S. Agostino: Soliloqui: Libro primo

 

S. Agostino: Soliloqui

LIBRO PRIMO

PRIMA DISCUSSIONE

Agostino cerca se stesso, ma la forza fisica gli manca

1, I. Da molto tempo volgevo tra me e me molti e differenti pensieri e da tanti giorni cercavo ardentemente me stesso, cercavo il mio bene e quale male dovessi evitare; quando all'improvviso - ero io o un altro? di dentro o di fuori? è proprio quello che ora mi sforzo attentamente di sapere - una voce mi dice:

RAGIONE - Ecco: supponi di aver acquisito qualche conoscenza: a chi l'affiderai per passare ad altre ricerche?

AGOSTINO - Alla memoria, naturalmente.

RAGIONE - Essa è dunque così valida da conservare egregiamente tutti i tuoi pensieri?

AGOSTINO - Difficilmente; forse anzi le è impossibile.

RAGIONE - Allora devi scrivere. Ma come puoi farlo, se la tua salute ricusa la fatica di scrivere? Peraltro queste riflessioni non si devono dettare: esse richiedono un'assoluta solitudine.

AGOSTINO - Dici il vero: allora non so proprio che fare.

La ragione lo invita a pregare

RAGIONE - Invoca salvezza ed aiuto per poter giungere al fine dei tuoi desideri; e questa stessa preghiera redigila per scritto; questo fatto ti darà più coraggio. Poi riassumi brevemente in poche conclusioni il risultato delle tue ricerche, senza pensare per ora ad una folta schiera di lettori: queste riflessioni infatti possono mirare solo a pochi fra i tuoi concittadini.

AGOSTINO - Farò così.

Preghiera a Dio

2. Dio, creatore del mondo, concedimi per prima cosa che io ti preghi bene, quindi che mi renda degno che tu mi liberi, infine che tu mi liberi. Dio, per mezzo del quale tutte le cose che da sé non sarebbero, si muovono verso l'essere. Dio, che neppure quelle cose, che reciprocamente si perdono, tu permetti che periscano. Dio, che dal nulla questo mondo hai creato, questo mondo che gli occhi di tutti percepiscono bellissimo. Dio, che non fai il male e lo fai essere solo perché non avvenga un male peggiore. Dio, che manifesti a pochi, quelli che si rivolgono a ciò che veramente è, che il male non è una realtà. Dio, per la cui potenza il mondo intero, anche con la parte meno adatta, raggiunge la perfezione. Dio, la dissonanza dal quale non produce l'estrema dissoluzione, poiché le cose peggiori si armonizzano con le migliori. Dio, che sei amato da ogni essere che può amare, lo sappia o non lo sappia. Dio, nel quale sono tutte le cose, ma che la deformità esistente nel mondo non rende deforme, né il male meno perfetto, né l'errore meno vero. Dio, che hai voluto che soltanto gli spiriti puri conoscessero il vero. Dio, padre della verità, padre della sapienza, padre della vita vera e somma, padre della beatitudine, padre del bene e del bello, padre della luce intelligibile, padre del nostro risveglio e della nostra illuminazione, padre della caparra, mediante la quale siamo ammoniti di ritornare a te.

3. Ti invoco, o Dio verità, nel quale, dal quale e per mezzo del quale sono vere tutte quelle realtà che sono vere. Dio sapienza, nel quale, dal quale e per mezzo del quale sono sapienti tutti quegli esseri che hanno sapienza. Dio vita vera e somma, nel quale, dal quale e per mezzo del quale vivono tutte quelle realtà che hanno vita vera e somma. Dio beatitudine, nel quale, dal quale e per mezzo del quale sono beati tutti gli esseri che sono beati. Dio bene e bellezza, nel quale, dal quale e per mezzo del quale sono buone e belle tutte quelle realtà che hanno bontà e bellezza. Dio luce intelligibile, nel quale, dal quale e per mezzo del quale brillano di luce intelligibile tutti quegli esseri che brillano di luce intelligibile. Dio, il cui regno è tutto quel mondo che è nascosto al senso. Dio, dal cui regno deriva la legge per i nostri regni naturali. Dio, dal quale allontanarsi è cadere, voltarsi verso il quale è risorgere, rimanere nel quale è avere consistenza. Dio, dal quale uscire è morire, avviarsi verso il quale è tornare a vivere, dimorare nel quale è vivere. Dio, che nessuno lascia se non è ingannato, che nessuno cerca se non è chiamato, che nessuno trova se non è purificato. Dio, che abbandonare significa perire, a cui tendere significa amare, che vedere significa possedere. Dio, verso cui ci stimola la fede, c'innalza la speranza, ci unisce la carità. Dio, con la cui potenza vinciamo l'avversario. Ti supplico. Dio, per mezzo del quale abbiamo ricevuto, per non soggiacere a morte totale . Dio, dal quale siamo ammoniti, affinché vigiliamo. Dio, per la cui forza separiamo le cose buone dalle cattive. Dio, per mezzo del quale fuggiamo il male e operiamo il bene. Dio, per cui non cediamo alle avversità. Dio, col cui aiuto siamo soggetti rettamente al potere e con rettitudine lo esercitiamo. Dio, per la cui forza apprendiamo che sono anche di altri le cose che una volta reputavamo nostre e sono anche nostre le cose che un tempo reputavamo di altri. Dio, con il cui aiuto non ci attacchiamo agli adescamenti e irretimenti delle passioni. Dio, con il cui sostegno le cose minute non ci diminuiscono. Dio, per cui mezzo il nostro essere migliore non è soggetto al peggiore. Dio, con il cui aiuto la morte è annullata nella vittoria. Dio, che ci volgi verso di te. Dio, che ci spogli di ciò che non è e ci rivesti di ciò che è. Dio, che ci rendi esaudibili. Dio, che ci unisci a te. Dio, che ci immetti nella verità intera. Dio, che ci parli di tutti i beni e non ci rendi incapaci di seguirli e non permetti che ciò sia fatto da chicchessia. Dio, che ci richiami sulla strada. Dio, che ci conduci fino alla porta. Dio, che operi, affinché a chi bussa sia aperto. Dio, che ci dai il pane della vita. Dio, che ci asseti di quella bevanda, sorbendo la quale non avremo più sete. Dio, che accusi il mondo riguardo al peccato, alla giustizia, al giudizio. Dio, per la cui forza non ci smuovono coloro che non credono. Dio, per mezzo del quale riproviamo l'errore di coloro che affermano che le anime non possono meritare presso di te. Dio, con il cui ausilio non diveniamo schiavi degli elementi che causano debolezza e indigenza. Dio, che ci purifichi e ci predisponi ai premi divini. Vienimi incontro, propizio.

