S. Agostino: La Città di Dio: Capp. XVII- XXII

Libro diciassettesimo

LA CITTÀ DI DIO NEL PROFETISMO EBRAICO

 

Teorie sulle forme di profetismo [1-3]

Epoca dei profeti da Samuele a Geremia.
1. La città di Dio, che si evolve nella serie dei tempi, indicherà come si adempiano le promesse di Dio rivolte ad Abramo giacché abbiamo appreso che, per garanzia di Dio stesso, sono dovuti alla sua discendenza il popolo d'Israele secondo la razza e tutti i popoli secondo la fede. Poiché dunque l'epilogo del libro precedente è approdato al regno di Davide, ora da quel regno esponiamo gli eventi che seguono nel limite che si ritiene sufficiente all'opera intrapresa. Il periodo che va da quando Samuele cominciò a profetare fino a quando il popolo d'Israele fu condotto prigioniero in Babilonia e, al ritorno degli Israeliti dopo settant'anni secondo la profezia del santo Geremia 1, fu riedificato il tempio, è complessivamente il periodo dei Profeti. Tuttavia non senza ragione possiamo considerare Profeti lo stesso patriarca Noè, durante la cui vita la terra intera fu sterminata dal diluvio, e gli altri prima e dopo l'epoca in cui nel popolo di Dio cominciarono a dominare i re perché alcuni avvenimenti futuri, che appartenevano alla città di Dio e al regno dei cieli, in qualche modo furono da loro simboleggiati o previsti. Di alcuni di loro soprattutto leggiamo che più esplicitamente sono stati considerati tali, come Abramo 2 e Mosè 3. Tuttavia epoca dei Profeti è stata considerata particolarmente e superlativamente quella in cui cominciò a profetare Samuele 4 che, per comando di Dio, unse come re dapprima Saul 5 e, dopo che egli fu destituito, lo stesso Davide 6 perché avesse successori della sua stirpe fino a quando fu opportuno avere successori in quella forma. Se dunque volessi passare in rassegna tutte le cose che sono state predette dai Profeti sul Cristo, quando la città di Dio attraversava questo periodo con l'avvicendarsi della morte e nascita dei suoi adepti, si sconfina nello sterminato. Prima di tutto la Scrittura stessa che, distribuendo nella serie i re, le loro imprese e avvenimenti, sembra quasi interessata a narrare i fatti con precisione storica, se si esaminasse con un certo criterio nel sussidio di una ispirazione divina, si scorgerebbe intenta, se non più, certo non meno, a preannunciare eventi futuri che a narrare i passati. Ed anche chi, pur di sfuggita, esaminasse questi aspetti, non ignorerebbe come sia faticosa, lunga e bisognosa di parecchi volumi l'indagine approfondita e l'esposizione ragionata dell'argomento. Poi anche i temi, che fuor di dubbio appartengono alla profezia, sono così numerosi sul Cristo e il regno dei cieli, cioè la città di Dio, che per l'esposizione si richiede una trattazione più lunga di quanto il criterio di questa opera richiede. Quindi, se potrò, col mio metodo la disporrò in modo da non dire cose superflue e non tralasciare quelle che sono indispensabili a questa opera da condurre a termine nella volontà di Dio.

Realizzazione della promessa alla razza.
2. Nel libro precedente abbiamo detto che dall'inizio delle promesse ad Abramo due cose gli furono assicurate. La prima è che la sua discendenza avrebbe avuto il possesso del paese di Canaan ed è indicata con le parole: Va' nel paese che io ti indicherò e ti renderò un grande popolo 7. L'altra molto più importante non è relativa a una discendenza razziale ma spirituale, per cui è padre non del solo popolo d'Israele ma di tutti i popoli che seguono le orme della sua fede. La promessa ebbe inizio con queste parole: In te saranno benedetti tutti i popoli della terra 8. Abbiamo esposto che in seguito queste due promesse furono confermate da molte altre attestazioni. Era dunque nella Terra promessa la discendenza di Abramo secondo la razza, cioè il popolo d'Israele, e in essa aveva già iniziato a dominare non solo perché aveva in possesso le città dei nemici ma anche perché aveva i re. Si erano così in gran parte adempiute le promesse di Dio su questo popolo, non solo quelle che erano state rivolte ai tre patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe e tutte le altre nella loro epoca, ma anche quelle fatte per mezzo dello stesso Mosè. Da lui il popolo era stato liberato dalla schiavitù d'Egitto ed erano stati manifestati tutti gli eventi passati verificatisi alla sua epoca, mentre guidava il popolo per il deserto. Dal valente condottiero Giosuè di Nun il popolo, con la sconfitta delle varie popolazioni, fu introdotto nella Terra promessa ed egli, prima di morire, la distribuì alle dodici tribù, alle quali Dio l'aveva assegnata. Eppure né con lui né dopo di lui, durante l'intero periodo dei Giudici, s'era adempiuta la promessa di Dio relativa alla terra di Canaan da un certo fiume d'Egitto fino al grande fiume Eufrate 9. Tuttavia non si profetizzava più un fatto che sarebbe avvenuto, si attendeva che si adempisse. Si adempì per mezzo di Davide e del figlio Salomone, il cui regno si allargò in estensione secondo quanto era stato promesso perché assoggettarono i popoli vicini e li resero tributari 10. Così dunque la discendenza di Abramo era stata organizzata politicamente nella terra della promessa secondo la razza, cioè nella terra di Canaan, alla dipendenza di re, sicché non mancava nulla perché si adempisse la promessa di Dio. Restava soltanto che il popolo ebraico rimanesse nella medesima terra in una condizione stabile per l'avvenire, per quanto attiene alla prosperità temporale sino alla fine dei tempi, se obbediva alle leggi di Dio. Ma siccome Dio sapeva che non l'avrebbe fatto, pose in atto le sue pene temporali per stimolare i pochi a lui fedeli in quel popolo e ammaestrare quelli che sarebbero stati tali in tutti i popoli in ciò che era necessario fossero ammaestrati perché in essi avrebbe adempiuto l'altra promessa mediante l'incarnazione del Cristo con la formulazione della Nuova Alleanza.

Due o tre forme di profetismo.
3. 1. Perciò le divine predizioni ad Abramo, Isacco e Giacobbe e tutte le altre indicazioni o parole profetiche che si sono avute nei precedenti libri della sacra Scrittura come pure le altre profezie del periodo dei re in parte appartengono alla razza di Abramo, in parte a quella sua discendenza nella quale sono benedetti tutti i popoli coeredi di Cristo nella Nuova Alleanza per possedere la vita eterna e il regno dei cieli. In parte dunque spettano alla schiava che genera alla schiavitù, cioè alla Gerusalemme terrena che è schiava con i suoi figli, in parte alla libera città di Dio, cioè alla vera Gerusalemme eterna nei cieli i cui figli appartenenti all'umanità, pur vivendo secondo Dio, sono esuli sulla terra 11. Vi sono però in quelle profezie alcuni dati che si avvertono di pertinenza dell'una e dell'altra, cioè propriamente della schiava, allegoricamente della libera.

Profetismo storico simbolico e mistico.
3. 2. Si danno dunque tre diverse forme dei modi di esprimersi dei Profeti poiché alcuni sono pertinenti alla Gerusalemme terrena, alcuni alla celeste, parecchi all'una e all'altra. Noto che il mio assunto si deve dimostrare con esempi. Il profeta Natan fu mandato a rimproverare d'un grave peccato il re Davide e a preavvisarlo dei gravi mali che ne sarebbero a lui derivati 12. Non si può dubitare che queste parole divine e simili che sono svelate tanto a vantaggio dello Stato, cioè per il benessere ed utilità del popolo, quanto a privato vantaggio, cioè per i propri personali interessi, riguardano la città terrena perché con esse si conosce qualcosa che deve avvenire in vista di qualche temporale esigenza. Ad esempio, si legge in un passo: Verranno giorni, dice il Signore, in cui io concluderò con il popolo d'Israele e con il popolo di Giuda una nuova alleanza diversa da quella che ho stabilito con i loro antenati nel giorno in cui ho preso la loro mano per farli uscire dall'Egitto, perché essi non hanno perseverato nella mia alleanza ed io non ho dato loro ascolto, dice il Signore. Questa è l'alleanza che io concluderò con la casa d'Israele dopo quei giorni, dice il Signore, perché metterò le mie leggi nella loro mente e le scriverò nei loro cuori e veglierò su di loro e io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo 13. Nel brano è senza dubbio preannunciata la Gerusalemme celeste, il cui premio è Dio stesso e averlo e a lui appartenere è il bene sommo e ultimo. All'una e all'altra città sono relative l'affermazione che Gerusalemme è la città di Dio e la predizione che in essa vi sarà la casa di Dio. Sembra che questa predizione si sia avverata quando il re Salomone edificò il magnifico tempio 14. Questi fatti appunto avvennero storicamente nella Gerusalemme terrena e furono allegorie di quella celeste. Un terzo tipo di profezia perciò, quasi risultante dalla coordinazione dei primi due, ha grandissima importanza nei libri dell'Antico Testamento, in cui è contenuta la narrazione di avvenimenti storici, e ha molto stimolato e stimola l'ingegno degli esegeti della sacra Scrittura. Ne consegue che ciò che si legge preannunciato e adempiuto dalla prospettiva storica nella discendenza di Abramo secondo la razza si deve esaminare da una prospettiva allegorica come simbolo di ciò che si dovrà adempiere nella discendenza di Abramo secondo la fede. Alcuni propongono perfino l'ipotesi che non v'è nulla nei libri della Scrittura di preannunciato e di avvenuto o di avvenuto, sebbene non preannunciato, che non suggerisca per allegoria un concetto relativo alla celeste città di Dio e ai suoi cittadini esuli in questa vita 15. Ma se è così, non sono di due ma di tre forme i vari modi di esprimersi dei Profeti o meglio di tutti i libri della Scrittura che sono registrati con l'appellativo di Antico Testamento. In essi infatti non v'è nulla che riguardi soltanto la città terrena se tutto ciò che di essa si riferisce o per essa si adempie simboleggia qualcosa che per allegoria si può riferire anche alla Gerusalemme celeste. Saranno quindi due forme soltanto, una che riguarda la libera Gerusalemme, l'altra che riguarda entrambe. Io sono dell'opinione che come sbagliano di grosso quelli i quali ritengono che in quel genere letterario gli avvenimenti storici simboleggiano semplicemente che sono avvenuti in quella circostanza, così sono troppo audaci quelli i quali polemizzano che in quei libri tutti i contenuti sono avviluppati di significati allegorici. Per questo ho detto che sono di tre forme, non di due. La penso così, però senza incolpare coloro che da qualsiasi avvenimento hanno potuto configurare una nozione di significato spirituale, sempre nel rispetto della verità storica. Del resto nessun credente può dire che sono formulati senza scopo i discorsi che possono esser riferiti ad eventi avveratisi e da avverarsi da una prospettiva umana o divina. Ognuno, se può, li riferisca a un significato spirituale e se non può, consenta che vi siano riferiti da chi lo sa fare.

Il profetismo prima di Davide [4-7]

Il cantico di Anna.
4. 1. L'evoluzione della città di Dio offrì un simbolo appena giunse all'epoca dei re, quando Davide, con la destituzione di Saul, ottenne per primo il potere regio così saldamente che i suoi discendenti regnarono in una lunga successione nella Gerusalemme terrena 16. Difatti con questo avvenimento essa simboleggiò, con preannuncio sulla mutazione degli avvenimenti futuri, qualcosa che non si può passare sotto silenzio perché è attinente alle due Alleanze, l'Antica e la Nuova. Con questa il potere sacerdotale e regio cambiò significato nel sacerdote ed anche re nuovo ed eterno che è Cristo Gesù. Infatti, dopo la destituzione del sacerdote Eli, Samuele, sostituito nel culto a Dio per l'esercizio abbinato di giudice e sacerdote 17, e dopo la degradazione di Saul, Davide, costituito nel potere regio 18, rappresentarono allegoricamente ciò che sto dicendo. Sembra che anche Anna, la madre di Samuele, la quale prima era stata sterile e poi era stata allietata da una tardiva fecondità, non annunci profeticamente altro quando rivolge con gioia il suo ringraziamento a Dio nell'offrire, con la medesima devozione con cui l'aveva consacrato, il bambino nato e divezzato. Dice infatti: Ha gioito il mio cuore nel Signore e la mia fronte si è levata nel mio Dio. La mia bocca si è aperta al sorriso contro i miei avversari, mi sono allietata nella tua salvezza. Non v'è santo come il Signore e non v'è giusto come il nostro Dio, anzi non v'è santo fuori di te. Non vi vantate e non usate parole superbe e non esca dalla vostra bocca la millanteria, perché il Signore è il Dio che tutto conosce e che eseguisce i suoi disegni. Rese debole l'arco dei potenti e i deboli si cinsero di vigore, quelli che abbondavano di pane si ridussero a una condizione inferiore e gli affamati si elevarono sulla terra, perché la sterile ne ha partoriti sette e quella che aveva molti figli è appassita. Il Signore fa morire e fa vivere, fa scendere e riconduce dal regno dei morti. Il Signore rende poveri e arricchisce, umilia ed esalta, solleva dal suolo il povero e rialza dall'immondezza il bisognoso per farlo sedere con i potenti del popolo, dando loro l'eredità della fama. Egli dà l'offerta a chi offre e ha benedetto gli anni dell'uomo onesto perché l'uomo non è potente col proprio valore. Il Signore renderà debole il proprio avversario perché il Signore è santo. Non si vantino il prudente della propria prudenza, il forte della propria fortezza e il ricco delle proprie ricchezze, ma chi si vuol vantare si vanti di conoscere e comprendere il Signore e di operare in mezzo alla terra quel che è onesto e giusto. Il Signore è asceso nei cieli e ha fatto udire il tuono, Egli giudicherà i confini della terra perché è giusto e dà valore ai nostri re ed eleverà la fronte del suo Cristo 19.

Tono profetico del cantico.
4. 2. Non si può pensare che queste parole siano di un'umile donna che si rallegra della nascita di un figlio. E la mente degli uomini non è così distolta dalla evidenza della verità da non avvertire che i concetti, in cui si è profusa, oltrepassano la capacità di questa donna. Certo chi è convenientemente attento ai fatti stessi, che avevano già cominciato a verificarsi anche in questo esilio terreno, fissa lo sguardo, osserva e riconosce che per mezzo di questa donna, il cui nome perfino, cioè Anna, significa "la grazia di lui" 20, hanno parlato con spirito profetico la stessa religione cristiana, la stessa città di Dio, il cui re e fondatore è Cristo, e infine la stessa grazia di Dio da cui i superbi sono stati abbandonati affinché cadano, gli umili sorretti affinché si rialzino. Il cantico ha evidenziato soprattutto questo significato. Però eventualmente qualcuno potrebbe dire che la donna non ha profeticamente preannunciato nulla ma che con espressione d'esultanza ha soltanto lodato Dio per il figlio che aveva ottenuto con la preghiera. In tal caso non avrebbe significato quel che ha detto: Rese debole l'arco dei potenti e i deboli si cinsero di vigore, quelli che abbondavano di pane si ridussero a una condizione inferiore e gli affamati si elevarono sulla terra, poiché la sterile ne partorì sette e quella che aveva molti figli è appassita 21. Ma allora aveva partorito sette figli sebbene fosse sterile? Ne aveva uno soltanto, quando diceva quelle parole e anche dopo non ne partorì sette o sei in modo che lo stesso Samuele fosse uno dei sette, ma ebbe tre maschi e due femmine 22. Poi sebbene ancora nessuno fosse re in quel popolo soggiunse: Dà potenza ai nostri re ed esalterà la fronte del suo Cristo 23. Come faceva a dirlo se non profetava?

Parafrasi del cantico su Dio.
4. 3. Lo dica dunque la Chiesa di Cristo, città del grande re 24, piena di grazia, feconda di prole, dica ciò che riconosce preannunciato profeticamente di sé tanto tempo prima con le parole di questa madre devota: Ha gioito il mio cuore nel Signore e la mia fronte si è elevata nel mio Dio. Veramente ha gioito il cuore e si è elevata la mente, perché non in sé ma nel suo Dio. La mia bocca si è aperta al sorriso davanti ai miei nemici 25, perché perfino negli affanni delle tribolazioni la parola di Dio non è imprigionata 26 neanche in coloro che la bandiscono imprigionati. Mi sono allietata, soggiunge, nella tua salvezza. Questa salvezza è Gesù Cristo, di cui, come si legge nel Vangelo, il vecchio Simeone, abbracciandolo piccolo ma riconoscendolo grande, dice: Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi han visto la tua salvezza 27. Dica dunque la Chiesa: Mi sono allietata nella tua salvezza poiché non v'è santo come il Signore e non v'è giusto come il nostro Dio, in quanto santo e datore di santità, giusto e datore di giustizia. Non v'è santo fuor di te, perché non si diviene tale senza di te. Poi continua: Non vi vantate e non usate parole superbe e non esca dalla vostra bocca la millanteria, poiché il Signore è il Dio che tutto conosce 28. Egli vi conosce anche nella dimensione in cui nessuno conosce perché: Chi pensa di essere qualcosa, sebbene sia un nulla, inganna se stesso 29. Si dicono queste verità ai nemici della città di Dio, che appartengono a Babilonia, perché presumono della propria dignità e non traggono vanto da Dio ma da sé. Sono del numero anche gli Israeliti carnali, cittadini originati dalla terra della Gerusalemme terrestre. Essi, come dice l'Apostolo, ignorando la giustizia di Dio, cioè quella che Dio, il solo giusto e datore di giustizia, dà all'uomo, e volendo imporre la propria, come se fosse da loro prodotta e non partecipata da Lui, non sono sottomessi alla giustizia di Dio 30. Lo fanno perché sono superbi e pensano che per un proprio merito e non per dono di Dio possono piacere a Dio che è il Dio che tutto conosce e quindi anche giudice delle coscienze, perché scruta in esse i pensieri degli uomini che sono vuoti 31 se sono dagli uomini e non da Lui. Che esegue, continua Anna, i propri disegni. Dobbiamo ritenere che questi disegni richiedono soltanto che i superbi cadano e gli umili si rialzino. Espone infatti questi disegni con le parole: L'arco dei potenti fu reso debole e i deboli si cinsero di vigore 32. Fu reso debole il loro arco, cioè lo sforzo di coloro che si reputano tanto forti da poter adempiere i comandamenti di Dio con l'umana capacità, senza il dono e l'aiuto di Lui, mentre al contrario si cingono di vigore quelli in cui v'è la voce della coscienza: Abbi pietà di me, o Signore, perché sono debole 33.

Parafrasi del cantico sulla Chiesa.
4. 4. Quelli che abbondavano di pane, dice, si ridussero a una condizione inferiore e gli affamati si elevarono sulla terra 34. Per coloro che abbondavano di pane si devono intendere quelli che si credono potenti, cioè gli Israeliti, ai quali sono state affidate le parole di Dio 35. Però in quel popolo i figli della schiava si ridussero a una condizione inferiore. Col verbo minorare, meno bene in latino, è stato tuttavia bene espresso che da una condizione superiore si ridussero a una inferiore. Difatti provano un gusto terreno anche in quei pani, cioè le parole di Dio che anticamente soltanto gli Israeliti fra tutti i popoli ricevettero. Invece gli altri popoli, ai quali non era stata data la legge, dopo che mediante la Nuova Alleanza accolsero quelle parole, avendone molta fame, si elevarono sulla terra perché in essa non provarono il gusto delle cose terrene ma celesti. E come se si richiedesse il motivo per cui è avvenuto, soggiunge: Perché la sterile ne ha partoriti sette e quella che aveva molti figli è appassita 36. A questo punto tutto ciò che veniva previsto profeticamente si è rivelato a coloro che conoscono il significato del numero sette, perché con esso è stata simboleggiata la perfezione della Chiesa universale. Per questo anche l'apostolo Giovanni si rivolge alle sette chiese, mostrando così di rivolgersi alla interezza dell'unica Chiesa 37. Nei Proverbi di Salomone la Sapienza, che era allegoria di questo significato, si costruì una casa e innalzò sette colonne 38. La città di Dio era sterile presso tutti i popoli prima che sorgesse questo frutto del parto che ora osserviamo. Osserviamo anche che attualmente è resa debole la Gerusalemme terrena, la quale abbondava di figli. Difatti tutti i figli della libera, che erano in essa, costituivano il suo vigore, ora invece, poiché in essa v'è la lettera e non lo spirito, perduto il vigore è divenuta debole.

Parafrasi su Cristo morto e risorto.
4. 5. Il Signore fa morire e fa vivere: ha fatto morire quella che abbondava di figli e ha fatto vivere questa sterile che ne ha partoriti sette. Si potrebbe però più convenientemente intendere che ha fatto vivere gli stessi che avrebbe fatto morire. Difatti lo ha quasi ripetuto soggiungendo: Fa scendere e riconduce dal regno dei morti 39. L'Apostolo dice ai fedeli: Se siete morti con Cristo 40 cercate i valori di lassù dove Cristo siede alla destra di Dio 41. Essi sono certamente fatti morire per la loro guarigione, difatti soggiunge ad essi: Provate il gusto delle cose di lassù e non di quelle della terra, affinché anche essi siano coloro che affamati si sono sollevati dalla terra. Infatti siete morti, dice, ed ecco in qual senso Dio fa morire per la guarigione; e continua: E la vita vostra è ormai nascosta con Cristo in Dio 42, ed ecco in qual senso Dio fa vivere quegli stessi 43. Ma davvero li ha fatti scendere e ricondotti dal regno dei morti? Notiamo senza alcuna polemica da parte dei fedeli, che l'uno e l'altro significato si è adempiuto in Lui, cioè nel nostro Capo col quale, secondo l'Apostolo, la nostra vita è nascosta in Dio. Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha dato per tutti noi 44, in questo senso certamente lo ha fatto morire e poiché lo ha risuscitato dai morti, lo ha fatto rivivere. E poiché si avverte la sua voce nella profezia: Non abbandonerai la mia vita nel regno dei morti 45, lo fece scendere e lo ricondusse dal regno dei morti 46. Da questa sua povertà siamo stati arricchiti 47. Infatti: Il Signore rende poveri e arricchisce. Per comprenderlo ascoltiamo ciò che segue: Umilia ed esalta 48, certamente umilia i superbi ed esalta gli umili. Il concetto che si nota in questo altro passo: Dio resiste ai superbi e dà la grazia agli umili 49 è un discorso completo sul dono, il cui nome è "grazia".

Sulla elevazione dei credenti.
4. 6. Io interpreto la frase che segue: Solleva dal suolo il povero con riferimento a nessun altro che a colui che si è reso povero per noi, pur essendo ricco, affinché della sua povertà, come poco fa è stato detto, noi diventassimo ricchi 50. Lo sollevò dal suolo così presto che il suo corpo non patì la soggezione alla morte. E non darei altro significato a quel che è stato aggiunto: E dall'immondezza innalza il bisognoso. Bisognoso è la medesima cosa che povero. Per immondezza, da cui è stato rialzato, molto convenientemente s'intendono i Giudei persecutori. L'Apostolo, dopo aver confessato che, essendo uno di loro, aveva perseguitato la Chiesa, soggiunse: A motivo di Cristo ho stimato danni quelli che mi sembravano guadagni e non solo li ho considerati perdite ma immondezze per guadagnare Cristo 51. Dunque quel povero fu sollevato dal suolo sopra tutti i ricchi e quel bisognoso è stato rialzato dall'immondezza sopra tutti i facoltosi per farlo sedere con i potenti del popolo. Ad essi aveva detto: Sederete su dodici troni 52, e altrove: Dando loro in eredità il trono della gloria 53. Infatti quei potenti avevano detto: Ormai abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito 54. Avevano fatto un'offerta con grande potenza di spirito.

Grazia e fortezza.
4. 7. Ma questo potere certamente proveniva da colui, del quale nel seguito del cantico si dice: Che dà l'offerta a chi offre 55. Altrimenti sarebbero della risma di quei potenti, il cui arco è stato reso debole. Dice: Che dà l'offerta a chi offre. Infatti ha possibilità di offrire qualche buona azione al Signore soltanto chi da lui abbia ricevuto ciò che offre. Continua: E ha benedetto gli anni dell'uomo giusto, cioè affinché senza fine viva con colui al quale è stato detto: I tuoi anni non avranno fine 56. Là gli anni stanno fermi, qui passano, anzi vanno perduti, prima che giungano infatti non sono, quando giungeranno non saranno poiché giungono con la propria fine. Di questi due significati: Che dà l'offerta a chi offre e: Ha benedetto gli anni dell'uomo giusto l'uno riguarda ciò che facciamo, l'altro ciò che riceviamo. Ma il secondo non si riceve per dono di Dio, se non si compie il primo con il suo aiuto, poiché l'uomo non è potente col proprio valore. Il Signore renderà debole il suo avversario, quello cioè che invidia e resiste all'uomo che offre affinché non riesca a compiere ciò che ha offerto. Dal termine greco di doppio significato si può intendere anche: il proprio avversario. Infatti quando il Signore comincerà a entrare in noi, certamente quello che era il nostro avversario diventa suo e sarà vinto da noi, ma non con le nostre forze, perché l'uomo non è potente del proprio valore. Quindi il Signore renderà debole il proprio avversario, Egli il Signore santo 57 affinché l'avversario sia vinto dai santi, che il Signore, santo dei santi, rende santi.

Onestà e giustizia in noi e non da noi.
4. 8. Perciò: non si vantino il prudente della propria prudenza, il potente della propria potenza e il ricco delle proprie ricchezze, ma chi si vuol vantare si vanti di conoscere e comprendere il Signore e di operare in mezzo alla terra quel che è onesto e giusto 58. Non in piccola parte conosce e comprende il Signore chi conosce e comprende che dal Signore gli è concesso anche di conoscerlo e comprenderlo. Che cosa hai, dice l'Apostolo, che non hai ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l'avessi ricevuto? 59, cioè come se provenga da te ciò per cui ti vanti. Opera quel che è onesto e giusto chi vive rettamente. Vive rettamente chi obbedisce ai comandamenti di Dio e fine del comandamento, cioè il valore al quale è relativo il comandamento, è la carità proveniente da un cuore puro, da una buona coscienza e dalla fede non simulata 60. Certamente questa carità è da Dio, come afferma l'apostolo Giovanni 61. Dunque operare quel che è onesto e giusto è da Dio. Ma che significa: In mezzo alla terra? Non è che coloro i quali abitano ai confini del mondo non devono operare quel che è onesto e giusto. Chi potrebbe dirlo? Perché allora è stata aggiunta la postilla: In mezzo alla terra? Se non era aggiunta e si diceva soltanto: Operare quel che è onesto e giusto 62, questo comando riguardava tutte e due le categorie di uomini, quelli che abitano all'interno e quelli lungo il mare. Ma affinché qualcuno non pensasse che dopo la fine della vita, che si trascorre nel corpo, rimanesse del tempo per operare ciò che è onesto e giusto, perché non lo operò mentre era in vita, e così avesse la possibilità di sfuggire al giudizio divino, a me pare che in mezzo alla terra significhi mentre si vive nel corpo. In questa vita ciascuno porta in giro la propria terra, che alla morte dell'individuo la terra di tutti riassume per restituirla quando risorge. Perciò in mezzo alla terra, cioè mentre la nostra anima è rinchiusa in questo corpo di terra si deve operare quel che è onesto e giusto perché ci giovi in seguito, quando ciascuno riceve secondo le opere che ha compiuto attraverso il corpo, tanto il bene come il male 63. L'Apostolo con attraverso il corpo ha inteso dire attraverso il tempo in cui è vissuto. E se qualcuno insulta con coscienza disonesta e con pensiero irreligioso senza agire con gli apparati fisiologici, non per questo non è colpevole per il fatto che non ha agito mediante una funzione fisiologica perché ha agito attraverso quel tempo in cui ha agito anche il corpo. In questo senso si può convenientemente interpretare ciò che si legge in un Salmo: Dio nostro re ha operato prima del tempo la salvezza in mezzo alla terra 64. S'intenda che il Signore Gesù è il nostro Dio, che è prima del tempo, poiché per la sua mediazione si è avuto il tempo, ed ha operato la nostra salvezza in mezzo alla terra quando il Verbo si è fatto carne 65 e ha abitato in un corpo di terra.

Giudizio finale in Cristo.
4. 9. Dopo che con queste parole di Anna è stato preannunciato in quale senso chi si vanta si deve vantare, non in sé appunto ma nel Signore 66, in ordine alla ricompensa che avverrà nel giorno del giudizio, continua: Il Signore è asceso nei cieli e ha fatto udire un tuono, Egli giudicherà i confini della terra perché è giusto 67. Ha proprio rispettato la disposizione dell'atto di fede dei credenti. Difatti Cristo Signore è asceso in cielo e di là verrà a giudicare i vivi e i morti. In proposito dice l'Apostolo: Chi è asceso se non colui che è anche disceso in basso sulla terra? Colui che è disceso è lo stesso che è asceso sopra i cieli per portare a compimento tutte le cose 68. Fece dunque udire il tuono attraverso le sue nubi che, dopo che era asceso, riempì di Spirito Santo. Riguardo alle nubi, nel profeta Isaia, ha minacciato la Gerusalemme schiava, cioè la vigna ingrata, che non piovano su di essa 69. Si dice ancora nel cantico: Egli giudicherà i confini della terra, come se fosse espresso: "anche i confini della terra". Non significa infatti che non giudicherà le altre parti, perché certamente giudicherà tutti gli uomini. Ma i confini della terra sono intesi più logicamente come i confini dell'uomo perché non saranno giudicate le opere che in meglio o in peggio si susseguono nell'età di mezzo, ma quelle al confine nelle quali sarà sorpreso colui che sarà giudicato. È stato detto appunto: Sarà salvo chi persevererà sino alla fine 70. Chi dunque con perseveranza opera in mezzo alla terra quel che è onesto e giusto, non sarà condannato quando saranno giudicati i confini della terra. Continua: E dà valore ai nostri re per non condannarli nel giudizio. Dà loro valore per dominare da re la carne e vincere il mondo in colui che per loro ha versato il sangue. Ed eleverà la fronte del suo cristo 71. In qual modo Cristo eleverà la fronte del suo cristo? In colui, di cui precedentemente è stato detto: Il Signore è asceso nei cieli, fu ravvisato Cristo Signore ed Egli stesso, come si afferma in questo passo, eleverà la fronte del suo cristo. Chi è dunque il cristo di Cristo? Ovvero eleverà la fronte di ogni suo fedele, come Anna stessa all'inizio del cantico ha affermato: Si è levata la mia fronte nel mio Dio 72? Possiamo giustamente considerare cristi tutti gli unti col suo crisma e tutto questo corpo assieme al suo Capo, l'unico Cristo. Dunque ha preannunciato profeticamente questi significati Anna, madre di Samuele, uomo santo e molto lodato. In lui al suo tempo è stato previsto allegoricamente il cambiamento del vecchio sacerdozio che è avvenuto al nostro tempo, poiché è appassita colei che aveva molti figli affinché la sterile, che ne ha partoriti sette, avesse in Cristo il nuovo sacerdozio 73.

La profezia ad Eli.
5. 1. Ma di questo cambiamento con maggiore evidenza parla un uomo di Dio mandato al sacerdote Eli. Se ne tace il nome ma si comprende senza ombra di dubbio dall'incarico e commissione che era un profeta. Si ha dunque nella Scrittura: Andò un uomo di Dio da Eli e gli disse: Queste cose dice il Signore: Mi sono manifestato apertamente alla casa di tuo padre quando erano schiavi in Egitto nella casa del faraone ed ho scelto la casa di tuo padre fra tutte le tribù d'Israele ad esercitare il sacerdozio per me in modo che salissero sul mio altare, bruciassero l'incenso e portassero l'efod e ho dato in cibo alla casa di tuo padre tutti i sacrifici dei figli d'Israele consumati col fuoco. Perché dunque hai guardato con occhio sfrontato la mia vittima bruciata e il mio sacrificio ed hai maggior riguardo per i tuoi figli che per me nell'erogarvi alla mia presenza tutte le primizie d'ogni sacrificio in Israele? Perciò dice il Signore Dio d'Israele: Avevo promesso che la tua casa e la casa di tuo padre passassero in eterno davanti a me. Ma ora dice il Signore: Niente affatto, io onorerò coloro che mi onorano e chi mi disprezza sarà disprezzato. Verranno giorni ed io allontanerò la tua discendenza e la discendenza della casa di tuo padre e non rimarrà per te un anziano nella mia casa per sempre e allontanerò ogni tuo uomo dal mio altare affinché i suoi occhi si struggano nel pianto e si strazi la sua anima ed ogni individuo della tua casa, che sopravviverà, lo abbatteranno con la spada degli uomini. Sarà per te un segno quel che avverrà ai tuoi due figli, Ofni e Finees, in un solo giorno morranno entrambi. Dopo susciterò un sacerdote a me fedele che esegua tutto ciò che ho nel cuore e nell'anima, gli edificherò una casa stabile e presterà servizio davanti al mio Cristo tutti i giorni. E avverrà che chi è superstite nella tua casa verrà a prostrarsi a lui per una moneta d'argento dicendo: Accettami in un servizio del tuo sacerdozio per poter mangiare un pane 74.

Vecchio e nuovo sacerdozio.
5. 2. Non v'è ragione di dire che questa profezia, in cui con tanta evidenza è stato preannunciato il cambiamento dell'antico sacerdozio, si sia adempiuta in Samuele. Egli non era di una tribù diversa da quella che era stata incaricata dal Signore al ministero dell'altare, tuttavia non era dei discendenti di Aronne, la cui stirpe era stata designata perché da essa si eleggessero i sacerdoti 75. Perciò anche in questo avvenimento è stato simboleggiato vagamente il cambiamento che doveva avvenire mediante Cristo Gesù. Quindi in senso proprio apparteneva all'Antica Alleanza ed allegoricamente alla Nuova anche la stessa profezia del fatto, non della parola, in quanto simboleggiava col fatto quel che con la parola era stato detto dal Profeta al sacerdote Eli. Difatti vi furono in seguito dei sacerdoti della stirpe di Aronne come, durante il regno di Davide, Sadoc e Abiatar 76 e altri dopo, prima che giungesse il tempo in cui dovevano avverarsi nel Cristo i fatti che erano stati preannunciati molto prima sul cambiamento del sacerdozio. Ma chi esamina i fatti con l'occhio della fede avverte che essi si sono avverati quando non rimasero né tenda né tempio né altare né sacrificio e quindi neanche alcun sacerdote per i Giudei, sebbene nella Legge di Dio era prescritto che egli fosse scelto per loro dalla discendenza di Aronne. E questo fatto è stato citato nel testo con le parole di quel Profeta: Dice il Signore Dio d'Israele: Avevo promesso che la tua casa e la casa di tuo padre camminassero per sempre alla mia presenza. Ma ora dice il Signore: Niente affatto, io onorerò coloro che mi onorano e chi mi disprezza sarà disprezzato. Per quanto attiene al fatto che nomina la casa del padre di Eli, le parole precedenti dimostrano che non parlava del padre immediato ma di Aronne che per primo fu costituito sacerdote e gli altri dovevano discendere dalla sua stirpe. Dice infatti: Mi sono manifestato alla casa di tuo padre quando erano schiavi in Egitto nella casa del faraone e ho scelto la casa di tuo padre fra tutte le tribù d'Israele ad esercitare il sacerdozio per me. Fra i padri di Eli soltanto Aronne fu eletto al sacerdozio dopo che furono liberati dalla schiavitù in Egitto. Sarebbe avvenuto, ha detto il Profeta in questo brano, che da quella stirpe non si sarebbero più avuti sacerdoti e costatiamo che si è avverato. Stia all'erta la fede, i fatti sono alla portata, si vedono, si toccano e sono scagliati sotto gli occhi di coloro che non vogliono credere. Ecco, dice, verranno giorni ed io allontanerò la tua discendenza e la discendenza della casa di tuo padre e non rimarrà per te un anziano nella mia casa per sempre e allontanerò ogni tuo uomo dal mio altare affinché i suoi occhi si struggano nel pianto e si strazi la sua anima 77. I giorni che erano stati preannunciati sono giunti. Non v'è più un sacerdote secondo l'ordine di Aronne. E quando qualsiasi individuo della sua razza osserva che il sacrificio dei cristiani è in vigore in tutto il mondo e che a lui questa grazia incomparabile è stata sottratta, i suoi occhi si struggono nel pianto e la sua anima si strazia nello sfinimento della tristezza.

Il sacerdozio di Cristo.
5. 3. In senso proprio riguardano la famiglia di Eli, al quale venivano svelati questi fatti, le parole che seguono: Ogni individuo della tua casa, che sopravviverà, sarà abbattuto con la spada degli uomini. Sarà per te un segno quel che avverrà ai tuoi due figli, Ofni e Finees; in un solo giorno morranno entrambi. Quindi il fatto di abolire il sacerdozio dalla casa di questo individuo è divenuto un simbolo, difatti con esso è stato simboleggiato che doveva essere abolito il sacerdozio dalla casa di Aronne. La morte dei figli di Eli ha simboleggiato la morte non di uomini, ma dello stesso sacerdozio dei discendenti di Aronne. Ciò che segue pertanto riguarda già quel sacerdote, di cui Samuele, succedendo ad Eli, rappresentò l'allegoria. Quindi i concetti che seguono riguardano Cristo Gesù, vero sacerdote della Nuova Alleanza. Susciterò un sacerdote a me fedele che esegua tutto ciò che ho nel cuore e nell'anima, gli edificherò una casa stabile. È essa la Gerusalemme al di là del tempo e dello spazio. E passerà, dice ancora, davanti al mio Cristo per tutti i giorni. Con passerà ha inteso dire "frequenterà", come precedentemente aveva detto della casa di Aronne: Avevo promesso che la tua casa e la casa di tuo padre passeranno per sempre davanti a me 78. La frase: Passerà davanti al mio Cristo si deve intendere della casa e non del sacerdote che è lo stesso Cristo Mediatore e Salvatore. La sua casa dunque passerà davanti a Lui. È possibile che il passerà intenda dalla morte alla vita, tutti i giorni, nei quali si tira avanti la soggezione alla morte sino alla fine del tempo. Dal fatto che Dio dice: Che esegua tutto ciò che ho nel cuore e nell'anima non dobbiamo supporre che Dio abbia un'anima, ché anzi ne è il creatore. Si dice di Dio metaforicamente e non in senso proprio, come la mano, il piede e le altre parti del corpo. E affinché non si ritenga che secondo questo senso l'uomo è stato creato a immagine di Dio nell'aspetto del suo essere fisico si aggiungono le ali che l'uomo non ha e si dice a Dio: Mi proteggerai all'ombra delle tue ali 79. Gli uomini debbono così capire che questi concetti si esprimono di quella ineffabile essenza non con il linguaggio proprio ma figurato.

Superstiti e residui.
5. 4. Il seguito: E avverrà che chi sarà superstite nella tua casa verrà a prostrarsi a lui in senso proprio non riguarda la casa di Eli, ma di Aronne di cui sono rimasti discendenti fino alla venuta di Cristo e fino ad oggi non mancano individui di quella razza. Infatti della casa di Eli era già stato detto precedentemente: Ed ogni individuo della tua casa, che sopravviverà, lo abbatteranno con la spada degli uomini 80. In qual senso quindi ha potuto dire con verità: E avverrà che chi sarà superstite nella tua casa verrà a prostrarsi a lui se è vero che nessuno di essa sarà superstite a causa della spada vendicatrice? Ha voluto quindi certamente che s'intendessero gli appartenenti alla razza ma di tutto il sacerdozio secondo l'ordine di Aronne. Supponiamo che questo superstite sia di quei residui predestinati, di cui un altro Profeta ha detto: I residui diverranno salvi 81 e perciò anche l'Apostolo afferma: Così dunque anche in questo tempo i residui si sono salvati per una selezione operata dalla grazia 82. S'intende rettamente inoltre che appartenga a simili residui colui di cui è stato detto: Chi sarà superstite nella tua casa. Certamente costui crede in Cristo come al tempo degli Apostoli moltissimi di quel popolo credettero ed anche adesso non mancano alcuni che, sebbene piuttosto di rado, credono. Si adempie così in lui quel che l'uomo di Dio subito dopo ha soggiunto: Verrà a prostrarsi a lui per una monetina d'argento 83. Certamente il prostrarsi riguarda il sommo sacerdote che è anche Dio. Difatti nel sacerdozio secondo l'ordine di Aronne le persone non andavano al tempio o all'altare di Dio con lo scopo di prostrarsi al sacerdote. E nel dire per una monetina d'argento ha inteso parlare certamente della concisione della parola della fede, sulla quale l'Apostolo afferma: Il Signore opererà sulla terra una parola di grande perfezione e concisione 84. Un Salmo attesta poi che argento si usa per discorso e in esso si canta: I discorsi del Signore sono discorsi casti, argento raffinato nel fuoco 85.

Sacerdozio e pane.
5. 5. Che dice dunque costui che è venuto a prostrarsi al sacerdote di Dio e a Dio sacerdote? Accettami in un servizio del tuo sacerdozio per poter mangiare un pane 86. Non voglio essere sistemato nella carica onorifica dei miei antenati perché non esiste, accettami in un servizio del tuo sacerdozio. Infatti ho scelto di essere spregevole nella casa di Dio 87; desidero di essere un gregario qualsiasi e di qualsiasi rango del tuo sacerdozio. In questo passo il testo indica col sacerdozio il popolo stesso, di cui sacerdote è il mediatore di Dio e degli uomini, l'uomo Cristo Gesù 88. A questo popolo dice l'apostolo Pietro: Popolo santo, sacerdozio regale 89. Sebbene alcuni abbiano tradotto del tuo sacrificio 90 non del tuo sacerdozio, tuttavia il termine significa sempre il popolo cristiano. Per questo dice l'apostolo Paolo: Un solo pane, un solo corpo sebbene siamo molti 91. Soggiungendo: Mangiare un pane ha espresso con finezza lo stesso tipo di sacrificio di cui afferma il Sacerdote stesso: Il pane che io darò è la mia carne per la vita dell'umanità 92. Questo è il sacrificio non secondo l'ordine di Aronne, ma secondo l'ordine di Melchisedec 93. Chi legge intenda. È breve dunque e salutarmente umile il riconoscimento per cui si afferma: Accettami in un servizio del tuo sacerdozio per poter mangiare un pane. È la stessa monetina di argento perché è concisa ed è il discorso del Signore che abita nel cuore del credente. Aveva affermato precedentemente che aveva dato alla casa di Aronne cibi dalle vittime dell'Antica Alleanza con le parole: Ho dato in cibo alla casa di tuo padre tutti i sacrifici dei figli d'Israele consumati col fuoco 94. Erano questi i sacrifici dei Giudei. Qui perciò ha detto: Mangiare un pane che è nella Nuova Alleanza il sacrificio dei cristiani.

Il sacerdozio di Aronne è simbolo del futuro.
6. 1. Sebbene questi eventi siano stati preannunciati con tanta autorevolezza e realizzati con tanta evidenza, non senza ragione si potrebbe esser turbati dal dubbio e dire: Come possiamo fidarci che si avverino quei fatti i quali, stando al preannuncio della Bibbia, si dovrebbero avverare se il preannuncio, suggerito dalla divina ispirazione: La tua casa e la casa di tuo padre passeranno in eterno davanti a me 95 non ha potuto avere effettuazione? Vediamo infatti che il vecchio sacerdozio è stato trasformato e non si può attendere che un giorno si avveri ciò che è stato promesso alla casa di Aronne perché si afferma come eterno quel sacerdozio che succede all'altro ormai respinto e modificato. Chi la pensa così non capisce ancora o non riflette che anche lo stesso sacerdozio di Aronne fu costituito come ombra del futuro eterno sacerdozio. Quindi allorché gli fu promessa la perennità non fu una promessa rivolta all'ombra o allegoria, ma a quel sacerdozio che era adombrato e allegorizzato mediante tale perennità. Ma affinché non si pensasse che sarebbe rimasta anche la figura, si dovette preannunciare profeticamente anche la sua trasformazione.

Simbologia del regno di Saul.
6. 2. Anche il regno dello stesso Saul, che certamente fu respinto e disdegnato, era ombra del regno che rimarrà in eterno. L'olio con cui fu consacrato e da quel crisma fu considerato un cristo 96, si deve spiegare simbolicamente e intendere come un grande valore sacrale. Lo stesso Davide rispettò questo significato in Saul sicché col cuore sconvolto tremò allorché, nascosto in una spelonca buia in cui anche Saul era entrato perché ve lo spingeva un bisogno naturale, senza svelarsi gli aveva tagliato dietro una piccola parte del mantello. Con essa poteva mostrargli in quale occasione lo aveva risparmiato, sebbene potesse ucciderlo, e così strappare dall'animo di lui il sospetto per cui perseguitava il santo Davide perché lo credeva un suo nemico. Temette perfino di essere colpevole della violazione di un valore sacrale così alto perché con quell'atto aveva profanato per lo meno il suo vestito. È stato scritto infatti: Il cuore di Davide batté violentemente perché aveva asportato un lembo del suo mantello. Agli uomini che erano con lui e lo consigliavano di uccidere Saul consegnato nelle sue mani, disse: Non mi sia consentito dal Signore di fare una cosa simile al mio re, il consacrato del Signore, di stendere la mia mano su di lui perché è il consacrato del Signore 97. Dunque si offriva tanto ossequio a questa ombra del futuro ma per ciò che preannunciava allegoricamente. Samuele aveva detto a Saul: Tu non hai osservato il comando che il Signore ti aveva imposto perché in quel modo il Signore aveva reso stabile il tuo regno su Israele per sempre; e ora il tuo regno non rimarrà a te e il Signore cercherà per sé un uomo secondo il suo cuore e gli ordinerà di essere capo del suo popolo perché non hai osservato quanto il Signore ti aveva comandato 98. Queste parole non si devono interpretare come se Dio avesse stabilito che Saul avesse un regno eterno e che poi non volle conservare per lui perché aveva peccato. Dio non ignorava che avrebbe peccato, ma aveva predisposto il suo regno perché in esso fosse l'allegoria del regno eterno. Per questo soggiunse: Ed ora il tuo regno non rimarrà a te. Fu stabile dunque e sarà stabile quel regno che con esso è stato simboleggiato, ma non sarà stabile per quest'uomo perché non doveva regnare per sempre né lui né la sua stirpe, sicché almeno attraverso i discendenti, che si succedevano, sembrasse adempiuto l'inciso: Per sempre. Continua: Il Signore cercherà per sé un uomo, per simboleggiare tanto Davide quanto il Mediatore della Nuova Alleanza che veniva indicato allegoricamente nell'olio con cui furono consacrati Davide e la sua discendenza. Dio non cerca per sé un uomo come se non sappia dove si trova, ma parla da uomo mediante un uomo perché ci cerca così parlando. Eravamo noti non solo a Dio Padre ma anche al suo Unigenito, che era venuto a cercare ciò che si era perduto 99 al punto che in lui siamo stati scelti prima della creazione del mondo 100. Quindi con l'inciso: Cercherà per sé ha inteso dire "avrà come suo". Perciò nella lingua latina questo verbo si unisce a una preposizione e diviene "acquisisce". Così è abbastanza chiaro il suo significato. Tuttavia anche senza l'aggiunta il cercare può essere inteso come acquisire. Da ciò i guadagni si dicono anche acquisti.

Saul è rifiutato come re.
7. 1. Saul peccò di nuovo con la disubbidienza e di nuovo Samuele gli disse nell'oracolo del Signore: Perché hai rifiutato la parola del Signore, il Signore ti ha rifiutato affinché tu non sia re in Israele 101. E ancora riguardo al medesimo peccato, poiché Saul lo ammetteva, ne chiedeva perdono e pregava Samuele che tornasse con lui per raccomandarsi a Dio, Samuele disse: Non tornerò con te perché hai rifiutato la parola del Signore e il Signore ti rifiuterà affinché tu non sia re in Israele. Samuele si voltò per andarsene e Saul afferrò il lembo del suo mantello e lo strappò. Gli disse Samuele: Il Signore dalla tua mano ha strappato oggi il regno da Israele e lo ha dato a un tuo conterraneo buono sopra di te e Israele si scinderà in due parti. Il Signore non si convertirà e non si pentirà, non è da lui il pentirsi perché non è come un uomo che promette e poi non mantiene 102. Vien detto a quest'uomo: Il Signore ti rifiuterà affinché tu non sia re in Israele; ed anche: Il Signore dalla tua mano ha strappato oggi il regno da Israele. Eppure regnò in Israele per quaranta anni 103, cioè tanto tempo quanto lo stesso Davide e aveva udito quel biasimo nei primi anni del suo regno affinché comprendiamo che è stato espresso perché nessuno della sua stirpe avrebbe regnato e ci volgiamo a guardare alla stirpe di Davide da cui provenne secondo la razza il Mediatore di Dio e degli uomini, l'uomo Cristo Gesù 104.

Simbolismo della condanna di Saul.
7. 2. La Scrittura non ha il brano che si legge in parecchi codici latini: Il Signore ha strappato il regno d'Israele dalla tua mano, ma quello scelto da me è derivato dai codici greci: Il Signore dalla tua mano ha strappato il regno da Israele affinché si comprenda che è il medesimo concetto: Dalla tua mano e: Da Israele. Quindi questo individuo rappresentava allegoricamente l'immagine del popolo d'Israele che doveva perdere il regno, poiché Cristo Gesù nostro Signore avrebbe regnato mediante la Nuova Alleanza non secondo la razza ma secondo lo spirito. Poiché a lui si allude con le parole: Lo darò a un tuo conterraneo, il passo si riferisce all'attinenza della razza, poiché Cristo secondo la razza proviene da Israele come Saul. L'aggiunta: Buono sopra di te 105 si può intendere più buono di te; così infatti hanno interpretato anche altri; ma Buono sopra di te si può meglio intendere in questi termini: poiché egli è buono, perciò è sopra di te, come in quell'altro passo profetico: Fino a quando porrò tutti i tuoi nemici sotto i tuoi piedi 106. Fra essi v'è anche un Israele al quale, perché suo persecutore, Cristo ha tolto il regno. Però nella razza vi fu anche un Israele, in cui non v'era inganno 107 quasi frumento di quella paglia, perché della razza erano gli Apostoli, tanti martiri dei quali il primo fu Stefano, di essa tante Chiese che l'apostolo Paolo ricorda 108 perché esaltavano Dio per la sua conversione.

I due popoli d'Israele.
7. 3. Non dubito che in relazione a questo significato si deve intendere ciò che segue: Israele sarà diviso in due parti 109, cioè nell'Israele nemico di Cristo e nell'Israele che si rende cristiano, nell'Israele che appartiene alla schiava e nell'Israele che appartiene alla libera 110. Dapprima questi due tipi erano insieme come se Abramo fosse ancora unito alla schiava fino a quando la sterile, resa feconda mediante la grazia di Cristo, gridò: Manda via la schiava e suo figlio 111. Sappiamo che a causa del peccato di Salomone, durante il regno del figlio Roboamo, Israele fu scisso in due Stati e che così continuò, poiché ogni parte aveva il suo re, fino a che tutto il popolo fu desolato dai Caldei con un rovinoso saccheggio e condotto in esilio. Evidentemente il fatto non riguarda Saul poiché, se un simile castigo doveva essere comminato, doveva essere comminato a Davide, dato che Salomone era suo figlio. Infine ora il popolo ebraico non è in sé diviso ma è indiscriminatamente sparso per il mondo nella comunanza del medesimo errore. La divisione, che Dio ha minacciato al regno e al popolo ebraico nella persona di Saul, che rappresentava allegoricamente il regno e il popolo, è stata simboleggiata, in quanto eterna nella sua immutabilità, con i concetti che sono stati aggiunti: Non si convertirà e non si pentirà, non è di lui il pentirsi perché non è come l'uomo che promette e poi non mantiene 112. È l'uomo che promette e non mantiene, non Dio che non si pente come l'uomo. Nei passi in cui si legge che si pente viene indicato il divenire delle cose mentre la prescienza divina rimane fuori del divenire. Dove dunque si dice che non si pente, s'intende che non è nel divenire.

I due ordini di credenti.
7. 4. Notiamo dunque da queste parole che da Dio fu pronunciata una sentenza irrevocabile e assolutamente indefettibile sulla distinzione del popolo d'Israele. Tutti coloro infatti che da esso sono passati, passano o passeranno a Cristo non provenivano da esso secondo la prescienza di Dio, non ne provenivano secondo l'unica e medesima natura dell'uman genere. Certamente tutti gli Israeliti che, divenuti seguaci di Cristo, persistono in lui, giammai saranno con quegli Israeliti che permangono suoi nemici sino alla fine di questa vita, ma rimarranno per sempre in quella divisione che è stata prevista dal passo citato. Non giova l'Antica Alleanza, che dal monte Sinai genera alla schiavitù 113, se non offre una testimonianza alla Nuova Alleanza. Del resto finché si ascolta Mosè un velo è posto sui loro occhi, quando da lui si passa a Cristo, il velo viene tolto 114. Difatti il punto di vista di coloro che fanno il passaggio cambia dall'Antica alla Nuova Alleanza, sicché non s'intende più avere l'appagamento della carne ma dello spirito. Allorché il grande profeta Samuele, prima di consacrare re Saul, gridò al Signore a favore d'Israele e il Signore lo ascoltò e quando compiva l'offerta di un sacrificio, mentre gli stranieri si preparavano al combattimento contro il popolo di Dio, il Signore fece udire un tuono sopra di loro ed essi si scompigliarono, andarono a cozzare con Israele e furono sconfitti. Egli prese una pietra e la collocò fra la nuova e la vecchia Massefat e la denominò Abennezer che significa "la pietra di Colui che soccorre" e disse: Fino a questo punto ci ha soccorso il Signore 115. Massefat si traduce "punto di vista" 116. La pietra di Colui che soccorre è la posizione di mezzo del Salvatore, attraverso il quale si deve passare dalla vecchia Massefat alla nuova, cioè dal punto di vista con cui nel regno carnale si attendeva la falsa felicità della carne al punto di vista con cui mediante la Nuova Alleanza si attende nel regno dei cieli la felicità dello spirito sommamente vera. Il Signore ci ha soccorso fino a questo punto perché nessun bene è ad essa superiore.

Profetismo in Davide e nei Salmi [8-19]

Promessa di un regno eterno a Davide...
8. 1. Noto che ora si deve trasferire l'indagine, per quanto attiene all'argomento che sto trattando, sull'oggetto della promessa di Dio a Davide, successore di Saul nel regno, dalla cui trasformazione è stata allegorizzata la trasformazione definitiva, in riferimento alla quale per divina ispirazione sono stati espressi e trasmessi tutti questi concetti. Poiché si verificarono parecchi avvenimenti favorevoli al re Davide, egli decise di costruire a Dio una casa, cioè il magnifico e rinomato tempio che in seguito fu edificato dal figlio Salomone. Mentre rifletteva sulla cosa, al profeta Natan fu rivolta la parola del Signore perché la riferisse al re. Dio, dopo avergli manifestato che la sua casa non doveva essergli edificata da Davide e che per lungo tempo non aveva incaricato qualcuno perché gli fosse eretta una casa di cedro, soggiunse: Ora dirai al mio servo Davide: Dice il Signore onnipotente: Ti ho preso dal pascolo del gregge affinché tu fossi capo del mio popolo Israele ed ero con te in tutti i luoghi in cui andavi e ho sterminato davanti a te tutti i tuoi nemici e ti ho reso famoso fra i grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo al mio popolo Israele, ve lo stabilirò ed esso abiterà nella propria casa, non sarà più turbato e l'iniquo non oserà più opprimerlo come in passato quando ho dovuto stabilire i Giudici sul mio popolo Israele, ti darò pace liberandoti da tutti i tuoi nemici e il Signore ti avvertirà di edificargli una casa. Avverrà quando i tuoi giorni saranno al completo e ti addormenterai con i tuoi antenati, farò sorgere dopo di te la tua discendenza che proverrà dalle tue viscere e allestirò il suo regno. Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò sicuro il suo trono in eterno. Io sarò per lui come un padre ed egli per me come un figlio. E se agirà male, lo castigherò con lo scudiscio degli uomini e con i colpi che assestano i figli degli uomini ma non ritirerò da lui il mio favore come l'ho ritirato da coloro che ho rimosso dal mio viso. La sua casa e il suo regno saranno fedeli in eterno a me e il suo trono sarà reso stabile in eterno 117.

... che non si realizza in Salomone...
8. 2. Sbaglia di grosso chi ritiene che si adempì in Salomone una promessa così sublime. Volge l'attenzione all'inciso: Mi edificherà una casa, perché Salomone fece costruire il tempio assai celebre, ma non tiene presente l'altro: La sua casa e il suo regno saranno fedeli in eterno a me 118. Tenga presente dunque e consideri la casa di Salomone piena di donne straniere che adoravano falsi dèi e che da esse il re stesso, una volta tanto sapiente, fu trascinato e fatto precipitare nella medesima idolatria 119, non osi giudicare o che Dio fece una promessa menzognera o che non poté aver prescienza che Salomone e la sua casa divenissero così abietti. Non dovremmo essere messi in dubbio da quelle parole anche se non fossimo consapevoli che si sono adempiute in Cristo Signore nostro, venuto al mondo dalla discendenza di Davide secondo la razza 120 e che per ingannevole illusione ne attendessimo un altro come i Giudei fedeli alla razza. Anche essi comprendono, nel leggere il passo, che non è stato Salomone il figlio promesso al re Davide al punto che con singolare accecamento dicono di aspettarne ancora uno diverso da quello che si è rivelato con tanta evidenza per quello che è stato promesso. Si è avuta una certa allusione a un evento futuro in Salomone per il fatto che costruì il tempio e realizzò la pace in aderenza al proprio nome, perché Salomone in un idioma latino significa "operatore di pace" e all'inizio del suo regno fu meravigliosamente degno d'encomio. Ma anche egli, con la sua personalità attraverso l'adombramento del futuro, preannunciava, non rappresentava Cristo Signore. Quindi sono state tramandate di lui alcune notizie, come se le parole citate fossero una predizione sulla sua persona, mentre la Scrittura santa, anche quando profetizza mediante fatti avvenuti, configura in qualche modo in lui l'allegoria di avvenimenti futuri. Infatti, oltre i libri storici della Bibbia, in cui si narra che fu re, anche il Salmo settantuno è intestato al suo nome. In esso sono esposte tante idee che non è assolutamente possibile applicare a lui e al contrario con luminosa chiarezza si applicano a Cristo Signore, sicché appare con evidenza che in Salomone è stata accennata una certa allegoria e in Cristo è stata manifestata la stessa verità dei fatti. È noto da quali confini era limitato il regno di Salomone, eppure in quel Salmo si legge, per non parlare d'altro: Sarà signore da un mare all'altro e dal fiume fino ai confini della terra 121. Comprendiamo che questa predizione si è realizzata in Cristo. Iniziò ad esser signore dal fiume quando, battezzato da Giovanni, dietro la sua segnalazione iniziò ad essere conosciuto dai discepoli che lo chiamarono non solo Maestro ma anche Signore 122.

... ma in Cristo.
8. 3. Salomone cominciò a regnare mentre il padre era ancora in vita, privilegio che non capitò a nessun altro di quei re per il solo motivo che da questa evenienza risulti chiaro che non è lui a essere preannunciato nella suddetta profezia. Essa è rivolta al padre con le parole: Avverrà quando i tuoi giorni saranno al completo e ti addormenterai con i tuoi antenati, farò sorgere dopo di te la tua discendenza che proverrà dalle tue viscere e allestirò il suo regno 123. Ci chiediamo in qual senso sia possibile pensare che con le parole che seguono: Mi edificherà una casa sia stato predetto Salomone e non piuttosto che con quelle che precedono e cioè: quando i tuoi giorni saranno al completo e ti addormenterai con i tuoi antenati, farò sorgere dopo di te la tua discendenza s'intenda promesso un diverso operatore di pace. Si preannuncia infatti che egli sarebbe venuto al mondo non prima, come Salomone, ma dopo la morte di Davide. Anche se Gesù Cristo doveva venire dopo molto tempo, era senza dubbio conveniente che venisse dopo la morte di Davide, al quale era stato promesso in quei termini affinché erigesse a Dio la dimora non di travi e pietre ma di uomini, quale appunto noi ci allietiamo di erigere. A questa casa, cioè ai credenti in Cristo, dice l'Apostolo: È santo il tempio di Dio che siete voi 124.

