S. Agostino: La Città di Dio: Capp. I - VI

INDICE

Premessa - [Dalle Ritrattazioni 2, 43]
Lettera 212/A

Libro Primo
Le sventure umane e la Provvidenza

Libro secondo
Immoralità del politeismo

Libro terzo
La storia di Roma in una visione critica

Libro quarto
Imperialismo romano e politeismo

Libro quinto
Visione irrazionalista e razionalista della storia

Libro sesto
Il politeismo e il problema della salvezza

Libro settimo
L’interpretazione naturalistica degli dèi eletti e la salvezza

Libro ottavo
Confronto fra politeismo, cristianesimo e filosofia

Libro nono
Politeismo, cristianesimo e mediazione

Libro decimo
La religione della salvezza

Libro undecimo
Origine del mondo nel tempo e creazione degli angeli

Libro dodicesimo
Dio ha creato buoni gli angeli e una sola volta l’uomo nel tempo

Libro tredicesimo
L’uomo fra vita, peccato, morte e vita

Libro quattordicesimo
Etica umana dopo il peccato e le due città

Libro quindicesimo
Le due città da Caino a Abele al diluvio

Libro sedicesimo
La città di Dio si profila nella storia da Noè a Davide

Libro diciassettesimo
La città di Dio nel profetismo ebraico

Libro diciottesimo
Confronto delle due città nell’evoluzione storica

Libro diciannovesimo
Il fine del bene e la pace in Dio

Libro ventesimo
Aspetti dell’ultimo giudizio

Libro ventunesimo
La finale pena eterna

Libro ventiduesimo
La risurrezione della carne e la vita eterna

 

Premessa

[Dalle Ritrattazioni 2, 43]

 

Frattanto Roma fu messa a ferro e fuoco con l’invasione dei Goti che militavano sotto il re Alarico; l’occupazione causò un’enorme sciagura. Gli adoratori dei molti falsi dèi, che con un appellativo in uso chiamiamo pagani tentarono di attribuire il disastro alla religione cristiana e cominciarono a insultare il Dio vero con maggiore acrimonia e insolenza del solito. Per questo motivo io, ardendo dello zelo della casa di Dio 1, ho stabilito di scrivere i libri de La città di Dio contro questi insulti perché sono errori. L’opera mi tenne occupato per molti anni. Si frapponevano altri impegni che non era opportuno rimandare e che esigevano da me una soluzione immediata. Finalmente questa grande opera, La città di Dio, fu condotta a termine in ventidue libri. I primi cinque confutano coloro i quali vogliono la vicenda umana così prospera da ritenere necessario il culto dei molti dèi che i pagani erano soliti adorare. Sostengono quindi che avvengano in grande numero queste sciagure in seguito alla proibizione del culto politeistico. Gli altri cinque contengono la confutazione di coloro i quali ammettono che le sciagure non sono mai mancate e non mancheranno mai agli uomini e che esse, ora grandi ora piccole, variano secondo i luoghi, i tempi e le persone. Sostengono tuttavia che il politeismo e relative pratiche sacrali sono utili per la vita che verrà dopo la morte. Con questi dieci libri dunque sono respinte queste due infondate opinioni contrarie alla religione cristiana. Qualcuno poteva ribattere che noi avevamo confutato gli errori degli altri senza affermare le nostre verità. Questo è l’assunto della seconda parte dell’opera che comprende dodici libri. Tuttavia all’occasione anche nei primi dieci affermiamo le nostre verità e negli altri dodici confutiamo gli errori contrari. Dei dodici libri che seguono dunque i primi quattro contengono l’origine delle due città, una di Dio e l’altra del mondo; gli altri quattro, il loro svolgimento o sviluppo; i quattro successivi, che sono anche gli ultimi, il fine proprio. Sebbene tutti i ventidue libri riguardino l’una e l’altra città, hanno tuttavia derivato il titolo dalla migliore. Perciò è stata preferita l’intestazione La città di Dio. Nel decimo libro non doveva esser considerato un miracolo il fatto che in un sacrificio che Abramo offrì, una fiamma venuta dal cielo trascorse tra le vittime divise a metà 2, perché gli fu mostrato in una visione. Nel libro decimosettimo si afferma di Samuele che non era dei figli di Aronne 3. Era preferibile dire: Non era figlio di un sacerdote. Infatti era piuttosto costume garantito dalla legge che i figli dei sacerdoti succedessero ai sacerdoti defunti; tra i figli di Aronne si trova appunto il padre di Samuele, ma non fu sacerdote. Né si deve considerare tra i figli, nel senso che discendesse da Aronne, ma nel senso che tutti gli appartenenti al popolo ebraico son detti figli di Israele. L’opera comincia così: Gloriosissimam civitatem Dei.

Lettera 212/A. Scritta nel 426. Agostino invia a Firmo i XXII ll. de La città di Dio con un riassunto generale e uno particolare a ciascun libro, indicandogli a chi darli a copiare.

 

Agostino invia cristiani saluti a Firmo, signore egregio e degno d’onore oltre che venerabile figlio

Come ti avevo promesso, ti ho inviato i libri su La città di Dio, che mi avevi chiesti con immensa premura, dopo che li ho riletti; cosa questa che ho fatto sì con l’aiuto di Dio, ma dietro le preghiere di Cipriano, tuo fratello germano e figlio mio, così insistenti come io avrei desiderato mi fossero rivolte. Sono ventidue quaderni ch’è difficile ridurre in un solo volume; se poi vuoi farne due volumi, devi dividerli in modo che uno contenga dieci libri e l’altro dodici. Eccone il motivo: nei primi dieci sono confutati gli errori dei pagani, nei restanti invece è dimostrata e difesa la nostra religione, quantunque ciò sia stato fatto anche nei primi dieci, dov’è parso più opportuno, e l’altra cosa sia stata fatta anche in questi ultimi. Se invece preferisci farne non solo due ma più volumi, allora è opportuno che tu ne faccia cinque volumi, di cui il primo contenga i primi cinque libri nei quali si discute contro coloro i quali sostengono che, alla felicità della vita presente, giova il culto non proprio degli dèi ma dei demoni; il secondo volume contenga i seguenti altri cinque libri i quali confutano coloro che credono debbano adorarsi, mediante riti sacri e sacrifici, numerosissimi dèi di tal genere o di qualunque altro genere, in grazia della vita che verrà dopo la morte. Allora i seguenti altri tre volumi dovranno contenere ciascuno quattro dei libri seguenti. Da noi infatti, la medesima parte è stata distribuita in modo che quattro libri mostrassero l’origine della Città di Dio e altrettanti il suo progresso, o come abbiamo preferito chiamarlo, sviluppo, mentre i quattro ultimi mostrano i suoi debiti fini. Se poi, come sei stato diligente a procurarti questi libri, lo sarai anche a leggerli, comprenderai, per la tua esperienza personale, anziché per la mia assicurazione, quanto aiuto potranno arrecare. Ti prego di degnarti volentieri di dare, a coloro che li chiedono per copiarli, i libri di quest’opera su La città di Dio, che i nostri fratelli di costì a Cartagine ancora non hanno. A ogni modo non li darai a molti, ma solo a uno o al massimo a due; questi poi li daranno a tutti quanti gli altri. Inoltre, il modo con cui darli, non solo ai fedeli cristiani tuoi amici che desiderano istruirsi, ma anche a quanti siano legati a qualche superstizione, dalla quale potrà sembrare che possano essere liberati per mezzo di questa nostra fatica in virtù della grazia di Dio, veditelo da te stesso. Io farò in modo – se Dio lo vorrà – di scriverti spesso per chiederti a quale punto sei giunto nel leggerli. Istruito come sei, non ignori quanto giovi una lettura ripetuta per comprendere quel che si legge. In realtà non v’è alcuna difficoltà di comprendere o è certo minima quando esiste la facilità di leggere, la quale diventa tanto maggiore quanto più la lettura è ripetuta, di modo che mediante la continua ripetizione [si capisce chiaramente quello che, per mancanza di diligenza], era stato duro da intendere. Mio venerabile figlio Firmo, signore esimio e degno d’essere onorato, ti prego di rispondermi per farmi sapere in qual modo sei arrivato a procurarti i libri Sugli Accademici scritti da me poco dopo la mia conversione, poiché in una lettera precedente l’Eccellenza tua mi ha fatto credere che ne era a conoscenza. Quanti argomenti poi comprenda l’opera scritta nei ventidue libri lo indicherà il sommario che ti ho inviato.

Libro I

SOMMARIO

Premessa. L'intenzione e l'argomento dell'opera

1. I barbari nel saccheggio di Roma in onore a Cristo hanno risparmiato gli avversari del nome di Cristo.

2. Non si sono mai avute guerre in cui i vincitori in onore agli dèi dei popoli sconfitti hanno risparmiato i vinti.

3. Con poca avvedutezza i Romani credettero di essere protetti dagli dèi penati che non furono capaci di difendere Troia.

4. Il luogo di rifugio dedicato a Giunone in Troia non scampò alcuno dei Greci, mentre le basiliche degli Apostoli scamparono dai barbari tutti coloro che vi si rifugiarono.

5. Il parere di Catone sulla generale usanza che i nemici demolissero le città vinte.

6. Anche i Romani, dopo aver preso le città, non risparmiavano i vinti rifugiati nei templi.

7. Nel saccheggio di Roma le azioni efferate derivarono dall'usanza della guerra, quelle miti dal potere del nome di Cristo.

8. Vantaggi e svantaggi che spesso sono comuni a buoni e cattivi.

9. Le ragioni delle prove da cui buoni e cattivi sono afflitti.

10. Nella perdita dei beni terreni i santi non perdono nulla.

11. Il fine della vita terrena più lunga o più breve.

12. L'impedimento alla sepoltura dei cadaveri non toglie nulla ai cristiani.

13. Il motivo per cui si devono seppellire i corpi dei cristiani.

14. Il conforto divino non mancò mai ai cristiani in prigionia.

15. In Regolo si ha un esempio della sopportazione volontaria della prigionia per la religione, ma non poté essergli di aiuto, sebbene adorasse gli dèi.

16. Se la virtù della coscienza ha potuto esser violata senza il consenso della volontà dagli stupri che eventualmente le vergini consacrate hanno subito in prigionia.

17. La morte volontaria per timore della pena o del disonore.

18. La violenza e la libidine che la coscienza subisce contro volere nel corpo sottomesso con la forza.

19. L'episodio di Lucrezia che si uccise per lo stupro subito.

20. Non v'è passo della Scrittura che consenta ai cristiani il diritto a una morte volontaria.

21. Le uccisioni che non rientrano nel reato di omicidio.

22. Se è possibile che la morte volontaria esprima in qualche caso la grandezza d'animo.

23. Come giudicare l'esempio di Catone che si uccise perché non sopportava la vittoria di Cesare.

24. I cristiani si distinguono nel coraggio per cui Regolo fu superiore a Catone.

25. Il peccato non si deve evitare col peccato.

26. Quale giustificazione si può attribuire ad azioni illecite quando si viene a conoscere che sono state compiute da uomini santi.

27. Se si può incontrare una morte volontaria per evitare il peccato.

28. Con quale giudizio di Dio è stata permessa la libidine dei nemici nel corpo di individui consacrati alla continenza.

29. Che cosa deve rispondere la famiglia di Cristo agli infedeli quando obiettano che Cristo non l'ha difesa dalla barbarie dei nemici.

30. La obbrobriosa prosperità di chi vorrebbe abbondare chi si lamenta della civiltà cristiana.

31. La graduale immoralità con cui crebbe fra i Romani la passione del potere.

32. L'istituzione degli spettacoli.

33. L'immoralità dei Romani che la rovina della patria non ha eliminato.

34. La bontà di Dio ha reso più sopportabile la strage di Roma.

35. Figli della Chiesa nascosti tra gli infedeli e falsi cristiani nella Chiesa.

36. Gli argomenti da discutersi in seguito.

 

Libro primo

LE SVENTURE UMANE E LA PROVVIDENZA

 

Premessa

Nell'ideare questa opera dovuta alla promessa che ti ho fatto , o carissimo figlio Marcellino, ho inteso difendere la gloriosissima città di Dio contro coloro che ritengono i propri dèi superiori al suo fondatore, sia mentre essa in questo fluire dei tempi, vivendo di fede , è esule fra gli infedeli, sia nella quiete della patria celeste che ora attende nella perseveranza , finché la giustizia non diventi giudizio e che poi conseguirà mediante la supremazia con la vittoria ultima e la pace finale. È una grande e difficile impresa ma Dio è nostro aiuto. So infatti quali forze si richiedono per convincere i superbi che è molto grande la virtù dell'umiltà. Con essa appunto la grandezza non accampata dalla presunzione umana ma donata dalla grazia divina trascende tutte le altezze terrene tentennanti nel divenire del tempo. Infatti il re e fondatore di questa città, di cui ho stabilito di trattare, nella scrittura del suo popolo ha rivelato un principio della legge divina con le parole: Dio resiste ai superbi e dà la grazia agli umili. Anche il tronfio sentimento dell'anima superba vuole presuntuosamente che gli si riconosca fra le glorie il potere, che è di Dio, di usare moderazione con i soggetti e assoggettare i superbi . Perciò anche nei confronti della città terrena la quale, quando tende a dominare, è dominata dalla passione del dominare anche se i cittadini sono soggetti, non si deve passare sotto silenzio, se si presenta l'occasione, ciò che richiede la tematica dell'opera in progetto.

Legge di guerra sospesa in onore a Cristo (1-7)

Le chiese cristiane offrono scampo ai vinti.
1. Da essa infatti provengono nemici, contro i quali deve essere difesa la città di Dio. Di costoro tuttavia molti, rinunciando all'errore d'empietà, divengono in essa cittadini ben disposti. Molti invece sono infiammati contro di lei da odio così ardente e sono ingrati ai benefici tanto evidenti del suo Redentore che oggi non parlerebbero male di lei se nel fuggire il ferro dei nemici non avessero salvato nei luoghi sacri la vita, di cui oggi sono arroganti. Non sono forse contrari al nome di Cristo anche quei Romani che i barbari per rispetto a Cristo hanno risparmiato? Ne fanno fede i sepolcri dei martiri e le basiliche degli apostoli che accolsero nel saccheggio di Roma fedeli ed estranei che in essi si erano rifugiati . Fin lì incrudeliva il nemico sanguinario, qui si arrestava la mano di chi menava strage, là da nemici pietosi venivano condotti individui risparmiati anche fuori di quei luoghi affinché non s'imbattessero in altri che non avevano eguale umanità. Altrove erano spietati e incrudelivano come nemici. Ma appena giungevano in quei luoghi, in cui era proibito ciò che altrove era lecito per diritto di guerra, veniva contenuta l'efferatezza dell'uccidere e il desiderio di far prigionieri. Così molti scamparono. Ed ora denigrano la civiltà cristiana e attribuiscono a Cristo i mali che la città ha subito. Al contrario, non attribuiscono al nostro Cristo ma al loro destino il bene che in onore a Cristo si è verificato a loro vantaggio. Dovrebbero piuttosto, se fossero un po' saggi, attribuire le crudeltà e le sventure che hanno subito dai nemici alla divina provvidenza. Essa di solito riforma radicalmente con le guerre i costumi corrotti degli individui ed anche mette alla prova con tali sventure la vita lodevolmente onesta degli uomini e dopo averla provata o l'accoglie in un mondo migliore o la conserva ancora in questo mondo per altri compiti. Dovrebbero invece attribuire alla civiltà cristiana il fatto che, fuori dell'usanza della guerra, i barbari li abbiano risparmiati, o dovunque per rispetto al nome di Cristo o nei luoghi particolarmente dedicati al nome di Cristo, molto spaziosi e quindi scelti per una più larga bontà di Dio a contenere molta gente. Perciò dovrebbero ringraziare Dio e divenire con sincerità seguaci del nome di Cristo per sfuggire le pene del fuoco eterno, mentre molti lo hanno adoperato con inganno per sfuggire le pene dello sterminio nel tempo. Infatti moltissimi di essi che si vedono insultare insolentemente e sfrontatamente i servi di Cristo son proprio quelli che non sarebbero sfuggiti alla morte e alla strage se non avessero finto di essere servi di Cristo. Ed ora per ingrata superbia ed empia follia si oppongono al suo nome con cuore malvagio per esser puniti con le tenebre eterne; e allora avevano invocato quel nome con parole sia pure false per continuare a godere della luce temporanea.

I templi pagani non offrono alcun scampo.
2. Sono state tramandate tante guerre prima e dopo la fondazione e la dominazione di Roma. Leggano ed esibiscano o che una città sia stata occupata da stranieri con la garanzia che i nemici occupanti risparmiassero coloro che avessero trovati rifugiati nei templi dei loro dèi o che un condottiero di barbari avesse ordinato nel saccheggio di una città di non uccidere chi fosse stato trovato in questo o quel tempio. Al contrario Enea vide Priamo che imbrattava di sangue i fuochi sacri che egli stesso aveva consacrato . E Diomede ed Ulisse, uccisi i custodi del tempio posto sulla rocca, afferrarono la statua di Pallade e con le mani insanguinate osarono toccare le bende verginali della dea. Ma non è vero quel che segue: Da quel fatto la speranza dei Greci fu ricacciata definitivamente in alto mare . Al contrario dopo quel fatto vinsero, distrussero Troia a ferro e fuoco, trucidarono Priamo che si era rifugiato presso l'altare . E Troia non fu distrutta perché perdé Minerva. Ancor prima che cosa aveva perduto Minerva stessa per andare perduta? Forse i custodi? Ma proprio questo è vero perché con la loro uccisione fu possibile trafugarla. Dunque non gli uomini erano difesi dalla statua ma la statua dagli uomini. Perché allora era venerata per custodire la patria e i cittadini se non riuscì a custodire i propri custodi?.

Perfino gli dèi si trovano in difficoltà.
3. Eppure i Romani si rallegravano di avere affidata la propria città alla protezione di questi dèi. O errore degno di tanta commiserazione! E si adirano con noi quando parliamo così dei loro dèi e non si arrabbiano con i propri scrittori. Pagano anzi per pubblicarli e per di più hanno ritenuto degni di compenso da parte dello Stato e di onori gli stessi insegnanti. Adduciamo come esempio Virgilio. I fanciulli lo leggono appunto perché il grande poeta, il più illustre e alto di tutti, assimilato dalle tenere menti non sia dimenticato con facilità, secondo il detto di Orazio: Il vaso di creta conserverà a lungo il profumo con cui è stato riempito appena modellato 2. Presso Virgilio dunque Giunone, ostile ai Troiani, è presentata mentre dice ad Eolo, re dei venti, per istigarlo contro di loro: Una gente a me nemica naviga il mar Tirreno per portare in Italia i vinti penati di Troia . Ma davvero sono stati tanto prudenti da affidare Roma perché non fosse vinta a codesti penati vinti? Giunone però parlava così da donna arrabbiata senza sapere quel che diceva. Ma Enea, chiamato tante volte pio, così narra: Panto di Otreo, sacerdote del tempio di Apollo, con la mano consacrata sostiene i dèi vinti e conduce il nipotino e fuori di sé di corsa si avvicina alle porte . Ed Enea fa capire che a lui gli dèi, giacché non dubita di chiamarli vinti, sono stati affidati e non lui agli dèi, quando gli si dice: Troia ti affida le cose sacre e i propri penati . Dunque Virgilio dichiara vinti gli dèi e affidati a un uomo affinché, sebbene vinti, in qualche modo siano salvati. È pazzia dunque il pensare che è stato saggio l'affidare Roma a tali difensori e che è stato possibile saccheggiarla soltanto perché li ha perduti. Anzi l'onorare dèi vinti come validi difensori significa soltanto conservare non buoni numi ma cattivi nomi. Non è saggio dunque credere che Roma non sarebbe giunta a tanta sconfitta se prima non fossero andati perduti ma piuttosto che da tempo sarebbero andati perduti se Roma non li avesse conservati finché le è riuscito. Ciascuno può notare, purché rifletta, con quanta leggerezza si sia presupposto che essa sotto la protezione di difensori vinti non poteva essere vinta e che è andata perduta perché ha perduto gli dèi custodi. Piuttosto sola causa del perdersi ha potuto essere l'aver voluto dèi difensori che sarebbero andati perduti. Non è dunque che i poeti si divertivano a mentire quando venivano scritti in versi quei fatti sugli dèi vinti, ma la verità costringeva uomini saggi a parlar così. Tuttavia questi concetti si devono esporre diligentemente e diffusamente in altra parte. Ora per un po' sbrigherò, come posso, l'argomento già iniziato sugli uomini ingrati. Essi attribuiscono bestemmiando a Cristo i mali che meritatamente hanno subito a causa della propria perversità. Non si degnano di riflettere che sono risparmiati, anche se non credenti, in onore del Cristo. Usano inoltre contro il suo nome per frenesia di empia perversità quella stessa lingua con cui mentitamente adoperarono il medesimo nome per salvare la vita o per timore la fecero tacere nei luoghi a lui dedicati. Così pienamente sicuri in quei luoghi, sono scampati dai nemici per uscirne fuori a lanciare maledizioni contro di lui.

Confronto fra Cristo e Giunone.
4. Come ho detto, la stessa Troia, madre del popolo romano, non poté difendere nei templi degli dèi i propri cittadini dal fuoco e ferro dei Greci che onoravano gli stessi dèi. Anzi Fenice e il fiero Ulisse, guardie scelte, sorvegliavano il bottino nel tempio di Giunone. In esso vengono raccolti gli oggetti preziosi di Troia sottratti alle case bruciate, gli altari, i vasi d'oro massiccio e le vesti sacre. Stanno attorno in lunga fila fanciulli e madri tremanti . Fu scelto dunque il tempio sacro a una dea sì grande non perché si ritenne illecito sottrarre di lì i prigionieri ma perché si era deciso di chiuderveli. Ed ora confronta con i luoghi eretti in memoria dei nostri Apostoli quel tempio non di un qualsiasi dio subalterno o della turba degli dèi inferiori ma della stessa sorella e moglie di Giove e regina di tutti gli dèi. In esso veniva trasportato il bottino trafugato ai templi incendiati e agli dèi non per esser donato ai vinti ma diviso fra i vincitori. Nei nostri templi invece veniva ricondotto con onore e rispetto religioso ciò che pur trovato altrove si scoprì appartenesse ad essi. Lì fu perduta la libertà, qui conservata; lì fu ribadita la schiavitù, qui proibita; là venivano stipati per divenire proprietà dei nemici che divenivano padroni, qua perché rimanessero liberi venivano condotti da nemici pietosi. Infine il tempio di Giunone era stato scelto dall'avarizia e superbia dei frivoli Greci, le basiliche di Cristo dalla liberalità e anche umiltà dei fieri barbari. Ma forse i Greci nella loro vittoria risparmiarono i templi degli dèi che avevano in comune e non osarono uccidere o far prigionieri i miseri Troiani vinti che ci si rifugiavano. Virgilio, secondo l'usanza dei poeti, avrebbe mistificato quei fatti. Al contrario egli ha narrato l'usanza dei nemici che saccheggiavano le città.

Orrori della guerra civile.
5. Ma anche Cesare, come scrive Sallustio, storico di sicura veridicità, non teme di ricordare tale usanza nel discorso che ebbe al senato sui congiurati: Furono fatti prigionieri ragazze e fanciulli, strappati i figli dalle braccia dei genitori, le madri hanno subito ciò che i vincitori si son permessi, sono stati spogliati templi e case, si sono avute stragi e incendi, infine tutto era in balia delle armi, dei cadaveri, del sangue e della morte . Se avesse taciuto i templi, potevamo pensare che i nemici di solito risparmiavano le dimore degli dèi. E i templi romani subivano queste profanazioni non da nemici di altra stirpe ma da Catilina e soci, nobili senatori e cittadini romani. Ma questi, si dirà, erano uomini perduti e traditori della patria.

La clemenza romana e una dura legge di guerra.
6. Perché dunque il nostro discorso dovrebbe volgersi qua e là ai molti popoli che fecero guerra gli uni contro gli altri e non risparmiarono mai i vinti nei templi dei propri dèi? Esaminiamo i Romani stessi, riferiamoci e consideriamo, dico, i Romani, a cui lode singolare fu detto risparmiare i soggetti e assoggettare i superbi , anche per il fatto che, ricevuta una ingiuria, preferivano perdonare che vendicarsi . Giacché, per estendere il proprio dominio, hanno saccheggiato dopo l'espugnazione e la conquista tante e grandi città, ci si mostri quali templi avevano usanza di esentare perché chiunque vi si rifugiasse rimanesse libero. Forse essi lo facevano ma gli scrittori di quelle imprese non ne hanno parlato? Ma davvero essi che andavano in cerca principalmente di fatti da lodare avrebbero omesso questi che per loro erano nobilissimi esempi di rispetto? Marco Marcello, uomo illustre nella storia di Roma, occupò la ricchissima città di Siracusa. Si narra che prima la pianse mentre stava per cadere e che alla vista della strage versò lagrime per lei. Si preoccupò anche del rispetto al pudore col nemico. Infatti prima che da vincitore desse l'ordine d'invadere la città, stabilì con editto che non si violentassero persone libere . Tuttavia la città fu distrutta secondo l'usanza delle guerre e non si legge in qualche parte che sia stato comandato da un condottiero tanto pudorato e clemente di considerare inviolabile chi si fosse rifugiato in questo o quel tempio . Non sarebbe stato omesso certamente giacché non sono stati taciuti il suo pianto e l'ordine del rispetto al pudore. Fabio che distrusse la città di Taranto è lodato perché si astenne dal saccheggio delle statue. Il segretario gli chiese cosa disponesse di fare delle molte immagini degli dèi che erano state prese. Ed egli abbellì la propria morigeratezza anche con una battuta scherzosa. Chiese come fossero. Gli risposero che erano molte, grandi e anche armate. Ed egli: Lasciamo gli dèi irati ai Tarentini . Dunque gli storiografi di Roma non poterono passare sotto silenzio né il pianto del primo né l'umorismo di quest'ultimo, né la pudorata clemenza del primo né la scherzosa morigeratezza del secondo. Quale motivo dunque di passar sotto silenzio se per rispetto di qualcuno dei propri dèi avessero risparmiato degli individui proibendo in qualche tempio la strage o la riduzione in schiavitù?

Spietata usanza sospesa in onore a Cristo.
7. E tutto ciò che nella recente sconfitta di Roma è stato commesso di rovina, uccisione, saccheggio, incendio e desolazione è avvenuto secondo l'usanza della guerra. Ma si è verificato anche un fatto secondo una nuova usanza. Per un inconsueto aspetto degli eventi la rozzezza dei barbari è apparsa tanto mite che delle spaziose basiliche sono state scelte e designate per essere riempite di cittadini da risparmiare. In esse nessuno doveva essere ucciso, da esse nessuno sottratto, in esse molti erano condotti da nemici pietosi perché conservassero la libertà, da esse nessuno neanche dai crudeli nemici doveva esser condotto fuori per esser fatto prigioniero. E chiunque non vede che il fatto è dovuto al nome di Cristo e alla civiltà cristiana è cieco, chiunque lo vede e non lo riconosce è ingrato e chiunque si oppone a chi lo riconosce è malato di mente. Un individuo cosciente non lo attribuisca alla ferocia dei barbari. Animi tanto fieri e crudeli ha sbigottito, ha frenato, ha moderato fuori dell'ordinario colui che, mediante il profeta, tanto tempo avanti aveva predetto: Visiterò con la verga le loro iniquità e con flagelli i loro peccati ma non allontanerò da loro la mia misericordia .

I mali della storia e la Provvidenza (8-28)

Buoni e cattivi...
8. 1. Qualcuno dirà: Perché questo tratto della bontà di Dio è giunto anche a miscredenti e ingrati? Perché? Certamente perché lo ha compiuto colui che ogni giorno fa sorgere il suo sole sopra buoni e cattivi e fa piovere su giusti e ingiusti . Alcuni di loro riflettendo con ravvedimento su questi fatti si convertono dalla loro miscredenza; altri invece, come dice l'Apostolo, disprezzando la ricchezza della bontà e longanimità di Dio a causa della durezza del loro cuore e di un cuore incapace di ravvedimento, mettono a profitto lo sdegno nel giorno dello sdegno e della manifestazione del giusto giudizio di Dio che renderà a ciascuno secondo le sue azioni . Tuttavia la pazienza di Dio invita i cattivi al ravvedimento, come il flagello di Dio istruisce i buoni alla pazienza. Allo stesso modo la misericordia di Dio abbraccia i buoni per proteggerli, come la severità di Dio ghermisce i cattivi per punirli. È ordinamento infatti della divina provvidenza preparare per il futuro ai giusti dei beni, di cui non godranno gli ingiusti, e ai miscredenti dei mali, con cui non saranno puniti i buoni. Ha voluto però che beni e mali nel tempo siano comuni ad entrambi affinché i beni non siano cercati con eccessiva passione, poiché si vede che anche i cattivi li hanno, e non si evitino disonestamente i mali, poiché anche i buoni spesso ne sono colpiti.

...nel disegno della bontà e giustizia divina.
8. 2. Inoltre differisce molto la condizione tanto di quella che si considera prosperità come di quella che si considera avversità. L'individuo onesto non si inorgoglisce dei beni e non si abbatte per i mali temporali; il cattivo invece è punito dalla sorte sfavorevole appunto perché abusa della favorevole. Tuttavia Dio manifesta abbastanza chiaramente la sua opera spesso anche nel dispensare tali cose. Se una pena palese colpisse ogni peccato nel tempo, si potrebbe pensare che nulla è riservato all'ultimo giudizio. Se al contrario un palese intervento di Dio non punisse nel tempo alcun peccato, si potrebbe pensare che non esiste la divina provvidenza. Lo stesso è per la prosperità. Se Dio non la concedesse con evidente munificenza ad alcuni che la chiedono, diremmo che queste cose non sono di sua competenza. Allo stesso modo se la concedesse a tutti quelli che la chiedono, supporremmo che si deve servirlo soltanto in vista di tali ricompense. Il servizio a lui non ci renderebbe devoti ma interessati e avari. Stando così le cose, buoni e cattivi sono egualmente tribolati, ma non ne consegue che non siano diversi perché non è diversa la sofferenza che gli uni e gli altri hanno sopportato. Resta la differenza di chi soffre anche nella eguaglianza della sofferenza e, sebbene sia comune la pena, non sono la medesima cosa la virtù e il vizio. Come in un medesimo fuoco l'oro brilla, la paglia fuma, come sotto la medesima trebbia le stoppie sono triturate e il grano è mondato e la morchia non si confonde con l'olio per il fatto che è spremuto dal medesimo peso del frantoio, così una unica e medesima forza veemente prova, purifica, filtra i buoni, colpisce, abbatte e demolisce i cattivi. Quindi in una medesima sventura i cattivi maledicono e bestemmiano Dio, i buoni lo lodano e lo pregano. La differenza sta non nella sofferenza ma in chi soffre. Infatti anche se si scuotono con un medesimo movimento, il fetidume puzza disgustosamente, l'unguento profuma gradevolmente.

Anche la sventura dei buoni...
9. 1. Dunque nella desolazione degli avvenimenti passati, se si valutano con la fede, che cosa hanno sofferto i cristiani che non è riuscito a loro vantaggio? Prima di tutto possono riflettere umilmente sui peccati, a causa dei quali Dio sdegnato ha riempito il mondo di tante sventure. E sebbene essi siano ben lontani dagli scellerati, disonesti e miscredenti, tuttavia non si ritengono così immuni dalle colpe da non giudicarsi degni di dover sopportare, a causa di esse, mali nel tempo. Si fa eccezione per il caso che un individuo, pur vivendo onestamente, cede in alcune circostanze alla concupiscenza carnale, sebbene non fino all'enormità della scelleratezza, non fino al gorgo della disonestà e all'abbominio dell'immoralità, ma ad alcuni peccati o rari o tanto più frequenti quanto più piccoli. Eccettuato dunque questo caso, è forse facile trovare chi tratti come devono esser trattati coloro, per la cui tremenda superbia, lussuria, avarizia ed esecrande ingiustizie e immoralità, Dio, come ha predetto con minacce, distrugge i paesi ? Chi tratta con essi come devono esser trattati? Il più delle volte infatti colpevolmente si trascura di istruirli e ammonirli e talora anche dal rimproverarli e biasimarli o perché rincresce l'impegno o perché ci vergogniamo di affrontarli o per evitare rancori. Potrebbero ostacolarci e nuocerci nelle cose del mondo o perché la nostra avidità desidera ancora di averne o perché la nostra debolezza teme di perderle. Certamente ai buoni dispiace la condotta dei cattivi e pertanto non incorrono assieme ad essi nella condanna che è riservata ai malvagi dopo questa vita. Tuttavia, dato che sono indulgenti con i loro peccati degni di condanna perché si preoccupano per i propri sebbene lievi e veniali, giustamente sono flagellati con i malvagi nel tempo, quantunque non siano puniti per l'eternità. Ma giustamente, quando vengono per disposizione divina tribolati assieme ai cattivi, sentono l'amarezza della vita perché, amandone la dolcezza, hanno preferito non essere amari con i malvagi che peccavano.

...rientra nell'ordine...
9. 2. Ma se qualcuno si astiene dal rimproverare e biasimare coloro che agiscono male o perché aspetta un tempo più opportuno o perché teme per essi che da ciò non diventino peggiori o perché potrebbero scandalizzarsi, importunare e allontanare dalla fede individui deboli, che devono essere educati alla bontà e alla pietà, allora evidentemente non si ha l'interesse dell'avidità ma la prudenza della carità. È da considerarsi colpa il fatto che coloro i quali vivono onestamente e detestano le azioni dei malvagi, sono tuttavia indulgenti con i peccati degli altri che dovrebbero redarguire o rimproverare. Lo fanno per evitare le loro reazioni perché non nuocciano loro nelle cose che i buoni usano lecitamente e onestamente ma con desiderio più intenso di quanto sarebbe opportuno per chi è esule in questo mondo e professa la speranza di una patria superiore. Or vi sono individui più deboli che menano vita coniugale, hanno figli o desiderano averli, posseggono casa e famiglia. L'Apostolo si volge loro nelle varie chiese insegnando e istruendo come le mogli devono comportarsi con i mariti e i mariti con le mogli, i figli con i genitori e i genitori con i figli, i servi con i padroni e i padroni con i servi . Costoro con piacere conseguono molti beni temporali e terreni e con dolore li perdono, quindi per mantenerli non osano affrontare coloro la cui vita peccaminosa e delittuosa, a loro avviso, è reprensibile. Ma anche quelli che hanno raggiunto un grado più perfetto di vita, non sono intralciati dai legami coniugali e si limitano nel vitto e nel vestito, nel temere le macchinazioni e la violenza dei malvagi contro il proprio buon nome e incolumità, per lo più si astengono dal riprenderli. Certamente non li temono al punto da giungere a compiere simili azioni a causa delle intimidazioni e perversità dei malvagi. Tuttavia spesso non vogliono rimproverare le azioni, che non compiono assieme ai disonesti, sebbene potrebbero col rimprovero correggerne alcuni, perché, se non riuscissero, la loro incolumità e buon nome potrebbero subire un grave danno. Non lo fanno perché considerano il loro buon nome e la vita indispensabili all'educazione degli uomini, ma piuttosto per debolezza perché fanno piacere le parole lusinghiere e la vita serena e si temono il giudizio sfavorevole del volgo, la sofferenza e la morte fisica, cioè a causa di certi legami della passione e non dei doveri della carità.

...per la loro tiepida testimonianza al bene.
9. 3. Non mi sembra una ragione di poco rilievo che anche i buoni siano colpiti con i cattivi dal momento che Dio vuole punire la immoralità anche con la calamità delle pene nel tempo. Sono puniti insieme non perché conducono insieme una vita cattiva ma perché amano insieme la vita nel tempo, non in maniera eguale, comunque insieme. I buoni dovrebbero averla in minor conto affinché i malvagi efficacemente ammoniti conseguano la vita eterna. E se non volessero esser compagni nel conseguirla, dovrebbero esser sopportati e amati come nemici, giacché finché vivono, non si sa mai se non muteranno in meglio il proprio volere. In proposito, non certamente eguale ma di gran lunga più grave responsabilità hanno coloro ai quali per mezzo del profeta si dice: Egli morrà nel suo peccato, ma io chiederò conto del suo sangue dalla mano della sentinella . Le sentinelle, cioè i capi delle comunità sono stati costituiti nelle chiese proprio perché non si astengano dal rimproverare i peccati. Tuttavia non è del tutto immune da colpa chi, sebbene non sia posto a capo, conosce e trascura di biasimare e correggere molti fatti in coloro, ai quali è unito da particolare condizione di vita, se vuole evitare fastidi in vista di quei beni che in questa vita usa onestamente ma da cui ritrae piacere più del dovuto. Inoltre per i buoni si ha un'altra ragione della loro soggezione ai mali temporali. È il caso di Giobbe. La coscienza dell'individuo nella prova si rende consapevole del disinteressato sentimento di pietà con cui ama Dio.

Per i cristiani rientra nel bene qualsiasi sventura...
10. 1. Considerati attentamente secondo ragione questi fatti, rifletti se ai credenti e devoti sia avvenuto qualche male che non si sia mutato per loro in bene. A meno di pensare eventualmente che è vuoto di significato il detto dell'Apostolo: Sappiamo che a coloro che amano Dio tutte le cose si volgono in bene . Hanno perduto tutto ciò che avevano. Ma anche la fede? anche la pietà? anche il bene della coscienza ricca davanti a Dio ? Queste sono le ricchezze dei cristiani. E l'Apostolo che ne era ricco diceva: È un grande guadagno la pietà con quanto basta. Non abbiamo portato nulla in questo mondo ma non possiamo portar via nulla. Se abbiamo di che mangiare e coprirci, contentiamoci. Coloro che vogliono diventar ricchi incorrono nella tentazione, nello scandalo e in vari desideri stolti e dannosi che infossano l'uomo nella rovina e perdizione. Radice infatti di tutti i mali è l'amore del denaro ed alcuni che in esso sono incorsi si sono allontanati dalla fede e si sono impigliati in molti dolori .

...la perdita delle ricchezze...
10. 2. Torniamo a quelli che hanno perduto le ricchezze nel saccheggio di Roma. Se le consideravano come hanno udito da questo uomo povero nel corpo ma ricco nella coscienza, cioè se usavano del mondo come se non ne usassero , han potuto dire come Giobbe gravemente tentato ma non vinto: Sono uscito nudo dal grembo di mia madre e nudo tornerò alla terra. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, è avvenuto come è piaciuto al Signore; sia benedetto il nome del Signore . Da buon servo dovette considerare come grande ricchezza lo stesso volere del suo Signore, obbedendogli si arricchì nello spirito, non si addolorò perché da vivo fu abbandonato da quelle cose che, morendo, in breve avrebbe abbandonato. I più deboli poi che con una certa avidità si erano attaccati ai beni terreni, sebbene non li preponessero a Cristo, hanno esperimentato perdendoli fino a qual punto peccavano amandoli. Infatti sono stati tanto addolorati quanto si erano impigliati in dolori, secondo il detto dell'Apostolo che dianzi ho citato. Era infatti necessario che intervenisse l'insegnamento delle prove per individui, da cui a lungo era stato trascurato quello delle parole. Infatti quando l'Apostolo dice: Coloro che vogliono diventar ricchi incorrono nella tentazione, eccetera, certamente riprova nelle ricchezze l'amore disordinato, non la facoltà di averle perché in un altro passo ha ordinato: Comanda ai ricchi di questo mondo di non atteggiarsi a superbia e di non sperare nelle ricchezze fallibili, ma nel Dio vivo che generosamente ci dà a godere tutte le cose; agiscano bene, siano ricchi nelle opere buone, diano con facilità, condividano, mettano a frutto un buon stanziamento per il futuro allo scopo di raggiungere la vera vita . Coloro che trattavano così le proprie ricchezze hanno compensato lievi danni con grandi guadagni e si sono più rallegrati delle ricchezze che dando con facilità hanno conservato più sicuramente che contristati di quelle che tenendo strette per timore hanno perduto con tanta facilità. È avvenuto che è stato perduto sulla terra ciò che rincresceva trasferire altrove. Vi sono alcuni che hanno accolto il consiglio del loro Signore che dice: Non accumulatevi tesori sulla terra perché in essa la tignola e la ruggine distruggono e i ladri scassano e rubano, ma mettete a frutto per voi un tesoro nel cielo perché in esso il ladro non arriva e la tignola non distrugge. Dove infatti è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore . Costoro nel tempo della sventura hanno provato quanto furono saggi nel non disprezzare il maestro più veritiero e il custode più fedele e insuperabile del proprio tesoro. Perché se molti si son rallegrati di avere le proprie ricchezze dove per puro caso il nemico non giunse, quanto più tranquillamente e sicuramente poterono rallegrarsi coloro che per consiglio del proprio Dio le hanno trasferite là dove non poteva assolutamente giungere. Per questo il nostro Paolino, vescovo di Nola, da uomo straordinariamente ricco divenuto volontariamente poverissimo e santo di grande ricchezza, quando i barbari saccheggiarono anche Nola, fatto prigioniero, così pregava in cuor suo, come abbiamo appreso da lui personalmente: O Signore, fa' che non mi affligga per l'oro e l'argento; tu sai dove sono tutte le mie cose. Aveva tutte le sue cose in quel luogo, in cui gli aveva insegnato ad accumularle e metterle a frutto colui il quale aveva preannunciato che simili mali sarebbero avvenuti nel mondo. E per questo coloro che avevano obbedito al consiglio del proprio Signore sul luogo e il modo con cui dovevano riporre il tesoro, nelle incursioni dei barbari non perdettero neanche le ricchezze della terra. Ma quelli che han dovuto pentirsi di non avere ascoltato che cosa si doveva fare dei beni terreni, hanno imparato se non in base alla saggezza che doveva precorrere, certamente in base all'esperienza che ne seguì.

...la tortura...
10. 3. Alcuni buoni, anche cristiani, si dirà, sono stati sottoposti a torture perché consegnassero i propri beni ai nemici. Ma costoro non han voluto né consegnare né perdere il bene, di cui essi stessi erano buoni. Se poi han preferito essere torturati che consegnare l'iniquo mammona, non erano buoni. Individui che sopportavano pene tanto grandi per l'oro dovevano essere educati a sopportarne più gravi per il Cristo, per imparare ad amarlo perché arricchisce della felicità eterna chi soffre per lui. Non dovevano dunque amare l'oro e l'argento, poiché fu grande miseria soffrire per essi, sia che fossero occultati con la menzogna o palesati con la verità. Difatti non è stato perduto il Cristo rendendogli testimonianza fra i tormenti e si è conservato l'oro soltanto affermando di non averlo. Quindi erano forse più utili le torture che insegnavano ad amare un bene incorruttibile che quei beni i quali, per farsi amare, facevano torturare i loro possessori senza alcun vantaggio.

...la soggezione della crudeltà...
10. 4. Ma alcuni, si dice, anche se non avevano che consegnare, sono stati torturati perché non creduti. Ma anche costoro forse desideravano di avere e non erano poveri in virtù di una scelta santa. A loro si doveva far capire che non le ricchezze ma gli stessi desideri disordinati sono degni di tali sventure. Se poi non avevano riposto oro e argento per un impegno di vita più perfetto, non so se a qualcuno di loro avvenne di essere torturato perché si è creduto che l'avesse. Ma anche se è avvenuto, certamente chi, fra le torture testimoniava una santa povertà, testimoniava Cristo. Pertanto anche se non è riuscito a farsi credere dai nemici, tuttavia un testimone della santa povertà non poté essere torturato senza la ricompensa del cielo.

...l'inedia...
10. 5. [11.] Ma una fame prolungata, dicono, ha fatto morire anche molti cristiani. I buoni fedeli hanno volto anche questo fatto a proprio vantaggio sopportando con fede. La fame, come la malattia, ha sciolto dai mali di questa vita coloro che ha estinto e ha insegnato a vivere più morigeratamente e a digiunare più a lungo coloro che non ha estinto.

Anche la morte non è l'irrazionale.
11. Ma, soggiungono, molti cristiani sono stati uccisi, molti sono stati sterminati da varie forme di morte per contagio. Se il fatto è penoso, è comunque comune a tutti quelli che sono stati generati alla vita sensibile. Questo so che nessuno è morto se non doveva morire una volta. Il termine della vita eguaglia tanto una lunga come una breve vita. Quello che non è più, non è né migliore né peggiore né più lungo né più breve. Che differenza fa con quale genere di morte si termina la vita se colui, per il quale è terminata, non è più soggetto a morire? Innumerevoli tipi di morte minacciano in un modo o nell'altro ciascun uomo nelle condizioni di ogni giorno della vita presente, finché è incerto quale di esse sopravverrà. Chiedo dunque se è peggio subirne una morendo o temerle tutte vivendo. E so bene che senza indugio si sceglie vivere a lungo sotto l'incubo di tante morti anziché non temerne più alcuna morendo una sola volta. Ma un discorso è ciò che l'istinto atterrito per debolezza rifugge ed un altro ciò che la riflessione diligentemente liberata dal timore dimostra come vero. Non si deve considerare cattiva morte quella che è preceduta da una buona vita. E non rende cattiva una morte se non ciò che segue alla morte. Coloro che necessariamente moriranno non devono preoccuparsi molto di ciò che avviene per farli morire ma del luogo dove saranno costretti ad andare dopo morti. I cristiani sanno che è stata di gran lunga migliore la morte del povero credente tra i cani che lo leccavano che quella del ricco miscredente nella porpora e nella batista . Dunque in che cosa quel ripugnante genere di morte ha danneggiato i morti vissuti bene?.

La privazione della tomba non è il male...
12. 1. Inoltre, dicono, in una strage così grande non si poté seppellire i cadaveri . Ma la fede sincera neanche di questo si preoccupa eccessivamente perché ricorda che le bestie divoratrici non impediranno che risorgano i corpi, di cui non andrà perduto neanche un capello . La Verità stessa non avrebbe detto: Non temete coloro che uccidono il corpo ma non possono uccidere l'anima , se nuocesse alla vita futura ciò che i nemici hanno deciso di fare dei corpi degli uccisi. A meno che un tizio sia tanto irragionevole da sostenere che coloro i quali uccidono il corpo non si devono temere che prima della morte uccidano il corpo, ma si devono temere che dopo la morte non lascino inumare il corpo ucciso. È falso allora, se hanno tanto potere da esercitare sui cadaveri, ciò che ha detto il Cristo: Essi uccidono il corpo ma dopo non possono fare altro . Ma è impossibile che sia falso ciò che la Verità ha detto. È stato detto appunto che fanno qualche cosa quando uccidono perché vi è sensibilità nel corpo da uccidere, ma poi non hanno che fare perché non vi è sensibilità nel corpo ucciso. La terra dunque non ha ricoperto molti corpi dei cristiani. Nessuno però ha posto fuori del cielo e della terra alcuno di loro, giacché li riempie con la presenza di sé colui che sa da che cosa risuscitare ciò che ha creato. Si dice nel salmo: Han posto i cadaveri dei tuoi servi come cibo agli uccelli del cielo e le carni dei tuoi santi alle belve della terra; hanno versato come acqua il loro sangue alla periferia di Gerusalemme e non vi era chi li seppellisse . Ma è stato detto più per evidenziare la crudeltà di coloro i quali compirono tali azioni che la mala sorte di coloro i quali le subirono. E sebbene agli occhi degli uomini questi fatti siano intollerabili e atroci, tuttavia preziosa alla presenza del Signore è la morte dei suoi santi . Pertanto tutte queste cose, e cioè la preparazione del funerale, l'allestimento della tomba, la parata del corteo funebre sono più una consolazione per i superstiti che aiuto per i trapassati . Se giovasse in qualche modo al miscredente una tomba lussuosa, nuocerebbe al credente una povera o inesistente. Una moltitudine di servi allestì al ricco coperto di porpora un solenne corteo funebre davanti agli uomini, ma ne offrì dinanzi a Dio uno molto più solenne al povero coperto di piaghe il servizio degli angeli che non lo depositarono in un mausoleo di marmo ma fra le braccia di Abramo .

...come mostra anche una certa tradizione pagana.
12. 2. Gli individui, contro cui abbiamo inteso di difendere la città di Dio, scherniscono questi pensieri. Ma anche i loro filosofi hanno disdegnato l'allestimento della tomba . E spesso non si preoccuparono dove rimanessero o di quali bestie divenissero cibo i soldati di tutto un esercito, quando morivano per la patria terrena. In proposito i poeti poterono dire a titolo d'encomio: È coperto dal cielo chi non ha un'urna . A più forte ragione non debbono motteggiare i cristiani a causa dei corpi non sepolti. Ad essi si promette una nuova forma della carne e delle singole membra che nell'attimo indivisibile di tempo dovrà essere restituita e rinnovata non solo dalla terra ma anche dalla più intima struttura degli altri elementi in cui sono tornati i cadaveri decomposti.

Gli onori funebri come opera di umanità.
13. Non per questo si devono abbandonare e trascurare i corpi dei morti, soprattutto dei giusti che avevano la fede, perché di essi l'anima razionale si è servita santamente come di strumenti e mezzi per tutte le opere buone. Se infatti la veste e l'anello di un padre o altro oggetto simile è tanto più caro ai figli quanto è maggiore l'affetto verso i genitori, per nessun motivo si deve trascurare il corpo che portiamo certamente in una più intima unione di qualsiasi vestito. Esso non concerne un ornamento o arnese che s'impiega fuori di noi ma la stessa natura umana. Per questo anche i funerali degli antichi giusti furono preparati con doveroso rispetto, celebrate le esequie, provveduta la tomba ed essi stessi, mentre ancor vivevano avevano dato disposizioni ai figli su la tumulazione ed anche il trasferimento del proprio corpo . Anche Tobia per dichiarazione di un angelo è elogiato per aver meritato presso Dio col seppellire i morti . Lo stesso Signore che doveva risorgere al terzo giorno elogia l'opera buona di una donna pietosa e la elogia come un fatto da ricordarsi perché ha versato un unguento prezioso sopra le sue membra e lo ha fatto per rispetto al suo corpo da seppellire . Nel Vangelo con lode si ricordano coloro che con diligente ossequio si presero cura di coprire e tumulare il suo corpo staccato dalla croce . Tuttavia questi testi biblici non sostengono che vi sia sensibilità nei cadaveri ma indicano, per affermare la fede nella risurrezione, che anche il corpo dei morti rientra nella provvidenza divina la quale dispone anche tali doveri di umanità. Se ne deduce salutarmente quale possa essere il merito delle elemosine che si danno per uomini che vivono e sentono, se davanti a Dio non è perduto neanche ciò che si dà di doverosa cura alle membra esanimi degli uomini. Vi sono anche altre indicazioni che i santi patriarchi diedero in relazione all'inumazione e trasferimento del proprio corpo e vollero far intendere che erano state dette per ispirazione profetica . Ma non è qui il luogo di trattarne a lungo. Basta ciò che è stato detto. Ed anche se le cose necessarie per la sopravvivenza, come vitto e vestiario, possono venire a mancare, sia pure con grave disagio, tuttavia non fiaccano nei buoni la virtù del pazientare e sopportare e non strappano dallo spirito la pietà ma la rendono più viva esercitandola. A più forte ragione dunque, quando mancano i mezzi che di solito si usano per preparare i funerali e tumulare i cadaveri, la mancanza non rende infelici individui già in pace nelle invisibili dimore degli spiriti credenti. E per questo se sono mancati i funerali ai cadaveri dei cristiani nel saccheggio della grande Roma e anche di altri paesi, non è né colpa dei vivi che non han potuto offrirli, né pena dei morti che non possono sentire tale mancanza.

Libertà nella schiavitù.
14. Ma, dicono, molti cristiani sono stati condotti in schiavitù. Sarebbe veramente una grande infelicità se son riusciti a condurli dove non han trovato il loro Dio. Nella sacra Scrittura ci sono parole di grande conforto anche per tale sciagura. Erano prigionieri i tre fanciulli, lo era Daniele, lo erano altri profeti . Ma non mancò loro Dio consolatore. Dunque non ha abbandonato i suoi fedeli posti sotto il dominio di un popolo che sebbene barbaro era di uomini, come non ha abbandonato un suo profeta nel ventre di una bestia . I nostri oppositori preferiscono dileggiare anziché ammettere questi fatti. Eppure ammettono dalla loro letteratura che Arione di Metimna, bravissimo citarista, gettato da una nave, fu accolto sul dorso di un delfino e trasportato a terra . Però l'episodio di Giona, dicono, è più incredibile. Certo che è più incredibile, perché più meraviglioso e più meraviglioso perché opera di un potere maggiore.

L'esempio di Attilio Regolo...
15. 1. Hanno tuttavia anche essi fra i loro uomini illustri un esempio insigne in relazione alla prigionia sopportata anche volontariamente per motivi religiosi. Marco Regolo, condottiero del popolo romano, fu prigioniero presso i Cartaginesi. Costoro stimavano più vantaggioso, che dai Romani fossero restituiti i propri prigionieri anziché tenere prigionieri i loro. Per conseguire l'intento mandarono a Roma con i propri ambasciatori proprio Regolo dopo averlo fatto giurare che sarebbe tornato a Cartagine se non avesse ottenuto ciò che volevano . Egli andò ma in senato sostenne la tesi contraria perché pensava che non c'era tornaconto per lo Stato romano scambiare i prigionieri. Dopo tale discorso dai concittadini non fu costretto a tornare dai nemici. Lo fece spontaneamente perché aveva giurato. Ed essi lo ammazzarono con un supplizio squisitamente atroce. Chiusolo in una stretta cassa di legno, in cui era costretto a stare in piedi, e piantati dei chiodi acuminati nella cassa perché non sì sorreggesse in alcuna parte senza sofferenze terribili, lo fecero morire anche privandolo del sonno. Giustamente dunque gli scrittori lodano una virtù superiore a una sorte tanto triste . Ed egli aveva giurato per gli dèi. Eppure i nostri accusatori ritengono che siano inflitte al genere umano queste calamità perché è stato proibito il loro culto. Ma se essi, che venivano onorati proprio per rendere prospera la vita, hanno voluto o permesso che fossero irrogate a Regolo che giurò il vero tali pene, che cosa più gravemente irati avrebbero fatto se avesse spergiurato? Ma piuttosto perché non dovrei risolvere io stesso il mio dilemma? Egli onorò gli dèi così da non rimanere in patria per fedeltà al giuramento e da non accettare neanche il dubbio di andare altrove e non tornare dai suoi spietati nemici. Se lo stimava vantaggioso per questa vita, dal fatto che ne conseguì una fine così orribile, senza dubbio sbagliava i suoi calcoli. Col suo esempio egli insegnò che gli dèi non aiutano affatto i propri cultori ai fini della felicità temporale, giacché egli fedele nel loro culto fu vinto e fatto prigioniero; e poiché non volle comportarsi diversamente da come aveva loro giurato, morì dopo esser stato torturato con un inaudito e veramente atroce genere di supplizio. Se poi il culto degli dèi procura come ricompensa la felicità dopo questa vita, perché insultano alla civiltà cristiana dicendo che a Roma è capitata quella sventura perché ha cessato di onorare i propri dèi? Anche onorandoli con grande zelo poteva avere la mala sorte che ebbe Regolo. Ma forse contro una verità tanto chiara si resiste con l'irragionevolezza di un accecamento che sbalordisce. Sosterrebbero appunto che tutta la città onorando gli dèi non poteva avere una triste sorte ma che un solo individuo lo poteva. Il potere degli dèi, cioè, sarebbe adatto a proteggere i molti anziché i singoli. Ma la moltitudine è composta di singoli.

...è per tutti un monito alla vera libertà.
15. 2. Se poi dicono che Marco Regolo, anche in prigionia e nelle sofferenze fisiche, poté sentirsi felice a causa di un valore spirituale, si cerchi allora questo valore ideale per cui anche la cittadinanza possa sentirsi felice. Non è vero infatti che da un oggetto è felice la città, da un altro l'individuo, giacché la città non è altro che una moltitudine unanime di individui. Per questo frattanto non metto in discussione quale valore fu in Regolo. Basta per adesso che siano costretti da questo altissimo esempio ad ammettere che gli dèi non si devono onorare per i beni fisici e per le cose che accadono all'uomo dal di fuori. Egli infatti preferì esser privo di tutte queste cose anziché offendere gli dèi, nel cui nome aveva giurato. Ma come dovremmo comportarci con individui che si vantano di avere un tale concittadino e poi temono di avere la città che gli rassomigli? E se non temono questo, ammettano che alla città che, come lui, onorava devotamente gli dèi è potuto accadere un fatto quale accadde a Regolo e non insultino alla civiltà cristiana. Ma la questione è sorta in relazione ai cristiani che furono fatti prigionieri. E allora coloro che da questo fatto oltraggiano con sfrontata sconsideratezza alla religione della vera salvezza, riflettano sul seguente motivo e stiano zitti. Non fu di disonore ai loro dèi che uno scrupoloso loro cultore, nel conservare la fedeltà loro dovuta, rimanesse privo della patria, poiché altra non ne aveva, ed essendo prigioniero fosse ucciso in casa dei nemici attraverso una morte prolungata con un supplizio d'inaudita crudeltà. A più forte ragione dunque non si deve accusare il nome cristiano per la prigionia dei suoi aderenti i quali, aspettando con fede veritiera la patria celeste, sanno di essere esuli anche se sono a casa loro .

La pudicizia non soccombe alla violenza.
16. Pensano anche di lanciare una pesante accusa contro i cristiani quando, per ingrandire gli aspetti dell'occupazione, aggiungono le violenze carnali commesse non solo contro donne sposate e fanciulle ma anche contro alcune persone consacrate. Qui non è in discussione la fede, la pietà e la virtù che si chiama castità. La nostra discussione si restringe per certi limiti fra pudore e ragione. E in proposito non ci preoccupiamo tanto di dare una risposta agli estranei, quanto una consolazione ai nostri. Sia dunque fermamente stabilito che la virtù morale dalla coscienza impera alle membra del corpo e che il corpo diviene santo per l'attitudine di un volere santo. Se il volere rimane stabilmente inflessibile, ogni azione che un altro compie mediante il corpo o nel corpo, se non si può evitare senza peccato proprio non è imputabile a chi la subisce. Ma nel corpo di un altro si può compiere un atto che produce non soltanto dolore ma anche piacere. Ogni atto di questa specie, sebbene non strappi via la pudicizia se conservata con animo irremovibile, tuttavia urta il pudore. Non si creda però che sia avvenuto anche con la volontà della mente ciò che forse non è potuto avvenire senza la voluttà della carne.

Il suicidio è sempre colpevole.
17. E perciò quale umano sentimento non si vorrebbe perdonare alle donne che si uccisero per non subire tale violenza? Però chiunque accusa quelle che non vollero uccidersi, per evitare col proprio atto l'altrui delitto, non può sfuggire all'accusa di stoltezza. Se infatti non è lecito per privato potere uccidere sia pure un colpevole poiché nessuna legge concede tale autorizzazione, certamente anche il suicida è omicida e tanto più colpevole quanto è più incolpevole nei confronti della motivazione per cui ha pensato di uccidersi. Noi condanniamo l'operato di Giuda e l'umana ragione giudica che con l'impiccarsi ha piuttosto accresciuto che espiato l'azione dello scellerato tradimento perché pentendosi a propria condanna col disperare la misericordia di Dio non si lasciò il momento propizio per il pentimento che salva. A più forte ragione dunque si deve astenere dall'uccidersi chi non ha nulla da punire in sé con tale esecuzione. Giuda uccidendosi uccise un delinquente e tuttavia pose termine alla vita rendendosi colpevole della propria morte perché lo era anche di quella di Cristo. Così a causa d'un suo delitto si è giustiziato con un altro delitto. Ma perché un individuo che non ha fatto nulla di male dovrebbe farsi del male e uccidendosi uccidere un innocente per non subire un colpevole e compiere su di sé un proprio peccato perché in lui non se ne compia quello di un altro?

La contaminazione e...
18. 1. Si teme, dicono, che contamini la lussuria dell'altro. Non contamina se è dell'altro, se invece contamina non è dell'altro. Ma la pudicizia è virtù dell'animo ed ha per compagna la fortezza, con cui essa sceglie di sopportare qualsiasi male anziché consentire al male, inoltre l'individuo di animo grande e pudico non ha in suo potere ciò che avviene nella sua carne ma soltanto ciò che accoglie o respinge con la ragione. Chi dunque con la medesima ragione, se è sana, potrebbe pensare che perde la pudicizia se eventualmente nel suo corpo ghermito e violentato si svolge e si compie un atto libidinoso non suo? Se la pudicizia si perde così, certamente la pudicizia non è virtù dell'animo, non appartiene ai beni morali, ma è considerata bene fisico, come il vigore, la bellezza, la salute ed altri se ve ne sono. E la diminuzione di questi beni non diminuisce affatto la rettitudine e l'onestà. Che se la pudicizia è un bene così fatto, a che scopo per non perderla, si resiste anche col pericolo del corpo? Se poi è un bene dell'animo, non si perde anche se il corpo subisce violenza. Che anzi quando il bene di una santa continenza non acconsente alla contaminazione dei desideri carnali, anche il corpo è reso santo. Perciò quando questo bene con inflessibile intenzione continua a non cedere, non si perde neanche la santità del corpo perché persevera la volontà nell'usarne bene e, per quanto da esso dipende, anche la disposizione.

...la pudicizia è nello spirito.
18. 2. Il corpo non è santo perché le sue membra sono integre o perché non è fatto oggetto di toccamenti. In diverse circostanze le membra possono subire violenza anche con ferite. I medici talora provvedendo alla salute compiono in esse degli interventi che lo sguardo rifugge dal vedere. Una ostetrica che esplora con la mano l'integrità di una ragazza, nel controllare, può rovinarla o per cattiveria o per incapacità o per fatalità. Non ritengo che si possa essere tanto insensati da sostenere che per la fanciulla si è perduto anche qualche cosa della santità del suo corpo, sebbene sia perduta la integrità di uno dei suoi membri. Pertanto se rimane l'intenzione dell'animo, per cui anche il corpo ha potuto esser reso santo, la violenza dell'atto libidinoso di un altro non toglie la santità al corpo stesso se la conserva la perseveranza della propria continenza. Se al contrario una donna, avendo depravato la propria coscienza e violata la promessa fatta a Dio, si reca dal proprio seduttore per esser deflorata, possiamo forse, mentre ancor vi si reca, considerarla santa anche nel corpo, se è perduta e distrutta la santità dello spirito, per cui anche il corpo è reso santo? Non sia mai questo errore. Riflettiamo anzi che non si perde la santità del corpo se rimane quella dello spirito, anche se il corpo è stato contaminato, come si perde anche la santità del corpo se è violata la santità dello spirito e il corpo è tuttora illibato. Quindi la donna sopraffatta violentemente e contaminata dal peccato di un altro senza suo consenso non ha nulla da punire in sé con una morte volontaria. A più forte ragione prima che avvenga, perché non si deve commettere un omicidio certo quando è ancora incerto se il delitto, sebbene di altri, sarà compiuto.

Lucrezia uccidendosi...
19. 1. Con questo evidente ragionamento noi affermiamo che anche se il corpo è contaminato, ma il proposito della volontà non muta per consenso al male, il peccato è soltanto di chi si è unito carnalmente con la violenza, non di colei che sopraffatta lo ha subito senza volere. Ma a questo ragionamento oseranno opporsi coloro contro di cui difendiamo la santità non solo della mente ma anche del corpo delle donne cristiane violentate durante l'occupazione di Roma? Essi veramente esaltano per grandi meriti di pudicizia Lucrezia nobile matrona e antica romana. Il figlio di re Tarquinio aveva posseduto con la violenza il suo corpo a scopo di lussuria. Ella indicò il misfatto del giovane dissoluto al marito Collatino e all'amico Bruto, uomini illustri e valorosi, e li indusse alla vendetta. Poi sopportando di malanimo lo sconcio commesso contro di lei si uccise . Che dire? Si deve giudicare adultera o casta? Chi pensa di affannarsi in una discussione simile? Un tale parlando con singolare verità sul fatto ha detto: Cosa meravigliosa, erano due e uno solo ha commesso adulterio . Espressione stupendamente vera. Notando infatti nell'unione carnale dei due corpi la vergognosa passione di uno e la casta volontà dell'altra e riflettendo su ciò che avveniva non nella unione dei corpi ma nella diversità degli animi, ha detto: Erano due e uno solo ha commesso adulterio.

...fu ingiusta contro se stessa...
19. 2. Ma che principio è questo per cui più severamente contro di lei è punito l'adulterio che lei non ha commesso? Il drudo è espulso dalla patria assieme al padre, ella subisce la pena più grave. Se non è impudicizia quella con cui lei riluttante viene violentata, non è giustizia quella con cui lei casta è punita. Mi rivolgo a voi, leggi e giudici romani. Proprio voi avete disposto che è reato uccidere dopo i delitti commessi un delinquente se non è stato condannato. Se dunque si portasse al vostro giudizio questo delitto e risultasse dalle prove che è stata uccisa una donna, non solo non condannata, ma casta e innocente, non colpireste con la dovuta severità chi avesse commesso il reato? Ma lo ha commesso Lucrezia, proprio quella Lucrezia così esaltata ha giustiziato Lucrezia casta, innocente, violentata. Pronunciate la sentenza. E se non potete perché non è presente chi possiate condannare per qual motivo esaltate con tanto encomio l'assassina di una donna innocente e onesta? Ma per nessun motivo la potete difendere presso i giudici d'oltretomba, che appaiono in certi canti dei vostri poeti, appunto perché è posta fra quelli che innocenti si diedero la morte e odiando la luce han gettato l'anima nella tenebra. E se ella desiderasse tornar quassù, la impedisce il destino e la trattiene la squallida palude dalle acque odiate 63. Ma forse non è lì dal momento che si è uccisa non perché innocente ma perché era consapevole della colpa? Se infatti, e questo poteva saperlo soltanto lei, travolta anche dalla propria passione, acconsentì al giovane che la prese con la violenza e per punire in sé il fatto si pentì al punto di pensare di espiarlo con la morte? Ma anche in questo caso non doveva uccidersi se poteva fare presso falsi dèi una salutare penitenza. Ma se è così ed è falso che erano in due e uno solo commise adulterio, ma entrambi commisero adulterio, lui con aggressione palese, lei con assenso nascosto, non si uccise innocente. Quindi si può dire dai letterati suoi difensori che nell'oltretomba non è fra quelli che innocenti si diedero la morte. Ma così il processo si restringe dall'uno e dall'altro canto. Se ha attenuanti l'omicidio, si ratifica l'adulterio; se ha scusanti l'adulterio, si aggrava l'omicidio e non si trova affatto la soluzione al dilemma: se ha consentito all'adulterio, perché è lodata? se era onesta, perché si è uccisa?

...seppure fu casta.
19. 3. Ma a noi nell'episodio tanto celebre di questa donna basta, per confutare coloro che, profani ad ogni concetto di santità, insultano alle donne cristiane violentate durante l'occupazione, ciò che a sua lode più alta è stato detto: Erano in due e uno solo commise adulterio. Dai letterati Lucrezia è stata considerata incapace di macchiarsi di un consentimento da adultera. Quindi il motivo per cui anche non adultera si uccise, e cioè perché non tollerò l'amante, non è amore dell'onestà ma debolezza della vergogna. Si vergognò appunto della dissolutezza dell'altro commessa in lei, sebbene senza di lei. Da donna romana, molto desiderosa di lode, temette si pensasse che ciò che aveva subito violentemente mentre viveva l'avrebbe subito volontariamente se rimaneva in vita. Pensò quindi di usare agli occhi degli uomini come testimone della propria disposizione interiore quella pena perché ad essi non poteva mostrare la propria coscienza. Si vergognò di essere ritenuta compartecipe al fatto se avesse sopportato remissivamente ciò che l'altro aveva compiuto in lei disonestamente. Così non si sono comportate le donne cristiane. Pur avendo subito il medesimo affronto continuano a vivere e non hanno punito in sé il delitto di un altro. Così non hanno aggiunto un proprio delitto a quello d'altri, giacché se i nemici avevano commesso violenza per lussuria, esse avrebbero commesso omicidio per vergogna. Hanno infatti nell'interiorità la testimonianza della coscienza come ornamento della castità. Agli occhi di Dio poi, hanno, e non chiedono altro, poiché non hanno altro per comportarsi onestamente, di non deviare dall'autorità della legge divina, evitando con una colpa il disfavore del sospetto umano.