4. Tutto quanto ho detto, tu sei, o unico Dio. Tu vieni in mio aiuto, unica eterna vera sostanza, in cui non esiste nessuna discordanza, nessuna confusione, nessun cambiamento, nessuna deficienza, nessuna morte; in cui vi è somma concordia, somma evidenza, somma costanza, somma pienezza, somma vita; in cui nulla manca, nulla è superfluo; in cui genitore e generato sono una medesima cosa. Dio, cui è soggetto tutto ciò che è soggetto; cui obbedisce ogni anima buona. (Dio), per mezzo delle cui leggi ruotano i cieli, compiono il loro corso le stelle, il sole rinnova il giorno, la luna governa la notte e il mondo tutto, determinando i giorni mediante l'alternarsi della luce e dell'oscurità, i mesi mediante il crescere e il decrescere delle lunazioni, gli anni mediante la successione della primavera, dell'estate, dell'autunno, dell'inverno, i lustri mediante il compimento del corso solare, i grandi cicli mediante il periodico ricorso delle stelle, assicura grande regolarità, per quanto è compatibile con la materia corporea, mediante l'ordine e i periodi del tempo. Dio, le cui leggi stabili in eterno non permettono che sia turbato il movimento instabile delle cose mutevoli, riconducendole sempre, come per mezzo di un freno, mediante il corso dei secoli, ad una somiglianza della (tua) stabilità. (Dio), per le cui leggi è libero l'arbitrio dell'anima, con premi e pene distribuiti ai buoni e ai cattivi, secondo necessità universalmente determinate. Dio, da cui provengono fino a noi tutti i beni, che allontani da noi tutti i mali. Dio, sopra il quale non c'è nulla, fuori dal quale non c'è nulla, senza il quale non c'è nulla. Dio, cui tutto è sottomesso; in cui tutto è contenuto; in cui tutto esiste. (Dio), che hai fatto l'uomo a tua immagine e somiglianza, come lo riconosce chiunque conosce se stesso. Ascolta, ascolta, ascolta me, mio Dio, mio Signore, mio re, padre mio, causa mia, mia speranza, cosa mia, onore mio, dimora mia, patria mia, salvezza mia, mia luce, vita mia. Ascolta, ascolta, ascolta me, nel modo tutto tuo, ben noto solo a pochi.

5. Ormai io amo solo te, seguo solo te, cerco solo te e sono preparato a servire solo te, poiché tu solo eserciti il comando con giustizia ed io desidero ardentemente di essere in tuo potere. Comanda, ti prego e ordina ciò che vuoi, ma guarisci e apri le mie orecchie, affinché possa udire la tua voce. Guarisci e apri i miei occhi, con i quali possa vedere i tuoi cenni. Caccia da me i movimenti irragionevoli, affinché possa riconoscerti. Dimmi da che parte devo guardare, affinché possa vederti e spero di eseguire tutto ciò che comanderai. Ricevi, ti prego, il tuo schiavo fuggiasco, o Signore clementissimo. Dovrei ormai aver scontato a sufficienza, abbastanza dovrei essere stato schiavo dei tuoi nemici, che tu conculchi sotto i tuoi piedi, abbastanza dovrei essere stato ludibrio di cose ingannevoli. Ricevi me, tuo servo, che fuggo da queste cose, che, mentre fuggivo da te, mi accolsero come non loro. Sento che devo ritornare da te; a me che busso, si apra la tua porta; insegnami in che modo possa raggiungerti. Non ho altro che la volontà; non so nient'altro, se non questo, che le cose caduche e transeunti si devono disprezzare, le cose immutabili ed eterne ricercare. Questo faccio, o Padre, perché questo solo so; ignoro però da dove si deve partire, per giungere a te. Suggeriscimelo tu; mostrami tu la strada; forniscimi ciò che necessita al viaggio. Se per mezzo della fede ti ritrovano coloro che ritornano a te, dammi la fede; se per mezzo della virtù, dammi la virtù; se per mezzo del sapere, dammi il sapere. Aumenta in me la fede, aumenta in me la speranza, aumenta in me la carità. O bontà tua, singolare e da ammirare!

6. Verso di te, io voglio andare e con quali mezzi si tenda a te, ti chiedo nuovamente. Se infatti tu ci abbandoni, si perisce. Tu però non abbandoni, perché sei il sommo bene, che nessuno mai ha cercato con rettitudine, senza trovare. E ha rettamente cercato chiunque tu hai fatto capace di ricercare rettamente. Fa, o Padre, che anch'io ti cerchi, strappami dall'errore; mentre io ti cerco, che non incontri altro invece tua. Se non desidero altro che te, possa io ormai trovarti, o Padre, te ne prego. Se poi in me sopravvive un desiderio di cosa superflua, tu stesso mondami e rendimi capace di vederti. Per il resto, quanto alla salute di questo mio corpo mortale, poiché non so quale utilità possa trarne per me o per i miei cari, a te lo affido, Padre sapientissimo ed ottimo e per esso ti chiederò quello che mi suggerirai a tempo opportuno. Ora prego la tua suprema clemenza soltanto perché mi converta totalmente a te e che non mi faccia incontrare ostacoli nel mio tendere a te; che tu mi permetta, anche mentre governo e mi porto questo corpo, di essere puro, forte, giusto, prudente, amante perfetto e partecipe della tua sapienza, degno della cittadinanza e cittadino del tuo regno di ogni felicità. Amen, amen.

Conoscere Dio, conoscere l'anima

2, 7. AGOSTINO - Ho finito la mia preghiera a Dio.

RAGIONE - Allora, che cosa vuoi sapere?

AGOSTINO - Proprio tutto quello che ho domandato.

RAGIONE - Riassumilo in breve.

AGOSTINO - Voglio ardentemente conoscere Dio e l'anima.

RAGIONE - E null'altro?

AGOSTINO - Null'altro, assolutamente.

RAGIONE - Comincia dunque la tua ricerca; ma prima spiega in che modo, di fronte alla dimostrazione di Dio, tu possa dire: È sufficiente.

AGOSTINO - Ignoro fino a che punto tale dimostrazione debba essere spinta, perché io possa dire: È sufficiente. Credo infatti che non vi sia nulla che io conosco, così come desidero conoscere Dio.

RAGIONE - Che facciamo, allora? Non pensi forse che per prima cosa dovresti sapere come ti sia possibile raggiungere una conoscenza sufficiente di Dio, cosicché, raggiunto quel punto, cessi la ricerca?

AGOSTINO - Lo penso sicuramente; ma non vedo come ciò sia possibile. Infatti non ho mai conosciuto una realtà tanto simile a Dio, in modo da poter dire: Come comprendo questo, così voglio comprendere Dio.

RAGIONE - Ma se non conosci ancora Dio, come sai che non conosci nulla di simile a Dio?

AGOSTINO - Poiché se conoscessi qualcosa di simile a Dio, senza dubbio l'amerei. Ora io non amo altro che Dio e l'anima e non conosco né l'uno, né l'altra.

RAGIONE - Non ami forse i tuoi amici?

AGOSTINO - Come potrei non amarli, amando l'anima?

RAGIONE - E in tal modo ami anche le pulci e le cimici?

AGOSTINO - Ho affermato di amare l'anima, non gli animali.

RAGIONE - Allora, o i tuoi amici non sono uomini, o tu non li ami: ogni uomo, infatti, è un animale e tu hai detto di non amare gli animali.

AGOSTINO - I miei amici sono uomini ed io li amo, però non in tanto in quanto sono animali, ma perché sono uomini, cioè perché posseggono anime razionali, che amo persino nei furfanti. Posso infatti amare la ragione in chiunque, odiando però lui a buon diritto, perché usa male di quel bene che io amo. Così tanto più amo i miei amici, quanto meglio fanno uso dell'anima razionale, o almeno quanto desiderano di farne buon uso.

Conoscere Dio, meglio di quanto Agostino non conosca Alipio e non conosca se stesso

3, 8. RAGIONE - Ammetto questo. Se tuttavia ti si dicesse: Ti faccio conoscere Dio come tu conosci Alipio, non ringrazieresti dicendo: Questo è sufficiente?