Nel Salmo 88 promessa a Davide di un regno eterno...
9. Perciò anche nel Salmo ottantotto dal titolo: Avvertimenti allo stesso Etan l'Israelita si ricordano le promesse di Dio rivolte al re Davide. Alcune sue espressioni sono simili a quelle citate che si leggono nel Libro dei Re, come questa: Ho giurato a Davide mio servo: renderò stabile in eterno la tua discendenza 125. E ancora: Allora parlasti in visione ai tuoi figli e hai detto: Ho portato aiuto a un forte, ho innalzato un eletto tra il mio popolo. Ho trovato Davide mio servo, con il mio santo olio l'ho consacrato, la mia mano lo sosterrà e il mio braccio lo renderà forte. Su di lui non trionferà il nemico né l'opprimerà il disonesto. Abbatterò davanti a lui i suoi nemici e metterò in fuga quelli che lo odiano. La mia fedeltà e il mio aiuto saranno con lui e nel mio nome s'innalzerà la sua fronte. Stenderò sul mare la sua mano e sui fiumi la sua destra. Egli m'invocherà: Tu sei mio padre, mio Dio e operatore della mia salvezza. Io lo costituirò mio primogenito, il più alto fra i re della terra. Gli conserverò in eterno il mio aiuto e la mia alleanza gli sarà fedele. Stabilirò per sempre la sua discendenza e il suo trono come i giorni del cielo 126. Tutte queste prerogative si rivelano in Gesù Signore allorché si rilevano con esattezza in riferimento al nome di Davide a causa dell'aspetto di servo che egli, il Mediatore, ha assunto dalla Vergine nella stirpe di Davide. In seguito si fa un rilievo sulle colpe dei figli, simile a quello esposto nel Libro dei Re e che quasi con immediatezza si riferisce a Salomone. In esso infatti, cioè nel Libro dei Re, la Scrittura dice: E se agirà male, lo castigherò con lo scudiscio degli uomini e con i colpi che assestano i figli degli uomini, ma non ritirerò da lui il mio aiuto 127. Con i colpi voleva indicare le percosse della riprensione. Quindi l'espressione: Non toccate i miei consacrati 128 significa certamente "Non offendeteli". Anche nel Salmo citato, come se il soggetto fosse Davide, poteva dire qualcosa di simile: Se i suoi figli abbandoneranno la mia legge e non seguiranno i miei decreti, se violeranno i miei ordinamenti e non osserveranno i miei comandi, punirò con lo scudiscio il loro peccato e con le percosse la loro colpa ma non toglierò a lui il mio aiuto 129. Non ha detto: "A loro", eppure parlava dei suoi figli, non di lui, ma ha detto: A lui, inciso che ben inteso significa la medesima cosa. Non è possibile infatti che di Cristo stesso, capo della Chiesa, siano le colpe che occorre frenare con la riprensione mediante l'aiuto accordato da Dio. Sono nel suo corpo e nei seguaci che sono il suo popolo. Quindi nel Libro dei Re si ha l'inciso: La sua iniquità e nel Salmo l'altro: Dei suoi figli per farci capire che per traslato si dice di lui quel che riguarda il suo corpo. Anche egli dal cielo, quando Saulo perseguitava il suo corpo, cioè i credenti in lui, disse: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? 130. Nei versicoli successivi del Salmo dice: Nella mia lealtà non recherò offesa, né violerò la mia alleanza e non disdirò le parole che escono dalla mia bocca. Ho giurato una volta per sempre nella mia santità: Se mentirò a Davide 131, cioè: Mai mentirò a Davide. La Bibbia spesso si esprime così. Soggiunge l'oggetto sul quale non mentisce con le parole: In eterno rimane la sua discendenza; il suo trono davanti a me come il sole, sempre saldo come la luna, testimone fedele nel cielo 132.

... che simboleggia il Cristo...
10. Dopo queste energiche conferme di una promessa così solenne, affinché non si ritenessero compiute in Salomone, come se si fosse atteso e non raggiunto un intento, il Salmo soggiunge: Ma tu, Signore, lo hai respinto e abbattuto 133. Questo destino si avverò riguardo al regno di Salomone nei suoi successori fino alla eversione della Gerusalemme terrena, che fu la metropoli del regno, e soprattutto dopo la distruzione del tempio che era stato eretto da Salomone 134. Ma affinché non si pensasse che Dio aveva agito contro le sue promesse, subito aggiunse: Hai rinviato il tuo cristo 135. Dunque non è Salomone né Davide se il Cristo del Signore è stato rinviato. Erano chiamati cristi tutti i re consacrati col crisma sacrale, non solo da Davide in poi, ma anche da Saul che fu unto come primo re per il medesimo popolo perché anche Davide lo chiama cristo del Signore 136. Tuttavia uno solo era il vero Cristo, di cui essi rappresentavano l'allegoria con la consacrazione profetica. Egli, secondo l'opinione degli uomini i quali ritenevano che si dovesse ravvisare in Davide o in Salomone, era rinviato troppo a lungo, invece secondo l'ordinamento di Dio si disponeva che venisse a suo tempo. Mentre egli frattanto viene rinviato, il Salmo citato di seguito soggiunge ciò che sarebbe avvenuto del regno della Gerusalemme terrena, in cui si attendeva che egli avrebbe senz'altro regnato; afferma: Hai rotto l'alleanza col tuo servo, hai profanato nel fango la sua consacrazione, hai abbattuto tutte le sue mura e hai volto al terrore le sue trincee, tutti quelli che passavano per la strada lo hanno depredato, è divenuto la beffa dei suoi vicini, hai fatto trionfare la destra dei suoi rivali, hai fatto gioire tutti i suoi nemici, hai sottratto la capacità di difesa della sua spada e non lo hai sorretto nella guerra, l'hai ostacolato nel procacciarsi gloria, hai rovesciato a terra il suo trono, hai abbreviato i giorni del suo regno e lo hai coperto di vergogna 137. Tutte queste sventure piombarono sopra la Gerusalemme schiava, in cui regnarono anche alcuni figli della libera che tennero il regno terreno in gestione temporanea, che valutavano con la fede verace il regno della Gerusalemme celeste di cui erano figli, che attendevano il vero Cristo. La storia poi, basta leggerla, è segnalatrice degli avvenimenti in riferimento alle sventure che caddero sopra quel regno.

... Redentore dell'umanità.
11. Dopo questi contenuti profetici il Profeta si volge a pregare Dio ma anche la sua preghiera è una profezia: Fino a quando o Signore volgi altrove, alla fine? 138. È sottinteso il tuo viso, come si dice in un altro Salmo: Fino a quando da me volgi altrove il tuo viso? 139. Per questo alcuni codici a questo punto non hanno: Volgi altrove, ma: "ti volgi altrove", sebbene si possa intendere: volgi altrove il tuo aiuto che hai promesso a Davide. L'inciso: Alla fine non significa altro che sino alla fine. In questa fine si deve ravvisare l'ultimo tempo quando anche il popolo giudaico crederà in Cristo Gesù. Era indispensabile che prima di quella fine avvenissero tutti i fatti che precedentemente il Salmo aveva deplorato come calamitosi. In riferimento ad essi soggiunge: La tua ira divampa come fuoco, ricordati qual è la mia essenza. In questo passo nulla di più appropriato s'intende che lo stesso Gesù come essenza del suo popolo, perché da esso proviene l'esistenza del suo essere fisico. Poiché non inutilmente, soggiunge, hai dato all'esistenza tutti i figli degli uomini 140. Se un solo figlio dell'uomo non fosse l'essenza d'Israele, affinché in questo figlio dell'uomo fossero riscattati molti figli degli uomini, senz'altro inutilmente sarebbero dati all'esistenza tutti i figli degli uomini. Ora ogni esistenza umana a causa del peccato del primo uomo è caduta dal vero essere all'inutilità dell'essere e per questo dice un altro Salmo: L'uomo è diventato tanto simile a una cosa inutile, i suoi giorni trascorrono come un'ombra 141. Però non inutilmente Dio ha dato all'esistenza tutti i figli degli uomini, perché ne riscatta molti dall'inutilità per opera di Gesù mediatore. E ha dato all'esistenza anche coloro di cui ha avuto prescienza che non sarebbero riscattati, senz'altro non inutilmente, nel sublime e giustissimo ordinamento della creatura ragionevole, per utilità dei riscattati e nel confronto per reciproca opposizione delle due città. Il Salmo soggiunge: Qual è l'uomo che vivrà e non vedrà la morte, trarrà fuori la propria anima dal potere dell'oltretomba? 142. Può essere soltanto Egli, che è essenza d'Israele dalla discendenza di Davide, Cristo Gesù. Di lui dice l'Apostolo che risorgendo dai morti più non muore e la morte non avrà più potere su di lui 143. Così vivrà e non vedrà più la morte, ma nel senso che è morto e ha tratto fuori la propria anima dal potere dell'oltretomba, in cui era disceso per sciogliere i lacci mortali di alcuni e se n'è tratto fuori con quel potere di cui dice nel Vangelo: Ho il potere di offrire la mia anima e il potere di riprenderla 144.

Il suo popolo casa di Dio è ingiuriato.
12. I rimanenti concetti di questo Salmo sono così espressi: Dov'è, Signore, la tua benignità d'un tempo che nella tua fedeltà hai giurato a Davide? Ricordati, Signore, dell'insulto ai tuoi servi, perché ho represso nel cuore quello di molti popoli, perché i tuoi nemici, Signore, hanno oltraggiato, hanno oltraggiato la trasformazione del tuo Cristo 145. Si può ragionevolmente porre il problema se questi concetti sono stati espressi dalla prospettiva degli Israeliti, i quali desideravano che si adempisse per loro la promessa rivolta a Davide, o piuttosto dei cristiani i quali non sono Israeliti secondo la razza ma secondo lo spirito. Infatti sono stati espressi o scritti al tempo in cui visse Etan al cui nome è intestato il Salmo ed era pure il tempo del regno di Davide. Perciò non si avrebbe questa espressione: Dov'è, Signore, la tua benignità di un tempo che nella tua fedeltà hai promesso a Davide?, se la profezia di per sé non indicasse metaforicamente il modo di pensare di individui che sarebbero esistiti molto tempo dopo e per i quali era antico il tempo in cui furono fatte simili promesse a Davide. Si può intendere così che molti popoli pagani, quando perseguitavano i cristiani, rinfacciavano a loro la passione di Cristo che la Scrittura considera trasformazione, perché morendo divenne immortale. Si può anche intendere, stando a questa interpretazione, che la trasformazione di Cristo fu rimproverata ai Giudei perché, mentre si attendeva che fosse il loro Cristo, lo divenne dei popoli pagani. Ora infatti molti popoli pagani lo rinfacciano ad essi perché hanno creduto in lui mediante la Nuova Alleanza, mentre essi sono rimasti alla vecchia età. Quindi è possibile anche in questo caso dire: Ricordati, Signore, dell'insulto ai tuoi servi, giacché, dal momento che non li dimentica ma ne ha pietà, dopo questo insulto anche essi crederanno. Ma l'interpretazione, che ho indicato, mi sembra la più genuina. Infatti ai nemici di Cristo, ai quali si rimprovera che egli li ha abbandonati per passare ai popoli pagani, si adatta male l'espressione: Ricordati, Signore, dell'insulto ai tuoi servi. Non devono essere considerati servi del Signore simili Giudei ma queste parole riguardano coloro i quali, poiché subivano per il nome di Cristo le gravi umiliazioni delle persecuzioni, hanno potuto richiamare alla memoria che un regno nell'alto fu promesso alla discendenza di Davide. Nell'aspirazione ad esso han potuto dire non disperando ma chiedendo, attendendo, picchiando: Dov'è, Signore, la tua benignità di un tempo che nella tua fedeltà hai giurato a Davide? Ricordati, Signore, dell'insulto ai tuoi servi perché ho represso nel cuore (cioè ho pazientemente sopportato nella mia coscienza) quello di molti popoli pagani, perché i tuoi nemici hanno oltraggiato, Signore, hanno oltraggiato la trasformazione del tuo Cristo, perché non pensavano che fosse una trasformazione ma un annientamento. Poi l'inciso: Ricordati, Signore, significa certamente: Abbi pietà e al posto della mia bassezza, sopportata pazientemente, concedimi l'altezza che hai giurato a Davide nella tua fedeltà. Se vogliamo attribuire ai Giudei queste parole, han potuto dirle quei servi di Dio che, saccheggiata la Gerusalemme terrena, prima che Cristo venisse nel mondo, furono condotti in prigionia, se capivano la trasformazione di Cristo perché da lui si doveva attendere con fede non la felicità terrena e carnale, quale si ebbe nei pochi anni del re Salomone, ma la felicità celeste e spirituale. Quando, ignorandola, la miscredenza dei popoli pagani rinfacciava con insolenza che il popolo di Dio era prigioniero, non faceva altro che insultare la trasformazione del Cristo perché la ignorava ed essi la conoscevano. Quindi il pensiero che segue a conclusione del Salmo: La benedizione del Signore per sempre, amen, amen 146, conviene assai a tutto il popolo di Dio che appartiene alla celeste Gerusalemme, tanto in coloro che erano occulti nell'Antica Alleanza prima che fosse rivelata la Nuova, come in quelli che, ormai rivelata la Nuova Alleanza, appartengono apertamente al Cristo, come si può osservare. Non si deve attendere una benedizione del Signore che duri per un periodo di tempo, come si manifestò al tempo di Salomone, ma che duri in eterno e in questa infallibile attesa s'invoca: Amen, amen. È conferma di una simile attesa la ripetizione della parola. Davide, che capiva questa verità, dice nel Secondo Libro dei Re da cui son passato al Salmo citato: Tu hai parlato a favore della casa del tuo servo per un lontano avvenire 147. Perciò poco dopo soggiunge: Comincia adesso e benedici la casa del tuo servo fino all'eternità 148 e il resto. Davide appunto stava per generare un figlio, dal quale la sua posterità doveva giungere a Cristo, per la cui mediazione la sua casa sarebbe diventata eterna perché era anche la casa di Dio. Casa di Davide a motivo della stirpe di Davide ed anche casa di Dio a motivo del tempio di Dio, strutturato di uomini e non di pietre, in cui deve abitare in eterno il popolo con Dio, nel suo Dio, e Dio con il popolo, nel suo popolo. Così Dio appaga il suo popolo e il popolo è appagato dal suo Dio quando Dio sarà tutto in tutti 149, Egli premio nella pace perché coraggio nella battaglia. Quindi poiché con parole di Natan si dice: Il Signore ti avvertirà di edificargli una casa 150, poco dopo con parole di Davide: Tu, Signore onnipotente, Dio d'Israele, hai rivelato al tuo servo: ti edificherò una casa 151. Anche noi edifichiamo questa casa vivendo onestamente, aiutandoci Dio affinché viviamo onestamente perché se il Signore non edificherà la casa, invano hanno lavorato quelli che la edificavano 152. Quando avverrà l'ultima inaugurazione di questa casa, allora si avvererà ciò di cui ha parlato il Signore mediante Natan con le parole: Fisserò un luogo al mio popolo Israele, ve lo stabilirò ed esso abiterà nella propria casa, non sarà più turbato e l'iniquo non oserà più opprimerlo come in passato quando ho dovuto stabilire i Giudici sul mio popolo Israele 153.

La pace vera.
13. Chi attende un bene così grande nel tempo e nel mondo ragiona da sciocco. Non si penserà certo che esso sia stato conseguito nella pace del regno di Salomone. La Scrittura, sia pure con linguaggio meraviglioso, addita la pace vera nell'ombra del futuro. Però con attenzione è stata da lei evitata questa falsa supposizione poiché, dopo aver detto: E l'iniquo non oserà più opprimerlo, si ha subito l'aggiunta: Come in passato quando ho dovuto stabilire i Giudici sul mio popolo Israele 154. I Giudici, prima che dominassero i re, erano stati costituiti sopra il popolo da quando esso aveva occupato la Terra promessa. Lo opprimeva l'iniquo, cioè lo straniero nemico, in quegli intervalli di tempo in cui, come è scritto 155, la pace si avvicendava con la guerra e in quell'epoca si riscontrano periodi di pace più lunghi di quelli che ottenne Salomone, il quale regnò quarant'anni 156. Difatti sotto il giudice Eud si ebbero ottant'anni di pace 157. Non si deve quindi affatto ritenere che in quella predizione sia designata l'età di Salomone e molto meno di qualsiasi altro re. Nessuno di loro regnò in una continua pace come lui e assolutamente mai quel popolo ebbe un regno tale da non preoccuparsi di venire assoggettato dai nemici. Infatti nell'incessante crisi delle cose umane a nessun popolo fu consentita tanta sicurezza da non temere gli attacchi che amareggiano questa esistenza. Il luogo dunque che viene promesso per una dimora tanto serena e tranquilla è eterno ed è destinato agli eterni nella libera madre Gerusalemme in cui esisterà secondo verità il popolo d'Israele. Questo nome si traduce: "colui che vede Dio" 158. Nell'aspirazione a questo premio si deve condurre in questo travagliato esilio una vita devota mediante la fede.

Davide e i Salmi.
14. Dunque Davide regnò mentre la città di Dio si evolveva attraverso il tempo, dapprima nell'ombra del futuro, cioè nella Gerusalemme terrena. Davide era un uomo competente nei versi destinati al canto, egli amò il ritmo musicale non per un diletto che è di tutti, ma per religiosa aspirazione, e consacrò quei versi al suo Dio, che è il vero Dio, nella mistica allegoria di un grande avvenimento. Difatti l'accordo, dovuto alla misura razionale e alla modulazione di suoni diversi, fa pensare all'unità, ottenuta con armonica varietà, di una città bene ordinata. Poi quasi tutta la sua produzione profetica è nei Salmi, il Libro che definiamo dei Salmi ne contiene centocinquanta. Alcuni sostengono che sono stati composti da Davide quelli di essi che sono intestati al suo nome. Vi sono anche alcuni i quali ritengono che non sono stati composti da Davide se non quelli che sono intitolati: Dello stesso Davide, quelli invece che hanno nel titolo: Allo stesso Davide, composti da altri, sarebbero stati adattati al suo modo di esprimersi. Questa ipotesi è confutata dalla parola dello stesso Salvatore, contenuta nel Vangelo, in cui egli dice che Davide sotto ispirazione ha chiamato il Cristo suo Signore 159. Il Salmo centonove appunto comincia: Oracolo del Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi 160. E certamente questo Salmo non ha nel titolo: Dello stesso Davide, ma: Allo stesso Davide, come parecchi altri. A me personalmente sembra che giudichino con maggiore attendibilità coloro i quali attribuiscono alla sua produzione tutti i centocinquanta Salmi e che egli ne intestò alcuni col nome di altre persone le quali erano allegoria di un qualche significato attinente all'argomento trattato e non volle che i rimanenti avessero nella intestazione il nome di un uomo. Agì, cioè, come il Signore gli indicò per ispirazione di comporre la disposizione, certamente misteriosa ma non inutile, della varia attribuzione. Non deve spingere a rifiutare questa ipotesi il fatto che nel libro ad alcuni Salmi sono assegnati nomi di Profeti che vissero molto tempo dopo l'età del re Davide e che danno l'impressione di parlare a nome proprio 161. L'ispirazione profetica ha potuto suggerire al re Davide, mentre profetava, i nomi di futuri Profeti in modo che si salmodiasse in tono di profezia un argomento che si addiceva alla loro personalità. Ad esempio il re Giosia, che doveva venire al mondo e regnare dopo più di trecento anni, fu palesato assieme al nome a un Profeta che predisse anche la sua attività avvenire 162.

Prolusione critica sui Salmi.
15. Ora si attende da me, me ne accorgo, che a questo punto del libro esprima che cosa nei Salmi Davide ha previsto del Signore Gesù Cristo e della sua Chiesa. Per non farmi eseguire questa operazione, come pare che l'attesa stia chiedendo, sebbene l'ho già fatto per un Salmo, sono ostacolato più dall'eccedenza che dalla scarsità. Mi sento inibito dal parafrasarli tutti a motivo della prolissità. Se ne sceglierò alcuni, può sembrare, come temo, a molti i quali conoscono che ho omesso i più necessari. Poi la documentazione che si offre deve avere la conferma dal contesto di tutto il Salmo in modo che eventualmente non vi sia qualche elemento che disdice, anche se tutti non confermano. Non deve sembrare che alla maniera dei centoni vado spiccando dei versetti, attinenti all'argomento che intendo trattare, da un grande componimento poetico che appare svolto non sull'argomento voluto ma su uno molto diverso. Affinché questo intento critico possa esser rilevato in qualsiasi Salmo, lo si deve esporre integralmente. I libri degli altri e miei, in cui ho trattato così l'assunto, indicano sufficientemente quale impegno richiedono. Chi vuole e può li legga dunque, vi troverà quante e quanto grandi verità il re e profeta Davide ha profetato del Cristo e della sua Chiesa, cioè del re e della città da lui fondata.

Salmo 44, prima parte: Cristo re.
16. 1. Sebbene su qualsiasi argomento si abbiano discorsi profetici palesemente specifici, è indispensabile che vi siano inseriti anche quelli metaforici i quali, soprattutto nei più lenti a capire, comportano per gli insegnanti un faticoso impegno nel dimostrare e spiegare. Alcuni discorsi però a prima vista appena si enunciano, lasciano intravedere Cristo e la Chiesa, sebbene rimangono da esaminare a tempo libero brani che meno si comprendono. Di questo stampo è uno dei Salmi: Ha proferito il mio cuore una lieta parola, io narro le mie imprese al re. La mia lingua è come lo stilo di scriba veloce. Sei il più bello tra i figli degli uomini, sulle tue labbra è diffusa la leggiadria, per questo ti ha benedetto Dio in eterno. Cingi la tua spada al fianco, o valoroso, nel tuo splendore e bellezza e aspira, procedi felicemente e regna per la verità, la mitezza e la giustizia e la tua destra ti farà avanzare meravigliosamente. Le tue frecce acute, o valoroso, poiché i popoli cadono sotto di te, colpiscono al cuore i nemici del re. Il tuo trono, o Dio, dura per sempre, lo scettro della rettitudine è lo scettro del tuo regno. Hai amato la giustizia e hai detestato l'empietà, perciò Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato con olio d'esultanza nel rapporto con i tuoi seguaci. Mirra, aloe e cassia dalle tue vesti e dai palazzi d'avorio, dai quali le figlie dei re ti hanno sorriso nella tua carica onorifica 163. Ogni individuo, anche se lento nel capire, può ravvisare nel brano il Cristo che annunciamo e in cui crediamo quando apprende che è Dio perché il suo trono è per sempre ed è consacrato da Dio, evidentemente come consacra Dio, cioè con un crisma non visibile ma spirituale e del mondo intelligibile. Non v'è certamente una persona tanto ignorante in questa religione ovvero così insensibile alla sua celebrità ampiamente diffusa, la quale non sappia che Cristo è denominato da crisma, quanto dire dall'unzione. Dopo aver riconosciuto che Cristo è re, questa persona, ormai sottomessa a lui, che regna per la verità, la mitezza e la giustizia, esamini a tempo libero gli altri significati che nel brano sono stati espressi per metafora, cioè in che senso sia il più bello tra i figli degli uomini, di una singolare bellezza tanto più degna di amore e ammirazione quanto meno sensibile, cosa significano la spada, le frecce e gli altri concetti che sono così espressi, non con significato specifico ma metaforico.

Salmo 44, seconda parte: la Chiesa regina.
16. 2. Poi ravvisi la sua Chiesa congiunta a uno sposo così grande con unione spirituale e amore divino. Di essa si dice nei versi che seguono: Alla tua destra si è fermata la regina con vestito tessuto d'oro e con vari ornamenti. Ascolta, o figlia, guarda e porgi l'orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, poiché il re ha desiderato ardentemente la tua bellezza: egli è il tuo Dio. Si prostreranno davanti a lui le giovinette di Tiro portando doni, i ricchi del popolo vorranno vedere il tuo volto. Tutto lo splendore della figlia del re è dall'interno, è rivestita in vari ornamenti in frange d'oro. Le fanciulle saranno condotte al re dopo di lei, le più vicine a lui saranno condotte a te. Saranno condotte in gioia ed esultanza, guidate nel palazzo del re. Al posto dei tuoi padri ti sono nati dei figli, li farai capi su tutta la terra. Si ricorderanno del tuo nome di generazione in generazione. Perciò i popoli ti loderanno in eterno, per sempre 164. Non penso che ci sia qualcuno tanto insensato da ritenere che nel testo venga esaltata nei vari tratti una povera donna qualsiasi, la moglie, cioè, di colui al quale sono state già rivolte le seguenti parole: Il tuo trono, o Dio, dura per sempre, lo scettro della rettitudine è lo scettro del tuo regno. Hai amato la giustizia e hai detestato l'empietà, perciò Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato con olio d'esultanza nel rapporto con i tuoi seguaci, certamente Cristo in riferimento ai cristiani. Sono suoi seguaci coloro dalla cui concorde unità in tutti i popoli si pone nei fatti questa regina, come di lei si dice in un altro Salmo: La città del gran Re 165. È la Sion in senso spirituale. Questa parola tradotta in lingua latina significa "contemplazione" 166. Difatti ella contempla il grande bene della vita fuori del tempo poiché ad essa è rivolta la sua aspirazione. Ella è anche la Gerusalemme sempre in senso spirituale, della quale ho già parlato abbastanza 167. La sua nemica è la città del diavolo, Babilonia, che si traduce "confusione". Libera da questa Babilonia la regina in parola è affrancata in tutti i popoli mediante la rigenerazione e da un re molto cattivo passa a uno molto buono, cioè dal diavolo a Cristo. Le viene detto perciò: Dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre. Della città miscredente fanno parte anche gli Israeliti soltanto per razza e non per fede, perché anche essi sono nemici del gran Re e della sua Regina. Difatti venuto al mondo fra di loro e da loro ucciso, è divenuto capo di altri che non ha intravisto nella razza. In proposito, nella predizione di un Salmo, afferma lo stesso nostro re: Mi scamperai dalle rivolte del popolo, mi porrai a capo delle nazioni. Un popolo, che non conoscevo, mi ha servito, subito all'ascoltarmi mi ha ubbidito 168. Dunque questo popolo di nazioni pagane, che non ha conosciuto Cristo nella presenza fisica e che ha creduto nel Cristo annunciato, sicché giustamente di esso si dice: Subito nell'ascoltarmi mi ha ubbidito, poiché la fede proviene dall'ascolto 169, questo popolo, dico, aggiunto ai veri Israeliti nella natura umana e nella fede, è la città di Dio. Essa, quando era composta di soli Israeliti, ha generato lo stesso Cristo secondo l'umana natura. Le apparteneva infatti la Vergine Maria, nella quale il Cristo, per essere uomo, assunse l'umana natura. Della città un altro Salmo dice: Della metropoli Sion, si dirà, l'uomo è nato in essa e l'Altissimo le ha dato salde fondamenta 170. L'Altissimo è certamente Dio. E perciò Cristo Dio, prima che in quella città divenisse uomo in Maria, egli stesso le diede salde fondamenta nei Patriarchi e Profeti. Dunque a questa città di Dio regina tanto tempo prima è stato predetto mediante una profezia un evento che vediamo già avverato: Al posto dei tuoi padri ti sono nati dei figli, li farai capi su tutta la terra 171. Alcuni tra i suoi figli infatti sono stati eletti in tutta la terra anche come suoi padri quando la riconoscono i popoli giungendo insieme al riconoscimento di un ideale eterno per sempre. Senza dubbio tutto ciò che nel Salmo è stato espresso velatamente con discorsi metaforici, comunque s'interpreti deve essere applicato a questi significati tanto evidenti.

Cristologia dei Salmi 109 e 21.
17. Anche nel Salmo in cui con assoluta evidenza il Cristo viene dichiarato sacerdote come è dichiarato re nel Salmo citato: Ha detto il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi 172, è oggetto di fede e non d'esperienza che Cristo siede alla destra del Padre. Non si manifesta ancora che i nemici saranno posti sotto i suoi piedi, sta avvenendo, ma si manifesterà alla fine. Anche questa verità ora è oggetto di fede, poi di conoscenza. Però il pensiero che segue: Il Signore stenderà da Sion lo scettro del tuo potere e tu domina in mezzo ai tuoi nemici 173 è talmente chiaro che sarebbe negato non solo per mancanza di fede e di correttezza ma perfino di pudore. Anche i nemici ammettono che da Sion fu promulgata la legge di Cristo, che noi chiamiamo Vangelo, e riconosciamo lo scettro del suo potere. Che poi domina in mezzo ai suoi nemici lo attestano essi stessi, in mezzo ai quali domina, perché digrignano i denti, sudano a freddo e non possono nulla contro di lui. Dopo poco il Salmo continua: Il Signore ha giurato e non si pentirà, e con queste parole attesta che sarà immutabile ciò che aggiunge: Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedec 174. E poiché in nessun luogo ormai sono in vigore il sacerdozio e il sacrificio secondo l'ordine di Aronne e in ogni luogo si offre con Cristo sacerdote quello che offrì Melchisedec quando benedisse Abramo 175, nessuno può mettere in discussione chi sia colui di cui si parla. A questi evidenti significati si riferiscono quelli che nel medesimo Salmo sono stati espressi in forma un po' più oscura, se si interpretano bene. L'ho già fatto nei miei discorsi al popolo. V'è un altro Salmo in cui Cristo espone profeticamente l'abiezione della sua passione con le parole: Hanno trafitto le mie mani e i miei piedi, hanno contato tutte le mie ossa, essi mi hanno guardato e osservato 176. Con queste parole ha indicato il corpo disteso sulla croce con le mani e i piedi confitti e trapassati dalla perforazione dei chiodi e che in questo modo si era offerto come qualcosa da vedere a coloro che guardavano e osservavano. Continua: Si sono divise le mie vesti e hanno gettato la sorte sulla mia tunica 177. Si narra nel Vangelo come si è adempiuta questa profezia 178, anche gli altri particolari, che nel Salmo sono stati esposti meno chiaramente, s'intendono nel vero significato se si accordano con quelli che sono segnalati per una verifica in atto. Questo soprattutto perché i fatti che, come possiamo notare, non appartengono ancora al passato ma li costatiamo presenti, si possono osservare nel loro verificarsi in tutto il mondo nei termini in cui nel Salmo sono stati preannunciati. Ad esempio poco dopo si dice nel Salmo: Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra e si prostreranno davanti a lui tutte le stirpi dei popoli, poiché il regno è del Signore, egli domina sui popoli 179.

I Salmi 3 e 40 sulla risurrezione.
18. 1. Le predizioni dei Salmi non hanno passato sotto silenzio la sua risurrezione. Nel Salmo tre viene esaltata questa verità con parole pronunciate in prima persona: Io mi sono coricato e mi sono addormentato, ma mi sono svegliato perché il Signore mi sorreggerà 180. Non si può vaneggiare al punto da credere che il Profeta ci ha voluto segnalare come grande avvenimento il fatto che si è addormentato e poi s'è svegliato, se questo sonno non fosse la morte e il risveglio la risurrezione che era conveniente predire di Cristo in questi termini. Nel Salmo quaranta molto più palesemente è esposta questa verità. In esso, sempre dalla prospettiva della persona dello stesso Mediatore, al solito fatti previsti come futuri sono narrati come passati poiché, se dovevano avvenire, erano come avvenuti in quanto certi nella predestinazione e prescienza di Dio. Egli dice: I nemici mi hanno augurato il male: quando morirà e scomparirà il suo nome? Se qualcuno è entrato per visitarmi, il suo cuore ha detto il falso e ha accumulato malizia. Usciva fuori e parlava assieme agli altri. Contro di me sussurravano tutti i miei nemici, pensavano il male contro di me. Hanno accolto contro di me un presagio malvagio: forseché chi dorme non ottiene di rialzarsi? 181. Queste parole hanno una intonazione tale da suggerire che quel tale intendeva dire: Forseché chi è morto non ottiene di risorgere? Le parole precedenti fanno comprendere che i nemici hanno augurato e predisposto la sua morte e che la congiura era stata organizzata da colui che era entrato per visitare ed era uscito per tradire. Ad ognuno a questo punto viene in mente Giuda, da discepolo diventato traditore. Poiché dunque stavano per eseguire ciò che complottavano, stavano cioè per ucciderlo, il Mediatore, mostrando che invano per sciocca malvagità stavano per uccidere uno che sarebbe risorto, ha aggiunto questa frase, come a dire: "Cosa fate, stupidi?". Il vostro delitto è per me un sonno: Forseché chi dorme non otterrà di rialzarsi? Tuttavia nelle frasi seguenti manifesta che non impunemente hanno commesso un così grande misfatto: Anche l'amico in cui ho sperato, egli che mangiava i miei pani, ha premuto il calcagno sopra di me, cioè mi ha calpestato. Ma tu, Signore, aggiunge, abbi pietà di me, fammi rialzare e io li ripagherò 182. Non può negare questa punizione chi sa che dopo la passione e risurrezione di Cristo i Giudei furono completamente sterminati dal loro paese in una devastazione e massacro dovuti alla guerra. Ucciso da loro è risorto e frattanto ha fornito loro una temporanea ammonizione, oltre ciò che riserva ai non pentiti, quando giudicherà i vivi e i morti. Il Signore stesso Gesù, nel rivelare agli Apostoli il traditore col porgergli un pezzo di pane, fece riferimento al versetto di questo Salmo e dichiarò che si era avverato in lui: Chi mangiava i miei pani ha premuto il calcagno sopra di me 183. L'inciso: In cui ho sperato non riguarda il capo ma il corpo. Il Salvatore non ignorava chi fosse perché aveva già detto di lui: Uno di voi mi tradirà e: Uno di voi è un demonio 184. Ma al solito trasferisce in sé la persona dei propri seguaci e aggiudica a sé una loro attribuzione perché capo e corpo sono il medesimo Cristo. Si ha quindi nel Vangelo: Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare 185. Esplicitando questa frase ha detto: Quando l'avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me 186. Ha detto che si attendeva quel che si attendevano i suoi discepoli quando Giuda fu accolto fra gli Apostoli.

I Salmi 15 e 67 sulla morte redentrice.
18. 2. I Giudei non attendono che dovrà morire il Cristo che attendono 187. Perciò sostengono che non sia il nostro quello che hanno predetto la Legge e i Profeti, ma un loro Cristo, non saprei quale, che essi farneticano immune dalla soggezione alla morte. Perciò con sorprendente superficialità e accecamento sostengono che le frasi da me allegate non indicano la morte e la risurrezione ma il sonno e il risveglio. Ma grida loro il Salmo quindici: Perciò si è rallegrato il mio cuore e ha gridato di gioia la mia lingua ed anche il mio corpo riposerà nella speranza, perché non abbandonerai la mia anima nell'oltretomba né lascerai che il tuo santo veda la corruzione 188. Soltanto chi è risorto al terzo giorno poteva dire che il suo corpo riposava nella speranza che la sua anima non fosse abbandonata nell'oltretomba ma, ritornando ben presto ad esso, lo facesse risuscitare affinché non si corrompesse come si corrompono tutti i cadaveri. Certo non lo possiamo dire del profeta e re Davide. Anche il Salmo sessantasette grida: Il nostro Dio è un Dio che rende salvi ed anche del Signore è il passaggio della morte 189. Nulla si poteva dire più chiaramente. Il Dio che rende salvi è Gesù Signore che si traduce: "Salvatore" o "Datore di salvezza" 190. Il significato è stato reso manifesto quando, prima che nascesse dalla Vergine, fu annunciato: Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù, perché egli salverà il suo popolo dai loro peccati 191. Poiché per la remissione di questi peccati è stato versato il suo sangue, era certamente indispensabile che da questa vita non avesse altro passaggio che quello della morte. Perciò dopo questa espressione: Il nostro Dio è un Dio che rende salvi immediatamente si soggiunge: Anche del Signore è il passaggio della morte per mostrare che ci avrebbe salvato morendo. Ma con una certa meraviglia si dice: Anche del Signore, come a dire: "È tale la vita dei mortali che anche il Signore non poteva passare da essa in altra maniera che attraverso la morte".

Il Salmo 68 sulla impenitenza dei Giudei.
19. Dato che i Giudei non si arrendono affatto alle attestazioni così palesi di questo preannuncio profetico e anche perché i fatti hanno approdato a una realizzazione così chiara ed evidente, si adempie certamente in loro quel che è espresso nel Salmo successivo a quello citato. Poiché anche in esso nell'intervento della persona di Cristo si preannunciano particolari attinenti alla sua passione, si segnala una circostanza - narrata apertamente nel Vangelo -: Hanno messo nel mio cibo fiele e nella mia sete mi han dato per bevanda l'aceto 192. E come se si trattasse di un banchetto e di cibi di tal fatta a lui offerti, subito soggiunge: La loro tavola diventi per loro una trappola, un'insidia e un inciampo, i loro occhi si offuschino e non vedano e piega sempre di più la loro schiena 193 e altre cose che non sono dette per malaugurio ma, nell'apparenza del malaugurio, previste nella profezia. Non fa meraviglia che non vedano fatti così evidenti coloro i cui occhi sono offuscati affinché non vedano. Non fa meraviglia se non guardano in alto le cose del cielo coloro il cui dorso è sempre piegato affinché siano chinati verso le cose della terra. Con queste espressioni metaforiche desunte dal corpo sono designati i difetti dello spirito. Affinché si dia un limite, bastano questi rilievi dai Salmi, cioè dalla profezia del re Davide. Scusino coloro che li leggono e conoscono tutte quelle verità e non si lamentino di quelle che sanno o suppongono che io abbia omesso sebbene forse più valide.

Da Salomone all'ultimo profetismo [20-24]

I nemici di Cristo e loro vocazione nei libri sapienziali.
20. 1. Davide regnò nella Gerusalemme terrena, ma come figlio della Gerusalemme celeste, molto esaltato per divina attestazione perché i suoi delitti furono cancellati dalla sua grande pietà mediante la salutare contrizione del pentimento al punto da essere fra quelli, di cui egli stesso ha detto: Beati coloro cui sono rimesse le colpe e perdonati i peccati 194. Dopo di lui regnò su tutto il medesimo popolo il figlio Salomone che, come è stato detto precedentemente 195, cominciò a regnare quando il padre era ancora in vita. Egli a buoni inizi fece seguire cattivi risultati. Lo danneggiò infatti il successo, che mette in crisi la coscienza dei sapienti, più di quanto gli giovasse la sapienza ora e per sempre degna di ricordo e allora lodata in ogni luogo 196. Si riscontra che anche egli ha profetizzato nei suoi tre libri accolti nell'autenticità canonica, cioè i Proverbi, l'Ecclesiaste, il Cantico dei cantici. L'uso ha prevalso, per una certa conformità nell'espressione, nel far attribuire a Salomone altri due, la Sapienza e l'Ecclesiastico, tuttavia i più versati non dubitano che non siano suoi. Tuttavia soprattutto la Chiesa occidentale fin dal principio li ha accolti come autentici. In uno di essi, chiamato la Sapienza di Salomone, è molto apertamente preannunciata la passione di Cristo. Vengono presentati gli empi suoi carnefici mentre dicono: Tendiamo insidie al giusto perché ci è sgradito ed è contrario alle nostre azioni, ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l'educazione da noi ricevuta. Proclama di possedere la conoscenza di Dio e si dichiara suo figlio. È diventato per noi lo scherno dei nostri sentimenti. Ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri e coerente il suo modo di avanzare. Siamo considerati da lui come buffoni, schiva le nostre abitudini come immondezze, proclama beata la fine dei giusti e si vanta di avere Dio come padre. Vediamo se le sue parole sono vere, proviamo ciò che gli accadrà e vedremo quale sarà la sua fine. Se il giusto è figlio di Dio, Egli l'assisterà e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti per conoscere la sua deferenza e saggiare la sua rassegnazione. Condanniamolo a una morte infame, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà. L'hanno pensata così ma si sono sbagliati, la loro malizia li ha accecati 197. Nell'Ecclesiastico si preannuncia in questi termini la fede dei popoli pagani: Abbi pietà di noi, Signore Dio dell'universo, e infondi il tuo timore su tutti i popoli, alza la tua mano sui popoli stranieri e vedano la tua potenza. Come ai loro occhi ti sei mostrato santo in mezzo a noi, così ai nostri occhi mostrati grande fra di loro e riconoscano, come noi abbiamo riconosciuto, che non c'è un Dio fuor di te, o Signore 198. Osserviamo che si è adempiuta in Gesù Cristo questa profezia presentata nella fattispecie dell'imprecare e del pregare. Però questi libri non si adducono con tanta sicurezza contro i dissenzienti, perché non sono inseriti nel canone dei Giudei.

Cristo, la Chiesa e le due città nelle opere di Salomone.
20. 2. Per dimostrare che riguardano Cristo e la Chiesa contesti simili che si leggono nei tre libri attribuiti con certezza a Salomone e che i Giudei ritengono canonici è necessaria una travagliata polemica la quale, se si pone in atto al momento, ci impegna più del necessario. Comunque nei Proverbi si legge che uomini disonesti dicono: Nascondiamo ingiustamente nella terra l'uomo giusto, divoriamolo come l'oltretomba un essere vivente ed eliminiamo dalla terra il ricordo di lui e impadroniamoci della sua ricca proprietà 199. Il passo non è tanto oscuro da non potersi applicare senza una faticosa analisi al Cristo e alla sua proprietà, la Chiesa. Anche il Signore Gesù in una parabola del Vangelo ha lasciato intravedere che i contadini disonesti hanno ragionato in quel senso: Questo è l'erede, su, uccidiamolo e avremo noi l'eredità 200. Il passo del medesimo libro, passo al quale ho precedentemente accennato quando ho parlato della sterile che ha avuto sette figli 201, di solito fu interpretato come riferito a Cristo e alla Chiesa, appena istituita, dagli esegeti i quali sanno che Cristo è la sapienza di Dio: La sapienza si è costruita la casa e ha innalzato sette colonne, ha immolato le vittime, ha versato il vino nella coppa e ha imbandito la tavola. Ha mandato i suoi servitori per invitare con un bando dall'alto al banchetto con le parole: Chi è ignorante? Venga da me. E ai privi d'ingegno ha detto: Venite, mangiate i miei pani e bevete il vino che ho versato per voi 202. Nel passo ravvisiamo la Sapienza di Dio, cioè il Verbo coeterno al Padre che nel grembo della Vergine si costruì come casa il corpo umano e che ad esso unì la Chiesa come membra al Capo, che sacrificò come vittime i martiri, che preparò la mensa col pane e col vino, in cui si manifesta anche il sacerdozio secondo l'ordine di Melchisedec, che ha chiamato gli ignoranti e i privi d'ingegno perché, come dice l'Apostolo, ha scelto ciò che nel mondo è debole per far arrossire i forti 203. Ma ai deboli di tal fatta Salomone ha rivolto anche la frase che segue: Abbandonate l'ignoranza per vivere e procuratevi la prudenza per avere la vita 204. Partecipare alla sua mensa è lo stesso che avere la vita. Difatti nell'altro libro, intitolato l'Ecclesiaste, dice: Non v'è bene per l'uomo se non ciò che mangerà e berrà 205. Con maggiore attendibilità nel passo si ravvisa ciò che riguarda la partecipazione alla mensa che lo stesso sacerdote Mediatore della Nuova Alleanza 206 offre secondo l'ordine di Melchisedech dal suo corpo e dal suo sangue. Questo sacrificio sottentrò a tutti i sacrifici dell'Antica Alleanza che erano offerti come adombramento del futuro. Perciò anche nel Salmo trentanove ravvisiamo la voce del Mediatore che parla profeticamente: Non hai gradito sacrificio e offerta, ma mi hai dato un corpo 207, perché in luogo di tutti i sacrifici e offerte, si offre il suo corpo e si dispensa ai partecipanti. Che l'Ecclesiaste nel concetto del mangiare e del bere, che spesso ripete e raccomanda vivamente, non intenda il banchetto del piacere sensibile, lo dimostra la frase: È meglio andare in una casa in cui si piange che andare in una casa in cui si gozzoviglia; e poco dopo: Il cuore dei saggi nella casa in cui si piange e il cuore degli stolti nella casa in cui si fa baldoria 208. Ma penso che di questo libro si debba soprattutto richiamare ciò che riguarda le due città, una del diavolo e l'altra di Cristo e i rispettivi re, il diavolo e Cristo: Guai a te, dice, o paese che hai per re un ragazzo e i cui principi banchettano fin dal mattino. Felice te, o paese, il cui re è figlio di persone nate libere e i cui principi mangiano a tempo dovuto nel coraggio e non nella delusione 209. Ha paragonato il diavolo a un ragazzo a causa dell'avventatezza, dell'orgoglio, della leggerezza e impudenza e altri difetti che di solito sono in gran numero in questa età e ha assimilato Cristo a un figlio di uomini nati liberi, cioè dei santi Patriarchi che appartengono alla libera città, perché da essi discende secondo la razza 210. I principi della città terrena mangiano fin dal mattino, cioè prima dell'ora propizia perché non attendono la felicità autentica, che è la vera, nella vita d'oltre tempo, in quanto ambiscono bearsi alla svelta dell'incessante vicenda del tempo. Invece i principi della città di Cristo attendono con pazienza il tempo della felicità che non delude. Questo significa: Nel coraggio e non nella delusione, perché non inganna la speranza di cui l'Apostolo ha detto: La speranza non delude 211 e un Salmo dice: Coloro che ti attendono non saranno delusi 212. Infine il Cantico dei cantici è un vero e proprio diletto spirituale di pure intelligenze in occasione del connubio del Re e della Regina della città, cioè di Cristo e la Chiesa. Ma questo diletto è avvolto di rivestimenti allegorici affinché sia desiderato con maggiore ardore, sia scoperto con gioia più grande e appaia lo Sposo, cui si dice nel Cantico: La giustizia ti ha amato 213, e la Sposa che in esso ascolta: La carità nella tua tenerezza 214. Passo molte cose sotto silenzio per la sollecitudine di giungere alla fine di questa opera.

Il regno di Giuda e d'Israele.
21. A stento si ha notizia che gli altri re degli Ebrei dopo Salomone abbiano preannunciato attraverso alcune velate allegorie delle loro parole o delle loro opere qualche significato attinente a Cristo e alla Chiesa, e questo sia in Giuda che in Israele. Così sono stati definiti gli stati di quel popolo da quando a causa della colpa di Salomone, al tempo del figlio Roboamo, che successe nel regno al padre, fu diviso per castigo di Dio. In particolare le dieci tribù che si aggiudicò Geroboamo, servo di Salomone, insediato re in Samaria, si chiamarono Israele, sebbene questo fosse il nome di tutto il popolo. Due tribù, cioè di Giuda e di Beniamino che per riguardo a Davide, affinché il regno della sua stirpe non fosse completamente eliminato, erano rimaste soggette a Gerusalemme, ebbero il nome di Giuda perché questa era la tribù originaria di Davide. L'altra tribù che apparteneva al medesimo regno, come ho detto, era quella di Beniamino, da cui proveniva Saul, re prima di Davide. Insieme le due tribù, come è stato detto, si denominavano Giuda e con questo appellativo si distinguevano da Israele che era in particolare l'appellativo delle dieci tribù che avevano un proprio re. Si aggiungeva come decimaterza la tribù di Levi perché era sacerdotale e addetta al servizio di Dio e non dei re. Giuseppe infatti, uno dei dodici figli d'Israele, costituì non una, come gli altri una per ognuno, ma due tribù, Efraim e Manasse. Tuttavia anche la tribù di Levi apparteneva piuttosto al regno di Gerusalemme perché vi era il tempio di Dio al quale si dedicava. Distribuito così il popolo, primo a regnare in Gerusalemme fu Roboamo, figlio di Salomone, e in Samaria Geroboamo, re d'Israele, servo di Salomone. E poiché Roboamo voleva vendicare con la guerra la quasi usurpazione della spartizione dello Stato, si proibì al popolo di combattere contro i fratelli perché Dio svelò, tramite un profeta, che era opera sua. Apparve quindi che nel fatto non v'era una colpa del re d'Israele o del popolo, ma che si era adempiuto il volere di Dio che puniva 215. Conosciuto questo suo volere, l'uno e l'altro Stato convissero in pace perché non era avvenuta una separazione della religione ma del regno.

Elia e l'idolatria nel regno d'Israele.
22. Il re d'Israele Geroboamo non credette, a causa della perversa coscienza, in Dio che pure aveva riconosciuto veritiero nel promettergli e concedergli il regno. Temeva se si recava al tempio di Dio, che era in Gerusalemme, al quale tutta la nazione doveva recarsi per offrire il sacrificio secondo la Legge divina, che il popolo si distaccasse da lui e si restituisse alla stirpe di Davide in quanto discendenza regale 216. Quindi introdusse l'idolatria nel suo regno e con abominevole empietà trasse in errore il popolo di Dio vincolato con lui al culto degli idoli. Tuttavia Dio non cessò di rimproverare del tutto mediante Profeti non solo quel re, ma anche i successori e continuatori dell'empio culto e il popolo stesso. Vi furono infatti i grandi e insigni Profeti Elia e il discepolo Eliseo che compirono anche molti prodigi. A Elia che lamentava: Signore, hanno ucciso i tuoi Profeti, hanno demolito i tuoi altari, io son rimasto solo e tentano di togliermi la vita fu risposto che vi erano settemila persone che non avevano piegato il ginocchio a Baal 217.

Israele e Giuda nella storia.
23. Anche nel regno di Giuda che apparteneva a Gerusalemme, nei vari tempi del succedersi dei re, non mancarono Profeti, come Dio disponeva d'inviarli o a preannunciare ciò che era opportuno o a biasimare le colpe e promuovere la giustizia. Anche in esso, sebbene molto meno che in Israele, vi furono re che offesero gravemente il Signore con i culti idolatrici e furono colpiti, assieme al popolo che loro si somigliava, di castighi appropriati. Tuttavia sono ricordate le non scarse benemerenze di re virtuosi, mentre siamo informati che in Israele tutti i re, chi più chi meno, furono disonesti. L'uno e l'altro Stato dunque, a seconda di come ordinava o permetteva la divina provvidenza, erano rinfrancati da avvenimenti favorevoli e depressi dalle sventure e in tal modo erano danneggiati non solo da guerre con lo straniero ma anche da guerre civili. Così, poiché esistevano determinate cause, si manifestavano la bontà o l'ira del Signore finché, crescendo il suo sdegno, tutta la popolazione non solo fu sgominata nel proprio territorio dai Caldei, che l'avevano debellata, ma anche in gran parte trasferita nelle regioni dell'Assiria, prima lo Stato denominato d'Israele in dieci tribù 218, poi quello di Giuda dopo la distruzione di Gerusalemme e la demolizione del suo magnifico tempio. In quelle regioni il popolo per settanta anni subì l'inazione dei prigionieri di guerra 219. Dopo quegli anni rimandato in patria, ricostruì il tempio che era stato demolito 220 e, sebbene molti di essi vivessero in terre straniere, la nazione non ebbe in seguito due Stati e due re nei singoli Stati, ma vi era un solo loro capo in Gerusalemme e tutti da ogni parte, dovunque e da dove fosse consentito, in tempi stabiliti si recavano al tempio di Dio che era nella città. Ma anche allora, non mancarono nemici da altri popoli e conquistatori. Cristo li trovò già tributari dei Romani.

Il profetismo fino a Giovanni.
24. In tutto il periodo da quando ritornarono da Babilonia, dopo Malachia, Aggeo e Zaccaria, che profetarono in quel tempo, ed Esdra, i Giudei non ebbero più Profeti fino alla venuta del Salvatore se non un secondo Zaccaria, padre di Giovanni 221 e la moglie Elisabetta 222, quando era vicina la nascita di Cristo e, dopo la sua nascita, il vecchio Simeone 223 e la vedova assai anziana Anna 224 e ultimo lo stesso Giovanni 225. Egli giovane non predisse che sarebbe venuto il Cristo, ma con profetica conoscenza 226 lo mostrò ormai giovane ma sconosciuto. Perciò il Signore stesso ha detto: La Legge e i Profeti fino a Giovanni 227. Dal Vangelo ci sono note le parole profetiche di questi cinque e si legge in esso che prima di Giovanni anche la Vergine Madre 228 del Signore si espresse profeticamente. I Giudei non convertiti non accettano la profezia di questi ultimi, l'hanno accettata però i moltissimi di loro che hanno creduto al Vangelo. Allora realmente Israele è stato diviso in due parti con quella divisione che fu preannunciata dal profeta Samuele al re Saul come definitiva 229. Anche i Giudei non convertiti hanno accolto per ultimi nell'autenticità dell'ispirazione divina Malachia, Aggeo, Zaccaria ed Esdra. Anche i loro scritti sono come quelli di altri che, sebbene assai pochi in un numero tanto grande di Profeti, hanno lasciato scritti che meritano l'autenticità del canone. Ritengo che alcune delle loro predizioni, riguardanti Cristo e la sua Chiesa, si devono esaminare in questa opera. Però più opportunamente si farà, con l'aiuto del Signore, nel libro seguente per non gravare ulteriormente questo già abbastanza esteso.

LIBRO XVIII

SOMMARIO

1. Argomenti trattati nei diciassette libri fino alla venuta del Salvatore.

2. Re e periodi della città terrena, ai quali dalla nascita di Abramo sono riferiti i periodi dei santi d'Israele.

3. Quali sovrani regnavano in Assiria e a Sicione quando ad Abramo centenario nacque secondo la promessa Isacco e quando allo stesso Isacco sessantenne nacquero da Rebecca i gemelli Esaù e Giacobbe.

4. L'epoca di Giacobbe e del figlio Giuseppe.

5. Api fu re di Argo e gli Egiziani lo onorarono come dio dopo averlo denominato Serapide.

6. Chi regnava ad Argo e chi in Assiria quando Giacobbe morì in Egitto?

7. Sotto quali re Giuseppe morì in Egitto?

8. I re sotto i quali nacque Mosè e divinità di cui in quel tempo si affermò il culto.

9. Periodo in cui fu fondata Atene e motivo del nome secondo Varrone.

10. Opinione di Varrone sulla denominazione dell'Areopago e sul diluvio di Deucalione.

11. Tempo in cui Mosè fece uscire il popolo di Dio dall'Egitto e re durante il cui regno morì Giosuè di Nun che gli successe.

12. Feste di falsi dèi che i re di Grecia istituirono negli anni che si calcolano dall'uscita d'Israele dall'Egitto alla morte di Giosuè di Nun.

13. Mitologia sorta nel periodo in cui i Giudici cominciarono a governare gli Ebrei.

14. I poeti teologi.

15. Fine del regno di Argo. Tempo in cui a Laurento Pico, figlio di Saturno, per primo ebbe il regno di suo padre.

16. Diomede dopo la distruzione di Troia fu annoverato fra gli dèi e si credette che i suoi compagni fossero cambiati in uccelli.

17. Il pensiero di Varrone sulle incredibili metamorfosi umane.

18. Che cosa si deve pensare delle metamorfosi che con l'arte dei demoni, come sembra, capitano agli uomini?

19. Enea venne in Italia nel tempo in cui il giudice Labdon dirigeva gli Ebrei.

20. Successione del potere regio in Israele dopo il periodo dei Giudici.

21. Re del Lazio, dei quali il primo Enea e il dodicesimo Aventino divennero dèi.

22. Roma fu fondata nel periodo in cui cadde il regno d'Assiria ed Ezechia era re nel regno di Giuda.

23. Della Sibilla Eritrea, a preferenza delle altre Sibille, si sa che ha preannunziato molti avvenimenti sul Cristo.

24. Durante il regno di Romolo furono famosi i sette sapienti e nel medesimo tempo le dieci tribù denominate d'Israele furono condotte in schiavitù dai Caldei. Romolo dopo la morte fu celebrato col culto dovuto a un dio.

25. Quali filosofi si segnalarono mentre a Roma regnava Tarquinio Prisco, presso gli Ebrei Sedecia, quando Gerusalemme fu occupata e il tempio distrutto.

26. Nel tempo in cui, dopo settant'anni, terminò la schiavitù dei Giudei, anche i Romani furono liberati dal dominio dei re.

27. Cominciò il periodo dei Profeti, che consegnarono ai libri le proprie predizioni e che previdero molte cose sulla vocazione dei pagani, quando iniziò il regno di Roma e terminò quello d'Assiria.

28. Che cosa Osea ed Amos hanno profetato sugli avvenimenti relativi al Vangelo del Cristo?

29. Verità che Isaia ha predetto sul Cristo e sulla Chiesa.

30. Verità conformi al Nuovo Testamento che Michea, Giona e Gioele hanno predetto.

31. Quali preannunzi sulla salvezza dell'uomo si trovano in Abdia, Naum ed Abacuc.

32. Profezia contenuta nella preghiera e cantico di Abacuc.

33. Eventi che con ispirazione profetica Geremia e Sofonia hanno previsto sul Cristo e sulla vocazione dei pagani.

34. Le profezie sul Cristo e sulla Chiesa di Ezechiele e Daniele concordano.

35. Predizione dei tre profeti Aggeo, Zaccaria e Malachia.

36. Esdra e i libri dei Maccabei.

37. Si dimostra che l'attestazione profetica è anteriore a qualsiasi prima affermazione della filosofia pagana.

38. Il canone della Chiesa non ha accolto, a causa della eccessiva antichità, alcuni scritti dei santi affinché, con il ricorso a loro, non s'inserissero libri apocrifi fra gli autentici.

39. La letteratura ebraica ebbe sempre una propria lingua.

40. Menzognera presunzione degli Egiziani che attribuiscono all'antichità della propria cultura centomila anni.

41. Dissensi dei sistemi di filosofia e concordia delle Scritture canoniche nella Chiesa.

42. Disposizione della provvidenza di Dio per cui la Bibbia fu tradotta dall'ebraico al greco affinché fosse conosciuta dai pagani.

43. Autorità dei Settanta che, salvo l'onore dovuto al modo d'esprimersi dell'ebraico, è da preferire a tutti i traduttori.

44. Criterio per interpretare l'avvertimento della distruzione di Ninive che nel testo ebraico ha lo spazio di quaranta giorni e nei Settanta si annunzia nello spazio di tre giorni.

45. Dopo la distruzione del tempio i Giudei cessarono dall'aver profeti e in seguito, fino alla venuta del Cristo, sono stati tormentati da continui disastri, affinché si comprendesse che con le parole dei Profeti era stata promessa la costruzione di un altro tempio.

46. Nascita del nostro Salvatore secondo le parole che il Verbo è divenuto uomo. Dispersione dei Giudei fra tutti i popoli come era stato profetizzato.

47. Prima del cristianesimo vi furono alcuni fuori della razza ebraica che appartennero al consorzio della città del cielo?

48. La predizione di Aggeo che in seguito la gloria della casa di Dio sarebbe più grande di come era stata si è adempiuta non con la riedificazione del tempio ma nella Chiesa del Cristo.

49. In un indeterminato accrescimento della Chiesa in questo mondo molti reprobi si frammischiano agli eletti.

50. La predicazione del Vangelo è divenuta più insigne mediante il martirio di coloro che lo annunziavano.

51. La fede cattolica è confermata anche dai dissensi degli eretici.

52. Si deve forse ammettere, come alcuni pensano, che terminate le dieci persecuzioni già trascorse, non ve ne sarà nessun'altra oltre l'undicesima che avverrà al tempo dell'Anticristo?

53. Il tempo dell'ultima persecuzione non è stato manifestato all'uomo.

54. È molto sciocca la menzogna dei pagani, i quali hanno inventato che la religione cristiana non rimarrà oltre i trecentosessantacinque anni.

 

Libro diciottesimo

CONFRONTO DELLE DUE CITTÀ NELL'EVOLUZIONE STORICA

 

Confronto sincronistico delle due città nell'evoluzione storica [1-26]

Gli argomenti già trattati.
1. Mi sono impegnato a scrivere sull'origine, il progresso e le rispettive competenze delle due città, una di Dio, l'altra del tempo, in cui convive, per quanto attiene al genere umano, anche la celeste in esilio. Ho prima confutato, nella misura in cui mi ha aiutato la grazia di Dio, i nemici della sua città che preferiscono i propri dèi a Cristo, suo fondatore, e con astio a loro funesto avversano spietatamente i cristiani. Ho trattato questo argomento nei primi dieci libri. Riguardo al triplice mio intento, che poco fa ho ricordato, è stata trattata l'origine di tutte e due le città nei quattro libri che seguono al decimo e la loro evoluzione dal primo uomo fino al diluvio in un unico libro, che è il decimoquinto di questa opera, e da quell'evento fino ad Abramo di nuovo tutte e due le città hanno progredito tanto nel tempo come nella mia trattazione. Ma dal patriarca Abramo fino all'epoca dei re d'Israele, argomento con cui ho condotto a termine il libro decimosesto, e da lì alla venuta del Salvatore del mondo, fino alla quale si svolge il libro decimosettimo, dal mio modo di trattare sembra che abbia progredito soltanto la città di Dio, sebbene non da sola sia progredita nel tempo ma l'una e l'altra, evidentemente nel genere umano, come dal principio, con il loro evolversi hanno differenziato le varie epoche. Ho agito così affinché, senza l'interruzione dovuta all'antitesi con l'altra città, la città di Dio apparisse più distintamente nel suo evolversi da quando cominciarono ad essere più manifeste le promesse di Dio fino alla nascita di Gesù dalla Vergine, perché in lui si dovevano verificare gli eventi preannunciati dal principio. Essa però fino alla rivelazione della Nuova Alleanza progredì non nella luce ma nell'ombra. Ora, noto che si deve eseguire ciò che avevo omesso, trattare cioè nella misura adeguata come abbia progredito dal tempo di Abramo anche la città terrena, affinché le due città si possano confrontare nella riflessione dei lettori.