Il suicidio è omicidio.
20. E a ragione in nessuna parte dei sacri libri canonici si può trovare che ci sia stato ordinato o permesso di ucciderci per raggiungere l'immortalità ovvero per evitare o liberarsi dal male. Al contrario si deve intendere che ci è stato proibito in quel passo in cui la Legge dice: Non uccidere. Da sottolineare che non aggiunge "il tuo prossimo", come quando proibisce la falsa testimonianza: Non fare falsa testimonianza contro il tuo prossimo 64. Tuttavia se qualcuno testimoniasse il falso contro se stesso, non si può reputare immune da questo reato, perché chi ama ha ricevuto da se stesso la misura dell'amore al prossimo. È stato detto appunto: Amerai il prossimo tuo come te stesso 65. Dunque non è meno reo di falsa testimonianza chi testimonia il falso di se stesso che se lo facesse contro il prossimo, sebbene nel comandamento con cui si proibisce la falsa testimonianza, è proibita contro il prossimo e a chi non interpreta rettamente potrebbe sembrare che non è proibito presentarsi come falso testimonio contro se stesso. A più forte ragione dunque si deve intendere che non è lecito uccidersi, giacché nel precetto Non uccidere, senza alcuna aggiunta, nessuno, neanche l'individuo cui si dà il comandamento, si deve intendere escluso. Da ciò alcuni tentano di estendere il comandamento anche alle bestie selvatiche e domestiche, sicché non sarebbe lecito ucciderne alcuna 66. Perché dunque non anche alle erbe e a tutti i vegetali che si alimentano attaccandosi al suolo con le radici? Anche questi esseri, sebbene non abbiano sensazione, si considerano viventi e quindi possono anche morire e di conseguenza anche essere ammazzati, se si usa violenza contro di loro. Per questo anche l'Apostolo, parlando dei loro semi, ha detto: Ciò che tu semini non prende vita se non muore 67; e nel salmo è stato scritto: Uccise le loro viti con la grandine 68. Ma non per questo, quando si ode dire Non uccidere, si deve intendere che è proibito spezzare un ramoscello e prestar fede stupidamente all'errore dei manichei. Lasciamo perdere queste teorie deliranti. E quando si legge Non uccidere, non si deve intendere che sia stato detto degli alberi da frutto, perché non hanno senso, né degli animali irragionevoli che volano, nuotano, camminano, strisciano perché non sono congiunti a noi dalla ragione. Non è stato dato loro di averla in comune con noi. E per questo con giustissimo ordinamento del Creatore la loro vita e morte è stata subordinata alla nostra utilità. Rimane dunque che s'intenda dell'uomo il detto Non uccidere, quindi né un altro né te. Chi uccide se stesso infatti uccide un uomo.

Si considerano alcuni casi.
21. Lo stesso magistero divino ha fatto delle eccezioni alla legge di non uccidere. Si eccettuano appunto casi d'individui che Dio ordina di uccidere sia per legge costituita o per espresso comando rivolto temporaneamente a una persona. Non uccide dunque chi deve la prestazione al magistrato. È come la spada che è strumento di chi la usa. Quindi non trasgrediscono affatto il comandamento con cui è stato ingiunto di non uccidere coloro che han fatto la guerra per comando di Dio ovvero, rappresentando la forza del pubblico potere, secondo le sue leggi, cioè a norma di un ordinamento della giusta ragione, han punito i delinquenti con la morte. Così Abramo non solo non ha avuto la taccia di crudeltà ma è stato anche lodato per la pietà perché decise di uccidere il figlio non per delinquenza ma per obbedienza 69. E a buona ragione si discute se si deve considerare come comando di Dio il caso per cui Iefte sacrificò la figlia che gli andò incontro, giacché aveva fatto voto di immolare a Dio l'essere che per primo gli fosse andato incontro dopo la vittoria 70. Non altrimenti è scusato Sansone per il fatto che si fece schiacciare assieme ai nemici nel crollo della casa 71, giacché una ispirazione divina, che per suo mezzo compiva prodigi, glielo aveva comandato interiormente. Eccettuati dunque questi casi, in cui una giusta legge in generale o in particolare Dio, sorgente stessa della giustizia, comandano di uccidere, è responsabile del reato di omicidio chi uccide se stesso o un altro individuo.

Anche il suicidio per grandezza d'animo...
22. 1. Coloro che si sono uccisi, se forse sono da ammirare per grandezza d'animo, non sono da lodare per rettitudine di giudizio. E se si esamina attentamente la ragione, non si dovrà considerare neanche grandezza d'animo se qualcuno si uccide perché non è capace di sopportare le varie difficoltà o i peccati altrui. Piuttosto si giudica come carattere debole quello che non può tollerare la difficile soggezione della propria sensibilità o la stolta opinione del volgo. Si deve considerare animo più nobile quello che riesce a tollerare piuttosto che a fuggire la vita di stento e a disprezzare alla chiara luce della coscienza il giudizio degli uomini e soprattutto della massa che il più delle volte è avvolto nella foschia dell'errore. E per questo se si deve ritenere un atto di coraggio quando un uomo si dà la morte, si riscontra che ebbe questa grandezza d'animo piuttosto Teombroto 72. Dicono che letto il libro di Platone, in cui questi ha disputato dell'immortalità dell'anima, si gettò da un muro e così da questa vita andò a quella che reputava migliore. Non lo sovrastava nessun caso vero o falso di sventura o di diceria tale che, non potendolo sopportare, si dovesse uccidere. A scegliere la morte e spezzare i dolci legami alla vita gli bastò la sola grandezza d'animo. Tuttavia lo stesso Platone, che aveva letto, poteva insegnargli che fu un gesto più di coraggio che di onestà 73. Questi infatti l'avrebbe fatto certamente per singolare preferenza e anche comandato, se in base all'idea che ebbe dell'immortalità dell'anima non avesse giudicato che non si deve fare, anzi che si deve proibire.

...non è accettabile dal cristiano.
22. 2. [23.] Ma, dicono, molti si sono uccisi per non cadere in mano dei nemici. Adesso non stiamo discutendo se è avvenuto ma se doveva avvenire. La retta ragione si deve anteporre anche agli esempi. Con essa possono concordare anche gli esempi, ma quelli che sono tanto più degni di imitazione quanto più segnalati per religiosità. Non l'han fatto i patriarchi, non i profeti, non gli Apostoli. Lo stesso Cristo Signore, quando consigliò quest'ultimi, se soffrivano persecuzione, di fuggire di città in città 74, poteva consigliarli di uccidersi per non cadere in mano dei persecutori. E se egli non ha né comandato né consigliato che uscissero in questo modo dalla vita i suoi, ai quali, una volta usciti, aveva promesso di preparare una dimora nell'eternità 75, qualunque sia l'esempio che propongono i pagani i quali non conoscono Dio, è chiaro che non è lecito seguirlo da coloro che adorano l'unico vero Dio.

Non probante l'esempio di Catone l'Uticense.
23. Ma anche essi, dopo Lucrezia sulla quale ho sufficientemente espresso la mia opinione, non trovano tanto facilmente qualcuno, sulla cui autorevolezza appoggiarsi, se non il famoso Catone che si uccise a Utica 76. Certamente non è il solo ad averlo fatto, ma siccome era stimato uomo dotto e onesto, a ragione si potrebbe ritenere che onestamente si sia potuto o si possa fare ciò che ha fatto. Ma che dovrei dire del suo gesto? Dico principalmente che i suoi amici, anche essi dotti, che più saggiamente lo sconsigliavano dal farlo, giudicarono il gesto più d'un uomo debole che forte perché in esso si rilevò non l'onestà che evita il disonore ma la debolezza che non regge all'avversità. Lo indicò Catone stesso nei confronti del suo figlio carissimo. Se era disonorevole vivere dopo la vittoria di Cesare, per qual motivo consigliò al figlio tale disonore giacché gli ordinò di affidarsi in tutto alla clemenza di Cesare 77? Perché non lo indusse a morire con sé? Se Torquato, meritandosi lode, uccise il figlio, pur vincitore, che contro l'ordine aveva combattuto i nemici 78, perché Catone vinto risparmiò il figlio vinto se non risparmiò se stesso?. Oppure era più disonorevole esser vincitore contro il comando che tollerare contro l'onore un vincitore? Dunque non ha affatto giudicato che fosse disonorevole vivere dopo la vittoria di Cesare. Altrimenti con la propria spada avrebbe liberato il figlio da questo disonore. Che dire allora? Ma che egli, quanto amò il figlio che desiderò e volle fosse risparmiato da Cesare, tanto invidiò la gloria dello stesso Cesare, o per parlare con maggiore indulgenza, si vergognò di essere perdonato da lui, come si racconta che Cesare stesso ebbe a dire 79.

Regolo superiore a Catone.
24. Questi nostri oppositori non vogliono che reputiamo migliori di Catone il santo uomo Giobbe, che preferì sopportare nel suo corpo mali tanto atroci anziché, dandosi la morte, liberarsi da tutte le sofferenze, o altri santi che, secondo la nostra letteratura, la più illustre per sicura autorevolezza e la più degna di fede, preferirono la schiavitù sotto il dominio dei nemici anziché darsi la morte. Comunque stando alla loro letteratura preferirei a Marco Catone il già ricordato Marco Regolo. Catone infatti non aveva mai vinto Cesare e vinto sdegnò di sottomettersi a lui e scelse di uccidersi per non sottomettersi. Regolo invece aveva già vinto i Cartaginesi e da condottiero romano e con il comando di Roma non aveva riportato una biasimevole vittoria contro i concittadini ma una encomiabile vittoria sui nemici. Ma in seguito vinto da loro preferì tollerarli nella schiavitù anziché sottrarsi ad essi con la morte. Conservò quindi la sopportazione in balia dei Cartaginesi e la costanza nell'amore ai Romani perché non sottrasse dai nemici il corpo vinto e dai concittadini lo spirito invitto. E che non volle uccidersi non lo fece per amore di questa vita. Lo provò quando, a causa della promessa con giuramento, senza alcuna indecisione se ne tornò dagli stessi nemici che aveva danneggiato più con le parole in senato che con le armi in guerra. Pertanto un così eroico sprezzatore della vita, per il fatto che preferì farla stroncare attraverso varie pene da crudeli nemici anziché uccidersi, senza dubbio ha insegnato che il suicidio è un grande delitto. Tra tutti i loro uomini degni di lode e illustri per pregi di dignità umana i Romani non ne presentano uno più grande perché la fortuna non l'ha traviato, in quanto dopo una vittoria così splendida rimase molto povero 80, e la sfortuna non l'ha spezzato, in quanto seppe tornare intrepido verso torture così gravi. Dunque uomini molto coraggiosi e difensori eccellenti della patria terrena, cultori non bugiardi di dèi bugiardi ai quali anzi prestavano un veritiero giuramento, potevano uccidere secondo l'usanza della guerra i nemici vinti, ma vinti dai nemici non vollero uccidersi e non temendo affatto la morte preferirono che gliela infliggessero i nemici anziché procurarsela da sé. A più forte ragione quindi i cristiani, che adorano il vero Dio e sperano ardentemente la patria del cielo, si dovranno astenere da questo delitto se una disposizione divina, o per provarli o per correggerli, li rendesse schiavi per qualche tempo dei nemici. Ma colui che, tanto alto, è venuto per loro a tanta bassezza non li abbandona a questa bassezza, soprattutto perché i diritti dell'autorità militare e dello stesso esercito non li obbligano a uccidere il nemico vinto. Perché dunque dovrebbe insinuarsi un pregiudizio così malvagio che un individuo si debba uccidere o perché un nemico ha peccato o affinché non pecchi contro di lui, se egli non ardisce uccidere lo stesso nemico che ha peccato o peccherà?

Il timore del peccato non deve indurre al suicidio.
25. Ma si deve temere ed evitare che il corpo sottoposto all'atto lussurioso adeschi la coscienza, con un piacere molto eccitante, ad acconsentire al peccato. Dunque, affermano, ci si deve uccidere non a causa dell'altrui peccato ma del proprio prima di commetterlo. Ma la coscienza, la quale fosse più sottomessa a Dio e alla sua sapienza che al corpo e alla sua concupiscenza, non giungerà al punto da acconsentire alla passione della propria carne accesa dalla passione altrui. Tuttavia se è azione detestabile e delitto abominevole anche uccidersi, come dichiara l'evidente verità, non si può essere tanto insensati da dire: "Pecchiamo adesso per non peccare eventualmente dopo; adesso commettiamo un omicidio per non cadere dopo eventualmente in adulterio". E se la disonestà è determinante al punto che non si scelga l'integrità ma il peccato, non è preferibile un adulterio incerto del futuro che un omicidio certo del presente? Non è preferibile commettere una colpa che si espia col pentimento, anziché un delitto così grande, dopo il quale non si lascia il tempo a un salutare pentimento? Ho detto queste cose per quelli o quelle che per evitare non l'altrui ma un proprio peccato e non consentire eventualmente alla propria passione provocata dall'altrui passione reputano di doversi infliggere una violenza tale da morirne. Del resto non avvenga nella coscienza del cristiano che confida nel suo Dio e, posta la fiducia in lui, è sicuro nel suo aiuto, non avvenga, dico, che tale coscienza per qualsiasi diletto carnale ceda all'accettazione dell'atto disonesto. La passione ribelle che sussiste ancora in un corpo moribondo ha il suo movimento quasi per una propria legge indipendentemente dalla legge del nostro volere. A più forte ragione dunque è senza colpa nel corpo di chi non consente, se senza colpa può essere nel corpo di chi dorme.

Violenza e obbedienza a Dio e alle leggi.
26. Ma, dicono, alcune sante donne nel tempo della persecuzione, per sfuggire a coloro che insidiavano la loro pudicizia si sono gettate nel fiume che travolgendole le uccise, con quell'atto morirono e il loro martirio è ricordato con grande venerazione nella Chiesa cattolica. Non oso giudicare arbitrariamente questi fatti. Non so se un'autorità divina, sulla base di testimonianze degne di fede 81, ha indotto la Chiesa a onorare così la loro memoria. Può anche essere che sia così. E se l'hanno fatto non perché umanamente ingannate ma perché ispirate, non per errore, ma per obbedienza? Di Sansone, ad esempio, non è lecito credere diversamente. Dio comanda e fa conoscere il suo comando senza possibilità di equivoco. E allora chi potrebbe reputare reato l'obbedienza, chi potrebbe chiamare in causa l'ossequio della pietà? Ma non per questo non commette delitto chi abbia deciso di sacrificare a Dio il proprio figlio con la giustificazione che Abramo l'avrebbe fatto meritandosi perfino lode. Anche il soldato, quando obbedendo all'autorità sotto la quale è legittimamente costituito, uccide un individuo, non è reo di omicidio in base a qualche legge della sua città. Anzi se non lo facesse, è reo di insubordinazione e di disprezzo all'autorità. Che se lo fa di propria arbitraria autorità, incorrerebbe nel reato di spargimento di sangue umano. Dunque per lo stesso motivo per cui è punito se lo ha fatto senza comando, sarà punito se non lo farà dopo il comando. Che se è così per comando di un'autorità, a più forte ragione lo è per comando di Dio. Chi dunque sa che non è lecito uccidersi, lo faccia pure se lo ha comandato uno di cui non è lecito trasgredire il comando. Accerti soltanto che il comando divino non manchi di autenticità. Noi ci rapportiamo alla coscienza mediante la parola, non possiamo arrogarci il giudizio dei pensieri nascosti. Nessuno sa ciò che avviene nell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui 82. Ma diciamo, affermiamo e dichiariamo in tutti i sensi che non ci si deve infliggere la morte volontaria col pretesto di sfuggire le sofferenze nel tempo perché si incorrerebbe in quelle eterne, o a causa del peccato di un altro perché si commette un proprio gravissimo peccato mentre l'altrui non contaminava, o a causa dei propri peccati passati giacché proprio per essi si ha maggior bisogno di questa vita allo scopo di riscattarli con la penitenza, o col pretesto del desiderio di una vita migliore che si spera dopo la morte perché la vita migliore non accoglie dopo la morte i responsabili della propria morte.

Ineliminabile l'amore alla vita.
27. Avevo cominciato a parlare di un'altra ragione per cui si ritiene vantaggioso uccidersi, cioè per non cadere in peccato se il piacere lusinga o il dolore opprime. Se si dovesse accettare questa ragione, essa si applicherebbe al punto da dover consigliare gli individui di uccidersi preferibilmente quando, mondati col lavacro della santa rigenerazione, hanno ottenuto il perdono di tutti i peccati. Allora, quando sono stati rimessi tutti i peccati passati, è il momento di sfuggire a tutti i peccati futuri. E se questo vantaggio si ottiene onestamente con la morte volontaria, perché non si ottiene preferibilmente allora? Perché il battezzato si risparmia? Perché espone ancora la propria persona ormai libera a tutti i pericoli di questa vita? Sarebbe nel suo immediato potere col darsi la morte evitarli tutti, giacché è stato scritto: Chi ama il pericolo, cadrà in esso 83. Perché dunque si amano tanti e sì grandi pericoli o per lo meno, anche se non si amano, si accettano finché si rimane in questa vita, se è lecito andarsene? O forse una strana bizzarria sconvolge il cuore e lo allontana dal considerare la verità? Ci si dovrebbe uccidere per non cadere in peccato a causa del capriccio di un solo padrone e poi si decide che si deve vivere per sopportare il mondo pieno, a tutte le ore, di tentazioni, di quelle che si temono se si è in balia di un solo padrone e di altre innumerevoli, senza di cui questa vita non si tira avanti. Per qual motivo dunque perdiamo il tempo nei consigli con cui, parlando ai battezzati, procuriamo di infervorarli sia alla integrità verginale sia alla continenza vedovile sia alla fedeltà del vincolo coniugale 84, se abbiamo delle scorciatoie migliori e lontane da tutti i pericoli di peccare? Se potessimo convincere tutti costoro subito dopo la remissione dei peccati di affrontare la morte infliggendosela, li spediremmo più sani e puri al Signore. Ma se qualcuno pensa di tentare e persuadere simile cosa, non dico che è un insensato, ma un pazzo. Con quale faccia dice a un individuo: "Ammazzati per non aggiungere ai tuoi peccati leggeri uno più grave, giacché vivi sotto un padrone dissoluto per barbari costumi"? Con grande disonestà viene a dire proprio questo: "Ammazzati ora che ti son rimessi tutti i peccati per non commetterne altri eguali o anche peggiori, giacché vivi in un mondo dissoluto per tanti piaceri disonesti, forsennato per tante indicibili crudeltà, nemico per tanti errori e paure". Poiché è nefandezza dirlo, è certamente nefandezza uccidersi. Se infatti ci fosse una causa giusta per farlo deliberatamente, senza dubbio non ve ne sarebbe una più giusta. Ma poiché questa non lo è, non ve n'è alcuna.

La violenza subita è stimolo all'umanità...
28. 1. Quindi, o fedeli di Cristo, non sia di disgusto per voi la vostra vita perché la vostra castità è stata di ludibrio per i nemici. Avete un grande e vero conforto se conservate la coscienza tranquilla per non avere acconsentito al peccato di coloro, ai quali fu concesso di peccare contro di voi. E se eventualmente vi chiedete perché fu loro concesso, sublime è la provvidenza del creatore e ordinatore del mondo, i suoi giudizi non si possono conoscere e le sue vie non si possono scorgere 85. Interrogate tuttavia con sincerità la vostra anima se per caso vi siate insuperbite eccessivamente del bene della vostra integrità e continenza o pudicizia e, compiaciute delle lodi degli uomini, abbiate invidiato anche in questo bene le altre. Non imputo ciò che ignoro e non posso ascoltare ciò che il vostro cuore interrogato vi risponde. Tuttavia se vi rispondesse in quel senso, non vi meravigliate che abbiate perduto ciò per cui desideravate di piacere agli uomini e che vi sia rimasto ciò che non si può ostentare agli occhi degli uomini. Se non avete acconsentito a chi peccava con voi, alla grazia divina affinché non fosse perduta si è aggiunto l'aiuto divino, alla gloria umana perché non fosse amata è subentrato l'umano disonore. Consolatevi per l'uno e l'altro aspetto, o anime deboli, da una parte provate dall'altra castigate, da una parte trovate innocenti dall'altra colpevoli. Il cuore di altre invece, se interrogato, potrebbe rispondere che non si sono inorgoglite del bene della verginità o della vedovanza o della fedeltà coniugale, ma nella comprensione verso donne di più bassa condizione hanno esultato del dono di Dio nel timore 86, non hanno invidiato ad alcuna il prestigio di eguale santità e castità. Anzi non considerando la lode umana che di solito è accordata tanto più ampiamente quanto è più raro il bene che merita lode, hanno desiderato piuttosto che fosse maggiore il loro numero anziché distinguersi maggiormente in poche. Anche quelle che sono così, se la dissolutezza dei barbari ne ha violentata alcuna, sappiano spiegarsi come il fatto è stato permesso, non pensino che Dio trascuri queste cose perché permette ciò che non si commette senza colpa. Infatti certi pesi, per dir così, di malvagie passioni sono lasciati cadere per un attuale occulto giudizio divino e sono riservati a un giudizio ultimo palese. Forse costoro che sono consapevoli di non avere avuto il cuore superbo per il dono della castità e tuttavia hanno subito violenza carnale, avevano qualche debolezza nascosta che poteva levarsi in orgoglio se fossero sfuggite all'umiliazione durante l'occupazione. Come dunque alcuni sono stati tolti con la morte perché il male non corrompesse la loro intelligenza 87, così un qualche cosa è stato tolto ad esse con la violenza perché la buona sorte non corrompesse la loro moderazione. Dunque alle une e alle altre, a quelle che erano già orgogliose del proprio corpo perché non aveva subito contatto disonesto di uomo e a quelle che forse potevano insuperbire se neanche dalla violenza dei nemici fosse stato toccato, è stata inculcata l'umiltà, non tolta la castità. L'orgoglio delle prime è stato affrontato perché era dentro, a quello delle altre si è andato incontro perché stava per entrare.

...e alla riflessione.
28. 2. Inoltre non si deve passar sotto silenzio questa considerazione. Alcune delle donne violentate potevano ritenere che il bene della continenza è da annoverarsi fra i beni corporali, che rimane soltanto se il corpo non è contaminato da lussuria, che la santità del corpo e dello spirito non consiste nella forza della volontà aiutata da Dio e che non è un bene che si può togliere anche se lo spirito non vuole. In tal caso questo loro errore è forse scomparso. Quando riflettono infatti sulla coscienza con cui hanno prestato servizio a Dio e per fede incrollabile non pensano di lui che possa in alcun modo abbandonare coloro che prestano tale servizio e lo invocano e non possono dubitare in quale pregio egli tiene la castità, comprendono ciò che ne consegue. Egli infatti non avrebbe permesso che quei fatti accadessero ai suoi santi, se in quel modo poteva esser perduta la santità che ha dato loro e che ama in loro.

Dio e la sua città esule nella terrenità.
29. Dunque tutta la servitù del sommo e vero Dio ha il suo conforto non menzognero e non fondato sulla speranza di cose incerte o caduche; ha anche la stessa vita terrena che non si deve affatto avere in uggia perché in essa la servitù stessa è educata alla vita eterna. Come esule inoltre usa senza rendersene schiava dei beni terreni ed è o provata o purificata dai mali. Ma alcuni insultano la sua moralità e le dicono, quando eventualmente incorre in determinate sciagure temporali: Dov'è il tuo Dio? 88. Dicano loro piuttosto dove sono i loro dèi quando subiscono tali sventure giacché li onorano e si affaticano a farli onorare proprio per evitarle. Essa può rispondere: "Il mio Dio è presente in ogni luogo, tutto in ogni luogo, non limitato nello spazio perché può esser presente senza rivelarsi, assente senza muoversi. Quando mi sprona con le avversità, o soppesa i meriti o punisce i peccati e mi riserva una ricompensa eterna in cambio dei mali temporali religiosamente sopportati. Ma voi chi siete ché si debba parlar con voi per lo meno dei vostri dèi e tanto meno del mio Dio? Egli infatti è terribile su tutti gli dèi perché tutti gli dèi dei pagani sono demoni, il Signore invece ha creato i cieli 89".

I mali dell'eccessivo benessere e potere.
30. Se vivesse il celebre Scipione Nasica, già vostro pontefice, che sotto la paura della guerra punica il senato, giacché si richiedeva un'ottima persona, elesse all'unanimità per accogliere gli dèi della Frigia 90 e che voi non ardireste di guardare in faccia, egli vi frenerebbe da questa vostra sfrontatezza. Perché afflitti dalle avversità vi lamentate della civiltà cristiana? Soltanto perché volete mantenere la vostra dissolutezza e andare alla deriva con costumi pervertiti senza sentire l'asprezza delle difficoltà. Infatti non desiderate avere la pace e abbondare di ricchezze per usar rettamente di questi beni, cioè con moderazione, sobrietà, temperanza e religiosità ma per procurarvi una varietà illimitata di piaceri con sperperi pazzeschi e per far sorgere con la prosperità quei mali nel costume che sono peggiori della crudeltà dei nemici. Ma Scipione, vostro pontefice massimo, quella persona ottima per giudizio di tutto il senato, temendo per voi questa sventura, non voleva che fosse distrutta Cartagine, allora emula della dominazione romana, e si opponeva a Catone il quale sosteneva che doveva essere distrutta 91. Scipione temeva che la sicurezza fosse nemica di animi deboli e pensava che la paura è indispensabile come idoneo tutore di cittadini, per dir così, minorenni. E non s'ingannava. I fatti provarono che aveva ragione. Cartagine fu distrutta, cioè fu allontanata e dissolta la grande paura dello Stato romano. E immediatamente seguirono mali molto gravi originati dal benessere. Infatti fu gravemente lacerata la concordia dapprima a causa di crudeli e sanguinose sedizioni, e subito dopo, data la congiuntura d'infauste circostanze, a causa anche di guerre civili furono compiute grandi stragi, fu versato molto sangue e si accese una sfrenata crudeltà per la cupidigia di confische e rapine. Così quei Romani che a causa di una vita più morale temevano mali dai nemici, essendo venuta a mancare la moralità pubblica, ne dovettero subire più crudeli dai concittadini. E la passione del dominio, che fra i tanti vizi del genere umano si era manifestata più mite nell'intero popolo romano, avendo trionfato in pochi più potenti, domò col giogo della schiavitù anche gli altri dopo averli messi a terra senza più forze.

Volontà di potere e immoralità.
31. E come poteva quietarsi in animi tanto superbi finché con cariche perpetue non fosse giunta al potere monarchico? Ma non si darebbe l'accesso a cariche perpetue se l'ambizione non prevalesse. E l'ambizione può prevalere soltanto in un popolo corrotto dall'amore alle ricchezze e al piacere. E il popolo fu reso dall'eccessivo benessere amante delle ricchezze e del piacere. Per questo Nasica con molta saggezza riteneva che l'eccessivo benessere si dovesse evitare, giacché non voleva che la città nemica più grande, forte e ricca fosse distrutta. Così la passione era inibita dal timore, la passione inibita non portava all'amore del piacere e frenato l'amore al piacere, neanche l'amore alle ricchezze infierisse. Con l'impedir questi vizi sarebbe nata e cresciuta una virtù vantaggiosa per lo Stato e sarebbe rimasta la libertà corrispondente a quella virtù. Da questo fatto anche e da un prudente amor di patria derivò che il sopra ricordato vostro sommo pontefice, eletto, è opportuno ripeterlo, dal senato di quel tempo con votazione unanime alla più alta carica, trattenne il senato, che aveva deciso di costruire la gradinata del teatro, da questo provvedimento e dalla speculazione. Con autorevole discorso li indusse a non tollerare che la depravazione greca s'insinuasse nella virile moralità della patria e si consentisse alla frivolezza straniera di scuotere e svigorire il valore romano. Ebbe tanta influenza con la sua autorità che il consiglio senatoriale, mosso dalle sue parole, proibì perfino che in seguito si disponessero i sedili che, ammucchiati per l'occasione, la cittadinanza aveva già cominciato ad usare per lo spettacolo 92. Con quale ardore egli avrebbe eliminato da Roma perfino le rappresentazioni teatrali, se avesse ardito resistere all'autorità di quelli che riconosceva come dèi, di cui non pensava che fossero demoni malefici o, se lo pensava, riteneva che si dovessero piuttosto placare che disprezzare. Infatti non era stata ancora rivelata ai pagani l'altissima dottrina che purificando il cuore con la fede volgesse l'umano sentimento mediante la pietà terrena a raggiungere le cose celesti e anche sopracelesti e lo liberasse dal dominio di demoni superbi.

Gli dèi vogliono gli spettacoli.
32. Comunque sappiate voi che non lo sapete e riflettete voi che fingete di non sapere e mormorate contro il liberatore da tali padroni. Le rappresentazioni teatrali, gli spettacoli immorali e la frivola licenza sono stati istituiti a Roma non dai vizi degli uomini ma per comando dei vostri dèi. Sarebbe più tollerabile se tributaste onori divini a Scipione che venerare simili dèi. Essi non erano migliori del proprio pontefice. Ed ora, se la vostra intelligenza ubriaca di errori per tanto tempo tracannati vi consente di pensare qualche cosa di sobrio, riflettete. Gli dèi, per sedare il contagio fisico, ordinavano che fossero loro apprestate delle rappresentazioni teatrali 93; il vostro pontefice, per evitare il contagio spirituale, proibiva che fosse costruito il teatro stesso. Se per un residuo di luce mentale ritenete lo spirito superiore al corpo, scegliete chi dovreste venerare. E il contagio non cessò perché in un popolo dedito alla guerra e abituato soltanto agli spettacoli del circo si insinuò la raffinata pazzia degli spettacoli del teatro, ma l'astuzia degli spiriti innominabili, prevedendo che il contagio sarebbe cessato a tempo dovuto, si preoccupò, approfittando della circostanza, di cagionarne non nei corpi ma nei costumi uno molto più grave, di cui particolarmente si compiace. Esso ha accecato la coscienza dei poveretti con tenebre tanto grandi e li ha bruttati di tanto obbrobrio che anche adesso (e forse sarà incredibile se si saprà dai posteri), dopo il saccheggio di Roma, coloro che furono posseduti da tale contagio e poterono fuggendo di lì arrivare a Cartagine, tutti i giorni hanno gareggiato nel far tifo per gli attori nei teatri.

La sventura non corregge i Romani.
33. O menti prive di mente! Questo è non un errore ma una grande pazzia. Mentre, come abbiamo saputo, i popoli di Oriente piangevano la vostra rovina e grandissime città nei più lontani paesi facevano pubblico lutto di compianto, voi cercavate, entravate e riempivate i teatri e facevate cose molto più insensate di prima. Il vostro grande Scipione temeva per voi proprio questo ignominioso contagio delle coscienze, questa rovina della moralità e dell'onestà, quando proibiva la costruzione dei teatri, quando si accorgeva che potevate facilmente essere rovinati dalla prosperità, quando non voleva che foste sicuri dalla paura del nemico. Pensava che non fosse prospero quello Stato in cui le mura rimangono, i costumi crollano. Ma su di voi hanno avuto più influsso ciò che gli empi demoni hanno insinuato di quel che gli individui saggi hanno auspicato. Da ciò dipende che non volete essere incolpati dei mali da voi commessi e incolpate la civiltà cristiana dei mali che subite. Nel vostro benessere voi non cercate lo Stato in pace ma la dissolutezza senza punizione, giacché corrotti nella prosperità non siete riusciti a correggervi nell'avversità. Voleva il grande Scipione che foste impauriti dal nemico perché non vi perdeste nella dissolutezza ma voi, calpestati dal nemico, non avete represso la dissolutezza, avete perduto l'utilità della sventura, siete diventati estremamente infelici e siete rimasti pessimi.

Scampo inusitato nella strage.
34. Tuttavia è dono di Dio che siate ancora in vita. Egli vi ammonisce col perdonarvi affinché vi correggiate col pentirvi e vi ha concesso anche, sebbene ingrati, di sfuggire alle schiere nemiche o perché ritenuti suoi servi o perché rifugiati nelle chiese dei suoi martiri. Si tramanda che Romolo e Remo avessero stabilito un luogo inviolabile. Chi vi si rifugiava era ritenuto immune da reato 94. Cercavano così di aumentare il numero degli abitanti della città da costruire. Fu anticipato un esempio meraviglioso in onore del Cristo. I saccheggiatori di Roma hanno deciso la stessa cosa che avevano deciso prima i suoi fondatori. E che c'è di straordinario se i fondatori per accrescere il piccolo numero dei propri concittadini fecero ciò che hanno fatto i saccheggiatori per conservare il gran numero dei propri nemici?

Commischianza delle due città.
35. La redenta famiglia di Cristo Signore e l'esule città di Cristo Re adduca contro i propri nemici questi argomenti e, se lo potrà, altri in maggior numero e più convenienti. Ricordi però che anche fra i nemici sono nascosti dei futuri concittadini. Non ritenga anche con loro che sia privo di risultato il fatto che, prima di giungere a loro come compagni nella fede, li deve sopportare come avversari. Allo stesso modo sono del loro numero coloro che la città di Dio accoglie in sé, finché è esule in questo mondo, perché uniti nella partecipazione ai sacramenti ma che non saranno con lei nell'eterna eredità dei santi. Di essi alcuni sono celati, altri manifesti. E questi ultimi non si fanno scrupolo di mormorare assieme ai nemici contro Dio, di cui hanno in fronte il sacramento, riempiendo ora i teatri con loro, ora le chiese con noi. Però si deve molto meno disperare della correzione di alcuni, anche se agiscono così, se individui predestinati ad essere amici si celano, ancora sconosciuti a se stessi, fra i nostri avversari più palesi. Infatti le due città non sono riconoscibili in questo fluire dei tempi e sono fra di loro commischiate, fino a che non siano separate dall'ultimo giudizio. Sul loro inizio, svolgimento e fini convenienti tratterò con l'aiuto di Dio ciò che ritengo opportuno per la gloria della città di Dio che splenderà più chiaramente nel contrasto con i caratteri dell'altra.

Progetto della prima e seconda parte dell'opera.
36. Ma devo dire ancora qualche cosa in risposta a coloro che attribuiscono le disfatte dello Stato romano alla nostra religione perché è stato proibito il culto pubblico ai loro dèi. Devo citare le molte e gravi sventure che verranno in mente o che sembreranno sufficienti, capitate alla città e alle province appartenenti al suo impero prima che il loro culto fosse proibito. Le addosserebbero tutte a noi se anche ad esse fosse giunta la nostra religione e impedisse loro allo stesso modo un culto sacrilego. Devo poi dimostrare quali loro istituzioni e per qual motivo Dio si è degnato favorire per accrescere il loro dominio, giacché tutti i regni sono in suo potere; inoltre che quelli che considerano dèi non li hanno aiutati affatto, anzi danneggiati con l'inganno e l'errore. Infine si parlerà contro coloro che, quantunque confutati e convenuti con argomenti convincenti, si affannano a dimostrare che gli dèi non si devono onorare per il benessere della vita presente ma per quello che verrà dopo la morte. E questo, salvo errore, sarà un argomento più faticoso e degno di una più sottile discussione. In essa appunto si argomenterà contro filosofi, non di qualunque risma, ma che presso i Romani sono illustri per altissima fama e la pensano come noi in molte cose relative all'immortalità dell'anima, alla dottrina che Dio ha creato il mondo e alla provvidenza con cui ordina il mondo che ha creato. Ma poiché anche essi si devono ribattere nelle teorie in cui non la pensano come noi, non devo mancare a questo dovere. Dimostrate, cioè, false le obiezioni dei pagani, secondo le forze che Dio mi darà, difenderò la città di Dio, la vera religione e il culto di Dio, perché in lui solo è riposta veramente la felicità eterna. Questa dunque è la fine del primo volume. Riprenderò all'inizio del secondo libro gli argomenti predisposti per il seguito.

 

LIBRO II

SOMMARIO

1. Il limite da imporsi alla trattazione anche se indispensabile.

2. Gli argomenti svolti nel primo libro.

3. Si deve consultare la storia per mostrare le sventure capitate ai Romani mentre adoravano gli dèi, prima che apparisse la religione cristiana.

4. Gli adoratori degli dèi non hanno ricevuto da loro alcuna norma di moralità e nelle loro feste hanno compiuto vari riti osceni.

5. Le oscenità con cui era adorata la Madre degli dèi.

6. Gli dèi dei pagani non hanno mai promulgato una dottrina morale.

7. Sono inutili le teorie filosofiche senza l'autorità divina, perché per l'uomo incline al male è più stimolante l'esempio degli dèi che le argomentazioni degli uomini.

8. Negli spettacoli teatrali gli dèi non sono insultati ma resi propizi con la rappresentazione della loro immoralità.

9. I vecchi Romani ritennero di dover frenare la licenza poetica mentre i Greci adeguandosi al giudizio degli dèi la liberalizzarono.

10. Con l'intenzione di far del male i demoni esigono che si narrino i propri delitti falsi o veri.

11. Presso i Greci gli spettacoli furono protetti dallo Stato perché i cantori degli dèi erano ingiustamente vilipesi dagli uomini.

12. I Romani togliendo la libertà ai poeti contro gli uomini e consentendola contro gli dèi hanno mostrato di stimare più se stessi che i propri dèi.

13. I Romani avrebbero dovuto capire che i loro dèi, i quali esigevano di essere onorati con spettacoli osceni, erano immeritevoli della dignità divina.

14. Platone, che non consentì ai poeti un posto in uno Stato ben ordinato, fu migliore degli dèi che pretesero di essere onorati con spettacoli teatrali.

15. I Romani inventarono alcuni loro dèi non con la ragione ma per adulazione.

16. Se gli dèi avessero interesse per la giustizia, i Romani avrebbero dovuto ricevere le norme morali da loro anziché importare le leggi da altri uomini.

17. Il ratto delle Sabine e altre iniquità che si ebbero nella città di Roma anche in tempi eticamente elevati.

18. La storia di Sallustio formula giudizi sui costumi dei Romani o frenati dal timore o resi sfrenati dalla sicurezza.

19. La corruzione dello Stato romano prima che il Cristo abolisse il politeismo.

20. Di quale felicità vogliono godere e quale condotta tenere coloro che aggrediscono la civiltà della religione cristiana.

21. Il parere di Cicerone sullo Stato romano.

22. Gli dèi dei Romani non si presero mai la briga che lo Stato romano non andasse in rovina.

23. L'alternarsi degli eventi storici non dipende dal favore o sfavore dei demoni ma dal giudizio del vero Dio.

24. Atti di Silla di cui i demoni si vantarono collaboratori.

25. Gli spiriti maligni spingono gli uomini alla delinquenza perché fanno valere la supposta autorità divina del loro esempio nel commettere delitti.

26. Alcuni avvertimenti privati dei demoni propongono l'onestà morale, sebbene pubblicamente nei loro misteri si apprende ogni cattiva azione.

27. I Romani hanno dedicato per placare gli dèi gli spettacoli osceni con grande decadimento della pubblica moralità.

28. La sana moralità della religione cristiana.

29. Esortazione ai Romani ad abbandonare il politeismo.

 

Libro secondo

IMMORALITÀ DEL POLITEISMO

 

Una irritante categoria di avversari.
1. Se la fiacca capacità dell'esperienza umana non ardisse opporsi al criterio della verità evidente ma sottoponesse la propria malattia alla dottrina salutare come a cura medica fino a guarire mediante l'aiuto di Dio e con l'intervento della fede religiosa, non ci sarebbe bisogno di un lungo discorso per dimostrare l'errore d'una falsa concezione a coloro che pensano rettamente ed esprimono i pensieri con parole appropriate. Ma la più grave e disgustosa malattia di stolte intelligenze è proprio quella di difendere come criterio razionale della verità le proprie impressioni irrazionali, anche dopo che è stato offerto un criterio pienamente razionale, quale si può dare da un uomo a un altro. E lo fanno o per grande accecamento, per cui non si vedono neanche le cose in piena luce, o per ostinata caparbietà, per cui non si vogliono osservare le cose che si vedono. Ne sorge la necessità di ripetere più diffusamente concetti chiari quasi a mostrare non cose da vedersi a chi guarda, ma da toccarsi a chi palpa con gli occhi chiusi. Ma ci sarà allora un termine della discussione e un limite del discorso se ritenessi di dover rispondere a chi non la smette di interloquire? Infatti coloro che o non sono capaci d'intendere ciò che si dice o sono tanto ostinati per opinione contraria che, quantunque abbiano inteso, non si arrendono, costoro interloquiscono e, come è stato scritto, difendono idee ingiustificate e non si stancano di essere insolenti 1. E se volessi confutare le loro obiezioni tutte le volte che aggrottando la fronte ostinata abbiano deciso di non capire quel che dicono, pur di contraddire in qualche modo alle mie argomentazioni, capisci che è un'opera senza limiti, irritante e senza risultati. E per questo vorrei che né tu stesso, o figlio mio Marcellino, né altri, ai quali questo mio lavoro a titolo di proficua cortesia è dedicato nella carità di Cristo, ne siano giudici così fatti da desiderare sempre una risposta ogni volta che si accorgono di una qualche obiezione agli argomenti esposti. Non divengano simili a quelle donnette, di cui dice l'Apostolo che imparano sempre e non arrivano mai alla conoscenza della verità 2.

Riassunto del primo libro.
2. Nel precedente libro, quando ho cominciato a parlare della città di Dio, dal momento in cui tutta l'opera col suo aiuto ha avuto inizio, mi si presentò la necessità di ribattere per primi coloro i quali attribuiscono le guerre, con cui il mondo è devastato, e soprattutto il recente saccheggio di Roma da parte dei barbari, alla religione cristiana, perché a causa sua è stato loro proibito di servire con culto obbrobrioso i demoni. Dovrebbero piuttosto attribuire a Cristo il fatto che per rispetto al suo nome, contro l'abituale usanza della guerra, i barbari abbiano offerto loro perché vi si rifugiassero spaziosi edifici di culto inviolabili e hanno così onorato il servizio, non solo vero, prestato a Cristo ma anche quello simulato per paura, al punto da giudicare che fosse per se stessi illecito di fare ciò che sarebbe stato lecito fare contro di loro agli altri per diritto di guerra. Ne sorse il problema perché questi benefici divini siano giunti anche a miscredenti e ingrati ed egualmente perché le atrocità commesse da parte dei nemici abbiano colpito indistintamente credenti e miscredenti. Il problema si allargò in molti quesiti. Esso infatti, in considerazione dei quotidiani favori divini e sventure umane che, gli uni e le altre, capitano indiscriminatamente ai buoni e ai cattivi, di solito turba molti individui. Per risolverlo secondo l'esigenza dell'opera intrapresa mi sono un po' dilungato principalmente per consolare donne consacrate col voto di castità, giacché contro di esse era stata commessa dal nemico un'azione che ha causato pena al pudore, anche se non ha tolto la fermezza della pudicizia. L'ho fatto perché non abbiano a rincrescersi della vita dal momento che non hanno di che rincrescersi per malcostume. Poi ho detto alcune cose contro coloro che con sfrontata arroganza dileggiano i cristiani afflitti dalle sciagure e soprattutto il pudore delle donne svillaneggiate ma santamente caste. Piuttosto sono essi molto dissoluti e privi di pudore, assai degeneri da quei Romani di cui sono lodate e divulgate nella letteratura azioni nobili, anzi fortemente opposti alla loro dignità. Proprio essi avevano reso Roma, creata e resa illustre dalle fatiche degli antichi, più abietta mentre era in piedi che dopo la caduta perché nel suo saccheggio son caduti pietre e legnami, invece nella loro vita son caduti i sostegni ornati non dei muri ma dei costumi. Bruciava di più il loro cuore di passioni mortali che le case di Roma con le fiamme. Con queste parole ho terminato il primo libro. Poi ho stabilito di parlare delle sventure che la città ha subito dalla sua fondazione sia nel suo interno che nelle province soggette, anche perché le accollerebbero tutte alla religione cristiana se fin d'allora la dottrina evangelica avesse fatto sentire nella loro nobilissima tradizione letteraria una eco contro gli dèi falsi e bugiardi.

Lega anticristiana di dotti e ignoranti.
3. Ricorda che mentre richiamo questi fatti parlo ancora contro gli ignoranti. Dalla loro ignoranza è nato appunto l'aforisma: "Non viene la pioggia, ne sono causa i cristiani" 3. Coloro invece che iniziati agli studi liberali amano la storia, sanno benissimo queste cose, ma per renderci ostili le masse degli indotti fanno finta di non saperlo; e si affannano a ribadire nel volgo che le sciagure da cui ineluttabilmente l'umanità in determinate circostanze di spazio e di tempo è afflitta avvengono per colpa della religione cristiana, giacché a danno dei loro dèi si diffonde con grande fama e illustre rinomanza in tutti i paesi. Richiamino dunque con noi le sciagure con cui lo Stato romano più volte e in vario modo è stato ridotto a nulla, prima che il Cristo venisse nel mondo, prima che il suo nome si rendesse noto ai popoli con la gloria che inutilmente gli contrastano. Difendano poi, se ne sono capaci, anche per questi fatti, i loro dèi se sono adorati appunto perché i loro adoratori non subiscano queste sventure, dal momento che pretendono di addossare a noi quelle che ora hanno sofferto. Perché dunque hanno permesso che accadessero ai loro adoratori i mali che sto per narrare, prima che la predicazione del nome di Cristo li irritasse e facesse proibire il loro culto?

I misteri cartaginesi di Celeste.
4. E prima di tutto per quale ragione i loro dèi non vollero preoccuparsi affinché gli uomini non avessero pessimi costumi? Il vero Dio ha giustamente trascurato individui da cui non era adorato. Ma per quale ragione questi dèi, dato che uomini molto ingrati lamentano che n'è stata loro proibita l'adorazione, non hanno aiutato con leggi i propri adoratori a vivere moralmente? Era giusto che come gli uomini si sono preoccupati dei loro sacrifici, così essi si preoccupassero delle loro azioni. Si risponde che si è cattivi per volontà propria. E chi lo nega? Tuttavia era di dèi provvidi non tenere nascosti ai propri adoratori comandamenti di moralità, ma presentarli in una chiara promulgazione, rimproverare personalmente i trasgressori mediante profeti, minacciare palesemente pene ai malvagi, promettere ricompense agli onesti. Quando mai si è fatta udire con parole espresse e autorevoli una tale promulgazione nei loro templi? Andavamo anche noi da giovanetti qualche volta a osservare le profanazioni di osceni spettacoli, guardavamo gli invasati, ascoltavamo i coristi, ci deliziavamo delle rappresentazioni veramente indecenti che si facevano in onore di dèi e dee, della vergine Celeste e di Cibele madre di tutti loro 4. Davanti al suo trono, nel giorno solenne del suo bagno, erano cantati pubblicamente da mimi pervertiti canzoni tali, quali non era conveniente che udisse, non dico la madre degli dèi, ma neanche la madre di un qualche senatore o di qualsiasi persona onesta, anzi neanche la madre degli stessi mimi. L'umano pudore ha qualche cosa nei confronti dei genitori che neanche la perversità riesce a togliere. Gli stessi mimi si sarebbero vergognati di eseguire a scopo di prova generale nelle loro case davanti alle loro madri lo sconcio di quelle oscene parole e azioni drammatiche. Eppure lo compivano in pubblico davanti alla madre degli dèi, mentre vedeva e udiva una gran calca dell'uno e dell'altro sesso. E se la gente attirata dalla curiosità poté assistere perché confusa nella folla, dovette andarsene confusa almeno per l'offesa alla decenza. Che cosa sono le profanazioni del sacro se quelli sono riti sacri? E che cos'è l'insozzarsi se quello è un bagno? E si chiamavano pietanze, quasi fosse dato un pranzo, durante il quale come a un proprio banchetto mangiassero le immonde divinità. Non si capisce dunque di che razza siano gli spiriti che si dilettano di tali oscenità? A meno che si ignori l'esistenza di spiriti immondi i quali ingannano col titolo di dèi o si conduca una vita in cui si desiderano propizi o si temono irati loro anziché il vero Dio.

Nasica riceve Cibele a Roma.
5. In questo argomento non vorrei avere come giudici costoro, che desiderano esser dilettati anziché lottare contro i vizi di una dannosa usanza, ma lo stesso Nasica Scipione che fu eletto dal senato alla più alta carica e da cui personalmente fu accolta e portata in Roma la statua di quella divinità 5. Ci direbbe se avrebbe voluto che sua madre fosse tanto altamente benemerita dello Stato da esserle tributati onori divini. È noto che i Greci, i Romani e altri popoli li hanno decretati ad alcuni mortali. Avevano tenuto in gran conto i benefici ricevuti e creduto che fossero divenuti immortali e quindi accolti nel numero degli dèi 6. Nasica certamente, se fosse possibile, desidererebbe un destino così alto per sua madre. Chiediamogli poi se desidererebbe che fra gli onori divini per lei si eseguissero quelle rappresentazioni oscene. Griderebbe di preferire che sua madre rimanga morta nella tomba senza conoscenza piuttosto che vivere come dea per ascoltare favorevolmente quelle cose. Un senatore del popolo romano, provvisto di un carattere tale per cui impedì che in una città di uomini forti si costruisse un teatro, non vorrebbe che la madre fosse onorata così da essere resa propizia come dea con riti da cui una matrona sarebbe oltraggiata. E non avrebbe mai supposto che il pudore di una donna onorata fosse dagli attributi divini volto al significato contrario, sicché i suoi adoratori la rendessero propizia con onori corrispondenti ad oltraggi lanciati contro qualcuno. Se, mentre viveva fra gli uomini, non si turava gli orecchi per non udirli, ne sarebbero arrossiti per lei congiunti, marito e figli. Pertanto una madre degli dèi che chiunque, anche il peggiore degli uomini, si vergognerebbe di avere per madre, per impadronirsi delle coscienze dei Romani si servì di un ottimo individuo non per renderlo buono col consiglio e l'aiuto ma per raggirarlo con l'inganno. Fu dunque simile a quella donna di cui è stato scritto: La donna dà la caccia alle anime di valore degli uomini 7. Ne conseguì che quell'uomo di grande temperamento, come sublimato dall'attestazione della dea e reputandosi veramente ottimo non cercò la vera pietà religiosa, senza di cui anche un nobile ingegno si svuota a causa della superbia e si accascia. In che modo dunque se non perfidamente la dea chiese un uomo ottimo? Perché nei propri misteri chiede cose che gli individui ottimi aborriscono di usare nei loro banchetti.

Gli dèi e la moralità umana.
6. Quindi le divinità non si preoccuparono della vita e dei costumi delle città e popoli da cui erano adorate. Permisero anzi non dando alcuna proibizione che divenissero veramente perversi riempiendosi di mali orrendi e detestabili non nel campo e nelle vigne, non nella casa e nella proprietà, non infine nel corpo che è soggetto alla mente, ma nella stessa mente, nello stesso spirito che domina il corpo. Che se lo proibivano si dimostri, si provi. Non ignoro quali bisbigli soffiati agli orecchi di pochissimi e come tramandati da un'arcana religione, con cui s'insegna la moralità, vadano vantando nei nostri confronti 8. Ma siano mostrati o citati i luoghi destinati a queste riunioni. Non si tratti dei luoghi in cui sono eseguiti degli spettacoli con l'oscena rappresentazione drammatica degli attori, non del luogo in cui si celebra la festa della cacciata che si abbandona senza ritegno allo sconcio, e quindi è proprio una cacciata, ma del pudore e dell'onestà. Si mostri cioè il luogo in cui i cittadini possano ascoltare ciò che gli dèi comandano sulla necessità di frenare l'avarizia, spezzare l'ambizione, reprimere la dissolutezza, in cui gli infelici possano imparare ciò che si deve sapere, come altamente afferma Persio: Imparate, o infelici, a conoscere le ragioni ideali delle cose, che cosa siamo, perché siamo generati a vivere, quale ordinamento è dato, quale e da chi è la reciprocità del limite, qual è l'uso moderato della ricchezza, che cosa è possibile desiderare, quale utile apporta il denaro che tormenta, fino a che punto è lecito concedere alla patria, agli amici e congiunti, chi Dio ti ha comandato di essere e da quale parte ti trovi nella realtà umana 9. Si dica in quali luoghi di solito si recitavano simili precetti di dèi che l'avessero insegnati e si udivano dai cittadini loro adoratori adunati in gran numero, allo stesso modo che noi indichiamo le chiese istituite allo scopo, dovunque si diffonda la religione cristiana.

I filosofi e i riti pagani.
7. Ci citeranno forse le scuole e dispute dei filosofi? Prima di tutto non sono romane ma greche. E se ormai sono romane perché la Grecia è divenuta provincia romana, non sono precetti degli dèi ma scoperte degli uomini. Essi comunque, dotati di molto acume, hanno tentato di scoprire col pensiero i segreti della natura, i precetti e divieti nella morale, la conclusione che si trae con determinato nesso logico nelle regole del ragionamento, la deduzione legittima e perfino il sofisma. E alcuni di essi, perché aiutati da Dio, hanno scoperto grandi verità ma in quanto umanamente limitati hanno insegnato errori, soprattutto perché giustamente la divina provvidenza resisteva alla loro altezzosità. Così anche dal raffronto con essi mostrava la via della pietà che dalla terrenità si leva verso l'alto. Si avrà in seguito con l'aiuto di Dio vero Signore l'opportunità di discutere in profondità sull'argomento. Tuttavia se i filosofi hanno scoperto, quanto bastava, i principi dell'azione morale e del conseguimento della felicità, a loro giustamente si sarebbero dovuti attribuire onori divini. È meglio e più onesto che in un tempio a Platone siano letti i suoi libri che nei templi dei demoni siano evirati i sacerdoti di Cibele, siano offerti in voto gli eunuchi, siano mutilati certi pazzi e tutto ciò che di crudele e sconcio o di sconciamente crudele o crudelmente sconcio nei riti di tali divinità si suole celebrare. Era preferibile che per educare socialmente la gioventù si recitassero in pubblico le leggi degli dèi che lodare inutilmente le leggi e istituti degli antenati. Tutti gli adoratori di tali divinità, appena la passione, pitturata, come dice Persio, di ardente veleno 10 li abbia stimolati, pensano di preferenza alle azioni di Giove che agli insegnamenti di Platone o alle censure di Catone. E per questo in Terenzio un libertino guarda una pittura alla parete, nella quale era dipinto il modo con cui Giove, dicono, in quei tempi infuse in grembo a Danae una pioggia d'oro 11. Da un essere tanto autorevole deriva la difesa della propria dissolutezza giacché si vanta di imitare in essa il dio, e quale dio, dice, proprio quello che scuote col tuono i templi del cielo. Ed io, omuccio, non lo farò? Ma l'ho fatto e con soddisfazione 12.

Riti e spettacoli incentivi all'edonismo.
8. Queste cose, obiettano, non sono presentate nei riti degli dèi ma nelle composizioni drammatiche dei poeti. Non intendo dire che i riti siano più osceni delle rappresentazioni teatrali. Dico, come afferma irrefutabilmente la storia contro chi nega, che non sono stati i Romani per un grossolano omaggio ai misteri dei loro dèi a introdurre gli spettacoli in cui dominavano le favole poetiche. Gli stessi dèi han voluto che fossero eseguiti con solennità e dedicati in loro onore ordinandoli imperiosamente e quasi estorcendoli. L'ho detto sommariamente nel primo libro 13. Infatti gli spettacoli furono istituiti a Roma la prima volta d'autorità dei pontefici durante l'infuriare di un'epidemia 14. E chi nella propria condotta non preferisce seguire le parole che si recitano spesso in spettacoli istituiti per autorità del dio, anziché quelle che sono scritte in leggi promulgate dalla giurisprudenza dell'uomo? Se i poeti hanno falsamente indicato Giove come adultero, dèi che fossero casti avrebbero dovuto vendicarsi per ira perché fu rappresentato mediante spettacoli umani un delitto così grosso e non perché fu passato sotto silenzio. E questi sono gli aspetti più sopportabili delle rappresentazioni teatrali, cioè della commedia e della tragedia, ossia della favola poetica da eseguirsi negli spettacoli con grande indecenza dei fatti ma almeno non composte, come molte altre, con parole oscene. Eppure i fanciulli sono costretti dagli anziani a leggerle e impararle negli studi che si dicono umanistici.

La denigrazione nel teatro greco e romano.
9. Che cosa abbiano pensato del fatto i vecchi Romani ce lo attesta Cicerone nell'opera Sullo Stato in cui Scipione, uno dei dialoganti, dice: Le commedie non avrebbero potuto presentare nei teatri la propria infamia se non l'avesse tollerato il modo di vivere 15. I Greci antichi si attennero a una certa coerenza con la cattiva reputazione che ebbero, giacché da loro fu concesso per legge che la commedia manifestasse espressamente il tema e l'individuo cui lo applicava. Perciò, come dice Scipione Africano in quell'opera, chi non ha raggiunto, anzi chi non ha insultato, chi ha risparmiato? E vada pure se ha insultato cittadini disonesti, sediziosi nell'amministrazione, un Cleone, un Cleofonte, un Iperbolo. Ammettiamolo, sebbene cittadini di quella risma è meglio che siano bollati dal censore che da un poeta. Ma che Pericle, dopo essere stato a capo della città in pace e in guerra con grande autorevolezza per molti anni, fosse oltraggiato con composizioni poetiche e che queste poi fossero eseguite in teatro fu meno conveniente che se il nostro Plauto o Nevio avessero detto male di Publio e Gneo Scipione o Cecilio di Marco Catone. E poco dopo: Invece le nostre dodici tavole, nello stabilire le pochissime pene capitali, fra di esse hanno ritenuto di dover porre anche questa: "Per chi satireggia o compone un carme che porta disonore e danno all'altro". Giustissimo. Dobbiamo sottoporre la nostra condotta ai giudizi dei magistrati e agli accertamenti della legge e non al capriccio dei poeti e non ascoltare un'accusa se non in base a una legge per cui si possa rispondere e difenderci in giudizio 16. Ho pensato di citare testualmente queste parole dal quarto libro Sullo Stato di Cicerone con qualche omissione o leggera variante allo scopo di una più facile intelligenza. Il testo è molto pertinente all'argomento che mi accingo a trattare se ne sarò capace. Aggiunge altre parole e tira la conclusione di questo passo per dimostrare che ai vecchi Romani dispiaceva che in teatro si lodasse o insultasse un individuo, mentre era vivo. Ma come ho detto, i Greci, sia pur con minor rispetto e tuttavia con maggior coerenza, stabilirono che era lecito. Essi pensavano che agli dèi fossero gradite nelle rappresentazioni teatrali le azioni disonorevoli non solo degli uomini ma anche degli stessi dèi, tanto se erano inventate dai poeti che se le loro reali azioni scandalose erano ricordate e rappresentate in teatro e sembravano degne ai loro adoratori soltanto, speriamo, di riso e non anche di imitazione. Sembrò troppo altezzoso risparmiare la onorabilità dei primi della città e dei cittadini, quando la divinità non voleva che si risparmiasse la propria.

E' dovuta all'istigazione dei dèmoni.
10. Si adduce a difesa che non erano vere le cose dette contro gli dèi, ma false e immaginarie. Ma proprio questo è più empio se si tenesse presente il rispetto religioso. Se poi si pensa alla malvagità dei demoni, che cosa di più maliziosamente furbo per ingannare? Quando infatti il disonore si getta contro il concittadino più ragguardevole buono e utile alla patria, tanto è più indegno perché è più contrario ed estraneo alla sua condotta. Quali pene dovrebbero dunque applicare quando si fa al dio una ingiuria tanto infamante, tanto evidente? Ma gli spiriti maligni, che essi reputano dèi, vogliono che si dicano di loro anche i misfatti che non hanno compiuti. Così avvolgono come con reti le coscienze umane e le trascinano con sé alla pena prestabilita. Tali misfatti potrebbero averli commessi gli uomini, ma i demoni sono lieti che siano considerati dèi perché sono lieti degli errori degli uomini e perché con le mille arti di nuocere 17 e ingannare si sostituiscono a loro per essere adorati essi stessi. Potrebbe anche essere che quei misfatti siano veri di certi individui, tuttavia gli spiriti ingannatori accettano volentieri che siano attribuiti immaginariamente alla divinità affinché sembri quasi che a commettere azioni crudeli e turpi l'autorità competente si trasferisca dal cielo alla terra. I Greci, sentendosi schiavi di simili divinità, non pensavano che, date le loro infamanti rappresentazioni teatrali, i poeti dovessero risparmiare gli uomini o perché bramavano di essere assimilati ai loro dèi o perché temevano di farli arrabbiare cercando per sé una reputazione più onorata e reputandosi così migliori di loro.

Coerenza greca incoerenza romana.
11. Attiene a questa coerenza che stimarono degni di qualche alta carica nello Stato anche gli attori teatrali di quei drammi. Infatti, come si ricorda anche nel citato libro Sullo Stato, Eschine ateniese, sommo oratore, sebbene da giovane avesse recitato tragedie, ebbe incarichi nello Stato; Aristodemo, anche egli attore tragico, fu più volte mandato ambasciatore a Filippo per importanti problemi riguardanti la pace e la guerra 18. Non era ritenuto compatibile, dal momento che, secondo loro, le arti e gli spettacoli drammatici erano accetti agli dèi, di relegare nel luogo e nel numero di coloro che le eseguivano. I Greci, con disonestà certamente, ma con piena coerenza ai propri dèi, diedero queste disposizioni. Infatti essi che non osarono sottrarre la condotta dei cittadini alla denigrazione della lingua dei poeti e degli attori, poiché vedevano che anche la condotta degli dèi, e con loro consenso e compiacimento, era da essi screditata, pensarono non solo di non disprezzare anzi di onorare nell'amministrazione dello Stato anche gli uomini da cui erano eseguiti spettacoli che ritenevano graditi alle divinità venerate. Che ragione avevano di onorare i sacerdoti giacché per loro mezzo offrivano agli dèi vittime gradite e di disprezzare gli attori dal momento che avevano appreso dietro loro informazione a offrire quel piacere o onore agli dèi che li richiedevano, e se non si faceva, si arrabbiavano? Tanto più che Labeone, che dichiarano buon intenditore in materia 19, distingue le divinità buone dalle cattive proprio dalla diversità del culto. Afferma appunto che gli dèi cattivi sono resi propizi con le stragi e le cerimonie funebri, i buoni con ossequi piacevolmente lieti come, a sentir lui, spettacoli, conviti, banchetti sacri. Come stia tutta questa faccenda, lo discuterò dopo 20, se Dio mi aiuterà. Ora un cenno per quanto riguarda il presente argomento. O gli onori si tributano tutti a tutti in quanto buoni, giacché non è possibile che si diano dèi cattivi, a meno che, essendo spiriti immondi, non siano tutti cattivi; oppure con un certo discernimento, come è sembrato a Labeone, si tributano gli uni ai buoni, gli altri ai cattivi. Comunque sia, con molta coerenza i Greci hanno in onore entrambi, i sacerdoti da cui si offrono vittime, e gli attori per mezzo dei quali si eseguono spettacoli. Così non possono essere incolpati di fare ingiustizia ad alcuno degli dèi se gli spettacoli sono graditi a tutti, ovvero, e sarebbe più riprovevole, a quelli che ritengono buoni se gli spettacoli sono amati soltanto da loro.

Giustizia ed empietà della legge sul teatro
12. Ma i Romani, come Scipione vanta nel citato dialogo Sullo Stato non vollero che la condotta e la reputazione fossero soggette a denigrazioni e insulti dei poeti, perché contemplarono la pena di morte per chi ardisse comporre simile poesia. Hanno stabilito questa sanzione con onestà verso se stessi, ma con superbia e irreligiosità verso i loro dèi. Sapendo che essi non solo sopportano ma gradiscono di essere denigrati dalle ingiurie e le maldicenze dei poeti, han ritenuto se stessi e non gli dèi immeritevoli di quelle calunnie e si sono difesi da esse con una legge, ma hanno perfino inserito queste nefandezze nelle feste degli dèi. E così, o Scipione, lodi che ai poeti romani sia stata negata la licenza di lanciare diffamazioni contro uno dei cittadini, anche se sai che non hanno risparmiato nessuno dei vostri dèi? E così ti è sembrato di dover considerare di più la reputazione della vostra curia che del Campidoglio, anzi della sola Roma che di tutto il cielo? In tal modo si proibì ai poeti anche per legge di menare la lingua maledica contro i tuoi concittadini e poi si permise che lanciassero tranquilli contro i tuoi dèi insulti tanto gravi senza che lo proibisse un senatore, un censore, un imperatore, un pontefice. Era sconveniente, secondo te, che Plauto o Nevio dicessero male di Publio o Gneo Scipione o Cecilio di Marco Catone e fu conveniente che il vostro Terenzio stimolasse il libertinaggio dei giovani con l'adulterio di Giove ottimo massimo.

Onore degli dèi e disonore degli attori.
13. Ma forse, se fosse vivo, mi risponderebbe: "Come potevamo volere che quegli oltraggi non rimanessero impuniti, se gli dèi stessi vollero che fossero riti sacri, quando introdussero nelle usanze romane gli spettacoli teatrali, in cui quei fatti sono esaltati, recitati, messi in azione e ordinarono che fossero dedicati e dati in loro onore?". Dunque perché non si è capito che non sono dèi veri e per niente degni che lo Stato tributasse loro onori divini? Era assolutamente sconveniente e inopportuno onorarli qualora avessero richiesto spettacoli con infamie contro i Romani. E allora, scusate, come si è pensato di doverli onorare, come non si è capito che erano spiriti detestabili dal momento che col desiderio d'ingannare hanno richiesto che fra i loro titoli d'onore si ricordassero i loro misfatti? Parimenti i Romani, sebbene fossero già costretti da una nociva superstizione ad adorare dèi che, come capivano, s'erano fatti dedicare drammi indecorosi, tuttavia memori della propria dignità e decoro, non onorarono gli attori di tali drammi come i Greci. In Cicerone il citato Scipione dice: Poiché consideravano indecorosi l'arte e lo spettacolo teatrale, vollero che gli addetti ad essi fossero privi dei diritti civili e allontanati dalla tribù con nota infamante del censore 21. Nobile principio giuridico e da computarsi fra le benemerenze di Roma, ma vorrei che fosse coerente con se stessa, che imitasse se stessa. A norma di diritto se qualcuno dei cittadini romani avesse scelto di far l'attore, non solo non gli si dava accesso alle cariche ma con nota del censore non gli si consentiva di appartenere alla propria tribù. Oh coscienza amante della civiltà vera e autenticamente romana! Ma mi si potrebbe chiedere di rimando: "Per quale coerente principio gli attori teatrali sono considerati inabili alle cariche e gli spettacoli teatrali sono inseriti nelle onoranze prestate agli dèi? La moralità romana per lungo tempo non conobbe le arti del teatro, giacché se si fossero introdotte come divertimento per la tendenza umana al piacere, si sarebbero insinuate a discapito della morale. E gli dèi richiesero che fossero loro presentate. Perché dunque si rifiuta l'attore se mediante lui si onora il dio? E con quale faccia si bolla l'esecutore della licenziosità teatrale se il promotore è adorato?". In questa contestazione, rispondo io, se la vedano fra di loro Greci e Romani. I Greci ritengono di onorare ragionevolmente gli attori perché onorano gli dèi sollecitatori degli spettacoli teatrali; i Romani non tollerano che dagli attori sia disonorata neanche una tribù della plebe e tanto meno la curia del senato. In questo dibattito il seguente sillogismo coglie l'essenziale del problema: prima premessa dei Greci: se dèi simili si devono adorare, certamente anche uomini simili si devono onorare; seconda premessa dei Romani: ma per niente affatto uomini simili si devono onorare; conclusione dei cristiani: dunque per niente affatto dèi simili si devono adorare.

Platone contro i poeti.
14. 1. Chiedo poi perché anche i poeti autori di drammi di tal fatta, ai quali dalla legge delle dodici tavole è stato proibito di ledere la reputazione dei cittadini, se scagliano insulti così ignominiosi contro gli dèi, non sono considerati infami come gli attori. Per quale ragione è stato stabilito che siano infamati gli attori e onorati gli autori di favole poetiche e di dèi privi di ogni decoro? O si deve piuttosto dare la palma al greco Platone che, figurando con la ragione uno Stato ideale, ritenne che i poeti si devono cacciare dalla città come nemici della verità? Egli non tollerava gli oltraggi contro gli dèi e non voleva che le coscienze dei cittadini fossero corrotte per mollezza dalle favole 22. E adesso confronta l'umanità di Platone che, per non far corrompere i cittadini, caccia i poeti dalla città con la divinità degli dèi che chiede in proprio onore gli spettacoli teatrali. Platone, anche se dialetticamente non convinse, consigliò tuttavia la leggerezza e dissolutezza dei Greci affinché non fossero neanche scritti i drammi; gli dèi estorsero col comando alla ponderatezza e morigeratezza dei Romani che fossero perfino eseguiti. E vollero che non solo fossero eseguiti ma anche dedicati, offerti in voto e presentati loro solennemente. A chi a buon conto lo Stato tributerebbe più onestamente onori divini? A Platone che proibisce queste oscenità e nefandezze o ai demoni che godono di ingannare così uomini ai quali quegli non riuscì a dimostrare irrefutabilmente i veri valori?

