S. Antonio di Padova: I Sermoni - Parte ottava

ANNUNCIAZIONE

dellA Beata VERGINE MARIA (1)

Temi del sermone

 

“Come sole sfolgorante”.

– Natura e castità dell’elefante.

– Sermone contro la lussuria: “Distruggerò il nome di Babilonia”.

– Perché le fronde o le foglie cadono dall’albero, e i quattro colori che sono nell’arco­baleno.

“Io sarò come rugiada”.

– La lana delle pecore e natura del burro e del formaggio.

– Lo stesso argomento: “Ecco un grande vento”.

– Natura della rugiada e proprietà del giglio.

“Come il fiore della rosa nei giorni di primavera”.

– Sermone contro i prelati della chiesa: “Troverete un bambino”.

– Perché nella festa della nascita del Signore si cantano tre messe; proprietà del giglio e suo simbolismo.

 

esordio

 

1. “Come sole sfolgorante, e come arcobaleno splendente fra le nubi di gloria”, ecc. (Eccli 50,7-8).

Dice l’Ecclesiastico: “Vaso meraviglioso è l’opera dell’Altissimo!” (Eccli 43,2). La vergine Maria è chiamata “vaso”, perché è “talamo del Figlio di Dio, speciale dimora dello Spirito Santo, triclino (banchetto) della Santissima Trinità”. Infatti dice ancora l’Eccle­siastico: “Colui che mi ha creata, ha riposato nella mia tenda” (Eccli 24,12). Questo vaso fu “opera meravigliosa dell’Eccelso”, del Figlio di Dio, che l’ha voluta più bella di tutti i morta­li, più santa di tutti i santi, e in lei ha voluto essere plasmato egli stesso: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).

Di quest’opera meravigliosa, nel terzo libro dei Re si dice che “Salomone fece scolpire sulle porte del Tempio cherubini, palme e boccioli di fiori”(3Re 6,32). La porta del cielo, la porta del paradiso è la vergine Maria, sulla quale il vero Salomone scolpì i cherubini, che rappresentano la vita angelica e la pienezza della carità; le palme, che indicano la vittoria sul nemico, il verdeggiare della perseveranza e la sublimità della contemplazione; i basso­rilievi di boccioli di fiori, che sono le preziose cesella­ture raffiguranti l’umiltà e la verginità.

Tutto questo fu scolpito nella beata Vergine Maria dalla mano della Sapienza. Giustamente quindi è detto: “Come sole sfolgoran­te, e come arcobaleno splendente fra le nubi di gloria”.

 

I. virtù e prerogative della beata vergine maria

 

2. Osserva che la Vergine Maria fu sole sfolgorante nell’annunciazione dell’angelo, fu arcobaleno splendente nel concepimento del Figlio di Dio, fu rosa e giglio nella nascita di lui. Nel sole ci sono tre prerogative: splendore, candore e calore, che corrispondono alle tre parti del saluto dell’arcangelo Gabriele. La prima: Ave, piena di grazia; la seconda: Non temere; la terza: Lo Spirito Santo scenderà su di te.

Quando dice: “Ave, piena di grazia! Il Signore è con te; tu sei benedetta fra le donne” (Lc 1,28): ecco lo splendore del sole. E questo può riferirsi anche alle quattro virtù cardinali, ognuna delle quali rifulse in Maria in tre modi. Dalla temperanza le venne la riservatezza nel corpo, la modestia nel parlare, l’umiltà del cuore. Ebbe la prudenza quando tacque nel suo turbamento, quando comprese il significato di ciò che aveva udito, quando rispose a ciò che le veniva proposto. Ebbe la giustizia quando attribuì a ciascuno ciò che gli era dovuto. Si comportò con fermezza di cuore nel suo sposalizio, nella circoncisione del Figlio, nella purificazione stabi­lita dalla legge. Manifestò la sua compassione a chi soffriva, quando disse: “Non hanno più vino” (Gv 2,3). Fu in comunione con i santi, quando perseverava nella preghiera con gli apostoli e le altre donne(cf. At 1,14). Per la sua fortezza e grandezza d’animo si assunse l’obbligo della verginità, lo osservò e tenne fede a quell’altissimo impegno.

San Bernardo afferma che “le dodici stelle poste sulla corona della donna” (Ap 12,1), della quale parla l’Apocalisse, sono le dodici prerogative della Vergine: quattro del cielo, quattro della carne e quattro del cuore, che scesero su di lei come stelle del firmamento.

Le prerogative del cielo furono: la generazione di Maria, il saluto dell’angelo, l’adombrazione dello Spirito Santo, l’ineffabile concepimento del Figlio di Dio.

Le prerogative della carne: fu la prima di tutte le vergini, fu feconda senza corruzione, gravida senza disa­gio, partoriente senza dolore.

Le prerogative del cuore furono: la pratica dell’umiltà, il culto del pudore, la magnanimità della fede e il marti­rio spirituale, per il quale una spada trafisse la sua anima (cf. Lc 2,35).

Alle prerogative del cielo vanno riferite le parole: “Il Signore è con te”; alle prerogative della carne, le parole: “Benedetta sei tu fra le donne”; alle prerogative del cuore, le parole: “Piena di grazia”.

 

3. Quando dice: “Concepirai e darai alla luce un figlio, e lo chiamerai Gesù” (Lc 1,31), ecco il candore del sole. E come avrebbe potuto concepire il “candore della luce eterna e lo specchio senza macchia”, se non fosse stata lei stessa candida? Del candore della Madre, il Figlio dice nel Cantico dei Cantici: “Il tuo ventre è tutto avorio, tempestato di zaffiri” (Ct 5,14). L’avorio, che è osso dell’elefante, è “candido e fred­do”, e in questo è indicata una duplice purezza: quella dell’anima nel candore, quella del corpo nella freddezza. Ambedue ornarono il talamo della Vergine gloriosa.

Si legge nella Storia Naturale che l’elefante è il più domestico e il più obbediente di tutti gli animali selvati­ci; può essere agevolmente ammaestrato e apprende con facilità, e per questo gli viene insegnato ad adorare il re, e manifesta una buona sensibilità. Rifugge soprattutto dall’odore del topo il quale, come alcuni affermano, è prodotto dal­l’umi­dità della terra. Il topo (lat. mus) è terra, infatti la terra si chiama anche umo (humus) . Sotto questo aspetto, l’elefante può anche essere figura della beata Vergine, che fu la più umile e obbediente delle creature e adorò il re (il Figlio) che aveva dato alla luce.

Il topo è simbolo della lussuria, che nasce dall’umidità della terra, cioè dal piacere della gola. E in Maria non solo non ci fu lussuria, ma ne rifuggì anche il minimo indizio: infatti si turbò all’apparizione dell’angelo. Sul suo esempio, tutti coloro che vogliono vivere castamente in Cristo, non solo devono fuggire il topo della lussuria ma evitarne anche il più lontano sospetto. E non c’è da meravigliarsi che si debba fuggire l’impurità, quando l’elefante, che per la sua mole sembra quasi una montagna, fugge di fronte al topo.

 

4. Dice il Signore per bocca di Isaia: “Sterminerò il nome di Babilonia e il resto, la prole e la stirpe” (Is 14,22). Il giusto, il nazireo(consacrato) del Signore, deve sterminare il nome di Babilonia, cioè ogni genere di lussu­ria. “Si allontanino dalla vostra bocca le cose vecchie”(1Re 2,3). “La mia bocca non parli delle opere degli uomini” (Sal 16,4); e stèrmini anche tutte le altre cose, cioè le fantasie impure, che di solito ritornano alla mente anche dopo che il peccato è stato perdonato; la prole, cioè la vogliosa lascivia degli occhi, della quale dice ancora Isaia: “Dalla radice del serpente uscirà una vipera, e la sua stirpe inghiottirà l’essere alato” (Is 14,29). “Dalla radice del serpente”, cioè dalla sugge­stione diabolica e dal consenso della volontà uscirà una vipera, l’occhio lussurioso, “perché – afferma Agostino – l’occhio impudico è indice di un corpo impudico”; e la sua stirpe, cioè l’oscenità delle parole e la sfrontatezza del riso inghiottirà l’essere alato, cioè il giusto. Ahimè, quanti esseri alati, quanti giusti, purtroppo, sono stati ingoiati in questo modo funesto e per questi eccessi. Ecco perché ogni progenie, vale a dire ogni occasione di lussuria, dev’essere distrutta e sterminata, affinché il ventre, cioè la mente, possa essere candida come l’avorio. Giustamente quindi è detto: “Il tuo ventre è tutto avorio, tempestato di zaffiri” (Ct 5,14).

Lo zaffiro è una pietra preziosa di colore celeste. Il demonio non si avvicina ad una casa in cui c’è uno zaffiro. Nello zaffiro è raffigurata la contemplazione delle cose celesti. Alla mente immersa nella contemplazione, il diavolo non ha accesso. Però, non essendo possbile vivere sempre immersi nella contemplazione, è detto “tempestato di zaffiri”, quasi per precisare che non dappertutto ci sono i zaffiri, come appunto non si può dedicarsi in continuazione alla vita contemplativa. Il ventre della Vergine gloriosa fu tutto avorio e tempestato di zaffiri, perché eccelleva nel corpo per il candore della verginità, e nell’anima per lo splendore della contemplazione.

 

5. Con le parole: “Lo Spirito Santo scenderà su di te” (Lc 1,35), è indicato il calore del sole. Il calore è il cibo e il nutrimento di tutti gli esseri viventi: se il calore viene a mancare, sopravviene il declino e la morte. La morte è l’estinzione del calore naturale nel cuore, per il venir meno della linfa e il sopraggiungere di ciò che le è contrario.

Osserva infatti che il motivo per il quale le foglie cadono dagli alberi è la carenza del nutrimento, cioè del calore. Quando in inverno il freddo avvolge dall’esterno gli alberi e le erbe, il calore, fuggendo da ciò che gli è contrario (il gelo), si concentra nelle radici: e quando nelle radici aumenta, attira a sé nel profondo tutta la linfa sottraen­dola ai rami e alle estremità superiori, per mitigare la sua intensità e impedire così che le parti inferiori si brucino. Perciò, venendo a mancare il nutrimento nelle parti alte, necessariamente le foglie cadono.

Il calore è la grazia dello Spirito Santo. Se essa si ritira dal cuore dell’uomo, viene meno la linfa della compunzione e, di conseguenza, l’anima sventurata cade nella morte del peccato. Aggiungendosi poi il gelo dell’i­niquità, il calore dello Spirito Santo fugge da ciò che gli è contrario, e così l’anima resta spoglia di ogni bene. Il sopravvento del vizio provoca la scomparsa della virtù. Leggiamo infatti nel libro della Sapienza: “Lo Spirito Santo che ammaestra rifugge dalla finzione, si tiene lontano dai pensieri insensati ed è cacciato al soprag­giungere dell’ingiustizia” (Sap 1,5), cioè viene cacciato, con tutti i suoi beni, dall’iniquità che si impadronisce dell’anima.

Invece quando arriva il calore, la terra si riscalda, fa germogliare le erbe e produce i frutti. Così, dopo la discesa dello Spirito Santo, la terra benedetta concepì e diede alla luce il Frutto benedetto che ha scacciato ogni maledizione. Giustamente quindi è detto: “Lo Spirito Santo scenderà su di te”. Per questo Maria nell’Annunciazione dell’angelo rifulse veramente come il sole.

 

6. Maria fu poi arcobaleno splendente nel concepimento del Figlio di Dio. L’arco­baleno si forma con il sole che entra in una nuvola, nella quale ci sono quattro colori: il fuligginoso, l’azzurro, l’aureo e l’infuocato. In questo giorno il Figlio di Dio, sole di giustizia, entrò nella nube, cioè nel seno della Vergine gloriosa, e questa diventò quasi un arcobaleno, segno dell’alleanza, della pace e della riconciliazione, tra le nuvole della gloria, cioè tra Dio e i peccatori. Leggiamo infatti nella Genesi: “Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra” (Gn 9,13).

Ricòrdati che le nuvole erano due: l’ira di Dio e la colpa dell’uomo. Dio e l’uomo combattevano tra loro. Dio, con la spada della sua ira, ferì l’uomo e lo condannò alla morte; l’uomo con la spada della colpa, peccò mortalmente contro Dio. Ma dopo che il sole entrò nella Vergine, fu fatta la pace e la riconciliazione, perché lo stesso Dio e Figlio della Vergine, dando completa riparazione al Padre per la colpa dell’uomo, fermò l’ira del Padre affinché non colpisse l’uomo. Queste due nuvole sono chiamate “glorie”, perché furono disperse per opera della Vergine gloriosa.

Osserva che nell’arco di colore fuligginoso è indicata la povertà di Maria; in quello color azzurro la sua umiltà; in quello color oro la sua carità, e in quello infuocato la sua intatta verginità, la cui fiamma da nessuna spada può essere divisa o danneggiata. Di quest’arco dice l’Ecclesiastico: “Osserva l’arcoba­leno e benedici colui che l’ha fatto: è bellissimo nel suo splendore. Avvolge il cielo con un cerchio di gloria” (Eccli 43,12-13). Contempla l’arcobaleno, considera cioè la bellezza, la santità, la dignità della beata Vergine Maria e benedici con il cuore, con la bocca e con le opere il suo Figlio, che così l’ha voluta. È veramente stupenda nello splendore della sua santità, sopra tutte le figlie di Dio. Ella avvolse il cielo, cioè circondò la divinità, con un cerchio di gloria, vale a dire con la sua gloriosa umanità.

Orsù, dunque, nostra Signora, unica speranza! Illumina, ti supplichiamo, la nostra mente con lo splendore della tua grazia, purificala con il candore della tua purezza, riscaldala con il calore della tua presenza. Riconcilia tutti noi con il tuo Figlio, affinché possiamo giungere allo splendore della sua gloria.

Ce lo conceda colui che oggi, all’annuncio dell’angelo, ha voluto prendere da te la sua carne gloriosa e restare chiuso per nove mesi nel tuo grembo. A lui onore e gloria per i secoli eterni. Amen.

 

II. il figlio di dio paragonato alla rugiada

 

7. “Sarò come rugiada per Israele: esso fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano. I suoi rami si allargheranno, avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano” (Os 14,6-7).

“In quel giorno le montagne stilleranno dolcezza e per le colline scorreranno latte e miele” (Gl 3,18). Il giorno (in lat. dies, dal sanscritodyan, lumino­sità) indica il tempo della grazia, nel quale i monti, cioè i predicatori, stillano la dolcezza della predicazione; e i colli, cioè coloro che ascoltano i predicatori, abbondano del latte e del miele dell’incarnazione del Signore.

Osserva che è detto: “i monti stillano”, perché qualunque cosa predichino è come una stilla, una goccia, in confronto alla misericordia divina, che “non ci ha salvati per le nostre opere di giustizia” (Tt 3,5), della nostra giustizia; “e i colli fanno fluire”: gli ascoltatori, ricevuta la goccia della predicazione, devono sovrabbondare di fede nel Verbo Incarnato, cioè nel Figlio di Dio, che dice appunto con le parole di Osea: “Io sarò come rugiada per Israele”.

 

8. Il Figlio di Dio è paragonato alla rugiada, a motivo delle tre proprietà di questo elemento: la rugiada discende al mattino, si posa con delicatezza, apporta refrigerio nella calura. Allo stesso modo il Figlio di Dio discese nella Vergine al mattino, cioè nel tempo della grazia. Leggiamo infatti nell’Esodo: “Al mattino apparve nel deserto una specie di rugiada minuta, come pestata nel mortaio (intendi la manna), che somigliava alla brina sparsa sul terreno: il suo sapore era come di fior di farina mescolato al miele” (Es 16,13.14.31). Il deserto è figura della beata Vergine Maria, di cui dice Isaia: “Manda, Signore, l’agnello” (non il leone) “a dominare la terra” (non a devastarla), “dalla pietra del deserto”, cioè dalla beata Vergine Maria, “al monte della figlia di Sion” (Is 16,1), cioè della chiesa che è figlia di Sion, vale a dire della celeste Gerusalemme. E osserva che la beata Vergine è chiamata “pietra del deserto”: “pietra” perché non può essere arata, sopra la quale il colubro(il serpente), cioè il diavolo, che coltiva le ombre (colit umbras), come dice Salomone, non poté trovare passaggio (cf. Pro 30,18-19); “del deserto”, perché non coltivata, non seminata da seme umano, ma resa feconda per opera dello Spirito Santo.

Si dica dunque: “Apparve la rugiada”, cioè il Figlio di Dio, “nel deserto”, cioè nella beata Vergine. Egli fu come la manna, reso “piccolo” nel concepimento e nella nascita; e quasi “pestato nel mortaio” nella sua passione, flagellato con le verghe, colpito con gli schiaffi, oltraggiato con gli sputi; e “simile alla brina sopra la terra” nella predi­cazione degli apostoli: “Per tutta la terra si diffuse la loro voce...” (Sal 18,5); e il suo “gusto” ci sarà dolce come quello del “fior di farina misto a miele”, cioè della sua divinità unita all’umanità, nella beatitudine della patria celeste. Perciò il Figlio di Dio può affermare: “Io sarò come la rugiada”, che nel mattino della grazia scende nella Vergine Maria.

Ma sarò anche una rugiada che discende “delicatamente”, come dice il profeta: “Scenderà come pioggia sull’erba, come acqua che irrora la terra” (Sal 71,6). Osserva come sia diversa la caduta della pioggia da quella della grandine. La pioggia cade delicatamente per fecondare, la grandine cade con violenza per distruggere.

Nella sua prima venuta, Cristo fu come la pioggia che discese nel vello, nel seno della Vergine; nella seconda venuta sarà come la grandine, che colpirà gli iniqui con la sentenza di morte. Per questo dice Davide: “Fuoco e grandine, neve e ghiaccio, vento di bufera che obbediscono alla sua parola” (Sal 148,8). Sarà fuoco che brucia e non consuma, del quale è detto: Andate, maledetti, nel fuoco eterno (cf. Mt 25,41). Sarà grandine che colpisce, della quale dice Geremia: “Tempesta che si abbatte sul capo dei malvagi” (Ger 30,23). Sarà neve che inghiotte, come si legge in Giobbe: Su chi ha paura della brina, cioè dell’espiazione della penitenza, cadrà la neve della morte eterna (cf. Gb 6,16); cadrà il ghiaccio che lo stritolerà; soffierà il vento della bufera che mai cesserà.

Tutto questo formerà “la parte del calice, cioè del castigo, di coloro” (Sal 10,7) che bevono dal calice d’oro di Babilonia, vale a dire del mondo, che è nelle mani della meretrice, cioè della concupiscenza della carne. Ma il Figlio di Dio, nella sua prima venuta, scenderà come pioggia sull’erba, come è detto nel libro dei Giudici: la rugiada discese sul vello di Gedeone (cf. Gdc 6,37-38). E commenta il beato Bernardo: Il Figlio di Dio impregnò di sé tutto il “vello”, cioè la beata Vergine Maria, e poi anche tutta la superficie arida, vale a dire tutto il mondo.

 

9. Venne dunque il Figlio per farsi una veste con la lana della pecorella, cioè dalla Vergine, chiamata pecorella per la sua innocenza. È lei la nostra Rachele, nome che significa appunto “pecora”, che il vero Giacobbe trovò presso il pozzo dell’umiltà, come è scritto nella Genesi (cf. Gn 29,10). La pecora può raffigurare anche Adamo, di cui è detto: “Andai errando come pecora smarrita” (Sal 118,176).

Leggiamo nella Storia Naturale che se si confeziona una veste con la lana di una pecora sbranata dal lupo, in quella veste si sviluppano i vermi, le tarme. Così dalla lana della nostra carne, che abbiamo preso dalla pecora, cioè dal nostro progenitore, sbranato da quel lupo che è il diavolo, scaturiscono i vermi degli istinti naturali, ed essa va in putrefazione. Ma Cristo, per purificarci dalla contaminazione della carne e dell’anima, assunse una lana incontaminata, come l’aveva la pecora (Adamo) prima di essere sbranata dal lupo. Del Cristo dice infatti Isaia: “Egli mangerà panna e miele” (Is 7,15). Osserva che la pecora produce due alimenti: la panna e il formaggio. La panna è dolce e morbida, il formaggio è asciutto e solido. La panna raffigura l’innocenza della natura, come fu prima del peccato; il formaggio sta a significare la colpe­volezza e le privazioni che subì dopo il peccato. “Maledet­ta – è detto – la terra, cioè la carne, per la tua opera, cioè a causa del tuo peccato; spine e cardi, cioè dolori grandi e piccoli, produrrà per te (cf. Gn 3,17-18). Cristo invece non mangiò formaggio ma panna, perché assunse la nostra natura come l’aveva Adamo prima del peccato, non come l’ebbe dopo il peccato: assunse infatti non tanto l’involucro, quanto la sostanza dell’involucro, non il peccato, ma la pena del peccato.

Cristo fu anche l’ape che si ferma sul fiore, cioè sulla beata Vergine, a Nazaret, nome che significa “fiore”. Di quest’ape è detto nell’Ecclesiastico: “L’ape è piccola tra gli esseri alati, ma il suo prodotto ha il primato tra i dolci sapori” (Eccli 11,3). Infatti Cristo nella sua prima venuta ebbe il miele della misericordia; invece nella seconda colpirà con il pungiglione della giustizia. “Misericordia e giustizia ti voglio cantare, o Signore!” (Sal 100,1), esclama il profeta.

Adesso vedi chiaramente in quale modo Cristo discese con delicatezza, come la pioggia sull’erba.

 

10. Di questa delicatezza è detto nel terzo libro dei Re: Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu il terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu il fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il soffio (il mormorio) di un vento leggero: e lì c’era il Signore (cf. 3Re 19,11-12). Nel vangelo di oggi hai questi quattro momenti. Il vento grande e forte fu il saluto dell’an­gelo che prometteva grandi cose: promesse rivolte a una donna fortissima da Gabriele, il cui nome significa “fortezza di Dio”. Questo saluto sconvolse i monti della superbia e spezzò le pietre, cioè la durezza della sapienza umana.

Le quattro parti di cui si compone questo saluto possono essere paragonate alle quattro proprietà della pietra preziosa chiamata zaffiro. Sembra che lo zaffiro mostri in se stesso una stella: a questa proprietà si riferisce l’espressione: “Ave, piena di grazia” (Lc 1,28). Lo zaffiro è di colore azzurro, e a questo si riferiscono le parole: “Il Signore è con te” (Lc 1,28). Lo zaffiro coagula il sangue; e con questa proprietà concordano le parole: “Benedetta tu fra le donne” (Lc 1,28), perché Maria fermò il sangue della prima maledizione. Lo zaffiro infine guarisce le ulcere della pelle, e a questa proprietà si riferiscono le parole: “Benedetto il frutto del tuo ventre” (Lc 1,42), il quale frutto uccise il diavolo. Giustamente quindi è detto: “Ci fu un vento impetuoso”, ecc., ma lì non c’era il Signore, non ci fu cioè l’incarnazione del Verbo. Dopo il vento del saluto ci fu il terremoto: “Ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto” (Lc 1,29); e neanche lì ci fu il Signore, cioè l’incarnazione del Verbo. E dopo il terremoto, il fuoco, cioè l’intervento dello Spirito Santo e l’adom­bramento della potenza dell’Al­tissimo (cf. Lc 1,35): ma neppure lì ci fu il Signore. E dopo il fuoco finalmente ci fu il mormorio di un vento leggero, vale a dire la risposta di Maria: “Ecco l’ancella del Signore!” (Lc 1,38), e lì ci fu il Signore, cioè l’incarnazione del Figlio di Dio. Infatti quando disse: “Avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38), subito “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).

 

11. La rugiada apporta anche refrigerio. Così il Figlio di Dio effonde acqua fresca sul genere umano, oppresso dall’ardore della persecuzione diabolica. Di quest’acqua dice Salomone: “Come acqua fresca per una gola riarsa è una buona notizia da un paese lontano” (Pro 25,25). Il buon messaggero, portatore di buone nuove, fu Gesù Cristo, che effuse con larghezza la fresca acqua della sua incarnazione nell’anima di Adamo e in quelle dei suoi posteri, riarse dalla sete nel fuoco della geenna, quando le estrasse dal pozzo senz’acqua rinfrescante, in virtù del sangue della sua alleanza (cf. Zc 9,11). A ragione dunque il Figlio dice per bocca di Osea: “Sarò come rugiada” che scende con delicatezza al mattino e arreca refrigerio.

Dice ancora la Scrittura: “Israele fiorirà come un giglio”. Israele si interpreta “che vede Dio”, e sta ad indicare la Vergine Maria, che vide Dio in quanto lo nutrì nel grembo, lo allattò al suo petto, lo portò in Egitto. Maria, irrorata della rugiada (dello Spirito Santo) fiorì come giglio, la cui radice è medicinale, lo stelo solido ed eretto verso l’alto, il fiore candido e i petali aperti. La radice della Vergine Maria fu l’umiltà, avendo sempre represso i moti dell’orgoglio; il suo stelo fu solido giacché rinunziò a tutte le cose temporali, e fu eretto verso l’alto per la contemplazione delle cose celesti; il suo fiore fu bianco per il candore della sua verginità. Maria fu un giglio con i petali aperti, mèmore della sua radice, quando disse: “Ecco l’ancella del Signore”. E questo giglio fiorì e germogliò quando, restando intatto il fiore della verginità, partorì il Figlio di Dio Padre. “E come il giglio non danneggia il suo fiore spandendo il suo profumo, così la beata Vergine non violò il fiore della sua verginità quando partorì il Salvatore” (Guerrico, ab. † 1157).

“Metterà radici come un albero del Libano e si espande­ranno i suoi rami”. La radice del giglio raffigura l’inten­zione del cuore: se essa è semplice – come dice il Signore: “Se il tuo occhio”, cioè l’intenzione del tuo cuore, “sarà semplice” –, vale a dire senza la doppiezza della frode, si espanderanno i suoi rami, perché cresceranno verso l’alto le sue opere, e così “tutto il tuo corpo”, cioè le opere che ne conseguono, “sarà luminoso” (Lc 11,34). La radice appunto, cioè l’intenzione della beata Vergine fu purissima e olezzante, e da essa procedettero i rami delle sue opere, diritti e rivolti verso l’alto. E osserva anche che la radice dell’intenzione viene detta “del Libano”, perché dalla purezza dell’intenzione proviene l’incenso, cioè il profumo della buona fama.

“Avrà la bellezza dell’ulivo”, che è il simbolo della pace e della misericordia. La beata Vergine Maria, nostra mediatrice, ristabilì la pace tra Dio e il peccatore. Per questo si dice di lei nella Genesi: “Porrò il mio arco sulle nubi, ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra” (Gn 9,13). L’arcobaleno ha due colori: il colore dell’ac­qua e il colore del fuoco. Nell’acqua, che nutre tutte le cose, è simboleggiata la fecondità di Maria; nel fuoco, la cui fiamma non può essere lesa dalla spada, è indicata la sua inviolata verginità. Questo è il segno dell’alleanza e della pace tra Dio e l’uomo peccatore. Ed è anche l’olivo della misericordia. E a questo proposito il beato Bernardo dice: “O uomo, tu hai un accesso sicuro a Dio, perché presso di lui hai la Madre davanti al Figlio e il Figlio davanti al Padre. La Madre mostra al Figlio il suo grembo e il suo seno, il Figlio mostra al Padre il suo costato e le sue ferite. Non ci sarà quindi alcuna ripulsa, là dove sono insieme raccolti tanti segni di amore”.

“La sua fragranza sarà come il Libano”. Libano si interpreta “bianchezza”, e indica il candore della vita innocente della beata Vergine Maria, il cui profumo, diffuso ovunque, ridona ai morti la vita, ai disperati il perdono, ai penitenti la grazia, ai giusti la gloria.

Per i meriti e per l’intercessione di Maria, la rugiada dello Spirito Santo temperi gli ardori della nostra mente, cancelli i nostri peccati, infonda in noi la grazia, affinché meritiamo di giungere alla gloria immortale della vita eterna. Ce lo conceda colui che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

III. la natività del signore

 

12. “Come il fiore della rosa nei giorni di primavera, come un giglio lungo un corso d’acqua” (Eccli 50,8).

Dice l’Ecclesiastico: “Fruttificate come un pianta di rose su un torrente; come il Libano spandete un buon profu­mo, fate sbocciare fiori, spandete profumo come il giglio e fate fronde rigogliose” (Eccli 39,17-19). Le esortazioni contenute in questa citazione sono concretizzate in tre atti: l’abbondanza delle lacrime, l’insi­stenza della preghiera e l’innocenza della vita.

Le rose sono le anime dei fedeli, arrossate dal sangue di Gesù Cristo, che devono essere piantate sulle rive di un torrente, cioè su un profluvio di lacrime, perché possano produrre frutti degni di penitenza. Devono avere, come il Libano, l’incenso della preghiera devota, che si diffonde come un soave profumo. Devono effondere, come il giglio, il profumo della buona reputazione con l’onestà di una vita intemerata, e profondersi nel ringraziare il Signore. Se le anime dei fedeli avranno tutto ciò, potranno partecipare degnamente a questa festività, cioè alla nascita del Signore, al parto della beata Vergine, della quale è detto: “Come il fiore delle rose nella stagione di primavera, ecc.”

 

13. “Il parto della Vergine gloriosa è paragonato alla rosa e al giglio, perché come questi fiori, pur spandendo un profumo soavissimo, non si deteriorano, così Maria, dando alla luce il Figlio di Dio, restò intatta nella sua verginità. Quindi il Padre, quando la Vergine Maria partoriva il suo Figlio, poteva dire ciò che Isacco disse a Giacobbe: “Ecco il profumo del mio Figlio, come il profumo di un campo ubertoso, che Dio ha benedetto” (Gn 27,27). La natività di Cristo fu come il profumo di un campo ripieno di fiori, perché lasciò intatto il fiore della verginità della Madre, quando da essa venne alla luce. E la beata Vergine stessa fu un campo pieno di rose e gigli, che il Signore benedisse; infatti di lei è detto: “Benedetta tu fra le donne” (Lc 1,28).

Osserva che Maria si turbò quando si sentì proclamare “benedetta fra le donne”, essa che aveva sempre preferito sentirsi dire “benedetta fra le vergini”: per questo “si domandava quale senso avesse quel saluto” (Lc 1,29), che in un primo momento le sembrava sospetto. E quando nella promessa di un figlio tutto le fu chiaro, non poté più ignorare il pericolo che correva la sua verginità, e disse: “Come può avvenire questo, dal momento che io non conosco uomo?” (Lc 1,34), cioè mi sono prefissa di non conoscerlo? Altri dicono che fosse turbata, perché sentiva dire di sé, ciò che assolutamente non le sembrava di essere. “Virtù davvero rara, che la tua santità così evidente, sia ignota solo a te stessa!” – esclama il beato Bernardo. Egli poi aggiunge: Tu magari in segreto ti deprezzi, perché ti pesi con la bilancia della verità; poi invece in pubblico, pensando di essere di ben altro valore, ti vendi a noi ad un prezzo superiore a quello che hai fatto a te stesso.

Quindi del parto verginale di Maria diciamo: “Come il fiore della rosa nei giorni di primavera”. Diciamo prima­vera (in lat. ver) perché verdeggia. Infatti in primavera la terra si veste di erbe, si colora di fiori variopinti, ritorna il clima mite, gli uccelli “suona­no la cetra” e tutto sembra sorridere. Ti rendiamo grazie, Padre Santo, perché nel pieno dell’in­verno, tra i più grandi freddi, ci hai largito un tempo primaverile. Infatti in questa nascita del Figlio tuo, Gesù benedetto, che si celebra in pieno inverno, nella stagione dei freddi più intensi, ci hai dato un tempo primaverile, ricolmo di ogni incanto. Oggi la Vergine, terra benedetta, ricolma della benedizione del Signore, ha partorito l’erba verdeggiante, il pascolo dei penitenti, cioè il figlio di Dio. Oggi la terra si colora con i fiori delle rose e i gigli delle convalli. Oggi gli angeli, accompagnandosi con la cetra, cantano: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli” (Lc 2,14). Oggi viene ristabilita sulla terra la tranquillità e la pace. Che vuoi di più? Tutto sorride, tutto esulta. E perciò l’angelo dice ai pastori: “Ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo; oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2,10-12).

 

14. Osservate bene, carissimi, che l’angelo appare ai pastori delle pecore, perché, come dice Salomone, “con i semplici è la sua familiarità”(Pro 3,32). Coloro che custodiscono nella mente quasi un gregge di pensieri semplici e innocenti, si sentono dire dall’angelo: “Questo per voi il segno”, con il quale vi garantirete; “troverete un infante”, ecco l’umiltà; “adagiato in una mangiatoia”, non attaccato al petto della madre, ecco l’astinenza; “avvolto in fasce”, ecco la povertà. Con questo segno il Padre ha contraddistinto il Figlio (cf. Gv 6,27) e lo ha mandato nel mondo. Con questo segno voi vi garantirete: Troverete un “infante”, cioè uno che non parla (lat. infans, che non parla). In verità fu uno che non parlò, perché davanti a coloro che lo tosarono, non solo, ma che lo tosarono e lo uccisero, egli restò come muto e non aprì la sua bocca (cf. Is 53,7).

Troverete dunque un infante. Sì, “infante”, colui che ora tace, quasi fingendo di ignorare i peccati degli uomini; e poiché non manda il castigo, i peccatori credono ch’egli non veda. Per questo il Signore si lamenta per bocca di Isaia: “Hai mancato di fede e non ti sei ricordata di me e non hai riflettuto nel tuo cuore: perché io tacevo come se non vedessi, ti sei scordata di me. Io farò conoscere la tua (falsa) giustizia” (Is 57,11) e ti retribuirò secondo le tue opere (cf. Pro 24,29); delle quali opere aggiunge: “E le tue opere non ti saranno di alcun vantaggio” (Is 57,12).

Troverete un infante. Ahimè, ahimè! Non “chi non parla”, ma chi abbaia, chi detrae, chi mormora, chi àdula io trovo, ovunque mi volga. E tu dici: “Troverete un infan­te”? Io trovo chi parla, chi leva la sua bocca fino al cielo e la sua lingua percorre la terra (cf. Sal 72,9); trovo cioè chi nella sua maldicenza non risparmia né il giusto né il peccatore. Trovo chi parla, chi chiama bene il male e male il bene, chi cambia le tenebre in luce e la luce in tenebre, l’amaro in dolce e il dolce in amaro (cf. Is 5,20).

“Adagiato in una mangiatoia”. Quasi tutti, come i puledri di asino, succhiano le mammelle da tergo, si abbandonano cioè ai piaceri della gola e della lussuria. Il Signore fu deposto in una mangiatoia, e costoro si attaccano alle mammelle “della grande prostituta, che con il vino della sua prostituzione ha ubriacato gli abitanti della terra (cf. Ap 17,1-2), per finire poi appesi al cappio della geenna per l’eterna rovina della loro anima.

“Lo troverete avvolto in panni”. In panni, e non in pelli di animale, con le quali furono rivestiti i progenitori, cacciati dal paradiso. Coloro che si vestono di pelli sono nelle dimore dei demoni. Le pelli sono così chiamate da pellere, che vuol dire scacciare, togliere, da cui abbiamo “pellex”, cioè concubina e meretrice. “Pellex” da “pellicio”, adescare, perché la meretrice adesca gli uomini con la bellezza della sua pelle. Il verbo latino “pellicio” significa “attirare lusingando”. I crapuloni e le meretrici si vestono di pelli, perché fanno vanto dell’apparenza esteriore.

Che cosa dirò degli effeminati prelati del nostro tempo, che si agghindano come donne destinate alle nozze, si rivestono di pelli varie, e le cui intemperanze si consumano in lettighe variopinte, in bardature e sproni di cavalli che rosseggiano del sangue di Cristo? Ecco a chi viene affidata oggi la sposa di Cristo, il quale fu avvolto in panni e adagiato in una mangiatoia, mentre essi si rivestono di pelli e si abbandonano alla lussuria in letti di avorio.

Elia e Giovanni [il Battista] portavano una cintura di pelle stretta ai fianchi. O pelli invecchiate in giorni di peccato (cf. Dn 13,52), se volete vestirvi di pelli, indossate una cintura e non una tunica di pelle, e stringetela ai fianchi (cf. Mt 3,4), per mortificare la pelle del vostro corpo. “Pelle per pelle, – leggiamo in Giobbe – e tutto ciò che l’uomo ha, è pronto a darlo per la sua vita” (Gb 2,4). Mortificate la pelle del vostro corpo destinato alla morte, per riaverla glorificata nella risurrezione finale. O pastori della chiesa, questo sarà anche per voi il segno: “Troverete un bambino...”. Contrassegnatevi anche voi col segno dell’umiltà e dell’astinenza di questo bambino e con il sigillo della sua aurea povertà, voi che vivete del suo patrimonio.

 

15. “Come il fiore della rosa nel tempo della primavera”. Osserva che, come Dio ha creato il mondo in primavera, cioè in marzo, così nella natività del suo Figlio ha fatto un mondo nuovo, tutto rinnovando.

Nel primo giorno Dio disse: “Sia la luce, e la luce fu” (Gn 1,3). Oggi il Verbo del Padre, per mezzo del quale tutto è stato fatto, si è fatto carne(cf. Gv 1, 3.14). Questa Luce, che disse “sia la luce”, oggi è qui. Perciò di essa si canta oggi nella Messa della Luce (dell’aurora): Oggi splenderà su di noi la luce, perché è nato il Signore (cf. Is 9,2).

Osserva che oggi si celebrano tre messe: la messa di mezzanotte, nella quale si canta “Il Signore mi ha detto: Tu sei mio Figlio; oggi ti ho generato” (Sal 2,7), e questo ci ricorda la misteriosa generazione della divinità, che nessuno può descrivere; la messa della luce (dell’aurora), che ci ricorda la generazione dalla Madre; la messa dell’ora terza (del giorno), che ci ricorda ad un tempo la generazione del Padre e della Madre: in questa terza messa si canta “Ci è nato un Bambino”, e questo si riferisce alla nascita dalla Madre; e si legge il vangelo di Giovanni “In principio era il Verbo” (Gv 1,1), che si riferisce alla generazione dal Padre.

Quindi la prima messa si canta nel cuore della notte, perché la generazione dal Padre è misteriosa anche per noi credenti. La seconda messa si canta di primo mattino, perché la generazione dalla Madre è stata sì visibile anche per noi, ma avvolta in una certa qual nebbia. Chi infatti può sciogliere i legacci dei suoi sandali, vale a dire penetrare il mistero della sua incarnazione? (cf. Mc 1,7; Lc 3,16; Gv 1,27). La terza messa in fine si canta in pieno giorno, perché nel giorno dell’eternità, quando ogni oscurità sarà eliminata, sapremo perfettamente in quale modo Gesù Cristo sia stato generato dal Padre, e in quale modo dalla Madre. Allora infatti conosceremo colui che tutto conosce, perché lo vedremo faccia a faccia e saremo come è lui (cf. 1Gv 3,2). Giustamente quindi è detto: “Come rugiada nei giorni di primavera”.

 

16. “Come i gigli lungo un corso d’acqua”. Osserva che il giglio nasce da terra non coltivata, germoglia nelle valli, è profumato e candido; chiuso, mantiene il profumo, aperto lo diffonde; ha sei petali, ha sei stami dorati e nel centro il pistillo; ha la proprietà di guarire le ustioni. È chiamato giglio perché è quasi latteo (lat. lilium, lacteum), e raffigura la beata Vergine, candida per lo splendore della verginità, che è nata da genitori casti e umili: Gioacchino, il cui nome significa “Dio rialza”, e Anna, che vuol dire “grazia”. Oggi Maria ha partorito il Figlio di Dio come il giglio effonde il suo profumo.

Questo giglio ha sei petali, ecc. Su questo leggi la spiegazione del brano evangelico “Mentre le folle facevano ressa intorno a Gesù” (Lc 5,1)della domenica V dopo Penteco­ste, II parte, dove si parla dei sei gradini del trono di Salomone.

Gli stami dorati del giglio sono la povertà e l’umiltà, virtù che in Maria furono l’ornamento della sua verginità. Il pistillo al centro del giglio raffigura la sublimità del divino amore che era nel cuore della beata Vergine. È lei la medicina dei peccatori, che sono stati ustionati dal fuoco dei vizi.

Di costoro dice Gioele: “Tutti i loro volti diverranno del colore della pentola” (Gl 2,6). La pentola è un vaso che serve per cuocere, ed è così chiamata (lat. olla) perché in essa l’acqua, con il fuoco sotto, bolle e produce vapore. Per questo è detta anche “bolla”, la quale si produce all’interno dell’acqua come per lo spirare del vento. La pentola è la mente del peccatore, nella quale sta l’acqua della concupiscenza, che produce le bolle dei pensieri perversi, quando sotto vi è posto il fuoco della suggestione diabolica. Da questa pentola procede il fumo del cattivo consenso che acceca gli occhi dell’anima: e così la mente del peccatore si copre di nero. Il volto è chiamato così perché da esso traspare la volontà dell’animo (vultus, voluntas), e sta ad indicare le opere, dalle quali si conosce l’uomo. Perciò i volti dei peccatori diverranno del colore della pentola, quando dalla nerezza della mente vengono contaminate le opere. La beata Vergine Maria, con il candore risanante della sua santità elimina questa nerezza, risana questa ustione e ridona la piena salute a coloro che sperano in lei.

“Come i gigli lungo un corso d’acqua”, quasi a dire: Come i gigli lungo un corso d’acqua permangono nella loro freschezza e bellezza e con il loro profumo, così la Vergine Maria, quando diede alla luce il Figlio, restò nella freschezza e nella bellezza della sua verginità.

Ti preghiamo quindi, o nostra Signora, alma Madre di Dio: in questa festa della natività del tuo Figlio, che hai generato restando vergine, che hai avvolto in panni, che hai deposto nella mangiatoia, ottienici da lui il perdono, risana le ustioni della nostra anima, che ci siamo procu­rati con il fuoco del peccato; risanale con il balsamo della tua misericordia, per mezzo della quale meritiamo di giungere al gaudio dell’eterna festa.

Ce lo conceda colui che oggi si è degnato di nascere da te, o Vergine gloriosa, e al quale è onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

 

PURIFICAZIONE

DELLA Beata VERGINE MARIA (I)

Temi del sermone

 

“Come incenso fragrante nei giorni dell’estate”.

– Sermone in lode della beata Vergine: “Benedetta tu fra le donne”.

– Costruzione della tenda [del convegno], e il cestello di Mosè: simbolismo di queste due cose.

– Sermone in lode della beata Vergine: “A chi chiedeva acqua diede latte”; natura della colomba e della tortora; i tre elementi che compongono la candela e i quattro versetti del cantico “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo”: significato di tutto questo.

 

esordio

 

1. “Come incenso fragrante nei giorni dell’estate; come fuoco splendente e incenso che brucia nel fuoco” (Eccli 50,8-9).

Dice Cristo per bocca dell’Ecclesiastico: “Io come il Diorix derivante da un fiume e come un corso d’acqua sono uscito da un giardino” (Eccli 24,41).

Diorix (canale di derivazione) si interpreta “medicina della generazione”, e indica Gesù Cristo, che è la medicina del genere umano, corrotto in Adamo. Gesù Cristo, come un canale irriguo e come un corso d’acqua, uscì “dal giardino”, vale a dire dal ventre vergi­nale, perché, dal momento in cui assunse la carne dalla Vergine, divenne per noi, per mezzo dell’acqua del battesimo, come un fiume, per quanto riguarda la fede, e come canale irriguo per ciò che riguarda la passione in cui sparse il suo sangue, col quale risanò le nostre ferite; divenne corso d’acqua per quanto riguarda l’infusione della grazia. Per mezzo di lui infatti, come attraverso un corso d’acqua, il Padre infonde in noi la grazia. Per questo, alla fine di ogni preghiera diciamo: Per Gesù Cristo, nostro Signore.

Dice la Genesi: “In principio il Signore Dio piantò un giardino di delizie... nel quale pose l’uomo perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gn 2,8.15). Ma l’uomo lo coltivò male e male lo custodì. Fu quindi necessario che il Signore Dio piantasse un altro giardino, di gran lunga migliore, cioè la beata Vergine Maria, al quale ritornas­sero gli esuli dal primo. E in questo nuovo giardino fu posto il secondo Adamo, che lo coltivò e lo custodì. Fece grandi cose, come ebbe a dire il “giardino” stesso: “Ha fatto in me grandi cose colui che è potente, e santo è il suo nome” (Lc 1,49). Ciò che noi diciamo santo, i greci dicono agion, che letteralmente significa “privo di terra” (a, senza, , terra), giacché coloro che sono consacrati al suo (di Dio) nome, devono rivolgere le loro aspirazioni non alla terra ma al cielo. Lo custodì, perché lo mantenne nella sua integrità; lo coltivò, quando lo fecondò; lo conservò, quando non ne violò il fiore.

In principio la terra, maledetta nell’opera di Adamo, germogliò spine e triboli dopo la fatica. La nostra terra, cioè la beata Vergine, produsse invece senza opera di uomo il frutto benedetto, che come oggi offrì a Dio Padre, nel tempio. E quindi a ragione diciamo: “Come incenso fragrante nei giorni dell’estate”, ecc.

 

2. Incenso, in latino thus, deriva da tundo, pestare, perché i grani d’incenso, prima di essere bruciati, vengono pestati e ridotti in polvere; e per questo alcuni scrivono tus, senza acca. Altri sostengono che deriva dal greco theos (Dio) e quindi lo scrivono con l’acca: thus. La beata Vergine, con le parole dell’Ecclesiastico, dice: “Come olìbano non inciso riempii di profumo la mia abitazione” (Eccli 24,21). L’olìbano è una pianta dell’Arabia, pianta grandiosa, che produce un succo aroma­tico, e prende il suo nome da un monte dell’Arabia: infatti il monte dove si raccoglie l’incenso è chiamato Libano (olìbano). E l’incenso si raccoglie due volte all’anno, in autunno e in primavera.

L’olìbano non inciso è figura della Vergine Maria, che mai fu incisa da alcun ferro di concupiscenza. Maria “vaporizza” con l’amore l’anima nella quale abita, vale a dire la riempie con il profumo delle virtù. Dalla sua emanazione, quell’anima spira il profumo dell’umiltà e della castità. La Vergine Maria, che per il candore della sua vita è chia­mata Libano, che vuol dire bianchezza, emanò da se stessa l’incenso profumato, vale a dire l’umanità di Gesù Cristo, del cui profumo è stato riempito tutto il mondo.

Nella duplice raccolta dell’incenso è raffigurata la duplice “oblazione” di Cristo. Prima lo offrì la Madre nel Tempio, “secondo la prescrizione di Mosè” (Lc 2,22); poi Cristo offrì se stesso in sacrificio a Dio Padre per la riconciliazione del genere umano. Nella prima oblazione fu thus, incenso (da theos, Dio) cioè offerto a Dio; nella seconda fu tus, incenso (da tundo, pesto) perché per i nostri peccati è stato pestato. E allora fu “incenso fragrante nei giorni dell’estate”, cioè nell’infuriare della persecuzione giudaica.

Sulla prima oblazione, che oggi celebriamo, faremo alcune considerazioni, in lode della gloriosa Vergine Maria.

 

I. la prima oblazione di cristo.

 

3. Nel libro dei Giudici, dove si parla di Debora, leggiamo: “Sia benedetta tra le donne Giaele, la moglie di Eber il Kenita: sia benedetta nella sua tenda. Acqua egli chiese, latte essa diede, in una coppa da prìncipi offrì il burro. La mano sinistra stese al picchetto della tenda, e la destra a un martello da fabbro; percosse Sisara, cercan­do nella testa il punto dove colpirlo e ne trapassò profon­damente la tempia” (Gdc 5,24-26). E quello, unendo il sonno alla morte, “giacque immobile e morì” (Gdc 5,27). Giaele s’interpreta “cerva”, ed è figura della Vergine Maria.

