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Le Confessioni di S. Agostino: Libro settimo

VERSO LA VERITÀ

IL PROBLEMA DEL MALE

L’arduo concetto di Dio

l. l. Ormai la mia adolescenza sciagurata e nefanda era morta, e mi avviavo verso la maturità. Però, quanto più crescevo nell’età della vita, tanto più scadevo nella fatuità del pensiero. Non riuscivo a pensare una sostanza diversa da quella che si vede abitualmente con gli occhi. Da quando avevo cominciato a udire qualcosa della sapienza, non t’immaginavo più, o Dio, sotto l’aspetto di corpo umano e mi rallegravo, per la ripugnanza sempre provata verso questa concezione, di aver scoperto questa verità entro la fede della nostra madre spirituale, la tua Chiesa cattolica. Non trovavo però un’altra forma, con cui pensarti. Mi sforzavo di pensarti, io, un uomo, e quale uomo, te , il sommo e il solo e il vero Dio; ti credevo con tutta l’anima incorruttibile, inviolabile, immutabile; pur ignorandone la causa e il modo, riconoscevo chiaramente e sicuramente l’inferiorità di una cosa corruttibile rispetto ad una incorruttibile; ponevo senza esitare una cosa inviolabile al di sopra di una violabile, e ritenevo le immutabili superiori alle mutabili; il mio cuore strepitava violentemente contro tutte le mie vane fantasie, io cercavo di allontanare col suo solo impeto dallo sguardo della mia mente la turba delle immonde immagini che le svolazzavano attorno. Ma, appena scacciata, eccola di nuovo in un batter d’occhio avventarsi compatta contro il mio sguardo e offuscarlo. Così, sebbene non in forma di corpo umano, ero tuttavia costretto a pensarti come un che di corporeo esteso nello spazio, incluso nel mondo o anche diffuso per lo spazio infinito oltre il mondo, esso pure incorruttibile e inviolabile e immutabile, cosicché lo anteponevo al corruttibile e violabile e mutabile. Ciò perché, se non attribuivo a una cosa l’estensione in uno di tali spazi, essa per me era nulla, letteralmente nulla e non un semplice vuoto, quale si ottiene togliendo da un certo luogo un certo corpo, che rimane, il luogo, vuoto di qualsiasi corpo terrestre o acqueo o aereo o celeste, ma pure sussiste un luogo vuoto, quasi un nulla provvisto di spazio.

– 2. Così, tardo di mente, poco chiaro io stesso a me stesso, ritenevo che tutto quanto non fosse per un certo spazio esteso o espanso o addensato o gonfio, provvisto o atto a provvedersi di una di tali qualità, non fosse letteralmente nulla. Le immagini, attraverso cui si muoveva la mia mente, erano le medesime per cui si muovono abitualmente i miei occhi; e non vedevo come questa stessa tensione interiore, con cui formavo proprio quelle immagini, era cosa diversa da esse, eppure non le avrebbe formate, se non fosse stata qualcosa di grande. Così concepivo persino te, vita della mia vita, come un vasto ente, che da ogni dove penetra per spazi infiniti l’intera mole dell’universo e di là da essa si diffonde in ogni senso attraverso spazi incommensurabili, senza limite: e in tal modo ti possedeva la terra, ti possedeva il cielo, ti possedeva ogni cosa, e tutte erano definite dentro di te, ma tu in nessuna parte. Come la massa dell’aria, di quest’aria che sovrasta la terra, non ostacola la luce del sole, impedendole di attraversarla e penetrarvi senza squarci o fratture, ma anzi ne è tutta pervasa; così pensavo che la massa del cielo, dell’aria, del mare, della terra stessa ti si aprisse e ti lasciasse penetrare per riceverti presente in ogni sua parte, grande o piccola, poiché tu col tuo soffio invisibile governi e dall’esterno e dall’interno tutto il tuo creato. Incapace d’immaginarmi diversamente le cose, andavo facendo di queste congetture: erano infatti falsità. Secondo quei principi una porzione maggiore della terra conterrebbe una porzione maggiore di te, una minore, una minore. Piene, sì, tutte le cose di te, il corpo di un elefante ti conterrebbe però in quantità maggiore di un passero, e tanto maggiore, quanto è più grande un elefante di un passero e occupa uno spazio più grande. Così tu ti sminuzzeresti negli elementi dell’universo, rendendo presente in ognuno una parte di te, piccola o grande, secondo che essi sono piccoli o grandi. Non è così, ma non avevi ancora illuminato le mie tenebre.