Platone e la legge romana.
14. 2. Labeone ha pensato di computare Platone fra i semidei come Ercole e Romolo. Considera i semidei superiori agli eroi ma li colloca entrambi fra le divinità. Tuttavia io non dubito di considerare Platone, che Labeone chiama semidio, non soltanto superiore agli eroi ma anche agli stessi dèi. Le leggi dei Romani sono vicine alla speculazione di Platone poiché egli condanna tutte le favole poetiche ed essi tolgono ai poeti la libertà di dir male per lo meno degli uomini; egli priva i poeti della stessa cittadinanza ed essi privano dei diritti civili per lo meno gli attori delle favole drammatiche e se ardissero opporsi agli dèi che richiedono gli spettacoli, forse li priverebbero di tutto. Dunque i Romani non potrebbero mai ricevere o aspettare dai propri dèi leggi per difendere la moralità e reprimere l'immoralità perché di gran lunga li superano con le proprie leggi. Gli dèi in proprio onore richiedono spettacoli teatrali, i Romani rifiutano agli attori tutti gli onori. Gli dèi comandano che si celebrino in loro onore con le immaginazioni poetiche gli oltraggi contro se stessi, i Romani distolgono la sfrontatezza dei poeti dall'oltraggio contro gli uomini. Platone considerato semidio si oppose alla licenziosità di dèi così fatti e mostrò che cosa si doveva stabilire con un temperamento come quello dei Romani, giacché addirittura non voleva che in uno Stato ben costituito esistessero i poeti stessi che favoleggiassero a capriccio o proponessero da imitare ad uomini infelici i misfatti degli dèi. Io non ritengo Platone né un dio né un semidio e non lo metto alla pari né con un angelo del sommo Dio né con un profeta veritiero né con un apostolo né con un martire del Cristo né con un qualsiasi cristiano. Con l'aiuto di Dio tratterò a suo luogo il motivo di questa mia opinione 23. Ma giacché i pagani pensano che sia un semidio, ritengo che forse non si può considerarlo superiore a Romolo ed Ercole. E lo si potrebbe anche perché di lui né storico ha scritto né poeta ha immaginato che abbia ucciso il fratello o compiuto qualche azione criminosa. Ma è certamente superiore a Priapo o ad Anubi dalla testa di cane e al limite anche a Febbre, divinità queste che i Romani in parte ricevettero dal di fuori, in parte divinizzarono come indigeti. Dèi simili non potevano in alcun modo impedire con sani ordinamenti e leggi i grandi mali spirituali e morali che sovrastavano o provvedere ad estirpare quelli già introdotti. Anzi essi provvidero a far nascere e crescere i misfatti perché desideravano far conoscere alle masse mediante solenni spettacoli teatrali azioni malvagie o loro o presentate come loro, di modo che, data l'autorità divina, spontaneamente si accendesse la passione umana. E invano gridava Cicerone che trattando dei poeti ha detto: Appena loro sono giunte la richiesta e l'approvazione della massa come se fosse un autorevole e saggio maestro, addensano folte tenebre, introducono grandi timori, accendono dannose passioni 24.

Romolo dio Quirino.
15. Vi fu un criterio nella scelta degli dèi, sia pure falsi, o è piuttosto adulazione? Perché intanto non ritennero Platone neanche degno di un tempietto, pur considerandolo semidio? Eppure si era impegnato con eccellenti opere filosofiche a non far decadere la moralità con i mali spirituali che più degli altri si devono evitare. E poi hanno ritenuto Romolo superiore a molti loro dèi, sebbene una loro dottrina esoterica lo presenti non dio ma semidio 25. Gli hanno perfino destinato un sacerdote flamine. Questo tipo di sacerdozio nella religione romana fu, come dimostra il berretto, tanto in onore che si ebbero soltanto tre flamini destinati a tre divinità, il Diale a Giove, il Marziale a Marte, il Quirinale a Romolo 26. Per gratitudine dei cittadini egli accolto in cielo fu chiamato Quirino. Dunque Romolo in questo onore ebbe la prelazione su Nettuno e Plutone, fratelli di Giove e anche su Saturno loro padre. Così tributarono a lui un sacerdozio analogo a quello grande tributato a Giove e a Marte, che poi ne era il padre. Fu forse per riguardo a lui.

Gli dèi romani non danno leggi.
16. Se i Romani avessero potuto ricevere leggi morali dai propri dèi, non avrebbero dopo alcuni anni dalla fondazione di Roma preso in prestito dagli Ateniesi le leggi di Solone 27. Tuttavia non le conservarono come le avevano ricevute ma si sforzarono di renderle migliori e più perfette. Eppure Licurgo aveva fantasticato di avere stabilito le leggi per gli Spartani con l'autorità di Apollo 28. I Romani da saggi che erano non vollero crederlo e per questo non le derivarono da lui. Si tramanda che Numa Pompilio, successore di Romolo nel regno, stabilì alcune leggi che non erano affatto sufficienti per amministrare lo Stato 29. Egli organizzò anche molti riti religiosi ma non si dice che abbia ricevuto le leggi dalle divinità. Dunque gli dèi non si preoccuparono affatto che capitassero ai loro adoratori mali spirituali, mali sociali, mali morali; eppure sono mali tanto grandi che, secondo l'affermazione di alcuni loro uomini dottissimi, pur rimanendo le città, gli Stati sono annientati. Anzi, come è stato detto dianzi, gli dèi si diedero da fare perché i mali aumentassero.

Ingiustizia romana contro i Sabini, Collatino e Camillo.
17. Ma forse non sono state stabilite dalle divinità leggi per il popolo romano, perché, come dice Sallustio, il diritto e la morale presso di loro non avevano efficacia in virtù delle leggi ma della natura 30? Da tale diritto e morale suppongo che derivi il ratto delle Sabine. Che cosa di più giuridico e morale che le figlie di altri, richiamate col pretesto di uno spettacolo, non fossero date in matrimonio dai genitori ma prese con la violenza ad arbitrio di chi voleva? Se i Sabini agivano contro il diritto nel rifiutare le fanciulle richieste, molto più contro il diritto era rapirle senza che fossero date in matrimonio. Era più giusto far guerra con una popolazione che aveva rifiutato a corregionali e confinanti le proprie figlie chieste come mogli che con una popolazione che le richiedeva perché rapite. Era preferibile che avvenisse una guerra simile. Allora Marte avrebbe aiutato il figlio che combatteva per vendicare con le armi il rifiuto delle unioni coniugali e avere così le donne che desiderava. Come vincitore poteva forse giustamente per diritto in tempo di guerra prendere le fanciulle che gli erano state negate ingiustamente, ma senza alcun diritto rapì in tempo di pace le fanciulle rifiutate e condusse una guerra ingiusta contro i loro genitori giustamente indignati. Ma il fatto si verificò con un risultato favorevole. Infatti sebbene a ricordo di quell'inganno si perpetuò lo spettacolo dei giochi del circo, non piacque nella città e nei popoli dominati l'esempio di quel crimine. I Romani dunque hanno sbagliato piuttosto nel divinizzare Romolo dopo quella ingiustizia che nel concedere con qualche legge o usanza d'imitarne l'esempio nel rapire donne. In base a questo diritto e morale, dopo l'espulsione del re Tarquinio e figli, dato che un suo figlio aveva violentato Lucrezia, il console Giunio Bruto costrinse a rinunciare alla carica e fece esiliare, a causa del nome e parentela con i Tarquini, il marito della stessa Lucrezia e suo collega Lucio Tarquinio Collatino, uomo moralmente incolpevole. E commise questo delitto col favore o per lo meno con la tolleranza del popolo, sebbene proprio dal popolo Collatino e lo stesso Bruto avessero ricevuto il consolato. Di questo diritto e morale fu vittima anche Marco Camillo, l'uomo più grande di quel tempo. Egli sconfisse con molta bravura i Veienti, nemici temibili del popolo romano e occupò la loro città ricchissima dopo una guerra durata dieci anni, durante la quale l'esercito romano per errori di strategia era stato più volte gravemente battuto, quando già Roma trepidava nell'incertezza di scampare. Eppure fu chiamato in giudizio per l'invidia dei denigratori del suo valore e per l'impertinenza dei tribuni della plebe. Capì l'ingratitudine della città che aveva salvata al punto che certo della condanna andò in volontario esilio e fu anche condannato in contumacia all'ammenda di diecimila assi di rame. Poco dopo avrebbe di nuovo salvato l'ingrata patria dai Galli. Non mi va di addurre altri fatti immorali e ingiusti, da cui era messo in subbuglio lo Stato quando i patrizi tentavano di sottomettere la plebe e questa rifiutava di sottomettersi e i fautori dell'uno e dell'altro partito agivano per amore di dominare senza pensare affatto al giusto e all'onesto.

L'immoralità romana...
18. 1. M'impongo un limite dunque e preferisco addurre come testimone Sallustio che a difesa dei Romani ha espresso quel giudizio da cui ha avuto inizio questo nostro discorso: Il diritto e la morale presso di loro non avevano efficacia in virtù delle leggi, ma della natura 31. Lodava quel tempo in cui, dopo l'espulsione dei re, lo Stato fece rapidi progressi in un periodo di tempo incredibilmente breve. Tuttavia nel primo libro della sua storia e quasi all'inizio di esso ammette che anche allora, quando l'amministrazione dello Stato passò dai re ai consoli, dopo poco tempo nella città si ebbero le ingiustizie dei potenti, il dissidio fra plebe e patrizi e altre discordie civili. Egli ricorda, è vero, che il popolo romano visse con grande moralità e massima concordia fra la seconda e l'ultima guerra cartaginese ma dice che causa di questa moralità non fu l'amore della giustizia ma il timore di una pace malsicura perché Cartagine era ancora in piedi. Per questo anche il grande Nasica per reprimere la dissolutezza e conservare i buoni costumi in modo che i vizi fossero repressi dal timore non voleva che Cartagine fosse distrutta. Il citato Sallustio soggiungeva: Ma la discordia, l'amore alle ricchezze e al potere e gli altri mali che di solito provengono dal benessere, dopo la distruzione di Cartagine, crebbero a dismisura 32. Ci fa capire dunque che anche prima di solito sorgevano e crescevano. E adducendo le ragioni del suo pensiero prosegue: Infatti le ingiustizie dei potenti e a causa di esse il dissidio della plebe con i patrizi e le altre discordie si ebbero in città fin dal principio e soltanto durante l'espulsione dei re, quando si ebbero il timore da parte di Tarquinio e la difficile guerra con l'Etruria, si amministrò con legislazione giusta e moderata 33. Puoi notare per quale motivo abbia detto che il timore fu la causa per cui, per breve tempo, con la cacciata ossia espulsione dei re, si amministrò in certo senso con legislazione giusta e moderata. Si temeva la guerra che il re Tarquinio, estromesso dal regno e da Roma e alleatosi con gli Etruschi, conduceva contro i Romani. Ascolta dunque che cosa soggiunge: In seguito i patrizi trattarono la plebe come schiava, ne disposero della vita e dell'opera con diritto regio, la privarono della proprietà dei campi e amministrarono da soli con l'esclusione di tutti gli altri. La plebe, oppressa dalle vessazioni e soprattutto dalle tasse giacché doveva subire l'imposta e insieme il servizio militare per le continue guerre, occupò armata il monte sacro e l'Aventino e così rivendicò i tribuni della plebe e gli altri diritti. Fine delle discordie e della lotta fra le due parti fu la seconda guerra punica 34. Puoi notare da quale tempo, e cioè dal breve tempo dopo la cacciata dei re, come siano vissuti i Romani di cui ha detto: Il diritto e la morale presso di loro non avevano efficacia in virtù delle leggi ma della natura.

...denunziata da Sallustio...
18. 2. Ora se si costata che quel periodo si deve giudicare favorevolmente perché si ritiene che allora lo Stato romano fu eticamente perfetto, che cosa dovremmo dire e pensare del periodo successivo? Infatti lo Stato, trasformatosi a poco a poco, per usare le parole del medesimo storico, da eticamente perfetto è divenuto eticamente depravato 35, cioè, come ha già detto, dopo la distruzione di Cartagine. Si può leggere nella sua Storia come Sallustio narra e giudica in succinto quei tempi e in considerazione di quali mali, provenienti dal benessere, dimostra che si è giunti alle guerre civili. Da quel tempo, egli dice, i costumi dei nostri antenati andarono alla rovina, non un po' alla volta come prima, ma con l'impeto di un torrente, la gioventù divenne talmente dissipata dall'amore del fasto e del denaro tanto da poter dire giustamente che erano stati messi al mondo individui incapaci di avere un patrimonio e insofferenti che altri lo avessero 36. Sallustio aggiunge molte osservazioni sui vizi di Silla e sulla depravazione dello Stato e gli altri scrittori sono d'accordo, sebbene con uno stile molto inferiore.

...è dovuta alla carenza di una norma morale.
18. 3. Si può osservare tuttavia, come penso, e se si riflette facilmente si può giudicare fino a qual punto con il dilagare dell'immoralità lo Stato fosse decaduto prima della venuta del nostro re celeste. I fatti avvennero non solo prima che Cristo presente nel mondo avesse cominciato a insegnare ma anche prima che fosse nato da una vergine. In definitiva i Romani non osano imputare tanti e così gravi mali di quei tempi, o sopportabili prima o insopportabili e orribili dopo la distruzione di Cartagine, ai propri dèi che con malvagia astuzia istillano nelle coscienze umane dei pregiudizi per cui tali vizi infittiscono. E allora perché imputano i mali presenti a Cristo che con una dottrina di salvezza vieta di adorare dèi falsi e bugiardi e denunziando e condannando con divina autorità le dannose e criminose passioni umane, gradualmente in ogni dove riscatta da questi mali la propria famiglia e la sottrae al mondo che rovina nel malcostume? Da essa fonderà una città eterna veramente gloriosa non per lo strepito della vanagloria ma per il giudizio della verità.

La moralità e la tradizione cristiana.
19. Dunque lo Stato romano, trasformandosi un po' alla volta, da eticamente perfetto è divenuto eticamente molto depravato. Non lo dico io per primo ma i loro scrittori, da cui lo abbiamo appreso pagando, lo hanno detto tanto tempo prima della venuta di Cristo. Dunque prima della venuta di Cristo e dopo la distruzione di Cartagine i costumi dei nostri antenati andarono alla rovina non un po' alla volta come prima, ma con l'impeto di un torrente, tanto la gioventù era divenuta depravata per amore del fasto e del denaro 37. Ed ora ci leggano i comandamenti dei loro dèi al popolo romano contro l'amore del fasto e del denaro. E magari gli avessero celato continenza e moderazione e non gli avessero richiesto anche incontinenza e depravazione, alla quale davano una dannosa autorizzazione con una falsa autorità divina. Leggano poi attraverso i profeti, il santo Vangelo, gli Atti e le Lettere degli Apostoli, i nostri numerosi comandamenti contro l'amore al denaro e al piacere. Essi non sono proposti con frastuono come nelle controversie dei filosofi ma risuonano con divina autorevolezza attraverso le parole di Dio quasi provenienti da oltre le nubi agli uomini di ogni nazione adunati in assemblea a questo scopo. Eppure i Romani non imputano ai loro dèi che lo Stato prima della venuta di Cristo era eticamente decaduto a causa dell'amore al fasto e al denaro e di costumi crudeli e depravati, ma rimbrottano alla religione cristiana ogni sciagura che in questo tempo la loro superbia e mollezza hanno potuto subire. Ma se i re della terra e tutti i popoli, i magistrati e tutti i giudici della terra, ragazzi e ragazze, anziani e giovani 38, ogni età capace di ragionare ed entrambi i sessi e perfino i gabellieri e i soldati, cui si rivolge Giovanni il Battezzatore 39, si preoccupassero di ascoltare insieme i suoi comandamenti di giusta e onesta moralità, lo Stato abbellirebbe col proprio benessere la piattezza della vita presente e scalerebbe la vetta della vita eterna per regnare in una perfetta felicità. Ma poiché un tale ascolta, l'altro disprezza e molti sono più amici dei vizi i quali lusingano al male che della vantaggiosa asprezza delle virtù, ai servi di Cristo, siano essi re, magistrati o giudici, siano soldati o abitanti delle province, siano ricchi o poveri, liberi o schiavi, d'entrambi i sessi, si comanda di sopportare perfino uno Stato moralmente corrotto e, se è necessario, anche ingiusto e di prepararsi anche con questa sopportazione un luogo distinto nell'assemblea veramente santa e augusta degli angeli e nello Stato del cielo, in cui è legge la volontà di Dio.

Brillante codice di vita dissoluta.
20. Ma simili adoratori e amatori di questi dèi, che si vantano anche di imitare nei delitti e azioni infami, non si preoccupano affatto che la società sia corrotta e depravata. Basta che si regga, dicono, basta che prosperi colma di ricchezze, gloriosa delle vittorie ovvero, che è preferibile, tranquilla nella pace. E a noi che ce ne importa?, dicono. Anzi ci riguarda piuttosto se aumentano sempre le ricchezze che sopperiscono agli sperperi continui e per cui il potente può asservirsi i deboli. I poveri si inchinino ai ricchi per avere un pane e per godere della loro protezione in una supina inoperosità; i ricchi si approfittino dei poveri per le clientele e in ossequio al proprio orgoglio. I cittadini acclamino non coloro che curano i loro interessi ma coloro che favoriscono i piaceri. Non si comandino cose difficili, non sia proibita la disonestà. I governanti non badino se i sudditi sono buoni ma se sono soggetti. Le province obbediscano ai governanti non come a difensori della moralità ma come a dominatori dello Stato e garanti dei godimenti e non li onorino con sincerità, ma li temano da servi sleali. Si noti nelle leggi piuttosto il danno che si apporta alla vigna altrui che alla propria vita morale. Sia condotto in giudizio soltanto chi ha infastidito o danneggiato la roba d'altri, la casa, la salute o un terzo non consenziente, ma per il resto si faccia pure dei suoi, con i suoi o con altri consenzienti ciò che piace. Ci siano in abbondanza pubbliche prostitute o per tutti coloro che ne vogliono usare ma principalmente per quelli che non si possono permettere di averne delle proprie. Si costruiscano case spaziose e sontuose, si tengano spesso splendidi banchetti, in cui, secondo il piacere e le possibilità di ciascuno, di giorno e di notte si scherzi, si beva, si vomiti, si marcisca. Strepitino da ogni parte i ballabili, i teatri ribollano di grida di gioia malsana e di ogni tipo di piacere crudele e depravante. Sia considerato pubblico nemico colui al quale questo benessere non va a genio. La massa sia libera di non far parlare, di esiliare, di ammazzare l'individuo che tenti di riformare o abolire questo benessere. Siano considerati veri dèi coloro che hanno concesso ai cittadini di raggiungerlo e una volta raggiunto di conservarlo. Siano adorati come vorranno, chiedano gli spettacoli che vorranno e che possano avere assieme o mediante i loro adoratori; concedano soltanto che per tale benessere non si debba temer nulla dal nemico, dalla peste, dalla sventura. Chi, se è sano di mente, potrà paragonare questa società civile non dirò all'impero romano ma alla casa di Sardanapalo? Costui, re nei tempi andati, fu così dedito ai piaceri da far scrivere nel suo sarcofago che da morto aveva soltanto le cose che la sua libidine aveva delibato mentre era vivo 40. E se i Romani di oggi lo avessero per re che consente loro i piaceri e non frastorna con la severità alcuno dall'averli, a lui più volentieri dedicherebbero il tempio e il flamine che i Romani di una volta dedicarono a Romolo.

Politeismo e giustizia sociale (21-29)

La società romana secondo Cicerone, non fu giusta...
21. 1. Ma forse si disprezza chi ha giudicato la società romana eticamente molto depravata e costoro non si preoccupano che sia coperta dalla piaga nauseante di costumi moralmente pervertiti, ma soltanto che si conservi e rimanga. Sappiano allora che non solo è divenuta moralmente molto depravata come narra Sallustio, ma che era già finita fin d'allora e che non esisteva più una società civile come sostiene Cicerone. Egli sulla società fa parlare Scipione, quello che aveva distrutto Cartagine, quando si prevedeva che stesse per finire con quella scostumatezza che descrive Sallustio. Il dialogo si teneva in quel periodo in cui era già stato ucciso uno dei Gracchi; e proprio da quel tempo, come scrive Sallustio, cominciarono le gravi sedizioni 41. In quell'opera si fa menzione appunto della morte del Gracco. Dice dunque Scipione alla fine del secondo libro dell'opera citata: Negli strumenti a corda o a fiato ed anche nel canto vocale si deve produrre dai vari suoni un determinato accordo. Se esso non varia o discorda, l'udito di un intenditore non può sopportarlo. L'accordo in parola inoltre risulta armonico e proporzionato dalla regolata intensità di suoni di diversa altezza. Allo stesso modo lo Stato si armonizza mediante ceti alti, bassi e mediani, a guisa di suoni, in moderata proporzione dall'accordo di elementi molto differenti; e quella che dai musici nel canto si chiama armonia è nello Stato la concordia che è eticamente il più profondo vincolo di sopravvivenza in ogni società civile e non si può avere assolutamente senza la giustizia 42. E avendo dimostrato con un po' di ampiezza e di ricchezza di osservazioni quanto è utile allo Stato la giustizia e quanto nociva la sua mancanza, prese a parlare Filo, uno di quelli che era presente al dialogo. Egli chiese che il problema fosse approfondito e che si parlasse più diffusamente della giustizia a causa del già diffuso pregiudizio popolare che la società non si può governare senza l'ingiustizia. Scipione fu d'accordo che il problema fosse da discutere e da svolgere e precisò che, a suo modo di vedere, sulla società civile non erano ancora stati esposti dei concetti da cui sviluppare ulteriormente. Era stato però accertato che non solo è falso che la società non si può amministrare senza ingiustizia ma è assolutamente vero che non lo si può senza una grande giustizia 43. Ed essendo stata differita la trattazione al giorno seguente, nel terzo libro l'argomento fu svolto in un acceso dibattito. Filo si incaricò di sostenere il parere di coloro i quali ritenevano che la società non si può reggere senza l'ingiustizia, affermando con insistenza che non si ritenesse come sua opinione e si batté con vigore per l'ingiustizia contro la giustizia nel simulato tentativo di dimostrare con argomentazioni verosimili ed esempi che la ingiustizia è utile, la giustizia è disutile. Allora Lelio, poiché tutti lo pregavano di difendere la giustizia, cominciò con l'affermare, quanto gli riuscì, che niente è tanto avverso allo Stato come l'ingiustizia e che la società civile può essere amministrata e conservata soltanto con una grande giustizia 44.

...non fu società civile o cosa del popolo.
21. 2. Trattato il problema per il tempo che si ritenne opportuno, Scipione tornò ai concetti accennati, richiamò e difese la propria breve definizione della società civile. Aveva detto che è lo stato del popolo 45. Stabilì che popolo non è un qualsiasi gruppo d'individui ma un gruppo associato dalla universalità del diritto e dalla comunanza degli interessi. Mostrò poi quanto sia grande nel discutere l'utilità della definizione e dalle sue definizioni dedusse che allora soltanto si ha la società civile, cioè lo stato del popolo, quando si amministra con onestà e giustizia, sia da un monarca o da pochi ottimati o da tutto il popolo. Se invece il re è ingiusto, e secondo la terminologia greca lo chiamò tiranno, o ingiusti gli ottimati, e considerò fazione il loro accordo, o ingiusto il popolo, e non trovò la denominazione abituale, a meno di considerarlo, anche esso, tiranno, allora la società civile non solo sarebbe guasta, come il giorno avanti era stato sostenuto, ma come avrebbe dimostrato la logica conseguenza da quelle definizioni, è inesistente perché non sarebbe lo stato del popolo. Al contrario la occuperebbero il tiranno o la fazione; il popolo stesso, se fosse ingiusto, non sarebbe più un popolo perché non sarebbe una moltitudine associata dall'universalità del diritto e dalla comunanza degli interessi, come il popolo era stato definito 46.

Deviò dall'antico costume...
21. 3. Quando dunque la società romana era nelle condizioni in cui la descrive Sallustio, non era ancora eticamente molto depravata, come la descrive lui, ma del tutto inesistente secondo il criterio dichiarato nel dialogo sulla società tenuto dai suoi cittadini più eminenti. Così pensa anche Cicerone non fingendo di esprimersi con le parole di Scipione o di altri, ma a nome proprio, al principio del quinto libro. Cita prima di tutto un verso del poeta Ennio che diceva: Lo Stato romano è saldo in virtù dei costumi e uomini antichi 47. Mi sembra, continua Cicerone, che per la brevità e la verità egli abbia derivato quel verso come da un oracolo. Infatti né gli uomini, se la cittadinanza non fosse stata di buoni costumi, né i costumi, se non fossero stati a capo quegli uomini, avrebbero potuto fondare o conservare tanto a lungo una società civile tanto grande e che domina su regioni tanto estese. Quindi nel periodo anteriore al nostro ricordo lo stesso costume patrio adoperava uomini eccellenti e questi conservavano l'antico costume e gli istituti degli antenati. La nostra età avendo avuto in consegna una società come una pittura perfetta, ma un po' stinta dall'antichità, non solo ha trascurato di restaurarla con i colori originali, ma non si è preoccupata neanche di conservare almeno il modellato e il disegno. Che cosa rimane dei costumi antichi con cui, come Ennio ha detto, stava saldo lo Stato romano se li vediamo talmente in disuso per dimenticanza che non solo non sono conservati ma perfino ignorati? E che dire degli uomini? I costumi sono scomparsi per carenza di uomini. E di un così grande male non solo dovremmo render conto ma in certo senso essere accusati di delitto capitale. E a causa dei nostri vizi e non per una eventualità qualsiasi conserviamo il nome di società civile ma in realtà l'abbiamo perduta da tempo 48.

...quindi infondate le accuse dei pagani.
21. 4. Cicerone confessava questo stato di cose molto tempo dopo la morte dell'Africano che nei suoi libri ha fatto disputare sulla società, ma prima ancora della venuta di Cristo. Se questi mali fossero noti al pubblico e dichiarati esplicitamente quando la religione cristiana era conosciuta e vigorosa, chi non avrebbe ritenuto di doverli imputare ai cristiani? Perché i loro dèi non si preoccuparono che non andasse del tutto in rovina la società civile che Cicerone, molto tempo prima che Cristo venisse, lamenta con tanta tristezza ormai perduta? Si informino i panegiristi della società romana in quale condizione era anche con quegli antichi uomini e costumi, se cioè in essa era in vigore la vera giustizia ovvero se neanche allora era viva nei costumi ma dipinta con colori. L'ha detto inconsapevolmente lo stesso Cicerone nel lodarla. Ma altrove, se Dio vorrà, esamineremo questo argomento 49. Cicerone ha presentato brevemente con le parole di Scipione che cos'è la società civile e che cos'è il popolo aggiungendo molte opinioni sue e di coloro che ha fatto parlare in quel dialogo. Ed io mi sforzerò a suo tempo di dimostrare in base alla definizione dello stesso Cicerone che quella non fu mai una società civile perché non si ebbe mai in essa la vera giustizia. In base a definizioni abbastanza probabili fu per certi suoi aspetti una società civile e fu meglio amministrata dagli antichi che da quelli che seguirono. Ma la vera giustizia si ebbe soltanto nella società, di cui Cristo è fondatore e sovrano, se è ammesso di considerare anche essa uno Stato pubblico, perché non si può negare che è uno Stato del popolo. Se poi questo nome, che si usa diversamente nei vari luoghi, è forse meno adatto al nostro modo di parlare, v'è certamente giustizia in quella città, di cui la sacra Scrittura dice: Azioni gloriose sono state narrate di te, o città di Dio 50.

La depravazione civile mostra che...
22. 1. Ma per quanto attiene al problema in esame, comunque esaltino che fosse o che sia la società romana, secondo i loro più autorevoli scrittori molto prima della venuta di Cristo era divenuta moralmente molto depravata; anzi non esisteva affatto ed era andata in rovina per costumi molto degenerati. Ma affinché non andasse in rovina, i suoi dèi protettori dovevano dare al popolo che li onorava soprattutto comandamenti di vita morale. Da esso erano appunto onorati con tanti templi, tanti sacerdoti e tante forme di sacrifici, con numerosi e vari misteri, con tante solennità festive e con celebrazioni di tanti e grandi spettacoli. Ma i demoni con queste cose fecero soltanto il proprio interesse non preoccupandosi come vivevano, anzi preoccupandosi che vivessero sfrenatamente perché, soggiogati dal terrore, offrissero in loro onore tutte quelle manifestazioni. E se le hanno date, si renda noto, si mostri, si scriva, quali leggi degli dèi date allo Stato trasgredirono i Gracchi per turbare tutti gli istituti con le sedizioni, quali leggi trasgredirono Mario, Cinna e Carbone per giungere anche alle guerre civili, iniziate per motivi ingiusti, condotte con crudeltà e con maggior crudeltà portate a termine 51, che trasgredì infine lo stesso Silla 52. Perché ogni uomo anzi deve detestare la sua vita, costumi e azioni narrati da Sallustio e da altri scrittori, ognuno deve ammettere che la società allora era in sfacelo.

...gli dèi non si curarono di Roma.
22. 2. Ma in considerazione dei costumi dei cittadini di tal fatta ardiranno forse, come di solito, addurre a difesa dei loro dèi, i versi di Virgilio: Abbandonando templi e altari si sono allontanati tutti gli dèi col cui aiuto questo regno si reggeva 53? Prima di tutto, se è così, non hanno di che lamentarsi della religione cristiana per il fatto che offesi da essa i loro dèi li abbiano abbandonati. Già da prima i loro antenati con i propri costumi scacciarono come mosche dagli altari di Roma una pleiade di piccoli dèi. Ma dove era questa frotta di divinità quando, prima ancora che fossero depravati gli antichi costumi, Roma fu presa e incendiata dai Galli? Pur presenti dormivano? Caduta tutta la città in potere dei nemici, era rimasto soltanto il colle capitolino; ma anche esso sarebbe stato occupato se, mentre gli dèi dormivano, non fossero rimaste sveglie le oche 54. Per questo fatto, celebrando feste solenni all'oca, Roma era quasi caduta nella superstizione degli Egiziani che adorano bestie e uccelli. Ma per adesso non discuto di mali occasionali, e piuttosto fisici che spirituali, che provengono dalle guerre o altre sventure. Ora parlo della decadenza dei costumi. Dapprima si sbiadirono un po' alla volta, poi rovinarono con l'impeto di un torrente. Ne seguì una così grave rovina della società, pur rimanendo intatte case e mura, che i loro grandi scrittori non esitarono ad affermare che fin d'allora era perduta. Era giusto che tutti gli dèi, abbandonando templi e altari, si allontanassero affinché fosse perduta, se lo stato avesse trasgredito i loro precetti di moralità e giustizia. E allora, scusate, che razza di dèi erano se non volevano vivere con un popolo che li onorava dal momento che, poiché si comportava male, non gli avevano insegnato a comportarsi bene?

I successi e gli insuccessi della vita...
23. 1. E che dire del fatto che, come sembra, li hanno assistiti a sfogare le loro passioni smodate e che, come si afferma, non s'imposero per reprimerle? Gli dèi infatti aiutarono Mario, uomo arrivato da poco e popolano, iniziatore e continuatore di guerre civili, a divenire console per sette volte e a morire durante il suo settimo consolato, ormai vecchio, in modo che non cadesse nelle mani di Silla che fra breve l'avrebbe vinto 55. Se poi gli dèi non lo aiutarono per questi scopi, i Romani devono ammettere, e non sarebbe poco, che anche senza il favore degli dèi può verificarsi per l'uomo quel grande successo temporale che tanto desiderano. Gli individui, come Mario, malgrado l'indignazione degli dèi, possono essere pienamente appagati e godere di salute, forze, ricchezze, onori, rispetto e lunga vita. Altri, come Regolo, malgrado la benevolenza degli dèi, sono afflitti e muoiono nella prigionia, nella schiavitù, di miseria, di sonno e di sofferenze. E se concedono che è così, ammettono che gli dèi non servono a niente per determinati vantaggi e si onorano senza profitto. Infatti hanno sollecitato il popolo ad imparare piuttosto i vizi contrari alle virtù spirituali e all'onestà morale, le cui ricompense si devono sperare dopo morte. Inoltre anche nei beni passeggeri e temporali non puniscono quelli che odiano e non favoriscono quelli che amano. E allora a quale scopo sono adorati, a quale scopo si chiede con tanto zelo che siano adorati? Perché si mormora che in tempi travagliati e tristi si siano allontanati come se fossero indignati e a causa loro si offende la religione cristiana con ingiurie veramente immeritate? Se hanno negli avvenimenti del mondo il potere di fare del bene e del male, perché hanno protetto l'indegno Mario e sono mancati al degnissimo Regolo? Si deve pensare forse che anche essi sono ingiusti e cattivi? E se si pensa che proprio per questo si devono maggiormente temere e onorare, non lo si pensi di loro, perché è noto che Regolo non li ha meno onorati di Mario. E non sembri per questo che si debba scegliere una condotta moralmente indegna perché si giudica che gli dèi hanno aiutato più Mario che Regolo. Infatti Metello, il più illustre dei Romani, che ebbe cinque figli consoli, fu fortunato anche nei beni terreni, e Catilina, il peggiore dei Romani, fu oppresso dalla povertà e cadde miseramente nella guerra del suo tradimento. Infine i buoni che onorano Dio si distinguono per vero e sicuro successo che soltanto da lui può esser dato.

...non dipendono dai dèmoni ma da Dio.
23. 2. Dunque mentre la società andava in sfacelo a causa dell'immoralità, i loro dèi non fecero nulla per regolare o riformare i costumi perché non decadesse, anzi contribuirono a depravarli e guastarli per farla decadere. Non si fingano dunque persone dabbene come se si siano allontanati perché offesi dalla dissolutezza del popolo. Certamente erano presenti, si sono traditi, sono smascherati; non sono riusciti né ad aiutare col loro potere né a nascondersi nel silenzio. Tralascio che Mario fu raccomandato dai compassionevoli abitanti di Minturno alla dea Marica nel suo boschetto sacro perché gliele mandasse tutte buone 56. Ed egli che aveva perduto ogni speranza tornò incolume a Roma e guidò da crudele qual era un esercito crudele. I volenterosi possono leggere gli autori che hanno narrato quanto la sua vittoria fu disumana, incivile e più spietata di quella di un nemico. Ma, come ho detto, tralascio questi fatti e non attribuisco il successo efferato di Mario a non saprei quale Marica ma piuttosto a un'occulta provvidenza di Dio per chiudere la bocca dei nostri avversari e liberare dall'errore individui che non agiscono per passione ma riflettono saggiamente sulle cose. Infatti, sebbene i demoni abbiano un certo potere su questi fatti, ne hanno tanto quanto è loro concesso dal volere nascosto di Uno che tutto può. Non dobbiamo perciò sopravvalutare il successo terreno che spesso viene accordato a malvagi come Mario e non reputarlo un male perché osserviamo che in esso sono stati eccellenti anche molti individui religiosi, onesti e adoratori del vero Dio, nonostante l'opposizione dei demoni. Così non dobbiamo credere che i medesimi spiriti immondi si devono propiziare o temere in vista di beni o mali terreni. Anche essi, come gli uomini malvagi nel mondo, non hanno il potere di fare tutto ciò che vogliono, ma solamente quanto è consentito dalla disposizione di colui, di cui nessuno comprende pienamente i giudizi, nessuno giustamente li riprende.

I successi di Silla mostrano...
24. 1. I tempi di Silla furono tali che al paragone si dovevano rimpiangere i precedenti, di cui egli sembrava il vendicatore. Dunque quando egli per la prima volta mosse l'accampamento verso Roma contro Mario, mentre immolava una vittima, le viscere gli apparvero, come scrive Livio 57, di tanto buon auspicio che l'aruspice Postumio volle essere messo in prigione per subire la pena di morte se Silla non avesse conseguito con l'aiuto degli dèi quello che si era proposto. Ecco un caso in cui gli dèi non si allontanarono abbandonando templi e altari, poiché predicevano un avvenimento e non si curavano affatto del ravvedimento di Silla. Promettevano col presagio un grande successo e non reprimevano con minacce una malvagia passione. In seguito mentre conduceva in Asia la guerra mitridatica, gli fu fatto dire da Giove mediante Lucio Tizio che avrebbe sconfitto Mitridate e così avvenne. Poi mentre si apprestava a tornare a Roma e a vendicare con una guerra civile le ingiustizie fatte a lui e a suoi partigiani, per mezzo di un soldato della sesta legione sempre da Giove gli fu mandato a dire che prima gli aveva predetto la vittoria su Mitridate e che adesso prometteva di dargli il potere con cui riavere dai nemici, con molto spargimento di sangue, il governo dello Stato. Allora Silla chiese quale figura fosse apparsa al soldato. Questi gliela descrisse ed egli ricordò che era la stessa descrittagli precedentemente da colui che gli aveva riferito l'annuncio di Giove riguardo alla vittoria su Mitridate.

Come si può giustificare il fatto che gli dèi si siano preoccupati di annunziare come fausti questi eventi e che nessuno di loro si sia curato di far ravvedere Silla, il quale stava per provocare sciagure molto gravi con scellerate guerre civili che non macchiavano ma addirittura distruggevano lo Stato? Naturalmente si deve pensare che i demoni, come spesso ho detto, come sappiamo dalla sacra Scrittura e come i fatti stessi dichiarano, esercitino la loro opera per esser considerati e adorati come dèi, per farsi presentare ossequi che vincolino i loro devoti al punto da avere con essi un pessimo capo d'accusa al giudizio di Dio.

...l'istigazione demoniaca al male.
24. 2. In seguito Silla essendo andato a Taranto e avendo offerto un sacrificio, vide nella parte superiore del fegato del vitello la forma di una corona d'oro. Allora il suddetto aruspice Postumio sentenziò che essa significava una grande vittoria e ordinò che lui solo mangiasse quelle viscere. Dopo poco uno schiavo di un certo Lucio Ponzio gridò divinando: "Vengo come messaggero da Bellona, la vittoria è tua, o Silla". E aggiunse che il Campidoglio stava per bruciare. Detto questo uscì dall'accampamento. Il giorno dopo vi tornò più agitato e gridò che il Campidoglio s'era incendiato. E in realtà il Campidoglio s'era incendiato. Fu facile al demone presagire l'avvenimento e notificarlo subito. Intendi ora, ed è l'aspetto più importante dell'argomento, quali siano gli dèi cui desiderano sottomettersi coloro i quali bestemmiano il Salvatore che libera le facoltà morali dei fedeli dal dominio dei demoni. Quell'individuo divinando gridò: "La vittoria è tua, o Silla"; e perché si credesse che presagiva per ispirazione divina, preannunciò un evento che si doveva verificare in breve, e subito si verificò, sebbene da esso fosse lontano l'uomo per cui mezzo lo spirito parlava. Non gridò tuttavia: "O Silla, evita le scelleratezze". E furono esecrabili quelle che commise a Roma dopo la vittoria. A lui inoltre si mostrò nel fegato di un vitello una corona d'oro come segno evidente della sua vittoria. E se divinità giuste e non empi demoni fossero solite dare questi segni avrebbero mostrato in quelle viscere l'avverarsi di mali indicibili e gravemente dannosi allo stesso Silla. La sua vittoria infatti non giovò così alla sua fama come danneggiò la sua passione. Ne risultò appunto che da uomo di sfrenata ambizione, innalzato e abbattuto dal successo, più che perdere materialmente i nemici, fosse perduto egli stesso moralmente. Proprio questi fatti veramente tristi e deplorevoli gli predicevano gli dèi senza le viscere, i presagi, il sogno o divinazione di alcuno. Temevano di più il suo ravvedimento che la sua sconfitta. Anzi si adoperavano che egli vincitore glorioso dei concittadini, a sua volta vinto e prigioniero fosse soggetto con legami molto stretti a vizi nefandi e mediante essi agli stessi demoni.

Gli dèi istigano alla violenza.
25. 1. Da questi fatti ognuno può comprendere e persuadersi, a meno che non abbia scelto di imitare dèi di tal fatta anziché troncare mediante la grazia divina ogni relazione con essi, quanto si adoperino questi spiriti maligni a favorire col proprio esempio quasi un'autorizzazione divina alla delinquenza. Al limite si sa perfino che essi mostrarono di azzuffarsi fra di loro in una vasta pianura della Campania, in cui poco dopo si scontrarono gli eserciti in una infame guerra civile. Si udì infatti in quel luogo un grande strepito di armi e subito dopo alcuni affermarono di aver visto per alcuni giorni due schiere che si combattevano. E appena questa battaglia cessò, trovarono orme come di cavalli e uomini, quali potevano essere impresse in una battaglia come quella 58. Se veramente le divinità si sono azzuffate, sono scusate allora anche le guerre civili degli uomini; si rifletta comunque quanto sia grande o la cattiveria o la infelicità di dèi simili. Se poi fecero finta di combattere, si adoperarono esclusivamente a convincere i Romani che, sull'esempio degli dèi, non commettevano alcun delitto con le guerre civili. Erano infatti già cominciate le guerre civili e si era già avuta qualche strage esecrabile in battaglie infami. Aveva già commosso molte persone l'episodio di un soldato che, mentre strappava le spoglie a un ucciso, riconobbe nel cadavere denudato il fratello e in segno di esecrazione per le guerre civili si uccise sul posto e cadde riverso sulla salma del fratello 59. Perché dunque non si provasse orrore di un così grave crimine, ma crescesse sempre la passione per le guerre efferate, i demoni malvagi, che i Romani consideravano dèi e ritenevano perciò che si dovessero onorare e venerare, vollero farsi vedere in combattimento dagli uomini perché il senso civico non si rifiutasse di imitare tali combattimenti, anzi il delitto umano fosse scusato dall'esempio divino. Con pari astuzia gli spiriti maligni si fecero dedicare con rito sacro gli spettacoli teatrali. Ho già detto abbastanza sull'argomento. Nei cori e nelle azioni drammatiche erano rappresentate grosse nefandezze degli dèi. Quindi lo spettatore, che le credesse o non le credesse ma gradiva vederle rappresentate, poteva imitarle tranquillamente. Ma qualcuno poteva pensare che i poeti, in quei passi in cui cantano che gli dèi si sono azzuffati, intendessero scrivere delle insolenze contro gli dèi anziché ciò che loro si addiceva. Essi allora per ingannare gli uomini avallavano i canti dei poeti col presentare, cioè, agli occhi degli uomini le proprie battaglie non solo per mezzo degli attori ma personalmente in battaglia campale.

...a differenza del Cristo.
25. 2. Sono stato costretto a dire queste cose perché gli scrittori romani non hanno affatto dubitato di dire e scrivere che la società civile era andata in rovina ed era inesistente prima della venuta di Cristo Gesù nostro Signore. Ma coloro che rinfacciano al nostro Cristo le sventure passeggere con cui non possono andare in rovina, sia in vita che dopo morte gli onesti, non rinfacciano ai propri dèi questa rovina. Eppure il nostro Cristo propone spesso grandi precetti per un'alta moralità contro la rovina dei costumi. Invece i loro dèi non si contennero affatto mediante buoni precetti con il popolo che li adorava perché la società non cadesse in sfacelo, anzi si contennero in maniera che, depravando i costumi con i propri esempi in una dannosa autorevolezza, la società andasse in rovina. Ed ora, come penso, non si oserà dire che era in sfacelo, perché gli dèi, come se fossero amici della virtù e offesi dai vizi umani, se ne andarono tutti abbandonando templi e altari 60. Al contrario è dimostrato che erano presenti perché con i tanti segni delle viscere, dei presagi, delle divinazioni si affannavano a vantarsi ed esibirsi come conoscitori di eventi futuri e fautori di battaglie. Qualora se ne fossero andati sul serio, i Romani avrebbero ecceduto nelle guerre civili di meno a causa delle proprie passioni che delle loro istigazioni.

Istigano alla lussuria...
26. 1. Le cose stanno dunque così. Apertamente in pubblico sconcezze mischiate a crudeltà, azioni disonorevoli e delitti delle divinità, compiuti o inventati, divennero celebri perché furono loro consacrati e dedicati in determinate solennità fisse dietro loro richiesta e col rischio della loro collera se non si eseguivano. Si affermarono così come spettacolo agli occhi di tutti per essere proposti all'imitazione. Dunque i demoni rivelano con piaceri di tal fatta di essere spiriti immondi, con le proprie dissolutezze e malvagità tanto vere che simulate confermano di esser fautori di scelleratezze e disonestà chiedendo agli svergognati la celebrazione di fatti simili ed estorcendola ai timorati. Perché dunque si dice che nei recessi dei loro templi danno a individui iniziati dei buoni comandamenti relativi a determinati settori della morale 61? Se è vero, si deve rilevare e denunziare una più ammaliziata astuzia degli spiriti cattivi. Tanta è appunto la forza della rettitudine e dell'onestà che tutto o quasi tutto il genere umano è compreso del loro valore e non diviene scostumato al punto di aver perso completamente il senso dell'onestà. Per questo motivo la malvagità dei demoni, a meno che in qualche caso, come leggiamo nella sacra Scrittura, non si modellino in angeli di luce 62, non riesce a condurre a termine l'opera d'inganno. Quindi esteriormente l'oscena empietà giunge rintronando alle masse con grandioso strepito e interiormente la castità nascosta appena si fa udire a pochi; la pubblicità è concessa alle opere disonorevoli, la segretezza alle opere lodevoli; la dignità è nascosta, l'indegnità palese; un'azione cattiva richiama tutti a osservarla, la parola buona trova appena alcuni ad ascoltarla, come se ci si debba vergognare dell'onestà e gloriare della disonestà. E questo dove se non nei templi dei demoni, dove se non nei convegni d'inganno? Avviene così che le persone oneste, che sono poche, siano ingannate senza che i più, i quali sono veramente dissoluti, si ravvedano.

...come nei misteri di Celeste.
26. 2. Non sappiamo dove e quando gli individui consacrati a Celeste 63 ascoltavano precetti di castità. Noi profani comunque ci radunavamo da ogni parte davanti al suo tempietto, dove potevamo osservare la sua statua ivi collocata. In piedi, dovunque ci si poteva sistemare, assistevamo con molta attenzione agli spettacoli che vi si eseguivano, osservando, col muovere lo sguardo, da una parte una parata lasciva, dall'altra la dea vergine, notando che lei era adorata con religioso rispetto e che davanti a lei si celebravano riti osceni. Non abbiamo visto in quel luogo mimi pudorati o un'attrice più costumata, tutte le parti erano colme di spudoratezza. Si sapeva ciò che era gradito alla divinità vergine e le si offriva ciò che rendeva una donna onesta più informata nel tornare dal tempio alla casa. Alcune più vergognose voltavano la faccia dai gesti osceni degli attori e imparavano con intenzione nascosta la prassi della colpa. Si vergognavano infatti degli uomini e per questo non osavano guardare a viso aperto gesti osceni, ma molto meno osavano condannare con cuore onesto i riti della dea che adoravano. E si dava ad apprendere pubblicamente in un tempio un'azione, per compiere la quale si cercava per lo meno l'intimità nella casa. E il pudore umano, se pur c'era in quel luogo, si meravigliava non poco che gli uomini non commettessero quelle colpe liberamente perché le apprendevano perfino con un rito religioso presso gli dèi col rischio di irritarli se non provvedevano a offrire quel rito. E quale altro spirito, muovendo con segreta istigazione coscienze veramente disoneste, stimola a commettere adulteri e gode di quelli commessi, se non quello che si diletta di riti sacri di quella specie, giacché fa innalzare nei templi le statue dei demoni, ama le rappresentazioni dei vizi negli spettacoli, bisbiglia in privato parole di onestà per ingannare anche le poche persone dabbene, ripropone in pubblico le attrattive della dissolutezza per accalappiare le innumerevoli persone cattive?

Sono propiziati con riti e spettacoli osceni.
27. Cicerone, uomo autorevole e mediocre filosofo, quando stava per divenire edile, informa la cittadinanza che fra le altre mansioni del suo incarico v'era anche quella di placare con la celebrazione di spettacoli Flora dea madre 64. E questi spettacoli di solito si celebravano con riti altrettanto religiosi che osceni. Divenuto console in momenti estremamente difficili per lo Stato, dice in un altro passo che furono dati spettacoli per dieci giorni e che non fu tralasciato provvedimento alcuno destinato a rendere propizi gli dèi 65. Era preferibile irritare dèi di quella specie con la morigeratezza anziché renderli propizi con la dissolutezza, stimolarli perfino all'odio con l'onestà anziché lusingarli con azioni veramente indecorose. Infatti avrebbero recato minor danno con una spietata efferatezza gli uomini, per i quali gli dèi venivano resi propizi, che gli stessi dèi giacché erano resi propizi con atti di oscena immoralità. Per stornare il pericolo materiale dei nemici, si rendevano benevoli gli dèi con atti da cui era abbattuta la virtù morale ed essi non si opponevano a coloro che assediavano le mura se prima non demolivano i buoni costumi. Tutta la cittadinanza dunque, in onore di divinità siffatte, imparava in pubblico con la vista e l'udito questo rito propiziatorio veramente sfacciato, impudico, sfrontato, disonesto e sconcio, anche se la nobile tempra della moralità romana aveva considerato inabili alle cariche, estromesso dalla tribù, ritenuto privi di onore e dichiarato infami coloro che lo eseguivano. Intendo parlare del vergognoso rito propiziatorio, che la vera religione deve aborrire ed esecrare, offerto a divinità di quella specie, delle rappresentazioni delittuosamente oscene contro gli dèi, delle gesta ignominiose degli dèi compiute per scelleratezza o disonestà ovvero immaginate con maggiore scelleratezza e disonestà. La cittadinanza osservava che quelle esecuzioni erano gradite agli dèi e credeva quindi che non solo doveva loro offrirle ma anche imitarle. Non conosceva però quel non so che di moralmente onesto che si insegnava, seppure si insegnava, a così pochi e in forma così esoterica, perché si temeva di più che fosse divulgato che non venisse osservato 66.

Dignità del rito cristiano.
28. Individui ingiusti, ingrati e posseduti con vincoli più stretti dallo spirito iniquo lamentano e brontolano che gli uomini mediante il nome di Cristo siano liberati dal giogo infernale e dalla comunanza nelle pene con le potenze del male e trasferiti dalle tenebre di una dannosissima empietà alla luce di una salutare pietà. E si lamentano perché le masse confluiscono nella chiesa in onesto assembramento, in una onorata distinzione dei due sessi, perché nella chiesa ascoltano come devono vivere moralmente nel tempo per meritare di vivere dopo questa vita in una perenne felicità, perché nella chiesa mediante le parole della sacra Scrittura, che è insegnamento di giustizia, rivolte da un luogo elevato alla presenza di tutti, gli osservanti ascoltino per la ricompensa, i trasgressori per la condanna. Che se nella chiesa vengono anche alcuni motteggiatori di questi insegnamenti, la loro sfrontatezza o viene abbandonata per improvviso ravvedimento o frenata dal timore e dal rispetto. Infatti non si propone alla loro attenzione e imitazione un rito delittuosamente sconcio, giacché in quel luogo si propongono gli insegnamenti o si narrano i miracoli o si riconoscono i doni o si invoca la bontà del Dio vero.

Protrettico ai Romani perché accettino il Cristianesimo...
29. 1. Desidera piuttosto questi beni, o nobile tempra romana o progenie dei Regoli, degli Scevola, degli Scipioni, dei Fabrizi ; desidera questi beni piuttosto e riconosci che sono diversi dalla oscena frivolezza e ingannevole malvagità dei demoni. Se qualche cosa in te di nobile risalta per naturale disposizione, soltanto con la vera pietà è nobilitato fino alla compiutezza, con l'empietà è sprecato e avvilito. Scegli ormai che cosa devi seguire per ottenere di essere lodata senza errore, non in te ma nel Dio vero. Nei tempi andati avesti la gloria tra i popoli ma per un occulto giudizio della divina provvidenza ti mancò la vera religione da scegliere. Svegliati, è giorno, come ti sei svegliata in alcuni dei tuoi, della cui virtù perfetta e perfino del martirio per la vera religione noi cristiani ci gloriamo. Essi combattendo con le potenze nemiche e vincendole con una morte eroica hanno fondato per noi col loro sangue questa patria 67. E a questa patria noi ti invitiamo e sproniamo perché tu sia aggiunta al numero dei cittadini, la cui città di rifugio è in certo senso la vera remissione dei peccati. Non ascoltare i tuoi cittadini degeneri che infamano Cristo o i cristiani accusandoli delle calamità dei tempi perché vorrebbero tempi, in cui non si abbia la vita tranquilla ma la malvagità garantita. Neanche per la patria terrena ti furono graditi tempi simili. È tempo che afferri la patria celeste, giacché per averla non dovrai certamente affannarti e in essa dominerai in una verace perennità. In essa non il fuoco di Vesta, non il Giove di pietra del Campidoglio 68, ma il Dio uno e vero non pone i limiti delle cose e dei tempi ma darà un dominio senza fine 69.

...e rifiutino il politeismo.
29. 2. Non andare in cerca di dèi falsi e bugiardi, rigettali piuttosto con disprezzo lanciandoti verso la vera libertà. Non sono dèi, sono spiriti malvagi, per i quali è tormento la tua felicità eterna. Si ritiene che Giunone invidiasse ai Troiani, dai quali derivi la stirpe, l'insediamento sui colli di Roma 70. Molto di più questi demoni, che tuttora consideri dèi, invidiano a tutto il genere umano la patria eterna. E tu stessa hai giudicato in gran parte questi spiriti, perché li hai resi propizi con spettacoli, ma hai deciso che fossero infami gli individui, dai quali hai fatto eseguire gli spettacoli medesimi. Permetti che si affermi la tua libertà contro spiriti immondi che avevano imposto sul tuo collo il peso di celebrare con rito sacro in loro onore la propria ignominia. Hai reso inabili alle cariche gli attori dei delitti divini, supplica il vero Dio ché allontani da te gli dèi che si vantano dei propri delitti, o veri, e questo è estremamente vergognoso, o inventati, e questo è estremamente malizioso. Hai fatto bene nel decidere di tua iniziativa che la comunanza dei diritti civili non fosse accessibile a istrioni e attori. Svégliati pienamente. In nessuna maniera si placa la maestà divina con arti, da cui è macchiata la dignità umana. Con quale criterio ritieni che si devono annoverare fra le sante potenze celesti gli dèi che si dilettano di simili ossequi, se hai ritenuto che gli individui, per mezzo dei quali si presentano questi ossequi, non si devono annoverare fra i cittadini romani di qualunque ceto siano? Senza confronto più illustre è la città dell'alto perché in essa la vittoria è verità, la dignità è santità, la pace è felicità, la vita è eternità. A minor ragione essa ha nella sua società dèi di quella specie, se tu ti sei vergognata di avere nella tua individui della medesima specie. Quindi se desideri giungere alla città felice, evita il rapporto con i demoni. È indignitoso che siano onorati dagli onesti coloro che sono resi propizi per mezzo di individui indegni. Siano dunque rimossi dal tuo religioso ossequio mediante la purificazione cristiana come gli attori furono rimossi dalla dignità di tuoi cittadini con nota del censore. Si crede poi che i demoni abbiano poteri sui beni temporali, i soli di cui i malvagi vogliono godere, e sui mali temporali, i soli che gli iniqui non vogliono subire. Comunque se avessero tale potere, a più forte ragione dovremmo disprezzare i beni del mondo anziché a causa loro adorare i demoni e adorandoli non riuscire a raggiungere quei beni che essi ci invidiano. Tuttavia esamineremo in seguito che essi non hanno potere neanche nelle cose del mondo, come pensano coloro i quali si affannano a dimostrare che in vista di esse bisogna adorarli. Perciò qui ha termine il presente volume.

LIBRO III

SOMMARIO

1. Certe sventure sono temute soltanto dai malvagi ma da esse il mondo è stato sempre afflitto quando era politeista.

2. Se gli dèi onorati egualmente dai Romani e dai Greci avessero ragioni per permettere l'eccidio di Troia.

3. Gli dèi non dovevano offendersi dell'adulterio di Paride perché, stando alla tradizione, era praticato anche da loro.

4. La teoria di Varrone secondo cui è vantaggioso che gli uomini pensino falsamente di avere origine dagli dèi.

5. Non era giusto che gli dèi punissero l'adulterio di Paride perché non l'hanno punito nella madre di Romolo.

6. Gli dèi non hanno punito il fratricidio di Romolo.

7. Il saccheggio di Troia compiuto da Fimbria generale di Mario.

8. Roma non doveva affidarsi agli dèi di Troia.

9. Se si deve credere che gli dèi abbiano agevolato la pace che si ebbe durante il regno di Numa.

10. Non era auspicabile che l'impero romano si allargasse attraverso l'efferatezza delle guerre, quando con la politica che si ebbe sotto Numa poteva rimanere tranquillo e sicuro.

11. L'idolo dell'Apollo di Cuma avrebbe indicato col pianto la sconfitta dei Greci che non poteva aiutare.

12. Oltre alla costituzione di Numa i Romani aggiunsero molti dèi il cui numero non recò alcun vantaggio.

13. Con quale vincolo giuridico i Romani celebrarono i primi matrimoni.

14. Ingiustizia della guerra che i Romani mossero ad Alba e conseguimento della vittoria per passione di dominio.

15. Vita e morte dei re di Roma.

16. I primi consoli di Roma, di cui uno esiliò l'altro e in seguito dopo efferati parricidi morì di ferite ricevute dal nemico ferito.

17. Dopo l'inizio della magistratura consolare lo Stato romano fu afflitto da molte sciagure perché gli dèi che adorava non lo soccorsero.

18. Molte sconfitte prostrarono i Romani durante le guerre puniche perché inutilmente si chiese l'intervento degli dèi.

19. Dalla sciagura della seconda guerra punica furono logorate le forze dell'una e dell'altra parte.

20. La fine di Sagunto non protetta dagli dèi di Roma, sebbene fosse sterminata a causa dell'amicizia per i Romani.

21. La cittadinanza romana fu ingrata a Scipione suo liberatore e con quale moralità viveva quando Sallustio narra che era di somma onestà.

22. Mitridate con un editto ordinò di uccidere tutti i cittadini romani che si trovavano in Asia.

23. Lo Stato romano fu sconvolto anche da mali interni per preannuncio di un prodigio consistente nel ritorno degli animali domestici alla ferinità.

24. La discordia civile suscitata dalle sedizioni dei Gracchi.

25. Il tempietto della Concordia costruito per decisione del senato nel luogo delle sommosse e delle stragi.

26. Le varie forme di guerra che seguirono all'erezione del tempietto della Concordia.

27. La guerra civile di Mario e Silla.

28. Caratteri della vittoria di Silla che puniva la crudeltà di Mario.

29. Un confronto fra l'invasione dei Goti e le sconfitte che i Romani ricevettero dai Galli e dai fautori delle guerre civili.

30. Il complesso delle guerre che in gran numero e gravità si verificarono prima della venuta del Cristo.

31. Senza riflessione gli individui cui si vieta il politeismo attribuiscono al Cristo le presenti sventure, dato che nel periodo in cui era in vigore avvennero tanti flagelli.

 

Libro terzo

LA STORIA DI ROMA IN UNA VISIONE CRITICA

 

Criteri di giudizio dei fatti storici (1-12)

Una realistica visione della storia.
1. Ritengo che è stato detto abbastanza nei confronti dei mali morali e spirituali i quali più degli altri si devono evitare e cioè che gli dèi falsi non si sono affatto preoccupati di aiutare il popolo che li adorava affinché non ne fosse schiacciato dal cumulo, ma si adoperarono piuttosto che ne fosse gravato al massimo. Penso che ora si debba parlare di quei mali, i soli che i pagani non vogliono subire, come povertà, malattia, guerra, saccheggio, schiavitù, strage e altri simili di cui ho già parlato nel primo libro. I malvagi ritengono unici mali questi che non rendono malvagi e non si vergognano di essere malvagi fra le cose che valutano come beni proprio essi che così le valutano. Si stizziscono di più se hanno una cattiva villa che una cattiva condotta come se stimare un bene tutte le cose fuorché se stessi sia il più grande bene dell'uomo. Eppure i loro dèi, quando ne era permesso il culto, non impedirono che accadessero loro questi mali, i soli che essi temevano. Prima della venuta del nostro Redentore in luoghi e tempi diversi l'uman genere fu colpito da innumerevoli e alcune perfino incredibili sventure. Eppure se si eccettuano il popolo ebraico e fuori di esso alcuni che in ogni parte della terra per occulto e giusto giudizio di Dio furono degni della grazia divina, il mondo adorava soltanto questi dèi. Tuttavia, per non farla troppo lunga, non parlerò delle gravissime sciagure degli altri popoli nelle diverse regioni. Parlerò soltanto, per quanto attiene a Roma e all'impero romano, cioè alla città in particolare e alle altre che in tutto il mondo furono alleate o soggette, dei mali che subirono prima della venuta di Cristo, quando appartenevano per così dire al corpo dello Stato.

Il politeismo e la fine di Troia.
2. Comincio da Troia o Ilio, da cui deriva la stirpe dei Romani perché non si deve tralasciare o evadere l'argomento che ho toccato anche nel primo libro 1. Se dunque Ilio aveva e onorava i medesimi dèi, perché fu vinta, saccheggiata e distrutta dai Greci? Furono fatte pagare a Priamo, dicono, i falsi giuramenti di suo padre Laomedonte 2. Dunque è vero che Apollo e Nettuno prestarono servizio a Laomedonte come salariati? Si narra infatti che promise loro un salario e giurò il falso 3. Mi meraviglio che Apollo presentato come divinatore faticò ad un'opera così grandiosa senza prevedere che Laomedonte non avrebbe mantenuto le promesse. Neanche per Nettuno, suo zio paterno, fratello di Giove e re del mare, era dignitoso essere inconsapevole del futuro. Infatti Omero che, come si dice, visse prima della fondazione di Roma, lo presenta nell'atto di divinare un glorioso avvenire alla stirpe di Enea 4, dai cui posteri è stata fondata Roma. Lo avvolse perfino in una nube perché non fosse ucciso da Achille, sebbene bramasse distruggere dalle fondamenta, come confessa nel testo di Virgilio, le mura di Troia spergiura costruite con le proprie mani 5. Dunque dèi così grandi, come Nettuno e Apollo, senza sapere che Laomedonte avrebbe negato la paga, furono costruttori delle mura di Troia, per i grati e per gli ingrati. Riflettano i Romani se non è più pericoloso riconoscerli come dèi che non mantenere loro le promesse giurate. Lo credette molto probabilmente anche Omero perché presenta Nettuno che combatte contro i Troiani ed Apollo in loro favore, sebbene il mito racconti che furono ambedue offesi dal falso giuramento. Se dunque credono ai miti, si vergognino di adorare simili divinità; e se non credono ai miti, non adducano a pretesto i giuramenti falsi di Troia o si meraviglino che gli dèi punirono gli spergiuri di Troia e amarono quelli di Roma. Per quale ragione infatti la congiura di Catilina ebbe in uno Stato tanto grande e tanto depravato un numeroso gruppo di cittadini che l'azione e la parola nutrivano di falso giuramento o di strage civile 6? Quale altra mancanza insomma se non spergiurare commettevano i senatori, tante volte corrotti nei giudizi ed altrettante il popolo nelle votazioni e negli altri affari che si trattavano nelle sue assemblee? A causa infatti dell'immoralità si conservava l'antico istituto del giuramento, non allo scopo di astenersi dai delitti col timore della religione, ma per aggiungere agli altri delitti anche i giuramenti falsi.

Aspetti della mitologia eticamente inspiegabile.
3. Non v'è motivo dunque perché si immagini poeticamente che gli dèi, dai quali, come dicono, fu difeso il dominio di Troia 7, fossero adirati contro i Troiani spergiuri. È chiaro che furono vinti dai Greci più forti. E neanche abbandonarono Troia perché erano indignati per l'adulterio di Paride, come si dice a loro difesa da alcuni. Di solito favoriscono e insegnano i peccati, non li puniscono. All'inizio, come io ho appreso, dice Sallustio, i Troiani che profughi sotto la guida di Enea vagavano senza meta fissa, fondarono Roma e vi si insediarono 8. Se dunque le divinità pensarono di punire l'adulterio di Paride, soprattutto nei Romani o senz'altro anche nei Romani doveva esser punito, perché pure la madre di Enea lo commise. Con quale criterio potevano odiare in Paride quel misfatto se non odiavano nella loro compagna Venere l'atto, per tacere di altri, compiuto con Anchise, da cui aveva avuto Enea? Forse perché uno fu compiuto malgrado lo sdegno di Menelao e l'altro con la condiscendenza di Vulcano? Mi par proprio che gli dèi non siano gelosi delle proprie mogli al punto di accondiscendere ad averle in comune con gli uomini. Si pensa forse che sto schernendo i miti e che non tratto con la dovuta serietà un argomento tanto importante. Dunque, se si vuole, non crediamo che Enea fosse figlio di Venere; lo concedo se crediamo che neanche Romolo lo fu di Marte. Se l'uno, perché non anche l'altro? È forse ammissibile che gli dèi si uniscano a uomini femmine ed è inammissibile che uomini maschi si uniscano alle dee? È dura e piuttosto incredibile la condizione che ciò che per diritto di Venere fu lecito a Marte nell'accoppiamento non fosse lecito nel proprio diritto alla stessa Venere. Ma l'uno e l'altro sono stati confermati da un'autorevole letteratura romana. Cesare a noi vicino non credette di meno di avere per antenata Venere 9 di quel che l'antico Romolo credette di avere per padre Marte.

Interpretazione realistica del mito in Varrone.
4. Si dirà: "E tu credi a queste fole?". No, io non ci credo. Infatti anche Varrone, il più dotto dei Romani, lo ammette, sia pure non risolutamente e non decisamente, comunque indirettamente. È utile, egli dice, agli Stati che gli eroi credano, anche se è falso, di essere stati generati dagli dèi. Così l'animo umano, portatore di questa sicurezza, intraprende con maggiore audacia le grandi imprese, le continua con maggior vigore e, data questa sicurezza, le porta a termine con maggior successo 10. Questa opinione di Varrone, citata a senso, come mi è stato possibile con le mie parole, apre, come puoi vedere, una larga falla all'inganno perché ci lascia intendere che si poterono imbastire molte credenze già sacrali e quasi religiose, laddove si pensò che ai cittadini giovassero le menzogne perfino sugli dèi.

Incompetenza degli dèi a giudicare la vicenda umana.
5. Ma lasciamo da parte se Venere poté partorire Enea dall'accoppiamento con Anchise o Marte generare Romolo dall'accoppiamento con la figlia di Numitore. In definitiva un problema analogo si rileva anche dalle nostre Scritture, se cioè gli angeli prevaricatori si fossero accoppiati con le figlie dell'uomo. La terra così si popolò di giganti, cioè di grandissimi eroi che nacquero da quell'accoppiamento 11. Quindi per adesso la nostra discussione può riferirsi all'uno e all'altro caso. Se dunque sono veri i fatti che nei loro scrittori si leggono della madre di Enea e del padre di Romolo, per quale motivo potrebbero dispiacere agli dèi gli adulteri degli uomini, quando li sopportano in tutta pace in se stessi? Se poi sono falsi, neanche in tal caso possono adirarsi contro i veri adulteri umani, giacché si compiacciono dei propri adulteri immaginari. Si aggiunge che se non si presta fede all'adulterio per quanto riguarda Marte, allo scopo di non credere neanche quello di Venere, non si può difendere la posizione della madre di Romolo col pretesto dell'accoppiamento col dio. Era una vestale e perciò gli dèi avrebbero dovuto punire più severamente contro i Romani il misfatto sacrilego che contro i Troiani l'adulterio di Paride. Infatti gli antichi Romani sotterravano vive le sacerdotesse di Vesta sorprese nel disonore e invece non condannavano alla pena di morte, ma ad altre pene, le donne adultere. Con maggiore severità appunto proteggevano quelli che ritenevano i santuari del dio che il talamo dell'uomo.