Economia della città terrena.
2. 1. L'umana collettività, diffusa in ogni parte del mondo e in ambienti assai diversi, è tuttavia legata da una determinata comunanza d'un medesimo istinto naturale poiché tutti si assicurano l'utile e il dilettevole. Difatti l'oggetto che si appetisce non basta a nessuno o per lo meno non a tutti perché non è sempre lo stesso. Quindi la collettività spesso è divisa da un interno dissidio e la parte che prevale opprime l'altra. La vinta si sottomette alla vincitrice perché preferisce al potere e perfino alla libertà una tranquillità qualsiasi e la conservazione dell'esistenza 1 al punto che sono stati di grande ammirazione coloro che preferirono morire che essere schiavi 2. Difatti in quasi tutti i popoli si è fatto udire l'appello del naturale istinto sicché i vinti in quel frangente preferirono sottomettersi ai vincitori anziché essere completamente sterminati da una devastazione militare. Da ciò è avvenuto, non senza la provvidenza di Dio da cui dipende che un popolo con la guerra sia soggiogato e un altro soggioghi, che alcuni furono insigniti di dominio e altri soggetti a dominatori. Ma fra i numerosi imperi del mondo, nei quali fu distribuita la collettività dell'utile o dilettevole terreno, che con termine generico definiamo la città di questo mondo, possiamo notare che due imperi, molto più famosi degli altri, hanno avuto buon esito, prima quello di Assiria poi quello di Roma, ben collocati e distinti fra di sé nel tempo e nello spazio. Infatti come quello si è segnalato prima e questo dopo, così quello in Oriente e questo in Occidente. Inoltre alla fine del primo impero immediatamente si ebbe l'inizio del secondo 3. Considererei gli altri imperi e sovrani come appendici di questi due.

Gli imperi e le due metropoli.
2. 2. Nino fu il secondo re dell'Assiria e successe a suo padre Belo, primo sovrano di quell'impero, quando nella Caldea nacque Abramo 4. Vi era in quel tempo anche il regno assai piccolo di Sicione dal quale Marco Varrone, nell'opera La razza del popolo romano, come da un evo antico ha fatto derivare i Romani. Dai re di Sicione infatti la razza è giunta agli Ateniesi, da essi ai Latini e poi ai Romani 5. Ma prima della fondazione di Roma, nel confronto con l'impero di Assiria, questi sono fatti di poco rilievo, sebbene anche Sallustio, storico romano, ammette che in Grecia Atene si distinse, però più nella fama che nella realtà storica. Parlando di essa dice: Le conquiste civili di Atene, come io ritengo, furono rilevanti e illustri, ma meno importanti di come sono celebrate dalla fama. Ma poiché in essa fiorirono letterati di grande ingegno, in tutto il mondo la civiltà di Atene viene considerata fra le più grandi. Così il pregio di coloro che l'hanno realizzata è considerato eccellente in proporzione al modo con cui l'hanno potuto esaltare singolari capacità mentali 6. Si aggiudica a questa città la non piccola gloria anche da parte della letteratura e filosofia perché vi fiorirono in modo singolare queste attività. Per quanto riguarda l'impero, nell'evo antico non ve ne fu alcuno più grande di quello dell'Assiria né così esteso di territorio. Si dice che il re Nino, figlio di Belo, aveva assoggettato fino ai confini della Libia tutta l'Asia, che per numero è una delle tre parti del mondo, ma in estensione la metà 7. Verso Oriente soltanto sull'India non dominava, tuttavia alla morte di Nino la moglie Semiramide l'assoggettò con una guerra 8. Avvenne così che in quelle parti ogni popolo e re erano sottomessi all'impero e alla giurisdizione dell'Assiria e ne eseguivano ogni ordine. Abramo nacque in quell'impero nella Caldea al tempo di Nino. Però la storia della Grecia ci è molto più nota di quella dell'Assiria e quelli che hanno eseguito ricerche sulla razza del popolo romano nella sua prima origine hanno fatto derivare la cronologia dei fatti dai Greci ai Latini e poi ai Romani, che anche essi sono Latini. Devo dunque, quando è necessario, fare i nomi dei sovrani d'Assiria affinché sia evidente come Babilonia, quasi prima Roma, si evolva assieme alla città di Dio in esilio in questo mondo. Tuttavia soprattutto dalla Grecia e dal mondo latino in cui è Roma come una seconda Babilonia 9, devo scegliere i fatti che è opportuno inserire in questa opera per un confronto fra le due città, la terrena e la celeste.

Abramo e i re d'Assiria e di Sicione.
2. 3. Quando dunque nacque Abramo, come secondo re in Assiria era Nino e a Sicione Europe, primi furono rispettivamente Belo ed Egialeo. Quando dopo l'uscita di Abramo da Babilonia Dio gli promise un grande popolo della sua stirpe e la benedizione di tutti i popoli nella sua discendenza, l'Assiria aveva il quarto re, Sicione il quinto. In Assiria regnava il figlio di Nino successo alla madre Semiramide che, come si narra, era stata da lui uccisa perché, pur essendo madre, aveva osato contaminare il figlio con amore incestuoso 10. Alcuni ritengono che ella fondò Babilonia, più esattamente si può dire che ebbe la possibilità di ricostruirla 11. Ho esposto nel libro sedicesimo come e quando fu costruita 12. Alcuni storici dicono che anche il figlio di Nino e di Semiramide, che succedette alla madre nel regno, si chiamasse Nino, altri invece con un termine derivato dal padre lo chiamano Ninian 13. Contemporaneamente Telsion reggeva il regno di Sicione. Durante il suo regno vi fu un periodo di prosperità e di pace sicché dopo la sua morte lo onorarono come dio con sacrifici e con la celebrazione di giuochi pubblici che ebbero inizio, come narrano, con quelli dedicati a lui.

Gli imperi pagani da Abramo a Giacobbe.
3. In questo tempo nacque Isacco in seguito a una promessa di Dio al centenario padre Abramo dalla moglie Sara che, sterile e anziana, aveva perduto la speranza di aver figli. Allora quinto re di Assiria era Arrio. Quando Isacco aveva sessant'anni gli nacquero i gemelli Esaù e Giacobbe che aveva messo al mondo la moglie Rebecca, quando il loro nonno Abramo era ancora in vita ed aveva centosessanta anni. Egli morì quando ebbe compiuto centosettantacinque anni, mentre regnavano, al settimo posto nell'elenco, in Assiria Serse primo, che si chiamava anche Baleo, e a Sicione Turiaco, che alcuni denominano Turimaco. Il regno di Argo, in cui per primo regnò Inaco, ha avuto origine al tempo dei nipoti di Abramo. Varrone narra, ed è una notizia che non si può trascurare, che gli abitanti di Sicione erano soliti offrire sacrifici anche vicino alla tomba del settimo re Turiaco 14. Mentre regnavano, all'ottavo posto nella serie, Armamitre di Assiria e Leucippo di Sicione e il primo re di Argo Inaco, Dio parlò ad Isacco 15 e anche a lui rivolse le due promesse, che aveva rivolto ad Abramo, e cioè il paese di Canaan alla sua discendenza e la benedizione di tutti i popoli nella sua discendenza. Queste promesse furono rivolte pure al figlio di lui e nipote di Abramo che dapprima fu chiamato Giacobbe e poi Israele quando già regnavano Beloco, nono re di Assiria, e Foroneo figlio di Inaco e secondo re di Argo, mentre a Sicione sopravviveva ancora Leucippo. In questo periodo la Grecia sotto Foroneo, re di Argo, divenne più famosa per varie istituzioni di diritto e di amministrazione della giustizia. Però essendo morto Fegoo, fratello più giovane di Foroneo, fu edificato un tempio sulla sua tomba, in cui doveva essere onorato come dio con l'immolazione di buoi. Penso che lo ritennero degno di sì grande onore per il seguente motivo. Il padre aveva assegnato loro alcuni territori in cui potessero regnare mentre egli era ancora in vita. Fegoo aveva fatto costruire in essi dei tempietti per onorare gli dèi e aveva insegnato che fossero osservati determinati periodi di tempo durante i mesi e gli anni in termini di durata e di numerazione. Uomini ancora incolti, meravigliati di queste novità, avvenuta la morte, immaginarono o decisero che fosse diventato un dio. Si ritiene che anche Io fosse figlia di Inaco. Ella, chiamata più tardi Isis, fu onorata come grande dèa in Egitto. Alcuni invece narrano che dall'Etiopia venne in Egitto come regina e che governò con liberalità e giustizia, che a favore dei sudditi introdusse parecchi vantaggi economici e culturali, che le fu attribuito ossequio divino dopo la morte e un ossequio così grande che incorreva nella pena di morte chi avesse affermato che era una creatura umana 16.

Giacobbe e Giuseppe in Egitto.
4. Mentre regnavano il decimo re di Assiria Baleo e il nono di Sicione Messapo, da alcuni consegnato alla storia col nome di Cefiso (posto che fosse un unico personaggio con due nomi e non piuttosto che lo considerarono un altro individuo coloro che nelle proprie opere usarono il secondo nome) e mentre Apis era terzo re di Argo, morì Isacco a centottanta anni e lasciò i suoi gemelli che ne avevano centoventi. Il minore di essi, appartenente alla città di Dio della quale sto trattando, perché il maggiore era stato rifiutato, aveva dodici figli. Mentre viveva ancora il nonno Isacco, i fratelli avevano venduto quello di loro che si chiamava Giuseppe a mercanti che passavano per andare in Egitto. Giuseppe fu presentato al faraone quando all'età di trenta anni si riscattò dall'umiliazione che aveva subito. Aveva predetto, interpretando i sogni del sovrano, che erano in arrivo sette anni di abbondanza. Altri sette anni di penuria che seguivano avrebbero esaurito l'abbondanza preponderante dei primi. Per questo il faraone, dopo averlo liberato dal carcere, lo pose a capo del governo d'Egitto. Ve lo aveva confinato l'interezza della castità. Per custodirla con virilità e per sfuggire alla padrona, che l'amava di cattivo amore e avrebbe mentito al padrone credulone, non consentì all'atto di violenza carnale perfino con l'abbandonare la veste nelle mani di lei che l'aveva afferrato 17. Nel secondo dei sette anni di carestia Giacobbe andò in Egitto dal figlio con tutti i suoi familiari all'età di centotrenta anni, come egli stesso denunziò al faraone che lo interrogava 18. Giuseppe ne aveva trentanove, perché s'erano aggiunti ai trenta, che aveva quando fu onorato dal faraone, i sette di abbondanza e i due di carestia.

Culti pagani in Egitto.
5. In quegli anni Apis, re di Argo, essendo morto in Egitto dove si era trasferito con navi, divenne Serapide, il dio massimo degli Egiziani. Varrone propone una spiegazione molto semplice di questo nome, del fatto, cioè, per cui non sia stato chiamato Apis anche dopo la morte ma Serapide. L'urna sepolcrale, in cui si ripone il cadavere, da tutti ormai denominata sarcofago, in greco si chiama . Iniziarono a venerarlo mentre era sepolto in essa prima che fosse edificato il suo tempio. Come a unire Sòrose e Apis prima fu chiamato Sorapide e poi Serapide col cambiamento di una lettera come si suol fare. Ed anche riguardo a lui si decise che chi lo considerava un uomo subisse la pena capitale. E poiché in quasi tutti i templi, in cui si onoravano Iside e Serapide, v'era una statua che col dito premuto sulle labbra sembrava intimare il silenzio, il gesto, come ritiene Varrone, ingiungeva di non dire che erano stati esseri umani. Invece il bue, che l'Egitto, ingannato da un'incredibile leggerezza, nutriva in suo onore con cibi raffinati, poiché lo veneravano vivo senza sarcofago, era chiamato Apis e non Serapide. Morto quel bue, poiché se ne cercava e trovava un altro del medesimo colore, cioè egualmente screziato con alcune macchie bianche, credevano che fosse un fatto prodigioso a loro concesso dal dio 19. Al contrario non era difficile ai demoni, per ingannarli, mostrare alla vacca, mentre concepiva e s'ingravidava, l'immagine di un toro simile che, mentre era sola, potesse guardare in modo che l'impulso della madre convogliasse la caratteristica che poi doveva fisicamente apparire nel feto, come fece Giacobbe con ramoscelli diversamente colorati in modo che nascessero pecore e capre di diverso colore 20. Infatti ciò che gli uomini possono mostrare con colori e oggetti veri, i demoni possono mostrarlo molto facilmente con immagini fittizie agli animali che concepiscono.

Argo alla morte di Giacobbe.
6. Dunque Apis, re di Argo e non d'Egitto, morì in Egitto. Gli successe il figlio Argo, dal cui nome sono denominati Argi e quindi gli Argivi. Né i re precedenti né la regione né il popolo avevano questo nome. Mentre egli regnava ad Argo ed Erato a Sicione e nell'Assiria sopravviveva ancora Baleo, Giacobbe morì in Egitto all'età di centoquarantasette anni. Vicino a morire benedisse i figli e i nipoti, figli di Giuseppe, e con grande evidenza predisse il Cristo dicendo nella benedizione a Giuda: Non cesseranno i principi da Giuda e il comando dai suoi fianchi, finché non giunga il destino che gli è riservato ed egli sarà l'attesa dei popoli 21. Durante il regno di Argo, la Grecia cominciò ad usare i propri prodotti dei campi e ad avere i raccolti nell'agricoltura con semi trasportati dall'estero. Anche Argo dopo la morte fu considerato un dio e onorato con tempio e sacrifici. Mentre egli regnava, questo culto fu deferito a un semplice cittadino morto fulminato, un certo Omogiro, perché per primo aveva attaccato i buoi all'aratro.

I regni pagani e Israele dopo la morte di Giuseppe.
7. Mentre regnavano il dodicesimo re di Assiria Mamito e l'undicesimo di Sicione Plemmeo e ad Argo era ancora re Argo, morì in Egitto Giuseppe a centodieci anni 22. Dopo la sua morte il popolo di Dio, che cresceva in modo straordinario, rimase in Egitto per centoquarantacinque anni, dapprima in pace fino a quando morirono coloro cui era noto Giuseppe. In seguito, poiché era invidiato per il suo accrescimento e v'erano delle prevenzioni, finché non venne liberato fu angustiato da ostilità, nonostante le quali cresceva di numero con un aumento favorito da Dio, ed era anche oppresso dalle fatiche di un'insopportabile schiavitù 23. In Assiria e in Grecia rimanevano durante quel periodo i medesimi regni.

Mosè e i regni pagani.
8. Mentre in Assiria regnava il quattordicesimo re Safro e a Sicione il dodicesimo re Ortopoli e il quinto re Criaso ad Argo, in Egitto nacque Mosè. Da lui il popolo di Dio fu liberato dalla schiavitù d'Egitto, nella quale era opportuno che si esercitasse nel rimpiangere l'aiuto del suo Creatore. Da alcuni si ritiene che, mentre dominavano i re suddetti, esisteva Prometeo, di cui si dice che foggiò gli uomini dal fango, appunto perché si tramanda che fosse un eccellente maestro di filosofia, tuttavia non si precisa quali fossero i filosofi al suo tempo. Si dice anche che il fratello Atlante fosse un grande osservatore delle stelle, per questo la leggenda trovò il pretesto per inventare che sostiene il cielo. V'è però un monte che ha il suo nome e dalla sua altezza può sembrare che sia affiorato nel modo di pensare del popolino il mito del sorreggere il cielo 24. Da quel tempo si iniziò in Grecia a inventare molte leggende. Fino a Cecrope, re di Atene, durante il cui regno la città ebbe quel nome 25 e Dio fece uscire dall'Egitto il suo popolo guidato da Mosè, per una cieca e frivola consuetudine dei Greci furono inseriti nel numero degli dèi alcuni morti. Fra di essi v'erano Melantomice, moglie del re Criaso, e Forba, loro figlio e, in successione al padre, sesto re di Argo, Iaso, figlio del settimo re Criopa e il nono re Stenelas o Stenelao o Stenelo, perché è denominato diversamente nei vari autori. È tradizione che in questo tempo venne all'esistenza anche Mercurio, nipote di Atlante dalla figlia Maia, mito che esaltano anche le opere letterarie più celebri 26. Si rese famoso come esperto di molte conoscenze tecniche che trasmise all'umanità e per questa benemerenza decisero o anche credettero che fosse un dio. Si dice che Ercole sia esistito dopo, ma contemporaneamente all'epoca degli Argivi, sebbene alcuni lo ritengano anteriore nel tempo a Mercurio, ma io penso che prendano abbaglio. In qualsiasi tempo siano nati, è pacifico per gli storici seri, intenditori di archeologia, che tutti e due furono uomini e, poiché procurarono molti vantaggi all'umanità sofferente per trascorrere la vita più dignitosamente, meritarono da essi gli onori divini. Minerva è molto più antica di loro. È tradizione che ai tempi di Ogigo apparve in età da giovinetta presso il lago detto del Tritone e per questo è stata soprannominata la Tritonia. È ritenuta ideatrice di tante attività e tanto più facilmente fu creduta una dèa quanto meno nota fu la sua nascita. La credenza che sia nata dalla testa di Giove si deve attribuire ai poeti e alle leggende e non alla realtà storica 27. Fra gli storici non c'è accordo sul tempo in cui visse Ogigo, perché anche allora avvenne un gran diluvio, non quello più esteso al quale non sopravvissero uomini se non quelli che poterono rifugiarsi nell'arca 28, che peraltro la storiografia pagana, greca e latina, non conosce, più esteso però di quello che avvenne quando viveva Deucalione. Infatti Varrone da esso inizia il libro, che precedentemente ho citato 29, e per giungere alla storia di Roma non si prefigge un avvenimento più remoto del diluvio di Ogigo, cioè avvenuto quando viveva Ogigo 30. Gli autori cristiani, che hanno compilato una cronologia, prima Eusebio poi Girolamo, che in questa ipotesi hanno seguito gli storici precedenti, sostengono che il diluvio di Ogigo avvenne più di trecento anni dopo, mentre regnava il secondo re di Argo Foroneo. Ma in qualunque tempo avvenne, già Minerva era onorata come dèa, mentre regnava ad Atene Cecrope. Sostengono che mentre regnava anche la città fu ripristinata o fondata 31.

Atene fra Minerva e Nettuno.
9. Dall'etimologia di Atene, nome che certamente deriva da Minerva che in greco è , Varrone dà la seguente spiegazione. In quel luogo spuntò all'improvviso un ulivo e sgorgò dell'acqua. Questi fatti straordinari impressionarono il re che inviò all'Apollo di Delfi per consultare sul significato e sul da farsi. Egli rispose che l'ulivo simboleggiava Minerva e la polla Nettuno e che era in potere dei cittadini scegliere il nome di una delle due divinità, di cui erano quei simboli, con la quale denominare la città. Ricevuto questo responso Cecrope convocò a dare il voto tutti i cittadini dell'uno e dell'altro sesso, poiché era abitudine in quei luoghi che anche le donne partecipassero alle pubbliche deliberazioni. Nella delibera popolare dunque i maschi votarono per Nettuno, le donne per Minerva. Vinse Minerva perché si ebbe un voto in più delle donne. Allora Nettuno arrabbiato devastò i campi di Atene con ondate che si frangevano schiumando, poiché non rimane difficile ai diavoli riversare diffusamente ogni sorta di acque. Il medesimo scrittore dice che per placarne l'ira le donne furono colpite da tre pene, cioè, che d'allora in poi non votassero, che nessun figlio prendesse il nome della mamma, che non fossero chiamate Minervie 32. Così quella città, madre e nutrice delle discipline liberali e di tanti grandi filosofi, il vanto più famoso e illustre della Grecia, per una burla dei demoni, ebbe il nome da un litigio dei suoi dèi, maschio e femmina, e dalla vittoria attribuita dalle donne alla donna Atena e, danneggiata dal vinto, è stata costretta a punire la vittoria della vincitrice perché temeva di più le acque di Nettuno che i giavellotti di Minerva. Così nelle donne che furono punite in tal modo anche Minerva, pur avendo vinto, fu vinta. Infatti ella non protesse le donne che avevano dato il voto affinché, avendone perduto il diritto ed essendo stato proibito che i figli prendessero il nome dalle mamme, fosse per lo meno lecito a loro essere chiamate Minervie e meritare la denominazione della dèa che, dandole il voto, avevano reso vincitrice del dio maschio. Si potrebbero dire sull'argomento tante e belle cose se la trattazione non sollecitasse ad altri argomenti.

Marte, l'areopago e il diluvio di Deucalione.
10. Tuttavia Marco Varrone non gradisce prestar fede alle leggendarie fantasie contro gli dèi per non accreditare qualcosa d'indegno dell'onore dovuto alla loro grandezza. Quindi non accetta che l'areopago, dove l'apostolo Paolo discusse con gli Ateniesi 33 e da cui sono stati denominati areopagiti i magistrati della città, abbia la seguente spiegazione etimologica. Marte, che in greco è , essendosi reso colpevole di omicidio, sottoposto al giudizio di dodici dèi, fu assolto in quel quartiere con sei voti favorevoli, poiché quando i voti erano pari, era abitudine preferire il proscioglimento dalla condanna. Ma Varrone tenta di accreditare contro la suddetta versione, ripetuta molto più frequentemente, un'altra spiegazione etimologica da informazione di fonti letterarie meno note. Non si dovrebbe credere, cioè, che gli Ateniesi abbiano voluto denominare l'areopago dal nome di Marte e del quartiere, come fosse il quartiere di Marte, come per un insulto contro gli dèi, perché Varrone ritiene non attribuibili a loro contestazioni e processi. Egli sostiene che quel che si dice di Marte non è meno falso di quel che si dice delle tre dee, cioè Giunone, Minerva e Venere, delle quali si narra che per guadagnare la mela d'oro hanno gareggiato davanti a Paride, scelto come giudice, sulla superiorità della propria bellezza. E quasi a calmare con i giuochi gli dèi, che si compiacciono di questi loro delitti, veri o falsi, esse sono onorate con canti e danze fra gli applausi del teatro. Varrone non ammette questi fatti per non ammettere cose sconvenienti alla natura e al comportamento degli dèi 34. Tuttavia, dando una spiegazione storica non mitologica della parola Atene, inserisce nei suoi libri la contesa di Nettuno e Minerva così importante perché riguardava il dio dal cui nome doveva essere denominata la città. Però mentre gareggiavano con la messa in mostra di avvenimenti straordinari, neanche Apollo interrogato osò giudicare fra i due ma, come Giove mandò Paride per l'alterco delle tre dèe suddette, così costui rinviò ai cittadini la cessazione dell'alterco degli dèi. In tal modo Minerva vinceva ai voti ma fu vinta nel castigo delle sue votanti poiché lei, che poteva dare il nome ad Atene, malgrado gli uomini sfavorevoli, non poté dare il nome di Minervie alle donne a lei favorevoli. In quel periodo, come scrive Varrone, mentre ad Atene regnava Cranao, successore di Cecrope o, come affermano i nostri Eusebio e Girolamo, mentre perdurava ancora Cecrope, si ebbe il diluvio chiamato di Deucalione, poiché egli regnava in quelle regioni in cui avvenne in una maggiore estensione. Difatti questo diluvio non raggiunse l'Egitto e i territori limitrofi 35.

Mosè, Giosuè e gli imperi pagani.
11. Dunque Mosè fece uscire il popolo di Dio dall'Egitto verso la fine del regno di Cecrope, re di Atene, mentre in Assiria regnava Ascatade, a Sicione Marato, ad Argo Triopa. Al popolo liberato consegnò la legge ricevuta da Dio sul monte Sinai. Essa è definita l'Antica Alleanza, perché contiene promesse relative alla terra e per la mediazione di Gesù Cristo doveva avverarsi la Nuova Alleanza con cui si prometteva il regno dei cieli. Era opportuno che si osservasse questo ordinamento, come si verifica in qualsiasi persona che si muove a Dio. Lo dice l'Apostolo che prima non si ha ciò che è spirituale, ma animale, poi lo spirituale, poiché, come dice, ed è vero, il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo 36. Mosè guidò il popolo per quaranta anni nel deserto e morì a centoventi anni 37, dopo aver preannunziato profeticamente il Cristo mediante le allegorie delle osservanze esteriori nella tenda, nel sacerdozio, nei sacrifici e in molte altre istituzioni sacrali. A Mosè successe Giosuè di Nun che sistemò la popolazione introdotta nella Terra promessa dopo avere sconfitto, per ordine di Dio, i popoli, dai quali era occupata la regione. Avendo governato il popolo dopo la morte di Mosè per ventisette anni, egli morì, mentre regnavano in Assiria il decimottavo re Aminta, a Sicione il decimosesto Corace, ad Argo il decimo Danao, ad Atene il quarto Erittonio.

Mitologia ai tempi di Giosuè.
12. Durante quel periodo, cioè dall'uscita del popolo d'Israele dall'Egitto, fino alla morte di Giosuè di Nun, con il quale il popolo occupò la Terra promessa, furono istituiti ai falsi dèi dai re di Grecia riti sacri. Questi riti rievocavano con una solenne cerimonia il ricordo del diluvio, della liberazione da esso e della vita affannosa di uomini costretti a spostarsi ora ai monti ora alle pianure. Interpretano in tal senso anche l'ascesa e la discesa dei Luperci per la via sacra, dicono perciò che da essi sono simboleggiati gli uomini che a causa dell'inondazione dell'acqua raggiunsero la vetta dei monti e quando si abbassava tornavano in basso. Narrano che in quel periodo Dioniso, che è stato chiamato anche Libero padre e dopo la morte considerato un dio, mostrò la vite a un suo ospite nell'Attica. Sempre in quel tempo furono istituiti giuochi musicali all'Apollo di Delfi, affinché si placasse il suo sdegno, a causa del quale, come credevano, sarebbero stati colpiti da sterilità i territori della Grecia, perché non avevano difeso il suo tempio, che il re Danao incendiò quando assalì con la guerra quelle regioni. Furono avvertiti da un suo oracolo che approntassero quei giuochi. Il re Erittonio per primo istituì in Attica giuochi ad Apollo, e non solo a lui, ma anche a Minerva. In essi come premio ai vincitori veniva offerto olio, perché ritenevano Minerva inventrice di quel prodotto come Libero del vino. Si tramanda che in quegli anni Europa fu rapita da Csanto, re di Creta, che in altri scrittori riscontriamo con un nome diverso. Dal connubio nacquero Radamanto, Sarpèdone e Minosse che peraltro, secondo l'opinione più diffusa, sarebbero figli di Giove dalla medesima donna. Ma quelli che adorano tali dèi attribuiscono alla verità storica quel che abbiamo detto del re di Creta, invece quel che i poeti cantano di Giove e ne strepitano i teatri e ne spettegolano le folle lo attribuiscono alla frivolezza della mitologia, la base, cioè, da cui approntare i giuochi per calmare i numi anche con le loro false colpe. In questi tempi un Ercole era rinomato in Siria, ma certamente un altro, non quello di cui abbiamo parlato in precedenza 38. Nella tradizione esoterica infatti si dice che vi furono parecchi Liberi padri e parecchi Ercoli. Gli autori nelle proprie opere tramandano che l'Ercole, di cui narrano le straordinarie dodici fatiche, fra cui non assegnano l'uccisione dell'africano Anteo perché è un'impresa che appartiene all'altro Ercole, salì da sé sul rogo nel monte Eta poiché col coraggio con cui aveva superato tante difficoltà non riusciva a sopportare il male, da cui era colpito. In quel tempo il re o meglio il tiranno Busiride immolava i propri ospiti agli dèi. Dicono che fosse figlio di Nettuno dalla madre Libia, figlia di Epafo. Non si pensi che Nettuno commise questo stupro affinché gli dèi non siano accusati, ma queste favole si attribuiscono ai poeti e ai teatri per placarli. Si mormora che Vulcano e Minerva siano i genitori di Erittonio re di Atene, agli ultimi anni del quale si costata che morì Giosuè di Nun. Ma poiché desiderano una Minerva vergine, affermano che nel loro contrasto, Vulcano eccitato versò il seme in terra e per questo motivo al bimbo nato dalla terra è stato dato quel nome. In greco infatti significa contrasto e terra e da essi è stato composto il nome di Erittonio. I più dotti, bisogna ammetterlo, ribattono e respingono dai loro dèi simili vicende. Dicono che questa diceria leggendaria è nata perché nel tempio di Vulcano e di Minerva, che avevano in comune ad Atene, fu trovato esposto un bambino avviluppato in un serpente, il quale simboleggiava che sarebbe diventato grande. A causa del tempio in comune poiché non si conoscevano i genitori, sarebbe stato considerato figlio di Vulcano e di Minerva. Ma dell'etimo del suo nome dà una spiegazione più quella leggenda che questa notizia storica. Ma a noi che importa? La storia informi con libri che dicono il vero gli uomini rispettosi, il mito delizi i diavoli impuri con giuochi fondati sul falso. Tuttavia gli uomini religiosi li onorano come dèi e sebbene negano di loro certi falli, non li possono scagionare da ogni colpa poiché per essi, che li richiedono, istituiscono giuochi, in cui sconciamente si eseguono trame, che poi con l'orpello della saggezza si rinnegano e gli dèi si placano con queste esecuzioni che sono false e sconce perché, sebbene il mito celebri una falsa colpa degli dèi, è tuttavia una vera colpa deliziarsi di una falsa colpa.

Mitologia nel periodo dei Giudici.
13. Dopo la morte di Giosuè di Nun il popolo di Dio ebbe i Giudici. In quel periodo si avvicendarono in loro l'abiezione delle sofferenze per i loro peccati e la felicità del conforto nella misericordia di Dio. Coevi a quel tempo furono inventati i miti di Trittolemo, che per ordine di Cerere, condotto da serpenti alati, portò volando i frumenti alle terre incolte; del Minotauro, che sarebbe stato una bestia chiusa nel labirinto e se in esso entravano gli uomini, a causa di un inestricabile sviamento, non potevano uscirne; dei Centauri, la cui natura era il congiungimento di cavalli e uomini; di Cerbero, che sarebbe stato un cane degli inferi a tre teste; di Frisso e della sorella Elle, che volarono trasportati da un ariete; della Gorgone, che aveva la chioma di serpenti e mutava in pietre quelli che la guardavano; di Bellerofonte, che era trasportato da un cavallo alato chiamato Pegaso; di Anfione, che con il suono magico della cetra ammansiva e spostava le pietre; dell'artigiano Dedalo e del figlio Icaro, che volarono con ali artefatte; di Edipo, che costrinse a gettarsi nel proprio abisso un essere mostruoso, che si chiamava la Sfinge, quadrupede con faccia umana, sciogliendo l'enigma insolubile che essa era solita proporre; di Anteo, ucciso da Ercole, che era figlio della Terra e perciò era abituato cadendo in terra a risollevarsi più robusto ed altri episodi se li ho omessi. Le leggende fino alla guerra di Troia, con cui Marco Varrone ha terminato il secondo libro su La razza del popolo romano, sono state ideate dall'intelligenza degli uomini in corrispondenza alla storia, che ha per contenuto fatti realmente avvenuti, in modo da non esser foggiate a ludibrio degli dèi 39. Però hanno inventato che per un atto di libidine di Giove fu involato il bellissimo giovinetto Ganimede, reato compiuto dal re Tantalo e dalla leggenda attribuito a Giove, oppure che abbia conseguito l'accoppiamento con Danae attraverso una pioggia d'oro, dove si capisce che il pudore della donna fu pervertito dall'oro. Ora non si può esprimere in quale maniera i fatti compiuti o immaginati in quel periodo, oppure compiuti dagli altri e attribuiti a Giove, abbiano preteso dal cuore degli uomini tanta malvagità perché potessero sopportare pazientemente queste fandonie, che tuttavia hanno accettato anche con piacere. Essi senz'altro, quanto più devotamente onorano Giove, tanto più severamente avrebbero dovuto punire coloro che osano dire di lui queste imposture. Invece non solo non si sono sdegnati con coloro che hanno inventato queste favole, che anzi per rappresentarle nei teatri, hanno temuto piuttosto di avere sdegnati gli stessi dèi. In quel periodo Latona partorì Apollo, non quello di cui si consultavano i responsi, come dicevo poco fa, ma quello che con Ercole fu servitore di Admeto, il quale tuttavia fu ritenuto un dio al punto che molti e quasi tutti ritengono che fosse un solo e medesimo Apollo. Allora anche Libero padre andò a far guerra in India ed ebbe nell'esercito molte donne, chiamate Baccanti, non note per il coraggio ma per la frenesia. Alcuni autori scrivono che Libero fu vinto e fatto prigioniero, altri che fu ucciso in battaglia da Perseo e dicono pure dove fu sepolto. Tuttavia al suo nome, come fosse un dio, con l'intervento di diavoli osceni, sono stati istituiti i riti sacri o meglio sacrileghi dei baccanali. Il senato dopo molti anni si vergognò tanto della loro forsennata oscenità che li proibì a Roma 40. Hanno ritenuto che sempre in quel periodo Perseo e la moglie Andromeda, dopo la loro morte, fossero accolti in cielo in modo tale che non arrossirono e non temettero di rappresentare la loro figura nelle costellazioni e di chiamarle con il loro nome.

Sincretismo poetico-religioso.
14. Durante il medesimo periodo di tempo vi furono poeti, che potevano anche esser considerati teologi, perché componevano poesie sugli dèi, ma su dèi che, sebbene grandi uomini, furono uomini o che sono principi categoriali di questo mondo creato dal vero Dio o che sono costituiti in principati e potestà per la volontà del Creatore e per i loro meriti. Se fra i molti concetti insignificanti ed errati han detto poeticamente qualcosa sull'unico vero Dio, riconoscendo assieme a lui anche altri dèi, che non sono dèi e prestando un culto che si deve soltanto all'unico Dio, anche essi, Orfeo, Museo e Lino, non gli hanno prestato il culto nel debito modo né fu loro possibile rifiutare i miti sconvenienti dei loro dèi. Però questi teologi hanno venerato gli dèi ma non sono stati venerati come dèi, sebbene la città dei miscredenti abbia l'abitudine, non saprei in quali termini, di deputare Orfeo ai riti sacrali, o meglio sacrileghi, del culto dei morti. La moglie del re Atamante che si chiamava Ino e il figlio Melicerte morirono in mare gettandovisi spontaneamente e secondo il modo di pensare degli uomini furono annoverati fra gli dèi, come altri uomini di quel tempo, Castore e Polluce. I Greci hanno chiamato Leucotea la madre di Melicerte e i Latini Matuta, ma gli uni e gli altri la considerano una dèa.

Pico al tempo di Debora.
15. Durante quel periodo di tempo ebbe fine il regno di Argo, trasferito a Micene, patria di Agamennone, ed ebbe inizio il regno di Laurento, di cui fu primo re Pico, figlio di Saturno, mentre presso gli Ebrei era giudice Debora, ma in lei operava lo Spirito di Dio, perché era anche profetessa. Il suo cantico profetico è poco chiaro sicché non si può, senza un lungo esame, decidere se sia riferibile al Cristo 41. Già dunque in Italia avevano un regno i Laurenti e la teoria più certa è che da essi, dopo i Greci, dipenda l'origine di Roma. Rimaneva ancora l'impero di Assiria, in cui regnava il ventitreesimo re Lampare, quando iniziava il regno di Pico, primo re di Laurento. Gli adoratori di tali dèi riflettano sulla concezione che hanno di Saturno, padre di Pico, perché negano che fosse un uomo. Altri hanno scritto che regnò in Italia prima del figlio Pico. Virgilio nella sua opera letteraria più nota dice: Egli radunò un popolo incivile e sparpagliato sulle alture, gli diede le leggi e volle che si chiamasse Lazio, perché era rimasto latitante con sicurezza in queste regioni. Dicono che durante il suo regno si ebbe l'età dell'oro 42. Ma si persuadano che queste sono fantasticherie poetiche e si convincano che padre di Pico fu Sterce e che da lui, abilissimo agricoltore, si ebbe la scoperta che i campi sono fertilizzati dal concime degli animali, che dal suo nome fu detto sterco. Anzi alcuni affermano che egli si chiamasse Stercuzio. Ma qualunque sia il motivo, per cui hanno preferito chiamarlo Saturno, certamente a buon diritto hanno considerato questo Sterce o Stercuzio dio dell'agricoltura. Allo stesso modo hanno inserito anche il figlio Pico nel numero di simili dèi perché affermano che fu un bravissimo indovino e guerriero. Pico ebbe per figlio Fauno, secondo re di Laurento, anche egli è o fu per loro un dio. Prima della guerra di Troia tributarono onori divini a individui scomparsi.

Il mito di Diomede e degli uccelli.
16. Mentre veniva distrutta Troia con lo sterminio esaltato da ogni parte e notissimo ai ragazzi, perché per la sua importanza e per la sublime liricità dei poeti è in modo eccezionale conosciuto da tutti, regnava già Latino, figlio di Fauno, da cui ebbe inizio la denominazione del regno dei Latini e cessò quella di Laurento. I Greci vincitori, mentre, abbandonata Troia, tornavano ai propri paesi, furono colpiti e straziati da diverse orribili sventure. Ciò nonostante, anche in relazione ad esse, aumentarono il numero dei propri dèi. Considerarono dio perfino Diomede, sebbene non avesse fatto ritorno in patria per una pena inflittagli dagli dèi. Vorrebbero dare ad intendere che i suoi compagni, non in base a una immaginaria mistificazione poetica ma in base a una verifica storica, furono tramutati in uccelli. Egli, divenuto dio, come affermano, non riuscì a restituire a loro la natura umana né l'ottenne, sebbene novello abitatore del cielo, da Giove suo re. Dicono anzi che v'è un suo tempio nell'isola di Diomede, non lontano dal monte Gargano, che è nelle Puglie, e che questi uccelli volano attorno al tempio e vi sostano con tanta ammirevole venerazione che ingurgitano acqua e poi la spruzzano, e se capitano là Greci o discendenti di razza greca, non solo rimangono tranquilli, ma gorgheggiano lusinghieri, se invece scorgono uno straniero, volano in picchiata sulle teste e le feriscono con poderosi attacchi fino a uccidere. Si dice che sono forniti di duri e grandi becchi adatti a simili assalti.

Varie metamorfosi.
17. Per dimostrarlo Varrone ricorda altri fatti, non meno incredibili, della famosissima maga Circe che mutò in belve i compagni di Ulisse 43, e degli Arcadi che, tratti a sorte, passavano a nuoto un laghetto e in esso venivano tramutati in lupi e vivevano con tali fiere nei deserti di quella regione. Se non si cibavano di carne umana, dopo nove anni, ripassato di nuovo a guado quel lago, tornavano a essere uomini. Poi fa anche il nome di un certo Demeneto il quale, avendo assaggiato dell'immolazione che gli Arcadi erano soliti fare con un fanciullo sacrificato al loro dio Liceo ed essendo trasformato in lupo e al decimo anno restituito nella propria forma, si esercitò nel pugilato e vinse alla gara olimpica. Lo storico citato suppone che l'appellativo a Pan Liceo e a Giove Liceo sia stato attribuito in Arcadia per il solo motivo della trasformazione di uomini in lupi, perché pensavano che potesse avvenire soltanto con un potere divino. Il lupo appunto in greco è , da cui evidentemente deriva il termine Liceo. Egli afferma che anche i Luperci romani derivano dal clan, per così dire, di questi miti 44.

Malefizi.
18. 1. Coloro che leggeranno forse attendono il mio parere su questa madornale mistificazione diabolica. Dico soltanto che bisogna fuggire di mezzo a Babilonia 45. Questo avvertimento del profeta va inteso in senso spirituale per fuggire dalla città del tempo, che è la società degli angeli e degli uomini infedeli, per avviarci al Dio vero con l'incedere della fede che opera per mezzo dell'amore 46. Noi osserviamo che il potere dei demoni è tanto grande, quindi con tanto maggior fermezza dobbiamo unirci al Mediatore, perché con lui risaliamo dal basso in alto. Se diciamo che non si deve credere a questi pregiudizi, anche adesso non mancano persone le quali assicurano che hanno sentito parlare di alcuni fatti del genere o perfino che li hanno visti. Quando ero in Italia, udivo narrare simili aneddoti di una regione di quelle parti. Dicevano che alcune locandiere iniziate ai malefizi, davano nel formaggio ai viandanti, che volevano o potevano, qualcosa affinché all'istante si trasformassero in giumenti, caricassero la roba necessaria e, compiuto il servizio, tornassero in sé. Dicevano che tuttavia in loro non si aveva una percezione da bestie ma ragionevole e umana, come Apuleio nell'opera intitolata L'asino d'oro ha denunziato o immaginato che è avvenuto a lui, dopo aver bevuto un intruglio, di divenire asino ma con la coscienza umana.

Magia della doppia dimensione esistenziale.
18. 2. Questi fatti strepitosi sono o falsi o così strani che giustamente non si credono. Tuttavia si deve credere fermamente che Dio onnipotente può fare tutto ciò che vuole o per punire o per aiutare. I demoni quindi, se non lo permette Colui i cui ordinamenti occulti sono molti, ma nessuno ingiusto, non possono effettuare nulla col potere della propria natura perché anche essa, sebbene angelica, per quanto viziata dalla colpa, è creatura. I demoni certamente non creano una sostanza se ottengono gli effetti che sono oggetto di questo esame, ma trasformano soltanto nell'apparenza gli esseri creati dal Dio vero in modo che sembrino quel che non sono. Per nessun motivo vorrei ammettere che non solo l'anima ma neanche il corpo, con l'artifizio o il potere dei demoni, può essere realmente trasformato in membra e lineamenti belluini. È il contenuto della immaginazione umana che anche con la riflessione o col sogno sfuma in una serie infinita di oggetti e, sebbene non sia corpo, coglie le sembianze dei corpi con ammirevole prontezza e che, sopiti o sopraffatti gli altri sensi umani, può essere, mediante una forma corporea, non saprei in quale indicibile maniera, convogliata alla sensitività di altre persone. Il corpo degli uomini giace certamente da qualche parte, ancora in vita, ma con i sensi impediti più fortemente e violentemente che dal sonno. Così il contenuto dell'immaginazione, presa forma corporea, si mostra ai sensi degli altri nella figura di un determinato animale e anche all'uomo sembra di essere in quella forma, come potrebbe sembrargli di esserlo in sogno, e di caricare dei pesi. Questi pesi, se sono veramente corpi, sono caricati dai demoni per una burla agli uomini che scorgono in parte la massa reale dei pesi, in parte le falsi immagini dei giumenti. Un certo Prestanzo raccontava ciò che era accaduto a suo padre. Questi aveva sorbito a casa sua quell'intruglio magico attraverso il formaggio ed era rimasto a letto come se dormisse, tuttavia fu assolutamente impossibile destarlo. Diceva che dopo alcuni giorni fu come se si svegliasse e narrò i sogni illusori che aveva fatto per imposizione, cioè che divenuto un cavallo, assieme ad altri giumenti, aveva recato sul groppone per i soldati il vettovagliamento chiamato Retico poiché veniva trasportato nelle regioni della Rezia. Si appurò che era avvenuto come aveva narrato, tuttavia a lui sembravano sogni. Un altro narrò che, durante la notte, prima di dormire, vide venire a casa sua un filosofo da lui molto conosciuto, il quale gli spiegò alcune teorie platoniche che prima, sebbene supplicato, non aveva voluto spiegare. E quando fu chiesto al filosofo perché aveva fatto a casa di un altro quel che aveva negato a chi lo richiedeva di fare in casa propria, rispose: Non l'ho fatto, ho sognato di farlo. Perciò a chi vegliava è stato mostrato mediante un contenuto dell'immaginazione quel che l'altro vide in sogno.

Spiegazione.
18. 3. Queste notizie sono giunte a me non da una persona qualsiasi, cui sarebbe indecoroso prestar fede, ma da persone che hanno riferito cose viste e che, a mio avviso, non mi hanno mentito. Perciò riguardo al fatto che uomini, come si legge nelle opere letterarie, siano stati trasformati in lupi dagli dèi, o meglio da demoni Arcadi e che Circe con incantesimi trasformò i compagni di Ulisse 47, è possibile, come a me pare, che, se è avvenuto, è avvenuto nella forma sopra indicata. Ritengo poi che gli uccelli di Diomede, poiché si afferma che la loro specie persiste nel succedersi delle covate, non sono derivati dalla metamorfosi di uomini ma che furono sostituiti agli uomini allontanati segretamente, come la cerva ad Ifigenia, figlia del re Agamennone. Non furono certamente difficili ai demoni, lasciati liberi per divina ordinazione, simili gherminelle, ma poiché la ragazza in seguito fu trovata viva, si riseppe con facilità che a lei era stata sostituita una cerva. Dei compagni di Diomede invece, poiché sparirono all'istante e poi non si fecero più vedere da nessuna parte e i vendicativi angeli cattivi li perdettero di vista, si favoleggia che furono trasformati in quegli uccelli che di nascosto dai luoghi, dove vive questa razza, furono trasportati in quegli altri luoghi e subito sostituiti. Non c'è da meravigliarsi poi che portino col becco l'acqua e la spruzzino sul tempio di Diomede e che blandiscono gli oriundi Greci e strapazzano quelli di altra provenienza, perché il fatto avviene per istigazione dei demoni ai quali interessa persuadere, per ingannare gli uomini, che Diomede è divenuto un dio. Così questi, con oltraggio del vero Dio, adorano molti falsi dèi e cercano di cattivare uomini morti, che non vivevano nella verità neanche quando vivevano, con templi, altari, immolazioni, sacerdoti. Sono istituzioni queste che sono legittime perché dovute all'unico Dio vivo e vero.

Da Enea alla fine di Sicione.
19. Nel periodo dopo la conquista e la distruzione di Troia Enea, con venti navi con le quali si trasferivano i superstiti di Troia, venne in Italia. Vi regnava Latino, ad Atene Menesteo, a Sicione Polifide, in Assiria Tautane, dagli Ebrei era giudice Labdon. Dopo la morte di Latino regnò Enea per tre anni e nei paesi menzionati rimanevano i medesimi, eccetto Pelasgo che era re di Sicione e Sansone che era giudice degli Ebrei e che, essendo straordinariamente forte, era considerato un Ercole. I Latini considerarono Enea un dio perché, appena morto, disparve. Anche i Sabini annoverarono fra gli dèi il loro primo re Sanco o, come alcuni dicono, Sacto. In quel tempo Codro, re di Atene, senza farsi riconoscere, si espose per essere ucciso dai Peloponnesi, nemici della città, e così avvenne. Vanno dicendo che in questo modo liberò la patria. I Peloponnesi avevano ricevuto un oracolo che avrebbero vinto se non uccidevano il re. Li ingannò dunque mostrandosi col vestito di un accattone e incitandoli con insulti alla propria morte. Per questo Virgilio ha detto: Anche gli insulti di Codro 48. Gli Ateniesi venerarono anche lui come dio mediante l'onoranza delle offerte. Mentre era quarto re del Lazio Silvio, figlio di Enea non da Creusa, dalla quale nacque il terzo re Ascanio, ma da Lavinia, figlia di Latino, la quale, come si narra, lo mise al mondo dopo la morte di Enea, e mentre in Assiria regnava il ventinovesimo re Oneo e il decimosesto di Atene Melanto ed era giudice degli Ebrei il sacerdote Eli, ebbe termine il regno di Sicione che, come si tramanda, era durato novecentocinquantanove anni.

Da Saul alla fondazione di Alba.
20. Mentre nei paesi menzionati regnavano i medesimi sovrani, il regno d'Israele, terminata l'epoca dei Giudici, ebbe inizio col re Saul e Samuele era il profeta 49. Da quel tempo cominciarono a regnare i re del Lazio che soprannominavano i Silvii, perché avevano cominciato a regnare col figlio di Enea che per primo fu chiamato Silvio. A quelli che seguirono furono imposti altri nomi, ma non venne meno il soprannome 50, come molto tempo dopo furono soprannominati Cesari i successori di Cesare Augusto. Dopo la destituzione di Saul, per cui non si ebbe più un re della sua tribù, alla sua morte seguì nel regno Davide dopo quarant'anni del dominio di Saul. In quel tempo gli Ateniesi, dopo la uccisione di Codro, cessarono dall'avere un re e cominciarono, per l'amministrazione dello Stato, ad avere dei magistrati. Dopo Davide che, anche egli, regnò quarant'anni 51, fu re d'Israele il figlio Salomone, il quale fece costruire il meraviglioso tempio di Dio a Gerusalemme. Durante il suo regno nel Lazio fu fondata Alba. E da essa in seguito si cominciò a denominare i re di Alba, non più del Lazio, sebbene anche essa sia nel Lazio. A Salomone successe il figlio Roboamo, sotto il quale il popolo d'Israele fu diviso in due regni e i due Stati cominciarono ad avere un proprio re 52.

Dal tramonto dell'Assiria agli albori di Roma.
21. Il Lazio dopo Enea, che considerarono dio, ebbe undici re, dei quali nessuno divenne dio. Invece Aventino, che è il dodicesimo dopo Enea, essendo stato ucciso in guerra e sepolto sul colle, che oggi ancora si designa col suo nome, fu aggiunto al numero degli dèi concepiti a modo loro. Altri non vollero ammettere che fosse ucciso in battaglia, ma han detto che era scomparso e che il colle non è stato denominato Aventino dal suo nome ma dalla venuta di certi uccelli. Dopo di lui nel Lazio non è stato considerato dio alcuno fuorché Romolo, fondatore di Roma. Fra lui e il suddetto si hanno due re. Il primo, tanto per usare un verso di Virgilio, fu l'immediato discendente Proca, gloria della stirpe troiana 53. Mentre viveva, poiché già in certo senso Roma era portata in grembo, l'impero di Assiria, il più grande di tutti, giunse al termine della sua lunga durata. Passò ai Medi dopo circa milletrecentocinque anni, tanto per calcolare anche il periodo di Belo, che fu padre di Nino e, pago di un dominio modesto, fu il primo re in quella regione. Proca fu re prima di Amulio. Ora Amulio aveva dichiarato vergine vestale la figlia del fratello Numitore di nome Rea, che si chiamava anche Ilia, madre di Romolo. Dicono che concepì i gemelli da Marte per nobilitare o scusare il suo disonore e per addurre una prova convincente che una lupa aveva allattato i bimbi esposti. Suppongono che questa razza di belve sia a servizio di Marte affinché si ammetta che la lupa porse le poppe ai piccoli perché riconobbe i figli di Marte suo signore. Però non mancano coloro i quali dicono che, mentre giacevano esposti e vagivano, furono prima raccolti da non saprei quale meretrice e le sue mammelle furono le prime che succhiarono. Difatti chiamavano lupe le meretrici e per questo i locali della loro prostituzione anche ora si chiamano lupanari. Aggiungono che in seguito furono condotti al pastore Faustolo e nutriti dalla moglie Acca. Sebbene non deve far meraviglia se, per rimproverare un re che aveva ordinato con efferatezza di gettarli in acqua, Dio, per mezzo di una fiera che allattava, volle soccorrere, dopo averli salvati dall'annegamento, quei bimbi dai quali doveva essere fondata una così grande città. Ad Amulio successe nel regno del Lazio il fratello Numitore, nonno di Romolo. Nel primo anno del suo regno fu fondata Roma, perciò in seguito regnò col suo nipote Romolo.

Roma fondata ai tempi di Ezechia.
22. Non voglio indugiare in particolari. La città di Roma fu fondata come un'altra Babilonia o come figlia della prima Babilonia perché per suo mezzo piacque a Dio di soggiogare il mondo civile e di pacificarlo dopo averlo condotto all'unità di rapporti politici e giuridici. V'erano già degli Stati potenti e forti e nazioni agguerrite che non avrebbero ceduto facilmente e che era indispensabile sottomettere con immensi pericoli, con grandi perdite dall'una e dall'altra parte e con disagio spaventoso. Invece quando l'impero di Assiria soggiogò quasi tutta l'Asia, sebbene il dominio sia stato realizzato con la guerra, tuttavia fu possibile realizzarlo con guerre non tanto gravose e difficili, perché i popoli erano ancora inesperti alla resistenza e non erano tanti e così grandi. Difatti dopo il diluvio più grande perché universale, in cui soltanto otto uomini si salvarono nell'arca di Noè, non erano passati più di mille anni quando Nino assoggettò l'Asia fuorché l'India. Roma, al contrario, non sottomise con la medesima celerità e facilità i tanti popoli dell'Oriente e dell'Occidente che sappiamo soggetti all'impero romano perché, ampliandosi lentamente, li trovò vigorosi e agguerriti da qualunque parte si estendeva. Nell'anno in cui Roma fu fondata, il popolo d'Israele era nella Terra promessa da settecentodiciotto anni. Di essi ventisette appartengono a Giosuè di Nun e trecentoventinove all'epoca dei Giudici. E da quando aveva cominciato a essere un regno, ne erano passati trecentosessantadue. Il re che allora reggeva il regno di Giuda si chiamava Acaz o, secondo il computo di altri 54, il suo successore Ezechia. È noto che questo re molto buono e devoto regnò al tempo di Romolo. Nello Stato del popolo ebraico, che si chiamava Israele, aveva cominciato a regnare Osea.

La sibilla Eritrea e l'acrostico.
23. 1. Alcuni narrano che in quel tempo proferì vaticini la Sibilla Eritrea. Varrone riferisce che le sibille furono parecchie non una 55. La Sibilla Eritrea ha dato allo scritto alcune manifeste divinazioni sul Cristo. Le ho lette nella lingua latina, prima in brutti versi latini e anche sconnessi per non saprei quale inettitudine del traduttore, come ho appreso in seguito. Infatti l'illustre Flacciano, che fu anche proconsole, uomo di spontanea eloquenza e di grande cultura, mentre parlavamo del Cristo, mi presentò un codice greco dicendomi che conteneva poesie della Sibilla Eritrea, mi mostrò in un punto, nei capoversi, che la serie delle lettere era disposta in modo che vi si leggessero le parole , le quali significano: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. I versi, in cui le prime lettere hanno il significato che ho detto, come li ha tradotti un tale in versi latini ben connessi, hanno questo contenuto:

Segno del giudizio: la terra sarà madida di sudore.

Verrà dal cielo Colui che sarà re per sempre,

cioè per giudicare di presenza la carne e il mondo.

In questo fatto vedranno Dio il miscredente e il credente,

in alto con i santi alla fine del tempo.

Vi saranno col corpo le anime che egli giudica,

quando il mondo giace incolto in dense sterpaglie.

Gli uomini disdegnano gli idoli e ogni tesoro.

Il fuoco brucerà la terra e al mare e al polo

dilagando sfonderà le porte dell'Averno oscuro.

Ad ogni corpo dei santi una libera luce

sarà data, una fiamma eterna brucerà i colpevoli.

Ognuno mettendo a nudo gli atti occulti manifesterà

le cose segrete e Dio schiuderà le coscienze alla luce.

Allora vi sarà pianto, tutti gemeranno battendo i denti.

Sarà tolto lo splendore al sole e cesserà la danza negli astri.

Crollerà il cielo, lo splendore della luna cesserà;

abbatterà i colli e solleverà dal basso le valli.

Non vi sarà nelle costruzioni dell'uomo il sublime e l'alto.

I monti saranno livellati ai campi e l'azzurro del mare

cesserà del tutto, la terra finirà frantumata:

parimenti sorgenti e fiumi si disseccheranno per il caldo.

Ma allora una tromba manderà un triste suono dall'alto

del globo per lamentare la colpa infelice e i vari tormenti

e la terra spaccandosi mostrerà il caos del Tartaro.

I re saranno adunati lì davanti al Signore.

Cadrà dal cielo uno scroscio di fuoco e di zolfo 56.

In questi versi latini, tradotti in qualche modo dal greco, non era possibile la corrispondenza del significato che si ha quando le lettere che sono all'inizio si collegano in una parola, dove in greco è usata l'Y perché non era possibile trovare parole latine che cominciassero con quella lettera e si adattassero al significato. Sono tre versi, il quinto, il decimottavo e il decimonono. Inoltre se, collegando le lettere iniziali di tutti i versi, non leggiamo quelle che sono state scritte per i tre versi suddetti, ma sostituiamo la lettera Y, come se fosse usata in quei capoversi, si enunzia con cinque parole, in linguaggio greco non latino: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Sono ventisette versi che è il cubo di tre. Tre per tre difatti dà nove e nove per tre, come ad aggiungere alla superficie l'altezza, è ventisette. Se unisci le prime lettere delle cinque parole greche che sono , e significano Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore, si avrà , cioè pesce, termine con cui simbolicamente si raffigura il Cristo perché ebbe il potere di rimanere vivo, cioè senza peccato, nell'abisso della nostra mortalità, simile al profondo delle acque.

Contenuto cristiano dei vaticini sibillini.
23. 2. Questa Sibilla Eritrea o, come alcuni meglio pensano, Cumana, in tutto il suo vaticinio poetico, di cui quella riportata è una piccola parte, non ha nulla che riguardi il culto degli dèi falsi o inventati, anzi parla in termini tali contro di loro e contro i loro adoratori da essere annoverata nel numero di coloro che appartengono alla città di Dio. In una sua opera Lattanzio allega vaticini della Sibilla sul Cristo, sebbene non indichi il nome. Io ho pensato di riunire le frasi che egli ha citato separatamente in modo che rientrino in un unico contesto i vari e brevi pensieri che egli ha riportato. Dice la Sibilla: Cadrà poi nelle mani empie degli infedeli, daranno schiaffi a Dio con mani contaminate e getteranno sputi velenosi dalla turpe bocca ed egli senza resistenza offrirà il dorso ai colpi. Nel ricevere schiaffi tacerà affinché non si sappia che è il Verbo e da dove viene per morire ed essere coronato di spine. Per cibo gli diedero il fiele e per bevanda l'aceto, gli offriranno questa vivanda dell'inospitalità. Tu, stolto, non hai compreso il tuo Dio che si mostra alla coscienza degli uomini, ma lo hai perfino coronato di spine e gli hai mescolato nella bevanda il fiele disgustoso. Sarà spaccato il velo del tempio e a mezzogiorno per tre ore scenderà una notte tenebrosa. Morirà e sarà nel sonno della morte per tre giorni e allora, ritornato dal regno dei morti, verrà per primo alla luce dopo aver mostrato ai risorti le primizie della risurrezione 57. Lattanzio ha usato queste attestazioni della Sibilla separatamente in punti diversi della dissertazione, in accordo a quel che richiedeva la tesi che intendeva dimostrare. Io, senza nulla frapporre ma legando insieme le frasi in un solo testo, ho procurato di dividerle soltanto nei periodi, con la speranza che in seguito gli amanuensi non trascurino di mantenerli. Alcuni dicono che la Sibilla Eritrea non visse ai tempi di Romolo ma della guerra di Troia.

Romolo e Numa e fine del regno d'Israele.
24. Si tramanda che, mentre regnava Romolo, visse Talete di Mileto, uno dei sette sapienti i quali, dopo i poeti teologi, fra cui il più illustre fu Orfeo, furono chiamati che significa "sapienti" 58. Nel medesimo tempo le dieci tribù, che nella divisione del popolo furono chiamate d'Israele, furono sconfitte dai Caldei e trasferite in prigionia in quelle regioni 59, mentre rimanevano in Giudea le due tribù che erano denominate di Giuda e avevano la capitale del regno a Gerusalemme. Quando Romolo morì, i Romani, poiché anche egli era scomparso, lo annoverarono fra gli dèi, fatto a tutti ben noto 60. La consuetudine era del tutto scomparsa, anche se al tempo degli imperatori era riemersa ma per adulazione e non per un'aberrazione. Perciò Cicerone accredita a grande vanto di Romolo 61 il fatto che meritò questi onori non in tempi incivili e incolti, quando gli uomini erano facilmente ingannati, ma in tempi raffinati e acculturati, sebbene non avesse ancora brillato e germogliato il linguaggio fine e ingegnoso dei filosofi 62. Ma anche se i periodi successivi non considerarono dèi gli uomini morti, tuttavia non cessarono di onorare quelli che erano stati considerati dèi dagli antenati, che anzi con statue, che gli antichi non avevano 63, accrebbero l'attrattiva di una frivola ed empia superstizione. La causavano nel loro cuore gli immondi demoni che ingannavano anche con falsi oracoli affinché mediante spettacoli si rappresentassero oscenamente, in omaggio ai falsi dèi, i loro delitti immaginari che ormai in una età più civile non erano più oggetto di mistificazione. Dopo Romolo regnò Numa il quale, avendo pensato che la città doveva essere difesa da un gran numero di dèi senza dubbio falsi, dopo la morte non meritò di essere accolto in quella schiera. Si pensò, per così dire, che aveva affollato il cielo con tante divinità che non gli fu possibile trovare un posticino per sé. Mentre egli regnava a Roma e presso gli Ebrei iniziava il regno di Manasse, il re crudele dal quale, secondo la tradizione, fu ucciso il profeta Isaia 64, viveva, come dicono, la Sibilla di Samo 65.

