e di impetigine. La pustola è una piccola protuberanza superficiale, rigonfia di marcia (pus); la verruca è un’escrescenza di carne superflua, per cui verrucoso può significare anche “superfluo”; l’impetigine è una scabbia secca, che deturpa la bellezza. In queste tre infermità sono indicate la superbia, l’avarizia e la lussuria ostinata.

Tu, o superbo, richiama agli occhi della tua mente la corruzione del tuo corpo, il marciume e il fetore che manderà. Dove sarà allora quella tua superbia del cuore, quella tua ostentazione di ricchezze? Allora non ci saranno più le parole piene di vento, perché la vescica si sgonfia ad una minima puntura di ago. Queste verità, meditate nell’intimo, ungono il capo pustoloso, umiliano cioè la mente orgogliosa.

E tu, o avaro, ricordati dell’ultimo esame, dove ci sarà il Giudice sdegnato, ci sarà il carnefice pronto a tormentare, vi saranno i demoni che accusano e la coscienza che rimor­de. Allora il tuo argento sarà gettato via, l’oro divente­rà sudiciume; il tuo oro e il tuo argento non potranno liberarti dal giorno dell’ira del Signore (cf. Ez 7,19). Queste verità, meditate con attenzione, consumano e stacca­no le verruche della superfluità, e le dividono tra coloro che mancano anche del necessario. Perciò, quando digiu­ni, cospargi – ti scongiuro – il tuo capo con questo unguento, affinché ciò che sottrai a te stesso venga elargito al povero.

Tu poi, o lussurioso, pensa alla geenna dal fuoco inestinguibile, dove ci sarà morte senza morte, fine senza fine; dove si cerca la morte ma non la si trova; dove i dannati si mangeranno la lingua e malediranno il loro Creatore. Legna di quel fuoco saranno le anime dei peccato­ri e il soffio dell’ira di Dio le incendierà. Dice Isaia: “Da ieri”, cioè dall’eternità, “è preparato il Tofet”, la geenna di fuoco, “profonda e vasta. Fuoco e legna abbonderanno; il soffio del Signore l’accenderà come torrente di zolfo” (Is 30,33).

Ecco l’unguento che punge, che penetra, capace di risanare la più ostinata lussuria. Come chiodo scaccia chiodo, così queste verità, meditate assiduamente, sono in grado di reprimere gli stimoli della lussuria. Tu quindi, quando digiuni, ungiti il capo con questo unguento.

 

5 “Lava il tuo volto”. Le donne, quando vogliono uscire in pubblico, si mettono davanti allo specchio e se scoprono nel loro viso qualche macchia, la lavano con l’acqua. Così anche tu, guarda nello specchio della tua coscienza, e se vi troverai la macchia di qualche peccato, corri immediata­mente alla fonte della confessione. Quando nella confes­sione si lava con le lacrime il viso del corpo, anche il volto dell’anima viene deterso e illuminato. C’è da osservare che le lacrime sono luminose contro l’oscurità, sono calde contro il freddo, sono salate contro il fetore del peccato.

“Perché gli uomini non vedano che tu digiuni”. Digiuna per gli uomini chi cerca il loro plauso. Digiuna per il Signore chi si macera per suo amore e largisce agli altri ciò che sottrae a se stesso.

“Ma solo il Padre tuo che è nel segreto” (Mt 6,18). Aggiunge la Glossa: Il Padre è nel segreto, cioè nell’intimo, per mezzo della fede, e ricompensa ciò che viene fatto nel segreto. Quindi nel segreto si deve digiunare, perché lui solo veda. Ed è necessario che chi digiuna, digiuni in modo da piacere a colui che porta in seno. Amen.

 

II. l’elemosina

 

6. “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano” (Mt 6,19).

La ruggine consuma i metalli, la tignola le vesti; ciò che si salva da questi due flagelli, lo rubano i ladri. Con queste tre espressioni viene condannata ogni forma di avarizia. Vedremo il significato morale delle cinque parole: terra, tesori, ruggine, tignola e ladri.

La terra, così chiamata perché si dissecca (lat. torret) per la siccità naturale, raffigura la carne, che è talmente assetata da non dire mai basta. I tesori sono i preziosi sensi del corpo. La ruggine, malattia del ferro, così chiamata da erodere, indica la libidine che, mentre dilet­ta, distrugge lo splendore dell’anima e la consuma. La tignola, così chiamata perché “tiene”, indica la superbia oppure l’ira. I ladri (lat. fures, da furvus: oscuro), che lavorano nell’oscurità della notte, raffigurano i demoni.

Quindi se lavoriamo portiamo qualcosa nella carne, nascondiamo i tesori nella terra, vale a dire che, mentre occupiamo i preziosi sensi del corpo nei desideri terreni o della carne, la ruggine, cioè la libidine, li consuma. Inoltre la superbia, l’ira e gli altri vizi distruggono la veste dei buoni costumi, e se resta ancora qualche cosa i demoni la rubano, poiché sono sempre intenti proprio a questo: spogliare dei beni spirituali.

“Accumulatevi dei tesori nel cielo” (Mt 6,20). Grande tesoro è l’elemosina. Disse Lorenzo: Le ricchezze della Chiesa sono state riposte nel tesoro celeste dalle mani dei poveri. Accumula tesori in cielo chi dà a Cristo. Dà a Cristo chi largisce al povero: Ciò che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me (cf. Mt 25,40).

“Elemosina” è un termine greco: in latino è misericordia. Misericordia significa “che irrìga il misero cuore” (miserum rigans cor). L’uomo irrìga l’orto per ricavarne i frutti. Irrìga anche tu il cuore del povero miserabile con l’elemosina, che è detta l’acqua di Dio, per riceverne il frutto nella vita eterna. Il tuo cielo sia il povero: in lui riponi il tuo tesoro, affinché in lui sia sempre il tuo cuore: e ciò soprattutto durante questa santa quaresima.

E dov’è il cuore è anche l’occhio; e dove sono il cuore e l’occhio, lì è anche l’intel­letto, del quale dice il salmo: “Beato chi fa attenzione (intelligit, comprende, ha cura) al misero e al povero (Sal 40,2). E Daniele disse a Nabucodonosor: “Ti sia accetto, o re, il mio consiglio: sconta i tuoi peccati con l’elemosina e le tue iniquità con opere di misericordia verso i poveri” (Dn 4,24).

Molti sono i peccati e le iniquità, e perciò molte devono essere le elemosine e le opere di misericordia verso i poveri: riscattati con esse dalla schiavitù del peccato, possiate ritornare liberi alla patria celeste. Ve lo conceda colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

III. sermone morale

 

7. Si legge nel libro dei Giudici che Gedeone espugnò gli accampamenti di Madian con lucerne, trombe e brocche (cf. Gdc 7,16-23). Anche Isaia dice: “Ecco il Dominatore, il Signore degli eserciti spezzerà con il terrore la brocca di terracotta; gli alti di statura saranno troncati, e i potenti saranno umiliati. Il folto della selva sarà di­strutto col ferro, e il Libano cadrà con i suoi alti cedri” (Is 10,33-34). Vediamo che significato morale abbiano Gedeone, la lucerna, la tromba e la brocca.

Gedeone s’interpreta “che gira nell’utero”, e indica il penitente che, prima di accostarsi alla confessione, deve girare nell’utero della sua coscienza, nella quale viene concepito e generato il figlio della vita o della morte. [Deve pensare] alla sua età, a quanti anni poteva avere quando incominciò a peccare mortalmente, e poi quanti e quali peccati mortali ha commesso e quante volte; quali furono i luoghi, quali i tempi; se ha peccato in privato o in pubblico, se è stato costretto, se è stato prima tentato oppure se ha peccato prima ancora di essere tentato, ciò che è molto più grave.

E se si è già confessato di tutte queste cose; e se, dopo essersi confessato, è ricaduto negli stessi peccati, e quante volte; perché in questo caso è stato molto e molto più ingrato verso la grazia di Dio. Se ha trascurato la confessione e per quanto tempo è rimasto in peccato senza confessarsi; e se in peccato mortale ha ricevuto il corpo del Signore.

Di questo giro di ricerca è detto nel primo libro dei Re: “Samuele fu giudice (iudicabat) in Israele tutti i giorni della sua vita. E ogni anno andava in giro a Betel, a Gàlgala e a Masfa. Ritornava poi a Rama perché lì era la sua casa” (1Re 7,15-16). Samuele s’interpreta “che ascolta il Signore”, Betel “casa di Dio”, Gàlgala “colle della circoncisione”, Masfa “che contempla il tempo”, Rama “vidi la morte”. Quindi il penitente, sentendo il Signore che dice “fate penitenza” (Mt 3,2), deve giudicare se stesso per tutti i giorni della sua vita, per vedere se egli è Israele, cioè se è uno che vede Dio.

Ogni anno, durante questa quaresima, deve perquisire la propria coscienza, che è la casa di Dio, e tutto ciò che vi trova di nocivo o di superfluo deve circonciderlo nel­l’u­mi­l­tà della contrizione; e deve anche considerare il tempo passato, cercando diligentemente ciò che ha commesso, ciò che ha omesso, e, dopo tutto questo, ritornare sempre al pensiero della morte, che deve avere davanti agli occhi, anzi in questo pensiero deve dimorare.

 

8. Il penitente, attento esploratore, fatto in questo modo il giro, deve subito accendere la lampada che arde e illumina (cf. Gv 5,35); in essa è indicata la contrizione, la quale, per il fatto che arde, per questo anche illumina. Infatti dice Isaia: “La luce d’Israe­le diverrà un fuoco e il suo Santo una fiamma; e sarà acceso e divorerà le sue spine e i suoi rovi in un giorno. La magnificenza della sua selva e del suo Carmelo sarà consumata dall’anima fino alla carne” (Is 10,17-18) .

Ecco che cosa fa la vera contrizione. Quando il cuore del peccatore si accende con la grazia dello Spirito Santo, brucia per il dolore e illumina per la cognizione di se stesso; e allora le spine, cioè la coscienza piena di triboli e di rimorsi, e i rovi, vale a dire la tormentosa lussuria, tutto viene distrutto, perché all’interno e all’esterno viene riportata la pace. E la magnificenza della selva, cioè del lusso di questo mondo, e del Carmelo, che s’inter­preta “molle”, e cioè la dissolutezza carnale, vengono estirpate dall’anima fino alla carne, poiché tutto ciò che c’è d’immondo, sia nell’anima che nel corpo, viene consumato dal fuoco della contrizione.

Fortunato colui che brucia e illumina con questa lampa­da, della quale dice Giobbe: “Lampada disprezzata nel pensiero dei ricchi, preparata per il tempo stabilito” (Gb 12,5). I pensieri dei ricchi di questo mondo sono: custo­dire le cose conquistate e sudare nel conquistarne altre; e perciò raramente o mai si trova in essi la vera contrizio­ne; essi la disdegnano perché fissano l’animo nelle cose transitorie. Infatti mentre perseguono con tanto ardore il piacere delle cose temporali, dimenticano la vita dell’ani­ma, che è la contrizione, e così vanno incontro alla morte.

Dice la Storia Naturale che la caccia ai cervi si fa in questo modo. Due uomini partono, e uno di loro zufola e canta: allora il cervo segue il canto perché ne è attrat­to; intanto il secondo scocca la freccia, lo colpisce e lo uccide. Nello stesso modo viene data la caccia ai ricchi. I due cacciatori sono il mondo e il diavolo. Il mondo davanti al ricco zufola e canta, perché gli mostra e gli promette i piaceri e le ricchezze; e mentre quello stolto lo segue incantato, perché in quelle cose trova diletto, viene ucciso dal diavolo e portato nella cucina dell’inferno per esservi cotto e arrostito.

 

9. Ma ecco finalmente il tempo della quaresima, istituito dalla chiesa per espiare i peccati e salvare le anime: in esso è preparata la grazia della contrizione, che ora sta spiritualmente alla porta e bussa; se vorrai aprirle e accoglierla, cenerà con te e tu con lei (cf. Ap 3,20). E allora comincerai a suonare la tromba in modo meraviglioso.

La tromba è la confessione del peccatore contrito. Di essa è detto nell’Esodo: “Tutto il monte Sinai fumava, perché su di esso era disceso il Signore nel fuoco, e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace, e tutto il monte metteva terrore. E un suono di tromba a poco a poco si faceva più forte e persistente” (Es 19,18-19).

Queste parole descrivono come deve comportarsi il peccatore nella sua confessione. Il monte è così chiamato perché non si muove. Il monte Sinai, nome che s’interpreta “i miei denti”, raffigura il penitente, forte e intrepido nel tempo della tentazione, che con i denti, cioè con i castighi che si infligge, lacera le sue carni, vale a dire le sue tendenze carnali. Egli fuma tutto per le lacrime che salgono dalla fornace della contrizione: e ciò proviene dalla discesa della grazia celeste.

“E tutto il monte incuteva terrore”, perché il penitente ha le lacrime e la mestizia nel volto, la povertà nelle vesti, il dolore nel cuore e i sospiri nella voce.

“E il suono della tromba, cioè della confessione, a poco a poco si faceva più forte e insistente”, ecc. Qui è indicato il modo di confessarsi. All’inizio della confes­sione deve incominciare dall’accusa di sé, come è passato dalla suggestione al piacere, dal piacere al consenso, dal consenso alla parola, dalla parola all’azione, dall’azione alla ripetizione del peccato, dalla ripetizione all’abitu­dine.

Incominci prima dalla lussuria, da tutte le sue modalità e circostanze, secondo natura e contro natura. Poi dall’avarizia, usura, furto e rapina e da tutto il mal tolto, che è tenuto a restituire se ne ha la possibilità.

Se poi è chierico incominci dalla simonia, e se ha ricevuto gli ordini mentre era scomunicato, o se li ha esercitati, o se nel riceverli ha commesso delle irrego­larità. In fine potrà confessarsi di tutte le altre cose, come sembrerà meglio al penitente e al confessore.

 

10. Fatta la confessione, dev’essere imposta la penitenza (soddisfazione), che è indicata nella rottura della brocca o del vaso di terracotta. Il vaso viene spezzato, il corpo viene fatto soffrire; Madian, che s’interpreta “dal giudizio” o “iniquità”, cioè il diavolo che dal giudizio di Dio è già condannato, viene sconfitto e la sua iniquità annientata.

Ed è appunto ciò che dice Isaia: “Gli alti di statura”, cioè i demoni, “saranno troncati”, “e i potenti”, cioè gli uomini superbi “saranno umiliati, e il folto della selva”, cioè la dovizia della cose temporali, “sarà distrutta dal ferro” del timore di Dio; “e il Libano”, cioè lo splendore del lusso mondano, “con i suoi alti cedri”, cioè le nullità, le truffe e le apparenze, “tutto crollerà” (Is 10,33-34).

Fa’ attenzione che la soddisfazione, cioè la penitenza, consiste in tre cose: nell’ora­zione per ciò che riguarda Dio, nell’elemosina per ciò che riguarda il prossimo, e nel digiuno per ciò che riguarda noi stessi, affinché la carne, che nel piacere ha condotto al peccato, nell’es­piazione e nella sofferenza conduca al perdono.

Si degni di concedercelo colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

DOMENICA I DI QUARESIMA (1)

Temi del sermone

 

– Vangelo: “Gesù fu condotto nel deserto”; si divide in sermone allegorico e sermone morale.

– Sermone allegorico: in primo luogo, il triplice deserto, e il sermone sulla venuta del Signore: “Manda, Signore, l’agnello”.

– Sermone sul “ternario” maledetto: “Ioab prese tre lance”.

– Sermone morale: in primo luogo sermone ai clau­strali: “Furono date alla donna due ali di aquila”; la natura dell’aquila e le proprietà dell’avvoltoio.

– Sermone sulla contrizione del cuore: “Nel soffio potente”, e “Sacrificio a Dio”.

– Sermone ai sacerdoti, come debbano tener segreta la confessione: “La confessione deve essere inabitabile”; e “Guardatevi bene dal salire sul monte”.

– Sermone sui sette vizi e sulle proprietà dello struzzo, dell’asino e del riccio: “Sarà un covo di dragoni”.

– Sermone a coloro che si confessano, come debbano confessare i peccati e le loro circostanze: “Prendi la cetra”.

– Sermone sulla confessione: “Quanto è terribile questo luogo”.

– Sermone sul digiuno di quaranta giorni: “E avendo digiunato quaranta giorni”, e “Gli esploratori mandati da Mosè”.

– Sermone sul dovere di confessare e specificare le circostanze del peccato: “Giosuè conquistò anche Makkeda”.

– Sermone sul “ternario” maledetto, con il quale il diavolo ci tenta: “Rivestiamoci dell’uomo nuovo”.

 

esordio - il deserto di engaddi

 

1. “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo”, ecc. (Mt 4,1).

Leggiamo nel primo libro dei Re, che Davide abitò nel deserto di Engaddi (cf. 1Re 24,1-2). Davide s’interpreta “di mano forte” e indica Gesù Cristo che, con le mani inchiodate sulla croce, sconfisse le potenze dell’aria (diaboliche). O meravigliosa potenza: vincere il proprio nemico con le mani legate! Cristo abitò nel deserto di Engaddi, nome che s’interpreta “occhio della tentazione”.

Osserva che l’occhio della tentazione è triplice. Il primo è quello della gola, del quale è detto nella Genesi: “E la donna vide che l’albero era buono da mangiare, bello agli occhi e di aspetto gradevole; prese del suo frutto, ne mangiò e ne diede a suo marito” (Gn 3,6). Il secondo è quello della superbia e della vanagloria, del quale Giobbe, parlando del diavolo, dice: “Guarda tutto ciò che è alto: egli è il re di tutti i figli della superbia” (Gb 41,25). Il terzo è quello dell’avarizia, del quale parla il profeta Zaccaria: “Questo è il loro occhio in tutta la terra” (Zc 5,6).

Cristo dunque dimorò nel deserto di Engaddi per quaranta giorni e quaranta notti; in esso subì dal diavolo le tentazioni della gola, della vanagloria e dell’avarizia.

 

2. È detto perciò nel vangelo di oggi: “Gesù fu condotto nel deserto”. Osserva che i deserti sono tre, e in ognuno di essi fu condotto Gesù: il primo è il grembo della Vergi­ne, il secondo è quello del vangelo di oggi, il terzo è il patibolo della croce. Nel primo fu condotto solo dalla misericordia, nel secondo per darcene l’esempio, nel terzo per obbedire al Padre.

Del primo dice Isaia: “Manda, Signore, l’agnello dominatore della terra, dalla pietra del deserto al monte della figlia di Sion” (Is 16,1). O Signore, Padre, manda l’agnello, non il leone, il dominatore, non il distruttore, dalla pietra del deserto, cioè dalla beata Vergine che è detta “pietra del deserto”: “pietra”, per il fermo proposito della verginità, per cui rispose all’angelo: “Come può avvenire questo, poiché non conosco uomo?” (Lc 1,34), vale a dire: ho fatto il fermo proposito di non conoscerlo?; “del deserto”, perché non lavorabile (lat. inarabilis): restò infatti intatta, vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto. Mandalo al monte della figlia di Sion, cioè alla santa chiesa che è figlia della celeste Gerusalemme.

Del secondo deserto dice Matteo: “Gesù fu condotto nel deserto, per essere tentato dal diabolo”, ecc.

Del terzo parla Giovanni Battista: “Io sono la voce di colui che grida nel deserto” (Gv 1,23). Giovanni Battista è detto “voce” perché, come la voce precede la parola, così egli precedette il Figlio di Dio. Io, disse, sono la voce di Cristo, che grida nel deserto, cioè sul patibolo della croce: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46). In questo deserto tutto fu pieno di spine ed egli fu privo di ogni forma di umano soccorso.

 

la triplice tentazione di adamo e di gesù cristo

 

3. “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto”. Si è soliti domandarsi da chi Gesù sia stato condotto nel deser­to. Luca lo dice chiaramente: “Gesù, pieno di Spirito Santo, si ritirò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto” (Lc 4,1). Fu condotto da quello stesso Spirito di cui era ripieno, e del quale egli stesso dice per bocca di Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché mi ha consacrato con l’unzione” (Is 61,1). Da quello Spirito, dal quale fu “unto” (consacrato) più dei suoi compagni (cf. Eb 1,9), fu condotto nel deserto, per essere tentato dal diavolo.

Poiché il Figlio di Dio, il nostro Zorobabele, nome che s’interpreta “maestro di Babilonia”, era venuto a ricostruire il mondo rovinato dal peccato e, come medico, a risanare i malati, fu necessario che egli curasse i mali con i rimedi opposti: come nell’arte medica le cose calde si curano con il freddo, e le cose fredde con il caldo.

La rovina e la fragilità del genere umano fu il peccato di Adamo, costituito da tre passioni: la gola, la vanagloria, l’avarizia. Dice infatti il verso: “La gola, la vanagloria e la cupidigia vinsero il vecchio Adamo” (autore igno­to). Questi tre peccati li trovi descritti nella Genesi: “Disse il serpente alla donna: Il giorno in cui mangerete di questo frutto, si apriranno i vostri occhi”, ecco la gola; “sarete come dèi”, ecco la vanagloria; “conoscerete il bene e il male”, ecco l’avarizia (Gn 3,4-5). Queste furono le tre lance con le quali fu ucciso Adamo insieme con i suoi figli [con la sua discendenza].

Leggiamo nel secondo libro dei Re: “Ioab prese in mano tre lance e le conficcò nel cuore di Assalonne” (2Re 18,14). Ioab s’interpreta “nemico” e giustamente indica il diavolo che è il nemico del genere umano. Egli, con la mano della falsa promessa, “prese tre lance”, cioè la gola, la vanagloria e l’avarizia, “e le conficcò nel cuore”, nel quale è la fonte del calore e della vita dell’uomo – “da esso, dice Salomone, procede la vita” (Pro 4,23) –, per spegnere il calore dell’amore divino e togliere completamente la vita; “nel cuore di Assalonne”, nome che s’interpreta “pace del padre”. E questo fu Adamo, che fu posto in un luogo di pace e di delizie affinché, obbedendo al Padre, conservasse eternamente la sua pace. Ma poiché non volle obbedire al Padre, perdette la pace e nel suo cuore il diavolo conficcò le tre lance e lo privò completamente della vita.

 

4. Il Figlio di Dio venne dunque nel tempo favorevole e, obbedendo a Dio Padre, reintegrò ciò che era perduto, curò i vizi con i rimedi opposti. Adamo fu posto nel paradiso nel quale, immerso nelle delizie, cadde. Gesù invece fu condotto nel deserto, nel quale, persistendo nel digiuno, sconfisse il diavolo.

Osservate come concordino tra loro, nella Genesi e in Matteo, le tre tentazioni: “Disse il serpente: Nel giorno in cui ne mangerete”; “e avvicinandosi, il tentatore gli disse: Se sei il Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pani” (Mt 4,3): ecco la tentazione di gola. Parimenti: “Sarete come dèi”; “allora il diavolo lo portò nella città santa, e lo pose sul pinnacolo del tempio” (Mt 4,5), ecco la vana­gloria. E infine: “Conoscerete il bene e il male”; “di nuovo il diavolo lo portò su di un monte altissimo, gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, e gli disse: Tutto questo io ti darò, se prostrandoti mi adore­rai” (Mt 4, 8-9). Il diavolo, quanto è perfido, altrettanto perfidamente parla: questa è la tentazione dell’avarizia.

Ma la Sapienza, poiché sempre sapientemente agisce, superò le tre tentazioni del diavolo con tre sentenze del Deuteronomio.

Gesù, quando il diavolo lo tentò di gola, rispose: “L’uomo non vive di solo pane” (Mt 4,4; cf. Dt 8,3), come dicesse: Come l’uomo esteriore vive di pane materiale, così l’uomo inte­riore vive del pane celeste, che è la parola di Dio. La Parola di Dio è il Figlio, che è la Sapienza che procede dalla bocca dell’Altissimo (cf. Eccli 24,5). La sapienza è chiamata così da sapore. Quindi il pane dell’anima è il sapore della sapienza, con il quale assapora i doni del Signore e gusta quanto soave è il Signore stesso (cf. Sal 33,9). Di questo pane è detto nel libro della Sapienza: “Hai preparato loro un pane dal cielo, che ha in sé ogni delizia e ogni soave sapore” (Sap 16,20). E questo intende quando dice: “Ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4; cf. Dt 8,3). “Di ogni parola”, perché la parola di Dio e la sapienza hanno ogni soave sapore, che rende insipido ogni piacere della gola. E poiché Adamo ebbe nausea di questo pane, cedette alla tentazione della gola. Giustamente dunque è detto: Non di solo pane, ecc.

Parimenti, quando il diavolo lo tentò di vanagloria, Gesù rispose: “Non tenterai il Signore, Dio tuo” (Mt 4,7; Dt 6,16). Gesù Cristo è Signore per la creazione, è Dio per l’eternità. E questo Gesù il diavolo tentò, quando esortò a gettarsi giù dal pinnacolo del tempio lo stesso creatore del tempio, e promise l’aiuto degli angeli al Dio di tutte le potenze celesti. “Non tenterai, dunque, il Signore, tuo Dio!” Anche Adamo ha tentato il Signore Dio, quando non osservò il comando del Signore e Dio, ma prestò fede con leggerezza alla falsa promessa: “Sarete come dèi”. Quale vanagloria, credere di poter diventare dèi! O miserabile! Invano ti innalzi al di sopra di te stesso, e perciò ancor più miseramente crolli al di sotto di te. “Non tentare, quindi, il Signore, tuo Dio.

Infine, quando il diavolo lo tentò di avarizia, Gesù rispose: “Adorerai il Signore, Dio tuo, e a lui solo servi­rai” (Mt 4,10; cf. Dt 6,13; 10,20). Tutti coloro che amano il denaro o la gloria del mondo, si inginocchiano davanti al diavolo e lo adorano. Noi invece, per i quali il Signore è venuto nel grembo della Vergine, e ha subìto il patibolo della croce, istruiti dal suo esempio, andiamo nel deserto della penitenza e con il suo aiuto reprimiamo la cupidigia della gola, il vento della vanagloria e il fuoco dell’ava­rizia.

Adoriamo anche noi colui che gli arcangeli stessi adorano, serviamo colui che gli angeli servono, colui che è benedetto, glorioso, degno di lode ed eccelso nei secoli eterni. E tutto il creato dica: Amen!

 

 

DOMENICA I DI QUARESIMA (2)

La penitenza

 

esordio. sermone ai claustrali,

ossia sermone sull’anima penitente

 

1. “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto”, ecc. (Mt 4,1).

Leggiamo nell’Apocalisse: “Furono date alla donna due ali di aquila, perché volasse nel deserto” (Ap 12,14). Questa donna raffigura l’anima penitente, della quale nel vangelo di Giovanni il Signore dice: “La donna”, cioè l’anima, “quando partorisce” nella confessione il peccato, che ha concepito nel piacere, “è in tristezza” (Gv 16,21), ed è giusto che lo sia. A questa donna vengono date due ali di aquila. L’aquila, così chiamata per l’acutezza della sua vista, o anche del becco, raffigura il giusto; l’aquila infatti ha una vista acutissima, e quando per la vecchiaia il suo becco si ingrossa, lo affila sfregandolo ad una pietra, e così ringiovanisce. Allo stesso modo il giusto, con l’acu­tezza della contemplazione, fissa lo sguardo nello splendore del vero sole, e se un po’ alla volta il suo becco, cioè l’ardore della mente, si infiacchisce a motivo di qualche peccato, così che non è più in grado di nutrirsi dell’abituale cibo della dolcezza interiore, subito lo affila alla pietra della confessione e così ringiovanisce nella giovinezza della grazia. Infatti dice di lui il Profeta: “La tua giovinezza si rinnoverà come quella dell’aquila” (Sal 102,5).

Due sono le ali di quest’aquila, l’amore e il timore di Dio, di cui il Signore dice a Giobbe: “Forse che per la tua sapienza si veste di penne lo sparviero e distende la sue ali verso il mezzogiorno?” (Gb 39,26). Anche lo sparviero, come l’aquila, è figura del giusto. E osserva che lo sparviero fa due cose: afferra con gli artigli del piede, e non afferra un uccello se non durante il volo.

Così fa anche il giusto: afferra con il piede dell’affetto, e non afferra il bene se non volando: delle cose terrene non si cura. Egli mette le penne della sapienza di Dio. Le penne dell’avvoltoio sono i pensieri puri del giusto, che si formano ordinatamente nella sua mente per mezzo della sapienza di Dio, così chiamata da “sapore”: infatti in quanto hai sapore di Dio, in tanto metti le penne; in quanto provi il sapore della sua dolcezza, in tanto metti le penne dei buoni pensieri. E così quest’avvoltoio disten­de le sue ali, cioè l’amore e il timore divino, verso mezzogiorno, cioè verso Gesù Cristo, che viene da mezzo­giorno (cf. Ab 3,3), per effondere il calore che nutre e infondere in esse la grazia che sostiene. Queste due ali sono date alla donna, cioè all’anima penitente, con le quali, sollevata dalle cose terrene, possa volare nel deserto della penitenza, del quale è detto nel vangelo di questa domenica: “Gesù fu condotto nel deserto”.

 

2. E sempre in questa domenica si legge nell’introito della messa: “Mi invocherà e io lo esaudirò”; e l’epistola del beato Paolo ai Corinzi dice: “Vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio”.

E poiché sono arrivati per noi i giorni della penitenza per la remissione dei peccati e per la salvezza delle anime, tratteremo della penitenza, che consiste in tre atti: la contrizione del cuore, la confessione della bocca e l’opera di soddisfazione (riparazione); tratteremo poi dei peccati contrari alla penitenza, cioè la gola, la vanagloria e l’avarizia. Tutti questi sei argomenti sono desunti dal vangelo di oggi. E tutto sia a lode di Dio e ad utilità della nostra anima.

 

I. la contrizione del cuore

 

3. “Gesù fu condotto nel deserto”. “Io vi ho dato un esempio – dice Gesù – affinché come ho fatto io, così facciate anche voi” (Gv 13,15). Che cosa ha fatto Gesù? Fu condotto dallo Spirito nel deserto. E tu che credi in Gesù e da Gesù speri la salvezza, fatti condurre, ti scongiuro, nel deserto della confessione dallo spirito di contrizione, per compiere in modo perfetto il numero quaranta della soddisfazione (riparazione).

Osserva che la contrizione del cuore è chiamata “spirito”, soffio; infatti Davide dice: “Con il soffio violento tu sfascerai le navi di Tarsis” (Sal 47,8). Tarsis s’interpreta “ricerca del godimento”. Le navi di Tarsis raffigurano le aspirazioni dei secolari che, attraverso il mare di questo mondo, dalla vela della concupiscenza carnale e dal vento della vanagloria sono portati alla ricerca del godimento del benessere mondano. Quindi nel vento impetuoso della contrizione il Signore sfascia le navi di Tarsis, vale a dire le aspirazioni dei secolari, affinché, trasformati dalla contrizione, non ricerchino il falso godimento, ma quello vero.

Osserva che lo spirito (vento) di contrizione è detto “impetuoso” per due motivi: perché porta in alto la mente (vehemens, vehit sursum mentem), e perché sopprime l’eterno “guai!” (vae àdimit). Di questo spirito è detto nella Genesi: “Soffiò sul suo viso un alito di vita” (Gn 2,7). Il Signore soffia sul volto dell’anima l’alito di vita, che è la contrizione del cuore, quando l’immagine e la somiglianza di Dio, deturpata dal peccato, si imprime nuovamente nell’anima, e si rinnova, per mezzo della contrizione del cuore.

 

4. Quale debba essere la contrizione, lo indica il Profeta dicendo: “Sacrificio a Dio è lo spirito addolorato, affranto; un cuore contrito e umiliato tu, o Dio, non disprezzi” (Sal 50,19). In questo versetto vengono indicati quattro atti: il pentimento del cuore addolorato per i peccati, la riconci­liazione del peccatore, l’universale contrizione di tutti i peccati, la continua umiliazione del peccatore contrito. Dice dunque: Lo spirito del penitente, il quale per i peccati che sono come triboli, è tribolato e compunto, è sacrificio a Dio, che cioè placa Dio nei riguardi del peccatore e riconcilia il peccatore stesso con Dio. E poiché la contrizione deve essere universale, aggiunge “cuore contrito”.

E osserva che non dice soltanto tritum (tritato), ma contritum (tritato insieme). Il peccatore deve avere il cuore trito e contrito: trito, per spezzarlo con il martello della contrizione, e perché la spada del dolore lo divida in tante particelle, e una particella sia posta su ogni peccato mortale, e pianga nel dolore, e si addolori nel pianto, e si dolga maggiormente di un peccato mortale commesso, che non se avesse perduto, dopo esserne venuto in possesso, tutto il mondo e tutto ciò che in esso si trova. Infatti con il peccato mortale ha perduto il Figlio di Dio che è più degno, più caro e più prezioso di tutto il creato. Deve avere inoltre il cuore contrito, cioè trito insieme, per struggersi per tutti i peccati commessi, per tutti i peccati di omissione e per quelli dimenticati, per tutti globalmente.

E poiché la perfezione di ogni bene è l’umiltà, al quarto e ultimo posto è detto: [un cuore] “umiliato Dio non lo disprezza”. Anzi, come dice Isaia: “L’Eccelso e il Sublime, che ha una sede eterna, ha la sua dimora nello spirito contrito e umile, per ravvivare lo spirito degli umili e vivificare lo spirito dei contriti” (Is 57,15).

O bontà di Dio! O dignità del penitente! Colui che ha una sede eterna, abita anche nel cuore dell’umile e nello spirito del penitente! È proprio del cuore veramente contrito umiliarsi in tutto e reputarsi un cane morto e una pulce (cf. 1Re 24,15).

 

II. la confessione della bocca (l’accusa)

 

5. Da questo spirito di contrizione, dunque, il penitente è condotto nel deserto della confessione, la quale è detta giustamente “deserto” per tre motivi.

Osserva che è chiamata deserto una terra inabitabile, piena di bestie, e che incute terrore. Tale precisamente era il deserto nel quale restò Gesù per quaranta giorni e quaranta notti. Così anche la confessione dev’essere inabitabile, cioè privata, segreta, nascosta ad ogni conoscenza di uomo e rinchiusa nel tesoro della memoria del solo confessore sotto inviolabile sigillo, e occulta per ogni umana coscienza: tanto che, se anche tutti gli uomini che sono nel mondo conoscessero il peccato del peccatore che si è confessato da te, tu devi ugualmente tenerlo nascosto e chiuderlo sotto la chiave del tuo perpetuo silenzio.

Sono veramente figli del diavolo, condannati dal Dio vivo e vero, espulsi dalla chiesa trionfante, scomuni­cati dalla chiesa militante, da destituirsi dall’ufficio e dal beneficio e da esporre alla pubblica infamia, coloro che, non dico con le parole, cosa che è peggiore di ogni omicidio, ma anche con un gesto o in qualunque altro modo occulto o palese, per scherzo o sul serio, scoprono o manifestano il segreto della confessione. Lo affermo espressamente: Chiunque viola la confessione pecca più gravemente di Giuda traditore, che vendette ai giudei il Figlio di Dio, Gesù Cristo.

Io mi confesso all’uomo, non come a uomo, ma come a Dio. E il Signore dice per bocca di Isaia: “Il mio segreto è per me, il mio segreto è per me” (Is 24,16). E l’uomo, nato dall’umo (terra), non sigillerà il segreto della confessione nella parte più recondita del suo cuore?