Leggi in proposito il sermone della III domenica di Quaresima, parte V, sul vangelo: “Alzando la voce una donna disse: Beato il ventre”.

Disse queste cose la moglie di Eber il Kenita. Eber significa “partecipe” e Kenita “pos­sessione”, ed è figura di Gesù Cristo, il quale, partecipe della nostra natura, dice con le parole di Salomone: “Il Signore mi possedette all’inizio delle sue vie” (Pro 8,22).

Le vie del Signore sono le sue opere, all’inizio delle quali possedette la sapienza, perché al principio del creato che stava per nascere, ebbe il Figlio, per ordinare con lui tutte le cose. Un’altra traduzione recita così: “Il Signore mi ha creato come principio delle sue vie nella sua opera”. È ciò che si legge dell’incarnazione del Signore: Mi creò Dio, secondo la carne. La carne conosce Dio; la gloria indica il Padre; la creatura riconosce il Signore; l’amore conosce il Padre, cioè il principio, oppure nel principio delle sue vie, come egli stesso dice: “Io sono la via” (Gv 14,6), che guida la chiesa alla vita. Nella sua opera, che era da redimere, fu creato da una Vergine. La sua carne dunque fu in funzione della sua opera; la sua divinità fu prima della sua opera. La vergine Maria fu quindi chiamata anche sua “sposa”, perché egli riposò nel suo talamo ed ebbe da lei la carne. Sia dunque benedetta nella sua tenda. “Tutte le genera­zioni – ella disse – mi chiameranno beata!” (Lc 1,48). Nella sua tenda è benedetta, perché in essa riposò colui che l’aveva creata.

Nella sua lode, che sta al di sopra di ogni altra lode, ogni argomento si esaurisce; e nella sua lode ogni lingua balbetta perché la materia è inesauribile. E giacché la devozione vuole dire di lei qualcosa, per quanto poco sia, proponiamo alcune considerazioni sulla “tenda”, come andando a tastoni.

 

II. la vergine maria, tenda di cristo.

 

4. “Sia benedetta Giaele nella sua tenda”. Il Signore parlò a Mosè, dicendo: “Così farai la tenda del convegno: farai dieci cortine di bisso (lino) ritorto, di giacinto, di porpora e di cocco tinto due volte, e variamente ricamate. Farai undici teli di pelle di capra per coprire il tetto della tenda. Farai anche un’altra copertura di pelli di ariete tinte di rosso, e sopra questa, di nuovo un’altra copertura di pelli di giacinto. Poi farai delle assi di legno di setim (acacia, robinia), che collocherai in senso verticale” (Es 26,1.7.14-15).

La Storia Scolastica (Comestor), in riferimento a questo passo dice: “La tenda era la casa dedicata a Dio; era quadrangolare e oblunga, chiusa da tre pareti: a nord, a sud e a ovest. L’ingresso si apriva libero ad oriente, affinché al sorgere del sole fosse illuminato dai suoi raggi.

La sua lunghezza era di trenta cubiti, la sua larghezza di dieci, e di dieci anche l’altezza. Nel fianco meridionale si alzavano venti tavole di legno di setim, ognuna lunga dieci cubiti, larga un cubito e mezzo e dello spessore di quattro dita. Erano unite tra loro ad incastro in modo che non ci fosse alcuna fessura né dislivello sulla parete; erano dorate sulle due facce, e ognuna era posta su due basi di argento perforate, e nei fori erano infilati i cardini d’oro.

Con lo stesso sistema era costruita la parete settentrionale. Invece a occidente c’erano sette tavole, però in tutto simili alle altre ed erette sulle loro basi con lo stesso sistema. Sopra le tavole erette con questa precisione fu posto il tetto, formato dalle quattro coperture sopraddette, cioè dalle cortine, dai teli di lana di capra e di pelli tinte di rosso, e da quelle tinte di azzurro.

La tenda è figura della Vergine Maria, nella quale Cristo si armò della corazza della giustizia e dell’elmo della salvezza, per trionfare sulle potenze invisibili.

Sul significato di queste armi, vedi il commento al brano evangelico “Quando un uomo forte, bene armato...” nel sermone della domenica III di Quaresima, II parte.

Maria è la casa dedicata a Dio, consacrata con l’unzione dello Spirito Santo, quadrangolare per le quattro principa­li virtù, oblunga per la finale perseveranza, chiusa con tre pareti di virtù contro il settentrione, il meridione e l’occidente. Nel settentrione è raffigurata la tentazione del diavolo, nel meridione la fallacia del mondo, nell’oc­cidente la rovina del peccato.

Fu chiusa a settentrione. Infatti leggiamo nel libro della Genesi: “Ella ti schiaccerà la testa, e tu le insi­dierai il calcagno” (Gn 3,15). La beata Vergine schiacciò la testa, cioè la radice della suggestione diabolica, quando emise il voto di verginità. Ma [il diavolo] insidiò il suo calcagno, quando alla fine fece catturare e crocifiggere dai Giudei il suo Figlio.

Parimenti fu chiusa a meridione. Scrive Luca: “L’angelo, entrando da lei disse: Ti saluto, piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28). Era dentro, era chiusa colei alla quale l’angelo entrò. E poiché era dentro, meritò di essere benedetta. Non quelli che sono fuori, infatti, sono ritenu­ti degni del saluto dell’angelo, né degni che ad essi si dica: Ave!; ma piuttosto, come dice Amos: “A tutti quelli che sono fuori, sarà detto: Vae! Guai, guai!” (Am 5,16). Infatti non è gradito a Dio il saluto che è solo esteriore. Leggiamo in Matteo che il Signore rimprovera coloro che cercano di essere salutati nelle piazze (cf. Mt 23,7). Infatti chi è fuori, nella piazza o in pubblico, non merita di essere salutato da Dio o da un angelo, che amano il nascondimento. Gesù, mandando in missione gli apostoli, dice: “Non saluta­te nessuno lungo la strada”; ma “in qualunque casa entria­te, dite: Pace a questa casa!” (Lc 10,4-5); comandò cioè di salutare non quelli che stavano sulla strada, e neppure quelli che lavoravano fuori nei campi, ma quelli che erano in casa. Quindi coloro che se ne stanno fuori, vengono privati del saluto divino.

 

5. Fu chiusa anche ad occidente. Nel libro dell’Esodo si dice che Mosè (neonato) restò nascosto per tre mesi. E quando non fu più possibile tenerlo nascosto, la madre prese un cestello di giunchi, lo spalmò di bitume e di pece, vi sistemò dentro il bambinello e lo depose in un folto di arbusti (cariceto) della riva del fiume (cf. Es 2,2-3). Vediamo che cosa significhino Mosè e i tre mesi, che cosa il cestello di giunchi, il bitume e la pece, e che cosa raffiguri il fiume.

Mosè è Gesù Cristo, che restò nascosto tre mesi, cioè per tre periodi: prima della creazione del mondo, dalla creazione fino a Mosè, e da Mosè fino all’annunciazione della beata Vergine Maria, la quale fu come il cestello di vimini, sigillata da ogni parte quasi con bitume e pece.

Il cestello è fatto di vimini, è leggero e malsicuro. E i tre elementi con i quali è costruito simboleggiano le tre principali virtù della Vergine Maria. Nel vimine è indicata l’umiltà, nel bitume la verginità e nella pece la povertà. Il vimine deve il suo nome a vis (forza), perché ha una grande forza di attecchimento; è di tale natura, che se viene bagnato, ridiventa verde anche se era già secco; quindi tagliato e piantato in terra, mette subito le radici. Questa è l’umiltà, che ha sì gran forza di attecchimento, che anche se è disprezzata e gettata via come inaridita, tuttavia piantata nel terreno, al quale l’umile sempre è rivolto, mette radici ancor più profonde. Nella beata Vergine perciò, quasi in un cestello di vimini, fu nascosto Gesù Cristo, e fu esposto nell’acqua corrente, cioè in questo mondo: la figlia del re, cioè la santa chiesa, lo adottò come figlio (Glossa).

Il cariceto è un luogo pieno di lunghe erbe chiamate càrice; è detto anche canneto, e può essere anche un luogo pieno di spine. La beata Vergine fu quasi recintata da questa triplice vegetazione, perché la suggestione diaboli­ca, l’ipocrisia del mondo e l’attrattiva del peccato non potessero violarla. Di questa triplice protezione è detto nel Cantico dei Cantici: “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, giardino chiuso, fonte sigillata” (Ct 4,12). La beata Vergine viene detta sorella di Cristo a motivo della comu­nanza della carne. Ella fu “giardino chiuso” con il muro dell’umiltà contro settentrione; giardino chiuso con il muro della povertà contro meridione; “fonte sigillata” con il sigillo della verginità contro occidente. Queste sono le tavole, dorate all’interno e all’esterno, unite inseparabilmente, perfettamente livellate e collocate su basi d’argento, vale a dire sulla purezza delle intenzioni e sulla proclamazione della lode divina.

 

6. Parimenti, su questa triplice recinzione e su l’orien­te, da dove la tenda viene illuminata, hai una concordanza in ciò che dice Ezechiele: “Mi portai alla porta esterna del santuario dalla parte di oriente, ed era chiusa. Il Signore mi disse: Questa porta rimarrà chiusa, non verrà aperta e non vi passerà uomo, giacché per essa è entrato il Signore, il Dio d’Israele, e sarà chiusa al principe. Il principe stesso siederà in essa per mangiare il pane davanti al Signore” (Ez 44,1-3).

La porta è così chiamata perché attraverso di essa si può portare o asportare qualcosa, ed è figura della beata Vergine, perché attraverso di lei portiamo fuori i tesori del­le grazie. Questa fu la porta del santuario esterno, non dell’interno. Il santuario interno è la divinità, l’esterno l’umanità. “Il Padre diede la maestà, la Madre l’infermità” (Agostino). La via di questa porta fu l’umiltà, virtù alla quale, secondo il profeta, ognuno deve applicarsi.

L’umiltà della Vergine si volse ad oriente, per essere illuminata dai suoi raggi. Questa porta per ben tre volte viene detta chiusa, perché la Beata Vergine, come è stato già spiegato, fu chiusa a settentrione, a meridione e ad occidente. Fu aperta nell’umiltà solo all’Oriente, cioè a Gesù Cristo che venne dal cielo. Per questo è detto: “Non vi passerà uomo”, vale a dire “Giuseppe non la conoscerà”; e “sarà chiusa al principe”, intendendo con ciò il diavolo, che è il principe di questo mondo, alle cui suggestioni ella fu chiusa, perché la sua anima non si aprì ad alcuna tentazione, come la sua carne ignorò contatto di uomo. Soltanto il vero Principe, cioè Cristo Gesù, prese in lei dimora, accettando l’umiliazione della carne, per mangiare il pane davanti al Signore, cioè per fare la volontà del Padre che l’aveva mandato (cf. Gv 4,34). Alle tavole delle virtù così disposte, viene sovrapposto il tetto di cortine, di teli di lana di capra e di pelli tinte di rosso e di azzurro. “Solo nella Vergine Maria è compen­diata la vita di tutti i santi; solo lei è capace, è in grado di praticare, di possedere tutte le virtù” (Ambrogio).

Osserva che la chiesa di Cristo si divide in militante e trionfante. La chiesa militante ha le cortine e i teli di lana di capra; la chiesa trionfante ha le pelli tinte di rosso e di azzurro. Nelle cortine ricamate, tessute a vari colori, cioè lavorate ad ago con finezza e fantasia, sono raffigurati tutti i giusti della chiesa militante. Nel tessuto di lino sono raffigurati i buoni religiosi che custodiscono il candore della castità e praticano l’astinenza corporale. Nella seta sono raffigurati coloro che, abbandonate tutte le cose terrene, si sono consacrati unicamente alla dolcez­za della contemplazione. Nella por­pora sono raffigurati coloro che si croci­figgono nella memoria della passione del Signore e, quasi in estasi davanti al Crocifisso, lo contemplano con gli occhi della mente mentre pende dal patibolo, mentre effonde dal costato acqua e sangue e mentre, piegato il capo, esala lo spirito, e a questo spettacolo si profondono in lacrime inarrestabili. Nel panno scarlatto, tinto due volte, sono raffigurati coloro che ardono di amore verso Dio e verso il prossimo. Nei teli di lana di capra sono raffigurati i penitenti, che espiano nella cenere e nel cilicio le colpe commesse.

Di questi ultimi leggi anche ciò che è scritto nel vangelo della Pasqua del Signore, verso la fine, nella IV parte.

Parimenti, nelle pelli tinte di rosso sono indicati tutti i martiri, che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello (cf. Ap 7,14); essi, trionfando sul mondo, sono arrivati alla chiesa trionfante cinti di alloro. Nelle pelli tinte di azzurro sono indicati tutti i confessori della fede, la cui aspirazione fu solo il cielo, e quindi sono passati dalla speranza alla visione.

La Vergine Maria, mentre fu quaggiù nella chiesa mili­tante, possedette le virtù di tutti i giusti. Infatti è detto nell’Ecclesiastico: “In me ogni grazia di via e di verità, in me ogni speranza di vita e di virtù” (Eccli 24,25). Ebbe anche un’immensa pietà per i penitenti. Per questo alle nozze di Cana disse: “Non hanno più vino” (Gv 2,3), come per dire: Riversa, o Figlio, sui penitenti la grazia del tuo amore, perché sono privi del vino della compunzione. Ora certamente regna nella gloria, nella quale gode il premio di tutti i santi, perché è stata esaltata sopra tutti i cori degli angeli.

Ecco “la tenda non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa crea­zione” (Eb 9,11), ma costrui­ta e consacrata con la grazia dello Spirito Santo. Diciamo perciò: “Sia benedetta Giaele nella sua tenda!”.

 

III. le varie oblazioni della vergine

 

7. Leggiamo nel libro dei Giudici: “Acqua egli chiese, latte ella gli diede e in una coppa da prìncipi offrì burro” (Gdc 5,25). Sisara si interpreta “esclusione dal gau­dio", ed è figura del diavolo che, escluso dal gaudio della vita eterna, tenta in tutti i modi di escluderne anche i fedeli cristiani. A costui, che chiedeva l’acqua della concupiscenza, la nostra Giaele diede il latte. Fu per divino consiglio che il mistero dell’incarnazione del Signore restò nascosto al diavolo. Vedendo che la beata Vergine era sposata, che era incinta, che diede alla luce un figlio e che lo allattava, il diavolo pensò che anche lei fosse soggetta alla concupi­scenza e al peccato, e quindi si accinse ad esigere da lei, quasi come prezzo, l’acqua della concupiscenza. Ma la Vergine, allattando il Figlio, trasse in inganno il diavolo, e in questo modo lo uccise con il picchetto della tenda e con il martello. Nel picchetto, che serve per fissare e chiudere la tenda, è raffigurata la verginità di Maria; nel martello, che ha la figura di un tau (T), è rappresentata la croce di Cristo. Giaele dunque, ossia la Vergine Maria, uccise il nemico, il diavolo, con la vergi­nità del suo corpo e con la passione del suo Figlio inchio­dato in croce. Per questo è detto nel libro di Giuditta: “Una donna ebrea, da sola, gettò la vergogna nella casa del re Nabucodonosor. Ecco infatti Oloferne che giace per terra, e la sua testa non è più sul suo busto (Gdt 14,16).

Adonai, Signore, Dio grande e mirabile, a te la lode e la gloria: a te che ci hai dato la salvezza per mano della tua Figlia e Madre, la gloriosa Vergine Maria!

Nel passo citato sopra, facciamo attenzione alle parole “offrì burro in una coppa da prìncipi”. Sono queste le parole che ci hanno offerto lo spunto per le considerazioni preli­minari. Vediamo ora che cosa raffigurino la coppa, i prìncipi e il burro. Nella coppa è raffigurata l’umile condizione del povero, nei prìncipi gli apostoli, nel burro l’umanità di Cristo.

Nella sua umile condizione di povertà – nella quale anche i “prìncipi” (gli apostoli) si sarebbero trovati, ricchi nella fede ma poveri in questo mondo – Maria offrì nel tempio il burro, vale a dire il Figlio che aveva generato, del quale dice Isaia: “Si nutrirà di miele e burro” (Is 7,15). Nel miele è indicata la divinità, nel burro l’umanità del Salvatore. Si nutrì di miele e di burro, quando unì in se stesso la natura divina e quella umana, e per questo “imparò”, vale a dire fece sì che anche noi imparassimo, “a rigettare il male e a scegliere il bene” (Is 7,15).

Nella sua povertà Maria offrì il Figlio, e con lui l’offerta dei poveri, cioè “un paio di tortore o due giovani colombi” (Lc 2,24), come prescriveva la legge di Dio: “Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni” (Lv 12,2). Ad eccezione però di colei che partorì rimanendo vergine. Né il Figlio né la Madre avevano bisogno di offerte per purificarsi; ma le fecero perché noi fossimo liberati dal timore della legge, cioè dalla prescrizione della legge che veniva osservata per paura. E continuava la legge: Quando i giorni della sua purificazione saranno compiuti, cioè dopo quaranta giorni, offrirà un agnello all’ingresso del tenda. Se non lo troverà o non avrà la possibilità di offrire un agnello, offrirà due tortore, oppure due giovani colombi (cf. Lev 12,6.8). Questa era l’offerta dei poveri, che non avevano la possibilità di offrire un agnello, e questo è detto perché in tutto fosse manifesta l’umiltà e la povertà del Signore e della Madre sua. Questa offerta fanno al Signore coloro che sono veramente poveri.

 

8. Osserva che se la tortora perde il compagno, se ne sta poi senza per sempre. Se ne va solitaria, non beve acqua chiara, non sale su di un ramo verde. Inoltre la colomba è anche semplice (cf. Mt 10,16). Ha il nido più rustico e povero di tutti gli altri uccelli; non ferisce alcuno con le unghie e con il becco; non vive di rapina; con il becco nutre i suoi piccoli con ciò di cui essa stessa si è nutri­ta; non si ciba di cadaveri; non attacca mai gli altri uccelli, neppure i più piccoli; si pasce solo di grano; riscalda sotto le ali, come suoi, i piccoli degli altri; dimora nei pressi dei fiumi per difendersi dall’avvoltoio; nidifica tra le pietre; quando minaccia tempesta si rifugia nel nido; si difende con le ali; vola in gruppo; il suo canto è come un gemito; è prolifica e nutre i gemelli. E osserva poi che quando la colomba nidifica e i piccoli crescono, il maschio va a beccare della terra salsa, mette nel becco ai piccoli ciò che ha beccato perché si abituino al cibo. E se la femmina, per la sofferenza del parto, tarda a tornare, il maschio la becca e la spinge con la forza dentro il nido.

Anche i poveri nello spirito, cioè i veri penitenti, poiché peccando mortalmente hanno perduto il loro “compa­gno”, cioè Gesù Cristo, vivono soli, nella solitudine dello spirito e del corpo, lontani dal tumulto delle cose tempo­rali. Non bevono l’acqua chiara dei godimenti terreni ma quella torbida del dolore e del pianto. “L’anima mia – dice il Signore – è turbata. E che cosa dirò?” (Gv 12,27). Non salgono sul ramo verdeggiante della gloria temporale, di cui dice Ezechiele: “Si portano il ramo alle narici” (Ez 8,17). I lussuriosi si portano alle narici il ramo della gloria temporale per non sentire il fetore del peccato e il puzzo dell’inferno.

Inoltre [i veri penitenti] sono semplici come le colombe. Il luogo dove dimorano e il letto stesso sul quale dormono è ruvido e povero. Non offendono alcuno, anzi perdonano chi li offende. Non vivono di rapina, ma distribuiscono le loro cose. Confortano e sostengono con la parola della predicazione quelli che sono loro affidati e partecipano con gioia agli altri la grazia che è stata loro data. Non si uniscono al cadavere, cioè al peccato mortale. Dice il verso: “Alcuni sono morti di spada, altri di morte naturale”.

Non scandalizzano né il grande né il piccolo. Si cibano di puro grano, cioè della predicazione della chiesa, e non di quella degli eretici che è immonda. Fatti tutto a tutti, promuovono tanto la salvezza degli estranei quanto quella dei vicini: amano tutti nel cuore di Gesù Cristo. Si fermano sui fiumi della sacra Scrittura per prevedere da lontano la tentazione del diavolo che trama per rapirli, e così difendersene.

“Fanno il loro nido nella cavità della pietra, cioè nella ferita del costato di Cristo, e se minaccia la tempesta della tentazione carnale, corrono al costato di Cristo e vi si rifugiano, e pregano con il Profeta: “Siimi, o Signore, torre salda davanti all’avversario” (Sal 60,4); e ancora: “Sii tu, o Dio, la mia protezione” (Sal 70,3). Non si difendono con le unghie della vendetta, ma con le ali dell’umiltà e della pazienza. “Il sistema migliore di vincere – dice il filosofo – è la pazienza” (P. Siro); e ancora: “Il rifugio dalle sventure è la sapienza” (Walther: Carmina). In unione con la chiesa, con la comunità dei fedeli e insieme con essi, si innalzano alle cose celesti. Il loro canto è un gemito. La loro melodia sono le lacrime e i sospiri. Ripieni di buona volontà nutrono con il massimo scrupolo i “due gemelli”, cioè l’amore di Dio e del prossimo.

Osserva ancora che il penitente deve avere due virtù: la misericordia e la giustizia. La misericordia è, per così dire, la femmina che custodisce i piccoli; la giustizia è il maschio. La terra salsa è la carne di Cristo, piena di amarezza, dalla quale il penitente deve succhiare l’ama­rezza e la salsedine e metterle nella bocca dei piccoli, cioè delle sue opere, affinché assuefatte a tale cibo, vivano sempre nel dolore e nell’amarezza, crocifiggendo la carne con i suoi vizi e la sua concupiscenza (cf. Gal 5,24). Non si dimentichi poi che la discrezione (la prudenza) è la madre di tutte le virtù e senza di essa non si deve offrire il sacrificio; quindi se la colomba, cioè la misericordia, tarda a ritornare ai suoi piccoli [alle opere buone] a motivo del parto, cioè del dolore, dei gemiti e del pentimento, la giustizia, in quanto maschio, deve dirigerla e guidarla con una certa energia affinché nutra i piccoli [le opere buone] e nutrendoli li custodisca. Il penitente quindi si dolga pure del suo peccato, e faccia penitenza, ma in modo da non sottrarre a se stesso il necessario, senza del quale non potrebbe vivere.

Chi dunque offrirà simili tortore e colombe, il sommo sacerdote, Gesù Cristo, lo libererà da ogni flusso di sangue, cioè da ogni impurità di peccato.

Ma ritorniamo ora agli argomenti dai quali ci siamo un po’ discostati, concludendo con le parole: “Come incenso fragrante nei giorni dell’estate”.

 

9. “Come fuoco splendente e incenso che brucia nel fuoco”. Oggi i fedeli cristiani portano il fuoco splendente con la candela, la quale è formata di cera e di stoppino. Nella fiammella è simboleggiata la divinità, nella cera l’umanità, nello stoppino l’asprezza della passione del Signore.

Come oggi, la beata Vergine portò e offrì nel tempio il Figlio di Dio e suo, e simbolicamente oggi i fedeli portano e offrono il fuoco, offrendo la candela.

E in questi tre elementi è indicata la vera penitenza: nel fuoco l’ardore della contrizione, che sradica tutte le radici dei vizi; nella cera la confessione del peccato: come fonde la cera di fronte al fuoco (cf. Sal 67,3), così per l’ardore del pentimento fluisce dalla bocca di chi si confessa l’accusa del suo peccato, mentre scorrono le lacrime; nello stoppino l’asprezza dell’espiazione e della riparazione.

In questi tre atti c’è Gesù, cioè la salvezza dell’uomo; e chi li avrà offerti a Dio, potrà dire con il giusto Simeone: “Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” (Lc 2,29-30).

Osserva che in questi quattro versetti vengono indicate le quattro beatitudini del penitente. La prima beatitudine consiste nel perdono totale dei peccati e nella tranquillità della coscienza: “Lascia che il tuo servo vada in pace”. La seconda beatitudine consiste nella separazione dell’anima dal corpo, quando potrà vedere colui nel quale credette e che desiderò: “perché i miei occhi ha visto la tua salvezza”. La terza beatitudine giungerà nell’esame dell’ultimo giudi­zio, quando sarà detto: Dategli del frutto delle sue mani e le sue stesse opere lo lodino alle porte dell’eternità (cf. Pro 31,31): “preparata da te davanti a tutti i popoli” (Lc 2,31). La quarta beatitudine sarà nello splendore della gloria eterna, in cui vedrà faccia a faccia e conoscerà come è conosciuto (cf. 1Cor 13,12): “luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”. Giustamente quindi è detto: “Come fuoco splendente e incenso che brucia nel fuoco”.

Gesù Cristo rifulse come fuoco ai pastori nella sua natività, ai Magi nella sua manifestazione (Epifania), a Simeone ed Anna che profetavano nella purificazione della Madre sua. Invece nella sua passione bruciò come incenso nel fuoco, e del suo profumo furono riempiti i cieli, la terra e gli inferi; gli angeli del cielo gioirono per la redenzione del genere umano; in terra i morti furono risuscitati, i prigionieri dell’inferno furono liberati.

Ti preghiamo quindi, o nostra Signora, eletta Madre di Dio, di purificarci dal sangue dei nostri peccati, di condurci al fuoco splendente della contrizione, alla cera della confessione, e allo stoppino dell’espiazione, affin­ché possiamo giungere così alla gloria della Gerusalemme celeste. Ce lo conceda colui che oggi hai offerto nel tempio: a lui sia onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

 

 

ASSUNZIONE

DELLA BEATA VERGINE MARIA

Temi del sermone

 

“Come vaso d’oro massiccio”.

– “Luogo della nostra santificazione”, e “Bellezza dell’altissimo cielo è il firmamento”.

– “Cipresso svettante verso l’alto”.

 

esordio - la dignità della vergine gloriosa

 

1. “Come un vaso d’oro massiccio, ornato di ogni specie di pietre preziose; come olivo che che sta gemmando e come cipresso svettante verso l’alto” (Eccli 50,10-11).

Dice Geremia: “Soglio della gloria dell’altezza fin dal principio, luogo della nostra santificazione, aspettazione di Israele” (Ger 17,12-13). Ilsoglio, come a dire seggio solido, è chiamato così dal verbo “sedersi”. Soglio di gloria è la beata Maria, che in tutto fu solida e integra: in lei fu la gloria del Padre, cioè il Figlio sapiente, anzi la stessa Sapienza, Gesù Cristo, quando da lei assunse la carne. Leggiamo nel salmo: “Affinché la gloria abiti nella nostra terra” (Sal 84,10). La gloria dell’altezza, cioè degli angeli, abitò in terra, cioè nella nostra carne. La Vergine Maria fu il soglio della gloria, cioè di Gesù Cristo che è la gloria dell’altezza, vale a dire degli angeli. Infatti dice l’Ecclesiastico: “Firmamento dell’al­tezza è la sua bellezza, bellezza del cielo nella visione della gloria” (Eccli 43,1).

Gesù Cristo è il “firmamento” ( da firmus), nel senso di sostegno, dell’altezza, cioè della sublimità angelica, che egli stesso ha confermato, mentre l’[angelo] apostata precipitava con i suoi seguaci. Leggiamo in Giobbe: “Tu forse hai fabbricato con lui i cieli, che sono saldissimi, quasi fusi”, o fondati, “nel bronzo”? (Gb 37,18). Come dicesse: Non è stata forse la Sapienza del Padre che ha fabbricato i cieli, cioè la natura angelica? Infatti, “In principio Dio creò il cielo” (Gn 1,1): per “cielo” si intende ciò che nel cielo è contenuto. Quando gli angeli ribelli furono trascinati via con le catene dell’inferno (cf. 2Pt 2,4), gli angeli fedeli, che restarono uniti al sommo Bene, furono confermati nella stabilità come nel bronzo. Nella perennità del bronzo è raffigurata l’eterna stabilità degli angeli fedeli. Gesù Cristo, “firmamento” della sublimità angelica, è anche la loro bellezza. Infatti egli sazia della bellezza della sua umanità quelli che ha confermato con la potenza della sua divinità. C’è anche lo splendore del cielo, cioè di tutte le anime che abitano nei cieli; splendore che consiste nella visione della gloria. Mentre infatti contemplano faccia a faccia la gloria del Padre, risplendono essi stessi di gloria. Ecco dunque quanto grande è la dignità della Vergine gloriosa, che meritò di essere Madre di colui che è il “firmamento” e la bellezza degli angeli, e lo splendore di tutti i santi.

 

2. “Soglio di gloria dell’altezza fin dal principio”, cioè dalla creazione del mondo, Maria fu predestinata a essere Madre di Dio con potenza, secondo lo spirito di santificazione (cf. Rm 1,4). E continua: “Luogo della nostra santificazione, aspettazione di Israele”. La Beata Vergine fu il luogo della nostra santificazione, cioè del Figlio di Dio che ci ha santificati. Di questo luogo, egli stesso dice in Isaia: “L’abete, il bosso e il pino verranno insieme ad ornare il luogo della mia santificazione; e glorificherò il luogo dove ho posto i miei piedi” (Is 60,13). L’abete è così chiamato (lat. abies da abeo, vado via) perché più di tutti gli alberi si spinge in alto, e raffigura i contemplativi. Il bosso invece che non si spinge in alto e non produce frutto, ma ha un verde perenne, sta ad indicare i neocredenti, che si mantengono nella viva fede di un verde perenne. Il pino è un albero che deve il suo nome alla forma acuminata delle sue foglie: gli antichi infatti lo definitivano “acuto”; esso indica i penitenti che, consci dei loro peccati, con l’acutezza della contrizione pungono il loro cuore, per farne sgorgare il sangue delle lacrime.

Tutti costoro, cioè i contemplativi, i fedeli e i penitenti, in questa solennità vengono ad “onorare” con la devozione, con la lode e la celebrazione la Vergine Maria, che fu il luogo della santificazione di Gesù Cristo, nella quale egli stesso si è santificato. Infatti dice Giovanni: “Per loro io santifico me stesso” (Gv 17,19), di una santifi­cazione creata, “affinché anch’essi siano santificati nella verità (Gv 17,19), cioè in me, che in me stesso, Verbo, santifico me stesso uomo, vale a dire per mezzo di me, Verbo, riempio me stesso di tutti i beni.

“E santificherò il luogo dei miei piedi”. I piedi del Signore raffigurano la sua umanità; di essi Mosè dice: “Quelli che si avvicinano ai suoi piedi riceve­ranno la sua dottrina” (Dt 33,3). Nessuno può avvicinarsi ai piedi del Signore, se prima, come è detto nell’Esodo, non si è tolto i calzari, cioè le opere morte, dai piedi (cf. Es 3,5), vale a dire dagli affetti della mente. Avvicìnati dunque a piedi nudi e riceverai il suo insegnamento. Dice infatti Isaia: “A chi comunicherà egli la scienza e a chi darà l’intelli­genza delle cose udite? A quelli che sono divezzati dal latte e staccati dalle mammelle” (Is 28,9). Chi si allontana dal latte della concupiscenza del mondo e si stacca dalle mammelle della gola e della lussuria, sarà degno di essere ammaestrato nella scienza divina in questa vita, e di sentirsi dire nella vita futura: “Venite, benedetti del Padre mio!” (Mt 25,34).

Il luogo dei piedi del Signore fu la Vergine Maria, dalla quale egli ricevette l’umanità; e oggi ha glorificato quel “luogo” perché ha esaltato Maria al di sopra dei cori degli angeli. Per questo ti è chiaro che la beata Vergine fu assunta in cielo anche con il corpo, che fu il luogo dei piedi del Signore. Leggiamo nel salmo: “Álzati, Signore, e vieni nel luogo del tuo riposo, tu e l’arca della tua santificazione” (Sal 131,8). Il Signore si alzò quando salì alla destra del Padre. Si alzò anche l’arca della sua santificazione quando, in questo giorno, la Vergine Madre fu assunta all’etero talamo, alla gloria celeste. Sta scritto nella Genesi che l’arca si fermò sopra i monti dell’Armenia (cf. Gn 8,4). Armenia s’interpreta “mon­te staccato”, e raffigura la natura angelica che è detta monte in relazione agli angeli che restarono fedeli, e staccato in riferimento a quelli che precipitarono nell’inferno. L’arca del vero Noè, che ci ha fatto riposare dalle nostre fatiche, nella terra maledetta dal Signore (cf. Gn 5,29), si fermò in questo giorno sopra i monti dell’Ar­menia, vale a dire sopra i cori degli angeli.

A lode della beata Vergine, che è l’aspettazione di Israele, cioè del popolo cristiano, e per il maggior decoro di così grande solennità, illustrerò la citazione riportata all’inizio: “Come vaso di oro massiccio, ornato di ogni specie di pietre preziose; come olivo che sta gemmando e come cipresso svettante verso l’alto” (Eccli 50,10-11).

 

santità e gloria della beata vergine maria

 

3. Osserva queste tre entità: il vaso, l’olivo, il cipresso. La beata Vergine fu un “vaso” per l’umiltà, “d’oro” per la povertà, “massiccio” per la verginità, “ornato di ogni specie di pietre preziose” per i privilegi e i doni ricevuti. La concavità del vaso lo rende atto a ricevere ciò che vi si versa, e quindi raffigura l’umiltà che accoglie la grazia delle celesti infusioni. L’orgoglio invece impedisce tali infusioni. Il Signore, nell’Esodo, comandò che nell’altare fosse praticata una cavità, per riporvi le ceneri del sacrificio (cf. Es 27,4). Nell’incàvo dell’umiltà si deposita la cenere, cioè il ricordo della nostra caducità. Per questo Geremia dice del penitente: “Porrà la sua bocca nella sepoltura” (Lam 3,29), parlerà cioè della sepoltura che seguirà la sua morte. E leggiamo ancora nella Genesi che Abramo seppellì Sara in una caverna doppia, che guardava verso Mambre (cf. Gn 23,19). La doppia caverna raffigura l’umiltà del cuore e quella del corpo, nella quale il giusto deve seppellire la sua anima, fuori dal tumulto delle cose temporali, e questa umiltà deve guardare verso Mambre, che significa “chiarezza”, e indica lo splendore della vita eterna e non quello della gloria mondana. Al primo guardò l’umiltà della beata Vergine, e quindi meritò di essere guardata (cf. Lc 1,48).

E poiché l’umiltà si custodisce e si conserva con la povertà, è detta vaso d’oro. Giustamente la povertà è detta “d’oro”, perché rende ricchi e splendenti coloro che la praticano. Dov’è la vera povertà, vi è ciò che è sufficiente. Dove c’è l’abbondanza c’è anche l’indigenza. Per questo dice il Filosofo: “Succede raramente che l’abbondanza non produca qualche danno” (Walther, Carmina). E ancora: “Non reputo povero colui al quale basta ciò che ha, per quanto poco sia” (Seneca). E Bernardo scrive: “In cielo c’era grande abbondanza di tutte le cose: soltanto la povertà non si trovava. Essa abbondava invece sulla terra e l’uomo non conosceva il suo valore. Venne dunque il Figlio di Dio a cercarla per renderla preziosa con il suo apprezzamento”.

Di quest’oro [della povertà] leggiamo nella Genesi che “nella terra di Hevilath c’è l’oro, e l’oro di quel paese è purissimo (Gn 2,11-12). Hevilath si interpreta “partoriente” e indica la beata Vergine che, dando alla luce il Figlio di Dio, lo avvolse nelle fasce dell’aurea povertà. O splendido oro della povertà! Chi non ti possiede, anche se ha tutto il resto, non ha nulla! I beni temporali gonfiano, e gonfiando svuotano. Nella povertà c’è la gioia, nelle ricchezze c’è la tristezza e il lamento. Dice infatti Salomone: “È meglio un boccone di pane secco con la gioia, che un vitello ingrassato con la discordia, o una casa piena di vittime (Pro 17,1), cioè di ricchezze rapinate ai poveri con la violenza.

E ancora: “La mente tranquilla è come un perenne banchetto. Il poco con il timore del Signore è meglio di grandi tesori che non saziano” (Pro 15,15-16); e “Meglio abitare in un deserto – cioè nella povertà –, che con una donna litigiosa e irasci­bile” (Pro 21,19), cioè nell’abbondanza delle cose materiali. E infine: “È meglio sedere in un angolo del terrazzo – cioè nell’umiltà della povertà – che avere una moglie litigiosa e la casa in comune con altri” (Pro 21,9).

E poiché l’umiltà e la povertà della beata Vergine Maria furono ornate con l’illiba­tez­za, si aggiunge: “Vaso d’oro massiccio”. La beata Vergine fu “massiccia” per la vergini­tà, e quindi poté contenere la sapienza. Invece “il cuore dello stolto”, come dice Salomone, è come un vaso incrinato che non può contenere la sapienza (cf. Eccli 21,17). Questo vaso è stato oggi adornato di ogni specie di pietre prezio­se, cioè con ogni privilegio di doni celesti. Ricevette le ricompense di tutti i santi, colei che generò il Creatore e il Redentore di tutti. Su questo vaso, ornato di ogni pietra preziosa, concorda ciò che leggiamo nel libro di Ester, dove si racconta che “dovendo costei entrare alla presenza del re, non cercò ornamenti muliebri: l’eunuco Egai, custode delle vergini, le fece indossare l’abbiglia­mento che egli stesso scelse. Ella era molto avvenente e di incredibile bellezza, e appariva amabile e graziosa agli occhi di tutti. Fu dunque introdotta nella stanza del re Assuero. E il re la amò più di tutte le altre donne e pose sul suo capo il diadema del regno” (Est 2,15-17).

Ester significa “nascosta”, Egai “solenne”, Assuero “beatitudine”. Ester è figura della beata Vergine Maria, che restò nascosta e riparata da ogni parte, e l’angelo stesso la trovò nel nascondimento. Egai, il custode delle vergini, è figura di Cristo. Conviene veramente che alle vergini sia assegnato un tale custode, che è solenne e casto: solenne, e festoso, per non rattristare i pusillanimi; casto per non offendere l’illi­batezza delle vergini, ma per custodirla e difenderla. Ed è bene che queste due qualità siano unite, perché di solito avviene che l’affetto si guasti con l’eccessiva allegria (familiarità), oppure che il casto sentimento si accompagni ad una esagerata severità.

Cristo ebbe in sommo grado queste due qualità ed è quindi il perfetto custode delle vergini. Come Egai, Cristo “corse festoso incontro alle donne, dicendo: Salute a voi!” (Mt 28,9). Ma fece questo solo dopo la risurrezione, quando era già con il corpo immortale. Prima infatti fu così riservato che mai si legge abbia salutato donne. Anche gli apostoli, dice Giovanni, si meravigliarono che stesse parlando con una donna (cf. Gv 4,27). Cristo adornò la nostra Ester, cioè la Vergine Maria, tanto più riccamente in quanto per nulla essa cercò ornamenti femminili; e non volle avere né se stessa né alcun altro come “ornatore”, ma si affidò totalmente alla volontà del “Custode”, dal quale fu adornata in modo così sublime, che oggi viene esaltata al di sopra degli angeli.

Questa nostra Ester fu molto avvenente quando fu salutata dall’angelo; fu di incredibile bellezza quando fu adombrata dallo Spirito Santo, fu graziosa e amabile agli occhi di tutti quando concepì il Figlio di Dio. Dopo aver concepito il Figlio di Dio, il suo volto divenne così splendente per il fulgore della grazia, che neppure Giuseppe poteva fissare lo sguardo su di lei. E ciò non deve far meraviglia. Se gli israeliti, come dice san Paolo, non potevano guardare in faccia Mosè, a motivo dello splendore pure effimero del suo volto (cf. 2Cor 3,7); e se l’Esodo dice che “Aronne e gli israeliti, vedendo il volto di Mosè raggiante di luce, dopo aver conversato con il Signore, ebbero timore di avvicinarsi a lui” (Es 34,29-30): tanto meno Giuseppe osava avvicinarsi e fissare lo sguardo sul volto della Vergine gloriosa, reso fulgente dai raggi del vero Sole che portava in grembo. Il vero Sole era come coperto da una nube, ma sprigionava dei raggi di aureo fulgore attraverso gli occhi e il volto della Madre sua. Questo volto è adorno di tutte le grazie, ed è stupendo agli occhi degli angeli: essi desiderano fissarvi lo sguardo (cf. 1Pt 1,12), perché brilla come il sole quando risplende in tutto il suo fulgore (cf. Ap 1,16). E la beata Vergine è graziosa e amabile a tutto l’universo, perché è stata trovata degna di portare il Salvatore di tutti.

Questa nostra gloriosa Ester è condotta oggi per mano degli angeli alla presenza del re Assuero, cioè alla dimora celeste nella quale, sopra un trono di stelle, siede il Re dei re, la Beatitudine degli angeli, Cristo Gesù, che ha amato la Vergine gloriosa più di tutte le donne, perché da lei ha preso umana carne, ed ella più di tutte le donne ha trovato davanti a lui grazia e misericordia.

O incomparabile dignità di Maria, o ineffabile sublimità di grazia, o imperscrutabile abisso di misericordia! Quando mai ad angelo o a uomo fu o sarà data tanta grazia e tanta misericordia, quanta ne fu data alla beata Vergine, che Dio Padre ha voluto fosse la Madre del suo Figlio, uguale a se stesso e generato prima di tutti i secoli? Sarebbe considerata una grazia grandissima e una dignità sublime, se una povera donna qualunque potesse avere un figlio dall’im­peratore. Veramente superiore ad ogni grazia fu quella di Maria, che ebbe il Figlio con l’Eterno Padre, e quindi oggi ha meritato di essere coronata in cielo.

Perciò aggiunge: “E le pose sul capo il diadema regale”. E nel Cantico dei Cantici leggiamo: “Uscite, figlie di Sion, e ammirate il re Salomone con il diadema con il quale l’ha incoronato la madre sua, nel giorno del suo sposalizio” (Ct 3,11). La beata Vergine Maria ha incoronato il Figlio di Dio con il diadema dell’umana carne nel giorno del suo sposalizio, cioè del concepimento del Figlio, per il quale la natura divina fu unita, come uno sposo, alla natura umana nel talamo della stessa Vergine; e perciò il Figlio ha incoronato oggi la Madre sua con il diadema della gloria celeste. Uscite dunque e ammirate la madre di Salomone, con il diadema con il quale l’ha incoronata il suo Figlio, nel giorno della sua Assunzione. Giustamente perciò diciamo: “Come un vaso di oro massiccio, ornato di ogni specie di pietra preziosa”.

 

4. “Come ulivo che sta gemmando”. L’ulivo è la pianta, l’oliva è il frutto, l’olio è il succo. L’ulivo produce dapprima un fiore profumato, dal quale si forma l’oliva, che prima è verde, poi rossa, e quindi arriva a maturazione. La beata Anna [madre di Maria] fu quasi la pianta di ulivo, dalla quale germogliò il candido fiore dal profumo incomparabile, cioè la Vergine Maria, che fu verde nel concepimento e nella natività del Figlio di Dio. Si dice verde (viridis) in quanto conserva la forza (vim). La beata Vergine nel conce­pimento e nella nascita del Salvatore restò verde, conservò la forza, il valore della verginità: restò vergine prima del parto e nel parto; fu rossa nella passione del Figlio, quando la spada trapassò la sua anima (cf. Lc 2,35); pervenne a maturazione nella odierna solennità, gemmando, cioè sbocciando nella letizia, nella beatitudine della gloria celeste.

Perciò, partecipando alla sua letizia, cantiamo nell’in­troito della messa di oggi: “Rallegriamoci tutti nel Signo­re...” In questa messa si legge il brano del vangelo che incomincia: “Gesù entrò in un villaggio...” (Lc 10,38). Villaggio, in latino castellum, o castrum, fortificazione, suona quasi come casto, vale a dire che in esso viene spenta la lussuria. Il nemico, assaltando in continuità la fortificazione dall’esterno, impedisce agli abitanti di abbandonarsi al riposo, di darsi cioè alla lussuria. Il persistere della lotta contro la fortificazione stronca lo stimolo della libidine.

Osserva che la fortificazione consta di una cerchia di mura e di una torre posta al centro. La fortificazione è la Vergine Maria che rifulse della castità più perfetta, e quindi in lei entrò il Signore. La muraglia di difesa, intorno alla torre posta al centro, fu la sua verginità. La torre a difesa della muraglia fu l’umiltà. La torre è chiamata così perché è (in lat.) teres, cioè diritta e alta. L’umiltà della Vergine Maria fu diritta e alta: diritta, perché guardò solo a colui che a sua volta guardò alla sua umiltà (cf. Lc 1,48); alta, perché quando lei proferì le parole dell’umiltà: “Ecco, la serva del Signore” (Lc 1,38), fu eletta Regina del cielo.

La Vergine Maria fu anche Marta e Maria. Fu Marta, quando avvolse in fasce Gesu bambino, quando lo adagiò nel presepio, quando lo allattò al suo seno ripieno di cielo, quando si rifugiò con lui in Egitto e quando ritornò in patria; fu Maria, mentre “custodiva – come dice Luca – tutte queste parole, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).



5. “Come cipresso svettante verso l’alto”. La beata Vergine Maria, come un cipresso si spinge oggi più in alto di tutti gli angeli.

A questo proposito leggiamo in Ezechiele: “Sopra il firmamento che sovrastava le teste dei [quattro] esseri viventi apparve qualcosa come una pietra di zaffiro in forma di trono, e su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sembianze umane” (Ez 1,26). Nei quattro esseri viventi sono raffigurati tutti i santi, ornati delle quattro virtù, edotti nella dottrina dei quattro vangeli. Nel firmamento sono indicate le schiere angeliche, confermate dalla potenza dell’Onnipotente. Nel trono è indicata la Vergine Maria, nella quale il Signore si umiliò quando assunse da lei umana carne. Il Figlio dell’uomo è Gesù Cristo, Figlio di Dio e dell’uomo. Ecco allora che nella gloria celeste, che sovrasta la testa dei quattro esseri viventi, cioè di tutti i santi, c’è il firmamento, vale a dire gli angeli; e al di sopra degli angeli il trono, cioè la beata Vergine; e sopra il trono il Figlio dell’uomo, Gesù Cristo.

Sul tema del “trono” vedi il sermone della V domenica dopo Pentecoste sul vangelo: “Mentre le folle facevano ressa intorno a Gesù...”. Per la pietra di zaffiro, vedi poi il sermone dell’Annunciazione, parte II: “Io come rugiada”.

Ti preghiamo, o nostra Signora, inclita Madre di Dio, esaltata al di sopra dei cori degli angeli, di riempire il vaso del nostro cuore con la grazia celeste; di farci splendere dell’oro della sapienza; di sostenerci con la potenza della tua intercessione; di ornarci con le pietre preziose delle tue virtù; di effondere su di noi, o oliva benedetta, l’olio della tua misericordia, con il quale coprire la moltitudine dei nostri peccati, ed essere così trovati degni di venir innalzati alle altezze della gloria celeste e vivere felici in eterno con i beati comprensori.

Ce lo conceda Gesù Cristo, tuo Figlio, che oggi ti ha esaltata al di sopra dei cori degli angeli, ti ha incoro­nata con il diadema del regno, e ti ha posta sul trono dell’eterno splendore. A lui sia onore e gloria per i secoli eterni. E tutta la chiesa risponda: Amen. Alleluia!

 

 

PURIFICAZIONE

DELLA Beata VERGINE MARIA (2)

 

1. “Quando venne il tempo della purificazione di Maria secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore...” ecc. (Lc 2,22).

In questo vangelo consideriamo tre eventi:

- la presentazione di Gesù al tempio,

- il compimento delle attese del giusto Simeone,

- la sua benedizione profetica.

 

I. la presentazione di gesù cristo

 

2. “Quando venne il tempo della purificazione di Maria”, ecc. Su questa prima parte del vangelo si possono fare tre applicazioni morali e considerare: la purificazione dell’anima, l’oblazione della stessa, e da ultimo il suo ingresso nel tempio del cielo.