Sedecia, Tarquinio e i sette sapienti.
25. Mentre regnava presso gli Ebrei Sedecia e a Roma Tarquinio Prisco, successore di Anco Marzio, il popolo dei Giudei fu condotto prigioniero in Babilonia in seguito alla distruzione di Gerusalemme e del tempio fatto costruire da Salomone 66. I Profeti, nel rimproverare i Giudei per la loro disonestà ed empietà, avevano predetto questi avvenimenti, soprattutto Geremia che indicò anche il numero degli anni 67. Si tramanda che in quel tempo viveva Pittaco di Mitilene, un altro dei sette sapienti. Eusebio scrive che gli altri cinque i quali, per raggiungere il sette, si aggiungono a Talete, che ho nominato precedentemente, e a Pittaco, vissero in quel periodo in cui il popolo di Dio era tenuto prigioniero in Babilonia 68. Sono Solone di Atene, Chilone di Sparta, Periandro di Corinto, Cleobulo di Lindo, Biante di Priene. Costoro, chiamati i sette sapienti, si distinsero dopo i poeti teologi perché eccellevano sugli altri uomini per un tenore di vita lodevole e perché compendiarono alcuni imperativi morali in forma di proverbi. Però non lasciarono ai posteri opere letterarie di rilievo, salvo Solone che, come si riferisce, scrisse alcune leggi per gli Ateniesi. Talete fu un naturalista e lasciò i libri delle sue teorie. Durante la cattività dei Giudei si distinsero anche i naturalisti Anassimandro, Anassimene e Senofane. In quel tempo esisteva anche Pitagora, dal quale ebbe inizio la denominazione di "filosofi" 69.

Dario e la fine della cattività giudaica.
26. Durante quel periodo Ciro, re della Persia, che reggeva anche Caldei e Assiri, alleviando la cattività degli Ebrei, permise che cinquantamila uomini ritornassero per edificare il tempio 70. Da loro furono soltanto gettate le fondamenta e costruito l'altare. Per le incursioni dei nemici non poterono andare avanti nella costruzione che ebbe un rinvio fino a Dario. Sempre in quel periodo avvennero anche i fatti che sono narrati nel libro di Giuditta che i Giudei, come è noto, non hanno accolto nel canone della Scrittura. Sotto Dario, re di Persia, terminata la prigionia dopo i settanta anni, che aveva predetto il profeta Geremia, fu restituita l'indipendenza ai Giudei, mentre regnava il settimo re di Roma Tarquinio. Quando fu mandato in esilio, anche i Romani cominciarono ad esser liberi dal dominio dei propri re. Il popolo d'Israele ebbe Profeti fino a questo tempo, furono molti, ma di pochi sono ritenuti canonici gli scritti presso gli Ebrei e presso i cristiani. Nel porre un termine al libro precedente ho promesso che in questo libro avrei allegato alcuni loro brani 71. Noto che è giunto il momento di farlo.

Cristo e la Chiesa nei Profeti [27-44]

Inizio dell'epoca dei profeti.
27. Per precisare il tempo, in cui vissero i Profeti, dobbiamo risalire un po' indietro. All'inizio del libro del profeta Osea, che è il primo dei dodici minori, è scritto: Parola del Signore che fu rivolta ad Osea al tempo dei re di Giuda Ozia, Ioatan, Acaz ed Ezechia 72. Anche Amos scrive di aver profetato durante il regno di Ozia, aggiunge anche Geroboamo, re d'Israele, che regnò durante quel periodo 73. Anche Isaia, figlio di Amos, cioè del Profeta suddetto o, come generalmente si afferma di un altro che era omonimo ma non profeta, nomina all'inizio del suo libro i quattro re citati da Osea e premette che ha profetato durante il loro regno 74. Anche Michea stabilisce il medesimo periodo di tempo dopo Ozia per la sua profezia. Difatti cita i tre re che gli succedono, nominati anche da Osea, cioè Ioatan, Acaz ed Ezechia 75. Sono questi coloro che hanno profetato contemporaneamente, come si rileva dai loro libri. Ad essi si aggiunge Giona sempre durante il regno di Ozia, inoltre Gioele, quando era già re Ioatan, successore di Ozia. Però ho potuto precisare l'età in cui vissero questi due Profeti dalla Cronaca, non dai loro libri perché non ne parlano. Questo periodo va dal re del Lazio Proca o dal predecessore Aventino fino a Romolo, ormai re di Roma, o anche fino all'inizio del regno del suo successore Numa Pompilio, poiché Ezechia, re di Giuda, regnò fino ad allora 76. Perciò queste sorgenti, per così dire, della profezia sgorgarono insieme in quell'arco di tempo in cui venne a mancare il regno assiro e iniziò quello di Roma. Quindi come nel primo periodo dell'impero di Assiria visse Abramo, al quale furono rivolte le esplicite promesse della benedizione di tutti i popoli nella sua discendenza, così all'inizio della Babilonia d'Occidente, durante il cui impero sarebbe venuto il Cristo, nel quale si adempivano quelle promesse, i discorsi dei Profeti, che non solo parlavano ma anche scrivevano, si dovevano svolgere nell'attestazione di un così grande avvenimento. Sebbene non mancassero quasi mai Profeti al popolo d'Israele da quando iniziò l'epoca dei re, essi furono tuttavia a suo vantaggio, non di tutti i popoli. Quando invece si costituiva una scrittura più palesemente profetica, che giovasse a tempo debito ai popoli, era opportuno che iniziasse quando si costituiva la città che doveva esercitare l'impero su tutti i popoli.

Conversione dei popoli in Osea e Amos.
28. Il profeta Osea viene interpretato con tanto maggiore difficoltà in proporzione alla profondità con cui si esprime. Ma dal suo libro si deve scegliere qualche brano e allegarlo qui secondo la mia promessa. Dice: Avverrà che nel luogo in cui fu detto loro: Voi non siete mio popolo, saranno chiamati anche essi figli del Dio vivo 77. Anche gli Apostoli interpretarono questa testimonianza profetica in riferimento alla vocazione del popolo dei pagani che prima non appartenevano al popolo di Dio 78. E poiché anche il popolo dei pagani è spiritualmente tra i figli di Abramo e perciò giustamente è chiamato Israele, perciò continua e dice: Si riuniranno i figli di Giuda e i figli di Israele, stabiliranno per sé un'unica autorità e lasceranno il proprio paese 79. Se volessi spiegare questo brano, svanirebbe il sapore dell'eloquio profetico. Siano ricordate però la pietra angolare e le due pareti, una formata da Giudei, l'altra da pagani. E si riconosca che si elevano dal piano poggiando e innalzandosi insieme sull'unico loro fondamento, quella nel nome dei figli di Giuda, questa nel nome dei figli d'Israele 80. Questo Profeta afferma che gli Israeliti secondo la carne, che ora non vogliono credere nel Cristo, poi vi crederanno, cioè i loro discendenti, perché anche essi con la morte raggiungeranno il proprio destino. Dice: Per molto tempo i figli d'Israele saranno senza re, senza capo, senza sacrificio, senza altare, senza sacerdozio, senza rivelazioni. Ognuno può costatare che oggi i Giudei sono in questa condizione. Ma ascoltiamo quel che aggiunge: Poi ritorneranno i figli d'Israele e cercheranno il Signore loro Dio e Davide loro re e alla fine dei tempi rimarranno attoniti nel Signore e nella sua bontà 81. Questa profezia è molto esplicita se si intende che col nome del re Davide è stato indicato il Cristo perché, come dice l'Apostolo, è venuto al mondo dalla stirpe di Davide secondo la carne 82. Questo profeta ha preannunciato anche che al terzo giorno sarebbe avvenuta la risurrezione di Cristo come conveniva che con sublime stile profetico fosse preannunziata. Dice: Dopo due giorni ci ridarà la vita, al terzo risorgeremo 83. In questo senso ci dice l'Apostolo: Se siete risorti con Cristo cercate le cose di lassù 84. Anche Amos parla profeticamente di queste verità dicendo: Preparati, o Israele, a invocare il tuo Dio, io sono colui che fa scoppiare il tuono e crea i venti e annunzia agli uomini il loro Cristo 85. In un altro passo: In quel giorno rialzerò la tenda di Davide che è caduta, ricostruirò le mura che sono crollate e riparerò le sue rovine, le ricostruirò come un giorno che non cessi mai, in modo che mi cerchino i superstiti dell'umanità e tutti i popoli, in cui è stato invocato il mio nome su di loro, dice il Signore che fa queste cose 86.

La passione di Cristo in Isaia.
29. 1. Il profeta Isaia non è nell'elenco dei dodici Profeti, detti appunto minori perché i loro scritti sono brevi nel confronto con quelli detti appositamente maggiori perché hanno compilato libri molto estesi. Fra di essi c'è Isaia che, in considerazione della contemporaneità della profezia, fo seguire ai due sopraindicati. Isaia dunque inserisce fra i brani in cui condanna la disonestà, esorta alla moralità e predice al popolo peccatore i castighi che seguiranno, parole che preannunziano profeticamente, molto più che negli altri, le vicende del Cristo e della Chiesa, cioè del re e della città da lui fondata, al punto che da alcuni è considerato più un evangelista che un profeta. Ma per porre un limite alla trattazione allegherò uno dei molti passi. Parlando a nome di Dio Padre dice: Ecco il mio servo giudicherà rettamente, sarà innalzato e molto onorato. Come molti si stupiranno di te perché il tuo aspetto dagli uomini sarà spogliato di dignità e la dignità stessa scomparirà, così si meraviglieranno di lui molti popoli e i re si chiuderanno la bocca, perché conosceranno di lui un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che non avevano udito. Signore, chi ha creduto al nostro annunzio e a chi è stata manifestata la potenza del Signore? L'abbiamo annunziato dinanzi a lui; egli è come un bambino, come una radice in una terra arida. Non ha aspetto né dignità. L'abbiamo visto e non aveva né aspetto né decoro, ma il suo aspetto è privo di onore e senza apparenza dinanzi a tutti gli uomini. È un uomo posto nella sofferenza che sa sopportare il dolore perché la sua faccia è stravolta, è senza onore e non è stato considerato affatto. Egli porta i nostri peccati e soffre per noi e noi abbiamo giudicato che egli era nel dolore, nelle piaghe e nella sofferenza. Ma egli è stato ferito per le nostre iniquità e schiacciato per i nostri peccati. È in lui l'avere conoscenza della nostra pace perché siamo stati salvati dalle sue ferite. Eravamo sperduti come pecore, l'uomo era uscito dalla propria strada e il Signore lo consegnò per i nostri peccati ed egli non aprì la bocca sulle proprie sofferenze. Fu condotto al macello come una pecora ed egli fu senza voce come un agnello dinanzi a chi lo tosa. A suo avvilimento fu pronunziata la sentenza di morte. Chi si ricorderà della sua esistenza? La sua vita sarà eliminata dalla terra. Fu condotto alla morte dalle iniquità del mio popolo. Gli darò gli empi per sepolcro e i ricchi per la sua morte. Poiché non ha commesso malvagità né inganno con la sua bocca, il Signore vuole liberarlo dal dolore. Se darete la vostra anima in espiazione vedrete una tarda discendenza; e il Signore vuole liberare dal dolore la sua anima, mostrargli la luce, formare la sua intelligenza, giustificare il giusto che si offre per il bene di molti ed egli si addosserà i loro peccati. Perciò avrà per premio le moltitudini e dividerà il bottino dei forti perché la sua vita fu consegnata alla morte ed è stato annoverato fra gli empi ed egli portò il peccato di molti e fu consegnato per i loro peccati 87. Queste le parole sul Cristo.

La Chiesa in Isaia.
29. 2. Il brano che segue è sulla Chiesa, ascoltiamolo. Dice: Esulta, o sterile, che non partorisci, prorompi in grida di gioia, tu che non attendi il parto, poiché più numerosi saranno i figli dell'abbandonata che della maritata. Allarga lo spazio della tua tenda e dei tuoi teli. Inchioda, non risparmiare, allunga le tue cordicelle e rafforza i tuoi pioli, allarga ancora a destra e a sinistra. E la tua discendenza erediterà i popoli e abiterai nelle città un tempo abbandonate. Non temere di esser turbata e non essere in pensiero di essere biasimata perché dimenticherai per sempre il turbamento e non ti ricorderai il disonore della vedovanza, perché il Signore che ti sposerà è il Signore degli eserciti e chi ti redime è il Dio d'Israele che sarà chiamato Dio di tutta la terra 88. Così di seguito. Ma bastino queste parole anche se in esse si dovrebbero sviluppare alcuni pensieri, ma penso che siano sufficienti perché sono così chiari che anche gli avversari sono costretti, pur di malavoglia, a capire.

Il Messia e Betlem in Michea.
30. 1. Il profeta Michea, proponendo il Cristo nell'allegoria di un alto monte, scrive: Alla fine dei giorni il monte del Signore molto in vista sarà pronto sulla cima dei monti e s'innalzerà sopra i colli. Affluiranno ad esso le folle, verranno ad esso molti popoli e diranno: Venite, saliamo al monte del Signore e al tempio del Dio di Giacobbe, egli ci indicherà la sua via e noi cammineremo sui suoi sentieri, poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà arbitro tra le grandi folle e pronunzierà sentenze fra popoli potenti e lontani 89. Il Profeta preannunziando anche il luogo in cui Cristo è nato dice: E tu Betlem di Efrata, così piccola per essere fra gli innumerevoli paesi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando colei che deve partorire partorirà e il resto dei suoi fratelli ritornerà ai figli d'Israele. E starà là e pascerà il proprio gregge con la potenza del Signore e saranno nell'onore che spetta al Signore loro Dio, poiché egli sarà grande fino agli estremi confini della terra 90.

Giona: passione e risurrezione.
30. 2. Il profeta Giona ha preannunziato il Cristo non con la parola ma con la sua dolorosa esperienza, più apertamente che se avesse proclamato la sua morte e risurrezione. Fu appunto ingoiato nel ventre di una bestia e restituito il terzo giorno per simboleggiare il Cristo che al terzo giorno doveva tornare dal regno dei morti 91.

La pentecoste in Gioele.
30. 3. Gioele costringe a spiegare con molte parole le vicende che preannunzia in modo che siano chiare quelle che riguardano il Cristo e la Chiesa. Citiamo comunque un solo evento che anche gli Apostoli hanno indicato quando lo Spirito Santo venne dall'alto sui credenti riuniti, come era stato promesso dal Cristo 92. Dice: Dopo questo io effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni e i vostri giovani avranno visioni ed anche sopra i miei schiavi e le mie schiave effonderò il mio Spirito 93.

Abdia: la Chiesa nella Giudea.
31. 1. I tre Profeti minori Abdia, Naum, Abacuc non riferiscono il periodo in cui vissero, né si riscontra nella Cronaca di Eusebio e di Girolamo il tempo in cui hanno scritto le proprie profezie. Abdia da loro è stato collocato assieme a Michea 94 ma dal suo libro, nello spazio riservato ai dati cronologici, non appare l'epoca in cui Michea ha profetato. Ritengo che sia avvenuto per un errore degli amanuensi che trascrivono con negligenza le opere degli altri. Né ho trovato nominati gli altri due nelle cronologie che ho avuto a disposizione. Tuttavia poiché sono inseriti nel canone, non è conveniente che da me siano tralasciati. Abdia, il più succinto di tutti i Profeti per quanto riguarda il suo libro, parla contro l'Idumea, la stirpe di Esaù, il maggiore non riconosciuto dei gemelli d'Isacco e nipote di Abramo. Se interpretiamo che l'Idumea è stata menzionata in senso figurato per indicare tutti i popoli, come il tutto con una parte, possiamo riferire al Cristo, fra le altre, anche queste parole: Sul monte Sion vi saranno salvezza e santità 95. Poco dopo, alla fine della profezia, dice: E saliranno i rigenerati dal monte Sion per difendere il monte di Esaù e sarà il regno del Signore 96. È evidente che l'evento si è verificato quando i rigenerati, che hanno creduto nel Cristo e quindi soprattutto gli Apostoli, salirono dal monte Sion, cioè dalla Giudea, per difendere il monte di Esaù. Lo difesero certamente salvando con la predicazione del Vangelo quelli che credettero, affinché fossero liberi dal potere delle tenebre e trasferiti nel regno di Dio. Ha espresso il concetto aggiungendo: E il regno sarà del Signore. Difatti il monte Sion simboleggia la Giudea, perché in essa, secondo la predizione, si sarebbero realizzate la salvezza e la santità, cioè Cristo Gesù. Il monte di Esaù invece è l'Idumea, con la quale è stata simboleggiata la Chiesa dei pagani che i rigenerati, come ho spiegato, hanno difeso dal monte Sion, perché fosse il regno del Signore. L'evento era difficile a intendersi prima che si avverasse, ma una volta avverato ogni credente lo ravvisa.

Naum: contro l'idolatria.
31. 2. Il profeta Naum, o meglio Dio in lui, dice: Farò sparire le statue scolpite e quelle fuse: opererò il tuo seppellimento; perché ecco sui monti i passi veloci d'un messaggero che annuncia la pace. Celebra le tue feste, o Giuda, sciogli i tuoi voti: perché non avverrà più che passino in disuso. [Il male] è terminato, è stato distrutto e travolto. È asceso chi ti soffia in viso liberandoti dalla sofferenza 97. Chi ha letto il Vangelo richiami alla mente chi è stato che è salito dal regno dei morti e ha soffiato sul viso di Giuda, cioè dei discepoli giudei, lo Spirito Santo. Appartengono alla Nuova Alleanza coloro i cui giorni festivi sono rinnovati nello spirito sicché non possono passare in disuso. Con il Vangelo poi vediamo bandite le statue scolpite e fuse, cioè gli idoli dei falsi dèi, e consegnate all'oblio come a un seppellimento e notiamo che anche in questo la profezia ha avuto compimento.

Abacuc: l'attesa del Cristo.
31. 3. Si capisce bene che Abacuc non di alcun altro ma del Cristo, che doveva venire, dice: Il Signore mi rispose e mi disse: Scrivi chiaramente la visione su una tavoletta di bosso affinché chi legge la segua speditamente perché v'è ancora una visione con un termine, sarà palese alla scadenza e non invano; se indugerà, attendila perché si avvererà e non tarderà 98.

Parafrasi del cantico messianico di Abacuc.
32. Nella sua orazione con cantico si rivolge certamente al Cristo Signore quando dice: Signore, ho udito il tuo annunzio e ho avuto timore, Signore, ho esaminato le tue opere e ho provato spavento. È questo certamente l'ineffabile stupore per la previsione della nuova e inaspettata salvezza degli uomini. La frase: Sarai conosciuto in mezzo a due animali, può significare o fra le due alleanze, o fra i due ladroni, o fra Mosè ed Elia mentre discorrevano con lui sul monte Tabor. Il passo: Mentre si avvicinano gli anni, sarai conosciuto, quando giungerà il tempo, ti mostrerai non ha bisogno di spiegazione. L'altro passo: Mentre è turbata l'anima mia, nell'ira ti ricorderai di avere clemenza 99 significa che egli ha parlato a nome dei Giudei, che erano della sua razza e mentre essi, sconvolti da una grande ira, crocifiggevano il Cristo, egli memore della clemenza invocava: Padre, perdona loro perché non sanno quel che fanno 100. Dio verrà da Teman e il Santo da un monte ombroso e boschivo. Alcuni hanno interpretato l'inciso: Verrà da Teman nel senso del vento australe o del libeccio, da cui è indicato il Mezzogiorno, cioè il calore della carità e lo splendore della verità. Preferirei ravvisare nel monte ombroso e boschivo, sebbene si possa interpretare in vari sensi, l'altezza delle divine Scritture con cui è stato preannunziato profeticamente il Cristo. In esse vi sono molte idee fitte di ombre e di piante che esercitano la mente di chi fa indagini. E da esse viene il Cristo quando ve lo trova chi le comprende. La sua maestà ricopre i cieli e della sua lode è piena la terra 101. Ha il medesimo significato che ha il versetto del Salmo: Innalzati sopra i cieli, o Dio, e su tutta la terra con la tua gloria 102. II suo splendore è come la luce significa che con la sua fama illuminerà i credenti. L'inciso: Vi sono bagliori nelle sue mani significa il trofeo della croce. E pose la carità base stabile del suo potere non ha bisogno di spiegazioni. La parola procederà davanti a lui e uscirà nel campo dopo di lui significa che fu preannunziato prima della sua venuta, e fu annunziato dopo la sua dipartita dal mondo. Si fermò e la terra fu mossa significa che egli si fermò per soccorrere e la terra si mosse a credere. Guardò e i popoli si strussero nel dolore, cioè ebbe pietà ed indusse i popoli al pentimento. I monti furono atterrati con la violenza, cioè, la superbia degli esaltati fu atterrata dai miracoli che hanno forza di convincere. Si abbassarono i colli eterni, cioè furono depressi nel tempo per essere esaltati nell'eternità. Ho visto i suoi proventi eterni in cambio delle fatiche, cioè, non ho visto la fatica della carità, senza la ricompensa dell'eternità. Si spaventeranno i padiglioni degli Etiopi e quelli del paese di Madian, cioè le nazioni, improvvisamente atterrite all'annunzio delle tue opere mirabili, apparterranno al popolo cristiano anche se non sono sotto la giurisdizione di Roma. Forse, Signore, sei adirato con i fiumi e contro di essi è la tua collera e contro il mare il tuo sdegno? 103. Questo passo significa che non è venuto per giudicare il mondo ma affinché il mondo abbia la salvezza per la sua mediazione 104. Salirai sui tuoi cavalli e la tua cavalcata è salvezza, cioè, i tuoi Evangelisti, da te guidati, ti porteranno e il tuo Vangelo sarà la salvezza di coloro che credono in te. Tenderai con forza il tuo arco sugli scettri, dice il Signore, cioè, tu comminerai il tuo giudizio anche ai re. La terra sarà solcata da fiumi 105, cioè, il cuore degli uomini si aprirà al riconoscimento con i discorsi irriganti di coloro che ti annunziano. Di loro si dice: Lacerate i vostri cuori e non le vesti 106. La frase: I popoli ti vedranno e soffriranno ammonisce che essi diventano felici nel pianto. L'inciso: Tu che effondi le acque nel tuo cammino significa che, muovendoti in coloro che ti annunziano da ogni parte, effondi qua e là i fiumi della dottrina. L'abisso ha fatto udire la propria voce significa che la profondità del cuore umano ha espresso la propria opinione. La profondità della propria immaginazione è come un chiarimento del versetto precedente perché profondità equivale ad abisso. Nell'inciso: Della propria immaginazione si deve intendere come sottinteso che fece udire la propria voce, cioè, come ho detto, ha espresso la propria opinione. L'immaginazione è una visione che il Profeta non ha nascosto, non ha velato, ma ha svelato con le parole: Il sole si è levato in alto e la luna è rimasta nel suo ordine, cioè Cristo è asceso al cielo e la Chiesa ha avuto un ordinamento sotto il suo re. Le tue frecce appariranno nella luce, cioè, le tue parole non saranno pronunciate in segreto ma all'aperto. Nella frase: Nel balenare dello splendore delle tue armi 107 si deve sottintendere che andranno le tue frecce. Aveva detto ai suoi discepoli: Quel che dico nelle tenebre ditelo nella luce 108. Con lo sdegno renderai più piccola la terra, cioè con lo sdegno renderai sottomessi gli uomini. Nell'ira abbatterai i popoli, perché farai cadere per punizione quelli che si esaltano. Sei uscito per la salvezza del tuo popolo, per salvare i tuoi consacrati, hai mandato la morte sulla testa dei disonesti. Qui non c'è nulla da spiegare. Nel versetto: Hai allacciato i legami fino al collo si possono ravvisare i buoni legami della saggezza perché si infilino i piedi nei suoi ceppi e il collo nella sua collana 109. In: Hai troncato nell'ammirazione della mente 110 sottintendiamo i legami perché ha allacciato quelli buoni e troncato quelli cattivi. Di questi si dice appunto: Hai spezzato le mie catene 111, e questo nell'ammirazione della mente, cioè in modo meraviglioso. La testa dei potenti si muoverà in essa, cioè nell'ammirazione. Apriranno la propria bocca a mordere, come il povero che mangia di nascosto 112. Difatti alcuni capi dei Giudei, che ammiravano le sue opere e le sue parole, andavano dal Signore e, sebbene avessero fame, per timore dei Giudei mangiavano il pane della dottrina di nascosto, come ce li ha presentati il Vangelo 113. Hai lanciato nel mare i tuoi cavalli che agitavano molte acque, le quali significano molti popoli, perché alcuni non si convertirebbero per timore e altri non perseguiterebbero per rabbia se gli uni e gli altri non fossero agitati. Ho udito e fremette il mio cuore al suono del discorso uscito dalle mie labbra, un tremito è penetrato nelle mie ossa e sotto di me ha ondeggiato la mia andatura. Ha riflettuto su quel che diceva ed è stato atterrito dalle sue stesse parole con cui preannunziava profeticamente e nelle quali presagiva l'avvenire. Poiché molti popoli sarebbero stati turbati, previde le imminenti tribolazioni della Chiesa, si riconobbe immediatamente come suo adepto e disse: Riposerò nel giorno dell'angoscia 114, come uno di quelli che godono nella speranza e soffrono nella tribolazione 115. Per appartenere, dice, al popolo del mio esilio, cioè separandosi dal malvagio popolo della propria affinità razziale, che non è in esilio in questa terra e non attende la patria del cielo. Perché il fico non porterà frutti e non vi saranno i prodotti nelle vigne e cesserà il raccolto dell'olivo e i campi non daranno più cibo. I greggi spariranno dal pascolo e non rimangono buoi nelle stalle 116. Previde che il popolo, il quale avrebbe ucciso il Cristo, avrebbe perduto la produttività delle ricchezze spirituali che, secondo l'uso profetico, ha allegorizzato mediante l'abbondanza dei beni terreni. Ma quel popolo subì l'indignazione di Dio perché, ignorando la giustizia di lui, volle sostituirle la propria 117. Perciò il Profeta dice di seguito: Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio Salvatore. Il Signore, mio Dio, è la mia forza, renderà i miei piedi sommamente veloci, mi porrà in alto perché io vinca nel suo cantico 118. Si tratta di quel cantico, di cui si dice alcunché di simile in un Salmo: Ha stabilito i miei piedi sulla roccia e ha reso sicuri i miei passi, mi ha messo sulla bocca un cantico nuovo, un inno al nostro Dio 119. Vince nel cantico del Signore colui che è gradito nella lode di lui, non nella propria affinché chi si vanta si vanti nel Signore 120. Ritengo che i codici, i quali hanno interpretato: Esulterò in Dio, il mio Gesù, siano da preferirsi a quelli che, traducendo il termine in latino, non hanno usato quel nome che ci è così caro e dolce nominare.

Messianismo e vocazione dei pagani in Geremia.
33. 1. Il profeta Geremia come Isaia è dei maggiori, non dei minori, come gli altri, dai cui libri ho già tratto alcune citazioni. Fu profeta mentre in Gerusalemme regnava Giosia e a Roma Anco Marzio, poco prima della conquista della Giudea. Pose termine alla sua profezia cinque mesi dopo la conquista, come rileviamo dal suo libro 121. Si aggiunge a lui Sofonia, uno dei minori. Anche egli infatti dice di aver profetato al tempo di Giosia, ma non specifica fino a quando 122. Dunque Geremia ha profetato non solo al tempo di Anco Marzio ma anche di Tarquinio Prisco, che fu il quinto re di Roma. Egli infatti, quando avvenne la conquista, aveva già cominciato a regnare. Preannunziando il Cristo Geremia dice: Il respiro della nostra bocca, il Cristo Signore, è stato fatto prigioniero per i nostri peccati 123. Mostra così con poche parole che il Cristo è nostro Signore e che ha patito per noi. In un altro passo dice: Questi è il mio Dio e nessun altro può essergli paragonato. Egli ha scrutato la via della sapienza e ne ha fatto dono a Giacobbe, suo servo, a Israele, suo diletto. E dopo è apparso sulla terra e ha vissuto fra gli uomini 124. Alcuni esegeti non attribuiscono questo testo a Geremia ma al suo amanuense, che aveva nome Baruch, ma più convenientemente si ritiene di Geremia. Il medesimo Profeta del Cristo dice anche: Ecco vengono giorni, dice il Signore, nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra. Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele sarà sicuro nella sua dimora, questo sarà il nome con cui lo chiameranno: Signore nostra giustizia 125. Sulla vocazione dei pagani, che allora doveva avvenire ed ora costatiamo nel suo adempimento, ha parlato così: Signore mio Dio, mio rifugio nel giorno della tribolazione, a te verranno i popoli dalle estremità della terra e diranno: Veramente i nostri padri hanno adorato idoli menzogneri e non v'è in loro alcun giovamento 126. Il medesimo Profeta esprime in questi termini il motivo per cui i Giudei non l'avrebbero riconosciuto, anche perché era opportuno che da loro fosse ucciso: Più duro di tutte le cose è il cuore e anche l'uomo, chi può conoscerlo? 127. Di lui è anche il passo che nel libro diciassettesimo ho citato sulla Nuova Alleanza, il cui Mediatore è Cristo 128. Dice Geremia: Ecco, verranno giorni, dice il Signore, e io concluderò con la casa di Giacobbe una nuova alleanza, e il resto che vi si legge 129.

Sofonia: vocazione dei pagani.
33. 2. Del profeta Sofonia, che era contemporaneo di Geremia, citerò queste predizioni sul Cristo: Attendimi, dice il Signore, nel giorno in cui mi rialzerò, perché è mia decisione radunare i popoli e riunire i regni 130. Dice ancora: Terribile sarà il Signore con loro, poiché annienterà tutti gli idoli della terra, mentre a lui si prostreranno, ognuno dal proprio suolo, i popoli di tutti i continenti 131. E poco dopo dice: Allora io darò ai popoli un linguaggio e la discendenza perché invochino tutti il nome del Signore e lo servano tutti sotto lo stesso giogo; da oltre i fiumi di Etiopia mi porteranno offerte. In quel giorno non avrai vergogna di tutti i tuoi misfatti, che hai commesso contro di me, perché allora eliminerò da te la perversità del tuo oltraggio e non continuerai a inorgoglirti sopra il mio santo monte, farò restare in te un popolo mansueto e umile e avrà rispetto del nome del Signore il resto d'Israele 132. Questo è il resto, di cui si preannunzia in altri passi, come anche l'Apostolo ricorda: Se fosse il numero dei figli d'Israele come la sabbia del mare il resto avrà la salvezza 133. Difatti il resto di quel popolo ha creduto nel Cristo.

Regno eterno al Messia in Daniele.
34. 1. Durante la cattività babilonese hanno profetato Daniele ed Ezechiele, gli altri due dei Profeti maggiori 134. Daniele ha stabilito cronologicamente il tempo della venuta e della passione del Cristo. Richiede tempo eseguire il computo che comunque da altri prima di me è stato eseguito nei dettagli. Del suo potere e della Chiesa ha parlato in questi termini: Guardavo nella visione notturna ed ecco venire sulle nubi del cielo uno, simile a un figlio d'uomo, giunse fino al Vegliardo e fu presentato a Lui e gli fu dato potere, gloria e regno e tutti i popoli, nazioni e lingue lo serviranno. Il suo potere è un potere eterno che non tramonta mai e il suo regno non sarà distrutto 135.

Il buon pastore in Ezechiele.
34. 2. Ezechiele secondo l'uso profetico simboleggia in Davide il Cristo perché ha assunto la carne dalla discendenza di Davide 136. Sul fondamento della forma di servo, con cui è divenuto uomo il Figlio di Dio, è denominato anche servo di Dio. Lo preannunzia dunque profeticamente, a nome di Dio Padre, con queste parole: Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo; egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore. Io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide, mio servo, sarà principe in mezzo a loro: io, il Signore, ho parlato 137. In un altro passo dice: Un solo re regnerà su tutti loro e non saranno più due popoli, né più saranno divisi in due regni; non si contamineranno più con i loro idoli, con i loro abomini e con tutte le loro iniquità. Li libererò da tutte le ribellioni con cui hanno peccato; li purificherò e saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio; e il mio servo Davide sarà re su di loro e non vi sarà che un unico pastore per tutti loro 138.

L'atteso dei popoli in Aggeo.
35. 1. Rimangono ancora tre Profeti minori che profetarono verso la fine dell'esilio. Sono Aggeo, Zaccaria e Malachia 139. Aggeo preannunzia il Cristo e la Chiesa con molta chiarezza e brevità: Questo dice il Signore degli eserciti: Ancora un po' di tempo e io attirerò il cielo e la terra, il mare e il continente, attirerò tutti i popoli e verrà il desiderato di tutti i popoli 140. Si sa per esperienza che questa profezia è in parte già adempiuta e si attende che si adempia in parte alla fine. Ha attirato il cielo con la testimonianza degli angeli e delle stelle quando si è incarnato il Cristo 141, ha attirato la terra con il grandioso prodigio del parto di una vergine 142: ha attirato il mare e il continente poiché il Cristo è predicato nelle isole e in tutto il mondo. Costatiamo così che tutti i popoli sono attirati alla fede. L'inciso che segue: E verrà il desiderato di tutti i popoli riguarda l'attesa della sua ultima venuta. Perché sia il desiderato di coloro che lo attendono, deve prima essere il prediletto dei credenti.

Il Cristo in Zaccaria.
35. 2. Zaccaria dice del Cristo e della Chiesa: Esulta grandemente o figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme; ecco a te viene il tuo re, giusto e vittorioso; umile cavalca un asino, un puledro, figlio di un'asina... Il suo dominio sarà da mare a mare e dai fiumi sino ai confini della terra 143. Si legge nel Vangelo quando avvenne il fatto che Cristo Signore usò in viaggio tale cavalcatura. Vi si richiama anche questo testo profetico in parte, per quanto parve sufficiente all'Evangelista 144. In un altro passo, parlando al Cristo con ispirazione profetica sulla remissione dei peccati nel suo sangue, dice: Anche tu nel sangue della tua alleanza hai estratto i tuoi prigionieri dal lago senz'acqua 145. Si può interpretare diversamente, sempre sul fondamento della retta fede, cosa volesse intendere col lago. A me sembra tuttavia che vi si può simboleggiare più attendibilmente la profondità arida e sterile dell'umana infelicità, in cui non siano le sorgenti della giustizia ma il fango della disonestà. Di esso anche in un Salmo si dice: Mi ha estratto dal lago dell'infelicità e dal fango della palude 146.

La Chiesa e il Cristo in Malachia.
35. 3. Malachia, preannunziando la Chiesa, che costatiamo diffusa a opera del Cristo, dice apertamente ai Giudei a nome di Dio: Non mi compiaccio di voi e non accetterò l'offerta dalle vostre mani. Poiché dall'Oriente all'Occidente grande è il mio nome fra le genti e in ogni luogo sarà sacrificata e offerta al mio nome un'oblazione pura, perché grande è il mio nome fra le genti, dice il Signore 147. Osserviamo che questo sacrificio si offre a Dio mediante il sacerdozio di Cristo secondo l'ordine di Melchisedec da Oriente a Occidente, mentre i Giudei ai quali fu detto: Non mi compiaccio di voi e non accetterò l'offerta dalle vostre mani, non possono negare che il loro sacrificio è venuto a cessare. Non v'è motivo dunque che attendano un altro Cristo poiché soltanto per mezzo di lui si poteva adempiere ciò che leggono profeticamente preannunziato e costatano in realtà adempiuto. Di lui dice poco dopo, sempre a nome di Dio: La mia alleanza con lui era di vita e di pace e io gli ho concesso di avere timore di me e rispetto del mio nome. La regola della verità era sulla sua bocca, guidando nella pace ha camminato con me e ha trattenuto molti dal male; le labbra del sacerdote infatti custodiranno la scienza e dalla sua bocca cercheranno la legge poiché è messaggero del Signore onnipotente 148. Non desta meraviglia che Gesù Cristo sia stato considerato messaggero del Signore onnipotente. Come infatti è stato considerato servo a causa dell'aspetto di servo con cui è venuto fra gli uomini, così è detto messaggero a causa del Vangelo che ha annunziato agli uomini. Infatti se traduciamo queste parole greche, notiamo che Vangelo significa "buon messaggio" e angelo "messaggero". Di lui infatti dice ancora: Ecco io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi attendete, e l'angelo dell'alleanza che voi desiderate. Ecco viene, dice il Signore onnipotente; e chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? 149. In questo passo il Profeta ha preannunziato la prima e la seconda venuta del Cristo. Della prima afferma: E subito entrerà nel suo tempio, cioè nel suo corpo, di cui dice nel Vangelo: Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere 150. Annunzia la seconda venuta quando dice: Ecco viene, dice il Signore onnipotente; e chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? La frase: Signore che voi attendete, e il messaggero dell'alleanza che voi desiderate indica metaforicamente che i Giudei, stando alle Scritture che essi leggono, attendono ancora e desiderano il Cristo. Ma molti di loro non hanno riconosciuto che era venuto Colui che attendevano e desideravano, poiché erano accecati nei propri cuori dalle colpe precedenti. Nell'alleanza che Malachia nomina in questo brano, nel primo inciso in cui dice: La mia alleanza era con lui, e nel secondo, in cui ha parlato del messaggero dell'alleanza, dobbiamo ravvisare la Nuova Alleanza, in cui sono promessi valori eterni, e non l'Antica, in cui erano promessi beni temporali. Molte persone superficiali tengono questi ultimi in grande considerazione e poiché servono Dio per la soddisfazione di simili interessi, sono sconvolti quando si accorgono che i miscredenti ne hanno in abbondanza. Perciò il medesimo Profeta, per distinguere la felicità eterna della Nuova Alleanza, che viene data soltanto ai buoni dalla prosperità terrena dell'Antica Alleanza, che spesso è data anche ai malvagi, dice: Avete proferito parole dure contro di me, dice il Signore, e andate dicendo: Che abbiamo contro di te? Avete detto: È sciocco chi serve Dio; che vantaggio abbiamo ricevuto dall'avere custodito i suoi comandamenti e dall'avere camminato in preghiera davanti al Signore onnipotente? Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicavano e, pur provocando Dio, restano impuniti. Queste parole si rivolsero fra di loro i timorati del Signore, ciascuno al suo vicino. Il Signore porse l'orecchio e li ascoltò; e fece scrivere un libro di memorie davanti a lui per coloro che onorano e temono il suo nome 151. In quel libro era simboleggiata la Nuova Alleanza. Ascoltiamo il resto: Essi diverranno, dice il Signore onnipotente, mia proprietà nel giorno che io preparo e li prediligerò come un padre predilige il figlio che gli è sottomesso; e vi convertirete e distinguerete l'uomo giusto dall'ingiusto e colui che serve Dio da colui che non lo serve. Perché ecco viene il giorno ardente come il forno e li brucerà; e tutti i superbi e gli operatori d'iniquità saranno come paglia e quel giorno venendo li incendierà, dice il Signore onnipotente, e non rimarrà di loro né radice né tralcio. E sorgerà per voi, che temete il mio nome, il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete e saltellerete come vitelli liberati dal giogo; e calpesterete gli empi ridotti in cenere sotto i vostri piedi nel giorno in cui io opero, dice il Signore onnipotente 152. Questo è quel che si chiama il giorno del giudizio. Ne parlerò più a lungo, se Dio vorrà, al momento opportuno 153.

Contributo dei libri di Esdra, Ester e Maccabei.
36. Dopo questi tre Profeti, Aggeo, Zaccaria e Malachia, durante il periodo della liberazione del popolo dalla schiavitù di Babilonia, scrisse anche Esdra. Però egli è considerato più uno storiografo che un profeta. Simile è il Libro di Ester, la cui opera a lode di Dio si esplica, pressappoco, in quel periodo. Si può tuttavia ritenere che anche Esdra ha preannunziato profeticamente il Cristo perché era sorta tra alcuni giovani la discussione che cosa avesse più valore nella realtà. Uno disse i re, un altro il vino, un terzo le donne perché spesso comandano anche ai re, tuttavia costui dimostrò che la verità è vittoriosa su tutte le cose 154. Esaminando il Vangelo apprendiamo che il Cristo è verità. Da questo periodo alla restaurazione del tempio non si ebbero in Giudea re ma principi fino ad Aristobulo 155. Però la cronologia di questo periodo non si ha nei libri della Scrittura, considerati canonici, ma in altri, fra cui i Libri dei Maccabei che non i Giudei ma la Chiesa ritiene canonici a causa della pena di morte subita con ammirevole coraggio da alcuni martiri i quali, prima che il Cristo venisse nel mondo, si batterono fino alla morte e sopportarono indicibili sofferenze per la legge di Dio 156.

Anteriorità dei profeti sulla cultura classica.
37. Nel periodo dei nostri Profeti, i cui scritti sono ormai conosciuti da quasi tutti i popoli, e molto tempo dopo di loro, vi furono fra i pagani i filosofi che si designavano ormai con questo nome. Aveva cominciato con Pitagora di Samo, il quale iniziò a segnalarsi per celebrità al tempo in cui ebbe fine la cattività dei Giudei 157. Si deve quindi ammettere che gli altri filosofi vissero molto tempo dopo i Profeti. Si rileva nella Cronaca che visse dopo di Esdra lo stesso Socrate di Atene, maestro di tutti coloro che furono illustri in quel tempo, perché aveva il primato in quella parte della filosofia, che si dice morale o pratica 158. Non molto tempo dopo nacque anche Platone che avrebbe superato di gran lunga gli altri discepoli di Socrate. Possiamo aggiungere anche i precedenti, che ancora non erano chiamati filosofi, cioè i sette sapienti e poi i naturalisti che seguirono a Talete, imitandone l'interesse nella ricerca sulla natura, cioè Anassimandro, Anassimene, Anassagora e alcuni altri prima che Pitagora parlasse del filosofo. Anche costoro cronologicamente non vengono prima di tutti i nostri Profeti. Difatti è noto che Talete, il quale precede gli altri, si è segnalato quando regnava Romolo, cioè quando dalle sorgenti d'Israele scaturì il fiume della profezia in quelle produzioni letterarie che dovevano riversarsi in tutto il mondo. Risulta che soltanto i tre teologi poeti Orfeo, Lino, Museo, e se ve ne fu qualcun altro in Grecia, sono anteriori ai Profeti ebrei 159, i cui libri riteniamo autenticamente ispirati. Però neanche essi precedettero nel tempo il vero nostro teologo Mosè che ha parlato secondo verità dell'unico vero Dio e i cui libri sono i primi nel canone degli autenticamente ispirati. Perciò, per quanto attiene ai Greci, sebbene nella loro lingua la letteratura profana abbia avuto il massimo sviluppo, non hanno alcun motivo di vantare la propria cultura nel confronto con la nostra religione, in cui è la vera cultura, se non più forbita, certamente più antica. Però, bisogna confessarlo, non in Grecia, ma in popoli di diversa civiltà, come in Egitto, vi era prima di Mosè una forma di sapere, che poteva esser considerata come loro cultura, altrimenti non sarebbe scritto nella Bibbia che fu istruito secondo la cultura dell'Egitto, quando, nato nel paese, adottato e allevato dalla figlia del faraone, vi fu anche educato a livello intellettuale 160. Ma non è possibile che la cultura dell'Egitto preceda nel tempo la cultura dei nostri Profeti se anche Abramo fu profeta 161. Non era possibile infatti che in Egitto vi fosse una cultura prima che Iside, riconosciuta e onorata dopo la morte come una grande dea, trasmettesse l'erudizione. Ma si dice che Iside fu figlia d'Inaco, il quale per primo regnò ad Argo quando erano già nati i nipoti di Abramo 162.

Testi autentici e apocrifi.
38. E se risalgo di molto ai tempi più antichi, anche prima del grande diluvio visse Noè, nostro Patriarca, che giustamente dovrei considerare anche come profeta, se l'arca, che costruì e con la quale si mise in salvo assieme ai suoi, fu un preannunzio profetico dei tempi cristiani. Inoltre nella lettera canonica dell'apostolo Giuda si afferma che anche Enoch, il settimo da Abramo, ha profetato 163. La straordinaria antichità ha fatto sì che gli scritti di costoro non fossero ritenuti autentici né dai Giudei né dai cristiani e sembrava opportuno che si ritenessero apocrifi affinché non fossero allegati i falsi per i veri. Difatti vengono allegati degli scritti che potrebbero essere loro attribuiti da persone che, a favore di una loro opinione, li interpretano alla rinfusa come vogliono. Ma la purezza del canone non li ha accolti, non perché sia respinta l'autorevolezza di quegli uomini che piacquero a Dio, ma perché quegli scritti non sono ritenuti genuini. Non deve meravigliare che siano considerate apocrife opere che si presentano col marchio di produzioni archeologiche. Anche nella storiografia dei regni di Giuda e d'Israele, la quale contiene avvenimenti che accettiamo perché accreditati da libri canonici, vi sono però narrati molti fatti che non sono riportati in essi, si rimanda però ad altri libri, scritti da Profeti, che anzi in qualcuno è citato perfino il loro nome 164, tuttavia non sono inseriti nel canone che il popolo di Dio ha accolto. Mi sfugge, confesso, il motivo del fatto. Ritengo però che anche coloro, ai quali lo Spirito Santo rivelava le verità che dovevano appartenere alla credibilità della religione, hanno potuto scrivere alcuni libri come uomini con storica accuratezza ed altri come profeti per divina ispirazione e che tali scritti furono così distinti in modo che i primi furono aggiudicati ad essi, gli altri a Dio che parlava per loro mezzo. Così gli uni appartennero all'incremento della erudizione, gli altri alla credibilità della religione. Da questa credibilità è difeso il canone. E se fuori di esso si citano scritti col nome dei veri Profeti, i quali non siano validi all'incremento della cultura perché è incerto che siano di coloro ai quali sono attribuiti e perciò non si presta loro credito, soprattutto a quelli in cui si leggono pensieri che contrastano anche con la credibilità dei libri canonici, è chiaro che non sono dei veri profeti.

L'acculturazione in Egitto e in Israele.
39. Non si deve quindi dare ascolto ad alcuni i quali suppongono che soltanto la lingua ebrea fu conservata da quell'uomo chiamato Eber, da cui deriva l'appellativo di Ebrei, e che da lui fu trasmessa ad Abramo. La perizia del leggere e scrivere quindi avrebbe avuto inizio dalla legge che fu data a Mosè. Al contrario, attraverso il succedersi dei Patriarchi, la lingua suddetta fu custodita assieme ad opere scritte. In seguito Mosè stabilì nel popolo individui incaricati d'insegnare a leggere e scrivere, prima che gli Ebrei conoscessero gli scritti della legge divina. La Bibbia li chiama termine che può significare coloro che iniziano o introducono l'attitudine al leggere e scrivere, perché la iniziano, cioè la introducono in certo senso nella coscienza degli allievi o meglio iniziano ad essa gli allievi. Nessun popolo dunque si può vantare per vanagloria dell'antichità della propria cultura in riferimento ai nostri Patriarchi e Profeti, ai quali era inerente la divina sapienza. Neanche l'Egitto, che abitualmente si vanta con imposture e frivolezze delle antichità delle proprie dottrine, può affermare d'aver preveduto nel tempo con una propria qualsivoglia cultura la cultura dei nostri Patriarchi. Non si può assolutamente affermare che fossero buoni intenditori di singolari rami del sapere, prima che imparassero a leggere e a scrivere, cioè prima che venisse Iside e l'insegnasse loro. Infatti la loro famosa dottrina, considerata cultura, era soprattutto l'astronomia o un'altra delle branche del sapere, utile più ad esercitare l'ingegno che ad educare l'intelligenza con la vera sapienza. Per quanto attiene la filosofia, che si prefigge d'insegnare qualcosa per cui gli uomini diventino felici, fu uno studio che nel paese sviluppò al tempo di Mercurio, chiamato Trismegisto, cioè molto prima dei sapienti e filosofi della Grecia, ma dopo Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe ed anche dopo lo stesso Mosè 165. Risulta che nel tempo in cui nacque Mosè, viveva il grande astrologo Atlante, fratello di Prometeo, nonno materno di Mercurio il Vecchio, di cui fu nipote il suddetto Mercurio Trismegisto 166.

Confronto di culture.
40. Ciarlano invano con boriosa millanteria dicendo che sono passati più di centomila anni da quando l'Egitto ha formulato la teoria delle stelle. Non si capisce in quali libri abbiano scovato questo numero se hanno appreso a leggere e scrivere da Iside, loro maestra, non molto più di duemila anni addietro. Non è uno storiografo di scarso valore Varrone che tramanda questa notizia, la quale non dissente dalla verità della sacra Scrittura 167. Dal primo uomo, chiamato Adamo, non sono ancora trascorsi seimila anni. Quindi costoro diventano oggetto piuttosto di scherno che di polemica, perché tentano di accreditare notizie così diverse sulla estensione della cronologia e molto contrarie a questa verità tanto accertata. A nessun teste, che narra avvenimenti passati, si crede più volentieri che a quello il quale ha anche predetto eventi futuri che ora esperimentiamo presenti. Anche il dissenso degli storici ci offre l'occasione di credere di più a chi non contrasta con la Storia sacra che noi conserviamo. Certamente i cittadini dell'empia città diffusa da ogni parte nel mondo, quando vengono a sapere che uomini assai dotti, la cui autorevolezza non si può respingere, dissentono su fatti molto remoti dagli strumenti di trasmissione della nostra età, non sanno decidere a chi credere. Noi invece, sostenuti nella nostra religione dall'autorità divina, non possiamo dubitare che è falsissima qualsiasi notizia che le si oppone, come che siano gli altri contenuti nella letteratura profana che, veri o falsi, non hanno importanza per farci vivere nell'onestà e nella felicità.

L'autorità dei filosofi e della Bibbia.
41. 1. Ma per lasciar da parte la conoscenza della storia, sembra che i filosofi, dai quali siamo passati alle suddette riflessioni, hanno atteso alle proprie indagini, soltanto per scoprire come si debba vivere in corrispondenza al raggiungimento della felicità. Eppure gli allievi hanno dissentito dai maestri, gli allievi fra di loro, per il solo motivo che hanno svolto queste ricerche da uomini con sentimenti e intendimenti umani. Era possibile che in queste cose vi fosse l'interesse per la fama, per cui ciascuno vuole apparire più saggio e ingegnoso dell'altro, non asservito in qualsiasi maniera al modo di pensare altrui, ma iniziatore della propria teoria e sistema. Posso anche ammettere che alcuni, anzi molti di essi, che l'amore della verità distolse dagli scolarchi e dai compagni di studio, si batterono per quella che ritenevano la verità, sia che lo fosse o no. Ma l'umana infelicità non sa cosa fare, da dove e dove dirigersi per raggiungere la felicità, se non la guida l'autorità divina. Inoltre non può avvenire che i nostri autori, nei quali non inutilmente si stabilisce e si conchiude il canone della sacra Scrittura, siano in qualche modo discordi fra di loro. Quindi a ragione, quando essi trasmettevano quelle verità, non pochi dei parolai intenti a diatribatiche discussioni nelle scuole e nei ginnasi, ma tante e tante popolazioni, nei campi e nelle città, con uomini colti e illetterati, credettero che Dio aveva parlato loro, ossia per mezzo loro. Dovevano esser pochi affinché col numero non si svilisse ciò che necessariamente è di pregio nella religione, tuttavia non così pochi che il loro consenso non sia oggetto di ammirazione. Invece nel gran numero dei filosofi, i quali anche con attività letteraria hanno lasciato documenti delle proprie teorie, non è facile trovarne alcuni, i cui pensamenti si accordino. È troppo lungo dimostrarlo in questa opera 168.

Dissenso nella sapienza classica.
41. 2. Non c'è nella città adoratrice dei demoni uno scolarca così accettato da escludere gli altri che hanno sostenuto teorie diverse o contrarie. Ad Atene, per esempio, erano famosi tanto gli epicurei, i quali affermavano che gli eventi umani non appartengono all'ordinamento degli dèi, quanto gli stoici i quali, sostenendo il contrario, affermavano che gli uomini sono sostenuti e difesi dall'aiuto e protezione degli dèi. Mi meraviglio quindi che Anassagora fu ritenuto colpevole perché affermò che il sole è una pietra infuocata e non un dio 169. Eppure nella medesima città Epicuro eccelleva nella fama e viveva tranquillo, sebbene professasse che il sole o un altro astro non sono dio e sostenesse che né Giove né un altro dio fossero presenti nel mondo in modo che a loro pervenissero le preghiere e le invocazioni degli uomini 170. V'erano nella città Aristippo, che riponeva il bene supremo nel piacere sensibile, e Antistene, il quale affermava che l'uomo diviene felice con la perfezione dello spirito. Erano due filosofi conosciuti e ambedue discepoli di Socrate, eppure assegnavano l'essenza del vivere in fini così diversi e contrari, sicché il primo sosteneva che il saggio deve evitare il governo dello Stato, l'altro che lo deve assumere 171. E ciascuno dei due accoglieva allievi a frequentare la propria scuola. Dunque, all'aperto, nel ben visibile e frequentatissimo portico, nei ginnasi, nei giardinetti, in luoghi pubblici e privati, discutevano a gruppi, ciascuno a favore della propria teoria. Alcuni affermavano l'esistenza di un solo mondo, altri d'infiniti, alcuni che l'unico mondo aveva avuto inizio, altri che non l'aveva avuto, alcuni che sarebbe finito, altri che sarebbe rimasto per sempre, alcuni che era retto dalla intelligenza divina, altri fatalmente dal caso, alcuni che le anime sono immortali, altri che sono mortali; di quelli che sostenevano l'immortalità, alcuni che le anime ritornano negli animali, altri no; di quelli che sostenevano la mortalità, alcuni che l'anima cessa di esistere assieme al corpo, altri che continua a vivere per un po' o anche a lungo, tuttavia non per sempre; alcuni sostenevano che il bene ultimo è nel corpo, altri nell'anima, altri in ambedue e altri aggiungevano all'anima e al corpo anche i beni esterni; alcuni sostenevano che si deve prestare l'assenso ai sensi sempre, altri non sempre, altri mai. E mai un popolo, un senato, un potere o autorità pubblica della città miscredente ha provveduto a dare un giudizio su queste e le altre quasi innumerevoli teorie discordanti dei filosofi per approvarne e accoglierne alcune, per riprovare e respingerne altre. Anzi disordinatamente, senza discernimento, alla rinfusa, hanno accolto nel proprio interno tante discussioni diatribatiche d'individui in disaccordo non sui campi, sulle case o per un qualche motivo finanziario, ma su significati per cui si conduce una vita infelice o felice. E sebbene in quegli incontri si sostenevano delle verità, con altrettanta libertà però si difendevano gli errori, al punto che non irragionevolmente una simile città ricevette l'appellativo simbolico di Babilonia. Babilonia infatti si traduce "confusione". Ricordo di averlo già detto 172. Né importa al diavolo, suo re, per quali errori contrari si accapiglino, perché li lega egualmente a sé sul fondo di una grande e varia miscredenza.

Accordo nella sapienza rivelata.
41. 3. Al contrario la nazione, il popolo, la città, lo Stato, gli Israeliti, ai quali fu affidata la parola di Dio, non confusero con la parità del libero esercizio gli pseudoprofeti con i veri Profeti, ma erano da loro riconosciuti e accettati come veritieri autori della sacra Scrittura quelli che erano fra di sé concordi e in nulla dissentivano. Essi erano per loro filosofi, cioè amatori della sapienza, sapienti, teologi, profeti, maestri di morale e religione. Chiunque ha pensato e agito in conformità ai loro scritti, ha pensato e agito in conformità al volere non degli uomini, ma di Dio che ha parlato per loro mezzo. Se vi è stata proibita l'offesa a Dio, è Dio che l'ha proibita. Se è stato raccomandato: Onora tuo padre e tua madre, è Dio che l'ha comandato. Se è stato ingiunto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare 173, e gli altri comandamenti, queste non furono parole umane, ma oracoli divini. Alcuni filosofi, a parte gli errori che hanno sostenuto, han potuto scoprire il vero e in laboriose discussioni si sono impegnati a dimostrare che Dio ha posto nel divenire questo mondo e che lo ordina con infinita provvidenza in ordine alla moralità delle virtù, all'amore di patria, alla fedeltà nell'amicizia, alle buone opere e a tutti gli obiettivi che riguardano i buoni costumi, sebbene ignorassero a qual fine tutti questi valori si devono riferire e in base a quale norma 174. Invece nella città celeste essi furono raccomandati al popolo dalle parole dei Profeti, cioè di Dio, sebbene per mezzo di uomini, e non inculcati da discussioni diatribatiche, in modo che chi li conosceva temeva di offendere non l'ingegno dell'uomo ma la parola di Dio.

La Bibbia in Egitto.
42. Anche uno dei Tolomei, sovrani d'Egitto, s'interessò a conoscere e ad avere i libri della sacra Scrittura. Avvenne dopo la stupefacente e non lunga egemonia di Alessandro il Macedone, chiamato il Grande, con la quale aveva assoggettato tutta l'Asia, anzi quasi tutto il mondo, in parte con la forza e con le armi, in parte col terrore. Avendo aggredito assieme alle altre regioni dell'Oriente anche la Giudea, la conquistò 175. Alla sua morte, poiché i suoi generali non avrebbero diviso l'impero molto esteso, per possederlo nella pace scambievole, ma l'avrebbero sconvolto devastando tutto con le guerre, l'Egitto cominciò ad avere come re i Tolomei. Il primo, figlio di Lago, trasferì molti come prigionieri dalla Giudea nell'Egitto 176. Il suo successore, un altro Tolomeo, soprannominato Filadelfo, permise che tornassero liberi tutti quelli che il predecessore aveva tradotto in esilio, mandò regali al tempio di Dio e chiese ad Eleazaro, pontefice in quel tempo, che gli fossero dati i libri della Scrittura perché aveva udito, dalla diffusa opinione pubblica, che erano di origine divina e aveva desiderato di averli nella biblioteca che aveva reso molto celebre 177. Poiché il suddetto pontefice glieli spedì in ebraico, egli chiese anche i traduttori. Furono incaricati settantadue uomini, cioè sei per ogni tribù d'Israele, espertissimi in tutte e due le lingue, cioè ebraica e greca. È invalso l'uso che la loro traduzione sia denominata dei "Settanta". Si tramanda che il loro accordo nelle parole fu così ammirevole, sorprendente e addirittura divino che, sebbene ciascuno attendesse al proprio lavoro per conto suo, poiché Tolomeo volle così esperimentare la loro capacità, non discordarono fra di loro nel significato e nella forma grammaticale delle parole e neanche nella struttura della proposizione. Sembrava che fosse un solo traduttore e la loro traduzione era così omogenea, poiché di fatto c'era in tutti una sola ispirazione. Avevano perciò ricevuto un incarico tanto ammirevole affinché di quei libri, non come opere umane ma divine, quali erano veramente, fosse avvertita l'autorevolezza, la quale un giorno doveva giovare ai popoli che avrebbero creduto. È un evento che oggi osserviamo adempiuto.

Ispirazione anche nei Settanta(?).
43. Vi sono stati altri intenditori che hanno tradotto i libri della sacra Scrittura dall'ebraico al greco, come Aquila, Simmaco, Teodozione; v'è anche una versione, il cui autore è ignoto e perciò a causa della sua anonimia è chiamata la quinta versione. Tuttavia la Chiesa ha accettato quella dei Settanta, come se fosse l'unica e la usano i popoli cristiani di lingua greca, la maggior parte dei quali non sa se ve ne sia un'altra qualsiasi. Della traduzione dei Settanta si ha anche la traduzione in latino, che usano le Chiese di lingua latina, sebbene ai nostri giorni sia vissuto il prete Girolamo, uomo assai colto e conoscitore delle tre lingue, il quale ha tradotto i libri della Bibbia in latino, non dal greco ma dall'ebraico. Ma sebbene i Giudei ritengano valida la sua opera erudita e sostengano che i Settanta hanno parecchi errori, tuttavia le Chiese di Cristo giudicano che nessuno si deve preferire all'autorevolezza di tanti uomini, scelti da Eleazaro, pontefice in quel tempo, a un'opera così grande. Infatti anche se in essi non si fosse manifestata un'unica ispirazione, certamente divina, ma avessero confrontato reciprocamente, secondo l'uso comune, le parole delle particolari traduzioni, in modo che fosse confermato il testo che era accettato da tutti, non doveva essere preferito a loro uno che aveva tradotto da solo. Dato che in loro apparve un segno così manifesto dell'intervento divino, è fedele quel traduttore dei libri della sacra Scrittura dall'ebraico a qualsiasi altra lingua che conviene con i Settanta, o se non conviene, si deve avvertire in quel passo un profondo significato profetico. Lo Spirito, che agiva nei Profeti quando hanno parlato, agiva anche nei Settanta quando hanno tradotto. È possibile che lo Spirito, con autorità divina, abbia suggerito un altro significato nella versione come se il Profeta avesse inteso l'uno e l'altro, poiché era il medesimo Spirito a parlare in ambedue i sensi, o meglio il medesimo significato diversamente cosicché, se non le medesime parole, almeno ai buoni intenditori apparisse il medesimo significato. Ha potuto far tralasciare qualcosa e qualcosa aggiungere affinché anche da questo fatto si mostrasse che in quell'attività non prevaleva l'umana soggezione, che il traduttore subiva dalle parole, ma un divino potere che riempiva e guidava l'intelligenza del traduttore. Alcuni hanno pensato che si dovesse correggere secondo i codici ebraici il testo greco della traduzione dei Settanta, tuttavia non hanno osato detrarre ciò che il testo ebraico non aveva e i Settanta avevano inserito, aggiunsero però incisi che, rintracciati nel testo ebraico, non apparivano nei Settanta e li contrassegnarono all'inizio dei singoli versetti con alcuni segni tracciati a forma di stelle, che chiamano asterischi. Hanno egualmente contrassegnato gli incisi, che non ha il testo ebraico ma i Settanta, ai capoversi con lineette orizzontali, come nella scrittura onciale. Molti testi, anche latini, che hanno queste indicazioni, sono diffusi da ogni parte. Le frasi, che non sono state né omesse né aggiunte, ma espresse diversamente, se hanno un altro significato non incompatibile, oppure si capisce che in forma diversa espongono il medesimo significato, si possono precisare soltanto con un esame comparato di entrambi i testi. Se dunque, come è doveroso, noi cerchiamo nei libri della Bibbia soltanto ciò che ha detto lo Spirito di Dio per mezzo di uomini, dobbiamo ammettere che tutto quello che si trova nel testo ebraico e non si ha nei Settanta, lo Spirito di Dio non l'ha voluto dire per mezzo di costoro, ma dei Profeti. Tutto ciò che invece è nei Settanta e non si ha nel testo ebraico, lo Spirito ha preferito manifestarlo per mezzo dei primi e non degli altri mostrando così che ambedue furono profeti. Così Egli ha manifestato alcune verità per mezzo d'Isaia, altre per mezzo di Geremia, altre per mezzo di un altro profeta, ma anche in forma diversa le medesime verità per mezzo dell'uno e dell'altro, come ha voluto. Ma l'unico e medesimo Spirito ha voluto manifestare per mezzo di ambedue quel che in essi si trova, ma in maniera che essi precedessero profetando, i Settanta seguissero traducendoli profeticamente. Difatti come nei primi, che dicevano cose vere e concordanti, vi fu lo Spirito della concordia, così negli altri che, senza confrontarsi, tradussero il tutto, per così dire, col medesimo linguaggio, vi fu l'unico e medesimo Spirito.