AGOSTINO - Ringrazierei, ma non direi che questo è sufficiente.

RAGIONE - Perché mai, te ne prego?

AGOSTINO - Perché non conosco Dio come conosco Alipio e d'altronde non conosco Alipio a sufficienza.

RAGIONE - Non temi dunque che vi sia un qualche orgoglio nel voler conoscere Dio a sufficienza, dato che non conosci sufficientemente nemmeno Alipio?

AGOSTINO - Il tuo ragionare non è logico. In confronto alle stelle, la mia cena è certo ben insignificante; eppure io ignoro ciò che mangerò domani, ma senz'ombra di orgoglio professo di conoscere in che fase la luna si troverà domani.

RAGIONE - Allora ti è sufficiente conoscere Dio, come conosci per quale fase domani passerà la luna?

AGOSTINO - Non mi è sufficiente. Questo fenomeno infatti lo controllo con i sensi; ma ignoro se Dio o una qualche occulta causa naturale cambi all'improvviso l'ordinario corso della luna; se ciò avvenisse, renderebbe false tutte le mie previsioni.

RAGIONE - E tu credi che ciò possa verificarsi?

AGOSTINO - Non lo credo, ma io cerco per sapere, non per avere un'opinione. Ora di tutto ciò che sappiamo, forse rettamente possiamo dire di avere un'opinione; ma di tutto quello di cui abbiamo un'opinione, non possiamo parimenti dire di saperlo.

RAGIONE - Rifiuti in proposito ogni testimonianza dei sensi?

AGOSTINO - La rifiuto totalmente.

RAGIONE - E allora quel tuo amico che tu hai affermato di non conoscere ancora, vuoi conoscerlo con i sensi o con l'intelligenza?

AGOSTINO - La conoscenza che di lui ho acquisito con i sensi, se si può dare vera la conoscenza dei sensi, è di grado inferiore e mi è sufficiente; ma quella parte di lui che me lo rende amico, cioè il suo essere spirituale, desidero raggiungerla con l'intelligenza.

RAGIONE - Potrebbe essere conosciuta per altra via?

AGOSTINO - In nessun'altra.

RAGIONE - Oseresti dunque affermare che ti è sconosciuto un tuo amico, per di più molto intimo?

AGOSTINO - E perché non dovrei osare? Ritengo che sia giustissima quella legge dell'amicizia che ci prescrive di amare l'amico né più né meno che se stessi. Così, poiché ignoro me stesso, gli faccio forse ingiuria se dico che mi è sconosciuto, tanto più che, come credo, neppure egli conosce se stesso?

RAGIONE - Dunque se l'oggetto che tu desideri conoscere appartiene alla categoria delle cose che solo l'intelligenza percepisce, quando ho eccepito che vi era da parte tua dell'orgoglio nel volere conoscere Dio, mentre non conosci Alipio, non avresti dovuto proporre l'esempio della cena e della luna, se queste cose, come hai affermato, si riferiscono ai sensi.

Quale tipo di scienza Agostino vuole avere di Dio

4, 9. Ma poco ci importa. Ora rispondi a questa questione: se sono vere le affermazioni di Platone e di Plotino su Dio, ti è sufficiente conoscere Dio, come lo conoscevano loro?

AGOSTINO - Se le loro affermazioni sono vere, non ne consegue necessariamente che essi sapessero quanto dicevano. Molti infatti espongono con abbondanza di parole ciò che non sanno, come io stesso le cose che ho domandato nella preghiera, dicendo che desideravo conoscerle, e non l'avrei desiderato se già le avessi conosciute. Eppure per questa ragione non avrei forse potuto esprimerle? Ho detto cose non comprese da me con l'intelligenza, ma raccolte da ogni parte e affidate alla memoria: ad esse io ho prestato fede il più possibile; ma conoscere con certezza è altra cosa.

RAGIONE - Vuoi dire, per favore, se sai almeno che cos'è la linea in geometria?

AGOSTINO - Lo so bene.

RAGIONE - E in questa tua affermazione non ha timore degli Accademici?

AGOSTINO - Per nulla. Essi sostenevano che a sapiente non deve errare; ma io non sono un sapiente. Pertanto non temo per ora di professare la conoscenza delle cose da me conosciute. Che se poi giungerò alla sapienza come desidero, allora agirò come quella mi suggerirà.

RAGIONE - Non ho obiezioni da fare. Ma, per ritornare alla mia questione, se conosci la linea, conosci anche quel corpo rotondo che si chiama sfera?

AGOSTINO - Lo conosco.

RAGIONE - Conosci allo stesso modo linea e sfera oppure una di più e l'altra di meno?

AGOSTINO - Le conosco del tutto ugualmente: per l'una e per l'altra infatti non mi posso sbagliare.

RAGIONE - Ebbene, le hai percepite con i sensi o con l'intelletto?

AGOSTINO - Precisamente con i sensi, che in questo caso mi son serviti come una nave. Dopo avermi traghettato al punto cui tendevo, là dove li ho congedati, come uno che ormai è sceso a terra, cominciai però a considerare queste cose col pensiero. Lungamente i miei passi esitarono. Così ora mi parrebbe più facile navigare sulla terraferma, che apprendere la geometria mediante i sensi, sebbene essi, a quanto sembra, possano in certa misura giovare ai principianti.

RAGIONE - Dunque la conoscenza che tu puoi avere di questi oggetti non dubiti di chiamarla scienza?

AGOSTINO - Certamente no, se me lo permettono gli Stoici, loro che attribuiscono la conoscenza vera solo al sapiente. Ammetto di averne almeno quel genere di conoscenza che essi concedono anche alla stoltezza. Ma non li temo. Su quanto mi hai interrogato, posseggo bene una conoscenza vera. Continua ora: voglio vedere dove miri con queste domande.

RAGIONE - Non aver fretta, abbiamo tempo. Sta solo attento a non fare imprudenti ammissioni. Mi sforzo di renderti soddisfatto su argomenti per i quali non abbia a temere alcuna sorpresa: come se questo fosse cosa di piccola importanza, tu vuoi che mi affretti?

AGOSTINO - Faccia Dio, come tu dici. Allora interrogami a tuo piacere e rimproverami più duramente, se di nuovo mi succederà qualcosa di simile.

10. RAGIONE - Dunque è evidente per te che non si può dividere la linea in due, secondo la lunghezza.

AGOSTINO - È chiaro.

RAGIONE - E trasversalmente?

AGOSTINO - Si può dividere all'infinito.

RAGIONE - E non è ugualmente evidente che di tutti i cerchi che, in una sfera, passano per una parte più o meno lontana dal centro, neppure due di essi sono uguali fra loro?.

AGOSTINO - Ugualmente evidente.

RAGIONE - La linea e la sfera ti sembrano uguali o c'è fra esse qualche differenza?

AGOSTINO - Chi non vede che c'è moltissima differenza?

RAGIONE - Ma se tu conosci bene l'una e l'altra e pure ammetti che c'è tra esse massima differenza, può dunque esistere una scienza unica di cose diverse?

AGOSTINO - Chi mai lo ha negato?

RAGIONE - Tu, poco fa. Quando ti ho domandato come volessi conoscere Dio, onde poter affermare che ti era sufficiente, tu hai risposto che non lo sapevi spiegare, perché non vi era nulla che tu percepissi allo stesso modo con cui tu vorresti conoscere Dio, non conoscendo nulla di simile a Dio. Ed ora dunque? La linea e la sfera sono simili a Dio?