Ma prima di tutto sentiamo la Scrittura: “Il Signore parlò a Mosè (Lev 12,1-2): Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni”, ad eccezione di colei che partorisce restando vergine. Quindi né il Figlio né la Madre avevano bisogno di essere purificati con sacrifici, ma lo fecero solo perché noi fossimo liberati dal timore della legge, cioè dalla osservanza della legge, alla quale si ottemperava solo per paura.

Era stabilito che all’ottavo giorno (dalla nascita) il bambino fosse circonciso, e che trentatré giorni dopo la circoncisione fosse portato al tempio e che per lui fossero offerti dei sacrifici, cioè un agnello di un anno. Ma chi non aveva la possibilità di avere un agnello, offriva due tortore, oppure due piccoli colombi. Inoltre, Giuseppe [Flavio] scrive: Il primogenito veniva riscattato con cinque sicli.

La Vergine Maria, essendo poverella, fece l’offerta dei poveri per il figlio povero, perché in tutto si manifestasse chiaramente l’umiltà del Signore.

Là dove è detto: “Ogni maschio primogenito”, ecc. (Lc 2,23), la legge va intesa secondo quanto è detto nel libro dell’Esodo: “Tu riserverai per il Signore ogni primogenito del seno materno; ogni primo parto del bestiame, se di sesso maschile, appartiene al Signore (Es 13,12). Perciò i primogeniti dei figli di Levi venivano offerti al Signore [e non venivano riscattati], ed erano addetti in permanenza al suo servizio. I primogeniti degli altri venivano offerti e riscattati. I primogeniti del bestiame, adatti ad essere immolati, costituivano le offerte destinate ai sacerdoti. Dei primi nati degli animali immondi, non offerti, alcuni venivano riscattati, come per es. il primo nato dell’asino che veniva sostituito con l’offerta di una pecora; altri non erano neppure riscattati, ma venivano uccisi, come per es. il primo nato del cane.

 

3. “Quando venne il tempo della purificazione di Maria”. Maria, nome che significa “illuminata”, o “mare amaro”, oppure anche “signora”, raffigura l’anima del giusto, illuminata nel battesimo; è mare amaro per la contrizione del cuore e le afflizioni del corpo, e sarà signora nel Regno, quando sarà unita all’eterno Sovrano.

Ma nel frattempo, mentre è nell’esilio, ha bisogno di purifi­cazione, perché si macchia di molte impurità. Infatti dice l’Ecclesiastico: “Mòndati offrendo le spalle (delle vittime), e della tua negligenza purìficati con i pochi” (Eccli 7,33-34). Purificare significa lasciare il suolo pulito, dopo aver rimosso ogni immondezza. Purìficati, in anticipo, cioè prima di venir giudicato, offrendo le spalle, cioè con le opere di misericordia; e della negligenza nei riguardi dei comandamenti purìficati con “i pochi”: sono pochi infatti coloro che si preoccupano di purificarsi da tali negligenze.

Si legge nella Storia Naturale che le colombe rimuovono e gettano fuori dal nido lo sterco dei loro piccoli e il nido lo tengono pulito; e quando i piccoli crescono insegnano loro a fare altrettanto. Così anche i giusti purificano le loro impurità e quelle dei loro sudditi, e insegnano loro a fare altrettanto. Leggiamo infatti in Geremia: “Insegnate alle vostre figlie il lamento, l’una all’altra il canto di lutto; perché la morte è entrata per le nostre finestre, si è introdotta nelle nostre case” (Ger 9,20-21). È come se dicesse: Il peccato mortale entra nella anima attraverso i sensi del corpo, ma viene rigettato per mezzo della medicina, ossia con il lamen­to della penitenza. Quando uno si sente appesantito da cibi malsani, per liberarsi prende la purga. E dice in merito l’Ecclesiastico: “Il Signore ha creato medicamenti dalla terra e l’uomo assennato non li disprezza”(Eccli 38,4). La terra è la carne nostra; i medicamenti raffigurano la penitenza.

Dalla carne del serpente chiamato tiro, si ricava la teriaca (contravveleno), e dalla nostra carne viene la medicina dell’anima, cioè la penitenza. E l’uomo prudente, quando si sente oppresso dalla pestilenza del peccato, non si rifiuta mai di prendere quella medicina (la penitenza), per quanto sia amara, perché attraverso l’assunzione della bevanda amara si arriva alla gioia della guarigione. È una grande stoltezza perdere la salute e rischiare la morte, rifiutando un po’ di amarezza. Leggiamo nel libro dei Proverbi: “Robaccia, robaccia!, ripete chi compra; ma mentre se ne va, allora se ne vanta” (Pro 20,14). Anche l’amma­lato ripete: “Questa bevanda è troppo disgustosa da bere” (Is 24,9); ma quando la malattia se n’è andata, allora se ne glorierà. E così fa anche il peccatore che dice: La penitenza è amara; ma quando l’anima sarà purificata dalla colpa, allora ne porterà vanto nella gloria celeste.

 

4. “Quando venne il tempo della purificazione di Maria”. L’anima così purificata, così detersa, deve offrire “un paio di tortore, oppure due giovani colombi” (Lc 2,24). Nelle due tortore sono raffigurate due specie di castità; nei due giovani colombi due specie di compunzione (pentimento). Li tratteremo entrambi.

La tortora, a motivo del suo canto, viene chiamata uccello pudìco. Se rimane senza il suo compagno, non si unisce ad altri, ma se ne vaga soletta e gemente. Ama la solitudine. D’inverno scende nelle convalli e si rifugia, quasi spoglia di penne, nelle cavità degli alberi; d’estate invece risale in montagna e lì si cerca una dimora. Allo stesso modo, il vero penitente, purificato con la mortificazione della mente e del corpo, non tollera più alcuna convivenza con il peccato mortale, perché, come dice Isaia, “Troppo corto sarà il letto per distendervisi, troppo stretta la coperta per avvolgervisi” (Is 28,20). È come se dicesse: La coscienza del giusto è così stretta per il timore di Dio, che il diavolo non vi trova posto per il riposo, perché i santi, come dice Giobbe, “che imprecano al giorno”, cioè alla prosperità mondana, “sono pronti ad evocare il Leviatan” (Gb 3,8); e la coperta della grazia divina, benché sia molto grande, sembra al giusto sempre corta e stretta, sì da non poter coprire due persone, cioè lo sposo e l’adultero, vale a dire Cristo e il peccato mortale.

Inoltre il giusto, mentre vive in questo corpo, è in esilio lontano dal Signore (cf. 2Cor 5,6), è privato cioè del suo diletto; e perciò vaga solitario, non si confonde con la turba turbata (agitata), ma cammina gemendo e dice: “Signore, davanti a te ogni mio desiderio, e il mio gemito a te non è nascosto” (Sal 37,10); ama la solitudine della mente e del corpo, e quindi dice: “Ecco, errando fuggii lontano e abitai nel deserto”(Sal 54,8). Durante l’inverno della misera condizione presente, privo delle penne delle cose temporali, si accontenta delle cose umili; ma quando giungerà l’estate dell’eterno splendore, allora se ne volerà alle altezze della patria celeste.

La colomba ha come canto il gemito, perché tutto il suo interno è pieno di fiele, e quindi sembra che si lamenti per l’eccesso di amarezza. Alcuni tuttavia sostengono che la colomba è priva del fiele: infatti non lo ha nello stesso posto degli altri uccelli. Non ferisce nessuno; non si ciba di cose morte; nutre i piccoli degli altri; sceglie sempre il grano puro; si ferma sopra le acque correnti per difendersi dall’avvol­toio; fa il nido nelle fenditure della roccia. Così il penitente prorompe in gemiti di dolore, perché è tutto pieno dell’amarezza della contrizione. Infatti dice: “Pìgolo come un rondine, gemo come una colomba” (Is 38,14).

Leggiamo nella storia naturale che se a un rondinino vengono cavati gli occhi, gli si riformano. Il penitente, avendo perduto l’occhio dell’amore divino, si lamenta e implora di ricuperarlo. Egli, nell’amarezza della sua anima, ripensa agli anni della sua vita (cf. Is 38,15), non rende male per male; non vive delle cose morte della rapina, anzi dà il suo agli altri; si sforza di strappare i peccatori al diavolo e li nutre con il cibo di vita eterna; sceglie solo il grano puro della fede cattolica; sosta sulle acque correnti delle lacrime per difendersi dagli inganni del diavolo; si rifugia nelle piaghe di Cristo, nelle quali costruisce il nido della speranza e ripone i suoi piccoli, cioè le sue opere buone.

La Glossa fa qui un’applicazione diversa: “Chi non dispone di un agnello [per il riscatto], cioè delle richchezze di una vita innocente, ricorra alle lacrime della compunzione, che sono raffigurate nei gemiti della tortora e della colomba. Ci sono due specie di compunzione: quella causata dalla paura dei castighi minacciati per i peccati, e quella che sentiamo quando, ardendo di desiderio dei beni celesti, gemiamo perché ci vengono dilazionati. E quindi ci è comandato di offrire due tortore o due piccoli colombi: uno in olocausto, quando siamo infiammati di amore per i beni celesti; l’altro per il peccato, quando piangiamo per le colpe commesse.

Parimenti “i primogeniti” raffigurano il buon inizio della nostra attività, che portiamo per così dire nel cuore e che dobbiamo attribuire alla grazia di Dio. Invece le opere cattive, siamo esortati ad espiarle con i frutti della penitenza. Infine, i cinque sicli, con i quali riscattiamo il nostro primogenito, consistono nel dolerci del nostro passato, nell’esporlo chiaramente nella confessione, nel partecipare alle sofferenze del prossimo, nel temere di tutte le cose del mondo, e nel perseverare sino alla fine.

Chi sarà purificato in questo modo, chi sarà offerto con tali sacrifici e riscattato con questo prezzo, senza dubbio sarà accolto per mano degli angeli nel tempio del cielo.

 

II. il compimento delle attese del giusto simeone

 

5. “A Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone” (Lc 2,25). Simeone si interpreta “che ascolta l’afflizione” (cf. Gn 29,33), e sta ad indicare il penitente che, sia che mangi, sia che beva, sia che faccia qualunque altra cosa, sempre sente quella voce terribile che dice: “Risorgete, o morti, e venite al giudizio!”, e dice con Giobbe: “Io ti sentivo con l’udito dell’orecchio, ma ora ti vedo con i miei occhi. Perciò mi ricredo e faccio penitenza su polvere e cenere” (Gb 42,5-6). Osserva che non è detto “con l’orecchio”, ma “con l’udito dell’orecchio”. Lo stolto, come l’asino, sente solo il suono della parola di Dio; invece il saggio ne percepi­sce la forza e la conserva nel cuore.

Si legge nella storia naturale che se le orecchie dei cervi sono rizzate, essi hanno un udito finissimo; se invece sono penzoloni, non sentono niente. Coloro che sono del mondo, rivolgono gli orecchi al mondo e quindi non sono in grado di ascoltare le cose di Dio. “Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio” (Gv 8,47). Invece i giusti, essendo da Dio, rivolgono l’udito verso l’alto per sentire l’affli­zione. “L’afflizione è un dolore silenzioso” (Isidoro). “Con l’udito dell’orecchio ti ho sentito” che predicavi: “Fate penitenza!” (Mt 4,17). “Ma ora ti vedo con i miei occhi” pendere dalla croce. E anche: “Ti ho sentito” affermare nel giudizio: “Ebbi fame, e mi avete dato da mangiare...” (Mt 25,35); “ora il mio occhio ti vede” seduto, in aspetto terribile, sul trono della tua maestà, “e quindi mi ricredo”, mi accuso nella confessione “e faccio penitenza” nell’umi­liazione della mente e nell’afflizione del corpo.

Il giusto Simeone è a Gerusalemme, perché la sua patria è nei cieli. Egli era un “uomo giusto e timorato, che aspettava il conforto di Israele, e lo Spirito Santo era in lui” (Lc 2,25-26). È detto “giusto” perché rispettava i diritti altrui e viveva secondo la legge. Il timore servile consiste nell’astenersi dal male per paura del castigo, e non per il piacere della giustizia. L’amore scaccia il timore, quando l’iniquità non attira, neppure se le viene assicurata l’impunità. Il timore casto invece è quello che ha l’anima di perdere la grazia stessa: quella grazia che ha fatto sì che essa non trovi più piacere nel peccare; è il timore che la grazia l’abbandoni, anche se non sarà punita con nessun castigo. L’amore non scaccia mai questo timore, perché esso dura per sempre (cf. Sal 18,10). Coloro che sono ancora pellegrini devono avere il timore più grande; minore sarà quello dei proficienti, di coloro cioè che sono vicini alla mèta; nullo, quello di coloro che vi sono arrivati. Il penitente dunque è giusto verso se stesso, timorato nei riguardi di Dio, e nel timore filiale aspetta non tanto la sua consolazione, quanto quella del prossimo. E così la grazia dello Spirito Santo è in lui e dalla sua ispirazione riceve la promessa sicura, che non vedrà l’eterna morte ma contemplerà Cristo faccia a faccia.

“Mosso dunque dallo Spirito, Simeone si recò nel tem­pio” (Lc 2,27). Tempio significa “tetto ampio”: il tetto protegge, e in quanto ampio accoglie le moltitudini. Il tempio raffigura l’amore di Dio e del prossimo: l’amore di Dio protegge, l’amore del prossimo accoglie. In tale tempio nessuno può entrare se non in spirito: non nella carne, perché è lo spirito che vivifica, “e lo Spirito è Dio” (Gv 4,24); la carne invece non giova a nulla (cf. Gv 6,64).

 

6. E continua Luca: “E mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù, per adempiere nei suoi riguardi la legge…” (Lc 2,27). Osserva che dice “il bambino Gesù” (puerum Iesum) e non “Gesù bambino” (Iesum puerum). Commenta la Glossa: Poiché la puerizia incomincia dopo i sette anni dell’infan­zia, Gesù viene chiamato spesso puer (servo) non tanto per l’età quanto per il servizio. Infatti dice il profeta: “Ecco il mio servo”(Is 42,1; Mt 12,18); perché “il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire” (Mt 20,28). Per noi quindi fu innanzitutto servo, che a noi ha servito, secondo quanto dice Isaia: “Mi hai fatto servire nei tuoi peccati, mi hai stancato con le tue iniquità” (Is 43,24). Per trentatré anni ci ha servito fedelmente; poi ha sofferto tanto da effondere sudore di sangue, e finalmente per nostro amore ha affrontato la morte.

O carissimi, quale ricompensa potremo dare a un servo così fedele? “E che cosa mai potrà essere adeguato ai suoi servizi?” (Tb 12,2). Certo potremo dirgli come Tobia a Raffaele: “Anche se io mi consegnassi a te come schiavo, non potrei ripagare degnamente i tuoi benefici” (Tb 9,2). E, infelici noi, quale ricompensa gli abbiamo dato? Ce lo dice egli stesso: “Mi rendevano male per bene, una desolazione per la mia anima” (Sal 34,12), perché non abbiamo permesso che il sangue della sua passione facesse frutto in noi. Per questo [Gesù] ha dato la sua anima, per conquistare la nostra; ma noi lo priviamo di questo frutto [della sua passione], quando con il peccato mortale diamo l’anima nostra al diavolo.

Giustamente quindi dice “il servo Gesù” (puerum Iesum), perché prima ci ha serviti e poi ci ha salvati. E nessuno mai sarà Gesù, cioèsalvo, se prima non è stato puer, cioè servo.

 

 

III. la benedizione di simeone

 

7. “Simeone lo prese tra le sue braccia” (Lc 2,28). O grande umiltà del Salvatore! Colui che è non contenuto dallo spazio, è sorretto dalle braccia di un vegliardo. Il vecchio uomo prende il bambino, insegnandoci a spogliarci dell’uomo vecchio, che si corrompe, e a indossare quello che è stato creato secondo Dio (cf. Col 3,9-10). Porta Cristo tra le brac­cia, colui che accoglie la parola di Dio non soltanto con la bocca ma con le opere della carità, come faceva Giobbe, quando diceva: “Lacero la mia carne con i miei denti e porto nelle mie mani la mia vita” (Gb 13,14). I denti, così chiamati perché in certo modo dividono (dividenti), sono i rimprove­ri e le accuse della confessione, con le quali il giusto lacera le sue carni, cioè i suoi peccati carnali, e in questo modo porta la sua anima con le mani delle sue opere, pronto a restituirla al suo Creatore, in qualunque momento gliela domandi; e allora con Simeone benedirà Dio: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola” (Lc 2,29).

Il servo che ha servito a lungo e che a lungo ha faticato, viene dal Signore mandato in pace secondo la parola della pace. Anche Stefano “si addormentò nel Signore” (At 7,60). Questa infatti è la parola del Signore: Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi, e vi farò riposare (cf. Mt 11,28). Perciò secondo la tua parola, lascia ora andare in pace il tuo servo. Ecco il puer e Gesù, ecco il servo e la salvez­za, perché è mandato in pace. Ora lasciami andare, perché finora ho faticato, fino ad ora ho aspettato, ma ora, cioè alla fine della mia misera condizione presente, lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace.

A proposito leggiamo in Giobbe: “Chi lasciò libero l’ònagro, l’asino selvatico, e chi ha sciolto i suoi legami? Ad esso ho dato per casa la solitudine, per dimora la terra salma­stra” (Gb 39,5-6). L’asino selvatico è il penitente, al quale Dio nello stato presente di miseria dà la casa nella solitudine della mente e una dimora da battaglia, da dove combatte ed è combattuto nell’amarezza del cuore. Di queste due cose dice Geremia: Spin­to dalla tua mano sedevo solitario, perché mi avevi riempito di amarezza (cf. Ger 15,17). Colui al quale Dio dà tali cose in questa vita, in morte lo manda libero dalla colpa e gli scioglie le catene del castigo. “Ora lascia, dunque, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola”.

 

8. “Perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza” (Lc 2,30). Osserva che Dio si vede in tre modi: in questa vita si vede con la fede, e si vede con la contemplazione; nella patria si vedrà faccia a faccia. Abbiamo quaggiù tre elementi: l’aria, l’acqua, la terra. Ci dice la storia naturale che gli uccelli, che volano nell’aria, hanno bisogno di una vista acuta, perché così, anche da grande altezza possono cercare e vedere il loro cibo. Gli occhi dei pesci invece sono umidi (bagnati), perché è necessario che abbiano una visuale larga a motivo dello spessore delle acque. Invece “i volatili” che non volano, che restano sempre a terra, come la gallina e simili, non hanno bisogno di vista molto acuta.

Gli uccelli dell’aria sono figura delle schiere angeliche in cielo, che nelle altezze della patria celeste con vista acuta e penetrante contemplano Dio, loro cibo, “nel quale – è detto – gli angeli desiderano fissare lo sguardo” (1Pt 1,12). I pesci nelle acque sono in contemplativi in pianto. Gli occhi bagnati sono le contemplazioni dell’anima devota: essi hanno una vista ampia, a motivo dello spessore delle acque, cioè della stessa contemplazione; essa infatti è così inaccessibile che non può essere penetrata se il contemplativo non è dotato di una vasta visuale di devozione. Solo allora i suoi occhi vedono la salvezza di Dio. I volatili che restano a terra raffigurano coloro che fanno vita attiva; essi, come le galline, nutrono i loro piccoli. Costoro non hanno una vista molto acuta: pur tuttavia anch’essi vedono la salvezza di Dio.

“Che hai preparato davanti a tutti i popoli” (Lc 2,31). Concor­da Isaia dove dice: “Il Signore ha preparato il suo santo braccio davanti agli occhi di tutte le genti” (Is 52,10). Il braccio del Padre è il Figlio, che è pronto ad abbracciare il figlio pròdigo che ritorna a lui. Dice Luca: “Gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Lc 15,20).

Nella prima venuta, il Padre presentò il Figlio a tutti i popoli, perché credessero in lui e lo amassero; nella seconda venuta lo presenterà perché ogni popolo lo veda (cf. Ap 1,7), ed egli renda a ciascuno secondo le sue opere (cf. Mt 16,27; Rm 2,6).

“Luce” è il Salvatore stesso, per mezzo della grazia, nella vita presente, “per illuminare le genti” (Lc 2,32). Per questo il Padre, per bocca di Isaia, dice: “Ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi” (Is 42,6-7); e Giobbe: “Strappa i segreti alle tenebre, porta alla luce l’ombra della morte” (Gb 12,22). Questo bambino che è luce nella vita presente, sarà in futuro la gloria del suo popolo, Israele (Lc 2,32), cioè di coloro che vedono Dio.

Si degni di concedercelo colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

IV. sermone allegorico

 

9. “L’ape è piccola tra gli esseri alati, ma il suo prodotto detiene il primato tra tutti i dolci sapori”. È una sentenza dell’Ecclesiastico (Eccli 11,3).

La storia naturale dice che l’ape genera senza amplesso, perché è insita in essa la facoltà di generare. L’ape di buona razza è piccola, rotonda, solida e compatta. L’ape è più linda degli altri volatili, e perciò il cattivo odore la infastidisce, mentre quello buono l’attrae. Non fugge alcun animale, e quando vola non cerca fiori diversi, e non passa da un fiore all’altro saltandone qualcuno, ma secondo il suo bisogno fa la raccolta da un fiore e poi ritorna all’alveare. Il suo cibo è il miele, perché vive di ciò che produce. Fa la casa nella quale possa abitare il re (la regina) delle api. E sulle pareti dell’alveare incomincia a costruire dall’alto, e non cessa mai di lavorare, scendendo a poco a poco finché arriva fino alla parte più bassa.

Così la Vergine Maria, nostra Signora, generò il Figlio di Dio senza carnale congiungimento, perché lo Spirito Santo scese su di lei e la potenza dell’Altissimo stese su di lei la sua ombra (cf. Lc 1,35). Questa buona ape fu piccola per l’umiltà, rotonda per la contemplazione della gloria celeste che non ha principio né fine, solida per la carità – colei che per nove mesi portò in grembo l’Amore non poteva essere senza amore –, compatta per la povertà, più pura di tutti per la verginità. Perciò il fetido odore della lussuria, non si dovrebbe neanche dirlo, le fa ribrezzo, mentre la delizia il soave profumo della purezza e della castità. Quindi, chi desidera piacere alla beata Vergine Maria fugga la lussuria e pratichi la purezza. Non rifugge da alcun animale, cioè da nessun peccatore, anzi accoglie tutti coloro che si rivolgono a lei, e per questo è chiamata Madre della misericordia: misericordia ai miseri, speranza ai disperati.

Dice lo sposo del Cantico dei Cantici: “Io sono il fiore del campo, il giglio delle convalli” (Ct 2,1). La Vergine Maria scelse, tralasciati tutti gli altri, questo fiore, a lui si unì e da lui ebbe tutto ciò di cui abbisognava. E Nazaret, dove concepì, si interpreta “fiore”, e quello fu il luogo che scelse fra tutti. Infatti il fiore che germoglia dalla radice di Iesse ama la patria che produce fiori. Il nutrimento della Vergine Maria è il Figlio suo, miele degli angeli, dolcezza di tutti i santi. Viveva di colui che nutriva, e colui al quale lei offriva il latte, dava a lei la vita.

Questa buona ape preparò la casa, cioè la sua anima, con l’umiltà, il suo corpo con la verginità, affinché in quella casa potesse dimorare il Re degli angeli. Osserva che l’ape incomincia a costruire dall’alto. Anche Maria incominciò a costruire non dal basso, cioè davanti agli uomini, ma dall’alto, al cospetto della divina Maestà; e a poco a poco, con discrezione e ordine, giunse ad essere conosciuta dagli uomini: e così colei che già era eletta al cospetto di Dio, divenne mirabile anche davanti a tutti gli uomini.

 

10. “Piccola tra gli esseri alati è l’ape”. Pur rifulgendo nella Vergine Maria moltissime virtù e tutte in sommo grado, l’umiltà fu di tutte la più grande. Perciò, quasi dimentica delle altre, manifesta prima di tutto l’umiltà, quando dice: “Ha guardato all’umiltà della sua serva” (Lc 1,48); per questo è detto: piccola tra gli esseri alati. Gli esseri alati, cioè i suoi meriti, volano fino al più alto dei cieli. Infatti è detto di lei: “Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti”, hanno cioè praticato le virtù, “ma tu le ha superate tutte” (Pro 31,29), perché più di tutte sei volata in alto. E pur essendo ricolma della ricchezza di tante virtù ed esaltata per l’abbondanza di tanti meriti, fu piccola, cioè umile, la nostra ape, che come oggi, nel tempio, offrì a Dio Padre il favo, cioè il Verbo incarnato, colui che è Dio e uomo.

Nel favo c’è il miele e la cera, in Gesù bambino la divinità e l’umanità. La storia naturale ci dice che il miele buono viene dalla cera nuova, e che il miele buono è simile all’oro. La cera nuova è la carne di Cristo, presa dalla carne purissima della Vergine gloriosa: in essa c’è il miele della divinità, indicata dall’oro. Infatti sta scritto: “Il capo dell’amato è oro purissimo” (Ct 5,11). “Capo di Cristo è Dio” (1Cor 11,3). E quindi noi oggi portiamo in processione le candele, accese al nuovo fuoco, quasi ripetendo quella processione che come oggi fecero Maria e Giuseppe, portando al tempio Gesù bambino, e Simeone e Anna profetando e cantando lodi.

Di questa processione dice il salmo: “Misericordia e verità si incontrarono, giustizia e pace si baciarono” (Sal 84,11). La misericordia della nostra salvezza è nel Reden­tore; la verità della promessa è in Simeone, al quale lo Spirito Santo aveva promesso che non avrebbe visto la morte prima di vedere Cristo Signore (cf. Lc 2,26); la giustizia (la santità) è in Maria e Giuseppe; la pace nella profetessa Anna, la quale non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere (Lc 2,37). Ecco quindi che oggi la misericordia andò al tempio e la verità le andò incontro, perché Simeone accolse Gesù bambi­no, e lì la giustizia e la pace si sono baciate. Nel bacio si devono notare l’unità e la concordia: ciò che Maria e Giuseppe credevano, anche Anna lo professò, e così furono uniti in un solo spirito.

Osserva inoltre che nella candela ci sono tre elementi: la cera, lo stoppino e la fiamma. La cera è la carne di Gesù Cristo, lo stoppino è la sua passione, la fiamma di fuoco è la potenza della sua divinità. “Adorna la tua dimora, o Sion, e accogli Cristo, il tuo Re” (Liturgia della Purificazione), perché come oggi lo raffiguri nella candela, così tu lo possa portare anche nell’anima tua. Nella cera è raffigurata la purezza dello spirito, nello stoppino l’infermità della carne, nella fiamma l’ardore della carità. Chi porta la candela con questi sentimenti, rivive degnamente l’evento. Perciò gloria e onore all’Ape vergine, che oggi ha offerto a Dio Padre il Favo.

Di lui si dice inoltre: “Il suo prodotto detiene il primato per la sua dolcezza”. Il prodotto dell’ape simbo­leggia il Figlio della Vergine. Sta scritto: “Benedetto il frutto del tuo ventre” (Lc 1,42), e “Il suo frutto è dolce al mio palato” (Ct 2,3). Questo frutto detiene l’inizio della dolcezza, ma ne detiene anche il centro e la fine, perché fu dolce nel grembo, dolce nel presepio, dolce nel tempio, dolce in Egitto, dolce nel battesimo, dolce nel deserto, dolce nella parola, dolce nel miracolo, dolce in sella all’asinello, dolce nella flagellazione, dolce sulla croce, dolce nel sepolcro, dolce negli inferi, e infinitamente dolce sarà nella gloria del cielo.

O dolce Gesù, che cosa è più dolce di te? Dolce è il tuo ricordo, più del miele e di tutte le altre dolcezze. Il tuo è nome di dolcezza, nome di salvezza. Che cosa significa Gesù, se non Salvatore? O buon Gesù, proprio per te stesso sii a noi Gesù, affinché tu che ci hai dato l’inizio della dolcezza, cioè la fede, ci dia anche la speranza e la carità, affinché vivendo e morendo in esse, meritiamo di arrivare fino a te.

Per le preghiere della Madre tua, concedici questo tu, che sei benedetto nei secoli. Amen.

 

V. sermone morale

 

11. “Tra i volatili piccola è l’ape”. Il nome ape deriva da a privativo, che significa senza, e pes, piede, per il fatto che sembra nasca senza piedi. Oppure le api si chiamano così perché si allacciano tra di loro con i piedi.

Dice la storia naturale che l’ape piccola è più laboriosa, e ha quattro ali sottili, il suo colore è scuro, ed è come bruciata. Le api ornate [più belle] appartengono al numero di quelle che non fanno niente: stanno da sole in disparte, cercano la solitudine e non fanno nulla di buono. Le api operaie raccolgono i fiori del salice, strofinano con essi la superficie dell’alveare, e lo fanno unicamente per eliminare gli animali nocivi; e se l’in­gresso all’alveare è largo, lo restringono. Durante l’inverno stanno bene in un posto caldo, in estate preferiscono un luogo fresco. E sentono l’arrivo dell’inverno e della pioggia, e ciò si desume dal fatto che in queste circostanze non vanno fuori e non si allontanano, ma volano solo tra gli alveari. E gli apicultori capiscono da questo quando sta per arrivare la pioggia. Osserva inoltre che tre cose soprattutto nuocciono alle api: il vento, il fumo e gli insetti. Quando si alza un forte vento, le api-custodi chiudono le aperture degli alveari, perché il vento non entri. Chi vuole togliere il miele alle api, le affumica, perché dal fumo vengono stordite. In fine, vengono danneggiate dagli insetti e altri animaletti: se le api sono robuste li ammazzano e li allontanano dall’alveare; le altre api, quelle deboli, per i danni che subiscono da tali insetti, vengono frenate nella loro attività. Consideriamo questi fatti singolarmente.

L’ape è figura del giusto, i cui piedi sono i sentimenti di amore, infusi in lui non dalla natura ma dalla grazia, giacché per natura siamo tutti figli dell’ira (cf. Ef 2,3). Da questi sentimenti sono legati vicendevolmente i giusti, e quindi l’Apostolo può dire: “Gareggiate nello stimarvi a vicenda”(Rm 12,10). E nell’Apocalisse è scritto che “i piedi dell’angelo erano come colonne di fuoco” (Ap 10,1). Così i sentimenti del giusto, del cristiano, devono essere colonna che sostiene la fragilità degli altri, fuoco per infiammarli dell’amore di Dio.

L’ape piccola, cioè il giusto umile, è in grando di compiere opere più grandi. Nel primo libro dei Re, leggiamo che Davide dice: “Io, tuo servo, ho abbattuto il leone e l’orso” (1Re 17,36). Chi si proclama servo si dimostra umile. Nel leone è raffigurata la superbia, nell’orso la lussuria. Quanta fatica sia distruggere in se stessi questi due vizi, lo sa chi l’ha provato. E osserva che è nominato prima il leone, perché se prima non è estirpata dal cuore la superbia, non può esser vinta la lussuria della carne. Le quattro ali del giusto sono il disprezzo di sé, il rifiuto del mondo, lo zelo per il prossimo e il desiderio del Regno; oppure sono anche le quattro virtù principali [cardinali], con le quali il giusto si eleva dalla terra e penetra nelle profondità dei cieli. Il suo colore è scuro, come bruciato; a questo proposito leggiamo nelle Lamentazioni: “Il loro volto si è fatto più nero del carbone, e nelle piazze non vengono più ricono­sciuti” (Lam 4,8). Il carbone spento è il povero di Cristo: il suo volto si è annerito per la fame e la sete, la fatica e il sudore, e quindi nella piazza del mondo, che è la gloria umana, non è più riconosciuto.

Le api ornate sono i religiosi vani e gli ipocriti, che si gloriano di un’onestà esteriore e dell’osservanza delle loro tradizioni, vivono in disparte, cercano la singolari­tà, e quindi nulla fanno di buono, perché vogliono piacere agli uomini.

Poi ci sono le api operaie, che strofinano gli alveari con i fiori del salice. Nel salice è raffigurata l’amarezza dell’astinenza, delle veglie e delle lacrime, con le quali i penitenti affliggono il loro corpo e quasi lo ungono, per proteggerlo dagli animali nocivi, cioè dalla lussuria e da tutto ciò che induce al male. Le persone carnali si cospargono di miele, cioè dei piaceri temporali, e perciò vengono assaliti da sciami di mosche, che sono i cattivi pensieri e le tentazioni, mentre questi insetti rifuggono dai giusti perché essi sono cosparsi di amarezza. “La nostra carne non ha avuto sollievo alcuno” (2Cor 7,5), afferma l’Apostolo. E se le aperture dell’alveare, cioè i sensi del corpo, sono larghe e aperte per la lascivia e la curiosità, le restringono e le riducono. “Chiusa la porta – cioè i sensi –, entra nella stanza della coscienza e lì prega il Padre tuo” (Mt 6,6).

In inverno, cioè nel tempo dell’avversità, è adatto ai giusti un luogo caldo, vale a dire un animo energico, affinché le avversità non li abbattano; nell’estate invece, cioè nel tempo della prosperità, è più adatto loro un luogo fresco, cioè un animo costante e risoluto, affinché la prosperità non li gonfi e li porti alla rovina. Infatti il calore dissolve, mentre il freddo indurisce e consolida.

Sentono l’arrivo dell’inverno e della pioggia, vale a dire prevedono le tentazioni. In Giobbe così è detto del cavallo, cioè del giusto: “Da lontano fiuta la battaglia, gli urli dei capi e il fragore della mischia” (Gb 39,25). I capi sono le tentazioni subdole, che sotto l’apparenza della virtù hanno l’aria di esortare alla ragionevolezza; l’esercito è l’appetito carnale, che come un lupo ulula sfrontatamente. Ma il giusto, con l’olfatto della discrezione, li fiuta entrambi da lontano e da entrambi si guarda attentamente.

Tutto questo sta a indicare che il giusto, quando si accorge che sta per scatenarsi la tentazione, non esce (da se stesso) attraverso i sensi del corpo, ma si raccoglie dentro di sé, e lì si innalza nel volo della contemplazione. Infatti leggiamo nella Sapienza: “Rientrato nella mia casa – cioè nella coscienza – riposerò con la sapienza” (Sap 8,16). La sapienza deriva il suo nome da sapore, quello che viene gustato nella contemplazione.

E osserva ancora che tre cose soprattutto nuocciono al giusto: il vento della superbia: quando soffia, il giusto, che è custode di se stesso, deve chiudere le aperture degli alveari, cioè dei sensi del corpo, per non esserne danneggiato. Giobbe: “Un vento impetuoso si scatenò da oltre il deserto, investì i quattro lati della casa, che rovinò su se stessa e uccise i suoi figli” (Gb 1,19). Giobbe, che vuol dire “dolente”, è il penitente; i suoi figli sono le sue opere; la casa è la coscienza; i quattro lati sono le quattro virtù cardinali; il deserto è la malizia del diavolo; la superbia che irrompe impetuosa da questo deserto scuote la coscienza, la quale viene sradicata dalla sua stabilità, e crolla; crollando distrugge le opere della penitenza, perché prima della rovina il cuore si insuperbisce, e la superbia ha in se stessa la sua rovina (cf. Pro 18,12).

C’è poi il fumo dell’avarizia, che acceca gli occhi dei sapienti. Quando i demoni vogliono togliere a uno le dolcezze dello spirito, gli soffiano contro il fumo della concupiscenza. È detto infatti nel libro dei Giudici che Abimelech – nome che significa “mio padre, re” –, e tutto il suo popolo tagliarono i rami degli alberi, ne fecero un immenso mucchio, vi appiccarono il fuoco e incendiarono il presidio con tutti gli uomini e le donne che vi erano dentro, e così avvenne che per il fumo e il fuoco restarono uccise circa mille persone (cf. Gdc 9,48-49). L’albero è il mondo, i suoi rami le ricchezze e i piaceri. Il diavolo, che è il padre e “il re di tutti i figli della superbia” (Gb 41,25), con tutta la turba dei demoni, taglia dal mondo le ricchezze e i piaceri, vi mette sotto il fuoco dell’ava­rizia, e ahimè, uccide migliaia di uomini e di donne col fumo della concupiscenza.

In fine i piccoli animali, cioè le lusinghe della carne e i pensieri impuri, sono dannosi al giusto; egli, se è forte e costante li uccide e li allontana da sé; ma se è debole ed effeminato, anche le sue opere saranno deboli e rese effeminate dai pensieri impuri e dalle lusinghe della carne.

Esposte queste cose sulle qualità delle api, ritorniamo al nostro argomento.

 

12. “Tra le creature alate piccola è l’ape”. Le creature alate sono i santi. Di essi dice Matteo: “Guardate gli uccelli del cielo”, che si levano cioè verso il cielo della contemplazione, “essi non seminano” la vanità, “né mietono” la tempesta – di tale seme infatti tale è il frutto –, “e perciò non ammassano” la dannazione “nei granai” dell’in­ferno (Mt 6,26).

Tra questi volatili c’è la piccola ape, cioè l’umile penitente che si reputa indegno di tanto consesso (la compagnia dei santi) e perciò si fa piccolo; per questo si avvera di lui ciò che segue: “Il suo frutto detiene l’inizio della dolcezza”. In proposito il salmo dice: “Sarà come un albero piantato lungo i corsi d’acqua” (Sal 1,3). L’albero è il penitente, che è piantato lungo i corsi d’acqua, cioè nell’abbondanza delle lacrime e delle grazie; la sua radice è l’umiltà; il tronco che dalla radice procede è l’obbedienza; i rami sono le opere di carità che si estendono sia all’amico che al nemico; le foglie sono le parole di vita eterna; i frutti sono la gloria celeste, che ha il princi­pio, il centro e una fine senza fine. L’inizio è la soavità della contemplazione, che il penitente in qualche misura assapora; il centro è il riposo dell’a­nima dopo la morte del corpo; la fine senza fine è la duplice stola di gloria nella beatitudine eterna.

Si degni di concederci tutto questo colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

ANNUNCIAZIONE

DELLA Beata VERGINE MARIA (2)

 

1. In quel tempo: “L’angelo Gabriele fu mandato da Dio...” (Lc 1,26).

In questo brano evangelico consideriamo tre momenti:

- l’invio di Gabriele alla Vergine,

- l’annuncio del concepimento del Signore,

- l’intervento dello Spirito Santo.

 

I. l’invio di gabriele alla vergine

 

2. “Fu inviato l’angelo Gabriele”. Gabriele s’interpreta “Dio, mio conforto”, e a questo proposito leggiamo in Isaia: “Dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete! ecco, Dio stesso verrà e vi salverà” (Is 35,4). Siamo soliti confortare, soprattutto, tre categorie di persone: il malato, l’afflitto, il pauroso.

Il genere umano si trovava in tutte e tre queste situazioni: era malato da oltre cinquemila anni e non trovava alcun rimedio; era afflitto perché privato delle delizie del paradiso terre­stre; viveva nella paura del diavolo, che con una mano lo colpiva e con l’altra lo trascinava all’inferno. Ma grazie a Dio, fu mandato finalmente il conforto che risanò il malato, consolò l’afflitto, rese intrepido il pauroso. Fu inviato dunque l’angelo Gabriele, il fausto messaggero da una lontana terra, fresca acqua all’anima assetata. Ecco il ristoro all’anima assetata, ormai allo stremo per l’arsura e che sta venendo meno per il languore: fresca acqua, acqua della sapienza che porta la salvezza.

E dove viene mandato? “In una città della Galilea” (Lc 1,26). Galilea si interpreta “ruota”, e anche “emigrazione”. Chi si trova in difficoltà per queste due cose, ha bisogno di conforto. La ruota si chiama così perché rotola, (lat. ruit) corre. Il genere umano correva di peccato in peccato e alla fine emigrava nell’inferno. Dice Geremia: “Giuda è emigrato per la miseria e la dura schiavitù; ha dimorato tra le genti (i pagani) senza trovare riposo; tutti i suoi persecutori l’hanno raggiunto tra le angosce” (Lam 1,3). Dalla schiavitù del peccato avveniva il passaggio alla dannazione dell’inferno. In così grande angoscia era vera­mente necessario il conforto, che rivolgesse verso la vita quella ruota che correva alla morte, e così avvenisse il passaggio alla gloria. “Vi precederà – dice il vangelo – in Galilea: lì lo vedrete” (Mt 28,7). “La città si chiamava Nazaret” (Lc 1,26), che vuol dire “fiore”, oppure anche “unzione”, ossia “consacrazione”, perché lì c’era il fiore della verginità, l’unzione della grazia settiforme [per i sette doni dello Spirito], lì la consa­crazione della Vergine gloriosa.

 

3. L’angelo è inviato “a una Vergine” (Lc 1,27). Un riferimento a questo lo troviamo nella Genesi: “Rebecca era una splendida fanciulla, era vergine, bellissima, e nessun uomo le si era unito” (Gn 24,15-16). Rebecca, nome che significa “molto ha ricevu­to”, è la beata Vergine Maria, che veramente ha ricevuto molto, perché ha concepito il Figlio di Dio. E della bellezza della Madre, il Figlio stesso dice: “Tu sei bella, amica mia, soave e leggiadra come Gerusalemme” (Ct 6,3). Bella per l’umiltà, amica per la carità, soave per la contemplazione, leggiadra per la verginità, come la Gerusalemme celeste, dove abita Dio: e la Vergine è la sua abitazione. “Chi mi ha ha creata – è detto – riposò nella mia tenda” (Eccli 24,12), cioè nel mio grembo.

“La vergine era promessa sposa ad un uomo di nome Giuseppe” (Lc 1,27). Ecco il commento di san Beda: “Volle nascere [il Figlio di Dio] da una donna sposata, affinché per mezzo di Giuseppe fosse conosciuta la sua discendenza, e anche perché non venisse lapidata come adultera, e perché la fanciulla avesse il sostegno di un uomo che fosse anche il testimone della sua integrità, e infine perché il diavolo non potesse scoprire il mistero”. L’antico Giuseppe, figlio di Giacobbe, fu salvatore, perché salvò dalla fame l’Egitto. Questo Giuseppe salvò la beata Vergine dall’infamia. Il Signore preferì che qualcuno dubitasse della sua origine, piuttosto che dell’illibatezza della Madre. Sapeva infatti che la riputazione, in fatto buoni costumi, è molto facile a perdersi.

“Era della casa di Davide” (Lc 1,27). Questo va riferito non soltanto a Giuseppe ma anche alla Vergine: ambedue erano discendenti di Davide. C’era il comando di Dio: “Tutti gli uomini sposeranno donne della loro tribù e della loro parentela; e tutte le donne sposeranno uomini della stessa tribù” (Nm 36,7-8).

“E il nome della vergine era Maria” (Lc 1,27). Nome dolce, nome delizioso, nome che conforta il peccatore, nome che infonde la beata speranza. Chi è Maria se non la stella del mare, cioè la via luminosa che guida al porto coloro che sono ancora in balìa dei flutti dell’amarezza? Nome amato dagli angeli, terribile per i demoni, salutare per i peccatori, soave per i giusti.

 

4. “E l’angelo entrò da lei” (Lc 1,28). Colei alla quale l’angelo entrò, era nell’interno, era occupata nella lettura o nella contemplazione, era sola, e custodiva la sua solitudine. Dice Osea in proposito: “La condurrò in un luogo solitario e parlerò al suo cuore” (Os 2,14).

“Le disse: Ave!” (Lc 1,28), cioè senza “guai!” (a privativo, vae!, guai), senza il triplice “guai!” dell’Apocalisse: “Guai, guai, guai agli abitanti della terra!” (Ap 8,13). Maria infatti fu immune dalla concupiscenza della carne, dalla concupiscenza degli occhi e dalla superbia della vita (cf. 1Gv 2,16), perché fu casta, fu povera e fu umile.

“Piena di grazia” (Lc 1,28) perché, prima fra tutte le donne, offrì a Dio il dono sublime della verginità, e perciò fu degna di godere della visione dell’angelo e del suo collo­quio, e diede al mondo l’autore di tutta la grazia. “Piena di grazia”, perché “il profumo dei tuoi unguenti supera tutti gli aromi. Un favo stillante sono le tue labbra” (Ct 4,10-11), sulle quali è diffusa la grazia (cf. Sal 44,3).

“Il Signore è con te” (Lc 1,28): Egli per il tuo amore alla castità, cosa assolutamente nuova, ti ha innalzata alla sublimità del cielo, e poi, per mezzo della natura umana da lui assunta, ti ha consacrata con la pienezza della divinità. “Il Signore è con te”. “Un grappolo di uve di Cipro è per me il mio diletto” (Ct 1,13), e quindi piena del vino della grazia.

“Benedetta tu fra le donne” (Lc 1,28). Concordano le parole che leggiamo nel libro dei Giudici: “Benedetta fra le donne Giaele”, – nome che si interpreta “colei che aspetta Dio” – “sia benedetta fra le donne della tenda” (Gdc 5,24). Veramente benedetta colei che aspettò colui che è la benedizione di tutti, e aspettando lo accolse. Veramente benedetta colei che non fu né sterile, né violata; feconda senza rossore, gravida senza gravezza, puerpera senza dolore; colei che, unica tra tutte le donne, fu vergine e madre, e generò Dio.

 

5. “Sentendo quelle parole ella rimase turbata” (Lc 1,29). Leggiamo nel vangelo di Giovanni: “Un angelo di tanto in tanto scendeva nella piscina e l’acqua si agitava” (Gv 5,4). L’agitazione dell’acqua raffigura il turbamento di Maria alla visione dell’angelo e al suo insolito saluto.

“Si domandava che senso avesse un tale saluto” (Lc 1,29). Maria è turbata per pudore, e nella sua prudenza si meraviglia a quella inusitata formula di benedizione. “Chi si fida con troppa facilità è di animo leggero” (Eccli 19,4). È meravigliosa questa unione di pudore e di prudenza, affinché il pudore non risulti affettato e la prudenza indiscreta.

Ma l’angelo disse: “Non temere, Maria!” (Lc 1,30). Come uno che ha familiarità con lei, la chiama per nome. Le ordina di non temere, “perché hai trovato grazia presso Dio” (Lc 1,30). Leggiamo nel libro di Ester: “Quando il Re Assuero vide la regina Ester in piedi davanti a lui, piacque ella ai suoi occhi e stese verso di lei, in segno di clemenza, lo scettro d’oro che teneva in mano. Ed ella, avanzando, baciò la sommità dello scettro” (Est 5,2).

Assuero, nome che significa “beatitudine”, raffigura Dio, beatitudine degli angeli, ai cui occhi piacque la nostra Regina Ester, nome che vuol dire “preparata nel tempo”, cioè per il tempo della nostra salvezza. Lo scettro d’oro è la grazia celeste che Dio infuse in lei, quando la riempì di grazia più di tutte le altre donne; e lei, che di sì grande grazia non fu certo ingrata, si avvicinò con l’umiltà, e baciò con la carità.

 

II. l’annuncio del concepimento del signore

 

6. “Ecco concepirai e partorirai un figlio” (Lc 1,31). Dice il beato Bernardo: “I miracoli sono due, ma sono tra loro mirabilmente congiunti: Dio che diventa Figlio, la Vergine che diventa Madre. A Madre Vergine non convenne altro Figlio; a Dio Figlio non convenne altro parto”. Osserva poi che Cristo è concepito a Nazaret, nasce a Betlemme, viene crocifisso a Gerusalemme, in un luogo piuttosto alto. Cristo dunque è concepito nell’umiltà, nasce nella carità, che è la casa del pane, viene croci­fisso in elevazione.