Divergenze dei Settanta col testo ebraico.
44. Ma qualcuno può obiettare: Come posso sapere ciò che il profeta Giona ha detto ai Niniviti: Ancora tre giorni e Ninive sarà distrutta, ovvero: Ancora quaranta giorni 178? È facile capire che non era possibile dire l'uno e l'altro dal Profeta, mandato ad atterrire la città con la minaccia dell'imminente sterminio. Se alla città la rovina fosse giunta al terzo giorno, non era al quarantesimo, se al quarantesimo, non al terzo. Se si chiede a me quale delle due scadenze avesse comminato, penso che sia preferibile il testo ebraico: Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta. I Settanta, che tradussero molto tempo dopo, hanno potuto dare l'altra versione che tuttavia si addiceva al fatto, si adattava a un medesimo concetto, sebbene con diverso significato, e avvisava il lettore, senza sprezzo per entrambe le autorità, di volgersi dalla narrazione storica alla ricerca delle verità, per simboleggiare le quali la storia è stata scritta. Quei fatti sono certamente avvenuti nella città di Ninive, ma hanno simboleggiato qualcosa che va al di là del limite di quella città, come è avvenuto, che il profeta stesso fu per tre giorni nel ventre di una balena 179, ma simboleggiò che per tre giorni sarebbe rimasto nell'oltretomba colui che è il Signore di tutti i Profeti 180. Si può ammettere che nella città di Ninive è stata giustamente allegorizzata la Chiesa dei popoli, abbattuta mediante il pentimento, affinché non fosse più quel che era stata. Poiché, dunque, questo fatto si è verificato per la mediazione del Cristo nella Chiesa dei popoli, di cui Ninive era un'allegoria, il Cristo stesso è simboleggiato tanto nei quaranta come nei tre giorni: nei quaranta, perché li trascorse dopo la risurrezione con i discepoli, prima di salire al cielo, nei tre giorni perché è risorto al terzo giorno. È come se i Settanta, traduttori e profeti a un tempo, abbiano scosso dal sonno il lettore, desideroso di nient'altro che di rimanere attaccato alla descrizione degli avvenimenti, stimolandolo ad approfondire la sublimità della profezia e gli abbiano in qualche modo suggerito: "Nei quaranta giorni cerca di scoprire quello stesso significato in cui potrai ravvisare anche i tre giorni; troverai i primi nell'ascensione, gli altri nella sua risurrezione". Perciò con l'uno e l'altro numero si poteva molto convenientemente ottenere un simbolo, uno nel profeta Giona, l'altro nella profezia dei Settanta, tuttavia in essi ha parlato l'unico e medesimo Spirito. Evito di dilungarmi per non esaminare a lungo i casi in cui i Settanta sembrano dissentire dalla verità del testo ebraico, mentre bene interpretati sono concordi. Perciò anche per seguire, nel mio limite, l'esempio degli Apostoli, perché anche essi hanno allegato testimonianze profetiche da ambedue, cioè dal testo ebraico e dai Settanta, ho pensato di valermi dell'una e dell'altra autorità, perché l'una e l'altra sono la sola medesima autorità divina. Ma proseguiamo, come ci è possibile, quel che rimane.

La Chiesa, città di Dio nella storia [45-54]

La Chiesa tempio del Signore.
45. 1. Dopo che il popolo giudaico cominciò a non avere più Profeti, senza dubbio divenne peggiore, proprio in quel tempo in cui con la ricostruzione del tempio dopo la schiavitù in Babilonia sperava di avere una vita più prospera. Quella razza carnale interpretava in questo senso quel che fu preannunziato dal profeta Aggeo con le parole: La fama di questa casa nuova sarà più grande della prima 181. L'aveva fatto capire poco prima che il passo era riferito alla Nuova Alleanza con le parole con cui dice parlando apertamente del Cristo: Muoverò tutti i popoli e verrà il desiderato di tutti i popoli 182. In questo passo i Settanta hanno espresso con autorità profetica un altro significato più adatto al corpo che al capo, cioè più alla Chiesa che al Cristo: Verranno le cose elette del Signore da tutti i popoli, cioè gli uomini di cui Gesù ha detto nel Vangelo: Molti sono i chiamati, pochi gli eletti 183. Con questi eletti delle nazioni viene edificato il tempio di Dio nella Nuova Alleanza con pietre vive, molto più illustre del tempio che fu costruito da Salomone o ricostruito dopo la cattività. Per questo da quel periodo il popolo giudaico non ebbe Profeti e fu umiliato con molte sconfitte da re stranieri e dagli stessi Romani, affinché non si presumesse che questa profezia di Aggeo fosse compiuta con la ricostruzione del tempio.

Da Alessandro a Giuda Maccabeo.
45. 2. Poco dopo fu assoggettato con la venuta di Alessandro senza nessun saccheggio perché non osarono resistergli e perciò lo accolsero facilmente rabbonito dalla loro sottomissione, tuttavia il buon nome di quella casa non fu così grande come era nel libero potere dei propri re. Difatti Alessandro offrì vittime nel tempio di Dio, non perché convertito al suo culto da vero sentimento religioso, ma perché pensava con leggerezza da miscredente che egli doveva essere adorato assieme ai falsi dèi 184. Poi Tolomeo, figlio di Lago, come ho ricordato precedentemente, dopo la morte di Alessandro li condusse prigionieri in Egitto. Il successore Tolomeo Filadelfo, molto ben disposto, li lasciò tornare. A lui si deve, come ho narrato poco fa, che avessimo la traduzione dei Settanta. Poi furono afflitti dalle guerre che sono esposte con tanti particolari nei Libri dei Maccabei. In seguito furono soggiogati dal re di Alessandria Tolomeo, chiamato Epifane, poi spinti con molte e gravissime pene al culto degli idoli dal re di Siria Antioco 185. Il tempio stesso fu violato dalle sacrileghe pratiche religiose dei pagani, finché il loro valorosissimo condottiero Giuda, chiamato anche Maccabeo, dopo aver respinto i generali di Antioco, lo purificò da ogni contaminazione 186.

Da Alcimo alla nascita di Gesù.
45. 3. Non molto tempo dopo un certo Alcimo, pur essendo estraneo al rango sacerdotale, quindi contro ogni diritto sacrale, per ambizione si fece eleggere pontefice 187. Da questo fatto dopo una cinquantina di anni, durante i quali tuttavia non ebbero pace, sebbene avessero compiuto anche alcune imprese con esito favorevole, Aristobulo, primo di loro, accaparrandosi la corona, divenne re e pontefice. Precedentemente, da quando erano rientrati dall'esilio babilonese e fu ricostruito il tempio, non ebbero re, ma condottieri e principi, sebbene chi è re si possa considerare principe dal primato nel potere e condottiero perché guida gli eserciti, ma senz'altro non coloro, che sono principi o condottieri, possono anche essere considerati re, come questo Aristobulo. Gli successe Alessandro, anche egli re e pontefice che, come si narra, esercitò il potere con crudeltà contro i sudditi. Dopo di lui la moglie Alessandra fu regina dei Giudei, ai quali da quel tempo sopravvennero mali ancora peggiori. I figli di Alessandra, Aristobulo e Ircano, contrastandosi per il potere, provocarono l'intervento dell'esercito romano contro il popolo d'Israele. Ircano appunto chiese il loro aiuto contro il fratello. Allora Roma aveva già assoggettato l'Africa e la Grecia e avendo esteso il proprio dominio ampiamente in altre parti del mondo, come se non fosse più capace di contenersi, in certo senso s'era logorata per la sua stessa potenza. Aveva approdato infatti a gravi rivolte interne e da esse alle guerre sociali e subito dopo civili e s'era così fiaccata e svigorita che le si imponeva il passaggio dalla repubblica alla monarchia. Pompeo, celebre condottiero del popolo romano, entrato in Giudea con l'esercito, occupa la capitale, riapre il tempio non con la devozione dell'orante ma per diritto del vincitore, entra, non come devoto ma come profanatore, nella parte sacrale del tempio, nella quale soltanto al sommo sacerdote era lecito entrare. Dopo aver confermato l'autorità pontificale di Ircano e imposto al popolo sottomesso Antipatro come sorvegliante, carica che allora era definita dei procuratori, condusse con sé Aristobulo in catene. Da allora i Giudei cominciarono a essere anche tributari di Roma. In seguito Cassio depredò anche il tempio. Poi dopo pochi anni meritarono di avere un re straniero, Erode. Durante il suo regno nacque il Cristo. Era giunta infatti ormai la pienezza dei tempi 188, simboleggiata con profetica ispirazione dalle parole del patriarca Giacobbe quando disse: Non mancherà un capo da Giuda né un condottiero della sua stirpe, finché venga colui a cui è riferita la promessa ed egli sarà l'attesa dei popoli 189. Non mancò un capo da Giuda fino ad Erode, il primo re straniero che ebbero i Giudei. Dunque era giunto il tempo in cui doveva venire colui, al quale era riferito ciò che era promesso con la Nuova Alleanza: cioè, che egli fosse l'attesa dei popoli. Era impossibile che i popoli ne attendessero la venuta, come osserviamo che è atteso perché venga a emettere il giudizio nello splendore della potenza, se prima non credevano in lui, quando è venuto per assoggettarsi al giudizio nell'umiltà della pazienza.

La diaspora ebraica e la Chiesa.
46. Mentre in Giudea era re Erode e a Roma, in seguito al cambiamento della forma di Stato, era imperatore Cesare Augusto e mentre, grazie a lui, il mondo era in pace, nacque il Cristo, secondo la predizione profetica in Betlem di Giudea 190, visibilmente uomo da una creatura umana vergine, invisibilmente Dio da Dio Padre. Aveva infatti predetto il Profeta: Ecco una vergine concepirà e partorirà un figlio e lo chiameranno Emanuele che significa Dio con noi 191. Egli, per segnalarsi come Dio, ha compiuto molti miracoli. Il Vangelo ne narra alcuni soltanto nei limiti richiesti per segnalarlo all'attenzione. Il primo dei miracoli è la sua nascita prodigiosa, l'ultimo l'ascensione al cielo col suo corpo glorificato. I Giudei, che lo uccisero e non vollero credere che erano ineluttabili la sua morte e risurrezione, sottoposti dai Romani alla strage più desolante, costretti al completo ad emigrare dal regno, in cui dominavano già re stranieri e dispersi per il mondo, giacché non mancano in nessuna parte, mediante i loro libri della Bibbia, ci sono di prova che noi non abbiamo inventato nulla sul Cristo. Molti di loro, esaminandoli attentamente, credettero in lui, anche prima della sua passione e soprattutto dopo la sua risurrezione. Di loro è stato preannunziato: Se il numero dei figli d'Israele fosse come la sabbia del mare, solo una parte si libererà 192. Gli altri divennero ciechi e di essi è stato predetto: Divenga la loro tavola per loro un tranello, una resa dei conti, un inciampo. Si offuschino i loro occhi affinché non vedano, sfibra per sempre i loro fianchi 193. Quindi sebbene non credono alla nostra Bibbia, si avvera in essi la loro perché la leggono da ciechi. Qualcuno potrebbe dire che i cristiani hanno inventato quelle profezie sul Cristo che si allegano col nome della Sibilla e di altri, se ve ne sono di quelle che non appartengono alla razza dei Giudei. A noi in verità bastano quelle che vengono allegate dal testo dei nostri avversari che riconosciamo per la prova che, sebbene a malincuore, ci offrono ritenendo e conservando il medesimo testo, che anche esso, cioè, è divulgato fra tutti i popoli, per ogni dove si diffonde la Chiesa. Sul fatto è stata fatta precedere una profezia nei Salmi, che anche essi leggono, in questo passo: Mio Dio, la sua bontà mi verrà in aiuto. Il mio Dio me lo ha mostrato nei miei nemici. Non ucciderli, affinché non dimentichino la tua legge, nella tua bontà falli andare in vari luoghi 194. Dunque Dio ha mostrato alla Chiesa mediante i Giudei, suoi avversari, il favore della sua bontà perché, come dice l'Apostolo, il loro delitto è la salvezza per i pagani 195. Perciò non li ha uccisi, cioè non li ha fatti scomparire perché sono Giudei, sebbene furono sconfitti e sopraffatti dai Romani affinché non avvenisse che, dimentichi della legge di Dio, non offrissero quella prova, di cui sto parlando. Perciò non bastava dire: Non ucciderli affinché non dimentichino la tua legge, se non aggiungeva: Falli andare in vari luoghi perché se con questa attestazione a favore della Scrittura fossero rimasti soltanto nel proprio paese non ovunque, la Chiesa, che è in ogni parte del mondo, poteva servirsene fra tutti i popoli come testimoni di quelle profezie che sono state preannunziate del Cristo.

La Città di Dio nei pagani e in Giobbe.
47. Mettiamo che si venga a sapere che un qualsiasi straniero, cioè non proveniente dalla razza d'Israele e non accolto da quel popolo nel novero degli agiografi, ha profetato qualcosa sul Cristo. Se lo scritto è arrivato o arriverà alla nostra conoscenza, si può da noi considerare come un aggiunto, non perché sia indispensabile recuperarlo, se venisse a mancare, ma perché si ritiene ragionevolmente che anche fra gli altri popoli vi furono individui ai quali fu rivelato questo mistero. Vi furono anche coloro i quali furono indotti a preannunziare questi eventi, tanto se furono provvisti di quella grazia come se ne furono sforniti, ma informati dagli angeli cattivi. Sappiamo che costoro riconobbero il Cristo presente che i Giudei non ammettevano 196. Ritengo che neanche i Giudei osino sostenere che nessuno, fuorché gli Israeliti, si fosse dedicato a Dio da quando ebbe inizio la razza da Israele con la destituzione del suo fratello maggiore. Certamente non ci fu nessun altro popolo che si potesse considerare veramente popolo di Dio. Non possono negare però che anche negli altri popoli vi furono per un vincolo derivante dal cielo degli appartenenti ai veri Israeliti, cittadini della patria dell'alto. Se lo negano, vengono facilmente confutati dal santo e meraviglioso Giobbe che non fu né indigeno né proselito, cioè un forestiero del popolo d'Israele, ma discendente dalla stirpe degli Idumei, lì nato, lì morto, ma viene così esaltato dalle parole di Dio che, per quanto attiene alla morale e alla religione, nessuno dei suoi contemporanei può essergli paragonato 197. Sebbene nella Cronaca non troviamo il periodo in cui egli visse, rileviamo tuttavia dal suo libro, accolto in vista del valore dagli Israeliti nell'autenticità del canone, che fu di tre generazioni posteriore a Israele. Non ho dubbi che il fatto è rientrato nei disegni della divina Provvidenza affinché da questo unico esempio apprendessimo che anche fra gli altri popoli vi poterono essere individui appartenenti alla Gerusalemme spirituale, che vissero secondo Dio e furono a lui accetti. E si deve ammettere che a nessuno fu concesso tale favore se non a chi con divina ispirazione fu rivelato l'unico Mediatore di Dio e degli uomini, l'uomo Cristo Gesù 198. Allora agli eletti dell'antichità si annunciava che egli sarebbe venuto nel mondo, come oggi a noi si annuncia che è già venuto, affinché per la sua mediazione l'unica vera fede conduca a Dio tutti i predestinati a giungere nella città di Dio, casa di Dio, tempio di Dio. Però si potrebbe eccepire che tutte le profezie di altri autori, che si adducono sulla grazia di Dio per la mediazione di Gesù Cristo, siano state inventate dai cristiani. Perciò per ribattere i non cristiani, se fanno difficoltà in proposito e per renderli nostri, se ragionano con criterio, nulla è più sicuro che addurre quelle predizioni sul Cristo che si hanno nel testo dei Giudei. Appunto perché essi sono stati cacciati dal proprio paese e per offrire questa attestazione sono dispersi in tutto il mondo, la Chiesa di Cristo è cresciuta da ogni parte.

La Chiesa e il tempio giudaico.
48. Questa casa di Dio ha maggior gloria della prima, costruita con legno, pietre, con altri materiali e metalli preziosi. Quindi la profezia di Aggeo non si è adempiuta con la ricostruzione del tempio. Si rileva che mai, da quando è stato ricostruito, ebbe tanta gloria quanta ne ebbe al tempo di Salomone. Si rileva piuttosto che dapprima la gloria di quella casa diminuì con il cessare della profezia, poi con le grandi sconfitte del popolo giudaico fino all'ultimo sterminio perpetrato dai Romani, come documentano gli avvenimenti sopra ricordati 199. Invece questa casa, che appartiene alla Nuova Alleanza, è di tanto maggior gloria quanto migliori sono le pietre vive 200 con cui è costruita, cioè uomini nuovi perché hanno la fede. Per questo è stata simboleggiata con la ricostruzione del tempio, perché la rimessa a nuovo di quell'edificio simboleggia nel linguaggio profetico l'altra Alleanza che è detta nuova. Dunque, nelle parole che Dio rivolge mediante il Profeta citato: Darò la pace in questo luogo 201, mediante il luogo che simboleggia si deve intendere il luogo che ne è simboleggiato. E poiché nel tempio ricostruito è stata simboleggiata la Chiesa, che doveva essere costruita dal Cristo, la frase: Darò la pace in questo luogo si deve interpretare nel senso che darà la pace nel luogo che questo luogo simboleggia. Si ritiene che tutti i simboli sostengano la parte degli oggetti che simboleggiano. Difatti si ha nell'Apostolo: La roccia era il Cristo 202 perché la roccia, di cui si parla, simboleggiava il Cristo. Più grande è quindi la gloria della casa della Nuova Alleanza che della casa della precedente Antica Alleanza e si manifesterà più grande quando sarà inaugurata. Allora, come dice il testo ebraico, verrà l'atteso di tutti i popoli 203. Infatti la sua prima venuta non era ancora attesa da tutti i popoli. Non sapevano chi dovevano attendere, perché non avevano creduto in lui. Allora secondo il testo dei Settanta, poiché anche in esso si ha un significato profetico, verranno gli eletti del Signore da tutti i popoli. Allora in verità verranno soltanto gli eletti, dei quali dice l'Apostolo: Come ci ha eletti in lui prima della creazione del mondo 204. L'Architetto stesso ha detto: Molti sono i chiamati, pochi gli eletti 205, per dimostrare che la casa, la quale in seguito non subirà alcun crollo, è stata edificata con gli eletti e non con quelli che invitati vennero per essere scacciati dal banchetto. Ora invece che le chiese sono affollate anche da costoro, che saranno vagliati nell'aia con l'esposizione al vento, non appare la grande gloria di questa casa quanta ne apparirà allorché, chi vi sarà, vi sarà per sempre.

La Chiesa agli albori.
49. In questo mondo malevolo, in questo tempo perverso, in cui attraverso l'abbattimento presente la Chiesa si acquista la futura elevazione e viene istruita con lo sprone dei timori e il tormento delle sofferenze, con i disagi del lavoro e i pericoli delle tentazioni, lieta soltanto nella speranza, quando sa esser lieta, molti malvagi sono mescolati ai buoni. Gli uni e gli altri sono, per così dire, radunati nella pescagione del Vangelo e chiusi nelle reti nuotano, senza distinguersi, in questo mondo come in un mare, fino a che si giunga alla riva, dove i cattivi sono separati dai buoni 206 e nei buoni, come nel suo tempio, Dio sia tutto in tutti 207. Perciò avvertiamo che si adempie la parola del salmista il quale diceva: Ho annunziato e proclamato: sono aumentati al di là di ogni numero 208. Questo avviene ora, da quando prima con la parola del suo precursore Giovanni, poi con la sua parola annunziò e proclamò: Convertitevi, perché il regno di Dio è vicino 209. Elesse discepoli che denominò anche Apostoli 210, nati da umile gente, senza cariche, senza cultura, affinché tutto ciò che fossero e operassero di grande, egli stesso lo fosse e lo operasse in loro. Fra di essi ve ne fu uno cattivo affinché egli, usandone bene, raggiungesse quanto era disposto per la sua passione e offrisse alla sua Chiesa l'esempio di sopportare i malvagi. Sparso il seme del Vangelo mediante la sua presenza corporale, subì la passione e la morte e risuscitò, mostrando con la passione ciò che dobbiamo sopportare per la verità, con la risurrezione ciò che dobbiamo sperare nell'eternità, a parte la sublimità del mistero del suo sangue sparso per la remissione dei peccati. Si trattenne con i suoi discepoli per quaranta giorni, alla loro presenza salì al cielo 211 e dopo dieci giorni mandò lo Spirito Santo che aveva promesso 212. Simbolo immenso e immensamente necessario della sua venuta su coloro i quali avevano già creduto fu che ciascuno di essi parlasse nella lingua di tutte le nazioni. Simboleggiava così che sarebbe avvenuta fra tutte le nazioni l'unità della Chiesa cattolica ed essa avrebbe parlato in tutte le lingue.

La Chiesa nei primi secoli.
50. La Chiesa si propagò in conformità alla profezia: Da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore 213 e in conformità alla predizione dello stesso Cristo Signore, quando dopo la risurrezione ai discepoli, stupiti nel vederlo, aprì la mente affinché intendessero la Scrittura e disse che così era scritto, che il Cristo doveva subire la passione e risuscitare dai morti il terzo giorno e che saranno predicati nel suo nome la conversione e il perdono dei peccati a tutti i popoli, cominciando da Gerusalemme 214. E poiché essi di nuovo lo interrogavano sull'ultima sua venuta, rispose con le parole: Non spetta a voi conoscere i tempi che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra 215. Quindi in principio la Chiesa si propagò da Gerusalemme e dopo che molti credettero nella Giudea e nella Samaria, si ebbe la diffusione negli altri popoli, poiché annunziavano il Vangelo coloro che Egli come fiaccole aveva allestito con la parola e infiammato con lo Spirito Santo. Aveva detto loro: Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima 216. Essi per non irrigidirsi nel timore, ardevano del fuoco della carità. Poi il Vangelo fu predicato in tutto il mondo non solo da quelli che avevano visto e udito il Cristo prima della passione e dopo la risurrezione, ma dopo la loro morte dai loro successori fra le orribili persecuzioni, i vari tormenti e il supplizio dei martiri, poiché Dio li assisteva con miracoli, prodigi e con i vari carismi e i doni dello Spirito Santo 217. Perciò le popolazioni pagane, credendo in Lui, che era morto per la loro salvezza, con amore cristiano venerarono il sangue dei martiri che avevano versato con odio diabolico. Gli stessi sovrani, dalle cui leggi era desolata la Chiesa, riverirono a proprio vantaggio quel nome che avevano tentato di cancellare dalla storia e cominciarono a sopprimere i falsi dèi, in considerazione dei quali avevano perseguitato gli adoratori del vero Dio.

La Chiesa e l'eresia.
51. 1. Il diavolo, osservando che i templi dei falsi dèi erano abbandonati e che il genere umano accorreva al nome del Mediatore che riscatta dal male, sobillò gli eretici affinché col palliativo del nome cristiano si opponessero alla dottrina cristiana, quasi fosse possibile essere accolti senza ammonizione nella città di Dio, come la città della Confusione accolse indiscriminatamente filosofi che sostenevano teorie diverse e contrarie. Coloro dunque che nella Chiesa di Cristo sostengono una opinione erronea e immorale e, avvertiti affinché ne sostengano una vera e conforme all'onestà, resistono con ostinazione e non vogliono rettificare le proprie teorie apportatrici di errore e di malcostume, ma persistono nel difenderle con caparbietà, divengono eretici e ponendosi fuori sono considerati avversari di professione. Anche così col proprio male giovano ai cattolici veri membri del Cristo, poiché Dio usa per il bene anche i malvagi e per coloro che lo amano tutto concorre al bene 218. Infatti tutti i nemici della Chiesa, qualsivoglia sia l'errore che li rende ciechi e la malvagità che li rende disonesti, se hanno la possibilità di affliggerla nel corpo, allenano la sua pazienza, se la contrariano con false dottrine, allenano la sua sapienza. Ed affinché siano amati anche i nemici, allenano la sua attitudine a volere il bene o anche a farlo, tanto se si comporta con loro mediante la convinzione dell'insegnamento, quanto mediante il timore della correzione. Perciò il diavolo, principe della città terrena, sia pure aizzando i propri gregari contro la città di Dio, esule in questo mondo, non ha possibilità di nuocerle in alcun modo. A lei senza dubbio dalla divina provvidenza sono garantiti il conforto mediante la prosperità, affinché non sia indebolita dalle avversità, e lo sprone dalle avversità, affinché non sia depravata dalla prosperità. Così l'una e l'altra emergenza si contengono a vicenda, affinché si riconosca che solo dalla Chiesa proviene quel grido contenuto nel Salmo: Quando ero oppresso da tanti dolori nel mio cuore il tuo conforto mi ha consolato 219. Dello stesso senso è il detto dell'Apostolo: Siate lieti nella speranza, pazienti nella tribolazione 220.

La Chiesa e i cattivi cristiani.
51. 2. Non si deve pensare però che in qualche tempo possa non verificarsi quel che ha detto lo stesso Apostolo: Coloro che vogliono vivere piamente nel Cristo subiscono la persecuzione 221. Infatti quando sembra che da parte di quelli che sono al di fuori e che non infieriscono vi sia tranquillità e la si ha veramente e apporta molto conforto, soprattutto ai deboli, tuttavia non mancano, anzi ve ne sono molti all'interno che tormentano, col comportamento depravato, il sentimento di coloro che vivono religiosamente, poiché per colpa loro viene oltraggiato il nome cristiano e cattolico 222. E se questo nome è molto caro a quelli che vogliono vivere religiosamente nel Cristo, essi si dolgono molto del fatto che per colpa dei cattivi cristiani lo si ami di meno di quanto desidera la coscienza dei devoti. Anche gli eretici, poiché si pensa che abbiano di cristiano il nome, i sacramenti, la Scrittura e la professione, causano un grande dolore nel cuore dei devoti perché molti, che vorrebbero essere cristiani, sono costretti a esitare a causa del loro dissenso e anche per colpa loro molti maldicenti trovano materia d'insultare il nome cristiano, perché anche essi in qualche modo sono considerati cristiani. A causa di questi e simili costumi depravati ed errori degli uomini subiscono persecuzione coloro che vogliono vivere religiosamente in Cristo, anche se non v'è chi affligge e tormenta il loro corpo. Subiscono infatti questa persecuzione non nel corpo ma nel cuore. Da qui quel grido: Quando ero oppresso da tanti dolori nel mio cuore. Non ha detto "nel mio corpo". Ma si sa che le promesse divine sono immutabili e che è vero ciò che dice l'Apostolo: Il Signore conosce i suoi 223, perché non può andare perduto alcuno di quelli che da sempre ha conosciuto e predestinato a esser conformi all'immagine del Figlio suo 224. Perciò nel Salmo citato si ha di seguito: Il tuo conforto mi ha consolato 225. Anche il dolore che si verifica nel cuore dei devoti, perseguitati dal comportamento dei cristiani malvagi o falsi, giova a coloro che lo sopportano, poiché proviene dalla carità con cui desiderano che i malvagi non vadano perduti e che non impediscano la salvezza degli altri. Inoltre grande conforto deriva anche dalle loro conversioni che inondano l'anima dei devoti di tanta gioia, pari al dolore che li tormentava per la loro perdizione. Ma in questo tempo, in questi giorni malvagi, non solo dal periodo della presenza corporale del Cristo e dei suoi Apostoli, ma dallo stesso Abele, il primo giusto ucciso dal fratello scellerato, e di seguito fino alla fine del tempo la Chiesa si evolve pellegrina fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio.

La Chiesa e le persecuzioni di Roma.
52. 1. Poi ritengo che non si deve affermare o sostenere sconsideratamente la tesi di alcuni i quali hanno detto o dicono che la Chiesa non subirà più persecuzioni fino alla venuta dell'Anticristo oltre quelle che ha già subite, cioè dieci, in modo che l'undicesima provenga dall'Anticristo. Calcolano che la prima sia stata messa in atto da Nerone, la seconda da Domiziano, la terza da Traiano, la quarta da Antonino, la quinta da Severo, la sesta da Massimino, la settima da Decio, l'ottava da Valeriano, la nona da Aureliano, la decima da Diocleziano e Massimiano. Alcuni pensano che le piaghe d'Egitto, anche esse dieci, prima che il popolo di Dio uscisse dal Paese, debbano essere ricondotte a questa spiegazione, che cioè l'ultima persecuzione dell'Anticristo si possa confrontare con l'undicesima piaga, per cui gli Egiziani, nell'inseguire da nemici gli Ebrei, annegarono nel Mar Rosso, mentre il popolo di Dio lo passava all'asciutto 226. Io non ritengo che le persecuzioni furono simboleggiate profeticamente da quell'evento in Egitto, sebbene da coloro che la pensano così gli uni e gli altri avvenimenti siano stati raffrontati fra di loro con acutezza e perspicacia, però non con spirito profetico ma in una ipotesi dell'intelligenza umana che talora attinge il vero, talora prende abbaglio.

La Chiesa e le altre persecuzioni.
52. 2. Ma i sostenitori di questa ipotesi non sanno che dire della persecuzione, nella quale il Signore stesso fu crocifisso, e a quale computo assegnarla. Possono, fatta eccezione per questa, presentare un computo in cui siano annoverate soltanto quelle che riguardano il corpo e non quella con cui è stato imprigionato e ucciso il capo. Nell'ipotesi non sapranno come considerare quella che, dopo l'ascensione del Cristo in cielo, si verificò a Gerusalemme, nella quale il beato Stefano fu lapidato 227, Giacomo fratello di Giovanni fu ucciso di spada, nella quale Pietro fu incarcerato per essere ucciso e fu liberato da un angelo, nella quale i fratelli furono scacciati e allontanati da Gerusalemme 228, nella quale Saulo, che poi divenne l'apostolo Paolo, sconvolgeva la Chiesa, nella quale egli stesso, mentre già predicava la fede che aveva perseguitato, subì le pene che aveva inflitto nella Giudea e nelle altre nazioni, dovunque con grande fervore predicava il Cristo. Non hanno motivo di ritenere che si debba iniziare da Nerone, perché la Chiesa nel suo sviluppo giunse al tempo di Nerone fra spietate persecuzioni e si andrebbe per le lunghe a parlarne. Se ritengono che nel computo devono apparire anche le persecuzioni eseguite dai re, vi sarebbe il re Erode che scatenò una violenta persecuzione dopo l'ascensione del Signore. Non hanno da ribattere nei confronti di Giuliano che non includono fra i dieci. Anche egli ha perseguitato la Chiesa perché vietò ai cristiani d'insegnare e di apprendere le discipline liberali. Da lui Valentiniano I, che fu il terzo imperatore dopo di lui e aveva professato la fede, fu radiato dall'esercito. Ometto quel che avrebbe cominciato a fare presso Antiochia, se non fosse rabbrividito nell'ammirare la serena arditezza di un giovane molto religioso e risoluto che, fra molti imprigionati per essere torturati, fu torturato per primo e che canticchiava fra gli strumenti di tortura e gli strazi. Giuliano temette che se avesse continuato con gli altri, avrebbe dovuto arrossire più vergognosamente. Infine ai nostri giorni Valente, ariano, fratello del suddetto Valentiniano, con una grande persecuzione desolò in Oriente la Chiesa cattolica. È quasi assurdo non riflettere che la Chiesa, la quale è in sviluppo e incremento in tutto il mondo, può subire la persecuzione dai re in alcune nazioni, anche se in altre non la subisce. Si deve considerare persecuzione anche quella in cui il re dei Goti, nel proprio paese, perseguitò i cristiani con incredibile crudeltà, sebbene fossero tutti cattolici. Molti furono coronati dal martirio, come ho udito da alcuni fratelli che allora erano fanciulli e si ricordavano di aver visto questi fatti. E attualmente nella Persia? Vi infierì contro i cristiani una persecuzione, seppure è cessata, che alcuni, fuggendo dal paese, giunsero in territorio romano. Quando rifletto su questi e analoghi avvenimenti, non mi pare che si possa calcolare il numero delle persecuzioni con cui la Chiesa viene messa alla prova. Ma non è minore sconsideratezza affermare che ve ne saranno altre dai sovrani oltre la finale, di cui nessun cristiano dubita. Quindi lasciamo sospeso l'argomento senza garantire o demolire alcuna delle due parti della questione, ma denunziando l'arrogante pretesa di affermare l'una o l'altra.

Mistero sull'ultima persecuzione.
53. 1. Gesù stesso con la sua presenza porrà fine alla persecuzione finale che sarà attuata dall'Anticristo. È stato scritto infatti che lo ucciderà col soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua presenza 229. A questo punto si suol chiedere: Quando avverrà? Domanda del tutto a sproposito. Se ci giovasse saperlo, ci sarebbe stato manifestato molto opportunamente dallo stesso Dio Maestro, quando i discepoli lo interrogarono. Non tacquero sull'argomento con lui, ma chiesero a lui presente: Signore, in questo tempo ristabilirai il regno d'Israele? Ed egli rispose: Non spetta a voi conoscere i tempi che il Padre ha riservato al suo potere 230. Quando ricevettero questa risposta, non l'avevano interrogato sull'ora, il giorno, l'anno, ma sul tempo. Quindi tentiamo inutilmente di calcolare e fissare gli anni che rimangono al tempo, poiché ascoltiamo dalla bocca della Verità che non ci spetta saperlo. Alcuni dicono che dall'ascensione del Signore fino alla sua ultima venuta possono trascorrere quattrocento anni, altri cinquecento, altri mille. Sarebbe lungo e non necessario mostrare come ciascuno di loro sostiene la propria opinione. Si servono di criteri umani e da loro non si adduce una prova certa fondata sull'autorità della Scrittura canonica. Ordina di distendere e tener ferme le dita di tutti coloro che conteggiano colui che dice: Non spetta a voi conoscere i tempi che il Padre ha riservato al suo potere.

Il mito di Pietro stregone.
53. 2. Ma poiché questa è una frase del Vangelo, non fa meraviglia che gli adoratori di molti e falsi dèi non siano stati trattenuti dall'immaginare attraverso i responsi dei demoni, venerati come dèi, che è stato stabilito per quanto tempo rimarrà la religione cristiana. Si sono accorti che non poteva esser distrutta da tante e così gravi persecuzioni ma che da esse aveva ricevuto uno sviluppo enorme. Immaginarono allora non saprei quali versi in greco che sarebbero stati fatti udire durante la consultazione di un oracolo. In esso considerano il Cristo innocente dal delitto di questa supposta profanazione, ma soggiungono che Pietro ha compiuto atti di stregoneria perché il nome di Cristo fosse venerato per altri trecentosessantacinque anni; quindi, terminato questo numero di anni, il cristianesimo senza indugio avrebbe avuto fine. Questo è il buon senso dei dotti. Questo è l'ingegno di voi, persone colte, disposte a credere certe cose del Cristo, sebbene non volete credere nel Cristo. Il suo discepolo Pietro non avrebbe appreso le arti magiche da lui ma, rimanendo Egli innocente, sarebbe stato il suo stregone, avrebbe preferito che fosse onorato il suo nome anziché il proprio con le arti magiche, con le proprie sofferenze e pericoli e infine con lo spargimento del sangue. Se Pietro fu uno stregone perché il mondo amasse il Cristo in tal modo, che cosa ha fatto il Cristo innocente perché Pietro lo amasse a quel punto? Si rispondano da se stessi e cerchino di capire, se possono, che per merito della grazia dall'alto è avvenuto che il mondo amò il Cristo in vista della vita eterna. In virtù di questa grazia è avvenuto anche che Pietro amò il Cristo per ricevere da lui la vita nell'eternità fino a sopportare per lui la morte nel tempo. Ci si chiede che razza di dèi sono questi che possono prevedere ma non impedire tali fatti perché soggiacciono a uno stregone e al suo misfatto malefico. Con esso, dicono, un bimbo di un anno fu ucciso, squartato e sepolto con un rito infame per permettere che la setta, a loro avversa, potesse essere in vigore per un lungo tempo non respingendo ma superando con la pazienza tante orribili crudeltà delle grandi persecuzioni e giungere all'annientamento dei loro idoli, templi e oracoli sacri. Infine qual è questo dio, loro non nostro, che è stato o sedotto o costretto da sì grande delitto a concedere simili prerogative? Quei versi dicono che Pietro con l'arte magica suggerì quegli eventi a un dio, non a un demone. Hanno un tale dio quelli che non hanno il Cristo.

Confutazione del mito di Pietro stregone.
54. 1. Addurrei queste e simili fantasticherie, se non fosse ancora trascorso l'anno che la simulata predizione ha promesso e l'ingannata frivolezza ha creduto. Poiché da alcuni anni sono già passati i trecentosessantacinque dal tempo in cui la venerazione del nome di Cristo ha avuto inizio mediante la sua esistenza terrena e l'opera degli Apostoli, non c'è altro da chiedersi per respingere questa fandonia. Anche se non fissiamo l'inizio di questo evento storico alla sua nascita, perché da bambino e da fanciullo non aveva discepoli, tuttavia quando iniziò ad averli, si manifestarono mediante la sua presenza fisica la dottrina e la religione cristiana, cioè dopo che fu battezzato nel fiume Giordano con la funzione ministeriale di Giovanni. Perciò parlando di lui la profezia aveva premesso: Dominerà da un mare all'altro, dal fiume fino ai confini della terra 231. Perciò prima che subisse la Passione e risuscitasse dai morti, la fede non era stata ancora stabilita per tutti. Fu stabilita nella risurrezione del Cristo, così infatti si esprime l'apostolo Paolo parlando agli Ateniesi: Ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di convertirsi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti 232. Quindi nel risolvere il problema prendiamo le mosse da quel tempo, soprattutto perché allora fu mandato anche lo Spirito Santo, era infatti conveniente che fosse mandato dopo la risurrezione del Cristo in quella città, da cui doveva avere inizio la seconda legge, cioè la Nuova Alleanza. La prima venne dal monte Sinai mediante Mosè e si considera l'Antica Alleanza. Invece dell'Alleanza, che doveva essere accordata mediante il Cristo, era stato predetto: Da Sion uscirà la legge e la parola del Signore da Gerusalemme 233. Anche egli disse a coloro i quali dovevano predicare la conversione che dovevano cominciare da Gerusalemme 234. In quella città ebbe dunque inizio la venerazione di questo nome affinché si credesse in Gesù Cristo crocifisso e risorto. A Gerusalemme la fede si segnalò splendidamente ai suoi inizi. Alcune migliaia di uomini, convertiti al nome di Cristo con meravigliosa prontezza 235 e venduti i propri beni, perché fossero distribuiti ai bisognosi 236, abbracciarono con un santo proposito e con carità appassionata la povertà volontaria. Poi a contatto con i Giudei sdegnatissimi e sitibondi di sangue si prepararono a combattere fino alla morte per la verità, non con un potere armato ma con la più potente sopportazione. Se questo è avvenuto senza le arti magiche, non hanno motivo per dubitare che sia potuto avvenire in tutto il mondo con quel divino potere con cui è avvenuto. Se poi la stregoneria di Pietro aveva ottenuto che a Gerusalemme si dedicasse con ardore alla venerazione del nome di Gesù una grande moltitudine di uomini che l'avevano crocifisso dopo averlo catturato e schernito dopo averlo crocifisso, si deve investigare quando, partendo da quell'anno, si sono compiuti i trecentosessantacinque anni. Dunque il Cristo è morto sotto il consolato dei due Gemini il 25 marzo. Risuscitò il terzo giorno, come gli Apostoli hanno verificato per diretta esperienza 237. Dopo quaranta giorni salì al cielo 238, dopo dieci giorni, cioè cinquanta dopo la sua risurrezione, inviò lo Spirito Santo 239. In quella circostanza tremila uomini credettero agli Apostoli che lo annunziavano 240. Con loro cominciò allora il cristianesimo per l'azione dello Spirito Santo, come noi crediamo e la verità attesta ma, come immagina o ritiene l'empia frivolezza, con le arti magiche di Pietro. Poco dopo, in seguito anche a un prodigioso evento, allorché alla parola dello stesso Pietro un mendicante, zoppo dalla nascita sicché era portato alla porta del tempio e lì collocato a chiedere l'elemosina, nel nome di Gesù Cristo, saltò su sano e salvo 241, credettero cinquemila uomini 242. In seguito con continue aggiunte dei credenti la Chiesa aumentò di numero. Perciò si calcola anche il giorno, in cui l'anno ha avuto inizio, cioè quando fu inviato lo Spirito Santo, esattamente il 15 maggio. Quindi col numero dei consoli si costata che trecentosessantacinque anni al 15 di maggio si compirono col consolato di Onorio ed Eutichiano. Inoltre l'anno seguente, sotto il consolato di Manlio Teodoro, quando secondo il responso dei demoni o la fandonia degli uomini non doveva esservi più la religione cristiana, non fu necessario investigare cosa avvenne nelle altre parti del mondo. Frattanto, questo lo sappiamo, nella famosa e illustre città di Cartagine in Africa Gaudenzio e Giovio, conti dell'imperatore Onorio, il 19 marzo, demolirono i templi dei falsi dèi e ne fracassarono le statue. Da allora fino ad oggi, per circa trent'anni, ognuno può costatare quanto è aumentato di numero il cristianesimo, soprattutto dopo che si sono resi cristiani molti di quelli che da quel responso, ritenuto vero, erano allontanati dalla fede e si accorsero, ormai compiuto il numero degli anni, che era stupido e ridicolo. Noi dunque che siamo e siamo chiamati cristiani, non crediamo in Pietro, ma in colui in cui Pietro credette perché siamo ammaestrati dalle parole di Pietro sul Cristo, non avvelenati dalle sue formule magiche, non ingannati dalle sue operazioni malefiche, ma aiutati dalle sue buone azioni. Il Cristo è il maestro di Pietro nella dottrina che guida alla vita eterna, egli è anche il nostro maestro.

Confronto fra le due città.
54. 2. Ma concludiamo ormai questo libro, dopo aver esposto fin qui e, per quanto sembrava opportuno, dimostrato quale sia l'evoluzione storica delle due città, la celeste e la terrena, commischiate dall'inizio fino alla fine. La terrena ha creato per sé, da ogni provenienza o anche dagli uomini, i falsi dèi che ha voluto, per sottomettersi a loro mediante l'offerta di vittime. Invece quella celeste, che è esule sulla terra, non crea falsi dèi, ma essa è stata creata dal vero Dio ed essa stessa è la sua vera immolazione. Tutte e due però usano ugualmente i beni temporali e sono colpite dai mali con diversa fede, diversa speranza, diverso amore, fino a che siano separate dal giudizio finale e raggiunga ognuna il proprio fine che non ha fine. Del fine di entrambe si parlerà in seguito.

LIBRO XIX

SOMMARIO

1. Varrone ha ravvisato 288 possibili teorie sul problema dei fini del bene e del male, sul quale ha discusso la teoresi filosofica.

2. Con quale procedimento, a parte le possibili differenze che non sono teorie ma interrogativi, Varrone giunge alla tripartita definizione del bene, di cui una sola si deve scegliere.

3. Delle tre teorie, relative al sommo bene dell'uomo, Varrone stabilisce di sceglierne una seguendo l'opinione della Vecchia Accademia su proposta di Antioco d'Ascalona.

4. Si ha la dottrina dei cristiani sul sommo bene e sommo male contro i filosofi, i quali ritengono che il sommo bene in sé sono essi a se stessi.

5. La vita associata, che soprattutto si deve perseguire, è spesso resa impossibile da molti contrasti.

6. L'umano pensiero cade nell'errore quando la verità è nascosta.

7. Vi sono diversità dei linguaggi a disgiungere l'umana convivenza e la sciagura delle guerre, quelle comprese che si considerano giuste.

8. L'amicizia dei buoni non può essere tranquilla, mentre è indispensabile affannarsi per i pericoli che si hanno in questa vita.

9. V'è l'amicizia dei santi angeli, che non può essere svelata all'uomo in questo mondo per l'inganno dei demoni, in cui sono incappati coloro che pensavano di dover adorare molti dèi.

10. Quale ricompensa è riservata ai santi per il superamento della prova di questa vita.

11. V'è la felicità della pace eterna, nella quale per i santi si avrà il destino finale, cioè la vera perfezione.

12. Anche la crudeltà di coloro che fanno la guerra e tutti i turbamenti degli uomini vogliono giungere al fine della pace, che è nel desiderio di ogni essere.

13. V'è una pace di tutti gli esseri che per legge di natura non può essere sottratta in mezzo a qualsiasi turbamento, poiché nella soggezione a un giusto giudice ciascuno giunge nell'ordine a quel destino che ha meritato con la volontà.

14. V'è un ordine e una legge, tanto terrena che celeste, per cui si provvede all'umana società esercitando il potere poiché, così provvedendo, ad essa si è sottomessi.

15. Si hanno la libertà naturale e anche la schiavitù, la cui causa principale è il peccato, perché un uomo dalla cattiva volontà, anche se non è asservito a un altro uomo, è schiavo della propria passione.

16. Si ha un legittimo diritto di esercitare il potere.

17. Da che cosa deriva la pace che la società del cielo ha con la città terrena e da che cosa la discordia.

18. È molto diversa la volubilità della Nuova Accademia nei confronti della fermezza cristiana.

19. Comportamento e costumi del popolo cristiano.

20. I cittadini dei santi mediante la speranza sono felici anche in questa vita.

21. C'è il problema se secondo le definizioni di Scipione, che si hanno nel dialogo su Lo Stato di Cicerone, vi fu uno Stato romano.

22. V'è un solo vero Dio, a cui sono sottomessi i cristiani e al quale soltanto si devono offrire sacrifici.

23. Quali responsi dà Porfirio sul Cristo dagli oracoli degli dèi.

24. Da quale definizione si evidenzia che non solo i Romani ma anche gli altri Stati si attribuiscono giustamente il nome di popolo e di Stato.

25. Non vi possono essere vere virtù dove non v'è la vera religione.

26. Anche in un popolo non sottomesso a Dio v'è una pace, di cui si serve il popolo di Dio, mentre è in esilio in questo mondo.

27. V'è una pace di coloro che sono sottomessi a Dio, ma la sua completa tranquillità non si può conseguire nella vita posta nel tempo.

28. A quale fine giungerà il destino ultimo degli infedeli.

 

Libro diciannovesimo

IL FINE DEL BENE E LA PACE IN DIO

 

Il fine del bene e del male nel pensiero umano (1-9)

Le filosofie e il problema del fine ultimo.
1. 1. Osservo che in seguito dovrò trattare del destino proprio dell'una e dell'altra città, la terrena cioè e la celeste. Ma prima si devono esporre, per quanto lo richiede il criterio di rientrare nei limiti dell'opera, le dimostrazioni degli uomini che si sono affaccendati a costruire la felicità nell'infelicità di questa vita, in modo che la speranza, che Dio ci ha dato, si distingua dai loro vuoti ideali e il vero significato, cioè la felicità, che egli ci darà, sia evidenziato non soltanto con l'autorità divina ma anche con l'impiego del ragionamento che possiamo usare a favore di coloro che non credono. Del fine del bene e del male i filosofi hanno dibattuto nei loro rapporti i vari aspetti in vario modo. Discutendo il problema con la massima diligenza si sono sforzati di stabilire che cosa rende l'uomo felice 1. È fine del nostro bene quello per cui gli altri beni si devono desiderare ed esso per se stesso ed è fine del male quello per cui gli altri mali si devono evitare ed esso per se stesso. In questo modo diciamo fine del bene non là dove termina, sicché cesserebbe di essere, ma là dove raggiunge la compiutezza poiché ha la pienezza; allo stesso modo diciamo fine del male non dove cessa di essere, ma là dove conduce nel danneggiare. Questo fine è dunque il sommo bene e il sommo male. Nell'indagine del suo significato per raggiungere il sommo bene in questa vita e per evitare il sommo male, molto, come ho detto, si sono affaticati coloro che hanno atteso alla ricerca della sapienza nella vuota realtà di questo mondo. Tuttavia la delimitazione imposta dalla natura razionale non ha loro consentito di deviare dal cammino della verità al punto da non porre il fine del bene e del male, alcuni nell'animo, altri nel corpo, altri nell'uno e nell'altro. Da questa tripartita distribuzione di non specificate teorie, Marco Varrone nel libro La filosofia, dopo aver esaminato con diligenza ed acume la grande varietà di dottrine, nota che usando alcune disuguaglianze potrebbe giungere a duecentottantotto teorie, che non si sono ancora verificate ma potrebbero verificarsi.

In Varrone 4 obiettivi e 288 teorie possibili.
1. 2. Per chiarire in breve l'argomento, è opportuno che cominci dalla dottrina che egli ha ideato ed esposto nel libro citato. Dice che vi sono quattro obiettivi, cui gli uomini anelano quasi per istinto naturale, cioè senza precettore, senza l'apporto dell'istruzione, senza l'operosità e la norma del vivere che si chiama virtù e che certamente si apprende. Essi sono il piacere, da cui con diletto è stimolato l'organo del senso, la serenità con cui si ottiene che non si subisca alcun fastidio del corpo, l'uno e l'altro che con un unico termine Epicuro chiama piacere 2 e in genere gli impulsi primi di natura, nei quali si hanno queste esigenze e altre ancora, o nel corpo come l'integrità delle membra e la sua salute o incolumità, o nell'animo come sono le tendenze piccole e grandi che si costatano nel temperamento degli uomini. Dunque questi quattro obiettivi, cioè il piacere, la serenità, l'uno e l'altra e i bisogni più essenziali della natura sono in noi in modo che la virtù, che in seguito l'educazione inculca, si deve desiderare per essi o essi per la virtù o gli uni e gli altri per se stessi. Ne derivano già dodici sistemi giacché con questo metodo ogni settore è triplicato. Se lo rileverò in una, non sarà difficile reperirlo nelle altre. Infatti il piacere del corpo o viene subordinato alla virtù dell'animo o gli è anteposto o associato, quindi è diverso nella tripartita distribuzione dei sistemi. Viene subordinato alla virtù quando è impiegato a favore della virtù. Appartiene infatti a un dovere della virtù vivere per la patria e procreare figli a favore della patria, ma nessuno di questi doveri si può compiere senza il piacere sensibile, perché senza di esso non si consumano per vivere cibo e bevanda né si ha l'accoppiamento affinché si accresca la figliolanza. Quando invece il piacere si antepone alla virtù, esso si appetisce per se stesso e si ritiene che la virtù sia da praticare per esso, nel senso che la virtù produce soltanto l'effetto di ottenere e conservare il piacere sensibile. Tale comportamento è disonorevole perché se la virtù è subordinata al piacere che la domina, non si deve in alcun senso considerare virtù. Tuttavia anche questo detestabile sconcio ha avuto alcuni filosofi come promotori e difensori 3. Il piacere poi si congiunge alla virtù quando non si appetiscono l'uno per l'altra ma l'uno e l'altra per se stessi. Perciò come il piacere o subordinato o preferito o congiunto alla virtù dà origine a tre teorie, così si deduce che la serenità, l'una e l'altro e i bisogni essenziali della vita costituiscono ciascuno tre teorie. Conseguentemente secondo la diversità delle opinioni umane, in alcune questi princìpi sono subordinati alla virtù, in altre preferiti, in altre congiunti e così si giunge a dodici teorie. Ma anche questo numero viene raddoppiato con l'aggiunta di una differenza, cioè della vita associata, poiché chi segue qualcuna di queste dodici teorie o lo fa soltanto per sé o anche per il collega, al quale deve volere il bene che vuole per sé. Perciò vi sono dodici teorie di coloro che ritengono di dover seguire l'una o l'altra soltanto per sé, e altre dodici di coloro, i quali stabiliscono che si deve filosofare in un modo o nell'altro, non soltanto per sé ma anche per gli altri di cui desiderano un bene come il proprio. Queste ventiquattro teorie si duplicano ancora una volta con l'aggiunta delle differenze derivanti dai nuovi accademici e divengono quarantotto. Uno infatti può sostenere e cercare di dimostrare evidente l'una e l'altra di quelle ventiquattro teorie, come cercarono di dimostrare gli stoici che il bene dell'uomo, con cui esser felice, consiste soltanto nei valori dello spirito. Un altro invece può considerare non evidente la teoria, come cercarono di dimostrare i nuovi accademici, poiché ad essi, quantunque non evidente, sembrava probabile. Dunque divengono ventiquattro teorie da parte di coloro che le considerano evidenti a causa della verità, e altre ventiquattro da parte di coloro che, quantunque non evidenti nella verità, pensano di sostenerle a causa della probabilità. Ancora, poiché un tale può seguire l'una o l'altra di queste quarantotto teorie secondo il modo di pensare degli altri filosofi, e un altro secondo il modo di pensare dei cinici, anche da queste diversità le teorie si raddoppiano e diventano novantasei. Inoltre gli uomini possono sostenere e seguire ognuna di esse o per potenziare la vita dedita agli studi, come coloro che hanno voluto e potuto attendere soltanto agli ideali della cultura, ovvero la vita dedita alle attività, come quelli che, sebbene studiassero filosofia, erano molto occupati nell'amministrazione dello Stato o nel regolare gli affari, ovvero organizzata nell'uno e nell'altro settore, come coloro che hanno assegnato intervalli di tempo della propria vita in parte alla libera occupazione degli studi e in parte ad un'attività vincolante. Quindi a causa di queste diversità si può triplicare il numero delle teorie ed estenderlo fino a duecentottantotto.

Il fine ultimo negli Accademici e nei Cinici.
1. 3. Ho desunto questi concetti dal libro di Varrone esponendo con concisione e chiarezza, per quanto mi è stato possibile, i suoi pensieri con parole mie. Sarebbe lungo dimostrare in qual senso, rifiutate le altre teorie, ne scelga una che, a suo avviso, è quella dei vecchi accademici. Egli vuol fare apparire che essi, addottrinati da Platone, professarono dottrine evidenti fino a Polemone che, quarto dopo di lui, resse la scuola la quale fu denominata Accademia. Per questo la distingue dai nuovi accademici per i quali tutte le conoscenze sono prive di evidenza. È un modo di fare filosofia che la scuola ha derivato da Arcesila, successore di Polemone 4. Sarebbe lungo dimostrare esaurientemente che anche quella teoria, cioè dei vecchi accademici, come dal dubbio, così sia immune da ogni errore. Tuttavia l'assunto non si deve tralasciare completamente. Quindi Varrone elimina tutte quelle varianti, che hanno moltiplicato il numero delle teorie, e pensa appunto che si devono eliminare perché non v'è in esse il fine del bene. Ritiene infatti che non si può considerare teoria filosofica se non si differenzia dalle altre nello stabilire un fine diverso del bene e del male. Se infatti non v'è per l'uomo altra ragione del filosofare che essere felice, ciò che lo rende felice è il fine del bene; quindi sola ragione del filosofare è il fine del bene. Perciò non è teoria della filosofia se non è teoria del fine del bene. Si può dunque porre il problema della vita associata, se dev'essere seguita dal saggio, in modo che voglia e provveda il sommo bene, con cui si diviene felici, dell'amico come il proprio, ovvero che in ogni azione agisca soltanto per la propria felicità. Nella fattispecie non v'è il problema del sommo bene ma dell'associare o non associare un compagno alla partecipazione di questo bene, non per la propria persona ma per il compagno, in modo da godere del suo bene come del proprio. Così riguardo ai nuovi accademici, per i quali non vi sono verità evidenti, si pone il problema se i princìpi, in base ai quali si deve filosofare, si devono considerare così, ovvero, come è sembrato opportuno ad altri filosofi, dobbiamo considerarli evidenti. Quindi non si pone il problema se si deve perseguire il fine del bene, ma se si deve dubitare o no sulla verità dello stesso bene che sembra si debba perseguire: cioè, per parlar più chiaramente, se si deve perseguire in maniera che chi lo persegue dica che è vero, ovvero così che chi lo persegue dica che gli sembra vero, sebbene eventualmente sia falso, tuttavia l'uno e l'altro perseguano un solo medesimo bene. Dalla differenza, che si verifica dal contegno e dall'abituale modo di vivere dei cinici non si pone il problema di quale sia il fine del bene, ma se in quel contegno e abituale modo di vivere si deve vivere da chi persegue il bene, qualunque sia il vero da perseguire. In seguito vi furono coloro i quali, sebbene perseguissero diversi beni finali, altri la virtù, altri il piacere, conservavano tuttavia il medesimo contegno e il medesimo abituale modo di vivere, da cui si denominavano cinici. Dunque, qualunque sia il criterio per cui i filosofi cinici si distinguono dagli altri, non valeva assolutamente nulla per scegliere e praticare il bene con cui essere felici. Se infatti vi fosse una differenza, certamente il medesimo contegno costringerebbe a perseguire il medesimo fine e un diverso contegno non lascerebbe raggiungere il medesimo fine.

Da 288 ipotesi a 3 come cominciamento.
2. Anche in relazione ai tre sistemi di vita: uno libero da occupazioni non per pigrizia ma nell'esame attento o nella ricerca della verità, l'altro intento all'amministrazione degli affari, il terzo combinato con l'uno e con l'altro tipo, quando si pone il problema quale dei tre si deve scegliere, non è in discussione il fine del bene ma nel problema si tiene presente quale dei tre procuri impedimento o agevolazione nel conseguire o conservare il fine del bene. Il fine del bene, quando vi si giunge, rende immediatamente felici; invece nel libero esercizio della cultura o nella pubblica occupazione o quando si compie alternativamente l'uno e l'altra non si è senz'altro felici. Molti individui possono vivere in uno di questi tre tipi ed errare nel ricercare il fine del bene con cui l'uomo diviene felice. Dunque il problema del fine del bene e del male, che fonda ogni teoria filosofica, è diverso dal problema sulla vita associata, sul probabilismo degli accademici, sul modo di vestire e di mangiare dei cinici, sui tre tipi di vita, libero da impegni, attivo e combinato dell'uno e dell'altro. Difatti in nessuno di essi si discute del fine del bene e del male. Marco Varrone, adoperando queste quattro varianti, cioè della vita associata, dei nuovi accademici, dei cinici e della tripartizione del tipo di vita è giunto alle duecentottantotto teorie ed altre che possono ugualmente aggiungersi. Eliminandole tutte, perché non introducono alcun problema sul raggiungimento del sommo bene e quindi non si debbono considerare teorie, ritorna a quelle dodici con le quali si pone il problema di quale sia il bene dell'uomo perché, conseguitolo, egli si rende felice, per dimostrare che una è vera, le altre false. Infatti, eliminata la tripartizione del tipo di vita, due terzi del numero si detraggono e rimangono novantasei teorie. Eliminata anche la variante dai cinici, le aggiunte si riducono a metà e divengono quarantotto. Eliminiamo anche ciò che è stato rilevato dai nuovi accademici, di nuovo ne rimane una metà, cioè ventiquattro. Si tolga ugualmente ciò che era stato aggiunto dalla vita associata, le rimanenti sono dodici che la variante suddetta aveva raddoppiato perché divenissero ventiquattro. Di queste dodici non si può affermare affatto che non siano considerate teorie. In esse infatti non v'è altro problema che il fine del bene e del male. Stabilito il fine del bene, all'opposto certamente si ha il fine del male. Affinché esse divengano dodici teorie sono triplicati i quattro princìpi: il piacere, la serenità, l'uno e l'altro e gli impulsi primi di natura che Varrone definisce originari. Questi quattro obiettivi talvolta singolarmente vengono subordinati alla virtù, nel senso che non si perseguono per se stessi, ma a causa dell'imperativo della virtù; talora si antepongono, sicché si ritiene necessaria la virtù non per se stessa, ma per conseguire e conservare questi obiettivi; talvolta si congiungono in modo da reputare che per se stessi si perseguano la virtù ed essi. Quindi moltiplicano per tre il numero quattro e giungono a dodici teorie. Dei quattro obiettivi Varrone ne elimina tre: cioè il piacere, la serenità e l'uno e l'altra, non perché li disapprovi, ma perché gli impulsi originari di natura contengono anche il piacere e la serenità. Non v'è bisogno quindi di questi due obiettivi farne tre, cioè due, quando separatamente si perseguono il piacere e la serenità, e un terzo quando si perseguono insieme, poiché gli impulsi originari di natura li includono e molti altri oltre essi. Quindi Varrone decide di dover indagare diligentemente quale delle tre teorie si deve preferire. Un ragionamento genuino non consente che siano più di una, sia essa in queste tre o in un'altra teoria. Lo vedremo in seguito. Frattanto esaminiamo, il più brevemente e chiaramente possibile, in qual senso Varrone ne scelga una sola delle tre. Infatti queste tre teorie si delineano appunto perché gli impulsi originari di natura si devono perseguire per la virtù o la virtù per gli impulsi originari o l'una e gli altri, cioè la virtù e gli impulsi originari di natura, per se stessi.