AGOSTINO - Chi mai potrebbe affermarlo?

RAGIONE - Ma io ti avevo domandato non se conoscevi validamente qualcosa di simile a Dio, bensì qualcosa di simile al tuo desiderio di conoscere Dio. Tu conosci la linea come conosci la sfera, sebbene la linea non sia la stessa cosa che la sfera. Rispondimi ora se ti è sufficiente conoscere Dio come conosci la sfera in geometria, cioè non aver dubbio su Dio, come non l'hai su di essa.

5, 11. AGOSTINO - Ti prego: tu m'incalzi e convinci con forza; io però non oso affermare di volere conoscere Dio come conosco queste figure, perché mi sembra che ci siano differenze non solo nella realtà, ma anche nella conoscenza. Primo, perché la linea e la sfera sono sì differenti, ma non tanto da non essere comprese sotto un'unica scienza. Invece nessun geometra ha fatto professione di insegnare Dio. Secondo, se fosse uguale la conoscenza di Dio e di queste figure, certo avrei nel conoscerle tanta gioia quanta penso proverei per la conoscenza di Dio. Ora, quando le paragono a lui, molto io le svaluto e mi sembra che se comprenderò Dio e lo conoscerò come è possibile, tutte queste cose s'annichileranno nel mio pensiero. Fin d'ora infatti l'amore che ho per lui impedisce loro quasi di venirmi in mente.

RAGIONE - Ammettiamo pure che tu sarai molto più soddisfatto per la conoscenza di Dio che per quella di queste figure; la differenza però è nelle cose, non nell'intelletto, a meno che tu contempli con altri occhi la terra e con altri il cielo sereno, la cui vista ti rallegra molto più dell'altra. Ma se i tuoi occhi non t'ingannano, interrogato se sei certo di vedere tanto la terra quanto il cielo, credo che debba rispondere che ti è altrettanto certo, sebbene ti allieti non tanto la terra, quanto il cielo con la sua bellezza ed il suo splendore.

AGOSTINO - Mi convince il paragone, lo ammetto, e mi induce ad assentire: quanto nel suo genere la terra differisce dal cielo, altrettanto queste dimostrazioni scientifiche sicuramente certe sono differenti dalla maestà intelligibile di Dio.

Condizioni morali necessarie per vedere Dio

6, 12. RAGIONE - È bene che tu ne sia convinto. La ragione, che parla con te, promette di manifestare Dio alla tua intelligenza, come il sole si manifesta ai tuoi occhi. Infatti le intelligenze sono per le anime come i loro sensi. Le verità le più solide della scienza somigliano agli oggetti che sono illuminati dal sole perché siano visibili, come la terra e tutte le cose terrestri. Però è Dio colui che illumina. Io, la Ragione, sto alle intelligenze come lo sguardo agli occhi. Avere gli occhi non è la stessa cosa che guardare; ed è diverso guardare e vedere. Dunque l'anima ha bisogno di tre cose: aver occhi buoni e funzionanti, guardare, vedere. Occhi sani ha l'anima pura da ogni macchia corporale, cioè ormai lontana e purificata da ogni passione per le cose mortali: questa purificazione la procura esclusivamente e anzitutto la fede. Nulla infatti si può mostrare all'anima, mentre è febbricitante e malata, perché essa non può vedere se non è sana. Ma se essa non crede che in nessun altro modo potrà vedere, non coopera per la sua salute. E se credesse che le cose stanno così come diciamo e che essa potrà vedere a questa condizione, ma disperasse di poter guarire, non si dovrebbe pensare forse che si abbandoni a un profondo accasciamento e si disprezzi e non voglia obbedire alle prescrizioni del medico?

AGOSTINO - Proprio così, specialmente perché è necessario che la malattia subisca rigorosi provvedimenti.

RAGIONE - Dunque alla fede bisogna aggiungere la speranza.

AGOSTINO - Così penso.

RAGIONE - Sì, ma se l'anima, pur ammettendo che tutto sia così, pur sperando in una possibilità di guarigione, non ama la luce che le è promessa, non la desidera e si convince di doversi accontentare provvisoriamente delle sue tenebre, diventate gradite per la consuetudine, non respingerà forse dei tutto il medico?

AGOSTINO - Senz'altro.

RAGIONE - Allora, in terzo luogo è necessaria la carità.

AGOSTINO - Nulla certamente è tanto necessario.

RAGIONE - Perciò senza queste tre virtù nessun'anima è risanata per poter vedere - cioè conoscere - il suo Dio.

13. E quando avrà occhi sani, che resta da fare?

AGOSTINO - Guardare.

RAGIONE - Sguardo dell'anima è la ragione. Ma poiché non sempre chi guarda vede realmente, lo sguardo retto e perfetto, cioè completato dal fatto di vedere, si chiama virtù. La virtù è infatti la rettitudine o la perfezione della ragione. Ma anche lo sguardo non può rivolgere gli occhi già guariti alla luce, senza che permangano quelle tre disposizioni: la fede, che gli fa credere che la realtà, verso cui deve rivolgersi, lo renda felice per il fatto di vederla; la speranza che lo fa congetturare, guardando bene, di vedere; la carità, che lo fa desiderare di vedere e di godere. Lo sguardo consegue poi la visione di Dio, che ne è il termine: non che lo sguardo si annulli, ma non ha più oggetto ulteriore; in essa consiste la vera perfezione della virtù, la ragione che raggiunge il suo fine e la conseguente felicità. La visione poi consiste nella conoscenza che sussiste nell'anima e che si compie mediante il concorso del soggetto conoscente e dell'oggetto conosciuto, come per gli occhi l'atto che si dice vedere risulta dal senso e dall'oggetto sensibile: eliminando l'uno o l'altro, è impossibile vedere alcunché.

Acquisita questa visione, solo la carità sussiste. Ma fede e speranza sono necessarie quaggiù

7, 14. Vediamo ora dunque se l'anima, quando sarà capace di vedere cioè di conoscere Dio, avrà ancora bisogno di queste tre virtù. La fede, perché dovrebbe essere necessaria, quando già l'anima vede? Ugualmente la speranza, perché l'anima già possiede. Invece la carità non solo non avrà diminuzione alcuna, ma accrescimento grandissimo. L'anima infatti quando vedrà quella Bellezza unica e vera, l'amerà di più. E se non fisserà l'occhio con grande amore senza distogliere mai lo sguardo, non le sarà possibile persistere in quella visione di beatitudine. Ma finché l'anima dimora in questo corpo, anche se vede con pienezza, cioè conosce Dio, i sensi compiono le loro funzioni senza ingannarla certo, non senza però crearle ambiguità. Si può quindi denominare fede la virtù con cui si resiste ai sensi, preferendo credere alla verità dell'oggetto che è oltre essi. Parimenti in questa vita, sebbene per la conoscenza di Dio sia già felice, tuttavia l'anima sostiene ancora molte miserie del corpo e deve sperare che dopo la morte questi travagli non esisteranno più. Dunque anche la speranza non abbandona l'anima, finché è in questa vita. Ma dopo questa vita, quando l'anima si sarà totalmente raccolta in Dio, resta la carità, con la quale l'anima si trattiene in quel luogo. Non si potrà più dire che essa ha fede nella verità del suo oggetto, poiché non avrà più alcuna sollecitazione dell'errore; né dovrà ancora sperare, poiché possiede in sicurezza il tutto. Tre sono dunque le condizioni dell'anima: esser sana, guardare, vedere. Quanto a queste tre virtù - la fede, la speranza, la carità - sono sempre indispensabili per la prima e la seconda condizione; lo sono ugualmente in questa vita per la terza; dopo questa vita basta solo la carità.