 

6. Giustamente dunque è detto che la confessione dev’essere come una terra inabitabile e inaccessibile, affinché a nessun uomo sia svelato il segreto della confes­sione. Perciò il Signore, minacciando, comanda nell’Esodo: “Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le sue falde: chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. Nessuna mano però dovrà toccare costui; egli dovrà essere colpito con le pietre e trafitto con le frecce; che sia animale o che sia uomo, non dovrà sopravvivere” (Es 19,12-13).

Questo monte Sinai, il cui nome s’interpreta “misura”, raffigura la confessione, che giustamente è detta “monte” per la sua sublimità, che è la remissione dei peccati. Che cosa infatti ci può essere di più sublime della remis­sione dei peccati? Ed è detta “misura” per l’esatta corri­spondenza che ci dev’essere tra la colpa e la confessione di essa. Il peccatore cioè deve fare in modo che la confes­sione corrisponda esattamente alla colpa, in modo da non dire di meno per vergogna o timore, né, sotto l’apparenza di umiltà, aggiungere di più, di come realmente stanno le cose. Neppure per umiltà infatti è lecito mentire.

Guardatevi bene, dunque, o confessori, o sacerdoti, dal salire su questo monte. Salire sul monte significa svelare il segreto della confessione. E non dico soltanto: non salite, ma “non toccatene neppure le falde”. Le falde del monte sono le circostanze della confessione, che né a parole, né con gesti, né in qualunque altro modo devono essere rivelate.

Ahimè, ci sono alcuni che hanno sì paura di salire sul monte, ma non temono di violarne le falde, palesando appunto con qualche parola e gesto le circostanze del peccato. Ascoltino perciò, questi infelici, la loro sentenza di morte: “Chiunque toccherà il monte, sarà messo a morte”. E quale morte, o Signore? La mano del potere secolare non lo tocchi, per essere impiccato come un ladro o un omicida, ciò che forse sarebbe meno penoso per lui, ma venga colpito con le pietre, cioè con severe scomuniche, oppure sia trafitto con le frecce della dannazione eterna; e sia che si tratti di un animale, cioè di un semplice sacerdote, oppure di un uomo, cioè di un sacerdote istruito e pieno di scienza, non dovrà sopravvivere.

Inteso altrimenti: sia che si tratti di un animale, cioè di un laico o di un semplice chierico, ai quali in caso di estrema necessità possiamo confessare i peccati se non è presente un sacerdote; sia che si tratti di un uomo, cioè di un sacerdote della chiesa, non potrà più vivere, ma morirà in eterno, perché è salito sul monte e ne ha toccato le falde. Ben a ragione quindi è detto che la confessione è una terra inabitabile e inaccessibile.

 

7. La confessione è detta anche deserto perché è piena di bestie. Vediamo quali sono queste bestie, delle quali la confessione deve essere piena.

Le bestie sono i peccati mortali; il termine latino bestiae, suona quasi come vastiae, devastatrici, perché i peccati mortali devastano e dilaniano l’anima. Di essi Isaia, quando parla della perfida Giudea, cioè dell’anima peccatrice, dice: “Sarà un covo di dragoni e pascolo di struzzi. Vi si incontreranno demoni con onocentàuri (animali favolosi, incrocio tra asino e toro), e i satiri (caproni) grideranno uno all’altro; lì si accovacciò lo sciacallo (làmia) e vi trovò riposo. Lì trovò la sua tana il riccio e vi nutrì i suoi piccoli, scavò intorno e li riscaldò alla sua ombra” (Is 34,13-15).

Osserva che in questo passo sono nominate sette specie di bestie, che sono il drago, lo struzzo, l’onocentàuro, inteso per due: asino e toro, il satiro, lo sciacallo e il riccio. In queste sette bestie ravvisiamo sette specie di peccati, tutti da rivelare con esattezza nella confessione, insieme con quelli che sono ad essi simili; come sono stati commessi nel consenso della mente e nell’esecu­zione dell’opera. Dice dunque: Sarà un covo di draghi, ecc. Nel drago è indicata la velenosa malizia dell’odio e della diffamazio­ne, nello struzzo la falsità dell’ipocrisia, nell’asino la lussuria, nel toro la superbia, nei satiri (caproni) l’avarizia e l’usura, nello sciacallo la perfidia dell’eresia, nel riccio la cavillosa scusa del peccatore.

 

8. “Sarà un covo di draghi”, ecc. La mente, o la coscienza del peccatore è un covo di draghi a causa del veleno dell’odio e della diffamazione. Infatti è detto nel cantico di Mosè: “Fiele di draghi è il loro vino, veleno micidiale di vipere” (Dt 32,33). Il loro vino, cioè l’odio e la diffamazione dei peccatori, che stordisce e intossica la mente di coloro che li ascoltano, è fiele di draghi e micidiale veleno di vipere. Per questo dice Salomone nell’Ecclesiaste: “Il diffamatore occulto non è da meno del serpente che morde senza rumore” (Eccle 10,11). E giustamente dice “micidiale”, perché “Il colpo della sferza produce un livido, ma il colpo della lingua spezza le ossa” (Eccli 28,21). Infatti il colpo della sferza produce un livido che si vede all’esterno, ma i colpi della lingua della diffamazione frantumano all’interno le ossa delle virtù. Giustamente quindi è detto: Sarà un covo di draghi.

 

9. “Sarà pascolo degli struzzi”. Lo struzzo, che ha sì le ali ma che a motivo della grandezza del suo corpo non può volare, è figura dell’ipocrita, il quale, appesantito dall’attaccamento alle cose terrene, si camuffa da sparvie­ro fingendo di elevarsi alla contemplazione con le ali di una falsa religiosità.

Dice Giobbe: “L’ala dello struzzo è simile a quelle della cicogna e dello sparviero” (Gb 39,13). Quindi nella mente del religioso falso c’è il “pascolo dello struzzo”. Osserva con quanta proprietà sia detto “pascolo”, perché l’ipocrita, mentre si vanta di avere le ali dello sparvie­ro, in realtà si pasce della sua stessa vanteria; fa come il pavone che, quando è ammirato dai bambini, mette in mostra tutta la magnificenza delle sue penne, con la coda fa una ruota, ma facendo la ruota scopre vergognosamente il posteriore. Così l’ipocrita: mentre si vanta, ostenta le penne della santità che finge di avere e fa la ruota della sua vanagloria. Dice infatti: Ho fatto questo e quello, ho incominciato la tal cosa, ho portato a termine quest’altra. E mentre in questo modo “fa la ruota” e si pavoneggia, non fa che rivelare la laidezza della sua infamia. Lo stolto infatti diventa ributtante proprio per ciò per cui crede di rendersi attraente.

 

10. “E i demoni si incontreranno con gli onocentàuri” (asino e toro). Onos in greco, asinus in latino.

L’asino raffigura il lussurioso. L’asino infatti è ignorante, pigro e pauroso. Così il lussurioso è ignorante perché ha perduto la vera sapienza, il cui sapore rende l’uomo saggio e sobrio e così elimina la lussuria della carne, che rende l’uomo appunto ignorante e fatuo. Il lussurioso è anche pigro. Dice il Poeta: “Ci si domanda come mai Egisto è diventato adultero; la causa è evidente: era pigro” (Ovidio).

Ed è anche pauroso, come l’asino. Si legge nella Storia Naturale che l’animale che ha il cuore grosso è pauroso, quello che lo ha misurato è più coraggioso. E la situazione in cui viene a trovarsi questo animale per la paura, dipende solo dal fatto che il calore del cuore è limitato e non può riscaldare tutto il suo corpo; e diventa ancora più debole nei cuori dilatati, e perciò il sangue si raffredda. Il cuore dilatato lo hanno anche le lepri, i cervi e i topi, oltre che gli asini. Come un fuoco piccolo scalda meno in una casa vasta che in una casa piccola, così in questi animali avviene anche del calore del cuore. La stessa cosa si verifica nel lussurioso, che ha un cuore dilatato nel pensare e nel commettere un grande delitto e un grave peccato di lussuria, ma poco o nulla ha di calore e di amore dello Spirito Santo; e quindi è vigliacco, instabile e incostante in tutte le sue azioni (cf.Gc 1,8).

Il toro poi raffigura il superbo. E il Signore si lamenta per bocca del Profeta: “Grossi tori mi hanno assediato” (Sal 21,13). I tori, cioè i superbi, grossi per l’abbon­danza delle cose materiali, mi hanno assediato, come i giudei, con la volontà di crocifiggermi di nuovo.

A questi “onocentàuri”, cioè ai lussuriosi e ai superbi, nell’ora della morte correranno vicino i demoni per impa­dronirsi della loro anima mentre esce dal corpo, per trascinarla alle pene eterne: e così avranno come torturatori nella pena coloro che ebbero come istigatori nella colpa.

 

11. “E i satiri grideranno uno all’altro”. I satiri (caproni) sono gli avari e gli usurai, che giustamente sono chiamati satiri (in lat. pilosi, pelosi, irsuti), vale a dire danarosi. L’avarizia chiama l’usura e l’usura chiama l’avarizia: quella induce a questa, e questa induce a quella. Oh, sventura! Il clamore di questi satiri ha riempito ormai tutto il mondo. E di costoro è figura il “peloso” Esaù, nome che s’interpreta “quercia”; e gli avari e gli usurai sono pelosi nel ricevere, ma sono come fatti di quercia, cioè duri e irremovibili, quando si tratta di restituire.

 

12. “Lì si accovacciò lo sciacallo e vi trovò riposo”. Lo sciacallo, dicono, è una bestia che ha volto umano, ma termina con la coda da bestia. Raffigura gli eretici che, per trarre più facilmente in inganno, si presentano con volto umano e parole suadenti. Dice di essi Geremia nelle Lamentazioni: “Gli sciacalli scoprono la mammella e allat­tano i loro cuccioli” (Lam 4,3). Gli eretici scoprono la mammella quando esaltano la loro setta, e allattano i loro cuccioli quando in quella falsità ammaestrano i loro seguaci spergiuri, che giustamente sono chiamati cuccioli e non figli, perché non sanno fare altro che latrare contro la chiesa e bestemmiare contro i cattolici, dato che sono rozzi, volgari e dissoluti.

 

13. E continua: “Lì ha la tana il riccio”. Osserva che il riccio è tutto spinoso, e se qualcuno tenta di catturarlo si arrotola completamente su se stesso e diventa come un palla in mano di colui che vuole prenderlo; ha la testa e la bocca piuttosto in basso e in bocca ha cinque denti.

Il riccio è il peccatore ostinato, tutto ricoperto delle spine del peccato. Se vuoi rimproverarlo del peccato commesso, si rinchiude subito su se stesso e nasconde con varie scuse il peccato commesso: per questo ha la testa e la bocca rivolte in basso. Nella testa è indicata la mente, nella bocca la parola. Il peccatore, quando scusa se stesso del male commesso, che cos’altro fa se non piegare verso le cose terrene la mente e le parole? Per questo si dice che in bocca ha cinque denti. I cinque denti che sono in bocca al riccio sono le cinque specie di scuse del peccatore ostinato. Infatti, quando è rimproverato adduce come scuse l’ignoranza, o la fatalità, o la suggestione diabolica, o la fragilità della carne o l’occasione creata dal prossimo; e così, soggiunge Isaia, “nutre i cuccioli”, vale a dire i suoi impulsi peccaminosi, “vi scava intorno le difese e li asseconda all’ombra delle sue scuse”.

 

14. Queste sette bestie, nel numero delle quali si possono racchiudere tutte le specie di peccati, devono comparire in grande numero, anzi tutte, nel deserto della nostra confes­sione, affinché nulla resti nascosto al sacerdote, niente sfugga al penitente, ma confessi tutto con la massima esattezza, sia i peccati che le circostanze. Dice infatti il Signore per bocca di Isaia: “Dopo settant’anni Tiro sarà come il canto di una meretrice. Prendi la cetra, percorri la città, o meretrice posta in oblio: canta bene, ripeti il tuo canto, affinché riviva il tuo ricordo” (Is 23,15-16).

In questo passo, con il numero settanta degli anni e il numero sette delle bestie, è indicata la totalità dei peccati. Per questo è detto che il Signore scacciò dalla Maddalena sette demoni, cioè tutti i vizi. Quindi con i settant’anni e le sette bestie intendiamo tutti i vizi. Dice dunque Isaia: “Dopo settant’anni”, cioè dopo aver commesso ogni sorta di crimini, “per Tiro” – che significa angustia –, vale a dire per l’anima angustiata dai peccati, “non resta che il canto”, cioè la confessione; infatti, dopo aver commesso ogni sorta di crimini, all’infelice anima non resta altro rimedio che la confessione dei peccati, “che è la seconda tavo­la di salvezza dopo il naufragio” (P. Lombardo). All’anima è detto: “O meretrice”, poiché hai scacciato il vero sposo Gesù Cristo e ti sei unita al diavolo adultero, e se non ti convertirai sarai consegnata all’eterno oblio, “prendi la cetra”.

Fa’ attenzione alle parole. In questo verbo “prendi” (sume) è indicata la volontà pronta, non costretta, ma disposta a confessarsi; nella cetra è indicata la confessione di ogni peccato e delle sue circostanze. Prendi dunque la cetra, confessati spontaneamente: “Vivo e sano, dice l’Ecclesiastico, tu confesserai” (Eccli 17,27), cioè darai lode a Dio.

 

15. Osserva che come nella cetra si tendono le corde, così nella confessione si devono spiegare le circostanze dei peccati, che rispondono alle domande seguenti: Chi, che cosa, dove, per mezzo di chi, quante volte, perché, in che modo, quando. Specifica [o confessore] tutte queste cose, e tanto con le donne come con gli uomini, interroga con diligenza e con discrezione.

Chi: se è sposato o celibe, se è laico o chierico, se è ricco o povero, quale ufficio esercita o quale carica ricopre, se è libero o schiavo, a quale ordine o a quale religione appar­tiene.

Che cosa: quanto grande o di che specie è il peccato, se è una semplice fornicazione, come avviene tra due che non hanno contratto matrimonio; se colei che è nubile si prostituisce o vende il suo corpo; se c’è adulterio; se c’è incesto, che avviene tra consanguinei e tra affini; se uno ha violato una vergine, perché così ha aperto la via al peccato e ha commesso un atto gravissimo; e si guardi costui di non rendersi complice di tutti i peccati che quella donna potrebbe commettere, se non l’avrà sistemata in qualche posto dove possa fare penitenza, o trovarle da sposarsi se è in grado di farlo; se ha commesso un peccato contro natura, che consiste in qualsiasi effusione del seme, che non avvenga nell’organo femminile.

Però di tutte queste cose si deve parlare con la massima discrezione et a remotis, cioè da lontano, [senza scendere in particolari]. Se ha commesso un omicidio con la mente, con la bocca o di fatto; se ha fatto un sacrilegio, una rapina, un furto, e a quali persone, e se è stato fatto in pubblico o in privato; se ha esercitato l’usura e in quale modo – infatti tutto ciò che si riceve in più del capitale è usura –; se c’è spergiuro, falsa testimonianza, e in che modo è stata fatta; se ha agito con superbia, che è di tre specie: non voler obbedire al superiore, non voler avere uguali, disprezzare l’inferiore: anche queste cose devono essere confessate a puntino.

Dove: se ha commesso il peccato in una chiesa consacrata o non consacrata, o vicino alla chiesa, o nel cimitero dei fedeli, o in qualche luogo destinato alla preghiera, o se in tutti questi luoghi ha fatto dei discorsi illeciti.

Per mezzo di chi: con l’aiuto o con il consiglio di quali persone ha peccato, o chi ha indotto a peccare; se pochi o molti sono stati complici o a conoscenza del suo peccato; se ha commesso il peccato per ricevere denaro, o se ha dato denaro per poter peccare.

Quante volte: si deve confessare quante volte si è commesso un peccato, almeno approssimativamente; se ha peccato spesso o raramente; se è rimasto in peccato a lungo

o per breve tempo; se è recidivo e si confessa abbastanza spesso.

Perché: se ha peccato con pieno consenso della mente, o se ha prevenuto la tentazione, compiendo il peccato addirittura prima di essere tentato; se per compiere il peccato ha fatto, in qualche modo, violenza alla natura, peccando così in modo gravissimo.

In che modo: si devono confessare le modalità del peccato: se in modo indebito, in modo inconsueto, con illeciti contatti, o cose simili.

Quando: se nel tempo del digiuno, se nella festa di qualche santo; se è andato a compiere qualcosa di illecito nel tempo in cui avrebbe dovuto andare in chiesa; e anche che età aveva quando ha commesso questo o quel peccato.

Poiché queste circostanze e altre simili rendono più grave il peccato e tormentano l’anima del peccatore, devono essere tutte dichiarate nella confessione. Queste sono come le corde tese nella cetra della confessione, della quale appunto è detto: “Prendi la cetra”.

 

16. “Percorri la città”. La città è la vita dell’uomo, che egli stesso deve percorrere: il tempo e l’età, il peccato e le sue modalità, il luogo e le persone con le quali ha pec­cato e che ha fatto peccare con il cattivo esempio, con la parola e con le azioni; e i peccatori che non ha trattenuto dal peccato, potendolo fare; tutto, come si è detto, deve confessare apertamente e con chiarezza.

Così infatti faceva il Profeta, che diceva: “Andai intorno e immolai nella sua tenda un sacrificio di vocife­razione (lode ad alta voce)” (Sal 26,6). Ho percorso tutta la mia vita come un buon soldato che va intorno al suo accampamento per controllare che non ci sia [nella recinzione] qualche squar­cio per il quale possa entrare il nemico, e immolai nella sua tenda, cioè nella chiesa, davanti al sacerdote, un sacrificio di “vociferazione”, cioè ho fatto la confessio­ne, che giustamente è detta vociferazione, perché il peccatore non deve confessare il suo peccato a metà e a bocca stretta, quasi balbettando, ma a piena bocca, quasi gridando. Giustamente dunque è detto: Percorri la città.

 

17. “Canta bene”, canta te stesso e non dare la colpa al diavolo, o alla fatalità o ad altre persone. Oppure anche: canta bene, confessando tutti i tuoi peccati ad un solo sacerdote, e non dividendoli tra diversi sacerdoti.

Forse mi domandi un consiglio su questo fatto, e mi dici: Ho fatto la confessione generale di tutti i miei peccati a un solo sacerdote, ma poi sono ricaduto in peccato mortale: è necessario che io confessi di nuovo tutti i peccati già confessati? Ti do un consiglio retto e vantaggioso e veramente necessario alla tua anima. Ogni volta che ti presenti a un confessore nuovo, confessati come se non ti fossi mai confessato prima di allora. Se invece vai dal confessore al quale la tua co­scienza è nota e al quale hai già fatto la tua confessione generale, sei tenuto a confessargli soltanto i peccati fatti dopo quella confessione generale, o quelli dimenti­cati.

“Canta bene”, dunque, “e ripeti il canto” della confessione, più e più volte accusando te stesso. E questo perché? Perché il ricordo di te viva al cospetto di Dio e dei suoi angeli, perché Dio perdoni i tuoi peccati, ti infonda la sua grazia e ti renda partecipe della gloria eterna.

 

18. Adesso sai quali sono le bestie, delle quali il deserto della tua confessione deve abbondare; nella confes­sione si devono dichiarare con semplicità e chiarezza i peccati e le loro circostanze: solo così il deserto della confessione incuterà grande terrore. E a chi? Appunto agli spiriti immondi. Leggiamo infatti nella Genesi: “Quanto è terribile questo luogo! Questa è veramente la casa di Dio e la porta del cielo” (Gn 28,17).

Il luogo della confessione, anzi la stessa confessione è terribile per gli spiriti immondi. È scritto nel libro di Giobbe: “I miei ruggiti sgorgano come un’inondazione” (Gb 3,24). Al ruggito del leone tutte le altre bestie trattengono il passo. L’inondazione travolge ogni ostacolo. Il ruggito del leone è la confessione del peccatore pentito, del quale dice il Profeta: “Ruggivo per lo strazio del mio cuore” (Sal 37,9), perché dallo strazio del cuore deve prorompere il ruggito della confessione e, ascoltandolo, gli spiriti del male, terrorizzati, più non si azzardano a farsi avanti con le tentazioni. L’inon­da­zione raffigura le lacrime della contrizione che dissolvono e travolgono tutto ciò che gli spiriti del male ordiscono per impedire al peccatore di piangere il suo peccato.

La confessione è detta anche “casa di Dio”, a motivo della riconciliazione del peccatore. Infatti nella confes­sione il peccatore viene riconciliato con Dio, il figlio viene riconciliato con il padre, quando viene da lui accolto nella casa paterna. Per questo leggiamo in Luca che quando il figlio maggiore fu vicino alla casa paterna, nella quale il figlio pentito banchettava con il padre, sentì la musica e il coro (cf. Lc 15,25).

Osserva che in quella casa c’erano tre cose: il banchet­to, la musica e il coro; così nella casa della confessio­ne, nella quale viene accolto il peccatore che ritorna dalla “regione della dissomiglianza” [dove con il peccato ha perduto la somiglianza con Dio], ci devono essere tre cose: il banchetto della contrizione, la musica dell’accu­sa, il coro dell’emendamento: come ti accusi peccatore, così devi anche fare ogni sforzo per correggerti. Ascolta la musica che risuona soavemente: “Riconosco la mia colpa e il mio peccato mi sta sempre dinanzi” (Sal 50,5). Ascolta il coro che risponde in perfetta sintonia: “Io sono pronto al castigo... e sta sempre davanti a me il mio dolore” (Sal 37,18). Purtroppo, quanti sono coloro che fanno musica soave, che cioè si accusano, ma che poi mai si correggono!

 

19. Altra applicazione. Se nella casa della confessione risuona la musica del pianto dell’amara compunzione, subito risponde ad una voce il coro della divina misericordia che perdona i peccati. Infatti nell’introito della messa di oggi è promesso: Mi invocherà e io lo esaudirò, lo libere­rò e lo coprirò di gloria, lo sazierò di lunghi giorni (cf. Sal 90,15-16).

Osserva che al penitente vengono fatte quattro promesse: la prima, quando dice “mi invocherà” perché io gli perdoni i peccati, “e io lo esaudirò”, perché gli infonderò la mia grazia. La seconda: “lo libererò” da quei quattro mali che sono nominati nel “tratto” della messa, e cioè dal terrore della notte, dalla freccia che vola di giorno, dalla peste che vaga nelle tenebre e dal demonio che devasta a mezzogiorno (cf. Sal 90,5-6). Il terrore della notte è la subdola tentazione del diavolo; la freccia che vola è la sua palese iniquità; la peste che vaga nelle tenebre sono gli intrighi degli ipocriti; il demonio che devasta a mezzogiorno è la focosa lussuria della carne: da tutto ciò il Signore libera il vero pentito. La terza: “lo glorificherò” nel giorno del giudizio con una duplice stola di gloria. La quarta: “lo sazierò di lunghi giorni” nella perennità dell’eterna vita.

La confessione è chiamata anche “porta del cielo”. O vera porta del cielo, o vera porta del paradiso! Per mezzo di essa infatti, come attraverso una porta, il peccatore pentito viene introdotto al bacio dei piedi della divina misericor­dia, viene sollevato al bacio delle mani della grazia celeste, viene innalzato al bacio del volto della riconci­liazione con il Padre.

O casa di Dio, o porta del cielo, o confessione del peccato! Beato colui che abiterà in te, beato colui che entrerà attraverso di te, beato chi si umilierà in te! Umiliatevi ed entrate per la porta della confessione, carissimi fratelli; confessate i peccati, confessate le circostanze del peccato, come avete sentito, perché “questo è il tempo favorevole” per la confessione, “questo è il giorno della salvezza” (2Cor 6,2), per la riparazione.

E dopo tutto questo aggiunge: “Avendo digiunato quaranta giorni e quaranta notti” (Mt 4,2).

 

  1. l’opera di riparazione (soddisfazione)

 

20. Il digiuno di Cristo, durato quaranta giorni e quaranta notti, ci insegna in quale modo possiamo fare penitenza per i peccati commessi e come dobbiamo comportarci per non ricevere inutilmente la grazia di Dio. Ci dice l’Apostolo: “Vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio. Dice infatti il Signore per bocca di Isaia: “Al momento favorevole ti ho esaudito, e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favore­vole, ecco ora il giorno della salvezza” (2Cor 6,1-2; cf. Is 49,8).

Riceve inutilmente la grazia di Dio chi non vive secondo la grazia che gli è stata data; e anche riceve inutilmente la grazia di Dio chi crede di aver ricevuto per suo merito quella grazia che invece gli è stata elargita gratuitamen­te; e la riceve inutilmente anche colui che, dopo la confessione dei suoi peccati, si rifiuta di farne la penitenza nel momento favorevole, nel giorno della salvezza.

Ecco dunque ora il tempo favorevole, ecco il giorno della salvezza, che ci è dato appunto perché conquistiamo questa salvezza. Dice il beato Bernardo: “Niente è più prezioso del tempo, e, purtroppo, nulla si trova oggi che sia meno apprezzato. Passano i giorni della salvezza e nessuno riflette, nessuno si preoccupa di perdere un giorno che non gli ritornerà mai più. Come non cadrà un capello dal capo, così neppure un istante di tempo andrà perduto”. E anche Seneca avverte: “Se ci fosse tanto tempo di avanzo, ugualmente dovrebbe essere usato con parsimonia; che cosa quindi si deve fare, disponendone di così poco?”. E l’Ecclesiastico: “O figlio, abbi cura del tempo!” (Eccli 4,23) perché è un dono sacrosanto. Quindi in questi sacrosanti quaranta giorni [della quaresima] facciamo penitenza.

Il numero quaranta è formato dal quattro e dal dieci. Il creatore di tutte le cose, Dio, ha creato il corpo e l’ani­ma, e in ognuna di queste due entità [dell’uomo] ha immesso una serie di quattro elementi e un’altra serie di dieci.

Il corpo è composto dei “quattro elementi” e si regola ed agisce con i dieci organi di senso, quasi dieci soprintenden­ti, che sono: due occhi, due orecchi, l’odorato, il gusto, due mani e due piedi. Nell’anima invece Dio ha infuso quattro virtù principali, che sono: la prudenza, la giusti­zia, la fortezza e la temperanza; e le ha dato i dieci precetti del decalogo, che sono: “Ascolta, Israele: Il Signore tuo Dio è uno solo” (Dt 6,4). “Non usare invano il nome del tuo Dio. Ricordati di santificare il sabato” (Es 20,7-8). Questi tre precetti, che si riferiscono all’amore di Dio, sono stati scritti nella prima tavola. Gli altri sette, che si riferiscono all’amore del prossimo, sono stati scritti nella seconda, e sono: “Onora tuo padre e tua madre, non uccidere, non fornicare, non rubare, non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo, non desiderare la casa (le cose) del tuo prossimo, non desiderare la moglie di lui, né il suo schiavo, né la sua serva, né il bue, né l’asino, né null’altro di quanto gli appartiene” (Es 20,12-17).

Ora, giacché noi, con il nostro corpo mortale, che è compo­sto dei quattro elementi e che agisce attraverso i dieci sensi, pecchiamo ogni giorno contro le quattro virtù e contro i dieci precetti, dobbiamo riparare e soddisfare il Signore con il digiuno di quaranta giorni.

 

21. E in che modo questo si debba fare, l’abbiamo nel libro dei Numeri, dove si racconta che gli esploratori, mandati da Mosè e dai figli di Israele, percorsero per quaranta giorni tutta la terra di Canaan (cf. Nm 13,26).

Canaan s’interpreta “commercio” o anche “umile”. La terra di Canaan è il nostro corpo, con il quale dobbiamo operare, o permutare, con cambio favorevole, le realtà terrene per quelle eterne, le cose passeggere per quelle che resteranno, e questo sempre nel­l’umil­tà del cuore.

Di questo commercio leggiamo nei Proverbi, quando si parla della donna forte: “Gustò e vide che il suo commer­cio andava bene” (Pro 31,18). Nota che dice due cose: gustò e vide. La donna forte, cioè l’anima, gusta quando, con il sano palato della mente, prova le delizie della gloria celeste, per amore della quale di­sprezza il regno di questo mondo e tutte le sue ricchezze; e in questo modo, con l’andar del tempo, con l’occhio penetrante della ragione, vede e comprende che è un buon affare vendere tutto quello che ha e darne il ricavato ai poveri (cf. Mt 19,21), e poi, spoglia di tutto, seguire Cristo nudo.

È quello che dice Giobbe: “Pelle per pelle, e tutto quanto l’uomo ha, è pronto a darlo per la sua anima” (Gb 2,4). L’uomo, provando e constatando quanto è buono il Signore (cf. Sal 33,9), dà e scambia la pelle della grandezza di questo mondo per la pelle della gloria celeste. Ed è anche disposto a conse­gnare al carnefice e al torturatore il suo corpo mortale di pelle ed esporlo alla spada e alla morte, in cambio della pelle gloriosa del corpo immortale.

Giustamente il nostro corpo è chiamato “pelle”: infatti, come la pelle più viene lavata e più si deteriora, così il nostro corpo quanto più viene nutrito con delicatezza e infiacchito dai piaceri, tanto più presto perde le forze, invecchia e si copre di rughe. E per la sua anima l’uomo dev’essere disposto a dare non solo la pelle, ma anche tutto ciò che possiede, per meritare di sentirsi dire, come agli apostoli che avevano abbandonato la pelle e tutto il resto: “Sederete su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele” (Mt 19,28).

 

22. Noi dunque, come veri e valorosi esploratori, durante questi quaranta giorni percorriamo ogni regione del nostro corpo, cercando attentamente i peccati che abbiamo commesso con la vista, con l’udito, con il gusto, con l’odorato e con il tatto, confessandoli diligentemente con tutte le loro circostanze, affinché non ne rimanga neppure la minima traccia, sull’esempio di quanto fece Giosuè, del quale è detto: “Giosuè conquistò anche Makkeda e passò a fil di spada il suo re e tutti i suoi abitanti: non vi lasciò neppure il minimo avanzo” (Gs 10,28).

Makkeda s’interpreta “prima” o anche “bruciamento”, e indica il peccato, per il quale l’uomo viene dapprima bruciato per mezzo del battesimo; questo peccato infatti si eredita come castigo [il peccato originale]. Il re di questa città è la cattiva volontà che viene distrutta con la “bocca della spada” (lat. in ore gladii), vale a dire con la “spada della bocca”, nella confessione. I sudditi di quel re sono coloro che obbediscono ai cinque sensi, che devono essere distrutti pure con la penitenza, cioè liberati dallo stato di peccato. “Gli avanzi” sono la memoria del peccato e il piacere di parlarne, che non devono assolutamente essere risparmiati.

Leggiamo nello stesso libro: “Giosuè devastò tutto il territorio montuoso, quello di mezzogiorno e quello di campagna, come pure Asedoth, con i loro re; non vi lasciò alcun resto, ma uccise tutto ciò che aveva respiro” (Gs 10,40). Il territorio montuoso è la superbia; quello a mezzogiorno è la cupidigia; quello di campagna è la lussu­ria, per la quale il lussurioso scorrazza attraverso i campi come un cavallo sfrenato. Asedoth s’in­ter­preta “maleficio del popolo”, e indica ogni turpe immaginazione che alimenta il fuoco del peccato.

Deponiamo tutto questo nella confessione con il proposi­to di non ricadervi mai più, e di tutto facciamo una congrua penitenza: quanto più il corpo è insorto e si è ribellato, tanto più umiliamolo nella confessione; quanto più si è abbandonato ai piaceri, tanto più castighiamolo con le sofferenze (cf. Ap 18,7), mettendolo a pane e acqua, con la disciplina e con le veglie, perché si senta dire come la figlia di Jefte: “Mi hai rovinato, figlia mia”, mia carne, con i piaceri della gola e della lussuria, ma adesso resti rovinata anche tu (cf. Gdc 11,35), cioè sei castigata con i flagelli, con le veglie e con i digiuni.

Dopo aver fatto tutte queste cosiderazioni sullo spirito di contrizione, sul deserto della confessione, sui quaranta giorni della penitenza, e dopo aver precisato in che cosa consista la remissione di tutti i peccati, l’infusione della grazia e il premio della vita eterna, accingiamoci ora a descrivere i vizi che vi si oppongono, e cioè la gola, la vanagloria e la lussuria.

 

  1. ciò che si oppone ai tre atti di penitenza,

ossia la triplice tentazione

 

23. Il vangelo continua: “Il tentatore gli si accostò e gli disse: Se sei il Figlio di Dio,” ecc. Il diavolo in circostanze uguali procede con uguali metodi. Con la tattica con la quale ha tentato Adamo nel paradiso terrestre, con la stessa ha tentato Cristo nel deser­to, e con la stessa tenta anche ogni cristiano in questo mondo.

Tentò il primo Adamo con la gola, con la vanagloria e con l’avarizia, e tentandolo lo vinse; tentò il secondo Adamo, Gesù Cristo, allo stesso modo, ma nella tentazione restò vinto, perché colui che tentò non era solo un uomo, ma era anche Dio. Noi che siamo partecipi di entrambi, dell’uomo secondo la carne e di Dio secondo lo spirito, spogliamoci dell’uomo vecchio con le sue opere che sono la gola, la vanagloria e l’avarizia, e rivestiamoci dell’uomo nuovo (cf. Col 3,9), rinnovati per mezzo della confessione, per frenare col digiuno lo sfrenato ardore della gola, per abbattere con l’umiliazione della confessione la boriosità della vanagloria, per pestare e disprezzare con la contrizione del cuore il denso fango dell’avarizia.

“Beati, dice il Signore, i poveri nello spirito”, che hanno cioè lo spirito addolorato e il cuore contrito (cf. Sal 50,19), “perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3).

 

24. Osserva ancora che, come il diavolo tentò il Signore di gola nel deserto, di vanagloria nel tempio e di avarizia sul monte, così fa anche con noi ogni giorno: ci tenta di gola nel deserto del digiuno, di vanagloria nel tempio dell’orazione e dell’ufficio, e di tante forme di avarizia nel monte delle nostre cariche.

Mentre digiuniamo ci tenta di gola, con la quale pecchiamo in cinque modi, come è detto nel seguente versetto di san Gregorio: Troppo presto, lautamente, troppo, voracemente, con raffinatezza.

Troppo presto, quando si anticipa l’ora [del pasto].

Lautamente, quando si eccita la golosità e si vuole risvegliare un appetito fiacco con condimenti, spezie e sontuosità di cibi.

Troppo, quando si ingurgita più cibo di quanto sia necessario al corpo. Dicono certi golosi: Siamo tenuti al digiuno, quindi mangiamo tanto da supplire in una sola volta sia al pranzo che alla cena. Questi sono come il bruco che non abbandona la pianta nella quale si è insediato se prima non l’ha divorata interamente. Il bruco è chiamato così perché è fatto quasi solo di bocca (in lat. bruchus, bucca) e raffigura il goloso che è tutto gola e ventre e che assalta il piatto come si trattasse di una fortezza e non lo lascia se prima non ha divorato tutto: o crepa il ventre o si vuota il piatto.

Voracemente, quando l’uomo si getta su ogni cibo quasi andasse all’assalto di un forte, apre le braccia, allunga le mani, e mangia con tutto se stesso: a tavola è come un cane che, in cucina, non tollera rivali.