Gli impulsi originari e le virtú.
3. 1. Varrone tenta di stabilire con evidenza quale dei tre obiettivi si debba perseguire come vero con il seguente procedimento. Prima di tutto egli ritiene che si deve esaminare che cos'è l'uomo perché in filosofia non si pone il problema del bene della pianta, dell'animale, di Dio, ma dell'uomo. Ritiene infatti come certo che due princìpi sono nella sua natura, il corpo e l'anima, e non pone in discussione che dei due l'anima è più perfetta e di gran lunga più elevata. Ipotizza invece se l'uomo sia soltanto l'anima in modo che il corpo sia come il cavallo per il cavaliere, poiché cavaliere non è l'uomo e il cavallo, ma soltanto l'uomo, e si chiama appunto cavaliere perché in qualche modo è in rapporto col cavallo; ipotizza inoltre se l'uomo sia soltanto corpo in quanto è in rapporto con l'anima come il bicchiere con la bevanda; infatti non si considera bicchiere unitamente la coppa e la bevanda che la coppa contiene, ma soltanto la coppa perché è commisurata a contenere la bevanda; e ancora che non l'anima o il corpo soltanto ma che l'una e l'altro insieme sono l'uomo e che una parte sono tanto l'anima che il corpo ed egli, per essere uomo come un tutto, risulti delle due parti, allo stesso modo che consideriamo biga due cavalli accoppiati, di cui sia quello di destra che quello di sinistra è parte della biga e non consideriamo biga uno solo di loro, comunque sia rapportato all'altro, ma l'uno e l'altro insieme. Delle tre ipotesi ha scelto la terza e ritiene che l'uomo non è soltanto anima o soltanto corpo, ma unitamente anima e corpo. Quindi afferma che il sommo bene dell'uomo, con cui diviene felice, risulta dall'una e dall'altra componente, dall'anima cioè e dal corpo. Perciò decide che per se stessi si devono perseguire gli impulsi primi di natura e la virtù stessa che l'educazione aggiunge come arte del vivere e che fra i suoi beni spirituali è il bene più alto. La medesima virtù, cioè l'arte del regolare la vita, quando accoglie in sé gli impulsi originari di natura, i quali preesistevano ad essa, ma esistevano anche quando mancava loro l'educazione, li persegue tutti per se stessi ma insieme se stessa e di tutti e di se stessa si vale al fine di sentire diletto e appagamento da tutti più o meno secondo che sono più o meno nobili. Gode tuttavia di tutti e tralascia, se la circostanza lo richiede, i beni meno elevati per ottenere e conservare i più elevati. Ma la virtù non antepone a se stessa nulla dei beni dell'anima e del corpo. Essa usa bene di se stessa e degli altri beni che rendono l'uomo felice. Dove essa non è, sebbene vi siano molti beni, non vi sono per il bene di colui che li ha e perciò non si possono considerare un bene per lui perché, se ne usa male, non possono essergli utili. Dunque la vita dell'uomo, regolata in modo che provi l'appagamento dalla virtù e dagli altri beni dell'anima e del corpo, senza di cui non si può avere la virtù, è considerata felice; più felice se prova l'appagamento anche da altri beni, alcuni o più, senza dei quali si può avere la virtù, molto felice se da tutti i beni, in modo che non gli manchi alcun bene dell'anima o del corpo. Quindi non è la medesima cosa la vita e la virtù, perché non qualsiasi vita ma la vita saggia è virtù, e tuttavia vi può essere qualsiasi vita senza la virtù, ma non vi può essere virtù senza la vita. Direi questo anche della memoria e della ragione e di ogni facoltà simile nell'uomo. Si hanno infatti anche prima dell'educazione, ma senza di esse non si può avere l'educazione e quindi neanche la virtù, alla quale si è educati. Correre velocemente, esser bello di corpo, avere il sopravvento per vigorose energie e altri simili pregi sono tali che la virtù si può avere senza di essi ed essi senza la virtù. Tuttavia sono un bene e secondo gli accademici la virtù li ama per se stessi, li utilizza e se ne appaga come conviene alla virtù 5.

Noi e gli altri nel fine del bene e del male.
3. 2. Affermano che nell'uomo la vita felice è anche comunitaria perché ama il bene e gli amici per se stesso come ama il proprio e lo vuole loro per loro come per sé, tanto se sono in casa come la moglie, i figli e i familiari in genere, sia nel luogo dove v'è la sua casa, come la città e quelli che sono chiamati cittadini o in tutto il globo terrestre, come sono i popoli che a lui congiunge l'umana solidarietà, o nell'universo, che è indicato col nome di cielo e terra, come, a loro avviso, sono gli dèi che, secondo loro, sono amici dell'uomo saggio e che noi abitualmente chiamiamo angeli. Affermano che in nessun modo si deve dubitare del fine del bene e del male e che è questa la distinzione tra loro e i nuovi accademici e che non fa differenza se su questo fine, che reputano evidente, si fa filosofia col modo di vestire e di mangiare dei cinici o con un altro qualsiasi. Affermano inoltre che dei tre tipi di vita, dedito agli studi, agli affari e che risulta dall'unione dei due, a loro va a genio il terzo. Varrone afferma, sulla garanzia di Antioco, maestro di Cicerone e suo, che i vecchi accademici hanno ritenuto e insegnato così, sebbene Cicerone vuol fare apparire che in molti punti fu piuttosto stoico che vecchio accademico. Ma che cosa importa a noi, che dobbiamo giudicare i contenuti, anziché conoscere come importante sugli uomini ciò che ciascuno ha opinato?

Il vero fine è in Dio mediante la fede.
4. 1. Se dunque ci si chiede che cosa risponda la città di Dio, interrogata su questi argomenti ad uno ad uno, e prima di tutto che cosa pensi sul fine del bene e del male, essa risponderà che il sommo bene è la vita eterna, il sommo male la morte eterna e che quindi per conseguire la prima ed evitare la seconda si deve vivere onestamente. E per questo è scritto: Il giusto vive di fede 6. Difatti non abbiamo ancora esperienza del nostro bene, perciò è indispensabile che lo cerchiamo credendo ed anche il vivere onestamente non proviene a noi da noi se non ci aiuta nel credere e nel pregare colui che ci ha dato la fede stessa con cui credere che dobbiamo essere da lui aiutati. Vollero invece esser felici in questo mondo e con incredibile leggerezza rendersi felici da sé coloro i quali ritennero che il fine del bene e del male è in questa vita perché stabilirono il sommo bene o nel corpo o nell'anima o in entrambi e, per esprimersi più diffusamente, o nel piacere o nella virtù o in entrambi, oppure nella serenità o nella virtù o in entrambi, oppure nel piacere assieme alla serenità o nella virtù o in entrambe, oppure negli impulsi originari di natura o nella virtù o in entrambi. Li ha scherniti la Verità nel profeta il quale dice: Il Signore conosce i pensieri degli uomini 7, o, come ha interpretato l'apostolo Paolo tale attestazione: Il Signore conosce i pensieri dei sapienti perché sono vani 8.

Vita irriflessa e controllo.
4. 2. Chi infatti è capace, sia pure con un fiume d'eloquenza, di evidenziare le sofferenze di questa vita? Se ne lamentò, come gli fu possibile, Cicerone nel libro La consolazione per la morte della figlia; ma quanto è ciò che ha potuto?. Quando, dove, come è possibile che i così detti impulsi originari di natura si realizzino così bene in questa vita da non declassarsi nella eventualità? Infatti quale dolore contrario al piacere, quale pena contraria alla serenità può non cadere sul corpo del saggio? Certamente l'amputazione o l'impotenza di una parte del corpo abbatte la piena efficienza dell'uomo, l'imperfezione nega l'avvenenza, la cagionevolezza la salute, la stanchezza le forze, l'intorpidimento e la lentezza l'agilità; e quale di questi può non piombare sull'organismo del saggio? La posizione e movimento, quando sono convenienti e appropriati, si annoverano fra gli impulsi primi di natura; ma che succede se un qualche malanno scuote le membra con un tremito? Che cosa avviene se la spina dorsale è curvata fino a costringere le mani al suolo e in qualche modo rende quadrupede l'uomo? Turberebbe la grazia e dignità del conferire posizione e movenza al corpo. Che cosa dire di quelli che sono considerati beni originari dell'animo, fra i quali come primi due rassegnano per la rappresentazione e l'apprendimento della verità il senso e l'intelletto? Ma di quale natura e in qual misura rimane il senso se, per tacere delle altre facoltà, l'uomo divenisse sordo e cieco? E a qual punto si alieneranno ragione e intelligenza qualora si offuscassero se pur per una qualche malattia divenisse pazzo? Quando i pazzi furiosi dicono e compiono parole e azioni assurde, spesso disdicevoli alla loro buona intenzione e comportamento, anzi contrarie alla loro buona intenzione e comportamento, sia che vi pensiamo o che li vediamo, se vi riflettiamo seriamente, a mala pena possiamo trattenere le lacrime o forse neanche lo possiamo. Che dire di quelli che subiscono invasioni dei demoni? Dove hanno la propria intelligenza oppressa e travolta se lo spirito maligno usa secondo la propria volontà della loro anima e corpo? E non ci si può illudere che un simile malanno in questa vita non può colpire il sapiente. Poi di qual tenore e ampiezza è l'apprendimento della cultura in questo corpo mortale? Leggiamo nel veritiero libro della Sapienza: Il corpo corruttibile appesantisce l'anima e l'esperienza terrena affanna il pensiero che recepisce molte immagini 9. V'è inoltre la spinta o stimolo dell'agire, se in questi termini giustamente si traduce in latino quelle spinte che i Greci chiamano , poiché anche essi l'assegnano ai beni primi di natura. Ed è proprio questa spinta con cui, quando è sconvolta la mente e offuscata la coscienza, si compiono movimenti e gesti degni di pietà che ci fanno rabbrividire.

Conflitto fra la virtú della temperanza e gli impulsi, quindi non fine.
4. 3. C'è poi la virtù, che non è fra gli impulsi primi di natura, poiché si aggiunge in seguito con la mediazione della educazione quando si aggiudica la perfezione dei beni umani. Ma che cosa consegue essa se non lotte continue con le imperfezioni non fisiche ma spirituali, non di altri ma nostre e personali, soprattutto quella virtù che in greco si chiama , in latino "temperanza", con cui si frenano le passioni della carne affinché non conducano la coscienza a consentire ad ogni azione disonesta? 10. Poiché, come dice l'Apostolo, la carne ha desideri contrari allo spirito, non v'è imperfezione a cui non sia contraria una virtù poiché, come dice ancora l'Apostolo, lo spirito ha desideri contrari alla carne. Ed essi, soggiunge, si ostacolano a vicenda sicché non fate quel che vorreste 11. E noi, quando vogliamo essere perfetti nel fine del sommo bene, non vogliamo altro che la carne non abbia desideri contro lo spirito e che in noi non vi sia questa imperfezione contro cui lo spirito abbia desideri. In questa vita, sebbene lo vogliamo, poiché non siamo in grado di ottenerlo, per lo meno otteniamo con l'aiuto di Dio di non arrenderci con lo spirito fiaccato alla carne, che ha desideri contro lo spirito, e di non essere indotti a commettere il peccato col nostro consenso. Non deve avvenire dunque che in questo dissidio interiore ci illudiamo di aver raggiunto la felicità alla quale intendiamo giungere vincendo. E nessuno è saggio al punto di non avvertire per nulla il conflitto contro il piacere immoderato.

Il fine ultimo nel confronto a prudenza, giustizia, fortezza.
4. 4. E che cosa ottiene la virtù che si chiama prudenza? Essa con la sua grande accortezza distingue il bene dal male, affinché nel compiere l'uno ed evitare l'altro non s'insinui l'errore e perciò anch'essa comprova che noi siamo nel male o che il male è in noi. Insegna appunto che il male è consentire al piacere immoderato per peccare e che il bene è non consentirgli per non peccare. E la temperanza ottiene che non si consenta al male al quale la prudenza c'insegna a non consentire, tuttavia né la prudenza né la temperanza lo eliminano da questa vita. Compito della giustizia è assegnare a ciascuno il suo. Ne consegue un giusto ordine naturale in modo che l'anima sia sottomessa a Dio e il corpo all'anima e perciò l'anima e il corpo a Dio. Fa notare perciò che ancora attende a questa funzione anziché serenarsi nel fine di tale funzione. L'anima è tanto meno sottomessa a Dio quanto meno accoglie Dio nei suoi pensieri e tanto meno il corpo è sottomesso all'anima quanto più accoglie desideri contro lo spirito. Finché dunque rimangono in noi questa mollezza, questo contagio, questo sfinimento, come oseremo considerarci già sani e se ancora non sani, come già felici di quella felicità che è nel fine? La virtù che ha nome fortezza, sia pure in una grande saggezza, è testimone irrefutabile dei mali umani che essa è costretta a sopportare con la rassegnazione. Mi stupisco della sfrontatezza con la quale i filosofi stoici sostengono che questi mali non sono mali perché ammettono che da essi, se sono tanto grandi che il saggio non li possa o non li debba sopportare, egli è costretto a infliggersi la morte e uscire da questa vita. È grande l'insensatezza dell'orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi. Infatti il loro saggio, come essi con sorprendente millanteria lo delineano, anche se diviene cieco, sordo e muto, sia fiaccato nell'organismo e affranto dai dolori e se un qualche altro di simili mali che dire o pensar si possa gli piombi addosso, per cui sia costretto a infliggersi la morte, non deve evitare di considerare felice questa vita sebbene afflitta da questi mali. O vita felice che, per essere finalizzata, chiede aiuto alla morte! Se è felice si persista in essa. In qual senso questi non sono mali, se debellano il bene della fortezza e costringono la fortezza stessa non solo ad arrendersi a loro, ma anche a vaneggiare al punto che essa considera felice la vita e induce ad abbandonarla? Non si può essere tanto ciechi da non avvertire che, se fosse felice, non dovrebbe essere abbandonata. Ma con un chiaro accenno di sofferenza ammettono che si deve abbandonare. Non v'è ragione dunque, una volta fiaccata l'alterezza della presunzione, non ammettere che è infelice. E, per piacere, il celebre Catone si è suicidato per sopportazione o insopportazione? Non l'avrebbe fatto se non avesse accolto con insofferenza la vittoria di Cesare. Dov'è la fortezza? In realtà si arrese, si afflosciò, fu sconfitta al punto da abbandonare, rinunziare, fuggire una vita felice. Ma non era già felice? Era dunque infelice. Dunque erano mali se rendevano la vita infelice tanto da evaderne.

Incongruenza in proposito dell'Accademia e del Peripato.
4. 5. Perciò anche coloro i quali hanno ammesso che queste condizioni sono un male, come i peripatetici e i vecchi accademici, di cui Varrone sostiene la teoria, si esprimono in forma più accettabile, ma anche il loro errore desta sorpresa. La vita è felice, sostengono, nonostante questi mali, sebbene siano tanto gravi e da schivare con la morte irrogata a se stesso da colui che li subisce. I dolori strazianti del corpo, dice Varrone, sono un male e tanto più grave in quanto potrebbero aggravarsi; per liberarsene si deve uscire da questa vita. Da quale, prego? Da questa, dice, perché è tormentata da tanti mali 12. Senz'altro dunque è felice negli stessi mali per i quali affermi che si deve fuggire? Ovvero la consideri felice perché ti è permesso di sfuggire da quei mali con la morte? E che diresti se per un giudizio divino fossi irretito in essi, non ti fosse permesso di morire e mai ti fosse consentito di liberartene? In tal caso veramente considereresti infelice una tal vita. Dunque non è infelice per il fatto che si lascia subito. Difatti se fosse eterna, anche da te sarebbe giudicata infelice e non perché è breve deve sembrare che non sia infelicità ovvero, ed è più assurdo, poiché è un'infelicità breve, che si possa considerare felicità. V'è un grande potere in questi mali perché inducono un uomo saggio secondo i filosofi a togliersi quel principio per cui è uomo. Dicono infatti, e dicono il vero, che questo è il primo e più grande richiamo della natura che l'uomo sia in armonia con se stesso, perciò fugga la morte per istinto naturale, così amico di sé da volere con ardore e bramare di essere una creatura animata e di vivere nell'unione di anima e corpo 13. V'è un grande potere in questi mali perché con essi è sopraffatto codesto sentimento naturale, per cui in ogni modo con tutte le forze e tentativi si evita la morte, ed è così sopraffatto che la morte che si evitava è scelta desiderata e se non sopraggiungesse da altra parte verrebbe irrogata personalmente dall'individuo stesso. V'è un grande potere in questi mali che rendono omicida la fortezza, se tuttavia si deve ancora considerare fortezza. Difatti essa è talmente sopraffatta da questi mali che non solo non può con la sopportazione difendere l'uomo, che in quanto virtù ha accolto per guidarlo e proteggerlo, ma che inoltre essa stessa è costretta ad uccidere. Certamente il saggio deve accettare pazientemente anche la morte, ma che proviene da un'altra causa. Ma se, stando a costoro, uno è costretto a infliggersela, si deve anche ammettere che non si tratta soltanto di mali ma di mali intollerabili, perché lo costringono a compiere una simile azione. Quindi una vita che è afflitta dal peso o soggiace all'eventualità di mali tanto grandi e tanto gravi, non sarebbe affatto considerata felice se gli individui, i quali la pensano così, allo stesso modo che, sopraffatti da mali sempre più gravi, si arrendono alla sfortuna quando si irrogano la morte, così soggiogati da determinate riflessioni degnassero di arrendersi alla verità quando cercano la vera felicità. Non devono cioè pensare per sé che si può godere del fine del sommo bene nell'attuale soggezione alla morte perché in questa condizione le virtù stesse, di cui attualmente nell'uomo non si riscontra valore più nobile e vantaggioso, quanto sono un aiuto più valido contro la violenza del pericolo, travaglio e sofferenza, tanto sono più attendibili testimonianze dell'infelicità. Se infatti sono vere virtù, e non possono esserlo se non in coloro in cui è un vero sentimento religioso, non pretendono di ottenere che non soggiacciano alle condizioni d'infelicità gli uomini che le hanno. Le virtù vere non sono ingannevoli, quindi non lo pretendono. Ma fanno sì che la vita umana, la quale è condizionata ad essere infelice per i tanti e grandi mali di questo mondo, allo stesso modo che è immune da morte, sia felice nella speranza dell'aldilà. Non potrebbe essere felice se non fosse immune dalla morte. Quindi l'apostolo Paolo, non degli uomini privi di prudenza, fortezza, temperanza e giustizia, ma di quelli che vivano secondo il vero sentimento religioso e abbiano quindi vere le virtù che hanno, dice: Nella speranza siamo diventati liberi dalla morte. Ora ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con fortezza 14. Come dunque nella speranza siamo diventati liberi dalla morte, così nella speranza siamo diventati felici e non abbiamo in atto la liberazione dalla morte e la felicità ma le attendiamo nel futuro e questo mediante la fortezza. Siamo appunto nei mali che dobbiamo sopportare con fortezza fino a che giungiamo a quei beni, nei quali vi sarà tutto ciò da cui siamo resi felici in maniera ineffabile e nulla che dobbiamo ancora sopportare. E la libertà dalla morte, che vi sarà nell'aldilà, sarà anche la felicità finale. E poiché i filosofi suddetti non vogliono credere a questa felicità perché non la sperimentano, tentano di conquistarne una assai falsa con una virtù tanto più superba quanto più illusoria.

Crisi dei rapporti familiari...
5. Essi sostengono che la vita dell'uomo saggio è socievole, noi lo ammettiamo con significato più ampio. Infatti questa città di Dio, sulla quale noi ormai rigiriamo fra mano il libro diciannovesimo dell'opera, da dove inizierebbe all'origine o continuerebbe nell'evolversi o raggiungerebbe il fine dovuto se la vita dei credenti non fosse socievole? Ma non si può calcolare di quanti e quanto gravi mali sovrabbondi l'umana società nell'angoscia di questa soggezione alla morte. Non si è capaci di valutarli. Ascoltino dai loro commediografi un individuo che col modo di pensare e consenso di tutti dice: Ho preso moglie, che pena ho provato! Sono nati i figli, altro affanno 15. Parimenti le umane condizioni hanno in ogni caso incontrato quelle manchevolezze che il citato Terenzio richiama alla memoria: Ingiustizie, diffidenze, inimicizie, lotta e di nuovo la pace 16. Tali contrasti hanno coinvolto tutti gli avvenimenti umani e si verificano spesso anche negli onesti affetti degli amici, ne sono ripieni gli avvenimenti umani in ogni fatto in cui sperimentiamo come mali indiscutibili ingiustizie, diffidenze, inimicizie, lotta; la pace invece come un bene incerto, perché non conosciamo il cuore di coloro con i quali vogliamo conservarla e se oggi possiamo conoscerlo, non sappiamo certamente come sarà domani. E quali individui sono soliti o devono essere più amici fra di loro che quelli i quali convivono nella medesima casa? Eppure nessuno è sicuro di questo fatto, dato che spesso dalle loro malignità nascoste possono emergere mali tanto più spiacevoli quanto più piacevole fu la pace che fu creduta vera, mentre era molto astutamente simulata. Perciò tocca il cuore di tutti tanto da costringere al lamento ciò che dice Cicerone: Non v'è inganno più nascosto di quello che si cela nel pretesto del dovere o in un certo orpello del vincolo naturale. Tu infatti, stando in guardia, puoi agevolmente schivare colui che ti è ostile, ma questo male nascosto di casa e di famiglia non solo avviene ma angustia prima che tu possa scorgerlo e verificarlo 17. Per questo con grande afflizione si ascolta la parola del Signore: Nemici dell'uomo sono quelli della sua casa 18. Difatti anche se un individuo è tanto forte da sopportare con animo sereno o tanto accorto da schivare con preveggente perspicacia i tranelli che una finta amicizia prepara contro di lui, è indispensabile che egli sia gravemente afflitto dalla perversità di quegli uomini sleali quando sperimenta, se egli è buono, che essi sono pessimi tanto se sono stati sempre cattivi e si sono atteggiati a buoni, come se sono passati dalla bontà a simile malvagità. Se dunque la casa, asilo comune in questi mali del genere umano, non è sicura, che dire della città? Essa infatti, quanto è più grande, tanto il suo tribunale è più gremito da cause civili e criminali, anche se mancano le agitazioni sovversive e assai spesso sanguinose e le guerre civili. E sebbene talora le città siano libere dalle loro vicissitudini, mai lo sono dalla minaccia.

... civili, soprattutto nei processi...
6. Quali pensiamo che siano i processi giudiziari degli uomini sugli uomini, giacché non possono mancare negli Stati che persistono in una pace per grande che sia, e quanto siano meschini e deplorevoli? Difatti quelli che giudicano non possono scorgere la coscienza di coloro sui quali giudicano. Quindi spesso sono costretti a scoprire la verità riguardante un altro processo con la tortura di testimoni innocenti. E che dire quando un tale subisce la tortura in un proprio processo e viene straziato quando s'investiga se è colpevole e un innocente subisce pene certissime per un reato incerto, non perché si scopre che l'ha commesso, ma perché non si sa se l'ha commesso? Perciò l'inconsapevolezza del giudice è spesso rovina dell'innocente. E v'è un altro caso più intollerabile, deplorevole, da bagnare con un fiume di lacrime, se fosse possibile. Quando il giudice infligge la tortura all'accusato, appunto per non uccidere un innocente nell'ignoranza, avviene, per la sventura dell'inconsapevolezza, che uccide il torturato innocente che aveva fatto torturare per non uccidere un innocente. Se dunque secondo la teoria di costoro un tale ha scelto di uscire da questa vita anziché sopportare più a lungo quei tormenti, dichiara di aver commesso ciò che non ha commesso. Se egli è stato condannato e giustiziato, il giudice ancora non sa se ha fatto morire un colpevole o un innocente, sebbene lo ha fatto torturare per non uccidere inconsapevolmente un innocente e perciò ha fatto torturare un innocente per sapere e poiché non sapeva lo ha fatto morire. In questo buio della vita associata il giudice saggio sederà in tribunale o non oserà? Certo che vi sederà. Lo vincola infatti e induce a questo incarico la convivenza umana che egli giudica illecito abbandonare. Infatti non ritiene illecito che testimoni innocenti siano torturati in processi riguardanti altre persone. Vi sono poi coloro che, incolpati e sopraffatti talora dalla violenza del dolore e accusando se stessi ingiustamente, sono anche puniti pur essendo innocenti quando già, sebbene innocenti, sono stati torturati. Inoltre, sebbene non siano puniti con la morte, spesso muoiono nella tortura o in seguito ad essa. Infine talvolta anche gli accusatori, desiderando forse di giovare all'umana convivenza nel senso che i delitti non rimangano impuniti e non riuscendo a provare ciò che contestano ai testimoni che depongono il falso, se il reo resiste disumanamente ai tormenti e non confessa, sebbene contestino il vero, sono condannati dal giudice che ignora. E il giudice non ritiene che tanti e sì grandi mali siano peccati perché, se è assennato, non lo fa nella necessità di fare del male e tuttavia, poiché ve lo induce la convivenza umana, nella necessità di giudicare. Questa è dunque quella che con certezza consideriamo condizione infelice dell'uomo, sebbene non è malvagità del saggio. Forse che egli, nella necessità di giudicare pur ignorando, sottopone a tortura e punisce gli innocenti ed è poco per lui non esser colpevole se in più non è anche felice? Tanto più ponderatamente e in modo più degno dell'uomo avverte in tale necessità una disdetta e la odia in sé e, se è educato alla pietà, grida a Dio: Liberami dalle mie necessità! 19.

... e nel mondo a causa delle diversità di lingua e delle guerre.
7. Dopo lo Stato ovvero città viene il mondo intero, nel quale i filosofi riconoscono il terzo livello dell'umana convivenza, iniziando dalla casa e da essa alla città e poi giungendo fino al mondo. Esso certamente, come l'oceano, quanto è più grande, tanto è più denso di pericoli. Prima di tutto nel mondo la diversità delle lingue rende estraneo un uomo all'altro. Se due s'incontrano e non possano passare oltre ma siano costretti da una qualche circostanza a rimanere insieme e nessuno dei due conosca la lingua dell'altro, i muti animali, anche se di specie diversa, s'intendono più facilmente di loro, sebbene entrambi siano uomini. Infatti poiché soltanto per la diversità della lingua non possono manifestare l'uno all'altro i propri pensieri, non giova nulla a stabilire rapporti una grande affinità di natura al punto che un uomo sta più volentieri col proprio cane anziché con un estraneo. Ma, si obietta, si è avuto un ordinamento in modo che lo Stato dominatore, mediante la pace della convivenza, non solo ha imposto la soggezione ai popoli sottomessi, ma anche la lingua e riguardo ad essa non mancava, anzi era a disposizione un gran numero d'insegnanti di lingua 20. È vero, ma questo risultato è stato raggiunto con molte e immani guerre, con grande scempio di uomini e grande spargimento di sangue umano. Trascorsi questi avvenimenti, non ebbe termine la sventura di simili mali. Difatti non sono mancati e non mancano come nemici i popoli stranieri, contro i quali sempre sono state condotte e si conducono guerre. Però anche l'ampiezza del dominio ha suscitato guerre di una peggiore specie, cioè sociali e civili, dalle quali il genere umano è più miserevolmente sconvolto, tanto mentre si guerreggia per sospenderle una buona volta come quando si teme che scoppino di nuovo. Se io volessi trattare, come conviene, i molti e svariati massacri, le spietate e funeste vicissitudini di tale calamità, sebbene non lo potrei mai come l'argomento richiede, non vi sarebbe un limite a una prolungata trattazione. Ma il saggio, dicono, dovrà sostenere una guerra giusta. Quasi che, se si ricorda di essere uomo, non dovrà affliggersi che gli viene imposta la necessità di guerre giuste perché, se non fossero giuste, non dovrebbe sostenerle e perciò per il saggio non si avrebbero guerre. È infatti l'ingiustizia del nemico che obbliga il saggio ad accettare guerre giuste e l'uomo deve dolersi di questa ingiustizia perché appartiene agli uomini, sebbene da essa non dovrebbe sorgere la necessità di far guerra. Chiunque pertanto considera con tristezza queste sventure così grandi, così orribili, così spietate, deve ammetterne l'infelice condizione; chiunque invece o le subisce o le giudica senza tristezza della coscienza, molto più infelicemente si ritiene felice perché ha perduto il sentimento d'umanità.

Il male degli amici e congiunti ci affligge.
8. Ma supponiamo che non si verifichi un tipo d'ignoranza simile alla follia, che tuttavia nella sventurata condizione di questa vita si verifica spesso in maniera che si crede amico chi è nemico e nemico chi è amico. Allora in questa umana convivenza assai colma di errori e di sofferenze ci confortano soltanto la fede non simulata e la solidarietà di veri e buoni amici. E quanti più amici e in più luoghi ne abbiamo, tanto più lungamente e profondamente temiamo che non provenga loro un qualche malanno dal cumulo di malanni di questa vita. Non solo siamo preoccupati che siano afflitti dalla fame, dalle guerre, malattie e oppressioni e che in tale schiavitù subiscano pene tali che non riusciamo neanche ad immaginare ma anche, e il timore è ancora più pungente, che non passino alla slealtà, alla malvagità e all'ingiustizia. E talora questi fatti avvengono, e tanto più numerosi quanto più numerosi sono gli amici, e giungono alla nostra conoscenza. E un uomo non può comprendere da quali vampe sia bruciato il nostro cuore a meno che anch'egli non le provi. Preferiremmo apprendere che sono morti, sebbene senza dolore neppure questa notizia possiamo apprendere. Non può avvenire che non provochi in noi melanconia la morte di coloro, la cui vita ci allietava per i conforti dell'amicizia. Se qualcuno la condanna, condanni, se ci riesce, le conversazioni fra amici, proibisca o interrompa l'affetto amichevole, spezzi con disumana insensibilità della coscienza i legami di tutti gli umani rapporti e dimostri che se ne deve usare in maniera che da essi nessun allettamento invada l'animo. Se questo non può assolutamente avvenire, non potrà in alcun modo accadere che non ci rechi amarezza la morte di uno la cui vita ci arreca dolcezza. Ne deriva infatti anche il pianto come una ferita o lesione di un cuore non disumano e per guarirla si usano doverose parole di conforto. Infatti non per questo non si guarisce, che anzi quanto l'animo è più buono, tanto in esso più prontamente e facilmente si guarisce la ferita. Sebbene dunque la vita dei mortali venga afflitta ora in forma più tenue ora più aspra dalla morte delle persone più care, soprattutto di quelli che hanno legami di parentela all'umana convivenza, tuttavia preferiremmo udire o vedere che i nostri cari sono morti anziché decaduti dalla fede o dai buoni costumi, cioè morti nell'anima stessa. La terra è piena di questa smisurata congerie di mali e perciò è stato scritto: Forse non è tentazione la vita dell'uomo sulla terra? 21. Il Signore stesso ha detto: Guai al mondo a causa degli scandali! 22 e ancora: Poiché è sovrabbondata la malvagità, la carità di molti si raffredderà 23. Ne consegue che ci rallegriamo per i buoni amici morti e sebbene la loro morte ci affligga, essa stessa con maggior certezza ci conforta perché essi sono stati immuni dai mali da cui in questa vita anche gli uomini buoni sono sopraffatti o depravati o sono esposti all'uno e all'altro pericolo.

Insicurezza con gli esseri dell'aldilà.
9. V'è poi la società dei santi angeli assegnata da quei filosofi, i quali hanno sostenuto che gli dèi sono nostri amici, al quarto grado, quasi a passare dalla terra all'universo per includere in qualche modo anche il cielo. Non temiamo affatto che simili amici in questa società ci affliggano con la loro morte o depravazione. Però essi non comunicano con noi, come gli uomini, in un rapporto di familiarità e anche questo fa parte delle pene di questa vita. Satana poi, come leggiamo, si trasforma talvolta in un angelo della luce 24 per tentare coloro che è opportuno ammaestrare in tal modo o è giusto ingannare. È quindi necessaria una grande misericordia di Dio affinché l'uomo, quantunque creda di avere come amici gli angeli, non subisca al contrario come finti amici i demoni e tanto più dannosi quanto più astuti e lusinghieri. E la grande misericordia di Dio è indispensabile alla grande infelicità umana la quale è gravata da tanta ignoranza che facilmente è tratta in inganno dalla loro falsità. Ed è assolutamente certo che nella città empia i filosofi, i quali hanno sostenuto di avere gli dèi per amici, sono incappati nei demoni malvagi ai quali la città stessa è sottomessa per avere con essi un tormento eterno. Infatti dai loro riti sacri o meglio sacrilegi, con i quali hanno pensato di onorarli, e dai giuochi veramente spudorati in cui sono esaltati i loro delitti e con i quali hanno pensato di renderseli propizi, dato che gli dèi stessi operavano ed esigevano simili e sì gravi ignominie, appare evidente di qual genere erano quelli da loro onorati.

Universalità e ineluttabilità della pace (10-20)

La pace nell'eternità.
10. Ma neanche i santi e fedeli adoratori dell'unico vero sommo Dio sono immuni dai loro inganni e dalla tentazione di varia specie. In questo luogo d'insicurezza e tempi di malvagità non è vana neanche quest'ansia di raggiungere con un desiderio più fervido quella sicurezza in cui è pace sommamente piena e certissima. In quello stato infatti si avranno le componenti dell'essere, quelle cioè che al nostro essere sono conferite dal Creatore di tutti gli esseri, non solo buone ma perenni, non solo nello spirito che si redime con la pienezza del pensiero, ma anche nel corpo che sarà restituito alla vita con la risurrezione; vi saranno le virtù che non lottano contro gli impulsi o i vari mali, ma che hanno come premio della vittoria la pace eterna che nessun nemico può turbare. È infatti la felicità finale il fine stesso della perfezione che non ha limite. Qui ci consideriamo felici, quando abbiamo la pace nei limiti in cui qui si può conseguire con una vita onesta, ma questa felicità, paragonata alla felicità che consideriamo finale, è piuttosto infelicità. Quando come uomini posti nel divenire abbiamo nel divenire delle cose la pace che si può avere in questa vita, se viviamo onestamente, la virtù usa bene dei suoi beni; quando invece non l'abbiamo, la virtù usa bene anche i mali che l'uomo sopporta. Ma allora è vera virtù quando volge tutti i beni, di cui usa bene, tutto ciò che ottiene col buon uso del bene e del male e se stessa a quel fine, in cui per noi vi sarà una pace tanto bella e tanto grande che non ve ne può essere una più bella e più grande.

Pace e vita eterna come fine.
11. Perciò potremmo dire che la pace è il fine del nostro bene, come l'abbiamo detto della vita eterna, soprattutto perché alla città di Dio, della quale tratta questa nostra dissertazione assai impegnativa, si dice in un Salmo: Glorifica il Signore, Gerusalemme, loda, Sion, il tuo Dio, perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte; in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli colui che ha posto la pace come tuo fine 25. Quando infatti saranno state rinforzate le sbarre delle sue porte, nessuno entrerà in essa e nessuno ne uscirà. Perciò come suo fine in questo caso dobbiamo ravvisare quella che intendiamo dimostrare come pace finale. Anche il nome simbolico della città, cioè Gerusalemme, come ho già detto, s'interpreta "visione della pace". Ma poiché il termine "pace" si usa frequentemente anche per le cose nel divenire, in cui perciò non si avrà la vita eterna, ho preferito denominare "vita eterna" anziché "pace" il fine della città celeste in cui si avrà il sommo bene. Di questo fine dice l'Apostolo: Ora infatti liberati dal peccato e divenuti servi di Dio, avete la vostra maturazione nella santificazione e come fine la vita eterna 26. Però da quelli che non hanno dimestichezza con la Bibbia si può intendere per vita eterna anche la vita dei malvagi o secondo alcuni filosofi a causa dell'immortalità dell'anima o anche secondo la nostra fede a causa della pena perpetua dei reprobi che non potranno essere tormentati in eterno se non vivranno in eterno. Pertanto, affinché più agevolmente si comprenda da tutti, si deve considerare fine della città eletta, in cui essa avrà il sommo bene, o la pace nella vita eterna o la vita eterna nella pace. È così grande il bene della pace che, anche negli eventi posti nel divenire di questo mondo, abitualmente nulla si ode di più gradito, nulla si desidera di più attraente, infine nulla si consegue di più bello. E se volessimo parlarne più a lungo, non saremmo, come suppongo, di peso ai lettori tanto in relazione al fine della città eletta, di cui stiamo parlando, come in relazione all'attrattiva della pace che a tutti è cara.

Tutti vogliono la pace.
12. 1. Chiunque in qualsiasi modo considera i fatti umani e il comune sentimento naturale ammette con me questa verità; come infatti non v'è alcuno che non voglia godere, così non v'è chi non voglia avere la pace. Anche quelli che vogliono la guerra non vogliono altro che vincere, desiderano quindi con la guerra raggiungere una pace gloriosa. La vittoria infatti non è altro che il soggiogamento di coloro che oppongono resistenza e quando questo si sarà verificato, vi sarà la pace. Dunque con l'intento della pace si fanno le guerre anche da coloro che si adoperano a esercitare il valore guerresco dirigendo le battaglie. Ne risulta che la pace è il fine auspicabile della guerra. Ogni uomo cerca la pace anche facendo la guerra, ma nessuno vuole la guerra facendo la pace. Anche quelli i quali vogliono che sia rotta la pace, nella quale vivono, non odiano la pace ma desiderano che sia trasmessa al loro libero potere. Dunque non vogliono che non vi sia la pace ma che vi sia quella che essi vogliono. Inoltre, sebbene con un complotto si oppongono agli altri, non ottengono quel che intendono se non conservano una sembianza di pace con gli stessi cospiratori e congiurati. Anche i briganti, per essere più violentemente e sicuramente pericolosi alla pace degli altri, vogliono mantenere la pace dei gregari. Ma anche se un tale sia tanto superiore di forze e rifiuti i confidenti al punto che non si affida ad alcun gregario e da solo compie rapine, insidiando e prevalendo sulle persone che ha potuto assalire e uccidere, conserva certamente una certa parvenza di pace con coloro che non può uccidere e ai quali vuole che sia tenuto nascosto quel che fa. In casa certamente si adopera di essere in pace con la moglie e i figli e riceve da essi gioia se gli obbediscono a un cenno. Se ciò non avviene, si adira, reprime, punisce e, se è necessario, anche infierendo stabilisce la pace nella propria casa. Difatti avverte che essa non vi può essere se le altre componenti della compagine domestica non sono sottomesse a un capo quale egli è nella propria casa. Perciò se gli si offrisse la dipendenza di più persone, di una città, di un popolo che gli fossero sottomessi come voleva che gli fossero sottomessi quelli della propria casa, non si nasconderebbe più come un brigante nei covi ma si esalterebbe come un distinto sovrano, sebbene in lui persista la medesima cupidigia e cattiveria. Dunque tutti desiderano conservare la pace con i propri associati perché vogliono che essi vivano secondo il loro arbitrio. Vogliono perfino, se è possibile, rendere a sé soggetti coloro con i quali fanno la guerra e imporre loro le leggi della propria pace.

Pace anche in Caco e nelle fiere.
12. 2. Ma supponiamo un individuo quale lo canta un poetico mitico racconto che, forse a causa dell'insocievole selvatichezza, hanno preferito considerare un semiuomo anziché un uomo 27. Il suo regno dunque fu la solitudine di un'orribile spelonca quasi emblema di una cattiveria senza pari. Da essa infatti derivò il nome, perché in greco "cattivo" si dice , perché così si chiamava. Non v'era una moglie che ascoltasse e scambiasse con lui una parola affettuosa; non avrebbe scherzato con i figli piccini e comandato ai grandicelli; non avrebbe goduto della conversazione di un amico e neanche di Vulcano, suo padre, di cui soltanto fu non poco più felice, perché egli non aveva messo al mondo un mostro simile. Non doveva dare nulla a nessuno ma portar via tutto ciò che volesse e, se gli fosse possibile, chi volesse. Tuttavia nella sua spelonca solitaria il cui suolo sempre, come si narra, era intriso di un sangue recente, niente altro voleva che la pace e dentro di essa nessuno doveva essergli importuno, né la violenza o la paura di un altro doveva turbare la sua tranquillità. Inoltre bramava avere la pace con il proprio corpo e si sentiva bene nelle proporzioni con cui l'aveva. Quando s'imponeva alle parti del corpo sottomesse e per calmare il più presto possibile la propria soggezione alla morte, che a causa del bisogno gli si ribellava e provocava la ribellione della fame per separare e cacciare l'anima fuori del corpo, rapiva, uccideva e divorava e sebbene brutalmente selvaggio provvedeva in modo brutalmente selvaggio alla pace della propria vita e salute. Perciò se avesse voluto avere anche con gli altri la pace, che si adoperava con sufficiente avvedutezza di avere nella propria spelonca e in se stesso, non sarebbe considerato né cattivo né un mostro né un semiuomo. Ovvero se la forma del corpo e il rigurgito di orride fiamme allontanava da lui la compagnia degli uomini, forse incrudeliva non per il desiderio di nuocere ma per la necessità di vivere. In verità costui forse non è esistito o, e questo è più verosimile, non era quale è rappresentato dall'immaginazione poetica; infatti se Caco non fosse molto accusato, Ercole sarebbe poco lodato. Un uomo simile o meglio un semiuomo, più ragionevolmente, come ho detto, si crede che non sia esistito, come molte altre fantasticherie dei poeti. Le stesse fiere più crudeli, da cui egli ha derivato una parte, giacché è stato considerato una semifiera 28, difendono la propria specie con una forma di pace accoppiandosi, generando, partorendo, curando e nutrendo la prole, sebbene la maggior parte siano asociali e solitari, non cioè come le pecore, i cervi, le colombe, gli storni, le api, ma come i leoni, i lupi, le volpi, le aquile, le civette. Qualsiasi tigre sussurra teneramente ai propri nati e, calmata la ferocia, li accarezza. E lo sparviero, sebbene da solo si disponga in volute alle rapine, opera l'accoppiamento, costruisce il nido, cova le uova, nutre i pulcini e con la sua quasi madre di famiglia conserva nella pace che gli è possibile il vincolo familiare. A più forte ragione l'uomo è indotto in certo senso dalle leggi della propria natura a stringere un vincolo e a raggiungere la pace con tutti gli uomini per quanto dipende da lui. Anche i malvagi fanno la guerra per la pace dei propri associati e vorrebbero, se possibile, che tutti lo fossero affinché tutti e tutte le cose siano sottomesse a uno solo per il semplice motivo che con l'amore o con il timore tutti si accordino nella sua pace. In tal modo la superbia imita Dio alla rovescia. Odia infatti con i compagni l'eguaglianza nella sottomissione a lui, ma vuole imporre ai compagni un potere dispotico invece di lui. Odia dunque la giusta pace di Dio e ama la propria ingiusta pace. Tuttavia non può non amare la pace qualunque sia. Di nessuno si ha una deformità tale contro la natura da cancellare le ultime tracce della natura.

Pace nelle cose che sembrano negarla.
12. 3. Chi sa anteporre l'onestà alla depravazione, l'ordine al disordine nota che la pace dei disonesti nel confronto con quella delle persone oneste non si può considerare pace. Ma è anche indispensabile che un essere nel disordine sia in pace in qualche, da qualche e con qualche parte delle cose nelle quali esiste o delle cose di cui è composto, altrimenti non esisterebbe affatto. Ad esempio, se qualcuno fosse appeso con la testa all'ingiù, è certamente in disordine la posizione del corpo e l'ordine delle sue parti, perché la sezione che la natura pone in alto sta in basso e quella che essa vuole in basso sta in alto. Questo disordine ha turbato la pace del fisico e perciò è penoso, ma l'anima è in pace col corpo e si preoccupa della sua salute e quindi v'è chi se ne duole. E se l'anima messa fuori dalle sue sofferenze se ne separasse, finché rimane la connessione delle membra, quel che rimane non è senza una certa connessione delle parti e quindi è ancora nella pace chi è appeso. E poiché il corpo è spinto alla terra e oppone resistenza al laccio col quale è sospeso, tende all'ordine della pace e in certo senso chiede con la voce del peso il luogo in cui riposare e, sebbene esanime e senza alcuna percezione, non si estrania dalla pace naturale del proprio ordine o perché la possiede o perché ad essa è mosso. Se infatti si adoperasse un intervento con preparati che non permettano alla conformazione del cadavere di corrompersi e dissolversi, una certa pace ancora unirebbe le parti alle parti e congiungerebbe tutta la massa ad uno spazio terreno e conveniente, e perciò in pace. Se invece non s'impiegasse premura nell'imbalsamare, ma si lasciasse il corpo al procedimento naturale per un certo tempo, esso si scomporrebbe con esalazioni contrastanti che contrariano il nostro senso, fatto che si percepisce nella puzza, finché si ricongiunge agli elementi del mondo e ritorna alla loro pace nelle singole parti un po' alla volta. Ma di questo fenomeno non sfugge assolutamente nulla alle leggi del sommo Creatore e Ordinatore, dal quale è retta la pace dell'universo. Infatti anche se dal cadavere di un animale più grande spuntino fuori piccoli animali, per la medesima legge del Creatore i singoli piccoli corpi sono sottomessi alle piccole anime con la pace della salute. Ed anche se la carne degli animali morti viene divorata da altri animali, trova le medesime leggi partecipate al tutto che accordano nella pace le cose convenienti alle convenienti per la sopravvivenza di ogni specie degli esseri posti nel divenire, in qualunque spazio siano distribuiti, a qualunque componente siano uniti e in qualunque essere siano trasformati e mutati.

La pace e l'ordine.
13. 1. La pace del corpo dunque è l'ordinata proporzione delle parti, la pace dell'anima irragionevole è l'ordinata pacatezza delle inclinazioni, la pace dell'anima ragionevole è l'ordinato accordo del pensare e agire, la pace del corpo e dell'anima è la vita ordinata e la salute del vivente, la pace dell'uomo posto nel divenire e di Dio è l'obbedienza ordinata nella fede in dipendenza alla legge eterna, la pace degli uomini è l'ordinata concordia, la pace della casa è l'ordinata concordia del comandare e obbedire d'individui che in essa vivono insieme, la pace dello Stato è l'ordinata concordia del comandare e obbedire dei cittadini, la pace della città celeste è l'unione sommamente ordinata e concorde di essere felici di Dio e scambievolmente in Dio, la pace dell'universo è la tranquillità dell'ordine. L'ordine è l'assetto di cose eguali e diseguali che assegna a ciascuno il proprio posto. Perciò gli infelici, poiché in quanto infelici, non sono certamente nella pace, sono privi della tranquillità dell'ordine, in cui non v'è turbamento, tuttavia, poiché a ragione per giustizia sono infelici, nella loro stessa infelicità non possono essere fuori dell'ordine, non perché uniti agli uomini felici ma perché separati da loro nell'imperativo dell'ordine. Essi, se vivono senza turbamento, si uniformano con adattamento per quanto insufficiente alle condizioni in cui si trovano e perciò v'è in loro una certa tranquillità dell'ordine, v'è dunque una certa pace. Però sono infelici poiché, sebbene a causa di una certa serenità non provano dolore, non si trovano tuttavia nella condizione in cui devono essere sereni e non sentir dolore, più infelici ancora se non sono in pace con la legge da cui è retto l'ordine naturale. Quando provano dolore, è avvenuto il turbamento della pace in quella componente in cui provano dolore; v'è invece ancora la pace in quella componente in cui il dolore non brucia e il coordinamento non si è dissolto. Come dunque v'è una vita senza dolore, ma il dolore non vi può essere senza la vita, così v'è una pace senza la guerra, ma la guerra non vi può essere senza una determinata pace, non nel senso che è guerra, ma nel senso che si conduce da individui o in individui che sono determinati esseri. Non lo sarebbero certamente se non persistessero in una pace, qualunque essa sia.

Relatività della pace e del bene nella vita.
13. 2. Pertanto v'è un essere in cui non v'è alcun male o meglio in cui non vi può essere alcun male, ma è impossibile che vi sia un essere in cui non vi sia alcun bene. Neanche l'essere del diavolo, in quanto è essere, è un male, è il pervertimento che lo rende malvagio. Quindi non si mantenne nella verità 29, ma non eluse il giudizio della verità, non perseverò nella tranquillità dell'ordine, però non sfuggì al potere dell'Ordinatore. Il bene di Dio, che è nel suo essere, non lo sottrae alla giustizia di Dio, dalla quale viene restituito all'ordine e con essa Dio non riprova il bene che ha creato ma il male che il diavolo ha commesso. Infatti non toglie il tutto che ha dato all'essere, ma sottrae qualcosa, qualcosa lascia affinché vi sia chi prova dolore per ciò che ha sottratto. E il dolore è attestazione del bene sottratto e del bene lasciato. Se non fosse stato lasciato del bene, egli non potrebbe dolersi del bene perduto. Infatti chi pecca è più malvagio se gioisce del detrimento dell'onestà; chi si rattrista, invece, anche se non ottiene alcun bene, prova dolore per il detrimento della salute. Difatti l'onestà e la salute sono entrambe un bene e si deve provar dolore anziché rallegrarsi per la perdita di un bene, se non v'è il compenso d'un bene migliore ed è migliore l'onestà della coscienza che il benessere del corpo. Perciò, senza dubbio, il disonesto si duole nella pena più convenientemente di come si è rallegrato nella colpa. Come dunque il rallegrarsi del bene perduto con la colpa è prova della volontà cattiva, così il dolersi del bene perduto con la pena è prova di un essere buono. Chi infatti si duole di avere perduto la pace del proprio essere, si duole per determinati residui della pace in base ai quali avviene che il suo essere è a lui caro. Con giustizia poi avviene che nella pena finale i disonesti e gli infedeli rimpiangano nei tormenti la perdita del bene dell'essere nell'avvertire che lo ha sottratto Dio infinitamente giusto perché lo hanno disprezzato come donatore infinitamente buono. Dio dunque, Creatore infinitamente sapiente e Ordinatore infinitamente giusto di tutti gli esseri che ha costituito l'uman genere posto nel divenire come il più grande dei valori terreni, ha concesso agli uomini alcuni beni convenienti a questa vita, cioè la pace nel tempo in conformità con la vita posta nel divenire mediante la salute, la sopravvivenza e la solidarietà della propria specie e tutti i mezzi che sono indispensabili a difendere e riacquistare questa pace. Ad esempio, sono quegli oggetti che adeguatamente e convenientemente sono a disposizione dei sensi: la luce, il suono, l'aria da respirare, l'acqua da bere e ogni cosa che è adatta a nutrire, coprire, curare e abbellire il corpo. E questo nell'intesa molto ragionevole che chi abbia usato rettamente di questi beni nel divenire, proporzionati alla pace di esseri posti nel divenire, ne ottenga altri notevolmente più importanti, cioè la pace fuori del divenire e la gloria e l'onore ad essa corrispondenti nella vita eterna per essere felici di Dio e del prossimo in Dio; chi invece ne avrà usato male non consegua quei beni e perda questi.

La pace con se stessi e con gli altri.
14. Quindi per sé l'uso dei beni temporali è in relazione al godimento della pace terrena nella città terrena, nella città celeste è in relazione al godimento della pace eterna. Se fossimo animali irragionevoli, non tenderemmo ad altro che all'ordinata conformazione delle parti del corpo e alla placazione degli impulsi, a niente dunque fuorché all'appagamento della sensibilità e all'abbondanza delle soddisfazioni affinché la pace del corpo giovi alla pace dell'anima. Se manca la pace del corpo è ostacolata la pace dell'anima irragionevole perché non può raggiungere la placazione degli impulsi. L'una e l'altra insieme favoriscono quella pace che hanno l'anima e il corpo nel loro rapportarsi, cioè la pace di una vita ordinata in buona salute. Come infatti gli esseri viventi mostrano di amare la pace del corpo quando sfuggono al dolore e la pace dell'anima quando, per placare l'insorgere degli impulsi, cercano il piacere, così sottraendosi alla morte indicano chiaramente quanto amino la pace con cui si rapportano l'anima e il corpo. Ma poiché nell'uomo è operante l'anima ragionevole, egli sottopone alla pace dell'anima ragionevole tutto ciò che ha in comune con le bestie, per rappresentarsi un oggetto col pensiero e agire in conformità a tale oggetto, in modo che in lui vi sia un'ordinata armonia del conoscere e dell'agire, che avevo considerato come pace dell'anima ragionevole. Allo scopo necessariamente vuole non essere afflitto dal dolore, non turbato dallo stimolo, non distrutto dalla morte per conoscere il da farsi e in base a tale conoscenza organizzare vita e comportamento. Ma affinché nell'indagine sulla conoscenza, a motivo del potere ridotto dell'uman pensiero, non incorra nella falsità di qualche errore, ha bisogno del magistero divino al quale sottomettersi con certezza e dell'aiuto al quale sottomettersi con libertà. Ma finché è in questo corpo soggetto al divenire, è in viaggio lontano dal Signore, cammina nella fede e non nella visione 30. Perciò riferisce ogni pace tanto del corpo come dell'anima e insieme dell'anima e del corpo a quella pace che l'uomo, posto nel divenire, ha con Dio che è fuori del divenire, in modo che gli sia ordinata dalla fede con l'obbedienza sotto la legge eterna. Ora Dio maestro insegna due comandamenti principali, cioè l'amore di Dio e l'amore del prossimo 31, nei quali l'uomo ravvisa tre oggetti che deve amare: Dio, se stesso, il prossimo, e che nell'amarsi non erra chi ama Dio. Ne consegue che provvede anche al prossimo affinché ami Dio perché gli è ordinato di amarlo come se stesso, così alla moglie, ai figli, ai familiari e alle altre persone che potrà e vuole che in tal modo dal prossimo si provveda a lui, se ne ha bisogno. Perciò sarà in pace con ogni uomo, per quanto dipende da lui, mediante la pace degli uomini, cioè con un'ordinata concordia nella quale v'è quest'ordine, prima di tutto che non faccia del male a nessuno, poi che faccia del bene a chi può. Dapprima dunque v'è in lui l'attenzione ai suoi cari, perché ha l'occasione più favorevole e facile di provvedere loro tanto nell'ordinamento della natura come della stessa convivenza umana. Dice l'Apostolo: Chi non provvede ai suoi cari e soprattutto ai familiari ha abiurato la fede ed è peggiore di un infedele 32. Da tali condizioni sorge appunto la pace della casa, cioè l'ordinata concordia del comandare e obbedire dei familiari. Comandano infatti quelli che provvedono, come l'uomo alla moglie, i genitori ai figli, i padroni ai servi. Obbediscono coloro ai quali si provvede, come le donne ai mariti, i figli ai genitori, i servi ai padroni. Ma nella casa del giusto, che vive di fede 33 ed è ancora esule dalla sublime città del cielo, anche coloro che comandano sono a servizio di coloro ai quali apparentemente comandano 34. Non comandano infatti nella brama del signoreggiare ma nel dovere di provvedere, non nell'orgoglio dell'imporsi, ma nella compassione del premunire.

Pace e ordine anche nella schiavitú.
15. Lo prescrive l'ordine naturale perché in questa forma Dio ha creato l'uomo. Infatti egli disse: Sia il padrone dei pesci del mare e degli uccelli del cielo e di tutti i rettili che strisciano sulla terra 35. Volle che l'essere ragionevole, creato a sua immagine, fosse il padrone soltanto degli esseri irragionevoli, non l'uomo dell'uomo, ma l'uomo del bestiame. Per questo i giusti dell'antichità furono stabiliti come pastori degli armenti e non come re degli uomini 36, ed anche in questo modo Dio suggeriva che cosa richiede l'ordine delle creature, che cosa esige la penalità del peccato. Si deve capire che a buon diritto la condizione servile è stata imposta all'uomo peccatore. Perciò in nessun testo della Bibbia leggiamo il termine "schiavo" prima che il giusto Noè tacciasse con questo titolo il peccato del figlio 37. Quindi la colpa e non la natura ha meritato simile appellativo. Si avanza l'ipotesi che l'etimologia degli addetti alla servitù sia derivata nella lingua latina dal fatto che coloro i quali per legge di guerra potevano essere ammazzati, se conservati dai vincitori, venivano asserviti ed erano denominati appunto dal conservare 38. Ed anche questo non avviene senza la sanzione del peccato. Infatti, anche quando si conduce una guerra giusta, dalla parte avversa si combatte per il peccato ed ogni vittoria, anche se favorisce i malvagi, umilia i vinti per giudizio divino tanto se corregge le colpe, come se le punisce. Ne è testimone il profeta Daniele quando, essendo in prigionia, confessa a Dio i propri peccati e i peccati del suo popolo e con devoto dolore confessa che questa è la causa della prigionia stessa 39. Dunque prima causa della schiavitù è il peccato per cui l'uomo viene sottomesso all'uomo con un legame di soggezione, ma questo non avviene senza il giudizio di Dio, nel quale non v'è ingiustizia ed egli sa distribuire pene diverse alle colpe di coloro che le commettono. Il Padrone di tutti dice: Chiunque commette peccato è schiavo del peccato 40; e per questo molti fedeli sono schiavi di padroni ingiusti ma non liberi perché: Ciascuno è aggiudicato come schiavo a colui dal quale è stato vinto 41. E certamente con maggior disimpegno si è schiavi di un uomo che della passione poiché la passione del dominio, per non parlare delle altre, sconvolge con un dominio molto crudele il cuore dei mortali. In quell'ordine di pace col quale alcuni uomini sono soggetti ad altri, come giova l'umiltà a quelli che sono schiavi, così nuoce la superbia a coloro che sono padroni. Per natura, secondo la quale all'inizio Dio formò l'uomo, non v'è schiavo dell'uomo o del peccato. Però la schiavitù come pena è ordinata secondo quella legge che comanda di mantenere l'ordine naturale e proibisce di violarlo perché, se il peccato non fosse avvenuto contro quella legge, non vi sarebbe nulla da reprimere dalla schiavitù come pena. Perciò l'Apostolo consiglia anche che gli schiavi siano sottomessi ai loro padroni e che prestino loro servizio in coscienza con buona volontà 42. Così, se non possono essere lasciati in libertà, essi stessi rendano libera la propria schiavitù, non prestando servizio con perfida paura ma con un affetto leale perché abbia fine l'ingiustizia e siano privati di significato la supremazia e il potere umano 43, e Dio sia tutto in tutti 44.

Pace nella famiglia anche per gli schiavi.
16. Perciò anche se i nostri onesti patriarchi ebbero degli schiavi regolavano la pace domestica in modo da distinguere, per quanto riguarda i beni temporali, l'eredità dei figli dalla condizione degli schiavi, ma per quanto riguarda il culto di Dio, nel quale si sperano i beni eterni, provvedevano con eguale amore a tutti i componenti della propria famiglia 45. L'ordine naturale impone questa prescrizione sicché da essa è derivata la denominazione di padre di famiglia e si è così universalmente diffusa che anche i padroni, che esercitano il potere ingiustamente, godono di essere così denominati 46. Ma coloro che sono veri padri di famiglia spronano tutti nella famiglia come propri figli ad onorare e rendersi propizio Dio, perché desiderano vivamente di giungere alla famiglia del cielo dove non è più necessario il dovere di comandare a individui soggetti a morire. Non sarà necessario infatti il dovere di spronare esseri beati di una sublime immortalità. E per giungervi debbono sopportare di più i capi di famiglia nel comandare che gli schiavi nell'obbedire. E se qualcuno nella casa ostacola la pace della famiglia, viene rimproverato o con la parola o con la sferza o con un altro qualsivoglia genere di pena consentita dalla giustizia, per quanto lo permette l'umana convivenza, a favore di colui che viene rimproverato perché sia riordinato alla pace dalla quale si era distolto. Come infatti non è proprio della disposizione a fare il bene ottenere approvando che si perda un bene più grande, così non è proprio della disposizione a non fare il male permettere, perdonando, che s'incorra in un male più grave. Compete dunque al dovere di chi non fa il male, non solo non fare del male ad alcuno, ma reprimere il peccato o punirlo affinché o chi viene colpito sia corretto dal castigo o gli altri siano ammoniti dall'esempio. Ora la famiglia dell'individuo è un inizio o una piccola parte dello Stato ed ogni inizio è in relazione a un determinato compimento del proprio modo di essere e ogni parte all'interezza del tutto di cui è parte. Ne consegue dunque evidentemente che la pace familiare sia in relazione a quella civile, cioè che l'ordinata concordia del comandare e obbedire dei familiari sia in relazione all'ordinata concordia del comandare e obbedire dei cittadini. Pertanto conviene che il padre di famiglia tragga dalla legge dello Stato le disposizioni con cui regolare la propria famiglia in modo che si armonizzi alla pace dello Stato.