Comune eticità destino di Roma a Troia.
6. Aggiungo un'altra considerazione. Se a quelle divinità dispiacevano i peccati degli uomini al punto di abbandonare Troia alla strage e all'incendio per l'episodio dell'odiato Paride, l'uccisione del fratello di Romolo li avrebbe irritati contro i Romani più gravemente che contro i Troiani il disonore di un marito greco. Li avrebbe irritati di più il fratricidio di una città che sorgeva dell'adulterio di una città che già dominava. E non attiene all'argomento trattato se Romolo comandò di compiere il delitto o se lo compì di propria mano. Molti per sfrontatezza negano il fatto, molti ne dubitano per vergogna, molti non ne parlano per la pena. Ed anche io non voglio trattenermi a investigare accuratamente il fatto attraverso l'esame delle testimonianze di molti scrittori. È noto a tutti che il fratello di Romolo fu ucciso, non da nemici, non da estranei. Se Romolo compì o comandò il delitto, si pensi che egli era il capo dei Romani a maggior diritto di quel che lo fosse Paride dei Troiani. Perché dunque uno, rapitore della moglie altrui, provocò l'ira degli dèi contro i Troiani, e l'altro, uccisore del proprio fratello, attirò la protezione dei medesimi dèi sui Romani? Se poi il delitto fu estraneo all'azione e al comando di Romolo, dato che doveva essere punito, tutta la città ne fu responsabile perché non lo punì e per di più non uccise un fratello ma il padre, che è peggio. Tutti e due infatti furono fondatori ma ad uno non fu consentito di essere re, perché eliminato da un delitto. Non v'è motivo di chiedersi, come penso, quale colpa commise Troia perché gli dèi l'abbandonassero per farla distruggere e quale opera buona compì Roma perché gli dèi la facessero propria dimora per farla prosperare. Questo soltanto c'è, che essendo stati vinti si trasferirono presso i Romani per ingannarli comunque. Anzi rimasero anche a Troia per ingannare, come al solito, i nuovi abitanti di quelle regioni e a Roma riscossero gloria con grandi onoranze esercitando anche più largamente le arti del loro inganno.

Ingiustificata la nuova distruzione di Troia.
7. Quando poi le guerre civili erano già scoppiate, quale colpa aveva commesso Ilio perché fosse devastata da Fimbria, malvagio individuo del partito di Mario, con più spietata ferocia che in passato dai Greci? Almeno allora molti poterono fuggire dalla città ed alcuni, fatti prigionieri, sia pure in schiavitù, ebbero salva la vita. Invece Fimbria promulgò in precedenza un editto di non risparmiare alcuno e fece bruciare tutta la città e tutti i suoi abitanti. Questo trattamento si meritò Troia non dai Greci che aveva irritato col proprio misfatto ma dai Romani ai quali aveva dato origine con la propria distruzione. Eppure avevano i medesimi dèi che non l'aiutarono affatto ad evitare queste sventure o meglio, e questa è la verità, non ne erano capaci. Ma anche allora abbandonati templi e altari, si allontanarono tutti gli dèi 12 da cui era stata difesa quella città ricostruita dopo l'antico incendio e distruzione? E se si erano allontanati, ne chiedo la giustificazione e trovo che quanto è più buona quella degli abitanti, tanto è meno buona quella degli dèi. Gli abitanti infatti avevano chiuso le porte a Fimbria per mantenere fedele a Silla la cittadinanza e per questo Fimbria adirato l'incendiò o meglio la rase al suolo. Silla era in quel tempo il capo del partito nobile, si accingeva allora a riordinare con le armi lo Stato, non aveva ancora dato i cattivi risultati di questi buoni inizi. Che cosa dunque di meglio, di più onesto e leale e di più degno della madre patria romana avrebbero potuto fare gli abitanti di quella città che conservare la cittadinanza alla più giusta causa dei Romani e chiudere le porte all'assassino dello Stato romano? Ma i difensori degli dèi pensino che quel gesto si cambiò per loro in una immane catastrofe. Gli dèi avrebbero abbandonato gli adulteri e consegnato Troia al fuoco dei Greci perché dalle sue ceneri nascesse una Roma più casta. E allora perché hanno lasciato la medesima città, che è della stirpe dei Romani, nobile figlia che non si ribellava contro Roma ma manteneva la più costante e doverosa fedeltà al partito più legittimo e l'abbandonarono al saccheggio non degli eroi della Grecia ma del più lurido individuo di Roma?. Ovvero poniamo che dispiacesse agli dèi l'adesione al partito di Silla, giacché per mantenere fedele la città a lui quegli sventurati avevano chiuse le porte. E allora perché essi promettevano e preannunciavano tante vittorie al medesimo Silla? Oppure anche in questo caso si fanno conoscere come adulatori dei fortunati anziché difensori degli sventurati. Dunque anche nei tempi antichi Troia non fu distrutta perché abbandonata da loro. I demoni sempre vigili all'inganno hanno fatto ciò che hanno potuto. Distrutte infatti e incendiate tutte le statue assieme alla città, si tramanda, come Livio 13, che rimase intatta soltanto quella di Minerva nonostante la distruzione del suo tempio. E questo non perché si dicesse a loro lode: Gli dèi della patria sotto la cui protezione Troia è continuamente 14, ma perché non si dicesse a loro difesa: Abbandonati templi e altari, si sono allontanati tutti gli dèi. Fu infatti permesso loro di avere potere su quel fatto, non perché da esso si confermasse la loro potenza ma perché da esso si evidenziasse la loro presenza.

Ingiustificato ricorso agli dèi per i fatti della storia.
8. Con quale prudenza infine, dopo la lezione della stessa Troia, si è affidata la difesa di Roma agli dèi di Troia? Un tizio potrebbe rispondere che di solito risiedevano a Roma quando Troia cadde nel saccheggio di Fimbria. E allora perché rimase in piedi la statua di Minerva? Poi se erano a Roma quando Fimbria distrusse Troia, forse erano a Troia quando Roma stessa fu presa e saccheggiata dai Galli; ma siccome sono finissimi nell'udire e velocissimi nello spostarsi, rientrarono subito allo strepito delle oche per difendere almeno il colle capitolino che non era stato preso; del resto erano stati avvertiti troppo tardi per difendere le altre parti.

Religione e pace sotto Numa.
9. Si crede che gli dèi abbiano aiutato anche Numa Pompilio, successore di Romolo, ad avere pace in tutto il periodo del suo regno e a chiudere le porte del tempio di Giano che di solito sono aperte in guerra, per quel titolo, cioè, che egli istituì molti misteri per Roma 15. Ci si deve invece felicitare con quell'uomo per un così lungo periodo di pace, se pure avesse saputo impiegarlo per attività vantaggiose e, disprezzata una dannosa curiosità, avesse cercato con vera pietà il vero Dio. Ora non gli dèi gli accordarono quel periodo di pace, ma forse lo avrebbero ingannato di meno, se non lo avessero trovato inattivo. Quanto lo trovarono meno occupato, tanto più essi lo occuparono. Infatti ciò che egli istituì e con quali mezzi poté associare a sé e alla cittadinanza tali dèi ce lo narra Varrone 16. Se ne parlerà, se il Signore vorrà, più accuratamente a suo luogo 17. Ora l'argomento riguarda i favori degli dèi. Certamente la pace è un grande beneficio, ma è un beneficio del Dio vero, concesso il più delle volte, come il sole, la pioggia e le altre necessità della vita agli ingrati e ai malvagi. Ma se gli dèi hanno concesso a Roma o a Pompilio un bene così grande, perché in seguito non l'hanno mai più accordato all'impero romano anche in periodi di grande dignità morale? Forse che erano più utili i misteri quando venivano istituiti che quando già istituiti venivano compiuti? Al contrario, in quei tempi non c'erano ancora, ma venivano aggiunti perché ci fossero; in seguito c'erano già, ma venivano conservati perché giovassero. Ma che discorso è questo? Sono trascorsi in una lunga pace sotto il regno di Numa quarantatré, o come vogliono altri, trentanove anni 18. In seguito, dopo l'istituzione dei misteri e sotto la protezione e la tutela degli dèi stessi, che erano stati invitati a quelle celebrazioni, per lunghi anni, dalla fondazione di Roma fino ad Augusto, si considera come fatto meraviglioso un solo anno dopo la prima guerra punica in cui i Romani poterono chiudere le porte della guerra.

La guerra come mezzo del potere in Roma.
10. Rispondono forse che l'impero romano non si potrebbe incrementare da ogni parte ed essere celebrato con sì grande gloria se non mediante continue guerre che si succedono ininterrottamente? Bella giustificazione! Per essere grande, perché l'impero dovrebbe essere senza pace? Non è forse preferibile nella fisiologia umana avere una piccola statura con buona salute che giungere a una mole gigantesca con continue disfunzioni e, una volta che l'hai raggiunta, non esser sano ma essere afflitto da malattie tanto più grandi quanto più grandi sono le membra? Cosa ci sarebbe di male e non piuttosto molto di bene se persistessero i tempi antichi? Sallustio li ha compendiati con queste parole: Dunque all'inizio i re (questa dapprima fu nella regione la denominazione del potere) furono diversi; alcuni esercitavano la mente, altri il corpo; allora la vita umana si menava senza desiderio smodato; a ciascuno bastavano le proprie cose 19. Forse perché si allargasse un dominio tanto esteso doveva avvenire ciò che Virgilio denunzia? Egli dice: Fino a che un po' alla volta sopravvennero un periodo deteriore e degenere, la violenza della guerra e l'amore del possedere 20. Ma, dicono, i Romani hanno una giustificazione per le grandi guerre intraprese e condotte a termine, giacché li costringeva a resistere ai nemici che li aggredivano con la violenza non il desiderio smodato della lode umana ma la necessità di difendere la sopravvivenza e la libertà. E sia pure così. Infatti dopo che la società, come scrive lo stesso Sallustio, rafforzatasi con le leggi, le istituzioni e i possedimenti sembrava abbastanza prospera e abbastanza fiorente, come avviene per la maggior parte delle cose umane, dalla ricchezza sorse l'invidia. Quindi i re e i popoli vicini cominciarono ad attaccare con la guerra; pochi fra gli amici erano di aiuto, poiché i più per paura si tenevano lontani dai pericoli. Ma i Romani attivi in pace e in guerra si affaccendavano, preparavano, si esortavano a vicenda, fronteggiavano i nemici, difendevano con le armi la libertà, la patria, la famiglia. Poi appena avevano con il valore allontanato i pericoli, portavano aiuto agli amici alleati e si cattivavano le amicizie più col fare che col ricevere i favori 21. Roma si accrebbe convenientemente mediante questa tecnica. Ma sotto il regno di Numa i nemici aggredivano egualmente e attaccavano con la guerra perché si avesse una pace così lunga, ovvero non si compiva alcuna azione militare perché la pace potesse continuare? Se infatti anche in quel tempo Roma era provocata con guerre e non si resisteva alle armi con le armi, i sistemi usati per tenere quieti i nemici, sebbene non sconfitti in combattimento e non atterriti dalla violenza di Marte, si dovevano usare per sempre e Roma avrebbe dominato sempre tranquilla con le porte di Giano chiuse. Che se questo stato di cose non fu in suo potere, dunque Roma non ebbe la pace fino a che lo vollero i suoi dèi ma fino a che lo vollero i circonvicini che non li attaccarono con la guerra; a meno che simili dèi non si arroghino di vendere a un uomo ciò che un altro ha voluto o non voluto. Importa infatti fino a qual punto sia concesso a questi demoni di atterrire o stimolare le cattive volontà con la propria perversità. Se sempre lo potessero e per un occulto superiore potere non si avesse, in opposizione al loro tentativo, un effetto diverso, avrebbero sempre in loro potere le paci e le vittorie militari che quasi sempre avvengono mediante determinazioni dell'animo umano. Tuttavia che questi fatti avvengono contro le disposizioni degli uomini lo ammettono non solo le favole che falsano molte cose e indicano o significano appena qualche cosa di vero, ma anche la stessa storia romana.

Gli dèi soggiacciono alle passioni umane.
11. Non per altro potere l'Apollo di Cuma, come si venne a sapere, pianse per quattro giorni mentre si combatteva la guerra contro gli Achei e re Aristonico 22. Gli aruspici atterriti dal prodigio ritennero che la statua si dovesse gettare in mare. I maggiorenti di Cuma s'interposero informando che un prodigio simile si era verificato nella medesima statua anche durante la guerra contro Antioco e in quella contro Perseo e poiché si ebbe un esito felice per i Romani attestarono che per delibera del senato erano stati mandati doni al loro Apollo. Allora gli aruspici convocati diedero, come più esperti, il responso che il pianto della statua di Apollo era di buon auspicio per i Romani perché la colonia cumana era greca e il pianto di Apollo significava lutto e sconfitta per la regione, da cui era stato importato, cioè per la stessa Grecia. Subito dopo si ebbe la notizia che re Aristonico era stato vinto e fatto prigioniero e Apollo non voleva certamente che fosse vinto, se ne doleva e lo dava a vedere perfino con le lacrime della propria statua. E per questo non del tutto a sproposito il comportamento dei demoni viene descritto nelle composizioni verosimili, sebbene mitiche, dei poeti. Infatti in Virgilio Diana provò dolore per Camilla, ed Ercole pianse per Pallante che stava per morire 23. Forse per questo Numa Pompilio, sovraccarico di pace, ma non sapendo e non domandandosi chi è che la dava, pensò nella sua inoperosità a quali dèi affidare la difesa della salvezza e del regno di Roma. Non sapeva che l'unico vero onnipotente sommo Dio provvede alle cose del mondo. Rifletteva inoltre che gli dèi di Troia importati da Enea non avrebbero potuto conservare a lungo il regno di Troia e di Lavinio fondato dallo stesso Enea. Ritenne opportuno allora di procacciarsi altri dèi da usare o come custodi dei fuggitivi o come difensori degli invalidi oltre ai primi che erano passati a Roma con Romolo o che sarebbero passati in seguito con la distruzione di Alba.

L'importazione di nuovi dèi non alleviano i mali.
12. Tuttavia Roma non si degnò di essere contenta dei molti culti religiosi che vi istituì Pompilio. Non aveva ancora il grandissimo tempio di Giove; fu re Tarquinio a costruire il Campidoglio 24. Esculapio venne da Epidauro a Roma 25 allo scopo di esercitare, come medico espertissimo, la sua arte con gloria maggiore nella città più illustre. Venne da Pessinunte anche la madre degli dèi non saprei da quale stirpe 26; era indegno infatti che quando già suo figlio dominava sul colle capitolino, lei fosse ancora nascosta in una località poco conosciuta. Tuttavia se è madre di tutti gli dèi, non solo è venuta a Roma dopo alcuni suoi figli ma ne ha preceduti altri che l'avrebbero seguita. Mi fa un po' meraviglia che proprio lei abbia partorito Cinocefalo perché questi venne dall'Egitto molto più tardi. Se poi anche la dea Febbre è nata da lei, lo decida Esculapio, suo pronipote; ma da qualunque connubio sia nata, gli dèi stranieri non oseranno, penso, considerare oscura una dea cittadina romana. Dunque Roma fu posta sotto il patrocinio di tanti dèi. E chi potrebbe contarli? Indigeni e stranieri, celesti e terrestri, sotterranei e marini, delle fonti e dei fiumi e, come dice Varrone, legittimi e spuri, e di tutti i tipi di dèi maschi e femmine come negli animali 27. Roma dunque posta sotto la protezione di tanti dèi non avrebbe dovuto essere duramente colpita dalle grandi e orribili sventure, come quelle che fra tante citerò in seguito. Col fumo della sua grandezza come con un segnale aveva radunato troppi dèi a difesa. Istituendo e offrendo ad essi templi, altari, sacrifici e sacerdoti offendeva il sommo vero Dio a cui soltanto si devono questi onori debitamente compiuti. Ed era più felice finché visse con un numero minore di essi; ma quanto maggiore divenne, come una nave più grande che imbarca più marinai, pensò di dover procurarsene di più. Non si fidava, credo, che quei pochi con i quali aveva tenuto una condotta abbastanza onesta, se confrontata con una moralità più bassa, fossero sufficienti a soccorrere la sua grandezza. Dapprima infatti sotto gli stessi re, eccetto Numa Pompilio di cui ho parlato dianzi, vi fu il grande male della lotta dovuta alla discordia che indusse a far uccidere il fratello di Romolo.

Dal ratto delle Sabine alle guerre puniche (13-20)

Il ratto delle Sabine.
13. E come mai neanche Giunone, che col suo Giove ormai favoriva i Romani padroni del mondo e gente togata 28, e Venere stessa non riuscì ad aiutare i discendenti del suo Enea affinché i matrimoni si ottenessero con una legittima e giusta istituzione? La sventura della mancanza di donne fu così grande che le rapirono con l'inganno e furono costretti immediatamente a combattere contro i suoceri. Così le sventurate donne, non ancora unite ai mariti mediante un'ingiustizia, ricevevano in dote il sangue dei padri 29. Ma, obiettano, in questo conflitto i Romani vinsero i loro vicini. Simili vittorie, rispondo, risultarono di molte e grandi ferite e morti dall'una e dall'altra parte, tanto dei cittadini che dei confinanti. Considerando la colpa del solo suocero Cesare e del solo suo genero Pompeo, dopo la morte della figlia di Cesare e moglie di Pompeo, con grande e giusto impulso di dolore Lucano esclama: Canto le guerre peggiori di quelle civili per i campi della Tessaglia e il diritto accordato alla scelleratezza 30. Vinsero dunque i Romani ma per costringere con le mani insanguinate nell'uccisione dei suoceri le loro figlie a deplorevoli amplessi. Ed esse non osavano piangere il padre ucciso per non offendere il marito vincitore perché non sapevano, mentre essi ancora combattevano, per chi fare auspici. Non Venere ma Bellona donò simili nozze al popolo romano; o forse Aletto, la furia infernale, poiché ora Giunone favoriva i Romani, ebbe un'autorizzazione più ampia di quando fu istigata dalle sue preghiere contro Enea 31. Andromaca fu fatta prigioniera con una condizione più felice di quella con cui quelle coppie romane si sposarono. Dopo gli amplessi con lei, per quanto trattata da schiava, Pirro non uccise più alcun troiano; i Romani invece uccidevano in battaglia i suoceri mentre ne abbracciavano le figlie nel letto. Andromaca soggetta al vincitore poté soltanto dolersi della morte dei propri cari, non temere 32; le Sabine, congiunte ad uomini che si combattevano, temevano la morte dei padri quando i mariti uscivano in guerra e la piangevano quando rientravano, prive della libertà di temere e di piangere. Infatti o erano tormentate dall'affetto filiale o si rallegravano con crudeltà per le vittorie dei mariti a causa della morte dei cittadini, dei congiunti, dei fratelli, dei padri. Si aggiungeva che, secondo l'alterna vicenda delle guerre, alcune perdettero il marito per mano del padre, altre il padre e il marito per mano dell'uno e dell'altro. Infatti anche per i Romani non furono piccoli i rischi se si giunse all'assedio della loro città. Si difesero chiudendo le porte. Ma furono aperte con la frode e i nemici penetrarono dentro le mura. Avvenne allora nel foro stesso una scellerata e veramente atroce zuffa fra generi e suoceri; i rapitori erano anche sopraffatti e fuggendo ripetutamente entro le proprie case disonoravano le vittorie di prima, sebbene anche esse vergognose e deplorevoli. A questo punto Romolo, disperando ormai del valore dei suoi, pregò Giove perché stessero al proprio posto e per quell'occasione gli trovò il titolo di Statore 33. Non si sarebbe avuta la fine di una sventura così grave se le donne rapite, strappandosi i capelli, non si fossero slanciate nella mischia e, prosternandosi ai padri, non avessero placato la loro giustissima ira non con le armi vittoriose ma con il supplichevole affetto filiale 34. In seguito Romolo, intollerante del fratello come compagno, fu costretto a prendere come socio nel regno Tito Tazio re dei Sabini. Ma come avrebbe potuto sopportare a lungo anche costui se non sopportò il fratello e per di più gemello? Quindi ucciso anche lui, per essere un dio più grande, tenne da solo il regno. E sono questi i diritti delle nozze, queste le giustificazioni delle guerre, questi i patti della fratellanza, dell'affinità, della convivenza, della divinità? Questa infine la vita di una città sotto la protezione di tanti dèi? Puoi osservare che sull'argomento si potrebbero fare molte e serie considerazioni, se il nostro assunto non avesse interesse a quelle che restano e il discorso non volgesse ad altro.

Distruzione di Alba.
14. 1. Che avvenne dopo Numa sotto gli altri re? Con grande danno loro e dei Romani gli abitanti di Alba furono provocati alla guerra perché in definitiva la tanto lunga pace di Numa si era svilita. Vi furono ripetuti massacri dell'esercito di Roma e di Alba e un decremento dell'una e dell'altra città. Alba, fondata da Ascanio figlio di Enea, pur essendo madre di Roma più da vicino che Troia, provocata da Tullo Ostilio venne a conflitto e venuta a conflitto fu afflitta e afflisse, finché a causa dell'egual numero di morti rincrebbero i molti combattimenti. Si decise allora di affidare l'esito della guerra a tre fratelli da una parte e a tre fratelli dall'altra. Dai Romani furono presentati i tre Orazi, dagli Albani i tre Curiazi; dai tre Curiazi furono vinti e uccisi due Orazi e da un solo Orazio i tre Curiazi. Quindi Roma risultò vincitrice mediante quella strage anche nella gara decisiva, sicché dei sei uno solo tornò a casa. Ma per chi furono il danno e la perdita se non per la stirpe di Enea, per i posteri di Ascanio, per la discendenza di Venere, per i nipoti di Giove? Fu infatti peggiore di una guerra civile perché una città figlia combatté con la città madre. E a quest'ultimo combattimento dei tre gemelli si aggiunse un altro delitto veramente atroce. Poiché infatti i due popoli prima erano amici essendo vicini e della medesima stirpe, una sorella degli Orazi era fidanzata ad uno dei Curiazi. Ella, viste le spoglie del fidanzato sul fratello vincitore, si mise a piangere e per questo fu uccisa dal fratello stesso. Mi sembra che soltanto il sentimento di questa fanciulla sia stato più umano di quello di tutto il popolo romano. Ritengo che abbia pianto senza colpa perché soffriva per l'uomo che in base alla fedeltà promessa considerava marito o forse anche per il fratello stesso che l'aveva ucciso, sebbene gli avesse fidanzata la sorella 35. Per qual motivo dunque in Virgilio il pietoso Enea è lodato perché si affligge per il nemico ucciso di sua mano 36? Per qual motivo Marcello, riflettendo sulla comune condizione umana, commiserò col pianto la città di Siracusa perché ricordò che il suo splendore e gloria di poco prima erano caduti per sua mano 37? Riconosciamo, per favore, a un sentimento di umanità che una fanciulla non abbia commesso un delitto perché piangeva il proprio fidanzato ucciso dal proprio fratello, se alcuni uomini ebbero lode perché piansero sui nemici da loro stessi uccisi. Dunque mentre quella piangeva la morte procurata dal fratello al fidanzato, Roma esultava per aver combattuto con grande massacro contro la città madre e per aver vinto con grande effusione di sangue fraterno dall'una e dall'altra parte.

La guerra come l'irrazionale della storia.
14. 2. Perché mi si adducono come pretesto il concetto di onore e il concetto di vittoria? A scanso dei pregiudizi di una folle mentalità, i fatti siano considerati senza orpelli, siano valutati senza orpelli, siano giudicati senza orpelli. Si adduca una colpa di Alba come si adduceva l'adulterio di Troia. Non esiste, non si trova. C'è soltanto che Tullo volle muovere alle armi gli uomini inerti e l'esercito disabituato ai trionfi 38. Per quella colpa dunque fu commesso il grande delitto di una guerra fra alleati e individui della medesima stirpe. Sallustio accenna di passaggio a questa grande colpa. Dopo aver ricordato con lode i tempi antichi, quando senza cupidigia si trascorreva la vita umana e a ciascuno bastavano le proprie cose, soggiunge: Dopo che Ciro in Asia e gli Spartani e gli Ateniesi in Grecia cominciarono a sottomettere città e nazioni, considerarono la passione del dominio una giustificazione della guerra, pensarono che la più grande gloria fosse nel più grande impero 39. Seguono gli altri concetti che aveva iniziato ad esporre. A me può bastare aver citato le sue parole fino a questo punto. La passione del dominio scuote e abbatte il genere umano con grandi sciagure. Vinta da questa passione Roma credeva un trionfo l'aver vinto Alba e denominava gloria l'esaltazione del proprio delitto, giacché, dice la nostra Scrittura, il peccatore si esalta nei desideri della sua anima e si parla bene di chi compie azioni inique 40. Si spoglino dunque dei fatti e vernici menzognere e imbiancature ingannevoli perché siano osservati con esame sereno. Non mi si venga a dire: "Grande quel tale ed anche quell'altro, perché ha combattuto e vinto con quel tale e con quell'altro". Combattono anche i gladiatori, anche essi vincono, anche quella crudeltà ha il premio della lode, ma io penso che è preferibile subire la condizione penosa della inettitudine che procurarsi la gloria di quei combattimenti. Ma chi sopporterebbe tale spettacolo se scendessero nell'arena per battersi due gladiatori, di cui uno è il figlio, l'altro il padre? Chi non lo eliminerebbe? Come dunque poté essere gloriosa la contesa armata fra due città, di cui una la madre, l'altra la figlia? È forse diverso perché in questo caso non c'era l'arena e terreni più spaziosi si riempivano di cadaveri non di due gladiatori ma di molti dei due popoli e perché quelle gare non erano circoscritte all'anfiteatro ma al mondo intero e vi si dava uno spettacolo spietato ai vivi di allora e ai posteri, fin quando se ne estende la fama?

La guerra è sempre fratricida.
14. 3. Tuttavia gli dèi tutelari del dominio di Roma e quasi spettatori di tali lotte sentivano insoddisfatta la propria passione finché la sorella degli Orazi come compenso dei tre Curiazi uccisi non fu aggiunta dall'altra parte anche essa come terza ai due fratelli dalla spada del fratello. Così Roma che aveva vinto non aveva un minor numero di morti. Poi per avere il vantaggio della vittoria Alba fu distrutta, in cui, terza nell'ordine, avevano abitato le divinità troiane, dopo Troia distrutta dai Greci e dopo Lavinio, in cui Enea aveva costituito un regno provvisorio di nomadi. Ma secondo il loro costume gli dèi anche da essa erano fuggiti e per questo è stata distrutta. Quanto dire che si erano allontanati tutti gli dèi da cui era stato conservato quel dominio 41. Si erano allontanati già per la terza volta perché come quarta fosse loro affidata Roma. Erano scontenti di Alba, in cui aveva regnato Amulio dopo aver espulso il fratello ed erano contenti di Roma, in cui aveva regnato Romolo dopo avere ucciso il fratello. Ma prima che Alba fosse distrutta, il suo popolo fu travasato, dicono 42, in Roma in modo che di due si facesse una città. E sia, così è avvenuto. Tuttavia quella città, regno di Ascanio, terzo domicilio degli dèi troiani e città madre fu distrutta dalla città figlia. E perché i superstiti della guerra costituissero di due un solo popolo, il molto sangue versato dell'uno e dell'altro ne fu un legame degno di compassione. Perché ormai dovrei parlar singolarmente delle medesime guerre ripetutesi tante volte sotto gli altri re, che sembravano chiuse con una vittoria ma erano di nuovo condotte con tante stragi e di nuovo ancora riprese dopo il patto e la pace fra suoceri e generi, tra la loro stirpe e i discendenti? Non piccolo indizio di questa sventura fu che nessuno di quei re chiuse le porte della guerra. Nessuno di loro dunque con tanti dèi tutelari regnò in pace.

Romolo nella storia e nella leggenda.
15. 1. E quale è stata la fine degli stessi re? Per quanto riguarda Romolo, se la veda l'esaltazione mitica con cui si afferma che fu accolto in cielo; se la vedano alcuni scrittori romani i quali hanno detto che a causa della sua crudeltà fu fatto sparire per ordine del senato e che fu incaricato alla chetichella non saprei quale Giulio Proculo perché dicesse che gli era apparso e che per mezzo suo ordinava al popolo romano di venerarlo fra le divinità 43. In questo modo il popolo, che aveva cominciato a sollevarsi contro il senato, fu ricondotto alla calma. Era avvenuta anche un'eclissi solare e poiché la massa ignorante non sapeva che si era verificato per una legge fissa del corso del sole, lo attribuiva ai meriti di Romolo. Al contrario, se quello fosse stato il cordoglio del sole, si doveva piuttosto pensare che egli fosse stato ucciso e che il delitto veniva denunziato anche con l'oscuramento della luce del giorno, come di fatto avvenne quando il Signore per la crudele empietà dei Giudei fu crocefisso 44. Il fatto appunto che allora era la Pasqua dei Giudei, celebrata solennemente nel plenilunio, dimostra che l'oscurarsi del sole non dipendeva dal corso regolare dei corpi celesti, mentre di regola l'eclissi di sole avviene nel novilunio. Abbastanza chiaramente Cicerone mostra che l'apoteosi di Romolo fu piuttosto creduta che avvenuta, giacché pur esaltandolo nei libri Sullo Stato con le parole di Scipione, scrive: Ha conseguito un così alto onore perché, non essendosi improvvisamente più fatto vedere in seguito a un'eclissi di sole, si pensò che fosse annoverato nel numero degli dèi. Nessun mortale poté mai raggiungere una simile reputazione senza un'eccezionale distinzione nel valore 45. Quando dice che improvvisamente non fu più visto, si intende certamente o la violenza del temporale o la segretezza di una uccisione delittuosa. Gli altri scrittori romani aggiungono infatti all'eclissi solare anche un improvviso temporale che sicuramente o offrì l'occasione al misfatto o fece scomparire esso stesso Romolo 46. Infatti pure di Tullo Ostilio, terzo re dopo Romolo, anche egli folgorato, non si credette, come dice Cicerone nella medesima opera, che con tale morte fosse accolto fra gli dèi 47. I Romani non vollero estendere a tutti, cioè svilire, ciò che era accertato, ossia opinabile, di Romolo, se il fatto fosse attribuito con facilità anche ad un altro. Dice inoltre apertamente nelle orazioni invettive: Abbiamo per gratitudine a voce di popolo innalzato fino agli dèi immortali l'uomo che fondò questa città 48. Mostra così che non era divenuto dio realmente ma che per gratitudine, a causa dei meriti del suo valore, era stato esaltato dalla tradizione. Nel dialogo Ortensio, parlando dell'eclissi normale del sole, afferma: Affinché produca le stesse tenebre che produsse nella morte di Romolo, la quale avvenne durante un'eclissi solare 49. Qui evidentemente non teme di parlare della morte di un uomo, perché parlava da pensatore e non da encomiasta.

La vicenda triste dei suoi successori.
15. 2. Gli altri re di Roma, esclusi Numa Pompilio e Anco Marzio che morirono di malattia 50, subirono una fine orribile. Come ho già detto, Tullo Ostilio, vincitore e sterminatore di Alba, morì folgorato assieme a tutta la famiglia 51. Il primo Tarquinio fu fatto uccidere dai figli del suo predecessore 52. Servio Tullio fu ucciso con un esecrando delitto dal genero Tarquinio il Superbo che gli successe nel regno 53. Tuttavia non si allontanarono gli dèi abbandonando templi e altari quando fu commesso questo assassinio contro il migliore re del popolo romano. Eppure affermano che furono indignati per l'adulterio di Paride al punto di fuggire dalla misera Troia e abbandonarla ai Greci per essere distrutta col fuoco. Anzi Tarquinio successe al suocero da lui stesso ucciso. Gli dèi, senza allontanarsi ma rimanendo presenti, videro questo detestabile assassino divenir re con l'uccisione del suocero, gloriarsi di molte guerre e vittorie e costruire con i bottini di guerra il Campidoglio 54, sopportarono anche che Giove loro re in quell'augusto tempio, cioè nell'edificio costruito dall'assassino, dominasse e regnasse su di loro. Infatti non aveva costruito il Campidoglio quando era ancora innocente per essere in seguito espulso da Roma per le sue malvagità, ma giunse al regno, durante il quale costruì il Campidoglio col commettere l'esecrabile delitto. La causa per cui più tardi i Romani lo scacciarono dal regno esiliandolo dalla città fu la colpa, non sua ma del figlio, della violazione di Lucrezia, e commessa non solo a sua insaputa ma anche in sua assenza 55. Assediava allora la città di Ardea, era in guerra per il popolo romano. Non sappiamo che cosa avrebbe fatto se fosse venuto a conoscenza del misfatto del figlio. Tuttavia senza conoscere la sua sentenza e senza informarlo il popolo gli tolse il dominio, quindi fatto entrare l'esercito con l'ordine di abbandonarlo e chiuse le porte, non lo lasciò tornare in città. Egli dopo pesanti guerre, con cui sollevando i popoli vicini logorò i Romani, abbandonato da coloro nel cui aiuto aveva sperato, non riuscì a riacquistare il regno. Condusse comunque nella città di Tuscolo vicina a Roma per quattordici anni, come si narra, vita privata in tranquillità, giunse alla vecchiaia assieme alla moglie 56 e si spense con una fine più desiderabile di quella del suocero ucciso col delitto del genero e, come si narra, col consenso della figlia 57. Tuttavia i Romani non denominarono questo Tarquinio crudele o scellerato ma superbo forse perché per un altro genere di superbia non sopportavano il suo orgoglio di re. Infatti non presero in considerazione il delitto dell'uccisione del suocero, il migliore dei loro re, tanto che lo elessero re. In proposito mi meraviglio che abbiano dato una così grande ricompensa a un delitto così grave senza ricorrere a un delitto più grave. E gli dèi non si allontanarono abbandonando templi e altari. Ma qualcuno potrebbe difendere questi dèi col dire che rimasero a Roma per punire con pene i Romani anziché aiutarli con favori perché li ingannavano con vane vittorie e li sterminavano con guerre sanguinose. Questa fu la vita dei Romani nel periodo encomiabile dello Stato fino all'espulsione di Tarquinio il Superbo per circa duecentoquarantatré anni. Eppure tutte quelle vittorie, ottenute con molto sangue e grandi sventure, non estesero il suo dominio oltre le venti miglia dalla città 58. Ed è uno spazio che non si può affatto paragonare all'attuale territorio di una qualsiasi città della Getulia.

L'implacabile Giunio Bruto.
16. A questo periodo aggiungiamo anche quello in cui, come dice Sallustio, si amministrò con diritto giusto e moderato, mentre si avevano il timore da parte di Tarquinio e la grave guerra con l'Etruria 59. Infatti finché gli Etruschi aiutarono Tarquinio che tentava di rioccupare il regno, Roma fu logorata da una grave guerra. E Sallustio dice che lo Stato fu amministrato con legislazione giusta e moderata, perché il timore incalzava e non perché decideva la giustizia. In quel breve periodo fu veramente funesto l'anno in cui, dopo la fine del potere regio, furono eletti i primi consoli. Essi intanto non portarono a termine il loro anno. Giunio Bruto infatti depose ed esiliò da Roma il collega Lucio Tarquinio Collatino 60. Subito dopo egli cadde in combattimento uccidendo a sua volta il nemico, dopo aver fatto uccidere in precedenza i figli e i fratelli della moglie, perché aveva scoperto che congiuravano per ristabilire Tarquinio 61. Virgilio, ricordato l'episodio con ammirazione, immediatamente ne prova orrore per senso di umanità. Dice infatti: Un padre per l'amata libertà condannerà a morte i figli che preparavano nuove guerre; ma subito aggiunge l'esclamazione: Sciagurato, in qualsiasi modo i posteri giudicheranno quei fatti. Comunque, egli dice, i posteri giudichino i fatti, cioè vantino ed esaltino un individuo che ha ucciso i figli, Bruto è uno sciagurato. E come a consolare lo sciagurato, soggiunse: Vincono l'amore della patria e l'immensa passione della gloria 62. E in Bruto, che uccise perfino i figli e non poté sopravvivere al nemico figlio di Tarquinio da lui ferito a morte perché a sua volta ferito a morte, mentre a lui sopravvisse Tarquinio, non sembra vendicata l'innocenza del collega Collatino? Questi, pur essendo un buon cittadino, subì, dopo l'espulsione di Tarquinio ciò che aveva subito lo stesso Tarquinio che era un tiranno. Si narra infatti che anche Bruto fosse consanguineo di Tarquinio 63 ma fu la omonimia a danneggiare Collatino, perché aveva come nome anche Tarquinio. Si doveva costringerlo a mutare il nome non la patria; in definitiva nel suo nome si sarebbe avuto un termine di meno, si sarebbe chiamato Lucio Collatino. Ma per questo appunto non fu costretto a perdere ciò che avrebbe potuto perdere senza danno per costringerlo a perdere la carica di primo console e la cittadinanza sebbene buon cittadino. Anche questa detestabile ingiustizia di Giunio Bruto e niente affatto vantaggiosa allo Stato è gloria? E per commetterla vincono l'amor di patria e l'immensa passione della gloria? Ormai espulso il tiranno Tarquinio, fu eletto console assieme a Bruto il marito di Lucrezia, Lucio Tarquinio Collatino. Giustamente il popolo badò nel cittadino ai costumi, non al nome. Ma Bruto, che avrebbe potuto privare il collega nella carica, istituita da poco per la prima volta, soltanto del nome se esso gli dava fastidio, spietatamente lo privò della patria e della carica. Si compirono queste malvagità, avvennero queste sciagure nello Stato romano quando si amministrò con legislazione giusta e moderata. Anche Lucrezio, eletto in luogo di Bruto, morì di malattia prima che l'anno finisse. Furono Publio Valerio, che era succeduto a Collatino e Marco Orazio, sostituito al defunto Lucrezio, a chiudere quell'anno fatale e cupo che ebbe cinque consoli 64. E proprio in quell'anno lo Stato romano diede l'avvio alla nuova carica politica del consolato.

Crisi della società romana secondo Sallustio.
17. 1. Allora diminuito ormai il timore, non perché le guerre fossero cessate, ma perché non incalzavano tanto gravemente, finito cioè il tempo in cui si amministrò con legislazione giusta e moderata, seguirono le condizioni che il citato Sallustio espone in breve così: In seguito i patrizi trattarono la plebe come schiava, ne disposero della vita e dell'opera con diritto regio, la privarono della proprietà dei campi e amministrarono da soli con l'esclusione di tutti gli altri. La plebe, oppressa dalla vessazione e soprattutto dalle tasse giacché doveva subire l'imposta e insieme il servizio militare per le continue guerre, occupò armata il monte Sacro e l'Aventino e così rivendicò i tribuni della plebe e gli altri diritti. Fine delle discordie e della lotta fra le due parti fu la seconda guerra punica 65. Perché dunque dovrei subire continue dilazioni e imporle ai lettori? Da Sallustio è stata rilevata la grande crisi della società romana, perché da lungo tempo e per tanti anni fino alla seconda guerra punica le guerre non cessarono di turbarla dall'esterno e le discordie e le sedizioni civili nell'interno. Pertanto quelle vittorie non sono state gioie piene di individui felici ma vuote consolazioni d'individui infelici e sollecitazioni ingannevoli d'individui guerrafondai a subire continue sventure prive di risultato. E i buoni Romani non devono arrabbiarsi con noi perché diciamo queste cose, sebbene non devono essere né richiesti né avvertiti in proposito, perché è assolutamente certo che non si arrabbieranno affatto. Infatti io, inferiore per cultura letteraria e disponibilità di tempo, non posso certamente dire più duramente cose più dure dei loro scrittori, tanto più che i Romani stessi si sono applicati e costringono i loro figli ad applicarsi per conoscerli. Ma coloro che si arrabbiano non mi perdonerebbero certamente se fossi io a dire queste parole di Sallustio: Si ebbero moltissimi tumulti, sedizioni e infine guerre civili, giacché pochi potenti, la cui influenza parecchi avevano accettato, aspiravano alle cariche con la speciosa adesione al partito senatoriale o democratico. Furono considerati buoni anche i cattivi cittadini e non per benemerenze verso la società, giacché tutti erano depravati, ma il più ricco e più capace nel commettere ingiustizia era considerato onesto perché difendeva lo stato presente delle cose 66. Dunque gli storiografi hanno considerato di pertinenza di una onorata libertà non tacere i mali della propria città, sebbene in molti passi sono stati costretti a lodarla con alto encomio, perché non conoscevano quella ideale, nella quale si devono raccogliere i cittadini dell'eternità. Che cosa dunque dovremmo far noi che dobbiamo avere una libertà tanto più grande, quanto è migliore e più certa la nostra speranza in Dio, quando rinfacciano i mali presenti al nostro Cristo? E lo fanno per distogliere le coscienze più deboli e inesperte da quella città in cui soltanto si potrà vivere in una felicità perpetua? E io non dico contro i loro dèi cose più tremende di quelle dette allo stesso modo dai loro scrittori che essi leggono ed esaltano, giacché da loro le ho apprese e non sono certamente da tanto di dirle tutte e come loro.

Sciagure militari e civili.
17. 2. Dove erano dunque quegli dèi, che si ritiene di dover onorare in vista dell'insignificante e fuggevole felicità di questo mondo, quando i Romani, ai quali con l'astuzia dell'impostore si esibivano per farsi onorare, erano travagliati da tante sciagure? Dove erano quando il console Valerio fu ucciso mentre difendeva con successo il Campidoglio, al quale esiliati e schiavi avevano appiccato il fuoco 67? Eppure era stato di maggior aiuto egli al tempio di Giove che a lui la ressa di tante divinità col loro re ottimo massimo, di cui aveva salvato il tempio. Dove erano quando la cittadinanza, afflitta dal male incessante delle sedizioni, in un breve periodo di tranquillità, aspettava gli ambasciatori mandati ad Atene per derivarne le leggi, fu spopolata da grave fame e pestilenza 68? Dove erano quando, in altra occasione, il popolo travagliato dalla fame creò il primo prefetto della provvigione annuale e aumentando la fame Spurio Melio, per il fatto che offrì grano alla massa affamata, fu incolpato di aspirare al regno e su richiesta del medesimo prefetto fu condannato dal dittatore Lucio Quinzio, rimbambito dall'età, e fu giustiziato, durante un gravissimo e pericolosissimo tumulto popolare, dal capo della cavalleria Quinto Servilio 69? Dove erano quando, scoppiata una gravissima epidemia, il popolo a lungo e pesantemente logorato, prese la deliberazione, mai avutasi prima, di offrire nuovi lettisterni agli dèi inefficienti 70? Si stendevano dei letti conviviali in onore degli dèi e da quell'uso ebbe nome questo rito sacro o meglio sacrilegio. Dove erano quando l'esercito romano, poiché combatteva male, per dieci anni continui aveva ricevuto presso Veio frequenti e pesanti sconfitte, se infine non fosse stato soccorso da Furio Camillo che in seguito l'ingrata città condannò 71? Dove erano quando i Galli presero, saccheggiarono, incendiarono e riempirono di stragi Roma 72? Dove erano quando una straordinaria epidemia menò tanta strage di cui morì anche Furio Camillo che difese prima l'ingrata patria dai Veienti e poi la protesse anche dai Galli?. Durante questa epidemia i Romani introdussero gli spettacoli teatrali, altra nuova peste non per il loro corpo ma, che è molto più funesto, per la loro moralità 73. Dove erano quando si sospettò che un'altra forte mortalità fosse dovuta ai veleni propinati da certe matrone e si scoprì che la moralità di molte nobili donne insospettate era più rovinosa di qualsiasi epidemia 74? O quando ambedue i consoli con l'esercito, assediati dai Sanniti alle forche caudine, furono costretti a stipulare con loro un patto disonorevole al punto che consegnati come ostaggi seicento cavalieri romani, gli altri, perdute le armi, spogliati e privati del resto dell'armatura, furono fatti passare sotto il giogo dei nemici, con un solo indumento addosso 75? O quando, mentre alcuni erano colpiti da grave pestilenza, molti altri, anche nell'esercito, morirono folgorati 76? O quando, scoppiata un'altra paurosa epidemia, Roma fu costretta a chiamare Esculapio da Epidauro per servirsene come di un dio medico 77, perché le frequenti fornicazioni, cui aveva atteso da giovanotto, non avevano permesso a Giove, che da tempo comandava in Campidoglio, di apprendere la medicina? O quando in seguito all'alleanza simultanea di Lucani, Bruzi, Sanniti, Etruschi e Galli Senoni, in un primo tempo furono uccisi i legati romani e poi fu sconfitto l'esercito guidato dal pretore e morirono assieme a lui sette tribuni e tredicimila soldati 78? O quando dopo lunghe e gravi sedizioni a Roma, alla fine la plebe, con ostile discordia, fece secessione sul Gianicolo? Era così grave il danno di questa sciagura che in vista di essa, e questo avveniva in pericoli di estrema gravità, fu creato dittatore Ortensio il quale, fatta tornare la plebe, morì durante la magistratura 79. Non si era mai verificato prima di lui ad alcun dittatore. Fu quindi un reato più grave degli dèi, perché era già presente Esculapio.

Dopo Pirro le pestilenze.
17. 3. E scoppiarono in quei tempi tante guerre che per carenza di soldati furono arruolati i proletari, così chiamati perché attendevano a generare prole non potendo fare il soldato per mancanza di mezzi. Anche Pirro, un re della Grecia, fatto venire dai Tarentini, venuto allora in grande fama, divenne nemico dei Romani. Mentre egli consultava Apollo sulla futura eventualità dei fatti, il dio con discreto buon garbo diede un responso così ambiguo che, qualunque delle due eventualità si fosse verificata, egli come divinatore se la cavava. Rispose infatti: "Ti dico, o Pirro, che puoi vincere i Romani"; o anche: "Ti dico, o Pirro, che i Romani ti possono vincere". Così, sia che Pirro vincesse i Romani o che i Romani vincessero Pirro, il vaticinatore poteva aspettare senza preoccupazioni l'uno o l'altro evento. Si verificò comunque un grande e spaventoso massacro dell'uno e dell'altro esercito 80. Tuttavia in quel caso vinse Pirro che poteva perciò dal proprio punto di vista considerare divinatore Apollo, se subito dopo in altra battaglia non avessero vinto i Romani. Durante così grande strage militare scoppiò anche una grave morìa di donne. Morivano nella gravidanza prima di dare alla luce i figli. Esculapio, penso io, si scusò del fatto perché era di professione primario medico non levatrice. Morivano con la medesima patologia anche gli animali domestici al punto da far credere che perfino la generazione degli animali cessasse 81. Quell'inverno fu memorabile perché incredibilmente rigido al punto che a causa delle nevi, le quali rimasero a una preoccupante altezza per quaranta giorni anche nel foro, perfino il Tevere gelò. Se si fosse avuto ai nostri tempi, costoro ne avrebbero dette tante e tanto grosse. Allo stesso modo una straordinaria epidemia, finché infierì, ne fece morire molti. Ed essendosi prolungata con maggiore virulenza nell'anno successivo malgrado la presenza di Esculapio, si consultarono i libri sibillini 82. In questo tipo di oracoli, come ricorda Cicerone nel libro Sulla divinazione, abitualmente si crede di più agli interpreti che spiegano le cose dubbie come possono o come vogliono 83. Il responso fu che causa dell'epidemia era il fatto che molti occupavano abusivamente parecchi edifici sacri. Così per il momento Esculapio fu scolpato dall'accusa d'incapacità o di trascuratezza. Gli edifici erano stati occupati senza che alcuno lo impedisse perché erano state inutilmente a lungo rivolte suppliche a una così folta moltitudine di divinità. Così un po' alla volta i locali venivano disertati dai devoti in modo che essendo vuoti si potevano senza offesa di alcuno adibire agli usi umani. Per far cessare la pestilenza furono fatti restituire e restaurare. E se in seguito non fossero rimasti sconosciuti perché di nuovo abbandonati e occupati, non si darebbe certamente merito alla grande erudizione di Varrone che scrivendo sugli edifici sacri ne ricorda molti ignorati 84. In quel caso non si ottenne la fine della epidemia ma per un po' di tempo una diplomatica scusa per gli dèi.

La prima guerra punica.
18. 1. Con le due guerre puniche poi, dato che fra i due domini la vittoria rimase a lungo incerta con alterne possibilità e due popoli forti si sferravano attacchi violentissimi e con molti mezzi, i regni più piccoli furono abbattuti. Molte città illustri per fama furono distrutte, molte travagliate, molti Stati mandati in rovina. Molte regioni e paesi furono interamente devastati. Molte volte i vinti divennero vincitori dall'una e dall'altra parte. Molte persone furono uccise tanto fra i combattenti che fra la popolazione civile. Una enorme quantità di navi fu distrutta nelle guerre navali o colata a picco nelle numerose tempeste. Se mi sforzassi di esporre o richiamare, anche io sarei soltanto uno storiografo 85. In quell'occasione la città di Roma presa da grande timore ricorse a rimedi vani e ridicoli. Furono ripresi per ordine dei libri sibillini i giochi secolari, la cui celebrazione era stata stabilita ogni cento anni e che era stata sospesa per dimenticanza in tempi più tranquilli. I pontefici ristabilirono anche gli spettacoli sacri agli dèi inferi anche essi aboliti negli anni migliori del passato. Quando furono ristabiliti, infatti, era un gran divertimento rappresentare anche scenicamente che l'Ade si arricchiva di tanti morti. I poveri disgraziati appunto rappresentavano come spettacoli dei demoni e come lauti banchetti dell'Ade le guerre rabbiose, le sanguinose inimicizie, le funeste vittorie dell'una e dell'altra parte. Niente di più degno di compassione si ebbe durante la prima guerra punica della sconfitta subita dai Romani tanto duramente che fu fatto prigioniero anche Regolo. Ne ho parlato nel primo e nel secondo libro. Uomo veramente grande e in un primo tempo vincitore e soggiogatore dei Cartaginesi avrebbe portato a termine definitivamente la prima guerra punica se per eccessivo desiderio di lode e di gloria non avesse imposto agli stanchi Cartaginesi condizioni più pesanti di quanto essi potessero sopportare. Se l'imprevedibile sconfitta, la schiavitù indecorosa, il giuramento fedele e la morte veramente crudele di quell'uomo grande non costringe gli dèi ad arrossire, si vede proprio che sono fatti d'aria e che non hanno sangue.

Calamità in quel periodo.
18. 2. Non mancarono in quel periodo sventure gravissime nella città. In una straordinaria inondazione del Tevere quasi tutte le parti pianeggianti della città furono battute perché alcune furono travolte dalla violenza come di un torrente, altre rimasero inondate e sommerse per lungo tempo come in uno stagno. A questa calamità seguì il fuoco, ancor più pericoloso. Dopo avere invaso alcuni edifici più illustri attorno al foro, non risparmiò neanche il tempio di Vesta. D'altronde gli era molto familiare perché in esso le vestali, non tanto onorate quanto condannate, avevano la mansione di mantenergli quasi una vita perpetua con l'assidua sostituzione delle legna da bruciare. In quel caso il fuoco non solo si mantenne in vita ma incrudelì anche. Le vestali atterrite dalla sua violenza non riuscirono a salvare dall'incendio gli oggetti fatali che avevano già procurato la rovina delle tre città in cui avevano dimorato. Allora il pontefice Metello, dimentico in certo senso della propria incolumità, si precipitò e sebbene mezzo abbruciacchiato li mise in salvo 86. Il fuoco non riconobbe neanche lui, oppure vi era in quel posto una divinità che, anche se lo fosse stata, non riusciva a fuggire da sola. Quindi un uomo poté aiutare le insegne divine di Vesta anziché esse l'uomo. E se non erano capaci di respingere da se stessi il fuoco, in che cosa potevano aiutare la città contro le acque e le fiamme? Eppure si pensava che ne proteggessero l'incolumità. Il fatto in sé dimostrò che non potevano proprio un bel niente. Non farei certamente queste obiezioni se dicessero che quegli oggetti sacri non erano destinati a difendere i beni temporali ma a significare gli eterni; perciò se eventualmente venivano distrutti, perché corporali e visibili, non veniva tolto nulla a quei significati, cui erano destinati, e potevano essere riacquistati per i medesimi usi. Invece essi con incredibile cecità ritengono possibile il fatto che in virtù di quegli oggetti, che potevano essere distrutti, la salvezza terrena e il benessere temporale della patria non potevano essere distrutti. Pertanto, quando si dimostra loro che malgrado l'incolumità degli oggetti sacri sono sopravvenute o la perdita della salvezza o la sciagura, si vergognano di mutare un parere che non sono capaci di difendere.

I disastri della seconda guerra punica.
19. Per quanto riguarda la seconda guerra punica, sarebbe troppo lungo rammentare le stragi dei due popoli che combatterono per tanto tempo e su un vasto territorio. Per confessione stessa di coloro che hanno inteso non tanto di narrare le guerre romane quanto piuttosto di esaltare la dominazione romana, il vincitore fu pari al vinto 87. Infatti quando Annibale, partendo dalla Spagna, superò i Pirenei, attraversò la Gallia, valicò le Alpi devastando e sottomettendo tutte le regioni con le forze aumentate lungo il tragitto e precipitò come torrente nel valico verso l'Italia, si ebbero molti sanguinosi combattimenti, molte volte i Romani furono sconfitti, molti paesi passarono al nemico, molti furono presi e distrutti, si ebbero dure battaglie il più delle volte gloriose per Annibale data la sconfitta romana. Che dire del disastro di Canne, tremendo oltre ogni pensare? Dopo di esso si dice che Annibale, per quanto molto crudele ma saziato dell'enorme massacro dei suoi più spietati nemici, abbia comandato di risparmiarli. Dopo la strage mandò a Cartagine tre moggi di anelli d'oro per far capire che in quella battaglia era caduta molta nobiltà romana e che la segnalava meglio la misura che il numero 88. Si doveva da ciò dedurre che il massacro del resto dell'esercito, tanto più numeroso quanto più povero che giaceva senza anelli, era più da congetturarsi che da segnalarsi. Ne seguì una così forte carenza di soldati che i Romani coscrissero i delinquenti dopo aver assicurato loro l'impunità ed emanciparono gli schiavi per costituire e non solo per redintegrare un esercito che era così un disonore. Mancavano le armi per gli schiavi, o meglio tanto per non far torto per gli ormai liberti destinati a combattere per lo Stato romano. Le armi furono detratte dai templi come se i Romani volessero dire ai propri dèi: "Deponete le armi che avete tenuto in mano inutilmente, perché i nostri schiavi forse possono fare qualche cosa di utile con quei mezzi con cui voi nostre divinità non siete state capaci". Non bastando più l'erario per corrispondere lo stipendio, le ricchezze private divennero di pubblico uso. Ciascuno pose in comune il proprio avere al punto che oltre tutti gli anelli e le bolle, pietosi simboli di nobiltà, il senato stesso e a più forte ragione gli altri ceti e classi non si lasciarono alcun oggetto d'oro 89. Chi sopporterebbe i nostri avversari se in questi tempi fossero costretti a tanta povertà? Li sopportiamo appena adesso che in vista di un superfluo divertimento si dà più denaro agli attori di quanto ne fu ammassato allora per le legioni in vista di un disperato tentativo di salvezza.

La fine di Sagunto.
20. Ma fra tutti i disastri della seconda guerra punica il più degno di pietà e di deplorazione fu il massacro di quei di Sagunto. Questa città della Spagna, amicissima del popolo romano, fu distrutta perché gli si mantenne fedele. Annibale, violato il patto con i Romani, proprio da questa circostanza cercava il pretesto per provocarli alla guerra. Dunque assediava con ferocia Sagunto. Appena si seppe a Roma, furono mandati degli ambasciatori ad Annibale per indurlo ad abbandonare l'assedio. Non tenuti in alcun conto, essi andarono a Cartagine e lamentarono la violazione del patto ma tornarono a Roma senza aver concluso nulla. Durante questi indugi la disgraziata città molto ricca e molto cara alla Spagna e a Roma fu distrutta dai Cartaginesi all'ottavo o nono mese d'assedio. Fa raccapriccio leggerne e tanto più narrarne la fine. La ricorderò comunque brevemente giacché è molto pertinente all'argomento. Dapprima fu straziata dalla fame; si narra da alcuni che i cittadini si cibarono perfino dei cadaveri dei caduti. Infine stremati, per evitare almeno di cadere prigionieri nelle mani di Annibale, allestirono pubblicamente un grande rogo, nelle cui fiamme, dopo essersi anche trafitti di spada assieme ai propri familiari, tutti si abbandonarono. In questo caso avrebbero dovuto far qualche cosa gli dèi ghiottoni e ciarlatani nebulosi che bramano il grasso delle vittime e ingannano con la foschia di presagi ambigui; in questo caso avrebbero dovuto far qualche cosa, soccorrere una città molto amica del popolo romano e non permettere che subisse la catastrofe perché la subiva per aver mantenuta la fedeltà. Essi certamente intervennero quando si alleò mediante un patto allo Stato romano. Dunque perché mantenne fedelmente il patto, che sotto la loro protezione aveva stretto mediante delibera, che aveva reso vincolante con la fedeltà e indissolubile col giuramento, è stata assediata, schiacciata, distrutta da un uomo sleale. Se è vero che in seguito sono stati gli dèi ad atterrire e allontanare con temporali e fulmini Annibale vicinissimo alle mura di Roma, l'avrebbero dovuto fare anche prima. Oso dire appunto che sarebbero stati più onesti se avessero infuriato col temporale in favore degli amici dei Romani, i quali erano in pericolo proprio per non tradire la fedeltà ai Romani e non avevano mezzi di difesa, anziché in favore dei Romani che combattevano per se stessi ed erano ricchi di mezzi nel fronteggiare Annibale. Se fossero perciò difensori del benessere e dell'onore di Roma, ne avrebbero stornato la grave imputazione della rovina di Sagunto. Stoltamente dunque ora si crede che in virtù della loro protezione Roma non è andata in rovina malgrado la vittoria di Annibale, giacché non furono capaci di soccorrere la città di Sagunto affinché non andasse in rovina nel mantenere l'amicizia per Roma. Supponiamo che il popolo saguntino fosse cristiano e subisse tale sventura per la fede nel Vangelo, a parte che non si sarebbe data la morte con la spada o nel rogo, supponiamo comunque che subisse lo sterminio per la fede nel Vangelo. Avrebbe sofferto nella speranza per cui aveva creduto in Cristo, cioè non per la ricompensa di un tempo molto breve ma di una eternità senza fine. Ma a proposito di codesti dèi che, come si afferma, sono adorati o se ne va in cerca per adorarli al solo scopo che sia assicurato il benessere del mondo che fugge velocemente; che cosa mi risponderanno nei confronti dello sterminio di Sagunto coloro che li difendono e li scolpano? Faranno certamente lo stesso discorso che sulla fine di Regolo. Ma c'è una differenza. Quegli era un individuo, questa un'intera cittadinanza, sebbene causa della fine dell'uno e dell'altra sia stata la conservazione della fedeltà. Proprio per essa Regolo volle tornare ai nemici e Sagunto non volle passare ai nemici. Dunque il mantenimento della fedeltà provoca lo sdegno degli dèi? Ed è possibile che nonostante la protezione degli dèi siano perduti non solo individui ma intere città? Scelgano fra le due cose quella che preferiscono. Se gli dèi si sdegnano contro la fedeltà mantenuta, scelgano i rinnegati per essere onorati. Se poi è possibile che, malgrado il loro favore individui e città, colpiti da molti e gravi tormenti, vadano in rovina, gli dèi sono adorati senza il risultato del benessere terreno. La smettano dunque di arrabbiarsi coloro che pensano di essere divenuti disgraziati con la perdita dei misteri dei propri dèi. Anche se fossero rimasti e gli dèi li avessero aiutati, potevano non soltanto, come avviene adesso, lamentarsi del disastro avvenuto ma anche andare completamente in rovina dopo essere stati orrendamente straziati come Regolo e quelli di Sagunto.

Dalle guerre civili all'impero (21-31)

Ingratitudine contro Scipione e altri fatti disumani.
21. Tratto brevemente del periodo fra la seconda e la terza guerra punica, quando, come dice Sallustio, i Romani vissero con la più alta moralità e con la massima concordia 90. Tralascio molti fatti pensando ai limiti della mia opera. In quel tempo dunque di alta moralità e di massima concordia, Scipione, il liberatore di Roma e dell'Italia, stratega egregio e ammirevole della seconda guerra punica tanto orribile, tanto disastrosa e pericolosa, vincitore di Annibale e trionfatore di Cartagine, sebbene la sua vita fin dall'adolescenza, come si narra 91, fosse dedicata agli dèi e cresciuta nei templi, fu vittima delle accuse dei rivali. Esiliato dalla patria, che aveva salvata e liberata col proprio valore, passò il resto della vita e la finì nella cittadina di Literno. Nonostante il suo insigne trionfo, non fu mai preso dal desiderio di rivedere Roma, ordinò anzi, come si narra 92, che dopo la morte nemmeno il funerale si celebrasse nell'ingrata patria. Subito dopo per la prima volta a mezzo del proconsole Gneo Manlio, vincitore dei Galati, s'introdusse a Roma la dissolutezza asiatica peggiore di ogni nemico. Si racconta 93 che per la prima volta si cominciarono a vedere divani guarniti di bronzo e tappeti preziosi; furono introdotte le suonatrici durante i conviti e altre forme di depravazione. Ma mi sono prefisso di parlare per ora di quei mali che gli uomini subiscono contro voglia e non di quelli che compiono volontariamente. E perciò attiene a questo discorso soprattutto l'episodio che ho citato di Scipione, che, cioè, vittima dei rivali, morì fuori della patria che aveva liberata, poiché le divinità di Roma, dai cui templi aveva allontanato Annibale, non lo ricambiarono, sebbene siano onorate soltanto per il benessere terreno. Ma appunto perché Sallustio ha affermato che in quei tempi esisteva la più alta moralità, ho pensato che si dovesse ricordare l'episodio della frivolezza asiatica, affinché s'intenda che Sallustio ha parlato così nel confronto con altri tempi, in cui la moralità, a causa di gravissime discordie, fu certamente peggiore. Proprio allora, cioè fra la seconda e l'ultima guerra punica fu anche promulgata la legge Voconia perché non fosse costituita erede una donna, neanche se figlia unica 94. Non so che cosa si può prescrivere o pensare di più ingiusto che una legge simile. Comunque nell'intermezzo fra le due guerre puniche il decadimento fu più sopportabile. L'esercito si logorava soltanto con guerre esterne ma si consolava con le vittorie; in città non si avevano le discordie avutesi in altri tempi. Ma nell'ultima guerra punica con un solo attacco dell'altro Scipione, che per questo ebbe anche egli il soprannome di Africano, la rivale della dominazione romana fu letteralmente estirpata. Ma lo Stato romano fu oppresso da un peso grave di mali. Data infatti la sicurezza nel benessere, da cui con l'eccessiva corruzione morale furono accumulati quei mali, si può affermare che fu più di danno la rapida distruzione che la lunga rivalità di Cartagine. Tralascio tutto il periodo fino a Cesare Augusto il quale, come è noto, sottrasse del tutto ai Romani la libertà che, anche secondo la loro opinione, non era più apportatrice di gloria ma di lotte e disastri e ormai completamente priva di nerbo e vigore, richiamò tutti i poteri all'illimitata autorità regale, rinvigorì e ringiovanì, per così dire, lo Stato quasi cadente per decrepitezza. Di tutto questo periodo tralascio dunque le varie stragi militari dovute a cause diverse e il patto con Numanzia che è una macchia d'infamia. Erano fuggiti da una gabbia alcuni galli ed erano stati, a sentir loro, di malaugurio per il console Mancino 95, come se in tanti anni, durante i quali la piccola città cinta d'assedio aveva logorato l'esercito di Roma e cominciava a sbigottire lo stesso Stato romano, gli altri comandanti l'avessero attaccata con auspicio favorevole.

L'eccidio di Romani ordinato da Mitridate.
22. Ometto, ripeto, questi fatti, sebbene non vorrei passare sotto silenzio che Mitridate, un re dell'Asia, diede ordine che in un solo giorno fossero uccisi i Romani che soggiornavano in qualsiasi posto dell'Asia e che attendevano con molte ricchezze ai propri affari. Così fu fatto 96. Fu uno spettacolo raccapricciante che un individuo, dovunque fosse stato trovato, in un campo, in una via, in un castello, nella casa, in un borgo, in piazza, in un tempio, a letto, a mensa, senza che se l'aspettasse e contro ogni diritto venisse ucciso. Grande fu il lamento di coloro che venivano uccisi, grande il pianto dei presenti e forse anche di coloro che uccidevano. Dura fu la condizione degli ospitanti non solo nel vedere a casa propria quelle stragi ma anche nel doverle compiere, costretti come erano a cambiare improvvisamente il viso da una gentile espressione di cortesia a un gesto da nemico compiuto in tempo di pace e, direi, con ferite d'ambo le parti, perché il ferito era colpito nel corpo e chi colpiva nella coscienza. Tutti quei Romani non si erano curati degli àuspici? Non avevano forse gli dèi domestici e pubblici da consultare, quando dalle loro case partirono per quel viaggio senza ritorno? Se non li hanno consultati, i nostri contemporanei non hanno motivo per lamentarsi della nostra civiltà, giacché da tempo i Romani disprezzano queste inutili pratiche. Se poi li hanno consultati, mi si dica quale profitto hanno dato dette pratiche quando erano ammesse dalle leggi umane senza alcuna restrizione.

Conseguenze funeste delle guerre sociali.
23. Ma ormai devo far menzione, nei limiti delle mie possibilità, dei mali che furono tanto più disastrosi perché interni: discordie civili o piuttosto incivili, che non erano più sedizioni ma vere guerre in città durante le quali fu versato molto sangue e le passioni di parte non si limitarono alle polemiche e alle varie voci della pubblica opinione ma inferocivano ormai apertamente con le armi. Le guerre sociali, le guerre servili, le guerre civili fecero versare molto sangue romano e produssero l'immiserimento e lo spopolamento dell'Italia. Infatti prima che si organizzasse contro Roma la lega laziale, tutti gli animali addomesticati, cani, cavalli, asini, buoi e tutte le altre bestie di proprietà dell'uomo, tornate rapidamente allo stato selvaggio e dimentiche dell'addomesticamento, abbandonate le case, vivevano brade e aborrivano l'avvicinarsi non solo degli estranei ma anche dei padroni, con la morte o il pericolo di chi osava molestarli da vicino 97. E fu segno di un grande male se fu segno, ma fu un gran male se non fu anche segno. Se fosse avvenuto ai nostri giorni, vedremmo i nostri contemporanei più rabbiosi di quel che gli uomini di allora videro i propri animali.

Le sedizioni dei Gracchi.
24. Inizio dei mali civili furono le sedizioni dei Gracchi suscitate dalle leggi agrarie. Volevano distribuire al popolo i terreni che la nobiltà possedeva illegalmente. Ma osare di eliminare una ingiustizia ormai vecchia fu molto pericoloso e, come il fatto dimostrò, veramente deleterio. Molte uccisioni furono eseguite quando fu ucciso il primo dei Gracchi; così pure quando, non molto tempo dopo, fu ucciso il fratello. Infatti tanto nobili che popolani venivano giustiziati non in base alle leggi e col mandato dei magistrati ma durante le turbolenze e nei conflitti armati. Dopo l'uccisione del secondo Gracco il console Lucio Opimio, che aveva incitato alle armi contro di lui la città, dopo averlo abbattuto e ucciso assieme ai compagni, ordinò una grande strage di cittadini. Avendo poi fra mano l'inchiesta e perseguendo gli altri gregari col processo giudiziario, ne fece condannare a morte, come si racconta, tremila 98. Si può congetturare il numero delle esecuzioni di un cieco conflitto armato se l'informazione dovuta alla procedura ha fornito un sì gran numero di sentenze. L'uccisore del Gracco ne vendette la testa al console avendo in cambio il peso corrispondente in oro. Era un contratto stipulato prima dell'eccidio. Fu ucciso in quel caso con i figli anche l'ex console Marco Fulvio.