Con raffinatezza, quando si cercano cibi squisiti e si preparano con grande ricercatezza. Come si legge nel primo libro dei Re, che i figli di Eli non volevano accettare la carne cotta, ma pretendevano quella cruda, per potersela poi preparare con più ricercatezza e raffinatezza (cf. 1Re 2,15).

 

25. Parimenti il diavolo ci tenta di vanagloria nel tempio. Infatti mentre siamo in preghiera, mentre recitiamo l’ufficio e siamo occupati nella predicazione, siamo assaliti dal diavolo con i dardi della vanagloria e, purtroppo, molto spesso feriti. Ci sono infatti alcuni che mentre pregano e piegano le ginocchia e mandano sospiri, vogliono essere veduti. E ci sono altri che quando cantano in coro modulano la voce e gorgheggiano, e desiderano essere ascoltati. E ci sono altri ancora che quando predicano, tuonano con la voce, moltiplicano le citazioni, le commentano a modo loro, si girano intorno, e desiderano essere lodati. Tutti questi mercenari, credetemi, “hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Mt 6,2), e hanno collocato la loro figlia nel postribolo.

Dice Mosè nel Levitico: “Non prostituirai la tua figlia” (Lv 19,29). Mia figlia è la mia opera, e la prostituisco, cioè la metto nel lupanare, quando la vendo per il denaro della vanagloria. Per questo il Signore ci consiglia: “Tu invece, quando preghi, entra nella tua stanza e, chiusa la porta, prega il Padre tuo” (Mt 6,6). Tu, quando vuoi pregare o fare qualcosa di bene – e in questo consiste il pregare senza interruzione (cf. 1Ts 5,17) –, entra nella tua stanza, cioè nel segreto del tuo cuore, e chiudi la porta dei cinque sensi, per non bramare di essere né visto, né ascoltato, né lodato.

Dice infatti Luca che Zaccaria entrò nel tempio del Signore nell’ora dell’incenso (cf. Lc 1,9). Nel tempo della preghiera, che sale al cospetto del Signore come l’incenso (cf. Sal 140,2), devi entrare nel tempio del tuo cuore e pregare il Padre tuo, “e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà” (Mt 6,6).

 

26. Inoltre sul monte delle nostre cariche, della nostra temporanea dignità, siamo tentati a commettere molti peccati di avarizia. Non c’è solo l’avarizia del denaro ma anche quella della preminenza (predominio). Gli avari più hanno e più bramano di avere, e coloro che sono posti in alto, quanto più salgono tanto più si forzano di salire, e così avviene che crollino con una caduta molto più rovinosa, giacché “i venti investono le cose molto alte” (Ovidio) e agli idoli vengono immolati vittime nelle alture (cf. 3Re 3,2; 4Re 12,3).

Dice Salomone in proposito: “Il fuoco non dice mai: basta!” (Pro 30,16). Il fuoco, cioè l’avarizia del denaro e della preminenza, non dice mai: basta! Ma cosa dice? “Dammi, dammi!” (Pro 30,15).

O Signore Gesù, togli, togli questi due “dammi, dammi” dai prelati della tua chiesa, che si pavoneggiano sul monte delle dignità ecclesiastiche e sperperano il tuo patrimo­nio, da te conquistato con gli schiaffi, con i flagelli, con gli sputi, con la croce, con i chiodi, con l’aceto, con il fiele e la lancia.

Noi dunque, che siamo chiamati cristiani dal nome di Cristo, imploriamo tutti insieme con la devozione della mente lo stesso Gesù Cristo e chiediamogli insistentemente che dallo spirito di contrizione ci faccia arrivare al deserto della confessione, affinché in questa quaresima meritiamo di ricevere la remissione di tutte le nostre iniquità e, rinnovati e purificati, siamo fatti degni di fruire della letizia della sua santa Risurrezione e di essere collocati nella gloria dell’eterna beatitudine.

Ce lo conceda colui al quale è onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

 

DOMENICA II DI QUARESIMA (1)

Temi del sermone

 

– Vangelo della seconda domenica di Quaresima: “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni”.

– Sermone ai predicatori: “Vieni da me sul monte”.

– Sermone ai penitenti o ai religiosi: “Quando verrai alla quercia del Tabor”.

– Sermone per la Natività del Signore o per la festa della beata Vergine Maria: “Giacobbe vide in sogno una scala”.

– Sermone ai fedeli della chiesa: “Mosè ed Aronne”; la caratteristica dello zaffiro.

– Sermone sulla discrezione: “Il tuo naso come torre del Libano”, ecc.

– Sermone sulla contemplazione: “Gustate e vedete”; le caratteristiche del sole.

– Sermone sulla misericordia di Dio verso i peccatori che si convertono: “Se i vostri peccati fossero come lo scar­latto”.

– Sermone al prelato: “Apparvero Mosè ed Elia”.

– Sermone per la dedicazione di una chiesa, o per la festa di un martire o di un confessore: “Dopo che tutto fu compiuto”.

 

esordio - sermone ai predicatori

 

1. “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un monte molto alto”, ecc. (Mt 17,1).

Nell’Esodo si legge che il Signore parlò a Mosè dicendo: “Sali da me sul monte e fermati lì; ti darò due tavole, la legge e i comandamenti che vi ho scritti, affinché tu li insegni ai figli di Israele” (Es 24,12).

Mosè s’interpreta “acquatico” (cf. Es 2,10) ed è figura del predicato­re che irrora le menti dei fedeli con l’acqua della dottrina “che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). Al predica­tore il Signore dice: “Sali da me sul monte”. Il monte, a motivo della sua altezza, raffigura la sublimità della vita santa, alla quale il predicatore deve salire per la scala del divino amore, abbandonando la valle delle cose temporali: e lì troverà il Signore. Infatti nella sublimità della vita santa si trova il Signore. Perciò è detto nella Genesi: “Sul monte il Signore vedrà” (Gn 22,14); il Signore cioè, nella sublimità della vita santa, gli farà vedere e capire ciò che deve a Dio e ciò che deve al prossimo.

“Ti darò due tavole”. Nelle due tavole è indicata la conoscenza dei due Testamenti, la sola in grado di insegna­re, la sola che rende sapienti. Questa è l’unica scienza che insegna ad amare Dio, a disprezzare il mondo, a sotto­mettere la carne. Queste cose il predicatore deve insegnare ai figli di Israele, perché da esse dipende tutta la legge e i profeti (cf. Mt 22,40). Ma dove si trova questa scienza così preziosa? Proprio sul monte. “Sali – ha detto – da me sul monte, e fermati lì”, perché lì c’è “il cambiamento fatto dalla destra dell’Altissimo” (Sal 76,11), la trasfi­gurazione del Signore, la contemplazione del vero gaudio. Proprio di quel monte si dice nel vangelo di oggi: “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni”, ecc.

 

2. Osserva che in questo vangelo ci sono cinque momenti ai quali si deve prestare la massima attenzione: la salita al monte di Gesù con i tre apostoli, la sua trasfigurazione, l’apparizione di Mosè e di Elia, l’ombra prodotta dalla nube luminosa, e la dichiarazione della voce del Padre: “Questo è il Figlio mio amatissimo”.

In onore di Dio e per l’utilità delle anime vostre, vedremo il significato morale di questi cinque episodi, secondo quanto il Signore vorrà ispirarci.

 

I. la salita al monte di gesù cristo con i tre apostoli

 

3. “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni”. Questi tre apostoli, compagni intimi di Gesù Cristo, raffigurano le tre facoltà della nostra anima, senza le quali nessuno può salire al monte della luce, cioè alla sublimità della familiarità divina. Pietro s’interpreta “colui che conosce”, Giacomo “colui che soppianta o estirpa”, Giovanni “grazia del Signore”.

Gesù dunque prese con sé Pietro, ecc. Anche tu, che credi in Gesù e da Gesù speri la salvezza, prendi con te Pietro, vale a dire la conoscenza, la consapevolezza del tuo peccato, il quale consiste in tre vizi: la superbia del cuore, la concupiscenza della carne e l’attaccamento alle cose del mondo. Prendi con te Giacomo, cioè la distruzione (supplantatio) di questi tre vizi, affinché quasi sotto la pianta della ragione, cioè con la forza della ragione, tu possa distruggere la superbia del tuo spirito, mortificare la concupiscenza della tua carne e rigettare la vana falsità delle cose del mondo. Prendi infine anche Giovanni, cioè la grazia del Signore – il quale sta alla porta e bussa (cf. Ap 3,20) – affinché ti illumini e ti faccia conoscere il male che hai fatto e ti renda perseve­rante nel bene che hai incominciato a fare.

I tre apostoli sono quelle tre persone, delle quali Samuele disse a Saul: “Quando arriverai alla quercia del Tabor, ti verranno incontro tre uomini che stanno salendo a Dio in Betel: uno porta tre capretti, il secondo tre forme di pane, il terzo un’anfora di vino” (1Re 10,3).

La quercia del Tabor e il Tabor stesso sono figura della sublimità della vita santa, che giustamente viene chiamata e quercia, e monte, e Tabor: quercia, perché è costante e irremovibile fino alla perseveranza finale; monte, perché è elevata e sublime fino alla contemplazione di Dio; Tabor – che s’interpreta “splendore che viene” –, perché diffonde la luce del buon esempio. Nella sublimità della vita santa sono richieste queste tre qualità: che sia costante in se stessa, immersa nella contemplazione di Dio e luce che illumina il prossimo. “Quando dunque verrai”, cioè stabilirai di venire o di salire alla quercia o al monte Tabor, ti verranno incontro tre uomini, che stanno salendo a Dio in Betel. Questi tre uomini sono Pietro, colui che riconosce, Giacomo, colui che soppianta o sradica, e Giovanni, la grazia di Dio. Pietro porta tre capretti, Giacomo tre forme di pane, Giovanni un’anfora del vino.

Pietro, cioè colui che si riconosce peccatore, porta tre capretti. Nel capretto è simboleggiato il fetore del peccato; nei tre capretti le tre specie di peccati nei quali più frequentemente si cade, cioè la superbia del cuore, l’impudenza della carne, l’attaccamento alle cose del mondo. Quindi chi vuole salire al monte della luce deve portare questi tre capretti, cioè riconoscersi colpevole di queste tre specie di peccati.

Giacomo, cioè colui che soppianta o sradica i vizi della carne, porta tre forme di pane. Il pane simboleggia la bontà dell’animo, che consiste nell’umiltà del cuore, nella castità del corpo e nell’amore alla povertà; nessuno può avere questa bontà se prima non ha sradicato i vizi. Quindi porta tre forme di pane – vale a dire la triplice bontà dell’a­nimo – solo colui che reprime la superbia del cuore, che frena l’impudenza della carne e che rigetta l’avarizia del mondo.

Giovanni, cioè colui che con la grazia di Dio – che previene, accompagna e coopera – conserva tutte queste cose con fedeltà e costanza, porta veramente l’anfora del vino. Il vino nell’anfora rappresenta la grazia dello Spirito Santo, infusa nella volontà di fare il bene.

Gesù dunque prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Prendi anche tu insieme con te questi tre personaggi e accingiti così a salire sul monte Tabor.

 

4. Ma, credi a me, difficile è la salita, perché il monte è altissimo. Vuoi nondimeno salirvi con grande facilità? Procurati quella scala della quale si legge e si canta nel racconto biblico di questa domenica: “Giacobbe vide in sogno una scala drizzata, ossia appoggiata in terra, la cui sommità toccava il cielo; vedeva anche gli angeli di Dio che salivano e scendevano su di essa, e il Signore appog­giato alla scala” (Gn 28,12).

Fa’ attenzione alle singole parole e ne constaterai la concordanza con il vangelo.

Vide, ecco la conoscenza del peccato, della quale il beato Bernardo dice: Dio mi conceda di non avere altra visione se non la conoscenza dei miei peccati. Giacobbe, che ha lo stesso significato di “Giacomo”: ecco la sopraffazione della carne; di Giacobbe disse Esaù: “Ecco che per la seconda volta mi ha sopraffatto!” (Gn 27,36). In sogno, ecco la grazia del Signore che infonde il sonno della quiete e della pace. Così il Filosofo descrive il sonno: “Il sonno è la quiete delle facoltà animali, con la intensificazione, il rafforzamento di quelle naturali” (Aristotele, Il sonno e la veglia). Infatti quando uno dorme il sonno della grazia, in lui le potenze della carne desistono (quiescunt) dalle loro opere cattive, e si ravvivano, si rafforzano le potenze dello spirito. Dice infatti la Genesi: “Al tramonto del sole, un torpore cadde su Abramo e un grande terrore lo assalì” (Gn 15,12).

Per “sole” si intende qui il piacere carnale: quando questo viene vinto, scende su di noi un sopore, cioè l’estasi della contemplazione, e ci invade un grande orrore dei peccati passati e delle pene dell’inferno. Vuoi sentire il rafforzamento delle facoltà spirituali e l’infiacchimento di quelle carnali? “Io dormo”, dice la sposa del Cantico dei Cantici, cioè desisto dalla brama delle cose temporali, “e il mio cuore veglia” (Ct 5,2) nella contemplazione di quelle celesti. Quindi giustamente è detto: “Giacobbe vide in sogno una scala”: per mezzo di essa tu puoi salire al monte Tabor.

 

5. Osserva che la scala ha due “braccia” (montanti) e sei scalini, per mezzo dei quali è agevole la salita. Questa scala raffigura Gesù Cristo; le due braccia sono la natura divina e quella umana; i sei gradini sono la sua umiltà e povertà, la sapienza e la misericordia, la pazien­za e l’obbedienza. Fu umile nell’assumere la nostra natura, quando “guardò all’umiltà della sua ancella” (Lc 1,48). Fu povero nella sua natività, nella quale la Vergine poverel­la, dando alla luce lo stesso Figlio di Dio, non ebbe dove adagiarlo, avvolto in fasce, se non una mangiatoia di pecore (cf. Lc 2,7). Fu sapiente nella sua predicazione, perché “incominciò a fare e ad insegnare” (At 1,1). Fu misericordioso nell’acco­gliere benignamente i peccatori: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13) alla penitenza. Fu paziente sotto i flagelli, gli schiaffi, gli sputi; disse infatti per bocca di Isaia: “Ho reso la mia faccia come pietra durissima” (Is 50,7). La pietra, se viene percossa, non reagisce né si lamenta contro chi la percuote. Così Cristo: “Oltraggiato, non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta (1Pt 2,23). Fu poi “obbediente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2,8). Questa scala era appoggiata alla terra quando Cristo era dedito alla predicazione e operava miracoli; toccava il cielo quando, come ci dice Luca, passava le notti in preghiera (cf. Lc 6,12), in colloquio col Padre.

Ecco, la scala è drizzata. Perché dunque non salite? Perché continuate a strisciare per terra con le mani e con i piedi? Salite, perché Giacobbe vide gli angeli che salivano e scendevano per la scala. Salite dunque, o angeli, o prelati della chiesa, o fedeli di Gesù Cristo! Salite, vi dico, a contemplare quanto è soave il Signore (cf. Sal 33,9); scendete ad aiutare e a consigliare il prossimo, perché di questo il prossimo ha bisogno. Perché tentate di salire per un’altra via, invece che per la scala? Da qualunque altra parte voi vogliate salire, incombe su di voi un precipizio. “O stolti e tardi di cuore”, non dico “nel credere” (Lc 24,25), perché voi credete, e anche i demoni credono (cf. Gc 2,19); ma siete duri e di sasso nell’operare. Presumete di poter salire per altra via al monte Tabor, al riposo della luce, alla gloria della beatitudine celeste, invece che per la scala dell’umiltà, della povertà e della passione del Signore? Convincetevi che non è possibile! Ecco la parola del Signore: “Chi vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24). E in Geremia leggiamo: “Tu mi chiamerai Padre, e non tralascerai di camminare dietro a me” (Ger 3,19).

Dice Agostino: “Il medico beve per primo la medicina amara, affinché non si rifiuti di berla l’ammala­to”. E Gregorio: “Bevendo il calice amaro si giunge alla gioia della guarigione”. “Per salvare la vita, devi affrontare il ferro e il fuoco” (Ovidio).

Salite dunque, non temete, perché c’è il Signore alla sommità alla scala, pronto ad accogliere quelli che salgono. “Gesù, infatti, prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e salì su di un monte altissimo”.

 

II. la trasfigurazione di gesù cristo

 

6. “E fu trasfigurato davanti a loro” (Mt 17,2). Imprimi te stesso come molle cera su questa figura, per poter ricevere la figura di Gesù Cristo. Ecco come fu: “Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la neve” (Mt 17,2). In questa espressione si devono osservare quattro particolari: il volto, il sole, le vesti e la neve. Vedremo quale sia il loro significato morale.

Nella parte frontale della testa, che è il volto dell’uomo, ci sono tre sensi, la vista, l’odorato e il gusto, ordinati e disposti in modo mirabile. L’olfatto è posto tra la vista e il gusto, quasi come una bilancia. Analogamente nel volto della nostra anima ci sono tre sensi spirituali, disposti in ordine perfetto dalla sapienza del sommo artefice: la visione della fede, l’olfatto (il fiuto) della discrezione e il gusto della contemplazione.

 

7. Riguardo alla visione della fede, si legge nell’Esodo che “Mosè e Aronne, Nadab e Abiu e settanta anziani videro il Signore di Israele; sotto i suoi piedi vi era come un’opera di pietra di zaffiro, simile al cielo quando è sereno” (Es 24,9-10).

In questa citazione sono descritti tutti coloro che vedono con l’occhio della fede, e che cosa debbano vedere, cioè credere. Mosè s’interpreta “acquatico”, e raffigura tutti i religiosi che devono impregnarsi dell’acqua delle lacrime; a tale scopo infatti sono stati tolti dal fiume dell’Egitto, affinché in questa orribile solitudine [del mondo] seminino nelle lacrime e poi raccolgano in giubilo nella terra promessa. Aronne, sommo pontefice, che s’interpreta “monta­no" – [Dio lo mandò a incontrare Mosè sul monte (cf. Es 4,27)] –, raffigura tutti gli alti prelati della chiesa, che sono costituiti sul monte della dignità e dell’autorità. Nadab, che s’interpreta “spontaneo”, rappresenta tutti i sudditi, i quali devono obbedire spontaneamente, volentieri, e non per costrizione. Abiu, che s’interpreta “padre di essi”, raffigura tutti coloro che sono uniti in matrimonio secondo la forma della chiesa, affinché siano genitori di figli. Infine i settanta anziani d’Israele rappresentano tutti i battezzati, che nel sacramento hanno ricevuto lo Spirito Santo, il quale infonde i sette doni della grazia. Tutti costoro vedono, cioè credono, e devono vedere e credere nel Dio d’Israele.

“E sotto i suoi piedi c’era come un’opera di pietra di zaffiro”. Ecco che cosa devono credere. Le parole “Signore d’Israele” indicano la divini­tà, le parole “ sotto i suoi piedi” indicano l’umanità di Gesù Cristo, che dobbiamo credere vero Dio e vero uomo. Di questi piedi dice Mosè: “Quelli che si avvicinano ai suoi piedi riceveranno la sua dottrina” (Dt 33,3). Perciò è detto che Maria [di Màgdala] sedeva ai piedi del Signore e ascoltava la sua parola (cf. Lc 10,39). Sotto i piedi del Signore, vale a dire dopo l’in­car­nazione di Gesù Cristo, apparve l’opera del Signore, come di pietra di zaffiro e simile al cielo quando è sereno. Lo zaffiro e il cielo sereno sono dello stesso colore.

E osserva che lo zaffiro ha quattro proprietà: mostra in se stesso una stella, fa scomparire il carbonchio [dell’uomo], è simile al cielo sereno e ferma il sangue. Lo zaffiro raffigura la santa chiesa, che ebbe inizio dopo l’incarnazione di Cristo e durerà sino alla fine del tempo. Essa si articola in quattro ordini, cioè gli apostoli, i martiri, i confessori della fede e le vergini, che possiamo giustamen­te paragonare alle quattro proprietà dello zaffiro. Lo zaffiro mostra in se stesso una stella: questo fatto è figura degli apostoli, che per primi hanno mostrato la stella mattutina della fede a coloro che sedevano nelle tenebre e nell’ombra della morte (cf. Lc 1,79). Lo zaffiro con il contatto fa scomparire il carbonchio, che è una malattia mortale: e questo è figura dei martiri, che con il loro martirio hanno sconfitto la malattia mortale dell’idolatria. Lo zaffiro, che ha il colore del cielo, raffigura i confessori della fede, i quali, reputando sudiciume tutte le cose temporali, si sono innalzati con la fune dell’amore divino alla contemplazione della beatitudine celeste, dicendo con l’Apostolo: “La nostra patria è nei cieli” (Fil 3,20). Infine lo zaffiro ferma il sangue: e questo raffigura le vergini, che per amore dello sposo celeste hanno fermato totalmente in se stesse il sangue della concupiscenza carnale. E questa è l’opera meravigliosa di pietra di zaffiro, che apparve sotto i piedi del Signore.

È chiaro dunque che cosa la tua anima debba vedere e che cosa tu debba credere con l’occhio della fede.

 

8. Sull’olfatto (fiuto) della discrezione, leggiamo nel Cantico dell’amore (Cantico dei Cantici): “Il tuo naso è come la torre del Libano che guarda contro Damasco” (Ct 7,4). In questa citazione ci sono quattro parole molto importanti: naso, torre, Libano e Damasco. Nel naso è indicata la discrezione; nella torre l’umil­tà; nel Libano, che s’interpreta “bianchezza”, la castità; in Damasco, che s’interpreta “chi beve sangue”, la perfidia del diavolo.

Il naso dell’anima dunque è la virtù della discrezione, per mezzo della quale essa, come con un naso, deve saper distinguere il profumo dal fetore, il vizio dalla virtù, e avvertire anche cose poste lontano, cioè le tentazioni del diavolo che stanno per arrivare. Dice appunto Giobbe del vero giusto: “Sente da lontano l’odore della battaglia, gli incitamenti dei condottieri e le urla degli eserciti” (Gb 39,25). L’anima fedele con l’olfatto, cioè con la virtù della discrezione, prevede la guerra della carne, e i comandi dei condottieri, cioè le suggestioni della vana ragione raffigurate nei condottieri, e questo per non cadere nella fossa dell’iniquità sotto l’apparenza della santità; sente gli urli dell’esercito, cioè le tentazioni dei demoni che ululano come bestie feroci: l’ululato è proprio delle bestie feroci.

Questo “naso” della sposa dev’essere come la torre del Libano: la virtù della discrezione consiste soprattutto nell’umiltà del cuore e nella castità del corpo. E giusta­mente l’umiltà è detta “torre di castità” perché, come la torre difende l’accampamento, così l’umiltà del cuore difende la castità del corpo dai dardi della fornicazione. Se tale sarà l’olfatto della sposa, potrà agevolmente guardare contro Damasco, cioè contro il diavolo, che brama succhiare il sangue delle nostre anime, smascherando così la sua sottile perfidia.

 

9. Del gusto della contemplazione, dice il Profeta: “Gustate e vedete quanto è buono il Signore!” (Sal 33,9). Gustate, cioè con la gola della vostra mente spremete, e spremendo rievocate la beatitudine di quella celeste Gerusalemme, che è la glorificazione delle anime sante, l’ineffabile gloria delle schiere angeliche, la perenne dolcezza del Dio uno e trino; e pensate anche a quanto grande sarà la gloria di partecipare ai cori degli angeli, insieme ad essi lodare Dio con voce instancabile, contemplare di presenza il volto di Dio, ammirare la manna della divinità nell’urna d’oro dell’umanità. Se gusterete a fondo queste cose, in verità, in verità constaterete quanto è soave il Signore. Beata quell’anima, il cui volto è dotato e ornato di tali sensi!

Osserva ancora che l’olfatto è posto, quasi come l’ago della bilancia, tra la vista della fede e il gusto della contemplazione. Nella fede infatti è necessaria la discrezio­ne, affinché non ci azzardiamo ad avvicinarci a vedere il roveto ardente (cf. Es 3,3), a sciogliere i legacci dei sandali (cf. Lc 3,16), cioè a voler investigare il mistero dell’incar­nazione del Signore. Credi soltanto, e questo è sufficiente. Non è in tuo potere sciogliere i legami. Dice Salomone: “ Chi ha la pretesa di scrutare la maestà di Dio, sarà oppresso dalla gloria” (Pro 25,27). Crediamo dunque con fermezza, e profes­siamo la nostra fede con semplicità.

Anche nella contemplazione è necessaria la discrezione, per non pretendere di assaporare delle cose celesti più di quanto sia conveniente (cf. Rm 12,3). Dice infatti Salomone: “Figlio, hai trovato il miele?”, cioè la dolcezza della contemplazione? “Mangiane solo quanto ti basta, per non vomitarlo se ne mangi troppo” (Pro 25,16). Vomita il miele colui che, non conten­to della grazia che gli è data senza suo merito, vuole esplorare con la ragione umana la dolcezza della contempla­zione, trascurando ciò che è detto nella Genesi, che alla nascita di Beniamino, Rachele morì (cf. Gn 35,17-19).

In Beniamino è raffigurata la grazia della contemplazione, in Rachele l’umana ragione. Alla nascita di Beniamino muore Rachele, perché quando la mente, pretendendo di elevarsi al di sopra delle sue forze, intravede qualcosa della luce della divinità, ogni umana ragione viene meno. La morte di Rachele raffigura il venir meno della ragione. Perciò ha detto qualcuno: “Nessuno con l’umana ragione può giungere fin dove è stato rapito Paolo” (Riccardo di San Vittore).

Pertanto l’olfatto della discrezione sia come una bilancia posta tra la visione della fede e il gusto della contem­plazione, affinché il volto dell’anima nostra risplenda come il sole.

 

10. Osserva ancora che nel sole ci sono tre prerogative: lo splendore, la bianchezza e il calore. E vedi come queste tre proprietà del sole si accordino perfettamente con i tre sopraddetti sensi dell’anima. Lo splendore del sole si accorda con la visione della fede, che con la chiarezza della sua luce vede e crede alle cose invisibili. La bianchezza, cioè la nitidezza e la purezza, si confà alla discrezione dell’olfatto; e giustamen­te, perché come ci turiamo il naso e ci voltiamo dall’altra parte davanti a una cosa puzzolente, così per la virtù del­la discrezione dobbiamo allontanarci dall’immondezza del peccato. E anche il calore del sole conviene al gusto della contemplazione, perché in questa c’è veramente il calore dell’amore. Dice infatti il beato Bernardo: “È assolutamente impossibile che il sommo Bene possa essere contemplato senza essere amato”: Dio infatti è l’amore stesso.

Fate dunque attenzione, o carissimi, e vedete quanto sia utile, quanto salutare prendere con sé quei tre compagni e salire sul monte della luce, perché lì c’è veramente la trasfigurazione dall’apparenza di questo mondo, che svanisce (cf. 1Cor 7,31), alla figura di Dio, che resta nei secoli dei secoli, e della quale è detto: “Il suo volto rifulse come il sole”. Risplenda come il sole anche il volto della nostra anima, affinché ciò che vediamo con la fede brilli nelle opere; e il bene che ben comprendiamo all’interno si traduca nella testimonianza delle opere all’esterno, per la virtù della discrezione; e ciò che gustiamo nella contem­plazione di Dio si accenda di calore nell’amore del prossi­mo. Solo così il nostro volto risplenderà come il sole.

 

11. “Le sue vesti divennero bianche come la neve” (Mt 17,2), “quali nessun lavandaio sulla terra riuscirebbe a fare” (Mc 9,2).

Le vesti dell’anima nostra sono le membra di questo nostro corpo: esse devono essere candide. Dice Salomone: “In ogni tempo siano candide le tue vesti!” (Eccle 9,8). Di quale candore? “Come la neve”, dice il vangelo. Il Signore, per bocca di Isaia, promette ai peccatori che si convertono: “Se i vostri peccati saranno come lo scarlatto, saranno resi bianchi come la neve (Is 1,18).

Osserva qui due cose: lo scarlatto e la neve. Lo scar­latto è una stoffa che ha il colore del fuoco e del sangue. La neve è fredda e bianca. Nel fuoco è raffigurato l’ardore del peccato, nel sangue la sua immondezza; nella freddezza della neve è simboleggiata la grazia dello Spirito Santo, nella bianchezza la purezza della mente. Dice dunque il Signore: “Se i vostri peccati fossero come lo scarlatto”, ecc. È come se dicesse: Se ritornerete a me, io infonderò in voi la grazia dello Spirito Santo che estinguerà l’ardore del peccato e laverà la sua immondezza. Egli stesso dice ancora per bocca di Ezechiele: “Verserò su di voi acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre sozzure” (Ez 36,25).

Perciò le vesti, vale a dire le membra del nostro corpo, siano bianche come la neve, affinché la freddezza della neve, cioè la compunzione della mente, estingua l’ardore del peccato, e la purezza di una vita santa deterga ogni immondezza.

Le vesti raffigurano anche le virtù della nostra anima, che, di esse rivestita, appare gloriosa al cospetto del Signore. Di queste vesti, nel racconto biblico di questa domenica, è detto che Rebecca rivestì Giacobbe di vesti molto belle, che teneva presso di sé (cf. Gn 27,15). Rebecca, cioè la sapienza di Dio Padre, rivestì Giacobbe, vale a dire il giusto, di virtù, vesti molto belle perché intessute con la mano e l’arte della sua Sapienza: vesti che tiene presso di sé, riposte nel tesoro della sua gloria; e le ha veramente, perché è Signore e padrone di tutto e le dà a chi vuole, quando vuole e come vuole.

Queste vesti sono dette candide per l’effetto che producono, perché rendono l’uo­mo candido, non dico solo come la neve, ma molto più di essa. E tali vesti nessun lavandaio, cioè nessun predicatore sopra la terra, può renderle così candide con il lavaggio della sua predicazione.

 

III. l’apparizione di mosè e di elia

 

12. “Apparvero Mosè ed Elia, che discutevano con lui” (Mt 17,3).

Al giusto così trasfigurato, così illuminato, così rivestito, appaiono Mosè ed Elia. In Mosè, che era il più mansueto di tutti gli uomini che abitavano sulla terra (cf. Nm 12,3), i cui occhi non si erano appannati, né smossi i denti (Dt 34,7), è simboleggiata la mansuetudine della misericordia e della pazienza.

“Mansueto” è come dire “abituato alla mano” (manui assuetus). Questi è come un figlio, come un animale addomesticato, abituato alla mano (all’azione) della grazia divina: il suo occhio, cioè la ragione, non si annebbia con la fuliggine dell’odio, né si offusca con la nuvola del rancore; i suoi denti non si muovono contro alcuno con la mormorazione, né mordono con la detrazione.

In Elia, del quale si narra nel terzo libro dei Re che uccise i profeti di Baal sulle rive del torrente Cison (cf. 3Re 18,40), è simboleggiato lo zelo per la giustizia. “Baal” s’interpreta “che sta in alto”, o “divoratore”, e “Cison” “la loro durezza”. Perciò colui che veramente arde di zelo per la giustizia, uccide con la spada della predi­cazione, della minaccia e della scomunica i profeti e i servi della superbia, che tendono sempre verso l’alto; uccide i servi della gola e della lussuria, che tutto divorano: li uccide perché muoiano al vizio e vivano per Iddio (cf. Gal 2,19). E compie quest’opera nel torrente Cison, cioè per l’eccessiva durezza del loro cuore, per la quale accumulano su di sé la collera per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio (cf. Rm 2,5).

E dice in proposito il Signore per bocca di Ezechiele: “Sono figli di dura cervice e di cuore indomabile, quelli ai quali io ti mando” (Ez 2,4); “davvero tutta la casa d’Israele è di fronte impudente e di cervice ostinata” (Ez 3,7). Ha la fronte impudente colui che, quando viene rimproverato, non solo disprezza la correzione, ma neppure arrossisce del suo peccato. A costui rinfaccia Geremia: “Ti sei fatta una faccia da meretrice: non hai voluto arrossire” (Ger 3,3).

Mosè ed Elia, cioè la mansuetudine della misericordia e lo zelo per la giustizia, devono apparire col giusto, già trasfigurato sul monte della santa vita, affinché, come il Samaritano, sia in grado di versare sulle piaghe del ferito il vino e l’olio, affinché il vigore del vino supplisca alla delicatezza dell’olio, e la delicatezza dell’olio attenui la forza del vino.

Dell’angelo che apparve nella Risurrezione di Cristo, è detto in Matteo che il suo aspetto era come la folgore e le sue vesti come la neve (cf. Mt 28,3). Nella folgore è indicata la severità del giudizio, nel candore della neve la grazia della misericordia. L’an­gelo, cioè il prelato, deve avere l’aspetto della folgore, affinché le donne, cioè le menti effeminate, inorridiscano di sé alla vista della sua santità. Come fece Ester, della quale è detto: “Quando Assuero alzò il viso e mostrò dallo sfavillio degli occhi la collera del suo animo, la regina si sentì venir meno, mutò il suo colore in pallore e abbandonò la testa sulla spalla dell’ancella che l’accompagnava” (Est 15,10). Ma il prelato, come fece Assuero, deve porgere lo scettro d’oro della benevolenza (cf. Est 15,15), e indossare le vesti della neve, affinché quelli che la severità paterna ha rimproverato, li consoli la pietosa benevolenza della madre. Per questo è detto: Pur usando la sferza del padre, abbi anche le mammelle della madre.

Il prelato dev’essere come il pellicano, che – come si racconta – uccide i suoi nati, ma poi estrae dal proprio corpo del sangue e lo versa sopra di essi, e così li richiama in vita. Così deve fare il prelato: i suoi figli, i suoi sudditi, che ha stimmatizzato con il flagello della disciplina e ucciso con la spada dell’aspra invettiva, deve poi con il suo sangue, cioè con la compunzione della mente e l’effusione delle lacrime – che Agostino definisce “sangue dell’anima” –, richiamarli alla penitenza, nella quale appunto sta la vita dell’ani­ma.

 

IV. la dichiarazione della voce del padre:

“questo è il mio figlio amatissimo”

 

13. E se in te si effettueranno prima queste tre eventi, cioè la salita sul monte, la trasfigurazione e l’apparizione di Mosè ed Elia, il quarto seguirà necessariamente, come continua il vangelo: “Ed ecco che una nube luminosa li avvolse” (Mt 17,5). Un’espressione simile la troviamo alla fine dell’Esodo, dove è detto: “Dopo che tutte le cose furono compiute, una nube coprì la tenda della testimonianza, e la gloria del Signore la riempì” (Es 40,31-32).

Rammenta che nella tenda della testimonianza c’erano quattro oggetti: il candelabro a sette lumi, la mensa della proposizione, l’arca del testamento e l’altare d’oro (cf. Es 25,31-36). La tenda della testimonianza raffigura il giusto: tenda, perché “la sua vita sulla terra è un combattimento” (Gb 7,1): infatti è dalla tenda che i soldati armati sono soliti uscire per affrontare i nemici, quando sono da essi attaccati; così fa pure il giusto quando intraprende il combattimento, e viene lui stesso attaccato; per questo si dice: “Il nemico che combatte valorosamente, fa combattere valorosamente anche te” (Ovidio); tenda della testimonianza, che ha non solo da quelli che sono fuori (cf. 1Tm 3,7) e che talvolta non corrisponde al vero, ma da se stesso, perché sua gloria è la testimonianza della sua coscienza (cf. 2Cor 1,12), e non della lingua altrui.