 

7. “E lo chiamerai Gesù” (Lc 1,31). Fa’ attenzione a questo fatto: di cinque personaggi si legge nella Scrittura che sono stati chiamati per nome da Dio, ancora prima di essere conce­piti nel grembo materno. Il primo fu Isacco: “Sara, tua moglie, ti partorirà un figlio e lo chiamerai Isacco”(Gn 17,19). Il secondo fu Sansone: “Disse l’angelo alla moglie di Manoach: Concepirai e partorirai un figlio... egli sarà Nazireo di Dio” (Gdc 13,3-5). Il terzo fu Giosia: “Ecco, nascerà un figlio nella casa di Davide, di nome Giosia” (3Re 13,2). Il quarto e il quinto furono Giovanni Battista e Gesù Cristo. In questi cinque “personaggi” sono indicate le cinque categorie degli eletti.

In Isacco, che vuol dire “sorriso”, sono indicati i caritatevoli, che hanno sempre il sorriso nell’animo. Leggiamo infatti in Giobbe: “Se sorridevo loro, non osavano crederlo, e la luce del mio volto non cadeva per terra” (Gb 29,24). Il volto dell’anima è la ragione, la cui luce è la grazia. Di essa è detto: “È segnata sopra di noi la luce del tuo volto, Signore” (Sal 4,7). Il caritatevole serve con il sorriso della devozione, e i detrattori non gli credono, anzi lo calunniano; ma non per questo la sua luce deve “cadere in terra”; al contrario continua ad operare nella luce della ragione e nel gaudio della mente.

Così in Sansone, nome che significa “il loro sole”, sono indicati i predicatori della parola di Dio: essi, con la parola e con l’esempio, devono essere il sole per coloro ai quali predicano. “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14), è detto nel vangelo. Il sole è la fonte del calore e della luce; il calore e la luce sono la vita e la dottrina, le quali, a guisa di fiumi sgorgano, come da fonte, da coloro che predicano, per arrivare a quelli che ascoltano. La vita deve essere fervida, la dottrina luminosa.

In Giosia, che significa “dov’è l’incenso” o anche “dov’è il sacrificio”, sono indicati i veri religiosi, nei quali c’è l’incenso della preghiera devota e il sacri­ficio della mortificazione corporale. Essi dicono: “Potes­simo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato: tale sia oggi il nostro sacrificio, perché sia gradito al tuo cospetto” (Dn 3,39-40).

Nel Battista sono designati tutti i penitenti e i buoni laici, che si purificano e si santificano nel Giordano, cioè nel fiume del giudizio, vale a dire nelle lacrime e nella confessione, nell’elargire elemosine e nel compiere le altre opere di misericordia.

In fine, in Gesù Salvatore sono raffigurati i degni prelati della chiesa, dei quali il profeta Abdia dice: “Saliranno vittoriosi sul monte Sion, per giudicare il monte di Esaù, e il regno sarà del Signore” (Abd 1,21). Il monte di Sion è l’elevatezza della vita santa, alla quale devono salire i prelati: solo così potranno giudicare, o anche condannare il monte di Esaù, vale a dire la superbia dei carnali, e così in se stessi e di se stessi faranno al Signore un regno. Amen.

 

III. l’intervento dello spirito santo

 

8. Domanda Maria: “Come può avvenire questo, dato che io non conosco uomo?” (Lc 1,34). È chiaro che colei che domanda come avverrà una cosa, crede che quella cosa sarà fatta. Domanda come potrà avvenire ciò, dato che aveva promesso di non conoscere uomo, a meno che Dio non avesse disposto diversamente. E commenta Ambrogio: “Quando Sara sorrise alla promessa di Dio e quando Maria disse: Come potrà avvenire questo?, perché non sono ambedue diventate mute, come avvenne a Zaccaria? Ma Sara e Maria non dubitano che avvenga ciò che viene promesso: domandano solo come avver­rà. Zaccaria invece nega di sapere, nega di credere, e domanda qualche altro segno che aumenti la sua fede. E quindi riceve il segno del silenzio, perché i segni sono dati non ai fedeli ma agli infedeli.

“E rispondendo l’angelo disse: Lo Spirito Santo scenderà su di te” (Lc 1,35). Giacché prima aveva detto “piena di grazia”, e qui dice “scenderà”, dà a capire che come da un vaso già pieno, se vi si aggiunge qualcosa, ciò che vi è aggiunto trabocca, così alcune gocce della sua grazia sarebbero traboccate su di noi. Lo Spirito Santo, discendendo sulla Vergine e nella sua anima, la rese inaccessibile ad ogni bruttura di vizio, perché fosse degna del parto celeste, e con la sua azione, dalla carne della Vergine, creò nel suo grembo il corpo del Redentore.

“Su di te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo” (Lc 1,35). In queste parole sono indicate le due nature del Salvatore, perché l’ombra è prodotta dalla luce e da un corpo che vi si frappone. La Vergine non poteva contenere la pienezza della divinità: ma la potenza dell’Altissimo la coprì della sua ombra, quando l’incorporea luce della divinità assunse in lei il corpo dell’umanità e così fosse in grado di “portare” Dio.

“Colui che nascerà da te sarà dunque santo, e sarà chiamato Figlio di Dio” (Lc 1,35). Gesù nasce santo: colui che dovrà vincere la condizione della natura corrotta non è concepito da unione o congiungimento carnale. Noi, soggetti alla condizione della natura corrotta, possiamo venir santificati dalla grazia. Fu conveniente che colei che al di là di ogni legge concepì restando vergine, generasse il Figlio di Dio al di sopra di ogni legge e umana consuetudine.

“Ed ecco Elisabetta”, ecc. (Lc 1,36). Affinché la Vergine non dubitasse di poter partorire, le fu portato l’esempio di una donna sterile e anziana che avrebbe partorito, per riconoscere così che tutto è possibile a Dio, anche ciò che sembra contrario all’or­dine della natura.

 

9. “Allora Maria rispose: Ecco la serva del Signore” (Lc 1,38). Non si insuperbisce per l’eccezionalità del privilegio, ma memore in tutto della sua condizione e della degnazione divina, si professa la serva del Signore, lei che è scelta ad essergli Madre, e con grande deferenza fa voti che la promessa dell’angelo si avveri.

“Avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1,38). E in quel momento, dalla Vergine fu concepito Cristo, uomo perfetto nell’anima e nella carne, tuttavia in modo tale che con lo sguardo non si potevano distinguere le forme del corpo e delle membra.

Si crede che sia stato concepito il 25 marzo e, passati trentatré anni, sia morto lo stesso giorno, colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

IV. sermone morale

 

10. “L’angelo Gabriele fu mandato, ecc.” Abbiamo sentito in che modo la Vergine Maria concepì il Figlio di Dio Padre; sentiamo ora brevemente in quale modo l’anima concepisce lo spirito della salvezza.

Nella Vergine Maria vediamo raffigurata l’anima fedele: vergine per l’integrità della fede; dice infatti l’Apostolo: “Vi ho promessi ad un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo” (2Cor 11,2); Maria, cioè stella del mare, per la professione della stessa fede. “Con il cuore si crede per ottenere la giustizia”, ecco la vergine; “con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rm 10,10), ecco la stella che dall’amarezza del mondo guida al porto dell’eterna salvezza. Questa vergine abita a Nazaret di Galilea, vale a dire “nel fiore della trasmigrazione”. Il fiore è la speranza del frutto. L’anima fedele infatti spera di trasmigrare, di passare dalla fede alla visione, dall’ombra alla verità, dalla promessa alla realtà, dal fiore al frutto, dal visibile all’invisibile. Dicono i pastori: “Andiamo fino a Betlemme” (Lc 2,15), perché lì troveremo buoni pascoli, il pane degli angeli, il Verbo incarnato. E in Isaia leggiamo: “Gioia degli ònagri, pascolo delle greggi” (Is 32,14). Negli ònagri sono raffigu­rati i giusti, il cui gaudio saranno i pascoli delle greggi, vale a dire lo splendore e la beatitudine degli angeli, perché insieme con gli angeli si pasceranno, godranno cioè della visione del Verbo incarnato.

A questa vergine viene inviato l’angelo Gabriele, il cui nome si interpreta “Dio mi ha confortato”; in lui è indicata l’infusione della grazia divina, senza il cui conforto l’anima viene meno. Infatti Giuditta prega: “Dammi forza, Signore, Dio d’Israele, in quest’ora. E con il pugnale colpì due volte al collo Oloferne e gli staccò la testa” (Gdt 13,9-10). Oloferne s’interpreta “indebolisce il vitello ingrassato”: in esso è raffigurato il peccatore che, impinguato con il grasso delle cose temporali, viene dal diavolo spogliato delle virtù, e così si indebolisce e si ammala. La testa di Oloferne è la superbia del diavolo. Dice la Genesi: “Essa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gn 3,15): nel calcagno è indicata la fine della vita.

La Vergine Maria stritolò la superbia del diavolo con l’umiltà, ma questi la insidiò, per così dire, al calcagno nella passione del Figlio suo. Chi vuole strappare da se stesso la superbia del diavolo, deve colpire due volte. La duplice percossa è il ricordo della nostra nascita e il pensiero della nostra morte. Chi medita assiduamente su questi due momenti della sua vita, strappa da sé la superbia del diavolo, ma prima è necessario che implori il sostegno della grazia divina. “Agite virilmente, e il vostro cuore sarà confortato!” (Sal 30,25).

 

11. “Entrato l’angelo da lei”. Qui è posta in evidenza la solitudine dell’anima, che rimane sola con se stessa, leggendo nel libro della propria miseria e ricercando la dolcezza divina; per questo merita di sentirsi dire: Ave! Il nome di Eva, che s’interpreta “guai!” o “sventura”, se viene letto al contrario diventa Ave. L’anima che si trova nel peccato mortale è Eva, ossia guai e sventura; ma se si converte alla penitenza, si sente dire Ave, vale a dire senza guai (a, senza, vae!, guai!).

“Piena di grazia”. Chi versa ancora qualcosa in un vaso pieno, perde ciò che ci versa. Così anche nell’anima, se è piena di grazia, non vi può entrare la sozzura del peccato. La grazia riempie ogni spazio e non lascia vuoto alcun angolo, nel quale possa restare o entrare ciò che le è contrario. Chi compra tutto, vuole tutto possede­re; e l’anima è così grande che nessuno può riempirla, se non Dio solo, il quale, come dice Giovanni, “è infinita­mente più grande del nostro cuore e conosce tutte le cose” (1Gv 3,20). Un vaso ben pieno trabocca da ogni parte. Dalla pienezza dell’anima ricevono tutti i sensi perché, come dice Isaia, “sarà sabato dal sabato” (Is 66,23), vale a dire dalla pace interiore verrà la pace dei sensi e delle membra.

“Il Signore è con te”. Al contrario, leggiamo nell’Esodo: “Non verrò con te, perché tu sei un popolo di dura cervice” (Es 33,3), cioè disobbediente e superbo. È come se dicesse: Verrei con te, se tu fossi umile. Perciò all’umile promette: “Tu sei mio servo: se dovrai attraversare le acque sarò con te e i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare” (Is 43,1­2).

Nelle acque è raffigurata la suggestione diabolica; nei fiumi la gola e la lussuria; nel fuoco il denaro e l’abbondanza delle cose materiali; nella fiamma la vanagloria. Il servo, cioè l’umile, con il quale sta il Signore, passa illeso attraverso le suggestioni del diavolo, perché né la gola né la lussuria lo coprono. Chi ha la testa totalmente coperta non può né vedere, né odorare, né parlare e neppure udire distintamente; così chi è totalmente coperto dalla gola e dalla lussuria, viene privato della facoltà di contemplare, di discernere, di riconoscere il suo peccato e di obbedire. L’umile, anche se cammina attraverso il fuoco delle cose temporali, non resta bruciato né dall’avarizia né dalla vanagloria.

 

12. “Tu sei benedetta fra le donne”. Si legge nella storia naturale che le donne sentono la compassione più intensamente dell’uomo, più presto versano lacrime, e hanno una memoria più tenace (Aristotele). In queste tre qualità è indicata la pietà verso il prossimo, la devozione delle lacrime, il ricordo della passione del Signore. Leggiamo nel Cantico dei Cantici: “Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore (Ct 8,6): il tuo amore, per il quale sei morto. Benedette quelle anime che hanno queste tre qualità; tra esse è benedetta con il privilegio di una speciale benedizione l’anima fedele e umile, ricca di opere di carità.

E in merito a questa benedizione, continua: “Ecco, concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù”. Leggiamo ancora nella storianaturale che le donne gravide hanno dei dolori, perdono l’appetito e la loro vista si annebbia; altre donne, divenute incinte, aborriscono il vino, perché bevendolo perdono le forze. Questo avviene anche nell’anima, quando, sotto l’azione dello Spirito Santo, concepisce lo spirito della salvezza (cf. Is 26,18): incomincia a pentirsi del suo peccato, sente ripugnanza delle cose temporali, dispiace a se stessa – questo è il significato dell’an­neb­biamento della vista –, lei che era solita ammirarsi con compiacenza, e aborrisce il vino della lussuria. Da questi segni potrai giudicare se l’anima ha concepito lo spirito della salvezza, che in seguito partorirà, quando produrrà frutto nella luce delle opere buone; e a questo frutto metterà nome salvezza (Gesù), perché tutto ciò che fa, lo fa in vista della salvezza. È l’inten­zione – è stato detto – che qualifica l’opera. Infatti l’anima fedele agisce per piacere a Dio, per ottenere il perdono dei peccati, per edificare il prossimo, e per conseguire la salvezza eterna.

Si degni di concedere anche a noi la salvezza, colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

V. sermone allegorico

 

13. “Ci fu un vento (lat. spiritus) grande e forte, da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu il terre­moto, ma il Signore non era nel terremoto. E dopo il terre­moto ci fu il fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il soffio di un vento leggero” (3Re 19,11-12), e lì c’era il Signore. In queste parole del terzo libro dei Re troviamo un riferimento ai quattro eventi della festa odierna: il saluto dell’angelo, il turbamento di Maria, l’intervento dello Spirito Santo, l’incarnazione del Figlio di Dio.

 

14. Il saluto dell’angelo: “Ave, piena di grazia”, è indicato dalle parole: “Un vento (spirito) impetuoso e gagliardo”. Questo saluto è detto “spirito” perché è un saluto spirituale, mandato per mezzo di uno spirito angeli­co; “grande”, perché fa grandi promesse; “forte”, perché proviene dall’onnipotente Re della gloria, per mezzo del forte Gabriele.

Queste tre parole corrispondono anche alle tre parti del saluto dell’angelo. “Ave, piena di grazia”, ecco lo spirito. Qui non c’è nulla dalla terra, nulla dalla carne, ma tutto è dallo spirito, perché viene dalla grazia. La prima donna, Eva, è terra dalla terra, carne dalla carne, osso da osso; a lei è detto: “Guai (Vae, Eva), moltiplicherò le tue sofferenze e partorirai nel dolore (Gn 3,16). Invece a Maria, la cui vita era già nei cieli (cf. Fil 3,20), viene detto: Ave, piena di grazia!

E osserva che l’angelo non disse: Ave, Maria!, ma: Ave, piena di grazia! Noi invece diciamo: Ave, Maria!, cioè “stella del mare”, perché siamo ancora in mezzo al mare, siamo sbattuti dai flutti, sommersi dalla tempesta, e perciò gridiamo: Stella del mare!, per arrivare con il suo aiuto al porto della salvezza. È lei che salva dalla tempesta coloro che la invocano, che mostra la via, che guida al porto. Invece gli angeli non hanno bisogno di essere salvati dal naufragio, perché sono già al sicuro nella patria: lo splendore di Dio li illumina e la loro lampada è l’Agnello (cf. Ap 21,23). E quindi l’angelo non dice: Ave, Maria! Noi miseri, invece, gettati in mare, lontani dalla sguardo degli occhi di Dio, sbattuti a ogni istante dalle tempeste, posti ai confini della morte, imploriamo a ogni istante: Ave, Maria!

“Il Signore è con te”, ecco il grande. Vera­mente grande, perché per nove mesi portò e nutrì nel suo grembo colui che i cieli e la terra non possono contenere (cf. 3Re 8,27; 2Par 2,6).

“Benedetta sei tu fra le donne”, ecco il forte. Leggiamo nel libro dei Giudici: “Sia benedetta fra le donne Giaele, che stese la mano sinistra al picchetto e la destra al martello da fabbro, e colpì Sisara al capo” (Gdc 5,24.26). E ancora nel libro di Giuditta: “Una donna ebrea da sola ha gettato la vergogna nella casa del re Nabucodonosor. Ecco che Oloferne giace per terra e la sua testa non è più attaccata al tronco” (Gdt 14,16). “Ozia, capo del popolo, disse a Giuditta: Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo, più di tutte le donne che sono sulla terra”(Gdt 13,23). Il picchetto, con il quale si chiude l’ingresso della tenda, è la verginità di Maria. “Questa porta rimarrà chiusa: non verrà aperta, nessun uomo vi passerà” (Ez 44,2). Il martello, che ha la forma della lettera ti (T), è la croce della passione del Signore. Sisara, nome che significa “esclusione dalla gioia”, è il diavolo che continuamente si sforza di escludere gli uomini dall’eterna felicità. Egli fu ucciso dalla verginità di Maria e dalla passione del Figlio suo; restò all’oscuro del loro segreto e per la loro potenza fu privato dei suoi poteri. Ben a ragione quindi: Sei benedetta fra tutte e sopra tutte le donne, tu che hai portato lo sgomento nella casa del diavolo, che hai tronca­to la testa del tiranno e ci hai riportato la pace.

E continua: “da spaccare i monti”, cioè la superbia, e “spezzare le rocce”, vale a dire la cattiveria e la malizia dei demoni. “Il Signore, nella sua potenza ti ha benedetta” – o benedetta fra gli angeli –, e per mezzo tuo ha annienta­to i nostri nemici” (Gdt 13,22), ha stroncato la loro arroganza e distrutto la loro protervia.

“Non nel vento c’è il Signore”, perché durante questo saluto dell’angelo non avvenne l’incarnazione del Verbo. Infatti Maria dapprima domanda in che modo, domandando viene edotta, quando ha compreso dà il suo assenso, e dando il suo assenso concepisce. Si deve procedere ordinatamente, e salire gradatamente.

 

15. Il turbamento della beata Vergine: “E dopo il vento il terremoto (lat. commotio)”. “A quelle parole – dice Luca – ella rimase turbata”, forse perché si sentì dire “benedetta fra le donne”, lei che già era benedetta tra gli angeli. Leggiamo nel libro di Giuditta: “Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu sei la letizia di Israele, lo splendido onore del nostro popolo, perché hai agito virilmente e il tuo cuore è stato intrepido, perché hai amato e praticato la castità” (Gdt 15,10). Forse rimase turbata anche perché sentiva affermare di se stessa, ciò che non sentiva di essere. Scrive Gregorio: “È caratteristica degli eletti avere di sé un concetto molto più modesto di quello che hanno gli altri nei loro riguardi. Perfezione della virtù è non vedere la propria virtù e nascondere a propri occhi ciò che agli occhi altrui è evidente. Maria ci ha dato l’esempio, affinché anche noi ci turbiamo quando siamo lodati, e stimiamo noi stessi meno di quanto siamo o di quanto sentiamo dire dagli altri.

Leggiamo nella storia naturale che le conchiglie, che producono le perle con la rugiada che scende dal cielo, se sfolgora improvvisamente un bagliore, sono prese da grande spavento e sùbito si rinchiudono, perché temono che il loro prodotto venga macchiato. Così anche la Vergine Maria, che dalla rugiada del cielo – “stillate rugiada dall’alto, o cieli” (Is 45,8) – concepì la “perla preziosa” degli angeli, lei che si turbò per l’im­prov­viso bagliore dell’apparizione angelica. Per questo cantiamo nella liturgia del­l’Av­vento: “Si turbò la Vergine per la luce improvvisa” (Breviario Romano, antico ufficio). Così anche noi, se con la rugiada della grazia vogliamo concepire la perla di una vita santa, al bagliore della lode umana dobbiamo subito temere, dobbiamo abbassarci e umiliarci e, per non distrarci, chiuderci nel raccoglimento, per non correre il rischio di perdere, per causa dell’approvazione degli uomini, il bene che abbiamo fatto. “Non nel terremoto c’è il Signore”, vale a dire non nel turbamento di Maria avvenne l’incarn­azione del Verbo.

 

16. L’intervento dello Spirito Santo. “E dopo il terremoto ci fu il fuoco”. “Lo Spirito Santo scenderà su di te”. Fuoco che non brucia, ma che illumina.

Osserva che il fuoco vince tutti gli ostacoli; non può essere contenuto, e trasforma in rinforzo della sua azione le cose nelle quali si accende; si trasmette a tutto ciò che in qualche modo gli si avvicina; è rinnovatore e non perde vigore quando si propaga. Allo stesso modo lo Spirito Santo, uguale al Padre e al Figlio, supera tutti gli ostacoli. “Lo Spirito del Signore – leggiamo – si librava sulle acque” (Gn 1,2), come la mente del­l’ar­­te­­fice si libra sull’opera che sta eseguendo. La sua potenza non si può contenere, “e non sai di dove viene e dove va” (Gv 3,8). Infiamma di sé le anime nelle quali si accende e le rende capaci di infiammare gli altri. Si dà a tutti, e quelli che gli si avvicinano sentono il suo calore. È rinnovatore, e per questo diciamo: “Manda il tuo Spirito: tutto sarà ricreato, e rinnoverai la faccia della terra” (Sal 103,30). Solleva in alto la mente; per quanto diffonda ed espanda la sua grazia, rimane sempre immutabile in se stesso.

Questo fuoco discese sulla Vergine e la riempì del carisma della grazia. Ma neppure in questo fuoco avvenne l’incarnazione del Verbo, perché aspettava l’assenso della Vergine. Nessuno infatti può concepire Dio nella sua mente se non con l’assenso della mente stessa. Tutto ciò che c’è nell’anima senza il consenso, non può giustificare l’uomo.

 

17. E finalmente avviene l’incarnazione del Figlio di Dio. “E dopo il fuoco ci fu un soffio, il mormorio di un vento leggero”, e lì c’era il Signore. “Ecco la serva del Signo­re” – questo è il mormorio –, “avvenga di me quello che hai detto”. E in quel momento “il Verbo si fece carne” (Gv 1,14).

Osserva che il mormorio si fa con le labbra un po’ strette. La Vergine Maria “restrinse”, diminuì se stessa: la Regina degli angeli si dichiarò serva, e così oggi il Signore guardò all’umiltà della sua serva (cf. Lc 1,48). E questo concorda con ciò che leggiamo nel libro di Giuditta: “Il gran sacerdote Ioakim andò da Gerusalemme a Betulia, per vedere Giuditta” (Gdt 15,9). Ioakim, nome che si interpreta “la sua preparazione”, raffigura Gesù Cristo che disse: “Vado a prepararvi un posto” (Gv 14,2), e che “con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario” (Eb 9,12).

Egli oggi, dalla Gerusalemme celeste andò a Betulia, nome che significa “casa che partorisce il Signore”, cioè dalla beata Vergine Maria, che lo partorì; egli stesso in persona volle vederla, volle in lei abitare e da lei prendere la sua carne.

A lui onore e gloria nei secoli eterni. Amen.

 

VI. sermone morale

 

18. “Ecco un vento grande e forte”. Qui si devono conside­rare quattro eventi: l’ira del giudice venturo, la sentenza contro i dannati, la geenna di fuoco, la gloria dei beati.

L’ira del giudice venturo. Leggiamo in Isaia: “Spirito del giudizio per colui che siede sul trono” (Is 28,6); e “In quel giorno il Signore con la sua spada inflessibile, grande e forte farà vendetta del Leviatan, serpente forte e tortuoso, e ucciderà il drago che sta nel mare” (Is 27,1). La spada raffigura il Figlio, che il Padre brandirà nel giudizio. Una spada brandita fa due cose: produce lampi di splendore e tremolii d’ombra. Così Cristo nel giudizio mostrerà ai giusti la gloria della divinità, e agli ingiusti la forma assunta di uomo, affinché vedano “colui che hanno trafit­to”(Gv 19,37; Ap 1,7). Questa spada è inflessibile, perché non si piegherà né per preghiere né a nessun prezzo; grande, perché arriverà a tutti; forte, perché tutto distruggerà.

Ecco dunque che nel giorno del giudizio il Padre, nella persona del Figlio, sbaraglierà il Leviatan, cioè il diavolo e i suoi seguaci, colui che è detto serpente per l’astu­zia, rigido, cioè inflessibile, per la superbia, tortuoso per l’invidia, drago per le rapine. Così sono anche i suoi seguaci, con i quali il diavolo vive in una familiarità amara, nell’amarezza del peccato. Allora quel vento “spaccherà i monti”, cioè i superbi e i potenti di questo mondo, “e frantumerà le pietre”, cioè i cuori induriti.

 

19. La sentenza contro i dannati. “E dopo il vento, il terremoto”. Dice Isaia: “Con grande fragore sarà spezzata la terra”, cioè il superbo; “con grandi fenditure si spaccherà la terra”, cioè l’avaro; “con grandi cataclismi sarà sconvolta la terra”, cioè l’ira­condo; “come un ubriaco traballerà fortemente la terra”, cioè l’ingordo e il lussurioso (cf. Is 24,19-20). Giorno e notte il Signore grida: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati”(Mt 11,28), ma essi non vogliono andare; in quel giorno si sentiranno dire: “Via da me, maledetti!” (Mt 25,41). Quale sarà lo sconvolgimento, lo strepito, il tumulto, il dolore e i gemiti, lo stridore e il pianto, quando quella belva, il diavolo, sarà precipitato nell’infer­no insieme con tutti gli empi!

 

20. La geenna di fuoco. “E dopo il terremoto, il fuoco”. “Ecco, il Signore verrà con il fuoco, e le sue quadrighe saranno come il turbine. Riverserà indignato la sua ira, la sua minaccia con fiamme di fuoco: con il fuoco infatti il Signore farà giustizia” (Is 66,15-16). E ancora: “Metterà fuoco e vermi nelle loro carni, saranno bruciati e tormen­tati in eterno” (Gdt 16, 21).

 

21. La gloria dei beati. “E dopo il fuoco, il soffio, il mormorio di un vento leggero”: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno”(Mt 25,34). Allora il Signore sarà dolce e soave, degno di lode e amabile, pietoso e benigno. Non sarà così però nello spirito di indignazione, nello sconvolgimento della dannazione, nella geenna del fuoco, bensì nel soffio del vento leggero, cioè dell’ineffabile sua misericordia. Dice in proposito Zaccaria: “Con un sibilo li chiamerò a raccolta, perché li ho riscattati” (Zc 10,8). Allora, come dice Isidoro, i santi conosceranno perfettamente quale bene ha loro procurato la grazia, e quale sarebbe stata la loro sorte se la misericordia divina non li avesse scelti gratuitamente, e come sia vero ciò che si canta nel salmo: “Misericordia e giustizia canterò a te, o Signore!” (Sal 100,1). Questo dobbiamo credere con assoluta certezza: nessuno si salverà se non per la misericordia che non gli è dovuta; nessuno si dannerà se non per una condanna che gli è dovuta.

Guardiamoci dunque, o carissimi, dal vento della superbia, dal turbamento del­l’ava­rizia e dell’ira, dal fuoco della gola e della lussuria, tutte cose nelle quali non c’è il Signore. Umiliamoci nel soffio, nel mormorio della nostra confessione e della nostra accusa, nella brezza leggera della mansuetudine e della pace, perché qui c’è il Signore. Così nel giorno del giudizio meriteremo di sentirci dire: “Venite, benedetti!”

Ce lo conceda colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

SERMONI FESTIVI

 

 

I vari codici che riportano gli scritti di sant’Antonio, presentano questi sermoni con le parole: “Sermoni per le varie solennità che si celebrano lungo il corso dell’anno liturgico, e per le feste di alcuni santi, dal Natale del Signore fino alla festa dei santi apostoli Pietro e Paolo”.

Si tratta di venti sermoni che l’edizione critica in lingua latina raggruppa nel terzo volume.

In questa edizione in lingua italiana si è preferito, per la comodità dei lettori, di inserirne alcuni nel loro tempo liturgico, secondo la disposizione del nostro tempo. Sono i sermoni di Natale, di santo Stefano protomartire, di san Giovanni evangelista, dei santi Innocenti, della Circoncisione del Signore, dell’Epifania, dellInizio del digiuno (mercoledì delle Sacre Ceneri), della Cena del Signore (Giovedì Santo), del giorno di Pasqua, delle Rogazioni, della solennità dell’Ascensione e di quella di Pentecoste.

Per le due solennità mariane, Purificazione e Annunciazione della beata Vergine Maria, il Santo ha composto un duplice sermone. In questa edizione li abbiamo uniti agli altri quattro, portando così a sei il totale dei Sermoni Mariani.

In questa parte del volume sono riportati gli ultimi sei sermoni: la Conversione di san Paolo, la Cattedra di san Pietro, la festa dei santi apostoli Filippo e Giacomo, l’Invenzione della Santa Croce, la Natività di san Giovanni Battista e la festa dei santi apostoli Pietro e Paolo.

 

 

 

 

CONVERSIONE DI SAN PAOLO

 

 

1. In quel tempo Simon Pietro disse a Gesù “Ecco che noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mt 19,27).

In questo vangelo si devono considerare due fatti:

- l’eccelsa dignità degli apostoli nel giudizio finale,

- la ricom­pensa di coloro che lasciano le cose transitorie.

 

I. l’eccelsa dignità degli aspostoli nel giudizio finale

 

2 “Ecco che noi abbiamo lasciato tutto”. Pietro, “agile corridore, che fa la sua corsa” (Ger 2,23), dice: “Ecco che noi abbiamo lasciato tutto”.

Pietro, ti sei comportato saggiamente: non potevi certo, carico di pesi, tener dietro a colui che corre. Poco prima aveva sentito il Signore che affermava: “In verità vi dico: diffi­cilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli” (Mt 19,23); e quindi per entrarvi con facilità lasciò tutto.

Che cosa si intende per “tutto”? Le cose esteriori e quelle interiori, cioè le cose possedute e anche la volontà di possedere, in modo tale che non ci è rimasto assolutamente nulla (alla lett. nessuna reliquia, dal lat. relinquere, lasciare). Dice il Signore per bocca di Isaia: “Distruggerò anche il nome di Babilonia, ogni sua reliquia (resto), germe e stirpe” (Is 14,22). Il nome di Babilonia sta a indicare i termini che esprimono la proprietà, come mio e tuo. Cristo ha distrutto negli apostoli non soltanto questo nome, ma anche le reliquie della proprietà; e non solo queste, ma anche il germe, cioè la tentazione di avere, e la stirpe, cioè la volontà di possedere.

Beati i religiosi nei quali queste cose vengono distrut­te, perché a buon diritto anch’essi potranno dire: “Ecco che noi abbiamo lasciato tutto”.

Guardate gli apostoli che volano. Dice Isaia: “Chi sono costoro che volano come le nubi, e come le colombe alle loro colombaie”? (lat. ad fenestras, alle finestre) (Is 60,8). Le nubi sono leggere. Gli apostoli, deposto il peso del mondo, volano leggeri, sulle ali dell’amore, dietro a Gesù. Dice Giobbe: “Conosci tu forse le grandi vie delle nubi e la scienza perfetta?” (Gb 37,16). Grande via è il lasciare tutto: via stretta durante il pellegrinaggio di questa vita, ma larga e grande nel momento della ricompensa. Scienza perfetta è amare Gesù e camminare dietro a lui. Questa fu la via e questa fu la scienza degli apostoli, che come colombe volarono alle loro finestre.

“Finestre” è come dire “che portano fuori” (lat. ferentes extra). Gli apostoli e gli uomini apostolici, semplici e innocenti come colombe, se ne volarono lontano dalle cose terrene in modo da custodire le finestre dei sensi, per non uscire attraverso di esse a quelle cose esteriori che avevano abbandonato. Per queste finestre è uscita quella colomba senza cuore, che si lasciò sedurre. Racconta la Genesi che Dina, figlia di Giacobbe, uscì a vedere le fanciulle di quella regione. La vide Sichem, che la rapì e violò la sua verginità (cf. Gn 34,1-2). Così l’anima sventurata viene portata all’esterno attraverso i sensi del corpo per vedere le bellezze monda­ne; e mentre va errando qua e là, con il suo consenso viene rapita dal diavolo, e il risultato è la sua rovina. Quale diversità di volo! Gli apostoli dalle cose terrene volano a quelle celesti; costei dalle cose celesti scende a quelle terrene; questa vola verso il diavolo, quelli verso Cristo.

 

3. “E ti abbiamo seguìto” (Mt 19,27). Per te abbiamo lasciato tutto, siamo diventati poveri. Ma poiché tu sei ricco, ti abbiamo seguito perché tu renda ricchi anche noi. Sono più miserabili di tutti gli uomini quei religiosi che lasciano tutto, e tuttavia non seguono Cristo. Essi ne hanno un doppio danno: sono privati di ogni consolazione esteriore, e non hanno neppure quella interiore; mentre i mondani, anche se mancano di quelle interiori, hanno almeno le consolazioni esteriori.

“Abbiamo seguito te”, noi creature abbiamo seguito il Creatore, noi figli il padre, noi bambini la madre, noi affamati il pane, noi sitibondi la sorgente, noi malati il medico, noi stanchi il sostegno, noi esuli il paradiso. “Ti abbiamo seguito”: Noi corriamo alla fragranza dei tuoi profumi(cf. Ct 1,3), perché “il profumo dei tuoi unguenti supera tutti gli aromi (Ct 4,10).

Si legge nella Storia Naturale che la pantera è un fiera di meravigliosa bellezza e che il suo odore è talmente inebriante da superare ogni altro profumo. Perciò, quando gli altri animali ne fiutano la presenza, subito le si avvicinano e la seguono, perché si sentono rinvigoriti in modo straordinario dalla sua vista e dal suo odore (Aristotele e Plinio). Quanto grande sia l’amabilità e la bellezza del Signore nostro Gesù Cristo, lo sperimentano i beati nella patria, ma anche i giusti lo pregustano in qualche misura in questa vita. E quando gli apostoli costatarono la sua amabilità, lasciato tutto, lo seguirono.

“Noi ti abbiamo seguito: che cosa dunque ne otterremo?” (Mt 19,27). Dice Giobbe: “Come coloro che cercano un tesoro, e si rallegrano grandemente quando trovano un sepolcro” (Gb 3,21-22). Il tesoro nel sepolcro è figura di Dio nel corpo assunto dalla Vergine.

O apostoli, avete già trovato il tesoro, ormai lo possedete interamente. E che cosa cercate di più? “Che cosa ne otterremo?”. E che cosa cosa volete avere ancora? Conser­vate ciò che avete trovato, perché egli è tutto ciò che cercate. In lui – dice Baruc – c’è la sapienza, la pruden­za, la fortezza, l’intelligenza, la longevità e il nutri­mento, la luce degli occhi e la pace (cf. Bar 3,12.14). C’è la sapienza che tutto crea; la prudenza con cui governa le cose create, la fortezza con la quale tiene a freno il diavolo, l’intelligenza con la quale tutto penetra, la longevità che rende eterni i salvati, il nutrimento con il quale li sazia, la luce che illumina, la pace che conforta e rassicura.

 

4. “E Gesù disse loro: In verità vi dico: Voi che mi avete seguito” (Mt 19,28). Il Signore non dice: “Voi che avete lasciato tutto”, ma: “Voi che mi avete seguito”: ciò che è proprio degli apostoli e dei perfetti. Sono molti quelli che lasciano tutto, ma che tuttavia non seguono Cristo, perché, per così dire, trattengono se stessi. Se vuoi seguire e conseguire, è necessario che tu lasci te stesso. Chi segue un altro nella via, non guarda a se stesso, ma all’altro che ha costituito guida del suo cammino. Lasciare se stesso significa non confidare in sé in nessun caso, ritenersi inutile anche quando si è fatto tutto ciò che è stato comandato (cf. Lc 17,10), disprezzare se stesso come un cane morto o una pulce(cf. 1Re 24,15), nel proprio cuore non anteporsi a nessuno, reputarsi peggiore di tutti i più grandi peccatori, considerare tutte le proprie opere buone come un panno di donna immonda (cf. Is 64,6), mettere se stesso davanti a sé e piangersi come morto, umiliarsi profondamente in ogni occasione e abbandonarsi totalmente a Dio. Sentiamo che cosa è promesso a coloro che così si comportano.

“Nella nuova creazione” (lat. in regeneratione) – la prima rigenerazione avviene nell’anima per mezzo del battesimo; la seconda avverrà nel corpo il giorno del giudizio, quando i morti risorgeranno incorrotti (cf. 1Cor 15,52) –, “quando il Figlio dell’uomo”, cioè Gesù che nella condizione di servo fu sottoposto a giudizio qui in terra, “sarà seduto”, eserciterà il suo potere di giudice “sul trono della sua gloria”, che è la chiesa, dove sarà manifestata la sua onnipotenza, “sederete anche voi su dodici troni” (Mt 19,28). Se soltanto i dodici apostoli, seduti sui dodici troni, saranno giudici con Cristo nel giorno del giudizio, dove sederà Paolo, “vaso di elezione” (At 9,15), che oggi da lupo è stato trasformato in agnello, che ha faticato più di tutti (cf. 1Cor 15,10), che fu rapito fino al terzo cielo, dove fu messo a parte di segreti che all’uomo non è lecito rivelare? (cf. 2Cor 12,2.4). Dove sederà, io mi chiedo, un sì grande uomo, se nel tribunale ci sono per i giudici soltanto dodici troni, dal momento ch’egli afferma: “Non sapete che noi giudicheremo gli angeli?” (1Cor 6,3), si intende gli angeli cattivi.

Per questo, è necessario sapere che il numero dodici è usato per indicare la pienezza del potere, e che nelle dodici tribù d’Israele sono indicati tutti coloro che dovran­no essere sottoposti a giudizio. Ecco dunque che i poveri, insieme con Gesù povero, figlio della Vergine poverella, giudicheranno con giustizia tutto il mondo (cf. Sal 9,9; 95,13). Dice anche Giobbe: “Dio non salva gli empi, e lascerà il giudizio ai poveri” (Gb 36,6). Dice “ai poveri” e non ai ricchi, “la cui gloria costituirà la loro confusione” (Fil 3,19). Infatti saranno confusi, quando vedranno seduti in giudizio con Cristo, e con Cristo giudicare, coloro che un tempo, in questo mondo, avevano deriso e schernito (cf. Sap 5,3).

 

II. ricompensa di coloro che lasciano i beni terreni

 

5. La ricompensa di coloro che lasciano i beni terreni è indicata nelle parole: “Chiunque avrà lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, [o moglie (Lc 18,29)], o figli, o campi, ecc.” (Mt 19,29), avrà cioè posto il mio amore al di sopra di tutti gli affetti terreni.

 

6. Senso morale. La casa simboleggia l’abitudine cattiva, i fratelli i sensi del corpo, le sorelle i pensieri oziosi della mente, il padre il diavolo, la madre la sensualità, la moglie la vanità del mondo, i figli le opere, il campo le preoccupazioni terrene.

Seguendo il procedimento della generazione umana, determiniamo anche quella del peccatore, che da figlio di Dio diventa figlio del diavolo. Dalla suggestione del diavolo e dalla concupiscenza della sensualità, come da due semi, viene generato il peccatore. Infatti è detto in Ezechiele: “Tuo padre è Amorreo, tua madre Cetea” (Ez 16,3).

Amorreo s’interpreta “che rende amaro” (amaricans). Di quale amarezza sia il diavolo, lo sanno coloro che sono stati contaminati dalla sua dolcezza, che è come il verme (cf. Is 66,24). Nessuno può sentire bene l’amarezza di una cosa, se prima non ha bevuto qualcosa di dolce. Dice Abacuc: “Guai a colui che dà da bere al suo amico, versandogli il fiele e ubriacandolo, per vedere la sua nudità. Sarà ricolmo di ignominia, non di gloria” (Ab 2,15-16). Il diavolo, per ingannare più facilmente e perché il peccatore beva più tranquillo, offre dapprima il miele del piacere, per poi inoculargli l’amarezza della morte mnetre il miele viene avidamente sorbito; e così il peccatore, amico del diavolo, viene subito spogliato della grazia di Dio, e nella vita futura, in cambio della gloria del mondo, sarà coperto dell’ignominia dell’inferno.

Cetea s’interpreta “schiacciata”. E questa è la concupiscenza della carne, che dev’essere schiacciata sotto il giogo dell’umiltà; infatti dice l’Ecclesiastico: “Il giogo e la fune piegano il collo duro, e la fatica continua doma lo schiavo. Per lo schiavo cattivo tortura e catene; fallo faticare perché non stia in ozio, poiché l’ozio insegna molte cattiverie” (Eccli 33,27-29). Lo schiavo raffigura la sensualità, la cui protervia si piega con il giogo dell’umiltà, la cui lascivia si frena con il tormento dell’astinenza e la catena dell’obbedienza.

Ecco il padre e la madre del peccatore, i cui fratelli sono gli illeciti appetiti dei sensi. Questi sono i fratel­li di Giuseppe, che lo calarono in una vecchia cisterna (cf. Gn 37,20). Giuseppe raffigura lo spirito dell’uomo; la vecchia cisterna è il peccato mortale o anche l’inferno. Questi fratelli, come dice Giovanni, vogliono che lo spirito partecipi a questa festa (cf. Gv 7,8), cioè alla gloria delle cose temporali. Di essi dice Giobbe: “I miei fratelli mi sono passati avanti, come il torrente che scorre rapido verso le valli” (Gb 6,15). Verso le valli scendono le immondizie. I sensi della carne corrono vorticosamente verso le valli della gola e della lussuria, senza curarsi della rovina dello spirito.

Ci sono poi le “sorelle”, così chiamate da seme, perché esse sole con i fratelli fanno parte della stretta parentela. Le sorelle del peccatore sono i pensieri lascivi della mente, che nascono dal seme della suggestione diabolica. Di essi dice Ezechiele: “Ci furono due donne, figlie della stessa madre, che si prostituirono in Egitto. I nomi loro: quello della maggiore Oolla e quello della minore Ooliba” (Ez 23,2-4). Due sono, in modo particolare, i pensieri dei quali per lo più si rende colpevole la mente del peccatore: la bramosia del denaro e il piacere della lussuria, che sono come due sorelle prostitute.

E infine la “moglie” del peccatore è la vanità del mondo. E questa è Gezabel, moglie di Acab, della quale leggiamo nel terzo libro dei Re: “Istigato da Gezabel, sua moglie, Acab commise molti abomini, adorando gli idoli” (3Re 21,25-26). Gezabel s’interpreta “flusso di sangue”, o “sangue che fluisce” o anche “letamaio”. E questa è la vanità del mondo, dalla quale scorre il sangue di tutti i peccati, e che nel momento della morte sarà cambiata in letamaio. Si legge infatti nel primo libro dei Maccabei: “La gloria del peccatore è sterco e vermi. Oggi è esaltato, domani non si trova più, perché si è cambiato in terra, e il suo disegno fallirà” (1Mac 2,62-63). Questa moglie non permette che il suo uomo se ne stia in pace, ma lo istìga ad adorare gli idoli, cioè a commettere ogni sorta di peccato, e perciò si rende ripugnante a Dio.

 

7. Dopo che il diavolo ha dato moglie al suo figlio, vuole che da essa generi dei figli, nipoti del diavolo stesso: in essi sono raffigurate le opere vane, inutili, le opere delle tenebre, degne della morte eterna. Dice in proposito Neemia: “Vidi che i Giudei prendevano in moglie donne moabite, e i loro figli parlavano la lingua di Azoto e non sapevano parlare giudaico” cioè ebraico (2Esd 13,23-24). Moab s’interpreta “dal padre”, Azoto “incendio” o “fuoco”. Così anche oggi molti cristiani e religiosi prendono mogli, cioè seguono le vanità del mondo, generate dal diavolo, e da esse generano figli, vale a dire opere che non sanno parlare giudaico, non sanno cioè lodare Dio, ma parlano solo la lingua di Azoto, coltivano cioè l’incendio della gola e della lussuria e il fuoco dell’avarizia.

Ecco “la generazione iniqua e perversa” (Dt 32,5), alla quale il diavolo fornisce la casa delle cattive abitudini. Questa è la casa e la fornace di ferro dell’Egitto di cui dice l’Esodo: “Ricordatevi di questo giorno nel quale siete usciti dall’Egitto e dalla casa della schiavitù” (Es 13,3). Il giorno è il sole che splende sulla terra; il sole è la grazia di Dio la quale, mentre illumina la mente, libera dalla schiavitù delle cattive abitudini. Il peccatore già liberato deve ricordarsi di “questo giorno” e renderne sempre grazie a Dio.

Il diavolo dà anche i campi delle preoccupazioni terrene. Campo si dice in lat. ager, perché in esso si lavora, lat. àgitur. Dice la Genesi: “Caino disse ad Abele, suo fratello: Andiamo fuori. Quando furono nel campo, Caino si avventò su Abele e lo uccise” (Gn 4,8). Caino s’interpreta “possesso”, Abele “pianto”. Nel campo delle preoccupazioni terrene, il possesso delle ricchezze uccide il pianto della penitenza. Questo è l’Akel­damà, vale a dire il campo del sangue (At 1,19). Matteo però dice campi (Mt 19,29), e non campo, proprio per il grande numero delle preoc­cupazioni materiali.

Coloro, dunque, che avranno lasciato tutte queste cose, in questo mondo riceveranno il centuplo, cioè i beni spirituali i quali, paragonati ai beni materiali, e soprattutto per il loro valore intrinseco, sono come il numero cento paragonato a un numeretto. Dice Marco: “Riceverà cento volte tanto nella vita presente, con persecuzioni”, cioè in questa vita piena di persecuzio­ni, “e nell'aldilà la vita eterna” (Mc 10,30).

Al possesso di questa vita ci conduca colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

III. sermone allegorico

 

8. Giuseppe comandò che sulla bocca del sacco del fratello più giovane, Beniamino, fosse posta la sua coppa d’argento (cf. Gn 44,1-2). Troviamo un riferimento a queste parole nel libro dei Proverbi: “Argento pregiato è la lingua del giusto” (Pro 10,20). Beniamino fu dapprima chiamato Ben-oni, cioè “figlio del mio dolore”, e solo in seguito Beniamino, vale a dire “figlio della destra” (cf. Gn 35,18). Egli è figura del beato Paolo il quale, scrivendo ai Filippesi, dice di se stesso: “Io, circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto all’osservanza della legge; quanto a zelo, persecutore della chiesa di Dio” (Fil 3,5-6).

Ecco Ben­oni. Prima fu infatti figlio del dolore, e solo dopo figlio della destra. Dicono gli Atti: “Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore...” (At 9,1). Saulo s’interpreta “tentazione”. Dove c’è tentazione c’è dolore. Senti la tentazione e il dolore: “Saulo intanto imperversava contro la chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione” (At 8,3). Il Capo della chiesa era in cielo, i piedi camminavano sulla terra, e Saulo li calpestava, li opprimeva. Per questo il Capo dal cielo gridava: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 9,4; 22,7). Saulo tentava, e il Capo soffriva e gridava: Tentazione, tentazione, perché mi perseguiti? E che cosa ne ricaverai? Ecco, ne ricaverai che per una sola persecuzione sarai battuto cinque volte con le verghe, ricevendo ogni volta quaranta colpi meno uno (cf. 2Cor 11,24). Subirai anche tu le tentazioni “nei numerosi viaggi, con pericoli di fiumi e pericoli di briganti” (2Cor 11,26). Sei figlio del dolore, e dolore dovrai sostenere perché tre volte sarai flagellato, una volta lapidato e tre volte farai naufragio (cf. 2Cor 11,25).