È Dio che rende intelligibili le diverse scienze

8, 15. Eccoti ora, per quanto lo permette il tempo, alcune conclusioni su Dio tratte, secondo il mio insegnamento, anche dal paragone con le cose sensibili. Intelligibile è Dio, intelligibili sono pure le dimostrazioni scientifiche; tuttavia presentano differenze essenziali. Infatti visibile è la terra, visibile è la luce; ma la terra se non è illuminata dalla luce non è visibile; per conseguenza si deve credere che anche gli insegnamenti scientifici, che compresi non lasciano dubbi sulla loro verità, non si possono comprendere se non sono illuminati come da un loro sole. Perciò come nel sole si possono osservare tre proprietà: l'essere, il fulgore, l'illuminazione, così in quel Dio nascosto, che tu vuoi conoscere, ci sono tre proprietà: egli è, egli è conosciuto, egli fa conoscere. Questi due oggetti, Dio e te stesso, affinché tu li conosca, io oso ammaestrarti. Ma rispondimi in che modo li intendi: probabili o veri?

AGOSTINO - Semplicemente probabili. Confesso che mi ero innalzato a maggiore speranza. Ma dopo le due osservazioni sulla linea e sulla sfera non hai detto nulla ch'io osi affermare di sapere veramente.

RAGIONE - Non fa stupire: non ho ancora esposto verità che ti richiedano piena comprensione.

Attuali disposizioni morali di Agostino

9, 16. Ma perché indugiamo? Dobbiamo metterci in via. Esaminiamo pertanto la condizione preliminare: se siamo sani.

AGOSTINO - Lo vedrai tu, se puoi guardare un poco sia in te e sia in me. Fammi qualche domanda e, se sento qualche cosa, ti risponderò.

RAGIONE - Desideri qualche altra cosa che la conoscenza vera di te stesso e di Dio?

AGOSTINO - Potrei rispondere che non desidero altro, secondo il mio sentimento attuale; ma più prudentemente rispondo che non so. Infatti mi è successo più di una volta di credermi insensibile ad ogni cosa; ecco poi che mi veniva in mente un pensiero a sollecitarmi molto diversamente da quanto avevo preveduto. Parimenti spesso una qualche cosa presentatasi casualmente al pensiero non mi turbava; ma poi in realtà, ciò accadendo, mi turbava più di quanto credessi. Ora, però, mi sembra che solo tre cose mi possono veramente smuovere: il timore di perdere quelle persone che amo, il timore del dolore, il timore della morte.

RAGIONE - Tu dunque ami la vita in comune con i tuoi più cari, la tua salute e la tua vita corporale: altrimenti non temeresti le loro perdite.

AGOSTINO - Confesso che è così.

RAGIONE - Ora dunque il fatto che i tuoi amici non sono tutti con te e che la tua salute è meno completa, ti induce nell'animo una certa apprensione. Vedo che questo è conseguente.

AGOSTINO - Vedi giusto, non posso negarlo.

RAGIONE - E se all'improvviso tu sentissi e sperimentassi il tuo corpo salvo e vedessi che tutti quelli che ami usufruiscono concordemente con te di occupazioni liberali, non ti lasceresti forse prendere alquanto anche tu dalla gioia?

AGOSTINO - Certamente un poco. Anzi se queste cose mi giungessero improvvisamente, come dici, come potrei contenermi, come potrei anche solo dissimulare una tale gioia?

RAGIONE - Tu sei ancora soggetto a tutte le passioni dell'anima e a tutte le perturbazioni. Quale presunzione è dunque per tali occhi voler vedere quel sole?

AGOSTINO - Tu hai concluso come se io stesso non percepissi affatto di quanto la mia guarigione abbia progredito, di quali malanni mi sia liberato e quanti ancora me ne rimangano. Permettimi di avanzare una tale costatazione.

10, 17. RAGIONE - Non vedi forse che questi occhi del corpo, anche sani spesso sono colpiti e respinti dalla luce di questo sole e si rifugiano nel loro offuscamento? E tu pensi al tuo progresso, ma non pensi all'oggetto che vorresti vedere. Ebbene, voglio discutere con te questo progresso che tu pensi che abbiamo realizzato. Non desideri le ricchezze?

AGOSTINO - No e non da oggi. Ho trentatrè anni e sono quasi quattordici che ho cessato di desiderarle; in esse, se casualmente mi sono state offerte, non ho mai trovato altro che un mezzo per le necessità della vita e per una generosa destinazione. Bastò un solo libro di Cicerone a persuadermi con molta facilità che non bisogna assolutamente desiderare le ricchezze, ma se esse ci sono, si è in dovere di amministrarle con massima saggezza e prudenza.

RAGIONE - E gli onori?

AGOSTINO - Confesso che solo ora e proprio in questi giorni ho cessato di desiderarli.

RAGIONE - E prendere moglie? Non ti avvince talvolta il pensiero di una moglie bella, pudica, compiacente, istruita o almeno docile ai tuoi insegnamenti, che ti porti anche una dote appena sufficiente - poiché disprezzi la ricchezza - in modo da non gravare sulle tue occupazioni di studio, soprattutto se speri e se sei certo che da lei non dovrai soffrire alcuna molestia?

AGOSTINO - Dipingila pure come vuoi, ricolmala di tutti i pregi, ho deciso che nulla devo evitare quanto l'unione con una donna. Sento che nulla maggiormente priva della sua sicurezza un'anima virile quanto le carezze di una donna e quel contatto dei corpi senza il quale non si può possedere una moglie. Pertanto se cercare di avere dei figli fa parte dei doveri dei sapiente, il che non ho ancora appurato, colui che s'unisce a una donna unicamente per questo scopo, mi sembra degno di ammirazione, infatti è un'esperienza che comporta più pericolo che possibilità di esito felice. Perciò io credo di aver provveduto giustamente e utilmente alla libertà della mia anima, imponendomi di non desiderare, di non cercare, di non prendere moglie.

RAGIONE - Io non cerco ora ciò che tu hai deciso, ma se sostieni ancora lotte o se l'hai vinta questa passione. Si tratta della guarigione dei tuoi occhi.

AGOSTINO - Non cerco, non desidero più nulla di tutto questo e lo ricordo con ripugnanza e orrore. Che vuoi di più? Questa mia buona disposizione aumenta di giorno in giorno: infatti quanto cresce la speranza di vedere quella Bellezza, che ardentemente desidero, tanto ad essa si volge tutto il mio amore e tutta la mia volontà.

RAGIONE - E il piacere del cibo? te ne curi ancora?

AGOSTINO - Non mi attirano affatto i cibi che ho deciso di non mangiare. Quelli poi, a cui non ho rinunciato, mi danno piacere, lo confesso, quando ci sono; ma non provo alcun turbamento dello spirito quando, anche solo visti o gustati, vengono sottratti. Quando infine non ci sono affatto, non sento mai il desiderio insinuarsi tra i miei pensieri come un ostacolo. Ma cessa d'interrogarmi del cibo, delle bevande, dei bagni e di tutti i piaceri del corpo: ad essi chiedo soltanto quanto può essere giovevole alla mia salute.