In questa tenda della testimonianza, il candelabro d’oro, battuto a mano, con sette lumi, raffigura la compunzione del cuore d’oro del giusto, che è percosso da molteplici sospiri come da tanti martelli. I sette lumi di questo candelabro sono i tre capretti, le tre forme di pane e l’anfora di vino, portati dai tre suddetti compagni del giusto. E nella tenda del giusto c’è anche la mensa della proposizione, nella quale è raffigurata la perfezione della vita santa, sulla quale devono essere posti i pani della proposizione, cioè il nutrimento della predicazione, che a tutti deve essere offerto. Dice infatti l’Apo­stolo: “Sono in debito sia verso i greci che verso i barbari” (Rm 1,14).

E ancora lì nella tenda c’è l’arca dell’alleanza, con dentro la manna e la verga di Aronne. Nell’arca, cioè nella mente del giusto, ci dev’essere la manna della mansuetudine, per essere come Mosè, e la verga della correzione, per essere come Elia. E infine c’è l’altare d’oro, simbolo del fermo proposito della perseveranza finale. In questo altare viene offerto ogni giorno l’incenso della devota compunzione e da esso salgono gli aromi della profumata orazione.

 

14. Giustamente quindi è detto: “Dopo che tutte le cose furono compiute, una nube coprì la tenda della testimonian­za”. Tale tenda, nella quale è compiuto tutto ciò che riguarda la perfezione, è coperta dalla nube ed è riempita dalla gloria del Signore, come è detto nel vangelo di oggi: “E una nube luminosa li avvolse”. Infatti la grazia del Signore ripara il giusto trasfigurato sul monte della luce, cioè della santa vita: lo ripara dagli ardori della prosperità di questo mondo, dalla pioggia della concupiscenza carnale, dalla tempesta della persecuzione diabolica; e così merita di sentire lo spirare di un’aura leggera (cf. 3Re 19,12), la tenerezza di Dio Padre che dice: “Questo è il figlio mio amatissimo, ascoltatelo!” (Mt 17,5).

È veramente degno di essere chiamato figlio di Dio, colui che ha preso con sé i tre sopraddetti compagni, che è salito sul monte, che ha trasfigurato se stesso dalla figura di questo mondo nella figura di Dio, che ha avuto come compagni Mosè ed Elia e ha meritato di essere avvolto dalla nube luminosa.

Ti preghiamo, dunque, Signore Gesù, che dalla valle della miseria tu ci faccia salire al monte della vita santa, affinché segnati dall’impronta della tua passione e fondati sulla mansuetudine della misericordia e lo zelo della giustizia, meritiamo nel giorno del giudizio di essere avvolti dalla nube luminosa e di sentire la voce della gioia, della letizia e dell’esultanza: “Venite, benedetti del Padre mio”, che vi ha benedetti sul monte Tabor, “rice­vete il regno che è stato preparato per voi fin dall’origine del mondo” (Mt 25,34).

A questo regno si degni di condurci colui al quale è onore e gloria, lode e dominio, maestà ed eternità nei secoli dei secoli. E ogni spirito risponda: Amen!

 

 

 

DOMENICA II DI QUARESIMA (2)

Temi del sermone

 

– Vangelo per la stessa domenica: “Partito Gesù di lì”.

– Anzitutto sermone ai predicatori: “Israele uscì in battaglia”.

– Sermone sul disprezzo del mondo: “Giacobbe, partito da Bersabea”.

– Sermone ai penitenti: “Ciò che prima non voleva tocca­re”; la triplice tentazione del diavolo; in quanti modi avvenga la polluzione notturna.

– Sermone ai religiosi: “E tu, figlio dell’uomo, prenditi del frumento”.

– Sermone sulla confessione, nella quale sono necessari cinque atti: “Gesù, uscito di lì, si ritirò dalle parti di Tiro e Sidone”; i quattro componenti dell’arco e della cetra.

– Sermone contro i curiosi e quelli che vagano tra le cose del mondo: “Uscì Dina per vedere”.

 

esordio - sermone ai predicatori

 

1. “Gesù, partito da quel luogo, si ritirò dalle parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna cananea, uscita da quei luoghi, si mise a gridare: Pietà di me, Signore, figlio di Davide”, ecc. (Mt 15,21-22).

Leggiamo nel primo libro dei Re: “Israele uscì in batta­glia contro i Filistei e si accampò presso la pietra del soccorso” (1Re 4,1).

Israele s’interpreta “semente di Dio”, e raffigura il predicatore o anche la sua predicazione, della quale Isaia dice: “Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato la semente”, cioè la predicazione, “noi saremmo come Sodoma e come Gomorra” (Is 1,9). Il predicatore deve uscire in battaglia contro i Filistei. Filistei s’interpreta “cadenti per il bere”, e sono figura dei demoni che, ubriachi di superbia, caddero dal cielo. Contro di essi il predicatore esce in battaglia quando con la sua predicazio­ne fa ogni sforzo per strappare dalle loro mani il peccato­re: ma non può far questo se non si accamperà presso “la pietra del soccorso”.

La pietra del soccorso è Cristo. Di essa, nel racconto biblico di questa domenica, è detto: “Giacobbe prese una pietra, se la pose sotto il capo e si addormentò” (Gn 28,11). Così il predicatore deve mettersi sotto il capo, cioè nella sua mente, la pietra del soccorso, Gesù Cristo, per poter in lui riposare e in lui e con lui scacciare i demoni. E questo vogliono dire le parole: “Si accampò presso la pietra del soccorso”, perché vicino a Gesù Cristo, che è aiuto nelle tribolazioni, confidando in lui, tutto a lui attribuendo, il predicatore deve erigere l’accampamento della sua attività e fissare le tende della sua predicazione.

Perciò nel nome di Gesù Cristo uscirò contro il Filisteo, cioè contro il demonio, per poter liberare dalla sua mano, con questa predicazione, il peccatore, schiavo del peccato; fiducioso nella grazia di colui che è uscito per la salvezza del suo popolo (cf. Ab 3,13). Per questo leggiamo nel vangelo di oggi: “Gesù, uscito di lì, si ritirò dalle parti di Tiro e Sidone”.

 

2. Osserva che l’essenza del vangelo di oggi consiste soprattutto in tre momenti: l’uscita di Gesù Cristo, la supplica della donna cananea per la figlia tormentata dal demonio, e la liberazione della figlia stessa.

Vedremo il significato morale di ciascuno di questi tre fatti.

 

I. l’uscita di gesù,

ossia l’uscita del penitente dalla vanità del mondo

 

3. “Gesù, uscito...”, ecc. L’uscita di Gesù raffigura l’uscita del penitente dalla vanità del mondo. Di questo si legge e si canta nel racconto di questa domenica: “Uscito Giacobbe da Bersabea, andava verso Carran” (Gn 28,10). Ecco come concordano i due Testamenti: “Uscito, Gesù si ritirò dalle parti di Tiro e Sidone”, dice Matteo; “Uscito Giacobbe da Bersabea, andava verso Carran”, dice Mosè nella Genesi.

Giacobbe s’interpreta “soppiantatore” e raffigura il peccatore convertito, che sotto la pianta (del piede) della ragione calpesta, schiaccia la sensualità della carne. Egli esce da Bersabea, che s’interpreta “settimo pozzo” e indica l’insaziabile cupidigia di questo mondo che è la radice di tutti i mali (cf. 1Tm 6,10). Di questo pozzo, Giovanni nel suo vangelo, riportando le parole della Samaritana che parla con Gesù, dice: “Signore, tu non hai nulla con cui attingere, e il pozzo è profondo” (Gv 4,11). E Gesù risponde: “Tutti coloro che berranno di quest’acqua, avranno ancora sete” (Gv 4,13).

O Samaritana, ben a ragione hai detto che il pozzo è profondo: infatti la cupidigia del mondo è profonda, perché appunto è senza il fondo della sufficienza, della sazietà. E perciò chiunque berrà dell’acqua di questo pozzo, con la quale intendiamo le ricchezze e i piaceri temporali, avrà sete di nuovo. È proprio vero, e lo ripetia­mo, perché anche Salomone dice nelle parabole: “La sanguisuga ha due figlie che dicono: Dammi, dammi!” (Pro 30,15). La sanguisuga è il diavolo che ha sete del sangue dell’anima nostra e brama succhiarlo. Sue sono le due figlie: le ricchezze, cioè, e i piaceri, che dicono sempre: “Dammi, dammi!”, e mai: “Basta!”.

Parimenti, di questo pozzo dice ancora l’Apocalisse: “Dal pozzo salì un fumo, come il fumo di una grande fornace, e si oscurò il sole e l’aria. E dal fumo del pozzo uscirono sulla terra le cavallette” (Ap 9,2-3). Il fumo che acceca gli occhi della ragione sale dal pozzo della cupidigia mondana, che è la grande fornace di Babilonia. Da questo fumo sono oscurati il sole e l’aria. Il sole e l’aria raffigurano i religiosi. “Sole”, perché devono essere puri, fervorosi e splendenti: puri per la castità, fervorosi per la carità e splendenti per la povertà; “aria”, perché devono essere aerei, cioè contem­plativi.

Ma, sotto la spinta dei nostri peccati, uscì il fumo dal pozzo della cupidigia e ormai affumicò tutti. Infatti Geremia nelle Lamentazioni deplora: “Come si è oscurato l’oro, il suo splendido colore come è cambiato! (Lam 4,1). Sole e oro, aria e colore splendido significano la stessa cosa: lo splendore del sole e dell’oro si è oscurato, l’aria e il colore si sono alterati. E osserva con quanta esattezza ha detto: oscurato e alterato. Infatti il fumo della cupidigia oscura lo splendore della religione e affumica lo splendido colore della contemplazione celeste, nella quale il volto dell’anima viene misticamente soffuso di splendido colore, diviene cioè candido e vermiglio: candido per l’incarnazione del Signore, vermiglio per la sua passione; candido per l’avorio della castità, vermiglio per l’ardente desiderio dello sposo celeste.

 

4. Ahimè, ahimè, questo splendido colore viene oggi dete­riorato perché è affumicato dal fumo della cupidigia, del quale è scritto ancora: “E dal fumo del pozzo uscirono sulla terra le cavallette”. Le cavallette, per i salti che fanno, raffigurano tutti i religiosi, i quali, congiunti entrambi i piedi della povertà e dell’obbedienza, devono saltare all’al­tezza della vita eterna.

Ma ahimè, con un salto all’indietro dal fumo del pozzo sono usciti sulla terra e, come è detto nell’Esodo, ne hanno coperto tutta la superficie (cf. Es 10,5). Oggi non ci sono mercati, non si fanno adunanze civili o ecclesia­stiche, nelle quali non si trovino monaci e religiosi. Comprano e rivendono, “fanno e disfanno, cambiano in roton­do ciò che è quadrato” (Orazio, Epistole). Nelle cause convocano le parti, litigano davanti ai giu­dici, assoldano legisti e avvocati, trovano testimoni pronti a giurare insieme ad essi per cose effimere, frivole e vane.

Ditemi, o fatui religiosi, se nei profeti e nei vangeli di Cristo, o nelle lettere di Paolo, e nella regola di san Benedetto o di sant’Agostino avete trovato questi dibatti­ti, queste distrazioni, questi clamori e queste dichiara­zioni nei processi, per cose effimere e caduche. O piutto­sto non dice il Signore agli apostoli, ai monaci, a tutti i religiosi, non a titolo di consiglio ma proprio come comando, giacché hanno eletto la via della perfezione: “Io vi dico: amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano; benedite coloro che vi maledicono, pregate per quelli che vi calunniano. E a chi ti percuote su una guancia, porgigli anche l’altra. E a chi ti leva il mantel­lo, non rifiutare la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende del tuo, non richiederlo. E ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. E se amate quelli che vi amano, quale merito ne avrete? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se beneficate quelli che vi beneficano, quale merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso” (Lc 6, 27-33). Questa è la regola di Gesù Cristo, da preferirsi a tutte le regole, le istituzioni, le tradizioni, gli espedienti, “perché non c’è servo più grande del suo padrone, né apostolo più grande di chi lo ha mandato” (Gv 13,16).

Osservate, ascoltate e vedete, o popoli tutti, se c’è stoltezza, se c’è presunzione uguale alla loro. Nella loro regola e nelle loro costituzioni sta scritto che ogni monaco, o canonico, abbia due o tre tuniche, due paia di calzature, adatte all’inverno e all’estate. Se per caso succede che non abbiano queste cose a tempo e a luogo, protestano che non si osservano i comandi, e che così si pecca vergognosamente contro la regola. Vedi con quanto scrupolo osservano una regola, o una prescrizione che riguarda il corpo; ma la regola di Gesù Cristo, senza la quale non possono salvarsi, la osservano poco o nulla.

E che cosa dirò del clero e dei prelati della chiesa? Se un vescovo o un prelato della chiesa fa qualcosa contro una decretale di Alessandro, o di Innocenzo, o di qualche altro papa, viene subito accusato, l’accusato viene convocato, il convocato viene convinto del suo crimine, e dopo essere stato convinto viene deposto. Se invece commette qualcosa di grave contro il vangelo di Gesù Cristo, che è tenuto ad osservare sopra tutte le cose, non c’è nessuno che lo accusi, nessuno che lo riprenda. Tutti infatti amano ciò che è proprio, e non ciò che è di Gesù Cristo (cf. Fil 2,21).

Lo stesso Cristo, in merito a queste cose, sia ai religiosi che ai chierici dice: “Avete annullato il comando di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti, bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me; invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini” (Mt 15,6-9). E di nuovo: “Guai a voi, farisei, che pagate la decima della menta, dell’a­neto (finocchio), della ruta e di tutte le erbe, e poi trasgredite le leggi della giustizia e dell’amore di Dio. Queste cose bisognava curare, senza trascurare le altre. Guai a voi, farisei, che cercate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze. Guai a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, mentre voi quei pesi non li toccate neppure con un dito. Guai a voi, dottori della legge, che vi siete impadroniti della chiave della scienza: voi non vi siete entrati, e a quelli che volevano entrarvi l’avete impedito” (Lc 11,42-43.46.52). Ben a ragione quindi l’Apocalisse afferma che “è salito il fumo del pozzo come il fumo di una grande fornace, che ha oscurato il sole e l’aria, e dal fumo del pozzo sono uscite sulla terra le cavallette”.

 

5. Osserva ancora che il pozzo della cupidigia umana è chiamato “settimo pozzo”, e questo per due motivi: o perché è la sentìna e la fogna di sette crimini – dice infatti l’Apostolo che la cupidigia è la radice di tutti i mali (cf. 1Tm 6,10) –; o perché la cupidigia non conosce fondo di sazietà, di sufficienza, come si legge nella Genesi che il settimo giorno non ha sera (cf. Gn 2,2). Perciò da questo pozzo sciagurato esce il peccatore pentito. A lui si applicano le parole: “Uscito Giacobbe da Bersabea, si diresse verso Carran”. “Gesù, uscito di lì, si ritirò dalle parti di Tiro e Sidone”.

E vediamo che cosa signìfichino i tre nomi: Tiro, Sidone e Carran. Tiro s’interpreta “angustia”; Sidone “caccia della tristezza”; Carran “eccelsa” o “indignazione”. Il penitente, uscito dalla cupidigia del mondo, si ritira dalle parti di Tiro, cioè dell’angustia. Osserva che il vero penitente ha una duplice angustia: la prima è quella che sente per il peccato commesso, la seconda è quella che subisce a motivo della triplice tentazione del diavolo, del mondo e della carne.

Della prima, dice Giobbe: “Quelle cose che prima la mia anima non voleva toccare, adesso nella mia angustia sono diventate il mio cibo” (Gb 6,7). Per il penitente infatti, a motivo dell’angustia della contrizione, che sente per i peccati, il perdurare nelle veglie, l’abbondanza delle lacrime, i frequenti digiuni, sono come dei cibi prelibati: l’anima, cioè la sua sensualità saziata di cose temporali, prima di tornare alla penitenza, aborriva perfino di toccarli. Per questo dice Salomone: “L’anima sazia calpesta il favo di miele, invece l’anima affamata prende anche l’amaro, come fosse dolce” (Pro 27,7).

 

6. Della seconda angustia, causata dalla triplice tenta­zione del giusto, dice Isaia: “Come i turbini vengono dall’africo (vento del deserto, libeccio), la deva­stazione (vastitas) viene dal deserto, da una terra spaventosa. Una visione angosciosa mi fu mostrata. Per questo sono pieni di dolore i miei lombi; l’angustia mi ha preso, come l’angu­stia di una partoriente; mi spaventai all’udire, fui atterrito al vedere. Il mio cuore si strugge, le tenebre mi hanno riempito di angoscia” (Is 21,1-4).

Fa’ attenzione a tutte queste parole: nel turbine è indicata la suggestione del diavolo (cf. Is 21,1); nella devastazio­ne la cupidigia del mondo; nella visione angosciosa la tentazione della carne.

I turbini che provengono dall’africo sono le suggestioni del diavolo, che turbano e opprimono l’anima del penitente. Si legge in Giobbe: “Improvvisamente un vento impetuoso si abbatté dalla regione del deserto e scosse i quattro angoli della casa, e questa crollando schiacciò i figli di Giobbe (Gb 1,19). Il vento impetuoso, che si abbatte dalla regione del deserto, è l’inattesa suggestione del diavolo, che talvolta irrompe all’im­prov­viso e così violentemente, da scuotere fin dalle fondamenta i quattro angoli della casa, cioè le quattro virtù principali (cardinali) dell’anima del giusto, e qualche volta, ahimè, la fa crollare, cioè lo fa cadere nel peccato mortale. Così i figli di Giobbe, cioè le opere buone e i buoni sentimenti del giusto, periscono.

 

7. La devastazione che viene dal deserto è la cupidigia, che viene dal deserto, cioè dal mondo, pieno di bestie feroci, e brama devastare le ricchezze della povertà dell’uomo santo, che è il penitente contrito. Dice perciò Gioele: “Il fuoco ha divorato la bellezza del deserto, e la fiamma ha bruciato tutte le piante della regione” (Gl 1,19). Il fuoco, cioè la cupidigia, ha mangiato, ha divorato la bellezza del deser­to, cioè i prelati e i ministri della chiesa, che sono posti nel deserto di questo mondo e sono costituiti da Dio per la bellezza e il decoro della chiesa stessa. E la fiamma dell’avarizia ha bruciato tutte le piante della regione, cioè tutti i religiosi, che giustamente sono chiamati “piante della regione”. “La regione è la religione, nella quale sono come trapiantati dalla regione della dissomi­glianza, cioè della vanità del mondo [dove si distrugge la somiglianza con Dio], per portare frutti di gloria celeste” (Bernardo).

 

8. La visione angosciosa, annunziata da una terra spaven­tosa, è la tentazione della carne, che giustamente è detta terra spaventosa, perché è orrida e abominevole per pensie­ri depravati, per parole false e ostili, per opere perverse, per innumerevoli impurità e nefandezze. E osserva ancora che la tentazione della carne è detta “visione angosciosa” perché consiste principalmente nella visione degli occhi. Dice infatti il Filosofo: “I primi dardi della lussuria sono gli occhi”. Infatti lamenta Geremia: “Il mio occhio ha devastato la mia anima” (Lam 3,51), e il beato Agostino: “L’occhio impudico è nunzio di cuore impudico”.

Per questo, come dice il beato Gregorio, gli occhi si devono mortificare, perché sono come certi predoni, dei quali si parla nel quarto libro dei Re: Dei predoni avevano rapito dalla terra d’Israele una fanciul­la, che era a servizio della moglie di Naaman, il lebbroso (cf. 4Re 5,2). I predoni sono gli occhi, che rapiscono la fanciulla, cioè la pudicizia e la castità, dalla terra d’Israele, vale a dire dalla mente del giusto, che vede Dio, e così la fanno servire (la mente) alla moglie, cioè alla fornicazione, che è moglie di Naaman il lebbroso, cioè del diavolo. Da tale moglie il demonio lebbroso genera molte figlie e figli lebbrosi.

In altro senso: È detta “visione angosciosa” quella che di solito avviene nel sonno, che è chiamata polluzione carna­le, che turba profondamente, e deve turbare, la mente del giusto. Dice infatti Giobbe: “Mi spaventerai – cioè permetterai che io sia spaventato – con i sogni, e mi scuoterai con orrende visioni. Per questo la mia anima preferirebbe sospendersi al cappio e le mie ossa preferi­rebbero la morte” (Gb 7,14-15). Il giusto, quando si sente terrorizzato dall’orrore della visione ingannatrice, deve subito sorgere e sospendere la sua anima nella contem­plazione delle cose celesti e castigare con gemiti e flagelli le ossa del corpo eccitato, che ha avvertito un momentaneo piacere.

Osserva anche che questa polluzione avviene, di solito, in quattro modi: o si verifica per l’eccessiva accumulazio­ne di umori, o per la debolezza del corpo, e in questi casi non c’è peccato, o al massimo è peccato veniale; o per eccesso di cibi e di bevande, e se ciò si fa abitualmente è peccato mortale; o per aver contemplato, con il consenso della mente, la bellezza femminile, e allora è certamente peccato mortale.

Per questo il penitente che, uscito da Bersabea, si è ritirato dalle parti di Tiro, cioè nell’an­gustia, dice: Come i turbini, cioè le suggestioni, vengono dall’africo, vale a dire dal diavolo, così la devastazione, cioè la cupidigia che tutto devasta, viene dal deserto, cioè dal mondo; così pure l’angosciosa visione della tentazione mi è stata annunciata da una terra orribile, cioè dalla carne corrotta.

Ahimè, ahimè, Signore Dio, in sì grande turbine, in sì grande devastazione, in sì angosciosa visione, dove fuggi­re? Che cosa fare? Senti che cosa dice ancora il penitente: “Per questo sono ricolmi di dolore i miei lombi, l’angustia mi ha preso, come l’angustia di una partoriente”. Al peni­tente, quando l’angosciosa visione si annuncia dalla terra orribile, i lombi si riempiono di dolore e non di piacere. Quindi dice con il profeta: “Brucia le mie reni, Signore” (Sal 25,2).

“E l’angustia mi ha preso”. Questo penitente che dice: l’angustia mi ha preso, si è ritirato veramente dalle parti di Tiro. E quale angustia lo ha preso? L’angustia della partoriente. Come non c’è angustia più grande di quella della partoriente, così non c’è angustia maggiore di quella del giusto, sottoposto alla tentazione. Infatti leggiamo nell’Esodo: “Gli egiziani odiavano i figli d’Israele: li tormentavano e li schernivano, e rendevano loro la vita amara” (Es 1,13-14). Gli egiziani sono i demoni, i peccatori impenitenti e i moti carnali. Tutti costoro hanno in odio i figli d’Israele, cioè i giusti: i demoni li tormentano, i peccatori impenitenti li scherniscono, i moti carnali rendono loro la vita amara.

 

9. “Mi spaventai all’udire, fui turbato al vedere. Venne meno il mio cuore e le tenebre mi riempirono di terrore”. Consideriamo il significato delle singole espressioni. Dice il penitente: “All’udire” i turbini provenienti dall’africo, all’istante crollai con la faccia a terra, scongiurando il Signore di non permettere che io fossi travolto da quel turbine. Infatti il giusto, quando avverte le suggestioni del diavolo, deve subito immergersi nella preghiera, perché “questa specie di demoni non si scaccia se non con la preghiera e con il digiuno” (Mt 17,20).

“Mi spaventai” al veder giungere la devastazione della cupidi­gia mondana. Ben a ragione dice: mi spaventai. Il giusto, quando lo lusinga qualche brama di cose temporali, subito deve avere l’animo e il volto turbato, proprio per non mostrarsi favorevole. “Venne meno il mio cuore” al fluido della lussuria; “le tenebre” della morte eterna “mi riempirono di terrore, quando dalla terra orribile mi fu annunciata l’angosciosa visione”. Come chiodo scaccia chiodo, così il terrore della geenna scaccia il piacere della libidine. Quindi giustamente è detto del penitente: “Uscito da Bersabea, si ritirò dalle parti di Tiro, e andò a Carran”.

E osserva quanto bene si accordino Tiro e Carran, cioè l’angustia e l’eccelso, perché chi vuole arrivare alle cose eccelse, non può farlo senza passare per l’angustia. Il penitente che vuole salire alla pienezza della vita eterna, deve prima passare per Tiro. Infatti dice il Signore: “Non bisognava forse che il Cristo sopportasse queste sofferenze – ecco Tiro –, per entrare nella sua gloria?”, ecco Carran (Lc 24,26).

Che cosa faremo dunque al penitente che esce dal pozzo della cupidigia mondana e si accinge a salire alle altezze della beatitudine celeste? Il monte è altissimo, la salita è durissima e piena di ostacoli. Perché non venga meno per via gli costruiremo una scala, sulla quale possa salire agevolmente; come è detto nel racconto biblico di questa domenica: “Giacobbe vide in sogno una scala, appoggiata a terra” (Gn 28,12), ecc.

 

10. Osserva che questa scala ha due braccia [i montanti] e sei scalini, sui quali si fa la salita. Questa scala raffigura la santificazione del penitente, della quale l’Apo­stolo nell’epistola di oggi dice: “Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione, affinché ognuno di voi sappia mantenere il proprio corpo con onore e santità” (1Ts 4,3-4). Le braccia di questa scala sono la contrizione e la confessione. I sei scalini sono quelle sei virtù, nelle quali consiste tutta la santificazione dell’anima e del corpo: cioè la mortificazione della propria volontà, il rigore della disciplina, la virtù dell’astinenza, la consi­derazione della propria fragilità, l’esercizio della vita attiva e la contemplazione della gloria celeste.

Di queste sei virtù parla il Signore per bocca di Ezechiele, dicendo: “E tu, figlio dell’uomo,... prenditi del frumento e dell’orzo, delle fave e delle lenticchie, del miglio e della spelta: metti il tutto in un vaso e fatti dei pani” (Ez 4,1.9). Nel frumento, che muore quando viene seminato nella terra, è raffigurata la mortificazione della nostra volontà; nell’orzo, che ha una paglia tenace, è indicato il rigore della disciplina; nella fava, che è il cibo dei digiunatori, è raffigurata la virtù dell’astinen­za; nelle lenticchie, che sono piccolissime e di poco valore, è indicata la consapevolezza della nostra fragilità; nel miglio, che ha bisogno di assidua cura, l’esercizio della vita attiva; infine, nella spelta, ossia nel­l’avena, che tende all’alto, va intesa la contemplazione della gloria celeste. E poiché in queste virtù consiste la nostra santifica­zione e la nostra purificazione, conquistiamole e mettiamole nel nostro vaso (nel nostro corpo), del quale dice l’Apo­stolo: “Ognuno di voi sappia conservare il suo corpo nell’onore e nella santità”. Con queste sei virtù facciamoci dei pani, con i quali rifocillati possiamo ritirarci dalle parti di Tiro e proseguire verso Carran. Infatti è detto: “Gesù, uscito di lì, si ritirò dalle parti di Tiro”, ecc.

 

11. “E di Sidone”. Sidone s’interpreta “caccia della tristezza”. Osserva che il cacciatore che vuol fare buona caccia deve avere cinque cose: un corno che suoni, un cane veloce e coraggioso, un giavellotto liscio e acuminato, la faretra con le frecce e l’arco. Il corno per suonare, il cane perché catturi la preda, il giavellotto per uccidere, le frecce e l’arco per colpire da lontano le bestie che non ha potuto uccidere da vicino.

Il cacciatore è il penitente, al quale il padre, nel racconto biblico di questa domenica, dice: Prendi le tue armi, la faretra e l’arco, e portami della tua cacciagione, perché io ne mangi e la mia anima ti benedica (cf. Gn 27,3-4). Le armi del figlio del penitente sono la faretra e l’arco; le frecce nella faretra sono le trafitture e i dolori della contrizione nel cuore, dei quali dice Giobbe: “Le frecce del Signore sono infisse dentro di me, e l’irritazione da esse prodotta riempie il mio cuore” (Gb 6,4).

Le frecce del Signore sono le trafitture del cuore, con le quali il Signore ferisce misericordiosamente il cuore del peccatore, perché, sdegnato contro se stesso per il peccato, annienti lo spirito di superbia, come appunto continua la citazione: “L’irritazione da esse prodotta riempie”, consuma, “il mio spirito”, cioè la mia superbia.

Nell’arco è indicata la confessione. Dice il Signore nella Genesi: “Porrò il mio arco tra le nubi del cielo, e sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra” (Gn 9,13). Tra Dio e la terra, cioè tra Dio e il peccatore – al quale è detto: Sei terra e terra ritornerai (cf. Gn 3,19) –, viene posto l’arco della confessione, che è il segno dell’alleanza, della pace e della riconciliazione. Vedi dunque quanto giustamente l’arco raffiguri la confessione.

 

12. Osserva che nell’arco ci sono quattro elementi: le due estremità (cornua) flessibili, il centro rigido e inflessi­bile, e la corda elastica, con la quale le estremità stesse vengono tese. Parimenti nella confessione ci devono essere quattro elementi. Le due punte del­l’arco rappresentano il dolore dei peccati passati e il timore delle pene eterne; il centro rigido e inflessibile è il fermo proposito che il penitente deve avere, per non ritornare mai più al vomito; la corda elastica è la speranza del perdono, che realmente piega dalla loro rigidità le due punte del dolore e del timore. Da tale arco quindi vengono lanciate “le frecce acute del potente” (Sal 119,4).

Inoltre il cacciatore, cioè il penitente, deve avere il corno che suona, il cane e il giavellotto. Nel corno è indicato il grido dell’accusa sincera; nel cane, il latrato della coscienza che rimorde; nel giavellotto il castigo e la propria punizione, ossia l’opera penitenziale riparatrice.

Il peccatore quindi, con l’arco della confessione deve avere il corno dell’accusa sincera, il cane della coscienza che rimorde, per non tralasciare nulla del peccato e delle sue circostanze. Deve avere anche il giavellotto della punizione, dell’indignazione e della soddisfazione (l’opera penitenziale) per castigare se stesso, contro se stesso sdegnarsi, riparare per i suoi peccati, affinché tanto di se stesso sacrifichi, quanto a se stesso procurò di piacere.

Questa è una buona caccia, della quale il padre dice al figlio: “Portami della tua cacciagione, perché io mangi e l’anima mia ti benedica”. Perciò di questa caccia si dice anche nel vangelo di oggi: “Gesù, uscito di lì, si ritirò dalle parti di Tiro e Sidone”.

 

II. la richiesta della donna cananea per la figlia tormentata dal demonio,

ossia la preghiera dell’anima penitente

 

13. “Ecco che una donna cananea, uscita da quei luoghi, alzò la voce dicendo: Figlio di Davide, abbi pietà di me; mia figlia è malamente tormentata dal demonio” (Mt 15,22).

Osserva che la donna cananea si fa avanti e si profonde in richieste per la figlia proprio quando Gesù si ritira dalle parti di Tiro e Sidone. Infatti quando il peccatore esce dalla voragine dell’insaziabile sua carne e del mondo, e si ritira dalle parti di Tiro, cioè nell’angustia che prova nella contrizione, e di Sidone, cioè della caccia che deve fare nella confessione, solo allora la donna cananea, vale a dire la sua anima peccatrice, riconoscendo immediatamente la sua iniquità, incomincia a gridare dicendo: Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide! Questa deve essere la preghiera propria dell’anima pentita, che ritorna alla penitenza sull’esempio di Davide, il quale dopo l’adulterio e l’omi­cidio fece una vera penitenza.

Dice dunque: Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide; come dicesse: O Signore, tu hai voluto discendere dalla famiglia e dalla tribù di Davide, per infondere la grazia e porgere la mano della misericordia ai peccatori che si convertono, che sull’esempio di Davide sperano nella tua misericordia e fanno penitenza. “Abbi dunque misericordia di me, o figlio di Davide!”

 

14. “Ma egli non le rispose parola” (Mt 15,23). O mistero del divino consiglio! O insondabile profondità della divina sapienza! Il Verbo che era al principio presso il Padre, per il quale tutto è stato fatto (cf. Gv 1,1.3), non risponde una sola parola alla donna cananea, cioè al­l’ani­ma penitente. Il Verbo che rende eloquente la lingua dei pargoli (cf. Sap 10,21), che dà la bocca e la sapienza (cf. Lc 21,15), non risponde parola! O Verbo del Padre, tu che tutto crei e ricrei, che tutto governi e sostenti, rispondi almeno con una sola parola a me, misera donna, a me, che sono pentita.

Io ti provo con la parola del tuo profeta Isaia, che tu devi rispondere. Il Padre infatti, per bocca di Isaia, promette di te ai peccatori: “La mia parola [il mio Verbo] che esce dalla mia bocca, non ritornerà a me vuota, ma farà tutto ciò che io voglio, e felicemente compirà quelle cose per le quali l’ho mandata” (Is 55,11). E che cosa vuole il Padre? Appunto, che tu accolga i penitenti, che tu dica loro la parola della misericordia. Non hai detto tu stesso: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato?” (Gv 4,34). Abbi dunque pietà di me, Figlio di Davide, rispondi una parola, o Parola del Padre!

E ti provo anche con la parola del tuo profeta Zaccaria, che devi aver pietà e rispondere. Così infatti ha profetato di te: “In quel giorno ci sarà per la casa di Davide una fonte zampillante, per lavare il peccatore e la donna immonda” (Zc 13,1). O fonte della pietà e della misericor­dia, che sei nato da terra benedetta, cioè dalla Vergine Maria, che proveniva dalla casa e dalla famiglia di Davide, lava le sozzure del peccatore e della donna immonda. Abbi dunque pietà di me, Figlio di Davide: la mia figlia è mala­mente tormentata dal demonio.

Perché la Parola [il Verbo] non rispose parola? (lat. Quare Verbum non respondit verbum?) Certamente per suscitare nell’anima del penitente una compunzione più grande, un più profondo dolore. Di lui infatti dice la sposa del Cantico dei Cantici: “L’ho cercato ma non l’ho trovato; l’ho chiamato, ma non mi ha risposto” (Ct 5,6).

 

15. Ma vediamo più chiaramente da quale dolore sia afflit­ta questa donna cananea. “Mia figlia – dice – è malamente tormentata dal demonio”. Di questo tormento c’è un riscontro anche nel racconto biblico di questa domenica, dove si dice: “Dina, figlia di Lia, uscì per vedere le donne di quella regione. Avendola vista Sichem, figlio di Camor l’Eveo, principe di quella terra, se ne innamorò e la rapì. E si unì a lei, facendole violenza perché era vergine. E la sua anima fu indissolubilmente legata a lei” (Gn 34,1-3). Ecco dunque in che modo “mia figlia è malamente tormentata dal demonio”.

Lia s’interpreta “laboriosa”, Dina “causa” o “giudizio”. Lia è l’anima del penitente, la quale, perseverando nelle opere di penitenza, si affatica, dicendo con il Profeta: “Mi sono affaticato nel mio lamento” (Sal 6,7). Essa raffigura la donna cananea, che si interpreta “negoziatri­ce". L’impegno dell’anima penitente è di disprezzare il mondo, mortificare la carne, piangere i peccati passati e non fare più nulla di cui debba poi piangere. La figlia di questa cananea, ossia di Lia, è la mente, la coscienza dell’uo­mo, che giustamente è chiamata Dina, cioè causa o giudizio, perché deve manifestare e presentare al giudice, cioè al sacerdote, la causa dei suoi peccati, e accettare di buon grado il giudizio e la sentenza che sarà da lui pronunciata.