Abbiamo sentito di Ben­oni, sentiamo anche di Beniamino, e come il figlio del dolore sia stato oggi cambiato nel figlio della destra: quella Destra che oggi ha abbattuto il lupo e l’ha fatto rialzare agnello. Racconta Luca: “E mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo. Cadde in terra e udì una voce che gli diceva” in ebraico: “Saulo, Saulo!...”, ecc. (At 9,3-4). Destrasuona, in latino, quasi come dans extra “che dà fuori”. La destra dell’Onnipotente “diede fuori” un tale colpo sul duro collo del rinoceronte, che lo fece cadere a terra. “Lo avvolse” in pieno giorno “una luce dal cielo” che superava lo splendore del sole. O pietoso e benigno intervento della Destra! Tu colpisci con il flagello della luce, rimproveri con voce accorata: “Perché mi perseguiti?” (At 9,4). Oggi si è avverato ciò che era scritto: “La destra del Signore ha fatto meraviglie!” (Sal 117,16). La destra del Signore, abbattendo il persecutore Saulo lo ha esaltato, poiché del lupo ha fatto un agnello, del persecutore della chiesa un suo predicatore.

 

9. “La destra del Signore ha operato meraviglie”, quando sulla bocca del sacco ha riposto la sua coppa d’argento. “Va’, Anania, poiché costui è per me un vaso di elezione, per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele” (At 9,15). La coppa d’argento è figura della sapienza luminosa ed eloquente, che Giuseppe, cioè Cristo, pose come speciale prerogativa nel cuore e nella bocca del più giovane Benia­mino, cioè del beato Paolo. Beniamino era il più piccolo e l’ultimo tra i suoi fratelli; e Paolo, nella prima lettera ai Corinzi dice: “Ultimo fra tutti, il Signore apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono il “minimo”, l’infimo degli apostoli e non sono neppure degno di essere chiamato apostolo”, ecc. (1Cor 15,8-9). Minimo è un termine che viene da mònade (l’uni­tà), perché non c’è numero più piccolo dell’unità. O umiltà delminimo! Egli non si gloria, non si esalta per il dono della sapienza e dell’eloquenza, non per la grandezza delle rivelazioni e dei miracoli, non degli arcani segreti che ha udito, ma piange su se stesso per la persecuzione che ha scatenato contro la chiesa. “Io non sono neppure degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio” (1Cor 15,9).

Guai a noi miseri, che nascondiamo ai nostri occhi i nostri numerosi peccati per non vederli; e se una sola cosa buona abbiamo fatto, che è quasi niente, ce la mettiamo davanti agli occhi e la ostentiamo agli altri. Dovremmo fare invece come fanno i “ribaldi” che, quando vogliono guadagnare qualcosa, nascondono le vesti buone, se ne hanno, e ostentano la loro nudità e la loro miseria ai ricchi di questo mondo. Così anche noi, se abbiamo fatto del bene, teniamolo nascosto, e mostriamo invece le miserie della nostra debolezza per ricevere dal Signore il dono della sua grazia.

Rendiamo grazie a Gesù Nazareno che oggi, da un persecu­tore, ci ha dato un mirabile dottore, con la cui dottrina ci illumina. Sia egli benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

IV. sermone morale

 

10. Giuseppe comandò che alla bocca del sacco di Beniamino fosse posta la sua coppa d’argento. Vediamo quale signifi­cato morale abbiano Beniamino, il suo sacco, la bocca del sacco e la coppa d’argento.

Beniamino è figura del peccatore, che dapprima è figlio del dolore: “Ho sempre dinanzi a me il mio dolore” (Sal 37,18). Fa’ attenzione che dice: dinanzi a me. Raccontano che lo struzzo tiene le sue uova davanti a sé, le guarda fissamente e di continuo e fissandole le riscalda, e così le uova si schiudono e nascono i pulcini. Così il peccatore deve tenere sempre dinanzi alla mente le sue opere, esaminarle spesso e attentamente con dolore, per far germogliare da esse il frutto della penitenza. Chi mette se stesso davanti a sé, non trova in se stesso altro che dolore. Invece i miseri peccatori fanno come le scimmie, delle quali dice la Storia Naturale che quando c’è la luna piena saltano allegramente, e quando la luna è cornuta (calante o crescente) allora sono malinconiche; reggono sul davanti i piccoli che amano, sul dorso invece quelli che non amano. Il capriccio della fortuna cambia come l’aspetto della luna: cresce e cala, e non può mai restare la stessa. Quando la fortuna del mondo è come la luna piena, allora i carnali esultano. Leggiamo nel libro di Giobbe: “Si divertono con giochi, cantano al suono di timpani e cetre, e danzano al suono degli strumenti. Passano nei godimenti i loro giorni, ma poi in un punto (in un istante) sprofondano nell’inferno” (Gb 21,11-13). Punto deriva da pungere. Nell’ora della morte i mondani saranno punti dal diavolo talmente forte, che dal letto, nel quale stanno sdraiati, saranno costretti a fare un salto fin giù all’in­ferno. Quando infatti la fortuna presenta loro “i corni” delle avversità, cadono nella tristezza, perché le avversità deprimono, mentre la prosperità esalta. Costoro portano nel petto i figli, cioè la gloria del mondo, i piaceri della gola e la lussuria della carne, cose che amano; invece la sofferenza, la penitenza e le miserie di questa vita le tengono dietro le spalle, dove nulla vedono.

Ma sentiamo che cosa fa Ben­oni. “Il mio dolore è sempre dinanzi a me”. Poiché ama il dolore, lo tiene sempre dinanzi a sé, e in esso si esamina come in uno specchio e scopre le sue macchie. Dice Geremia: “Fatti un punto di osservazione, mettiti nell’ama­rezza e dirigi il tuo cuore sulla via retta” (Ger 31,21). Una cosa deriva dall’altra: Chi mette davanti a sé lo specchio della sua vita, si mette nell’amarezza, e necessariamente orienta il suo cuore sulla via delle buone opere. Colui che in questo modo sarà Ben­oni, diventerà Beniamino, cioè figlio della destra.

 

11. Fa’ attenzione, perché la destra è figura di due cose: della grazia nella vita presente, e della gloria in quella futura. Della destra della grazia si dice nell’Apocalisse: “E teneva nella sua destra sette stelle” (Ap 1,16). Queste sette stelle sono presentate nella lettura della messa, quando si legge di Saulo: All’improvviso lo avvolse una luce dal cielo, cadde a terra, si alzò ed entrò in città, ricuperò la vista, ricevette il battesimo, prese cibo, e predicò Gesù (cf. At 9,3-20 passim). Nel primo evento è indicata la grazia che previene, nel secondo la considerazione della fragilità, nel terzo il riconoscimento della propria iniquità, nel quarto la purificazione della coscienza, nel quinto l’effusione delle lacrime, nel sesto la dolcezza della contemplazione, nel settimo l’annuncio della Parola o anche il rendimento di grazie. Consideriamoli ad uno ad uno.

Quando il peccatore si avvia verso Damasco, nome che s’interpreta “bevanda di sangue”, tende cioè ad assimilare la nefandezza del peccato, all’improvviso, poiché non sa da dove viene e dove va, “lo avvolge una luce dal cielo”, della quale Giobbe dice: Indicami in quale via abita la luce, e dove hanno dimora le tenebre, perché tu le conduca ai loro luoghi (cf. Gb 38,18-20). La luce è la grazia; la dimora delle tenebre è la mente cieca del peccatore; il luogo del peccato è la fine, il termine. Quando la mente del peccatore viene illuminata dalla grazia, si pone fine al peccato.

“Cadde a terra”. Dice il salmo: “Al suo cospetto ca­dranno tutti coloro che discendono nella terra” (Sal 21,30). Come dicesse: Al cospetto di Dio si umilia colui che considera la sua fragilità.

“Entra in città”. Dice il salmo: “Tutto il giorno entravo pieno di tristezza” (Sal 37,7). All’esterno lotte, all’in­terno colpe e timori (cf. 2Cor 7,5). Se uno, quando è fuori casa, riceve un’offesa, e poi rientrando trovasse la casa sudicia e in disordine, forse che non ne sarebbe profondamente addolorato e rattristato? Non c’è dubbio. Così il penitente, considerando l’immondezza esteriore del mondo e riconoscendo anche quella interiore della sua coscienza, si aggira tutto il giorno ricolmo di tristezza. Fa’ attenzione che dice “tutto il giorno”. Prima che un raggio di sole entri nella casa, non è visibile al suo interno la polvere sospesa nell’aria; ma se vi entra un raggio di sole, l’aria si mostra subito piena di polvere. Il raggio di sole è la conoscenza che mostra all’uomo le colpe della sua coscienza, e mette in evidenza con grande chiarezza ciò che prima era nascosto. E poiché uno deve rientrare in se stesso non ogni tanto ma continuamente, e rattristarsi del suo stato, dice appunto “tutto il giorno”. Chi vuol conoscere la sua miseria in modo completo, deve entrare in se stesso e rattristarsi non per metà giornata, ma tutto il giorno. E poiché da questa tristezza si arriva all’emendazione della coscienza, ecco il quarto punto:

“Ricuperò la vista”. “Improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame (At 9,18). Abbiamo un riferimento a questo nel libro di Tobia: “Incominciò ad uscire dai suoi occhi una materia bianca simile alla membrana dell’uovo. Tobi, prendendola, la tolse dagli occhi di suo padre, e questi ricuperò la vista” (Tb 11,14-15). Le squame sono figura dell’impurità della mente, e la membrana dell’uovo simboleggia la vanagloria. Dice Geremia: “Le sue vergini sono rugose” (Lam 1,4), cioè scabbiose. La scabbia nell’uomo è paragonabile alle squame del pesce o del serpente. Come dicesse: Anche se sono vergini nel corpo, sono scabbiose a motivo dell’immondo eccitamento della fantasia. La membrana dell’uovo, che è sottile e candida, raffigura la vanagloria, che è molto sottile, cioè astuta, perché quando sembra che qualcosa venga fatto per devozione, vien fatto invece per brama di lode mondana; è candida perché si compiace solo dell’ap­parenza esteriore. “Candido” è un termine che insinua l’idea di una bianchezza artificiale (candeggiato), mentre con il termine “bianco” si indica la bianchezza naturale. Queste due colpe, l’impurità della mente e la vanagloria, accecano gli uomini, ma quando, con la grazia di Dio, vengono rimosse, la coscienza viene purificata e si ricupera la vista.

“Ricevette il battesimo”. Si legge nel ibro di Giuditta che questa “usciva di notte nella valle sotto Betulia, e si lavava (lat. baptizabat se) ad una sorgente d’acqua” (Gdt 12,7). Giuditta si interpreta “che confessa”, Betulia “casa che partorisce il Signore”, notte “tempo silenzioso”, valle “umiltà”, sorgente “lacrime”. Chi si confessa, cioè il penitente, esce dal tumulto interiore ed esteriore, esce di notte (alla lettera), oppure nel silenzio, nella valle sotto Betulia, nell’umiltà della coscienza, con la quale partorisce il Signore, per sé nella contrizione, per gli altri con la predicazione, e lì si battezza, si lava, nella compunzione delle lacrime.

“Prese cibo”. Dice l’Ecclesiastico: “Lo nutrirà con pane di vita e di intelligenza” (Eccli 15,3). Considera che c’è una duplice dolcezza nella contempla­zione: la prima è nel sentimento e appartiene alla vita, la seconda è nell’intelletto e appartiene al sapere. Questa seconda avviene con l’elevazione della mente, mentre la prima si verifica in una specie di alienazione della mente. L’elevazione della mente si ha quando l’acutezza dell’intelligenza, illuminata da Dio, trascende i traguardi delle umane capacità, senza però arrivare all’alienazione della mente, così che ciò che vede è al di sopra di se stessa, tuttavia non si allontana del tutto dalle cose abituali. L’alienazione della mente si ha quando la memoria [il ricordo] delle cose presenti abbandona la mente e, trasfi­gurata dall’intervento divino, passa in un certo stato d’animo straordinario e inaccessibile all’umana capacità.

Chi è ristorato con tale cibo è in grado, ben rinfrancato, “di predicare Gesù”, oppure anche rendergli grazie. Infatti, dice il salmo: “I poveri mangeranno e saranno saziati e canteranno lodi al Signore” (Sal 21,27). I poveri, cioè gli umili, prima mangeranno con l’intelligenza, e quindi saranno saziati nell’affetto, nel sentimento, e così canteranno lodi al Signore.

Queste sono dunque le sette stelle che stanno nella destra di Cristo, il cui figlio è ora Beniamino, poiché prima è stato Ben­oni.

 

12. Beniamino è detto “più giovane”, perché era il minore, l’ultimo di tutti i fratelli: in questo è indicata l’umiltà del penitente. La stessa cosa è detta anche di Davide: “Rimane ancora il più piccolo, che ora sta pascolando le pecore” (1Re 16,11). Soltanto l’umiltà della coscienza pascola le pecore dell’innocenza. Nella bocca del sacco di questo Beniamino, l’antico Giuseppe comandò che fosse posta la sua coppa d’argento. La coppa d’argento simboleggia l’aperta ed esplicita confessione dei peccati, che il penitente deve riempire con il vino della compunzione ed offrire a Cristo. Dice infatti Neemia: “Alzai la coppa del vino e l’offrii al re. Mi sentivo quasi languire e venir meno alla sua presenza” (2Esd 2,1). E la sposa del Cantico dei Cantici: “Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme”, cioè potenze celesti, “se incontrate il mio diletto, ditegli che io languisco di amore” (Ct 5,8). Chi languisce di amore per Cristo, gli offre il vino della compunzione. E osserva che dice “alzai”. L’ipocrita non alza, non aumenta la compunzione, ma la reprime, perché lui sparge lacrime solo per la vanagloria.

Questa coppa d’argento è posta sulla bocca, e non sul fondo del sacco. Il sacco è ispido e ruvido, ed è figura del cuore contrito, di cui nel libro di Giona si dice che il re di Ninive “si vestì di sacco e si mise a sedere sulla cenere” (Gio 3,6). Ninive s’inter­preta “appariscente”. E questa è la vanità del mondo, che è come il fango coperto di neve; il suo re è il penitente, perché egli la disprezza: vestito di sacco, siede sulla cenere perché, nella contrizione del cuore, medita sulla sua fine, quando sarà ridotto in cenere. Egli non nasconde nel fondo, ma porta alla bocca la coppa d’argento della sua confessione, sempre pronto all’accusa di se stesso. E osserva che dice “la sua coppa”. La grazia della confessione non devi attribuirla a te stesso ma a Cristo, dal quale viene quanto c’è in te di bene.

A lui dunque sia gloria e onore. Egli da un Ben­oni trae un Beniamino, da un figlio del dolore trae nella vita presente un figlio della grazia, e ne fa nella vita futura un figlio della gloria, quando, insieme con coloro che stanno alla destra, meriterà di sentire: Venite, benedetti del Padre mio, e ricevete il regno! (cf. Mt 25,34).

Si degni di concederlo anche a noi colui che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

CATTEDRA DI SAN PIETRO

 

 

1. In quel tempo: “Gesù arrivò dalle parti di Cesarea di Filippo” (16,13).

In questo vangelo si devono considerare tre momenti:

- l’interrogazione di Gesù Cristo,

- la professione di fede di Pietro,

- il conferimento del potere di legare e di scioglie­re.

 

I. l’interrogazione di gesù cristo

 

2. In questa prima parte sono posti in evidenza due insegnamenti morali: la vita santa e la buona fama. Prima però vediamo la storia, ossia l’allegoria.

Cesarea di Filippo è situata nel territorio dove nasce il Giordano, ai piedi del Libano, e ha due sorgenti, lo Ior e il Dan, che unite insieme formano il nome del Giordano (Iordan).

Giunse dunque Gesù “e interrogò i suoi discepoli”. Mentre si appresta a verificare la fede dei discepoli, il Signore si informa sulle opinioni della gente, perché la fede degli apostoli non sembri frutto delle credenze della gente, ma sia fondata sulla conoscenza della verità. “Gli uomini, chi dicono che sia il Figlio dell’uomo?” (Mt 16,13). Giustamente sono chiamati uomini coloro che, come succede di solito al mondo, hanno opinioni diverse sul Signore. “Chi dicono che sia il Figlio dell’uomo?”. Il Signore non dice “io”, per non dare l’impressione di parlare con arroganza: egli dichiara apertamente l’umiliazione della sua umanità. “Essi risposero: Alcuni dicono [che tu sei] Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profe­ti” (Mt 16,14). L’idea che Gesù fosse Giovanni il Battista, nasceva forse dal fatto che quest’ultimo, quando era ancora nel grembo della madre, aveva avvertito la presenza del Signo­re (cf. Lc 1,41.44); che fosse Elia, perché questi era stato rapito in cielo (cf. 4Re 2,11), e perché si credeva che sarebbe ritornato sulla terra (cf. Mt 17,10-11); che fosse Geremia, perché era stato santificato nel grembo materno (cf. Ger 1,5).



3. “Giunse Gesù dalle parti di Cesarea”, nome che s’inter­preta “proprietà del principe” o “proprietà principale”; “di Filippo”, nome che s’interpreta “bocca della lampada”.

Giunse Gesù; vieni anche tu, o cristiano, dalle parti di Cesarea. Si dice principe, perché per primo si impadroni­sce (primus capit) di un luogo o di una dignità: è lo spirito dell’uomo, la cui proprietà è il corpo, e nel quale lo spirito deve tenere il primo posto e il più alto potere. Dice Isaia: “Il principe penserà sempre a cose degne di un principe e starà a capo dei suoi condottieri” (Is 32,8). Fa’ attenzione alle due parole: penserà e starà. Ecco il potere e il posto che il primo deve tenere.

Quali sono le cose degne di un principe, alle quali devi pensa­re, o principe, “o spirito dell’uomo”, se non ritornare a te stesso, rientrare nel tuo cuore e lì riflettere: che cosa sei, che cosa sei stato, che cosa saresti dovuto essere, che cosa potrai essere? Che cosa sei stato per tua natura, e che cosa sei ora per causa della colpa, che cosa saresti dovuto essere con il tuo impegno, e che cosa ancora potrai essere con la grazia di Dio. I condottieri sono gli affetti, i sentimenti e i pensie­ri, a capo dei quali deve stare il principe, per poterli dominare e dirigere, per far loro evitare l’illecita concupiscenza e le inutili distrazioni. “Giunse dalle parti...”. Nelle “parti” sono indicati i sensi del corpo, nei quali viene o entra lo spirito dell’uomo, quando dice a questo: va’, ed esso va; e dice a quello: vieni, ed esso viene; e al suo servo, cioè al corpo: fa’ questo, e il corpo lo fa (cf. Mt 8,9).

E osserva che questo principe, al quale appartiene la proprietà, viene chiamato “bocca della lampada”. Nella lampada ci sono quattro componenti: il vetro lucente, l’olio che brucia, lo stoppino, e la fiamma. Nel vetro è simboleggiata la purezza della coscienza; nell’olio la partecipazione alle necessità dei fratelli; nello stoppino l’acerbità del­la contrizione; nella fiamma l’ardore dell’amore divino. Fortunato quello spirito, fortunato quel cristiano che è la bocca di questa lampada, in modo che quando parla, parli mosso dalla purezza della coscienza, dalla compassio­ne, dalla contrizione e dall’amore di Dio.

E osserva ancora che Cesarea, cioè la nostra carne, dev’essere situata ai piedi [alle radici] del Libano, là dove nasce il Giordano. Il monte Libano, nome che s’interpreta “candore”, simboleggia l’eccellenza della castità, la cui radice è l’umiltà, e dalla quale scaturiscono due sorgenti: Ior, che significa “fiume”, e Dan, che vuol dire “giudizio”: uniti insieme formato il Giordano, cioè il fiume del giudizio, vale a dire la compunzione delle lacrime, nelle quali l’umiltà giudica se stessa e condanna ciò che ha fatto di male. Ecco quanto grande è il valore dell’umiltà, dalla quale si innalza il monte della castità e scaturisce il fiume della compunzione. Colui che in questo modo giunge dalle parti di Cesarea di Filippo, può a buon diritto interrogare i suoi discepo­li, dicendo: “Gli uomini chi dicono che sia il Figlio dell’uomo?

 

4. Il termine discepolo, deriva dal fatto che impara (lat. discit) la disciplina. Colui che è buono in se stesso, ha e deve aver la sua famiglia bene disciplinata e onesta, per poter dire con Davide: “I miei occhi sono rivolti ai fedeli della terra, perché siedano con me” (Sal 100,6). Ognuno gradisce la compagnia di coloro che sono simili a lui. E poiché è cinico e spregiudicato uno che non tiene conto del suo onore, ecco che domanda e vuole essere informato su ciò che gli uomini dicono di lui, anche per correggere ciò che eventualmente non va bene. E poiché dalla stima di santità della vita e dalla buona fama proviene di solito l’autoesaltazione, ecco che si dichiara figlio dell’uomo. Dice Giobbe: “L’uomo è putridume, e il figlio dell’uomo verme” (Gb 25,6). Come dicesse: Da putridume proviene putridume. Perciò il Signore, quando rivelava ad Ezechiele cose grandiose, lo chiamava figlio dell’uomo perché non andasse in superbia (cf. Ez passim). Colui che si ritiene un verme, non si insuperbisce certo di se stesso. Ecco perciò che domanda: Che cosa dicono gli uomini di me, verme e putridume?

Voglia il cielo che gli venga risposto: “Alcuni (dicono che tu sia) Giovanni il Battista”. Giovanni l’Evangelista e Giovanni il Battista: compito del primo è annunciare, del secondo battezzare, lavare. La prima cosa è buona, la seconda è più sicura, perché, per quanto riguarda la verità, c’è più sicurezza nell’ascoltarla che nel predicarla. Parimenti, l’evangelizzatore è uno che prega solo con la parola, mentre il battezzatore è colui che nel silenzio e nella devozione della mente fa di sé a se stesso un battistero (una fonte) di lacrime: questa è di gran lunga cosa migliore di quella. In costui si avvera ciò che è detto del Battista: “Non berrà né vino né altra bevanda inebriante” (Lc 1,15). Il vino raffigura la vanagloria e le altre bevande inebrianti la fatua allegria: tutto ciò non beve colui che non cerca le lodi degli uomini

“Altri dicono che tu sia Elia”. Si legge nel quarto libro dei Re che Elia “era peloso e che si cingeva le reni (i fianchi) con una cintura di cuoio”(4Re 1,8). Ecco la veste di chi fa penitenza, di chi disprezza il mondo e castiga la sua carne. Elia s’interpreta “robusto dominatore”. Infatti si legge di lui che prese i profeti di Baal, li trascinò fino al torrente Cison, ove li trucidò (cf. 3Re 18,40). Baal s’interpreta “divoratore”, Cison “uomo che vomita dolore”. Elia è figura del penitente, che si lascia coprire di pelo a disprezzo della gloria del mondo, che si cinge le reni per combattere la lussuria della carne. Egli, come un forte dominatore, afferra i profeti del ventre che tutto divora. Il ventre ha dei profeti che predicano all’uomo: Perché digiuni così? Perché ti tormenti in questo modo? Andrai incontro a malattie; ti ridurrai a tale debolezza che non potrai più aiutare né te stesso né gli altri! Di questi profeti dice Geremia: “I tuoi profeti hanno avuto a tuo riguardo visioni false” (Lam 2,14). Invece il penitente li afferra con la contrizione e li trascina a una lacrimosa confessione, dove vomita tutto il dolore della tentazione e del peccato, e così li stermina.

“Altri dicono che tu sia Geremia”, al quale il Signore disse: “Ecco, io oggi ti costituisco... per sradicare” ciò che è illecitamente piantato, “per demolire” ciò che è mal costruito, “per disperdere” ciò che è ingiustamente ammas­sato, “perché tu dissipi” la siepe “e edifichi” la casa, “e pianti un giardino” (Ger 1,10). La concupiscenza della carne pianta illecitamente, poiché dice il Deuteronomio: Non pianterai alcun boschetto accanto all’altare del tuo Dio (cf. Dt 16,21); e l’Apostolo: Noi abbiamo un altare, del quale non hanno alcun diritto di mangiare quelli che sono al servizio del tabernacolo (cf. Eb 13,10), cioè del corpo. Si legge nel terzo libro dei Re: “Acab parlò a Nabot dicendo: Dammi la tua vigna perché ne vorrei fare un orto di verdure” (3Re 21,2). Acab raffigura il diavolo, Nabot il giusto; la vigna è la compunzione, l’orto di verdure è la concupiscenza della gola e della lussuria. Il diavolo vuole togliere al giusto la compunzione della mente e piantare la concupiscenza della carne.

Anche la superbia costruisce male: “Chi si costruisce la casa troppo alta, cerca la rovina” (Pro 17,16). L’avarizia accumula con l’ingiustizia, con l’imbroglio: “Guai a chi accumula i frutti dell’avarizia, dannosa alla sua casa, per farsi in alto il suo nido e credere così di sfuggire alla stretta (de manu) della sventu­ra” (Ab 2,9). L’avaro accumula allo scopo di costruirsi molto in alto il suo nido, elevare cioè la sua condizione e quella dei suoi. Ma quando crede di essere al sicuro, il diavolo gli tende la trappola e prende il padre con i suoi piccoli, cioè l’avaro con i suoi figli, e tutti li porta alla morte. Così pure l’ostinazione costruisce una siepe: “I tuoi piccoli sono come le tenere locuste che si rifugiano tra le siepi nel giorno del gelo” (Na 3,17). Le locuste raffigura­no gli usurai, che insegnano anche ai loro figli a prati­care l’usura e a saltare, per così dire, di usura in usura. Questi, nel gelo della loro cattiveria, si rifugiano nelle siepi della loro ostinazione, perché non vogliono né restituire le cose altrui né ritornare alla penitenza.

È veramente Geremia, cioè grande davanti al Signore, colui che estirpa queste quattro ingiustizie non solo da se stesso ma anche dagli altri, e costruisce la casa dell’u­miltà nella quale possa riposare Dio, e pianta l’orto della carità nel quale Dio possa pascersi. Della casa dell’umiltà parla il Signore, quando dice: “Zaccheo, affrettati a scendere, perché oggi io devo fermarmi in casa tua” (Lc 19,5). Nella casa di colui che discende, cioè di colui che si umilia nella sua coscienza, dimora la grazia dell’Onnipo­tente. Del giardino della carità dice la sposa del Cantico dei Cantici: “Il mio diletto venga nel suo giardino e mangi i frutti delle sue piante” (Ct 5,1). Dice che il giardino e i suoi frutti appartengono al suo diletto, perché tutto ciò che vi è piantato e vi cresce, proviene solo dalla grazia di Cristo. I frutti sono le opere di carità, delle quali Cristo si nutre ogni volta che vengono fatte per il prossimo. “Avevo fame, e mi avete dato da mangiare” (Mt 25,35).

“Dicono che tu sia uno dei profeti”. Compito dei profeti è predire le cose future. È un buon profeta colui che predice a se stesso la fine della sua vita, la venuta del giudice e il premio del regno celeste.

Beato colui che viene onorato di questa reputazione, colui al quale è tributata tale testimonianza di vita, da essere ritenuto Giovanni il Battista per la sua devozione, Elia per la mortificazione della carne, Geremia per la distruzione dei vizi e l’incremento delle virtù, uno dei profeti per la retta chiaroveggenza delle cose future.

 

II. la professione di fede di pietro

 

5. “Gesù disse loro: “Voi invece chi dite che io sia?” (Mt 16,15). Come dicesse: Quelli sono uomini, e hanno opinioni umane; voi invece, che siete dèi (cf. Sal 81,6), chi dite che io sia? “Rispose Pietro”, uno per tutti, perché tutti sapevano una cosa sola: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). In questa professione di fede, Pietro ha abbracciato la natura umana e quella divina. Cristo infatti è chiamato così dacrisma, e significa unto, consacrato, perché in quanto uomo è unto e consacrato da Dio Padre con lo Spirito Santo. “O Dio figlio, ti ha consacrato Dio, Padre tuo” (Sal 44,8). E Isaia: “Questo dice il Signore al suo consacrato, Ciro” (Is 45,1). Ciro s’interpreta “erede”, cioè figlio. Di chi? “Del Dio vivente”.

Osserva che il crisma si confeziona con il balsamo. Dice la Storia Naturale che il luogo dove cresce la pianta del balsamo si chiama “occhio del sole”, e la pianta è detta “vite”, perché con la vite ha delle somiglianze; la sua linfa elimina la cateratta dell’oc­chio e calma i brividi della febbre. Quando si estrae il suo liquido, la pianta viene incisa solo nella corteccia, e da essa scaturiscono delle gocce di squisita fragranza.

La generazione di Cristo è duplice: la prima è la generazione della divinità, la seconda è quella dell’umanità, ed entrambe sono l’occhio del sole.

Della generazione della divinità dice Isaia: “La sua generazione chi la descriverà?” (Is 53,8). E Giobbe: “Da dove viene la sapienza? E il luogo dell’intelligenza dov’è? È nascosta agli occhi di ogni vivente ed è nascosta anche agli uccelli del cielo” (Gb 28,20-21), cioè agli stessi angeli è ignota la generazione di Cristo dal Padre. Dice infatti l’Ecclesia­stico: “A chi mai fu rivelata la radice della sapienza?” (Eccli 1,6), vale a dire l’origine del Figlio di Dio? E quindi, ciò che è al di sopra dell’intelligenza e della conoscenza degli angeli, quale uomo potrà descriverlo? Dice Isidoro: È chiaro che solo il Padre sa come ha generato il Figlio, e solo il Figlio sa come è stato generato dal Padre. Cristo infatti rifulse dal Padre come luce da luce, come parola dalla bocca, come sapienza dal cuore. Ecco dunque che la generazione della divinità è detta “occhio del sole”, perché illumina tutta la chiesa trion­fante, la celeste Gerusalemme. Dice l’Apocalisse: “La luce di Dio la illumina, e la sua lampada è l’Agnello” (Ap 21,23).

La generazione dell’umanità è detta occhio del sole, perché con la fede nella sua incarnazione illumina tutta la chiesa militante. Leggiamo in Zaccaria: “Il Signore è l’occhio dell’uomo e di tutte le tribù d’Israele” (Zc 9,1). Israele s’interpreta “uomo che vede Dio”. Quanto credi, tanto vedi. “Era la vera luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo” (Gv 1,9), non perché illumini ogni uomo, ma perché nessuno può essere illuminato se non da lui. Ogni uomo che nasce in questo mondo, viene illuminato in ordine alla vita eterna unicamente per mezzo della fede in Cristo, il quale dice: “Io sono la vera vite” (Gv 15,1).

 

6. La vite è così chiamata in quanto ha la forza (lat. vis) di metter radice rapidamente, o anche perché le viti si allacciano tra loro. Dice la Storia Naturale che la vite abbonda di rami, con i quali si lega ai rami di un’altra pianta attorcigliando­si ad essi. Ed è una proprietà esclusiva della vite, tra tutte le altre piante, che in un nodo del suo ramo si forma da una parte la foglia e dall’altra il grappolo pieno di uva; ed è pure caratteristica della vite che i cavoli, piantati in vicinanza della sua radice, la fanno inaridire. La vite simboleggia la fede in Cristo, che ha la virtù di radicarsi velocemente nel cuore dell’uomo. Radicati e fondati – dice l’Apostolo – in Cristo Gesù (cf. Ef 3,17). Essa allarga i rami della carità e lega a sé anche altri; da una parte ha la foglia della predicazione e dall’altra il grappolo dell’opera buona, pieno del mosto dell’amore. I cavoli, cioè le preoccupazioni temporali e le lusinghe del­la carne, inaridiscono la linfa, il sentimento della fede.

Inoltre la pianta del balsamo viene incisa solo nella corteccia. La corteccia è figura dell’umanità di Cristo, dalla cui ferita scaturì una linfa di meravigliosa fragran­za, cioè il suo sangue prezioso, che elimina dall’occhio del cuore la cateratta del dubbio e dell’in­fedeltà, e libera dai brividi delle febbri, cioè delle tentazioni, perché il ricordo del Crocifisso crocifigge i vizi. “Tu dunque sei il Cristo, il figlio del Dio vivente!”.

“Gesù, rispondendo, disse a Pietro”, e in lui ha rispo­sto a tutti: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, Bar Iona, ecc.” (Mt 16,17). Bar significa “figlio”, e Giona s’in­terpreta “colomba”. Giustamente Pietro è chiamato “figlio della colomba”, perché seguiva il Signore con devota semplicità, oppure anche perché era ricolmo di grazia spirituale. Pietro dunque è chiamato figlio dello Spirito Santo, il quale si era mostrato in forma di colomba a colui che egli aveva proclamato Figlio del Dio vivente; e al figlio della colomba il Padre rivela il mistero di fede, che non potevano rivelare né la carne né il sangue, cioè gli uomini gonfi della sapienza della carne che non sono figli della colomba e quindi sono alieni dalla sapienza dello Spirito. Di questi dice Abdia: “Disperderò i sapienti dall’Idumea e la prudenza dal monte di Esaù” (Abd 1,8). Ecco la carne e il sangue. Idumea s’interpreta “san­guinosa", Esaù “cumulo di pietre”. Tutta la sapienza e la prudenza di questo mondo consistono nel nutrire la carne, e accumulare un mucchio di pietre, cioè di ricchezze, con le quali i sapienti e i prudenti del mondo saranno lapidati nel giorno del giudizio.

 

III. il conferimento del potere di legare e di sciogliere

 

7. “E io ti dico che tu sei Pietro” (Mt 16,18). Da notare che Pietro ebbe tre nomi: Simone, che s’interpreta “obbe­diente"; Pietro, “che riconosce”, e Cefa, “capo” (testa). Fu Simone nel momento della chiamata di Cristo: “Seguitemi. Ed essi, abbandonate le reti, lo seguirono” (Mt 4,19-20); fu Pietro nella professione di fede fatta oggi, con la quale riconobbe Cristo Figlio del Dio vivente, e quindi meritò di sentirsi dire: “Tu sei Pietro”. Non dico: sarai chiamato Pietro, ma tu sei Pietro, da me pietra, in modo però che io ritengo per me la dignità del fondamento, perché “nessuno può porre un fondamento diverso da quello che vi è stato posto, che è Cristo” (1Cor 3,11), sul quale è edificata la chiesa.

“E sopra questa pietra edificherò la mia chiesa” (Mt 16,18), e quindi non deve temere se cadrà la pioggia, cioè la persecuzione diabolica, se strariperanno i fiumi, cioè la perfidia degli eretici, se soffieranno i venti, cioè la rabbia del mondo, e si abbatteranno su questa casa, perché è fondata sopra una pietra solida e stabile (cf. Mt 7,25). Si legge nel libro dei Numeri: “Sicura è la tua abitazione, purché tu metta il tuo nido sulla roccia e tu sia tolto dalla stirpe di Cain” (Nm 24,21-22), nome che s’interpreta “astuto” o “caldo” (lat. callidus o calidus), ed è figura del diavolo che con la sua astuzia brucia con la fiamma dei vizi l’anima dei peccatori, i quali avranno come carnefice nella pena colui che ascoltarono come istigatore nella colpa.

“Edificherò la mia chiesa”. Osserva che è chiamata chiesa quella trionfante, quella militante, e anche l’anima fedele. Cristo edifica la prima con gli spiriti beati, la seconda con i fedeli, e la terza con le virtù: perciò Cristo è chiamato anche “muratore”, come si legge in Amos: “Ed ecco, il Signore stava sopra un muro liscio, e tra le mani aveva la cazzuola da muratore” (Am 7,7). La cazzuola si chiama in lat. trulla, da trudo, spingere, fissare, perché serve a fissare tra loro le pietre con la calce, con la quale poi le pareti vengono anche rese liscie. Quindi il muro liscio è quello che è levigato sulla sua superficie. Nella cazzuola è simboleggia la potenza di Dio, con la quale egli edifica il muro della sua triplice chiesa e lo lèviga perché nulla ci sia di disordinato, di ruvido, di ineguale, ma tutto si faccia in modo lineare ed agevole. Dice infatti l’Apostolo: “Tutto si faccia nella carità” (1Cor 16,14), che è il cemento delle altre virtù. E considera ancora che il Signore sta sopra il muro della chiesa per tre scopi: per edificarla, per combattere da essa e per per mezzo di essa gli avversari, e per proteggerla.

E quindi “le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18). Le porte degli inferi sono i peccati, le minacce e le lusinghe, che non hanno la possibilità di prevalere, cioè di separare la chiesa dalla fede e dalla carità che sono in Cristo Gesù. Infatti chi accoglie con amore, nell’intimo del cuore, la fede in Cristo, supera facilmente tutto ciò che lo assale dall’esterno. In altro senso: la porta è così chiamata perché serve a portar fuori qualcosa; inferi, è detto perché le anime vi vengono portate giù (lat. inferuntur). Porte degli inferi sono chiamati i sensi del corpo, attraverso i quali l’anima peccatrice viene come portata fuori a cercare e a desiderare le cose inferiori, i beni terreni.

Dice Isaia: “Ecco che il Signore ti farà portar via” – cioè permetterà che... –, “come viene portato via un gallo dal pollaio” (Is 22,17). Come l’astuta volpe afferra per la gola un cappone e lo trascina nella sua tana, così l’insidiosa e subdola concupiscenza della carne, attraverso i sensi del corpo trascina l’anima a queste cose inferiori. Però, se è edificata e fondata sull’amore di Cristo, contro di essa nulla potrà mai prevalere.

 

8. “E a te darò le chiavi del regno dei cieli” (Mt 16,19). Ecco “Cefa”, posto a capo degli apostoli e della chiesa. È detto che oggi Cristo interrogò gli apostoli, e che Pietro, a nome di tutti, professò la fede della chiesa universale. E oggi il Signore gli conferì il potere di legare e di sciogliere, e perciò questo giorno è chiamato “Cattedra di san Pietro”. Chi primo fra tutti professò la sua fede, primo fra tutti ebbe il potere delle chiavi.

Le chiavi simboleggiano l’autorità e la capacità di giudicare, e in virtù di esse accogliere nel regno coloro che ne sono degni, ed escluderne gli indegni. Infatti continua: “E tutto ciò che legherai…”, vale a dire: quando giudicherai degno delle pene eterne chi resta ostinato nei peccati, o quando assolverai il vero e umile penitente, così sarà fatto anche in cielo.

Commenta Girolamo: “E tutto ciò che legherai”. Hanno la stessa potestà giudiziaria anche gli altri apostoli; ad essi infatti il Signore, dopo la sua risurrezione, disse: “Ricevete lo Spirito Santo: coloro ai quali rimetterete i peccati, saranno rimessi; coloro ai quali non li rimettere­te, resteranno non rimessi” (Gv 20,23); e ce l’ha anche tutta la chiesa nei suoi presbiteri e nei suoi vescovi. Ma Pietro la ricevette in modo particolare, perché tutti comprendano che chiunque si separerà dall’unità della fede e dalla sua comunione, non potrà né essere assolto dai peccati né entrare in cielo.

Alcuni, che non hanno ben compreso queste parole, si rivestono in parte della presunzione dei farisei e presumono di poter condannare gli innocenti e assolvere i colpevoli, quando invece davanti a Dio non si ricerca tanto la senten­za del sacerdote, quanto di salvare la vita dei colpevoli. Per questo nel Levitico viene comandato ai lebbrosi di mostrarsi ai sacerdoti (cf. Lv 14,2); non sono i sacerdoti che li fanno lebbrosi o meno, ma solo controllano e constatano chi è mondo o immondo: così è anche in questo caso.

Per le preghiere del beato Pietro, il Signore ci sciolga dalle catene dei nostri peccati e ci apra le porte del regno dei cieli: lui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

IV. sermone allegorico

 

9. “Davide, seduto in trono (cattedra), fra i tre è princi­pe sapientissimo, e come il piccolissimo tarlo che rode il legno” (2Re 23,8). Davide, nome che s’interpreta “di mano forte”, è figura di Simon Pietro, al quale Cristo impose il nome di Pietro, desumendolo da sé stesso, pietra fondamentale. E Pietro fu di mano forte, quando aprì le sue mani e lasciò tutto. L’avaro ha la mano debole, perché è chiusa, serrata e arida. Dice Matteo: “Ed ecco un uomo che aveva una mano inaridita” (Mt 12,10). Il Signore gli disse: “Apri la tua mano! Egli l’aprì e la mano fu risanata” (Mt 12,13). Commenta la Glossa: Per conseguire la guarigione, nulla è più utile della larghezza (generosità) delle elemosine: invano infatti alza le mani verso Dio chi implora perdono per i suoi peccati, se poi non le apre ai poveri secondo le sue possibilità.

Pietro dunque, seduto sulla cattedra, è sapientissimo. Dicono gli Atti: “Vedendo la franchezza e il coraggio di Pietro e di Giovanni, e considerando che erano illetterati e privi di cultura, si meravigliavano venendo a sapere che erano stati con Gesù” (At 4,13). Non faccia meraviglia il fatto che Pietro, pur essendo senza istruzione, venga detto sapientissimo; egli era stato con Gesù, Sapienza del Padre, e lo amò più degli altri; e alla scuola di Gesù, Pietro non aveva appreso la sapienza del mondo ma quella del cielo. “Chi che cammina con la Sapienza (lett. con i sapienti) diventa sapiente” (Pro 13,20).

Pietro non era quel letterato di cui parla Isaia: “Dov’è il letterato? Dov’è colui che valuta le parole della legge? Dov’è il maestro dei piccoli?” (Is 33,18). E l’Aposto­lo: “Tu insegni agli altri e non insegni a te stesso. Tu che ti glori della legge, offendi Dio trasgredendo la legge stessa” (Rm 2,21.23). Pietro era ignorante nelle cose terrene, ma sapientissimo in quelle del cielo, del quale oggi ha ricevuto le chiavi; e sedette sullacattedra, ricevette cioè il potere giudiziario di legare e di scio­gliere. Sedette anche sulla cattedra materiale, di Antiochia e di Roma, e su questa cattedra è oggi presentato al popolo.

“Principe tra i tre”. Nei tre, fra i quali siede sulla cattedra il principe degli apostoli, è indicata la sua triplice costanza nella fede. La prima volta professò la sua fede nell’episodio odierno: “Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente”. La seconda volta nella sua predicazione, quando disse: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29). La terza volta lo fece con il suo martirio.

“È come il piccolissimo tarlo che rode il legno”. Il tarlo è un vermetto: niente è più molle di un verme, quando lo si tocca; niente è più forte di un verme quando punge o colpisce. Così fu il beato Pietro. Nulla fu più tenero di lui, cioè più paziente, quando veniva flagellato, quando veniva crocifisso. Lo aveva insegnato ai discepoli nella sua prima Lettera: “Siate modesti, umili, non rendete male per male”, ecc. (1Pt 3,8-9). Ma quando colpiva, nessuno era più forte di lui. Disse infatti ad Anania: “Perché mai Satana ha indotto il tuo cuore a mentire allo Spirito Santo e a rubare sul prezzo del campo? Non hai mentito a un uomo, ma a Dio... All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò” (At 5,3-5). E a Simon Mago: “Il tuo denaro vada con te in perdizione!” (At 8,20).

Ci liberi dalla perdizione, dal’eterna rovina, colui che ha dato a Pietro il potere di legare e di sciogliere. Amen.

 

V. sermone morale

 

10. “Davide, seduto sul trono (sulla cattedra)”. Abbiamo un certo riferimento a questo nell’Ecclesiastico: “Il re, assiso sul trono, dissipa con il suo sguardo ogni male” (Pro 20,8). Davide, cioè il giusto o il penitente, è di mano forte. Dice la Genesi di Ismaele: “Questi sarà un uomo fiero: la sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro di lui; egli pianterà le sue tende di fronte a quelle di tutti i suoi fratelli” (Gn 16,12).

Dove noi abbiamo l’aggettivo “fiero”, il testo ebraico ha il sostantivo “fara”, che è l’ònagro, ossia l’asino selvatico. Nell’ònagro (in agro: nel campo) è indicato il penitente, che nel campo della penitenza porta il peso del giorno e del caldo (cf. Mt 20,12); le sue mani, cioè le sue opere, sono contro tutti i demoni; e le mani di tutti i demoni sono contro di lui. “Il nemico che combatte valorosamente, rende anche te valoroso combattente” (Ovidio). E di fronte alle tende dei fratelli, cioè contro gli istinti sensuali del corpo, pianterà, cioè fisserà saldamente le tende della penitenza, sempre pronto a resistere.

E da dove gli viene sì grande fortezza? Certamente dalla “cattedra”. “Assiso sulla cattedra, è sapientissimo”. La sapienza è la conoscenza delle cose che esistono e che sono immutabili nella loro sostanza. Il termine sapiente deriva da sapore, perché come il gusto serve a distinguere il sapore dei cibi, così il sapiente è in grado di discernere le cose fatue da quelle pregevoli, il male dal bene. Quindi il penitente, o il giusto, è sapiente nel piangere i peccati passati, più sapiente nel prevenire i pericoli di peccare, sapientissimo nel gustare i beni eterni. Egli è assiso sulla cattedra. La cattedra, seggio sopraelevato del giudice, simboleggia la ragione; è detta anche soglio, che suona quasi come solido: colui che vi siede disperde con il suo sguardo ogni male del diavolo, della carne e del mondo. La ragione è lo sguardo dello spirito, con il quale il vero viene visto in se stesso e non attraverso il corpo; oppure è la stessa visione del vero, non per mezzo del corpo; oppure è il vero stesso che viene contemplato.

Altro senso. La cattedra simboleggia il pensiero della morte: la mente vi si ferma e si umilia. Uno non può governare rettamente la sua nave, se non ha l’accortezza di insediarsi nella parte finale della nave stessa. La nave, che è stretta dove incomincia e dove finisce, cioè alle due estremità, ed è larga al centro, raffi­gura la vita dell’uomo, che è molto stretta al suo inizio e alla sua fine perché misera e amara, ed è larga al suo centro perché volubile e piena di pericoli. Nessuno può dirigerla rettamente se non si sforza di umiliarsi nel pensiero della morte. E fa’ attenzione che dice “sapientissimo”. Il timoniere che siede a poppa, cioè nella parte posteriore della nave, è e dev’essere il più esperto di tutti, perché vede tutti, previene tutte le eventualità, incita i pigri, sostiene quelli che faticano, nel tempo di burrasca promette un miglioramento, anzi la bonaccia, e rincuora tutti con la speranza di un porto sicuro.

Allo stesso modo chi si umilia nel pensiero della morte, regola al meglio tutta la sua vita, e si guarda intorno: sa scuotersi dalla pigrizia, resistere nella fatica, nelle avversità confidare nella misericordia del Signore e guidare rettamente la sua vita al porto della vita eterna.

 

11. Quindi “è principe sapientissimo fra i tre”: in questi “tre” sono indicate la contrizione, la confessione e la soddisfazione, cioè l’opera riparatoria. Allude a questi tre atti il primo libro dei Re, dove Samuele dice a Saul: “Quando arriverai alla quercia del Tabor, ti verranno incontro tre uomini che stanno salendo a Dio in Betel: uno porterà tre capretti, il secondo tre forme di pane, il terzo un’anfora di vino” (1Re 10,3). Vediamo quale sia il significato della quercia, dei tre uomini, di Betel, dei tre capretti, delle tre forme di pane e dell’anfora di vino.

La quercia è così chiamata perché gli antichi cercavano (lat. quercus, quaerere) in essa il cibo, cioè le ghiande, delle quali una volta gli uomini si cibavano (Isidoro). Tabor s’interpreta “luce che viene”. La quercia simboleggia la penitenza, nella quale gli antichi padri cercavano il cibo dell’anima, cioè la luce della grazia divina che scende sui penitenti. Dalla penitenza viene la luce celeste che fa vedere all’uomo se stesso e le sue opere, ciò che prima non vedeva.

“Quando dunque arriverai” alla penitenza, “ti verranno incontro tre uomini che stanno salendo”, che cioè ti stanno facendo salire, “a Dio in Betel”, nome che significa “casa dio Dio”, cioè la Gerusalemme celeste. La contrizione porta tre capretti, nei quali è indicato il triplice fetore del peccato, fetore della coscienza, della persona e della riputazione. Il penitente deve affliggersi nella contrizione, perché ha rovinato la sua coscienza con il consenso, la sua persona con l’opera e la sua riputazione con il cattivo esempio.