Le dee Concordia e Discordia.
25. Con opportuna delibera del senato, nel luogo in cui avvenne il fatale tumulto, in cui tanti cittadini di qualsiasi classe caddero, fu eretto il tempio a Concordia, perché testimone della pena dei Gracchi, colpisse la vista dei comizianti e ne stimolasse la memoria. Ma costruire un tempio a quella dea fu unicamente uno scherno contro gli dèi. Sembra quasi che se fosse stata in città, questa non sarebbe andata in rovina benché disgregata da tanti dissensi. Ma forse Concordia, colpevole del delitto di avere abbandonato la coscienza dei cittadini, meritò di essere rinchiusa in quel tempio come in un carcere. E per quale motivo, se volevano adeguarsi ai fatti, in quel posto non costruirono un tempio a Discordia? E si può dare una ragione per cui la concordia è una dea e la discordia no, in maniera che secondo la distinzione di Labeone una sia buona, l'altra cattiva? Anche egli, come sembra, aveva questa opinione perché nota che a Roma era stato eretto il tempio tanto a Febbre che a Salute. Per lo stesso motivo doveva essere eretto non solo a Concordia ma anche a Discordia. I Romani dunque scelsero di vivere con grave rischio irritando una dea così malvagia e non ricordarono che la fine di Troia ebbe inizio con il suo sdegno. Non essendo stata invitata con gli altri dèi, suscitò col pretesto di una mela d'oro la lite di tre dee e da qui la rissa delle divinità, la vittoria di Venere, il rapimento di Elena e la distruzione di Troia. Pertanto se, eventualmente sdegnata perché a Roma non meritò di avere un tempio come gli altri dèi, turbava per questo la città con tante sommosse, è probabile che si sia sdegnata più aspramente nel vedere che nel luogo di quella strage, quanto dire della sua opera, era stato eretto un tempio alla sua rivale. I dotti e i sapienti masticano bile quando schernisco queste sciocche credenze. Prestando tuttavia il culto a divinità buone e cattive, non escono dal dilemma di Concordia e Discordia, sia che abbiano trascurato il culto a queste dee e abbiano loro preferito Febbre e Bellona, alle quali hanno costruito templi fin dall'antichità, sia che avessero adorato anche esse, perché quando si è allontanata Concordia, Discordia ha infierito trascinandoli fino alle guerre civili.

Le guerre civili, la guerra sociale e servile.
26. Pensarono dunque di porre davanti ai comizianti come eccellente salvaguardia dalle sommosse il tempio di Concordia, testimone della strage e del supplizio dei Gracchi. Quale profitto ne ricavarono lo indica il peggiorarsi degli avvenimenti che seguirono. In seguito gli oratori si affaticarono non ad evitare l'esempio dei Gracchi ma a superarne l'intento, come il tribuno della plebe Lucio Saturnino, il pretore Gaio Servilio e più tardi Marco Druso. In seguito alle loro sommosse si ebbero dapprima delle stragi fin d'allora gravissime e poi scoppiarono le guerre sociali. L'Italia ne fu spaventosamente danneggiata e ridotta in uno stato d'incredibile desolazione e spopolamento. Seguirono la guerra servile e le guerre civili. Si ebbero molti combattimenti, fu versato molto sangue, tanto che le popolazioni italiche da cui era rinvigorita la dominazione romana, furono trattate come barbari. Soltanto gli storiografi 99 poi sono riusciti ad esporre in che modo fosse preparata da pochissimi gladiatori, meno di settanta, la guerra servile, a qual numero giungessero gli insorti e come fossero decisi ed energici, quali condottieri del popolo romano gli insorti sconfiggessero e quali città e regioni devastassero e in che modo. E non fu la sola guerra servile. Gli schiavi devastarono anche la provincia della Macedonia e poi anche la Sicilia e il litorale. E chi, data la proporzione degli avvenimenti, potrebbe parlare delle tante e orribili razzie operate dai pirati e delle loro coraggiose guerre?

La guerra civile mariana.
27. Mario, già macchiato del sangue dei concittadini per averne uccisi molti del partito avverso, vinto a sua volta, era fuggito da Roma. La città respirò appena un po' quando, per usare le parole di Cicerone, vinse il partito di Cinna e Mario. In quella circostanza con l'uccisione di uomini illustri si spensero gli occhi della città. In seguito Silla punì la crudeltà di questa vittoria e non c'è bisogno di dire con quale diminuzione di cittadini e con quanto danno per lo Stato 100. Di questa vendetta, la quale fu più dannosa che se i delitti puniti fossero rimasti impuniti, ha detto Lucano: Il rimedio non rispettò la misura e andò troppo al di là del punto in cui le malattie guidarono la mano del medico. Morirono i colpevoli, ma perché soltanto altri colpevoli poterono sopravvivere. Fu data libertà agli odi e l'ira, sciolta dai freni delle leggi, infierì 101. Nella guerra civile fra Mario e Silla, senza considerare quelli che erano morti in combattimento, le strade, le piazze, i fori, i teatri, i templi nella città stessa erano pieni di cadaveri. Era difficile giudicare quando i vincitori avessero causato un numero più alto di morti, se prima per vincere o dopo perché avevano vinto. Dapprima con la vittoria di Mario, quando tornò dall'esilio, a parte le uccisioni avvenute dovunque, la testa del console Ottavio fu posta sui rostri, i Cesari furono uccisi da Fimbria nelle proprie case, i due Crassi, padre e figlio, furono sgozzati l'uno di fronte all'altro, Bebio e Numitorio trascinati con un arpione morirono spargendo gli intestini per la strada, Catulo si sottrasse alle mani dei nemici prendendo il veleno, Merula, flamine diale, tagliandosi le vene sacrificò a Giove col proprio sangue. Davanti agli occhi dello stesso Mario venivano uccisi cittadini soltanto se al loro saluto egli non porgeva loro la mano.

La guerra civile sullana.
28. La vittoria di Silla che seguì, quanto dire la punitrice della crudeltà di Mario, ottenuta col molto sangue dei cittadini già versato, pur essendo finita la guerra ma rimanendo le rivalità, proprio in periodo di pace infierì più crudelmente. Alle prime e alle ultime stragi del primo Mario se ne aggiunsero altre più gravi da parte di Mario il giovane e di Carbone del partito di Mario. Quando Silla stava per ritornare, costoro disperando non solo della vittoria ma anche della vita riempirono la città con altre loro carneficine. Infatti oltre la strage che si aveva da ogni parte, fu assediato il senato, e dalla curia, come se fosse un carcere, i senatori venivano condotti alla decapitazione. Il pontefice Muzio Scevola, sebbene niente per i Romani era più santo del tempio di Vesta, fu ucciso mentre abbracciava l'altare e spense quasi col proprio sangue il fuoco che ardeva perpetuamente per la continua sorveglianza delle vestali. Poi Silla entrò vincitore in città. Nella villa pubblica egli, giacché non la guerra ma la pace mieteva vittime, ne abbatté, non in combattimento ma con un ordine, ben settemila che si erano arresi e per questo anche inermi. In città poi qualsiasi partigiano di Silla poteva uccidere chi volesse. Per questo era assolutamente impossibile calcolare i morti fino a che non fu consigliato a Silla di lasciarne vivere alcuni perché si dessero individui a cui i vincitori potessero comandare. Fu frenata allora la furiosa licenza di ammazzare che impazzava dovunque e fu proposta con grande soddisfazione una tavola la quale conteneva duemila nomi di cittadini dell'una e dell'altra classe nobile, cioè equestre e senatoria, che dovevano essere uccisi e proscritti. Rattristava il numero ma consolava il limite al massacro, e la tristezza per il fatto che tanti dovevano morire era minore della gioia perché gli altri cessavano di temere. Tuttavia la loro tranquillità, per quanto crudele, si dolse profondamente dei raffinati sistemi di morte riservati ad alcuni di coloro che erano stati condannati a morte. Qualcuno fu sbranato dalle mani inermi dei carnefici, uomini che straziavano un uomo vivo con maggior efferatezza di quanto siano solite le belve con un cadavere trovato in terra. Un altro fu fatto vivere a lungo, o meglio morire a lungo fra grandi sofferenze perché gli avevano cavati gli occhi e amputate parti del corpo ad una ad una. Furono messe all'asta, come se fossero ville, alcune illustri città; la sorteggiata fu tutta condannata ad essere ammazzata come se si trattasse dell'esecuzione di un solo delinquente. I fatti avvennero in periodo di pace dopo la guerra, non per accelerare il conseguimento della vittoria ma per dare rilievo a quella già conseguita. La pace gareggiò con la guerra in crudeltà e vinse. La guerra abbatté uomini armati, la pace inermi. La guerra significava che chi poteva essere ucciso, poteva se gli riusciva, uccidere a sua volta; la pace non significava che chi era scampato vivesse ma che morendo non desse più fastidio.

Confronti con le guerre esterne.
29. Quale furore di genti straniere, quale crudeltà di barbari si può paragonare a questa vittoria di cittadini su concittadini? Che cosa ha visto Roma di più efferato, macabro e desolante, forse l'antico saccheggio dei Galli e il recente dei Goti o piuttosto la violenza di Mario e Silla e degli altri uomini eminenti nei rispettivi partiti? Fu come la violenza degli occhi di Roma contro le sue membra. I Galli uccisero i senatori dovunque li avessero trovati in tutta Roma, fuorché nella rocca del Campidoglio che comunque era la sola ad essere difesa. A coloro però che si trovavano su questo colle permisero per lo meno di riscattare la vita con l'oro; e sebbene non potessero toglierla con le armi, avrebbero potuto farla deperire con un lungo assedio. I Goti poi hanno risparmiato tanti senatori che farebbe meraviglia se ne hanno uccisi alcuni. Invece Silla, e Mario era ancora vivo, s'insediò come vincitore sul Campidoglio, che fu rispettato dai Galli, per decretare le carneficine; e quando Mario gli sfuggì per tornare più violento e sanguinario, egli dal Campidoglio, anche con delibera del senato, privò molti della vita e delle sostanze. Per i partigiani di Mario poi nell'assenza di Silla non vi fu alcun oggetto santo che risparmiassero se non risparmiarono neanche Muzio cittadino, senatore, pontefice, nell'atto che stringeva con disperato abbraccio l'altare stesso in cui erano, a sentir loro, i destini di Roma. L'ultima tavola di Silla inoltre, per non parlare di molte altre uccisioni, mandò a morte più senatori di quanti i Goti riuscirono a derubare.

Le altre guerre civili e fine di Cicerone.
30. Con quale fronte dunque, con quale coraggio, con quale improntitudine, con quale stoltezza o meglio pazzia non rinfacciano i fatti antichi ai loro dèi e rinfacciano i recenti al nostro Cristo? Le crudeli guerre civili, più dannose, per confessione anche dei loro scrittori, di tutte le guerre esterne, da cui, come è stato giudicato, lo Stato non solo fu colpito ma completamente rovinato, sono scoppiate prima della venuta di Cristo. Per una concatenazione di delitti si venne dalla guerra di Mario e Silla a quelle di Sertorio e di Catilina, il primo proscritto, l'altro protetto da Silla; poi a quella di Lepido e Catulo, dei quali uno voleva rescindere, l'altro approvare gli atti di Silla; poi a quella di Pompeo e Cesare. Pompeo era stato seguace di Silla ma ne aveva già eguagliato o anche superato il prestigio. Cesare non tollerava il prestigio di Pompeo perché ne era privo, ma lo superò dopo che l'altro fu sconfitto e ucciso. Da costoro le guerre civili passarono all'altro Cesare, detto in seguito Augusto. Il Cristo nacque mentre egli era imperatore. Lo stesso Augusto sostenne numerose guerre civili, durante le quali morirono molti uomini illustri fra cui anche Cicerone, l'eloquente statista. Avvenne che una congiura di alcuni nobili senatori uccise col pretesto della libertà politica Caio Cesare, vincitore di Pompeo, accusato di aspirare al regno. Egli comunque aveva usato con clemenza della vittoria civile e aveva donato vita e onori ai propri avversari. Parve allora che Antonio, ben diverso per moralità da Cesare e profondamente depravato in tutti i vizi, aspirasse ad ereditarne il prestigio. Cicerone gli resisteva vigorosamente per la libertà della patria. S'era fatto notare intanto come giovane di indole ammirevole, l'altro Cesare, figlio adottivo di Caio Cesare che, come ho detto, fu chiamato Augusto. Cicerone favoriva il giovane Cesare affinché si affermasse il suo prestigio contro Antonio. Sperava che rimossa e abbattuta la signoria di Antonio, l'altro avrebbe restituito la libertà politica. Ma era ciecamente imprevidente del futuro al punto che proprio quel giovane, di cui sosteneva la capacità nel governo, permise ad Antonio come per un tacito accordo di uccidere Cicerone stesso e sacrificò alla propria signoria quella libertà politica per cui il meschino aveva tanto gridato.

I cataclismi naturali.
31. I nostri avversari, che sono ingrati al nostro Cristo di beni tanto grandi, accusino i propri dèi di mali tanto grandi. È vero, quando si verificavano quei mali, gli altari delle divinità profumavano d'incenso d'Arabia e olezzavano di fresche ghirlande 102, splendevano le vesti sacerdotali, gli edifici sacri scintillavano, si sacrificava, si dava spettacolo, s'impazziva nei templi, anche se per ogni dove si versava da cittadini tanto sangue dei concittadini, non solo in altri luoghi ma perfino in mezzo agli altari degli dèi. Cicerone non scelse un tempio in cui rifugiarsi perché Muzio lo aveva scelto invano. Costoro invece, che tanto ingiustificatamente insultano la civiltà cristiana, o si rifugiarono negli edifici più illustri dedicati a Cristo o ve li condussero i barbari per salvarli. Io sono certo di una cosa e chiunque giudica senza partigianeria viene sicuramente d'accordo con me. Lascio da parte altri fatti perché molti ne ho citati e sono di più quelli sui quali ho ritenuto di non dovermi dilungare. Se il genere umano avesse ricevuto l'insegnamento cristiano prima delle guerre puniche e ne fosse seguita la grande catastrofe che attraverso quelle guerre desolò l'Europa e l'Africa, ognuno di questi che esercitano la nostra pazienza avrebbe attribuito tali sciagure soltanto alla religione cristiana. Ancora più insopportabili, per quanto riguarda i Romani, sarebbero le loro grida se al manifestarsi e diffondersi della religione cristiana avessero fatto seguito il saccheggio dei Galli, il disastro dell'inondazione del Tevere e dell'incendio, ovvero le guerre civili che sono il disastro più grande. E rinfaccerebbero sicuramente ai cristiani come colpe altre sventure che si verificarono contro ogni aspettativa tanto da essere considerati prodigi, se si fossero verificate ai tempi del cristianesimo. Ometto quei casi in cui si ebbe più del mirabile che del dannoso, come il fatto che buoi hanno parlato, che bimbi non ancor nati hanno gridato alcune parole dal grembo materno, che serpenti sono volati, che donne e galline sono divenute di sesso maschile e altri simili prodigi che si trovano nei loro libri, non poetici ma storici 103, e che, veri o falsi, non producono negli uomini danno ma stupefazione. Ma quando si ebbe una pioggia di terra o di sabbia o di pietre (non nel senso di grandine come talora si dice, ma proprio di pietre) 104, questi fenomeni poterono certamente recare danni anche gravi. Si legge negli scrittori che a causa delle lave dell'Etna, le quali dal vertice del monte colarono fino alla spiaggia, il mare si mise in ebollizione fino ad infuocare gli scogli e a sciogliere la pece delle navi 105. Il fenomeno non costituì un lieve danno, sebbene sia singolare fino all'inverosimile. Hanno scritto che in un'altra eruzione del vulcano la Sicilia fu invasa da tanta cenere da far crollare per il sovraccarico e il peso i tetti della città di Catania. I Romani mossi a compassione dal disastro per quell'anno le condonarono il tributo 106. Hanno scritto anche che il numero delle cavallette in Africa, quando era già provincia romana, ebbe del prodigioso; dicono che distrutte le frutta e la vegetazione si buttarono in mare in una nube enorme al di là di ogni calcolo. Lì morirono e furono restituite alla spiaggia. Essendo l'aria divenuta infetta scoppiò una così grave epidemia che, come si racconta, nel solo regno di Massinissa, morirono ottocentomila individui e molti di più nelle regioni vicine al mare 107. Assicurano che ad Utica delle trentamila reclute che vi erano ne rimasero diecimila. Dunque la superficialità, che dobbiamo tollerare e alla quale siamo costretti a rispondere, rinfaccerebbe ognuno di questi fatti alla religione cristiana se li riscontrasse ai tempi del cristianesimo. Eppure non li rinfacciano ai loro dèi, di cui vogliono ristabilito il culto per non subire questi mali per quanto minori, sebbene gli antichi politeisti ne abbiano subiti ben più gravi.

LIBRO IV

SOMMARIO

1. Gli argomenti trattati nel primo libro.

2. Il contenuto del secondo e del terzo libro.

3. Se l'estensione del dominio, che si ottiene soltanto con la guerra, si debba considerare fra i beni di individui saggi e felici.

4. Gli Stati senza giustizia sono molto simili a bande di ladri.

5. La potenza dei gladiatori fuggitivi fu molto simile alla regia dignità.

6. L'ambizione del re Nino che per estendere il dominio per primo mosse guerra ai vicini.

7. Se i regni terreni nell'alternativa fra ascesa e decadenza siano aiutati o abbandonati dal soccorso degli dèi.

8. I Romani ritengono che il loro dominio sia stato esteso e conservato con la protezione di alcuni dèi, sebbene abbiano ritenuto di dover affidare a ciascun dio in particolare la difesa di particolari interessi.

9. Se l'estensione e la durata dell'impero romano si debba attribuire a Giove che i suoi adoratori ritengono il dio sommo.

10. Quali criteri abbiano adottato coloro che hanno posto diversi dèi a difesa delle varie parti del mondo.

11. I pagani più dotti sostengono che i molti dèi sono Giove medesimo.

12. Alcuni sostengono l'opinione che il dio è l'anima del mondo e il mondo è il corpo del dio.

13. Alcuni affermano che parti di un solo Dio sono soltanto gli animali ragionevoli.

14. La grandezza degli Stati incoerentemente si attribuisce a Giove, perché se la Vittoria, come sostengono, è una dea, essa sola sarebbe bastata all'impresa.

15. Se conviene agli onesti la volontà di un dominio più esteso.

16. Il motivo per cui i Romani, pur deputando dèi in particolare a tutti gli oggetti e fenomeni, hanno deciso che il tempio della Quiete fosse eretto fuori delle porte della città.

17. Se di Giove è il potere sommo, non v'è motivo per considerare la Vittoria una dea.

18. Il criterio con cui distingue la Felicità e la Fortuna chi le considera dee.

19. La Fortuna femminile.

20. I pagani hanno onorato con templi e misteri la Virtù e la Fede ma, se era giusto attribuire loro l'essere divino, hanno trascurato altri beni che dovevano essere egualmente onorati.

21. I pagani non comprendendo il monoteismo dovevano per lo meno contentarsi di Virtù e Felicità.

22. Varrone si vanta di aver introdotto fra i Romani la scienza del culto degli dèi.

23. I Romani politeisti non adorarono a lungo con onore divino la Felicità, sebbene da sola poteva bastare per tutti.

24. La dimostrazione con cui i pagani giustificano l'inserire fra gli dèi gli stessi doni divini.

25. Si deve adorare un solo Dio che, sebbene se ne ignori il nome, si avverte come datore della felicità.

26. Gli dèi hanno preteso che in loro onore si celebrassero dai propri adoratori gli spettacoli teatrali.

27. Il pontefice Scevola in un suo libro parla di tre generi di dèi.

28. Se il culto degli dèi giovò ai Romani per conquistare ed estendere il dominio.

29. La falsità dell'oracolo con cui si ritenne fossero indicate la potenza e la stabilità del dominio romano.

30. L'opinione che anche i politeisti confessano di avere sugli dèi.

31. Le teorie di Varrone che, condannato il pregiudizio popolare, sebbene non sia giunto alla conoscenza del vero Dio, ritenne che si deve adorare un solo Dio.

32. Per un loro particolare vantaggio i re pagani vollero che le false religioni si conservassero presso i popoli loro soggetti.

33. Per giudizio e potere del vero Dio la durata dei regnanti e dei loro Stati è ordinata al fine.

34. Lo Stato giudaico fu costituito e conservato dal solo vero Dio, finché i Giudei si mantennero nella vera religione.

 

Libro quarto

IMPERIALISMO ROMANO E POLITEISMO

 

Giudizio storico sull'imperialismo (1-7)

Riassunto su politeismo e moralità.
1. All'inizio del mio discorso sulla città di Dio ho pensato prima di tutto di dover ribattere i suoi nemici che, inseguendo le gioie terrene e anelando ai beni fugaci, rinfacciano alla religione cristiana, l'unica apportatrice di salvezza e di verità, tutte le sventure che, per quanto riguarda quei beni, subiscono più per la bontà di Dio nell'ammonire che per la sua severità nel punire. V'è fra di loro anche la massa ignorante che è stimolata più gravemente, all'odio contro di noi, dall'autorità delle cosiddette persone colte. Gli illetterati infatti ritengono che gli avvenimenti insoliti verificatisi ai loro giorni non si verificavano di solito nei tempi passati; ed anche quelli i quali sanno che questa loro opinione è falsa, per dare a credere che hanno dei motivi giusti per dire insolenze contro di noi, la confermano facendo finta di ignorare i fatti. Per questo si doveva dimostrare, mediante i libri scritti dai loro autori per narrare la storia dei tempi passati, che le cose sono ben diverse da come essi pensano. Nello stesso tempo si doveva segnalare che gli dèi, da loro adorati prima in pubblico e tuttora in privato, sono spiriti immondi e demoni malvagi e impostori al punto che traggono vanto dai propri delitti o veri o perfino immaginari. Ed essi vollero che fossero ricordati solennemente nelle loro feste affinché la debolezza umana non si ritraesse dal commettere azioni riprovevoli, dato che l'esempio divino si offriva all'imitazione. Non ho prodotto queste argomentazioni da una mia congettura ma in parte dai fatti recenti perché io stesso ho visto simili riti in onore di simili dèi, in parte dalle opere di autori che hanno tramandato ai posteri questi fatti, non certo per infamare ma per onorare i propri dèi. Lo stesso Varrone, il più colto della loro letteratura e di grandissima autorità, nel comporre in varie parti i libri sulla cultura e la religione, assegnandone alcuni alla cultura, altri alla religione secondo la particolare importanza di ciascun argomento, non attribuì i libri sugli spettacoli alla cultura ma alla religione 1. Che se nella città vi fossero stati soltanto uomini buoni e onesti, gli spettacoli non avrebbero dovuto essere assegnati neanche alla cultura. Non lo fece certamente di suo arbitrio ma perché, nato ed educato a Roma, li trovò nella religione. Ho esposto in breve alla fine del primo libro gli argomenti da trattare in seguito e di essi alcuni ne ho esposti nei due libri seguenti. Comprendo che adesso si devono restituire all'attesa dei lettori gli altri argomenti.

Riassunto sulle catastrofi storiche e naturali.
2. Avevo promesso dunque che avrei trattato alcuni temi in risposta a coloro i quali riversano contro la nostra religione le sciagure dello Stato romano e che avrei ricordato i vari e gravi mali che mi potessero venire in mente o mi sembrassero sufficienti all'argomentazione e che la città e le province appartenenti al suo impero hanno dovuto subire prima che i loro sacrifici fossero proibiti. L'avrebbero comunque attribuiti alla nostra religione anche gli antichi se pure a loro fosse stata nota o avesse loro vietato come oggi il culto pagano. Ho già svolto sufficientemente, a mio parere, questi argomenti nel secondo e terzo libro. Nel secondo ho trattato dei mali morali che si devono ritenere i soli o i più grandi mali; nel terzo, di quei mali, i soli da cui gli insipienti rifuggono, cioè dei mali fisici e materiali che spesso subiscono anche le persone dabbene, mentre posseggono, non dico con pazienza ma con soddisfazione, quei mali con cui essi stessi divengono malvagi. E ho detto poche cose della città e del suo impero e neppure tutte dal suo inizio fino a Cesare Augusto. Non ho voluto poi indicare nella loro gravità i disastri non provocati da alcuni uomini contro altri, quali sono le devastazioni e i saccheggi dei belligeranti, ma che si verificano in natura dalle perturbazioni degli elementi del mondo. Apuleio li ricorda molto brevemente in una pagina del suo piccolo libro intitolato Il mondo, affermando che tutte le cose naturali subiscono alterazione, trasformazione e cessazione. A causa di fortissimi terremoti, egli dice, tanto per usare le sue parole, si è spaccato il suolo e sono state inghiottite città con gli abitanti; per nubifragi sono state allagate intere regioni; zone di terraferma sono divenute isole perché invase dalle acque ed altre per regressione del mare sono divenute accessibili anche per terra; città sono state distrutte dai cicloni e dalle tempeste; sono scoppiati dei fulmini per cui alcune regioni dell'Oriente sono state distrutte dagli incendi e in alcune zone dell'Occidente alcune strane sorgenti e polle hanno causato i medesimi disastri ; allo stesso modo una volta dalla cima dell'Etna, spaccatisi dei crateri a causa del fuoco del titano, lungo i versanti a guisa di torrente colarono fiumi di lave incandescenti 2. Se dunque avessi voluto raccogliere da dove mi era possibile questi avvenimenti e altri simili contenuti nella storia, non avrei mai finito di elencare gli eventi di quei tempi, prima che il nome di Cristo facesse cessare alcune loro pratiche inutili e contrarie alla vera salvezza. Avevo promesso anche che avrei mostrato i loro istituti civili e la ragione vera per cui il Dio vero, giacché in suo potere sono tutti gli Stati, si è degnato di favorirli per l'accrescimento dell'impero; e che per nulla li hanno aiutati quelli che essi ritengono dèi, anzi li hanno danneggiati con l'inganno e con l'errore. Di questo ora, a mio avviso, devo parlare e soprattutto delle conquiste dell'impero romano. Sono state già dette parecchie cose, soprattutto nel secondo libro, sul grave loro malcostume introdotto dalla dannosa arte d'ingannare dei demoni che essi adoravano come dèi. Attraverso i tre libri precedenti, dove mi è sembrato opportuno, ho fatto rilevare il grande soccorso che anche nei disastri militari, nel nome di Cristo al quale i barbari hanno mostrato tanto rispetto contrariamente all'uso della guerra, Dio ha accordato ai buoni e ai cattivi. Ma egli fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti 3.

Misura e moderazione morale e politica.
3. Ora esaminiamo dunque il motivo per cui osano accreditare la grande estensione e la lunga durata dell'impero romano agli dèi che sostengono di avere onorato onestamente, sebbene mediante tributi di spettacoli disonesti e attraverso l'ufficio di individui disonesti. Ma prima vorrei per un po' esaminare quale ragionevolezza e saggezza essi hanno nel volersi vantare dell'estensione e grandezza dell'impero, quando è impossibile mostrare il benessere degli individui che, in preda al timore della morte e a una sanguinaria cupidigia, erano sempre occupati nelle imprese guerresche a spargere sangue o dei cittadini o dei nemici, che è comunque sangue umano. È un benessere cui si può paragonare una gioia di vetro splendida nella sua fragilità perché si teme più angosciosamente che da un momento all'altro vada in frantumi. Per giudicare meglio queste cose non ci si deve lasciar trascinare scioccamente da una vuota millanteria e non si deve rendere ottusa la facoltà di valutare a causa di altisonanti concetti, come popoli, Stati, province. Prendiamo piuttosto in considerazione due individui. Infatti ogni individuo, come una lettera in un discorso, è per così dire un elemento di una società civile e di uno Stato, anche se molto estesi come territorio. Supponiamo dunque che dei due individui uno sia povero o meglio del ceto medio, l'altro ricco sfondato. Il ricco è sempre angosciato dai timori, disfatto dalle preoccupazioni, bruciato dall'ambizione, mai sereno, sempre inquieto, angustiato da continue liti con i rivali; accresce, è vero, con queste angustie il proprio patrimonio a dismisura ma con questi accrescimenti accumula anche le più spiacevoli seccature. Il povero, al contrario, basta a sé col modesto patrimonio disponibile, è benvoluto, gode una serena pace con parenti, vicini e amici, è piamente devoto, spiritualmente umanitario, fisicamente sano, eticamente temperante, moralmente onesto, consapevolmente tranquillo. Non so se si trova un tizio tanto insulso da dubitare chi preferire. E come per i due individui la regola dell'equità si applica a due famiglie, a due popoli, a due Stati. E se con l'applicazione consapevole di quella regola si rettifica il nostro giudizio, vedremo facilmente in quale dei due si trova la vuota millanteria e in quale il benessere. Pertanto, se si adora il vero Dio e gli si presta servizio con un culto autentico e con onesti costumi, è utile che i buoni abbiano il potere dovunque e a lungo e non è tanto utile per loro quanto per gli amministrati. Infatti per quanto li riguarda, la pietà e la moralità, che sono grandi doni di Dio, bastano loro per il vero benessere perché con esse si conduce una vita onesta e si consegue poi la vita eterna. In questa terra dunque il governo dei buoni non è concesso a loro favore ma dell'umanità; al contrario, il potere dei malvagi è un male più per i governanti che distruggono la propria coscienza con la più facile sfrenatezza al delitto che per i sudditi per i quali soltanto la loro individuale disonestà è il loro male. Qualsiasi male poi si infligge dai potenti ingiusti non è per i giusti pena di un delitto ma prova della virtù. Quindi la persona onesta, anche se è schiava, è libera; il malvagio, anche se ha il potere, è schiavo e non di un solo individuo ma, che è più grave, di tanti padroni quante sono le passioni. Parlando di queste passioni ha detto la sacra Scrittura: L'uomo è consegnato come schiavo a colui da cui è stato sconfitto 4.

Ingiustizia e violenza degli stati e dei briganti.
4. Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? È pur sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, è vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione. Se la banda malvagia aumenta con l'aggiungersi di uomini perversi tanto che possiede territori, stabilisce residenze, occupa città, sottomette popoli, assume più apertamente il nome di Stato che gli è accordato ormai nella realtà dei fatti non dalla diminuzione dell'ambizione di possedere ma da una maggiore sicurezza nell'impunità. Con finezza e verità a un tempo rispose in questo senso ad Alessandro il Grande un pirata catturato. Il re gli chiese che idea gli era venuta in testa per infestare il mare. E quegli con franca spavalderia: "La stessa che a te per infestare il mondo intero; ma io sono considerato un pirata perché lo faccio con un piccolo naviglio, tu un condottiero perché lo fai con una grande flotta" 5.

La sollevazione dei gladiatori.
5. E per questo mi dispenso dal ricercare come erano gli individui che Romolo radunò. Si dovette molto insistere per far loro capire che con la nuova vita, una volta ottenuto il consorzio civile, non dovevano più pensare alle punizioni dovute, perché il loro timore li spingeva a più gravi delitti. Così in seguito poterono essere più disposti ai rapporti umani. Ma voglio parlare di un fatto che lo stesso impero romano, ormai grande per avere assoggettato molti popoli e temibile agli altri, sentì dolorosamente, temé grandemente e represse a causa del non trascurabile interesse di evitare una enorme strage. Si tratta dei pochi gladiatori che in Campania fuggiti durante uno spettacolo raccolsero un grande esercito, trovarono tre condottieri e saccheggiarono crudelmente vasti territori dell'Italia 6. Dicano qual dio aiutò costoro perché da una piccola e disprezzabile banda giungessero a un potere temibile per le grandi forze e risorse di Roma. Si dirà, dato che non resistettero a lungo, che non furono aiutati da un dio? Ma anche la vita di un uomo è tutt'altro che lunga. A questa condizione gli dèi non aiutano nessuno a conquistare il potere. I singoli individui scompaiono molto in fretta e non si deve considerare un favore che il potere scompare come nebbia in poco tempo in ciascun individuo e quindi un po' alla volta in tutti. Che cosa importa agli adoratori degli dèi sotto Romolo, morti da tanto tempo, che dopo la loro morte l'impero romano è cresciuto tanto, se essi trattano ormai i propri affari nell'aldilà? Se questi affari sono buoni o cattivi non rientra nell'argomento in parola. E questo si deve intendere di tutti coloro che con rapida corsa, portando il fardello delle proprie azioni, si sono avvicendati al potere, anche se esso per cessione e successione di mortali dura a lungo. Se dunque anche i favori di un tempo tanto breve si devono accreditare all'aiuto degli dèi, non poco sono stati aiutati quei gladiatori. Infransero le catene della condizione servile, fuggirono, si resero liberi, raccolsero un grande e potente esercito, obbedendo alle decisioni e agli ordini dei propri capi si resero temibili per la grandezza di Roma e invincibili per alcuni comandanti romani, fecero un bel bottino, colsero parecchie vittorie, si scapricciarono nei piaceri come vollero, fecero ciò che loro suggeriva la passione e infine prima che fossero vinti, e fu molto difficile, vissero da signori e da principi. Ma passiamo ad argomenti più importanti.

L'imperialismo di Nino in Trogo e Giustino.
6. Giustino che, seguendo Trogo Pompeo, in latino come lui ma in compendio, scrisse una storia greca anzi universale, cominciò così il testo dei suoi libri: All'inizio della storia il governo dei popoli e delle nazioni era in mano ai re che non erano innalzati all'altezza della carica dalla tracotanza demagogica ma dalla saggia moderazione degli ottimati. I cittadini non erano regolati dalle leggi, era usanza difendere e non estendere i confini del dominio, gli Stati erano limitati ai gruppi tribali. Fu Nino re degli Assiri il primo a modificare per ambizione di dominio il vecchio costume per così dire ancestrale. Egli per primo fece guerra ai vicini e soggiogò fino ai confini della Libia i popoli ancora inesperti della difesa. E poco dopo soggiunge: Nino rassodò la grandezza del dominio che aveva cercato con le nuove conquiste. Domati dunque i più vicini, passando agli altri perché reso più potente con l'aggiunta di nuove forze ed essendo ogni vittoria un mezzo per la successiva, assoggettò i popoli di tutto l'Oriente 7. Non so con quale fedeltà ai fatti abbiano scritto Giustino o anche Trogo. Alcuni documenti più autentici dimostrano che non erano ben informati. Tuttavia è ammesso da tutti gli altri scrittori che il regno degli Assiri fu ampiamente esteso dal re Nino 8. E durò tanto a lungo che l'impero romano non ha ancora raggiunto quell'età. Infatti, come scrivono gli studiosi di cronologia, dall'anno primo del regno di Nino, prima di passare ai Medi, durò milleduecentoquaranta anni 9. Muovere guerra ai vicini, continuare con altre guerre, sconfiggere e assoggettare per semplice ambizione di dominio popoli che non davano molestia, che altro si deve considerare se non un grande atto di brigantaggio?.

Le varie religioni e l'imperialismo.
7. Se senza l'aiuto degli dèi il dominio degli Assiri fu tanto grande e tanto esteso, per quale ragione l'estensione e la durata dell'impero romano si accredita agli dèi di Roma? Casi identici non possono avere spiegazioni diverse. Se sostengono che anche l'assiro si deve accreditare all'aiuto di dèi, chiedo di quali. I vari popoli che Nino sconfisse e assoggettò non adoravano dèi diversi. E se gli Assiri ne ebbero dei particolari che erano abili artefici nella conquista e conservazione del dominio, erano forse morti quando anche gli Assiri perdettero l'impero, oppure preferirono passare ai Medi perché non fu loro corrisposto lo stipendio o ne fu promesso uno maggiore, e così da loro ai Persiani dietro invito di Ciro e relativa promessa di un salario più conveniente? E dire che il popolo persiano, dopo l'esteso ma brevissimo impero di Alessandro il Grande, mantiene ancora il dominio su un non piccolo territorio dell'Oriente. Se è così c'è un dilemma. O costoro sono dèi traditori che abbandonano i propri gregari e passano al nemico (non lo fece neanche Camillo che era un uomo, quando dopo aver vinto ed espugnato la più accanita città nemica, provò l'ingratitudine di Roma, per cui aveva vinto, e tuttavia in seguito dimentico dell'ingiustizia e memore della patria la liberò di nuovo dai Galli), oppure non sono dèi forti come dovrebbero essere gli dèi perché possono esser vinti da provvedimenti e forze umane; ovvero se, nel darsi guerra tra di loro, non dagli uomini ma da altri dèi sono eventualmente sconfitti gli dèi tutelari delle varie città, anche essi in tal caso hanno fra di loro delle rivalità che ciascuno si assume a favore del proprio gruppo. Dunque lo Stato non dovrebbe onorare i propri dèi a preferenza di altri che potrebbero aiutare i propri. Infine, comunque stiano il passaggio, la fuga, il trasferimento di residenza o la diserzione in combattimento degli dèi, il cristianesimo non era stato ancora predicato a quei tempi e in quei territori, quando quei domini attraverso straordinarie sconfitte militari furono perduti e trasferiti. Ma poniamo che fossero trascorsi i milleduecento anni e rotti, dopo i quali cessò il regno degli Assiri, e che in quel paese già la religione cristiana avesse predicato il regno eterno e proibito i culti sacrileghi dei falsi dèi. Gli individui impostori di quei popoli direbbero certamente che un regno conservatosi tanto a lungo era potuto cessare soltanto perché erano state abbandonate le proprie religioni ed era stata accolta quest'altra. Gli avversari di oggi facciano riflettere sul proprio specchio questa possibile menzogna e si vergognino, se hanno un tantino di pudore, di fare simili lagnanze. Comunque l'impero romano è stato battuto ma non è morto; e gli è capitato anche in tempi anteriori al cristianesimo e si è rifatto delle sconfitte. E questo non si deve disperare neanche oggi. Chi conosce in proposito il volere di Dio?.

Politeismo monoteismo panteismo (8-13)

Folla degli dèi della fertilità.
8. Cerchiamo adesso, se si è d'accordo, qual dio principalmente o quali dèi della grande folla di dèi che i Romani adoravano ritengano che abbiano allargato o difeso il loro dominio. Nei confronti di un'opera tanto illustre e piena di tanto valore non osano certamente attribuire responsabilità alla dea Cloacina alias Volupia che ha derivato il nome da voluttà o a Libentina che lo ha da libidine o a Vaticano che sorveglia i vagiti dei bimbi o a Cunina che protegge le loro cune. Come è possibile in un passo di questo libro ricordare tutti i nomi degli dèi e delle dee che essi non hanno potuto raccogliere in grandi volumi nell'affidare le varie cose a particolari compiti delle varie divinità? E hanno pensato di affidare le competenze dell'agricoltura non a un solo dio, ma i fondi rustici alla dea Rusina, i gioghi dei monti al dio Giogantino e hanno preposto ai colli la dea Collatina e alle valli la dea Vallonia. Non sono riusciti neanche a trovare una Segezia alla quale affidare tutto in una volta i seminati ma stabilirono che i grani seminati, finché rimanevano sotto terra, avessero come custode la dea Seia e quando venivano fuori e producevano le messi la dea Segezia e preposero al frumento raccolto nei granai, affinché venisse tutelato, la dea Tutilina. Ognuno avrebbe pensato che doveva bastare la Segezia fino a tanto che il seminato dagli inizi erbosi arrivasse alle spighe mature. Ma per individui i quali amavano la ressa di dèi non bastò che l'anima sventurata, sdegnando il casto abbraccio del Dio vero, si prostituisse con una folla di demoni. Misero dunque Proserpina a sorvegliare i frumenti in germoglio, il dio Noduto le giunture e nodi degli steli, la dea Volutina l'involucro dei gusci, la dea Patelana i gusci che si aprono per far uscire la spiga, la dea Ostilina le messi quando si adeguano alle spighe nuove, giacché invece di "adeguare" gli antichi hanno usato la parola "ostire", la dea Flora i frumenti quando sono in fiore, il dio Latturno quando sono lattescenti, la dea Matuta quando maturano, la dea Roncina quando sono tagliati con la ronca cioè sono mietuti 10. Non continuo perché m'infastidisce che non si vergognino. Ho ricordato questi pochi nomi perché si capisca il motivo per cui non possono assolutamente sostenere che simili divinità hanno costruito, fatto crescere e difeso l'impero romano, dato che ciascuno è così occupato nella propria incombenza da non potere affidare a uno solo il tutto. Quando poteva Segezia prendersi cura dell'impero se non riusciva a provvedere contemporaneamente ai seminati e alle piante? Quando Cunina poteva darsi pensiero delle armi se la sorveglianza dei bimbi non le permetteva di allontanarsi dalle culle? Quando Noduto poteva accorrere in aiuto durante la guerra se non era di spettanza neanche al guscio della spiga ma soltanto al nodo del gambo? Si pone un solo portinaio nella propria casa e perché è un uomo, basta; invece i Romani posero tre dèi, Forcolo alla porta di fuori, Cardea al cardine e Limentino al limitare 11. Si vede proprio che Forcolo non riusciva a sorvegliare contemporaneamente il cardine e il limitare.

Giove.
9. Lasciata dunque da parte o momentaneamente in disparte questa folla di dèi minori, devo esaminare l'incarico affidato agli dèi maggiori perché con esso Roma divenne tanto grande da dominare così a lungo tanti popoli. Naturalmente è opera di Giove. Dicono appunto che è il re di tutti gli dèi e dee. Lo indicano anche lo scettro e il Campidoglio sull'alto del colle. Affermano che, sebbene da un poeta, è stato detto di lui molto a proposito: Il tutto è pieno di Giove 12. Varrone ritiene che è adorato anche da coloro che adorano un solo Dio senza idolo ma che lo chiamano con un altro nome 13. E se è così, perché è stato trattato tanto male a Roma, come presso altri popoli, che gli è stato dato un idolo? Il fatto dispiace anche allo stesso Varrone al punto che, pur essendo controllato secondo la malvagia usanza della grande città, non esitò a dire e a scrivere che coloro i quali introdussero nei vari popoli l'uso degli idoli eliminarono il timore e aumentarono l'errore 14.

Giove e gli dèi dello spazio e degli elementi.
10. Perché gli si aggiunge anche la moglie Giunone con la mansione di sorella e di moglie? Perché, dicono essi 15, Giove lo consideriamo esistente nell'etere e Giunone nell'aria e questi elementi, uno in alto e l'altro in basso, si accoppiano. Non di lui allora è stato detto: Il tutto è pieno di Giove, se anche Giunone riempie una parte. Oppure l'uno e l'altro riempiono etere ed aria ed entrambi i coniugi sono contemporaneamente in questi due e in tutti gli altri elementi? Perché dunque l'etere è affidato a Giove, l'aria a Giunone? Alla fin fine se loro due bastavano, perché il mare è affidato a Nettuno e la terra a Plutone? E perché anche essi non rimanessero scapoli, si aggiunge Salacia a Nettuno e Proserpina a Plutone. Ma come Giunone, rispondono 16, occupa la zona inferiore del cielo, così Salacia la zona inferiore del mare e Proserpina la zona inferiore della terra. Si affannano a racconciare i loro miti ma non ci riescono. Se le cose stessero così, i loro antichi scrittori insegnerebbero che gli elementi del mondo sono tre e non quattro 17, in modo che le singole coppie degli dèi si distribuissero nei singoli elementi. Inoltre gli antichi hanno decisamente affermato che etere ed aria sono diversi. Invece l'acqua tanto di sopra che di sotto è sempre acqua; metti pure che sia differente ma non al punto che acqua non sia. E la terra di sotto, anche se differente per qualità, non può essere altro che terra. E se il mondo intero ha la sua compiutezza nei quattro o tre elementi, Minerva dove è, che parte occupa, che cosa riempie? Anche essa ha avuto un posto in Campidoglio, sebbene non sia figlia di tutti e due. E se affermano che occupa la parte più alta dell'etere e che per questo motivo i poeti immaginano che sia venuta fuori dalla testa di Giove 18, perché non è lei ad essere considerata regina degli dèi, dal momento che è più in alto di Giove? Forse perché è sconveniente mettere la figlia sopra al padre? E perché allora per quanto riguarda Giove nei confronti di Saturno non è stata rispettata questa giustizia? Forse perché è stato sconfitto? Dunque hanno combattuto? No, dicono 19, queste sono le ciarle delle favole. Dunque se non si deve credere alle favole e si deve avere un migliore concetto degli dèi, perché al padre di Giove non è stato accordato un posto di onore, se non più in alto per lo meno al medesimo livello? Perché Saturno, rispondono 20, rappresenta la lunghezza del tempo. Dunque coloro che adorano Saturno adorano il tempo, ma così ci si fa pensare che Giove, re degli dèi, ha avuto origine nel tempo. E che cosa di sconveniente si ha nell'affermazione che Giove e Giunone sono nati nel tempo se l'uno è il cielo e l'altra la terra, poiché cielo e terra sono stati certamente creati? Infatti i loro filosofi nei loro libri danno anche questa interpretazione 21. E non dalle finzioni poetiche ma dagli scritti dei filosofi è stato derivato da Virgilio questo concetto: Allora il padre che tutto produce come etere discende con le piogge feconde nel grembo della coniuge per renderla fertile 22, cioè nel grembo della tellus o della terra. Anche in proposito pongono delle differenze e sostengono che sono diversi Terra, Tellus e Tellumo, che sono tutti e tre dèi, definiti nei propri concetti, distinti nelle mansioni e venerati con are e riti 23. Identificano anche la terra con la madre degli dèi 24. Ne consegue che le finzioni dei poeti sono più sopportabili, perché secondo i loro libri liturgici e non poetici Giunone non sarebbe soltanto sorella e moglie ma perfino madre di Giove. Identificano inoltre la terra con Cerere e con Vesta 25. Ma più frequentemente presentano Vesta come il fuoco che appartiene ai focolari domestici. Senza di essi infatti non si può avere il consorzio civile, e per questo di solito sono a suo servizio alcune vergini, perché come da una vergine così dal fuoco non viene generato nulla. Ed era proprio opportuno che tutta questa impostura fosse abolita e spenta da colui che è veramente nato da una vergine. Ma è insopportabile che pur avendo accordato al fuoco tanto onore e quasi una sua castità, non si vergognano poi di considerare Vesta come Venere, così che è svuotata di significato la onorata verginità nelle vestali. Se infatti Vesta è Venere, in che modo le vestali le hanno prestato servizio astenendosi dalle opere di Venere? Oppure ci sono due Veneri, una vergine e l'altra sposata? O piuttosto tre, una delle vergini che è Vesta, una delle sposate e una terza delle sgualdrine? Ad essa anche i Fenici offrivano in dono la prostituzione delle figlie prima di consegnarle ai mariti. Quale delle tre è la consorte di Vulcano? Certo non la vergine perché ha marito. Certo non la sgualdrina, perché sembrerebbe che vogliamo insultare il figlio di Giunone e collaboratore di Minerva. Dunque rimane che appartenga alle sposate; rna non vogliamo che la imitino in quel che ha fatto con Marte. E torni alle favole, dicono essi. Ma che giustizia è questa che si arrabbino con noi perché ricordiamo certi episodi dei loro dèi e non si arrabbiano con se stessi che nei teatri assistono con molto gusto a questi delitti dei propri dèi? E questi spettacoli dei delitti dei loro dèi sono istituiti in onore degli stessi dèi. Sarebbe incredibile se non fosse confermato da molte testimonianze.

Giove e gli dèi della cultura e dell'educazione.
11. I pagani conferiscono a Giove molti attributi in base a spiegazioni naturalistiche e a dottrine filosofiche 26. Ora Giove sarebbe la mente del mondo sensibile che riempie e muove la mole dell'universo saldamente strutturata con i quattro elementi o quanti a loro piace; ora cederebbe alla sorella e ai fratelli le rispettive zone; ora sarebbe l'etere che dal di sopra si congiunge con Giunone che è aria distesa al di sotto; ora sarebbe tutto il cielo insieme con l'aria, e con piogge fertilizzanti e spermi feconderebbe la terra in quanto coniuge e madre, giacché nei rapporti divini il fatto non è turpe. E poiché non è necessario passare in rassegna tutte le prerogative, sarebbe il dio unico, di cui, secondo l'opinione di molti, l'altissimo poeta ha detto: Che il dio penetra tutta la terra, la distesa del mare e il cielo infinito 27. Quindi egli, sempre lo stesso, sarebbe nell'etere Giove, nell'aria Giunone, nel mare Nettuno, nel fondo marino Salacia, nella terra Plutone, nel sottoterra Proserpina, nel focolare domestico Vesta, nell'artigianato Vulcano, nell'astrologia il sole, la luna e le stelle, nella mantica Apollo, nel commercio Mercurio, in Giano sarebbe colui che inizia, in Termine colui che segna i confini, Saturno nel tempo, Marte e Bellona nell'arte militare, Libero nella viticultura, Cerere nell'agricoltura, Diana nella vita silvana, Minerva nella cultura 28. E sempre lui sarebbe infine in quella schiera di dèi per dir così popolani. Col nome di Libero sarebbe preposto al sesso maschile e col nome di Libera a quello femminile, sarebbe il dio padre che fa venire il feto alla luce, la dea Mena che secondo loro è preposta alle mestruazioni, Lucina che deve essere invocata dalle partorienti. Sempre egli porterebbe aiuto a coloro che nascono accogliendoli nel grembo della terra col nome di Opi, aprirebbe la bocca al vagito e si chiamerebbe il dio Vaticano, come levatrice estrarrebbe dalla terra e si chiamerebbe la dea Levana, proteggerebbe le cune e si chiamerebbe Cunina. Non sarebbe diverso ma sempre lui in quelle dee che tessono il carme sul destino dei nati e si chiamano le Carmenti, sarebbe preposto agli eventi fortuiti col nome di Fortuna, spremerebbe la mammella al bimbo nella ninfa Rumina perché gli antichi hanno chiamato ruma la mammella, somministrerebbe la pozione nella ninfa Potina, offrirebbe da mangiare nella ninfa Educa, si chiamerebbe Pavenza dalle paure infantili, Venilia dalla speranza che viene, Volupia dalla voluttà, Agenoria dall'agire, la dea Stimola dagli stimoli con cui l'uomo è mosso a un'eccessiva attività, la dea Strenia se lo rende strenuo, Numeria se gli insegna a calcolare i numeri, Camena se a cantare, sarebbe anche il dio Conso perché dà consigli e la dea Senzia perché ispira sentenze, la dea Giovinezza perché, dopo la toga pretesta, sorveglia gli inizi dell'età giovanile ed anche la Fortuna barbata perché fa crescere la barba agli adolescenti. Si vede proprio che non hanno tenuto in considerazione gli adolescenti perché avrebbero dovuto nominare a questa divina funzione per lo meno un dio maschio, o Barbato da barba, come Noduto da nodo, comunque non Fortuna ma in quanto portatore di barba Fortunio. Sempre Giove congiungerebbe gli sposi nel dio Giogatino e quando si scioglie la cintura alla sposa ancor vergine, egli sarebbe invocato col nome della dea Verginese; sarebbe Mutuno o Tutuno che presso i Greci è Priapo 29. Se proprio non fa vergogna, tutti gli attributi che ho ricordato e gli altri che non ho ricordato, poiché ho ritenuto di non dover dir tutto, tutti gli dèi e le dee sarebbero un solo Giove, tanto se essi sono sue parti, come sostengono alcuni 30, ovvero sono i suoi poteri, come opinano coloro i quali insegnano che egli è la mente del mondo 31. Questa è la tesi dei più grandi eruditi. Ma se questo è il significato, dato che per adesso non ne cerco altro, che cosa perderebbero se, prendendo assennatamente la scorciatoia, adorassero un solo Dio? Quale suo attributo sarebbe trascurato se egli fosse adorato per sé? Se poi si doveva temere che le sue parti omesse o trascurate si sdegnassero, allora non è vera la loro tesi, che tutta la vita sensibile, la quale contiene tutti gli dèi quasi suoi poteri, membra o parti, sia come di un solo vivente; ma ogni parte ha una propria vita separata dalle altre se una si può sdegnare a differenza di un'altra, una placarsi e l'altra muoversi a sdegno. È sciocca poi l'affermazione che tutte insieme, cioè l'intero Giove si sia potuto offendere se le sue parti non fossero adorate in particolare ad una ad una. Infatti nessuna di esse sarebbe trascurata se egli solo, che tutte le contiene, fosse adorato. Per omettere le altre divinità che sono innumerevoli, quando affermano che tutti gli astri sono parti di Giove, che tutti hanno vita e anima ragionevole e che perciò incontestabilmente sono dèi 32, non riflettono che molti di essi non sono venerati, che a molti non costruiscono templi e non erigono altari, perché a pochissimi astri hanno ritenuto di dover erigere altari e sacrificare loro in particolare. Se dunque si sdegnassero quelli che non sono venerati in particolare, perché non hanno paura di vivere con pochi astri resi propizi e con tutto il cielo sdegnato? Se poi adorano tutti gli astri appunto perché adorano Giove in cui si trovano, con questa abbreviazione potrebbero propiziare tutti in lui solo. Così nessuno se la prenderebbe a male, poiché in lui solo nessuno sarebbe trascurato. Altrimenti con l'adorarne alcuni, si offrirebbe un giusto motivo di sdegno agli altri, molto più numerosi, che sono stati trascurati, tanto più che ad essi fulgenti nell'alto sarebbe preferito Priapo sdraiato a terra nella sua sconcia nudità.

Panteismo cosmico.
12. Ma c'è un motivo che, al di là di ogni passione polemica, deve indurre uomini intelligenti o comunque siano, perché all'occorrenza non si richiede un'alta intelligenza, a fare una riflessione. Se Dio è la mente del mondo e se il mondo è come un corpo a questa mente, sicché è un solo vivente composto di mente e di corpo ed esso è Dio che contiene in se stesso tutte le cose come in un grembo della natura; se inoltre dalla sua anima, da cui ha vita tutto l'universo sensibile, vengono derivate la vita e l'anima di tutti i viventi secondo le varie specie, non rimane nulla che non sia parte di Dio. Ma se questa è la loro tesi, tutti possono capire l'empietà e la irreligiosità che ne conseguono. Qualsiasi cosa si pesti, si pesterebbe una parte di Dio; nell'uccidere qualsiasi animale, si ucciderebbe una parte di Dio. Non voglio dir tutte le cose che possono balzare al pensiero. Non è possibile dirle senza vergogna.

Immanentismo etico.
13. Se poi sostengono che soltanto gli animali ragionevoli, come sono gli uomini, sono parti divine, non capisco perché, se tutto il mondo è Dio, debbano discriminare le bestie. Ma che bisogno c'è di polemizzare? Riguardo allo stesso animale ragionevole, cioè l'uomo, la cosa più banale è ritenere che una parte divina prende le botte quando le prende un fanciullo. E soltanto un pazzo può sopportare che le parti divine divengano dissolute, ingiuste, empie e in definitiva degne di condanna. Infine perché il dio si arrabbierebbe con coloro che non lo onorano se sono le sue parti a non onorarlo? Resta dunque l'affermazione che tutti gli dèi abbiano una propria vita, che ciascuno viva per sé, che nessuno di loro è parte di un altro, ma che tutti si devono adorare, se è possibile conoscerli e adorarli, giacché sono tanti che per tutti non è possibile. E poiché fra di essi Giove è considerato il re, credo che, secondo loro, sia stato lui a fondare e incrementare lo Stato romano. Perché se non l'ha fatto lui, qual altro dio, a sentir loro, ha potuto intraprendere un'opera tanto colossale, dato che tutti sono indaffarati in particolari incombenze e mansioni e l'uno non invade quelle dell'altro? Quindi soltanto dal re degli dèi ha potuto ricevere diffusione e incremento il regno degli uomini.

Gli dèi tutelari e la grandezza di Roma (14-34)

I favori della dea Vittoria.
14. A questo punto chiedo prima di tutto perché anche lo Stato non è un dio. E perché non lo sarebbe se la Vittoria è una dea? O che bisogno c'è di Giove per questa faccenda se la Vittoria è favorevole e propizia e va sempre da quelli che vuole vittoriosi? Se questa dea è favorevole e propizia, anche se Giove sta in riposo o pensa ad altro, quali popoli non rimarrebbero soggetti, quali Stati non cederebbero? Oppure da persone oneste non vogliono combattere ingiustamente e provocare con una guerra ingiustificata, per allargare il dominio, i vicini che se ne stanno tranquilli e non danno alcun fastidio? Se la pensano così, approvo e lodo.

La dea Vittoria e la guerra imperialistica.
15. Riflettano dunque che forse non è conveniente per le persone oneste godere dell'allargamento del dominio. Infatti l'ingiustizia di coloro contro i quali sono state mosse guerre giuste ha favorito l'incremento del dominio. Ed esso sarebbe stato piccolo se l'amore alla pace e la giustizia dei vicini non lo avessero provocato per qualche torto a muover loro la guerra. Ne consegue che con maggiore benessere per l'umanità tutti gli Stati rimarrebbero piccoli godendo della pace con i vicini e vi sarebbero nel mondo molti Stati di popoli come in una città vi sono molte case di cittadini. Quindi far guerra ed estendere il dominio con l'assoggettare i popoli può sembrare prosperità ai cattivi, ai buoni necessità. Poiché sarebbe peggio se gli operatori d'ingiustizie dominassero sui più giusti, non sconvenientemente si considera un benessere anche questo. Indubbiamente però è maggiore prosperità avere un buon vicino in pace che assoggettare un cattivo vicino in guerra. È un cattivo auspicio desiderare di avere chi odiare e temere perché vi sia chi vincere. Se dunque i Romani, muovendo guerre giuste, non contrarie all'umanità e all'equità, hanno potuto conquistare un impero così grande, forse si doveva onorare come dea anche l'ingiustizia degli altri. Vediamo infatti che l'ingiustizia ha molto collaborato all'ingrandimento del dominio perché rendeva oltraggiosi coloro con cui far guerre giuste e incrementare così l'impero. Perché dunque non sarebbe una dea per lo meno straniera l'ingiustizia, se Pavore, Pallore e Febbre meritarono di essere dèi romani? Con queste due, cioè l'ingiustizia straniera e la dea Vittoria, si è ingrandito l'impero anche se Giove era in ferie, perché mentre l'ingiustizia suscitava dei motivi per le guerre, la Vittoria le conduceva a termine con successo. Che ruolo aveva Giove nella faccenda se quelli che si potevano ritenere come suoi favori, sono considerati dèi, sono chiamati dèi, sono adorati come dèi e sono invocati in luogo degli attributi di Giove? Anche egli avrebbe nella faccenda un certo ruolo, se anche egli fosse chiamato Stato, come la dea è chiamata Vittoria. Ma se lo Stato è un dono di Giove, perché anche la vittoria non dovrebbe esser considerata un suo dono? E lo sarebbe se egli non fosse conosciuto e onorato come un idolo del Campidoglio ma come re dei re e signore dei signori 33.

La dea che opera pace e serenità.
16. Mi meraviglio assai di un fatto. Hanno destinato singoli dèi a cose particolari e perfino a particolari movimenti. Così hanno chiamato Agenoria la dea che muoveva ad agire, Stimola la dea che stimolava fuor di misura ad agire, Murcia la dea che non muoveva al di là della misura e rendeva l'uomo murcido, come dice Pomponio 34, cioè troppo indolente e inattivo, Strenia la dea che rendeva l'uomo strenuo. E intrapresero a celebrare pubblici festeggiamenti di tutti questi dèi e dee, ma non vollero festeggiare pubblicamente la dea che chiamarono "Quiete", perché doveva render quieto l'uomo, sebbene avesse un tempietto fuori Porta Collina 35. Fu indizio di un animo inquieto o piuttosto si volle segnalare che chi continuava ad adorare quella schiera non di dèi ma di demoni non poteva raggiungere la quiete? Ad essa ci invita il vero medico con le parole: Imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete quiete per la vostra anima 36.

Giove e Vittoria.
17. Ma forse vogliono dire che Giove manderebbe la dea Vittoria ed ella obbedendo al re degli dèi si recherebbe dai destinatari e starebbe dalla loro parte? Questo è vero ma non di quel Giove, che essi nel loro modo di pensare immaginano re degli dèi, ma del vero re delle vicende umane che invierebbe non la Vittoria, la quale non ha un'esistenza reale, ma il suo angelo che dia la vittoria a chi egli vorrà. La sua decisione può essere occulta ma non ingiusta. E se la vittoria è una dea, perché il trionfo non è un dio che si unisce alla vittoria o come marito o come fratello o figlio? Costoro hanno imbastito sugli dèi fandonie tali che se le immaginassero i poeti e fossero da noi attaccati, risponderebbero che le finzioni poetiche sono da schernirsi e da non attribuirsi a divinità vere; e tuttavia non schernivano se stessi quando non si limitavano a leggerle nei poeti ma le onoravano nei templi. Avrebbero dovuto quindi pregar Giove per tutti i bisogni e lui soltanto supplicare. Se infatti Vittoria esiste ed è sotto di lui in quanto re, dovunque l'avesse mandata, non era possibile che osasse disobbedirgli e agire di proprio arbitrio.

Felicità e Fortuna.
18. Ma come la mettono che anche la felicità è una dea? Ha avuto il suo tempietto, ha meritato la sua ara, le sono stati offerti convenienti misteri. Avrebbe dunque dovuto esser adorata lei sola, perché dove si ha, si ha ogni bene. Ma cosa significa che anche la fortuna è considerata e adorata come dea? Sono forse diverse felicità e fortuna? Sì, perché la fortuna può essere anche cattiva, se invece è cattiva la felicità non è più felicità. In verità noi siamo costretti a pensare che tutti gli dèi dell'uno e dell'altro sesso (se hanno un sesso) non possano essere che buoni. Lo afferma Platone, gli altri filosofi e i migliori uomini politici 37. In quale senso dunque la dea Fortuna ora è buona ora è cattiva? Forse che quando è cattiva non è più una dea ma si muta in un demone maligno? Quante sono dunque queste dee? Tante, quanti gli uomini fortunati, cioè quante le buone fortune. Infatti poiché gli sfortunati sono simultaneamente moltissimi, cioè in un unico tempo vi sono molte cattive fortune, forse che la fortuna, se fosse la stessa, sarebbe simultaneamente buona e cattiva, una cosa per questi e un'altra per quelli? Oppure lei che è dea è sempre buona? Dunque essa stessa è anche Felicità. E allora perché si usano nomi diversi? Ma questo può passare, perché si può indicare una medesima cosa con due nomi. Ma perché diversi i tempietti, diverse le are, diversi i misteri? La ragione è, rispondono 38, che la felicità è riservata ai buoni perché meritata in precedenza; la fortuna invece, quella che è considerata buona, sopraggiunge fortuitamente agli individui buoni e cattivi senza alcun riguardo al merito. Per questo appunto si chiama fortuna. In qual senso dunque è buona se senza alcun criterio sopraggiunge ai buoni e ai cattivi? E perché è adorata se è così cieca che, imbattendosi nell'uno o nell'altro indiscriminatamente, oltrepassa i propri adoratori e si attacca ai propri denigratori? Ché se i suoi adoratori riescono a farsi notare e amare da lei, già si attiene al merito e non sopraggiunge fortuitamente. Ed in che cosa si ha la definizione della fortuna? Perché è stata denominata dagli eventi fortuiti? Non giova quindi nulla adorarla se è fortuna. Se poi sa discernere i propri adoratori, nel giovar loro non è fortuna. Ma forse Giove la manda dove vuole. Allora sia adorato lui solo. Fortuna infatti non può disobbedire al comando e all'ingiunzione di andare dove egli vuole. Oppure l'adorano soltanto i malvagi che non vogliono avere meriti con cui è possibile invocare la presenza di Felicità.

Fortuna muliebre.
19. Hanno in tanta considerazione la falsa divinità che chiamano Fortuna, da tramandare che la sua statua, dedicata dalle matrone e chiamata Fortuna femminile, ha parlato e ha ricordato non una ma più volte che le matrone l'avevano dedicata secondo i riti 39. Se il fatto è avvenuto non c'è da meravigliarsene. Per i demoni non è difficile ingannare anche con questi sistemi. Però i pagani avrebbero dovuto accorgersi dei loro scaltri artifici, perché avrebbe parlato proprio quella dea che sopraggiunge fortuitamente e non viene per meriti. Fu quindi Fortuna ciarliera e Felicità muta affinché gli uomini, in pieno accordo con Fortuna che li rendeva fortunati senza alcun merito, non si preoccupassero di vivere onestamente. E in definitiva se Fortuna parla, dovrebbe essere quella maschile e non quella femminile a parlare affinché non si sospettasse che proprio le matrone, che avevano dedicato la statua, avevano per muliebre loquacità inventato il fatto meraviglioso.

Virtù e Fede.
20. Hanno considerato dea anche la virtù. Se fosse una dea, sarebbe da preporre a molte. Ma poiché non è una dea ma un dono di Dio, si chieda a colui che solo la può dare e scomparirà ogni schiera di falsi dèi. Ma perché anche la fede fu creduta una dea ed ebbe anche essa un tempio e un altare?. In verità se un individuo ne ha la vera nozione si rende sua dimora. Ma da che cosa i pagani possono avere il concetto della fede, se una prima e fondamentale funzione è che si creda nel vero Dio? E perché non era stata sufficiente la virtù? Fra le virtù non vi è anche la fede? Infatti essi hanno diviso le virtù in quattro specie: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza 40 e poiché ognuna di esse ha le sue parti, la fede è fra le parti della giustizia e ha grandissima importanza per noi, perché conosciamo il significato di quel detto: Il giusto vive di fede 41. Ma, se la fede è una dea, mi meraviglio che individui desiderosi di una folla di dèi fecero torto a molte dee trascurando quelle alle quali avrebbero potuto egualmente dedicare tempietti e are. Perché la temperanza non meritò di essere una dea se nel suo nome alcuni capi romani raggiunsero una grande gloria? Perché inoltre la fortezza non è una dea se assisté Muzio quando stese la mano sulle fiamme, assisté Curzio che per la patria si gettò a capofitto in una voragine, assisté Decio padre e Decio figlio che si sacrificarono per l'esercito? Sia detto nel caso che la loro fu vera fortezza 42. Non è questo il momento di trattarne. Perché la prudenza e la sapienza non ebbero un posto fra le divinità? Forse perché col termine generale di virtù si onorano tutte? Per lo stesso titolo si poteva adorare un solo Dio, perché gli altri dèi sono considerati sue parti. Ma nell'unica virtù vi sono anche fede e pudicizia che tuttavia hanno ottenuto di avere per sé altari in particolari tempietti.

Felicità dea sovrana.
21. La menzogna e non la verità le rende dee. Sono doni del vero Dio e non dee in sé. Comunque se si hanno virtù e felicità, che altro si cerca? Che cosa basta a chi non bastano virtù e felicità? Infatti la virtù abbraccia tutto il bene che si deve compiere, la felicità tutto il bene che si deve conseguire. Giove era adorato perché le concedesse; e nel caso che siano un bene l'estensione e la durata del dominio, esse sono di competenza della felicità. Perché dunque non si è capito che sono un dono di Dio e non dee? Se comunque sono state considerate dee, per lo meno non si doveva cercare l'altra grande folla degli dèi. Tenuto conto delle mansioni di tutti gli dèi e dee, che i pagani hanno foggiato ad arbitrio secondo un loro pregiudizio, trovino se è possibile qualcosa che possa essere concesso da un dio a un individuo che ha la virtù, ha la felicità. Quale parte della cultura si poteva chiedere a Mercurio o a Minerva se la virtù le contiene tutte. La virtù fu definita dagli antichi anche arte del vivere moralmente 43. Hanno pensato pertanto che i Latini abbiano derivato il nome di arte dal termine greco che significa virtù 44. Ma se la virtù potesse essere concessa soltanto alla persona intelligente, che bisogno c'era del dio Cazio padre, che rendesse cauti, cioè avveduti, se questo lo poteva concedere anche Felicità? Nascere intelligenti è infatti della felicità; quindi, anche se la dea Felicità non poteva essere onorata da chi non era ancora nato affinché resa propizia gli concedesse questo favore, lo poteva accordare ai genitori che la onoravano perché nascessero loro figli intelligenti. Che bisogno c'era per le partorienti invocare Lucina, perché se le avesse assistite Felicità, non solo avrebbero partorito bene ma anche buoni figli? Che bisogno c'era di affidarli alla dea Opi mentre nascevano, al dio Vaticano quando vagivano, alla dea Cunina quando giacevano, alla dea Rumina quando poppavano, al dio Statilino quando stavano in piedi, alla dea Adeona quando entravano in casa, alla dea Abeona quando ne uscivano, alla dea Mente perché avessero una buona mente, al dio Volunno e alla dea Volunna perché volessero il bene, agli dèi nuziali perché si sposassero felicemente, agli dèi campestri e soprattutto alla ninfa Fruttisea perché avessero frutti abbondanti, a Marte e Bellona perché fossero buoni guerrieri, alla dea Vittoria perché vincessero, al dio Onore perché avessero onori, alla dea Pecunia perché fossero danarosi, al dio Bronzino e a suo figlio Argentino perché avessero monete di bronzo e di argento? Pensarono che Bronzino fosse padre di Argentino, perché la moneta di bronzo fu messa in circolazione prima di quella d'argento. Mi meraviglio che Argentino non desse alla luce Aurino perché in seguito venne anche la moneta aurea. Avrebbero preferito Aurino ad Argentino padre e a Bronzino nonno, come Giove a Saturno. Che bisogno c'era di onorare e invocare per i beni spirituali, fisiologici e materiali una così folta schiera di dèi? E neanche li ho ricordati tutti. I pagani stessi non hanno potuto provvedere tanti piccoli e particolari dèi per tutti i beni umani anche se passati in rassegna ad uno ad uno in particolare. In una grande e facile concentrazione poteva la sola dea Felicità accordarli tutti e non si sarebbe cercato un altro dio non solo per ottenere i beni ma anche per evitare i mali. Perché si doveva invocare la ninfa Fessonia per gli stanchi, la ninfa Pellonia per scacciare i nemici, come medico per gli ammalati, Apollo o Esculapio o tutti e due insieme se il pericolo era grande? Non si doveva invocare il dio Spiniese perché estirpasse le spine dai campi, né la dea Ruggine perché non assalisse il grano. Con la presenza e la protezione della sola dea Felicità o non sarebbero arrivati i malanni o sarebbero stati allontanati con estrema facilità. Infine poiché stiamo trattando di queste due dee, Virtù e Felicità, se la felicità è premio della virtù, non è dea ma un dono di Dio. Se invece è una dea, perché non dire che fa conseguire anche la virtù, dal momento che conseguire la virtù è grande felicità?