L’argomento di Nebridio contro la concezione manichea di Dio

2. 3. Mi sarebbe bastato, Signore, di usare contro quegli ingannatori ingannati e muti ciarlieri, poiché dalla loro bocca non risuonava la tua parola, mi sarebbe bastato di usare l’argomento che fin dai tempi di Cartagine soleva porre innanzi Nebridio, e che tutti ci aveva scossi, quanti l’avevamo udito: cosa avrebbe potuto farti quella, chissà poi quale, genìa delle tenebre, che ti oppongono abitualmente come massa contraria, se ti fossi rifiutato di misurarti con essa? O rispondono che ti avrebbe danneggiato, e allora non saresti inviolabile e incorruttibile; oppure rispondono che non poteva affatto danneggiarti, e allora quale scopo trovare per la lotta? una lotta, poi, ove una porzione di te, una delle tue membra o un prodotto della tua stessa sostanza si mescolerebbe alle potenze avverse, a nature non create da te; e queste lo corromperebbero e degraderebbero a tal punto, che precipita dalla beatitudine nella miseria e ha bisogno di un soccorso per esserne estratto e purificato. E questo prodotto sarebbe l’anima, che il tuo Verbo libero doveva sovvenire nella sua schiavitù, puro, nella sua contaminazione, illibato, nella sua corruzione, però corruttibile anch’egli, poiché fatto di un’unica e medesima sostanza. Se ammettono l’incorruttibilità di tutto ciò che sei, ossia della sostanza di cui sei fatto, le affermazioni sopra riportate sono tutte false ed esecrabili; se invece sostengono la tua corruttibilità, un tale giudizio è già falso e detestabile fin dalla prima parola. Sarebbe bastato questo argomento contro persone che dobbiamo rigettare a qualunque costo dallo stomaco, ove ci pesano. Chi pensava e parlava di te in questi termini, non poteva uscirne senza un orribile sacrilegio di cuore e di lingua.

Origine del male e libero arbitrio

3. 4. Ma anch’io ormai sostenevo e credevo fermamente la tua intangibilità, inalterabilità e immutabilità totale, Dio nostro, Dio vero, creatore non solo delle nostre anime ma altresì dei nostri corpi, né soltanto delle nostre anime e corpi, ma di tutti gli esseri e di tutte le cose. Non mi era invece chiara e palese l’origine del male; tuttavia vedevo che, comunque fosse, la sua ricerca non avrebbe dovuto costringermi a credere mutabile un Dio immutabile, se non volevo divenire io stesso ciò che cercavo (2). Procedevo dunque tranquillamente, sicuro della falsità delle loro asserzioni e aborrendoli di tutto cuore, poiché li vedevo intenti a cercare l’origine del male quando erano essi medesimi colmi di malizia, tanto da ammettere piuttosto che la tua sostanza possa subire, ma non la loro fare il male.

– 5. Mi sforzavo di vedere ciò che udivo sulla libera determinazione della volontà come causa del male che facciamo, e l’equità del tuo giudizio come causa di quello che subiamo, ma non riuscivo a scorgerla chiaramente. Tentavo di spingere lo sguardo della mia mente fuori dall’abisso, ma vi ricadevo di nuovo; ripetevo i tentativi, ma ricadevo di nuovo e di nuovo. Una cosa mi sollevava verso la tua luce: la consapevolezza di possedere una volontà non meno di una vita. In ogni atto di consenso o rifiuto ero certissimo di essere io, non un altro, a consentire e rifiutare; e di trovarmi in quello stato a causa del mio peccato, lo capivo sempre meglio. Invece, degli atti che compivo mio malgrado mi riconoscevo vittima piuttosto che attore e li giudicavo non già una colpa, bensì una pena inflittami da te giustamente, non esitavo ad ammetterlo considerando la tua giustizia. Ma a questo punto mi chiedevo: "Chi mi ha creato? Il mio Dio, vero? che non è soltanto buono, ma la bontà in persona. Da chi mi viene dunque il consenso che do al male e il rifiuto che oppongo al bene? Accade così per farmi scontare giusti castighi? Ma chi ha piantato e innestato in me questo, virgulto d’infelicità, se sono integralmente opera del mio dolcissimo Dio? E se fossi creatura del diavolo, donde viene a sua volta il diavolo? Se anch’egli diventò diavolo, da angelo buono che era, per un atto di volontà perversa, questa volontà maligna che doveva renderlo diavolo donde entrò anche in lui, fatto integralmente angelo da un creatore buono?". Queste riflessioni tornavano a deprimermi, a soffocarmi, ma non riuscivano a trascinarmi fino al baratro di quell’errore ove nessuno ti confessa, preferendo assoggettare te al male, che crederne l’uomo capace.