Parimenti la confessione porta tre forme di pane, nelle quali sono indicate tre specie di lacrime: “Le lacrime furono il mio pane giorno e notte”(Sal 41,4). Giustamente le lacrime possono essere dette “forme (lat. tortae) di pane, perché provengono (per così dire) dalla torsione del cuore. E sono dette lacrime da “lacerazione” della mente (lacrimae, laceratio mentis). Il pane è così chiamato perché si serve (lat. ponitur) insieme con ogni altro cibo, o anche perché ogni essere animato lo cerca (lat. petit), o lo gradisce. Noi dobbiamo unire la compunzione a ogni altro nutri­mento dell’anima nostra, perché ogni nostra opera sarebbe insipida senza la compunzione e la devozione; e la chiediamo e dobbiamo chiederla a Dio ogni giorno, perché ogni giorno ne abbiamo bisogno: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Lc 11,3). Quindi il peccatore, nella confessione, deve piangere perché ha macchiato la stola dell’innocenza battesimale, perché ha meritato la geenna (l’inferno), e perché ha perduto la vita eterna.

Infine la soddisfazione porta un’anfora di vino, nella quale è simboleggiata la gioia del penitente nel fare la penitenza impostagli per il suo peccato: penitenza che non deve essere fatta né con timidezza o paura, né con indolen­za: “Dio infatti ama chi dona con gioia” (2Cor 9,7). Il digiuno e l’elemosina devono essere fatti con gioia, e la preghiera con fiducia nella misericordia divina. La soddisfazione consiste appunto in queste tre opere (digiuno, elemosina e preghiera).

Beato quel penitente che sarà principe, cioè padrone, di se stesso, che sarà assiso sulla cattedra della ragione e che si umilia nel pensiero della morte: egli sarà sapientissimo con queste tre pratiche.

 

12. “È come il tarlo, quel debolissimo vermetto”. Osserva che il verme fa tre cose: è sempre in movimento, alza il capo per vedere dove meglio aggrapparsi, si accorcia per poi allungarsi di più. Così il giusto: è sempre al lavoro. Dice Girolamo: Fa’ sempre qualcosa, affinché il diavolo ti trovi sempre occupato, “perché l’ozio insegna molte cattiverie” (Eccli 33,29). “Ci si domanda come mai Egisto è diventato adultero. Il motivo è evidente: stava in ozio” (Ovidio). Insegna la Storia Naturale che l’inerzia accresce nel corpo i fluidi superflui: lo stesso avviene anche nell’anima. Invece la fatica consuma i fluidi superflui: infatti è da questi che si produce il sudore e la traspirazione. Dice anche che qualunque specie di pianta, se non viene curata, inselvatichisce.

Inoltre alza il capo, cioè la mente, per esaminare con occhio critico l’andamento della sua attività, in modo da orientarsi meglio verso Dio. “Il saggio ha gli occhi in fronte” (Eccle 2,14), ha cioè nella mente la luce del discernimento, “e le tue pupille precedano i tuoi passi” (Pro 4,25). E infine con l’umiltà si accorcia, per poi allungarsi e arrivare fino alla vita eterna.

Si degni di concedercela colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

VI. sermone allegorico

 

13. “Davide siede sulla cattedra”. Davide, che s’interpreta “di bell’aspetto”, è figura di Cristo che in croce, con le mani inchiodate, sconfisse le potenze dell’aria (cf. 1Pt 1,12); gli angeli bramano fissare lo sguardo nella bellezza del suo volto perché, come è detto nell’Apocalisse: “il suo volto è come il sole quando splende in tutta la sua forza” (Ap 1,16). Egli “siede”, cioè si è umiliato, “sulla cattedra”, vale a dire sulla croce, “sapientissimo” perché è la Sapienza del Padre, per mezzo della quale il Padre ha creato tutte le cose.

Troviamo parole simili nel terzo libro dei Re: “Salomone era il più sapiente di tutti gli uomini... parlò di piante, dal cedro del Libano all’issopo che sbuca dalla parete” (3Re 4,31.33). Salomone è figura di Cristo, il più sapiente di tutti, perché egli è la Sapienza, della quale dice l’Eccle­siastico: “Chi mai ha compreso la sapienza di Dio, la quale è prima di tutte le cose? Prima di ogni cosa fu creata la sapienza. Sorgente della sapienza è il Verbo”, cioè il Figlio, “di Dio nell’alto dei cieli” (Eccli 1,3-5), dal quale, come l’acqua dalla sorgente, scaturisce ogni sapienza.

Egli, “seduto sul legno” della croce, “parlò del cedro del Libano”, cioè della grandezza della divinità, “e dell’issopo”, vale a dire dell’umiliazione della sua umanità, “che sbucò dalla parete”, cioè dalla beata Vergine, cui accenna Isaia quando dice: “Ezechia voltò il suo viso contro la parete... e proruppe in un grande pianto” (Is 38,2-3).

A Davide era stata fatta la promessa che dalla sua discendenza sarebbe nato Cristo; ma il re Ezechia, poiché si vedeva morire senza eredi, credette che la promessa riguardante Cristo fosse annullata. Per questo proruppe in un grande pianto e voltò il viso contro la parete, rivolse cioè lo sguardo della mente alla beata Vergine; desiderava sopra ogni cosa che lei nascesse dalla sua discendenza, perché poi da lei nascesse Cristo. La somma sapienza di Cristo si rivelò sulla croce, quando prese all’amo della divinità il diavolo che si era avventato sull’esca dell’umanità; infatti dice Giobbe: “La sua sapienza abbatté il superbo” (Gb 26,12).

 

14. Siede dunque “sulla cattedra il principe fra tre”. In questo modo s’intende ch’egli (Gesù) è uno dei tre: ai lati Disma e Gesta, e in mezzo la potenza divina. Dice Giovanni: “Crocifissero con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù nel mezzo” (Gv 19,18). Ecco come siede, ecco come si è umilia­to il principe degli angeli: come fosse anche lui un ladrone, viene crocifisso tra due ladroni. Quindi, alludendo alla sua umiliazione è detto ancora: “Egli è come il tarlo, il piccolissimo verme”.

Osserva che il verme fa tre cose: si trascina con la bocca; quando viene bruciato il legno dove si trova, stride fortemente; niente è di esso più molle, quando lo si tocca. Così Cristo si trascinò alla croce con la sua propria bocca, quando rimproverò ai Giudei la loro malizia. La verità genera l’odio, e perciò dovette subire il supplizio. Parimenti è detto di lui: Lo scarabeo grida dalla croce (Ambrogio). Lo scarabeo è un piccolo insetto, che vola, e che ha gli occhi sulla sommità del capo. Anche Cristo, piccolo nella sua umiliazione, vola con la potenza della sua divinità: “Volò, volò sulle ali dei venti” (Sal 17,11), vale a dire sopra le potenze degli angeli e dei santi: “Il Capo di Cristo è Dio” (1Cor 11,3); ha gli occhi sulla sommità del capo, perché in virtù della sua divinità tutto vede: ai suoi occhi nessuna creatura è invisibile (cf. Eb 4,13). Egli, quando sul legno della croce bruciava nella passione, gridò fortemente: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46). Inoltre nessuno fu più paziente di lui e più umile quando venne flagellato, coronato di spine, colpito con gli schiaffi; nessuno sarà più forte di lui quando nel giudi­zio, con sentenza irrevocabile, precipiterà nell’inferno il diavolo con tutti i suoi seguaci.

Ci liberi da questa sentenza di eterna morte colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

VII. sermone morale

 

15. “Davide, assiso sulla cattedra fra i tre”. Davide, che s’interpreta “misericordioso”, raffigura i prelati della chiesa, che vengono eletti al preciso scopo di essere misericordiosi verso gli altri con triplice misericordia. Infatti a Pietro fu detto per tre volte: “Pasci!” (cf. Gv 21,15-17), e neppure una volta gli fu detto “tosa!”. Pasci con la parola della predicazione, con il sostegno della fervida preghiera e anche con i proventi del beneficio temporale. Il prelato siede sulla cattedra della dignità ecclesiastica, e voglia il cielo ch’egli sia sapiente di quella sapienza della quale parla Giacomo: “La sapienza che viene dall’alto, che è anzitutto pura, poi pacifica, modesta, persuasiva, favorevole ai buoni, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità di giudizio” (Gc 3,17). Ecco i sette gradini che il prelato deve salire per sedere in cattedra.

Di sette gradini – dice Ezechiele – è la sua salita (cf. Ez 40,22). La vita del prelato dev’essere “condita” (insaporita) con la sapienza che viene dall’alto, per essere anzitutto pura, della purezza della mente per quanto riguarda lui stesso, pacifi­ca nei riguardi dei sudditi, perché è stato posto sulla cattedra proprio per riconciliarli con Dio e tra di loro; dev’essere modesta per l’onestà dei costumi; persuasiva, cioè abile nel persuadere; favorevole ai buoni sia con i sentimenti e che con i fatti; piena di misericordia. Ecco Davide misericordioso verso i poveri, ai quali appartiene tutto ciò che possiede, fatta eccezione di ciò che gli è necessario per vivere: diversamente, nella sua casa ci sarebbe la rapina (cf. Is 3,14), e quindi dovrebbe essere condannato come un rapinatore.

Oppure: una sapienza piena di misericordia per la compassione dell’animo, e piena di buoni frutti nel compimento delle opere. Dev’essere senza parzialità nei giudizi, cioè senza preferenze di persone. Inoltre, infligga anche a se stesso la penitenza, nella misura con cui la infligge agli altri, perché “doppio peso e doppia misura sono tutte cose abominevoli al cospetto di Dio” (Pro 20,10), “e la misura scarsa è piena dell’ira di Dio” (Mic 6,10).

“Principe fra tre”. Sono la vita, la scienza e l’elo­quenza le tre prerogative che soprattutto devono adornare il prelato: vita intemerata, scienza autentica, eloquenza faci­le e persuasiva. Ma ahimè! Oggi la vita è immonda, la scienza è cieca, e l’eloquenza è muta.

“È come il tarlo del legno, piccolissimo verme”. Dice la Glossa: Davide nelle afflizioni, in casa e nei riguardi dei sudditi fu più mite degli altri; ma sul trono e contro i nemici nessuno fu più avveduto di lui. E questo Davide viene encomiato per tre qualità: per la sapienza, per l’umiltà e per la fortezza.

Tale dev’essere anche il prelato che vuol reggere con giustizia il popolo che gli è affidato. Si degni di concederglielo colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

 

FESTA DEI SANTI APOSTOLI

FILIPPO E GIACOMO

 

 

1. In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: “Non sia turbato il vostro cuore” (Gv 14,1). In questo vangelo sono degni di particolare considerazione, tra gli altri, tre argomenti:

- l’eternità della dimora celeste,

- la verità della fede,

- l’uguaglianza tra il Padre e il Figlio.

 

I. l’eternità della dimora celeste

 

2. “Non sia turbato il vostro cuore”. Dice la Storia Naturale che il cuore è la sorgente e l’origine del sangue, e che è il primo organo che riceve il sangue; e che è anche la sorgente degli impulsi che riguardano le cose piacevoli e quelle spiacevoli e dannose; e in genere i moti dei sensi da esso partono e ad esso ritornano, e la sua azione influisce su tutte le membra del corpo. “Non si turbi dunque il vostro cuore”, perché se si turba il cuore, si turbano anche tutte le altre membra.

Considera che i cuori si diversificano tra loro sia nella grandezza che nella piccolezza, nella delicatezza come nella durezza; infatti il cuore degli animali privi di sentimento è duro, mentre il cuore degli animali forniti di sentimento è tenero. Inoltre un animale che ha il cuore grande è timido, mentre quello che ha un cuore piuttosto piccolo è coraggioso. E i guai che capitano all’animale per la sua timidezza, a null’altro sono da attribuirsi se non al poco calore che hanno nel cuore, insufficiente a riem­pirlo tutto, perché il poco calore in un cuore grande si disperde, e quindi il sangue diventa piuttosto freddo. Cuori grandi si riscontrano nelle lepri, nei cervi, negli asini, nei topi e in altri animali in cui si manife­sta la timidezza. E come un piccolo fuoco scalda meno in una casa grande che in una casa piccola, così fa il calore in questi animali.

Cuore grande vuol dire cuore superbo; cuore piccolo vuol dire cuore umile; cuore tenero è il cuore misericordioso e compassionevole, e lo hanno coloro che partecipano alle sofferenze, alle necessità e alla miseria degli altri; cuore duro è il cuore avaro, e lo hanno coloro che sono privi di sentimento. Il cuore grande, cioè il cuore superbo, è timido, perché in esso il calore dell’amore di Dio e del prossimo è troppo poco, anzi si è raffreddato, e quindi sùbito si turba perché sùbito ha paura. Perché dunque il vostro cuore non si turbi, sia umile, e allora in esso sarà grande il calore dell’amore e grande l’energia per compiere le opere buone.

Osserva ancora che solo il cuore, tra tutti gli organi interni, non dev’essere soggetto a sofferenze o gravi infermità. E questo è giusto perché, se si deteriora il principio, a nulla giovano tutte le altre membra, o gli altri organi. Le altre membra ricevono la forza dal cuore, ma il cuore non ne riceve da esse. “Non si turbi dunque il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27). Tra le varie cose che turbano maggiormente il cuore c’è la perdita una cosa cara. Cristo aveva predetto agli apostoli la sua passione; essi, che lo amavano in sommo grado, temevano di perderlo e quindi potevano essere presi dal turbamento. Ecco perciò che il Signore li conforta dicendo: “Non si turbi il vostro cuore e non abbia timore” a motivo della morte della mia carne, perché io sono Dio e la risusciterò. E aggiunge: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Gv 14,1), perché io sono Dio. Osserva che Gesù disse “abbiate fede in Dio”, e non “credete Dio” o “credete a Dio”. Anche “i demoni credono che Dio esiste, e tremano” (Gc 2,19). Crede a Dio colui che si limita a credere alle sue parole, ma non fa nulla di bene; invece crede in Dio colui che lo ama con tutto il cuore e fa di tutto per unirsi alle sue membra.

 

3 “Credete in Dio”. Ecco il commento di Agostino: Affinché non temessero per la sua morte, reputandola la morte di un semplice uomo, e quindi ne restassero turbati, li conforta affermando di essere anche Dio. E perché di nuovo non si spaventassero pensando di essere da lui abbandonati alla rovina, vengono rassicurati che, dopo le prove, sarebbero stati sempre vicini a Dio, insieme con Cristo. Quindi continuò: “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti” (Gv 14,2).

Ecco la melagrana, nella quale tutti i grani sono entro un’unica corteccia, ma dove tuttavia ogni grano ha la propria celletta. Nella gloria eterna ci sarà una sola casa, un solo denaro (una sola ricompensa), un’unica dimensione di vita; ma ognuno avrà per così dire la sua cella, perché anche nell’eternità le “dignità” e gli onori saranno diversi: perché altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle (cf. 1Cor 15,41). Tuttavia, nonostante la differenza di splendore, uguale sarà in tutti la felicità, perché io godrò tanto della tua felicità quanto della mia, e tu godrai della mia felicità quanto della tua.

Facciamo un esempio. Eccoci qui insieme: io ho in mano una rosa. La rosa è mia, però anche tu ti diletti della sua bellezza e godi del suo profumo, proprio come me. Così sarà anche nella vita eterna: la mia gloria sarà il tuo conforto e la tua felicità, e viceversa. E in quella luce, tanto sarà lo splendore dei corpi che io potrò ammirarmi nel tuo volto come in uno specchio, e tu ammirare il tuo volto nel mio: e da questo scaturirà un amore ineffabile. Perciò dice Agostino: Quale sarà l’amore quando ognuno di noi vedrà il suo volto in quello dell’al­tro come oggi vediamo ognuno il volto dell’altro? In quella luce tutto sarà chiaro e palese, niente sarà nascosto per nessuno, niente sarà oscuro.

Dice l’Apocalisse: “La città di Gerusalemme sarà di oro purissimo, simile a terso cristallo” (Ap 21,18). La Gerusalemme celeste è detta di oro purissimo a motivo dello splendore dei corpi glorificati, che sarà come lo splendore del più limpido cristallo; poiché come attraverso un cristallo perfetto tutto ciò che sta all’interno si vede perfettamente anche dall’esterno, così in quella visione di pace tutti i segreti dei cuori saranno palesi ad ognuno reciprocamente, e quindi arderanno anche d’inestinguibile ed ineffabile fiamma di reciproco amore. Al presente non ci amiamo a vicenda veramente come si dovrebbe, perché ci nascondiamo nelle tenebre, e nel segreto del cuore siamo divisi gli uni dagli altri: per questo si è raffreddato l’amore ed è dilagata l’iniquità (cf. Mt 24,12).

“Se no ve l’avrei detto” (Gv 14,2). Il significato dell’espressione è questo: Se non ci fossero molti posti nella casa del Padre mio, io ve l’avrei detto, cioè non ve l’avrei nascosto, anzi vi avrei detto chiaramente che non ci sono. Sappiate invece, sottintende, “che vado proprio per prepa­ravi il posto” (Gv 14,2). Il padre prepara il posto al figlio, l’uccello prepara il nido ai suoi piccoli. Così Cristo ci ha preparato il posto e la pace della vita eterna, e prima ancora ci ha preparato la strada per la quale arrivarci.

Sia egli benedetto nei secoli. Amen.

 

II. la verità della fede

 

4. “Io sono la via” (Gv 14,6), senza possibilità di sbagliare per coloro che la cercano.

Dice Isaia: “Sarà chiamata via santa; per essa non passerà l’impuro; e per voi questa sarà la via diritta, così che neppure gli stolti si smarriranno percorrendola” (Is 35,8). Chi vuole essere sapiente, si faccia prima stolto per essere sapiente (cf. 1Cor 3,18). Lo stolto-sapiente non sbaglia percorrendo la via di Cristo, il cui insegnamento fu di disprezzare le cose temporali e apprezzare e gustare quelle celesti.

A questo proposito nel libro dei Numeri si racconta che Mosè mandò dei messaggeri al re di Edom per dirgli: “Ti preghiamo, permettici di passare per le tue terre. Non attraverseremo né campi, né vigne, e non berremo l’acqua dei tuoi pozzi, ma passeremo per la pubblica via senza deviare né a destra né a sinistra, finché avremo oltrepas­sati i tuoi confini: cammineremo sulla via frequentata” (Nm 20,17-19). I figli d’Israele sono figura dei giusti, i quali passano per le terre di Edom, nome che s’interpreta “insan­guinato”; passano cioè per il mondo, insanguinato dai peccati. Non vi dimorano stabilmente perché “guai a coloro che dimorano sulla terra” (Ap 8,13), ma sono solo viaggiatori e pellegrini. Di essi dice Giobbe: “Interrogate uno qualunque dei viaggiatori e saprete che essi sanno queste cose: che nel giorno della rovina sarà preservato il malvagio e sarà condotto fino al giorno dell’ira” (Gb 21,29-30).

I giusti non camminano per i campi maledetti delle preoccupazioni terrene, nei quali Caino uccise Abele, cioè “il possesso dei beni uccise il pianto” della penitenza; né vanno per le vigne della concupiscenza carnale e della lussuria: “Il loro vino – è detto – proviene dalle vigne di Sodoma” (Dt 32,32). Non bevono l’acqua del pozzo della Samaritana, cioè della cupidigia mondana, della quale chi beve avrà sete di nuovo(cf. Gv 4,13). Ma camminano sulla via pubblica, nella via frequentata, battuta, quella via che dice: “Io sono la via”.

Via pubblica nella parola, battuta nella flagellazione; pubblica nella predicazione degli apostoli, battuta nella persecuzione; pubblica perché a disposizione di tutti, battuta perché calpestata da quasi tutti i piedi. Infatti il saraceno (musulmano) la nega, il giudeo la bestemmia, l’eretico la profana, il falso cristiano la disonora vivendo disonestamente. Soltanto il giusto vi cammina con fedeltà e umiltà, non deviando né alla destra della prosperità per esaltarsi, né alla sinistra delle avversità per scoraggiarsi: cammina diritto fino al confine della morte per entrare quindi nella terra promessa.

 

5. “Io sono la verità” (Gv 14,6), senza falsità per coloro che la trovano. È detto in proposito: “La verità è scaturita dalla terra” (Sal 84,12). Cristo è verità, nata dalla terra vergine; la verità della fede stessa nasce dalla madre chiesa. La Verità però precedette, affinché la chiesa seguisse: “Spuntò nelle tenebre una luce per i retti di cuore” (Sal 111,4).

Si riferisce alla verità quanto è scritto nel terzo libro di Esdra: “Tre giovani, guardie del corpo del re Dario, scris­sero queste cose: Il primo, che il vino è forte; il secondo che è più forte il re; il terzo – cioè Zorobabele – che ancora più forti sono le donne. Ma su tutte le cose vince la verità” (3Esd 3,4.10-12).

“La verità è più grande e più forte di tutte le cose. Tutta la terra invoca la verità e il cielo la benedice. Iniquo è il re, inique le donne, iniqui tutti i figli degli uomini e inique tutte le loro opere: in essi non c’è la verità e nella loro iniquità periranno. Ma la verità resta e si afferma in eterno, e vive e persiste nei secoli dei secoli. E presso di lei non c’è preferenza di persone, né si fanno differenze, ma fa ciò che è giusto nei riguardi di tutti, giusti e malfattori, e tutti beneficiano delle sue opere. E nel suo giudizio non c’è nulla di ingiusto, ma solo fortezza e regno e potestà e maestà in tutte le epoche. Benedetto il Dio della verità. Amen” (3Esd 4,35-40).

Forte è il vino della cupidigia terrena: ubriachi di esso, i mondani cadono di peccato in peccato. Più forte è la superbia del diavolo, che “è il re di tutti i figli della superbia” (Gb 41,25). Più forte ancora è la tentazione della carne e della lussuria. Ma la verità di Cristo è di tutto la più forte, e vince tutte queste forze del male.

 

6. “Io sono la vita” (Gv 14,6), senza morte per coloro che che perseverano. “Io vivo, e anche voi vivrete” (Gv 14,19). Infatti dice Isaia: “Come i giorni dell’albero saranno i giorni del mio popolo” (Is 65,22). L’albero, nel grembo verginale della terra, piantato lungo il corso delle acque (cf. Sal 1,3), cioè sovrabbondante di carismi, è Gesù Cristo, i cui giorni sono eterni “perché il suo regno non avrà fine” (Lc 1,33); e i giorni del suo popolo eletto, che sarà salvato, sono eterni perché non ci sarà più la morte; ed egli, il loro Dio, “non è il Dio dei morti, ma il Dio dei viventi” (Mc 12,27).

“Io sono la via” con il mio esempio, “sono la verità” nelle mie promesse, “sono la vita” nel premio eterno. Via che non sbaglia, verità che non inganna, vita che non verrà mai meno.

 

7. “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Infatti dice ancora: “Io sono la via: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Gv 10,9).

C’era in Gerusalemme una porta, chiamata “cruna dell’ago”, per la quale non potevano entrare i cammelli, perché era molto bassa. Questa porta è Cristo umile, per la quale non può entrare il superbo o l’avaro con il suo carico sulla schiena, perché chi vuole entrare per questa porta deve prima abbassarsi, deporre il suo carico di beni terreni per non sbattere contro la porta. E chi entrerà per essa sarà salvo, purché sia perseverante; ed entrerà nella chiesa per vivere mediante la fede, e uscirà da questa vita per vivere in quella eterna, dove troverà i pascoli dell’eterna felicità. Amen.

 

III. uguaglianza del padre e del figlio

 

8. “Dice Filippo a Gesù: Signore, mostraci il Padre...”, (Gv 14,8), ecc. Oggi si celebra la festa dei beati Filippo e Giacomo, che ora vivono con Cristo nella celeste abita­zione. Quando vivevano quaggiù hanno seguito Cristo, hanno annunciato la sua verità agli infedeli, e oggi, attraverso quella porta che è lo stesso Cristo, sono entrati ai pascoli dell’eterna felicità.

“Signore, – disse Filippo – mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14,8). Poiché aveva detto che nessuno poteva andare al Padre se non per mezzo di lui, che è una cosa sola, inseparabile con il Padre, perché non domandassero chi era il Padre, afferma che conoscendo lui conoscevano anche il Padre, che ancora non avevano conosciuto. Quindi li rimprovera dicendo: “Se aveste conosciuto me, avreste conosciuto anche il Padre; fin d’ora lo conoscete e lo avete veduto” (Gv 14, 7), allo stesso modo che di due persone perfettamente uguali si dice: Se hai visto questa, hai visto anche quella. Avevano visto il Figlio, che era assolutamente uguale al Padre, e quindi dovevano credere che anche il Padre era proprio come lui, e non crederlo diverso. “Già fin d’ora lo conoscete” avendo conosciuto me, “e lo avete veduto” con il cuore, poiché avete veduto me che sono a lui perfettamente uguale.

 

9. Ma c’erano altri che, come Filippo, pur riconoscendo questi come Figlio e quello come Padre, non credevano che il Figlio fosse del tutto uguale al Padre, bensì credevano il Padre superiore al Figlio, e così non conoscevano né il Padre né il Figlio. Filippo, essendo appunto di questa opinione, dice: “Mostraci il Padre, e ci basta”, perché così, vedendolo, saremo soddisfatti e felici. Leggiamo qualcosa di simile nell’Esodo, quando Mosè dice al Signore: “Mostrami la tua gloria. Il Signore gli rispose: “Io ti mostrerò ogni bene” (Es 33,18-19). È la stessa cosa che rispose Gesù: “Filippo, chi vede me, vede anche il Padre” (Gv 14,9), e così vede ogni Bene, quel Bene al quale attinge bontà chiunque è buono, e che diffonde la sua bontà su tutto ciò che esiste. Tutto ciò che c’è in cielo, come negli angeli, e tutto ciò che c’è in terra e sotto terra, ciò che vi è nell’aria e nell’acqua, e tutto ciò che è dotato di ragione e di intelligenza, ciò che si muove, vive ed esiste, proviene da lui, sommo Bene, causa e sorgente di tutto il bene. A lui dunque onore e gloria per i secoli eterni. Amen.

 

IV. sermone allegorico

 

10. “Questi sono i due figli dello splendore dell’olio”, cioè consacrati, “che stanno al fianco del Signore di tutta la terra” (Zc 4,14). Di questo abbiamo un riscontro anche nella Genesi: Giuseppe prese i suoi due figli Manasse e Efraim e li condusse dal padre suo Giacobbe. Il quale disse: Chi sono costoro? Sono i miei figli, donatimi da Dio in questo luogo. Portameli vicino – soggiunse – perché li benedica. E li benedisse dicendo: Dio ti renda come Efraim e come Manasse (cf. Gn 48,1.8-9.20). Dio renda anche noi come Filippo e come Giacomo, che Dio Padre donò al figlio suo Gesù Cristo in terra d’Egitto, cioè in questo mondo, nella terra della sua peregrinazione e della sua povertà.

Filippo s’interpreta “bocca della lampada”, e Efraim “fruttifero”. Questi due concetti concordano perfettamente. Infatti Filippo fece portare copiosi frutti di opere buone a tutti coloro che aveva illuminato con la parola della predicazione e con la luce della fede. Si legge, nel racconto della sua vita, che per vent’anni annunciò appassionatamente il vangelo ai pagani della Siria, dove fece crollare una statua di Marte, sotto la quale c’era un ferocissimo drago, ch’egli mise in fuga. Restituì la salute a molti infermi, risuscitò morti, e convertì alla fede molte migliaia di persone e le battezzò.

Giacomo s’interpreta “soppianta chi ha fretta” (cf. Gn 25,25), e Manasse “smemo­rato”. E anche questi due nomi concordano perfettamente. Giacomo infatti, dimentico del passato e delle cose di questo mondo, soppiantò, cioè tenne sotto la pianta dei piedi la carne, la quale ha sempre fretta di avere ciò che brama. Dicono che abbia praticato un’asti­nenza molto rigida: non fece uso di bagno o di vesti di lino, né di carne o di vino; a motivo della sua particolare santità fu eletto dagli apostoli vescovo di Gerusalemme, e gli fu attribuito il titolo di giusto. È chiamato “fratello del Signore” e di volto gli fu molto somigliante. Quando il Signore morì sulla croce, fece voto di non mangiare più nulla finché non fosse risorto, e perciò si dice che il Signore gli apparve il giorno stesso della risurrezione. Afferma infatti l’Apostolo: “Apparve a più di cinquecento fratelli radunati insieme; inoltre apparve a Giacomo” (1Cor 15,6-7).

Giacomo, mentre a Gerusalemme predicava Gesù Cristo ad una grande folla di popolo, fu precipitato dai Giudei dal pinnacolo del tempio, e quindi fu percosso sulla testa con un bastone da lavandaio, finché il suo sangue e il cervello si sparsero per terra: così oggi è ritornato al Signore.

“Questi dunque sono i due caprioli gemelli, che pascolano tra i gigli” (Ct 4,5), cioè tra gli splendori dell’eterna felicità; “figli dello splendore dell’olio”, cioè della grazia dello Spirito Santo, con il quale furono consacrati il giorno della Pentecoste.

Leggiamo nel Deuteronomio: “Benedetto Aser nei suoi figli, sia caro ai suoi fratelli e bagni nell’olio il suo piede. Ferro e bronzo siano il suoi calzari” (Dt 33,24-25). Aser, che s’interpreta “ricchezze”, è figura di Cristo, che non solo è ricco ma è la ricchezza stessa, perché a tutti dona largamente senza mai diminuire in se stesso; che è benedetto, mirabile e glorioso in questi due figli; che fu sommamente caro ai suoi fratelli, – “Andate e annunciate ai miei fratelli” (Mt 28,10), – che egli tanto amò e dai quali fu altrettanto amato. Egli nel giorno della Pentecoste bagnò nell’olio dello Spirito Santo i suoi piedi, cioè gli stessi apostoli, che lo avrebbero portato in tutto il mondo, come i piedi portano il corpo, e questo perché sopportassero meglio la grande fatica. Infatti il piede stanco, ungendolo, viene reso capace di nuove fatiche. I calzari del suo piede furono di ferro, nel quale è simboleggiato il potere di compiere miracoli, e di bronzo, che raffigura la grande efficacia della parola. I calzari che gli apostoli indossarono per camminare con sicurezza sopra serpenti e scorpioni, cioè sopra i demoni (cf. Lc 10,19) e tra gli uomini traditori, furono la loro dottrina e il loro insegnamento; avevano due qualità: il potere di compiere miracoli, con i quali penetravano nei cuori, e l’efficacia della predicazione, con la quale istruivano gli infedeli.

“Essi stanno a fianco del Signore di tutta la terra”. “Stare a fianco” vuol dire qui “obbedire” o “servire”. Questi due apostoli obbedirono a Gesù Cristo, Signore di tutta la terra, nel momento della loro chiamata o elezione; obbedirono osservando i suoi precetti; lo servirono e servirono (offrirono) a lui anche se stessi, in olocausto di soave odore; ed ora stanno in cielo al suo fianco, lodandolo e benedicendolo insieme con gli angeli. A lui la lode e la benedizione per i secoli eterni. Amen.

 

 

 

V. sermone morale

 

11. “Questi sono i due figli”. Leggiamo nella Genesi: “Voi – disse Giacobbe – sapete che due figli mi ha procreato mia moglie” Rachele (Gn 44,27), i due figli uterini Giuseppe e Beniamino. Essi sono figura dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Giacobbe è figura del giusto; Rachele, nome che s’interpreta “pecora” e “che vede Dio”, è figura dell’anima del giusto, che vede per mezzo della fede, ed è paragonato alla pecora per l’umiltà e la semplicità. Questi due figli genera Giacobbe per indicare che il giusto ama Dio sopra tutte le cose e il prossimo come se stesso. L’amore di Dio è simboleggiato in Giuseppe, l’amore del prossimo in Beniamino. Consideriamo i fatti ad uno ad uno.

Giuseppe, che s’interpreta “crescita”, è l’amore di Dio: quanto più amerai Dio, tanto maggiore crescita ne avrai da lui e in lui. Dice infatti il salmo: “L’uomo si avvicinerà ad un cuore sublime e Dio sarà esaltato” (Sal 63,7-8). Il cuore sublime è il cuore di chi ama, di chi aspira a Dio, di chi lo contempla, di chi disprezza le cose inferiori. Tu arrivi un tale cuore se cammini con i passi della devozione. Dio viene esaltato non in sé, ma in te. La sua esaltazione dipende dell’intensità del tuo amore, dalla elevazio­ne della tua mente. Innalza dunque te stesso, per arrivare a toccare o anche a possedere, per quanto è possibile, colui che è al di sopra di te, perché egli è stato proclamato “Eccelso” (cf. Is 2,22).

Ma Giuseppe dove aumentò, dove ebbe la crescita? Senti dove. Dice la Genesi: “Dio mi fece crescere nella terra della mia povertà” (Gn 41,52). Questo è anche ciò che dice il Signore: “Beati i poveri nello spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). Ecco quanto cresce, colui che riceve in proprietà il regno dei cieli. Oh, quanti vivrebbero anche oggi per lungo tempo in strettissima povertà, se sapessero con assoluta certezza di poter avere in sorte il regno di Francia o di Spagna! E invece oggi non c’è più nessuno che voglia vivere nella vera povertà di Cristo per poter poi conseguire il regno dei cieli: il regno dei cieli, l’amore di Dio, del quale non esiste dignità o proprietà più sublime. Sta scritto nei Proverbi: “Il suo possesso è preferibile a quello dell’argento, e i suoi frutti – il gusto della contemplazione – a quello dell’oro raffinato e purissimo. È più prezioso di tutte le ricchezze, e tutte le cose più desiderabili non sono in grado di reggere il paragone con esso” (Pro 3,14-15). Quindi nella terra della povertà, dell’umiltà, dell’ab­bas­samento cresce l’amore verso la maestà di Dio. Come diceva il Battista: “È necessario che io diminuisca e che lui cresca” (Gv 3,30). Quando nell’uomo diminuisce l’amor proprio, aumenta in lui l’amore di Dio.

 

12. Analogamente, Beniamino – che s’interpreta “figlio della destra”, chiamato prima Ben-oni, “figlio del dolore” (cf. Gn 35,18) –, è figura dell’amore del prossimo, le cui sofferenze devono essere anche tue. Anche l’altro che si chiamava Ben-oni (l’apostolo Paolo) diceva: “Chi è infermo, senza che lo sia anch’io?” (2Cor 11,29), ecc. E di nuovo scrivendo ai Romani: “Ho nel cuore una grande tristezza e una continua sofferenza per i miei fratelli” (Rm 9,2-3). Se tu mi ami, soffri del mio dolore. Infatti il dolore del tuo cuore è il segno dell’amore che hai per me. La madre soffre per il figlio ammalato, perché lo ama; se non lo amasse non soffrirebbe.

Ahimè, quanto poco, o nulla, soffriamo per il dolore del prossimo! E quale ne è la causa? Certamente perché non lo amiamo. E quindi dobbiamodolerci di non sentire dolore: solo il dolore potrà esse il rimedio del dolore (Catone). Perciò l’amore del prossimo sia anzitutto figlio del dolore, per poter diventare figlio della destra di Dio, con il quale godremo eternamente. Infatti se con lui soffriremo, con lui anche regneremo (cf. Rm 8,17).

 

13. “Questi dunque sono i due figli”, e chi li ha “sarà beato e godrà di ogni bene” (Sal 127,2). Sventurato invece chi non li ha, perché dovrà piangere e, insieme con Giacobbe, dire: “Mi avete ridotto ad essere senza figli. Giuseppe non c’è più, e ora mi portate via anche Beniamino. E su di me cadono tutte queste sventure” (Gn 42,36). “Io sarò come uno rimasto privo di figli” (Gn 43,14).

Dice la Storia Naturale che l’aquila depone tre uova, ma poi ne getta fuori dal nido uno, perché fa troppa fatica e si indebolisce a mantenere tre piccoli. Le tre uova raffigurano i tre amori: di Dio, del prossimo e del mondo. L’aquila, cioè il giusto, deve gettare via dal nido della propria coscienza l’amore del mondo, per essere in grado di curare bene gli altri due, perché, se vuole curare anche il terzo, si affaticherà con le preoccupazioni materiali, si indebolirà la forza della sua mente e così diventerà incapace di tutto.

 

14. “Questi sono dunque i due figli”. Di chi sono figli? “Dello splendore dell’olio”. Ecco “Rachele, bella di volto e avvenente di aspetto” (Gn 29,17). Ecco lo splendore dell’olio, cioè la luminosità dell’anima, la gioia della coscienza che, come l’olio, galleggia al di sopra di ogni liquido, vale a dire al di sopra di ogni gioia temporale.

Il Signore ordinò a Mosè: “Comanda ai figli d’Israele che ti portino olio di olive, purissimo e limpido per alimnentare in continuazione le lampade, fuori del velo della tenda della testimonianza” (Lv 24,2-3. I figli d’Israele sono i giusti e i contemplativi che portano l’olio, cioè la gioia della coscienza, purissima nei riguardi di se stessi, e limpida nei riguardi del prossimo; e l’olio non è prodotto dalle noci, cioè dalle frivolezze del mondo o della carne, ma dalle olive, cioè dalle opere di misericordia. E con questo olio alimentano, cioè formano e governano “in continuazione le lampade”, vale a dire i sensi del loro corpo, “che sono fuori del velo della tenda della testimonianza”, di cui dice l’Apostolo: “La nostra gloria è questa: la testimonianza della nostra coscienza” (2Cor 1,12). Il velo simboleggia il segreto della mente che dobbiamo porre tra noi e il prossimo, il quale non può vedere oltre i velo: è sufficiente che possa vedere le lampade bene alimentate, affinché dalle stesse sia illuminato il sommo sacerdote Gesù, al quale ogni cuore è aperto, e che entra ed esce dal velo, perché egli penetra nei cuori e nei loro segreti.

“I due figli che sono al fianco del Signore di tutta la terra”. L’amore di Dio è al suo fianco con l’umiltà e la devozione della mente; l’amore del prossimo con la compassione e con il conforto. Si degni di darci questi due figli dell’amore Cristo Gesù, che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

INVENZIONE DELLA SANTA CROCE

 

1. In quel tempo: “C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo” (Gv 3,1).

In questo vangelo dobbiamo considerare tre momenti:

- la rigenerazione del battesimo,

- l’ascensione di Cristo,

- la sua passione.

 

I. la rigenerazione del battesimo

 

2. “C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo”. Egli, essendo credente, diceva che Cristo veniva da Dio a motivo dei miracoli che aveva visto; ma non era ancora rinato, e perciò andò da Gesù di notte, e non di giorno, perché non era ancora stato illuminato dalla luce celeste. Oppure, andò di notte forse perché, essendo maestro in Israele, si vergognava di dover imparare qualcosa di fronte a tutti; o semplicemente per paura dei Giudei. Egli, poiché nella sua saggezza aveva osservato degli evidenti miracoli, volle meglio approfondire i misteri della fede e così meritò di essere istruito sulla “seconda generazione” e sull’ingresso al regno dei cieli, sulla divinità di Cristo e sulla sua duplice nascita, sulla passione, sulla risurrezione e sull’ascensione e su molte altre cose.

Considera che Nicodemo, il cui nome s’interpreta ef­flusso, “fuoruscita”, espressione, di terrenità (rispetto umano), è figura di coloro che credono perfettamente, ma tuttavia non hanno ancora la luce delle opere perfette: temendo l’assalto dei pensieri e delle opere della carne, come anche quello degli infedeli Giudei, fruiscono del colloquio con Cristo solo con la fede, non avendo il coraggio delle opere buone.

In pratica è ciò che dice la Storia Naturale: il gufo ha la vista debole durante il giorno, mentre di notte vede distintamente e allora si sente più forte e vola con maggior sicurezza; invece durante il giorno gli altri uccelli gli volano all’intorno e tentano di spennarlo; ed è per questo che gli uccellatori riescono a catturare per suo mezzo molti altri uccelli. Il gufo (lat. bubo) deve il suo nome al suono del richiamo che emette, e simboleggia il cristiano che di questo nome (cristiano) ha solo il suono della parola – cristiano infatti viene da Cristo –, ma non ha la sostanza di questo nome, cioè l’umiltà e la carità di Cristo; e quindi viene chiamato vaso vuoto, benché segnato. Questo cristiano non vede di giorno, perché non ha la luce delle opere buone; invece vede molto bene di notte “perché i figli di questo mondo, verso i loro pari, sono molto più scaltri dei figli della luce” (Lc 16,8). “Sono esperti nel fare il male” – dice Geremia –, ma non sanno compiere il bene” (Ger 4,22).

Questo gufo ha paura di volare di giorno, di comparire cioè di fronte ai giusti che vivono alla luce del sole, perché questi non lo accarezzano, ma lo spennano, vale a dire lo criticano, lo rimproverano, lo correggono. Ma ahimè! Quante volte, per mezzo di questo gufo, i demoni traggono in inganno i giusti. Un prelato, per esempio, ha un parrocchiano usuraio, o schiavo di qualche altro grave vizio; costui, per paura di essere svergognato o scomunicato, fa al prelato dei donativi e gli promette altri favori: il prelato che li prende, è preso a sua volta. “Lo zufolo emette il suo dolce suono, e intanto l’uccellatore cattura gli uccelli” (Catone).

 

3. [Alle varie domande di Nicodemo] Gesù rispose: “In verità, in verità ti dico: Se uno non rinasce da acqua e da Spirito Santo non può entrare nel Regno di Dio” (Gv 3,3). Nell’Antico Testamento si giurava con le parole: “Vive il Signore!” (cf. 1Re 26,10). Nel Nuovo si dice: “In verità, io dico”. E mentre gli altri evangelisti lo scrivono una volta sola, Giovanni lo ripete due volte, secondo ciò che disse Gesù: “Sia il vostro parlare sì, sì” (Mt 5,37), come dicesse: Dico la verità con il cuore e con la bocca.

Commenta la Glossa: La seconda nascita, della quale Gesù parla, è spirituale, e viene da Dio e dalla chiesa, per la vita. Ma Nicodemo conosce solo la nascita della carne, che viene da Adamo e da Eva, per la morte. Ma come la nascita della carne – lo dice Nicodemo – non si può ripetere, così quella spirituale, da chiunque sia fatta, non si può rifare. Dal seme del vero Abramo infatti, cioè da Gesù Cristo, sono nati sia i figli della libera che quelli della schiava.

“Da acqua e da Spirito Santo”. Abbiamo tre entità: il fuoco, la pentola e il cibo. Il fuoco avvolge la pentola e nella pentola sta il cibo. Il fuoco in realtà non tocca il cibo, però lo scalda, lo purifica e lo cuoce. Il fuoco simboleggia lo Spirito Santo; il corpo dell’uomo è paragonabile alla pentola; l’anima è come il cibo. Perciò, come il cibo viene cotto dal calore del fuoco per mezzo della pentola, così il battesimo con l’acqua, infiam­mato con il fuoco dello Spirito Santo, mentre bagna este­riormente il corpo, purifica interiormente l’anima da ogni peccato. Nel fiume Giordano lo Spirito discese su Cristo battezzato; tutti i giorni nel fonte battesimale lo Spirito discende su ogni battezzato, e con la sua potenza, di un figlio dell’ira fa un figlio della grazia. Perciò Cristo, per sé e per tutti i battezzati nel suo nome, sentì la voce che diceva: “Questo è il mio Figlio diletto” (Mt 3,17).

 

4. Senso morale. Il Battesimo da acqua e da Spirito Santo raffigura la penitenza, che nasce dallo spirito di contri­zione (pentimento) e dall’acqua di una confessione bagnata di lacrime, affinché colui che con il peccato mortale ha perduto l’innocenza e la grazia del primo battesimo, possa ricuperarla in virtù di questo secondo battesimo. La penitenza è la seconda tavola di salvezza dopo il naufragio. Di questo battesimo (di penitenza) parlò Eliseo, quando a Nahaman Siro, ricco ma lebbroso, comandò: “Va’ e làvati sette volte nel Giordano: la tua carne guarirà e tu sarai mondato dalla lebbra” (4Re 5,10).

Naaman s’interpreta “splendido”, Siro “sublime” e Giordano “fiume del giudizio”. Il peccatore che, esteriormente, può anche essere splendido, sublime in alto perché superbo e ricco in basso, è però lebbroso nel suo interno, cioè nell’anima; e se vuole che la sua anima ricuperi la salute, deve accostarsi al fiume del giudizio, cioè ad una confessione bagnata dalle lacrime, con la quale egli deve giudicarsi, e condannare ciò che ha fatto di male: e questo per sette volte.

Dice in proposito l’Apostolo: “Ecco infatti quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristar­vi secondo Dio; ma anche difesa, e indignazione, e timore, e desiderio, ed emulazione, e vendetta” (2Cor 7,11).

“Tristezza secondo Dio”. Triste, che suona quasi come “trito” (contrito): la tristezza è la contrizione del cuore nella confessione. Questa tristezza produce nel peccatore l’impe­gno della soddisfazione, cioè della riparazione. Dice infatti Michea: “Spasima e datti da fare, figlia di Sion, come una parto­riente” (Mic 4,10). E “Marta si dava da fare, ed era tutta presa dai vari servizi” (Lc 10,40).

“Ma produce anche difesa”, cioè accusa di se stesso. Infatti si difende efficacemente davanti al giudice della corte celeste, colui che umilmente si accusa davanti al giudice della chiesa, come faceva Giobbe: “Io non perdonerò alla mia bocca; parlerò nella tristezza del mio spirito” (Gb 7,11). Perdona alla sua bocca colui che nella confessione cerca di attenuare o di scusare il suo peccato; e non parla nella tristezza del cuore colui che si confessa laconicamente e quasi scherzando.

“E anche indignazione” contro se stesso, non contro il destino o contro il prossimo. Così faceva Giobbe: “Con i miei denti io lacero le mie carni e porto la mia anima nelle mie mani. Anche se mi ucciderà, spererò in lui; tuttavia voglio difendere davanti a lui la mia condotta: solo lui è il mio salvatore” (Gb 13,14-16). È veramente segno di grande indignazione, quando uno si lacera le carni con i denti. Si lacera le carni con i denti colui che detesta i suoi peccati carnali, esecrandoli dal profondo. Questi porta l’anima nelle sue mani, pronto a renderla a Dio in qualunque momento gliela domandi. O anche: L’anima è la vita del corpo; dov’è l’anima, ivi è la vita; la vita nelle mani è la carità, che è l’anima della fede nelle opere. Colui che porta così l’anima, anche se Dio lo castiga, anche se lo colpisce con la tentazione, con la persecuzione, tuttavia continua a sperare in lui, sapendo che egli accoglie ogni figlio che castiga; e quanto più si umilia, tanto più detesta la sua condotta e le sue opere dicendo: “Non ho mai avuto quanto meritavo!” (Gb 33,27).

“E anche timore”, per non cadere in questi peccati e altri simili. “State attenti, fratelli, di procedere con cautela” (Ef 5,15). Si legge nella Storia Naturale che il camaleonte, nome che s’interpreta “leone della terra”, è molto scarno, perché ha poco sangue. È molto pauroso, e proprio per la paura il suo colore cambia e prende tanti colori diversi, perché la sua paura aumenta a motivo della scarsità di sangue e della diminuzione del calore. Queste cose si avverano quasi alla lettera nel penitente umile e contrito. Egli può essere detto leone della terra, cioè della sua carne, perché come un leone l’assoggetta e la calpesta: e quindi è gracile e ha poco sangue a motivo della severa astinenza che pratica. È detto di lui che è molto pauroso perché, avendo sperimentato il pericolo, sospetta che sotto ogni esca si nasconda l’amo; oppure ha paura perché non vede in se stesso tanto sangue di contrizione, o non vede abbondare il calore del divino amore sì da potersi esporre al pericolo della tentazione o affrontare luoghi sospetti. Scongiuro colui che non ha queste due cose (contrizione e amore divino) di aver paura dei luoghi sospetti (occasioni pericolose), e con paura fuggirli.