Varrone e le mansioni degli dèi.
22. Per qual ragione dunque Varrone si vanta di rendere un grande servizio ai suoi concittadini perché non solo ricorda gli dèi che si devono adorare dai Romani, ma espone anche la mansione di ciascuno? Non giova nulla, egli dice, conoscere il nome e la figura di un medico e ignorare che è medico; così, soggiunge, non giova nulla sapere che Esculapio è un dio, se non sai che protegge la salute e perciò non sai il motivo per cui lo devi invocare. Lo conferma anche con un'altra similitudine. Dice che non solo non si può vivere agiatamente ma che non si può vivere affatto se non si conoscono il falegname, il mugnaio e il muratore, cui poter chiedere un servizio, ovvero se non si sa chi assumere come collaboratore, guida e insegnante. Allo stesso modo, egli afferma, non v'è dubbio che è utile la conoscenza degli dèi, se si sa anche quale virtù, facoltà e potere ha ciascun dio sulle varie cose. Da questo potremo conoscere, egli dice, quale dio, secondo la competenza di ciascuno, dobbiamo chiamare in aiuto e invocare per non comportarci come i mimi e non chiedere l'acqua a Bacco e il vino alle Linfe 45. È davvero una grande utilità. Ma chi non ringrazierebbe Varrone se affermasse il vero e insegnasse agli uomini ad adorare l'unico vero Dio da cui deriva ogni bene?

Tardo arrivo di Felicità nel pantheon.
23. 1. Ma torniamo all'argomento. Se i loro libri e le tradizioni religiose sono vere e Felicità è una dea, perché non è stato stabilito che ella sola fosse adorata, dal momento che poteva accordare tutti i beni e rendere felici per la via più corta? Non si desidera una cosa per un'altra ma soltanto per esser felici. E perché Lucullo dopo tanti capi romani innalzò così tardi un tempietto a una dea tanto importante? E perché lo stesso Romolo, desiderando fondare una città felice, non innalzò di preferenza un tempio a lei? Non per altro scopo invocò altri dèi. Nulla sarebbe mancato se ella non fosse mancata. Egli stesso non sarebbe divenuto prima re e poi, a sentir loro, dio, se non avesse avuto favorevole questa dea. Perché ha stabilito come dèi per i Romani Giano, Giove, Marte, Pico, Fauno, Tiberino, Ercole ed altri ancora? E perché Tito Tazio ha aggiunto Saturno, Opi, Sole, Luna, Vulcano, Luce e gli altri che ha aggiunto, fra cui anche Cloacina, trascurando Felicità? Perché Numa ha introdotto tanti dèi e dee e non lei? Forse in tanta ressa non riuscì a vederla? Anche re Ostilio non avrebbe introdotto come dèi nuovi per renderli propizi Pavore e Pallore, se avesse conosciuto e adorato questa dea. Con la presenza di Felicità ogni pavore e pallore non si sarebbe allontanato perché reso propizio ma sarebbe fuggito perché scacciato.

Felicità non rende felice Roma.
23. 2. E poi com'è che il dominio di Roma cresceva grandemente e ancora non si adorava Felicità? Forse perché fu un dominio più grande che felice? Ma come poteva esserci in esso una vera felicità, dato che non c'era la vera religione? La religione è infatti il culto veritiero di un Dio vero, non il culto di tanti falsi dèi quanti sono i demoni. Ma anche dopo che Felicità fu inserita nel numero degli dèi, seguì la grande infelicità delle guerre civili. O forse Felicità si è giustamente arrabbiata perché è stata invitata tanto tardi e non per trattamento di onore ma di oltraggio, dato che con essa erano onorati Priapo, Cloacina, Pavore, Pallore e Febbre e gli altri che non erano divinità da adorarsi ma malanni degli adoratori?

sarebbe stata onorata da tutti...
23. 3. Al limite se sembrò conveniente adorare una dea tanto grande in mezzo a una folla indegna, perché non era adorata più distintamente degli altri? È insopportabile che Felicità non sia stata posta fra gli dèi Consenti che, a sentir loro, sono impiegati nel consiglio di Giove 46, né fra gli dèi che hanno chiamati Eletti 47. Le si doveva fare un tempio che si distinguesse per la posizione elevata e per la bellezza dell'edificio. E perché non qualcosa di meglio che allo stesso Giove? Perché il regno a Giove chi glielo ha dato se non Felicità? Posto che mentre regnava fosse felice. E la felicità è preferibile a un regno. Non v'è dubbio che è possibile trovare un individuo che tema di essere fatto re ma non se ne trova alcuno che non voglia esser felice. Poniamo che gli dèi stessi fossero consultati o mediante l'arte divinatoria o con qualsiasi altro mezzo possano, secondo i pagani, esser consultati sul seguente tema, se fossero disposti a cedere il posto a Felicità, nel caso che dai tempietti e altari degli altri fosse già occupato il posto in cui costruire a Felicità un tempietto più grande e in un luogo più alto. Giove stesso si sarebbe ritirato perché Felicità avesse il punto più alto del colle Capitolino. Nessuno avrebbe fatto resistenza a Felicità, se non chi, ma questo è impossibile, preferisce essere infelice. Se Giove fosse stato consultato non avrebbe certamente fatto il torto che gli fecero i tre dèi Marte, Termine e Giovinezza che non vollero assolutamente ritirarsi dal posto davanti al loro capo e re. È scritto nei loro libri. Re Tarquinio voleva costruire il Campidoglio ma vedendo occupato in precedenza da altri dèi il posto che gli sembrava più degno e adatto, non osando fare qualche cosa contro una loro decisione e credendo, dato che ve n'erano molti dove fu edificato il Campidoglio, che avrebbero ceduto liberamente a un dio così grande e loro capo, chiese per via divinatoria se volevano cedere il posto a Giove. Tutti accettarono di ritirarsi fuorché i tre suddetti, Marte, Termine e Giovinezza 48. Perciò il Campidoglio fu costruito in maniera che vi fossero i tre contestatori ma con raffigurazioni così oscure che non lo sapevano neanche i più dotti. Giove dunque non avrebbe certamente disistimato Felicità come lo fu lui da Termine, Marte e Giovinezza. Ma anche essi che non avevano ceduto a Giove, avrebbero sicuramente ceduto a Felicità che aveva costituito Giove loro re. E se non avessero ceduto non l'avrebbero fatto per disistima verso di lei, ma perché preferivano rimanere oscuri in casa di Felicità che senza di lei essere in onore a casa propria.

...e unificato il culto.
23. 4. Una volta collocata la dea Felicità in un tempio magnifico e posto in alto, i cittadini avrebbero saputo a chi chiedere aiuto per ogni buon auspicio. Così sarebbe stata abbandonata per spontaneo convincimento l'inutile moltitudine degli altri dèi e sarebbe stata adorata e supplicata la sola Felicità, di lei sola sarebbe stato frequentato il tempio da parte dei cittadini che volessero esser felici e poiché non vi è alcuno che non lo voglia, lei che era supplicata da tutti si sarebbe supplicata da se stessa. Infatti ogni uomo non vuol ricevere altro da un dio che la felicità o ciò che è proprio della felicità. Quindi se la felicità ha il potere di essere in un individuo, e lo ha se è una dea, è una grande sciocchezza chiederla a un altro dio, giacché la si può ottenere da lei stessa. Dovevano quindi onorare, anche con la magnificenza del tempio, questa dea sopra tutti gli altri. Infatti, come si legge nei loro libri 49, gli antichi adorarono un certo Sommano, al quale affidavano i fulmini notturni, più di Giove, al quale erano assegnati i fulmini diurni. Ma dopo che fu costruito su un'altura il magnifico tempio a Giove, a causa della bellezza dell'edificio vi confluì la moltitudine sicché si può difficilmente trovare chi ricorda di aver letto il nome di Sommano. In quanto a udirlo nominare non se ne parla più. Se poi la felicità non è una dea perché è vero che è un dono di Dio, si cerchi il vero Dio che la può dare e si lasci da parte la malefica folla di dèi falsi che è onorata dalla folla bugiarda degli uomini sciocchi. Infatti essa considera suoi dèi i doni di Dio e insulta con l'ostinazione di una volontà superba colui del quale sono doni. Così non può liberarsi dalla infelicità perché adora come dio la felicità e abbandona Dio datore della felicità, come non si può liberare dalla fame chi lecca un pane dipinto e non lo chiede alla persona che ha quello vero.

Le divinità come mani.
24. È opportuno esaminare le loro spiegazioni. Ma si deve proprio credere, domandano i pagani, che i nostri vecchi fossero stupidi al punto da non sapere che questi erano doni divini e non dèi 50? Sapevano che tali favori sono accordati soltanto dalla munificenza di un dio. Ma quando non avevano fra mano il nome degli dèi, denominavano gli dèi dal nome delle cose che, a loro giudizio, erano accordate dagli dèi stessi. Pertanto aggiungevano dei suffissi alle parole, come da bellum (guerra) Bellona e non Bello, dalle cune Cunina e non Cuna, da segetes (messi) Segezia e non Segete, dai pomi Pomona e non Pomo, dai bovi Bovona e non Bove. In certi casi sono stati denominati come le cose senza la flessione della parola, come Pecunia (ricchezza) è stata chiamata dea perché dà la ricchezza e non perché essa stessa sia stata considerata dea. E così Virtù perché dà la virtù, Onore perché dà l'onore, Concordia perché dà la concordia, Vittoria perché dà la vittoria. Allo stesso modo, dicono i pagani, nel concetto della dea Felicità non si volge l'attenzione a lei che viene data ma all'essere divino da cui è data la felicità.

Felicità come dono dell'unico Dio.
25. Datami questa spiegazione, forse potrò convincere più facilmente del mio assunto quei pagani che non hanno il cuore troppo indurito. L'umana debolezza ha compreso fin d'allora che la felicità può essere data soltanto da un dio e lo hanno compreso anche gli uomini che adoravano molti dèi, fra cui il loro stesso re Giove. Ma poiché ignoravano il nome di colui che desse la felicità, lo vollero indicare col nome della cosa stessa che, come capivano, era data da lui. Dunque hanno indicato abbastanza chiaramente che la felicità non poteva esser data neanche da Giove che già adoravano ma certamente da colui che ritenevano di dover adorare col nome della stessa felicità. Dunque essi hanno creduto, e lo ribadisco, che la felicità è data da un Dio che non conoscevano. Lui si cerchi dunque, lui si adori e basta. Si rifiuti il chiasso di tanti demoni. Non basti questo Dio per colui al quale non basta il suo dono. Non basti, ripeto, all'adorazione il Dio datore della felicità, per colui al quale, quanto al conseguimento, non basta la felicità stessa. Ma colui a cui basta, dato che l'uomo non ha altro da desiderare, si ponga al servizio del Dio datore della felicità. Non è quello che chiamano Giove. Se lo riconoscessero come datore della felicità, non ne cercherebbero, in vista della felicità, un altro o un'altra da cui fosse data la felicità e si guarderebbero dall'adorare un Giove con tante magagne. Si dice di lui che fosse adultero con le mogli degli altri e inverecondo amatore e rapitore di un bel giovane.

Gli dèi esigono gli spettacoli.
26. Ma Omero, dice Cicerone, inventava questi fatti e attribuiva azioni umane agli dèi. Preferirei che avesse attribuito le divine a noi 51. Giustamente dispiacque a una persona dabbene un poeta inventore di delitti divini. Perché dunque gli spettacoli teatrali, in cui questi delitti si recitano, si cantano, si rappresentano e si esibiscono in onore degli dèi, sono assegnati dai più colti alla religione? A questo punto Cicerone protesti non contro le invenzioni dei poeti ma contro le istituzioni degli antenati. Ma anche essi protesterebbero: "Che abbiamo fatto? Gli dèi stessi hanno insistito che si rappresentassero gli spettacoli in loro onore, hanno dato comandi atroci, hanno preannunciato sventura se non si eseguivano, hanno severamente punito perché era stata trascurata qualche cosa e hanno mostrato di placarsi perché fu eseguito ciò che era stato trascurato". Fra i loro interventi e fatti meravigliosi si ricorda l'episodio che sto per narrare. Tito Latinio, campagnolo romano e padre di famiglia, era stato avvertito in sogno di riferire al senato che ricominciassero gli spettacoli romani. Era insomma dispiaciuto agli dèi, che volevano esilararsi con le rappresentazioni, il ferale comando contro un delinquente che proprio il primo giorno degli spettacoli era stato condotto al supplizio alla presenza del popolo. E poiché il tizio che era stato avvertito in sogno non ebbe il coraggio il giorno seguente di eseguire il comando, la notte appresso l'ordine si ripeté con maggiore severità. Non obbedì e perdette un figlio. La terza notte fu detto al meschino che gli sovrastava una pena maggiore se non obbediva. E poiché anche dopo questi fatti non ne ebbe il coraggio, fu colpito da un male atroce e orribile. Allora dietro consiglio degli amici fu portato al senato in lettiga, dopo aver riferito l'affare ai magistrati. Esposto il sogno, riacquistò immediatamente la salute e guarito tornò a casa con i propri piedi. Trasecolato da un prodigio così grande il senato, con sovvenzionamento quattro volte maggiore, stabilì di far ricominciare gli spettacoli 52. Chi è sano di mente può intendere che gli uomini soggetti a maligni demoni, dal cui dominio ci libera soltanto la grazia di Dio mediante il nostro Signore Gesù Cristo 53, sono costretti con la violenza ad offrire a simili dèi spettacoli che con un sano intendimento potevano essere giudicati immorali. In quegli spettacoli organizzati dal senato dietro istigazione degli dèi si rappresentavano i delitti delle divinità inventati dalla poesia. In quegli spettacoli attori dissoluti presentavano col canto e con l'azione Giove come corruttore del pudore ed erano acclamati. Se era un'invenzione, Giove si sarebbe dovuto sdegnare; se invece prendeva gusto dei propri delitti anche se inventati, perché adorarlo quando si serviva al diavolo? E proprio con questi mezzi egli, più abietto di qualsiasi romano che disapprovava quei drammi, avrebbe fondato, accresciuto, difeso il dominio di Roma? Doveva dare la felicità proprio egli che era adorato con tanta infelicità e se non era adorato in quel modo, si incolleriva per maggiore infelicità?

Idolatria e religione secondo Scevola.
27. Il dottissimo pontefice Scevola, come è riferito nella storia letteraria, ha dimostrato che sono state consegnate alla tradizione tre figure di dèi, una dai poeti, un'altra dai filosofi e una terza dagli uomini politici. Il primo tipo, a suo avviso, è dovuto a frivolezza perché si immaginano molti fatti indegni degli dèi; il secondo non è conveniente per gli Stati, perché contiene alcuni concetti superflui ed altri la cui conoscenza nuocerebbe ai cittadini. Per quanto riguarda il superfluo non si ha un grosso problema; anche dai giurisperiti si suole affermare: Il superfluo non nuoce 54. Ma quali sono i temi che nuocciono se resi noti alla massa? Sono questi, egli risponde, che Ercole, Esculapio, Castore, Polluce non sono dèi, perché si dimostra dai dotti che sono stati uomini e che sono morti secondo l'umana condizione. E c'è altro? Che le città non abbiano idoli veristi degli dèi perché un vero dio non ha sesso, età e una determinata figura fisica 55. Il pontefice non vuole che i cittadini siano illuminati su questi temi perché non ritiene che siano falsi. È opportuno dunque, a suo avviso, che i cittadini in fatto di religione siano ingannati. Varrone nell'opera Sulla religione non esita a pensarla alla medesima stregua 56. Bella religione questa, a cui il debole si rivolgerebbe per esser liberato e mentre cercherebbe la verità che lo liberi, dovesse credere che gli conviene essere ingannato. Negli scritti di Scevola è detto anche perché egli rifiuti la figura degli dèi data dai poeti. Essi tratteggiano gli dèi in maniera che non possono neanche essere paragonati a persone oneste, poiché presentano l'uno che ruba, l'altro che va a donne, cioè che fanno o dicono qualcosa di assolutamente indecente. Inventano che tre dee hanno gareggiato per il premio di bellezza e che le due sconfitte da Venere hanno fatto distruggere Troia, che Giove si muta in toro o in cigno per andare a letto con una donna, che una dea si accoppia con un uomo, che Saturno divora i figli, che infine nulla si può inventare di incredibilmente vizioso che non si trovi nelle loro poesie ed è assolutamente sconveniente alla natura degli dèi. O Scevola, pontefice massimo, abolisci gli spettacoli se ci riesci, ordina ai cittadini che non presentino agli dèi immortali onori, durante i quali si prende gusto ad ammirare i delitti degli dèi e, dove è possibile, ad imitarli. Se il popolo ti risponderà: "O pontefici, siete stati voi a importare per noi questi spettacoli"; prega gli dèi, dietro cui istigazione li avete ordinati, che la smettano di comandare che siano loro offerti. Se quelle azioni sono malvagie e quindi da non attribuirsi assolutamente alla maestà degli dèi, la colpa maggiore è degli dèi stessi perché impunemente possono essere inventate nei loro riguardi. Ma non ti ascoltano, sono demoni, insegnano la depravazione, si dilettano dell'immoralità, non solo non considerano un torto se si inventano questi episodi nei loro confronti, anzi non possono sopportare il torto che non siano rappresentati durante le loro feste. Se poi ti appelli a Giove contro di loro, soprattutto perché vengono rappresentati parecchi suoi delitti negli spettacoli teatrali, anche se considerate Giove il dio da cui è retto e ordinato al fine questo mondo, da voi gli si rivolge il più grande insulto appunto perché ritenete di adorarlo assieme a loro e affermate che è il loro re.

Gli dèi non danno il dominio.
28. È assurdo dunque che abbiano potuto accrescere e difendere l'impero romano dèi simili che sono placati o piuttosto chiamati in giudizio da simili onori, perché è più grave il reato che si dilettino dei loro falsi delitti che se li avessero commessi davvero. Se avessero tale potere, assegnerebbero un dono così grande piuttosto ai Greci che, per quanto attiene a questi aspetti della religione, cioè agli spettacoli teatrali, hanno onorato gli dèi in una forma più rispettosa e conveniente. Infatti essi non si sottrassero alla critica dei poeti da cui, come osservavano, anche gli dèi erano colpiti e diedero loro il permesso di maltrattare gli uomini a loro volontà e non giudicarono infami gli attori ma li considerarono degni di cariche elevate 57. Come infatti i Romani hanno potuto avere la moneta aurea, sebbene non adorassero il dio Aurino, così avrebbero potuto avere quelle di argento e di bronzo se non avessero adorato Argentino e il di lui padre Bronzino. E così per le altre cose che mi dà fastidio passare in rassegna. Allo stesso modo dunque non potrebbero avere il dominio contro il volere del vero Dio; e se avessero ignorato o anche disprezzato questi dèi falsi e molti e avessero conosciuto il Dio uno e l'avessero onorato con fede e moralità autentiche, avrebbero in questo mondo un dominio più perfetto, qualunque estensione avesse, e dopo la vicenda terrena ne riceverebbero uno eterno sia che in questo mondo lo avessero o non lo avessero.

Fallito auspicio della imbattibilità di Roma.
29. E cosa significa che hanno considerato un bellissimo auspicio il fatto ricordato dianzi, che Marte, Termine e Giovinezza non vollero ritirarsi dal loro posto neanche per riguardo a Giove re degli dèi? Ha avuto questo significato, rispondono i pagani, che la gente di Marte cioè di Roma non avrebbe ceduto a nessuno il territorio che avesse occupato, che per la virtù del dio Termine nessuno avrebbe sconvolto i confini di Roma ed anche che per la virtù della dea Giovinezza la gioventù romana non si sarebbe ritirata davanti a nessuno. Riflettano dunque in quale considerazione tengano codesto re dei propri dèi e datore del proprio dominio, dal momento che questi auspici lo considerano come un avversario davanti al quale è nobile non ritirarsi. Comunque se i fatti sono veri, non hanno proprio di che temere. Non ammetteranno infatti che gli dèi si sono ritirati davanti a Cristo, perché neanche con Giove l'hanno fatto. A parte i confini dell'impero, è stato possibile comunque che si siano ritirati davanti al Cristo per quanto riguarda le sedi dei templi e soprattutto il cuore dei credenti. Ma prima che Cristo venisse nel mondo, prima ancora che fossero scritti gli eventi che cito dalla loro letteratura e tuttavia dopo che si ebbe quell'auspicio sotto il re Tarquinio, alcune volte l'esercito romano fu sbaragliato, cioè volto in fuga. Dimostrò così che era falso l'auspicio secondo il quale la dea Giovinezza non avrebbe ceduto a Giove. La gente di Marte in seguito all'invasione vittoriosa dei Galli fu sconfitta nella stessa Roma e i confini dell'impero furono ridotti di molto a causa della defezione di molte città ad Annibale. Così è scomparsa la bellezza dell'auspicio ed è rimasta la ribellione non degli dèi ma dei demoni contro Giove. Un conto è infatti non essersi ritirati e un altro essere ritornati là da dove ci si era ritirati. Comunque anche in seguito nelle regioni di Oriente per decisione di Adriano furono cambiati i confini dell'impero romano. Egli cedette all'impero persiano tre province illustri, l'Armenia, la Mesopotamia e l'Assiria 58. Sembra quindi che il dio Termine che, a sentir loro, proteggeva i confini di Roma, e che secondo quel favorevole auspicio non aveva ceduto a Giove, temeva di più Adriano re degli uomini che Giove re degli dèi. E Termine, in tempi che quasi ricordiamo noi, si ritirò indietro dalle suddette province recuperate in un secondo tempo, quando Giuliano, che si dedicava ai responsi degli dèi, con eccessiva audacia comandò di incendiare le navi da cui erano trasportate le vettovaglie. L'esercito rimastone privo, essendo anche morto l'imperatore per una ferita in battaglia, fu ridotto all'estrema scarsezza di mezzi. Nessuno sarebbe sfuggito, dato che i nemici assalivano da ogni parte i soldati turbati dalla morte dell'imperatore, se con un trattato di pace i confini non fossero stabiliti dove si hanno ancor oggi e fossero fissati non con la grande perdita che Adriano aveva accettato ma con un compromesso. Con un auspicio privo di significato dunque il dio Termine non aveva ceduto a Giove se ha ceduto alla decisione di Adriano, ha ceduto anche alla temerità di Giuliano e alla situazione ineluttabile di Gioviano 59. Queste cose le hanno capite anche i più intelligenti e autorevoli Romani, ma contavano poco contro l'usanza di una città che era legata a riti demoniaci. Anche essi, sebbene capissero che quelle credenze non avevano senso, ritenevano di dover rendere alla natura, posta sotto il dominio assoluto dell'unico vero Dio, quel culto religioso che si deve a Dio, perché erano soggetti, come dice l'Apostolo, alla creatura anziché al Creatore che è benedetto nei secoli 60. Era necessario l'aiuto di Dio che inviasse uomini santi e autenticamente religiosi, i quali subissero la morte per la vera religione affinché le false scomparissero dal mondo.

Giudizio di Cicerone su idolatria e mitologia.
30. Cicerone, pur essendo àugure, schernisce le divinazioni e schernisce gli uomini che regolano le decisioni della vita dalla voce del corvo e della cornacchia 61. Ma questo filosofo accademico, che sostiene il dubbio universale, è immeritevole di avere autorità in materia. Quinto Lucilio Balbo è uno dei dialoganti nel secondo libro della sua opera La natura degli dèi. Questi, sebbene giustifichi ricorrendo alla natura alcune superstizioni di carattere naturalistico e filosofico, tuttavia si scaglia contro l'introduzione delle statue e le leggende. Dice: Lo vedete come dalla scoperta, destinata al benessere e al vantaggio, delle leggi naturali il pensiero sia condotto a rappresentarsi dèi immaginari e falsi? Il fatto ha dato origine a false opinioni, a errori turbolenti e a superstizioni da vecchiette. Ci sono stati resi noti così la fisionomia e l'età e il modo di vestire degli dèi e inoltre il genere, i matrimoni e la parentela e tutte le altre condizioni trasferite sul piano dell'umana debolezza. Infatti sono presentati con le varie emozioni psicologiche. Abbiamo sentito parlare di passioni, inquietudini e collere degli dèi. Gli dèi, come dicono i miti, non andarono esenti da guerre e battaglie. E non solo, come si ha in Omero, gli dèi difesero, chi da una parte e chi dall'altra i due eserciti avversari, ma hanno fatto perfino delle guerre personali, come con i Titani e i Giganti. È proprio da imbecilli credere a certe fole; sono piene di vuotezza e di sovrana stupidità 62. Frattanto ecco le concessioni di coloro che difendono gli dèi. Afferma dunque che queste credenze appartengono alla superstizione e per quanto attiene alla religione espone i concetti che, come sembra, egli deriva dalla dottrina degli stoici. Soggiunge: Non soltanto i filosofi ma anche i nostri antenati hanno distinto la superstizione dalla religione; quelli che pregavano e immolavano per intere giornate, affinché i figli fossero a loro superstiti, furono chiamati superstiziosi 63. Si può ben capire che Cicerone tenta, poiché teme l'usanza della città, di difendere la religione degli antenati e che vuole distinguerla dalla superstizione ma che non trova un motivo plausibile. Dagli antenati sono stati chiamati superstiziosi quelli che pregavano e immolavano per intere giornate. E quelli che hanno introdotto (cosa che Cicerone disapprova) gli idoli degli dèi di differenti età e con diversa foggia di vestire e inoltre il loro genere, matrimonio e parentela, come li chiamavano? Queste forme sono incolpate come superstiziose. Ma è una colpa che coinvolge gli antenati che hanno introdotto e adorato gli idoli, coinvolge lui che, sebbene con una dimostrazione erudita tenti di conseguire la libertà, riteneva necessario rispettare simili credenze. Infatti le idee che proclama con eloquenza in questo dialogo non avrebbe osato neanche borbottarle fra i denti in un'assemblea popolare. Noi cristiani dunque ringraziamo il Signore Dio nostro e non il cielo e la terra, come dice costui, ma lui che ha creato il cielo e la terra. Egli, mediante la sublime umiltà del Cristo, mediante la predicazione degli Apostoli, mediante la fede dei martiri che morirono per la verità e vissero nella verità, attraverso la libera sottomissione dei suoi, ha rovesciato non solo dai cuori credenti ma anche dai templi superstiziosi queste superstizioni che questo Balbo quasi balbettando appena denuncia.

Opportunità della religione popolare secondo Varrone...
31. 1. Che dire dello stesso Varrone il quale, sebbene non in base a una sua opinione, ha posto, e questo mi rincresce, gli spettacoli teatrali fra i riti religiosi? Egli come uomo religioso esorta in molti passi ad onorare gli dèi ma confessa che non condivide con la propria opinione le istituzioni dello Stato romano da lui elencate. Non esita ad ammettere che se avesse dovuto riformare lo Stato avrebbe determinato gli dèi e i loro nomi in base a una formula naturalistica. Ma poiché si trovava in un popolo antico, afferma che è costretto, per quanto riguarda nomi e appellativi, a ritenere la tradizione degli avi, come è stata trasmessa e che ha pubblicato le proprie ricerche con lo scopo che la massa onori gli dèi anziché disprezzarli. Con queste parole egli, uomo veramente intelligente, indica abbastanza chiaramente che non svela tutte le credenze che, se non fossero taciute, potevano essere oggetto di disprezzo non solo per lui ma potevano essere disprezzate anche dalla massa. Avrei dovuto supporre che questo è il suo pensiero se in un altro passo, parlando delle credenze religiose, non dicesse apertamente che vi sono molti fatti veri che è utile per il popolo non conoscere, ma se fossero falsi, è conveniente che il popolo li giudichi diversamente e che per questo i Greci avevano occultato col silenzio e con le mura le iniziazioni misteriche. E con questo ha svelato l'intera trama dei sedicenti sapienti dai quali Stati e popoli sarebbero governati. I demoni malvagi, che tengono sottomessi egualmente ingannatori e ingannati, si dilettano straordinariamente di questo imbroglio. Dal loro dominio ci libera soltanto la grazia di Dio mediante il nostro Signore Gesù Cristo.

...e sua aspirazione al monoteismo.
31. 2. Dice anche il medesimo scrittore, uomo di grande ingegno e cultura, che, a parer suo, hanno afferrato l'idea di Dio soltanto coloro i quali ritennero che egli è un'anima che con movimento razionale ordina il mondo al fine. Egli non ne aveva ancora il vero concetto. Il vero Dio infatti non è anima ma è causa efficiente e principio anche dell'anima. Se tuttavia gli fosse stato possibile essere libero dai pregiudizi della tradizione, avrebbe ammesso egli stesso e convinto gli altri che si deve adorare un solo Dio, il quale, mediante movimento razionale, ordina il mondo al fine. Con lui dunque rimarrebbe da esaminare soltanto il problema che lo considera anima e non piuttosto l'autore dell'anima. Afferma anche che gli antichi Romani per più di centosettanta anni onorarono gli dèi senza gli idoli. E soggiunge: Se questa usanza fosse rimasta, gli dèi sarebbero considerati in senso più spirituale 64. A conferma del suo pensiero adduce, fra altre motivazioni, anche il popolo ebreo e non dubita di chiudere il passo in parola col dire che i primi i quali introdussero le statue degli dèi abolirono il timore nella loro città e accrebbero l'errore. Saggiamente pensa che data l'assurdità degli idoli gli dèi si possano facilmente disprezzare. Col dire poi che accrebbero e non che diedero inizio all'errore vuol far capire che l'errore già esisteva anche senza gli idoli. Egli dunque dice che soltanto quelli i quali ritengono che Dio è un'anima che governa il mondo hanno afferrato l'idea di Dio e formula il giudizio che senza idoli si pratica una religione più spirituale. È evidente pertanto che si avvicinò molto alla verità. Se avesse potuto qualche cosa contro la lunga durata di un errore così grande, avrebbe creduto che il Dio, da cui è governato il mondo, è uno e avrebbe sostenuto che si deve adorare senza l'idolo. Venutosi a trovare così vicino, si sarebbe accorto del divenire dell'anima, in modo da avvertire che il vero Dio è un essere fuori del divenire e che ha anche creato l'anima stessa. Stando così le cose, gli uomini sapienti non hanno tentato di difendere ma sono stati costretti dall'occulto volere divino ad accettare le varie ridicole credenze del politeismo che hanno passato in rassegna nelle loro opere. Se dunque da me sono stati citati alcuni passi di quelle opere, sono stati citati per rimproverare i pagani i quali non vogliono accorgersi che il sacrificio offerto una sola volta di un sangue altamente santo e il dono della partecipazione dello Spirito ci liberano dal grande e grandemente malvagio potere dei demoni.

Teogonie per una religione politicizzata.
32. Varrone afferma anche che per quanto riguarda le teogonie i cittadini si rivolsero più ai poeti che ai naturalisti e che quindi i suoi antenati, cioè gli antichi Romani, hanno creduto al sesso, alla generazione degli dèi e ne hanno determinato gli accoppiamenti. Il fatto, come sembra, ha quest'unica spiegazione, che fu preoccupazione degli uomini della politica e della cultura ingannare il popolo in materia di religione e indurlo pertanto non solo ad adorare ma anche ad imitare i demoni. E costoro hanno una gran voglia di farlo. E come i demoni possono rendere sottomessi soltanto coloro che abbiano ingannato con la menzogna, così i capi, certo non giusti ma simili ai demoni, col pretesto della religione, convincevano i cittadini sulla verità delle credenze che essi ritenevano una impostura. In questo modo li tenevano sottomessi vincolandoli al vivere associato in forma apparentemente più conveniente. E quale individuo debole e ignorante poteva liberarsi dai capi dello Stato e dai demoni che insieme li ingannavano?.

Dio come assoluto è la vera felicità.
33. Il Dio dunque, che è autore e datore della felicità, poiché egli solo è il vero Dio, dà il dominio terreno ai buoni e ai cattivi, e non per sprovvedutezza e quasi sbadataggine, perché è Dio, e non obbedendo al destino ma mediante un ordinamento, a noi occulto e a lui noto, dei fatti nel tempo. Ed egli non obbedisce come suddito all'ordinamento dei tempi ma lo regge come signore e lo regola come sovrano e dà la felicità soltanto ai buoni. E la felicità, la possono avere e non avere i sudditi, la possono avere e non avere i reggitori ma essa sarà piena soltanto in quella vita in cui non vi saranno più sudditi. E per questo il dominio terreno è dato da lui ai buoni e ai cattivi, affinché i suoi adoratori, ancor fanciulli nel profitto spirituale, non desiderino questi onori come qualche cosa di grande. Ed è nel simbolismo della vecchia alleanza, nella quale era nascosta la nuova, che furono promessi anche doni terreni. Soltanto gli spirituali anche allora comprendevano, sebbene non lo svelassero apertamente, l'eternità che era significata dai beni temporali e i doni di Dio nei quali era la vera felicità.

Popolo ebraico esempio di monoteismo.
34. Quindi affinché si comprendesse che anche i beni terreni, i soli desiderati da coloro che non sono capaci di pensare ai più perfetti, sono posti nel potere dell'unico vero Dio e non dei molti falsi dèi che i Romani di prima hanno ritenuto di dover adorare, Dio da pochi individui fece crescere in numero il suo popolo in Egitto e in seguito lo liberò con mirabili prodigi. Le donne ebree non invocarono Lucina quando dalle mani degli Egiziani che li perseguitavano e volevano uccidere tutti i loro bimbi Dio salvò i loro figli perché aumentassero straordinariamente e il popolo crescesse in maniera incredibile. Essi poppavano senza la dea Rumina, furono posti nelle culle senza Cunina, mangiarono e bevvero senza Educa e Potina; furono allevati senza tanti dèi protettori dell'infanzia, si sposarono senza gli dèi delle nozze, si accoppiarono senza adorare Priapo, senza che invocassero Nettuno il mare si aprì al loro passaggio e sommerse con le acque che rifluirono i loro nemici che li inseguivano. Non invocarono una qualche dea Mannia quando ricevettero la manna dal cielo e quando la rupe percossa zampillò acqua per la loro sete non adorarono le ninfe delle acque. Fecero delle guerre senza i pazzeschi riti di Marte e di Bellona e non vinsero, è vero, senza la vittoria, però non la considerarono una dea ma un favore del loro Dio. Ricevettero inoltre con molto maggiore felicità dal loro Dio le messi senza Segezia, i buoi senza Bovona, il miele senza Mellona, i frutti senza Pomona e in definitiva tutti i beni per i quali i Romani ritennero di dover propiziare la folta schiera dei falsi dèi. E se non avessero peccato contro di lui cadendo per empia curiosità, come stregati da arti magiche, nel politeismo e nell'idolatria e infine uccidendo il Cristo, sarebbero rimasti nel loro regno, anche se non molto esteso ma certamente più felice. Che ora siano dispersi per quasi tutti i popoli della terra è provvidenza dell'unico vero Dio. Così si può appunto provare dalle loro scritture che la distruzione, in ogni parte, degli idoli, altari, boschetti e templi e la proibizione dei sacrifici in onore dei falsi dèi furono preannunziate molto tempo avanti. Altrimenti se fosse scritto nei nostri libri, si potrebbe pensare a una nostra mistificazione. Il seguito si esaminerà nel volume seguente. A questo punto si deve porre un limite alla lunghezza di questo libro.

LIBRO V

SOMMARIO

Premessa

1. La ragione storica dell'impero romano e di tutti gli imperi non è affidata al caso e non dipende dalla posizione degli astri.

2. Eguaglianza e diversità dello stato di salute nei gemelli.

3. L'astrologo Nigidio derivò dalla ruota del vasaio un argomento sul problema dei gemelli.

4. I gemelli Esaù e Giacobbe differirono molto per carattere e circostanze della vita.

5. Con quali argomenti si possono convincere gli astrologi di professare una scienza infondata.

6. I gemelli di sesso diverso.

7. La scelta del giorno per prendere moglie o per piantare e seminare nel campo.

8. Alcuni considerano fato non la posizione degli astri ma la connessione delle cause dipendente dalla volontà di Dio.

9. La prescienza divina e la libera volontà umana contro la teoria di Cicerone.

10. La necessità non condiziona l'umana volontà.

11. Tutto è concluso nelle leggi della provvidenza di Dio.

12. I Romani antichi ottennero con i buoni costumi che il vero Dio, sebbene non lo adorassero, incrementasse il loro dominio.

13. L'amore della gloria, sebbene sia un difetto, è considerato virtù perché per suo mezzo sono impediti mali peggiori.

14. Si deve reprimere l'amore della lode umana, perché tutta la gloria dei giusti è in Dio.

15. La ricompensa nel tempo che Dio concesse ai buoni costumi dei Romani.

16. La ricompensa dei cittadini della città eterna per i quali sono stimolanti gli esempi di virtù dei Romani.

17. Il vantaggio delle guerre mosse dai Romani e l'utilità apportata a coloro che essi hanno vinto.

18. I cristiani debbono essere alieni dal vantarsi se hanno fatto qualche cosa per amore della patria eterna, poiché i Romani hanno compiuto tante imprese per la gloria umana e per la città terrena.

19. Differiscono fra di loro in qualche cosa la passione della gloria e la passione del dominio.

20. È egualmente disonesto che la virtù sia asservita alla gloria umana o al piacere sensibile.

21. L'impero romano è stato destinato a un fine dal vero Dio, perché da lui è ogni potere e tutto è retto dalla sua provvidenza.

22. La durata e l'esito delle guerre dipendono dal giudizio di Dio.

23. La guerra in cui il pagano Radagaiso re dei Goti in un solo giorno fu sconfitto assieme al suo grande esercito.

24. Quale fu il successo degli imperatori cristiani e qual è il vero successo.

25. I successi che Dio concesse a Costantino imperatore cristiano.

26. La fede e la pietà dell'imperatore Teodosio.

 

Libro quinto

VISIONE IRRAZIONALISTA E RAZIONALISTA DELLA STORIA

 

Concetti di una visione irrazionalista e razionalista (1-11)

Premessa - È evidente ormai che la felicità è la pienezza dei beni che si devono desiderare, che essa non è una dea ma un dono di Dio e dunque che gli uomini devono adorare soltanto il Dio che li può render felici. Quindi, se fosse una dea, sarebbe giusto dire che essa sola si deve adorare. Mi rimane pertanto da esaminare la ragione per cui Dio, il quale può concedere pure i beni che possono essere conseguiti anche dai non buoni e quindi anche non felici, ha voluto che l'impero romano fosse di tanta grandezza e durata. Sul motivo per cui non fu opera della folla dei falsi dèi che essi adoravano ho parlato abbastanza e se sembrerà opportuno ne parlerò ancora.

Caso, fato, astri.
1. La causa dunque della grandezza dell'impero romano non è né casuale né fatale. È la terminologia della teoria o sistema di coloro i quali considerano casuali quegli eventi che non hanno alcuna causa e non provengono da un ordinamento razionale, fatali quegli eventi che per deterministica necessità di un ordinamento si verificano indipendentemente dal volere di Dio e degli uomini 1. Al contrario gli imperi umani sono determinati direttamente dalla divina provvidenza. E se qualcuno li attribuisce al fato perché chiama fato il volere o potere di Dio, conservi pure la propria teoria ma rettifichi la terminologia. Per quale ragione non spiega in partenza il concetto che dovrà spiegare in seguito quando gli verrà chiesto che cosa intende per fato? Infatti quando si sente questa parola nel linguaggio usuale s'intende soltanto l'influsso della specifica posizione degli astri quando si nasce o si è concepiti; ma alcuni considerano il fato indipendente dalla volontà di Dio 2, altri invece affermano che anche esso dipende dal suo volere 3. Ma coloro i quali ritengono che gli astri determinano, indipendentemente dal volere di Dio, le azioni che si compiranno, il bene che si avrà, il male che si subirà, non devono essere ascoltati non solo da coloro che professano la vera religione ma neanche da coloro che preferiscono adorare vari dèi anche se falsi. Infatti questa teoria viene a sostenere che non si adori e non si preghi alcun dio. In questo momento la mia polemica non è rivolta contro i sostenitori di tale teoria ma contro coloro che per difendere gli dèi del politeismo contrariano la religione cristiana. Ci sono poi coloro i quali fanno dipendere dal volere di Dio la posizione degli astri che in qualche modo determinano la personalità del singolo e il bene e il male che gli avverranno. Se ritengono che gli astri hanno questo potere perché è stato loro concesso dal supremo potere di Dio di determinare con il loro influsso simili eventi, rivolgono al cielo un grande insulto perché ritengono che nel suo, per così dire, illustre senato e splendida curia si deliberi l'esecuzione di delitti, e tali che se li avesse deliberati una città terrena, dovrebbe essere distrutta per decisione del genere umano. E poi qual giudizio si lascia a Dio sui fatti umani, giacché su di essi cala una necessità proveniente dal cielo, dato che egli è signore degli astri e degli uomini? Se poi non dicono che sono le stelle, sia pure ricevuto il potere dal sommo Dio, a determinare col loro influsso gli eventi ma che esse, nel trasmettere la determinazione necessitante, eseguono integralmente i suoi comandi, è sconveniente pensare di Dio ciò che è sembrato molto sconveniente pensare della decisione delle stelle. Se poi affermano che le stelle sono piuttosto segni che cause, sicché la posizione degli astri sarebbe come un linguaggio che predice ma non determina il futuro, giacché questo fu il pensiero di uomini di alta cultura 4, io rispondo che gli astrologi non sono soliti parlare in questi termini. Ad esempio, non dicono che Marte in quella posizione significa un omicida ma che rende omicida 5. Tuttavia pur ammettendo che non parlano con proprietà e che dovrebbero ricevere dalla filosofia la regola del linguaggio per predire gli eventi che suppongono di scorgere nella posizione degli astri, come spiegare il fatto che non sono mai riusciti a dire perché si abbia tanta diversità nella vita dei gemelli, nelle loro attività, eventi, professioni, mestieri, cariche e nelle altre cose di pertinenza della vita umana e nella stessa morte? Per quanto attiene a questi dati, talora sono più simili fra di sé degli estranei che certi gemelli, sebbene siano separati da un brevissimo spazio di tempo nel nascere e siano generati nel concepimento mediante un solo atto generativo e anche nel medesimo istante.

Astrologia, e genetica, oroscopo.
2. Cicerone riferisce che Ippocrate, il più illustre dei medici, ha lasciato scritto di avere arguito che due fratelli erano gemelli perché avevano cominciato a star male contemporaneamente, la loro malattia si aggravava e scemava nel medesimo tempo 6. Al contrario lo stoico Posidonio, gran cultore di astrologia, era solito affermare che i gemelli hanno una medesima complessione perché nati e concepiti sotto la medesima combinazione degli astri 7. In tal modo un fatto che il medico riteneva appartenesse alla medesima costituzione organica, il filosofo astrologo lo richiamava al potere della congiunzione degli astri verificatasi nel tempo in cui sono stati concepiti e messi al mondo. In materia è più accettabile e assai più credibile l'ipotesi della medicina. Infatti i primi giorni dei feti poterono essere fisiologicamente condizionati dal condizionamento dei genitori nel momento in cui si accoppiavano in maniera che col sopravvenire del primo nutrimento dal corpo materno poterono nascere con la medesima complessione organica. In seguito nutriti in una sola casa con i medesimi alimenti, quando, come afferma la medicina, decidono molto per una crescita fisica, robusta o gracile, il clima, la posizione del luogo e l'efficacia delle acque, abituati inoltre alla medesima attività poterono raggiungere una eguale costituzione fisica e così ammalarsi nel medesimo tempo e con la medesima eziologia. Ma non saprei proprio che razza di stramberia sia quella di voler intendere ai sensi dell'eguaglianza nella malattia la combinazione dei corpi celesti che si ebbe quando i gemelli furono concepiti o generati, giacché nel medesimo tempo, nel territorio di una medesima regione posta sotto lo stesso cielo poterono esser concepiti e generati molti individui di nascita, di attitudini e disposizioni assai diverse. Al contrario si sa per esperienza che i gemelli non solo hanno attività e residenze diverse ma che sono anche soggetti a malattie diverse. Di questo fatto Ippocrate poteva, a mio parere, fornire questa semplicissima spiegazione, che erano potuti verificarsi due diversi stati di salute a causa della diversità dell'alimentazione e delle attività che non derivano dalla complessione organica ma dalla disposizione spirituale. Invece sarebbe da meravigliarsi se Posidonio o altro fautore dell'influenza degli astri possano trovare che cosa dire, se non vogliono truffare la mente degli inesperti in cose che ignorano. Tentano infatti di stabilire una diversità ricorrendo a quell'esiguo spazio di tempo che i gemelli hanno avuto nel nascere a causa di quel frammento di cielo in cui si registra l'ora della nascita, che chiamano appunto l'oroscopo 8. Ma essa non è così grande come quella che si riscontra nella volontà, attività, moralità e vicende dei gemelli, oppure è anche superiore all'eguale umiltà o nobiltà sociale dei gemelli perché, a sentir loro, la massima diversità dipende soltanto dall'ora in cui si nasce. E per questo se essi nascono, uno dopo l'altro, così alla svelta che rimane la medesima parte dell'oroscopo, esigo destini eguali che non è possibile trovare in alcuna coppia di gemelli; se al contrario la lentezza del secondo gemello fa girare l'oroscopo, esigo genitori diversi che ai gemelli è impossibile avere.

Nigidio Figulo e di falso oroscopo dei gemelli.
3. Inutilmente si adduce come esempio il celebre entimema sulla ruota del vasaio che, come narrano, fu formulato da Nigidio, turbato da questo problema e che per questo motivo fu detto appunto Figulo, cioè vasaio. Costui fece girare la ruota di un vasaio con quanta forza gli fu possibile 9. Mentre essa girava velocemente, la segnò due volte nella massima rapidità con inchiostro nell'intento di colpire il medesimo punto. Cessato il movimento, furono trovati i segni, che aveva impressi, notevolmente distanti nel perimetro della ruota. Allo stesso modo, disse Nigidio, nel rapido movimento del cielo, anche se i gemelli nascono uno dopo l'altro con la rapidità con cui io ho segnato due volte la ruota, nello spazio del cielo si ha una grandissima distanza. Da qui provengono, concluse, le varie dissimiglianze che si riscontrano nella vicenda umana dei gemelli 10. Questa raffigurazione è più fragile dei vasi che vengono formati dai giri della ruota. Poniamo infatti che nel cielo si abbia una distanza tanto grande che non può essere rappresentata dagli oroscopi, in modo che ad uno dei gemelli tocca in sorte l'eredità, all'altro no. Perché dunque gli astrologi osano predire agli altri che gemelli non sono, dopo avere scrutato il loro oroscopo, destini eguali che sono inclusi in quella distanza sconosciuta che non può essere rappresentata e avvertita nell'atto del loro nascere? Ma possono predire, dicono loro, destini eguali negli oroscopi dei non gemelli perché tali destini appartengono a estensioni di tempo più lunghe, mentre le piccole frazioni di tempo con cui i gemelli si distanziano nel loro nascere si assegnano alle cose trascurabili. E di simili cose abitualmente gli astrologi non vengono interpellati. Nessuno infatti va a consultarli sul tempo in cui siede o cammina oppure sul tempo e il cibo che mangia. Ma forse, io chiedo, si considerano trascurabili le cose quando si osservano molti fatti e molto diversi riguardanti la moralità, le attività e le vicende dei gemelli?

Diversità di Esaù e Giacobbe.
4. Secondo l'antica storia dei patriarchi, tanto per citare personaggi molto noti, nacquero due gemelli così vicini l'uno all'altro che il secondo teneva con la mano il piede dell'altro 11. Nella loro vita e condotta si ebbero fatti così diversi, nelle attività tanta disuguaglianza, tanta differenza nell'amore dei genitori che la diversità stessa li rese nemici fra di loro. E questo non significa che mentre uno camminava l'altro stava seduto, mentre l'uno dormiva l'altro era sveglio, mentre l'uno parlava l'altro stava zitto. Sono appunto queste le cose trascurabili che non possono essere conosciute da coloro che delineano i segni dello zodiaco in cui si nasce e su cui si consultano gli astrologi. Uno fu a servizio per un salario, l'altro non fu a servizio; uno era amato dalla madre, l'altro no; uno perdette un privilegio importante in quel popolo, l'altro se lo arrogò. Non parliamo poi delle mogli, dei figli e delle sostanze perché si ha una grande diversità. Se dunque queste differenze dipendono da quelle piccole frazioni di tempo che i gemelli hanno nel loro nascere e non sono imputabili agli oroscopi, perché si sciorinano predizioni dopo aver osservato gli oroscopi dei non gemelli? Se poi si predicono gli eventi perché non appartengono a frazioni di tempo inavvertibili ma a periodi che possono essere osservati e avvertiti, la ruota del vasaio non fa altro che mettere nel giro individui col cuore di creta perché le imposture degli astrologi non siano smentite.

oroscopo del concepimento e della nascita.
5. E i due fratelli che Ippocrate, osservando con la sua esperienza di medico la loro malattia, riconobbe come gemelli perché essa contemporaneamente si manifestava più grave o più leggera in entrambi, rimproverano apertamente gli astrologi che vogliono attribuire agli astri una condizione che derivava dalla complessione organica. Essi si ammalavano nel medesimo modo e tempo e non l'uno prima e l'altro dopo come erano nati, perché non era possibile che nascessero entrambi simultaneamente. E se non ebbe influsso a farli ammalare in tempi diversi il fatto che nacquero in tempi diversi, perché gli astrologi sostengono che per la diversità delle altre situazioni ha importanza il diverso tempo nel nascere? Per qual motivo, appunto perché nacquero in tempi diversi, poterono viaggiare, ammogliarsi e aver figli in tempi diversi e fare molte altre cose e non poterono per lo stesso motivo ammalarsi in tempi diversi? Se il diverso momento nella nascita ha mutato l'oroscopo e ha indotto diversità nelle altre situazioni, perché per le malattie è rimasta la condizione che il concepimento induceva con l'eguaglianza nel tempo? Ovvero se i destini della salute fisica sono nel concepimento, ma si afferma che quelli delle altre condizioni sono nella nascita, gli astrologi non dovrebbero, dopo avere scrutato gli oroscopi della nascita, parlare della salute, giacché non è possibile scrutare in essa l'ora del concepimento. Se poi predicono le malattie senza scrutare l'oroscopo del concepimento, dato che le malattie sono indicate dal periodo del nascere, in che modo potrebbero ad uno dei gemelli indicare dall'ora della nascita quando si ammalerà? Anche l'altro che non aveva il medesimo oroscopo della nascita dovrebbe anche lui necessariamente ammalarsi? E pongo altre domande. Se, dicono essi, la distanza di tempo nella nascita dei gemelli è grande, è indispensabile che si diano per loro diverse congiunzioni astrali a causa dell'oroscopo diverso e per questo diversi anche tutti i punti di riferimento 12. In essi si ha tanto influsso che anche i destini divengono diversi. Ma come è stato possibile questo, chiedo io, se è impossibile che il concepimento dei gemelli abbia tempi diversi. Se poi è stato possibile che per la nascita si avessero destini diversi dei due gemelli concepiti nella medesima frazione di tempo, perché non sarebbe possibile che per la vita e per la morte si abbiano destini diversi di due individui nati nella medesima frazione di tempo? Infatti se la medesima frazione di tempo, in cui entrambi i gemelli sono stati concepiti, non ha impedito che l'uno nascesse prima e l'altro dopo, perché se due diversi individui nascono nella medesima frazione di tempo, è un impedimento a che l'uno muoia prima e l'altro dopo? Se il concepimento che avviene in un solo istante consente che i gemelli abbiano nell'utero sorti diverse, perché la nascita verificatasi in un medesimo istante non consentirebbe a due individui diversi di avere sulla terra sorti diverse? Così sarebbero eliminati tutti i sofismi di questa arte o meglio impostura. Ma che discorso è questo, che i gemelli concepiti nel medesimo tempo, nel medesimo istante, sotto la medesima posizione del cielo, abbiano destini diversi che li portano a due diversi oroscopi, e al contrario sarebbe impossibile che individui nati nel medesimo istante di tempo e sotto una medesima posizione del cielo ma da madri diverse abbiano destini diversi che li portino a una diversa condizione della vita e della morte? Si vuol dire forse che gli individui nell'atto del concepimento non hanno ancora il destino, giacché non possono averlo se non nascono? E allora perché dicono che, se si conosce l'ora del concepimento, possono essere previste molte cose per più alta divinazione? Si racconta perfino in proposito che un sapiente scelse l'ora in cui unirsi alla moglie per avere un figlio meraviglioso. E alla fin fine in proposito si ha anche il responso che in merito ai due gemelli ammalati alla stessa maniera diede Posidonio, grande astrologo e filosofo, e cioè che il fenomeno si verificò perché erano nati e concepiti nel medesimo tempo. Ed aggiungeva il concepimento appunto perché non gli si obiettasse che necessariamente non erano potuti nascere nel medesimo tempo individui che era assolutamente accertato fossero stati concepiti nel medesimo tempo. Così poteva non attribuire il fatto che si erano ammalati nel medesimo modo e tempo alla medesima costituzione fisiologica ma assegnare alle congiunzioni astrali la simiglianza dello stato di salute. Se dunque nel concepimento si ha un così grande influsso ai sensi dell'eguaglianza dei destini, essi non sarebbero dovuti cambiare con la nascita. Se poi i destini dei gemelli sono diversi perché nascono in tempi diversi, perché non si dovrebbe piuttosto capire che erano già diversi perché nascessero in tempi diversi? Ma davvero che la volontà di chi vive non muta il destino della nascita, sebbene la successione nel nascere cambierebbe il destino del concepimento?

Gemelli si sesso diverso.
6. Comunque anche negli stessi concepimenti gemellari, in cui certamente l'istante è il medesimo per entrambi, come avviene che sotto il medesimo fatale oroscopo l'uno sia concepito maschio e l'altra femmina? Conosco personalmente gemelli di sesso diverso; entrambi ancora vivono e godono ancora buona salute. Le loro fisionomie sono simili, per quanto è possibile data la diversità di sesso, tuttavia per sistema e regola di vita sono molto diversi, a parte le funzioni virili o femminili che sono per naturale necessità diverse. Egli è militare con la carica di conte ed è quasi sempre lontano da casa, lei non si allontana dalla località di origine e dal proprio campo. Aggiungo un particolare che sarebbe incredibile se si credesse al destino dell'oroscopo, e normale se si tengono presenti le scelte degli uomini e i doni di Dio. Egli è sposato, lei è una vergine consacrata; egli ha messo al mondo parecchi figli, lei non si è neanche sposata. Ma, dicono, l'influsso dell'oroscopo è determinante. Io invece ho già sufficientemente dimostrato che non significa proprio niente. Ma qualunque sia, gli astrologi dicono che è determinante quello della nascita. E quello del concepimento anche? È chiaro infatti che in esso si ha un solo accoppiamento e che vi è una legge naturale ineluttabile per cui è assolutamente impossibile che se una femmina ha concepito un individuo ne concepisca poco dopo in quello stato un altro. Ne consegue necessariamente che nei gemelli non si distinguono gli attimi del concepimento. Oppure, dato che sono nati con un oroscopo diverso, mentre venivano alla luce, l'uno è stato cambiato in maschio e l'altra in femmina? In verità non è del tutto assurdo che alcuni influssi degli astri siano determinanti per certi fenomeni naturali, ad esempio: con l'avvicinarsi e l'allontanarsi del sole si dà il variare delle stagioni dell'anno e col crescere e il calare della luna aumentano e diminuiscono alcuni fenomeni, come la crescita dei ricci di mare e delle ostriche perlifere e il mirabile flusso e riflusso dell'oceano. Rimane però che le attività spirituali non dipendono dalla posizione degli astri. Ora gli astrologi, sforzandosi di far derivare dagli astri anche gli atti umani, ci stimolano a cercare dei casi in cui l'applicazione non è valida neanche per il mondo dei corpi. Infatti non v'è nulla che appartenga tanto al corpo come il sesso del corpo, eppure è stato possibile che gemelli di sesso diverso siano concepiti sotto la medesima posizione degli astri. Pertanto vi possono essere un discorso e una teoria più cretini di questi? Da una parte la posizione delle stelle, identica per entrambi in merito all'oroscopo del concepimento, non ha potuto fare che la donna avesse il sesso diverso dal fratello col quale aveva la medesima costellazione; dall'altra la posizione degli astri che si ebbe nell'oroscopo della nascita ha potuto fare che lei fosse ben diversa da lui per la consacrazione verginale.

Pregiudizio dei giorni fausti e infausti.
7. Ma è proprio insopportabile che con la scelta dei giorni tentino di determinare destini nuovi alle proprie azioni. Il sapiente suddetto non era nato per avere un figlio meraviglioso ma piuttosto insignificante e quindi, da persona intelligente qual era, ha scelto lui l'ora per unirsi alla moglie. Il destino che non aveva se lo sarebbe fatto lui e da quel fatto avrebbe cominciato ad essere destinato ciò che nella nascita non lo era. Che sciocchezza! Si sceglierebbe un giorno per ammogliarsi, perché, penso, se non si scegliesse, si potrebbe incappare in un giorno non buono con infelice auspicio per il matrimonio. Ma allora che cosa hanno già destinato gli astri per il nascituro? Può forse l'uomo cambiare con la scelta di un giorno ciò che gli è destinato e ciò che egli avrà di mira nell'eleggere il giorno non potrà essere mutato da un altro potere? Inoltre se gli uomini soltanto e non tutte le cose che sono sotto il cielo sono soggette all'oroscopo, perché scelgono alcuni giorni adatti per piantare viti, alberi e biade ed altri per domare gli animali o mandarli alla monta in cui dai maschi saranno fecondati i branchi di cavalle o di mucche o di altri animali? Se al contrario sono determinanti a questi effetti i giorni scelti appunto perché la posizione degli astri secondo la diversità dei momenti di tempo domina tutti i fenomeni fisici e biologici, riflettano quanti esseri in un solo attimo di tempo nascano, sorgano e comincino, e quali fini diversi abbiano. Così rendono tali previsioni oggetto di scherno perfino ai bambini. Nessuno è tanto stupido da azzardarsi a dire che tutti gli alberi, tutte le erbe, tutte le bestie, cioè serpenti, uccelli, pesci, vermi hanno singolarmente attimi diversi del loro nascere. Si suole, per provare la bravura degli astrologi, portare ad essi gli oroscopi di animali muti, di cui si notano diligentemente le nascite a casa ai fini di questa verifica e si ritengono superiori agli altri quegli astrologi i quali, scrutato l'oroscopo, dicono che non è nato un uomo ma un animale. Si azzardano perfino a dire quale animale, e cioè se adatto alla lana, al traino o all'aratro o alla custodia della casa. Si avventurano appunto a predire il destino ai cani e danno i loro responsi fra le esclamazioni degli ammiratori. Gli uomini sono tanto sciocchi da pensare che quando nasce uno di loro sia arrestato il verificarsi di ogni altro fenomeno sicché contemporaneamente sotto il medesimo segno dello zodiaco non nascerebbe neanche una mosca. Infatti se lasciassero passare la mosca, il ragionamento si allarga e un po' alla volta con leggere concessioni dalle mosche giunge ai cammelli e agli elefanti. E non vogliono riflettere che nel giorno scelto per seminare il campo molti granelli di frumento assieme arrivano alla terra, assieme germogliano e, nata la pianta, assieme verdeggiano, maturano e biondeggiano e tuttavia, in seguito, delle spighe nate nel medesimo tempo e per così dire dal medesimo germe alcune ne distrugge la ruggine, altre ne saccheggiano gli uccelli ed altre ne raccolgono gli uomini. Non potranno dire che hanno oroscopi diversi, sebbene le vedano fare una fine tanto diversa. Ovvero cesseranno di scegliere i giorni propizi per queste cose, le sottrarranno al responso delle stelle e crederanno soggetti agli astri soltanto gli uomini sebbene a loro soltanto sulla terra Dio ha concesso la libera volontà. Dopo tutte queste considerazioni giustamente si ritiene che quando gli astrologi danno molti responsi stupendamente veri, il fatto non avviene in virtù dell'arte inesistente di leggere e scrutare l'oroscopo, ma per una occulta suggestione di spiriti non buoni che si danno da fare per imprimere a fondo nelle umane coscienze falsi e dannosi pregiudizi sul destino proveniente dagli astri.

La dottrina stoica del destino come nesso causale.
8. Alcuni non considerano il fato come la diversa combinazione degli astri quando un essere qualsiasi viene concepito, generato o incominciato ma come il nesso ordinato di tutte le cause per cui si verificano tutti i fenomeni. Con loro non è necessario polemizzare faticosamente in una controversia sul significato delle parole se riconoscono al volere e al potere del Dio sommo l'ordine e un determinato nesso delle cause. Si crede con somma certezza e verità che egli conosca tutte le cose prima che avvengano, che non lasci nulla fuori dell'ordine, perché da lui dipende ogni potere sebbene non da lui dipende il volere di tutti. Che gli stoici chiamino destino principalmente la stessa volontà del Dio sommo, il cui potere si estende sovranamente su tutto, si dimostra nella maniera seguente. Sono di Anneo Seneca, salvo errore, questi versi: Conducimi, o padre sommo e dominatore dell'alto cielo, dove tu vuoi, non indugerò ad obbedirti, sono pronto; se al contrario non vorrò, ti seguirò gemendo ed essendo cattivo subirò ciò che se fossi buono era piacevole fare. Il destino conduce chi vuole, trascina chi non vuole 13. In quest'ultimo verso ha evidentemente considerato destino ciò che in precedenza aveva definito la volontà del padre sommo, si dichiara pronto ad eseguirla per essere da lei condotto volente e non trascinato nolente, giacché il destino conduce chi vuole, trascina chi non vuole. Sono favorevoli a questa dottrina anche i seguenti versi di Omero che Cicerone tradusse in latino: La coscienza degli uomini è come la luce con cui Giove padre illumina la terra feconda 14. In materia non avrebbero autorità le parole di un poeta ma Cicerone afferma che gli stoici nel sostenere il potere del fato sono soliti ricorrere a questi versi di Omero. Non si tratta quindi di una teoria di quel poeta ma dei filosofi suddetti. Infatti mediante questi versi usati da loro nella teoresi sul destino viene dichiarata apertamente la loro dottrina sul destino, perché considerano Giove come il sommo Dio da cui, secondo loro, dipende la concatenazione dei destini.

Cicerone per affermare la libertà contro il destino...
9. 1. Cicerone polemizza contro gli stoici con la convinzione che non addurrebbe prove valide contro di loro se non eliminasse la divinazione. E tenta di eliminarla così da negare la conoscenza del futuro e da sostenere con tutte le forze che è assolutamente impossibile sia nell'uomo che in Dio: non vi può essere nessuna predizione delle cose. Nega così la prescienza di Dio e cerca di demolire ogni profezia anche se evidentissima con vuote argomentazioni e col rilevare le contraddizioni di alcuni oracoli che è facile respingere. Tuttavia neanche di essi ha dato una vera confutazione. Nel respingere le supposizioni degli astrologi il suo discorso riceve autorità dalla considerazione che esse sono tali che si eliminano e confutano da sé. Ma coloro che ammettono per lo meno destini stellari sono più sopportabili di lui che esclude la prescienza del futuro. È evidente mancanza di intelligenza ammettere l'esistenza di Dio e negarne la prescienza del futuro. Essendosene accorto pure lui, saggiò perfino l'argomento di quel verso della Scrittura che dice: Ha detto lo sciocco in cuor suo: Dio non esiste 15, ma non come propria personale teoria. Notava infatti che era una parte spiacevole e sgradita e perciò nei libri de La natura degli dèi introdusse Cotta nella disputa contro gli stoici sull'argomento, e preferì esporre la propria teoria nella parte di Lucilio Balbo, al quale affidò la difesa della tesi stoica, anziché in quella di Cotta il quale nega l'esistenza di un essere divino 16. Invece nei libri su La divinazione da sé apertamente polemizza contro la prescienza del futuro 17. E, come sembra, tutto il suo impegno consiste nel non ammettere il destino per non negare la libera volontà. Pensa infatti che data la premessa della conoscenza del futuro si ha la conclusione assolutamente innegabile dell'esistenza del destino. Ma comunque siano i tortuosi cavilli e discussioni dei filosofi, noi per ammettere l'esistenza del Dio sommo e vero, ammettiamo anche la sua volontà, il sommo potere e la prescienza e non temiamo di non fare con la volontà ciò che con la volontà facciamo. Di questo ha prescienza colui la cui prescienza non può errare. Lo temettero Cicerone per negare la prescienza e gli stoici per non ammettere che tutto avviene per necessità, sebbene sostengano che tutto avviene per destino.

...nega la prescienza.
9. 2. Che cosa dunque ha temuto Cicerone nella prescienza del futuro per tentare di escluderla con una argomentazione censurabile? Se tutti gli eventi futuri, egli dice, sono presciti, si verificheranno nella serie secondo cui sono stati presciti e se si verificheranno in quella serie, la serie degli avvenimenti è determinata nella prescienza di Dio e se è determinata la serie degli avvenimenti, è determinata anche la serie delle cause. Non può infatti verificarsi un effetto che non sia preceduto da una causa efficiente. E se è determinata la serie delle cause, secondo cui si verifica ogni evento, tutti gli eventi si verificano fatalmente. Se è così, nulla è in nostro potere e non esiste l'arbitrio della volontà. Se concediamo questo, continua Cicerone 18, è sovvertita la realtà della vita umana, è inutile fare le leggi, è inutile usare punizioni e lodi, rimproveri e consigli, e contro ogni giustizia sono stabiliti premi per i buoni e pene per i cattivi. E affinché non si abbiano queste condizioni ingiuste, assurde e dannose per l'umanità, egli esclude la prescienza del futuro. In tal modo comprime la coscienza religiosa in un'alternativa così angusta che è costretto a scegliere l'una delle due cose, o che qualcosa sia in potere della nostra volontà o che si dà la prescienza del futuro. Pensa che non siano compossibili ma che se si sceglie l'uno si elimina l'altro. Se si sceglie la prescienza del futuro, si elimina l'arbitrio della volontà; se si sceglie l'arbitrio della volontà, si elimina la prescienza del futuro. Ed egli da uomo eccellente e dotto, che molto e con competenza si preoccupava per la vita umana, fra le due cose scelse il libero arbitrio della volontà; e per affermarlo negò la prescienza del futuro e così per rendere gli uomini liberi, li ha resi miscredenti. Una coscienza religiosa sceglie l'uno e l'altro, ammette l'uno e l'altro, mediante la pietà fedele afferma l'uno e l'altro. E come? chiede lui, perché se si dà la prescienza del futuro, si hanno di conseguenza tutte le affermazioni che se ne deducono fino alla conclusione che non si dà oggetto della nostra volontà. Se al contrario si dà un oggetto del nostro volere, ripercorrendo le medesime premesse si giunge all'affermazione che non si dà la prescienza del futuro. E si ripercorrono le varie premesse in questo modo: se si dà l'arbitrio della volontà, non tutto avviene fatalmente; se non tutto avviene fatalmente, non è determinata la serie di tutte le cause; se non è determinata la serie di tutte le cause, neanche la serie degli avvenimenti è determinata nella prescienza di Dio, non tutti gli avvenimenti si verificano senza una causa precedente ed efficace; se la serie degli avvenimenti non è determinata nella prescienza di Dio, non tutti gli eventi avvengono come egli ha conosciuto per prescienza che si verificheranno; quindi se non tutti gli eventi si verificano come egli ha conosciuto per prescienza che si verificheranno, non v'è, conclude Cicerone, in Dio la prescienza di tutti gli eventi futuri 19.