E fa’ attenzione che in questo passo, per mente o per coscienza dell’uomo, altro non intendo che l’anima del penitente stesso. Spesso infatti, nella sacra pagina, persone diverse sono figura di un’unica e stessa cosa, come in questo caso: la donna cananea e la sua figlia raffigurano ambedue, in senso morale, l’anima del penitente.

 

16. Di quest’anima si dice: “Dina uscì per vedere le donne di quella regione”. Le donne della regione raffigurano la bellezza delle cose temporali, l’abbondanza, la vanità e il piacere di questo mondo; e tutte queste cose sono dette “donne” (mulieres), perché rammolliscono e infiacchiscono la mente dell’uomo. Infatti è detto nel terzo libro dei Re che “le donne pervertirono il cuore di Salomone” (3Re 11,3).

La bellezza e l’abbondanza dei beni temporali infatuano il cuore del sapiente. L’ani­ma sventurata esce per vedere queste donne, quando si compiace dell’abbondanza e della bellezza delle cose temporali, e così all’infelice avviene quello che segue: “Aven­dola veduta Sichem, figlio di Camor l’Eveo, principe di quella terra, se ne innamorò”, ecc. Sichem s’interpreta “fatica”, Camor “asino”, Eveo “feroce” o “pessimo”. Sichem è il diavolo che sempre si impegna per operare l’iniquità: “Ho fatto un giro sulla terra – dice – e l’ho percorsa” (Gb 2,2). È detto figlio di Camor l’Eveo, perché a motivo della sua stoltezza, della sua prepotenza e della sua superbia, da angelo è divenuto diavolo, da figlio dell’eccelsa gloria è divenuto figlio della morte eterna. È detto anche principe della terra, cioè di coloro “che sono intenti alle cose della terra” (Fil 3,19). E il Signore dice: “Il principe di questo mondo sarà cacciato fuori” (Gv 12,31). Il diavolo, che vede quest’anima sventurata divagare tra le vanità delle cose temporali, mentre dovrebbe cercare la causa e subire il giudizio dei suoi peccati, le fa quello che abbiamo sentito: “Se ne innamorò e la rapì, si unì ad essa, facendole violenza perché era vergine, e la sua anima si legò a lei (conglutinata est) indissolubilmente”.

Fa’ attenzione alle parole: Il diavolo si innamora di un’anima quando le suggerisce di peccare; ma la rapisce quando essa con la sua mente acconsente alla tentazione; si unisce a lei e vìola la sua verginità quando mette in atto la sua premeditata malizia. La sua anima si lega strettamente a lei quando la tiene schiava e in catene con il laccio delle cattive abitudini. Ecco in che modo la figlia mia è malamente tormentata dal diavolo. “Abbi dunque pietà di me, o Figlio di Davide, perché la figlia mia è malamente tormentata dal demonio”, da Sichem, figlio di Camor l’Eveo.

E il Signore, avendo misericordia, perché le sue misericordie sono senza numero, liberò in modo meraviglioso quella figlia che era così crudelmente tormentata dal diavolo.

 

III. liberazione della figlia della donna cananea

 

17. Leggiamo sempre nella Genesi il seguito del racconto: “I due figli di Giacobbe, Simeone e Levi, fratelli di Dina, presero la spada ed entrarono coraggiosamente nella città e uccisero tutti i maschi: uccisero anche Camor e Sichem, e portarono via Dina, loro sorella, dalla casa di Sichem” (Gn 34,25-26). Simeone s’interpreta “che ascolta la tristezza”, cioè la contrizione del cuore; Levi s’interpreta “aggiunta”, e significa che alla contrizione del cuore deve aggiungersi la confessione, fatta dalla bocca. Questi due figli di Giacobbe, cioè del penitente, e fratelli di Dina, cioè della sua anima, devono afferrare la spada dell’amore e del timore di Dio e uccidere il diavolo e la sua superbia e tutto ciò che lo riguarda, cioè il peccato e le circostanze di esso. E così potranno liberare l’anima, loro sorella, schiava nella casa del diavolo, legata con la catena delle cattive abitudini.

Preghiamo dunque, o carissimi, il Signore Gesù Cristo, che per la sua santa misericordia ci conceda di uscire dalla vanità del mondo e di entrare dalle parti di Tiro e Sidone, cioè della contrizione e della confessione, affin­ché la nostra figlia, la nostra anima, possa essere libera­ta dal diavolo e dalle sue tentazioni ed essere collocata nella beatitudine del regno celeste. Ce lo conceda colui che con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. E ogni uomo risponda: Amen!

 

 

DOMENICA III DI QUARESIMA

Temi del sermone

 

– Vangelo della III domenica di Quaresima: “Gesù stava scac­ciando un demonio”; il vangelo si divide in cinque parti.

– Anzitutto, sermone sull’utilità della predicazione: “Quando lo spirito maligno...”

– Parte I: Sermone ai penitenti o ai claustrali: “Giuseppe, mandato dalla valle di Ebron”; natura dell’uccello chiamato calandra (allodola).

– Sermone sulla cecità del peccatore: “Subito, appena Giuseppe arrivò”, e le caratteristiche del cigno.

– Sermone sulla passione di Cristo: “Siate imitatori di Dio”.

– Parte II: Anzitutto sermone al predicatore: “Il suo arco si appoggiò sul Forte”.

– Sermone sull’armatura del diavolo e la sua lotta: “Dagli accampamenti dei Filistei uscì un uomo bastardo”; la tela del ragno e le sue proprietà.

– Sermone sull’armatura di Cristo e la sua vittoria: “Fu rivestito della giustizia come di un’armatura”.

– Parte III: Anzitutto sermone contro i superbi: “Vidi un ariete che agitava le corna”: posizione delle corna negli animali e loro significato.

– Sermone sull’umiltà: “Se invece sopraggiunge uno più forte di lui”.

– Sermone ai religiosi, come debbano cambiare la vita precedente: “In quel giorno ci saranno in Egitto cinque città”.

– Parte IV: Anzitutto, sermone sulla solitudine della mente e sulla dolcezza della con­templazione: “Come un giardino di delizie”.

– Sermone sulla dimora del diavolo: “Dorme sotto l’ombra”.

– Sermone ai penitenti o ai religiosi: “Nella terra deserta”, e sulla natura delle api.

– Sermone sulla triplice scopa e il suo significato: “Ritornerò nella mia casa”.

– Sermone contro i tiepidi: “Gli Amaleciti fecero irruzione”.

– Sermone ai penitenti e sulla natura delle api: “La trova vuota e adorna”; “Nera sono ma bella”.

– Parte V: [Breve sermone in lode della b. V. Maria]. Beatitudine di Maria, e la sua verginità: “Beato il ventre”; “Il tuo ventre è come un cumulo di grano”.

– Sermone sulla nascita del suo Figlio: “Cerva amabilissima”; le proprietà della cerva e della palma.

– Sermone per qualsiasi festa della Vergine Maria: “Vedevo dinanzi a me una vite”.

 

esordio - utilità della predicazione

 

1. In quel tempo “Gesù stava scacciando un demonio, che era muto. E quando ebbe scacciato il demonio, il muto parlò e le turbe rimasero ammirate” (Lc 11,14).

Si legge nel primo libro dei Re: “Ogniqualvolta lo spirito maligno, del Signore, si impadroniva di Saul, Davide prendeva la cetra e la suonava con la sua mano. Saul si riprendeva e si sentiva meglio: infatti lo spirito maligno si ritirava da lui” (1 Re 16,23). Lo spirito maligno, del Signore, è il diavolo, che è detto “del Signore” perché anche lui è creatura di Dio; ma è maligno perché a motivo della sua protervia, da lucifero, portatore di luce, si è cambiato in portatore di tenebre, da angelo in diavolo; ed è chiamato diavolo, cioè “che precipità giù” (greco diabàllo, getto giù).

Questo spirito si impossessa di Saul – nome che s’interpreta “profittatore abusivo” –, cioè del peccatore, al quale, come dice Giobbe, “Dio ha dato tempo per la penitenza, e lui invece ne approfitta nella sua superbia” (Gb 24,23); si impossessa di lui quando lo spinge di peccato in peccato. Ma Davide, e cioè il predicatore, deve prendere la cetra, vale a dire la melodia della predicazione, e suonar­la con l’abilità della sua mano; e così la dolcezza della cetra, cioè la forza della predicazione del Signore, miti­gherà il furore del peccatore e scaccerà da lui il demonio, del quale appunto è detto nel vangelo di oggi: “Gesù stava scacciando un demonio”, ecc.

 

2. Osserva che in questo vangelo ci sono quattro parti, su ognuna delle quali vogliamo comporre un breve sermone ad onore di Dio e per la maggiore utilità degli ascoltatori. Primo: “Gesù stava scacciando un demonio”. Secondo: “Quando un uomo forte, armato”. Terzo: “Quando lo spirito immondo esce da un uomo”. Quarto: “Una donna di tra la folla, alzando la voce”.

Parimenti il racconto tratto dalla Genesi, che si legge e si proclama in questa domenica, si divide in quattro parti: la prima tratta della vendita di Giuseppe, la seconda della sua incarcerazione e dell’interpretazione dei sogni del coppiere e del pasticciere; la terza delle sette vacche, delle sette spighe e dei sette anni della fame; la quarta della liberazione di tutto l’Egitto ad opera dello stesso Giuseppe.

Nel nome di Cristo incominciamo ad esporre la prima parte di questo vangelo.

 

I. la vendita di giuseppe

 

3. “Gesù stava scacciando un demonio”. Osserva che in un solo uomo Gesù ha operato quattro miracoli: ha dato la vista al cieco – infatti Matteo ricorda che questo indemo­niato era anche cieco –, ha fatto parlare il muto, ha dato l’udito al sordo, e lo ha liberato dal demonio. Ora vedremo come il Signore, nella santa chiesa, operi ogni giorno spiritualmente nei peccatori questi quattro miracoli e quale sia il significato morale di ciascun miracolo.

“Gesù stava scacciando un demonio”. Fa’ bene attenzione che come questo indemoniato perdette le sue naturali capacità nei tre sensi principali e più nobili degli altri, perdette cioè la capacità di vedere, di parlare e di sentire, così il peccatore che viene posseduto dal diavolo per mezzo del peccato mortale, perde la capacità spirituale nei tre sensi della sua anima, più importanti e più nobili degli altri: perde cioè la capacità di vedere, di parlare e di sentire spiritualmente.

E osserva che nella vista è raffigurata la conoscenza, nella lingua la confessione, e nell’udito l’obbedienza. Solo chi riconosce la sua malizia vede con chiarezza; solo chi confessa francamente e total­mente la malizia riconosciuta parla rettamente; solo chi obbedisce volontariamente alla voce del suo confessore sente perfettamente.

Su queste tre cose concorda poi la prima parte del racconto biblico di questa domenica, quando dice che Giuseppe, mandato dalla valle dell’Ebron, arrivò a Sichem e da Sichem a Dotan (cf. Gn 37,14-17). Giuseppe s’inter­preta “crescente” (cf. Gn 49,22), Ebron “visione”, Sichem “fatica”, Dotan “indebolito” (lat. defectus, da deficio, vengo meno). Giuseppe è il penitente che in tanto cresce al cospetto di Dio, in quanto diminuisce al proprio cospetto. Infatti il Signore dice a Saul: Quando eri piccolo ai tuoi occhi, io ti posi a capo delle tribù d’Israele (cf. 1Re 15,17). Nella valle dell’Ebron, cioè della visione, è indicato il riconoscimento del peccato; in Sichem la fatica della confessione; in Dotan il venir meno (la repressione) della propria volontà.

Quindi il penitente, mandato dalla valle dell’Ebron, viene a Sichem. La valle dell’Ebron, che s’interpreta visione, è il riconoscimento del peccato. Geremia dice: “Vedi le tue vie nella convalle” (Ger 2,23). Nella convalle, cioè nella duplice umiltà, interiore ed esteriore, vedi, cioè riconosci, le tue vie, vale a dire i tuoi peccati, con i quali, come percorrendo certe false vie, procedi verso l’inferno. Dice il Profeta: “Ho scrutato le mie vie e ho rivolto i miei piedi verso i tuoi comandamenti” (Sal 118,59). E di nuovo Geremia: “Sappi e vedi – cioè riconosci – quanto sia cosa cattiva e amara l’aver abbandonato il Signore tuo Dio, e non aver più il timore di me, dice il Signore, Dio degli eserciti” (Ger 2,19). E ancora: “Alza i tuoi occhi nella giusta direzione e guarda dove ora ti sei prostrata” (Ger 3,2).

Osserva che dice: nella giusta direzione. Ahimè, quanto pochi sono oggi coloro che guardano nella giusta direzione; quasi tutti guardano nella direzione sbagliata, come fossero strabici. Guarda certamente nella giusta direzione colui che riconosce la sua iniquità, proprio come l’ha commessa, e la confessa subito, a puntino, con esattezza, come è avvenuta. Alza dunque i tuoi occhi nella giusta direzione, e non in quella sbagliata; non vergognarti, non aver timore: sono questi due sentimenti, la vergogna e il timore, che impediscono di solito la giusta direzione degli occhi.

Si dice che esista un uccello (la calandra) che quando dirige lo sguardo direttamente al volto di un malato, questi viene senz’altro liberato dal suo male; se invece da quell’infer­mo distoglie il suo sguardo, o lo rivolge in altra direzio­ne, questo è segno di morte. Così il peccatore, se alza il suo sguardo nella direzio­ne giusta e considera i suoi peccati e li riconosce, credi a me, “egli vivrà e non morirà” (Ez 33,15). Se invece guarderà in altra direzione, se dissimulerà e confesserà i suoi peccati velandoli o attenuandoli, questo è segno e indizio di eterna dannazione.

“Alza dunque i tuoi occhi nella giusta direzione, e guarda”, cioè riconosci, “dove”, in quale miseria, “ti sei ridotta”, perché “tributaria” del diavolo e del peccato, “ora”, tu che prima eri “dominatrice delle genti”, cioè dominavi i vizi, e “signora di province” (Lam 1,1), cioè padrona dei tuoi cinque sensi.

 

4. È bene perciò, fratelli, abitare nella valle dell’Ebron, vedere e riconoscere prima la nostra colpa e la nostra malizia, e poi giungere a Sichem, che s’interpreta fatica, cioè accostarsi alla confessione, il che comporta veramente fatica e dolore. Dice infatti Michea: “Soffri e affànnati molto, figlia di Sion, come una partoriente” (Mic 4,10). O figlia, cioè “o anima”, che sei e devi essere “figlia di Sion”, cioè della celeste Gerusalemme, soffri nella contrizione, e affànnati (lat. sàtage, satis age, fa’ quanto è sufficiente) nella confessione, come una partoriente. Giustamente è detto “come una partoriente”. Infatti come una partoriente è in travaglio e soffre, così il peccatore deve essere in travaglio e soffrire nella confessione, per essere come la cerva che partorisce con dolore e travaglio.

Dice Giobbe: “Le cerve s’incurvano verso il feto, partoriscono ed emettono come dei muggiti” (Gb 39,3). Le cerve sono figura dei penitenti che devono curvarsi di fronte al sacerdote e umiliarsi, partorire i loro peccati ed emettere amarissimi lamenti (di pentimento). Ma ahimè, ahimè, quanti sono oggi coloro che partoriscono non come le cerve, ma come le cavalle. Nella Storia Naturale si legge che le cavalle non soffrono quando partoriscono, e che il fumo di una lucerna che sta spegnendosi le fa abortire. Così ci sono certi peccatori che quando confessano i loro peccati, li partoriscono, per così dire, senza travaglio e dolore. Ma “la donna – dice il Signore – quando partorisce è nell’af­fanno” (Gv 16,21); e quando in quei peccatori si spegne il lume della grazia, essi aborti­scono, cioè partoriscono il peccato al fumo della concupi­scenza. Per questo dice Giacomo: “La concupiscenza concepi­sce e genera il peccato, e il peccato, quando è consumato, genera la morte” (Gc 1,15).

Ascolta in che modo il santo Giobbe, nome che s’inter­preta “dolente”, dalla valle dell’Ebron arrivò a Sichem, quando diceva: “Io non terrò chiusa la mia bocca: parlerò nella tribolazione del mio spirito, mi lamenterò nell’ama­rezza della mia anima” (Gb 7,11). Ecco qui esposta con poche parole una validissima forma di confessione. Non tiene chiusa la sua bocca colui che confessa il peccato e le sue circostanze con franchezza e chiarezza, chi accusa se stesso con cuore contrito e spirito addolorato, ìmputa tutto a se stesso e si condanna; parla con l’amarezza nell’anima colui che non fa alcuna riserva ma che sempre e di nuovo rinnova il suo dolore; mette tutto se stesso nelle mani del confessore e dice con Saulo: “Signore, Signore, che cosa vuoi che io faccia?” (At 9,6).

Quindi giustamente il racconto prosegue: “Da Sichem arrivò a Dotan”, che s’inter­preta “venir meno”. Il penitente infatti deve rinunciare a se stesso e obbedire di buon grado gli ordini del suo confessore, del suo supe­riore, dicendo con Samuele: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (1Re 3,10).

E così hai ormai chiaro ciò che il penitente debba vedere, dire e ascoltare. Ma siccome ciò che si espone, si conosce ancor meglio considerando il suo contrario, vediamo ora quali cose si oppongano a quelle tre di cui abbiamo parlato.

 

5. “Gesù stava scacciando un demonio...”. Questo demonio è quella fiera pessima (crudelissima), della quale si parla nel racconto di questa domenica: “Una fiera crudele – disse Giacobbe – ha sbranato Giuseppe; una fiera lo ha divorato” (Gn 37,33). Vediamo in che modo questa fiera crudele abbia divorato Giuseppe.

Dicevamo sopra che il demonio aveva cagionato nell’indemoniato tre mali: gli aveva spento la vista, l’aveva privato della parola e gli aveva chiuso l’udito. Così al peccatore, che vive in peccato mortale, il diavolo toglie la vista perché non riconosca i suoi peccati; lo priva della parola, perché non li dichiari nella confessione; gli ottura gli orecchi perché non senta la voce di chi vuole saggiamente consigliarlo (cf. Sal 57,6). Su queste tre cose concorda il racconto della Genesi, che così continua: “Appena dunque Giuseppe giunse presso i fratelli, essi lo spogliarono della sua variopinta tunica talare, lo calarono in una vecchia cisterna, che non aveva acqua. Poi lo estrassero dalla cisterna e lo vendettero a dei mercanti ismaeliti, i quali lo condussero in Egitto” (Gn 37, 23-24.28).

Considera queste tre azioni: lo spogliarono della sua tunica, lo calarono in una cisterna, lo vendettero. Nella tunica talare e variopinta è indicata l’ammissione del [proprio] peccato. Infatti nel vangelo di Giovanni, verso la fine, è detto che Pietro “indossò la tunica, poiché era nudo, e si gettò in mare” (Gv 21,7). In verità Pietro restò nudo, quando alle parole della serva rinnegò Cristo (cf. Gv 18,17), ma poi indossò la tunica quando riconobbe il peccato della sua triplice negazione. E allora fu veramente Pietro, cioè “che riconosce”, e così si gettò nel mare, vale a dire si immerse nell’amarezza delle lacrime. Dice Luca: “Pietro si ricordò della parola detta da Gesù: Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte. E uscito fuori, pianse amaramente” (Lc 22,61-62). Così il peccatore deve indossare la tunica, riconoscere cioè la sua iniquità e gettarsi nel mare, vale a dire nell’amarezza della contrizione. Invece oggi ci sono molti che indossano sì la tunica, riconoscono anche la loro colpa, ma poi non vogliono gettarsi nel mare, perché si rifiutano di fare penitenza dei loro peccati.

E osserva inoltre che questa tunica è detta “talare” e “variopinta”. La tunica della nostra anima, che è la conoscenza del peccato, deve essere talare, cioè “finale”. Dovendo noi infatti per tutta la nostra vita riconoscere i nostri peccati, e dopo averli riconosciuti piangerli, alla fine della nostra vita dobbiamo riconoscerli ancora di più, con maggiore diligenza e maggiore esecrazione, e confessarli tutti, sia in generale che singolarmente. Allora [alla fine della vita] dobbiamo fare come il cigno, che quando muore, muore cantando; e dicono che questo avviene a motivo di una certa piuma che ha nella gola. Tuttavia quel canto gli provoca grande dolore.

Il cigno bianco è il peccatore convertito, reso più bianco della neve. Questi nel momento della sua morte deve cantare devotamente, cioè ripensare ai suoi peccati nell’a­­ma­rezza della sua anima. La piuma nella gola del cigno raffigura la cognizione del peccato e la confessione di esso nella bocca del giusto, dalla quale deve uscire un canto di dolore, che in quel punto gli sarà di grande giovamento. E così questa tunica talare sarà anche variopinta, cioè ornata con varietà di virtù; tutte le lodi infatti si cantano alla fine. Ma ahimè, ahimè, i demoni spogliano Giuseppe di questa preziosissima tunica, quando accecano gli occhi di quest’a­nima sventurata e le tolgono la conoscenza della sua iniquità, affinché non veda e non conosca la vergogna e l’infamia della sua nudità.

Continua la Scrittura: “Lo calarono in una vecchia cisterna, che non aveva acqua”. La vecchia cisterna senz’acqua è la coscienza del peccatore, invecchiata nei giorni del male (cf. Dn 13,52), nella quale non c’è l’acqua della confessione, né la lacrima della compunzione. Il peccatore viene rinchiuso dai demoni nella cisterna dell’ostinazione, perché non possa uscire alla luce della confessione. Si legge infatti nel quarto libro dei Re che Nabucodonosor cavò gli occhi a Sedecia, lo legò con catene e lo condusse a Babilonia (cf. 4Re 25,7). Così il diavolo, prima strappa al peccatore gli occhi, poi lo lega con le catene delle cattive abitudini e quindi lo chiude nel carcere dell’ostinazione, affinché non possa uscire alla luce della confessione.

“Lo vendettero a dei mercanti ismaeliti, i quali lo condussero in Egitto”. Il peccatore viene venduto e condotto in Egitto quando si sottrae alla predicazione della chiesa, non accetta i consigli dei buoni e chiude gli orecchi per non sentire la voce di colui che lo richiama alla sapienza. In verità quest’uomo è un indemoniato, posseduto dal diavolo, perché non vede la sua colpa e la sua iniquità, non parla in confessione e non ascolta la dottrina di vita eterna. Ma che cosa ha fatto Gesù benigno e misericordioso?

 

6. Ce lo dice Luca: “Gesù stava scacciando un demonio...”. Gesù scaccia il demonio dai peccatori, quando imprime nel loro cuore il sigillo del suo amore e il segno della sua passio­ne. Dice infatti il beato Paolo nell’epistola di oggi: “Siate imitatori di Dio, come figli carissimi; camminate nel suo amore, come Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi in sacrificio di soave odore” (Ef 5,1-2). In questa espressione ci sono due cose degne di nota: l’amore di Cristo, e la sua passione; queste due cose scac­ciano i demoni. Per l’immenso amore con il quale ci ha amati, Gesù ha dato se stesso per noi, offrendosi in sacri­ficio di soave profumo. Il profumo di questo sacrificio vespertino, cioè della passione di Gesù Cristo, scaccia tutti i demoni. Leggiamo infatti nel libro di Tobia, che questi “estrasse dalla sua bisaccia una parte del fiele (del pesce) e la pose sopra dei carboni ardenti. Allora l’angelo Raffaele catturò il demonio e lo confinò nel deserto dell’alto Egitto” (Tb 8,2-3). Nel fegato, con il quale amiamo (sic), è indicato l’amore di Cristo, e nei carboni ardenti la sua passione. Mettiamo dunque, anche se non tutto, almeno una parte del fegato sopra i carboni ardenti; pensiamo come il Figlio di Dio, nostro amore e, per così dire, nostro fegato, solo per amore fu bruciato per noi sui carboni ardenti, cioè sulla croce e sugli acutissimi chiodi: fu bruciato in sacrificio di soave profumo. Credetemi, fratelli, questo soave profumo, questo ricordo della passione del Signore, scaccia qualsiasi demonio. E se faremo questo, allora Raffaele, che si interpreta “medicina”, vale a dire lo stesso Cristo Gesù che è nostra medicina e angelo del Sommo Consiglio, cattu­rerà il diavolo e lo relegherà nel deserto dell’alto Egitto, affinché non possa più farci del male.

Giustamen­te quindi è detto: “Gesù stava scacciando un demonio, e dopo che l’ebbe scacciato, l’indemoniato ci vide, parlò e ci sentì, e le folle rimasero meravigliate”. Non fa meravi­glia che cessando la causa, cessi anche l’effetto. Scaccia­to il demonio del peccato mortale dal cuore del peccatore, immediatamente questi incomincia a vedere, cioè a conoscere, a parlare, cioè a confessare (il suo peccato), e a sentire, cioè a obbedire. Per questo l’Apostolo, verso la fine dell’epistola di oggi, dice: “Una volta eravate tenebre, adesso invece siete luce nel Signore: camminate da figli della luce. Il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità” (Ef 5,8-9). Fa’ attenzione a queste tre parole: “In ogni bontà”, ecco il riconoscimento del peccato, senza del quale nessuno può giungere alla bontà, come diceva il vero penitente Davide: Riconosco la mia iniquità (cf. Sal 50,5). “In ogni giustizia”, ecco la confessione del peccato; quale giusti­zia più grande che accusare se stesso? “Il giusto – dice Salomone – è il primo accusatore di se stesso” (Pro 18,17). “In ogni verità”: ecco l’obbedienza, che consiste nell’ob­bedire volontariamente ai precetti della verità, cioè ai precetti di Gesù Cristo e del suo rappresentante.

Rendiamo quindi grazie a Gesù Cristo, figlio di Dio, che scacciò il demonio, illuminò il cieco, fece parlare il muto e udire il sordo. E tutti insieme, con la devozione della mente, scongiuriamo Cristo e umilmente domandiamo che scacci il peccato mortale dalla coscienza di ogni cristiano e vi infonda la grazia di Dio, affinché riconosca la sua iniquità, la manifesti nella confessione e obbedisca fedelmente ai consigli e ai comandi del suo confessore.

Si degni di concedere tutto questo a noi e a voi, lo stesso Gesù Cristo, al quale è l’onore, la maestà, il dominio, la lode e la gloria per i secoli eterni.

E ogni creatura dica: Amen!

 

II. la carcerazione di giuseppe,

ossia l’uomo reso schiavo dal diavolo

 

7. “Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia alla sua casa, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa tutte le armi nelle quali confidava, e ne distribuisce il bottino” (Lc 11,21-22).

Verso la fine del libro della Genesi, nella benedizione di Giuseppe è detto: “Il suo arco si appoggiò sul Forte” (Dio) (Gn 49,24). Giuseppe s’interpreta “accrescimento”, e raffigura il predicatore, che deve ogni giorno far crescere la chiesa con la sua predicazione, per poter dire con Giuseppe: “Dio mi ha fatto crescere nella terra della mia povertà” (Gn 41,52).

Dio fa crescere il predicatore nella terra della povertà, cioè nell’esilio di questo misero pellegrinaggio (terreno), quando per suo mezzo, e a suo merito, accresce il numero dei fedeli. Il suo arco è la predicazione; e come nell’arco ci sono due elementi, il legno e la corda, così nella predicazione ci deve essere il legno dell’Antico Testamento e la corda del Nuovo. Di questo arco dice Giobbe: “Il mio arco si rinforzerà nella mia mano” (Gb 29,20). L’arco si rinforza nella mano, quando la predicazione è avvalorata dalle opere. Dice il beato Bernardo: “Non è in grado di predicare Dio con frutto, colui che non premette la testimonianza delle opere al suono della lingua”.

E questo arco deve appoggiarsi al Forte, e non al debole, non sul predicatore ma su Cristo, per attribuire tutto a lui, senza del quale non può fare nulla di buono. Solo Cristo fu il vero forte che legò il forte diavolo. Per questo è detto nel vangelo di oggi: “Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo”, ecc.

E di questa seconda parte del vangelo esporremo prima il senso allegorico e quindi il senso morale.

 

8. Il forte armato è il diavolo. Di lui e della sua armatura è detto nel primo libro dei Re: “Uscì dagli accampamenti dei Filistei un uomo spurio di nome Golìa, di Gat: era alto sei cubiti e un palmo. Aveva in testa un elmo di bronzo ed era rivestito di una corazza a squame; portava alle gambe schinieri di bronzo e uno scudo di bronzo gli copriva le spalle, e l’asta della sua lancia era come il subbio dei tessitori” (1Re 17,4-7).

Golìa s’interpreta “trasmigratore” o “che si trasforma”, e raffigura il diavolo che passò dalla virtù ai vizi, dalla beatitudine eterna all’eterna pena, e che ogni giorno si trasforma in angelo della luce (cf. 2Cor 11,14) per ingannare l’uomo. E proviene da Gat, nome che significa “torchio”: infatti il diavolo torchia gli uomini sotto il peso delle tribolazioni, come l’uva viene pressata nel torchio, affinché i buoni, come il vino, vengano riposti nelle cantine dell’eterna vita, e invece i cattivi, come le vinacce, vengano gettati nell’immondezzaio dell’eterna dannazione.

Costui esce dagli accampamenti dei Filistei, nome che s’interpreta “cadenti per il bere”; i Filistei sono figura dei peccatori che, ubriachi dell’amore del mondo, dalla grazia di Dio cadono nella colpa e quindi dalla colpa rovinano nella geenna. Nei loro accampamenti dimora il diavolo: infatti l’abitazione del diavolo è il cuore dell’uomo iniquo. Per questo la Glossa, commentando il detto di Abacuc “a motivo dell’iniquità ho visto sconvolte le tende dell’Etiopia” (Ab 3,7), dice: Quelli che si affaticano per conquistare ricchezze e onori, diventano abitazione del diavolo, essi che sarebbero dovuti essere il tempio di Dio.

Golìa era spurio. È detto spurio colui che è in parte nobile, e in parte spregevole. Così il diavolo è stato nobile nella sua creazione, spregevole invece nei suoi vizi. Quest’uomo si dice fosse alto sei cubiti e un palmo. Si legge in Ezechiele che quel­l’uomo, che al vedersi era splendente come il bronzo, teneva in mano una canna della misura di sei cubiti e un palmo, e con essa misurò il tempio (cf. Ez 40,5-6). Ecco perciò che, quale era la misura del tempio, tale era anche la misura di Golia. La misura del tempio raffigura i diversi gradi che ci sono nella chiesa, e il diavolo, contro di questi, ha la sua misura. Nei sei cubiti si intendono le opere di misericordia, ossia le opere della vita attiva; nel palmo si intende la vita contemplativa, della quale in questo mondo è possibile solo un assaggio, e quindi giustamente è raffigurata nel palmo. E il diavolo si avventa sia contro gli attivi che contro i contemplativi.

“E un elmo di bronzo era sul suo capo”. Osserva che tutte le armi di Golia erano di bronzo. Così anche le armi del diavolo. Le armi del diavolo sono coloro che difendono il diavolo, affinché non venga sconfitto ed eliminato nei cattivi. E sono di bronzo, perché quei tali sono potenti nel prendere le sue parti. Infatti è detto in Giobbe: “Le sue ossa sono come canne (tubi) di bronzo” (Gb 40,13). Le ossa sostengono la carne. Le ossa del diavolo sono coloro che sostengono gli altri nel male; esse sono come le canne di bronzo, che hanno tanto suono ma nessun sentimen­to, come le canne. Dicono tante parole, ma non fanno alcuna opera buona; e come il bronzo quando viene percosso risuona, così costoro sotto i colpi della riprensione rispondono imprecando.

“Era rivestito di una corazza a squame”, così che una piastra era agganciata all’altra. La corazza del diavolo sono i cattivi, a lui inseparabilmente legati. Dice Giobbe: “Il suo corpo è fatto come di scudi saldati insieme, costrui­to con piastre strettamente agganciate tra loro. Una è congiunta all’altra e tra di esse non c’è la minima fessura; una aderisce all’altra e, serrate come sono, mai saranno separate” (Gb 41,6-8). Le squame del diavolo, vale a dire i suoi difen­sori, si stringono tra loro, perché uno difende l’altro. “C’è grande solidarietà tra gli impudichi” (Giovenale). Sono infatti così strettamente uniti tra loro, che tra di essi non c’è il minimo spiraglio per il quale possa passare la grazia divina o la parola della predicazione del Signore. E come sono complici nel male quaggiù, così saranno tutti insieme associati nell’eterno supplizio.

“E aveva schinieri di bronzo alle gambe”. Gli schinieri raffigurano le scuse della lussuria. Il lussurioso infatti protegge quasi con degli schinieri i suoi femori quando, a maggiore aggravio della sua condanna, tenta di giustificare il peccato di lussuria. Dice Giobbe: “Le ombre proteggono la sua ombra” (Gb 40,17). Le ombre, cioè i lussuriosi che sono oscuri e neri, proteggono l’ombra del diavolo, scusano cioè la loro lussuria, sotto la quale il diavolo riposa e dorme come sotto un’ombra.

“E uno scudo di bronzo proteggeva le sue spalle”. Lo scudo del diavolo raffigura coloro che respingono da sé stessi le frecce della predicazione; di essi dice il Signo­re, per bocca di Ezechiele: “Figlio dell’uomo, io ti mando dai figli d’Israele, popolo di ribelli che si è allontanato da me. Tu riferirai loro le mie parole, nella speranza che le ascoltino e desistano dal male, perché mi hanno provoca­to all’ira” (Ez 2,3-7). Ma “non vogliono ascoltare te, perché non vogliono ascoltare me” (Ez 3,7).

 

9. “L’asta della sua lancia era come il subbio dei tessi­tori”. Per mezzo dell'asta si tesse la tela. L’asta raffi­gura la tentazione al male, per mezzo della quale il diavolo tesse la tela dell’iniquità. Il diavolo infatti tesse la tela come il ragno.

Dice la Storia Naturale: Il ragno per prima cosa tira i fili della trama e li fissa ai confini; quindi procede alla tessitura della tela dal centro verso l’esterno, riempiendo tutto lo spazio e prepara il posto adatto alla caccia. E il ragno si mette in agguato al contro della tela, come uno che fa la posta a qualche animaletto. E se cade nella tela qualche mosca o altro insetto simile, subito il ragno si muove, esce dal suo posto di guardia e incomincia a legarla e avvilupparla con i suoi fili fino a che riduce la preda all’immobilità. Quindi la porta nel suo buco, dove deposita ciò che cattura. E quando ha fame succhia i suoi umori: e la sua vita, il suo nutrimento consistono solo in quegli umori.

Così fa anche il diavolo: quando vuole catturare un uomo, tira dapprima certi fili di pensieri capziosi e li fissa quasi nei confini, cioè nei sensi del corpo, per mezzo dei quali può astutamente capire a quale vizio quell’uomo sia maggiormente propenso. Quindi incomincia a tessere nel centro, cioè nel cuore, e lì dispone la tela adatta, cioè la tentazione più forte; e nel cuore prepara il posto adatto alla caccia. Ed egli stesso si stabilisce nel centro, come uno che fa la posta a qualche animale. Il diavolo infatti non trova in tutto il corpo dell’uomo nessun membro più adatto del cuore, per dare la caccia, per osservare, per ingannare, perché dal cuore dell’uomo procede la vita.