“E anche il desiderio”. “Ho desiderato grandemente di mangiare questa pasqua con voi” (Lc 22,15). Deve sempre desiderare di salire, di giorno in giorno, ad una perfezio­ne maggiore, e finalmente di passare da questo mondo al Padre.

“E anche emulazione”, cioè imitazione e ardente desiderio di crescere nella vita dello spirito: “Aspirate ai carismi più grandi” (1Cor 12,31). Emulare, in lat. aemulari, può voler dire invidiare e anche imitare. Se si prende con il senso di invidiare, è composto da ex e immolare, cioè sacrificare; se invece si prende nel senso di imitare, è composto da extra, fuori e mòlere, macinare. Chi desidera imitare le virtù altrui, è necessario che si màcini dentro se stesso, cioè che nella sua coscienza sottoponga a severo esame la sua vita e, dopo averla esaminata, la mostri agli altri con l’esempio, per essere imitato. Oppure, è detto emulatore colui che estrae dal sacco di un altro il grano delle virtù e lo mette sotto la mola del suo cuore: dopo averlo finemente macinato e ridotto, per così dire, in farina, ne fa il pane che egli mangia per primo e quindi distribuisce anche agli altri.

“E anche vendetta” (rivendicazione, punizione). Leggiamo in Luca: “Una vedova implorava il giudice: “Rivendica il mio diritto contro il mio avversario. Ma il giudice per lungo tempo non volle ascoltarla” (Lc 18,3-4). La vedova è figura dell’anima la quale, unita dapprima allo Spirito Santo per mezzo del battesimo, è rimasta vedova del suo Sposo a causa del peccato mortale. Costei, stanca del peccato, implora il giudice, il quale deve giudicare se stesso: Rivendica i miei diritti contro l’avversario, cioè contro questo mio corpo. E poiché il peccatore non teme Dio, perché davanti ai suoi occhi non c’è timor di Dio (cf. Sal 35,2), né ha rispetto per gli uomini, perché è sfrontato come una prostituta e non si vergogna di nulla (cf. Ger 3,3), così per molto tempo si rifiuta di far valere i diritti della vedova, cioè di fare penitenza, perché da lungo tempo invischiato in molti peccati.

Ma finalmente, per i rimorsi e i latrati della coscienza, interviene a favore della vedova, e al tribunale della coscienza giudica se stesso e condanna l’avversario, cioè il suo corpo; rinchiude quindi il condannato nel carcere della penitenza, fino a che non avrà fatto completa giustizia nei riguardi della vedova, vale a dire dell’anima. Amen.

 

II. l’ascensione di cristo

 

5. “Nessuno è mai salito al cielo, se non il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo” (Gv 3,13). Poiché ci siamo proposti di parlare più diffusamente dell’Ascensione in un altro sermone (vedi il sermone dell’Ascensione,) ne tratteremo qui piuttosto brevemente.

Il cielo rappresenta la sublimità della divinità. Dice Lucifero: Salirò fino al cielo, porrò la mia sede nelle parti più remote del settentrione, e sarò uguale all’Altis­simo (cf. Is 14,13-14). Lucifero aveva la sua sede nell’empireo e non c’era quindi cielo più alto al quale potesse salire: perciò dicendo “cielo” intendeva la sublimità della divinità: ad essa desiderava salire per essere uguale all’Altissimo.

Anche nel passo evangelico possiamo benissimo intendere “cielo” in questo senso. Nessuno, cioè nessun uomo, per quanto santo, anche santificato nel grembo materno, salì mai alla sublimità della divinità, per essere (uguale a) Dio, se non colui che discese dal cielo, cioè dalla sublimità della divinità, per essere uomo, cioè figlio dell’uomo – egli che è in cielo (cf. Gv 3,13) –, restando Dio. Infatti Cristo non discese dal cielo in modo da non essere più nel cielo, perché non si fece uomo in modo tale da cessare di essere Dio, ma “fu ricco e povero insieme” (Sal 48,3), Dio e uomo ad un tempo: generato da Dio prima del tempo, uomo da uomo nel tempo. Anche nel salmo troviamo quasi le stesse parole: “Egli esce dalla sommità dei cieli”, ecc. (Sal 18,7).

Considera che altro è salire, e altro è essere portato in alto. Colui che sale, sale per virtù propria; invece chi è portato in alto, sale per opera di un altro. Cristo salì al cielo per virtù propria; tutti gli altri vi vengono portati per opera degli angeli. Per questo leggiamo che Enoch fu trasportato in Paradiso (cf. Eccli 44,16) e che Elia fu rapito su un carro di fuoco (cf. Eccli 48,9). E nella chiesa si canta: Verrà l’arcangelo Michele con una grande moltitudine di angeli, per condurre le anime nel paradiso della felicità (cf. antico Ufficio di san Michele, arc.).

 

6. Senso morale. Il cielo rappresenta la sublimità della contemplazione, oppure anche l’eccellenza, l’elevatezza di una vita santa. Leggiamo nel Deuteronomio: “La terra di cui stai per entrare in possesso non è come la terra di Egitto dalla quale sei uscito, e dove spargevi la tua semente come in un orto bene irrigato; ma è una terra sia montuosa che pianeg­giante, la quale attende le piogge che vengono dal cielo: terra che il Signore Dio tuo ha sempre custodito, e alla quale i suoi occhi sono rivolti dal principio alla fine dell’anno” (Dt 11,10.12). La terra di Egitto raffigura il mondo, o la carne, le cui acque sono le ricchezze e i piaceri con i quali viene irrigata come un orto, nel quale sono indicate la pompa del mondo e la lussuria della carne, di cui Isaia dice: “Quando diventerai come una quercia dalla quale si staccano le foglie, e come un orto senza acqua” (Is 1,30). Nell’ora della morte le foglie delle ricchezze cadranno, l’acqua dei piaceri si inaridirà, e allora l’infelice peccatore resterà nudo e arido.

Non è così invece la terra della penitenza, della quale, colui che esce dalla terra d’Egitto, deve entrare in possesso. La penitenza èmontuosa, perché vi si arriva con fatica, e pianeggiante, perché larga e spaziosa man mano che vi si penetra. All’inizio ogni religione è montuosa, perché la salita è difficile, soprattutto per chi ancora non è esercitato; ma poi diventa pianeggiante, perché si allarga con l’andar del tempo. Questa terra non ha l’acqua dell’Egitto, ma attende dal cielo, cioè dalla sublimità della contemplazio­ne o della vita santa, le piogge della devozione, della consolazione e della compunzione bagnata dalle lacrime, con le quali il Signore la visita e la irriga.

E fa’ attenzione che dice “attende”; e in questo è indicata la grande brama del penitente, o del religioso, che deve sempre attendere la consolazione o dalla contem­pla­zione, o dalla predicazione, o anche dalla familiarità e dall’amicizia con il giusto. A questa terra “sono rivolti gli occhi del Signore”, cioè lo sguardo della grazia divina, dall’inizio della conversione fino alla corruzione finale. E in questo cielo c’è il figlio dell’uomo, cioè “il verme”, l’umile che si reputa un verme e figlio di verme, del quale dice Giobbe: “L’uomo è corruzione e il figlio dell’uomo è un verme” (Gb 25,6), cioè corruzione da corruzione.

L’umile si reputa corruzione, e quindi dice con Davide: “Chi perseguiti, o re d’Israele, chi perseguiti? Un cane morto e una pulce?” (1Re 24,15). Solo costui, e nessun altro, è nel cielo sopra descritto per la purezza dello spirito, discende dal cielo con la compassione verso il prossimo, e sale al cielo con l’elevazione della mente. E nessun altro, nessun superbo vi salirà: “Dio infatti resiste ai superbi, agli umili invece dà la sua grazia” (Gc 4,6; 1Pt 5,5). Amen.

 

 

 

 

III. la passione di cristo

 

7. “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto” (Gv 3,14). Ecco che cosa leggiamo nel libro dei Numeri: “Il Signore mandò fra il popolo dei serpenti velenosi”, perché il popolo aveva mormorato contro il Signore. E il Signore disse a Mosè: “Fabbrica un serpente di bronzo e mettilo come un segno: chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà, resterà in vita” (Nm 21,6-8). Il serpente di bronzo è figura di Cristo, Dio e uomo: il bronzo che, nonostante il passare del tempo, non si consu­ma, simboleggia la sua divinità, e il serpente la sua umanità, la quale fu innalzata sul legno della croce, come segno della nostra salvezza.

Alziamo dunque i nostri occhi e guardiamo all’autore della nostra salvezza, Gesù Cristo (cf. Eb 12,2). Consi­deriamo il Signore nostro, appeso alla croce, confitto con i chiodi. Ma ahimè! “La tua vita sarà come sospesa davanti a te... e non crederai alla tua vita?” (Dt 28,66). Non dice “vita vivente”, ma “vita sospesa”. E cos’è mai più caro all’uomo della vita? La vita del corpo è l’anima; la vita dell’anima è Cristo. Ecco dunque, la tua vita è sospesa: perché non soffri, perché non soffri insieme con essa?

Se è la tua vita, come è in realtà, come puoi ancora trattenerti, e non essere invece “pronto con Pietro e con Tommaso ad andare in carcere e a subire la morte insieme con lui? (cf. Lc 22,33). Egli è sospeso davanti a te per invitarti a soffrire insieme con lui, come è scritto nelle Lamentazioni: “O voi tutti che passate per la via, conside­rate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore” (Lam 1,12).

Veramente non c’è un dolore simile al suo. Infatti quelli che ha redento con tanto dolore, li vede anche perdersi con tanta facilità. La sua passione fu sufficiente alla redenzione di tutti: ed ecco invece che quasi tutti tendono alla dannazione. E quale dolore potrà essere come questo? A questo dolore nessuno presta attenzione, anzi neppure lo si conosce. E perciò anche noi dobbiamo temere grandemente che, come in principio disse: “Mi pento di aver creato l’uomo” (Gn 6,7), così non abbia a dire anche al presente: Mi pento di averlo redento. Se uno avesse faticato duramente per tutto l’anno nel suo campo o nella sua vigna, e poi non ne ricavasse alcun frutto, forse che non ne avrebbe dispiacere? Non si rammaricherebbe forse di aver tanto faticato? Dio stesso dice per bocca di Isaia: “Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna, che io non abbia fatto? Perché, mentre mi aspettavo che facesse uva buona, essa ha fatto uva selvatica?” (Is 5,4).

Ecco il dolore! “Io mi aspettavo che pronunciasse contro di sé una condanna”, che si desse cioè alla penitenza, “ed ecco invece iniquità; aspettavo giustizia” verso il prossimo, “ ed ecco invece le grida” degli oppressi (Is 5,7). Ecco quale frutto offri al tuo coltivatore, vigna maledetta, vigna degna di essere estirpata e bruciata nel fuoco! E non solo si comportano iniquamente davanti a Dio, ma gridano all’esterno contro il prossimo, peccano cioè anche in pubblico.

Inoltre “la tua vita è sospesa davanti a te”, affinché tu, come in uno specchio, esamini e scruti in essa te stesso. Lì potrai constatare che le tue ferite sono state veramente mortali e che nessun medicamento avrebbe potuto guarirle se non il sangue del Figlio di Dio. Se osserverai attentamente, lì potrai scoprire quanto grande è la tua dignità e quanto sei prezioso, se per te è stato pagato un prezzo che è al di sopra di ogni valutazione. Mai un uomo può scoprire la sua dignità, meglio che allo specchio della croce, il quale mostra te a te stesso, come tu debba abbassare il tuo orgoglio, mortificare la lascivia della tua carne, pregare il Padre per coloro che ti perseguitano e affidare alle sue mani il tuo spirito. Ma avviene anche a noi ciò che dice Giacomo: “Se uno è solo ascoltatore della parola e non esecutore, può essere paragonato ad un uomo che osserva il suo volto nello specchio: appena si è osservato se ne va, e subito dimenti­ca com’era” (Gc 1,23-24), in che stato si è veduto. Così anche noi guardiamo il Crocifisso, nel quale osserviamo l’immagine della nostra redenzione: forse questa considera­zione produrrà in noi una certa sofferenza, anche se molto piccola. Ma subito, quando ne distogliamo lo sguardo, ce ne allontaniamo anche con il cuore e ritorniamo al riso. Ma se sentissimo il morso di serpenti di fuoco, cioè le tentazioni dei demoni, e vedessimo le piaghe dei nostri peccati, allora fisseremmo subito i nostri occhi sul “serpente di bronzo” per poter restare in vita.

Ma tu “non credi alla tua Vita” che dice: “affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,15). Vedere e credere è la stessa cosa, perché quanto credi, tanto vedi. Perciò con viva fede credi alla tua Vita, per vivere con lui che è Vita, nei secoli eterni. Amen.

 

IV. sermone allegorico

 

8. “La pianta produsse il suo frutto, il fico e la vite diedero il loro vigore” (Gl 2,22). Di questa pianta dice la Sapienza: “Quando l’acqua sommerse la terra, la Sapienza di nuovo la salvò, guidando il giusto per mezzo di uno sprege­vole legno” (Sap 10,4). Lo “spregevole legno” è la croce, perché “Maledetto chiunque pende dal legno” (Gal 3,13; cf. Dt 21,23); legno sul quale Cristo, Sapienza del Padre, fu disprezzato e schernito: “Ecco, tu che distruggi il tempio, e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso!” (Mt 27,40); e “Se è il re d’Israele, scenda adesso dalla croce” (Mt 27,42). Su questo legno e per mezzo di questo legno Cristo ha salvato il mondo, che in antico l’acqua del diluvio aveva cancellato e distrutto.

Si legge nella Storia dei Greci che quando Adamo si ammalò, mando il figlio Set a cercargli una certa medicina. Set, arrivato nelle vicinanze del paradiso terrestre, fece presente all’angelo che lo guardava attraverso la porta, la malattia del padre. L’angelo staccò un ramo dall’albero del quale Adamo, contro il comando di Dio, aveva mangiato il frutto, e lo diede a Set dicendogli: “Quando questo ramo farà frutto, tuo padre guarirà”. Sembra che il prefazio della messa di oggi si richiami proprio a questo, quando dice: “Donde sorgeva la morte, di là risorgesse la vita”. Però Set, quando fu di ritorno, trovò Adamo, suo padre, già morto e sepolto: allora piantò il ramo vicino alla sua testa, e il ramo crebbe e diventò un albero maestoso.

Si racconta che dopo molto tempo, la regina Saba vide quell’albero “nella casa del bosco” (cf. 3Re 7,2), cioè nella reggia di Salomone. Essa durante il ritorno alle sue terre scrisse a Salomone – ciò che non aveva avuto il coraggio di dirgli in persona – di aver visto nella casa del bosco un grande albero, al quale doveva essere impicca­to un tale, per la cui morte i giudei sarebbero andati in rovina loro e mandato in rovina anche le loro terre e il loro popolo. Salomone, impressionato e pieno di paura, tagliò quell’albero e lo seppellì nelle viscere, nel profondo della terra, proprio nel luogo dove poi fu scavata la piscina detta Probatica (cf. Gv 5,2). Avvicinandosi il tempo della venuta di Cristo, il tronco, quasi preannunciandone la presenza, affiorò sull’acqua, e da quel momento l’ac­qua della piscina incominciò ad agitarsi alla discesa dell’angelo (cf. Gv 5,2-4).

Nel giorno della Parasceve [venerdì santo] i Giudei cercavano un tronco sul quale inchiodare il Salvatore: e finalmente lo trovarono nella piscina, lo trasportarono fino al Calvario e su di esso inchiodarono Cristo. Così quel “legno portò il suo frutto”, in virtù del quale Adamo ricuperò salute e salvezza. Questo tronco, dopo la morte di Cristo, fu di nuovo sepolto nelle viscere della terra. Dopo lungo tempo, fu ritrovato dalla beata Elena, madre di Costantino: per questo la festa di oggi si chiama “Invenzione (ritrovamento) della santa Croce”. Ecco dunque che “l’albero ha dato finalmente il suo frutto”

Dice la Sposa del Cantico dei Cantici: “Mi siedo all’ombra di colui che tanto desideravo, e il suo frutto è dolce al mio palato” (Ct 2,3). E Geremia: “Il respiro della nostra bocca, l’unto del Signore, è stato preso per i nostri peccati; a lui abbiamo detto: Alla tua ombra vivremo fra le nazioni” (Lam 4,20). L’ardore del sole, cioè la suggestione del diavolo o la tentazione della carne, che affliggono l’uomo, devono rifugiarsi subito all’ombra del prezioso albero e lì sedere, lì umiliarsi, perché solo lì c’è refrigerio e speciale rimedio contro la tentazione. Il diavolo, che per causa della croce ha perduto il suo potere sul genere umano, ha il terrore di avvicinarsi alla croce.

Dice il Profeta: “Ho aperto la mia bocca e trassi a me lo spirito” (Sal 118,131) [il fiato]. Chi apre la bocca nella confessione, riceve lo spirito della grazia, che è la vita dell’anima. “Cristo, Signore nostro, che è lo spirito”, il respiro della nostra bocca, perché “in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28), in lui crediamo con il cuore e lui confessiamo con la nostra bocca, è stato preso, legato e crocifisso per i nostri peccati.

Ecco lo spirito e il frutto dolce al nostro palato. E se è così dolce nella confessione del suo nome e nel gaudio della contemplazione, come sarà nel godimento della sua maestà? E se è così dolce in questa misera vita, come credi sarà nella gloria? E se in mezzo alle nazioni, cioè tra le varie tentazioni, viviamo all’ombra della sua passione, in quale gloria vivremo nella luce della sua verità?

 

9. “Il fico e la vite produssero il loro vigore”. Ecco quali vantaggi ci sono venuti dal legno della croce: il fico, cioè la dolcezza della risurrezione del Signore, e il vino della grazia, dei sette doni dello Spirito. Ecco le grandi ricchezze e le grandi delizie! Da quel legno venne il fico, da quel legno il vino nuovo, riposto negli otri nuovi (cf. Lc 5,38). E noi ci troviamo al centro di queste grandi ricchezze, perché questa festa della Croce è situata tra la Pasqua e la Pentecoste. Noi, che siamo stati redenti per mezzo del legno della croce, stendiamo le mani ad ambedue questi frutti e saziamocene, perché essi ci infondono il loro vigore. Quasi nessun frutto è più dolce del fico; e cosa c’è di più soave della luminosità, agilità, trasparenza e immortalità, del corpo glorificato? Questa dolcezza dà all’uomo il vigore contro la falsa dolcezza del mondo e della carne. E il vino dello Spirito Santo, che allieta il cuore dell’uomo (cf. Sal 103,15) infonde vigore affinché l’uomo gioisca nelle tribolazioni e in esse non venga meno.

Si degni di infonderci questo vigore colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

V. sermone morale

 

10. “L’albero ha prodotto il suo frutto”. Consideriamo il significato morale di queste tre piante: l’albero, il fico e la vigna.

Si deve ricordare che nel paradiso terrestre c’erano tre alberi, ossia tre specie di alberi: la prima specie era quella con la quale Adamo si nutriva; la seconda era quella della vita; la terza quella della conoscenza del bene e del male. Dice infatti la Genesi: “Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi deliziosi alla vista e buoni da mangiare; in mezzo al paradiso l’albero della vita, e l’albero della conoscenza del bene e del male” (Gn 2,9). Nella prima specie di piante è simboleggiata l’onestà della vita, nella seconda la purezza della coscienza, nella terza la finezza del discernimento.

L’onestà della vita è bella e gradevole, perché nulla di ignobile ammette nell’ope­rare, nulla di indecoroso nel parlare, nulla di sconveniente nel gestire e nel muoversi: così con i tratti della sua bellezza ricrea la vista del prossimo e delizia il palato della sua mente. Troviamo nel Cantico dei Cantici: “Tu sei bella, amica mia, e amabile, leggiadra come Gerusalemme” (Ct 6,3), nome che s’interpreta “pacifica” e sta ad indicare appunto la vita onesta, che porta la pace e la tranquillità a tutte le membra.

Allo stesso modo, l’albero della vita raffigura la purezza della coscienza. Leggiamo nei Proverbi: “È albero di vita per coloro che ad essa si attengono, ed è beato colui che ad essa si stringe” (Pro 3,18). Ecco il paradiso, la cui etimologia signifca “sito vicino a Dio”. E che cosa c’è di più vicino a Dio della coscienza pura? della sposa vicina al suo sposo? Dice Giobbe: “Mettimi vicino a te, e poi chiun­que combatta pure contro di me” (Gb 17,3).

Parimenti, l’albero della conoscenza del bene e del male raffigura il discernimento. È questa la vera scienza, la sola che sa sapere, la sola che rende sapienti, che rende capaci di discernere tra puro e impuro (cf. Lv 10,10), tra lebbra e non lebbra, tra vile e prezioso, tra luminoso e tenebroso, tra virtù e vizio. Il discernimento (la discrezione) consiste nell’osser­vare e soppesare tutte le cose e nel capire a che cosa esse tenda­no.

Quindi dalle tre piante suddette, l’albero, il fico e la vigna, si può capire il significato dell’espressione: “L’albero produsse il suo frutto”. L’albero della vita onesta produce il frutto dell’edificazione nel prossimo. L’albero della pura coscienza produce il frutto della contemplazione in Dio. L’albero del discernimento produce in te il frutto della bontà in te stesso.

 

11. Il fico deriva il suo nome da “fecondità”: infatti è più fertile delle altre piante perché dà frutto due o tre volte in un anno, e mentre un frutto matura, un altro ne nasce. Il fico rappresenta la carità fraterna, la più feconda tra tutte le virtù, perché corregge chi sbaglia, perdona a chi offende, sazia chi ha fame; mentre pratica qualche opera di misericordia, pensa già ad un’altra da portare ad esecuzione.

E la vigna, nella quale è indicata la compunzione, accompagnata dalle lacrime. Leggiamo nella Genesi: “Giuda legherà alla vigna il suo asinello, e alla vite la sua asina. Laverà nel vino la sua veste e nel sangue dell’uva il suo mantello” (Gn 49,11). L’asina è simbolo della carne, l’asinello lo stimolo della carne. Giuda, cioè il penitente, perché la carne e i suoi stimoli non travalichino e non eccedano, li lega alla vigna o alla vite, cioè alla compunzione della mente, nella quale lava la sua veste, vale a dire purifica la sua coscienza, e anche il mantello, cioè l’attività esteriore. “Ci hai dato da bere il vino della compunzione” (Sal 59,5).

A proposito della vigna e del fico, leggiamo nel primo libro dei Maccabei: “Simone riportò la pace nel paese e Israele gioì di grande letizia. Ognuno sedeva sotto la sua vite e sotto il suo fico, e nessuno incuteva loro timore” (1Mac 14,11-12). Simone, che significa “obbediente”, o anche “che prova tristezza”, è figura di Cristo il quale, obbediente al Padre, provò la tristezza della morte. “L’anima mia è triste fino alla morte”(Mt 26,38). Mentre Cristo porta la pace sulla terra, cioè nella nostra carne, rintuzzando gli attacchi del diavolo e le rivolte della carne, Israele, cioè il nostro spirito, gioisce di una grande letizia, e così ognuno sta tranquillo sotto la vigna della compunzione interiore e il fico della carità fraterna. Ecco dunque che queste due piante infondono il loro vigore nel prossimo e in te stesso.

Si degni di concederlo anche a noi colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

NATIVITÀ

DI SAN GIOVANNI BATTISTA

 

1. “Per Elisabetta si compì il tempo del parto ed essa diede alla luce un figlio” (Lc 1,57). In questo vangelo dobbiamo considerare due eventi:

- la nascita del Precursore

- l’imposizione del nome.

 

I. nascita del precursore

 

2. “Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio”. La beata Vergine Maria restò tre mesi nella casa di Zaccaria, assistendo Elisabetta, sua parente, fino a che avvenne il parto. E si legge nel Libro dei Giusti che la beata Vergine Maria sollevò da terra Giovanni, appena nato.

“Si compì il tempo”. La sacra Scrittura usa di solito la parola “compimento” soltanto per la nascita, o per la morte o per le opere dei buoni, indicando così che la loro vita ha il compimento, la pienezza della perfezione. Per esempio: “Si compirono per Maria i giorni del parto” (Lc 2,6); “Abramo morì, pieno di giorni” (Gn 25,8). Al contrario, i giorni dell’empio sono inutili e vuoti. Per Elisabetta, dunque, si compì il tempo del parto. Zaccaria, come racconta Luca, era entrato nel tempio per offrire l’incenso; gli apparve Gabriele che gli disse: Elisabetta tua moglie ti partorirà un figlio (cf. Lc 1,9-13). Questo gli fu annunziato nel mese di settembre, quando si celebrava la solennità chiamata giorno dell’espiazione o della propiziazione, e come oggi la promessa si avverò.

Vedremo che cosa significhi in senso morale Zaccaria, che s’interpreta “ricordo del Signore” o “che ricorda il Signore”; che cosa significhi Elisabetta, che s’interpreta “la settima del mio Dio”.

 

3. Elisabetta è figura dell’anima fedele che giustamente è detta “la settima del mio Dio” a motivo dei “tre settenari” che la riguardano in modo tutto speciale, vale a dire i sette doni (dello Spirito Santo), le sette domande (del Padre nostro) e le sette beatitudini. Con il primo settenario l’anima viene giustificata, con il secondo viene fatta progredire dal bene al meglio, con il terzo viene resa perfetta. O anche è detta “settima”, ossia sabato, cioè riposo, perché nell’anima Dio riposa, in quanto essa si astiene da ogni lavoro servile. “L’anima del giusto è sede della sapienza” (Gregorio). Nella pace, cioè nel­l’anima pacifica, è la sua dimora (cf. Sal 75,3). Di questo sabato, dice Isaia: “Sarai chiamata sabato di delizie e giorno santo e glorioso del Signore” (Is 58,13). Giorno delicatus, deliciis pastus, nutrito di delizie. E le delizie sono appunto i tre settenari sopra indicati, nei quali l’anima si nutre per essere un sabato di delizie, cioè nutrito di santità di vita e di plauso della coscienza.

Elisabetta concepisce da Zaccaria. Dice il salmo: “Mi sono ricordato di Dio e fui pieno di gaudio; mi immersi nella meditazione e venne meno il mio spirito” (Sal 76,4). La donna concepisce nel piacere, e così anche l’anima nel ricordo del Signore concepisce con grande diletto. Infatti il salmo dice: “Nella via della tua testimonianza”, cioè dei tuoi dolori, della tua passione, “ho trovato diletto, come nei più grandi i tesori” (Sal 118,14). La corona di spine, la croce, i chiodi, la lancia e tutti gli atroci tormenti di Cristo formano la delizia del giusto: in essi egli trova più consolazione e diletto che in tutte le ricchezze di questo mondo; e perciò dice: “Mi sono ricorda­to di Dio e ne ho avuto grande gaudio”. E questo gaudio produce due effetti: la pratica delle opere di carità, e il venir meno nello spirito della fiducia in se stesso; oppure anche i due effetti di cui parla il salmo: “Venne meno la mia carne e il mio cuore”, cioè la tentazione della carne e la superbia del cuore, e così “Dio del mio cuore e mia parte è Dio per l’eternità” (Sal 72,26) per concepire da lui e partorire il figlio della vita eterna.

Considera che Elisabetta concepì nel settimo mese, cioè in settembre, e partorì nel mese di giugno. Così l’anima concepisce nel settimo giorno, il sabato, cioè nel riposo, con la devozione della mente; e in giugno, chiamato in ebraico siban, – che s’interpreta “santità del dono” – partorisce il figlio, cioè l’opera buona. Infatti il dono della grazia che ha concepito nella mente, lo dà alla luce nella santità delle opere.

 

4. “Si compì dunque per Elisabetta il tempo del parto, e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei” (Lc 1,57-58). La Glossa commenta: Il parto dei santi, vale a dire la loro nascita, comporta una grande gioia per molti, perché essi sono una ricchezza per la comunità: i santi nascono per il bene di tutti. La giustizia (la santità) infatti è una virtù sociale, vantag­giosa per tutta la comunità: e quindi nella nascita di un giusto viene quasi anticipata una prova della vita futura e viene indicata la grazia della virtù che seguirà, prefigurata nella letizia dei vicini.

Senso morale: i vicini sono figura degli angeli, parenti del giusto, i quali si rallegrano con l’anima che dà alla luce opere buone. Infatti Gabriele dice: “Molti si rallegreranno della sua nascita, poiché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti” (Lc 1,14-15). Sono proprio molti quelli che si rallegrano, perché si rallegra Cristo, si rallegra l’angelo e si rallegra il prossimo. Si rallegra Cristo; dice infatti Luca: “E trovata la pecora, se la carica sulle spalle tutto contento” (Lc 15,5). E la Glossa: Le spalle di Cristo sono le braccia della croce. Lì ha caricato i miei peccati, su quel patibolo ha riposato. Si rallegra l’angelo: “Io vi dico: c’è grande gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte” (Lc 15,10). E la Glossa: Gli angeli, esseri intelligenti, si rallegrano che l’uomo sia riconciliato anche con loro; e questo ci stimola all’onestà, ci stimola a fare ciò che è gradito a quegli spiriti, dei quali dobbiamo desiderare la protezione e temere l’offesa. Si rallegra il prossimo, a quanto dice l’Apo­stolo nella seconda lettera ai Corinzi: “Godo della vostra tristezza, perché essa vi ha portati alla penitenza” (2Cor 7,9).

“Egli sarà grande”. Osserva che il termine lat. magnus (grande) si riferisce all’animo, mentre se si dice grandis (grande) ci si riferisce al corpo. Se la tua opera è piccola ai tuoi occhi, sarà grande davanti al Signore. Egli deve crescere, io invece diminuire (cf. Gv 3,30). Quando tu ti fai piccolo con l’umiltà, cresce in te la grazia con la fortezza dell’animo.

“Davanti al Signore”, non davanti agli uomini, che ingannano e sono ingannati, che chiamano male il bene e bene il male. L’uomo è ciò che è davanti a Dio, e niente di più. Se vuoi che la tua opera buona sia consacrata Dio, guàrdati dal bere il vino della vanagloria o altra bevanda inebriante che produce un’allegria sconveniente. Dice il Signore ad Aronne: “Non bevete vino o altra bevanda inebriante, né tu né i tuoi figli, quando dovete entrare nella tenda del convegno, perché non moriate” (Lev 10,9); e “Quando l’uomo o la donna faranno voto di santificarsi e vorranno consacrarsi al Signore, si asterranno dal vino e da tutto ciò che può ubriacare” (Nm 6,2­3).

Chi desidera che la sua opera sia consacrata al Signore e venga accettata nella tenda della celeste Gerusalemme, si guardi dall’ebbrezza della vanagloria e da ogni indecorosa allegria. Amen.

 

II. l’imposizione del nome

 

5. “E avvenne che all’ottavo giorno andarono a circoncide­re il bambino” (Lc 1,59). Il primo giorno indica la cono­scenza della propria fragilità; il secondo il ricordo della propria iniquità; il terzo l’amarezza della contrizione per i propri peccati; il quarto l’effu­sione delle lacrime; il quinto l’accusa di se stessi nella confessione; il sesto la supplica al Signore; il settimo l’elemosina al prossimo; l’ottavo l’espiazione dell’astinenza imposta a se stessi.

In questo ottavo giorno viene circonciso il bambino, perché la pratica dell’astinenza circoncide realmente il cuore dal colpevole consenso, e il corpo dall’illecito piacere dei sensi. Infatti si dice astenersi, cioè tenersi lontano. Sta lontano colui che non acconsente a illeciti piaceri né del cuore né del corpo.

Leggiamo nella Genesi che gli angeli dissero a Lot: “Non fermarti in questa regione, né all’intorno, ma mettiti in salvo sul monte, se non vuoi perire insieme con tutti gli altri” (Gn 19,17). “In questa regione” vuol dire il cuore e il corpo: non ci si deve fermare assolutamente né con gli atti, né con il consenso, indicato dalle parole “né all’in­torno”; ma dobbiamo salvarci lontano, sul monte della pratica celeste, per non andare in rovina insieme con gli altri che vi restano dentro o se ne stanno all’intorno.

“E volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria” (Lc 1,59). Dice la glossa: Quelli che chiamano il bambino con il nome del padre, raffigurano coloro che, mentre il Signore proclama i nuovi doni della grazia, vorrebbero invece ch’egli predicasse ancora i soliti proclami dell’antico sacerdozio. Vogliono imporgli il nome del padre perché vogliono praticare la giustizia che viene dalla Legge, piuttosto che accogliere la grazia che viene dalla fede. La stessa cosa fanno oggi quei cattivi parenti e vicini che al figlio di un usuraio “vogliono imporre il nome del padre”, vogliono cioè insegnargli a praticare la disonestà, la rapina e l’usura, proprio come suo padre.

Ma sentiamo che cosa risponde la madre: “Niente affatto: si chiamerà Giovanni!” (Lc 1,60). Con lo Spirito di profezia viene a conoscenza di ciò che non aveva saputo dal marito: colei che aveva profetizzato Cristo non poteva ignorare il [nome del] precursore, che l’angelo aveva rivelato a Zaccaria (cf. Lc 1,13).

Giovanni s’interpreta “grazia di Dio” perché fu il precursore della grazia, oppure anche “inizio del battesi­mo", con il quale la grazia viene infusa. L’anima fedele vuole che la sua opera si chiami “grazia”, perché è la grazia che la compie, ed è per mezzo della grazia che desidera conservarla, dicendo con l’Apostolo: “Per grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana” (1Cor 15,10). Perciò Giovanni s’interpreta anche “colui nel quale è la grazia”, per due motivi: perché la conservi, e perché da essa sia conservato, e così la grazia non sarà vana, cioè non sarà inoperosa. Il vaso, mentre conserva il vino, viene anche dal vino conservato, il vino cioè impedisce che il vaso marcisca. Osserva i precetti e i precetti conserveranno te (cf. Pro 7,2), cioè vivrai. Leggiamo infatti nell’Apocalisse: “Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch’io ti salverò nell’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra” (Ap 3,10). Chi osserva la Parola con pazienza, con costanza, viene a sua volta conservato, perché nell’ora della tentazione non proferisca parole di insulto, ossia non acconsenta al peccato. O anche: l’ora della tentazione simboleggia il momento della morte, nel quale il diavolo mette in opera tutti i mezzi per tentare l’uomo e pervertire i suoi sentimenti, perché è in quel momento che lo conquista o lo perde definitivamente; e in quel momento lo tenta soprattutto per fargli perdere la fede e indurlo alla disperazione, perché non creda o non riceva i sacramenti della chiesa, e non speri più nella misericordia divina. Ma beato colui che in quel momento “sarà conservato”

 

6. “Le dissero: Non c’è nessuno nella tua parentela che si chiami con questo nome” (Lc 1,61). La parentela depravata e perversa raffigura gli appetiti carnali e gli impulsi irragionevoli dell’animo, tra i quali non ce n’è alcuno che si chiami “grazia”: si chiamano piuttosto concupiscenza e ostentazione. Né i demoni, né gli uomini perversi vogliono che l’opera nostra si chiami “grazia”: vogliono che si chiami piuttosto superbia, lussuria e avarizia. Leggiamo nel libro di Rut: “Dicono le donne”, cioè i fiacchi e gli effeminati: “Quella è proprio Noemi! Ma essa rispondeva: Non chiamatemi Noemi, cioè bella; chiamatemi piuttosto Mara, cioè amara, perché l’Onnipotente mi ha ricolma di grande amarezza” (Rt 1,19-20). La chiamano bella, qualità che riguarda solo lo splendore della carnagione, e non amara, che è la qualità della penitenza, che consiste nell’ama­rezza del cuore, con la quale la grazia dell’Onnipotente riempie l’anima perché non si apra ad alcun piacere di amara dolcezza (fellita, amara come il fiele).

“Allora domandarono con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse” (Lc 1,62). Dice qui la glossa: “Quelli che con cenni interrogano il padre sul nome del bambino, raffigurano coloro che pretendono di assicurarsi la grazia della fede con la sola testimonianza della Legge. Poiché l’incredulità (alle parole dell’angelo) aveva tolto a Zaccaria la parola e l’udito, egli viene interroga­to a cenni. Gabriele gli aveva detto: “Sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno” (Lc 1,20). Egli allora “chiese una tavoletta”, o la canna per scrivere (lat.pugillaris, che si può tenere in pugno), e scrisse: Giovanni è il suo nome” (Lc 1,63), come per dire: Non siamo noi che imponiamo questo nome, perché lo ha già ricevuto da Dio. Ha il suo nome, che noi conosciamo, ma che non abbiamo scelto noi.

“E tutti furono meravigliati” dell’accordo che c’era tra padre e madre. Si racconta nel libro di Daniele che da Dio fu mandato il dito della mano che scrisse sulla parete: Mene, Tekel, Peres. Parole che s’interpretano: Computò, pesò, divise (cf. Dn 5,24-28).

La mano è così chiamata perché è come l’aiuto, la difesa (lat. munus) di tutto il corpo: essa infatti somministra il cibo alla bocca e presta tutti i servizi necessari. Nella mano è raffigurata la grazia dello Spirito Santo, che viene data come aiuto e difesa ai fedeli, i quali ne vengono sostentati e resi capaci di operare il bene. Questa mano scrive nel cuore dell’uomo quelle tre parole, perché egli còmputi, enumeri tutti i suoi peccati nella confessione, e poi li soppesi, li confronti con le opere penitenziali di riparazione, affinché una congrua penitenza corrisponda alla gravità della colpa; e da quest’ultima si divida, si separi assolutamente e così persèveri nella penitenza sino alla fine. Ecco la scrittura (il proclama) della grazia! E chi lo mette in pratica, “Giovanni è il suo nome”. La grazia dello Spirito Santo impone e scrive il nome della grazia, affinché ogni nostra opera buona sia gradita e piena di grazia, e sia attribuita alla grazia di colui dal quale questo nome è stato donato.

A lui sia sempre onore e gloria per i secoli eterni. Amen.

 

III. sermone allegorico

 

7. “Neftali è un cervo slanciato, che fa bellissimi discorsi” (Gn 49,21). Neftali s’interpreta “allargamento”, o anche “mi allargò”, ed è figura del beato Giovanni, che il Signore allargò con molte grazie, cioè rese ricco di grazia. Infatti gli dice: “Prima di formarti nel grembo materno, io ti conoscevo” (Ger 1,5). E Gabriele: “Zaccaria, non temere, perché la tua preghiera è stata esaudita. Tua moglie Elisabetta ti darà un figlio che chiamerai Giovanni” (Lc 1,13). E “prima che tu uscissi dal grembo, io ti ho santificato” (Ger 1,5). Infatti: “Elisabetta fu piena di Spirito Santo”(Lc 1,41), “e il bambino sussultò di gioia nel mio grembo” (Lc 1,44). “E ti ho stabilito profeta tra le nazioni” (Ger 1,5). Infatti: “Chi siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, più che un profeta” (Mt 11,9).

Giovanni è detto “cervo slanciato”, cioè agile e veloce, che scavalca luoghi spinosi e scoscesi, perché incrementa la corsa con i salti. Così il beato Giovanni scavalcò rapida­mente le ricchezze del mondo, raffigurate nelle spine, e i piaceri della carne, paragonati alle scabrosità del suolo. Infatti di lui si canta: “Fin dai più teneri anni – cioè a dodici anni – sei fuggito dalle folle degli uomini, e hai raggiunto le grotte del deserto” (Breviario Romano, Inno al mattutino). Luca racconta: “Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito”, crebbe nella grazia dello Spirito Santo, “e visse in regioni deserte fino al giorno della sua manife­stazione a Israele” (Lc 1,80). E Matteo: “Giovanni portava una veste di peli di cammello e una cintura di pelle intorno ai fianchi; locuste e miele selvatico erano il suo cibo” (Mt 3,4). E la Glossa commenta: “La rozzezza della veste e del cibo di Giovanni viene lodata; viene invece riprovata la pratica del ricco “che era vestito di porpora e bisso, e banchet­tava ogni giorno lautamente” (Lc 16,19).

Se il beato Giovanni, santificato nel grembo materno, del quale, a testimonianza del Signore, uno più grande non sorse tra i nati di donna(cf. Mt 11,11), si tormentò con vesti così rozze e con cibo così vile, cosa possiamo dire noi miseri peccatori, concepiti nei peccati, pieni di vizi, che detestiamo ogni asprezza e cerchiamo delicatezze e comodità? Il Signore, come dice Isaia, “ci chiama al lamento e al pianto, a rasarci il capo e a vestirci di sacco. Ecco invece che si gode e si sta allegri; si sgozzano buoi e si scannano greggi, si mangia carne e si beve vino” (Is 22,12-13). Nel lamento è indicata la contrizione del cuore, nel pianto l’effusione delle lacrime, nella rasatura del capo la rinuncia alle cose terrene e nella veste di sacco la mortificazione del corpo. A tutto questo ci invita il beato Giovanni con l’esempio della sua vita e con la parola della sua predicazione; per questo è detto:

 

8. “Fa bellissimi discorsi”. Disse infatti: “Fate peniten­za perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2); e di nuovo: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Lc 3,4). Questi sono i discorsi bellissimi, perché la penitenza abbellisce l’anima; infatti è detto nel quarto libro dei Re che “il lebbroso Naaman scese nel Giordano e vi si lavò sette volte come gli aveva ordinato Eliseo, e la sua carne ridiventò come quella di un bimbo, e fu mondato dalla lebbra” (4Re 5,14). Così il peccatore, contaminato dalla lebbra del peccato, deve discendere, cioè umiliarsi, e lavarsi nel Giordano, cioè nel fiume del giudizio, della condanna di sé, con la penitenza bagnata dalle lacrime; lavarsi sette volte, vale a dire durante tutta la sua vita, che si svolge per così dire nel giro di sette giorni; o anche perché al peccatore si impone di solito una penitenza di sette anni – secondo la parola di Eliseo –, ossia di Giovanni Battista, che gridava: “Fate penitenza!”. In questo modo l’anima del peccatore ritroverà la purezza dell’innocenza battesimale, che ha ricevuto da bambino, appunto nel battesimo.

Osserva poi che il beato Giovanni è detto “voce”. La voce è aria. La voce rende manifeste le intenzioni, la volontà dell’animo. Giovanni nulla ebbe di terreno, cioè di terrenità, ma fu, per così dire, tutto aereo, perché viveva nella familiarità delle cose celesti (cf. Fil 3,20). Oppure, è detto voce perché era molto gracile a motivo della sua rigorosa astinenza; egli annunciava la volontà di Cristo, il quale gridava nel deserto, cioè dal patibolo della croce: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46).

O anche: come la voce precede la parola, così egli precedette il Verbo (la Parola) di Dio. Dice Giobbe: “Forse che tu fai spuntare a suo tempo Lucifero?” (Gb 38,32). Come lucifero, la stella del mattino, annuncia il giorno, così il beato Giovanni ci ha annunciato Gesù Cristo, che è “il giorno” della vita eterna: “Colui che verrà dopo di me, è stato fatto prima di me” (Gv 1,15), cioè è superiore a me per dignità.

Sia egli benedetto nei secoli. Amen.

 

IV. sermone morale

 

9. “Neftali è un cervo slanciato”. Leggiamo nel Deuteronomio: “Neftali godrà di grande abbondanza, sarà colmato di benedizioni dal Signore, possederà il mare e il meridione” (Dt 33,23). Neftali, che s’interpreta “convertito” o “esteso”, è figura del penitente che, convertito dalla sua via di iniquità, si estende, si allarga alle opere buone.

Leggiamo nella Genesi che il Signore disse a Giacobbe: “Ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a mezzogiorno” (Gn 28,14). Nell’occidente sono simboleggiate le cose caduche di questo mondo, nell’oriente lo splendore eterno, nel settentrione, o aquilone, la suggestione diabolica e nel mezzogiorno la carità fraterna. Il penitente si estende a occidente, cioè alla cose caduche, per calpestarle; ad oriente, all’eterno splendore, per conquistarlo; a settentrione, alla suggestione diaboli­ca per resisterle; a mezzogiorno, cioè alla carità frater­na, per amarla e praticarla. Fa’ attenzione che mette per primo l’occidente e poi l’oriente, perché se uno prima di tutto non stende il suo piede per calpestare i beni temporali, non può certo stendere la sua mano per conquistare i beni celesti. Tramontino prima le cose del tempo, perché sorgano quelle dell’eternità.

Questo Neftali gode dell’abbondanza della grazia in questa vita: “Le valli abbonderanno di frumento” (Sal 64,14), cioè gli spiriti umili abbonderanno dei doni della grazia; e sarà ricolmo della benedizione della gloria nella patria: “Venite, benedetti del Padre mio!” (Mt 25,34). Però nel frattempo, mentre è in questo mondo, deve prima possedere il mare, cioè l’amarezza della penitenza, e il mezzogiorno, quando il sole splende e riscalda, cioè la luce della sapienza per ciò che riguarda la contemplazione di Dio, e il calore per ciò che riguarda l’amore del prossimo.

Quindi veramente “Neftali è un cervo slanciato”.

 

10. Si legge nella Storia Naturale che il cervo impara a correre esercitandosi, e si abitua a scavalcare cespugli spinosi e larghe fosse. Quando avverte i latrati dei cani, dirige il suo cammino con il vento a favore per allontanare il suo odore; ha un udito finissimo quando tiene gli orecchi rizzati, ma se li abbassa non sente più nulla. Quando si sente male, mangia ramoscelli di olivo e così guarisce. Se viene colpito da indebolimento della vista, aspirando con le narici estrae dal nascondiglio della caverna un serpente, lo divora, e quando avverte il bruciore del suo veleno, corre ad una sorgente, e bevendo e tuffandosi in essa guarisce gli occhi e si libera di tutti gli umori superflui. Così il penitente, o anche il giusto, con la pratica della devozione e delle opere buone, migliora la sua condotta, per correre, senza stancarsi, nella giusta direzione, verso il premio della suprema chiamata. L’Apostolo dice a Timoteo: “Esèrcitati nella pietà” (1Tm 4,7).

Si legge sempre nella Storia Naturale che le api volano un po’ per l’aria come per fare esercizio, poi rientrano negli alveari e si cibano. Ecco la pietà. Le api sono figura del giusto che si esercita nell’aria, cioè nella contemplazione delle cose celesti. “L’uccello nasce per il volo” (Gb 5,7). “Volerò e mi riposerò” (Sal 54,7). Dopo questo esercizio rientrano negli alveari, cioè nella propria coscienza, e lì si cibano nel gaudio e nella dolcezza dello spirito.

Inoltre il penitente si abitua a saltare, perché l’abitudine è una seconda natura; si abitua a saltare i cespugli spinosi, cioè a disprezzare le ricchezze di questo mondo, e le larghe fosse, vale a dire i piaceri del corpo, e per questo è detto cervo slanciato. Nessuno diventa perfetto in un istante, e quindi ci dobbiamo abituare un po’ alla volta a disprezzare le ricchezze e i piaceri. Un’abitudine si elimina con un’altra abitudine; e il filosofo dice: Scompariranno i vizi, se si prenderà l’abi­tudine di abbandonarli per qualche tempo. E ancora: La via più breve per giungere alla ricchezza è proprio il disprezzo della ricchezza. E infine: Sono un essere superiore e destinato a cose troppo grandi, perché io possa rimanere schiavo del mio corpo (Seneca).

Così quando il penitente avverte il latrato dei cani, cioè le suggestioni dei demoni, orienta le sue opere nella la direzione del vento. E questo significa che in tutte le sue opere deve farsi guidare interiormente ed esternamente dall’umiltà. Nel vento favorevole è simboleggiata l’umiltà, in quello contrario la superbia. Avevano il vento contrario, e quindi facevano molta fatica a remare (cf. Mc 6,48). Il vento favorevole è detto in lat. secundus, e suona quasi come secus pedes, presso i piedi. Maria, l’umile penitente, si pose dietro, presso i piedi del Signore e incominciò a bagnarglieli con le sue lacrime (cf. Lc 7,38). Oppure anche secundus, favorevole, viene da seguire, perché il penitente prende la sua croce e segue il Crocifisso. Colui dunque che dirige la sua vita in questo modo, con il vento a favore, il diavolo non potrà mai sorprenderlo con la sua astuzia e la sua malizia.