Pace, ordine e religione nelle due città.
17. Ma la famiglia di persone, che non vivono di fede, persegue la pace terrena dagli utili e interessi di questa vita che scorre nel tempo. Invece la famiglia delle persone che vivono di fede attende quei beni che sono stati promessi come eterni nell'aldilà e usa i beni terreni posti nel tempo come un esule in cammino. Non usa cioè di quelli da cui sia attratta e stornata dalla via con cui tende a Dio, ma di quelli con cui sia sorretta a sostenere più agevolmente e non accrescere affatto i fardelli del corpo corruttibile che appesantisce l'anima 47. Perciò l'uso dei beni necessari a questa vita, posta nel divenire, è comune alle une e alle altre persone, all'una e all'altra famiglia, ma l'intento dell'uso è esclusivamente personale ad ognuno e assai diverso. Così anche la città terrena, che non vive di fede, desidera la pace terrena e stabilisce la concordia del comandare e obbedire dei cittadini, affinché vi sia un certo consenso degli interessi nei confronti dei beni pertinenti alla vita soggetta al divenire. Invece la città celeste o piuttosto quella parte di essa, che è esule in cammino nel divenire e vive di fede, necessariamente deve trar profitto anche da questa pace fino a che cessi la soggezione al divenire, alla quale è indispensabile una tale pace. Perciò, mentre nella città terrena essa conduce una vita prigioniera del suo cammino in esilio, ricevuta ormai la promessa del riscatto e il dono della grazia spirituale come caparra, non dubita di sottomettersi alle leggi della città terrena, con le quali sono amministrati i beni messi a disposizione della vita che è nel divenire. Così, essendo comune l'essere nel divenire, nei beni che lo riguardano è mantenuta la concordia fra le due città. La città terrena però ha avuto alcuni dotti, che l'insegnamento divino condanna, i quali, o per una loro ipotesi o perché ingannati dai demoni, hanno creduto che molti dèi si devono rendere benevoli agli interessi umani e che determinati oggetti spettano per assegnazione a determinate loro competenze, ad uno il corpo, a un altro lo spirito e nel corpo ad uno la testa, ad un altro il collo e ognuna delle altre parti a ognuno di loro. Ugualmente nello spirito a uno spetta l'intelligenza, all'altro la scienza, ad uno l'ira, all'altro l'avidità, e per le cose che sono necessarie alla vita, a uno il bestiame, a un altro il grano, a uno il vino, a un altro l'olio, ad uno i boschi, a un altro il denaro, ad uno la navigazione, a un altro guerre e vittorie, ad uno i matrimoni, a un altro parti e fecondità, e ad altri altri beni. La città del cielo sa invece che un solo Dio si deve adorare e ritiene con vero sentimento religioso che a lui soltanto si deve essere sottomessi con quella sottomissione la quale in greco è detta , e soltanto a Dio si deve. È avvenuto quindi che non poteva avere in comune le leggi della religione con la città terrena e che a loro difesa necessariamente doveva dissentire da essa e che era di peso agli altri, i quali la pensavano diversamente, e che doveva sopportare la loro collera, gli odî e gli assalti delle persecuzioni, salvo quando riuscì a trattenere l'efferatezza degli avversari, qualche volta per paura del numero e sempre con l'aiuto di Dio. Dunque questa città del cielo, mentre è esule in cammino sulla terra, accoglie cittadini da tutti i popoli e aduna una società in cammino da tutte le lingue. Difatti non prende in considerazione ciò che è diverso nei costumi, leggi e istituzioni, con cui la pace terrena si ottiene o si mantiene, non invalida e non annulla alcuna loro parte, anzi conserva e rispetta ogni contenuto che, sebbene diverso nelle varie nazioni, è diretto tuttavia al solo e medesimo fine della pace terrena se non ostacola la religione, nella quale s'insegna che si deve adorare un solo sommo e vero Dio. Dunque anche la città del cielo in questo suo esilio trae profitto dalla pace terrena, tutela e desidera, per quanto è consentito dal rispetto per il sentimento religioso, l'accordo degli umani interessi nel settore dei beni spettanti alla natura degli uomini soggetta al divenire e subordina la pace terrena a quella celeste. Ed essa è veramente pace in modo che unica pace della creatura ragionevole dev'essere ritenuta e considerata l'unione sommamente ordinata e concorde di avere Dio come fine e l'un l'altro in lui. Quando si giungerà a quello stesso stato, non vi sarà la vita destinata a morire, ma definitivamente e formalmente vitale, né il corpo animale che, finché è soggetto a corruzione, appesantisce l'anima, ma spirituale senza soggezione al bisogno e interamente sottomesso alla volontà. La città del cielo, mentre è esule in cammino nella fede, ha questa pace e vive onestamente di questa fede, quando al conseguimento della sua pace eterna subordina ogni buona azione, che compie verso Dio e il prossimo, perché la vita della città è essenzialmente sociale.

Teoresi contro gli Accademici per dubbio, certezza, opinione.
18. Per quanto riguarda la famosa caratteristica che Varrone ha applicato ai nuovi accademici, per i quali non v'è certezza 48, la città di Dio respinge assolutamente come irrazionale una tale forma di dubbio. Essa possiede infatti una conoscenza irrefutabilmente certa degli oggetti che si rappresenta con pensiero e ragionamento, sebbene limitata a causa del corpo corruttibile che appesantisce l'anima perché, come dice l'Apostolo: Conosciamo da un aspetto 49. Inoltre per l'evidenziarsi di qualsiasi oggetto ha fiducia dei sensi dei quali, tramite il corpo, la coscienza si serve, perché s'inganna, fino a destare compassione, chi ritiene che non si deve affatto aver fiducia in essi 50. Crede anche ai testi della sacra Scrittura dell'Antico e Nuovo Testamento, che riteniamo canonici, da cui ha avuto origine la fede, della quale vive il credente 51 e mediante la quale procediamo senza dubitare finché siamo in cammino lontani dal Signore 52. Tuttavia, rimanendo integra ed evidente la fede, noi dubitiamo senza disapprovazione critica di alcune nozioni che non ci siamo rappresentati né con la sensazione né col pensiero, non ci sono state rese evidenti dalla Scrittura canonica e che non sono pervenute alla nostra conoscenza mediante testimonianze cui è assurdo non credere.

Prassi contro i Cinici nei tre tipi di vita.
19. Non importa certamente nulla alla città celeste con quale contegno e tenore di vita, se non è contro i divini comandamenti, si professi la fede con cui si giunge a Dio; quindi neanche ai filosofi, quando diventano cristiani, impone di mutare il contegno e modo di vivere, se non ostacolano la religione, ma di mutare solamente le false dottrine. Quindi non si preoccupa affatto di quella caratteristica che Varrone ha desunto dai cinici 53, se non induce a un comportamento contro la decenza e la temperanza. Riguardo poi ai tre tipi di vita: dedito agli studi, attivo e misto, sebbene, salva la fede, si possa in ognuno di essi trascorrere la vita e giungere al premio eterno, importa tuttavia che cosa si raggiunga nella ricerca della verità e che cosa s'impegni per dovere di carità. Così non si deve essere dediti allo studio al punto che non si pensi al bene del prossimo, né così attivi che non si attui la conoscenza metafisica di Dio. Nello studio non deve allettare l'inetta assenza d'impegni, ma la ricerca e il raggiungimento della verità, in maniera che si abbia un progresso e non si rifiuti all'altro quel che si è raggiunto. Nella vita attiva non si devono amare le dignità in questa vita o il potere, poiché tutto è vanità sotto il sole 54, ma l'attività stessa che si esercita con la dignità o potere, se si esercita con onestà e vantaggio, cioè affinché contribuisca a quel benessere dei sudditi che è secondo Dio. Ne ho parlato precedentemente 55. Ha detto perciò l'Apostolo: Chi aspira all'episcopato aspira a un nobile lavoro 56. Volle spiegare che cos'è l'episcopato perché è denominazione di un lavoro e non di una dignità. La parola è greca e se ne ha etimologicamente il significato. Infatti chi è preposto sovrintende a coloro ai quali è preposto perché ne ha la cura. appunto significa essere intento, quindi, se si vuole, si può tradurre "soprintendere", affinché capisca che non è vescovo chi si illude di avere il comando senza giovare. Perciò non ci si distoglie dall'attitudine di conoscere la verità perché è attitudine pertinente a un lodevole impegno nello studio. Al contrario, non conviene aspirare a una carica superiore senza la quale non può essere governato uno Stato, sebbene in termini di amministrazione sia governato come conviene. Pertanto l'amore della verità cerca un religioso disimpegno, l'obbligo della carità accetta un onesto impegno. E se questo fardello non viene imposto, si deve attendere e ricercare e intuire la verità, e se viene imposto, si deve accettarlo per obbligo di carità, ma anche in questo caso non si deve abbandonare del tutto il diletto della verità, affinché non venga a cessare quell'attrattiva e non opprima questa obbligazione.

Pace nell'eternità e pace nel tempo.
20. Pertanto il sommo bene della città di Dio è la pace eterna definitiva, non quella attraverso la quale i mortali passano col nascere e il morire, ma quella in cui gli immortali rimangono senza alcuna soggezione ai contrari. Chi dunque può negare che quella vita è sommamente felice e nel confronto non giudica sommamente infelice questa che trascorre nel tempo anche se è colma dei beni dell'anima, del corpo e del mondo esteriore? Ma chiunque la giudica in maniera da riferire il suo scorrere al fine di quella vita che ama con grande ardore e che spera con grande fiducia, non assurdamente si può considerare felice anche in questo tempo di quella speranza anziché di questa vicenda. La vicenda presente senza la speranza è una falsa felicità e una grande infelicità. Difatti non ha esperienza dei veri beni dell'anima poiché non è vera saggezza quella la quale, nelle azioni che giudica con la prudenza, compie con la fortezza, frena con la temperanza, distribuisce con la giustizia, non orienta la propria scelta a quel fine in cui Dio sarà tutto in tutti 57, in un'eternità certa e in una pace definitiva.

Il vero Stato e lo Stato romano (21-28)

Implicanza di popolo, Stato, diritto, giustizia.
21. 1. Perciò è ora l'occasione di esporre, con la brevità e chiarezza che potrò, la tesi che ho promesso di dimostrare nel secondo libro di questa opera 58, sulla base delle definizioni che in Cicerone usa Scipione, nei libri su Lo Stato, e cioè che non è mai esistito uno Stato romano. Definisce in sintesi che lo Stato (res publica) è la cosa del popolo 59. Se la definizione è vera, non è mai esistito lo Stato romano, perché mai fu cosa del popolo, ed egli ha dimostrato che questa è la definizione dello Stato. Ha infatti definito il popolo come l'unione di un certo numero d'individui, messa in atto dalla conformità del diritto e dalla partecipazione degli interessi 60. Nel dibattito spiega che cosa intende per conformità del diritto, poiché dimostra che senza la giustizia non si può amministrare lo Stato; è impossibile dunque che si abbia il diritto in uno Stato in cui non si ha vera giustizia. L'atto che si compie secondo diritto si compie certamente secondo giustizia ed è impossibile che si compia secondo il diritto l'atto che si compie contro la giustizia. Infatti non si devono definire e considerare diritto le illegali istituzioni di certi individui, poiché anch'essi considerano diritto la norma che promana dalla sorgente della giustizia. È falso inoltre ciò che per sistema si afferma da alcuni, i quali sostengono l'erronea opinione che è diritto quel che promuove l'interesse del più forte 61. Pertanto nello Stato, in cui non si ha la vera giustizia, non vi può essere l'unione d'individui messa in atto dall'uniformità del diritto e quindi neanche il popolo secondo la definizione di Scipione e Cicerone; e se non v'è il popolo, non v'è neanche la cosa del popolo, ma di una massa d'individui che non merita il nome di popolo. Quindi se lo Stato è cosa del popolo, ma non si ha un popolo perché non è associato nella conformità del diritto, inoltre non si ha il diritto perché non v'è la giustizia, si conclude senza alcun dubbio che lo Stato, in cui non si ha la giustizia, non è uno Stato. La giustizia infatti è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo. Dunque non è giustizia dell'uomo quella che sottrae l'uomo stesso al Dio vero e lo rende sottomesso ai demoni infedeli. Questo non è distribuire a ciascuno il suo. Chi estorce il campo di colui dal quale è stato acquisito e lo cede a chi non ha alcun diritto su di esso è ingiusto, a più forte ragione non è giusto chi sottrae se stesso al Dio Signore, da cui è stato creato, e si rende schiavo degli spiriti malvagi.

Sottomissione religiosa, politica, morale.
21. 2. Nei medesimi libri su Lo Stato si discute con chiara, aspra e accesa polemica contro l'ingiustizia a favore della giustizia. In precedenza, poiché si dibatteva a favore di alcuni aspetti dell'ingiustizia contro la giustizia e si affermava che soltanto mediante l'ingiustizia lo Stato può essere costituito e amministrato, si pose come principio validissimo che è ingiusto che gli uomini siano sottomessi al potere di altri uomini. Tuttavia se una città dominatrice, che amministra uno Stato esteso, non applica l'ingiustizia così intesa, non può signoreggiare le province. Si ebbe in risposta da parte della giustizia che è giusto che per simili individui sia operatrice d'interessi la sottomissione e che per loro interesse si verifichi il fatto, quando si verifica con giustizia, cioè quando si toglie agli scellerati l'insubordinazione della violenza e quando, assoggettati, si troveranno in condizioni migliori, poiché non assoggettati si trovarono in condizioni peggiori. Si aggiunse che fosse tenuto presente un tale criterio, come a trarre un palese modello dalla natura e si formulò questo pensiero: "Perché dunque Dio domina sull'uomo, l'anima sul corpo, la ragione sulla passione e sulle altre inclinazioni depravate dell'anima?". Da questo modello si trasse l'insegnamento che per alcuni è vantaggiosa la sottomissione e che per tutti è vantaggioso essere sottomessi a Dio. L'anima spirituale, che è sottomessa a Dio, domina secondo onestà il corpo e nell'anima la ragione, sottomessa a Dio Signore, domina secondo onestà la passione e gli altri impulsi. Perciò se l'uomo non è sottomesso a Dio si deve ritenere che in lui non v'è giustizia, poiché è assolutamente impossibile che l'anima non sottomessa a Dio domini secondo giustizia il corpo e la ragione umana gli impulsi. E se in un individuo di tale tipo non v'è giustizia, certamente neanche nell'associazione d'individui di questo tipo. Non v'è dunque la conformità del diritto che rende popolo un certo numero d'individui dal quale lo Stato ha il nome come di cosa del popolo. Che dire poi degli interessi, dato che il gruppo di uomini associati, anche dalla partecipazione ad essi, come comporta la suddetta definizione, si denomina popolo? Se infatti rifletti con attenzione, non v'è alcun interesse per i viventi che vivono senza religione, come vive ogni individuo che non è sottomesso a Dio ed è sottomesso a demoni tanto maggiormente irreligiosi, perché pretendono che si sacrifichi a loro come a divinità, sebbene siano spiriti molto immondi. Ritengo tuttavia che è sufficiente quanto ho detto della conformità del diritto, perché da questa definizione si deduca che non v'è popolo da cui derivi la denominazione di cosa del popolo, se in esso non v'è la giustizia. Obiettano forse che i Romani nel loro Stato furono sottomessi non a spiriti immondi ma a buoni e santi dèi. Ma perché ripetere critiche che ho già trattato quanto è necessario, anzi più del necessario? Chi tramite i libri dell'opera è giunto a questa parte non può mettere in dubbio che i Romani si sono sottomessi a demoni malvagi e impuri, a meno che non sia un cretino o sfacciatamente attaccabrighe. Ma per tacere di quale stampo siano gli dèi che onoravano con sacrifici, nella Legge del vero Dio è scritto: Chi sacrificherà agli dèi e non soltanto al Signore, sarà votato allo sterminio 62. Dunque colui, che con una sì grande punizione ha dato questo comandamento, volle che non si sacrificasse a dèi né buoni né cattivi.

V'è un unico vero Dio.
22. Ma si può obiettare: "Ma chi è questo Dio e con quali argomenti si dimostra che i Romani dovevano essergli sottomessi al punto da non onorare con sacrifici se non lui?". È indice di grande accecamento chiedere ancora chi è questo Dio. Egli è il Dio di cui i Profeti hanno predetto gli eventi che costatiamo. Egli è il Dio da cui Abramo ebbe l'annunzio: Nella tua discendenza saranno benedetti tutti i popoli 63. E anche quelli stessi, che sono rimasti nemici del nome cristiano, lo vogliano o no, riconoscono che l'annunzio si è compiuto in Cristo il quale, secondo la stirpe, proviene da quella discendenza. Egli è il Dio, di cui lo Spirito divino ha parlato per mezzo di uomini e gli eventi da loro predetti si sono avverati per mezzo della Chiesa, che vediamo diffusa in tutto il mondo. Ne ho trattato nei libri precedenti. È lo stesso Dio che Varrone, il più illustre letterato romano, ritiene sia Giove, sebbene non sappia quel che dice; ho ritenuto tuttavia di esporre il suo pensiero, poiché un uomo di così grande erudizione non ha potuto ammettere che il Dio in parola non esistesse o fosse di bassa estrazione. Egli credette che fosse quel che riteneva come il Dio supremo 64. Infine è lo stesso Dio che Porfirio, il filosofo più dotto, sebbene durissimo avversario dei cristiani, ammette come il grande Dio attraverso gli oracoli di quelli che egli ritiene dèi 65.

Porfirio con Apollo oltraggia il Cristo...
23. 1. Nell'opera che intitola La filosofia degli oracoli Porfirio raccoglie e distribuisce i responsi ritenuti divini su argomenti riguardanti la filosofia. Devo usare le stesse sue parole come risultano tradotte dal greco. Egli dice: A uno che chiedeva quale dio doveva propiziarsi nel ricondurre la moglie dal cristianesimo, Apollo diede questa risposta in versi. Queste sono le parole attribuite ad Apollo: Forse potrai più facilmente scrivere nell'acqua con lettere stampate o, sbattendo delle leggere piume, volare come un uccello nell'aria, che dissuadere il sentimento dell'empia moglie depravata. Prosegua come vuole, insistendo nelle insignificanti falsità e cantando di compiangere con le falsità il Dio morto, che la morte più obbrobriosa, collegata con l'uso della lancia, ha ucciso negli anni più belli perché condannato da giudici che agivano rettamente. Dopo questi versi di Apollo, tradotti in latino senza metrica, Porfirio ha aggiunto le parole: Con questi versi egli ha svelato il fallimento della loro credenza, perché afferma che i Giudei onorano Dio più dei cristiani. È il passo in cui, sfigurando il Cristo, ha preferito i Giudei ai cristiani, perché sostiene che i Giudei onorano Dio. Così ha interpretato i versi di Apollo, nei quali afferma che il Cristo fu fatto uccidere da giudici che agivano rettamente, come se Egli sia stato giustamente punito da loro che giudicavano con onestà. Riflettano su che cosa ha detto di Cristo il menzognero aruspice di Apollo e che Porfirio ha creduto, ovvero egli stesso forse ha immaginato che l'aruspice abbia detto ciò che non ha detto. In seguito esamineremo com'è coerente con se stesso o come faccia corrispondere fra di loro gli stessi oracoli. Al momento afferma che i Giudei, come difensori di Dio, hanno giudicato giustamente il Cristo, perché hanno ritenuto che doveva essere straziato con la morte più obbrobriosa. Quindi si doveva ascoltare il Dio dei Giudei, al quale rende testimonianza, quando dice: Chi sacrificherà agli dèi e non soltanto al Signore sarà votato allo sterminio 66. Ma veniamo ad argomenti più evidenti e ascoltiamolo affermare che il Dio dei Giudei è un Dio grande. Così, riguardo alla domanda con cui interrogò Apollo, che cosa sia meglio: la parola, il pensiero o la legge, dice: Rispose in versi con queste parole. E aggiunge i versi di Apollo, fra i quali vi sono questi che io riporterò quanto può bastare. Dice: Davanti a Dio, creatore e re prima di tutte le cose, tremano cielo e terra, il mare, i luoghi occulti degli abissi e rabbrividiscono perfino i numi. Loro legge è il Padre che i santi ebrei molto onorano 67. Con questo oracolo del suo dio Apollo Porfirio ha affermato che il Dio degli ebrei è tanto grande che perfino gli dèi ne hanno timore. Avendo detto Dio: Chi sacrifica agli dèi sarà votato allo sterminio, mi meraviglio che lo stesso Porfirio non l'abbia temuto e sacrificando agli dèi non abbia temuto di essere sterminato.

... con Ecate lo onora...
23. 2. Questo filosofo parla bene del Cristo, come se abbia dimenticato l'ingiuria di cui poco fa ho parlato, ovvero come se i suoi dèi nel sonno abbiano oltraggiato il Cristo e svegliandosi lo abbiano ritenuto buono e lodato secondo il merito. Poi, come se stesse formulando una verità sorprendente e incredibile, dice: Certamente al di là di ogni aspettativa può sembrare quel che sto per dire. Gli dèi hanno considerato il Cristo molto devoto e hanno ricordato che è stato reso immortale anche per la sua predicazione. Gli dèi - soggiunge - dicono che i cristiani al contrario sono corrotti, depravati, avviluppati nell'errore e proferiscono molti oltraggi contro di loro. Aggiunge poi altri brani come responsi degli dèi che oltraggiano i cristiani, e dopo di essi afferma: A coloro che chiedevano se Cristo è Dio, Ecate rispose: Tu sai come l'anima umana dopo il corpo si perfeziona, ma separata dalla sapienza è sempre in errore. Quell'anima è di un uomo insigne; essi lo adorano perché la verità non è in loro. Quindi collegando, dopo questo responso, parole sue, dice: Dunque Ecate ha detto che era un uomo molto devoto e che la sua anima, come quella degli altri uomini devoti dopo la morte, fu stimata degna dell'immortalità e perciò i cristiani, che sono insipienti, lo adorano. E aggiunge: A coloro che interrogavano: Ma perché dunque è stato condannato?, la dea diede questo responso: Il corpo è sempre soggetto a tormenti che lo spossano; invece l'anima degli uomini devoti ha la propria dimora nella casa del cielo. Però quell'anima diede per fatalità ad altre anime d'impigliarsi nell'errore e ad esse il destino non concesse di ottenere i doni degli dèi né di avere il riconoscimento di Giove l'immortale. Sono perciò detestati dagli dèi perché, sebbene ad essi per destino non fu dato di conoscere il Dio né di ricevere doni dagli dèi, Egli fatalmente permise loro d'impigliarsi nell'errore. Egli, essendo devoto, come tutti i devoti, ebbe dimora in cielo. Quindi non lo biasimerai e avrai pietà della pazzia degli uomini, facile pericolo in essi di cadere da lui con la testa all'ingiù 68.

... ma l'uno e l'altra sono contro il Cristianesimo.
23. 3. Non si può essere tanto stolti da non capire che questi oracoli furono contraffatti da un uomo astuto e insieme grande avversario dei cristiani o con una eguale intenzione furono trasmessi dagli impuri demoni. Difatti, poiché lodano Cristo, si può credere che con verità biasimano i cristiani e così, se ci riescono, sbarrano la via della salvezza eterna in cui si diviene cristiani. Capiscono che non contrasta la loro svariata furbizia nel nuocere se si crede a loro quando lodano il Cristo, purché si creda loro quando biasimano i cristiani. Difatti rendono colui, che crede l'uno e l'altro, un tale elogiatore del Cristo da non voler essere cristiano in modo che il Cristo, da lui lodato, non lo liberi dalla tirannia dei demoni, soprattutto perché essi lodano il Cristo in un senso che chi lo ritiene come essi lo dichiarano non è un cristiano ma un eretico fotiniano. Questi ammette Cristo soltanto come uomo e non anche come Dio, in modo che per la sua mediazione non si può avere la salvezza ed evitare o sciogliere i tranelli di questi diavoli spacciatori di frottole. Noi non possiamo accettare né Apollo, che infama il Cristo, né Ecate che lo decanta. Quegli infatti pretende che il Cristo sia ritenuto un disonesto, perché afferma che fu condannato da giudici che agivano rettamente; questa afferma che fu un uomo molto devoto, ma uomo soltanto. Però una è la mira di lui e di lei: adoperarsi cioè che gli uomini non siano cristiani perché, se non saranno cristiani, non potranno essere liberi dal loro potere. Questo filosofo, o piuttosto coloro che accolgono simili così detti oracoli contro i cristiani, ottengano prima, se ci riescono, che Ecate e Apollo si accordino nei confronti del Cristo e che l'una e l'altro insieme o lo condannino o lo onorino. Se ci riuscissero, noi per lo meno eluderemmo i demoni imbroglioni che oltraggiano e insieme lodano il Cristo. Poiché infatti un dio e una dea loro dissentono fra sé sul Cristo, poiché quegli lo oltraggia, questa lo loda, gli uomini, se reagiscono giudiziosamente, non li credono quando parlano male dei cristiani.

Incoerenza del politeista.
23. 4. Certamente però Ecate, ovverosia Porfirio, quando loda il Cristo, nel dire che per fatalità egli permise ai cristiani che s'impigliassero nell'errore, manifesta tuttavia le ragioni di quello che egli ritiene un errore. Prima di esporle con le sue parole, chiedo, qualora per fatalità il Cristo permise ai cristiani l'impiglio nell'errore, se l'ha permesso volendo o non volendo. Se volendo, in che senso è giusto? Se non volendo, in che senso è nella beatitudine? Ma ormai ascoltiamo le ragioni dell'errore. Vi sono - dice - in un determinato luogo i più piccoli spiriti terreni soggetti al potere di demoni cattivi. I sapienti degli ebrei dei quali uno è stato Gesù, come hai appreso dalle divinazioni di Apollo riferite precedentemente, gli ebrei dunque allontanavano gli uomini devoti da questi demoni pessimi e dagli spiriti di minore entità e impedivano che si dedicassero a loro, ma volevano che venerassero prevalentemente gli dèi del cielo e soprattutto Dio Padre. Anche gli dèi - soggiunge - lo ingiungono e in precedenza abbiamo dimostrato in qual senso suggeriscono di volgere la mente a Dio e comandano di adorarlo in ogni luogo. Però gli ignoranti d'indole cattiva, ai quali in verità il destino non ha concesso di ottenere doni dagli dèi e di avere il concetto dell'immortale Giove, non ascoltando né gli dèi né gli uomini di Dio, hanno rifiutato tutti gli dèi e perfino non hanno odiato ma onorato i demoni proibiti e, pur fingendo di onorare Dio, non compiono soltanto le azioni con cui Dio si adora. Certamente Dio, come Padre di tutti, non ha bisogno di alcuno, ma per noi è bene, quando lo adoriamo mediante la giustizia, la castità e le altre virtù, rendendo la nostra vita un'invocazione a lui mediante l'imitazione e la ricerca su lui. La ricerca infatti purifica, l'imitazione rende simili a Dio operando l'attaccamento a lui 69. Certamente Porfirio ha parlato bene di Dio Padre e ha dichiarato con quale tenore di vita si deve onorare. I libri profetici degli ebrei sono pieni di tali insegnamenti, quando è raccomandata o lodata la santità della vita. È in errore soltanto nei confronti dei cristiani ovvero li calunnia tanto quanto gli suggeriscono i demoni che egli ritiene dèi. Eppure non è difficile ad alcuno richiamare alla memoria le rappresentazioni oscene ed indecenti che si tenevano nei teatri e nei templi in ossequio agli dèi e volgere l'attenzione ai riti, preghiere e discorsi che si svolgono nelle chiese e a ciò che si offre al Dio vero e dedurne dove si ha l'edificazione e dove la demolizione della moralità. Soltanto una suggestione diabolica ha potuto imbeccare o suggerire a Porfirio una menzogna così insignificante ed evidente che i cristiani onorano, anziché odiare, i demoni che gli ebrei vietano di adorare. Ma il Dio, che hanno adorato i saggi degli ebrei, vieta di sacrificare anche ai santi angeli del cielo e alle virtù di Dio, che in questo nostro cammino verso la morte veneriamo ed amiamo come cittadini della somma beatitudine. Difatti egli proclama solennemente nella Legge, che ha dato al suo popolo ebreo, e dice molto minacciosamente: Chi sacrifica agli dèi sarà sterminato 70. E non si deve pensare che è stato prescritto di non sacrificare ai demoni più cattivi e agli spiriti della terra, che Porfirio considera i più piccoli o più piccoli 71. Infatti nella sacra Scrittura costoro sono stati considerati dèi non degli ebrei ma dei pagani, concetto che evidentemente in un Salmo i Settanta hanno espresso traducendo: Poiché tutti gli dèi dei pagani sono demoni 72. E affinché dunque non si pensasse che è stato proibito di sacrificare a questi demoni e che sia permesso sacrificare agli dèi del cielo, a tutti o ad alcuni, subito soggiunge: Se non al Signore solo, affinché nelle parole: Al Signore solo non si ritenga che il sole è il Signore, cui si deve sacrificare. Nella Scrittura in greco si riscontra facilmente che non si deve interpretare in quel senso.

Ritorna l'assunto della sottomissione religiosa, politica, morale.
23. 5. Dunque il Dio degli ebrei, al quale anche l'illustre filosofo rende una così grande testimonianza, diede la Legge al suo popolo ebraico, scritta in ebraico, non ermetica e ignota, ma già divulgata presso tutti i popoli. In essa è stato scritto: Chi sacrifica agli dèi e non soltanto al Signore sarà sterminato 73. Non occorre ricercare molte nozioni su tale argomento in questa sua Legge e nei suoi Profeti. Non occorre ricercarle perché non sono incomprensibili e sporadiche, occorre raccoglierle, perché sono evidenti e abbondanti, e inserirle in questo mio dibattito perché da esse risulti un concetto, più splendente della luce, che il Dio vero e sommo non ha voluto che si sacrificasse ad alcuno, ma soltanto a sé. Ecco questo solo comando, espresso in poche parole, senza dubbio con grandiosità e veemenza ma con verità, da quel Dio che i più dotti fra i pagani esaltano con accento sublime; si ascolti questo comando, si tema e si osservi affinché lo sterminio non colga i trasgressori. Dice: Chi sacrifica agli dèi e non soltanto al Signore sarà sterminato, non perché Egli abbia bisogno di qualche cosa, ma perché conviene a noi essere suoi. Nelle sacre Scritture degli ebrei si canta a lui: Ho detto al Signore: Tu sei il mio Dio perché non hai bisogno dei miei beni 74. Suo splendido e ottimo sacrificio siamo noi stessi, cioè la sua città. Celebriamo il rito di questo significato con le nostre offerte, che sono note ai fedeli, come nei libri precedenti ho dichiarato 75. La parola di Dio ha fatto udire per mezzo dei Profeti ebrei che sarebbero cessate le vittime che, come figura simbolica del futuro, offrivano i Giudei e che i popoli dell'Oriente e dell'Occidente avrebbero offerto un unico sacrificio 76, come costatiamo che già sta avvenendo. Ne ho allegato, nei limiti della sufficienza, alcuni brani e li ho già inseriti in quest'opera 77. Vi sono però luoghi in cui non v'è questo giusto ordinamento che il Dio vero e sommo domini secondo la sua grazia su una città sottomessa, in modo che essa non offra sacrifici se non a lui e perciò in tutti gli individui, appartenenti alla medesima città e a Dio sottomessi, l'anima spirituale con un ordinamento regolare secondo la fede domini sul corpo e la ragione sugli impulsi. Così che come un solo giusto così l'unione del popolo dei giusti vive di fede, la quale opera mediante l'amore con cui si ama Dio, come si deve amare, e il prossimo come se stesso. Dove dunque non v'è un simile tipo di giustizia, certamente il popolo non è l'unione degli uomini associata dalla conformità del diritto e della partecipazione degli interessi. Se non lo è, non è popolo, se è vera questa definizione del popolo. Quindi non v'è neanche lo Stato come cosa del popolo perché non si ha la cosa del popolo se non si ha il popolo.

Roma e gli altri paesi della storia furono popolo e Stato.
24. Il popolo si può definire non con questa formula, ma con un'altra, cioè: il popolo è l'unione di un certo numero d'individui ragionevoli associati dalla concorde partecipazione degli interessi che persegue. Quindi per stabilire di quali caratteristiche sia ciascun popolo, si devono tener presenti gli interessi che esso persegue. Tuttavia, quali che siano gli interessi che persegue, se l'unione è di un certo numero non di animali ma di persone ragionevoli ed è costituita dalla concorde partecipazione agli interessi che persegue, a ragione è considerata un popolo e tanto più civile quanto più è unito da costituzioni civili, tanto più barbaro quanto più è unito da costituzioni incivili. Secondo questa nostra definizione il popolo romano è un popolo e il suo è senz'altro uno Stato. La storia attesta quali interessi quel popolo perseguì nei primi tempi e quali nei periodi successivi e con quali usanze, giungendo a sanguinose sommosse e da esse alle guerre sociali e civili, rese vana con la depravazione la concordia che in certo senso è la prosperità del popolo. Ne ho parlato abbondantemente nei libri precedenti 78. Tuttavia non direi che esso non è un popolo e che il suo non è uno Stato, finché perdura una determinata unione di un certo numero di esseri ragionevoli, associato dalla concorde partecipazione agli interessi che persegue. Quel che ho detto di questo popolo e di questo Stato s'intenda che lo dico e lo penso di Atene e degli altri paesi della Grecia, dell'Egitto, della primeva Babilonia d'Assiria e di qualsiasi altro popolo, mentre nei propri Stati ressero piccole e grandi estensioni di territorio. In genere la città dei non credenti difetta della lealtà della giustizia perché ad essa Dio non ingiunge, come se fosse a lui sottomessa, di offrire sacrifici a lui soltanto e perciò in essa l'anima non ingiunge secondo onestà e fede al corpo e la ragione agli impulsi.

Corrispondenza di vita religiosa e dignità morale.
25. Sebbene dunque sembri che l'anima eserciti con dignità il dominio sul corpo e la ragione sugli impulsi, se l'anima e la ragione non sono sottomesse a Dio, come Egli stesso ha ordinato di essergli sottomessi, certamente esse non esercitano in senso morale il dominio sul corpo e sugli impulsi. È impossibile infatti che eserciti il dominio sul corpo e sugli impulsi la coscienza che non conosce il vero Dio e non è sottomessa al suo dominio, ma è profanata da demoni molto viziosi che la depravano. Quindi anche le virtù che le sembra di avere, con cui può esercitare il dominio sul corpo e sugli impulsi, se le riferirà a conseguire e conservare un fine che non sia Dio, sono piuttosto impulsi che virtù. E sebbene da alcuni si ritenga che le virtù siano veramente morali quando sono rapportate a se stesse e non sono conseguite per altro scopo, anche in questo senso sono gonfie di orgoglio e non devono essere considerate virtù ma impulsi. Come infatti non deriva dalla carne, ma è superiore alla carne il principio che la fa vivere, così non deriva dall'uomo, ma è superiore all'uomo il principio che fa vivere l'uomo nella felicità e non soltanto l'uomo ma qualsiasi potestà e virtù del cielo.

Nel tempo pace tra le due città.
26. Dunque, come l'anima è vita del corpo, così vita felice dell'anima è Dio, di cui dice la sacra Scrittura dell'Antico Testamento: Felice il popolo, di cui Dio è il Signore 79. Dunque è infelice il popolo estraniato da questo Dio. Anch'esso tuttavia persegue una certa sua pace non riprovevole, che però non manterrà per il fine perché non ne usa bene prima del fine. Ma interessa anche a noi che frattanto, in questa vita, l'abbia poiché, mentre le due città sono ancora commischiate, anche noi utilizziamo la pace di Babilonia. Da essa il popolo di Dio si svincola mediante la fede per porsi in cammino frattanto nel suo territorio. Per questo anche l'Apostolo esorta la Chiesa di pregare per i sovrani e dignitari di lei aggiungendo le parole: Per trascorrere una vita serena e tranquilla in tutta pietà e carità 80. Anche il profeta Geremia, nel predire la schiavitù all'antico popolo di Dio e nell'ingiungere per divina ispirazione che andassero con sottomissione a Babilonia, perché obbedivano a Dio anche con tale sopportazione, esortò che si pregasse per essa con le parole: Perché nella sua pace v'è anche la vostra pace 81, certamente quella nel tempo perché essa è comune ai buoni e ai cattivi.

La vera pace terrena verso la pace celeste.
27. La pace propriamente nostra si ha con Dio anche nel tempo mediante la fede e nell'eternità si avrà con lui nella visione 82. Ma nel tempo tanto la pace comune come quella propriamente nostra è pace più come sollievo dell'infelicità che come godimento della felicità. Anche la nostra dignità morale, sebbene sia vera in riferimento al vero fine del bene al quale si rapporta, è così relativa in questa vita da consistere più nella remissione dei peccati che nella pienezza della virtù. Lo conferma la preghiera di tutta la città di Dio che è in cammino sulla terra. Difatti lo grida a Dio in tutti i suoi adepti: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori 83. E questa preghiera non è valida per coloro la cui fede è morta, perché senza le opere 84, ma per coloro la cui fede è operante mediante l'amore 85. Infatti la ragione, sebbene sottomessa a Dio, tuttavia nell'attuale soggezione alla morte e nel corpo corruttibile, che appesantisce l'anima 86, non pienamente domina gli impulsi, perciò è indispensabile alle persone oneste una tale preghiera. Sebbene si abbia il dominio, non si ha senza contrasto il dominio sugli impulsi. Inoltre in questa condizione di debolezza qualcosa s'insinua anche in chi sa bene contrastare o domina già su tali nemici vinti e sottomessi e perciò si pecca, se non con un'azione deliberata, certamente con una parola che sfugge o con un pensiero vagabondo. E quindi, finché si esercita un dominio sugli impulsi, non v'è pace piena perché gli impulsi che resistono sono superati con una lotta pericolosa e quelli che sono stati superati non ancora sono debellati in un tranquillo riposo, ma sono sempre contenuti da un affannoso esercizio della libertà. Di tutte queste tentazioni nella sacra Scrittura è stato detto brevemente: Forseché la vita dell'uomo sulla terra non è una tentazione? 87. Quindi nessuno, salvo un esaltato, può presumere di vivere in maniera da non ritenere necessario di dire a Dio: Rimetti a noi i nostri debiti. Ma costui non è un grande ma un borioso tronfio, al quale con giustizia si oppone colui che dà la grazia agli umili. Perciò si ha nella Scrittura: Dio resiste ai superbi ma dà la grazia agli umili 88. In questo mondo dunque si ha la giustizia in ogni individuo affinché Dio domini sull'uomo sottomesso, l'anima spirituale sul corpo, la ragione sugli impulsi, anche se insorgono, o sottomettendoli o contrastandoli, inoltre affinché si chieda a Dio la grazia delle buone opere, il perdono dei peccati e si offra il ringraziamento per i beni ricevuti. V'è poi la pace finale, alla quale si deve riferire e per il conseguimento della quale si deve osservare l'attuale giustizia. In essa la nostra natura, liberata per mezzo della non soggezione alla morte e al divenire, non avrà più impulsi e non resisterà più ad ognuno di noi o tramite l'altro o da se stessa. In quella pace dunque non è necessario che la ragione domini gli impulsi perché non ci saranno, ma Dio dominerà l'uomo, l'anima spirituale il corpo e sarà così grande la serenità e la disponibilità alla sottomissione, quanto è grande la delizia del vivere e dominare. E allora in tutti e singoli questa condizione sarà eterna e si avrà la certezza che è eterna e perciò la pace di tale felicità ossia la felicità di tale pace sarà il sommo bene.

Per i reprobi dolore e guerra nell'eternità.
28. Al contrario, per coloro che non appartengono alla città di Dio si avrà un'infelicità eterna, la quale è considerata una seconda morte 89. Difatti non si può affermare che l'anima in quello stato vive, perché è estraniata dalla vita di Dio, e neanche il corpo, perché sarà soggetto ad eterni tormenti e perciò la seconda morte sarà più atroce perché non potrà aver fine con la morte. Ma come l'infelicità è contraria alla felicità e la morte alla vita, così la guerra appare contraria alla pace. Perciò giustamente si pone il problema, dato che la pace è stata precedentemente esaltata come fine degli eletti, che cosa o di quale natura al contrario si deve intendere guerra come fine dei reprobi. Chi si pone questo problema esamini che cosa vi sia di funesto e di esiziale nella guerra e costaterà che non v'è altro che l'urto degli avvenimenti in reciproco conflitto. E non si può pensare a una guerra più grave e più rovinosa di quella in cui la volontà è contraria all'inclinazione e l'inclinazione alla volontà, in modo che simili contrasti non cessano con la vittoria dell'una sull'altra, e in cui la veemenza del dolore è in tale conflitto con la natura del corpo che l'una non cede all'altra. In questo mondo allorché capita questo conflitto o vince il dolore e la morte strappa la sensitività, o vince la natura e la guarigione fa cessare il dolore. Di là invece rimane il dolore per affliggere e persiste la natura per soffrire, perché né l'una né l'altra cessa affinché non cessi la pena. Ai due fini del bene e del male, il primo da raggiungere, l'altro da evitare, passeranno mediante il giudizio, al primo i buoni, al secondo i malvagi. Parlerò di questo giudizio, nei limiti che Dio mi concederà, nel libro seguente.

 

LIBRO XX

SOMMARIO

1. Sebbene Dio giudichi in ogni tempo, in questo libro si deve trattare espressamente del suo ultimo giudizio.

2. V'è una varietà di cose pertinenti all'uomo, alla quale non si può dire che manchi il giudizio di Dio, sebbene non possa manifestarsi.

3. Che cosa Salomone nel Qoèlet ha esposto su quelle cose che in questa vita sono comuni ai buoni e ai cattivi.

4. Agostino nel trattare il giudizio finale di Dio addurrà dapprima testi del Nuovo Testamento e poi dell'Antico.

5. Sono riferite le parole del Signore, con cui si afferma che il giudizio divino avverrà alla fine del mondo.

6. Si espone che cosa è la prima risurrezione, che cosa la seconda.

7. Che cosa è scritto nell'Apocalisse di Giovanni sulle due risurrezioni e sui mille anni e che cosa di essi si deve intendere con criterio.

8. Il diavolo sarà legato e sciolto.

9. Che significa il regno dei santi col Cristo per mille anni, ma in che cosa esso si distingue dal regno dell'eternità.

10. Che cosa si deve rispondere a coloro, i quali ritengono che la risurrezione è soltanto dei corpi e non delle anime.

11. Vi sono Gog e Magog che il diavolo, sciolto alla fine del mondo, istigherà a perseguitare la Chiesa di Dio.

12. Si ha il problema se spetti all'ultimo tormento dei reprobi l'accenno che è disceso un fuoco dal cielo e li ha dissolti.

13. Si chiede se il tempo della persecuzione dell'Anticristo si deve computare in mille anni.

14. Sulla condanna del diavolo con i suoi adepti e in compendio sulla risurrezione dei corpi di tutti i morti e sul giudizio del destino finale.

15. Quali sono i morti che il mare ha rimesso per il giudizio e quelli che la morte e l'aldilà hanno restituito.

16. Vi saranno un nuovo cielo e una nuova terra.

17. Si avrà senza fine dopo la fine l'inserimento della Chiesa nella gloria.

18. Ciò che l'apostolo Pietro ha previsto sul finale giudizio di Dio.

19. Ciò che l'apostolo Paolo ha scritto ai cristiani di Tessalonica sulla comparsa dell'Anticristo a cui farà seguito il giorno del Signore.

20. Ciò che il medesimo apostolo ha insegnato sulla risurrezione dei morti nella prima lettera a quei fedeli.

21. Ciò che ha detto il profeta Isaia sulla risurrezione dei morti e sull'esito del giudizio.

22. Che cosa significa l'uscita degli eletti per vedere le pene dei dannati.

23. Daniele ha profetato sulla persecuzione dell'Anticristo, sul giudizio di Dio e il regno dei santi.

24. Nei salmi di Davide vi sono predizioni sulla fine del mondo e sul giudizio finale di Dio.

25. Nella profezia di Malachia si preannunzia il giudizio finale di Dio e si parla del riscatto di alcuni mediante le pene purificatrici.

26. I sacrifici che i santi offriranno saranno graditi a Dio come furono graditi nei primi giorni e negli anni antichi.

27. Vi sarà la separazione dei buoni e dei cattivi mediante la quale si rende palese l'esito del giudizio finale.

28. La legge di Mosè si deve intendere secondo lo spirito affinché non incorra nelle dannose suggestioni di una interpretazione secondo la carne.

29. Prima del giudizio si avrà la comparsa di Elia, dalla cui predicazione, che svela le verità occulte delle Scritture, i Giudei si convertiranno al Cristo.

30. Quando nei libri dell'Antico Testamento si legge che Dio giudicherà, non si parla esplicitamente della persona del Cristo ma da alcuni testi in cui Dio Signore parla in prima persona, appare indubbiamente che si tratta del Cristo.

 

Libro ventesimo

ASPETTI DELL'ULTIMO GIUDIZIO

 

Impostazione del problema (1-4)

Autorità della Scrittura sul giudizio finale.
1. 1. Dovendo esporre sul giorno dell'ultimo giudizio di Dio ciò che Egli ci concederà e discuterne contro infedeli e miscredenti, devo prima porre, come a fondamento di un edificio, le testimonianze della sacra Scrittura. Coloro che non vogliono credere in esse tentano di negarle con meschine dimostrazioni umane, false e ingannatrici, allo scopo di dimostrare o che ha un altro significato il testo riportato dalla sacra Scrittura o di negare che è d'ispirazione divina. Ritengo infatti che non vi sia un individuo il quale, se ha compreso i testi come sono stati trasmessi e ha creduto che sono stati trasmessi dal sommo, vero Dio mediante persone sante, non li accetti e non presti loro consenso, tanto se lo confessa apertamente, come se si vergogna o teme di ammetterlo per un qualche pregiudizio, o anche se per una caparbietà, molto simile all'idiozia, si affanna a difendere con grande accanimento ciò che ritiene o crede falso contro ciò che ritiene o crede vero.

Giudizio finale argomento del libro.
1. 2. Nella ufficiale professione di fede ogni Chiesa del vero Dio ritiene che il Cristo verrà dal cielo a giudicare i vivi e i morti 1. Consideriamo questo evento come il giorno dell'ultimo giudizio, cioè la fine del tempo. È incerto per quanti giorni si prolunghi il giudizio, ma ogni individuo che ha letto, sia pure distrattamente, quelle pagine, sa che, secondo il modo d'esprimersi della sacra Scrittura, di solito "giorno" si usa in luogo di "tempo". Perciò, quando parliamo del giudizio di Dio, aggiungiamo: l'ultimo o finale, perché anche adesso giudica e ha giudicato fin dall'origine del genere umano, cacciando dal paradiso terrestre e allontanando dall'albero della vita i progenitori che avevano commesso il grande peccato 2. Anzi senza dubbio proferì un giudizio anche quando non risparmiò gli angeli che avevano peccato 3, il cui principe, in sé pervertito, pervertì per invidia gli uomini e non senza il suo sovrano, giusto giudizio, nell'atmosfera e sulla terra l'esistenza dei demoni e degli uomini è molto infelice a causa di errori e di sofferenze. Però se non vi fosse stato il peccato, non senza un giudizio favorevole e giusto manterrebbe nella felicità eterna ogni creatura ragionevole unita con grande fedeltà a lui suo Signore. Decide con giudizio non solo in generale del modo di essere dei demoni e degli uomini affinché siano infelici per la colpa del primo peccato, ma anche delle opere personali dei singoli, che essi compiono con l'arbitrio della volontà. Anche i demoni supplicano di non essere tormentati 4 e non senza giustizia o sono risparmiati o afflitti, ciascuno secondo la particolare perversità. Anche gli uomini, il più delle volte palesemente, sempre in segreto, espiano con ordinamento divino per le proprie azioni, sia in questa vita sia dopo la morte, sebbene nessun uomo compie buone azioni se non è soccorso dall'aiuto di Dio e nessun demone o uomo compie cattive azioni se non è permesso dall'uno, identico, giustissimo giudizio di Dio. Dice l'Apostolo: In Dio non v'è ingiustizia 5, e in un altro passo: Sono imperscrutabili i suoi giudizi e misteriose le sue vie 6. Dunque in questo libro tratterò, per quanto egli lo concederà, non dei primi e degli intermedi giudizi di Dio ma del giudizio finale, quando il Cristo verrà dal cielo per giudicare i vivi e i morti 7. Esso infatti propriamente è considerato giorno del giudizio, poiché allora non vi sarà appiglio a una cavillosa lamentela che l'ingiusto sia felice e il giusto infelice. Allora si manifesterà unicamente la vera e piena felicità di tutti i buoni e la degna e grandissima infelicità di tutti i malvagi.

Il giudizio di Dio e la vita umana.
2. In questa vita impariamo a tollerare con animo sereno i mali che subiscono anche i buoni e a non sopravvalutare i beni che conseguono anche i cattivi e perciò nelle circostanze, in cui non si manifesta la giustizia di Dio, è salutare il suo insegnamento. Noi non sappiamo in base a quale giudizio di Dio il buono sia povero e il malvagio sia ricco, perché questi goda, sebbene noi presumiamo che dovrebbe essere afflitto da tormenti per la sua depravata condotta e l'altro sia nel pianto, sebbene la vita lodevole suggerisce che dovrebbe essere nella gioia; non sappiamo come l'innocente esca dal tribunale, non solo invendicato ma anche condannato, o perché angariato dal sopruso del giudice o perché travolto da false testimonianze, e al contrario il suo avversario criminale lo schernisca non solo perché impunito ma anche indennizzato; non sappiamo perché il miscredente goda ottima salute e il credente si strugga nella malattia; perché giovani sanissimi si diano al brigantaggio e bimbi, che neanche a parole hanno potuto offendere qualcuno, siano afflitti dalla violenza di varie infermità; perché un individuo utile agli interessi umani sia rapito da una morte immatura e un altro, che all'apparenza non sarebbe dovuto neanche nascere, viva per di più molto a lungo; perché uno zeppo di delitti sia elevato a cariche onorifiche e invece il buio di un'esistenza ignobile occulti un uomo senza macchia. E vi sono altri casi del genere che è impossibile elencare e calcolare. Facciamo l'ipotesi che simili evenienze, nel loro quasi non senso, si ripetano, sicché in questa vita, in cui, come dice un Salmo: L'uomo è divenuto come un'apparenza e i suoi giorni trascorrono come un'ombra 8, soltanto i cattivi conseguano questi beni effimeri e soltanto i buoni subiscano questi mali. Il fatto si potrebbe riferire al giusto o anche benevolo giudizio di Dio in modo che coloro, i quali non conseguiranno i beni eterni che rendono felici, si illudano secondo la loro malvagità o siano compensati secondo la misericordia di Dio con i beni nel tempo; invece coloro, che non dovranno subire le pene eterne, siano afflitti dai mali nel tempo a causa dei loro peccati di qualsiasi specie ed entità e siano stimolati dai mali a potenziare le virtù. Ma poiché in questa vita non solo i buoni sono nel male e i cattivi nel bene, e ciò sembra ingiusto, ma spesso anche ai cattivi tocca in sorte il male e ai buoni il bene, più imperscrutabili divengono i suoi giudizi e misteriose le sue vie 9. Noi dunque ignoriamo con quale giudizio Dio, in cui si ha somma potenza, sapienza e giustizia e non si ha alcuna debolezza, insipienza e ingiustizia, operi tali fatti o permetta che avvengano. Impariamo tuttavia a nostro vantaggio a non sopravvalutare il bene e il male, che osserviamo comuni ai buoni e ai cattivi, a perseguire il bene che è proprio dei buoni ed evitare il male che è proprio dei cattivi. Quando poi giungeremo al giudizio di Dio, il cui tempo fin d'ora si denomina propriamente giorno del giudizio e talora giorno del Signore, si manifesteranno sommamente giuste non solo le sentenze di giudizio allora emesse, ma tutte quelle emesse dal principio e tutte quelle che fino a quel tempo saranno emesse. Allora si manifesterà anche per quale giusto giudizio di Dio avviene che attualmente molti e quasi tutti i giusti giudizi di Dio siano un mistero per la conoscenza e il pensiero dei mortali, sebbene non è un mistero per la fede dei credenti che è giusto sia un mistero.

Salomone sul giudizio di Dio e sulla vita umana.
3. Salomone, il più sapiente re d'Israele, che regnò in Gerusalemme, ha così esordito nel libro che è denominato l'Ecclesiaste ed anche dai Giudei è incluso nel canone della sacra Scrittura: Insignificanza di coloro che sono nell'insignificanza, ha detto l'Ecclesiaste, insignificanza di coloro che sono nella insignificanza, tutto è insignificanza. Quale vantaggio per l'uomo in ogni suo affanno in cui si affanna sotto il sole? 10. E da questo suo pensiero, deducendone altri, ricorda le tribolazioni e gli inganni di questa vita e insieme il fluire e il dileguarsi del tempo, perché in esso nulla si conserva di duraturo, nulla di stabile. Deplora anche in certo senso che nell'insignificanza delle cose sotto il sole, sebbene vi sia il prevalere della saggezza sulla stoltezza, della luce sulle tenebre e sebbene gli occhi del saggio siano sulla sua testa e lo stolto invece cammini nelle tenebre, un'identica evenienza tocca a tutti, sia pure in questa vita che si trascorre sotto il sole. Evidentemente indica i mali che costatiamo comuni a buoni e cattivi 11. Afferma anche che i buoni subiscono il male come se fossero cattivi, e i cattivi conseguono il bene come se fossero buoni, quando dice: V'è un'insignificanza che è avvenuta sulla terra, perché vi sono i giusti ai quali è toccata la sorte degli empi, ed empi ai quali è toccata la sorte dei giusti. Questo ho detto che è insignificante 12. Per quanto gli è parso sufficiente, l'uomo altamente sapiente ha dedicato, a segnalare tale insignificanza, tutto il libro suddetto, soltanto nell'intento di farci desiderare quella vita che non ha l'insignificanza sotto questo sole, ma la verità in colui che ha creato questo sole. Dunque forseché non è vero che l'uomo diviene insignificante perché soltanto per un giusto e retto giudizio di Dio è reso simile alla insignificanza 13? Però nei giorni della sua insignificanza è di notevole rilievo se resiste o si adegua alla verità e se è privo o partecipe della vera pietà, non per conseguire i beni ed evitare i mali di questa vita, effimeri nel loro dileguarsi, ma in vista del futuro giudizio con il quale vi saranno per il giusto il bene, per i cattivi il male, che saranno senza fine. Infine questo sapiente ha concluso il libro citato con le parole: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è ogni uomo; infatti Dio addurrà in giudizio qualsiasi azione anche in ogni individuo spregevole, buona e cattiva 14. Non era possibile un'affermazione più breve, più vera, più utile. Dice: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché guesto è ogni uomo. Chi infatti è qualche cosa è questo: custode dei comandamenti di Dio, perché chi non lo è, è un nulla; non si restituisce al modello della verità chi rimane nella conformità alla insignificanza. Poiché ogni azione, cioè ogni atto che si compie dall'uomo in questa vita, buona e cattiva Dio l'addurrà in giudizio anche in ogni individuo spregevole, cioè in ogni individuo che in questo mondo è considerato degno di disprezzo e quindi neanche è considerato, però Dio considera anche lui, non lo disprezza e quando giudica non lo tralascia.

Prima il Nuovo e poi il Vecchio Testamento.
4. Fra le testimonianze della sacra Scrittura sull'ultimo giudizio di Dio, che ho stabilito di scegliere, prima si devono addurre quelle dai libri del Nuovo Testamento e poi quelle dell'Antico Testamento. Sebbene quelle dell'Antico siano anteriori nel tempo, tuttavia per la loro importanza si devono anteporre quelle del Nuovo, perché le antiche sono preannuncio delle nuove. Dunque saranno allegate prima le nuove testimonianze e, per suffragarle più autorevolmente, saranno addotte anche le antiche. Fra le antiche si hanno la Legge e i Profeti, fra le nuove il Vangelo e le Lettere degli Apostoli. Dice infatti l'Apostolo: Per mezzo della Legge infatti si ha la conoscenza del peccato. Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti, giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono 15. Tale giustizia di Dio appartiene al Nuovo Testamento ed ha la testimonianza dai libri dell'Antico Testamento, cioè dalla Legge e dai Profeti. Prima quindi si deve esporre il motivo processuale e poi introdurre i testimoni. Nel dimostrare che si deve rispettare tale procedimento Cristo Gesù stesso afferma: Lo scriba divenuto istruito nel regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo forziere cose nuove e cose vecchie 16. Non ha detto: "Cose vecchie e cose nuove", e l'avrebbe detto se non avesse preferito rispettare l'ordine dei valori anziché i tempi.

Il giudizio finale nel Nuovo Testamento (5-20)

In Matteo Gesú annunzia il giudizio finale...
5. 1. Quindi il Salvatore stesso, nel rimproverare le città in cui aveva compiuto grandi prodigi, e non avevano creduto, e nel preferire ad esse città straniere, dice: Ebbene vi dico che per Tiro e Sidone vi sarà maggiore indulgenza che per voi 17; e poco dopo per un'altra città afferma: Vi dico in verità che nel giorno del giudizio per la città di Sodoma vi sarà maggiore indulgenza che per te 18. Nel passo con molta evidenza annunzia che vi sarà il giorno del giudizio. In un altro passo afferma: Gli uomini di Ninive si alzeranno nel giudizio contro questa progenie e la condanneranno perché fecero penitenza alla predicazione di Giona ed ora qui v'è uno più grande di Giona. La regina del Sud si alzerà nel giudizio contro questa progenie e la condannerà perché venne dai confini della terra ad ascoltare la sapienza di Salomone ed ora qui vi è uno più grande di Salomone 19. Da questo passo apprendiamo due verità: che si avrà il giudizio e che si avrà assieme alla risurrezione dei morti. Infatti quando accennava agli avvenimenti degli abitanti di Ninive e della regina del Sud, senza dubbio parlava di persone morte, ma di essi predisse che sarebbero risorti nel giorno del giudizio. Non ha detto però che condanneranno, come se fossero essi a giudicare, ma perché gli altri nel confronto con loro saranno condannati.

... nella separazione di buoni e cattivi.
5. 2. In un altro passo ha parlato della mescolanza di buoni e cattivi nel tempo e poi della separazione che avverrà certamente nel giorno del giudizio. Ha usato la parabola della semina del grano e in seguito della zizzania; e spiegandola ai suoi discepoli disse: Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo; il campo è il mondo; il buon seme sono i figli del Regno, la zizzania sono i figli del maligno e il nemico che l'ha seminata è il diavolo; la mietitura rappresenta la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori d'iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi intenda 20. In questo passo non ha nominato il giudizio o il giorno del giudizio, ma lo ha indicato molto più evidentemente con i concetti stessi e ha predetto che avverrà alla fine del tempo.

Anche gli eletti giudicheranno.
5. 3. Allo stesso modo disse ai suoi discepoli: In verità vi dico che voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell'uomo sederà sul trono del suo potere, anche voi sederete su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele 21. Da questo passo apprendiamo che Gesù giudicherà assieme ai suoi discepoli. Quindi in un'altra circostanza disse ai Giudei: Se io in Belzebub scaccio i demoni, i vostri figli in chi li scacceranno? Perciò essi saranno i vostri giudici 22. E poiché ha detto che sederanno sopra dodici troni non dobbiamo pensare che giudicheranno con lui soltanto dodici individui. Col numero dodici infatti è stata indicata una particolare totalità d'individui che giudicano sulla base delle due componenti del numero sette con cui è espresso frequentemente un tutto. Le due componenti, cioè tre e quattro, moltiplicati fra loro, dànno il dodici; infatti quattro per tre e tre per quattro fanno dodici. Si può dare anche un'altra analisi del numero dodici che valga allo scopo. Altrimenti, poiché al posto di Giuda il traditore, come si legge, fu scelto l'apostolo Mattia 23, l'apostolo Paolo, che si è affaticato più degli altri 24, non avrebbe il trono in cui assidersi per giudicare. Eppure dichiara che anche egli appartiene, assieme agli altri santi, al numero dei giudici, quando afferma: Non sapete che giudicheremo gli angeli? 25. La medesima osservazione sul numero dodici si deve fare per coloro che devono essere giudicati. È stato detto: A giudicare le dodici tribù d'Israele, ma non per questo la tribù di Levi, che è la tredicesima, non dovrà essere giudicata da loro, ovvero giudicheranno soltanto quel popolo e non anche le altre nazioni. Poiché poi ha detto: Nella nuova creazione 26, senza dubbio nel concetto di nuova creazione ha voluto che s'intendesse la risurrezione dei morti. Infatti la nostra carne sarà nuovamente creata mediante la non soggezione al divenire come la nostra anima è stata nuovamente donata all'essere mediante la fede.