E se vede cadere, col consenso del cuore, nella tela della sua suggestione qualche mosca, vale a dire uno dedito ai piaceri della carne, che in verità deve essere chiamato mosca, immediatamente incomincia a legarlo con altre tentazioni e ad avvolgerlo di tenebre, finché lo porta all’indebolimento e all’infiacchimento della mente; e quindi porta la mosca, cioè il peccatore, nella tana dove depone ciò che ha catturato. La tana propria del diavolo è il compimento dell’opera cattiva: qui ripone ciò che ha catturato con la tela della sua capziosa suggestione, e così succhia il suo umore, cioè la compunzione dell’anima; infatti, fino a che l’anima ha la compunzione, il diavolo non è in grado di nuocerle. Ben a ragione quindi è detto: “L’asta della sua lancia era come il subbio del tessitore”.

 

10. Ora sai di quali armi dispone il diavolo, del quale è detto: “Quando un forte, armato, custodisce la sua casa, è al sicuro tutto ciò che possiede”. Prima della venuta di Cristo tutto il mondo era casa del diavolo, e questo non a motivo della creazione, ma per colpa della trasgressione del progenitore. Per la disobbedienza di Adamo, il diavolo, con il permesso di Dio, ebbe potere anche sulla sua posterità. E così teneva tutto al sicuro, perché né Mosè, né Elia o Geremia, né alcun altro dei padri dell’Antico Testamento furono in grado di cacciarlo dalla casa.

Venne finalmente “dal trono regale”, cioè dal seno del Padre, “il guerriero implacabile” – come è detto nel libro della Sapienza –, “e si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio” (Sap 18,15), che il diavolo aveva sterminato; si lanciò unendo i due piedi della divinità e dell’umanità, “e così liberò – come dice l’Apostolo scrivendo agli Ebrei – coloro che per tutta la vita erano sottoposti alla schiavitù e alla paura della morte” (Eb 2,15).

Infatti continua: “Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via tutte le armi nelle quali confidava e ne distribuisce il bottino”. Il più forte è Cristo, delle cui armi dice Isaia: “Egli è rivestito di giustizia come di una corazza, e sul suo capo è posto l’elmo della salvezza; ha indossato le vesti della vendetta e si è avvolto di zelo come di un manto” (Is 59,17). La corazza di Gesù Cristo fu la giustizia, per la quale a pieno diritto scacciò il diavolo da quella casa che egli teneva in tutta sicurezza; e poiché il diavolo allungò la mano su Cristo, sul quale non aveva alcun potere, giustamente fu costretto a perdere Adamo e i suoi posteri, sui quali un certo potere era convinto di averlo. A ragione incorre nella perdita di un privilegio, chi del privilegio concessogli abusa.

“E sul suo capo l’elmo della salvezza”. Il capo è la divinità. “Il capo di Gesù Cristo è Dio”, dice l’Apostolo (1Cor 11,3). L’elmo è l’umanità. Quindi il capo nascosto sotto l’elmo è la divinità nascosta sotto l’umanità, la quale operò la salvezza nella nostra terra (cf. Sal 73,12). “E ha anche indossato le vesti della vendetta e si è avvolto di zelo come di un manto”. Proprio per questo Gesù Cristo ha indos­sato le vesti della nostra umanità, per fare vendetta del nemico, del diavolo, e liberare dalle sue mani la propria sposa, cioè la nostra anima.

Quindi è detto giustamente: “Se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via tutte le armi”. Le armi del diavolo erano coloro dei quali abbiamo parlato più sopra. E tutti Cristo glieli ha strappati, quando da figli dell’ira li ha resi figli della grazia. Come Davide sconfisse Golia con la fionda e con la pietra (cf. 1Re 17,49-50), così Cristo sconfisse il diavolo con la fionda della sua umanità e la pietra della sua passione. Dice Davide: “Afferra le armi e lo scudo e sorgi in mio aiuto” (Sal 34,2). Afferra le armi, o Figlio di Dio, cioè le umane membra, e lo scudo, cioè la croce, affinché così armato tu possa sconfiggere il diavolo, che teneva legato nel carcere il genere umano.

 

11. Il nostro Giuseppe è Cristo, il quale come in un carcere, legato mani e piedi, fu confitto in croce con i chiodi, tra due ladroni. L’antico Giuseppe, figlio di Giacobbe, non volle acconsen­tire al nefando adulterio della meretrice, ma abbandonato nelle sue mani il mantello per il quale essa voleva tratte­nerlo, fuggì, ed essa quindi lo accusò presso il marito Potifar di aver tentato di oltraggiarla, e Potifar, infuriato, lo gettò in carcere dove erano in catene anche il coppiere e il pasticciere del re d’Egitto. A costoro, secondo un’esatta interpretazione dei loro sogni, fece la previsione certa e sicura di ciò che sarebbe loro accaduto: al coppiere cioè che dal carcere sarebbe ritornato nel palazzo del re, e al panettiere che, uscito dal carcere, sarebbe stato impiccato (cf. Gn 39,7-20; 40,1-22).

La stessa cosa fece Gesù Cristo, figlio di Dio, perché non volle acconsentire alla meretrice, cioè alla sinagoga dei giudei, la quale voleva tenerlo legato per il mantello delle osservanze della legge e delle tradizioni degli anziani, i quali se ne ammantavano come di un paludamento, per apparire giusti dinanzi agli uomini. Ma lui, lasciato il mantello, abbandonato cioè il rito dell’osservanza legale, fuggì perché era il padrone della legge, e non il servo di essa. La sinagoga, ritenendosi oltraggiata, lo accusò presso Potifar. Potifar s’interpreta “bocca che fa a pezzi”, ed è figura di Pilato che rivolse la sua bocca a “fare a pezzi”, cioè a flagellare Gesù: Ve lo consegnerò – disse – dopo averlo flagellato (cf. Mt 27,26; Lc 23,16). La meretrice sinagoga accusò presso Pilato il nostro Giuseppe dicendo: “Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo e impediva di pagare i tributi a Cesare. Solleva il popolo insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui” (Lc 23,2.5). Quindi Pilato, d’accordo con le parole della meretrice, stabilì che fosse accolta la sua richiesta e consegnò Gesù perché fosse crocifisso (cf. Lc 23,24). E Gesù fu legato, confitto in croce con i chiodi tra due ladroni, come Giuseppe tra il coppiere e il panettiere.

Anzi, a dire il vero, il buon ladrone, oltre a essere un santo confessore perché, mentre Pietro rinnegava Cristo, egli lo riconobbe, fu un vero coppiere: infatti fu come inebriato dal vino della compunzione e porse a Gesù il calice d’oro della fede, della speranza e della carità, dicendo: “Ricordati di me, Signore, quando arriverai nel tuo regno” (Lc 23,42). Per questo meritò di sentirsi rivolgere quelle parole: “In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23,43).

Invece il ladrone cattivo, che bestemmiò Cristo dicendo: “Se sei il Cristo, salva te stesso e noi” (Lc 23,39), fu il panettiere che, secondo la sua professione, impastò il pane, non dico con la farina, ma con la crusca della cattiva volontà e con l’acqua della perfidia, e lo cosse nel forno della sua disperazione: e così dalla croce, come da un carcere, meritò di giungere al patibolo dell’eterna dannazione.

 

12. “E ne distribuisce il bottino”. Il bottino del diavolo erano le anime dei giusti che, a causa della disobbedienza del progenitore, erano trattenute nelle tenebre. Cristo distri­buì questo bottino quando spogliò l’inferno, e ad ogni anima accordò la gloria del regno celeste.

O anche, il bottino furono gli apostoli e gli altri discepoli di Gesù Cristo, dei quali il Padre dice al Figlio: “Affrèttati, prendi il bottino, fa’ presto a predare” (Is 8,3). O Figlio, affretta l’incarnazione, conquista il bottino con la predicazione, fa’ presto a depre­dare il diavolo con la tua passione. E questo bottino Cristo lo distribuì, quando diede alla chiesa alcuni come apostoli, altri come evangelisti e altri come dottori e maestri (cf. Ef 4,11). Perciò il Profeta conclude: “Il re degli eserciti sarà soggetto al Dilettissimo, e alla bellezza della casa concederà di dividere il bottino” (Sal 67,13).

O fedeli del Diletto, cioè di Gesù Cristo, il “re”, cioè il Padre, che è re delle potenze celesti, incaricherà il diletto Figlio suo – del quale ha detto “Questo è il mio Figlio diletto” (Lc 9,35) – di distribuire il bottino, cioè gli apostoli, gli evangelisti e i dottori, alla bellezza della casa, cioè della chiesa, affinché la rendano bella.

E della bellezza della sua chiesa renda partecipi anche noi colui che sconfisse il diavolo e ne strappò le armi, Gesù Cristo, che è benedetto, che è Dio sopra tutte le cose, nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. lo spirito di superbia

 

13. “Quando un forte, armato, custodisce la sua casa”. Il forte armato è lo spirito di superbia, le cui armi sono le altissime corna con le quali fende l’aria e assale tutto il mondo. Dice Daniele: “Vidi un ariete che agitava le corna contro occidente, contro settentrione e contro mezzogiorno, e nessuna bestia gli poteva resistere e nessuno era in grado di liberarsi dal suo potere; agì secondo la sua volontà e fu esaltato” (Dn 8,4).

Questo ariete raffigura lo spirito di superbia che con le corna dell’arroganza e della protervia si avventa a occidente, a settentrione e a mezzogiorno. Per occidente si intendono i poveri e i minori, nei quali manca il calore della forza e del potere; per settentrione si intendono gli uguali: “Porrò la mia sede – dice il diavolo – a settentrione, e sarò simile, cioè uguale, all’Altissimo” (Is 14,13-14); per mezzogiorno si intendono i superiori, nei quali arde il calore della dignità e del potere. L’ariete cornu­to, vale a dire lo spirito della cornuta superbia, si avventa a occidente, opprime cioè i poveri e i minori; si avventa a settentrione, perché disprezza gli uguali; si avventa a mezzogiorno perché schernisce e deride i superiori.

“E nessuno poteva resistere alla bestia, né venir liberato dal suo potere”. O cornuta superbia, chi mai potrà essere liberato dal tuo potere, se hai spinto a sì alto vertice di ambizione perfino Lucifero, sigillo di somiglianza (modello di perfezione), coperto di ogni specie di pietra preziosa? (cf. Ez 28,12.13). Sei di provenienza celeste, e per questo fosti solita insinuarti nelle menti dei celesti, nascondendoti sotto la cenere e il cilicio.

Il profeta Davide supplicava di essere salvato dalle corna di questa bestia, quando diceva: “Salvami dalla bocca del leone, e dalle corna degli unicorni salva la mia debolezza” (Sal 21,22). Nella superbia dell’unicorno è indicato il singolo, perché il superbo vuole primeggiare da solo; infatti “nessun potente tollera un socio” (Lucano). E Davide detesta la superbia, dicendo: “Signore, mio Dio, se ho fatto questo!...” (Sal 7,4): nota che per indicare quanto detestava la superbia, non volle neppure chiamarla con il suo nome.

Dio detesta la superbia più di tutti i peccati. Dice Pietro: “Dio resiste ai superbi, mentre dà la sua grazia agli umili” (1Pt 5,5). E dell’unicorno è detto in Giobbe: “Forse che il rinoceronte – ossia il monòceros o unicorno – vorrà servirti o starsene nella tua mangiatoia?” (Gb 39,9). E vuole dire: No, di certo! Perché il superbo non può prende­re in considerazione la mangiatoia del Signore, cioè il fatto che il Signore sia stato adagiato, per nostro amore, in una mangiatoia.

 

14. C’è da osservare che alcuni animali hanno le corna ricurve all’indietro, e ciò raffigura coloro, la cui super­bia viene distrutta dalla loro lussuria, così che, per quanto arroganti nel loro pensiero, vengono avviliti dalla lussuria della carne. Dice Osea: “L’arro­ganza d’Israele testimonierà contro di lui” (Os 5,5). Avviene infatti che chi non riconosce la sua occulta superbia, se ne vergogna poi quando la scopre a causa del vizio della lussuria (Gregorio).

Ci sono poi altri animali che hanno le corna rivolte in avanti, come gli unicorni, e questo raffigura la superbia degli ipocriti, i quali mascherano la loro superbia sotto l’apparenza della religione; di essi dice l’Ecclesiastico: “C’è chi falsamente si umilia, ma il suo interno è pieno d’inganno” (Eccli 19,23). E ancora il beato Gregorio: “Preziosa cosa è l’umiltà, con la quale perfino la superbia vuole mascherar­si, per non essere disprezzata”.

Inoltre ci sono animali che hanno le corna ritorte in se stesse, come la mucca selvatica, e questo raffigura la superbia di alcuni, che si distrugge in se stessa. Dice Isaia: “Il Signore degli eserciti spezzerà nel terrore il piccolo vaso di creta, gli alti di statura saranno troncati e i grandi saranno umiliati” (Is 10,33). Il piccolo vaso di creta è la mente del peccatore superbo, fatta di creta e fragile, piena dell’acqua dell’alterigia; e il Signore lo spezza, quando incute nella mente del superbo stesso il terrore dell’ultimo giudizio. E in quel giudizio gli alti di statura, quelli cioè che ora sembrano vivere senza preoccuparsi di quella sentenza che suona: Andate, male­detti, nel fuoco eterno! (cf. Mt 25,41), saranno stroncati. E i grandi che ora incedono con passo solenne e a testa alta, ammic­cando con gli occhi (cf. Is 3,16), saranno umiliati sino all’inferno e al lago profondo (cf. Is 14,15), nel quale però non c’è acqua che possa dar loro refrigerio.

Infine ci sono animali che hanno le corna diritte verso l’alto, come il cervo, e questo raffigura coloro la cui superbia è originata solo dalla religione. Questa è la superbia più funesta. Di essa Isaia, rivolto ai timorati di Dio, ai religiosi, i quali più di tutti hanno il dovere di presentarsi come modelli di umiltà, parlando con l’immagine della visione della valle, dice: “Come mai anche tu sei salito sui tetti?” (Is 22,1). Quasi volesse dire: Si può anche comprendere che i secolari desiderino salire in alto, ma voi religiosi, che siete tanto illuminati, come vi è venuto in mente di andare in cerca di onori e dignità?

 

15. Ma proseguiamo. “Se un forte, armato, custodisce la sua casa”. La casa della superbia cornuta è il cuore stesso del superbo, nel quale la superbia ha scelto la sua dimora particolare. Come dal cuore partono le vene e nel cuore risiede l’energia prima che crea il sangue (Aristotele), così dalla superbia del cuore procede ogni male. Infatti “il principio, l’origine di ogni peccato è la superbia” (Eccli 10,15). Essa presidia l’ingresso del cuore, affinché nessuno dei suoi avversari vi entri per vie traverse e turbi la sua sicurezza, della quale dice il Signore: “Se tu ora avessi compreso ciò che serve alla tua pace” (Lc 19,42); e il Profeta: “Ho invidiato gli iniqui, vedendo la sicurezza dei peccatori” (Sal 72,3).

“Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince”, ecc. Più forte è l’umiltà, della cui fortezza Davide dice a Saul: “Io, tuo servo, ho abbattuto il leone e l’orso” (1Re 17,36). Davide s’interpreta “di mano forte”, e raffigura l’umile che quanto più si umilia tanto più diviene forte. L’umile infatti è come il verme, detto “intestino della terra”, che prima si accorcia per poi allungarsi maggiormente; l’umile si accorcia e si fa piccolo per poi estendersi con più energia per raggiungere i beni celesti. Dice l’Ecclesiastico: “Dio lo sollevò dalla sua umiliazione e gli fece alzare la testa” dalla tribolazione; “e molti ne restarono meravigliati” (Eccli 11,13). Questo Davide umile e forte dice: “Io, tuo servo!”. O fulgida perla, o nardo profumato, o umiltà, cinnamomo olezzante! “Io, tuo servo”. L’umile si ritiene servo, si dice schiavo, si mette sotto i piedi di tutti, si abbassa, si valuta molto meno di quanto vale in realtà. Per questo dice Gregorio: “È proprio degli eletti valutare se stessi meno di quanto valgono”.

Quest’umile servo abbatte il leone della superbia e l’orso della lussuria. E osserva che afferma di aver abbat­tuto prima il leone e poi l’orso, perché nessuno può sopprimere in se stesso la lussuria se prima non ha faticato a scacciare dall’ingresso del suo cuore lo spirito di superbia. È detto infatti: “Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa tutte le armi nelle quali confidava”. Le armi, o i “vasi” – come dice Matteo (Mt 12,29) –, dello spirito di superbia sono i cinque sensi del corpo con i quali, adoperandoli come armi, la superbia assale gli altri, e nei quali, come in vasi, porta il veleno dell’al­terigia e lo offre agli altri. Ma ecco che arriva l’umil­tà da parte di Gesù Cristo, che è Dio benedetto sopra tutte le cose (cf. Rm 9,5), e che dice: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Egli entra nella casa del forte, cioè nel cuore, in cui è insediata la superbia, la abbatte e la scaccia fuori; l’antidoto dell’umiltà espelle il veleno dell’alterigia, e sconfittala, l’umiltà le strappa tutte le armi nelle quali confidava, affinché per l’avvenire più nulla di arrogante, di altero o di vizioso appaia nei sensi del corpo, ma offrano ovunque sublimi esempi di umiltà.

 

16. “Questo è il cambiamento operato dalla destra dell’Al­tissimo” (Sal 76,11), del quale dice Isaia: “In quel giorno ci saranno in Egitto cinque città che parleranno la lingua di Canaan: la prima si chiamerà città del sole” (Is 19,18). Egitto s’interpreta “tenebre” o “tristezza”, e raffigura il corpo dell’uomo che sta in una terra di tenebre e di tristezza: di tenebre, perché è oscurata dalla caligine dell’ignoranza e della malizia; di tristezza, perché è piena di dolore e di afflizione. In questa terra d’Egitto ci sono cinque città, cioè i cinque sensi del corpo. Di queste cinque città, la prima si chiama città del sole. Città del sole sono gli occhi. Come infatti il sole illumi­na tutto il mondo, così gli occhi illuminano tutto il corpo (cf. Mt 6,22; Lc 11,34).

Quindi in quel giorno, quando arriverà il più forte, cioè l’umiltà, ed entrerà nel cuore dell’uomo e sconfigge­rà lo spirito di superbia, ed eliminerà la cecità della mente, allora cinque città nella terra d’Egitto, che prima parlavano la lingua egiziana, cioè la lingua della concupi­scenza della carne, parleranno la lingua di Canaan, che s’interpreta “cambiata”, poiché dai vizi passeranno alle virtù e dalla superbia all’umiltà. Allora negli occhi appariranno l’umiltà e la semplicità, nella bocca risuoneranno la verità e la benignità, dagli orecchi saranno rimosse la detrazione e l’adulazione, nelle mani ci saranno la purezza e la pietà, nei piedi l’esperienza e la serietà.

Fratelli carissimi, preghiamo dunque Gesù Cristo, che con la sua umiltà ha distrutto la superbia del diavolo, perché conceda anche a noi di spezzare con l’umiltà del cuore le corna della superbia e dell’alterigia, e di mostra­re sempre nei sensi del nostro corpo l’esempio dell’umiltà, per meritare così di giungere fino alla sua gloria.

Ce lo conceda egli stesso, che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

IV. le sette vacche, le sette spighe

e i sette anni di fame

 

17. “Quando lo spirito immondo esce dall’uomo, si aggira per luoghi aridi in cerca di riposo e, non trovandone, dice: ritornerò nella mia casa, donde sono uscito. Tornato, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, ed essi entrano e vi alloggiano, e la condizione finale di quell’uomo diventa peggiore della precedente” (Lc 11,24-25).

Dice il profeta Gioele: “Come un giardino di delizie è la terra davanti a lui, e dietro di lui la desolazione del deserto” (Gl 2,3). La terra, che deriva il suo nome dal verbo latino tero (pestare, tritare), raffigura la mente dell’uomo, pestata, devastata per i peccati. Questa, finché si trova davanti a Dio, è come un giardino di delizie. Da dove mai potrà venire alla mente dell’uomo sì grande delizia, sì grande gaudio, se non dall’essere davanti a colui, con il quale e nel quale tutto ciò che è, è veramente, senza del quale tutto ciò che sembra essere, è nulla, e tutto ciò che abbonda è miseria? La mente dell’uomo è davanti a lui quando si convince che nulla di buono può avere da se stessa, in se stessa e per se stessa, ma attribuisce tutto a lui, che è tutto il bene, il sommo bene, e dal quale, come dal centro, tutte le linee della grazia si dipartono, protendendosi direttamente fino all’estrema circonferenza.

Questa terra, finché è davanti a lui, è veramente un giardino di delizie, perché in essa c’è la rosa della carità, la viola dell’umiltà, il giglio della castità. Di questo giardino, la sposa del Cantico dei Cantici dice: “Il mio diletto è disceso nel suo giardino, all’aiuola degli aromi” (Ct 6,1). Il giardino del diletto è la mente del penitente, nella quale sta l’aiuola degli aromi. Aiuola è il diminutivo di aia, e indica l’umiltà della mente, umiltà che produce gli aromi, cioè le virtù. In questo giardino discende il diletto, in questa aiuola si riposa. Ed egli dice: “Su chi volgerò lo sguardo”, se non sull’umile e pacifico, “sul povero nello spirito, che trema alla mia parola?” (Is 66,2). Giustamente quindi è detto: “Come un giardino di delizie è la terra davanti a lui”.

“E dietro di lui la desolazione del deserto”. Quando la mente dell’uomo sta davanti al volto di Dio, contemplando la sua beatitudine, gustando la sua dolcezza, allora è veramente un giardino di delizie. Ma quando la sventurata non vuole stare davanti a lui, ma dietro a lui, vuole cioè guardare il suo dorso, allora il giardino di delizie si trasforma nella desolazione del deserto. Il dorso del Signore è figura delle cose di questo mondo, delle quali in Signore stesso dice a Mosè: “Vedrai le mie spalle: ma il mio volto non lo potrai vedere” (Es 33,23). Colui che si diletta di queste cose passeggere, di queste cose temporali, vede soltanto le spalle del Signore e non il suo volto. Infatti disse Agar: “Vidi le spalle di chi mi guardava” (Gn 16,13). Agar s’interpreta “che suscita festa”, e raffigura il piacere degli uomini carnali, piacere che si gloria delle gozzoviglie e delle ubriachezze come di una festa. Esso vede il dorso del Signore, perché si diletta in queste cose visibili, che vede solo con il corpo. Per questo dice Gregorio: “La mente degli uomini carnali non è in grado di giudicare buono, se non ciò che vede materialmente”. Quindi giustamente è detto: “E dietro di lui la desolazione del deserto”.

Nella desolazione è raffigurata la sterilità della mente e nel deserto la malizia del diavolo. Il diavolo infatti rende deserta e sterile di buone opere la mente nella quale abita. E così è chiara la concordanza tra il vangelo e ciò che dice il profeta Gioele. Infatti quando dice “la terra davanti a lui è come un giardino di delizie”, concorda con la prima parte dell’espressione: “quando uno spirito immondo esce da un uomo”; e quando aggiunge “e dopo di lui la desolazione del deserto”, concorda con la seconda parte: “allora va e prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui”. Giustamente quindi è detto: “Quando uno spirito immondo esce da un uomo…”, ecc.

E fa’ attenzione ai quattro punti più importanti di questo passo evangelico: l’usci­ta del diavolo, la sua tentazione contro i giusti, il tiepido impegno dell’anima negligente, e il ritorno dello spirito immondo con altri sette spiriti. Il primo: “Quando uno spirito immondo esce”; il secondo: “Si aggira per luoghi aridi”; il terzo: “Torna­to, la trova spazzata e adorna”; il quarto: “Allora va e prende altri sette spiriti”.

 

18. Primo: “Quando uno spirito immondo esce”. Osserva che il diavolo è chiamato “spirito immondo”. Dice Gregorio: “Spirito è nome della natura, e Dio lo ha creato mondo, puro e buono; ma per l’immondezza della sua superbia è diventato immondo ed è decaduto dalla purezza della gloria celeste, e come un porco immondo ha scelto come dimora l’immondezza dei peccati e in essi riposa”. Di lui dice Giobbe: “Egli dorme nell’ombra, nel nascondiglio del canneto, in luoghi umidi” (Gb 40,16). Con queste parole sono indicati tre vizi: nell’ombra che è fredda e oscura è indicata la superbia, la quale scaccia il calore dell’amore divino e lo splendore della vera luce. Nella canna, che è agitata dal vento, che è bella all’esterno ma vuota dentro, e il cui frutto è solo la lanugine, è raffigurato l’avaro, che è sbattuto qua e là dal vento della cupidigia, mena vanto all’esterno ma è privo della grazia all’interno, e le sue ricchezze, ammassate per la sua rovina, saranno disperse come lanugine dal turbine della morte. Nei luoghi umidi sono raffigurati i lussuriosi che si rotolano nel fango della lussuria e della gola. Ecco in quale abitazione dorme quel porco, riposa quello spirito immondo, del quale è detto: “Quando uno spirito immondo esce dall’uomo”. E lo spirito immondo esce dall’uomo solo quando l’uomo riconosce la turpitudine della sua iniquità.

Si legge nel secondo libro dei Paralipomeni che “i prìncipi e l’esercito del re degli Assiri fecero prigioniero Manasse e, incatenato e legato ai ceppi, lo deportarono a Babilonia. Egli, ridotto in simile tribolazione, pregò il Signore Dio suo e si pentì profondamente davanti al Dio dei suoi padri, supplicò e scongiurò Dio. E Dio ascoltò la sua preghiera, lo fece ritornare al suo regno in Gerusalemme: e Manasse riconobbe che solo il Signore è Dio” (2 Par 33,11-13). Manasse s’interpreta “dimenticato”, e raffigura il peccatore che, quando le cose vanno bene, si dimentica di Dio e dei suoi comandamenti. Dice infatti la Genesi [nella storia di Giuseppe] che “il capo dei coppieri del faraone, tornato in prosperità, si dimenticò del suo interprete” (Gn 40,23) [di Giuseppe che aveva interpretato favorevolmente il suo sogno]. Il nostro inter­prete è Gesù Cristo, che ci parla della vita eterna, della quale ci dimentichiamo quando ci sentiamo sostenuti dalla prosperità delle cose transitorie. Infatti le cose tempora­li fanno cadere in dimenticanza Dio. Quindi Manasse, cioè il peccatore, dimentico di Dio, viene fatto prigioniero, con il consenso della sua mente, dagli Assiri, nome che signifi­ca “dirigenti”, cioè i demoni che con l’arco della malizia dirigono la freccia della tentazione contro l’anima per ucciderla; il peccatore dunque è preso e legato con la catena delle cattive abitudini, e così viene deportato a Babilonia, vale a dire nella confusione della mente, resa cieca dal peccato.

Ma poiché la misericordia di Dio è più grande di qualsiasi malizia del peccatore, questi deve fare come fece Manasse, del quale appunto si dice: Pregò il Signore Dio suo e si pentì profondamente: lo supplicò e lo scongiurò con tutte le forze. Il peccatore quindi, ai quattro atti esposti sopra, deve contrapporre i quattro seguenti: deve pregare il Signore, perché lo liberi dalle mani dei demoni; deve fare penitenza per rompere le catene del cattivo comportamento; deve supplicarlo affinché spezzi i ceppi delle sue cattive abitudini; deve infine scongiurarlo con tutte le forze affinché lo liberi dalla confusione della mente, resa cieca dal peccato. E Dio misericordioso, la cui misericordia è senza limiti, farà secondo quanto è detto: “Ascoltò la sua preghiera, lo riportò sul suo trono a Gerusalemme, e Manasse riconobbe che solo il Signore è Dio”. Il Signore esaudisce la preghiera del peccatore contrito e umiliato e lo riconduce nel suo regno a Gerusalemme. Che cos’è questa Gerusalemme, se non l’infusione della grazia, la remissione dei peccati, la riconciliazione del peccatore con Dio, nella quale c’è la visione della pace, nella quale regna chi è uscito dal carcere e dalle catene per ritornare al regno? (cf. Eccle 4,14).

E così il peccatore può veramente riconoscere che solo il Signore è Dio, colui che lo ha liberato e ha fatto uscire da lui lo spirito immondo, come dice appunto il vangelo: “Quando uno spirito immondo esce dall’uomo”.

 

19. Secondo: “Si aggira per luoghi aridi in cerca di riposo”. Questo aggirarsi del diavolo altro non è che la sua tentazione. Perciò lo sentiamo rispondere a Dio: “Ho fatto un giro sulla terra e l’ho percorsa” (Gb 1,7). Il diavolo dapprima fa un giro attorno alla terra, cioè alla mente dell’uomo, indaga con molta astuzia a quale vizio sia più incline, e quindi la percorre per tentare ciascuno secondo quanto ha rilevato. Cammina dunque per luoghi senza acqua. I luoghi senz’ac­qua – ossia aridi, come dice Matteo (Mt 12,43) –, sono i santi, prosciugati dagli umori della gola e della lussuria. Infatti uno di loro dice: “In terra deserta, impraticabile e senz’acqua: così nel santuario mi sono presentato a te, per vedere la tua potenza e la tua gloria” (Sal 62,2-3).

Osserva qui le tre virtù che santificano l’uomo e illuminano la mente per renderla atta a contemplare Dio. Nella terra deserta è indicata la povertà, nella terra impra­ticabile la castità, e in quella senz’acqua l’astinen­za. La terra dunque è il corpo o la mente del giusto, che è come un giardino di delizie davanti a Dio, al quale dice: “O Dio, Dio mio, nella terra, ossia nel mio corpo o nella mia mente, deserta per la povertà, impraticabile per la castità – cioè senza quella via della quale dice Salomone: “La donna impudica è come lo sterco nella via” (Eccli 9,10), e Isaia: “Hai dato il tuo corpo come terra e come strada per i passanti” (Is 51,23) –, e senza acqua, cioè disseccata con l’astinenza da cibo e da bevanda, così nel santuario, cioè nel comportamento santo, mi sono presentato a te, affinché tu, che siedi sopra i cherubini, ti svelassi a me. E quindi aggiunge: “per vedere”, cioè per poter contem­plare, “la tua potenza e la tua gloria”, cioè Cristo Gesù, figlio tuo. Di lui dice l’Apostolo: Egli è potenza di Dio e sapienza di Dio (cf. 1Cor 1,24); e Salomone: Gloria del padre è il figlio sapiente (cf. Pro 13,1). Questa è la via per giungere a contemplare la potenza e la gloria di Dio. Chi non avanza per questa via è come un cieco e come uno che cammina tastando con la mano la parete.

“Si aggira per luoghi senz’acqua”. Il diavolo infatti tenta i santi e i giusti. Leggiamo in Giobbe: “Ha fiducia che il Giordano affluisca nella sua bocca” (Gb 40,18). Giorda­no s’interpreta “umile discesa”, o anche “ruscello del giudizio”, e raffigura gli uomini santi che, se commettono qualche peccato, pieni di confusione si abbassano in se stessi e si giudicano nel ruscello della compunzione e della confessione. Il diavolo dunque, aggirandosi per luoghi senz’acqua, ha fiducia che essi affluiscano, entrino nella sua bocca. Ma essi, come dice Giobbe “sono pronti a far alzare il Leviatan” (Gb 3,8). Fanno alzare (scacciano) il Leviatan, cioè il diavolo, coloro che, negandogli il consenso della mente, non permettono che esso riposi nella dimora del loro cuore.

I santi devono fare come fanno le api le quali, come si dice, si fermano a sorvegliare le aperture dell’alveare e se per caso entra per quelle aperture un insetto estraneo, non tollerano che resti tra loro, ma continuano ad inseguirlo finché riescono a espellerlo dall’alveare.

Le api sono così chiamate perché si uniscono tra loro con i piedi, o anche perché sembra che nascano senza piedi (a privativo, senza; pes, piede). Sono figura dei giusti che si legano tra loro con i piedi, cioè con i sentimenti della carità, che sono loro largiti non dalla natura ma solo dalla grazia, secondo quanto dice l’Apostolo: Tutti siamo nati figli dell’ira (cf. Ef 2,3). Il loro alveare è il corpo, le cui aperture sono i cinque sensi e, in senso spirituale, gli occhi, che devono custodire con ogni cura affinché non entri per essi alcunché di estraneo, alcunché di diabolico. E se, per disgrazia, entrasse attraverso di essi qualche sugge­stione diabolica o qualche compiacenza carnale, in nessun modo, per nulla al mondo devono permettere che rimanga dentro di loro, perché l’indugio crea il pericolo e, come dicono alcuni, il pensiero cattivo trattenuto a lungo è peccato mortale. Quando infatti la ragione avverte che il pensiero si rivolge a cose illecite e, per quanto le è possibile, non si sforza di scacciarlo, questo si chiama pensiero cattivo assecondato. Invece le api devono immediatamente interve­nire, inseguire quel pensiero con i pungiglioni della contrizione e della preghiera, e scacciarlo dagli alveari del loro corpo. Giustamente quindi è detto che i giusti sono pronti a far alzare e scacciare il Leviatan, affinché non trovi in essi riposo.

 

20. Terzo: “E non trovando riposo, dice: Tornerò nella mia casa, donde sono uscito. Tornato, la trova spazzata e adorna”. Dice Matteo: “La trova vuota, spazzata e adorna” (Mt 12,44). Osserva che esiste una triplice scopa: quella della contrizione, quella della confessione e quella della soddisfazione (riparazione o penitenza).

Della scopa della contrizione, dice il Profeta: “Scopavo il mio spirito” (Sal 76,7). Scopa il suo spirito colui che con la scopa della contrizione elimina dal volto della sua anima le sozzure dei pensieri cattivi e la polvere delle vanità del mondo. Della scopa della confessione e della scopa della soddisfazione (penitenza), dice il Signore per bocca di Isaia, quando parla di Babilonia: “La scoperò con la scopa della distru­zione, dice il Signore, Dio degli eserciti” (Is 14,23). Il Signore scopa Babilonia quando purifica con la confessione l’anima umiliata per i peccati, e con la scopa la quando la colpisce con i flagelli della soddisfazione, cioè della penitenza. Con queste tre scope la casa, cioè l’anima dell’uomo, viene purificata. Di questa purificazione dice il Signore: “Lavatevi, purificatevi, togliete dai miei occhi” con la scopa della contrizione “il male dei vostri pensieri”; e dopo che vi siete purificati con la scopa della confessione “smettete di agire iniquamente”; dopo che vi siete castigati con la scopa della penitenza “imparate a fare il bene” (Is 1,16-17).

Ma poiché dalle opere buone nasce di solito una vana sicurezza e anche l’oziosità, che è nemica dell’anima, aggiunge: “La trova vuota e ornata”. L’ozio, dice il beato Bernardo, è la sentìna di tutte le tentazioni e di tutti i pensieri cattivi e inutili. Leggiamo infatti nel primo libro dei Re che “gli Amaleciti assalirono Ziklag dal lato di mezzogiorno, la conquistarono e la incendiarono: ne fecero prigioniere le donne, e tutti gli altri dal più piccolo al più grande” (1Re 30,1-2). Amaleciti s’interpreta “che leccano il sangue”: essi raffigurano i demoni che bramano leccare e inghiottire il sangue delle anime, cioè le lacrime del pentimento. Essi assalgono Ziklag dal lato di mezzogior­no. Da mezzogiorno spira l’austro, un vento tiepido, del quale dice Giobbe: “Osservate i sentieri di Tema e le strade di Saba” (Gb 6,19). Tema s’interpreta “tiepido austro”, e raffigura una condotta di vita superficiale e oziosa, soggetta alle tentazioni del diavolo. Infatti quando lo spirito immondo trova la casa vuota e in balia dell’ozio, vi entra. E poiché Davide, come si narra nel secondo libro dei Re, restò a Gerusalemme e non partì per la guerra, poltrendo nell’ozio, venne punito con una vergognosa caduta (cf. 2Re 11,1).