Incorruttibilità della sostanza divina

4. 6. Il mio sforzo era diretto dunque a riconoscere le altre verità, come già avevo riconosciuto che una cosa incorruttibile è migliore di una corruttibile, e avevo ammesso che tu, comunque fatto, eri quindi incorruttibile. Nessun’anima poté o potrà mai pensare nulla migliore di te, sommo e perfetto bene. Ora, se con assoluta e certa verità si antepone una cosa incorruttibile a una corruttibile, come io già l’anteponevo, qualora tu non fossi incorruttibile, avrei potuto senz’altro salire col pensiero a un’altra cosa migliore del mio Dio. Era là dunque, ove vedevo che bisogna anteporre l’incorruttibile al corruttibile, che avrei dovuto cercarti, di là osservare dove risiede il male, ossia da dove viene la corruzione stessa, che non può raggiungere in alcun modo la tua sostanza. La corruzione non può evidentemente raggiungere in alcun modo il nostro Dio: né per atto di volontà, né per forza di cose, né per eventi imprevisti, poiché lui è Dio in persona, e ciò che vuole per sé, è bene, anzi è lui quel bene stesso, mentre non è bene la corruzione. Né puoi essere costretto ad azioni involontarie, perché la tua volontà non è maggiore della tua potenza: sarebbe maggiore solo se tu stesso fossi maggiore di te stesso, essendo la volontà e la potenza di Dio lo stesso Dio. D’imprevisto, poi, cosa può esservi per te, che conosci tutto? Nessun essere, infine, esiste, se non in quanto tu lo conosci. Ma perché una dimostrazione così estesa dell’incorruttibilità della sostanza divina, quando questa non sarebbe tale, se fosse corruttibile.

L’esistenza del male e la bontà di Dio

5. 7. Cercavo l’origine del male cercando male e non vedendo il male nella mia stessa ricerca. Davanti agli occhi dei mio spirito ponevo l’intero creato, tutto ciò che ne possiamo scorgere, ossia la terra, il mare, l’aria, gli astri, gli alberi, gli animali mortali, e tutto ciò che ci rimane invisibile, ossia il firmamento celeste sopra di noi, tutti gli angeli e tutti gli spiriti che lo abitano, spiriti che la mia immaginazione distribuiva pure in vari luoghi, quasi fossero corpi; così feci del tuo creato un’unica massa enorme, ove spiccavano secondo il loro genere i corpi, sia veri e reali, sia spirituali, resi arbitrariamente corporei dalla mia immaginazione, e feci enorme questa massa, non quanto era effettivamente, perché non potevo concepirlo, ma quanto mi piacque immaginare, però finita in tutte le direzioni, avvolta e penetrata da ogni parte da te, Signore, che pure rimanevi in tutti i sensi infinito, come un mare che si stenda dovunque e da dovunque per spazi immensi infinito, un unico mare che contenga nel suo interno una spugna grande a piacere, però finita e ripiena evidentemente in ogni sua parte del mare immenso. Così concepivo la tua creazione, finita e ripiena di te infinito. Dicevo: "Ecco Dio, ed ecco le creature di Dio. Dio è buono, potentissimamente e larghissimamente superiore ad esse. Ma in quanto buono creò cose buone e così le avvolge e riempie. Allora dov’è il male, da dove e per dove è penetrato qui dentro? Qual è la sua radice, quale il suo seme? O forse non esiste affatto? Perché allora temere ed evitare una cosa inesistente? Se lo temiamo senza ragione, è certamente male il nostro stesso timore, che punge e tormenta invano il nostro cuore, e un male tanto più grave, in quanto non c’è nulla da temere, eppure noi temiamo. Quindi o esiste un male oggetto del nostro timore, o il male è il nostro stesso timore. Ma da dove proviene il male, se Dio ha fatto, lui buono, buone tutte queste cose? Certamente egli è un bene più grande, il sommo bene, e meno buone sono le cose che fece; tuttavia e creatore e creature tutto è bene. Da dove viene dunque il male? Forse da dove le fece, perché nella materia c’era del male, e Dio nel darle una forma, un ordine, vi lasciò qualche parte che non mutò in bene? Ma anche questo, perché? Era forse impotente l’onnipotente a convertirla e trasformarla tutta, in modo che non vi rimanesse nulla di male? Infine, perché volle trarne qualcosa e non impiegò piuttosto la sua onnipotenza per annientarla del tutto? O forse la materia poteva esistere contro il suo volere? O, se la materia era eterna, perché la lasciò sussistere in questo stato così a lungo, attraverso gli spazi su su infiniti dei tempi, e dopo tanto decise di trarne qualcosa? O ancora, se gli venne un desiderio improvviso di agire, perché con la sua onnipotenza non agì piuttosto nel senso di annientare la materia e rimanere lui solo, bene integralmente vero, sommo, infinito? O, se non era ben fatto che chi era buono non edificasse, anche, qualcosa di buono, non avrebbe dovuto eliminare e annientare la materia cattiva, per istituirne da capo una buona. da cui trarre ogni cosa? Quale onnipotenza infatti era la sua, se non poteva creare alcun bene senza l’aiuto di una materia non creata da lui?". Questi pensieri rimescolavo nel mio povero cuore gravido di assilli pungentissimi, frutto del timore della morte e della mancata scoperta della verità. Rimaneva tuttavia saldamente radicata nel mio cuore la fede nella Chiesa cattolica del Cristo tuo, signore e salvatore nostro. Certo una fede ancora rozza in molti punti e fluttuante oltre il limite della giusta dottrina; però il mio spirito non l’abbandonava, anzi se ne imbeveva ogni giorno di più.

 

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