11, 18. RAGIONE - Hai fatto molto progresso. Tuttavia quanto resta da esaminare può costituire un notevole ostacolo per vedere quella luce. Ora io avanzo una prova per dimostrare facilmente o che non ci resta più nessuna passione da domare, o che non abbiamo realizzato nessun progresso e che rimane la corruzione di tutti quei mali che pensiamo d'aver eliminato. Ti domando infatti: se tu ti persuadessi che non puoi vivere con molti tuoi amici nello studio della sapienza senza una considerevole fortuna patrimoniale per sovvenire alle vostre necessità, non desidereresti forse e non ti procureresti le ricchezze?

AGOSTINO - Ne convengo.

RAGIONE - E se ti si dimostrasse che tu puoi portare molti alla sapienza, se cresci di autorità con un'alta carica; e se ti si dimostrasse che gli stessi tuoi amici non possono frenare le loro passioni e rivolgersi completamente alla ricerca di Dio senza che anch'essi abbiano dei posti onorifici e non li possano ottenere se non mediante la tua carica e la tua autorità, non dovresti forse desiderare anche queste cose e insistere seriamente per ottenerle?

AGOSTINO - È proprio come tu dici.

RAGIONE - Quanto alla questione della moglie, non dico più nulla. Infatti può darsi che non esista un'assoluta necessità di doverla prendere. Però se fosse certo che il suo vistoso patrimonio possa sostenere, naturalmente con il suo consenso, tutti quelli che per tuo desiderio vivono insieme con te nello studio e che specialmente per la sua nobiltà così illustre possa renderti facile raggiungere quegli onori che hai ammesso come necessari non so se sia tuo dovere disprezzare questi vantaggi.

AGOSTINO - Quando potrei osare di avere tali speranze?

19. RAGIONE - Così parli, come se io cercassi ora quali siano le tue speranze. Non voglio sapere che cosa non ti attira quando ti è negato, ma che cosa ti soddisfa quando ti è offerto. Altro è una passione esaurita, altro una passione sopita. Vale qui il detto di taluni uomini saggi: la stoltezza di ogni insensato ha cattivo odore come ogni fanghiglia. Non sempre, ma solo quando la rimescoli. C'è molta differenza tra una passione nascosta dalla frustrazione dell'anima e una eliminata dalla guarigione dell'anima.

AGOSTINO - Sebbene non ti possa rispondere, tuttavia non riuscirai mai a persuadermi che le disposizioni dell'anima, così come ora sono da me sentite, non rappresentino per me un progresso.

RAGIONE - Credo che tu abbia questa prospettiva perché, essendo libero di desiderare quei beni, ti sembra che possano essere ricercati non per se stessi, ma per un altro scopo.

AGOSTINO - È proprio questo che volevo dire. Quando ho espresso il desiderio delle ricchezze, le ho desiderate appunto per essere ricco; le cariche di cui ho detto di aver domato l'ambizione solo poco tempo fa, affermavo di volerle perché compiaciuto della loro grandezza; nella moglie poi null'altro ho inteso, quando la volevo, che di procurarmi soddisfazione dei sensi, congiunta con la buona reputazione. Allora c'era in me una vera passione per questi beni. Ora rinuncio ad essi totalmente. Però se per giungere al fine da me voluto mi si costringe a passare attraverso essi, io non accetto cose desiderate, ma subisco cose da tollerarsi.

RAGIONE - Perfettamente. Non penso infatti di dover chiamare passione il desiderio di beni ricercati per un altro scopo.

Agostino subordina tutto al suo desiderio di conoscere Dio e l'anima

12, 20. Ma ti domando perché questi uomini, che ami tanto, tu desideri che vivano e che vivano con te.

AGOSTINO - Per ricercare insieme, in affiatamento, le nostre anime e Dio. Così il primo che ne fa la scoperta, vi guida gli altri con facilità e senza fatica.

RAGIONE - Ma se essi non vogliono fare quella ricerca?

AGOSTINO - Li indurrò a volerla con la persuasione.

RAGIONE - E se non ti è possibile o perché pensano di aver già fatto quella scoperta, o perché la ritengono inattuabile, o perché impediti da altri pensieri e da altri desideri?

AGOSTINO - Staremo come potremo, gli uni rispetto agli altri.

RAGIONE - Ma se la loro presenza giunge fino ad impedire la tua ricerca, non ne soffrirai? Non desidererai forse che, se non possono esser diversi, ti lascino, piuttosto che restare così?

AGOSTINO - Lo ammetto, è come dici.

RAGIONE - Dunque desideri la loro vita e la loro presenza non per se stessa, ma per scoprire la sapienza

AGOSTINO - Hai il mio pieno consenso.

RAGIONE - E se tu fossi certo che la tua vita ti è di ostacolo al raggiungimento della sapienza, vorresti conservarla?

AGOSTINO - La fuggirei risolutamente.

RAGIONE - E se tu venissi a sapere che puoi giungere alla sapienza sia abbandonando questo tuo corpo e sia conservandolo, procureresti di godere del bene che ami in questa vita o in un'altra?

AGOSTINO - Se sapessi di non andare incontro a nulla di meno bene che mi facesse regredire dal punto in cui sono arrivato, non me ne curerei.

RAGIONE - Così dunque tu temi di morire perché pensi di poter incorrere in una condizione peggiore, che ti toglierebbe la conoscenza di Dio.

AGOSTINO - Temo non solo di perdere quella conoscenza che casualmente ho potuto acquisire, ma anche di trovarmi impedito l'accesso a quelle conoscenze che anelo possedere. Penso tuttavia di conservare quello che ho già.

RAGIONE - Dunque vuoi la vita presente non per se stessa, ma in vista della sapienza.

AGOSTINO - Certamente.

21. RAGIONE - Resta il dolore fisico, che potrebbe forse toglierti serenità per la sua violenza.

AGOSTINO - Anch'esso temo, grandemente, non per altro se non perché impedisce le mie ricerche. Così in questi giorni ero tormentato da un acutissimo dolore di denti che mi permetteva sì di rivolgere nel pensiero le cose conosciute, ma mi impediva totalmente di imparare cose nuove, per le quali abbisognavo di tutta l'attenzione della mente. Tuttavia mi pareva che se si fosse rivelata ai miei pensieri la sfolgorante luce della verità o io non avrei più sentito quel dolore o lo avrei sopportato come cosa da nulla. Non ho mai provato sofferenza più intensa. E tuttavia, quando spesso penso che possono accaderci dolori ancora più gravi, allora sono costretto a dar ragione a Cornelio Celso, che afferma che il bene sommo è la sapienza e il male sommo è il dolore fisico. E la ragione che egli porta non mi pare assurda. Poiché infatti siamo composti - egli dice - di due elementi, l'anima e il corpo, di cui il primo, l'anima, è la migliore e il corpo è la meno buona, ne consegue che il bene sommo è il massimo bene della parte migliore, il male sommo è il massimo male della parte meno buona. Ora, il massimo bene dell'anima è la sapienza, il massimo male del corpo è il dolore. Ne consegue che il sommo bene dell'uomo è la sapienza ed il sommo male è il dolore: conclusione senza alcun errore, a quanto mi pare.

RAGIONE - Questo lo vedremo più tardi. Forse infatti questa stessa sapienza, alla quale ci sforziamo di pervenire, ci suggerità un'altra conclusione. Se invece ci dimostrerà che proprio questa è la verità, adotteremo senza alcun dubbio tale opinione sul sommo bene e sul sommo male.