Saba s’interpreta “rete” o “prigioniera”, e raffigura il legame della colpa, che bene si accoppia con la tiepidezza e l’oziosità. Infatti chi non cammina secondo norme severe, ma con passi indolenti e fiacchi e viene coinvolto in attività licenziose, viene distolto da ciò che riguarda Dio. Quindi Ziklag, che s’interpreta “emissione di voce chiara”, e raffigura l’anima che deve proclamare il suo peccato non balbettando ma a chiare parole, viene assalita dagli spiriti maligni dalla parte di mezzogiorno, cioè dalla tiepidezza e dall’oziosità della sua vita, e viene bruciata dal fuoco dell’iniquità; e quanto c’è in lei di virtù e di bene viene portato via, dalle cose più piccole alle più grandi. Giustamente quindi è detto: “La trova vuota e adorna”.

 

21. Si legge nella Storia Naturale che le api piccole sono le più laboriose e hanno le ali sottili, e sono di colore bruno e come bruciate. Invece le api belle appartengono al numero di quelle che non fanno nulla.

Le api piccole sono gli uomini penitenti, piccoli ai propri occhi. Essi sono di grande laboriosità, sono sempre occupati in qualche attività, perché il diavolo non trovi la loro casa vuota e in ozio; hanno le ali sottili, che sono il disprezzo del mondo e l’amore del regno celeste: due ali con le quali si sollevano dalle cose terrene e quasi si librano nell’aria, contemplando con maggiore intensità la gloria di Dio.

E queste api sono anche di colore bruno e come bruciate. Perciò l’anima del penitente così parla nel Cantico dei Cantici: “Bruna sono ma bella, figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar e come le tende di Salomone. Non state a guardare che sono bruna, poiché mi ha abbrunata il sole (Ct 1,4-5). O figlie di Gerusalemme, vale a dire schiere angeliche, oppure anime fedeli, io sono bruna all’esterno per la cenere e il cilicio, per i digiuni e le veglie, ma bella all’interno per la purezza della mente e per l’inte­grità della fede. Sono bruna come le tende di Kedar, nome che s’interpreta “mestizia”: dimoro infatti nelle tende, che vengono trasfe­rite di luogo in luogo, dalle quali i soldati assalgono e sono assaliti, perché io non ho quaggiù un città stabile, ma vado in cerca di quella futura (cf. Eb 13,14), e mentre combatto sono anche combattuta; e in tutte queste vicende io non ho che mestizia e sofferenza. Ma sono bella come le tende di Salomone, che erano di seta azzurra e porpora scarlatta. Nelle tende di seta azzurra è indicata la purezza della mente e la contemplazione della gloria cele­ste; in quelle di porpora scarlatta l’inte­grità della fede e l’asprezza della sofferenza e del martirio.

Non state a guardare che sono bruna, perché mi ha abbrunata il sole. Il sole che subisce una eclissi, che viene cioè a mancare, oscura tutte le cose. Così il vero sole, Gesù Cristo, che conobbe il suo tramonto (cf. Sal 103,19) subendo nella croce l’eclissi della morte, deve oscurare tutti i colori, tutte le vanità, tutte le glorie e tutti gli onori fallaci. Dice quindi l’anima del penitente: “Sono bruna, sono fosca, perché mi ha oscurata il sole”. Mentre, infatti, con l’occhio della fede io contemplo il mio Dio, il mio sposo, il mio Gesù appeso alla croce, confitto con i chiodi, abbeverato di fiele e aceto, coronato con una corona di spine, ogni dignità, ogni gloria, ogni onore, ogni magnificenza transitoria si cambia in squallore e tutto io reputo un nulla. Così sono le api piccole, brune e come bruciate.

Invece le api belle, ornate, sono figura dei religiosi tiepidi e fatui, che si pavoneggiano nella sontuosità delle loro vesti, che ostentano i “filatteri” della loro vita e decantano le frange della loro santità: la loro casa è ornata esternamente, ma all’interno è piena di sporcizia e di ossa di morti. Si avvera quindi per essi ciò che segue: “Allora va e prende con sé altri sette spiriti...”, ecc.

 

22. Ed ecco il quarto punto. Osserva che questi sette spiriti sono le sette vacche, delle quali nella storia di Giuseppe si dice che erano deformi e consumate dalla magrezza, e che divorarono le altre sette, che erano meravigliose per la bellezza e la floridezza del corpo (cf. Gn 41,1-4). Parimenti questi sette spiriti sono le sette spighe colpite dall'uredine (ruggine che brucia le piante), che hanno distrutto le altre sette, gonfie e rigogliose (cf. Gn 41,5-7). E sono i sette anni di assoluta carestia, la cui gravità consumò l’abbon­danza dei sette anni precedenti.

Le sette vacche belle e grasse e le sette spighe rigogliose e ripiene, e i sette anni di grande abbondanza raffigurano i sette doni dello Spirito Santo, dei quali dice Isaia: “E sopra di lui riposerà lo Spirito del Signo­re: spirito di sapienza e di intelletto, spirito di consi­glio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà, e lo riempì lo spirito del timore del Signore” (Is 11,2-3).

Questi doni sono detti vacche belle e grasse a motivo dell’onestà dei costumi e dell’abbondanza delle virtù che essi infondono in colui sopra il quale si posano; sono detti spighe rigogliose e ripiene per la pienezza della fede di Gesù Cristo, che fu grano di frumento, e per la pienezza del duplice amore di Dio e del prossimo.

Questi sette doni dello Spirito sono detti anche sette anni di grande abbondanza perché nei sette anni di questa peregrinazione (cioè della nostra vita), con la grazia dei sette doni lo Spirito fa traboccare di grande fecondità spirituale la mente, lo spirito nel quale prendono dimora.

Ma ahimè, ahimè, le sette vacche deformi e macilente, le sette spighe colpite dall'uredine, i sette anni di assoluta carestia, i sette spiriti peggiori del primo spirito immondo entrano nella casa vuota e ripulita, e divorano i sette doni dello Spirito, e così la condizione finale di quell’uomo diviene ancora peggiore della precedente. Proprio per questo vengono detti peggiori: per gli effetti che producono, poiché rendono l’uomo peggiore di quanto non fosse prima. E osserva che questi sette spiriti peggiori vengono chia­mati vacche deformi e macilente perché deformano l’immagine e la somiglianza con Dio e perché fanno venir meno la carità, che rappresenta la floridezza dell’anima; vengono chiamati spighe colpite dall'uredine, che è il fetore di una cosa bruciata, per il fetore dei peccati mortali; e infine vengono detti anni di assoluta carestia a motivo della totale carenza di opere buone, anni che apportano a quell’anima sventurata tutti i mali, e la tengono in una spaventosa schiavitù. Giustamente quindi è detto: “La condizione finale di quell’uomo diventa ancora peggiore della precedente”.

Ti preghiamo, dunque, Signore Gesù, affinché per la potenza della tua grazia lo spirito immondo esca dal cuore dei fedeli, li renda luoghi asciutti e senza l’acqua dei vizi, renda la loro coscienza pura e fervente nel tuo santo servizio e la riempia con la grazia dei sette doni dello Spirito.

Si degni di concederci tutto questo, colui al quale è l’onore e la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

I N L O D E

DELLA BEATA VERGINE MARIA

 

1. In quel tempo: “Una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse [a Gesù]: Beato il grembo che ti ha portato e le mammelle dalle quali hai succhiato il latte” (Lc 11,27).

Nel Cantico dei Cantici lo sposo dice alla sposa: “Risuoni la tua voce ai miei orecchi, poiché la tua voce è soave” (Ct 2,14). La voce soave è la lode alla Vergine gloriosa, che risuona dolcissima agli orecchi dello sposo, cioè di Gesù Cristo, che della Vergine stessa è figlio. Ognuno singolarmente, e tutti insieme alziamo dunque la voce nella lode alla Vergine Maria, e diciamo al suo Figlio: “Beato il grembo che ti ha portato e le mammelle dalle quali hai succhiato il latte”.

 

2. “Beato” è come dire bene auctus, riccamente fornito. Beato è colui che ha tutto ciò che vuole e non vuol nulla di male. Beato è colui che vede realizzarsi tutti i suoi desideri. Beato quindi il grembo della Vergine glorio­sa che meritò di portare per nove mesi tutto il Bene, il sommo Bene, la Beatitudine degli angeli e la Riconciliazio­ne dei peccatori.

Dice Agostino: “Riguardo alla la carne, siamo stati riconciliati solo per mezzo del Figlio; ma nei riguardi della divinità siamo stati riconciliati non con il solo Figlio. È la Trinità che ci ha riconciliati a sé, perché è essa stessa che ha fatto diventare carne il solo Figlio”. Beato dunque il grembo della Vergine gloriosa, della quale sempre sant’Ago­stino, nel trattato Della natura e della grazia, dice ancora: “Parlando del peccato, non voglio neppure nominare la Vergine Maria, per il sommo rispetto che è dovuto al suoFiglio. Sappiamo bene infatti che, per vincere il peccato in ogni sua manifestazione, è stata conferita una grazia maggiore a colei che meritò di concepire e di generare colui che era senza peccato. E se potessimo riunire tutti i santi e tutte le sante, e domandassimo loro se hanno commesso dei peccati, tutti, ad eccezione della santa Vergine Maria, non potrebbero che rispondere con le parole di Giovanni: “Se dicessimo che non abbiamo peccato, inganneremmo noi stessi e non ci sarebbe in noi la verità” (1Gv 1,8). La Vergine gloriosa infatti fu prevenuta e colmata con una grazia singolare, per poter avere come frutto del suo grembo proprio colui che fin dall’inizio credette e adorò quale Signore dell’uni­verso”.

 

3. Beato dunque il grembo, del quale il Figlio, in lode della Madre sua, dice nel Cantico dei Cantici: “Il tuo ventre è come un cumulo di grano circondato di gigli” (Ct 7,2). Il ventre della Vergine gloriosa fu come un cumulo di grano: cumulo, perché in esso sono state accumulate tutte le prerogative di meriti e di premi; di grano, perché in esso, come in un granaio, per opera del vero Giuseppe fu riposto il grano perché non morisse di fame tutto l’Egitto.

Il frumento, conservato in un granaio perfettamente mondo, è detto “tritico”, perché il suo chicco viene tritato, cioè macinato; è color bruno al di fuori, e bianchissimo all’in­terno, e raffigura Gesù Cristo che, nascosto per nove mesi nel grembo purissimo della Vergine gloriosa, fu poi, per così dire, “triturato” per noi nella macina della croce; fu candido per l’innocenza della vita, e bruno e rosseggiante per l’effusione del sangue.

E il grembo della Madre fu circondato di gigli. Il giglio, così chiamato (lilium) perché quasi “latteo”, raffigura per il suo candore la verginità di Maria. Il suo grembo fu val­la­tus, cioè circondato da un vallo, difeso dalla valle dell’umiltà; un vallo fatto di gigli, per la sua duplice verginità, quella dello spirito e quella del corpo. Per questo continua sant’Agostino: “L’Unigenito di Dio nella concezione prese vera carne dalla Vergine e nella nascita conservò alla Madre l’integrità verginale”. Beato dunque il ventre che ti ha portato!

Veramente beato, perché portò te, Dio e Figlio di Dio, Signore degli angeli, Creatore del cielo e della terra, Redentore del mondo. La Figlia ha portato il Padre, la Vergine poverella ha portato il Figlio. O cherubini e serafini, o angeli e arcangeli, in umile atteggiamento, con il capo inclinato adorate riverenti il tempio del Figlio di Dio, il sacrario dello Spirito Santo, il grembo beato difeso dai gigli, e dite: Beato il grembo che ti ha porta­to! O uomini, figli di Adamo, ai quali è concessa questa grazia, questa speciale prerogativa, con fede e devozione, con mente compunta, prostràti a terra, adorate il trono del vero Salomone, il trono d’avorio, eccelso e sublime (cf. 3Re 10,18-20), il soglio del nostro Isaia (cf. Is 6,1), e ripetete: Beato il grembo che ti ha portato!

 

4. “E il seno dal quale hai preso il latte”. Dice Salomone nei Proverbi: “Cerva amabile; cerbiatto grazioso, le sue mammelle ti inebrino sempre, sii tu sempre invaghito del suo amore” (Pro 5,19).

La Storia naturale ci informa che la cerva partorisce nella via frequentata, sapendo che il lupo evita la via frequen­tata a motivo della presenza dell’uomo. La cerva amabile raffigura Maria, che ha partorito il suo nato nella via frequentata, cioè nella stalla: il suo nato è grazioso, perché è stato dato a noi in grazia e nel tempo opportuno.

Infatti scrive Luca: “Diede alla luce il suo figlio primogenito e lo avvolse in fasce”, perché noi ricevessimo la stola dell’immortalità, “e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,7). E aggiunge la Glossa: Non trovò posto nell’albergo perché noi potessimo avere tanti posti in cielo.

Le mammelle di questa cerva, amabile a tutto il mondo, ti inebrino in ogni tempo, o cristiano, affinché dimentico, come l’ebbro, di tutte le cose temporali tu tenda a quelle future (cf. Fil 3,13). Ed è molto sorprendente che dica “ti inebrino”, giacché nelle mammelle non c’è il vino che inebria, ma latte gustosissimo. E senti perché. Lo sposo suo Figlio, rivol­gendole la lode, dice nel Cantico dei Cantici: “Quanto sei bella e quanto sei graziosa, o amore, figlia di delizie. La tua grandezza è paragonata a quella della palma e le tue mammelle sono come i grappoli” (Ct 7,6-7). Quanto sei bella nell’anima, quanto leggiadra nel corpo, o madre mia, o sposa mia, cerbiatta amabilissima, nelle delizie, cioè nel premio della vita eterna!

 

5. “La tua grandezza è paragonata a quella della palma”. Osserva che la palma in basso, nella corteccia, è ruvida e aspra; in alto invece è bella a vedersi e carica di frutti, e, come afferma Isidoro, produce frutto solo quando è centenaria. Così la Vergine Maria fu aspra e ruvida in questo mondo per la corteccia della povertà, ma è bella e gloriosa in cielo perché è regina degli angeli; e ha meritato il frutto centuplicato che viene dato ai vergini, perché è la Vergine delle vergini e vergine sopra tutti. Ben a ragione dunque è detto: “La tua grandezza è paragonata a quella della palma, e i tuoi seni sono come i grappoli”.

Il grappolo è un genere di infruttescenza in cui tanti frutti sono riuniti insieme, come si vede nei grappoli d’uva, prodotti dalla vite. Nella storia di Giuseppe l’ebreo, dice il coppiere del re: “Vedevo davanti a me una vite con tre tralci crescere a poco a poco, mettere le gemme, quindi i fiori e poi l’uva che maturava” (Gn 40,9­10). Questa espressione contiene sette cose degne di nota: la vite, i tre tralci, le gemme, i fiori e l’uva; e vediamo come queste sette cose convengano mirabilmente alla beata Vergine Maria.

La vite, così chiamata per la sua forza (lat. vitis, vis) di mettere presto radice o perché si allaccia alle altre viti, è la Vergine Maria che fin dall’inizio fu radicata più profondamente di tutti nell’amore di Dio, e fu allacciata inseparabilmente alla vera vite, cioè al suo Figlio, che disse: “Io sono la vera vite” (Gv 15,1); e nell’Ecclesiastico [Maria] aveva detto di sé: “Io come la vite ho prodotto un frutto di soave profumo” (Eccli 24,23). Il parto della beata Vergine non ha esempio in alcun’altra donna, ma trova delle somiglianze in natura. Ti domandi in che modo la Vergine ha generato il Salvatore? Come il fiore della vite produce il profumo. Troverai incorrotto il fiore della vite, dopo che ha emanato il suo profumo; similmente devi credere inviolato il candore della Vergine, dopo che ha generato il Salvatore. Che cos’altro è il fiore della verginità se non la soavità del suo profumo?

I tre tralci di questa vite furono: il saluto dell’angelo, l’intervento dello Spirito Santo, l’ineffabile concepi­mento del Figlio di Dio. Prodotta da questi tre tralci, la famiglia dei fedeli si allarga ogni giorno in tutto il mondo e si moltiplica per mezzo della fede. Le gemme della vite sono l’umiltà e la verginità di Maria; i fiori sono la fecondità senza corruzione e il parto senza dolore; i tre grappoli d’uva sono la povertà, la pazienza e la temperanza della beata Vergine. Queste sono le uve mature dalle quali sgorga il vino perfetto e aromatico che inebria, e inebriando rende sobria l’anima dei fedeli. A ragione quindi è detto: “Le sue mammelle ti inebrino in ogni tempo e nel suo amore prendi sempre diletto”, perché nel suo amore vieni reso capace di disprezzare i falsi piaceri del mondo e di reprimere la concupiscenza della tua carne.

 

6. Rifùgiati presso di lei, o peccatore, perché è lei la città del rifugio (dell’asilo). Come in antico il Signore – così è scritto nel libro dei Numeri (cf. Nm 35,11-14) – stabilì le città di asilo, nelle quali potesse rifugiarsi chi avesse involontariamente commesso un omicidio, così adesso la misericordia del Signore ci ha dato il Nome di Maria come rifugio di misericordia, anche per chi ha ucciso volontariamente. Una torre inespugnabile è il Nome della Madonna; presso di lei si rifugi il peccatore e sarà salvato. Nome dolce, nome che conforta il peccatore, nome di beata speranza! Signora, il tuo nome è anelito dell’anima! (cf. Is 26,8). E Luca: “Il nome della Vergine era Maria” (Lc 1,27); “Il tuo nome è profumo olezzante” (Ct 1,2). Il nome di Maria è giubilo al cuore, miele alla bocca, melodia all’orecchio (Bernardo). Giustamente quindi, a lode della beata Vergine Maria, si proclama: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno dal quale hai succhiato il latte!”.

Osserva che succhiare è come dire: succhiando agire (lat. sùgere, sumendo agere). Cristo, mentre succhiava il latte, operava la nostra salvezza. La nostra salvezza fu la sua passione: sostenne la passione nel corpo, che era stato nutrito dal latte della Vergine. Per questo è detto nel Cantico dei Cantici: “Ho bevuto il mio vino insieme con il mio latte” (Ct 5,1). Perché, Signore Gesù, non hai detto: “Ho bevuto l’aceto con il mio latte”? Sei stato allattato da verginali mammelle, sei stato abbeverato con fiele e aceto. La dolcezza del latte è stata cambiata nell’amarezza del fiele, affinché quell’ama­rez­za procurasse a noi la dolcezza eterna. Succhiò le mammelle colui che sul monte Calvario volle essere trafitto dalla lancia alla mammella, affinché i piccoli invece del latte succhiassero il sangue, come è scritto in Giobbe: “I piccoli dell’aquila succhiano il sangue” (Gb 39,30).

 

7. Continua il vangelo: “Ma Gesù rispose: Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,28). È come avesse detto che Maria non solo era degna di lode perché aveva portato in grembo il Figlio di Dio, ma anche era beata perché aveva osservato nel suo agire i comandamenti di Dio.

Ti preghiamo dunque, o nostra Signora, o nostra speran­za. Tu che sei la stella del mare, brilla su di noi sbattu­ti dalle tempeste di questo mare del mondo e guidaci al porto. Nel momento del nostro passaggio difendici con la tua presenza consolatrice, affinché senza timore possiamo uscire dal carcere del corpo e meritiamo di salire lieti al gaudio infinito. Ce lo conceda colui che hai portato nel tuo grembo benedetto, che hai allattato alle tue sacre mammelle: a lui sia è onore e gloria nei secoli eterni. Amen.

 

 

DOMENICA IV DI QUARESIMA

Temi del sermone

 

– Vangelo della IV domenica di Quaresima: “Con cinque pani”.

– Anzitutto sermone per il predicatore: “Getta il tuo pane”.

– Sermone a riprovazione del peccato: “Giuda, per mezzo di un ragazzo di Adullam, mandò a Tamar un capretto”; i cinque pani, il loro significato.

– Sermone sui cinque cubiti dell’albero della mirra: “Con cinque pani”; i cinque fratelli di Giuda e il loro simbolismo.

– Sermone sulle quattro cose maledette e sui cinque convegni e il loro significato: “Per tre cose freme la terra”.

 

esordio - sermone per il predicatore

 

1. “Con cinque pani e due pesci il Signore saziò cinquemi­la uomini” (Gv 6,1-15).

Salomone così parla ai predicatori: “Getta il tuo pane sopra le acque che scorrono e dopo molto tempo lo ritroverai” (Eccle 11,1). Le acque che scorrono sono i popoli che corrono verso la morte. Perciò dice la donna di Tekoa: Tutti scorriamo via come l’acqua (cf. 2Re 14,14).

Dice Isaia: “Questo popolo ha rigettato le acque di Siloe, che scorrono silenziosamente, e ha preferito Rezin e il figlio di Romelia” Facee (Is 8,6). Siloe s’interpreta “inviato”. Quindi le acque di Siloe raffigurano la dottrina di Gesù Cristo, inviato dal Padre. Rigettano quest’acqua coloro che si perdono in desideri terreni e preferiscono Rezin, cioè lo spirito della superbia, e Facee, vale a dire l’impurità della lussuria, e perciò scorrono via come l’acqua nel profondo della geenna.

O predicatore, getta quindi il tuo pane, il pane della predicazione, sopra le acque che scorrono; quel pane di cui dice il vangelo: “Non di solo pane vive l’uomo” (Mt 4,4); e Isaia: “A lui”, al giusto, “è stato dato il pane” (Is 33,16); “e dopo molto tempo”, cioè nel giudizio finale, “lo ritroverai”, cioè ritroverai la ricompensa per quel pane.

Nel nome del Signore io getterò sopra le acque il pane, affidando alla vostra carità un breve sermone sui cinque pani e i due pesci.

 

i cinque pani e i due pesci

 

2. “Con cinque pani e due pesci”, ecc. I cinque pani sono i cinque libri di Mosè, nei quali si trovano i cinque nutrimenti spirituali dell’anima. Il primo pane è la riprovazione del peccato nella contrizione; il secondo è la manifestazione del peccato nella confes­sione; il terzo è il disprezzo e l’umi­lia­zione di se stessi nella soddisfazione (penitenza); il quarto è lo zelo per le anime nella predicazione; il quinto è la dolcezza nella contemplazione della patria celeste.

Sul primo pane leggiamo nel primo libro di Mosè, la Genesi, che Giuda mandò un capretto a Tamar per mano di un giovanetto di Adullam (cf. Gn 38,20). Giuda s’inter­preta “colui che confessa”, e raffigura il penitente, che deve mandare un capretto, cioè la riprovazione del peccato, a Tamar, che s’interpreta “amara, trasformata e palma”. Questa è l’anima penitente, e nella triplice interpretazio­ne del nome è indicato il triplice stato dei penitenti: amara si riferisce allo stato degli incipienti, trasfor­mata a quello dei proficienti, e palma allo stato dei perfetti.

Adullamite s’interpreta “testimone con l’acqua”, e indica il pentimento delle lacrime, con le quali il penitente attesta di riprovare il peccato e di non volerlo più commettere per l’avvenire. E così da questa Tamar, come dice Matteo, Giuda potrà generare Fares e Zara (cf. Mt 1,3). Fares s’interpreta “divisione” e Zara “oriente”. Prima infatti il penitente deve staccarsi, dividersi dal peccato e quindi rivolgersi ad oriente, cioè alla luce delle opere buone. Dice il profeta: “Allontànati dal male”, ecco Fares; “e fa’ il bene”, ecco Zara (Sal 36,27).

Sul secondo pane troviamo nel secondo libro di Mosè, l’Esodo, che Mosè, “dopo aver colpito a morte l’egiziano, lo nascose sotto la sabbia” (Es 2,12). Mosè s’interpreta “acquatico” e raffigura il penitente, quasi dissolto nelle acque del pentimento. Egli deve colpire l’egiziano, cioè il peccato mortale, con la contrizione, e nasconderlo sotto la sabbia della confessione. Dice infatti Agostino: “Se tu discopri, Dio copre; ma se tu copri, Dio discopre”. Nasconde l’egiziano colui che svela il suo peccato; lo nasconde, intendo, a Dio e lo svela al sacerdote. Si dice nella Genesi che Rachele nascose gli idoli di Làbano (cf. Gn 31,34). Rachele s’interpreta “pecora”: questa è l’anima penitente che deve nascondere gli idoli di Làbano, cioè i peccati mortali [commessi per istigazione] del diavolo. “Beati coloro, i cui peccati sono stati coperti”, perdonati (Sal 31,1).

Sul terzo pane troviamo nel terzo libro di Mosè, il Levitico, che è comandato ai sacerdoti di gettare la vescichetta della gola [il gozzo] e le penne [degli uccelli sacrificati] nel luogo delle ceneri, al lato orientale (cf. Lv 1,16). Nella vescichetta della gola è indicato l’ardore e la sete dell’avarizia, di cui dice Giobbe: “S’infiammerà la sete contro di lui”, cioè contro l’avaro (Gb 18,9). Nelle penne è raffigurata la vacuità della superbia. “Le penne dello struzzo assomigliano alle penne della cicogna e dello sparviero” (Gb 39,13), cioè del­l’uo­mo contemplativo. Esse vengono gettate nel luogo delle ceneri quando con cuore pentito ripensiamo alla parola della prima maledizione: “Sei cenere e cenere ritornerai” (Gn 3,19). Il lato orientale è la vita eterna, dalla quale siamo decaduti per la colpa dei progenitori. Il penitente quindi si umilia nelle opere di penitenza e scaglia via da sé la vescichetta dell’avarizia e le penne della superbia quando richiama alla mente la sentenza della prima maledizione e piange ogni giorno per essere stato rigettato dallo sguardo degli occhi di Dio.

Sul quarto pane abbiamo nel quarto libro di Mosè, i Numeri, che Finees, afferrato un pugnale, colpì i due fornicatori nelle parti genitali (cf. Nm 25,7-8). Finees raffigura il predicatore che, afferrato il pugnale, cioè la parola della predicazione, deve trafiggere i fornicatori nelle parti genitali affinché, messa a nudo e quasi sbattuta ad essi in faccia la loro turpitudine, si vergognino della scelleratezza commessa. Dice il Signore per bocca del Profeta: “Svelerò sotto i tuoi occhi le tue vergogne” (Na 3,5). E Davide: “Riempi di vergogna la loro faccia” (Sal 82,17).

E infine sul quinto pane abbiamo il quinto libro di Mosè, il Deuteronomio, dove si dice che Mosè dalla pianura di Moab salì al monte Abarim, e lì morì alla presenza di Dio (cf. Dt 34,1.5). Mosè, cioè il penitente, dalla pianura di Moab, che s’interpreta “dal padre”, dalla condotta degli uomini carnali che hanno per padre il diavolo, deve salire sul monte Abarim, che s’interpreta “passaggio”, vale a dire la sublimità della contemplazione, “per passare da questo mondo al Padre” (Gv 13,1). Questi dunque sono i cinque pani dei quali si parla nel vangelo di oggi: “Con cinque pani e due pesci”, ecc.

 

3. I cinque pani sono anche i cinque cubiti [di altezza] dell’albero della mirra, del quale parla Solino: In Arabia c’è un albero, chiamato mirra, alto da terra cinque cubiti” (cf. Solino, Polyhistor, 46).

Arabia s’interpreta “sacra” e raffigura la santa chiesa, nella quale c’è la mirra della penitenza, che solleva l’uomo al di sopra delle cose terrene di cinque cubiti, raffigurati nei cinque pani evangelici. Essi sono anche i cinque fratelli di Giuda, dei quali Giacobbe dice nella Genesi: “Giuda, i tuoi fratelli ti loderanno” (Gn 49,8): essi sono Ruben, Simeone, Levi, Issacar e Zabulon. Ecco il significato dei loro nomi: Ruben, il vedente; Simeone, l’ascolto; Levi, l’aggiunto; Issacar, la ricompensa; Zabulon, l’abitazione della fortezza.

Quindi Giuda deve avere il fratello suo Ruben, per vede­re nella contrizione con i sette occhi, dei quali dice Zac­caria: “In una pietra” – cioè nel penitente che dev’essere pietra per la costanza e uno per l’unità della fede –, “c’erano sette occhi” (Zc 3,9). Col primo occhio deve vedere il suo passato per piangerlo; con il secondo il futuro per vigilare; col terzo la prosperità per non esaltarsi; col quarto le avversità per non deprimersi; col quinto le cose di lassù per sentirne il gusto; col sesto le cose di quaggiù per sentirne disgusto; col settimo le cose interiori per compiacersene nel Signore.

Giuda deve avere il secondo fratello Simeone, nella confessione, affinché il Signore ascolti la sua voce, come dice Mosè nel Deuteronomio: “Ascolta, Signore, la voce di Giuda” (Dt 33,7); di essa si dice nel Cantico dei Cantici: “La tua voce risuoni ai miei orecchi: dolce è la tua voce” (Ct 2,14).

A questi due fratelli, cioè alla contrizione e alla confessione dei peccati, si aggiunge il terzo, Levi, con la soddisfazione (penitenza o riparazione), affinché la misura della pena corrisponda a quella della colpa: “Fate frutti degni di penitenza” (Lc 3,8). Infatti nel Sinai, che s’interpreta “misura”, fu data la legge. La legge della grazia viene data a colui, la cui penitenza è proporzionata alla colpa.

Giuda abbia anche un quarto fratello, Issacar, per ricevere la ricompensa della beatitudine eterna con il suo fervente zelo per la salvezza delle anime. Invece l’albero che occupa inutilmente la terra, e lo stolto mondano che toglie spazio alla chiesa, non riceverà la ricompensa dell’eterna vita ma la condanna dell’eterna morte.

Ma vi scongiuro, Giuda abbia anche il quinto fratello, Zabulon, perché, dimorando nel luogo della contemplazione insieme con Giacobbe, uomo tranquillo (cf. Gn 25,27), sia fatto degno di provare il gusto della dolcezza celeste. Questi sono i cinque pani, dei quali parla il vangelo di oggi: “Con cinque pani e due pesci”, ecc.

 

4. I due pesci sono l’intelletto e la memoria, con i quali si devono rendere gustosi i cinque libri di Mosè, per comprendere ciò che leggi e per riporre nel tesoro della memoria ciò che hai compreso.

O anche, i due pesci che vengono estratti dalla profondità del mare per la mensa del re, raffigurano Mosè e Pietro: Mosè, così chiamato dall’acqua dalla quale è stato salvato (cf. Es 2,10), e Pietro il pescatore, innalzato all’apostolato. Al primo fu affidata la sinagoga, al secondo la chiesa. Esse sono raffigurate in Sara e Agar, delle quali si legge nell’epistola di oggi: “Abramo ebbe due figli, uno da Agar e uno da Sara” (Gal 4,22), ecc. La serva Agar, che s’inter­preta “solenne”, raffigura la sinagoga che si gloriava delle osservanze della Legge, come di grandi solennità. Sara, che s’interpreta “brace”, raffigura la santa chiesa, infiammata dal fuoco dello Spirito Santo nel giorno della Pentecoste. Il figlio di Agar, cioè il popolo dei giudei, combatte contro il figlio di Sara, cioè contro il popolo dei credenti.

In altro senso ancora: Sara, che s’interpreta “princi­pessa", è la parte superiore della ragione, che deve coman­dare come padrona alla serva, cioè alla sensualità, raffigurata in Agar, che s’interpreta anche “avvoltoio”. Infatti la sensualità, come l’avvoltoio, va in cerca dei cadaveri dei desideri carnali. Il figlio di Agar, cioè l’impulso carnale, perseguita il figlio di Sara, cioè il dettame della ragione – e questo è appunto ciò che dice l’apostolo: La carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla carne (cf. Gal 5,17) –, per scacciarla insieme col figlio. Infatti è detto: “Scaccia la serva e il suo figlio” (Gal 4,30).

La carne, ricolma di beni naturali e ricca di cose temporali, insorge contro la padrona, e così avviene ciò che dice Salomone: “Per tre cose freme la terra e neppure la quarta può sopportare: per uno schiavo che diventi re, per uno stolto quando è rimpinzato di cibo, per una donna odiosa che viene condotta in matri­monio, e per una serva che diventa erede della sua padrona” (Pro 30,21-23). Lo schiavo che regna è il corpo recalci­trante. Lo stolto rimpinzato di cibo è l’animo ubriaco di piaceri. La donna odiosa è l’attività peccaminosa, che viene come condotta in matrimonio quando il peccatore cade nelle catene delle cattive abitudini. E così la serva Agar, cioè la sensualità, diventa erede della sua padrona, cioè della ragione. Ma per far crollare questo funesto potere, “il Signore con cinque pani e due pesci saziò cinquemila uomini”.

 

5. Tutto questo concorda con ciò che leggiamo nell’introi­to della messa: Rallègrati, Gerusalemme, e fate un’adunan­za voi tutti che l’amate (cf. Is 66,10-11). Osserva che, in relazione al numero di cinquemila uomini, anche le adunanze sono cinque: la prima fu celebrata in cielo, la seconda nel paradiso terrestre, la terza sul monte degli Ulivi, la quarta a Gerusalemme e la quinta a Corinto.

Nella prima adunanza nacque la discordia. Il primo angelo, dapprima bianco ma poi divenuto monaco nero, perché prima fu lucifero e poi tenebrifero, seminò la zizzania della discordia tra le schiere dei fratelli. Infatti nel coro della concordia incominciò a cantare l’antifona della superbia, non dal basso ma dall’alto: Salirò al cielo, fino all’al­tez­za del Padre, e sarò uguale all’Altissimo (cf. Is 14,13-14), cioè al Figlio. Ma mentre cantava così forte, le vene del cuore [le coronarie] gli si gonfiarono, e precipitò irreparabilmente perché il firmamento non fu in grado di sostenere la sua superbia.

Nella seconda adunanza del paradiso terrestre nacque la disobbedienza, a causa della quale i nostri progenitori furono sprofondati nella miseria di questo esilio.

Nella terza adunanza del monte degli Ulivi è nata la simonia, che consiste nel comprare o vendere le cose spiri­tuali o ciò che vi è annesso. Che cosa infatti è più spirituale, più santo di Cristo? E noi crediamo che Giuda, vendendo Cristo, sia incorso nel peccato di simonia e che perciò, impiccato al cappio, si sia squarciato il suo ventre (cf. At 1,18). Così ogni simoniaco, se non avrà restituito e non si sarà veramente pentito, impiccato al laccio dell’eterna dannazione, si squarcerà nel mezzo.

Nella quarta adunanza, a Gerusalemme, venne meno la povertà, quando Anania e Saffira, mentendo allo Spirito Santo, sottrassero per sé una parte del ricavato dalla vendita del campo, e così subirono immediatamente la sentenza di un pubblico castigo (cf. At 5,1-10). Allo stesso modo coloro che hanno rinunciato al proprio e che si sono segnati con il sigillo della santa povertà, se vorranno edificare di nuovo la Gerico distrutta, saranno colpiti dai fulmini dell’eterna maledi­zione.