“Con le orecchie rizzate ha un udito finissimo”. Il salmo: “All’udirmi, subito mi obbedivano” (Sal 17,45). E Isaia: “Al mattino, al mattino rende attento il mio orecchio perché io lo ascolti come maestro. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio; e io non contraddico e non mi sono tirato indietro” (Is 50,4-5). Nell’orecchio – in lat. auris, da haurio, bevo, perché l’orecchio beve i suoni – è simboleggiata l’obbedienza, la quale se è attenta con l’umiltà e aperta con la disponibilità, berrà il suono, perché sentirà il maestro, cioè Cristo, o il superiore; non contraddirà le sue parole né si tirerà indietro davanti alla sua volontà. E fa’ attenzione che per ben due volte dice “al mattino”, per indicare che l’obbedienza dev’essere pronta e ilare. “Al mattino – dice la sposa – alziamoci per andare alle vigne” (Ct 7,12), cioè alle opere dell’obbedienza.

Così pure il cervo, cioè il penitente, quando si accorge che sta per ammalarsi, che si sente indebolire e opprimere dalle tentazioni, mangia dei ramoscelli di olivo. L’olivo raffigura l’umanità di Cristo, dalla quale nel torchio della croce sgorgò come olio il suo sangue, con il quale risanò le piaghe del ferito. I ramoscelli di questo olivo sono i chiodi e la lancia, i flagelli e la corona di spine, e tutti gli altri strumenti della sua passione: se il penitente se ne nutre per mezzo della fede e della devozione, riceve nuovo vigore contro le tentazioni. Dice infatti Isaia: “Tu sei stato fortezza al povero, sostegno al bisognoso nella sua tribolazione, speranza nella tempe­sta e riparo d’ombra nella calura” (Is 25,4). Il vero peniten­te è povero nello spirito e bisognoso di tante cose: per lui Cristo, “obbediente fino alla morte” (Fil 2,8), è fortezza contro la prosperità del mondo perché non lo esalti; è fortezza contro le avversità del mondo perché non lo deprimano; è speranza nella tempesta della suggestione diabolica perché non lo travolga; è riparo d’ombra nell’ar­dore della concupiscenza carnale perché non lo incenerisca.

Ancora, come il cervo anela alle sorgenti di acqua (cf. Sal 41,2), così il peccatore pentito anela alla sorgente della confessione. Quando avverte che la sua anima è colpita dalla cecità, perché è priva della grazia, con l’aspirazione della narici, vale a dire con la contrizione, strappa ed estrae dall’oscura caverna della sua coscienza il serpente del peccato mortale. Si legge nel secondo libro dei Re: “Dalle sue narici saliva il fumo della sua ira” (2Re 22,9; Sal 17,9).

Le narici del penitente simboleggiano l’acuta sensibilità che deve avere nel captare il profumo del paradiso e il fetore dell’inferno, e nello scoprire le astuzie del diavolo. Da queste narici deve salire il fumo, cioè il pentimento accompagnato dalle lacrime, e lo sdegno contro di sé, per imporsi la penitenza.

In questo modo divora il serpente strappato dalla sua coscienza, perché nell’ama­rezza della sua anima ripensa attentamente e con ansia al peccato mortale e alle sue circostanze, e così si affretta alla sorgente della confessione dove, abbeverato dell’acqua delle lacrime e tuffato con l’umiltà nella fonte stessa della riconciliazione, depone finalmente tutto il superfluo e tutto ciò che nuoce alla sua anima, e così ringiovanisce.

 

11. “E fa discorsi bellissimi”. Discorso si dice il lat. eloquium, discorso sciolto. Dice Luca: “Gli apostoli incominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2,4), cioè di parlare con scioltezza.

Discorsi bellissimi sono le parole della confessione, che il peccatore convertito deve proferire con scioltezza, non involutamente, e non con apatia e noncuranza. Dice infatti Marco: “Si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente” (Mc 7,35). E fa’ attenzione che la confessione è detta bellissima, perché rende bella l’anima che era lebbrosa: “Confes­sione e bellezza al suo cospetto” (Sal 95,6). Questa è l’acqua del Giordano che monda la lebbra di Naaman, la sorgente della salvezza che elimina dal cervo la cecità e gli umori superflui, l’efficacia della confessione che rende bella l’anima, perché piaccia al suo sposo e possa giungere al suo amplesso.

Ce lo conceda colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

 

 

FESTA DEI SANTI APOSTOLI

PIETRO E PAOLO

 

1. In quel tempo: “Il Signore disse a Simone Pietro: Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?” (Gv 21,15).

In questo vangelo si devono considerare tre fatti:

- la triplice dichiarazione di amore al Signore dell’apostolo Pietro,

- il triplice affidamento che gli viene fatto della chiesa,

- il martirio di Pietro.

 

I. la triplice dichiarazione di amore al signore, fatta dal beato pietro

 

2. “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?” Dice la Glossa: Gesù domanda quello che già sa: se Pietro lo ama di più. Pietro dichiara quello che sa di se stesso, cioè solo che lo ama, perché non sa in che misura lo amino gli altri, e quindi non dice se lo ama più degli altri. Ecco che così insegnò a non sentenziare temerariamente su fatti nascosti, e in quanto a sé, memore della sua precedente triplice negazione, risponde con maggiore cautela e prudenza. E osserva che Gesù interroga Pietro non una sola volta, ma una seconda e una terza volta; e la terza volta sente finalmente di essere amato da Pietro. Alla triplice negazione si contrappone una triplice dichiarazione di amore, affinché la lingua non resti schiava più del timore che dell’amore.

La prima volta, come racconta Matteo, “negò davanti a tutti (di conoscere Gesù) dicendo: Non capisco che cosa tu voglia dire” (Mt 26,70). La seconda volta “negò con giuramento: Non conosco quell’uomo” (Mt 26,72). La terza volta “incominciò a imprecare e a giurare che non conosceva quell’uomo” (Mt 26,74).

Qui, la prima e la seconda volta dichiarò: “Tu sai che io ti amo” (Gv 21,15-16). La terza volta rispose: “Signore, tu sai tutto: tu sai che io ti amo” (Gv 21,17). Commentando il vangelo di Luca, la Glossa dice: A mezzanotte nega, al canto del gallo si pente, e dopo la risurrezione dichiara per tre volte di amare colui che, prima del­la luce, per tre volte aveva rinnegato: l’errore commesso nelle tenebre dell’oblio, lo riparò con il ricordo della luce sperata, e alla presenza della stessa vera luce raddrizzò perfettamente ciò che era caduto.

 

3. Ricordati che tre sono le parti del corpo dalle quali procede la morte o la vita: il cuore, la lingua e la mano. Dal cuore viene il consenso al bene o al male; dalla lingua il passo successivo della parola; dalla mano l’esecuzione dell’opera. Se con queste tre parti del corpo abbiamo rinnegato il Signore, poiché i contrari si curano con i contrari, con le stesse confessiamo il Signore, rinnoviamogli la nostra fede.

Rinnega con il cuore colui che non crede, o che accon­sente al peccato mortale. Per questo Stefano diceva: “Hanno rinnegato Mosè, dicendo: Chi ti ha costituito capo e giudice su di noi?” (At 7,35). Mosè, nome che s’interpreta “acquatico”, raffigura la fede che si nutre nelle acque del battesimo, o anche la grazia della compunzione.

La fede, che è la prima delle virtù, è come il capo; la grazia della compunzione è come il giudice: con essa il peccatore giudica se stesso e condanna il male che ha fatto. Invece coloro che non credono, o che nel loro cuore acconsentono al peccato mortale negano, rifiutano questo Mosè e non vogliono che venga costituito loro capo e giudice.

Allo stesso modo rinnega Cristo con la lingua colui che distrugge la verità con la menzogna, o calunnia e denigra il prossimo. Dice infatti Pietro: “Voi di fronte a Pilato avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino” (At 3,13-14). Pilato, nome che s’interpreta “bocca del martellatore”, raffigura la menzogna e la calunnia, alla cui presenza [come avvenne davanti a Pilato] negano Cristo coloro che rinnegano la sua verità con la menzogna, e con il martello della loro bocca calunniatrice colpiscono e distruggono l’amore verso il prossimo. La detrazione consiste nel trasformare in male il bene fatto dagli altri, o nello sminuirlo. Quelli che fanno ciò chiedono che venga loro graziato un assassino, cioè il brigante Barabba, vale a dire il diavolo, e che Cristo venga crocifisso.

Parimenti rinnega con la mano, colui che di fatto agisce al contrario di ciò che dice. “Rinnegano Dio con i fatti” (Tt 1,16), dice l’Apostolo. Coloro che in questo modo rinnegano Cristo tre volte nelle tenebre dei peccati, al canto del gallo, cioè alla predicazione della Parola di Dio, si pentano, per essere poi capaci, nella luce della penitenza, di dichiarare per tre volte insieme col beato Pietro: “Amo, amo, amo!”. Amo con il cuore per mezzo della fede e della devozione; amo con la lingua con la professione della verità e con l’edificazione del prossimo; amo con la mano con la purezza delle opere. Amen.

 

II. il triplice affidamento della chiesa al beato pietro

 

4. “Pasci i miei agnelli” (Gv 21,15-16). Fa’ attenzione al fatto che per ben tre volte è detto: “pasci”, e neppure una volta “tosa” o “mungi”. Se ami me per me stesso, e non te per te stesso, “pasci i miei agnelli” in quanto miei, non come fossero tuoi. Ricerca in essi la mia gloria e non la tua, il mio interesse e non il tuo, perché l’amore verso Dio si prova con l’amore verso il prossimo. Guai a colui che non pasce neppure una volta e poi invece tosa e munge tre o quattro volte. A costui “il re di Sodoma”, cioè il diavolo, “dice: Dammi le anime, tutto il resto prendilo per te”(Gn 14,21), tieni cioè per te la lana e il latte, la pelle e le carni, le decime e le primizie. A un tale pastore, anzi lupo, che pasce se stesso, il Signore minaccia: “Guai al pastore, simulacro di pastore, che abbandonaa il gregge: una spada sta sopra il suo braccio e sul suo occhio destro; tutto il suo braccio si inaridirà e il suo occhio destro resterà accecato” (Zc 11,17). Il pastore che abbandona il gregge affidatogli, è nella chiesa un simulacro di pastore: come Dagon, posto presso l’Arca del Signore (cf. 1Re 5,2): era un idolo, un simulacro: aveva cioè l’apparenza di un dio, ma non la realtà. Perché dunque occupa quel posto? Costui è veramente un idolo, un dio falso, perché ha gli occhi rivolti alle vanità del mondo, e non vede le miserie dei poveri; ha gli orecchi attenti alle adulazioni dei suoi ruffiani e non sente i lamenti e le grida dei poveri; tiene le narici sulle boccettine dei profumi, come una donna, ma non sente il profumo del cielo e il fetore della geenna; adopera le mani per accumulare ricchezze e non per accarezzare le cicatrici delle ferite di Cristo; usa i piedi per correre a rinforzare le sue difese e riscuotere i tributi, e non per andare a predicare la parola del Signore; e nella sua gola non c’è il canto di lode né la voce della confessione. Quale rapporto ci può essere tra la chiesa di Cristo e questo idolo marcio? “Cos’ha a che fare la paglia con il grano?” (Ger 23,28). “Quale intesa ci può mai essere tra Cristo e Beliar?” (2Cor 6,15).

Tutto il braccio di quest’idolo s’inaridirà per opera della spada del giudizio divino, perché non possa più fare il bene. E il suo occhio destro, cioè la conoscenza della verità, si oscurerà, perché non possa più distinguere la via della giustizia né per sé né per gli altri. E questi due castighi, provocati dai loro peccati, si abbattono oggi su quei pastori della chiesa che sono privi del valore delle opere buone e non hanno la conoscenza della verità. E allora, ahimè, il lupo, cioè il diavolo, disperde il gregge (cf. Gv 10,12), e il predone, cioè l’eretico, lo rapisce. Invece il buon pastore, che ha dato la vita per il suo gregge (cf. Gv 10,15), di esso sempre sollecito, avendolo comprato a sì caro prezzo, lo affida a Pietro dicendo: “Pasci i miei agnelli”. Pascili con la parola della sacra predicazione, con l’aiuto della preghiera fervorosa e con l’esempio della santa vita.

 

5. E fa’ attenzione: per due volte gli raccomanda gli agnelli, che sono più delicati e deboli, e una volta sola le pecore. E qui è dato di capire che coloro che nella chiesa sono più delicati e più deboli devono essere assi­stiti e sostenuti con maggiori attenzioni, sia spirituali che materiali. Dice l’Apostolo: “Confortate i pusillanimi e sostenete i deboli” (1Ts 5,14). Dice infatti la Genesi: “Dio prese Adamo”, cioè il prelato, “e lo pose nel giardino delle delizie”, vale a dire nella chiesa, “perché lo coltivasse” con le opere di misericordia verso i suoi fedeli “e lo custodisse” (Gn 2,15)con la predicazione della parola, e insieme con i fedeli meritasse di raggiungere il premio del regno. Amen.

 

III. il martirio del beato pietro

 

6. “In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi” (Gv 21,18). Colui che gli aveva predetto la sua triplice negazione, gli predice ora anche il suo martirio. Pietro, fortificato dalla risurrezione di Cristo, era in grado di fare ciò che temerariamente aveva promesso quando era ancora debole nella sua fede [di essere pronto cioè a morire con lui]. Ormai non ha più paura di perdere questa vita, poiché con la risurrezione del Signore ha di fronte agli occhi il modello, l’ideale di un’altra vita.

“Ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani” (Gv 21,18), cioè sarai crocifisso; e spiega anche come avverrà: “e un altro”, cioè Nerone, “ti cingerà” con le catene, “e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18), cioè alla morte. Quell’avversione alla morte Pietro la provò contro la sua volontà, ma poi per sua volontà ne fu liberato, perché non volle lasciarsene vincere ma volle vincerla con la forza della volontà, e così si liberò di quel senso di angoscia, a motivo del quale nessuno mai vorrebbe morire; senso che è talmente radicato nella natura umana, che neanche la vecchiaia riuscì ad eliminare in Pietro. Anche Gesù, del resto, disse: “Passi da me questo calice” (Mt 26,39). Ma per quanto grande sia l’avversione alla morte, essa viene vinta dalla forza dell’amore: se non ci fosse l’avversione alla morte o questa avversione fosse debole e leggera, non sarebbe così grande la gloria del martirio.

“Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio” (Gv 21,19); con quella morte Pietro mostrò in quale misura Dio debba essere onorato ed amato.

 

7. Senso morale. “Quando eri più giovane”. Leggiamo nel libro dei Proverbi: “La prostituta, accalappiato un giova­ne, lo bacia e lo accarezza con atteggiamento provocante, dicendogli: Vieni, ubriachiamoci d’amore, abbandoniamoci ai sospirati amplessi. E quello subito le va dietro come un bue condotto al macello e come un caprone libidinoso” (Pro 7,10.13.18.22). La prostituta è figura del mondo e della carne, che accalappiano il giovane, cioè lo spirito, per mezzo del piacere, lo baciano per mezzo del consenso, lo accarezzano passando a vie di fatto. “Vieni, ubriachiamoci di amore”, cioè con la gola e la lussuria, “abbandoniamoci ai sospira­ti amplessi” per mezzo dell’abitudine perversa. E poiché non è ancora vecchio, ma giovane, cioè leggero e incostante come un giovenco o “un caprone libidinoso”, segue gli istinti della carne e vi si sottomette.

“Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi”. Ci sono delle parole simili in Geremia: “Giovenca snella e bellissima è l’Egitto, ma dall’aqui­lone (dal settentrione) verrà il suo domatore” (Ger 46,20; e Osea: “Come una giovenca in calore ha deviato Israele” (Os 4,16); e “Efraim, vitella ammaestrata a far volentieri la battitura del grano; ed ecco io monterò sopra il suo bel collo: salirò sopra Efraim” (Os 10,11). O libertà schiava, legarsi con la catena della propria volontà, e andare dovunque spinge il proprio istinto!

La vitella, così chiamata da “verde età” (lat. vitula da viridi aetate), raffigura l’uomo ancor giovane, cioè leggero e incostante, che è detto elegante perché piace a se stesso, bello e appariscente all’esterno, ma sempre “Egitto”, cioè “tenebroso” dentro, nella sua coscienza: gli arriva dall’aquilone, cioè dal diavolo, il domatore, l’istinto della sua volontà che lo porta facilmente a cadere e a deviare dall’obbedienza a Dio e al suo superiore. Egli è come una vitella che viene tolta dalla battitura del grano dell’aia e portata sul prato o alla stalla, ma essendo abituata alla battitura del grano, non trova requie finché non ritorna al suo solito lavoro. Ci sono molti che non stanno bene se non quando faticano. A costoro sono applicate le parole della Sapienza: “Ci siamo affaticati sulla via dell’ini­­quità e della perdizio­ne; abbiamo camminato per vie impraticabili”, cioè quelle della nostra volontà, “ma non abbiamo conosciuto la via del Signore” (Sap 5,7), cioè la via dell’obbedienza, attraverso la quale egli è venuto a noi.

È da stolti, dice Gregorio, stancarsi lungo la via e non voler portare a termine il viaggio. Invece il buon Dio “sale sopra Efraim e schiaccia il suo bel collo” vale a dire la sua vanagloria e la superbia del suo cuore, lo umilia perché si sottometta e diventi obbediente.

 

8. “Ma quando sarai vecchio” (Gv 21,18). Dice la Sapienza: “Vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola con il numero degli anni; la canizie dell’uomo sta nei suoi sentimenti; vera longevità è una vita senza macchia” (Sap 4,8­9). Vecchio, anziano si dice in lat. senex, perché ignora se stesso (lat. senescit, se nescit). Chi vuole essere perfetto obbediente è necessario che sia anziano, deve cioè ignorare se stesso, ignorare la propria volontà. Si legge infatti nella Genesi: “Isacco era invecchiato, i suoi occhi si erano offuscati e non poteva più vedere” (Gn 27,1). Isacco, che s’interpreta “sorriso”, è figura dell’uomo obbediente che deve obbedire lietamente alla volontà di colui che comanda e ignorare la propria. In questa anzianità (di virtù) la vista si offusca e non può vedere chiaramente, non può cioè distinguere. Dice Bernardo: L’obbedienza perfetta, soprattutto nel principiante, dev’essere indiscussa, cieca, non deve cioè discutere su ciò che viene comandato o perché venga comandato, ma deve solo sforzarsi di eseguire fedelmente e umilmente ciò che viene ordinato dal superiore. Infatti continua: “Tenderai le tue mani” a ciò che è comandato dall’obbe­dienza, “e un altro”, cioè il superiore, “ti cingerà”, perché ormai sei vecchio e non più giovane come una volta, quando “ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi”. Ma adesso “ti condurrà dove tu non vuoi”, perché tu dica con Cristo: Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu. Padre, non si faccia la mia volontà, ma la tua (cf. Mt 26,39.42); e con Davide: “Stavo davanti a te come un giumento” (Sal 72,23). Colpisci con la frusta, stimola con il pungolo, sprona con gli speroni, carica con il peso, nutri con cibi rozzi! Così si fa con il giumento, e io “sto davanti a te come un giumento” perché tu mi conduca dove vuoi e faccia di me ciò che vuoi, perché davanti a te sono come un giumento, anzi come un morto.

“Gli disse questo per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio”. Concordano le parole della Genesi: “Abramo deperì e morì dopo una serena vecchiaia, in età molto avanzata e sazio di anni” (Gn 25,8). Fa’ attenzione, che chi vuol essere perfetto obbediente deve spogliarsi di tre cose: del suo modo di vedere, della sua volontà e del suo corpo. Abramo, che obbedì al comando del Signore e, senza sapere dove era diretto, uscì dalla sua terra, dalla sua parentela e dalla casa paterna, è il vero obbediente che rinuncia al suo modo di vedere per uniformarsi a quello del superiore, anche se questi è poco dotato e inesperto; “morto in serena vecchiaia” riguarda la rinuncia alla propria volontà; “in età molto avanzata” si riferisce all’indebolimento del corpo e alla propria decrepitezza.

Se l’obbediente sarà dotato di queste qualità, non vuoti e vani, ma pieni saranno i suoi giorni. Con questa morte l’obbediente glorifica il Signore qui in terra, e quindi in cielo sarà glorificato dal Signore, che è benedetto nei secoli. Amen

 

IV. sermone allegorico sui santi apostoli pietro e paolo

 

9. “Rallègrati, Zabulon, nella tua uscita, e tu, Issacar, nelle tue tende. Chiameranno i popoli sulla montagna e immoleranno sacrifici legittimi. Succhieranno come latte le inondazioni del mare” (Dt 33,18-19). In questi due patriarchi sono raffigurati i due prìncipi della chiesa Pietro e Paolo.

Zabulon, il cui nome s’inter­preta “abitazione della fortezza”, è figura del beato Pietro, che dopo la discesa dello Spirito Santo divenne l’abitazione di sì grande fortezza che, mentre in preceden­za aveva rinnegato il Signore alla voce di una serva, in seguito non ebbe paura neppure della spada di Nerone. “Dalla parola del Signore furono resi saldi i cieli”, cioè gli apostoli, “e dal soffio della sua bocca tutta la loro fortezza” (Sal 32,6); e “Io ho reso salde le sue colonne” (Sal 74,4).

Issacar, il cui nome s’interpreta “uomo della ricompen­sa", è figura del beato Paolo, che fu veramente l’uomo della ricompensa eterna, per la quale faticò più di tutti gli altri (cf. 1Cor 15,10). “Vide che il riposo era bello e che la terra era ottima, e piegò le spalle e il dorso a portare il peso” (Gn 49,15): il vangelo sulle spalle e, per il vangelo, il flagello sul dorso, e quindi la ricompensa come premio. “Guai a me se non predicassi il vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa ho diritto alla ricompensa (1Cor 9,16-17). Dice Giobbe: “Colui stesso che mi giudica scriva un libro, affinché io lo porti sulle mie spalle” (Gb 31,35-36). Gesù Cristo, al quale il Padre ha affidato ogni giudizio (cf. Gv 5,22), scrisse il libro, cioè il vangelo, che Paolo, vaso di elezione, portò sulle spalle dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele (cf. At 9,15), dai quali fu colpito tre volte con le verghe, e una volta fu lapidato per il nome di Cristo (cf. 2Cor 11,25).



10. Questi due apostoli furono, come oggi, lieti nel loro martirio: Pietro “nella sua uscita”, dal supplizio della croce alla gloria dell’eterna beatitudine; Paolo “nelle tende”, uscendo dalla tenda del suo corpo ed entrando nella tenda dell’abitazione celeste. Pietro è lieto della croce, Paolo della spada, perché sono sicuri dell’eterna ricompensa, alla quale, mentre erano in vita, avevano chiamato i popoli loro affidati.

“Chiameranno i popoli sulla montagna”. Leggiamo nel libro dei Numeri: “Il Signore parlò a Mosè dicendo: Fatti due trombe d’argento battuto, con le quali potrai radunare la moltitudine” (Nm 10,1-2). Questi due apostoli sono detti trombe d’argento per la grande risonanza della loro predicazione; “d’argento battuto” perché subirono il martirio. Queste due trombe le ha fatte Cristo, cioè le ha scelte con la sua grazia, e per mezzo di esse ha chiamato la moltitudine dei popoli alla montagna della vita eterna. E come le trombe di Mosè radunavano il popolo per la guerra, per i banchetti sacri e per le solennità (cf. Nm 10,9-10), così questi due apostoli chiamarono i popoli alla guerra contro i vizi. Dice Pietro: “Siate temperanti e vegliate, perché il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente, va in giro cercando chi divorare” (1Pt 5,8). E Paolo: “Imbracciate lo scudo della fede, con il quale potrete respingere e spegnere tutti i dardi infuocati del maligno” (Ef 6,16).

Li chiamarono ai banchetti dell’innocenza e della santa vita. Pietro: “Come bambini appena nati, bramate il puro latte spirituale per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore” (1Pt 2,2-3). E Paolo: “Banchettiamo con azimi di sincerità e di verità” (1Cor 5,8).

Li chiamarono alla grande festa della patria celeste. Pietro: “Esulterete di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, la salvezza dell’ani­ma vostra” (1Pt 1,8-9). E Paolo: “Correte anche voi in modo da conquistare il premio” (1Cor 9,24); e di nuovo: “Finché arriviamo tutti allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).

E dopo che queste trombe, questi due apostoli, ebbero chiamato i popoli ai tre impegni indicati, sentiamo che cosa hanno fatto essi stessi. “E immoleranno sacrifici legittimi” (alla lett. vittime di giustizia). È ciò che hanno fatto oggi, immolando a Cristo, con il martirio, i loro corpi come vittime di giustizia, perché erano giusti e santi.

 

11. E quanto dolce sia stata per loro l’amarezza del martirio, è detto chiaramente: “Essi sorbiranno come il latte le inondazioni del mare”. Osserva che il mare che irrompe sulla terra è di aspetto spaventoso e di gusto amaro; al contrario il latte è di colore gradevole e di sapore dolce. E in questo termine “sorbiranno”, sono poste in evidenza la brama e il piacere.

O amore di Cristo, che rendi dolce ogni amarezza! Il martirio degli apostoli fu spaventoso e amarissimo, ma l’amore di Cristo lo rese loro gradito e dolce, tanto che lo cercarono con impazienza e lo accolsero con letizia, e così furono fatti degni di godere in eterno, insieme con colui che è benedetto nei secoli eterni. Amen.

 

V. sermone morale

 

12. “Rallégrati Zabulon nella tua uscita, e tu, Issacar, nelle tue tende”. In senso morale, questi due patriarchi sono figura dei due precetti dell’amore: di Dio e del prossimo.

Zabulon, che s’interpreta “sostegno dell’abitazione”, è figura dell’amore di Dio. L’abitazione è la mente dell’uo­mo, il cui sostegno, la cui ricchezza è l’amore di Dio: ricchezza più grande non esiste. Leggiamo infatti nei Proverbi: “Beato l’uomo che ha trovato la sapienza e che abbonda di prudenza”, cioè di amore di Dio; “il suo posses­so è preferibile a quello dell’argento e il suo frutto a quello dell’oro raffinato” (Pro 3,13-14).

In queste parole si afferma che la dolcezza della contemplazione, che scaturisce dal­l’amore verso il creato­re, è più preziosa di qualunque ricchezza, e nulla di quanto si possa desiderare teme il confronto con essa. Oppure, l’amore di Dio è detto sostegno dell’abitazione perché sostiene la mente che lo possiede, affinché non crolli. Guai a quell’abitazione che è priva di questo sostegno. Dice il salmo: “Affondo nel fango e non ho sostegno” (Sal 68,3). Il fango è detto in lat. limus, quasi come lenis, cioè molle; è figura dell’amore del mondo e della carne, nel quale affonda colui che non ha l’amore di Dio su cui appoggiarsi, e perciò viene ingoiato dal fango.

Issacar, che s’interpreta “mia ricompensa”, raffigura l’amore del prossimo. L’amo­re del prossimo piega le spalle a portarne i pesi, come dice l’Apostolo: “Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6,2), cioè la legge dell’amore. L’amore del prossimo è detto “asino forte”, perché porta i pesi del prossimo durante questa vita, per averne la ricompensa poi nella patria. Dice il salmo: “Dopo aver dato ai suoi amici il sonno, ecco i figli, eredità del Signore; la sua ricompensa è il frutto del ventre” (Sal 126,2-3).

Dolce è il sonno dopo la fatica. “Amici” è detto in lat. dilecti, come “legati con due” cose. Avendo dunque dato, dopo la fatica, il sonno, cioè il riposo, ai suoi amici, vale a dire a quelli che sono stati legati con il vincolo del duplice comandamento della carità, ecco l’eredità del Signore, perché in quel sonno, in quel riposo è raffigurata la conquista della patria eterna, che è la ricompensa del figlio, adottato per mezzo della grazia, che è frutto del ventre, cioè della madre chiesa. Oppure: gli amici sono l’eredità del Signore, e sono la ricompensa del figlio Gesù Cristo, dati a lui dal Padre come ricompensa della sua passione; e questo Figlio è frutto del ventre verginale: “Bene­detto il frutto del tuo ventre” (Lc 1,42).



13. Zabulon dunque, cioè l’amore di Dio, “si allieta nella sua uscita”. In queste parole è indicata la vita contempla­tiva: chi vuol progredire in essa deve uscire quanto prima non solo dalle cure del mondo, ma anche dalle proprie, uscire cioè da se stesso. Si legge infatti nella Genesi: “Abramo corse incontro al Signore dall’ingresso della tenda e lo adorò prostrato a terra; quindi disse: Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo” (Gn 18,2-3). La tenda raffigura la pratica della vita attiva, dalla quale esce e corre incontro al Signore colui che s’innalza prontamente alla contemplazione, e come fuori di sé nell’estasi della mente, nel gaudio dello spirito contempla lo splendore della somma Sapienza. E per restarvi immerso più a lungo, la prega di non passare oltre. Si rallegra quindi Zabulon nella sua uscita, si rallegra anche Issacar, cioè l’amore del prossimo, nelle sue tende, vale a dire nella pratica della vita attiva, nella quale si affatica per alleviare le necessità del prossimo.

Di queste tende si legge nel libro dei Numeri: “Come sono belle le tue tende, Giacobbe, le tue dimore, Israele! Sono come valli boscose, come orti presso un fiume che li irriga, come tende solidamente piantate dal Signore, come cedri lungo le acque” (Nm 24,5-6). Con queste stupende parole viene indicato come dev’essere colui che vuole dedicarsi alla vita attiva. Giacobbe, che s’interpreta “lottatore”, si chiamava anche Israele, che significa “vede Dio”: è figura dell’uomo che fa vita attiva: ora è in lotta, ora è chiuso nell’osservatorio della sua mente; come Giacobbe, ora unito a Lia, che significa “laboriosa”, ora a Rachele, che significa “visione del principio”, cioè di Dio.

Le tende, o le dimore, raffigurano propriamente la pratica, il servizio della vita santa, che è e dev’essere “bella” per l’onestà dei costumi; “come le valli boscose” per l’umiltà della mente, la quale offre la protezione dell’ombra contro gli stimoli della carne; “come orti presso un fiume che li irriga” con l’abbondanza delle lacrime; “come tende che il Signore stesso ha piantate solidamente” per la costanza dell’animo e per la perseve­ranza sino alla fine; “come cedri”, per la sublimità della speranza, per il profumo della buona riputazione che mette in fuga i serpenti della calunnia; “vicini alle acque” cioè ai carismi della grazia.

Chi possiede tali tende può a buon diritto rallegrarsi e vivere in esse felice.

 

14 - “Chiameranno i popoli alla montagna”. Considera che c’è l’uomo interiore e l’uo­mo esteriore, e ognuno dei due ha il suo popolo. L’uomo interiore ha un “popolo” di pensieri e di sentimenti; l’uomo esteriore invece ha un “popolo” di membra e dei sensi. L’amore di Dio chiama “il popolo” dell’uomo interiore alla montagna, cioè alla sublimità della santa contempla­zione, per radunarlo al convito di cui parla Isaia: “Su questo monte il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli un convito di carni succulente e di vini raffina­ti” (Is 25,6).

Quando la mente si eleva nella contemplazione, allora il popolo si raduna sul monte, perché i pensieri si liberano dalle vane divagazioni, e i sentimenti si staccano dagli illeciti desideri, e allora il Signore prepara loro un convito, cioè il gaudio, di carni succulente, vale a dire di luce di sapienza interiore con la quale la coscienza si fortifica. “In voce di esultanza e di gioia, suoni festosi dei convitanti” (Sal 41,5). Come l’animale quando è ben sazio salta e gioca felice, così l’anima, quando ha assaporato le delizie della contemplazione, esulta e tripudia. Il convito poi, rallegrato da vini prelibati, simboleggia la consolazione procurata allo spirito dall’effusione delle lacrime. E questo duplice gaudio pervade pensieri e senti­menti, si trasforma cioè in conoscenza e amore.

Parimenti l’amore del prossimo chiama alla montagna, cioè alla sublimità del­l’amore fraterno, il popolo dell’uomo esteriore, perché le membra e i sensi siano anch’essi al servizio del prossimo per sovvenire alle sue necessità. Dice infatti Aggeo: “Salite sul monte, portate il legname, edificate la casa: in essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria” (Ag 1,8). Sale sul monte chi ama il prossimo; porta legname colui che lo sopporta; gli edifica una casa quando gli provvede ciò che gli è necessario.

 

15. “E immoleranno vittime di giustizia”. “Sacrificate sacrifici di giustizia” (Sal 4,6). L’amore di Dio immòla la vittima in spirito di umiltà e con cuore contrito (cf. Dan 3,39); l’amore del prossimo si pratica con la fatica e con la sofferenza del corpo. Queste vittime sono dette “di giustizia”, perché vengono offerte unicamente per motivi di carità. Sono veramente “vittime di giustizia”, non di vanagloria, come dice Osea: “Faceste cadere le vittime nell’abisso” (Os 5,2): fanno questo coloro che piangono sulle sventure dei fratelli, o anche li soccorrono nelle loro necessità solo per vanagloria.

“Succhiano come il latte le inondazioni del mare”. Chi vuole succhiare deve stringere le labbra. Nessuno può succhiare qualcosa con la bocca aperta. Suc­chiare si dice in lat. sùgere, da sumendo àgere, cioè agire assumendo. Chi vuole succhiare come il latte, cioè con dolcezza, le inondazione del mare, vale a dire le tentazioni della carne, del mondo e del diavolo, deve serrare le labbra alla vanità del mondo; e quindi la duplice carità verso Dio e verso il prossimo succhia, per così dire, come il latte le tentazio­ni, perché non accetta un amore estraneo.

Dice Mosè nel suo Cantico: “Succhieranno il miele dalla pietra e l’olio dal sasso durissimo” (Dt 32,13). Nella pietra è simboleggiata la durezza delle tentazioni della carne e del mondo, nel sasso durissimo la suggestione del diavolo, ostinato nel tentare. Fortunati coloro che tanto dalla pietra quanto dal sasso (da qualunque tentazione) sapranno succhiare, ricavare la dolcezza e la luce di una lieta coscienza! “La pietra – dice Giobbe – mi versava rivoli di olio” (Gb 29,6). Ciò avviene quando chi è duramente tentato, durante la tentazione stessa è visitato e illuminato dalla grazia e irrigato dal dono di lacrime copiose.

Si degni di irrigare anche noi con tali lacrime, colui che è benedetto nei secoli. Amen.

 

VI. sermone allegorico su san paolo

 

16. “Chi lasciò libero l’ònagro e chi sciolse i suoi legami? Gli ho dato per casa la solitudine e ho posto la sua tenda in una terra salmastra. Disprezza la folla della città, e non dà ascolto al clamore del tiranno. Guarda all’intorno i monti del suo pascolo e va in cerca di tutto ciò che è verde” (Gb 39,5-8). L’ònagro è detto, in lat., asino del campo (asinus agri), ed è figura del beato Paolo, che fu come l’asino del campo, cioè della santa chiesa.

Il campo è detto in lat. ager, da àgere, fare, perché in esso si fa sempre qualcosa: o si semina, o vi si coltivano piante, o si tiene a pascolo, o si abbellisce di fiori. Il beato Paolo, nel campo della santa chiesa, compì tutte queste quattro attività, perché vi seminò la semente della Parola di Dio, sugli alberi infruttuosi innestò i nuovi germogli della vita santa perché ringiovanissero e portas­sero frutto; oppure, come dice l’Ecclesiaste, “vi piantò alberi da frutto di ogni specie” (Eccle 2,5), cioè i giusti; vi preparò i pascoli della vita eterna; la ornò e la abbellì con grande varietà di fiori di virtù. Paolo fu dunque l’ònagro di questo campo, perché ne portò il peso del giorno e del caldo (cf. Mt 20,12): “in mezzo a tantissime fatiche, a frequenti prigionie, a innumerevoli percosse e spesso in pericolo di morte” (2Cor 11,23); “e oltre a tutto ciò, il mio assillo quotidiano, la preoccupa­zione per tutte le chiese” (2Cor 11,28).

Chi ha lasciato andar libero questo ònagro? Senza dubbio colui che lo scelse fin dal seno di sua madre, cioè della sinagoga, ai cui riti legali e alle cui cerimonie era lega­to, e lo chiamò con la sua grazia (cf. Gal 1,15), lasciandolo così andare libero. Infatti egli stesso dice: “Non sono forse libero, io? Non sono forse apostolo? Non ho forse veduto il Signore nostro Gesù Cristo?” (1Cor 9,1). Certamente era libero, colui che poteva affermare: “Per me non sono consapevole di colpa alcuna” (1Cor 4,4).

“E chi ha sciolto i suoi legami?”. Certamente Cristo, del quale dice: “Desidero essere sciolto ed essere con Cristo” (Fil 1,23); nel momento della conversione Cristo lo lasciò andare libero per ogni dove ad annunziare la parola; e oggi nel martirio sciolse i legami del suo corpo per poter volare in cielo.

 

17. “Gli ho dato per casa la solitudine e ho posto la sua tenda in una terra salmastra”. Anche Paolo ha detto la stessa cosa: “Colui che ha agito in Pietro per l’apostolato tra i circoncisi, ha agito anche in me per l’apostolato tra le genti” (Gal 2,8), cioè i tra pagani. Le genti erano dette “solitudine”, deserto, perché tra loro non abitava Dio, e terra salmastra, cioè di amarezza e di sterilità. Tra di esse Dio diede a Paolo la casa, gli comandò cioè che tra esse e di esse edificasse la casa, cioè la santa chiesa, e le tende di un santo esercito che combattesse in suo favore contro i nemici visibili ed invisibili e difendesse così la casa che gli era stata affidata.

“Disprezzò la folla della città” romana, nella quale come oggi gli fu troncata la testa; infatti poté affermare con Giobbe: “Come se temessi molto la folla, e mi spaven­tasse il disprezzo dei parenti” (Gb 31,34), cioè dei Giudei. Un’altra versione dice esplicitamente: “Non mi spaventai davanti alla grande folla di popolo, sì da aver paura di parlare davanti a loro” (versione dei LXX). E in realtà Paolo si comportò proprio così; infatti scrive a Timoteo: “Nei riguardi del Vangelo io sono stato costituito predicatore, apostolo e maestro. È per questo che vado incontro a tanti mali, ma non me ne preoccupo” (2Tm 1,11-12). Egli “non diede ascolto al clamore del tiranno”, cioè di Nerone, non temette la sua spada, perché nessuna creatura – come dice egli stesso – poté mai separarlo dall’amore di Gesù Cristo (cf. Rm 8,39).

Infatti aggiunge: “Guarda all’intorno i monti del suo pascolo”, nei quali è indicata la carità di Cristo: “Io vi mostrerò una via migliore di tutte”(1Cor 12,31). Quello era il suo pascolo, quello il suo nutrimento e la sua sazietà: egli che solo all’amore di Cristo guardava e per quell’amore camminava all’intorno, disprezzava la moltitudine e non dava ascolto al clamore del tiranno. Oppure, “i monti del pascolo” sono quegli “ordini angelici” tra i quali, nel corpo o fuori del corpo, solo Dio lo sa, fu rapito, e dove poté udire parole che non è lecito all’uomo pronunziare (cf. 2Cor 12,3-4). Lì si pasceva, lì esultava, perché lì erano i suoi pascoli, cioè la contem­plazione e il nutrimento che gli erano propri.

“E va in cerca di tutto ciò che è verde”. Mentre era ancora nella carne mortale, con la contemplazione della mente fu rivolto costantemente e, si può dire, in continuazione, ai monti del celeste pascolo; adesso invece “va in cerca di tutto ciò che è verde”, parole con le quali viene indicato il gaudio dell’eterna sazietà, che soddisfa ogni suo desiderio: infatti chi cerca, desidera. Tanto sublime è la bellezza della divina Maestà, che infiamma della brama di sé tutti quegli spiriti beati, infiammandoli li ristora e ristorandoli accende ancor più il loro desiderio.

Alla divina Maestà, dunque, l’onore e la gloria nei secoli eterni. Amen.

 

VII. sermone morale

 

18. “Chi lasciò andare libero l’ònagro?”. Certamente colui, del quale Mosè dice: “Quando un domani tuo figlio ti parlerà e ti domanderà: Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme? Tu gli dirai: Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente, per condurci in una terra” (Dt 6,20­21.23) “dove scorrono latte e miele” (Dt 26,9). “Chi commette il peccato, è schiavo del peccato” (Gv 8,34); e Pietro: “Uno è schiavo di colui che l’ha vinto” (2Pt 2,19).

E lascia l’ònagro andare libero da questa schiavitù colui che, per bocca di Isaia, gli dice: “Sono io, sono io che cancello le tue iniquità e per riguardo a me non mi ricordo più dei tuoi peccati (Is 43,25); e Michea: “Distruggerà tutte le nostre iniquità e getterà nel profondo del mare tutti i nostri peccati” (Mic 7,19).

L’ònagro è lo spirito del penitente il quale, come è detto nei Proverbi, “Ha osservato un campo e lo ha comperato” (Pro 31,16). Il campo è la patria celeste, dove sempre si lavora, perché lassù si loda Dio incessantemente: “Ti loderanno nei secoli dei secoli” (Sal 83,5). Il giusto osserva questo campo nella contemplazione della sua mente, lo compera con le opere della penitenza, e quindi è detto “asino del campo”. E il Signore lo lascia andare libero quando gli dice, come alla Maddalena: “Ti sono perdonati i tuoi peccati” (Lc 5,23).

“E chi ha sciolto i suoi legami?”. Certamente Giacobbe, di cui parla la Genesi: “Furono sciolti i legami delle braccia e delle mani di Giuseppe per mano del Potente di Giacobbe” (Gn 49,24), cioè di Dio. Il legami sono le cattive abitudini e le concupiscenze del mondo, che tengono legate mani e braccia perché non possano compiere opere buone. Ecco che cosa consiglia Salomone: “Fa’ assiduamente tutto ciò che puoi fare con le tue mani, perché non ci sarà né attività, né ragione, né scienza, né sapienza giù nell’in­ferno, dove tu stai per andare” (Eccle 9,10), che cioè stai preparandoti fin da ora e verso il quale ti stai affrettando con il peccato mortale.

Ma questi legami vengono sciolti per mano del Potente di Giacobbe, cioè dalla misericordia dell’onnipotente Iddio, che liberò Giacobbe, cioè lo spirito, dalla mano, vale a dire dalla prepotenza di suo fratello Esaù, cioè della carne o del mondo. E questo concorda con ciò che leggiamo nel libro dei Giudici: “Sansone spezzò i legami come si spezza un filo ritorto di stoppa, quando ha preso l’odore del fuoco” (Gdc 16,9). Il fuoco è la grazia dello Spirito Santo, al cui odore, cioè quando viene infusa, spezza i legami delle cattive abitudini, con i quali è tenuto legato Sansone da Dalila, vale a dire lo spirito dalla concupiscenza della carne.

Dopo averlo così reso libero, sentiamo che cosa faccia ancora il Signore. “Gli ho dato una casa nella solitudine”. Dice Geremia: Davanti alla tua mano sedevo solita­rio, perché mi avevi colmato di amarezza (cf. Ger 15,17). La casa simboleggia la pace del cuore, che il Signore concede nel silenzio e nella quiete della mente e del corpo. Leggiamo nelle Lamentazioni: “Sederà solitario e tacerà perché ha elevato se stesso al di sopra di sé; porrà nella polvere la sua bocca” (Lam 3,28-29).

In questa citazione si parla delle cinque virtù che sono necessarie a chi vuole essere giusto: la pace del cuore, quando è detto “sederà”; il distacco dalle cose terrene, dove dice “solitario”; il silenzio della bocca, quando aggiunge “tacerà”; l’elevazione della contemplazione quando continua “ha elevato se stesso al di sopra di sé”; e final­mente il ricordo della propria fragilità, quando conclude “porrà nella polvere la sua bocca”: dovrà cioè sempre parlare della sua fragilità, memore di quella sentenza: “Sei polvere e in polvere ritornerai” (Gn 3,19).



19. “E le sue tende saranno in una terra salmastra”. La terra salmastra è il mondo; infatti dice il salmo: “Fece diventare salmastra la terra fertile per la malizia dei suoi abitanti” (Sal 106,33-34); perché, come dice l’Apocalisse, guai, agli abitanti della terra (cf. Ap 8,13). In questa terra il Signore ha dato all’ònagro, cioè allo spirito, le tende, vale a dire le membra del corpo, perché con esso e per esso combatta contro il diavolo e contro i vizi. Un nemico che combatte tenacemente fa sì che anche tu combatta valorosamente. Infatti dice l’Apostolo: “Io combatto, ma non come chi batte l’aria”, bensì come chi batte quei nemici e non solo quelli; “anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù”(1Cor 9, 26-27).

Dice la Genesi: “Abramo spiegò e piantò la sua tenda tra Betel”, che s’interpreta “casa di Dio”, “e Ai”, che s’in­terpreta “problema della vita” (cf. Gn 12,8). Spiegare e piantare la tenda significa esercitare il corpo nelle opere di penitenza e applicarlo anche a quelle della carità. E questo tra la casa di Dio, cioè la vita eterna, perché ad essa deve sempre orientare l’occhio dell’inten­zione, e i problemi della vita, cioè le tentazioni di questa vita, per resistervi e superarle con la fortezza dell’animo.

Nella scuola di questa misera vita, sorgono vari problemi riguardo alle tentazioni. E chi è tanto esperto per poterli tutti risolvere? Quante sono le tentazioni, tanti sono i problemi. E non possiamo risolverli tutti con sapienza più grande, che disprez­zandoli. Infatti la sentenza della sacra Scrittura conclude: “Disprezzò la moltitudine della città” (Gb 39,7).

Il Santo usa il termine latino triclinum, il “letto da mensa” dei Romani, sul quale stavano coricate tre persone. Questo in riferimento alla SS.ma Trinità, per la cui opera avviene l’incarnazione.

Non si conosce l’autore di questa espressione.

Il latino ha un gioco di parole non riproducibile in italiano: la costanza della lotta contro il castrum, castra lo stimolo della libidine.

Isidoro, nelle Etimologie, scrive: Saulo significa in ebraico tentazione (tentativo, attacco). Infatti, prima della conversione, ha sferrato violenti attacchi contro la chiesa.

Erano chiamati “ribaldi” le persone più miserabili, emarginati dalla società, solo talvolta adibiti ai lavori più umilianti.

Si dice che Caino abbia ucciso il fratello Abele nel luogo dove ora sorge Damasco.

Secondo la tradizione, sono i nomi dei due ladroni crocifissi con Gesù. Disma è il ladrone buono.

Non si sa chi sia veramente l’autore di questa espressione.

Con le parole terra vergine Antonio intende la Vergine Maria, e anche la chiesa.

Il terzo e il quarto libro di Esdra non fanno parte dei libri “canonici” accolti dal Concilio di Trento. Qualche Bibbia li riporta ancora perché non vengano dimenticati, in quanto non pochi santi Padri li citano nei loro scritti, come fa qui sant’Antonio.

Gli Atti dei Santi dicono Scizia.

Titolo di certi vangeli apocrifi che circolavano al tempo di sant’Antonio.

Questo al tempo di sant’Antonio: ora questa festa si celebra il 14 settembre.

P. Comestor, nella sua opera Storia Scolastica, racconta che il Libro dei Giusti, ricordato nell’Antico Testamento, è stato distrutto insieme a tanti altri libri negli incendi provocati dai babilonesi.