Vie diverse che possono condurre alla Sapienza

13, 22. Cerchiamo ora a quale livello tu ami la sapienza. Tu desideri vederla con castissimo sguardo e con un amplesso senza alcun velo, come nuda, possederla teneramente, così come essa si rivela solo a pochissimi e sceltissimi suoi amanti. Ora, se tu amassi ardentemente una donna bellissima, lei certo non si darebbe a te - e giustamente - se venisse a scoprire che tu ami qualcosa oltre a lei. E la sapienza mostrerà forse a te la sua casta bellezza, se tu non amerai essa solamente?

AGOSTINO - Perché sono ancora irretito nella mia infelicità e sono condannato ad attendere con straziante travaglio? Ho già dimostrato con certezza che non amo altro, poiché ciò che non si ama per se stesso, non si ama. Ora io amo solo la sapienza per se stessa; tutto il resto: vita, quiete, amici, voglio averlo o temo di perderlo solo per essa. L'amore verso questa bellezza può avere questo criterio di misura: io non la invidio neppure agli altri; non solo, ma cerco moltissimi che con me la desiderino, con me la bramino, con me la posseggano, con me la godano e che mi diventino tanto più amici quanto più l'amata sapienza ci sarà comune.

23. RAGIONE - Questi devono essere gli amanti che si addicono alla sapienza. Questi cerca colei, con la quale l'unione è veramente casta e senza contaminazione. Non è però una sola la via per la quale si giunge ad essa . Ciascuno, in proporzione alla propria salute e robustezza, possiede quel bene unico e vero. Essa è luce ineffabile e incomprensibile delle intelligenze. E questa luce terrestre ci fa capire, per quanto è possibile, come ciò avvenga. Ci sono infatti occhi tanto sani e vividi che, appena aperti, si rivolgono verso il sole senza alcuna esitazione; per essi in qualche modo è guida la stessa salute; per loro non c'è bisogno di un ammaestramento, ma forse solo di un orientamento; per essi è sufficiente credere, sperare, amare. Altri occhi invece sono colpiti da quel fulgore che pur desiderano ardentemente vedere e spesso, poiché non l'hanno visto, tornano nel buio con gioia.

Sebbene in simili condizioni si possano giustamente ritenere sani, è pericoloso voler mostrare ad essi ciò di cui ancora non possono sopportare la vista. Essi dunque hanno prima bisogno di esercizio e il loro desiderio utilmente si deve differire e alimentare. Anzitutto bisogna mostrar loro oggetti che di per sé non sono luminosi, ma sono visibili mediante la luce come una veste, una parete o altro di simile; poi qualche oggetto che non di per sé, ma mediante la luce più intensamente rifulge, come l'argento, l'oro e simili, comunque senza raggi del sole che colpiscano gli occhi. In seguito forse converrà mostrare questo fuoco terreno con precauzione, poi le stelle, la luna, lo splendore dell'aurora e la magnificenza del cielo mentre albeggia. In tutti questi esercizi, più presto o più tardi, sia seguendo tutta questa serie, sia tralasciandone qualche momento, abituandosi secondo la propria salute, ciascuno riuscirà a vedere il sole senza timore, anzi con grande gioia. Qualcosa di simile operano i maestri più valenti a vantaggio di coloro che sono molto amanti della sapienza e che già possono vedere, sebbene non ancora con acutezza. Per giungere alla sapienza ci vuole infatti un certo quale metodo da parte di un buon insegnamento, poiché senza metodo è esito di una fortunata congiuntura, appena credibile. Ma per oggi mi pare che abbiamo già scritto a sufficienza; bisogna avere qualche riguardo per la tua salute.

SECONDA DISCUSSIONE

Il grande principio è: fuggire le cose sensibili. Agostino è più vulnerabile di quanto non pensi

14, 24. Il giorno seguente ripresi:

AGOSTINO - Ti prego, fammi conoscere, se puoi, questo metodo. Conducimi e portami nella direzione che vuoi, con i mezzi che vuoi, nel modo che vuoi. Imponimi gli sforzi più duri, le prove più ardue, purché siano nella mia possibilità, affinché per mezzo loro possa con sicurezza giungere là dove desidero giungere.

RAGIONE - Uno solo è il comandamento che ti posso dare, poiché non ne conosco altri: fuggire assolutamente le cose sensibili. Ci si deve guardare finché portiamo questo corpo terrestre che le nostre ali non ne siano invischiate; dobbiamo infatti averle intatte e perfette per salire da queste tenebre verso quella luce, che neppure si degna di mostrarsi ai prigionieri rinchiusi in questa prigione, a meno che essi non siano in grado, spezzata e distrutta la prigione, d'innalzarsi nell'atmosfera in cui essa riluce. Quando sarai divenuto tale che nulla di quanto è terrestre più ti seduca, allora, credimi che in quel momento, in quell'attimo vedrai ciò cui aspiri.

AGOSTINO - Ti prego di dirmi quando avverrà tutto questo, perché credo che non mi sia possibile pervenire a disprezzare tutto in quel modo, senza aver visto l'oggetto al cui paragone tutte queste cose diventano vili.

25. RAGIONE - Così potrebbe dire pure l'occhio del nostro corpo. Non cesserò di amare le tenebre, fin quando non avrò visto il sole. Anche questo sembra addirsi a quel metodo e invece non è proprio così. L'occhio ama le tenebre perché non è sano; solo l'occhio sano può vedere il sole. In questo spesso s'inganna l'anima; si crede sana e se ne vanta; e siccome non vede ancora, crede di aver diritto di lamentarsi. Ma la Bellezza sa quando deve mostrarsi. Essa infatti esercita l'ufficio del medico e comprende chi è sano, meglio di quanto lo comprenda chi è risanato. Per parte nostra a noi sembra di vedere di quanto siamo emersi; ma non ci è permesso né di avere coscienza, né di avvertire quanto eravamo immersi e fino a che punto eravamo giunti. È in paragone con questa malattia più grave che ci crediamo in salute. Non vedi con quanta presunzione solo ieri abbiamo affermato che non eravamo più soggetti ad alcuna malattia morale, che non amavamo nulla fuorché la sapienza, che cercavamo e volevamo tutti gli altri beni solo per essa? Quanto basso, vile, indesiderabile, increscioso ti era apparso l'amplesso della donna, quando discutevamo tra noi del desiderio di avere una moglie. Eppure stanotte quando, svegli entrambi, abbiamo ripreso l'argomento, hai provato, ben diversamente dalle tue previsioni, che l'immagine di quelle blandizie e la loro amara dolcezza ti hanno sollecitato; molto meno, certo, molto meno del normale, ma parimenti molto diversamente da quanto avevi supposto. Così quel medico che agisce nell'intimità ti ha dimostrato in una volta sola due cose: la malattia da cui sei uscito per mezzo delle sue cure e la debolezza che ancora rimane da curare.

26. AGOSTINO - Taci, taci, te ne supplico. Perché mi tormenti, perché scavi tanto e discendi così nel profondo? Non posso più trattenere il pianto; non faccio ormai più promesse; non presumo più nulla; non interrogarmi più su questi argomenti. Dici bene: quando sarò sano, lo sa colui che ardentemente desidero di vedere. Faccia ciò che è il suo beneplacito; si mostri quando gli piacerà; ormai mi affido totalmente alla sua clemenza e alla sua cura. Sono convinto una volta per tutte che egli non mancherà di sollevare quelli che sono così disposti verso di lui. Quanto a me, non dirò più nulla dello stato di salute della mia anima, finché non avrò visto quella sua Bellezza.