Nella quinta adunanza, di Corinto, venne meno la casti­tà, come si legge nell’epi­stola ai Corinzi: Paolo non esitò a colpire con la sentenza di scomunica, per la rovina della sua carne, quel fornicatore che aveva preso con sé la moglie di suo padre (cf. 1Cor 5,1-5). Voi invece che siete membra della chiesa, cittadini della Gerusalemme celeste, fate le cinque adunanze distruggendo la zizzania della discordia, la frenesia della disobbedienza, la cupidigia della simonia, la lebbra dell’avarizia e l’immondezza della lussuria, per meri­tare anche voi di essere annoverati tra quei cinquemila che furono saziati con i cinque pani e i due pesci, in quanto giunti alla perfezione, indicata appunto nel numero mille. Ce lo conceda colui che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

DOMENICA V DI QUARESIMA

Temi del sermone

 

– Vangelo della domenica quinta di Quaresima: “Chi di voi mi convincerà di peccato?”. Questo vangelo si divide in sette parti.

– Anzitutto sermone ai predicatori o ai prelati: “Fatevi animo, figli di Beniamino”.

– Parte I: Sermone sulla passione di Cristo: “Cristo, venuto come sommo sacerdote”.

– Parte II: Sermone a coloro che ascoltano la parola del Signore, e contro coloro che non vogliono ascoltarla: “Álzati e scendi”; “A chi parla?”; e “Ecco, io apporterò”.

– Parte III: Sermone sulla vigilanza di Cristo nei nostri riguardi e sulla sua pazienza di fronte alle bestemmie dei giudei: “Che cosa vedi tu, Geremia?”; e “Guai a me, madre mia”!

– Parte IV: Sermone sulla gloria e la rovina del progenitore: “Un olivo ubertoso”.

– Sermone sulla mortificazione del giusto: “Ci furono i giorni della vita”.

– Parte V: Sermone sulla glorificazione di Cristo: “È il Padre che glorifica”.

– Parte VI: Sermone sulla natività del Signore: “In quel giorno scaturirà una fonte dalla casa di Davide”.

– Sermone sulle quattro prerogative del corpo glorificato: “Il terzo giorno ci risusciterà”; le proprietà dell’avvol­toio e della gru.

– Parte VII: Sermone contro gli ingrati: “Sono stato io forse un deserto per Israele?”

 

esordio - sermone ai predicatori o ai prelati

 

1. “Chi di voi mi convincerà di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete?” (Gv 8,46).

Ai predicatori dice Geremia: “Fatevi animo, figli di Beniamino, in mezzo a Gerusalemme; e in Tekoa suonate la tromba, e in Bet­Cherem alzate il vessillo” (Ger 6,1). Beniamino s’interpreta “figlio della destra” (Gn 35,18), Gerusalemme “visione di pace”, Tekoa “tromba”, e Bet­Cherem “casa sterile”.

Fatevi animo dunque e non temete, o predicatori, figli di Beniamino, figli della destra, cioè della vita eterna, della quale è detto: “Lunghezza di giorni nella sua destra” (Pro 3,16). Fatevi animo, vi dico, in mezzo a Gerusalemme, cioè nella chiesa militante, nella quale c’è la visione di pace, vale a dire la riconciliazione del peccatore. E giustamente dice in mezzo. Il centro della chiesa è la carità, che si estende all’amico e al nemico; e a mantenersi in questo centro il predicatore deve esortare e aiutare i fedeli della chiesa. “E in Tekoa”, cioè tra coloro che quando fanno qualcosa suonano la tromba davanti a sé (cf. Mt 6,2), come gli ipocriti, – “che si compiacciono di se stessi tra le folle delle nazioni”, come è detto nel libro della Sapienza (cf. Sap 6,3) – “fate squillare la tromba” della predicazione, perché quando la udranno, dicano: “Guai a noi, che abbiamo peccato”, o Signore (Lam 5,16). “E in Bet­Cherem”, cioè nella casa sterile, nella casa di coloro che sono privi dell’umore della grazia, sterili di buone opere – la cui terra, cioè l’anima, non riceve neppure una goccia del sangue che scorre dal corpo di Cristo (cf. Lc 22,44) – “alzate il vessil­lo” della croce: predicate la passione del Figlio di Dio, perché ora è il tempo della passione; annunziatela ai morti affinché risorgano nella morte di Gesù Cristo, il quale oggi, con le parole del vangelo, dice alle turbe dei giudei: “Chi di voi mi convincerà di peccato?”

 

2. Osserva che in questo vangelo ci sono da considerare sette episodi. Primo, l’inno­cenza di Cristo che dice: Chi di voi potrà convincermi di peccato? Secondo, il diligente (amoroso) ascolto della sua parola, quando dice: Chi è da Dio ascolta la mia parola. Terzo, la bestemmia dei giudei: Non diciamo bene noi che sei un samaritano e che hai un demonio? Quarto, la gloria della vita eterna per chi osserva la sua parola: In verità, in verità vi dico: se uno osserverà la mia parola, non gusterà morte in eterno. Quinto, la glorificazione fatta dal Padre: È il Padre mio che mi glorifica. Sesto, l’esul­tanza di Abramo: Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno. Settimo, la lapidazione tentata dai giudei e Gesù che si nasconde: Presero delle pietre per scagliarle contro di lui.

Osserva anche che in questa domenica e nella seguente si legge Geremia e viene cantato il responsorio: Questi sono i giorni, insieme con altri, che voi festeggerete a suo tempo (cf. Lv 23,4), nei quali si omette il “Gloria al Padre”.

 

I. l’innocenza di gesù cristo

 

3. L’Agnello innocente, che ha preso su di sé il peccato del mondo (cf. Gv 1,29), “che non commise peccato e nella cui bocca non si trovò inganno” (1Pt 2,22; cf. Is 53,9), “che portò il peccato di molti e pregò per i peccatori” (Is 53,12), ben a ragione può dire: “Chi di voi potrà accusarmi o convincermi di peccato?” Certamente nessuno. Come poteva qualcuno accusare di peccato colui che era venuto a rimettere i peccati e dare la vita eterna? Perciò oggi l’Apostolo, nella lettera agli Ebrei dice: “Cristo, venuto (assistens) come sommo pontefice dei beni futuri” (Eb 9,11), ecc. Assistens è lo stesso che “aiutante” oppure “obbediente”. Cristo fu assistens, fu vicino a noi per aiutarci. Dice il Profeta: “Aiutò il povero nella sua miseria” (Sal 106,41).

Il genere umano era povero perché spogliato dei doni gratuiti [datigli da Dio] e danneggiato nella sua natura: si trovava in questa condizione senza nessuno che gli prestasse aiuto. Venne Cristo, gli fu vicino, lo aiutò quando gli perdonò i peccati. Fu anche obbediente a Dio Padre, “obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8), nella quale, per la riconciliazione del genere umano, offrì a Dio, suo Padre, non il sangue di capri o di vitelli, ma il proprio sangue, per purificare la nostra coscienza dalle opere morte, per servire al Dio vivente (cf. Eb 9,13-14).

Cristo è chiamato “pontefice dei beni futuri”. Pontefice significa “che fa da ponte”, “che è via per coloro che lo seguono”. C’erano due sponde, una di fronte all’altra, la sponda della mortalità e quella dell’immortalità, tra le quali scorreva un fiume invalicabile, quello delle nostre iniquità e delle nostre miserie, delle quali dice Isaia: “Le vostre iniquità hanno scavato un abisso tra voi e il vostro Dio, e i vostri peccati vi hanno nascosto il suo volto, così che non vi dà più ascolto” (Is 59,2).

Venne dunque Cristo, nostro aiuto e pontefice, che fece se stesso ponte dalla sponda della nostra mortalità a quella della sua immortalità, affinché su di esso, come su di un legno posto attraverso, potessimo passare al possesso dei beni futuri. Per questo è detto “pontefice dei beni futuri”, e non dei presenti, che non ha mai promesso ai suoi amici; anzi ha detto loro: “Voi avrete tribolazioni nel mondo” (Gv 16,33). Cristo dunque venne per rimetterci i peccati, come pontefice dei beni futuri, cioè per darci i beni eterni. Chi dunque potrà mai accusarlo di peccato? Che cos’è il peccato se non la trasgressione della legge divina e la disobbedienza ai comandamenti di Dio? Chi dunque potrà accusare di peccato colui, la cui legge fu la volontà del Padre? (cf. Sal 1,2). Che obbedì non solo al Padre celeste, ma anche alla Madre sua poverella? “Chi di voi dunque mi potrà accusare di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete?”. Non credevano alla verità perché erano figli del diavolo (cf. Gv 8,46), “che è menzognero, anzi padre della menzogna” (Gv 8,44), perché ne è l’inventore.

 

II. l’ascolto della parola di cristo

 

4. “Chi è da Dio ascolta le parole di Dio; per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio” (Gv 8,47). Il termine ebraico che indica “Dio” viene tradotto in greco con Theòs, che assomiglia a Déos e che significa timore. È da Dio colui che teme Dio, e chi teme Dio ascolta le sue parole. Infatti Dio, per bocca di Geremia, dice: “àlzati e scendi alla casa del vasaio, e lì ascolte­rai le mie parole” (Ger 18,2). Si alza colui che, preso da timore, si pente di ciò che ha fatto; e scende alla casa del vasaio quando riconosce di essere fango e teme che il Signore lo spezzi come un vaso di argilla (cf. Sal 2,9); e lì ascolta le parole del Signore, perché è da Dio, e perché teme Dio.

Dice Girolamo: “È grande segno di predestinazione ascoltare volentieri le parole di Dio, e ascoltare le notizie della patria celeste, come uno che ascolta volen­tieri le notizie della patria terrena”. Fare il contrario è segno di protervia. Quindi è detto: “Per questo voi non ascoltate, perché non siete da Dio”; come dicesse: Per questo voi non ascoltate Dio, perché non lo temete. Infatti dice Geremia: “A chi parlerò e chi scongiurerò perché mi ascolti? Ecco, le loro orecchie non sono circoncise e non possono ascoltare; ecco, la parola del Signore è per loro oggetto di scherno, e non la accolgono” (Ger 6,10). E di nuovo: “Questo dice il Signore: Ridurrò in marciume la grande superbia di Giuda”, cioè dei chierici, “e quella di Gerusalemme”, cioè dei religiosi, e “questo popolo malvagio”, cioè i laici, “che non vuole ascoltare le mie parole e persiste nella caparbietà del suo cuore” (Ger 13,9-10). E continua: “Si sono ingranditi e arricchiti; sono grassi e pingui: hanno trascurato nel modo peggiore le mie parole. Non hanno difeso la causa della vedova. Forse che io non punirò tali colpe – dice il Signore –, o di gente simile non farà vendetta la mia anima?” (Ger 5,27-29). E parimenti: “Ecco, io mando sopra questo popolo la sventura, il frutto dei loro pensieri, perché non hanno ascoltato le mie parole e hanno rigettato la mia legge. Perché mi offrite l’incenso portato da Saba e la cannella odorosa che proviene da lontano? I vostri olocausti non mi sono graditi, e non mi piacciono i vostri sacrifici, dice il Signore” (Ger 6,19-20).

Saba s’interpreta “rete” o “prigioniera”. Nell’incenso è indicata la preghiera, nella canna (o cannella) la confessione del crimine o la proclamazione della lode. Chi non ascolta le parole di Dio e rigetta la sua legge, che è la carità – nella quale è la pienezza della legge (cf. Rm 13,10) –, costui invano presenta al Signore l’incenso della preghiera da Saba, cioè dalla vanità del mondo, dalla quale è irretito e tenuto prigioniero; e invano offre la cannella odorosa del canto di lode, che esala un soave profumo – aggiungi: se è fatto nella carità (cf. 1Cor 16,14) –; cannella che proviene da una terra lontana, cioè da una mente impura, che tiene l’uomo lontano da Dio. “I vostri olocausti”, cioè i vostri digiuni, “non mi sono graditi; e i vostri sacrifici”, cioè i vostri oboli, “non mi piacciono, dice il Signore”, perché avete rigettato la carità.

In una parola: tutte le nostre opere sono inutili nei riguardi della vita eterna, se non sono profumate con il balsamo della carità.

 

III. la bestemmia dei giudei contro cristo

 

5. “I giudei risposero dicendo: Non diciamo noi con ragione che tu sei un samaritano e che hai un demonio? Rispose Gesù: Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio e voi mi disonorate. Io non cerco la mia gloria: c’è chi la cerca e giudica” (Gv 8,48-50).

I Samaritani, trasferiti dall’Assiria, conservano in parte i riti di Israele e in parte quelli dei pagani (cf. 4Re 17,24.33.41); con loro i giudei non tenevano relazioni (cf. Gv 4,9) perché li ritenevano impuri. Perciò quando volevano insultare uno lo chiamavano samaritano.

Samaritani s’interpreta “custodi”, perché erano stati mandati dai babilonesi a custodire, a vigilare sui giudei. Dicono dunque: Non diciamo noi a ragione che sei un samaritano? Gesù, non negando, accetta questa affermazio­ne, perché egli è il custode: non dorme né sonnecchia chi custodisce Israele (cf. Sal 120,4), e vigila sul suo gregge. Infatti dice il Signore a Geremia: “Che cosa vedi, Geremia? Risposi: Vedo una verga vigilante”, oppure – secondo un’altra versione – “vedo un ramo di noce, o di nocciolo o di mandorlo. E il Signore a me: Hai visto bene. Io infatti vigilo sulla mia parola per adempierla” (Ger 1,11-12).

La verga, così chiamata da “vigore”, o da verdore (viriditas), o anche perché governa, raffigura Gesù Cristo, che è potenza di Dio (cf. 1Cor 1,24), che è piantato lungo il corso delle acque (cf. Sal 1,3), cioè nella pienezza della grazia, che è “verde”, cioè immune da ogni peccato, e che dice di se stesso: “Se fanno questo con il legno verde, che cosa sarà con quello secco?” (Lc 23,31). E a lui il Padre disse: “Li governerai con verga di ferro” (Sal 2,9), cioè con inflessibile giustizia. Questa verga vigilò sulla sua parola, perché si adempisse, perché ciò che predicò con la parola lo mostrò poi nelle opere. Vigila sulla sua parola colui che traduce nelle opere ciò che predica con la parola.

 

6. Altra applicazione. Cristo è detto “verga vigilante”, perché come il ladro veglia di notte e ruba dalla casa di chi dorme, asportando le cose con una verga nella quale c’è un uncino, così Cristo, con la verga della sua umanità e con l’uncino della sua croce, ha rubato le anime al diavolo. Infatti disse: “Quando sarò elevato da terra, trarrò tutti a me” (Gv 12,32), con l’uncino della santa croce. Anche il giorno del Signore verrà di notte come un ladro (cf. 1Ts 5,2). E nell’Apocalisse si legge: “Se non sarai vigilante, verrò da te come un ladro” (Ap 3,3).

Parimenti, Cristo è detto verga di noce (o nocciolo) o di mandorlo. Osserva che il frutto di queste piante ha il nucleo (gheriglio o mandorla) dolce, il guscio solido e la buccia (mallo) amara. Nel nucleo dolce è raffigurata la divinità di Cristo, nel guscio solido la sua anima, nella buccia amara, la sua carne, il suo corpo, che subì l’ama­rezza della passione. Cristo vigilò sulla parola del Padre, che chiama “suo” perché con il Padre fu “uno”, per adempierla. Dice infat­ti: “Come il Padre mi ha ordinato, così faccio” (Gv 14,31). Io perciò non ho un demonio, perché eseguo il comando del Padre. Quindi i falsi giudei affermano, bestemmiando, il falso: “Hai un demonio”. Della loro bestemmia Geremia, parlando in nome di Cristo, dice: “Guai a me, madre mia! Perché mi hai partorito, uomo di rissa, uomo di discordia in tutta la terra? Mai ho dato a prestito, e mai nessuno ha fatto prestito a me: tutti mi maledicono, dice il Signore” (Ger 15,10-11).

Osserva che il “guai” è duplice: c’è quello della colpa e quello della pena. Cristo ebbe quello della pena, ma non quello della colpa. Quindi: “Guai a me, madre mia! perché mi hai generato a sì grande pena, uomo di rissa e uomo di discordia?” La rissa è quella che si accende tra molte persone, perciò ecco il rissoso – così chiamato dal ringhio del cane – perché è sempre pronto a contraddire e litigare. E “discordia” è come dire “cuori diversi” (diversa corda): discordare è come aver cuore diverso. Così tra i giudei, a motivo delle parole di Cristo, c’era rissa, perché erano sempre pronti, come cani, ad abbaiare e a contraddire; e avevano cuore diverso: alcuni infatti dicevano: “È buono!” Altri invece replicavano: “No, inganna le folle” (Gv 7,12).

“Non ho dato a prestito e nessuno ha fatto prestiti a me”. Foenerator (in lat.) si chiama sia colui che fa il prestito, come colui che lo riceve (Isidoro, Etimologie). Cristo non fu foenerator, perché non trovò tra i giudei nessuno al quale prestare la somma della sua dottrina; non fu foenerator perché nessuno volle moltiplicare con le buone opere il tesoro del suo insegnamento. Anzi tutti scagliavano improperi contro di lui, dicendo: Sei un samaritano e hai un demonio. E Gesù rispose: Io non ho un demonio. Rifiuta la falsa accusa, ma nella sua pazienza non ritorce l’oltraggio, e risponde: “Io onoro il Padre mio”, tributandogli il debito onore, attri­buendo tutto a lui; “voi invece mi disonorate”.

Sempre parlando in nome di Cristo, dice Geremia: “Di fronte al mio popolo sono divenuto lo scherno di ogni giorno” (Lam 3,14); e ancora: “Porgerà la guancia a chi lo percuote, sarà saziato di ignominie” (Lam 3,30). “Ma io non cerco la mia gloria”, come gli uomini che alle ingiurie rispondono con altre ingiurie; la sua gloria l’attende dal Padre, e quindi soggiunge: “C’è chi la cerca e giudica”. E sempre per bocca di Geremia: “Ora, Signore degli eserciti, che giudichi con giustizia e scruti il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro” (Ger 11,20).

Osserva ancora che il giudizio è duplice: il primo di danna­zione, del quale è detto: “Il Padre non giudica alcuno, ma ha affidato ogni giudizio al Figlio” (Gv 5,22); il secondo di dissociazione, del quale il Figlio, nell’introito della messa di oggi dice: “Giudicami, o Dio, e dissocia la mia causa da quella di gente non santa” (Sal 42,1). In questo senso è detto: È il Padre che cerca la mia gloria, e la dissocia dalla vostra, perché voi vi gloriate secondo questo mondo; ma io no: la mia gloria è quella che ho avuto dal Padre, prima che il mondo esistesse, ed è molto diversa dalla millanteria umana.

 

7. Senso morale. “Hai un demonio”. “Demonio” è detto dai greci daimònion, cioè “esperto”, conoscitore delle cose. Dàimon in greco significa conoscitore, che sa molto. Quando dunque qualcuno, adulandoti o approvandoti, ti dice: Sei un esperto e sai tante cose, ti dice: “Hai un demonio”. Ma tu devi immediatamente rispondere con Cristo: “Io non ho un demonio”. Da me stesso non so niente, non ho niente di buono, ma onoro il Padre mio. A lui attribui­sco tutto, a lui rendo grazie, da lui viene ogni sapienza, ogni capacità, ogni scienza. Io non cerco la mia gloria e dico con il beato Bernardo: “Verbo della vanagloria, non mi toccare; ogni gloria è dovuta solo a colui al quale si dice: Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”. E sempre Bernardo continua: “L’angelo non cerca in cielo la gloria da un altro angelo. E l’uomo vorrà qui in terra essere lodato da un altro uomo?”

 

IV. la gloria eterna di colui che osserva la parola di cristo

 

8. “In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno. Dissero allora i giudei: Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto come anche i profeti, e tu dici: Chi osserva la mia parola non vedrà la morte in eterno? Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? E anche i profeti sono morti: chi pretendi di essere? Rispose Gesù: Se io glorifico me stesso, la mia gloria è nulla” (Gv 8,51-54).

“Amen”, che significa “in verità”, “sinceramente” e “sia fatto”, è un termine ebraico, come alleluia. E come Giovanni racconta nell’Apocalisse che in cielo si udirono le parole “amen” e “alleluia” (cf. Ap 19,1.3-4), così queste due parole sono state insegnate dagli apostoli a tutte le genti perché le proclamassero qui in terra.

“In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno”. La morte (mors) deriva il suo nome dal morso del primo uomo, che mordendo il frutto dell’albero proibito, incontrò la morte. Se avesse osserva­to la parola del Signore: “Mangia pure i frutti di ogni albero del giardino, ma non mangiare quello dell’albero della conoscenza del bene e del male” (Gn 2,16-17), non sarebbe morto in eterno. Ma poiché non la osservò, andò incontro alla morte, e perì insieme con tutta la sua posterità. Per questo Geremia dice: “Olivo rigoglioso, bello, fecondo, attraente, era il nome con cui il Signore ti chiamò. Ma al suono di una “grande parola”, divampò su quella pianta il fuoco e i suoi frutti furono bruciati” (Ger 11,16).

La natura umana, prima del peccato, fu nella sua crea­zione un ulivo, fu creata in un “campo damasceno” [luogo arido], ma fu poi piantata, per così dire, in un giardino di delizie; fu rigogliosa e fertile per i doni gratuiti, bella per i doni di natura, fruttifera per la fruizione della beatitudine eterna, attraente nella sua innocenza. Ma ahimè, al suono di quella “parola grande”, cioè della suggestione diabolica che prometteva grandi cose – “sarete come dei” (Gn 3,5) – il fuoco della vanagloria e dell’avarizia divampò in essa, e così furono bruciati tutti i suoi frutti, cioè tutta la sua posterità.

O figli di Adamo, non vogliate imitare i vostri padri, che non ascoltarono la parola del Signore e perciò andarono in rovina; voi invece ascoltatela: “In verità, in verità vi dico: Se ascolterete la mia parola, non gusterete morte in eterno”. È chiaro che qui gustare sta per sperimentare.

 

9. “Risposero allora i giudei: Adesso sappiamo che hai un demonio”. O follia di menti dissennate! O perfidia di gente diabo­lica. Non vi è bastato di scagliare una volta un sì orribi­le e infame vituperio contro un innocente, immune da ogni vizio, ma lo ripetete una seconda volta: Adesso sappiamo che hai un demonio! O ciechi, se l’aveste veramente cono­sciuto, non avreste affermato che egli aveva un demonio, ma avreste creduto ch’egli era il Signore, il Figlio di Dio!

“Abramo è morto”, non però della morte di cui parlò il Signore, ma solo di morte corporale, della quale è detto nella Genesi: “I giorni della vita di Abramo arrivarono a centosettantacinque anni. Poi venne meno e morì in serena vecchiaia, in età molto avanzata e sazio di giorni. Fu riunito al suo popolo, e i suoi figli Isacco e Ismaele lo seppellirono in una caverna doppia” (Gn 25,7-9).

 

10. Senso morale. Abramo è figura del giusto, la cui vita deve durare centosettantacinque anni. Nel numero cento, che è numero perfetto, è indicata tutta la perfezione del giusto; nel numero settanta, che è formato dal sette e dal dieci, è indicata l’infusione della grazia dei sette doni dello Spirito e l’adempimento dei dieci comandamenti; nel numero cinque è indicato il retto uso dei cinque sensi. Quindi la vita del giusto dev’es­sere perfetta per l’infusione della grazia dei sette doni, per l’adempimento del decalogo e per il retto uso dei cinque sensi. E così rifuggirà dall’attaccamento a questo mondo e morirà al peccato, sarà pieno, e non vuoto, di giorni, riunito al suo popolo. Dice il Signore per bocca di Isaia: “I giorni del mio popolo saranno come quelli dell’albero” (Is 65,22), cioè di Gesù Cristo, perché egli vivrà e regnerà in eterno, e con lui anche il suo popolo. Dice infatti nel vangelo: “Io vivo, e anche voi vivrete” (Gv 14,19).

“E i suoi figli Isacco e Ismaele lo seppellirono in una caverna doppia”. Isacco s’interpreta “gaudio”, Ismaele “ascolto di Dio”. Il gaudio della speranza del cielo e l’ascolto dei divini precetti seppelliscono il giusto nella duplice spelonca della vita attiva e contemplativa, perché sia protetto al riparo del volto di Dio, nascosto agli intrighi degli uomini e lontano delle lingue che contraddicono (cf. Sal 30,21). E della loro contraddizione è detto: “Chi pretendi di essere?”. Secondo loro pretendeva, era solo una pretesa il fatto di dichiararsi Figlio di Dio, uguale a lui, come non lo fosse. Ma Cristo non lo preten­deva: lo era in realtà. Infatti l’Apostolo afferma: “Non stimò un furto il proclamarsi uguale a Dio” (Fil 2,6). Essi invece non domandano “chi sei?”, ma “chi preendi di essere?”, per chi vuoi farti passare? Ed egli: “Se io glorifico me stesso, la mia gloria è niente”. Contro ciò che dicono: “Chi pretendi di essere?”, rimette la sua gloria al Padre, al quale deve l’essere egli stesso Dio.

 

V. cristo sarà glorificato dal padre

 

11. “Chi mi glorifica è il Padre, che voi dite essere il vostro Dio, e non lo conoscete. Io invece lo conosco; e se dicessi che non lo conosco, sarei come voi un mentitore. Ma lo conosco e ascolto la sua parola” (Gv 8,54-55).

Osserva che il Padre glorificò il Figlio suo nella natività, quando lo fece nascere da una Vergine; nel fiume Giordano e nel monte, quando disse: “Questi è il mio Figlio diletto” (Mt 3,17; 17,5); lo glorificò anche nella risurrezione di Lazzaro, e nella sua risurrezione e ascensione. Perciò Gesù disse: “Padre, glorifica il tuo nome. Venne allora una voce dal cielo: L’ho glorificato” nella risurrezione di Lazzaro, “e di nuovo lo glorificherò” (Gv 12,28) nella sua risurrezione e ascensione.

È il Padre dunque che mi glorifica, e voi dite di lui che è il vostro Dio. Qui hai una chiara testimonianza contro gli eretici, i quali sostengono che la legge è stata data a Mosè dal Dio delle tenebre. Ma il Dio dei giudei, che ha dato la legge a Mosè, è il Padre di Gesù Cristo: quindi è il Padre di Gesù Cristo che ha dato la legge a Mosè. “E voi non lo conoscete” spiritualmente, finché servite alle cose terrene. “Io invece lo conosco” perché sono “uno” con lui. “E se dicessi che non lo conosco”, mentre lo conosco, “sarei un mentitore come voi”, che dite di conoscerlo, mentre non lo conoscete. “Ma io lo conosco e osservo la sua parola”. Egli, come Figlio, diceva la parola del Padre, ed egli stesso era la Parola (Verbo) del Padre, che parlava agli uomini. Quindi conserva (serbat) se stesso, cioè conserva in se stesso la divinità.

 

VI. l’esultanza di abramo

 

12. “Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno: lo vide e se ne rallegrò. Dissero allora i giudei: Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo? E Gesù rispose: In verità, in verità vi dico, prima che Abramo fosse, io sono” (Gv 8,56-58). Fate attenzione a queste tre parole: esultò, vide, se ne rallegrò. E nota anche che tre sono i giorni del Signore: la natività, la passione, la risurrezione.

Del primo giorno dice Gioele: “In quel giorno scaturirà una fonte dalla casa di Davide e irrigherà il torrente delle spine” (Gl 3,18). Nel giorno della natività, una fonte, cioè Cristo, scaturirà dalla casa di Davide, cioè dal seno della beata Vergine, e irrigherà il torrente delle spine, vale dire ci solleverà dal cumulo delle nostre miserie, dalle quali ogni giorno siamo punti e feriti [come da tante spine].

Del secondo giorno dice Isaia: “Nella fermezza del suo spirito ha preso delle risoluzioni per il giorno dell’ardo­re” (Is 27,8). Nel giorno della passione, nella quale il Signore sopportò l’ardore dei tormenti e della fatica, nella fermezza del suo spirito, mentre pendeva dalla croce, stabilì in quale modo avrebbe mandato in rovina il diavolo e strappato dalla sua mano il genere umano.

Del terzo giorno dice Osea: “Il terzo giorno ci risusciterà e noi vivremo alla sua presenza; comprenderemo e seguiremo il Signore per conoscerlo” (Os 6,3). Il terzo giorno Cristo, risorgendo dai morti, risuscitò anche noi con sé, cioè con una risurrezione conforme alla sua, poiché come egli è risorto, anche noi crediamo che saremo risuscitati nella risurrezione generale. E allora vivremo, comprenderemo e lo seguiremo per conoscere. In questi quattro termini vediamo indicate le quattro proprietà del corpo glorificato: vivremo, ecco l’immortalità; comprenderemo, ecco la sottigliezza (dell’intelli­genza); seguiremo, ecco l’agilità; per conoscere il Signore, ecco la luminosità.

Abramo dunque, cioè il giusto, nel giorno della natività esulta per il Verbo incarnato, con l’occhio della fede lo vede pendere dal patibolo della croce, e sa che con lui godrà immortale nel regno dei cieli.

Allora i giudei, considerando in lui solo l’età del corpo, e non la natura divina, gli dissero: “Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?”. Forse il Signore a trentuno o trentadue anni, per l’eccessiva fatica e per la continua predicazione, mostrava una età superiore. E quindi disse loro: “Prima che Abramo fosse (fieret), io sono”. Non disse esset, ma fieret (fosse fatto), perché Abramo era una creatura; di sé non disse factus, ma sum (sono) perché è il creatore.

 

            1. i giudei vogliono lapidare gesù, ma egli si nasconde

 

13. “Allora presero delle pietre per scagliargliele contro. Ma Gesù si nascose e uscì dal tempio” (Gv 8, 59). I giudei ricorrono alle pietre, per lapidare la pietra angolare, colui che riunì in se stesso le due pareti, cioè il popolo giudaico e il popolo dei pagani, due popoli che si avversavano. I giudei, i cui padri avevano lapidato in Egitto il profeta Geremia, imitando la loro cattiveria, volevano lapidare il Signore dei profeti (cf. Eb 11,37). Perciò di loro dice il Signore: “Siete figli di coloro che uccisero i profeti. E voi colmate la misura dei vostri padri” (Mt 23,31-32).

 

14. Senso morale. I falsi cristiani, figli estranei, cioè del diavolo, che hanno mentito al Signore violando il patto del battesimo, per quanto sta in loro lapidano ogni giorno, con le dure pietre dei loro peccati, il loro padre e signore Gesù Cristo, dal quale hanno preso il nome di cristiani; e tentano di ucciderlo, di uccidere cioè la fede in lui.

Questi cristiani sono come il figli dell’avvoltoio, che lasciano morire di fame il loro padre. Non sono come i figli della gru, che espongono se stessi alla morte per salvare il padre, quando il falco lo insegue; e quando il padre è vecchio e non è più in grado di cacciare, lo nutrono essi stessi.

Il nostro Padre, come un povero affamato, bussa alla porta perché gli apriamo e gli diamo, se non proprio la cena, almeno un boccone. “Io – dice nell’Apocalisse – sto alla porta e busso: se uno mi aprirà, entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Ma noi, figli degeneri, lasciamo morire di fame il nostro padre, come fanno i nati dell’avvoltoio. Perciò egli si lamenta di noi per bocca di Geremia: “Sono forse divenuto un deserto per Israele, o una terra senza sole? Perché il mio popolo mi ha detto: Ce ne siamo andati via e non verremo più da te? Si dimentica forse una vergine dei suoi ornamenti, e la sposa della fascia del suo petto? Eppure il mio popolo si è dimenticato di me per giorni e giorni” (Ger 2,31-32). Il Signore non è un deserto o una terra senza sole, dove nessun frutto, o solo pochi frutti vengono prodotti; al contrario, è il giardino del Padre, è la terra benedetta, dove qualunque cosa seminiamo, ricaveremo il centuplo.

Perché dunque noi, miserabili, ci allontaniamo da lui e ci dimentichiamo di lui per sì lungo tempo? Ma l’anima, sposa di Cristo, vergine per la fede e la carità, non può dimenticarsi del suo ornamento, cioè dell’amore divino del quale è come adorna, e della fascia del suo petto, cioè della coscienza pura, con la quale si sente tranquilla.

Fratelli carissimi, siamo, ve ne prego, come i figli della gru, per essere pronti, se è necessario, ad esporci alla morte per il nostro padre, cioè per la fede nel nostro padre, e in questo mondo ormai invecchiato e presto in rovina, ristoriamolo con le buone opere, proprio perché non accada anche a noi quello che dice il vangelo: “Allora Gesù si nascose e uscì dal tempio”. È per questo che dalla domenica presente, chiamata “domenica di Passione”, non si recita nei responsori il “Gloria al Padre”; tuttavia non si tralascia completamente (si recita alla fine dei salmi), giacché il Signore non è ancora stato consegnato nelle mani dei carnefici.

Preghiamo dunque, e con le lacrime imploriamo il Signore di non nasconderci il suo volto e di non uscire dal tempio del nostro cuore. Nel suo giudizio non ci accusi e non ci convinca di peccato, ma infonda in noi la grazia di ascol­tare con la massima devozione la sua parola. Ci dia la pazienza per sopportare le ingiurie, ci liberi dalla morte eterna; ci glorifichi nel suo regno, affinché meritiamo di vedere il giorno della sua eternità con Abramo, Isacco e Giacobbe.

Ci conceda tutto questo colui al quale è onore, potestà, splendore e dominio nei secoli eterni. E tutta la chiesa risponda: Amen!

 

 

 

L’Ecclesiastico (oggi Siracide) dice: prati mei fructum; la Glossa: partus mei fructum. Sant’Antonio ha scelto la versione della Glossa.

Questo sommario si riferisce a tutti e due i sermoni riguardanti la prima domenica di Quaresima.

Il “tratto” della messa è sostituito, oggi, dal salmo responsoriale.

Ecco le parole di Aristotele: “Somnus est quies animalium virtutum, cum intensione naturalium” (Il sonno e la veglia). Sant’Antonio ne trae un’applicazione spirituale.

Sant’Antonio accenna qui ad Is 17,1 dove è detto: “Damasco sarà eliminata dal numero delle città, diverrà un cumulo di rovine”. Cristiano Adricornio, a proposito del “campo damasceno”, scrive: “Si sostiene che Adamo fu plasmato da Dio nel “campo damasceno”, e da questo campo fu portato nel paradiso terrestre. Dal paradiso terreste fu cacciato a causa del peccato col quale mandò in rovina se stesso e tutti noi, e fu portato di nuovo nel “campo damasceno”, cioè in luogo deserto e pieno di rovine. Distante quanto la gettata di un arco c’è Ebron, campo tanto fertile e splendido, che alcuni hanno ritenuto fosse il “paradiso terrestre”. Ha una terra rossa e meravigliosamente morbida; i saraceni la portano in Egitto, in India e in Etiopia, e la vendono a caro prezzo. Dicono anche che le buche scavate, dopo un anno, si riempissero spontaneamente. Si ritiene per costante tadizione che quella terra avesse il potere di preservare da ogni inconveniente coloro che la portavano, e perciò alcuni ne abusavano con varie superstizioni (Cf. Theatrum Terrae Sanctae et biblicarum historiarum, Coloniae Agrippinae 1682, p. 45).