La fede cristiana afferma libertà e prescienza...
9. 3. Noi contro queste sacrileghe ed empie affermazioni sosteniamo che Dio conosce tutte le cose prima che avvengano e che noi facciamo con la nostra volontà tutte le azioni che abbiamo coscienza e conoscenza di fare soltanto perché lo vogliamo. Non affermiamo che tutti gli eventi si verifichino fatalmente, anzi affermiamo che nessuno di essi si verifica fatalmente. Sosteniamo appunto che il concetto di fato, come si considera nel linguaggio usuale, cioè attraverso la combinazione degli astri nel concepimento e nascita degli individui, viene affermato senza alcuna prova ed è quindi insignificante. Non neghiamo però la serie delle cause, sulla quale l'azione di Dio è determinante e non la chiamiamo fato, a meno che fato non s'intenda etimologicamente derivato da fari, cioè parlare 20. Non possiamo negare che nella sacra Scrittura è stato scritto: Dio ha parlato una sola volta ma io ho ascoltato queste due cose, che Dio ha il potere e che tu, o Signore, hai la bontà, perché rendi a ciascuno secondo le sue azioni 21. Il concetto: Ha parlato una sola volta significa che ha parlato senza muoversi, cioè senza porsi nel divenire. Ha parlato, come conosce senza divenire tutti gli eventi che si verificheranno e che porterà a compimento. In questo senso potremmo derivare fato da fari, se la parola non fosse già intesa con un altro concetto, al quale noi non vogliamo che il cuore umano sia favorevole. Non è consequenziale che se per Dio è determinata la serie delle cause, per noi ne derivi la negazione del libero arbitrio della volontà. Anche la nostra volontà rientra nella serie delle cause che per Dio è determinata ed è compresa nella sua prescienza perché anche la volontà umana è causa di azioni umane. Così egli che ha avuto prescienza delle cause di tutti gli avvenimenti non ha potuto certamente non conoscere in quelle cause anche la nostra volontà di cui sapeva per prescienza che sarebbe stata causa delle nostre azioni.

...e l'influire delle cause disposte da Dio.
9. 4. Ma anche la concessione dello stesso Cicerone, che non si ha effetto se non precede la causa efficiente, basta a confutarlo su questo problema 22. In che cosa lo suffraga la sua tesi che non si ha effetto senza la causa ma che non ogni causa è fatale, dal momento che si hanno la causa casuale, la causa naturale e la causa volontaria? Basta questo a confutarlo, perché egli ammette che l'effetto si ha soltanto se precede la causa. Non si intende affermare che le cause dette casuali, da cui si ha anche l'etimologia di caso, non siano cause ma che sono nascoste e che si attribuiscono al volere del Dio vero o di spiriti di vario genere. Così non s'intende considerare indipendenti dalla sua volontà le cause naturali perché egli è autore e principio di ogni natura. Infine le cause volontarie sono o di Dio o degli angeli o degli uomini o anche dei vari animali se tuttavia si possono considerare volontà i movimenti di anime prive di ragione con cui esse, nell'appetire o fuggire, compiono azioni secondo la propria natura. Quando parlo della volontà degli angeli, intendo tanto di quelli buoni che chiamiamo semplicemente angeli di Dio come di quelli cattivi che chiamiamo angeli del diavolo o anche demoni. Altrettanto si dica degli uomini, tanto dei buoni come dei cattivi. Se ne conclude che le cause efficienti di tutti i fenomeni non sono che volontarie, cioè di quell'essere che è spirito di vita. Anche l'aria o vento è detto spirito, ma poiché è corpo non è spirito di vita. Lo spirito di vita che vivifica tutto ed è creatore dell'universo corporeo e dell'universo spirituale creato è Dio, cioè lo spirito non creato. Nel suo volere è il sommo influsso causale, perché esso aiuta le volontà buone degli spiriti creati, giudica le cattive, le ordina tutte e ad alcune concede gli influssi causali, ad altre no. Come è creatore di tutte le nature, così è datore di tutti gli influssi causali ma non di tutti i voleri. Il volere cattivo infatti non è da lui perché è contro la natura che è da lui. I corpi quindi sono maggiormente soggetti alla volontà, alcuni alla nostra, cioè di tutti i viventi mortali e maggiormente degli uomini che delle bestie, alcuni alla volontà degli angeli, ma tutti sono principalmente soggetti alla volontà di Dio, alla quale sono soggette anche tutte le volontà, perché hanno soltanto l'influsso causale che egli concede. Dio è dunque causa efficiente e non fatta delle cose, le altre cause invece sono efficienti e fatte, come tutti gli spiriti creati e soprattutto quelli ragionevoli. Le cause corporee che sono più fatte che efficienti non sono da considerare fra le cause efficienti, perché influiscono soltanto sulla cosa che la volontà degli spiriti da esse produce. In qual modo dunque la serie delle cause, che è determinata nella prescienza di Dio, farebbe sì che nulla sia in potere della nostra volontà, quando le nostre volontà hanno un ruolo importante nella serie delle cause stesse?. Cicerone dunque se la prenda con i filosofi che considerano fatale la serie delle cause, anzi la chiamano fato. Noi respingiamo il fato soprattutto in vista della parola che si è soliti intendere nel significato non vero. Per il fatto poi che la serie delle cause è sommamente determinata e nota alla prescienza di Dio, riproviamo Cicerone più noi cristiani che gli stoici. Infatti o nega l'esistenza di Dio, cosa che ha tentato di fare nei libri Sulla natura degli dèi affidando l'incarico a un altro; o se ammette l'esistenza di Dio, pur negandone la prescienza del futuro, anche così fa la medesima affermazione dello sciocco che ha detto in cuor suo: Dio non esiste 23. Un essere che non ha prescienza di tutti gli eventi futuri, certamente non è Dio. Pertanto le nostre volontà hanno l'influsso causale nei limiti che Dio ha voluto con la sua prescienza. Quindi l'influsso causale che hanno, lo hanno infallibilmente e tutto ciò che causeranno lo causeranno esse stesse, perché colui, la cui prescienza non può fallire, ha determinato che avessero influsso causale e che causassero. Quindi se avessi voglia di applicare il nome di fato a una cosa, preferirei dire che il fato del meno efficiente è la volontà del più efficiente che lo ha in potere, anziché dire che è tolto l'arbitrio della nostra volontà con quella serie di cause che gli stoici non nel significato comune ma con un loro significato chiamano fato.

Coesistenza di necessità e libertà...
10. 1. Pertanto non si deve avere tanta paura della necessità. Avendone paura gli stoici si affaticarono a distinguere le cause delle cose in maniera da esimerne alcune dalla necessità e di assoggettarne altre. Fra quelle che considerarono libere dalla necessità hanno posto anche le nostre volontà perché non sarebbero libere se fossero soggette alla necessità. Se si deve considerare nostra necessità la condizione che non è in nostro potere e che, anche se noi non vogliamo, effettua ciò che è in suo potere, come è la necessità della morte, è chiaro che la nostra volontà, con cui si vive autenticamente o banalmente, non è soggetta a una necessità di questo tipo. Infatti compiamo molte azioni che non compiremmo se non volessimo. A questa categoria appartiene il volere stesso perché, se vogliamo, esiste, se non vogliamo, non esiste. Non vorremmo se non volessimo. Se al contrario necessità significa la condizione con cui s'intende che è necessario che una cosa abbia questa essenza o avvenga in questo modo, non capisco perché si teme che ci tolga la libertà del volere. Infatti non s'intende considerare soggetta alla necessità la vita e la prescienza di Dio, se si afferma la necessità che Dio vive nell'eternità e che ha prescienza di tutto. Allo stesso modo non si diminuisce il suo potere quando si dice che egli non può morire e ingannarsi. Non lo può appunto perché se lo potesse avrebbe minor potere. Eppure con ragione si dice che è onnipotente sebbene non possa morire e ingannarsi. Si dice onnipotente perché fa ciò che vuole, non perché subisce ciò che non vuole; se questo si verificasse in lui, non sarebbe affatto onnipotente. E appunto perché è onnipotente non può alcune cose. Affermare che necessariamente, quando si vuole, si vuole con il libero arbitrio è senza dubbio affermare il vero, ma non per questo il libero arbitrio si considera soggetto alla necessità che toglie la libertà. C'è dunque una nostra volontà ed essa è causa efficiente di ogni azione che si compie volendo e che non sarebbe compiuta se non si volesse. Ed anche se un individuo subisce senza volere un'azione dalla volontà degli altri, anche in questo caso la volontà influisce sebbene non la sua, comunque volontà umana, ma il potere è di Dio. Infatti se fosse soltanto volontà e non potesse ciò che vuole, sarebbe impedita da una volontà superiore, ma anche in questo caso la volontà rimane volontà e non di un altro ma di colui che vuole, anche se non può effettuare ciò che vuole. Ne consegue che non deve attribuire l'influsso che subisce indipendentemente dal proprio volere a volontà umane o angeliche o di altro spirito creato ma di colui che concede di influire a chi usa la volontà.

...di libertà e prescienza divina.
10. 2. Dunque non perché Dio ha conosciuto per prescienza ciò che avverrà nella nostra volontà, non si dà nulla in potere della nostra volontà. Infatti se ha previsto questo fatto, ha previsto qualche cosa. Quindi se colui che ha previsto ciò che sarebbe avvenuto nella nostra volontà, non ha previsto un nulla ma qualche cosa; certamente anche se egli ne ha prescienza, c'è qualcosa in potere della nostra volontà. Pertanto non si è costretti o affermando la prescienza di Dio a negare l'arbitrio della volontà o affermando l'arbitrio della volontà a negare che Dio è presciente del futuro. Sarebbe questa un'affermazione empia. Noi cristiani accettiamo l'uno e l'altro, affermiamo per fede e ragione l'uno e l'altro, la prescienza per creder bene, l'arbitrio per viver bene. Si vive male se di Dio non si pensa bene. Per volere liberamente non si deve negare la sua prescienza, perché col suo aiuto siamo o saremo liberi. Quindi non è inutile che vi siano le leggi, le punizioni, i consigli, le lodi e i rimproveri, perché Dio ha conosciuto per prescienza che si sarebbero verificati; inoltre influiscono moltissimo nei limiti in cui egli ha conosciuto per prescienza che avrebbero influito. Così influiscono le preghiere per ottenere i favori che egli ha conosciuto per prescienza di concedere a chi prega; e giustamente sono stati stabiliti premi per le buone azioni e castighi per i peccati. Ma l'uomo non pecca perché Dio ha conosciuto per prescienza che avrebbe peccato. Anzi è innegabile che pecca, quando pecca, perché Dio, la cui prescienza non può fallire, non ha conosciuto per prescienza che il destino, o il caso o altro di simile, ma che proprio lui avrebbe peccato. Se non vuole non pecca, ma se non vorrà peccare, anche questo Dio ha conosciuto per prescienza.

Dio è l'universale provvidenza.
11. Dunque il Dio sommo e vero con il Verbo e con lo Spirito Santo, che sono una sola essenza in tre persone, è un solo Dio onnipotente, creatore e fattore dell'universo spirituale e sensibile. Partecipando di lui sono felici tutti gli esseri che sono felici nella verità e non nella menzogna. Egli ha creato l'uomo come animale ragionevole composto di anima e di corpo e non ha permesso che dopo il peccato rimanesse impunito ma non lo ha privato della sua misericordia. Ha concesso ai buoni e ai cattivi l'essere comune con le pietre, la vita del seme comune con gli alberi, la vita del senso comune con le bestie, la vita dell'intelligenza comune con i soli angeli. Da lui sono ogni misura, ogni bellezza, ogni ordine, la proporzione, il numero e il peso. Da lui è ogni essere secondo la propria natura, di qualsiasi genere, di qualsiasi valore. Da lui sono i semi delle forme e le forme dei semi e il divenire dei semi e delle forme. Anche alla carne egli ha dato l'origine, la bellezza, il vigore, la fecondità per la propagazione, la struttura delle membra, il benessere organico. Anche all'anima irragionevole ha dato la memoria, il senso e l'appetito e a quella ragionevole la mente, l'intelligenza e la volontà. Egli non ha lasciato senza l'armonia e quasi la pace delle parti non solo il cielo e la terra, l'angelo e l'uomo, ma anche l'interno di un piccolo e insignificante animale, la piuma di un uccello, il fiore dell'erba, la foglia dell'albero. Quindi non si deve assolutamente pensare che abbia voluto rendere estranei alle leggi della sua provvidenza i regni umani, i loro domini e soggezioni.

Confronto fra la visione irrazionalista e razionalista (12-26)

Virtù civili dei Romani: amore alla libertà.
12. 1. Ed ora esaminiamo le virtù civili dei Romani che il vero Dio ha voluto favorire per l'ingrandimento dell'impero e quale ne è la ragione, poiché in suo potere sono tutti i regni terreni. Per poterne trattare più esaurientemente, ho scritto, in aderenza all'argomento, il libro precedente, in quanto gli dèi, che i Romani hanno ritenuto di dover adorare anche per banali interessi, non hanno alcun potere in questo settore. Ho premesso anche la prima parte di questo libro fino a questo punto per definire la questione del fato, affinché chi fosse convinto che l'impero non si era ingrandito e conservato mediante il culto degli dèi non attribuisse il fatto a non saprei quale destino piuttosto che alla volontà altamente potente del sommo Dio. Ora i più antichi Romani, stando a quanto insegna e ricorda la loro storia, sebbene adorassero falsi dèi e sacrificassero non a Dio ma ai demoni, come gli altri popoli eccetto il popolo ebraico, tuttavia erano desiderosi di lode e non attaccati al guadagno, volevano una grande gloria e una dignitosa ricchezza 24. Amarono la gloria ardentemente, per essa vollero vivere, per essa non esitarono a morire, repressero le altre passioni nella veemente passione della sola gloria. E poiché ritenevano inglorioso essere soggetti e glorioso assoggettare col dominio, desiderarono che la loro patria fosse dapprima libera e poi dominatrice. Per questo motivo non tollerando il dominio dei re, costituirono annuali le cariche del comando e due capi 25. Essi furono chiamati consoli da consigliare e non re o signori da regnare e signoreggiare 26. E sebbene i re, come sembra, siano denominati da reggere come il regno dai re e i re, come è stato detto, da reggere, tuttavia l'orgoglio regale fu considerato non l'esercizio del potere di chi regge o la benevolenza di chi consiglia ma la superbia di chi la fa da padrone. Perciò dopo l'espulsione di Tarquinio e la costituzione del consolato si verificò ciò che il citato autore scrisse in lode dei Romani: È incredibile quanto progredì la città col conseguimento della libertà, perché era sopravvenuta la grande passione della gloria 27. Dunque il desiderio di lode e la passione della gloria produssero opere degne di ammirazione, cioè lodevoli e gloriose secondo la valutazione umana.

L'ambizione al potere e alla gloria in Cesare...
12. 2. Il citato Sallustio esalta come grandi e illustri uomini del suo tempo Marco Catone e Caio Cesare. Dice che da tempo lo Stato non aveva avuto un individuo eccellente per valore ma che al suo tempo si ebbero quei due di grande valore, sebbene di diverse attitudini. A lode di Cesare ricorda che ambiva per sé un forte dominio, un esercito e una nuova guerra, durante la quale potesse segnalarsi il suo valore. C'era dunque nell'ambizione degli individui valorosi che Bellona spingesse alla guerra popoli disgraziati e li sconvolgesse in una sventura sanguinosa perché si presentasse l'occasione in cui emergesse il valore degli individui. Lo esigevano certamente il desiderio di lode e la passione della gloria. I Romani perciò compirono grandi imprese dapprima per amore della libertà e poi anche del dominio e per la passione della lode e della gloria. Un loro insigne poeta rende loro testimonianza dell'uno e dell'altro; ha cantato: Porsenna ingiungeva di riammettere l'espulso Tarquinio e assediava Roma con un grande esercito. I discendenti di Enea accorrevano alla guerra per la difesa della libertà 28. In quel tempo quindi considerarono grandezza o morire da forti o vivere liberi. Ma conseguita la libertà era sopraggiunta una così grande passione della gloria che diveniva trascurabile la sola libertà, se non si cercava anche il dominio. Si considerava grande il sentimento che il medesimo poeta esprime facendo parlare Giove: Anzi la spietata Giunone, che ora sconvolge col timore mare, terra e cielo, muterà in meglio le proprie intenzioni e favorirà con me i Romani padroni del mondo e gente togata. Così ho disposto. Col passare degli anni verrà un tempo, in cui i discendenti di Assaraco assoggetteranno Ftia e la illustre Micene e signoreggeranno sui Greci vinti 29. Ovviamente Virgilio facendo prevedere da Giove come futuri questi eventi, li rievocava come passati o li osservava come presenti. Comunque io ho voluto richiamarli per mostrare appunto che dopo la libertà i Romani considerarono il dominio in maniera tale che apparisse fra le lodi loro dovute. Da qui deriva la concezione del medesimo poeta di considerare superiori alle arti delle altre genti le attività proprie dei Romani, del reggere col dominio e di sottomettere con la guerra. Ha cantato: Gli altri scolpiranno con maggiore delicatezza i bronzi che sembrano respirare, lo ammetto, faranno uscire dal marmo dei volti vivi, difenderanno meglio le cause, tracceranno in un cerchio i movimenti del cielo e definiranno il sorgere degli astri. Tu, o Romano, ricordati, poiché queste sono le tue arti, di reggere i popoli col dominio, d'imporre le condizioni della pace, di risparmiare i soggetti e di sconfiggere i ribelli 30.

... e negli inetti.
12. 3. Esercitavano queste arti con tanto maggior bravura quanto meno si davano ai piaceri e all'infiacchimento spirituale e fisico nel procacciarsi e aumentare le ricchezze e nel rendere con esse depravati i costumi rubando ai cittadini onesti e largheggiando con gli attori disonesti. Pertanto giacché la depravazione morale, quando Sallustio scriveva e Virgilio cantava questi fatti, aveva il pieno sopravvento, ambivano cariche onorifiche e gloria non con le arti del potere ma con brogli fraudolenti. Perciò scrive il citato Sallustio: Dapprima più l'ambizione che l'avarizia travolgeva la coscienza degli individui. Tuttavia il vizio dell'ambizione è molto vicino alla virtù. Infatti tanto la persona capace che l'inetta cercano di procacciarsi gloria, onore e potere, ma il primo vi tende per la via giusta, l'altro, giacché gli mancano le buone arti, vi aspira con i brogli fraudolenti 31. Sono queste le buone arti: il raggiungere, cioè, l'onore, la gloria e il potere mediante la virtù e non mediante l'ambizione; tuttavia tanto la persona capace che l'inetta si affannano a raggiungerli, ma quegli, cioè la persona capace, vi tende per la via giusta. La via è la virtù con cui si tende come alla mèta del conseguimento, cioè alla gloria, all'onore e al potere. Che i Romani avessero innato questo sentimento lo indicano nella loro città anche i tempietti, costruiti appunto in contiguità, degli dèi Virtù e Onore 32, sebbene considerassero dèi i doni di Dio. Dal fatto è possibile capire quale, secondo le loro intenzioni, fosse la mèta della virtù e a che cosa la riferivano quelli che erano buoni, cioè all'onore. I cattivi non avevano la virtù, sebbene bramassero conseguire l'onore che tentavano di conquistare con le cattive arti, cioè con i brogli fraudolenti.

Virtù e gloria in Catone l'Uticense.
12. 4. Più distintamente è stato esaltato Catone. Di lui ha detto Sallustio: Quando meno cercava la gloria, tanto più essa lo seguiva 33. Ma se la gloria, della cui passione ardevano, è il giudizio di individui che hanno una buona opinione di altri, è migliore la virtù che non è contenta del riconoscimento umano, salvo quello della propria coscienza. Per questo dice l'Apostolo: La nostra gloria è questa, il riconoscimento della nostra coscienza 34; e in un altro passo: Ciascuno esamini la propria azione e allora avrà gloria soltanto in se stesso e non in un altro 35. Dunque la virtù non deve seguire la gloria, l'onore e il potere, cui i Romani aspiravano e che i buoni tendevano a raggiungere con le buone arti, ma questi beni devono seguire la virtù. Infatti non è vera virtù se non tende a quel fine che è per l'uomo il bene ottimo. Quindi Catone non avrebbe dovuto aspirare alle cariche onorifiche, cui aspirò, ma lo Stato avrebbe dovuto conferirgliele anche se non vi aspirava.

Concetto di virtù civile in Catone.
12. 5. Ma dato che nel ricordo di Sallustio i due Romani, Cesare e Catone, furono grandi per virtù, la virtù di Catone, a mio parere, fu molto più vicina di quella di Cesare al suo vero significato. Pertanto ascoltiamo dalle parole stesse di Catone la condizione dello Stato in quel tempo e anteriormente. Non crediate, egli dice, che i nostri antenati hanno con le armi reso grande lo Stato da piccolo che era. Se così fosse, ne avremmo uno molto più perfetto. Noi infatti abbiamo nei confronti degli antenati un numero più grande di cittadini e di alleati, di armi e di cavalli. Ma furono altre le doti che li resero grandi e che a noi mancano: l'operosità in privato, una giusta amministrazione in pubblico, l'animo libero nelle decisioni, non soggetto alla delinquenza e alla passione. Al loro posto noi abbiamo la dissolutezza e l'avarizia, nell'amministrazione dello Stato il dissesto, in quella privata l'abbondanza. Apprezziamo la ricchezza e facciamo l'ozio, non esiste distinzione fra onesti e disonesti, l'ambizione usurpa le prerogative della virtù. Non c'è da meravigliarsene. Quando voi deliberate nella prospettiva dei vari individualismi, quando in privato vi rendete schiavi dei piaceri e in pubblico del lucro e dei favoritismi, ne consegue un assalto allo Stato privo di difensori 36.

La virtù e il valore dei pochi.
12. 6. Chi ascolta le parole di Catone o meglio di Sallustio pensa che tutti gli antichi Romani o molti di loro fossero tali quali vengono esaltati. Non è così; altrimenti non sarebbero veri i fatti che lo stesso Sallustio narra e che io ho ricordato nel secondo libro di quest'opera 37. Egli afferma in quei passi che le ingiustizie dei potenti e a causa di esse la secessione della plebe dai patrizi e le altre discordie si ebbero in città fin dal principio. Si amministrò, aggiunge, con diritto equo e moderato non più a lungo del periodo in cui, con l'espulsione dei re, si ebbe il timore proveniente da Tarquinio, finché, cioè, non finì la grave guerra che per colpa di lui era stata intrapresa con l'Etruria. In seguito i patrizi trattarono la plebe da schiava, l'afflissero con un potere regale, la privarono dei campi e amministrarono da soli lo Stato con l'esclusione degli altri 38. Queste discordie, rinfocolate perché gli uni volevano dominare e gli altri non volevano sottostare, ebbero fine con la seconda guerra punica, perché un nuovo grave timore cominciò a incalzare e a frenare, a causa di un'altra più grave preoccupazione, gli spiriti inquieti dalle turbolenze, e a richiamarli alla concordia civica. Ma i grandi successi si ottennero per l'opera di pochi individui, onesti nel loro limite, sicché, affrontata e superata la difficile situazione mediante l'accortezza di poche persone dabbene, lo Stato progredì. Il medesimo storico confessa che, quando leggeva o udiva le molte celebri imprese compiute dal popolo romano in pace e in guerra, in guerre navali e terrestri, amava rivolgere l'attenzione sulla forza che aveva portato a compimento opere tanto grandi 39. Sapeva infatti che spesso una piccola schiera di Romani si era battuta con potenti legioni nemiche, aveva conosciuto le guerre compiute da soldati sprovvisti con regni forniti di mezzi. A forza di pensare, egli confessa, ha dovuto concludere che l'eccellente valore di pochi cittadini aveva realizzato tutte queste opere col risultato che la povertà aveva superato la ricchezza, i pochi avevano sconfitto i molti. Ma dopo che, soggiunge, la città fu depravata dal lusso e dall'inerzia, di nuovo lo Stato doveva mantenere con la propria grandezza i vizi dei capi e dei magistrati 40. Dunque anche da Catone è stata lodata la virtù dei pochi che aspiravano alla gloria, all'onore e al potere per la via giusta, cioè la stessa virtù. Da essa derivava l'operosità in privato, ricordata da Catone, in modo che l'erario fosse fornito e modeste le sostanze private. Per conseguenza, con la depravazione dei costumi, il vizio contrappose in pubblico la miseria e in privato l'abbondanza 41.

La gloria e l'eroe pagano.
13. Per la qual cosa dopo la lunga durata degli illustri imperi dell'Oriente Dio volle che se ne formasse uno occidentale il quale, pur essendo posteriore nel tempo, fosse più illustre per l'estensione e la grandezza del dominio. Per punire la grave immoralità di molti popoli lo concesse di preferenza a individui che nella prospettiva dell'onore, della fama e della gloria provvidero alla patria, in cui aspiravano alla gloria stessa. Essi non dubitarono di anteporre la sua salvezza alla propria perché reprimevano il desiderio del guadagno e molti altri vizi per soddisfare questo solo vizio, cioè l'amore della fama. A proposito pensa più giustamente chi riconosce come vizio anche l'amore della fama. Il motivo non sfuggì neanche al poeta Orazio che dice: Se sei gonfio dell'amore alla fama, ci sono mezzi di purificazione che potranno rinnovarti; basta che leggi con animo schietto per tre volte un piccolo libro 42. E in un'ode così ha cantato per reprimere la brama sulla passione del potere: Dominerai su una estensione più vasta se domerai lo spirito avido che se unissi la Libia al territorio di Cadice e se fossero soggetti soltanto a te i Fenici e i Cartaginesi 43. Tuttavia coloro che non frenano le passioni più turpi con la fede religiosa mediante la partecipazione dello Spirito Santo e con l'amore della bellezza ideale, ma almeno col desiderio della fama e della gloria, non sono certamente santi ma meno disonesti. Anche Cicerone non ha potuto tacere sull'argomento nei citati libri Della repubblica, là dove parla della formazione del capo dello Stato. Afferma che egli deve essere nutrito di gloria e in seguito ricorda che i propri antenati per il desiderio della gloria compirono azioni degne di alta ammirazione 44. Quindi non solo non resistevano a questo vizio, anzi ritenevano di doverlo stimolare e accendere, perché pensavano che fosse utile per lo Stato. Ed anche nelle opere filosofiche Cicerone non passa sotto silenzio questa imperfezione, anzi ne parla apertamente. Trattando appunto degli studi filosofici che si devono seguire con lo scopo del vero bene e non per l'orgoglio della fama, espresse questa opinione che era quella di tutti: L'onore alimenta le arti e dalla gloria tutti sono stimolati alle varie attività e saranno sempre neglette quelle attività che sono disapprovate dall'opinione pubblica 45.

la gloria e l'eroe cristiano.
14. A questa passione dunque senza dubbio è meglio resistere che acconsentire. Si è infatti tanto più simili a Dio quanto più si è immuni da questa colpa. Ed anche se nella vita presente non si estirpa completamente dal cuore, perché non cessa di tentare anche le coscienze che fanno buoni progressi, si superi per lo meno la passione della gloria con l'amore alla giustizia. E se in certi casi rimangono neglette le attività che sono disapprovate dall'opinione pubblica, se esse sono buone e oneste, anche l'amore della fama abbia il pudore di cedere all'amore della verità. Il vizio in parola infatti è molto contrario alla fede religiosa se nella coscienza è maggiore la passione della gloria che il timore e l'amore di Dio. In proposito ha detto il Signore: Come potete credere se cercate la gloria l'un dall'altro e non cercate la gloria che viene soltanto da Dio? 46. Per lo stesso motivo ha detto un Evangelista nei confronti di alcuni che avevano creduto nel Cristo ma temevano di confessarlo apertamente: Hanno amato di più la gloria degli uomini che quella di Dio 47. I santi Apostoli non si comportarono così. Essi predicavano il cristianesimo dove esso era disapprovato secondo le parole di Cicerone: Rimangono sempre neglette le attività che sono disapprovate dall'opinione pubblica. In alcuni luoghi anzi esso era oggetto di grandissima esecrazione. Ma essi tenevano presente ciò che avevano udito dal divino Maestro che è anche medico delle coscienze: Se qualcuno mi rinnegherà davanti agli uomini, lo rinnegherò anche io davanti al Padre mio che è nei cieli o anche davanti agli angeli di Dio 48. Quindi fra le maledizioni e gli insulti, fra gravissime persecuzioni e pene crudeli non si lasciavano distogliere dalla predicazione della salvezza umana per timore dello strepito della disapprovazione umana. E conseguirono nella Chiesa di Cristo una gloria straordinaria appunto perché affermavano una dottrina divina con l'azione, la parola e la vita disarmando con la loro condotta i cuori duri e facendo intravedere la pace della giustizia. Ma essi non si fermavano alla gloria come a un obiettivo della propria vita ma la riferivano alla gloria di Dio, perché con la sua grazia erano quel che erano. Ed anche con questo stimolo accendevano coloro di cui si prendevano cura affinché anche i proseliti fossero quali essi erano. Appunto perché non fossero buoni per la gloria umana, il loro Maestro li aveva educati con queste parole: Guardatevi dal fare le vostre opere di giustizia davanti agli uomini per essere osservati da loro; altrimenti non avrete la ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli 49. Ma a sua volta, affinché interpretando male quelle parole non avessero timore di essere graditi agli uomini e nascondendo la propria bontà non giovassero di meno, egli mostrando il fine per cui devono farsi conoscere, ha detto: Le vostre opere buone risplendano davanti agli uomini perché osservino le vostre buone azioni e diano gloria al Padre vostro che è nei cieli 50. Dunque non affinché siate osservati da loro, cioè con l'intenzione di farli volgere verso di voi, giacché non da voi siete qualche cosa, ma affinché diano gloria al Padre vostro che è nei cieli, cioè affinché volgendosi a lui divengano quel che voi siete. Li seguirono i martiri i quali superarono gli Scevola, i Curzio, i Decio, perché non s'inflissero la pena da sé ma, essendo stata loro inflitta, la subirono con vera virtù perché con vera pietà e in numero straordinario. I Romani però erano nella città terrena e ad essi era stato assegnato come obiettivo di tutti i doveri verso di lei la sua sopravvivenza e il regno non in cielo ma in terra, non nella vita eterna ma nel recedere di coloro che morivano e nel succedere di altri che sarebbero morti anche essi. Che altro dunque potevano amare se non la gloria, mediante la quale volevano quasi sopravvivere nella fama?

Gloria ricompensa divina ai Romani.
15. Ad essi dunque Dio non avrebbe data la vita eterna con i suoi santi angeli nella città celeste, perché al suo consorzio conduce la vera pietà la quale tributa il servizio religioso, che i Greci chiamano soltanto al vero Dio. Ma se egli non avesse concesso loro la gloria terrena di un impero altamente illustre, non avrebbe assegnata la ricompensa alle loro oneste doti civili, cioè alle virtù con cui aspiravano a raggiungere una gloria tanto insigne. Di individui che mostrano di fare qualche cosa di bene con lo scopo di avere la gloria dagli uomini, anche il Signore ha detto: In verità vi dico: hanno percepito la loro ricompensa 51. Per questo anche i Romani disprezzarono gli interessi privati per l'interesse comune che è lo Stato e per il suo erario, resistettero all'avarizia, provvidero alla patria con libere consultazioni e in virtù delle proprie leggi non furono soggetti alla delinquenza e alla passione. Con tutte queste belle doti aspirarono come per una via giusta agli onori, al potere e alla gloria. Sono stati onorati quasi presso tutti i popoli, hanno imposto le obbligazioni del potere a molti popoli ed oggi hanno la gloria pressoché in tutti i popoli nella letteratura e nella storia. Non hanno da lamentarsi della giustizia del vero e sommo Dio; hanno percepito la propria ricompensa.

Confronto con la città di Dio.
16. Al contrario la mercede dei santi è ben altra, anche se qui sopportano oltraggi per la verità divina che è odiosa agli amatori di questo mondo. La città di Dio è eterna. In essa non si nasce perché non si muore. In essa è la vera e piena felicità, non una dea, ma un dono di Dio. Della sua esistenza abbiamo ricevuto come caparra la fede, finché esuli sospiriamo alla sua bellezza. In essa non sorge il sole sopra i buoni e i cattivi 52, ma il sole della giustizia inonda soltanto i buoni. In essa non sarà un grande lavoro arricchire con le misere fortune private l'erario pubblico perché il tesoro della verità è comune. Quindi l'impero romano fu reso grande per la gloria umana non solo perché fosse corrisposta una ricompensa come quella a uomini come quelli, ma anche perché i cittadini della città eterna, finché sono esuli in questo mondo, osservino con attenzione e prudenza quegli esempi e capiscano l'amore che si deve alla patria celeste in vista della vita eterna, se la patria terrena fu tanto amata dai suoi cittadini in vista della gloria umana.

A parte la gloria eguaglianza fra vinti e vincitori.
17. 1. Infatti per quanto attiene alla vita di individui destinati a morire, la quale in pochi giorni si svolge e giunge alla fine, che differenza fa il potere della persona, alla quale un individuo che deve morire vive soggetto, se i governanti non costringono ad azioni empie ed ingiuste? O forse i Romani hanno recato un qualche danno ai popoli assoggettati, ai quali hanno imposto le proprie leggi, se la sottomissione non fosse stata realizzata mediante l'enorme sterminio delle guerre? Se fosse avvenuta per accordo, sarebbe avvenuta con esito più felice ma non si sarebbe avuta la gloria dei vincitori. In definitiva anche i Romani vivevano sotto le proprie leggi che imponevano agli altri. Se la sottomissione fosse avvenuta senza Marte e Bellona, così che non si sarebbe avuta neanche Vittoria, poiché non si vinceva se non si combatteva, si sarebbe avuta una sola e identica condizione per i Romani e gli altri popoli. Questo vale soprattutto se fin d'allora si fosse preso il provvedimento, preso in seguito con squisito senso di umanità, che tutti i dipendenti dell'impero romano avessero i diritti di cittadinanza e fossero cittadini romani e così fosse di tutti quello che era il privilegio di pochi. Ovviamente la plebe che non aveva campi avrebbe dovuto ricevere il sostentamento a spese dello Stato ed esso nella gestione di buoni amministratori statali sarebbe stato elargito più volentieri da individui consenzienti che se fosse estorto ai vinti.

La virtù romana stimolo alla cristiana.
17. 2. Non vedo proprio che importanza abbia per il benessere e la moralità, i quali sono certamente valori umani, che gli uni abbiano vinto e gli altri siano stati vinti, se si esclude il vuoto orgoglio dell'umana gloria. Proprio in questo orgoglio hanno ricevuto la propria ricompensa coloro che divamparono di questa immane passione e fecero divampare delle guerre. Forse che i loro campi non pagano le tasse? O a loro è possibile farsi una cultura e agli altri non è possibile? Non vi sono forse molti senatori in altre regioni che non conoscono Roma neanche di vista? A parte la vanagloria, che altro sono tutti gli uomini se non uomini? Ed anche se il pervertimento del mondo consentisse che i migliori fossero più onorati, neanche in questa prospettiva si dovrebbe apprezzare tanto l'onore umano, perché il fumo non ha alcun peso. Ma anche da questa considerazione approfittiamo della bontà del Signore Dio nostro. Riflettiamo che coloro, i quali hanno meritato di avere come ricompensa la gloria umana, per raggiungerla hanno rinunciato a grandi agi, hanno affrontato molti disagi, hanno inibito tante passioni. Valga dunque anche questa considerazione per reprimere la superbia. Inoltre la città, in cui ci è stato promesso di regnare, è così diversa dalla terrena quanto il cielo dalla terra, la vita eterna dalla gioia nel tempo, una gloria piena dalle vuote esaltazioni, la società degli angeli da quella dei mortali, la luce di chi ha creato il sole e la luna dalla loro luce. Non pensino dunque i cittadini di una patria così sublime di aver fatto tanto se per raggiungerla faranno qualche opera buona o sopporteranno qualche sofferenza, quando i Romani per la patria terrena già realizzata hanno compiuto grandi imprese e affrontato grandi disagi. Si aggiunge che la remissione dei peccati che aduna i cittadini alla patria eterna ha un aspetto col quale, per una certa analogia, ebbe somiglianza l'asilo di Romolo, perché l'impunità dei vari delitti vi radunava la moltitudine con cui fondare la città.

Confronto fra la città nell'abnegazione...
18. 1. È forse un grande sacrificio respingere tutte le lusinghe, per quanto deliziose, di questo mondo per l'eterna patria in cielo, se per quella passeggera in terra Bruto ha potuto perfino uccidere i figli 53? Ed è un'azione che la patria celeste non costringe nessuno a compiere. Certo, è più difficile il gesto di mandare a morte i figli che quello da compiere per la città eterna, e cioè dare ai poveri le ricchezze che si era ritenuto doveroso mettere da parte per i figli ovvero rinunziarle se s'impone la scelta che spinga a compiere il gesto per la religione e per la giustizia. Infatti le ricchezze terrene non rendono felici né noi né i nostri figli perché o si devono perdere mentre ancora viviamo o perché dopo la nostra morte saranno possedute da chi non conosciamo o forse anche da chi non vorremmo. Soltanto Dio rende felice perché è la vera ricchezza delle coscienze. Al contrario anche un poeta, che pur loda Bruto, ne dichiara l'infelicità per il fatto che uccise i figli. Dice: Un padre per l'amata libertà condannerà a morte i figli che preparano nuove guerre? Sciagurato, in qualsiasi modo i posteri giudicheranno quei fatti. Ma nel verso seguente consola l'infelice: Vincono l'amore della patria e l'immensa passione della gloria 54. Sono i due valori, la libertà e la passione della gloria umana, che spinsero i Romani ad azioni degne di ammirazione. Ora per la libertà di individui destinati a morire e per il desiderio delle lodi che si aspettano da individui mortali fu possibile che i figli fossero uccisi dal padre. È forse dunque un grande gesto se per la vera libertà, che ci rende liberi dal potere dell'iniquità, della morte e del diavolo, e non mediante la passione delle lodi umane ma mediante l'amore per la liberazione degli uomini e non dal re Tarquinio ma dai demoni e dal loro capo, senza mandare a morte i propri figli, si riconoscono come figli i poveri di Cristo?

...nel compimento di nobili azioni...
18. 2. Un altro capo romano, Torquato di cognome, uccise il figlio non perché aveva combattuto contro la patria ma perché, provocato da un nemico, per ardore giovanile aveva combattuto per la patria, tuttavia contro il proprio comando, cioè contro ciò che aveva comandato il padre comandante e nonostante che avesse vinto 55; e lo fece affinché non si avesse maggior male nell'esempio della trasgressione di un comando che bene nella gloria dell'uccisione di un nemico. Perché si vanterebbero dunque coloro che per le leggi della patria immortale disprezzano tutti i beni terreni che sono amati molto meno dei figli? Furio Camillo, dopo aver rimosso dal collo di Roma il giogo dei Veienti, nemici implacabili, e sebbene fosse stato fatto condannare dagli invidiosi, ancora una volta liberò l'ingrata patria dai Galli, perché non ne aveva una migliore in cui vivere più gloriosamente 56. Perché dunque si inorgoglirebbe come di un gesto magnanimo chi, avendo sofferto nella Chiesa da parte di avversari una grave diffamazione, non è passato agli eretici nemici di lei o non ha fondato contro di lei una nuova setta, anzi l'ha difesa secondo le sue possibilità dalla pericolosa depravazione degli eretici? In definitiva è la sola società in cui non si vive certamente per avere la reputazione degli uomini ma per raggiungere la vita eterna. Muzio, affinché si venisse alla pace con Porsenna che impegnava i Romani con una guerra molto dura, dato che non riuscì ad uccidere Porsenna e per errore uccise un altro in vece sua, in sua presenza stese la mano su un braciere acceso e gli manifestò che molti come lui avevano cospirato per ucciderlo. Il re temendo la fortezza, il coraggio e il giuramento di uomini così coraggiosi, senza esitazione stipulando la pace, rinunciò a continuare la guerra 57. Chi dunque potrà rinfacciare al regno dei cieli le proprie benemerenze se per esso sacrificherà sulle fiamme, non agendo di propria iniziativa ma subendo da un altro, non soltanto una mano ma tutto il corpo? Curzio armato si precipitò a cavallo spronato in un precipizio in obbedienza agli oracoli dei propri dèi perché avevano ordinato che vi fosse gettato ciò che i Romani avevano di meglio 58. Essi capirono che erano eccellenti in uomini e armi e per questo era necessario che in esecuzione agli ordini degli dèi un uomo armato andasse incontro a quella morte. Perché dunque dovrà dire di avere fatto un grande sacrificio per la patria eterna chi dovendo subire un nemico della propria fede morrà non perché incontra una morte simile di propria iniziativa ma perché vi è mandato dall'altro? Tanto più che ha avuto dal suo Signore che è anche il re della sua patria un più sicuro oracolo: Non temete coloro che uccidono il corpo ma non possono uccidere l'anima 59. I Decii con determinate parole si offrirono in certo senso ad essere uccisi [come vittime] affinché, placatasi con la loro morte l'ira degli dèi, l'esercito romano riuscisse a liberarsi 60. Dunque i santi martiri non dovranno insuperbire, come se abbiano fatto un'azione sublime per far parte della patria celeste, dove la felicità è vera ed eterna, se hanno combattuto fino allo spargimento del sangue, perché con la fede della carità e con la carità della fede amavano, come è stato loro comandato, non solo i propri fratelli, per i quali il loro sangue era versato, ma anche i nemici, dai quali era versato. A Marco Polvillo, mentre dedicava il tempio di Giove, Giunone e Minerva, fu annunziata falsamente da alcuni invidiosi la morte del figlio, affinché, angosciato da quella notizia, si allontanasse e così il suo collega avesse la gloria della dedicazione; ma egli non se ne curò, anzi diede ordine di lasciare il figlio insepolto, perché nel suo cuore la passione della gloria era superiore al dolore della perdita 61. Perché dunque dovrebbe dire di aver fatto un grande sacrificio per la diffusione del santo Vangelo, con cui i cittadini della patria superna sono liberati e raccolti nell'unità dalle varie dottrine erronee, colui che, preoccupato della sepoltura del proprio padre, ascoltò dal Signore: Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i propri morti? 62. Regolo, per non spergiurare a nemici spietati, da Roma se ne tornò presso di loro perché, come si narra che abbia risposto ai Romani i quali volevano trattenerlo, non avrebbe potuto, dopo essere stato schiavo degli Africani, mantenere in patria la dignità di cittadino onorato. I Cartaginesi, giacché in senato aveva parlato contro il loro intento, lo fecero morire in mezzo a indicibili tormenti 63. Quali tormenti dunque non si devono affrontare nella fedeltà alla patria celeste, alla cui felicità la fedeltà stessa ci conduce? Ovvero che cosa si renderà al Signore per tutti i benefici che ci ha reso 64 se, per la fedeltà che gli si deve, un individuo subirà tormenti eguali a quelli subiti da Regolo nella fedeltà che doveva a nemici sanguinari? Come oserà il cristiano inorgoglirsi della povertà volontaria, con la quale nell'esilio di questa vita camminerà più speditamente per la via che conduce alla patria in cui vera ricchezza è Dio, quando ascolta o legge che Lucio Valerio, il quale morì durante il proprio consolato, era tanto povero che il suo funerale fu pagato con i denari raccolti dal popolo? 65, quando ascolta o legge che Quinzio Cincinnato, il quale possedeva quattro iugeri e li coltivava con le proprie mani, mentre arava fu chiamato ad essere dittatore, superiore quindi per carica al console, e dopo aver conseguito una gloria insigne con la vittoria sui nemici, si mantenne nella medesima povertà? 66. O quale grande vanto vorrà menare chi senza alcun vantaggio terreno sarà attratto dalla patria eterna, quando saprà che non fu possibile strappare Fabrizio dalla cittadinanza romana nonostante le grandi offerte di Pirro, re di Epiro, compresa la quarta parte del regno e che preferì rimanere privato cittadino in patria nella propria povertà? 67. I Romani possedevano dunque un patrimonio pubblico, cioè del popolo e della patria, cioè patrimonio comune, molto ricco. Eppure come patrimonio domestico erano tanto poveri che uno di loro, sebbene fosse stato console due volte, fu cacciato da quel senato di poveri con nota del censore perché si trovò che aveva negli scrigni dieci libbre di argento 68. Ed erano poveri proprio quelli dalle cui vittorie era arricchito l'erario pubblico. Anche alcuni cristiani con intenzione più nobile mettono in comune le proprie ricchezze attenendosi alla narrazione degli Atti degli Apostoli 69, in modo che si distribuisca a ciascuno secondo il bisogno e non si consideri nulla proprio ma per loro tutti i beni siano in comune. Tutti costoro non capiscono forse che non è bello gonfiarsi di orgoglio perché compiono quel gesto per raggiungere la società degli angeli, quando quella gente faceva qualche cosa di pressoché eguale per conservare la gloria di Roma?.

...e nelle rispettive ricompense.
18. 3. Questi esempi ed altri, se ve ne sono nella loro letteratura, non sarebbero divulgati ed esaltati da una fama così grande se l'impero romano, diffuso in ogni parte, non fosse reso illustre da gesti nobilissimi. Quindi mediante l'impero, tanto esteso e durato tanto a lungo, splendido per gloria a causa delle virtù di uomini grandi, fu data all'impegno dei Romani la ricompensa che chiedevano e a noi sono stati proposti esempi di stimolante incentivo. Dobbiamo appunto provare rimorso se non pratichiamo per la gloriosissima città di Dio le virtù, alle quali in certo modo sono simili quelle che essi praticavano per la gloria della città terrena. Se al contrario le abbiamo praticate, non dobbiamo insuperbirci perché, come dice l'Apostolo, non sono adeguati i patimenti di questo tempo alla gloria futura che si manifesterà in noi 70. Al contrario la vita dei Romani era considerata profondamente adeguata alla gloria umana del tempo presente. Anche i Giudei che hanno ucciso il Cristo sono stati consegnati con perfetta giustizia alla gloria dei Romani. La nuova alleanza ci svela appunto un motivo che nella vecchia alleanza era rimasto velato e cioè che il Dio uno e vero non si deve onorare per i benefici terreni e temporali che la divina provvidenza indistintamente concede ai buoni e ai cattivi ma per la vita eterna, per i beni indefettibili e per la società della città superna. Così coloro che con le varie virtù cercarono e raggiunsero la gloria terrena hanno assoggettato coloro che a causa dei grandi vizi hanno respinto il datore della vera gloria e della città eterna, condannandolo a morte.

Virtù civile e virtù cristiana.
19. Certamente c'è una bella differenza fra la passione della gloria e la passione del dominio. E sebbene sia naturale che chi si compiace eccessivamente della gloria umana si dia da fare con ardore per raggiungere il potere, tuttavia coloro che desiderano la gloria, sia pure della reputazione umana, si impegnano di non dispiacere ai benpensanti. Vi sono infatti molti valori morali di cui molti giudicano bene, anche se non sono molti ad averli. Mediante questi valori morali aspirano alla gloria, al potere e al dominio le persone di cui Sallustio ha detto: Ma egli vi aspira per la via giusta 71. Se al contrario senza la passione della gloria, per cui si teme di dispiacere ai benpensanti, si desidera dominare col potere, si cerca il più delle volte di raggiungere ciò che si ama attraverso palesi delitti. Quindi chi desidera la gloria, o vi aspira per la via giusta, o si batte con brogli fraudolenti perché vuole apparire un grande uomo e non lo è. E per questo per chi ha le virtù è grande virtù disprezzare la gloria, perché il disprezzo per essa è sotto l'occhio di Dio ma non si manifesta al giudizio umano. E se si crede che ogni azione che egli compie davanti agli uomini per provare che disprezza la gloria, la compie per avere una fama maggiore, cioè una gloria maggiore, non ha mezzi per dimostrare allo sguardo dei sospettosi di essere diverso da come sospettano. Ma chi non si cura dei giudizi di chi loda, non si cura neanche della leggerezza di chi sospetta. Tuttavia, se è veramente buono, si prende cura della loro salvezza perché chi riceve la virtù dallo Spirito di Dio è di tanta onestà da amare gli stessi nemici, e li ama in maniera che desidera di avere nemici e detrattori, una volta convertiti, come compartecipi non nella patria terrena ma in quella celeste. Al contrario in quelli che lo lodano, sebbene non tenga conto del fatto che lo lodano, tuttavia tiene conto del fatto che gli vogliono bene e non vuol deludere la loro lode per non ingannare la loro benevolenza. Perciò insiste con ardore affinché sia lodato piuttosto colui da cui l'uomo riceve tutto ciò che in lui giustamente si loda. Colui che al contrario, pur essendo sprezzatore della gloria, è avido del potere e peggiore delle bestie nei vizi della crudeltà e della lussuria. Di questa stoffa furono alcuni Romani perché, pur non curando la buona reputazione, non furono privi della passione del dominio. La storia informa che molti furono così, ma l'imperatore Nerone per primo raggiunse la cima e quasi la rocca di questo vizio. Fu così grande la sua lussuria da far pensare che non si doveva temere da lui alcun gesto di forza, e così grande la sua crudeltà da far credere, se non fosse notorio, che non avesse alcuna inclinazione al piacere 72. Anche ad uomini simili il pubblico potere viene accordato dalla provvidenza del sommo Dio, quando giudica l'umanità meritevole di padroni di tal risma. Ci è stata fatta udire in proposito la voce di Dio nelle parole della sacra Scrittura: Da me i re regnano e i tiranni governano il mondo 73. Si potrebbe pensare che i tiranni del testo non siano i sovrani pessimi e ingiusti ma, come nella vecchia terminologia, gli uomini forti. Anche Virgilio ha detto in questo senso: Per me è quasi pace fatta l'aver stretto la mano del tiranno 74. Ma chiaramente è stato detto di Dio in un altro passo che Dio fa regnare un buffone a causa del pervertimento di un popolo 75. Ho trattato esaurientemente secondo le mie capacità la ragione per cui Dio uno, vero e giusto ha aiutato i Romani, onesti secondo un determinato modello della città terrena, a conseguire la gloria di un impero così grande. Vi può essere tuttavia una ragione più nascosta a causa delle varie attitudini della razza umana, più nota a Dio che a noi, purché sia indiscutibile per tutti gli uomini veramente religiosi che senza la vera pietà, cioè la vera adorazione del vero Dio, non si può avere la virtù e che essa non è vera quando è subordinata alla gloria umana. Coloro però che non sono cittadini della città eterna, che nella sacra Scrittura è detta città di Dio 76, sono più utili alla città terrena se hanno per lo meno quel tipo di virtù che se non l'abbiano. È poi la soluzione più felice per l'umanità che per un dono della bontà divina abbiano il potere coloro che, dotati di un vero sentimento religioso, menano una buona condotta, posto che abbiano anche la scienza politica. Individui di questo temperamento soltanto alla grazia di Dio attribuiscono le proprie virtù, quelle che è loro possibile avere in questa vita, perché le ha concesse al loro desiderio, alla loro fede, alla loro richiesta. Capiscono a un tempo quanto manchi loro alla perfezione della giustizia che si ha nella società degli angeli santi, alla quale si sforzano di adeguarsi. E per quanto si esalti con lodi la virtù che senza la vera religione è ordinata alla gloria umana, essa non si può affatto raffrontare agli esigui inizi dei fedeli, perché la speranza di costoro è riposta nella grazia e nella misericordia del vero Dio.

Virtù strumentalizzata al piacere e alla gloria.
20. Per indurre al rossore alcuni filosofi i quali ammettono le virtù ma le dimensionano dal fine della voluttà sensibile e sostengono che essa in se stessa si deve considerare come fine e le virtù per lei 77, i filosofi, che al contrario stabiliscono nella virtù in sé il bene supremo dell'uomo 78, sono soliti dipingere un quadro con didascalie. Nel quadro la voluttà è assisa in trono come un'affascinante regina, le virtù le sono soggette come serve, intente a spiare un suo cenno per eseguire il suo comando 79, e cioè gli ordini che impartisce alla prudenza affinché con vigilanza cerchi il modo con cui la voluttà possa dominare e conservarsi; alla giustizia affinché accordi i favori di cui dispone per acquistare le amicizie indispensabili ai vantaggi materiali e non commetta ingiustizia contro gli altri perché non avvenga che a causa della violazione delle leggi la voluttà non possa vivere tranquilla; alla fortezza affinché, se sopravverrà un dolore fisico che non conduce alla morte, mantenga coraggiosamente nel pensiero la propria padrona, cioè la voluttà, allo scopo di mitigare le fitte del dolore presente col ricordo dei precedenti godimenti; alla temperanza per farle usare dei cibi e degli altri piaceri nel giusto limite, affinché non avvenga che con la smodatezza qualche cosa di nocivo turbi la salute e si pregiudichi così la voluttà che gli epicurei ripongono prevalentemente nel benessere fisico 80. In questo modo le virtù con tutta la gloria del proprio valore obbediranno alla voluttà come a un'imperiosa e laida donnicciuola. Si dice che non v'è figurazione più vergognosa e ributtante di questa pittura e di meno sopportabile dalla vista delle persone oneste. Ed è vero. Ma io penso che non sarebbe della dovuta dignità neanche la pittura che figurasse le virtù umane come schiave della gloria. Infatti sebbene la gloria non sia un donna affascinante, tuttavia è tronfia ed ha molto della volubilità. Per questo non è decoroso che le obbediscano quella certa pienezza e fermezza propria delle virtù. Ne conseguirebbe che la prudenza non provvede, la giustizia non distribuisce, la fortezza non sopporta, la temperanza non modera se non per piacere agli uomini e sottomettersi alla gloria volubile. Non sarebbero immuni da questa bruttura neanche coloro che, sebbene col pretesto dello sprezzo della gloria disdegnino i giudizi altrui, tuttavia si riconoscono sapienti da soli e si compiacciono di se stessi. La loro virtù, se pur lo è, si assoggetta per un altro verso alla lode umana, perché chi si compiace di se stesso è pur sempre un uomo. Chi al contrario con vero sentimento religioso crede e spera nel Dio che ama si preoccupa più dei difetti per cui si dispiace che delle virtù, se in lui ve ne sono, che non piacciono tanto a lui quanto alla verità. Quindi soltanto alla misericordia di colui, al quale può dispiacere, attribuisce le virtù per cui ormai può piacere; e ringrazia di avere raggiunto le guarigioni in alcune cose e prega di raggiungerle nelle altre.

Storia e provvidenza divina nel domino.
21. Stando così le cose, dobbiamo attribuire il potere di concedere il dominio regio e imperiale soltanto al vero Dio che dà la felicità nel regno dei cieli solamente ai fedeli e il regno terreno tanto ai fedeli che agli infedeli, come piace a lui al quale non piace l'ingiustizia. Quantunque abbia esposto qualche concetto che mi è sembrato chiaro, è tuttavia difficile per me e supera di molto le mie capacità umane trattare argomenti inaccessibili alla ragione e valutare con indagine scientifica le benemerenze degli imperi. Il solo vero Dio che non cessa di giudicare e aiutare la razza umana ha concesso, quando ha voluto e nella misura in cui ha voluto, l'impero ai Romani. Lo ha concesso anche agli Assiri e anche ai Persiani, sebbene da costoro, come riferiscono i loro documenti, fossero adorati soltanto due dèi, uno buono e uno cattivo 81. Non parlo del popolo ebraico, di cui ho già parlato sufficientemente, come mi è sembrato opportuno 82, il quale anche nel periodo in cui ebbe il regno, adorò un solo Dio. Dunque il Dio, il quale diede ai Persiani le messi indipendentemente dal culto della dea Segezia, il quale diede i prodotti del suolo indipendentemente dal culto dei tanti dèi che i Romani hanno preposto singolarmente ai singoli prodotti o anche più per ciascun prodotto, ha concesso ai Persiani anche il dominio indipendentemente dal culto degli dèi mediante il quale i Romani ritengono di averlo ottenuto. Altrettanto si dica per gli individui. Sempre il medesimo Dio ha concesso il dominio a Mario e a Caio Cesare, ad Augusto e a Nerone, ai primi due Flavi, padre e figlio, che furono imperatori molto miti e al crudele Domiziano e, per non nominarli tutti, al cristiano Costantino e all'apostata Giuliano. Una sacrilega e detestabile superstizione causata dalla passione del dominio trasse in errore il nobile temperamento di questo imperatore. Applicatosi infatti ai bugiardi oracoli di tale superstizione, fidente nella sicurezza della vittoria, fece incendiare le navi da cui era trasportato il vettovagliamento necessario; in seguito attaccando ardentemente con gravi rischi e caduto per colpa della propria audacia, lasciò l'esercito sfornito di mezzi in territorio nemico. Esso non sarebbe potuto scampare se a dispetto dell'auspicio del dio Termine, di cui ho parlato nel libro precedente, non fossero ridotti i confini dell'impero romano 83. Così il dio Termine che non aveva ceduto a Giove cedette all'ineluttabile. Evidentemente questi fatti li dispone e ordina il Dio uno e vero secondo un suo disegno e sempre con ragioni giuste, anche se occulte.

...e nella varia durata delle guerre.
22. Altrettanto si dica della durata delle guerre, e cioè che l'una duri poco e l'altra più a lungo, perché è nel suo arbitrio, giusto giudizio e clemenza di abbattere e di risollevare la razza umana. Furono condotte a termine con incredibile celerità e in breve da Pompeo la guerra dei pirati e da Scipione la terza guerra punica. Anche la guerra dei gladiatori fuggitivi, sebbene fossero sconfitti molti condottieri romani e due consoli e l'Italia fosse ridotta all'estrema desolazione, ebbe termine dopo molte distruzioni al terzo anno. I Piceni, i Marsi e i Peligni, popolazioni non straniere ma italiche, dopo una lunga e fedele soggezione al giogo romano, tentarono di sollevarsi per conquistare la libertà. Erano state già assoggettate molte nazioni all'impero romano ed era stata già distrutta Cartagine. In questa guerra detta italica i Romani furono più volte sconfitti, vi morirono due consoli e altri nobili senatori. Tuttavia il disastro non si trascinò a lungo perché ebbe fine al quinto anno. Ma la seconda guerra punica indebolì e quasi logorò la potenza romana per diciotto anni con gravi rovine e sciagure; basti dire che in due battaglie caddero circa settantamila Romani. La prima guerra punica si protrasse per ventitré anni e quella mitridatica per quaranta. E affinché non si pensi che gli antichi Romani fossero più vigorosi nel condurre a termine più celermente le guerre nei tempi anteriori celebrati per ogni forma di valore, la guerra sannitica si trascinò per circa cinquanta anni. E in questa guerra i Romani furono sconfitti così duramente che vennero persino fatti passare sotto il giogo. Ma poiché non amavano la gloria per la giustizia ma amavano, come è evidente, la giustizia per la gloria non rispettarono il trattato di pace. Ricordo questi episodi perché molti che non conoscono la storia passata ed altri anche che fingono di non conoscerla, se vedono che nei tempi cristiani qualche guerra si trascina un po' più a lungo, immediatamente saltano su con enorme sfacciataggine contro la nostra religione, strepitando che se non vi fosse lei e si continuasse ad adorare le divinità nel vecchio rito, col celebre valore romano che con l'aiuto di Marte e di Bellona condusse a termine celermente tanto dure guerre, anche l'attuale finirebbe ben presto. I letterati dunque ricordino che dagli antichi Romani sono state fatte delle guerre molto lunghe con alterne vicende e con disastrose sconfitte. È sempre avvenuto che la terra, a guisa di mare in piena burrasca, sia flagellata dalla tempesta di simili malanni. Lo ammettano una buona volta, anche se non fa piacere, e non facciano del male a sé con discorsi insensati contro Dio e non ingannino gli illetterati.

L'episodio del re goto Radagaiso.
23. Comunque non vogliono ricordare con riconoscenza ciò che Dio mirabilmente e misericordiosamente ha compiuto in un tempo molto vicino a portata della nostra memoria, anzi, per quanto dipende da loro, se fosse possibile, si sforzano di affondarlo nella dimenticanza di tutti gli uomini. Ma se fosse passato sotto silenzio da noi, saremmo ingrati come loro. Radagaiso, re dei Goti, già giunto in prossimità di Roma con un numeroso e temibile esercito, fu sconfitto con grande celerità in un solo giorno; e sebbene non fosse, non dico caduto, ma neanche ferito un solo romano, del suo esercito ne furono abbattuti molto più di centomila, ed egli stesso, fatto prigioniero, fu messo a morte con la dovuta pena. Se egli, uomo tanto spietato e con milizie tanto spietate, fosse entrato in Roma, non avrebbe risparmiato nessuno, non avrebbe privilegiato le basiliche dei martiri, non avrebbe mostrato di temere Dio considerando immuni alcune persone, avrebbe versato il sangue di ogni cittadino, non avrebbe lasciata intatta la pudicizia di alcuna donna. E per questo i nostri avversari lancerebbero molte grida in favore dei loro dèi e ci rinfaccerebbero con grande insolenza il fatto che il goto aveva vinto ed aveva potuto tanto, perché con sacrifici quotidiani propiziava l'intervento degli dèi, ciò che la religione cristiana non permetteva di fare ai Romani. Infatti avvicinandosi egli a quei luoghi, in cui per decisione della somma maestà fu sconfitto, mentre la sua fama si allargava dovunque, a Cartagine ci si diceva che i pagani ritenevano, divulgavano e rinfacciavano che egli con l'aiuto e la protezione degli dèi ai quali, come si raccontava, immolava ogni giorno, non poteva assolutamente essere vinto da individui che non offrivano sacrifici agli dèi romani e non permettevano che fossero offerti. E, miserabili, non ringraziano la grande misericordia di Dio il quale, avendo stabilito di punire con la razzia barbarica la condotta di individui, meritevoli di subire sventure più gravi, mitigò con grande clemenza la propria indignazione. Concesse quindi dapprima che Radagaiso fosse prodigiosamente sconfitto affinché non si attribuisse, con scandalo delle coscienze dei più deboli, la gloria ai demoni che, come era noto, egli invocava. In seguito permise che Roma fosse saccheggiata dai barbari che, contro l'usanza delle guerre combattute in precedenza, considerarono immuni coloro che si rifugiavano negli edifici sacri. Concesse anche che i barbari stessi fossero in base alla fede cristiana così contrari ai demoni e ai riti dei sacrifici empi, di cui Radagaiso si era fidato, da sembrare che facessero una guerra più spietata contro di loro che contro gli uomini. Così il vero signore e ordinatore degli eventi afflisse i Romani per clemenza e mostrò a un tempo, con l'imprevedibile sconfitta degli adoratori dei demoni, che i sacrifici pagani non sono necessari per la conservazione dei beni terreni, affinché da coloro che non resistono per ostinazione ma riflettono con prudenza non si abbandoni la vera religione per le presenti difficoltà ma si conservi con maggiore attaccamento nella fedele attesa della vita eterna.

Il principe ideale.
24. Infatti noi non affermiamo che sono felici alcuni imperatori cristiani perché hanno regnato più a lungo o perché hanno lasciato con una morte non violenta il potere ai figli o perché hanno sottomesso i nemici dello Stato o perché hanno evitato o domato le rivolte degli avversari. Anche gli adoratori dei demoni hanno ottenuto di ricevere questi ed altri favori e conforti della travagliata vita presente, sebbene non appartengano al regno di Dio, mentre vi appartengono gli imperatori cristiani. Il fatto si è verificato per la bontà di Dio affinché i suoi adoratori non desiderino da lui questi beni come i più grandi. Li consideriamo felici al contrario se esercitano il potere con giustizia, se in mezzo agli encomi degli adulatori e agli inchini servili dei cortigiani non s'insuperbiscono e se si ricordano di essere uomini; se pongono il potere al servizio della maestà di Dio per estendere il suo culto; se temono amano e onorano Dio; se amano di più il suo regno in cui non temono di avere rivali; se sono ponderati nell'applicazione della pena e inclini all'indulgenza; se usano la pena soltanto per l'esigenza di amministrare e difendere lo Stato e non per sfogare gli odi delle rivalità; se usano l'indulgenza non per lasciare impunita la violazione della legge ma nella speranza della correzione; se compensano una decisione severa che spesso sono costretti a prendere con la mitezza della compassione e con la munificenza; se in essi la lussuria è tanto più contenuta quante maggiori possibilità ha di essere incontrollata; se preferiscono dominare più le brutte passioni che molti popoli e se si comportano così non per la brama di una futile gloria ma per amore della felicità eterna; se non trascurano di offrire al vero Dio il sacrificio dell'umiltà, della clemenza e della preghiera per i propri peccati. Degli imperatori cristiani con tali doti noi affermiamo che sono felici frattanto nella speranza e che in seguito lo saranno di fatto, quando si avvererà l'oggetto della nostra attesa.

Costantino e gli imperatori cristiani fino a Teodosio.
25. Infatti il buon Dio, affinché gli uomini, i quali credono che egli si deve adorare in vista della vita eterna, non pensino che senza propiziare i demoni non si possono raggiungere le cariche ambite e i regni della terra, nella persuasione che questi spiriti siano assai influenti per tali cose, colmò Costantino, che non propiziava i demoni ma adorava lo stesso Dio vero, di tanti favori terreni quanti non si oserebbe desiderare. Gli concesse perfino di fondare una città associata all'impero romano, quasi figlia della stessa Roma, ma priva di qualsiasi tempio e idolo. Egli tenne il potere a lungo, come unico Augusto resse e difese tutto il mondo romano, fu sempre vittorioso nel dirigere e condurre le operazioni belliche, ebbe successo sotto ogni aspetto nell'eliminare gli usurpatori, morì già avanti negli anni di malattia e di vecchiaia e lasciò l'impero ai figli. Ma affinché un imperatore non fosse cristiano col solo intento di ottenere il successo di Costantino, giacché si deve essere cristiani per la vita eterna, tolse di vita Gioviano molto più presto di Giuliano, permise che Graziano fosse ucciso da un usurpatore, tuttavia con un destino molto più mite di quello di Pompeo il Grande che adorava i sedicenti dèi romani. Infatti Pompeo non poté essere vendicato da Catone che egli aveva lasciato in certo senso erede della guerra civile; Graziano invece, sebbene le anime religiose non cerchino simili conforti, fu vendicato da Teodosio che egli aveva associato all'impero perché aveva un fratello ancor bambino ed era più desideroso di una fidata alleanza che dell'eccessivo potere 84.