RAGIONE - Sicuro: fa così. Ma ormai frena le tue lacrime e fatti coraggio. Hai già pianto molto e codesta tua malattia di petto risente gravemente di tutto ciò.

AGOSTINO - Vuoi che metta fine alle mie lacrime, mentre ancora non vedo la fine della mia miseria? Mi esorti ad avere riguardo alla salute del corpo, mentre tutto il mio io è disfatto da questa malattia? Ti prego, se tu hai qualche potere su di me, tenta di condurmi attraverso una qualche via più breve; avvicinami un poco a quella luce, di cui i miei progressi devono ormai consentire di sopportare il fulgore; fa che mi rincresca di rivolgere gli occhi a quelle tenebre che ho lasciato, se tuttavia ancora si può dire che le ho lasciate, esse che osano lusingare la mia cecità.

Desiderando conoscere Dio e l'anima, Agostino vuole conoscere la verità. Ma che è la verità?

15, 27. RAGIONE - Concludiamo, se sei d'accordo, questo primo libro. Prenderemo in un secondo quella via che si offrirà più comoda per noi. Per questa tua disposizione spirituale non bisogna cessare infatti dall'esercizio, per quanto moderato.

AGOSTINO - Non permetterò affatto di terminare questo libro, senza che tu mi assicuri un poco sull'avvicinarsi della luce, alla quale io debbo rivolgermi.

RAGIONE - Quel medico di cui parlo è compiacente con te; infatti non so quale improvviso splendore mi orienta e mi indica dove condurti; perciò ascolta con attenzione.

AGOSTINO - Guidami, ti prego, e portami dove vuoi.

RAGIONE - Continui a dire che vuoi conoscere l'anima e Dio?

AGOSTINO - Questa è tutta la mia preoccupazione.

RAGIONE - Null'altro?

AGOSTINO - Null'altro.

RAGIONE - E non vuoi comprendere la verità?

AGOSTINO - Come se fosse possibile conoscere queste realtà senza di essa!

RAGIONE - Quindi per prima cosa tu devi conoscere questa ultima, per mezzo della quale quelle altre realtà possono essere conosciute.

AGOSTINO - Non dissento di certo.

RAGIONE - Anzitutto dunque esaminiamo quest'asserto: verità e vero sono due parole distinte; ti pare che queste parole significhino due realtà distinte o una sola?

AGOSTINO - Due, a quanto mi sembra. Infatti come altro è castità, altro è casto e molti altri casi in questa maniera. Ritengo pertanto che altro è la verità e altro è ciò che si dice vero.

RAGIONE - Quale di questi pensi che sia più importante?

AGOSTINO - La verità, io penso. Infatti non è l'essere casto che fa la castità, ma la castità che fa l'essere casto. Parimenti quando una cosa è vera, lo è in forza della verità.

28. RAGIONE - E quando muore una persona casta, pensi che muoia anche la castità?

AGOSTINO - Per nulla.

RAGIONE - Dunque quando perisce qualcosa ch'è vero, non per questo perisce la verità.

AGOSTINO - Ma come può perire qualcosa di vero? Non lo capisco.

RAGIONE - Mi stupisco di questa tua domanda: non vediamo forse perire sotto i nostri occhi migliaia di cose? A meno che tu non ritenga che quest'albero o sia un albero, ma non vero, oppure che non possa venire meno in nessun caso. E quand'anche tu non credessi alla testimonianza dei sensi ed anche se tu potessi rispondermi di ignorare affatto se è un albero, non potrai negare almeno questo, a quanto penso: che è un vero albero, se è un albero. Ciò infatti si giudica non con i sensi, ma con l'intelligenza. Se l'albero è un albero falso, allora non è un albero; se invece è un albero per davvero, allora necessariamente è vero.

AGOSTINO - Lo ammetto.

RAGIONE - Altra osservazione: l'albero è di natura tale che nasce e muore. Lo ammetti?

AGOSTINO - Non posso negarlo.

RAGIONE - Si può dunque concludere che una cosa, che pure è vera, muore.

AGOSTINO - Non contraddico.

RAGIONE - E allora? Non ti è forse evidente che, anche se periscono cose vere, la verità non perisce, così come, morto un uomo casto, la castità non muore?

AGOSTINO - Anche questo ammetto e attendo con grande ansietà dove vuoi arrivare.

RAGIONE - Allora fai bene attenzione.

AGOSTINO - Eccomi.

29. RAGIONE - Ti sembra vera questa proposizione: Tutto ciò che esiste, è necessariamente in qualche luogo?

AGOSTINO - Nulla s'impone maggiormente al mio consenso.

RAGIONE - E ammetti sempre che la verità esiste?

AGOSTINO - L'ammetto.

RAGIONE - Dunque è necessario che cerchiamo dove sia. Non è certamente in alcun spazio, a meno che non si ammetta che nello spazio esiste qualcosa che non sia un corpo, oppure si ammetta che la verità è un corpo.

AGOSTINO - Respingo entrambe queste affermazioni.

RAGIONE - Allora dove pensi che sia la verità? Poiché ammettiamo la sua esistenza, bisogna ben che sia da qualche parte.

AGOSTINO - Se sapessi dov'è, forse non continuerei a cercare.

RAGIONE - Ma puoi sapere almeno dove non è?

AGOSTINO - Se mi aiuti a ricordarlo, forse lo potrò.

RAGIONE - Non si trova certo tra le cose mortali. Infatti tutto ciò che esiste non può persistere, se non rimane il soggetto in cui esso è; ora che la verità persista, anche quando periscono delle cose vere, lo abbiamo ammesso poco fa; dunque la verità non esiste nelle cose mortali. Però la verità esiste e deve ben esistere da qualche parte. Esistono dunque delle cose immortali. Ora nulla è vero, se non c'è la verità; ne consegue che sono vere solamente le cose immortali. Un albero falso, non è un albero; e un legno falso non è un legno; dell'argento falso non è dell'argento e, per dirla in una sola parola, tutto ciò che è falso, non è. Ebbene tutto ciò che non è vero, è falso. A dire il vero, nulla dunque si può dire che esiste, se non ciò che è immortale. Considera diligentemente tra te e te questo piccolo ragionamento, per vedere se ci sia qualche riserva da fare. Se infatti tu l'approvi, abbiamo quasi esaurito tutto il problema, che forse meglio si chiarirà nel libro seguente.

30. AGOSTINO - Ti ringrazio. Queste idee tra me e me e soprattutto con te esaminerò con diligenza e cautela, quando saremo in silenzio, purché le tenebre non si frappongano e, ciò che io temo fortemente, non mi facciano sperimentare la loro seduzione.

RAGIONE - Credi in Dio con perseveranza e affidati tutto a lui, per quanto puoi. Non voler essere come tuo e pienamente in tuo potere; professati piuttosto schiavo di quel Signore pieno di clemenza e bontà; così egli non cesserà di elevarti a sé e non permetterà che ti accada se non quanto ti può giovare, anche a tua insaputa.

AGOSTINO - Ascolto, credo e obbedisco per quanto è in mio potere; inoltre prego molto Dio perché moltiplichi le mie forze. Desideri forse qualcosa d'altro da me?

RAGIONE - Per il momento basta. Farai in seguito, dopo averlo visto, tutto ciò che egli stesso ti comanderà.