Esempio di Teodosio.
26. 1. Per la qual cosa Teodosio non solo mantenne la fedeltà che doveva a Graziano mentre era in vita ma anche dopo la sua morte accolse da buon cristiano come pupillo nella parte dell'impero che gli competeva il di lui fratellino Valentiniano, spodestato dall'assassino Massimo, lo protesse con affetto paterno, sebbene, essendo quegli privo di ogni mezzo, lo avrebbe potuto eliminare senza alcuna difficoltà, se fosse stato mosso più dalla passione del dominio che da una benevola carità. Anzi, conservatagli la dignità imperiale, lo confortò, accogliendolo con amichevole umanità. In seguito, poiché il successo rendeva Massimo terribile, egli, nonostante le sue preoccupazioni non si lasciò andare alle illecite pratiche misteriche ma fece interpellare Giovanni, un eremita dell'Egitto che per fama conosceva come servo di Dio dotato di spirito profetico e ricevette da lui la predizione certa della vittoria. Avendo ucciso l'usurpatore Massimo, restituì con umana devozione al fanciullo Valentiniano i territori dell'impero di cui era stato spodestato. Essendo stato poco dopo ucciso Valentiniano o a tradimento o per congiura o per altra circostanza, dopo aver ricevuto un altro profetico messaggio, appoggiandosi alla fede sconfisse l'altro usurpatore Eugenio che era stato messo illegittimamente al posto dell'imperatore e combatté contro il suo esercito agguerritissimo più con la preghiera che con le armi. I soldati presenti mi hanno riferito che venivano strappati loro di mano i giavellotti, perché un vento impetuoso soffiava dalle schiere di Teodosio contro le schiere avverse e non solo portava via con violenza tutti i dardi che erano scagliati contro di loro ma addirittura faceva tornare indietro contro i nemici le loro stesse frecce. Per questo il poeta Claudiano, per quanto contrario al cristianesimo, ha cantato nel panegirico per lui: O prediletto di Dio, per cui Eolo fa uscire dagli antri un ciclone in anni, per cui combatte l'atmosfera e i venti si adunano come alleati per le azioni militari 85. Dopo la vittoria, ottenuta come aveva creduto e previsto, fece abbattere gli idoli di Giove che non saprei con quali riti erano stati intenzionalmente sacralizzati alla sua sconfitta e collocati sulle Alpi e con gioviale munificenza ne donò i fulmini, dato che erano d'oro, agli inviati i quali per scherzo, giustificato d'altronde dal lieto evento, dicevano che desideravano essere fulminati da essi. La violenza della guerra aveva levato di vita, ma non per suo comando, alcuni suoi nemici, e i loro figli non ancora cristiani avevano cercato scampo nella Chiesa. Egli, data l'occasione, volle che divenissero cristiani, li amò con carità cristiana, non li privò dei beni e li onorò con cariche. Non tollerò che dopo la vittoria le inimicizie private si volgessero a danno di qualcuno. A differenza di Cinna, Mario, Silla e altri simili, che non vollero considerare finite le guerre civili anche dopo che erano finite, egli, anziché volere che una volta terminate fossero di danno a qualcuno, detestava che cominciassero. Nonostante tutte queste attività dall'inizio dell'impero non cessò di soccorrere con leggi giuste e clementi contro i miscredenti la Chiesa travagliata. L'aveva messa in difficoltà grave Valente fautore degli ariani; egli al contrario godeva più di essere membro della Chiesa che imperatore. Diede ordine che gli idoli dei pagani fossero abbattuti in ogni parte dell'impero perché capiva che anche i valori terreni non sono posti in potere dei demoni ma del vero Dio. E che cosa è più ammirevole della sua religiosa umiltà? Dall'agitazione di alcuni suoi aderenti era stato spinto a punire severamente un grave delitto degli abitanti di Tessalonica, sebbene in seguito all'intervento dei vescovi avesse promesso di usare indulgenza. Colpito dalla censura ecclesiastica fece penitenza con tale impegno che il popolo in preghiera per lui ebbe più dolore nel vedere umiliata la maestà imperiale che timore nel saperla sdegnata per la loro colpa. Egli dal fumo terreno della più alta vetta e altezza umana portò con sé queste buone azioni e altre simili che è lungo passare in rassegna. Loro ricompensa è la felicità eterna che Dio dà soltanto a coloro che sono veramente credenti. Elargisce invece ai buoni e ai cattivi le grandezze e gli agi di questa vita, come il mondo stesso, la luce, l'aria, la terra, l'acqua e i prodotti del suolo e inoltre l'anima, il corpo, il senso, l'intelligenza e la vita dell'uomo stesso. Fra di essi v'è anche la grandezza del potere che egli dispensa per lo svolgimento della storia.

Fra la prima e la seconda parte dell'opera.
26. 2. Ritengo quindi che ormai si deve polemizzare con coloro i quali, pienamente convinti dalle prove evidenti con cui si dimostra che per il conseguimento dei beni temporali, i soli che gli insipienti bramano di avere, non giova affatto la moltitudine degli dèi falsi, si arrabattano ad affermare che gli dèi non si devono adorare per i vantaggi della vita presente ma per quella che si avrà dopo la morte. Infatti penso di avere esaurientemente risposto con questi primi cinque libri a coloro che vogliono adorare esseri inesistenti in vista dei favori di questo mondo e con fanciullesco risentimento lamentano che non è loro permesso. Dopo aver pubblicato i primi tre libri, quando essi erano già nelle mani di molta gente, ho udito che alcuni stavano preparando per iscritto non saprei quale polemica contro di essi. In seguito mi è stato riferito che l'hanno già fatto ma stanno cercando il tempo propizio per pubblicare senza rischio. Li consiglio a non desiderare ciò che loro non conviene. È facile che chi non sa stare zitto ritenga di aver risposto. Non c'è nulla di più ciarliero della menzogna; ma, non perché essa può urlare più forte della verità, ha le medesime possibilità della verità. Piuttosto considerino attentamente tutti i temi e se giudicando imparzialmente si accorgeranno che essi sono più da esaminare ripetutamente che da demolire con la chiacchiera sfrontata o senz'altro con satirica o istrionesca leggerezza, trattengano le proprie ciance e scelgano di essere piuttosto rimproverati dalle persone prudenti che lodati dagli sfacciati. Ma se essi attendono il tempo propizio non per avere la libertà di dire il vero ma il permesso di dir male, badino che non si verifichi per loro ciò che Cicerone diceva di un tizio il quale era considerato fortunato perché gli era permesso di peccare: Disgraziato, perché gli era permesso di peccare 86. Pertanto chiunque si reputa fortunato se avrà il permesso di dir male, sarà molto più fortunato se non gli sarà affatto permesso. Infatti lasciato da parte il vuoto orgoglio può anche in questo tempo, nell'intento di esprimere il proprio parere, fare delle obiezioni. Da coloro cui si rivolge, nei limiti delle loro possibilità, e in una discussione amichevole condotta con onestà, dignità e libertà, può avere la risposta conveniente.

LIBRO VI

SOMMARIO

Premessa

1. Alcuni affermano che non adorano gli dèi per la vita presente ma per quella eterna.

2. Qual fosse il pensiero di Varrone sugli dèi, poiché ha svelato caratteri e riti con un discorso tale che li avrebbe trattati con maggior rispetto se ne avesse taciuto.

3. La partizione che Varrone fa dei libri scritti sulle antichità della cultura e della religione.

4. Dalla trattazione di Varrone appare che fra i politeisti è più antica la cultura che la religione.

5. I tre generi di teologia secondo Varrone, cioè poetico, naturale e civile.

6. La teologia mitologica, cioè poetica, e la civile contro Varrone.

7. La concorde somiglianza della teologia poetica e civile.

8. Le interpretazioni naturalistiche che i maestri pagani tentano di dare in favore dei propri dèi.

9. Le incombenze dei singoli dèi.

10. La libertà di Seneca che condanna la teologia civile più aspramente che Varrone quella mitica.

11. L'opinione di Seneca sui Giudei.

12. Dimostrata la inefficienza degli dèi, non si può mettere in dubbio che non possono dare ad alcuno la vita eterna, poiché non soccorrono neanche quella terrena.

 

Libro sesto

IL POLITEISMO E IL PROBLEMA DELLA SALVEZZA

 

Politeismo, terrenità e salvezza (Prem. -1)

Premessa - Mi pare di avere con i cinque libri precedenti disputato sufficientemente contro coloro che sostengono una moltitudine di falsi dèi. Mentre la verità cristiana dimostra con evidenza che gli dèi sono idoli inutili o spiriti immondi e demoni funesti e comunque creature e non il Creatore, essi ritengono che si devono onorare e adorare per i vantaggi di questa vita mortale e dei beni terreni col servizio rituale che in greco si dice e che si deve all'unico vero Dio. Ma chi non sa che per la stupidità e caparbietà ad oltranza non possono bastare né i cinque libri già scritti né altri in qualsiasi numero? Si ritiene appunto che gloria della menzogna sia non cedere alla forza della verità, a danno certamente di chi è dominato da un vizio così disumano. Infatti è una malattia inguaribile a dispetto dell'abilità di chi la cura e quindi non per difetto del medico ma del malato incurabile. Coloro invece che senza alcuna o almeno senza l'eccessiva ostinazione del vecchio errore soppesano le cose lette, dopo averle capite e meditate, giudicheranno facilmente che nella compilazione di questi cinque libri io ho sviluppato e svolto l'assunto di più che di meno di quanto l'argomento richiedesse. C'è poi tutto il malanimo che gli illetterati si sforzano di creare per la religione cristiana dalle sventure di questa vita e dal rivolgimento della vicenda terrena. I letterati, che sono invasati da una furiosa empietà, non solo fanno finta di non conoscerlo ma senz'altro, malgrado la propria consapevolezza, lo alimentano. Però i lettori non ostinati non potranno dubitare che esso è vuoto di qualsiasi ragionevole riflessione e pieno di frivola avventatezza e di pericoloso livore.

Il politeismo, i filosofi e la salvezza.
1. 1. Ora poiché in seguito, come esige il procedimento promesso, sono da confutare e ammaestrare anche coloro i quali ritengono che gli dèi del paganesimo, rovesciati dalla religione cristiana, si devono adorare non per questa vita ma per quella che verrà dopo la morte, mi è gradito prendere lo spunto del mio discorso dalla parola veritiera di un salmo: Beato l'uomo la cui speranza è Dio Signore e non ha volto lo sguardo alle vanità e a menzognere follie 1. Comunque fra tante vanità e menzognere follie è di gran lunga più sopportabile ascoltare i filosofi che rifiutarono le false credenze popolari. I vari popoli infatti hanno formato idoli per le varie divinità, hanno inventato nei confronti di coloro che consideravano dèi immortali molti fatti falsi e indegni oppure li hanno creduti, se già inventati, e una volta creduti li hanno inseriti nel loro culto e riti misterici. Dunque con uomini i quali, quantunque non insegnando liberamente ma comunque borbottando nelle proprie congreghe, hanno affermato di riprovare simili ubbie, non è affatto inconveniente trattare la seguente questione: se per la vita che si avrà dopo la morte è necessario adorare non un solo Dio, che ha prodotto ogni creatura spirituale e materiale, ma molti dèi che, secondo il pensiero di alcuni loro filosofi più alti e rinomati 2, da lui sono stati creati e posti in un grado più alto.

Particolari mansioni degli dèi e la salvezza.
1. 2. D'altronde è impossibile sostenere l'affermazione che quegli dèi, di cui alcuni ne ho nominati nel quarto libro 3, ai quali singolarmente sono affidate particolari mansioni su cose minute, possano conferire ad alcuno la vita eterna. Uomini veramente colti e intelligenti si vantano, come se avessero reso un gran servizio, di avere informato su tali mansioni mediante un'opera, affinché si sapesse la ragione per cui si deve supplicare ciascun dio e che cosa a ciascuno si deve chiedere; altrimenti con una sconveniente irragionevolezza, quale si ha di solito nell'istrione, si chiederebbe l'acqua a Libero e il vino alle Linfe 4. Ma questi autori non vorranno certamente suggerire all'individuo che supplica gli dèi che quando chiederà il vino alle Linfe e quelle gli risponderanno: "Noi abbiamo l'acqua, il vino chiedilo a Libero", egli possa ragionevolmente ribattere: "Se non avete il vino, datemi almeno la vita eterna". Sarebbe il colmo dell'assurdità. Certamente esse sghignazzando, giacché abitualmente sono facili al riso 5, a meno che come demoni non vogliano ingannare, risponderanno all'orante: "O uomo, pensi proprio che sia in nostro potere avere la vita, quando sai bene che non abbiamo in potere neanche la vite?". È dunque segno di spudorata stupidità chiedere o attendere la vita eterna da simili dèi. Di loro si afferma appunto che proteggono particolari settori di questa vita travagliata nella sua brevità, posto che si diano cose competenti a darle sostegno e sicurezza. Ne consegue che se si chiede a un dio un bene che è sotto la specifica tutela di un altro, s'incorre in una sconvenienza e assurdità tali da sembrare molto simili alla buffonata di un istrione. E quando questo si fa da istrioni consapevoli, meritatamente sono accolti dal riso in teatro, ma quando si fa da sciocchi inconsapevoli, meritatamente sono accolti da scherno nel mondo. Dunque dai dotti è stato con diligenza scoperto e consegnato alla tradizione il bene per cui si deve invocare l'uno o l'altro dio o dea, per quanto attiene agli dèi introdotti dai vari stati, ad esempio, che cosa si deve chiedere a Libero, alle Linfe, a Vulcano e agli altri che in parte ho ricordato nel quarto libro e in parte ho ritenuto di tralasciare. Quindi se è un errore chiedere il vino a Cerere e il pane a Libero, l'acqua a Vulcano e il fuoco alle Linfe, ha il significato di un'enorme follia il chiedere a qualcuno di loro la vita eterna.

Gli dèi il potere politico e la vita eterna.
1. 3. Quando parlando del dominio terreno ho esaminato quali dèi o dee potrebbero conferirlo agli uomini, in seguito a un'analisi completa si dimostrò che è ben lungi dalla verità ritenere che anche i regni terreni possano essere assegnati da qualcuna delle molte false divinità 6. È dunque segno di una folle irreligiosità il credere che la vita eterna, la quale senza alcun dubbio o raffronto è da considerarsi superiore a tutti i domini terreni, possa esser data all'uomo da qualcuno di costoro. E non si ritenne certamente che simili dèi non possano dare il dominio terreno perché essi sono grandi e sublimi ed esso piccolo e spregevole che in così grande altezza non si degnerebbero di curare. Al contrario, quantunque in considerazione della caducità umana si debba giustamente disprezzare l'effimera grandezza del dominio terreno, quegli dèi si sono manifestati tali da sembrare del tutto incapaci che si affidassero alla loro elargizione e difesa perfino i beni terreni. E per questo se, come hanno dimostrato gli argomenti trattati nei due ultimi libri, nessun dio di quella schiera di dèi quasi plebei o quasi aristocratici è capace di dare regni mortali a mortali, tanto meno da mortali può rendere immortali.

Gli dèi inefficenti nei singoli ruoli..
1. 4. Ma poiché stiamo trattando con coloro i quali ritengono che gli dèi non si devono adorare per questa vita ma per quella che si avrà dopo la morte, ne consegue che essi non si devono adorare neppure per quei beni che, in base a un'assurda credenza e non a un vero ragionamento, vengono assegnati come specifici e propri al potere dei vari dèi. Lo credono coloro che ritengono il loro culto indispensabile ai vantaggi di questa vita mortale. Contro di essi ho discusso sufficientemente, nei miei limiti, con i cinque libri precedenti. Stando così le cose, supponiamo che l'età giovanile degli adoratori della dea Giovinezza sia straordinariamente vigorosa e che al contrario i suoi denigratori muoiano entro gli anni della giovinezza oppure che in essa languiscano per senile torpidezza; poniamo anche che Fortuna barbata copra le gote dei suoi adoratori con garbo e finezza e che si vedano coloro che la disprezzano glabri o mal barbati 7. Anche in questa ipotesi si direbbe molto giustamente che le due dee possono fino a quel punto, ciascuna nel proprio ruolo, che sono strettamente limitate alle proprie mansioni e che pertanto non si può chiedere la vita eterna a Giovinezza che non sa dare neanche la barba e che non si può attendere da Fortuna barbata il bene dopo questa vita, perché in questa vita non ha neanche il potere di concedere per lo meno l'età in cui cresce la barba. Quindi la loro adorazione non è necessaria neppure per questi beni che, a sentire i pagani, sono loro affidati, perché molti adoratori della dea Giovinezza in quell'età non ne ebbero affatto il vigore e molti che non l'adorano godono di una gagliarda giovinezza; allo stesso modo molti adoratori di Fortuna barbata non sono potuti arrivare all'età della barba oppure sono giunti a una barba insignificante e se alcuni la venerano per avere la barba sono scherniti dai barbuti che la disprezzano. Ma possibile che il cuore umano sia tanto sciocco? Sa per esperienza infatti che il culto di questi dèi ai fini dei beni temporali ed effimeri, ai quali, secondo loro, sovraintendono personalmente i vari dèi, è inutile e ridicolo e poi vorrebbe credere che sia vantaggioso per la vita eterna. Non osarono affermare che la possano dare neanche i pagani che per farli adorare dalle masse incolte, attribuirono loro, divise a pezzetti, le varie mansioni temporali. Ma di dèi ne avevano inventati un po' troppi e nessuno di loro doveva rimanere a sedere nell'inerzia.

Il pensiero di Varrone e la religione ufficiale (2-9)

Il dottissimo Varrone e la religione ufficiale.
2. Chi ha ricercato queste tradizioni con maggiore interesse di Marco Varrone? Chi le ha rintracciate con maggiore erudizione? Chi le ha esaminate con maggiore attenzione? Chi le ha classificate con maggiore capacità critica? Chi le ha tramandate più diligentemente ed esaurientemente? E sebbene egli sia meno elegante nella forma, è tuttavia così ricco di contenuti d'erudizione che nell'universale cultura, che noi chiamiamo profana ed essi liberale, egli informa lo studioso di storia nella medesima misura che Cicerone diletta lo studioso di lingua. Inoltre lo stesso Cicerone gli tributa un tale attestato di lode da dire nei libri Sugli Accademici che ha tenuto la discussione in essi contenuta con Marco Varrone, l'uomo senz'altro più intelligente e indubbiamente più colto 8. Non ha detto eloquente o buon parlatore, perché in realtà in questa attitudine è molto inferiore ma senz'altro il più intelligente di tutti; e nei libri citati, cioè Sugli Accademici, dove sostiene il dubbio universale aggiunge: E indubbiamente il più dotto. Era così certo di questo fatto da eliminare il dubbio che abitualmente applica a tutte le affermazioni come se soltanto per questo caso si fosse dimenticato di essere accademico nell'atto stesso che si accingeva a dissertare a favore del dubbio accademico. Nel primo libro nell'encomiare le opere letterarie di Varrone, dice: Giacché eravamo esuli stranieri nella nostra stessa città, i tuoi libri ci hanno ricondotto a casa nostra come ospiti, affinché potessimo conoscere chi e dove siamo. Tu ci hai svelato l'età della patria, le vicende del passato, la legge del culto, il regolamento della casta sacerdotale, della casa e dello Stato, l'ubicazione dei rioni e degli edifici e i nomi, le classificazioni, i compiti e la ragione della religione e cultura in generale 9. Quest'uomo fu dunque di cultura tanto insigne e superiore che di lui anche Terenziano con un elegantissimo verso ha detto scultoreamente: Varrone l'uomo più dotto per ogni riguardo 10. Lesse tanto da farci meravigliare che abbia avuto tempo di scrivere, ha scritto tanto quanto appena si crederebbe che sia possibile leggere. Ma se costui, dico io, uomo di tanto ingegno e di tanta cultura, avesse attaccato fino a distruggere i supposti valori religiosi, di cui ha scritto, e avesse detto che non appartengono alla religione ma alla superstizione, non so se avrebbe passato in rassegna tanti aspetti che in essi sono degni di scherno, di disprezzo e di esecrazione. Egli poi ha onorato gli dèi e ha reputato che si dovessero onorare fino a confessare, in quella stessa opera letteraria, il proprio timore che essi andassero in rovina non per un assalto nemico ma per indifferenza dei cittadini. E afferma che per suo mezzo sono liberati da quella che egli crede una perdita e che mediante i suoi libri saranno accuratamente conservati nella memoria dei buoni attraverso un interesse con esito più felice di quello con cui, come è stato tramandato, Metello salvò la statua di Vesta dal fuoco ed Enea i penati dall'incendio di Troia 11. Egli comunque presenta alla conoscenza dei secoli tradizioni che colti e ignoranti dovrebbero rifiutare e che sono giudicate assolutamente contrarie ai valori religiosi. Che cosa altro dobbiamo pensare dunque se non che egli, uomo di grande intelligenza e cultura, ma non libero per grazia dello Spirito Santo, fu condizionato dal costume e dalle leggi della sua patria e che tuttavia, col pretesto d'inculcare la religione, non volle tacere quelle pratiche da cui egli era turbato?.

Il contenuto delle (cors.)Antichità(cors.)Varrone
3. Ha scritto quarantuno libri di Antichità e li ha distribuiti in cultura e religione. Ne ha assegnati venticinque alla cultura e sedici alla religione, usando nella partizione il seguente criterio. Ha scritto sei libri per ognuna delle quattro parti della cultura, descrivendo coloro che compiono un'attività, dove e quando la compiono e l'attività stessa. Ha scritto quindi i primi sei libri per trattare delle persone, i sei successivi dei luoghi, gli altri sei dei tempi, gli ultimi sei delle attività. Quindi sei per quattro fanno ventiquattro. In principio tuttavia ne ha posto uno che trattasse, come introduzione generale, tutti gli argomenti. Nella religione egualmente usò la medesima tecnica di partizione, per quanto attiene al culto che si offre agli dèi. Infatti dagli uomini, negli edifici, in tempi determinati si offrono riti sacri. Ha raccolto le quattro componenti in tre libri per ciascuna. Ha scritto infatti i primi tre per trattare degli uomini, i tre successivi degli edifici, in terzo luogo dei tempi e in quarto luogo dei riti sacri. Anche in essi attraverso un'acuta classificazione ricorda coloro che offrono, dove, quando e che cosa offrono. Ma poiché, e questo soprattutto ci si attendeva, era opportuno parlare degli esseri ai quali gli uomini offrono i riti, ha scritto gli ultimi tre libri anche sugli dèi. Quindi tre per cinque fanno quindici. Ma in tutto, come ho detto, sono sedici perché ne aggiunse uno in principio che come loro introduzione trattasse tutti gli argomenti. Scritto questo, in base alla distribuzione in cinque parti suddivise i primi tre libri riguardanti gli uomini nella seguente maniera: il primo tratta dei pontefici, il secondo degli àuguri, il terzo della commissione di quindici uomini per i riti; gli altri tre riguardanti gli edifici, così: in uno parla dei tempietti, in un altro dei templi, nel terzo dei luoghi di culto; inoltre i tre seguenti riguardanti i tempi, cioè i giorni festivi, così: uno lo ha dedicato ai giorni di riposo, il secondo agli spettacoli del circo, il terzo agli spettacoli teatrali; dei tre della quarta parte riguardanti i riti sacri ha assegnato al primo i sacrifici, al secondo il culto privato, all'ultimo il culto pubblico. Gli dèi seguono per ultimi in questo quasi corteo di omaggi nei tre libri che rimangono perché ad essi è dedicato il culto nel suo complesso; nel primo libro vengono gli dèi certi, nel secondo gli incerti, nell'ultimo gli dèi superiori ed eminenti per rango.

Falso il politeismo.
4. 1. Dalle cose già dette e da dirsi in seguito appare facilmente a qualsiasi uomo, il quale non sia nemico di se stesso per l'ostinazione del cuore, che in tutta la serie della classificazione e distinzione, per quanto attraente nella sua accuratezza, si cerca invano la vita eterna e sarebbe pazzesco aspettarsela o desiderarla. Queste istituzioni sono quindi degli uomini o dei demoni, non di quelli che i pagani considerano demoni buoni ma, per parlare schiettamente, degli spiriti immondi e indiscutibilmente malvagi. Essi con una malevolenza che desta meraviglia inculcano nascostamente nelle coscienze degli infedeli e talora fanno apparire apertamente ai sensi e con false apparizioni, se possono, ribadiscono false opinioni con le quali l'anima umana si svuota sempre di più e si rende incapace di volgersi adeguatamente all'immutabile eterna verità. Lo stesso Varrone conferma che prima ha trattato della cultura e poi della religione, perché prima furono istituite le città e poi da esse furono istituiti i culti. La vera religione al contrario non fu istituita da una qualche città terrena ma fu essa a istituire la città celeste. La vivifica e istruisce il vero Dio che dà la vita eterna ai suoi veri adoratori.

Varrone stesso fa capire che è invenzione umana.
4. 2. La giustificazione di Varrone nel confessare di aver parlato prima dei valori culturali e poi di quelli religiosi, per il fatto che questi sono stati istituiti dagli uomini, è la seguente: Come, egli dice, il pittore è prima del quadro e il muratore prima dell'edificio, così le città sono prima delle cose istituite dalle città 12. Afferma inoltre che prima avrebbe scritto degli dèi e poi degli uomini se avesse scritto dell'universale natura degli dèi, quasi che nell'opera parli di una particolare e non universale natura, ovvero come se anche la particolare natura degli dèi, quantunque non universale, non debba essere anteriore a quella degli uomini. Per quale motivo dunque negli ultimi tre libri, trattando esaurientemente degli dèi certi, incerti e scelti non omette, come è evidente, nessuna natura divina? Ci chiediamo dunque quale significato abbia questa sua frase: Se scrivessi sulla universale natura degli dèi e degli uomini, prima di accennare all'umanità, avrei trattato a fondo della divinità. Infatti o tratta dell'universale o particolare natura degli dèi o non ne tratta affatto. Se tratta dell'universale natura, essa deve essere trattata prima della cultura; se al contrario della particolare, per quale motivo anche essa non dovrebbe esser prima della cultura?. Forseché una qualche caratteristica degli dèi è immeritevole di essere considerata prima dell'universale natura umana? E se è eccessivo onore che una qualche caratteristica divina si tratti prima dell'universale cultura umana, forse quella caratteristica è meritevole dell'onore almeno per i Romani. Varrone scrisse infatti i libri della cultura non in riferimento al mondo ma alla sola Roma. Ha affermato tuttavia di averli giustamente anteposti alla compilazione dei libri sulla religione, come il pittore al quadro e il muratore all'edificio. Così veniva ad ammettere apertamente che anche certi valori religiosi, sull'esempio della pittura e della costruzione, sono stati istituiti dagli uomini. Rimane che non ha inteso affatto parlare di una qualche natura divina ma che non l'ha voluto dichiarare apertamente e l'ha lasciato capire a chi poteva. Il significato comune del termine "non ogni" è "qualche" ma può essere anche "nessuna", perché una cosa che è "nessuna" è tanto "non ogni" che "non qualche". Infatti se, come Varrone stesso dice, la natura degli dèi di cui parla fosse l'universale, ne avrebbe dovuto trattare prima della cultura; ed anche se, come la verità stessa afferma malgrado il silenzio di Varrone, non fosse universale ma particolare, dovrebbe certamente venir prima della cultura romana; al contrario viene giustamente dopo; dunque non c'è affatto. Pertanto non intese anteporre la cultura alla religione ma non anteporre la leggenda ai fatti storici. Nel trattare infatti della cultura si conformò alla storia, mentre nel trattare di quella che definisce religione si conformò soltanto alle invenzioni della leggenda. Questo è indubbiamente quanto con sottile intenzione ha voluto mostrare non soltanto nel trattare della religione dopo della cultura ma anche nell'addurre la ragione per cui lo ha fatto. Se l'avesse taciuta, questo suo modo di procedere da qualcuno sarebbe stato forse interpretato in altro senso. Ma nella giustificazione che ne ha dato, non ha permesso ad alcuno di interpretare arbitrariamente e ha mostrato assai chiaramente che gli uomini hanno posto se stessi prima dei propri istituti e non l'umanità prima della divinità. Ha confessato così di avere scritto i libri della religione non sulla base della verità che compete alla natura ma della finzione che compete all'errore. Altrove ha dichiarato più apertamente, come ho ricordato nel quarto libro, che avrebbe scritto secondo la norma della natura se avesse fondato egli stesso una nuova città, ma poiché si era trovato in una vecchia città era stato costretto a seguirne l'usanza.

La teologia mitica o poetica secondo Varrone.
5. 1. Inoltre quale significato ha la sua affermazione che vi sono tre generi di teologia, cioè del discorso relativo agli dèi, che si definiscono mitico, fisico e civile?. Se in latino l'uso lo ammettesse, dovremmo chiamare fabulare il genere che Varrone ha collocato al primo posto, chiamiamolo fabuloso ma perché mitico deriva etimologicamente da fabulazione; il greco si traduce appunto favola. Ormai l'usuale modo di dire consente che il secondo genere si dica naturale. Varrone stesso ha espresso in latino il terzo col termine di civile. Poi soggiunge: Chiamano mitico il genere creato prevalentemente dai poeti, fisico dai filosofi, civile dagli Stati. Nel primo che ho detto, egli continua, si hanno molti fatti leggendari contro la dignità e la natura degli dèi. Vi si trova infatti che un dio è nato dalla testa, un altro dal femore e un altro da gocce di sangue; vi si trova anche che gli dèi sono stati ladri, adulteri e a servizio di un uomo; inoltre vi si attribuiscono agli dèi tutti quei fatti che possono verificarsi non solo in un uomo qualsiasi ma anche nel più abietto 13. In questo caso, giacché ebbe possibilità e ardire e ritenne che non fosse colpa, manifestò senza alcun sottinteso l'oltraggio che si recava alla divinità con favole menzognere. Parlava appunto non della teologia naturale o civile ma della fabulosa e ritenne di poter liberamente accusarla.

La teologia naturale o dei filosofi...
5. 2. Vediamo che cosa pensa della seconda. Il secondo genere di cui ho parlato, egli dice, è quello sul quale i filosofi hanno molti scritti. Vi si ricercano l'essere degli dèi, la sede, la nozione e la proprietà; se gli dèi hanno cominciato ad esistere nel tempo o nell'eternità; se derivano dal fuoco, come pensa Eraclito, o dai numeri, come sostiene Pitagora, o dagli atomi come dice Epicuro. Allo stesso modo vi si espongono altri concetti che è più facile udire fra le pareti di una scuola che in pubblico nel foro 14. Non rimproverò nulla a questo genere, perché lo chiamano fisico ed è di competenza dei filosofi; si limitò a ricordare le loro polemiche, perché si ebbe una molteplicità di sètte dissidenti. Considerò tuttavia questo genere disadatto alla piazza, cioè alle masse, e lo volle ristretto alle pareti di una scuola. E invece non considerò disadatto ai cittadini l'altro per quanto sconcio nella sua falsità. O religiosi orecchi delle masse e fra di essi anche quelli romani! Non riescono ad accogliere ciò che i filosofi discutono sugli dèi immortali, però non solo accolgono ma ascoltano anche volentieri ciò che i poeti cantano e gli istrioni rappresentano, e sono leggende contrarie alla sublime natura degli immortali, perché possono verificarsi non solo in un uomo qualsiasi ma anche nel più abietto. Non basta ma giudicano che siano gradite agli dèi e che mediante esse si debbano propiziare.

...quella politica o degli stati.
5. 3. Si dirà: "I due generi mitico e fisico, cioè il fabuloso e il naturale, si dovrebbero separare dal civile, di cui ora si viene a trattare, perché anche Varrone li ha separati da esso e vediamo in qual senso propone il civile". Riconosco il motivo per cui si debba separare il fabuloso, perché è falso, sconcio e sconveniente. Ma voler separare il genere naturale dal civile significa soltanto ammettere che anche il civile è scorretto. Perché se esso è naturale, non ha mende per essere escluso. Se poi il genere detto civile non è naturale, non ha meriti per essere accettato. Questo è appunto il motivo per cui ha trattato prima la cultura e poi la religione, cioè perché nella religione non si è conformato alla natura ma agli istituti umani. Ma esaminiamo la teologia civile. Il terzo genere, egli dice, è quello di cui i cittadini e soprattutto i sacerdoti devono conoscere la funzione. Gli spetta stabilire quali dèi si devono adorare pubblicamente, i riti e i sacrifici che si devono compiere secondo le rispettive competenze. Consideriamo la frase seguente: La prima teologia, egli dice, è soprattutto adatta al teatro, la seconda al mondo, la terza alla città. Chi non vede a quale ha accordato la preferenza? Certo alla seconda che, come precedentemente ha detto, è dei filosofi. Egli dichiara infatti che essa appartiene al mondo che, secondo il pensiero dei pagani, è l'aspetto più nobile della realtà. Ha poi unito oppure separato la teologia prima e terza, cioè quella del teatro e quella della città? Infatti non necessariamente ciò che è proprio della città può appartenere anche al mondo, sebbene le città, come è evidente, sono nel mondo. Può avvenire appunto che nella città, secondo determinati pregiudizi, si adorino e si ammettano esseri, la cui natura non esiste in alcun luogo né nel mondo né fuori del mondo. Il teatro al contrario si trova soltanto nella città ed è stata la città ad istituirlo e lo ha istituito per gli spettacoli teatrali. E gli spettacoli teatrali appartengono alla religione sulla quale con tanta diligenza sono scritti i libri citati.

La contraddizione di Varrone.
6. 1. O Marco Varrone, sei l'uomo più intelligente e indubbiamente il più colto, ma sei comunque un uomo e non Dio e non sei stato elevato dallo Spirito di Dio nella verità che ci libera per contemplare e diffondere valori religiosi. Scorgi però che i significati religiosi si devono distinguere dalle vuote fandonie umane, ma temi di offendere le depravate ubbie popolari e le usanze del superstizioso culto pubblico. Eppure, nell'analizzarle a fondo, senti, e ti fa eco tutta la vostra letteratura, che esse ripugnano alla natura degli dèi, perfino di quelli che la debolezza dell'animo umano suppone di scorgere negli elementi di questo mondo. Che cosa fa a questo punto un ingegno umano per quanto altissimo? In che cosa ti aiuta la cultura umana, per quanto multiforme e straordinaria? Desideri onorare gli dèi di una religione naturale e sei costretto a onorare quelli dello Stato. Ne hai trovati altri leggendari, contro cui sfogare il tuo risentimento ma, volere o no, coinvolgi anche quelli dello Stato. Affermi che gli dèi della teologia mitologica sono commisurati al teatro, quelli della naturale al mondo e quelli della civile alla città. Eppure il mondo è creazione divina mentre le città e i teatri sono degli uomini; inoltre non sono altri gli dèi ridicolizzati nei teatri da quelli che sono adorati nei templi e voi offrite spettacoli ai medesimi dèi ai quali immolate vittime. Avresti distinto con maggiore indipendenza e senso critico se avessi detto che si danno dèi naturali e dèi inventati dagli uomini e che di quest'ultimi parlano diversamente la tradizione dei poeti e quella dei sacerdoti e che entrambe tuttavia sono così amiche fra di loro per comunanza col falso, da essere egualmente gradite ai demoni cui è propria la dottrina nemica del vero.

Sconvenienza della teologia mitica e civile nei teatri...
6. 2. Accantonando dunque un po' la teologia chiamata naturale di cui si dovrà parlare in seguito, si può insegnare forse alla fin fine che si chiede o si attende la vita eterna dagli dèi della poesia, del teatro, dello spettacolo e del dramma? Certamente no, anzi il vero Dio ci scampi da una così enorme ed empia follia. E che? Si dovrebbe chiedere la vita eterna a dèi che sono rallegrati e placati da spettacoli, in cui sono rappresentati i loro crimini? Nessuno, come penso, è impazzito fino all'abisso di una così frenetica empietà. Dunque non si conquista la vita eterna con la teologia fabulosa né con quella civile. La fabulosa infatti semina sconcezze sugli dèi con l'invenzione, la civile le miete col plauso; quella dissemina menzogne, questa le raccoglie; quella offende la religione inventando dei delitti, questa include nella religione le rappresentazioni di quei delitti; quella diffonde con l'umana poesia leggende infami sugli dèi, questa le dedica alle feste degli dèi stessi; quella canta la delinquenza e la dissolutezza degli dèi, questa le ama; quella le divulga o le inventa, questa o le riconosce come vere o se ne compiace anche se false. Entrambe sconce, entrambe biasimevoli, ma la teologia fabulosa, che è del teatro, propone la pubblica immoralità, mentre la civile che è della città si fa bella della sua immoralità. Non si può dunque attendere da esse la vita eterna, perché proprio da esse viene contaminata la breve vita nel tempo. La compagnia di dissoluti contamina la vita se essi si insinuano nei nostri sentimenti e convinzioni. A più forte ragione macchia la vita il trattare con demoni che per i loro delitti sono adorati, sebbene tanto malvagi se questi delitti sono veri, con tanta malvagità se sono falsi.

...e nei templi.
6. 3. Quando parliamo così, può sembrare a qualcuno ignaro dei fatti che siano sconvenienti alla maestà divina, ridicole e oscene soltanto le favole dei canti poetici e le rappresentazioni teatrali celebrate in onore degli dèi e che i riti compiuti non dai mimi ma dai sacerdoti siano purgati e immuni da immoralità. Se così fosse, nessuno mai penserebbe di dover celebrare le sconcezze dello spettacolo in onore degli dèi e mai essi comanderebbero che fossero loro presentate. Al contrario non si ha alcun pudore nel compierle in ossequio degli dèi nei teatri perché se ne compiono eguali nei templi. Inoltre sebbene l'autore citato tentasse di distinguere dalla teologia fabulosa e naturale quella civile come terza con un ruolo specifico, volle tuttavia far capire che essa deriva piuttosto da una commistione che da una distinzione dell'una e dell'altra. Ha affermato appunto che le composizioni poetiche sono inefficienti a determinare il modo di pensare dei cittadini, al contrario le dottrine filosofiche sono superiori alle possibilità di capire della massa. Non le capiscono, egli dice, tuttavia dell'uno e dell'altro genere sono stati presi non pochi elementi come principi della teologia civile. Pertanto tratteremo assieme ai principi propri della teologia civile quelli che sono in comune con le altre, ma dobbiamo trovare un maggiore accordo con i filosofi che con i poeti 15. Dunque c'è un accordo anche con i poeti. E tuttavia in un altro testo afferma 16 in merito alla teogonia che i popoli si sono rivolti più ai poeti che ai naturalisti. Quindi in questo passo ha detto ciò che dovrebbe essere, nell'altro ciò che di fatto è. Ha affermato anche che i naturalisti hanno scritto con intento pratico e i poeti con intento estetico. E per questo i delitti degli dèi sono fantasticherie dei poeti che i cittadini non debbono accettare; ma soddisfano esteticamente i cittadini e gli dèi. I poeti, come egli dice, scrivono con intento estetico e non pratico, ma scrivono cose che gli dèi richiedono e i cittadini offrono.

Miti e idoli nella poesia e nel culto.
7. 1. Dunque la teologia della favola, del teatro e dello spettacolo, farcita di indecenza e oscenità, è ricondotta alla teologia civile. L'intera teologia fabulosa quindi, che giustamente è giudicata meritevole di censura e disapprovazione, è parte della civile che si ritiene meritevole di elogio e di approvazione e non è, come ho iniziato a dimostrare, una parte impropria e che diversa dal resto del corpo le è stata forzatamente applicata a sproposito, ma parte del tutto corrispondente e conveniente, unita come membro al corpo stesso. E che altro significano l'immagine, l'aspetto, l'età, il sesso e l'atteggiamento degli dèi?. Forseché i poeti presentano un Giove con la barba e un Mercurio senza barba e i sacerdoti non li presentano così? Forseché gli istrioni hanno eseguito e i sacerdoti non hanno eseguito dei riti veramente osceni per Priapo? Oppure costui come statua immobile da adorarsi nei luoghi sacri è diverso da quando nei teatri si muove attraverso l'azione di un buffone? Forseché il vecchio Saturno e l'efebo Apollo sono tanto maschere degli istrioni da non essere anche statue dei templi? Perché Forcolo che protegge la porta di fuori e Limentino che protegge il limitare sono maschi e fra di essi Cardea che protegge il cardine è una femmina? E queste credenze non si hanno forse nei libri della religione, sebbene i poeti autorevoli nei loro carmi le hanno considerate sconvenienti? Forseché la Diana del dramma porta le armi, mentre quella che si vede per la città è figurata soltanto come una bella ragazza? Forseché l'Apollo nelle scene è suonatore di cetra, mentre quello di Delfo non attende a quell'arte? Ma queste cose sono abbastanza oneste in confronto con le oscene. Che cosa pensarono di Giove coloro che posero la sua nutrice in Campidoglio? Non diedero forse atto ad Evemero che ha dimostrato non con la ciancia della favola ma con serietà storica che tutti gli dèi furono uomini e mortali? E coloro che hanno fatto sedere alla mensa di Giove gli dèi conviviali, suoi scrocconi, che fecero altro se non fare la farsa delle cose sacre? Se un mimo infatti avesse parlato degli scrocconi di Giove seduti a un suo banchetto, avrebbe cercato, come è evidente, di far ridere. Ma l'ha detto Varrone e non l'ha detto per far ridere su di loro ma per onorarli; e che egli ha trattato questo argomento, lo documentano i libri della religione e non quelli dell'umana cultura, e non dove esponeva gli spettacoli teatrali ma dove rendeva noti i diritti del Campidoglio. Infine Varrone si sente abbattuto da tali considerazioni e confessa che i Romani, come hanno raffigurato gli dèi con aspetto umano, così hanno creduto che godessero dei piaceri umani 17.

Il mito di Ercole e Laurentina.
7. 2. Infatti anche gli spiriti maligni non sono venuti meno alla propria opera nel confermare queste nefaste credenze ingannando le coscienze umane. A proposito si ha un episodio. Un custode del tempio di Ercole nel suo giorno di riposo giocò da solo con i dadi. Usando l'una e l'altra mano, ad una di esse assegnò Ercole, all'altra se stesso, a questa condizione che se avesse vinto lui, coi proventi del tempio si sarebbe pagata una cena e avrebbe condotto l'amante; se invece si fosse avuta la vittoria di Ercole, col proprio denaro avrebbe offerto la medesima cosa allo spasso di Ercole. Essendosi vinto da sé, ma secondo il patto da Ercole, offrì al dio la cena dovuta e la bellissima cortigiana Larentina. Lei dormì nel tempio e sognò che Ercole le si era unito e le aveva detto anche che, uscendo di lì, avrebbe avuto la paga dal giovane che per primo avesse incontrato. Lei doveva credere che le fosse stata sborsata da Ercole. Mentre si allontanava le si fece incontro Taruzio, un giovane ricchissimo, che la tenne con sé come amante per lungo tempo. Alla sua morte divenne erede. Ed ella, conseguita l'ingente ricchezza, per non sembrare ingrata alla paga del dio e pensando di fare una cosa gradita alla divinità, costituì erede il popolo romano. Scomparve e si trovò il suo testamento. Narrano che per questa benemerenza meritò anche gli onori divini.

Oscenità dei riti misterici.
7. 3. Se i poeti inventassero questi fatti e se i mimi li rappresentassero, si direbbe che indubbiamente appartengono alla teologia della favola e si giudicherebbe che essi si devono considerare disgiunti dalla teologia civile. Ora queste oscenità non dei poeti ma dei cittadini, non dei mimi ma dei sacerdoti, non dei teatri ma dei templi, cioè non della teologia della favola ma della civile, sono rese note da un maestro così insigne. Ma allora non sono gli istrioni a rappresentare senza ragione con le arti dello spettacolo la sconcezza degli dèi che è tanta, ma sono i sacerdoti che senza ragione tentano di rappresentare con riti creduti sacri l'onestà degli dèi che non esiste affatto. Ci sono i misteri di Giunone che si celebravano nella sua diletta isola di Samo perché in essa era stata maritata a Giove. Ci sono i misteri di Cerere, durante i quali si va in cerca di Proserpina rapita da Plutone. Ci sono i misteri di Venere, nei quali si fa lamento sul suo amante Adone, giovane bellissimo, ucciso dalle zanne di un cinghiale. Ci sono i misteri della Madre degli dèi, durante i quali Attis, bel giovane da lei amato ed indotto ad evirarsi dalla femminile gelosia, è oggetto di lamento da parte di individui anche essi evirati che chiamano Galli. Questi misteri sono più indecenti di qualsiasi oscenità del teatro. Perché si sforzano allora di segregare le favolose invenzioni dei poeti sugli dèi, che sono di competenza del teatro, dalla teologia civile che, a sentir loro, spetta alla città, come si segregano cose indecenti e oscene dalle convenienti e oneste? Si dovrebbe piuttosto essere grati agli attori che hanno avuto riguardo per gli spettatori e negli spettacoli non hanno messo a nudo il complesso dei riti misterici che si compiono fra le pareti dei luoghi sacri. Che cosa si deve pensare di bene dei loro riti compiuti nel buio, quando sono tanto detestabili quelli che si offrono alla luce? D'altronde se la vedano loro che cosa fare di nascosto mediante gli evirati e gli effeminati ma non hanno potuto tenere nascosti questi individui così miseramente mutilati e così sconciamente dissoluti. Convincano, se ci riescono, che mediante tali individui compiono un rito santo, poiché non possono negare che si trovano nel numero delle loro cose sante. Non conosciamo quale rito compiano ma sappiamo per mezzo di quali individui lo compiono. Conosciamo le rappresentazioni che si compiono sulla scena ma in essa non è mai entrato un evirato o un effeminato, sia pure nel coro delle cortigiane. Eppure persone dissolute e infami compiono quelle rappresentazioni, poiché non si dovevano compiere da persone onorate. Di che razza sono dunque quei misteri alla cui esecuzione la sacralità ha scelto individui che perfino il lascivo costume delle attrici non ha ammesso?

Interpretazione naturalistica della madre degli dèi e Saturno.
8. 1. Ma questi riti hanno determinate interpretazioni fisiologiche, come essi dicono, cioè di concetti naturali. Però noi in questa disputa non indaghiamo sulla fisiologia ma sulla teologia e cioè non sul concetto di natura ma di Dio. E sebbene il vero Dio non è Dio in base a un modo di pensare ma per natura, tuttavia non ogni natura è un dio, poiché v'è una natura dell'uomo, della bestia, della pianta, della pietra, ma nessuna di esse è un dio. Se poi il vero senso di questa interpretazione, quando si tratta dei misteri della Madre degli dèi, è indubbiamente che madre degli dèi è la terra, non si dà motivo ad ulteriore ricerca e discussione 18. È infatti il discorso più evidente a sostegno di coloro i quali affermano che tutti gli dèi furono uomini. Gli uomini nascono appunto dalla terra, quindi la terra è loro madre. Ma nella vera teologia la terra è opera di Dio e non madre. Tuttavia comunque interpretino e rapportino alla natura i misteri della Madre degli dèi, è certo che non è secondo natura ma contro natura che i maschi siano considerati di sesso femminile. Questo male, questo crimine, questo obbrobrio hanno in quei misteri un proprio compito, mentre nell'umana delinquenza vengono confessati soltanto fra i tormenti. Se poi questi misteri che, come è dimostrato, sono più sconci delle oscenità del teatro, sono discolpati con la giustificazione che hanno una loro interpretazione con cui si spiega che significano la natura, perché anche i canti poetici non sono discolpati con la medesima giustificazione? Molti infatti li hanno interpretati in base al medesimo criterio e perfino il mito veramente disumano e mostruoso di Saturno che avrebbe divorato i propri figli. Alcuni lo interpretano nel senso che la lunghezza di tempo 19, che è significato dal concetto di Saturno, distrugge tutto ciò che produce; oppure interpretano, come anche Varrone, nel senso che Saturno si riferisce ai semi che ricadono sulla terra da cui nascono 20. Alcuni interpretano diversamente e così pure gli altri miti.

Eguaglianza della teologia mitica e politica.
8. 2. Tuttavia è considerata teologia fabulosa e nonostante tutte queste interpretazioni viene biasimata, respinta, condannata. Inoltre affinché sia giustamente rifiutata in base al fatto che ha inventato cose indegne degli dèi, viene distinta non solo dalla teologia naturale che è dei filosofi ma anche dalla civile, di cui stiamo trattando e che appartiene, come essi affermano, alle città e agli Stati. Ma indubbiamente si ebbe il seguente criterio. Gli individui veramente intelligenti e colti, da cui furono esposte queste teorie, intendevano che entrambe fossero riprovate, cioè tanto la teologia fabulosa che la civile, però avevano il coraggio di rifiutare la prima ma non la seconda. Allora esposero la fabulosa in modo che fosse biasimata e le posero in confronto la civile che le somiglia, e non allo scopo che la civile fosse accettata nel riscontro con l'altra ma affinché si intendesse che anch'essa era da rifiutare. Così senza rischio di coloro che temevano di riprovare la teologia civile, col respingere l'una e l'altra si otteneva che trovasse accoglienza negli spiriti più onesti quella teologia che chiamano naturale. Infatti tanto la civile che la fabulosa sono entrambe fabulose, entrambe civili. Si scoprirà che sono entrambe fabulose, se si considereranno con saggezza le frivolezze e le oscenità di entrambe, e che sono ambedue civili, se si osserveranno gli spettacoli teatrali caratteristici della teologia fabulosa nelle feste degli dèi dello Stato e nella religione delle città. Non si può dunque assolutamente attribuire il potere di dare la vita eterna ad uno qualsiasi degli dèi dello Stato, perché i loro idoli e misteri provano infallibilmente che per aspetto, età, sesso, atteggiamento, matrimonio, discendenza e riti sono del tutto simili a quelli della favola, dichiaratamente rifiutati. Dall'insieme infatti si capisce che furono uomini, che con attenzione alla vita e alla morte di ognuno furono istituiti per loro misteri e feste e che questo errore si è diffuso allo scopo d'ingannare le coscienze umane mediante ripetute suggestioni demoniache, quanto dire mediante qualsiasi occasione presentatasi allo spirito più immondo.

Assurdità del culto a Libero...
9. 1. Anche le competenze degli dèi, sminuzzate in incarichi così vili e frammentari per il fatto che, come essi credono, bisogna propiziarle secondo la particolare incombenza, su cui ho detto parecchio ma non tutto 21, sono più convenienti alla buffoneria istrionesca che alla dignità divina. Se un tizio impiegasse per un bimbo due nutrici, di cui una gli offrisse soltanto da mangiare e l'altra soltanto da bere, come i Romani allo scopo hanno impiegato due dee, Educa e Potina, sembrerebbe che sia uscito di senno e che a casa sua si comporta come un istrione. Affermano che Libero derivi etimologicamente da liberazione, perché i maschi nell'atto sessuale col suo favore si liberano effondendo il seme. Dicono che la medesima cosa fa con le femmine Libera, che sarebbe anche Venere, perché, a sentir loro, anche essa fa uscire il seme. E per questo motivo, dicono, è posta nei templi la parte virile del corpo per Libero e la femminile per Libera. Oltre queste cose assegnano a Libero le baccanti e il vino per stimolare la libidine. Per questo motivo i baccanali sono celebrati con indescrivibile frenesia. Varrone stesso confessa che soltanto in stato di follia in essi possono esser commesse dalle baccanti azioni così vergognose 22. Ma in seguito essi non furono graditi a un senato più ragionevole, il quale ordinò che fossero soppressi 23. Almeno in questo caso finalmente capirono forse il potere che sulla coscienza umana hanno gli spiriti immondi, quando sono ritenuti dèi. Questi fatti non avverrebbero in teatro perché lì giocano, non delirano, sebbene somiglia al delirio avere dèi che prendono gusto a tali giochi.

...dei riti contro Silvano...
9. 2. Che significa poi la notizia che ci fornisce Varrone? Egli distingue l'uomo religioso dal superstizioso in base al criterio che dal superstizioso gli dèi sono temuti, mentre dal religioso sono soltanto rispettati come i genitori e non temuti come nemici. Aggiunge che essi sono tutti così buoni da perdonare più facilmente i colpevoli che punire un innocente 24. Tuttavia ricorda che sono impiegati a protezione della donna sgravata tre dèi affinché il dio Silvano non entri durante la notte per farle violenza. Afferma che per indicare i tre dèi protettori, tre uomini di notte girano attorno al limitare della casa, e che dapprima percuotono il limitare con la scure, poi col pestello, e infine la spazzano con la scopa. Così mediante tre segni della coltura si proibirebbe al dio Silvano di entrare, perché gli alberi non si tagliano o potano senza la scure, la farina non si ottiene senza il pestello, le biade non si ammucchiano senza la scopa. Da questi tre oggetti sarebbero stati denominati i tre dèi, Intercidona dal taglio della scure, Pilunno dal pestello e Deverra dalla scopa. Con la loro protezione si difenderebbero i neonati dalla violenza del dio Silvano 25. Quindi non basterebbe la protezione degli dèi buoni contro la crudeltà di un dio che fa del male, se non fossero in più contro di uno solo e non resistessero a lui aspro, fiero e incolto, in quanto abitante nella selva, con i segni della coltura che gli sono contrari. E questa sarebbe la bontà degli dèi, questa la loro concordia? Queste sarebbero le divinità tutelari delle città, oggetto più di scherno che di spettacolo nei teatri?

...degli dèi della prima notte di nozze.
9. 3. Quando un maschio e una femmina si uniscono, viene interessato il dio Giogatino, e vada. Ma occorre portare la sposa nell'ambiente domestico e s'impiega il dio Domiduco; perché vi si trattenga, il dio Domizio; perché rimanga col marito, la dea Manturna. Che si vuole di più? Si abbia riguardo al ritegno umano; compia il resto la concupiscenza della carne e del sangue nel nascondimento creato dal pudore. A che scopo si riempie la camera da letto di una folla di divinità se perfino i paraninfi se ne allontanano? E si riempie non allo scopo che col pensiero della loro presenza sia maggiore l'attenzione alla castità, ma affinché mediante la loro collaborazione senza difficoltà sia tolta la verginità della donna debole per il sesso e tremante per la novità. Sono presenti nientemeno che la dea Verginiese, il dio padre Subigo, la dea madre Prema, la dea Pertunda e Venere e Priapo. Ma che faccenda è questa? Se al limite era necessario che l'uomo trovandosi in difficoltà in quell'atto fosse aiutato dagli dèi, non ne bastava uno o una? E se ci fosse stata soltanto Venere, sarebbe forse stata, da poco, anche perché si sostiene che deriva il nome dal fatto che senza la violenza una donna non cesserebbe d'esser vergine 26? Se negli uomini c'è il ritegno che non esiste nelle divinità, quando i coniugati pensano che sono presenti e assistono alla faccenda tanti dèi dell'uno e dell'altro sesso, non sono forse trattenuti dal pudore al punto che egli si senta meno acceso e lei opponga maggiore resistenza? E se è presente la dea Verginiese perché sia sciolta la cintura di castità alla vergine, se è presente il dio Subigo perché si assoggetti al marito, se è presente la dea Prema perché una volta assoggettata non resista e si lasci comprimere, la dea Pertunda che cosa ci sta a fare? Si vergogni, vada via, lasci fare qualche cosa anche al marito. È molto disonesto che l'atto che la denomina lo compia un altro che non sia lui. Ma forse è sopportata perché è una dea e non un dio. Se fosse creduta un maschio e si chiamasse Pertundo, il marito chiederebbe contro di lui per il pudore della moglie un aiuto più valido di quello che i neonati chiedono contro Silvano. Ma perché dico questo, quando vi è presente anche Priapo, che è maschio di troppo, tanto che sul suo enorme e sconcio membro virile doveva sedere la sposa novella secondo l'onestissima e religiosissima usanza delle matrone?.

I pagani saggi rigettano teologia mitica e politica...
9. 4. Ma gli scrittori andrebbero avanti e si sforzerebbero quasi, con la sottigliezza di cui sono capaci, di segregare la teologia civile dalla fabulosa, le città dai teatri, i templi dalla scena, i riti dei pontefici dai carmi dei poeti, come si segregano le cose oneste dalle turpi, le vere dalle false, le nobili dalle futili, le serie dalle frivole, le cose che si devono volere da quelle che si devono evitare. Capisco ciò che intendono. Sanno che la teologia del teatro e della favola tragica dipende dalla civile e che le viene restituita dai carmi dei poeti come da uno specchio. Quindi dopo la trattazione della teologia civile che non osano condannare direttamente, disapprovano e riprendono più liberamente questa sua immagine affinché coloro che li sanno capire rifiutino anche il sembiante di cui la fabulosa è l'immagine riflessa. Però gli dèi guardandosi nel medesimo specchio prediligono la fabulosa affinché appaia meglio nell'una e nell'altra chi e che cosa essi sono. Perciò hanno costretto con duri comandi i suoi cultori a dedicare loro l'oscenità della teologia fabulosa, a includerla nelle loro feste, a conservarla nella religione. Così hanno mostrato più evidentemente di essere spiriti immondi e hanno reso la teologia del teatro, per quanto riprovata nella sua abiettezza, una suddivisione e parte della teologia delle città, considerata nobile e apprezzata. In questo modo, sebbene nel suo complesso disonesta ed erronea ed abbia come contenuto falsi dèi, una sua parte consiste nelle tradizioni dei sacerdoti e l'altra nelle composizioni dei poeti. Se abbia altre parti ancora è un'altra questione. Per adesso, stando alla partizione di Varrone, ho dimostrato esaurientemente, a mio parere, che la teologia della città e quella del teatro fanno parte della sola teologia civile. Quindi poiché sono entrambe di eguale bruttura, irragionevolezza, sconvenienza e falsità, le persone veramente religiose non devono attendere la vita eterna né dall'una né dall'altra.

...così pure Varrone.
9. 5. Infine lo stesso Varrone comincia a catalogare ed enumerare gli dèi dal concepimento dell'uomo. Ha iniziato la loro numerazione da Giano e ha condotto la serie fino alla morte dell'uomo decrepito. Chiude l'elenco degli dèi protettori dell'uomo con la dea Nenia che si canta nei funerali dei vecchi. Poi comincia a enumerare altri dèi che non apparterrebbero agli uomini ma alle cose spettanti all'uomo, come sono il vitto e vestiario e tutte le altre cose indispensabili alla vita fisica, esponendo di tutti il ruolo specifico e il motivo per cui debbano essere resi propizi 27. Ma nonostante tutta questa sua accuratezza non ha mostrato o nominato dèi dai quali si dovesse chiedere la vita eterna. Invece noi soltanto per essa siamo cristiani. Dunque questo uomo espone e chiarisce tanto accuratamente la teologia civile, dimostra che è simile alla fabulosa, che è sconveniente e disonesta, e insegna con sufficiente evidenza che la stessa teologia fabulosa ne è una parte. Chi dunque è tardo al punto di non capire che egli ha preparato nelle coscienze degli uomini il luogo soltanto a quella naturale che, come egli dice, è di competenza dei filosofi? E l'ha fatto con tanto acume che condanna la teologia mitologica, non ardisce condannare la civile ma attraverso l'esposizione fa capire che la esclude così che, condannata l'una e l'altra secondo il giudizio di coloro che sanno ben capire, rimanga da accettare soltanto la teologia naturale. Di essa a suo luogo si dovrà trattare più diligentemente con l'aiuto di Dio 28.

Il pensiero di Seneca sul politeismo (10-12)

Seneca condanna l'evirazione sacrale...
10. 1. La libertà che mancò a Varrone, nel rifiutare a pari merito la teologia della città e quella molto simile del teatro, non mancò ad Anneo Seneca che, come sappiamo da certe indicazioni, si distinse al tempo dei nostri Apostoli. L'ebbe se non del tutto almeno parzialmente. L'ebbe appunto come scrittore, ne difettò come uomo. Infatti nel libro scritto contro le superstizioni egli attaccò la teologia dello Stato e della città in modo più esauriente e violento di quello con cui Varrone aveva attaccato la teologia della favola e del teatro 29. Trattando degli idoli, dice: Raffigurano gli esseri augusti immortali e inviolabili in materia molto vile e immobile, danno loro figura di uomini, di bestie e di pesci ed alcuni li rappresentano perfino ermafroditi nella diversa struttura fisica. Li chiamano numi ma se essi vivificandosi si muovessero all'improvviso, sarebbero presi per mostri. Poco dopo, nel trattare la teologia naturale, esposte le teorie di alcuni filosofi, si pose una domanda con le seguenti parole: A questo punto qualcuno può dire: E io dovrei credere che il cielo e la terra sono dèi e che ve ne sono alcuni sopra la luna e alcuni sotto? E io dovrei ascoltare o Platone o il peripatetico Stratone, di cui il primo ha insegnato che il dio è senza corpo e l'altro che è senza spirito? E, rispondendo alla domanda, soggiunge: Ma perché alla fin fine ti sembrano più veri i sogni di Tito Tazio o di Romolo o di Tullo Ostilio? Tazio dedicò un tempio alla dea Cloacina, Romolo a Pico e Tiberino, Ostilio a Pavore e a Pallore, che sono banali condizionamenti umani di cui il primo è il movimento psicologico della paura, l'altro neanche un male fisico ma soltanto un colorito naturale. Preferiresti credere che gli dèi sono questi e penseresti che siano in cielo? Dei misteri stessi, abominevoli per crudeltà, ha scritto con molta libertà: Uno si evira, l'altro si incide le braccia. In che senso temono gli dèi coloro che se li propiziano in questa maniera? Se gli dèi esigono questa forma di culto, non si devono adorare affatto. È così grande la frenesia della coscienza sconvolta e fuori di sé da far propiziare gli dèi con atti con cui non infieriscono neanche gli individui più disumani, neppure quelli di una crudeltà consegnata alle favole. I tiranni hanno straziato il corpo di alcuni ma non hanno comandato ad alcuno di straziare il proprio corpo. Alcuni sono stati evirati per soddisfare la libidine di un re ma nessuno per comando di un padrone ha compiuto l'atto con cui togliersi la virilità. Si dilaniano da sé nei templi, supplicano con le proprie ferite sanguinanti. Se qualcuno ha tempo di andare a vedere quel che fanno e quel che patiscono, osserverà azioni veramente disgustose per le persone oneste, indegne di persone libere, sconvenienti a persone assennate da non far dubitare nessuno che sono pazzi furiosi se lo fossero in pochi. Ma oggi garanzia di assennatezza è la folla dei dissennati.

...le pratiche superstiziose.
10. 2. Nessuno crederebbe ai fatti che, come Seneca narra, si verificavano abitualmente in Campidoglio e che egli con vero coraggio stimmatizza, se non fossero stati compiuti da buffoni e da pazzi. Egli derideva che nei misteri egiziani si piangesse lo smarrimento di Osiride e che all'improvviso si manifestasse una grande gioia nel ritrovarlo, poiché il suo smarrimento e ritrovamento erano nell'immaginazione, invece venivano manifestati di fatto il dolore e la gioia da individui che non avevano smarrito e ritrovato nulla. Ma per questa follia, egli dice, è stabilito un tempo ed è tollerabile uscir di senno una volta all'anno. Ma va' in Campidoglio, ti farà vergognare della frenesia esposta al pubblico ciò che una stravagante mania si è attribuita come dovere. Un tale fa vedere alcuni nomi a un dio, un altro notifica le ore a Giove, qualcuno fa il gesto del littore, un altro unge, giacché un inutile movimento delle braccia imita chi spalma l'unguento. Vi sono delle donne che pettinano i capelli a Giunone e a Minerva; in piedi lontano dal tempio e non soltanto dalla statua muovono le dita col gesto delle acconciatrici. Altre sostengono lo specchio. Vi sono alcuni che invitano gli dèi ad andare con loro per ottenere la cauzione, altri fanno vedere loro lo scritto di ricorso e fanno loro conoscere il processo che li riguarda. Un colto primo attore, ormai vecchio decrepito, eseguiva ogni giorno in Campidoglio una sua rappresentazione, convinto che gli dèi lo seguissero di buon grado, perché gli uomini avevano cessato di farlo. Ogni categoria di artigiani se ne sta lì con le mani in cintola a lavorare per gli dèi immortali. E poco dopo aggiunge: Ma costoro non offrono al dio un'attività abominevole o infame, anche se inutile. Però alcune donne si soffermano in Campidoglio perché sono convinte di essere amate da Giove; non si spaventano neanche col pensiero di Giunone che, se si vuol credere ai poeti, era furiosamente gelosa.

Sua incoerenza.
10. 3. Varrone non ebbe questa libertà, osò attaccare soltanto la teologia dei poeti e non quella dello Stato che invece Seneca infamò. Ma se abbiamo riguardo al vero, sono peggiori i templi in cui si compiono azioni abominevoli che i teatri in cui si rappresentano. E per questo in merito ai misteri della teologia dello Stato Seneca ha preferito assegnare al saggio il dovere di non accettarli nella religione interiore ma di simularli mediante atti esterni. Dice infatti: Il saggio osserverà tutte le prescrizioni perché comandate dalle leggi e non perché gradite agli dèi. E poco dopo osserva: Che dire che combiniamo matrimoni fra gli dèi e, contro ogni diritto, fra fratelli e sorelle? Uniamo in matrimonio Bellona a Marte, Venere a Vulcano, Nettuno a Salacia. Però ne lasciamo alcuni scapoli, come se non si fosse presentata l'occasione, tanto più che vi sono alcune vedove, come Populonia, Fulgora e la ninfa Rumina, ma non mi meraviglio che costoro non abbiano avuto un pretendente. Noi dunque adoreremo questa popolana folla di dèi, che una lunga superstizione durata molto tempo ha ammucchiata, ma ricordiamoci che il culto relativo riguarda la consuetudine e non la religione. Dunque né le leggi né la consuetudine istituirono nella teologia dello Stato un rito che fosse accetto agli dèi o che riguardasse la religione. Ma questo uomo che i filosofi riuscirono quasi a render libero, tuttavia, poiché era un illustre senatore del popolo romano, onorava ciò che biasimava, compiva atti che satireggiava, adorava ciò che accusava. La filosofia, cioè, gli aveva insegnato una grande verità, di non essere superstizioso di fronte al mondo ma, in vista delle leggi civili e dell'umana consuetudine, di non fare, certamente, l'attore drammatico ma di imitarlo nel tempio. Tanto più riprovevole era la sua condotta in quanto il popolo riteneva che compisse per convinzione quegli atti che al contrario compiva in quel modo soltanto per falso conformismo, mentre l'attore, anziché trarre in errore con l'inganno, dilettava con lo spettacolo.

Giudizio di Seneca sul culto giudaico.
11. Tra le altre superstizioni della teologia dello Stato Seneca riprende anche i riti degli Ebrei e soprattutto il sabato. Pensa che si comportino senza senso pratico, perché con quei giorni ricorrenti ogni settimo perderebbero nel riposo circa una settima parte della vita e in questo modo sarebbero lesi molti interessi che incalzano nel tempo. Non ha voluto nominare né in un senso né nell'altro i cristiani che già da allora erano profondamente odiati dai Giudei, tanto per non lodarli contro l'antica usanza della sua patria, quanto per non biasimarli forse contro la propria intenzione. Parlando dei Giudei, ha detto: Essendo frattanto invalsa l'usanza di un popolo di mascalzoni al punto che è stata accolta in tutti i paesi, i vinti hanno dettato leggi ai vincitori. Si meravigliava nel dire queste parole e non sapendo ciò che avveniva per divina disposizione ha aggiunto una frase con cui svelò la propria opinione sul significato di quei riti. Dice infatti: Quelli sanno tuttavia le ragioni del proprio culto, invece la maggior parte del nostro popolo compie dei riti e non conosce il motivo per cui li compie. Ma ho parlato altrove, soprattutto nella polemica contro i manichei 30, sull'argomento del culto giudaico, cioè sulla ragione e sul limite con cui è stato istituito dall'autorità divina e per cui a tempo opportuno dalla medesima autorità è stato loro sottratto dal popolo di Dio, al quale è stato rivelato il mistero della vita eterna. Comunque anche in questa opera se ne dovrà parlare a suo luogo 31.

Vanità del politeismo nel problema della salvezza.
12. Ora sull'argomento delle tre teologie, che i Greci chiamano mitica, fisica e politica e che in latino si possono tradurre in fabulosa, naturale e civile, è stato dimostrato che la vita eterna non si deve attendere né da quella della favola, perché con grande libertà l'hanno attaccata perfino gli adoratori degli dèi del politeismo, né da quella dello Stato, perché si è dimostrato che la prima è una sua parte e che questa le è molto simile o anche peggiore. Ma se a qualcuno non basta la dimostrazione esposta in questo volume, vi aggiunga anche la tesi, sostenuta con un lungo discorso nei libri precedenti e soprattutto nel quarto, su Dio datore della felicità 32. Infatti se la felicità è una dea, soltanto a lei gli uomini dovrebbero consacrarsi per conseguire la vita eterna. Ma poiché non è una dea ma un dono di Dio, soltanto a quel Dio che dà la felicità ci dobbiamo consacrare noi che con religiosa carità amiamo la vita eterna in cui si ha vera e piena felicità. Da quanto è stato detto non si può assolutamente dubitare, come io penso, che dia la felicità qualcuno degli dèi che sono adorati tanto oscenamente e che più oscenamente ancora si sdegnano se non sono adorati in quel modo e che per tal motivo mostrano di essere spiriti immondi. Ora chi non dà la felicità non può dare neanche la vita eterna. Si considera appunto vita eterna quella in cui si ha una felicità senza fine. Se infatti l'anima vive nelle pene eterne, con le quali saranno puniti anche gli spiriti immondi, quella è piuttosto una morte eterna che vita. Non si ha infatti una morte maggiore e peggiore che là dove la morte non muore. Ma poiché l'essere dell'anima, per il fatto che è stata creata eterna, non si può concepire senza una qualunque vita, la sua morte più vera è l'alienazione dalla vita di Dio nell'eternità della pena. Quindi soltanto colui che dà la vera felicità dà la vita eterna, cioè felice senza fine. Ora è stato dimostrato che gli dèi adorati dalla teologia civile non possono dare la felicità, e non solo ai sensi dei beni temporali e terreni, come ho dimostrato nei primi cinque libri, ma a più forte ragione ai sensi della vita eterna che si avrà dopo la morte, come ho trattato in questo unico libro anche con la collaborazione dei loro scrittori. Quindi gli dèi non si devono adorare. Ma la forza di una vecchia usanza ha radici molto profonde. Perciò, se a qualcuno sembra che ho trattato poco della necessità di respingere decisamente la teologia civile, volga l'attenzione all'altro volume che con l'aiuto di Dio segue immediatamente a questo.

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