Confronto fra le testimonianze scritturistiche.
5. 4. Tralascio molte testimonianze, le quali sull'ultimo giudizio sembrano riferite in modo che, considerate attentamente, appaiono ambigue o piuttosto relative ad altro argomento. Possono, cioè, riferirsi alla venuta del Salvatore con la quale egli viene alla sua Chiesa nel durare di questo tempo, cioè nei suoi membri, uno a uno, di volta in volta, perché tutta intera è il suo corpo; oppure alla devastazione della Gerusalemme terrena perché anche di essa spesso parla come se parlasse della fine del mondo e dell'ultimo universale giudizio. Ne consegue che è possibile discernere soltanto quelle testimonianze che, riferite con un medesimo significato dai tre evangelisti Matteo, Marco e Luca 27, vengono confrontate fra di loro. Difatti uno esprime l'argomento in forma più oscura, l'altro più chiara, sicché si può evidenziare con quale intento si espongono concetti che si esprimono sul medesimo argomento. Ho cercato in qualche modo di ottenere questo risultato in una lettera che ho scritto all'uomo di felice memoria Esichio, vescovo di Salona. La lettera ha per titolo: La fine del mondo 28.

Giudizio e discriminazione in Matteo e Giovanni.
5. 5. Quindi ora esporrò il testo che si ha nel Vangelo di Matteo sulla separazione dei buoni e dei cattivi mediante il giudizio strettamente di persona e finale del Cristo. Egli dice: Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si sederà sul trono della sua gloria e saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra. Allora il Re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Io infatti ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo il Re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete compiuto queste azioni per uno solo di questi miei fratelli più piccoli l'avete fatto a me. Poi dirà a quelli che saranno alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli 29. Poi egualmente anche ad essi rammenta che non hanno compiuto le opere che, come ho ricordato, hanno compiuto quelli alla destra. Ed egualmente ad essi, i quali chiedono quando lo hanno visto in condizione di indigenza di quelle opere, risponde che ciò che non è stato fatto per i suoi amici più piccoli non è stato fatto per lui. E nel concludere il discorso afferma: E andranno questi al tormento eterno, i giusti alla vita eterna 30. L'evangelista Giovanni poi afferma esplicitamente che egli ha preannunciato il verificarsi del giudizio nella risurrezione dei morti. Ha premesso appunto: Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre; chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato. E subito aggiunge: In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita 31. In questo passo ha detto che i suoi eletti non andranno al giudizio. Dunque essi mediante il giudizio saranno separati dai malvagi e posti alla sua destra perché in questo passo ha usato giudizio in luogo di condanna. Non andranno a un simile giudizio coloro che ascoltano la sua parola e credono a colui che lo ha mandato.

Le due risurrezioni in Giovanni...
6. 1. Quindi soggiunge: In verità, in verità vi dico che è venuto il tempo, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e coloro che l'avranno ascoltata avranno la vita. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha dato al Figlio di avere la vita in se stesso 32. Non parla ancora della seconda risurrezione, cioè del corpo, poiché si avrà alla fine, ma della prima che avviene nel tempo. Per distinguerla ha detto: È venuto il tempo, ed è questo. Essa infatti non è del corpo ma dell'anima. Anche l'anima ha la sua morte mediante la mancanza di fede e i peccati. Sono morti di questa morte coloro di cui il Signore dice: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti 33, nel senso, cioè, che i morti nell'anima seppelliscano i morti nel corpo. E appunto per questi morti nell'anima per mancanza di fede e di onestà egli dice: È venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e coloro che l'udranno vivranno. In coloro che udranno ha inteso coloro che obbediranno, crederanno e persevereranno fino alla fine. In questo passo non ha indicato alcuna differenza di buoni e cattivi. Per tutti infatti è un bene udire la sua voce e vivere passando alla vita della fede dalla morte della mancanza di fede. Di questa morte ha detto l'apostolo Paolo: Quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro 34. Dunque tutti sono morti, nessuno escluso, nel peccato tanto originale che volontario o perché ignorano o perché, pur sapendo, non operano il bene. E per tutti i morti è morto un solo vivo che, cioè, non aveva assolutamente alcun peccato affinché coloro, che vivono mediante la remissione, non vivano più per se stessi ma per colui che è morto per tutti a causa dei nostri peccati ed è risuscitato per la nostra giustificazione 35. Questo affinché tutti noi, credendo in lui che redime l'incredulo 36, riscattati dalla incredulità, quasi restituiti alla vita dalla morte, potessimo appartenere alla prima risurrezione che avviene nel tempo. Alla prima infatti non appartengono se non coloro che saranno felici nell'eternità; ed egli insegnerà che alla seconda, di cui sta per parlare, fanno parte i felici e gli infelici. L'attuale è della misericordia, l'altra del giudizio. Per questo in un Salmo è stato scritto: Ti canterò, Signore, misericordia e giudizio 37.

... e i due giudizi, uno di condanna.
6. 2. Riguardo a tale giudizio aggiunge le parole: E gli ha dato il potere di giudicare perché è il Figlio dell'uomo 38. Nel passo lascia intendere che verrà per giudicare nella medesima carne in cui era venuto per essere giudicato. Nell'intento dice: Poiché è il Figlio dell'uomo. E soggiungendo sull'argomento di cui trattiamo dice: Non vi meravigliate di questo, poiché verrà il tempo in cui tutti quelli che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno, quelli che operarono il bene per una risurrezione di vita, quelli che operarono il male per una risurrezione di giudizio 39. È il concetto di giudizio che poco prima, come adesso, aveva usato per condanna. Disse infatti: Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita 40. Difatti, poiché appartiene alla prima risurrezione, con cui nel tempo si passa dalla morte alla vita, non andrà incontro alla condanna che ha indicato col termine di giudizio, come anche nel passo in cui dice: Coloro che hanno operato il male andranno incontro alla risurrezione del giudizio, cioè alla condanna. Risorga nella prima risurrezione chi non vuole essere condannato nella seconda. Infatti viene un tempo, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e coloro che l'avranno ascoltato vivranno 41, cioè non andranno incontro alla condanna che è considerata la seconda morte. In essa, dopo la seconda risurrezione, che sarà dei corpi, andranno a finire coloro che non risorgono nella prima che è delle anime. Infatti dice ancora: Verrà un tempo dunque, in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno 42. Non ha detto secondo il modo della prima risurrezione: E coloro che l'ascolteranno vivranno. Infatti non tutti vivranno di quella vita che sola si deve considerare vita perché è felice. Certamente non senza una qualche vita potrebbero udire e, poiché la carne è risuscitata, uscire dai sepolcri. Indica la ragione per cui non tutti vivranno con le parole che seguono: Coloro che hanno operato il bene, egli dice, andranno nella risurrezione della vita; sono questi quelli che vivranno; coloro poi che hanno operato il male andranno nella risurrezione del giudizio 43; ed essi sono coloro che non vivranno poiché moriranno della seconda morte. Hanno operato il male perché sono vissuti male; sono vissuti male perché non sono rivissuti nella prima risurrezione delle anime, che è nel tempo, o anche non hanno perseverato fino alla fine nella condizione in cui erano. Due sono dunque le nuove creazioni, di cui ho già parlato, una secondo la fede che avviene nel tempo mediante il battesimo; l'altra secondo la carne che avverrà con la sua immortalità, fuori del divenire mediante l'universale, ultimo giudizio. Così si hanno due risurrezioni, una prima che è nel tempo ed è dell'anima, ed essa non consente di giungere alla seconda morte; e una seconda che non è nel tempo, ma sarà alla fine del tempo, e non è dell'anima ma del corpo ed essa, attraverso il giudizio finale, introduce alcuni alla seconda morte, altri a quella vita che non ha morte.

Un passo dell'Apocalisse e i millenaristi.
7. 1. Giovanni evangelista ancora, nel libro intitolato l'Apocalisse, ha parlato delle due risurrezioni in termini tali che la prima di esse, non compresa da alcuni dei nostri, è stata anche per di più volta in favole grottesche. Dice appunto nel libro menzionato l'apostolo Giovanni: Ho visto poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell'abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico, soprannominato il diavolo e Satana, e lo incatenò per mille anni, lo gettò nell'abisso, ve lo chiuse e ne sigillò la porta affinché non traesse più in errore le nazioni fino al compimento di mille anni; dopo questi avvenimenti dovrà essere sciolto per un po' di tempo. Poi ho visto alcuni troni e alcuni che vi si sedettero e fu dato il potere di giudicare. E le anime degli uccisi a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio e coloro che non hanno adorato la bestia e la sua statua e non hanno ricevuto il marchio sulla fronte o sulla mano regnarono con Gesù mille anni; gli altri non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beato e santo chi ha parte in questa prima risurrezione. Su di essi non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni 44. Coloro, che sulla base delle parole di questo libro hanno congetturato che la prima risurrezione sarà dei corpi, sono stati spinti soprattutto dal numero di mille anni. Sembrò loro opportuno che nei santi in quella condizione avvenisse la celebrazione del sabato di un sacrale grande periodo di tempo, cioè con un periodo di riposo dopo seimila anni, da quando è stato creato l'uomo e per la pena del grande peccato fu espulso dalla felicità del paradiso nelle tribolazioni dell'attuale soggezione alla morte. Poiché si ha nella Scrittura: Un solo giorno nel Signore come mille anni e mille anni come un sol giorno 45, passati seimila anni come sei giorni, dovrebbe seguire il settimo del sabato negli ultimi mille anni per celebrare, cioè, il sabato con la risurrezione dei santi. L'opinione sarebbe comunque ammissibile se in quel sabato fosse riservato ai santi qualche godimento spirituale. Anch'io una volta ho avuto questa opinione. Ma essi dicono che coloro, i quali risusciteranno in quel tempo, attenderanno a sfrenate orge carnali, nelle quali sarebbe così abbondante il cibo e le bevande non solo da violare la moderazione, ma da sorpassare perfino la misura dell'incredibile. Ma queste storie possono essere credute soltanto dai carnali. Gli spirituali definiscono coloro che le credono con la parola greca che noi, derivando parola da parola, potremmo denominare i "millenaristi". È lungo ribatterli dettagliatamente; piuttosto dobbiamo esporre come si deve interpretare questo passo della Scrittura.

Simbologia del numero mille.
7. 2. Lo stesso Signore Gesù Cristo dice: Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rubare i suoi arnesi se prima non ha incatenato l'uomo forte 46. Per forte ha voluto intendere il diavolo, perché ha potuto tenere prigioniero il genere umano, e per gli arnesi, che avrebbe sottratto, Gesù ha inteso i suoi futuri credenti che quegli teneva avvinti nelle varie azioni immorali. Affinché dunque quest'essere forte fosse incatenato, il suddetto Apostolo nell'Apocalisse vide un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell'abisso e una gran catena in mano. Afferrò - soggiunge - il dragone, il serpente antico, soprannominato il diavolo e Satana, e lo incatenò per mille anni 47, cioè represse e frenò il suo potere di sedurre e dominare coloro che dovevano essere liberati. I mille anni si possono interpretare, per quanto mi risulta, in due sensi. Il primo è che questo evento si verifica negli ultimi mille anni, cioè nel sesto millennio, quale sesto giorno, del quale attualmente scorrono le fasi di successione. Seguirà poi il sabato che non ha sera, cioè il riposo dei santi che non ha fine. In tal senso avrebbe denominato mille anni l'ultima parte della serie di millenni, come giorno che rimaneva fino al termine della serie dei tempi, con quel modo figurato di parlare per cui la parte è significata dal tutto. Ovvero in un altro senso ha usato i mille anni in luogo di tutti gli anni della serie dei tempi, in modo che in un numero perfetto si avvertisse il tutto del tempo. Il numero mille infatti rende cubo il quadrato del numero dieci. Dieci per dieci appunto fanno cento che è già una figura quadrata ma bidimensionale; affinché si levi in altezza e diventi solida di nuovo cento si moltiplica per dieci e si ha mille. Inoltre il numero cento talora si usa per indicare un tutto come quando il Signore ha promesso a chi abbandona tutti i suoi beni e lo segue: Avrà in questo tempo cento volte tanto 48. L'Apostolo, interpretando in un certo senso questo passo, dice: Come se non avessimo nulla e possediamo tutto 49. Già prima era stato detto: Tutto il mondo della ricchezza è dell'uomo di fede 50. A più forte ragione il mille si usa per un tutto poiché è il solido del quadrato di dieci. Si spiega anche più chiaramente il passo di un Salmo: Si ricorda per sempre della sua alleanza, della parola che ha rivolto a mille generazioni 51, cioè a tutte.

Il diavolo incatenato nell'abisso...
7. 3. Continua: E lo gettò nell'abisso, senza dubbio gettò il diavolo nell'abisso, parola con cui è stato indicato il numero incalcolabile degli increduli perché il loro cuore è senza fondo nella malvagità contro la Chiesa di Dio. Certamente il diavolo era già nell'abisso, ma si afferma appunto che vi fu gettato perché, respinto dai credenti, iniziò a dominare più fortemente gli increduli. È più dominato dal diavolo infatti chi non solo è estraniato da Dio, ma anche senza motivo odia coloro che a lui si dedicano. Continua: Ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta affinché non inducesse più in errore i popoli fino al compimento di mille anni 52. Ve lo rinchiuse è detto nel senso che gli rese impossibile, cioè, di oltrepassare il termine vietato. Mi pare che con l'aggiunta: E ne sigillò la porta volle che si ignorassero coloro che sono dalla parte del diavolo e coloro che non vi sono. Il fatto in questo mondo è interamente nascosto perché è incerto se chi sembra che stia in piedi non cada e chi sembra che sia a terra non si rialzi 53. Con la catena e la spranga di questo divieto il diavolo è potentemente impedito dall'indurre in errore i popoli, che prima induceva in errore e dominava sebbene appartenessero al Cristo. Dio infatti li ha scelti prima della creazione del mondo per sottrarli dal potere delle tenebre 54 e trasferirli nel Regno del Figlio del suo amore 55, come dice l'Apostolo. Il credente non ignora che anche ora egli induce in errore i popoli e li trascina alla pena eterna, ma se non predestinati alla vita eterna. Non turbi il fatto che spesso il diavolo induca in errore anche coloro che, già rigenerati in Cristo, percorrono le vie di Dio. Il Signore, infatti, conosce i suoi 56, e quegli non induce in errore alcuno di loro verso l'eterna condanna. Il Signore li conosce come Dio, al quale non è nascosto nulla neanche del futuro, non come un uomo che conosce l'uomo al presente, seppure lo conosce, perché non ne conosce il sentimento e non conosce neanche se stesso come sarà nel futuro. Per questo dunque il diavolo è stato incatenato e chiuso nell'abisso affinché non induca più in errore i popoli, da cui è costituita la Chiesa, perché prima che fossero la Chiesa, li traeva in errore. Non è stato detto: Affinché non traesse in errore qualcuno, ma: Affinché non traesse in errore i popoli, nei quali certamente ha voluto indicare la Chiesa. Fino - soggiunge - al compimento di mille anni, cioè, o ciò che rimane del sesto giorno, il quale si compie con mille anni, ovvero tutti gli anni con i quali il tempo deve svolgersi nella successione.

... affinché non tragga in errore i popoli.
7. 4. Affinché non traesse in errore i popoli fino al compimento di mille anni 57 non si deve interpretare nel senso che poi trarrà in errore soltanto i popoli, dai quali è composta la Chiesa della predestinazione, perché egli dalla catena e dalla spranga è stato impedito di trarli in errore. Ma o è un particolare modo d'esprimersi che ricorre talora nella Bibbia, come in un Salmo: Così i nostri occhi al Signore nostro Dio finché abbia pietà di noi 58; infatti non significa che quando avrà avuto pietà, gli occhi dei suoi servi non saranno rivolti al Signore loro Dio. Ovvero è questa la serie delle parole: E lo rinchiuse e ne sigillò la porta fino al compimento di mille anni. La frase interposta: Affinché non traesse più in errore i popoli ha un significato tale che è libera dal contesto e da intendersi separatamente, come se fosse aggiunta alla fine, in modo che l'intera espressione suoni così: E lo rinchiuse e ne sigillò la porta fino al compimento di mille anni affinché non traesse più in errore i popoli, cioè: ve lo chiuse appunto finché si compissero i mille anni, affinché egli non traesse più in errore i popoli.

Il diavolo incatenato e la Chiesa.
8. 1. Continua: Dopo questi avvenimenti dovrà essere sciolto per un po' di tempo 59. Se per il diavolo essere incatenato e rinchiuso significa non trarre in errore la Chiesa, il suo scioglimento significa che lo potrà? No, giammai la Chiesa, predestinata ed eletta prima della creazione del mondo 60, sarà da lui condizionata all'errore poiché di essa è stato detto: Il Signore conosce i suoi 61. E tuttavia essa sarà nel mondo anche in quel tempo in cui il diavolo dovrà essere slegato, come è stata e sarà nel mondo in ogni tempo, da quando è stata istituita, evidentemente nei suoi fedeli che succedono col nascere a quelli che muoiono. Poco dopo infatti soggiunge che il diavolo liberato istigherà alla guerra contro di essa i popoli tratti in errore in tutto il mondo, e il numero dei nemici sarà come la sabbia del mare. Dice: Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d'assedio l'accampamento dei santi e la città diletta, ma un fuoco scese dal cielo da Dio e li distrusse; e il diavolo, che li aveva indotti in errore, fu gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta; e saranno tormentati giorno e notte per sempre 62. Questo evento perciò concerne l'ultimo giudizio, ma ho pensato di richiamarlo in questo punto affinché non si pensi che in quel breve tempo, in cui il diavolo sarà slegato, sulla terra non vi sarà più la Chiesa, perché non ve la troverà quando sarà slegato o perché la scompaginerà, perseguitandola con tutti i mezzi. Ciò non significa che il diavolo sarà legato per tutto il tempo, che il libro dell'Apocalisse include, cioè dalla prima venuta del Cristo sino alla fine del tempo, che sarà la sua seconda venuta, in maniera che il suo incatenamento, per lo spazio definito di mille anni, consista nel non indurre in errore la Chiesa, perché anche slegato non potrà certamente indurla in errore. Se infatti per lui l'essere legato significa non avere possibilità o consenso d'indurla in errore, l'essere slegato non significherebbe altro che avere possibilità o consenso per indurla in errore. Non sia mai! L'incatenamento del diavolo significa che non gli è consentito impiegare ogni forma di tentazione che può, con la violenza o con l'inganno, per trarre gli uomini dalla sua parte o costringendoli con la violenza o ingannandoli con la menzogna. Se gli fosse permesso in sì lungo tempo e per la grande debolezza di molti, prostrerebbe, se già credono, e impedirebbe di credere moltissimi che sono tali quali Dio non permette che subiscano questo male. Perché non lo faccia è stato incatenato.

Dio e il diavolo slegato.
8. 2. Sarà slegato quando si avrà un breve periodo di tempo, poiché si legge nella Scrittura che assalirà con le proprie forze e con quelle dei suoi adepti per tre anni e sei mesi 63, e quando saranno tali quelli con cui dovrà combattere che non potranno essere sconfitti dal suo attacco e agguato. Se non fosse mai slegato, si manifesterebbe di meno il suo potere ostile, sarebbe meno sperimentato il fedelissimo coraggio della città santa e poi sarebbe meno evidenziato quanto bene l'Onnipotente si sia valso della grande malizia di lui. Egli non gli ha completamente impedito di tentare i santi, sebbene estromesso dalla loro coscienza, con la quale si crede in Dio, affinché traessero profitto dal suo attacco all'esterno. Dio lo ha poi legato in quelli che sono dalla sua parte affinché non ostacolasse, impiegando la maggiore malizia possibile, le tante persone deboli, da cui si deve accrescere e completare la Chiesa, alcuni vicini a credere, altri già credenti, distogliesse cioè i primi dalla fede religiosa e fiaccasse gli altri. Lo scioglierà alla fine affinché la città di Dio osservi quale forte avversario ha superato a infinita gloria del suo redentore, soccorritore, liberatore. A confronto di quei santi e fedeli che vivranno allora, noi che cosa siamo? Infatti per sottoporli a prova sarà slegato un sì gran nemico col quale noi, sebbene legato, ci battiamo tra tanti pericoli. Però non v'è dubbio che anche in questo intervallo di tempo alcuni soldati di Cristo sono stati e sono prudenti e coraggiosi. Quindi anche se vivessero nella soggezione alla morte in quel tempo, in cui quegli sarà slegato, eviterebbero con grande prudenza i suoi agguati e sosterrebbero con grande coraggio i suoi attacchi.

Il diavolo legato e slegato e i fedeli.
8. 3. L'incatenamento del diavolo non solo fu in atto da quando la Chiesa ha cominciato a diffondersi oltre la Giudea in varie nazioni, ma è in atto e sarà in atto fino al termine del tempo, quando dovrà essere slegato. Anche attualmente infatti gli uomini dalla condizione d'infedeli, nella quale li dominava, si convertono alla fede e si convertiranno senza dubbio fino a quel termine; e certamente per ciascuno questo forte sarà legato quando l'uomo, quasi fosse una sua proprietà, gli sarà sottratto. L'abisso poi, in cui fu chiuso, non fu ripieno, dopo la loro morte, con quelli che vivevano quando vi fu chiuso all'inizio, ma ad essi si sono susseguiti altri venendo al mondo e, finché abbia termine il tempo, si susseguono coloro che odiano i cristiani, ed egli continuamente viene chiuso nei loro cuori ciechi senza fondo come in un abisso. L'ipotesi poi che negli ultimi tre anni e sei mesi, quando, slegato, incrudelirà con tutte le forze, qualcuno verrà alla fede che non aveva, è un interrogativo di rilievo. È stato scritto: Come può uno entrare nella casa di un forte per rapire gli arnesi se prima non lo avrà legato? 64. Questo quesito non avrà senso se, anche slegato, gli sono rapiti. Sembra quindi che un tale pensiero induca a credere che in quello spazio di tempo, quantunque breve, nessuno può aderire al popolo cristiano ma che il diavolo si batterà con quelli che sono riconosciuti cristiani; ed anche se alcuni di loro sconfitti lo seguiranno, non appartengono al numero predestinato dei figli di Dio. Non senza motivo lo stesso apostolo Giovanni, autore della citata Apocalisse, in una sua lettera afferma di alcuni: Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri, perché se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi 65. Ma che avverrà dei bambini? È veramente incredibile che non siano coinvolti figli di cristiani, già nati e non ancora battezzati, perché in quel tempo ancora in età infantile, e che altri non nascano in quei giorni; o se vi saranno, che non siano condotti in qualche modo dai genitori al lavacro di rigenerazione. Se avverrà, in che modo questi suoi arnesi sono rapiti al diavolo già slegato, giacché nessuno entra nella sua casa per rapirgli gli arnesi se prima non lo avrà legato? Al contrario si deve piuttosto credere che in quel tempo non mancheranno quelli che si allontaneranno dalla Chiesa e quelli che vi aderiranno. Certamente i genitori saranno così forti per battezzare i piccoli e forti anche coloro che professeranno la fede per la prima volta affinché sconfiggano quel forte sebbene non incatenato, affinché, cioè, avvistino con la prudenza e respingano con la fortezza lui che insidia con tutte le astuzie e assale con tutte le forze, quali prima non aveva usato, e così si sottraggano a lui sebbene non incatenato. Non per questo è falso questo pensiero del Vangelo: Come può entrare uno nella casa di un forte per rapire i suoi arnesi, se prima non lo avrà legato? Stando al vero significato del suo pensiero la regola è stata rispettata nel senso che è stata ampliata la Chiesa, essendo stato legato il forte e rapiti i suoi arnesi, fra tutti i popoli in ogni direzione da uomini robusti e deboli. Così essa, con la stessa fede incrollabile di eventi preannunziati e realizzati per volere di Dio, può sottrarre gli arnesi al diavolo quantunque slegato. Si deve ammettere però che languisce la carità di molti 66 quando sovrabbonda la malvagità e che molti, poiché non sono scritti nel libro della vita, si arrenderanno alle persecuzioni di inaudita ferocia e alle insidie del diavolo ormai slegato. Così si deve ammettere che quanti sono buoni fedeli e alcuni che sono ancora fuori, con l'aiuto della grazia di Dio e mediante l'attenzione alla sacra Scrittura, in cui sono preannunziati altri eventi e la fine, che avvertono vicina, saranno più costanti nel credere quel che non credevano e più forti nel vincere il diavolo sebbene non legato. Se così avverrà, si deve pensare che il suo incatenamento è avvenuto prima affinché seguisse la sua spoliazione, legato o slegato che fosse, poiché sull'argomento è stato detto: Come può entrare uno nella casa di un forte per rapire i suoi arnesi se prima non l'avrà legato?

Doppio significato del regno dei cieli.
9. 1. Frattanto, mentre il diavolo è incatenato per mille anni, i santi regnano con Cristo anch'essi per mille anni, da intendere senza dubbio identici agli altri e con identico significato, cioè nel tempo della sua prima venuta. Non si tratta infatti di quel regno, del quale alla fine si dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il Regno preparato per voi 67. Se in un determinato altro senso, assai diverso, non regnassero con lui nel tempo i suoi santi, perché dice ad essi: Da questo momento io sono con voi fino alla fine del tempo 68, la Chiesa, sempre nel tempo, non si considererebbe suo regno o regno dei cieli. Certamente, mentre scorre il tempo, viene istruito quello scriba di cui ho parlato poco fa 69, il quale estrae dal suo forziere cose nuove e cose vecchie; e dalla Chiesa i mietitori devono raccogliere le erbacce che egli ha permesso crescessero insieme al grano fino alla mietitura. Esponendo questo concetto ha detto: La mietitura è la fine del tempo, i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccolgono le erbacce e si bruciano col fuoco, così avverrà alla fine del tempo; il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali 70; dunque non dal regno in cui non vi sono scandali. Saranno dunque raccolti dal suo regno che nel tempo è la Chiesa. Allo stesso modo dice: Chi dunque dichiarerà abrogato uno solo di questi precetti, anche i più piccoli, e insegnerà così agli uomini, sarà considerato il più piccolo nel regno dei cieli; chi invece li osserverà e così insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli 71. Afferma che l'uno e l'altro sono nel regno dei cieli, tanto e chi non osserva i precetti che insegna, poiché dichiararli abrogati significa non osservare, non compiere, come e chi li osserva e così insegna, ma quello il più piccolo, costui grande. E subito soggiunge: Vi dico che se la vostra giustizia non sorpasserà quella degli scribi e dei farisei 72, cioè di coloro che dichiarano abrogato ciò che insegnano. In un altro passo dice infatti dei farisei: Dicono e non osservano 73. Dunque se la vostra giustizia non sorpasserà la loro, cioè che voi non abroghiate ma osserviate quel che insegnate, non entrerete - dice - nel Regno dei cieli 74. In un senso dunque si deve intendere il Regno dei cieli, in cui vi sono tutti e due, chi dichiara abrogato ciò che insegna e chi lo osserva, ma quello il più piccolo, costui grande; e in un altro senso s'intende il regno dei cieli in cui non entra se non chi osserva. Perciò, quando si ha l'una e l'altra specie, si ha la Chiesa qual è nel tempo, quando se ne ha una sola si ha la Chiesa quale sarà allorché non vi sarà più il cattivo. Pertanto anche nel tempo la Chiesa è regno di Cristo e regno dei cieli. Anche nel tempo regnano con lui i suoi santi ma in modo diverso da come regneranno alla fine e con lui non regnano le erbacce, sebbene nella Chiesa crescano assieme al frumento 75. Regnano con lui coloro che eseguono ciò che dice l'Apostolo: Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù non a quelle della terra 76. Di essi dice anche che il loro modo di vivere è nei cieli 77. Infine regnano con lui quelli che vissero in tal modo nel suo regno da essere essi stessi il suo regno. Ma in che modo sono regno di Cristo coloro che, per non dire altro, sebbene sono nella Chiesa, finché si svellano alla fine del tempo dal suo regno tutti gli scandali, tuttavia vi cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo?

Ministero sacerdotale per vivi e defunti.
9. 2. Il libro dell'Apocalisse parla dunque di questo regno di servizio in armi, in cui si è ancora in conflitto con il nemico e talora si resiste ai vizi che assalgono, talora si ha il dominio su di essi che si arrendono fino a che si giunga a quel regno di grande pace, in cui si regnerà senza nemico; parla anche della prima risurrezione che avviene nel tempo. Infatti dopo aver detto che il diavolo è incatenato per mille anni e che poi sarà slegato per breve tempo, compendiando quel che nei mille anni compie la Chiesa o si compie in essa, dice: E vidi dei troni e coloro che vi sedevano e fu dato il potere di giudicare 78. Non si deve pensare che la frase si riferisca all'ultimo giudizio, ma in essa si devono intendere i troni dei capi e i capi stessi, ai quali è affidato il governo della Chiesa nel tempo. Ed è evidente che il conferimento del potere di giudicare non è espresso meglio che con quel che è stato detto: Ciò che legherete sulla terra sarà legato anche in cielo e ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto anche in cielo 79. Perciò dice l'Apostolo: Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? Non sono quelli di dentro che voi giudicate? 80. Continua l'Apocalisse: E le anime degli uccisi a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio 81; si sottintende quello che dice di seguito: Regnarono con Cristo mille anni, cioè le anime dei martiri non ancora restituite al proprio corpo. Infatti le anime dei fedeli defunti non sono separate dalla Chiesa che anche nel tempo è il regno di Cristo. Altrimenti anche all'altare di Dio non si farebbe la loro memoria in comunione col corpo di Cristo; e non gioverebbe in pericolo di morte ricevere il battesimo affinché questa vita non termini senza di esso e neanche ottenere la riconciliazione, se per caso si è separati dal corpo di Cristo a causa della penitenza pubblica o della coscienza in peccato. Si compiono questi riti appunto perché i fedeli anche defunti sono sue membra. Dunque sebbene non ancora nel corpo, tuttavia la loro anima già regna con lui, mentre decorrono i mille anni. Nel medesimo libro e in altri si legge: Beati i morti che muoiono nel Signore. D'ora innanzi, dice lo Spirito, affinché riposino dalle loro fatiche perché le loro opere li seguono 82. Dapprima dunque regna nel tempo con Cristo la Chiesa nei vivi e nei morti. Dice l'Apostolo: Per questo è morto Cristo, per essere il Signore dei vivi e dei morti 83. Ma l'Apocalisse ha menzionato soltanto l'anima dei martiri; essi infatti soprattutto regnano da morti perché hanno lottato per la verità fino alla morte. Ma come da una parte il tutto, comprendiamo che anche gli altri morti appartengono alla Chiesa che è il regno di Cristo.

La bestia simbolo del paganesimo.
9. 3. Dobbiamo intendere congiuntamente dei vivi e dei morti la frase che segue: E coloro che non hanno adorato la bestia e la sua statua e non hanno ricevuto il marchio sulla fronte o sulla mano 84. Sebbene sia da indagare più attentamente quale sia questa bestia, tuttavia non contrasta con la retta fede che s'interpreti come la stessa città pagana e il popolo dei pagani contrario al popolo cristiano e alla città di Dio. La sua statua a me sembra la sua finzione in quegli individui che professano la fede e vivono da pagani. Fingono di essere quel che non sono e sono considerati cristiani non in un vero ritratto ma in una rappresentazione ingannevole. Alla medesima bestia appartengono infatti non soltanto quelli che sono apertamente nemici del nome di Cristo e della sua città molto gloriosa, ma anche le erbacce che alla fine del tempo devono essere estirpate dal suo regno che è la Chiesa 85. E coloro che non adorano la bestia e la sua immagine sono certamente coloro che eseguono ciò che dice l'Apostolo: Non siate di coloro che portano il giogo con gli infedeli 86. Non adorano infatti significa: non concordano, non si assoggettano; non ricevono il marchio, cioè il contrassegno della colpa; nella fronte per la dottrina che professano; sulla mano per le opere che compiono. Dunque liberi da simili mali, tanto se vivono ancora nella soggezione alla morte o, se già morti, regnano con Cristo fin d'ora in una forma conveniente a questo tempo per tutto il periodo indicato con i mille anni.

Due vite e due morti.
9. 4. Soggiunge: Gli altri non tornarono in vita 87. Infatti è questo il momento in cui i morti odono la voce del Figlio di Dio e quelli che l'udranno torneranno in vita 88. Gli altri dunque non torneranno in vita. L'aggiunta: Fino al compimento di mille anni si deve interpretare nel senso che non tornarono in vita nel tempo in cui dovevano, passando, cioè, dalla morte alla vita. Perciò quando giungerà il giorno, in cui avviene la risurrezione dei corpi, non passeranno dai sepolcri alla vita, ma al giudizio, cioè alla condanna che è considerata la seconda morte. Chi non sarà tornato in vita fino al compimento dei mille anni, cioè non avrà udito la voce del Figlio di Dio e non sarà passato dalla morte alla vita per tutto il tempo in cui avviene la prima risurrezione, certamente nella seconda risurrezione, che è della carne, passerà alla seconda morte con la carne stessa. Prosegue infatti e dice: Questa è la prima risurrezione: beato e santo chi ha parte in questa prima risurrezione 89, cioè ne sarà partecipe. Ne sarà partecipe non solo se torna in vita dalla morte, che si ha nel peccato, ma persisterà nello stato in cui è tornato in vita. Su di essi - dice - non ha potere la seconda morte 90. Lo ha quindi sugli altri, dei quali precedentemente ha detto: Gli altri non tornarono in vita fino al compimento di mille anni 91. Difatti in tutto questo periodo di tempo, che considera di mille anni, chiunque, per quanto a lungo sia vissuto nel corpo, non è tornato in vita dalla morte, in cui lo tratteneva la mancanza di fede, affinché, tornando in vita in questo senso, divenisse partecipe della prima risurrezione e in lui non avesse potere la seconda morte.

Anche le anime risorgono.
10. Alcuni pensano che soltanto ai corpi è possibile applicare il concetto di risurrezione e perciò sostengono che anche la prima sarà di essi. A chi spetta il cadere, dicono, spetta anche il rialzarsi. Ora i corpi cadono con la morte e dal loro cadere si denominano cadaveri. Quindi, soggiungono, la risurrezione non può essere delle anime ma dei corpi. Ma costoro che cosa ribattono contro l'Apostolo 92 che la chiama risurrezione? Erano risorti nell'uomo interiore e non in quello esteriore coloro ai quali dice: Se siete risorti con Cristo, gustate le cose di lassù 93. Ha espresso il medesimo significato in un altro passo con parole diverse quando dice: Affinché, come Cristo è risorto dai morti nella gloria del Padre, così anche noi ci poniamo in cammino in una nuova vita 94. Ne consegue anche questo pensiero: Svegliati tu che dormi e rialzati dalla morte e Cristo ti illuminerà 95. E riguardo alla loro teoria, che possono rialzarsi soltanto quelli che cadono e perciò la risurrezione spetta ai corpi e non alle anime, perché il cadere è proprio dei corpi, ascoltino: Non allontanatevi da lui per non cadere 96; e: Sta in piedi o cade per il suo Signore 97; e: Chi pensa di stare in piedi eviti di cadere 98. Penso che una simile caduta si debba evitare nell'anima e non nel corpo. Se dunque la risurrezione è di coloro che cadono, ed anche le anime cadono, si deve ammettere che anche le anime si rialzano. Il brano dell'Apocalisse: In essi la seconda morte non ha potere; e la frase che segue: Ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui mille anni 99, non riguardano soltanto i vescovi e i preti, sebbene ormai nella Chiesa in senso proprio essi sono considerati sacerdoti. Come però a causa dell'unzione sacramentale consideriamo tutti i fedeli unti del Signore, consideriamo sacerdoti tutti i fedeli perché sono membra dell'unico Sacerdote. Di essi dice l'apostolo Pietro: Stirpe santa, sacerdozio regale 100. Con criterio, sebbene in breve e di passaggio, l'Apocalisse propone che il Cristo è Dio con le parole: Sacerdoti di Dio e del Cristo, cioè del Padre e del Figlio. Tuttavia nella condizione di servo 101, in quanto Figlio dell'uomo, Cristo è divenuto anche sacerdote per sempre secondo l'ordine di Melchisedec 102. Dell'argomento ho trattato più volte in quest'opera 103.

Gog e Magog e l'ultima persecuzione.
11. L'Apocalisse continua: E quando i mille anni saranno compiuti Satana sarà liberato dal suo carcere e uscirà per trarre in errore i popoli che sono ai quattro punti cardinali della terra, Gog e Magog, e li condurrà in guerra; il loro numero è come l'arena del mare 104. Dunque alla fine li trarrà in errore allo scopo di condurli alla guerra. Anche prima traeva in errore, nei modi in cui poteva, attraverso numerosi e svariati atti di malvagità. Uscirà significa che balzerà dai nascondigli dell'odio in aperta persecuzione. Sarà, nell'imminenza dell'ultimo giudizio, l'ultima persecuzione che in tutto il mondo subirà la Chiesa, cioè tutta la città di Cristo da tutta la città del diavolo, qualunque sia l'estensione dell'una e dell'altra sulla terra. Questi popoli, che denomina Gog e Magog, non si devono intendere come popoli non civili, stanziati in una parte della terra, ovvero i Geti e Massageti, come alcuni suppongono, a causa della lettera iniziale del loro nome, ovvero altri stranieri non associati al diritto romano. Con la frase: Popoli esistenti ai quattro punti cardinali della terra è stato indicato che essi sono in tutto il mondo ed ha soggiunto che essi sono Gog e Magog. Apprendiamo che come significato dei nomi Gog corrisponde a "tetto", e Magog "dal tetto", cioè come casa e chi esce di casa. Dunque sono i popoli nei quali precedentemente abbiamo inteso che era rinchiuso il diavolo come in un abisso ed è lui che in certo senso da essi si svincola ed esce, in modo che essi sono il tetto ed egli dal tetto. Se poi applichiamo l'uno e l'altro ai popoli, non uno a loro e l'altro al diavolo, essi sono il tetto perché nel tempo egli è rinchiuso in essi e in certo senso vi è occultato il nemico antico; ed essi saranno dal tetto, allorché dal coperto balzeranno fuori in un odio aperto. Con la frase: E marciarono su tutta la superficie della terra e assediarono l'accampamento dei santi e la città diletta 105, non si afferma che sono venuti o verranno a un solo luogo, come se in un solo determinato luogo vi siano l'accampamento dei santi e la città diletta. Questa infatti non è altro che la Chiesa di Cristo diffusa in tutto il mondo. Perciò dovunque essa sarà alla fine, poiché sarà estesa a tutti i popoli, concetto che è stato indicato con il termine "superficie della terra", ivi sarà l'accampamento dei santi, ivi sarà la diletta città di Dio, ivi con la mostruosità di quella persecuzione sarà assediata da tutti i suoi nemici poiché anche essi saranno con lei fra tutti quei popoli. Sarà cioè avvinghiata, stretta, compressa nell'angustia della sofferenza e non abbandonerà la sua difesa armata che è stata espressa con il concetto di accampamento.

Il fuoco dal cielo e la fermezza dei santi.
12. Non si deve pensare che nella frase: E discese un fuoco dal cielo e li divorò 106 sia indicato il definitivo tormento che si avrà quando si dirà: Via da me, maledetti, nel fuoco eterno! 107. Allora essi saranno immersi nel fuoco e non verrà su di essi un fuoco dal cielo. Nel passo s'interpreta bene il fuoco dal cielo con la fermezza dei santi, per cui non si piegheranno ai persecutori per eseguire la loro volontà. Cielo è infatti il firmamento e a causa della sua fermezza i nemici saranno tormentati da uno zelo bruciante poiché non potranno attirare i santi di Cristo alla parte dell'Anticristo. Sarà questo il fuoco che li divorerà, ed esso è da Dio, poiché per dono di Dio i santi diventano invincibili e i nemici ne sono tormentati. Come infatti lo zelo è proposto nel bene: Lo zelo della tua casa mi ha divorato 108, così al contrario: Lo zelo ha invaso il popolo rozzo ed ora un fuoco divorerà gli avversari 109. Ed ora appunto, escluso cioè il fuoco dell'ultimo giudizio. Oppure supponiamo che abbia considerato come fuoco che viene dal cielo e li divorerà quel tormento da cui saranno colpiti i persecutori della Chiesa che, alla venuta di Cristo, egli troverà ancora in vita sulla terra, quando ucciderà l'Anticristo con un soffio della sua bocca 110. Anche in tale ipotesi questo non sarà l'ultimo tormento dei reprobi, ma quello che soffriranno, avvenuta la risurrezione dei corpi.

Computo dei mille anni e dei tre e mezzo.
13. Quest'ultima persecuzione, che sarà attuata dall'Anticristo, come è stato già detto 111, perché se ne è parlato precedentemente anche nel libro dell'Apocalisse 112, e nel profeta Daniele 113, durerà tre anni e sei mesi. Giustamente si controverte se questo periodo, quantunque breve, appartenga ai mille anni, durante i quali, come dice l'Apocalisse, il diavolo è incatenato e i santi regnano con Cristo, o se questo breve tempo si aggiunga a quegli anni e sia uno di più. Infatti se affermeremo che appartengono agli stessi anni, si riscontrerà che il regno dei santi con Cristo non dura il medesimo tempo ma si amplia in un periodo più lungo di quello in cui il diavolo è incatenato. Ovviamente i santi regneranno con il loro Re soprattutto durante la stessa persecuzione per vincere i numerosi atti di malvagità, quando il diavolo non sarà più incatenato sicché potrà perseguitarli con tutte le sue forze. In che senso dunque questo brano della Bibbia assegna ai mille anni l'uno e l'altro evento, cioè l'incatenamento del diavolo e il regno dei santi dal momento che, nello spazio di tre anni e sei mesi, cessa prima l'incatenamento del diavolo che il regno dei santi con Cristo durante questi mille anni?. Supponiamo che il breve periodo di questa persecuzione non sia computato con i mille anni, ma sia da aggiungere al loro compimento in modo che s'intenda in senso proprio la premessa: I sacerdoti di Dio e del Cristo regneranno con lui mille anni, e l'aggiunta: E quando i mille anni saranno compiuti, Satana sarà liberato dal suo carcere 114. Con questa lettura il brano esprime che il regno dei santi e la catena del diavolo cesseranno insieme, sicché in seguito il periodo della persecuzione non riguarderà né il regno dei santi né la prigionia di Satana, l'uno e l'altro di mille anni, ma è stato aggiunto ed è fuori computo. Con questa ipotesi saremo costretti ad ammettere che in quella persecuzione i santi non regneranno con Cristo. Ma non si può ammettere che in quel tempo le sue membra non regneranno con lui poiché in maggior numero e con maggiore fortezza saranno uniti a lui in un periodo in cui, quanto è più furioso l'attacco del conflitto, tanto maggiore sarà la gloria di non cedere e tanto più folta la corona del martirio. Ovvero, se a causa dei patimenti che soffriranno non si deve pensare che regneranno, ne conseguirà pure il non dovere intendere che quei santi, i quali erano perseguitati, regnassero con Cristo nel periodo della loro afflizione anche negli spazi di tempo anteriori durante i mille anni. Perciò anche coloro, la cui anima l'autore dell'Apocalisse scrive di aver visto, perché uccisi a causa della testimonianza a Gesù e della parola di Dio, non avrebbero regnato con Cristo, quando soffrivano la persecuzione e anch'essi non sarebbero regno di Cristo, sebbene egli li avesse in retaggio in forma eminente. È un pensiero veramente assurdo e da respingersi incondizionatamente. Certamente le anime vincitrici dei gloriosi martiri, superati e terminati tutti i dolori e sofferenze, dopo aver deposto il corpo soggetto a morire, hanno regnato e regnano con Cristo fino al compimento dei mille anni, affinché in seguito regnino con la riassunzione del corpo non più soggetto a morire. Quindi in questi tre anni e mezzo le anime degli uccisi per la testimonianza a Gesù, tanto quelle che erano già uscite dal corpo come quelle che usciranno a causa dell'ultima persecuzione, regneranno con lui fino a che termini il tempo che causa la morte e si passi in quel regno in cui morte non v'è. Dunque saranno di più gli anni dei santi che regnano con Cristo che quelli della prigionia per incatenamento del diavolo, perché essi regneranno con il proprio re, Figlio di Dio, anche per quei tre anni e mezzo, sebbene il diavolo non sia ancora legato. Quando dunque udiamo: I sacerdoti di Dio e di Cristo regneranno con lui mille anni e quando i mille anni saranno compiuti, Satana sarà liberato dal suo carcere, rimane un dilemma. O intendiamo che non sono i mille anni di questo regno dei santi ad avere termine, ma dell'incatenamento del diavolo nel carcere in modo che ogni parte abbia da portare a termine i mille anni, cioè tutti gli anni che le spettano, con diverse e particolari dimensioni, più lunga per il regno dei santi, più breve per la prigionia del diavolo. Ovvero, poiché il periodo di tre anni e sei mesi è molto breve, si ammetta che non si è voluto calcolarlo, tanto quello che sembra includere la più breve prigionia di Satana, come quello che sembra includere il più lungo regno dei santi. In questi termini sui quattrocento anni mi sono espresso nel sedicesimo libro di quest'opera 115, poiché erano un po' di più e tuttavia sono stati considerati quattrocento. Se si è attenti, spesso nella Bibbia si rinvengono simili espressioni.

Nel giudizio la coscienza e il libro della vita.
14. Dopo questa rievocazione dell'ultima persecuzione il testo riepiloga brevemente tutto ciò che con l'ultimo giudizio soffriranno il diavolo e la città nemica con il suo principe. Dice: E il diavolo, che li traeva in errore, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e lo pseudoprofeta e vi saranno tormentati giorno e notte per sempre 116. Ho indicato precedentemente che per bestia s'intende la stessa società pagana. Il suo pseudoprofeta è o l'Anticristo o quell'immagine o figura ingannevole, di cui ho parlato in quel passo 117. Di seguito, presentando in compendio lo stesso ultimo giudizio, che avverrà nella seconda risurrezione dei morti, cioè dei corpi, nel narrare come gli fu rivelato, dice: Vidi poi un grande trono bianco e colui che sedeva su di esso, dal cui cospetto erano scomparsi il cielo e la terra e non vi fu più lo spazio per essi 118. Non dice: Ho visto un gran trono bianco e colui che sedeva su di esso e dal suo cospetto erano scomparsi il cielo e la terra, perché il fatto non avvenne allora, cioè prima che fosse dato il giudizio sui vivi e sui morti, ma ha detto di aver visto che sedeva sul trono colui dal cui cospetto erano scomparsi il cielo e la terra, ma in seguito. Condotto a termine il giudizio, cesseranno questo cielo e questa terra, poiché avranno inizio un cielo nuovo e una terra nuova 119. Infatti questo mondo cesserà con una metamorfosi, non con una totale distruzione. Per questo l'Apostolo dice: Passa la conformazione di questo mondo, vorrei che voi foste senza preoccupazione 120. Passa dunque la conformazione, non l'essenza. Giovanni, dopo aver detto che aveva visto colui che sedeva sul trono, dal cui aspetto erano scomparsi il cielo e la terra, evento che avverrà in seguito, soggiunge: E vidi i morti grandi e piccoli e furono aperti i libri; fu aperto anche un altro libro, che è proprio dell'esistenza di ciascuno, e i morti furono giudicati in base a ciò che era scritto nei libri, ciascuno secondo le proprie azioni 121. Ha detto che furono aperti i libri e il libro, ma non ha taciuto quale fosse il libro, cioè quello che è proprio dell'esistenza di ciascuno. Si deve comprendere quindi che i libri indicati precedentemente sono i libri santi, dell'Antico e del Nuovo Testamento, affinché con essi si mostrasse quali precetti Dio ha comandato che fossero osservati; invece con quello, che è proprio dell'esistenza di ogni uomo, quale dei precetti ciascuno avesse o non avesse osservato. Se questo libro si giudicasse con criteri umani, chi sarebbe in grado di valutarne l'importanza e il volume? O quanto tempo si richiederebbe per poter leggere un libro in cui è scritta tutta la vita di tutti gli uomini? O vi sarà un numero di angeli, pari a quello degli uomini, e ciascuno udrà che la propria vita è esposta dall'angelo a lui assegnato? Dunque non vi sarà un unico libro di tutti ma uno di ognuno. Quando questo passo indica che s'intenda un libro solo, afferma: E un altro libro fu aperto. Si deve quindi tener presente un potere divino, per cui avviene che a ciascuno siano richiamate alla memoria tutte le proprie opere, buone e cattive, e che siano esaminate con mirabile prontezza da un immediato atto della mente in modo che la consapevolezza accusi o scusi la coscienza e in tal modo simultaneamente tutti e ciascuno siano giudicati. Questo divino potere ha certamente avuto il nome di "libro" perché in esso in certo qual senso si legge ogni particolare che mediante tale potere viene rievocato. Per indicare quali morti, piccoli e grandi, devono essere giudicati, dice per riepilogare, quasi tornando all'argomento che aveva omesso o piuttosto differito: E il mare restituì morti ch'erano in esso, la morte e l'aldilà resero i morti che detenevano 122. Senza dubbio il fatto avvenne prima che i morti fossero giudicati e tuttavia il giudizio è stato indicato prima. È appunto quanto ho detto, che egli, cioè, riepilogando è tornato all'argomento che aveva tralasciato. Ora invece ha seguito l'ordine dovuto e per chiarirlo più convenientemente ha di nuovo trattato, nel punto giusto, del giudizio dei morti di cui aveva già parlato. Aveva detto infatti: E il mare restituì morti che erano in esso, la morte e l'aldilà resero i morti che detenevano, e subito ha aggiunto: E ciascuno fu giudicato secondo le proprie azioni 123. E quel che aveva detto precedentemente: E i morti furono giudicati secondo le proprie azioni.

Significato di mare e aldilà nel giudizio finale.
15. Ma quali sono i morti che erano nel mare e che esso ha restituito? Non si può pensare infatti che quelli i quali muoiono nel mare non siano nell'aldilà, o che soltanto i loro corpi sono conservati nel mare ovvero, ed è più assurdo, che il mare conteneva i buoni e l'aldilà i cattivi. Chi lo penserebbe? Ma ragionevolmente alcuni ritengono che in questo passo il mare sta a significare il tempo presente. Per indicare quindi che coloro i quali Cristo troverà ancora in vita devono essere giudicati assieme a quelli che risorgeranno, ha considerato morti anch'essi; alcuni buoni, perché di essi si dice: Siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio 124, alcuni cattivi perché di essi si dice: Lascia che i morti seppelliscano i propri morti 125. Possono essere considerati morti anche perché hanno un corpo soggetto alla morte, e per questo dice l'Apostolo: Il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma il vostro spirito è vivo a causa della giustificazione 126. Indica così che nell'uomo il quale vive, unito ancora al corpo, si ha l'uno e l'altro, tanto il corpo morto, come lo spirito che è vita. Non ha detto corpo soggetto alla morte, ma morto, sebbene poco dopo li definisce anche, come più ordinariamente si designano, corpi soggetti a morire 127. Il mare dunque restituì questi morti che erano in esso, cioè il tempo presente restituì tutti gli uomini che erano in esso perché non erano ancora morti. La morte e l'aldilà - soggiunge - resero i morti che detenevano 128. Il mare li restituì perché si presentarono nella condizione in cui si trovavano; invece la morte e l'aldilà li resero perché li richiamarono alla vita, da cui erano già separati. E non senza ragione non gli bastò dire: la morte o l'aldilà, ma sono stati indicati l'una e l'altro: la morte per i buoni che poterono subire soltanto la morte e non l'aldilà dei reprobi, ed esso per i cattivi perché negli inferi scontano anche la pena. Forse non è assurdo ritenere che i santi antichi, i quali professarono la fede del Cristo venturo furono negli inferi, ma in condizioni assai diverse dalle pene dei reprobi finché il sangue di Cristo e la sua discesa in quei luoghi li trassero fuori. Successivamente senza dubbio i buoni fedeli, riscattati da quel prezzo versato, non conoscono affatto gli inferi fino a quando, riassunto anche il corpo, riscuotano i beni che meritano. Dopo aver detto: Furono giudicati ciascuno secondo le proprie azioni, soggiunge in succinto come furono giudicati con le parole: La morte e l'inferno furono gettati nello stagno di fuoco 129. Con questi termini ha indicato il diavolo, perché è autore delle pene infernali, e insieme tutta la congrega dei demoni. E lo stesso concetto che anticipando aveva espresso precedentemente in forma più evidente: Il diavolo, che li traeva in errore, fu gettato nello stagno di fuoco e di zolfo 130. E il concetto che in quel passo in forma più oscura aveva aggiunto: Dove sono anche la bestia e lo pseudoprofeta 131, si ha qui in forma più esplicita con le parole: Coloro, che non furono scritti nel libro della vita, furono gettati nello stagno di fuoco 132. Questo passo non assegna a Dio la memoria, affinché non sia tratto in errore dall'oblio, ma indica la predestinazione di coloro, ai quali sarà data la vita eterna. Dio non li ignora e in questo passo si legge che li conosce, o meglio la sua stessa prescienza su di loro, che non può errare, è il libro della vita, in cui sono scritti, sono cioè oggetto di prescienza.

Cielo e terra nuovi.
16. Finito il giudizio, con cui l'Apocalisse ha premesso che devono essere giudicati i cattivi, rimane che parli anche dei buoni. Infatti, dopo aver sviluppato quel che dal Signore è stato espresso in breve: Così andranno questi alla pena eterna, continua a sviluppare quel che nel Vangelo vi è connesso: E i giusti alla vita eterna 133. Dice appunto: Vidi un nuovo cielo e una nuova terra. Infatti il cielo e la terra di prima erano svaniti e non v'è più il mare 134. Si avrà con tale sequenza l'avvenimento che precedentemente anticipando ha esposto, che, cioè, ha visto colui il quale sedeva sul trono, dal cui aspetto scomparvero cielo e terra 135. Dunque prima saranno giudicati coloro che non sono scritti nel libro della vita e gettati nel fuoco eterno. Penso che nessun uomo sappia, se non colui al quale lo Spirito di Dio lo rivela 136, che razza di fuoco sia questo e in quale parte del mondo o della realtà brucerà. Allora la conformazione di questo mondo cesserà col divampare simultaneo dei fuochi del mondo, come avvenne il diluvio con l'inondazione delle acque del mondo. Con quel divampare simultaneo del mondo, come ho detto, le proprietà degli elementi posti nel divenire, le quali convenivano ai nostri corpi posti nel divenire, cesseranno del tutto nel fuoco. Lo stesso essere sussistente avrà quelle proprietà che convengano, attraverso una meravigliosa trasformazione, a corpi non posti nel divenire, in modo che il mondo, trasformato in meglio, si adegui ad uomini trasformati in meglio anche nel loro essere fisico. Riguardo alla frase: Non v'è più il mare, non saprei dire se si prosciugherà con quello straordinario calore o se anch'esso si trasformerà in meglio. Abbiamo letto che vi saranno un cielo nuovo e una terra nuova, ma non ricordo di aver letto alcunché da qualche parte sul mare nuovo, salvo la frase che si ha in questo stesso libro: Come un mare di vetro simile al cristallo 137. Ma in quel passo non parlava della fine dei tempi e non sembra che abbia usato "mare" con significato proprio, ma come mare. Tuttavia anche in questo passo, siccome il linguaggio profetico ama mescolare il parlare figurato con il proprio e così in un certo senso velare quel che si dice, ha potuto dire di quel mare: E non v'è più il mare, come prima aveva detto: Il mare restituì i morti che in esso erano 138. Allora infatti non vi sarà più questo tempo, agitato e turbolento con la vita degli esseri posti nel divenire, che ha espresso figuratamente con la parola "mare".

Nella Gerusalemme dell'alto non vi saranno pianto e dolore.
17. Continua: Vidi anche la città nuova grande Gerusalemme scendere dal cielo da Dio, pronta come una sposa ornata per il suo sposo. Udii allora una potente voce che usciva dal trono e diceva: Ecco la dimora di Dio con gli uomini. Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno il suo popolo ed egli sarà il "Dio con loro". E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, non vi sarà più la morte, né pianto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate. E colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose 139. Si dice che questa città discende dal cielo perché è dal cielo la grazia con cui Dio le ha dato vita. Per questo le si dice anche per mezzo di Isaia: Io sono il Signore che ti dà vita 140. E dal cielo fin dalla sua origine discende, da quando continuamente i suoi cittadini aumentano nella successione del tempo, con la grazia di Dio che viene dall'alto mediante il lavacro di rigenerazione nello Spirito Santo mandato dal cielo. Ma col giudizio di Dio, che sarà l'ultimo, mediante il suo Figlio Gesù Cristo si manifesterà il suo splendore così grande e così nuovo in modo che non rimarranno tracce della tarda età, giacché i corpi della soggezione al divenire e alla morte di una volta passeranno alla immunità dal divenire e dalla morte. Mi sembra quindi proprio di eccessiva mancanza di riguardo attribuire questo evento al tempo presente, in cui la città regna col suo re per mille anni. Dice infatti molto apertamente: E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi non vi sarà più la morte, né pianto né lamento né affanno. Chi dunque è così idiota e insensato in una ostinatissima diatriba da affermare che negli affanni di questa soggezione alla morte, non dico il popolo santo, ma ciascuno dei santi trascorra, trascorrerà o abbia trascorso la vita senza lacrime e sofferenze? Piuttosto quanto uno è più santo e pieno di un santo desiderio, tanto più è abbondante il suo pianto nel pregare. È la voce di un cittadino della Gerusalemme di lassù che dice: Le mie lacrime sono divenute il mio pane giorno e notte 141; e: Ogni notte laverò nel pianto il mio letto, inonderò di lacrime il mio giaciglio 142; e: Il mio gemito non ti è nascosto 143; e: Il mio dolore si è esasperato 144. E sono certamente suoi figli coloro che gemono come sotto un peso, da cui non vogliono essere spogliati, ma rivestiti dall'alto, affinché ciò che è soggetto al morire sia assorbito dalla vita 145. E sono quelli stessi che, avendo le primizie dello Spirito, gemono interiormente perché attendono l'adozione a figli, la redenzione del proprio corpo 146. E lo stesso Paolo era certamente cittadino della Gerusalemme dell'alto e lo era ancor di più quando per gli Israeliti, suoi fratelli secondo la stirpe, aveva in sé una grande tristezza e nel suo cuore una continua sofferenza 147. La morte non sarà più in questa città soltanto quando si dirà: Dov'è, o morte, il tuo ardire? Dov'è, o morte, il tuo pungolo? Il pungolo della morte è il peccato 148. Certamente non vi sarà quando si dirà: Dov'è? Ora invece non un qualunque debole cittadino di quella città ma lo stesso Giovanni grida nella sua lettera: Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi 149. Anche in questo libro, intitolato l'Apocalisse, vi sono molti concetti oscuri per spronare il pensiero del lettore e ve ne sono pochi, dalla cui chiarezza si possano investigare gli altri con impegno, soprattutto perché ripete le medesime espressioni in molte forme da sembrare che enunci concetti diversi, sebbene si riscontri che enuncia i medesimi in forma diversa. Si eccettuano però le frasi: Asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, non vi sarà più la morte, né pianto né lamento né affanno. Infatti con tanta chiarezza sono stati espressi questi concetti sulle condizioni fuori del tempo e sull'immortalità ed eternità dei santi, poiché soltanto in quel tempo e spazio non vi saranno tali sofferenze, che non dobbiamo cercare o leggere nella sacra Scrittura pensieri più evidenti se ritenessimo questi oscuri.

In Pietro cielo e terra nel cataclisma finale.
18. Ora vediamo che cosa ha scritto l'apostolo Pietro sul giudizio. Dice: Verranno negli ultimi giorni uomini che scherniranno con ironia, si comporteranno secondo le proprie passioni e diranno: Dov'è la promessa della sua venuta? Infatti da quando i nostri padri sono morti tutto procede come al principio della creazione. Ma costoro ignorano, perché lo vogliono, che i cieli esistevano da lungo tempo e la terra dall'acqua e ordinata mediante l'acqua dalla parola di Dio, e che per queste cause il mondo di allora scomparve sommerso dall'acqua. Ora i cieli e la terra attuali sono stati reintegrati dalla medesima parola e riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della perdizione dei reprobi. Ma voi non dovete perdere di vista, carissimi, che un solo giorno davanti a Dio è come mille anni, e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda la promessa nel modo con cui alcuni concepiscono il ritardo, ma attende con pazienza per voi perché non vuole che alcuno perisca ma che tutti si riconcilino con la penitenza. Verrà il giorno del Signore come un ladro e in esso i cieli con grande fragore passeranno, gli elementi si dissolveranno con un incendio, la terra e le creature, che in essa sono, saranno distrutte dal fuoco. Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi così, quali non dovete essere voi nella santità della condotta perché aspettate e vi disponete alla venuta del Signore, mediante la quale i cieli si dissolveranno e gli elementi bruciati saranno ridotti al nulla? Noi aspettiamo dunque secondo le sue promesse nuovi cieli e nuova terra, nei quali dimora la giustizia 150. Nel passo Pietro non dice nulla della risurrezione dei morti, ma abbastanza della fine del mondo. Ricordando poi l'avvenuto diluvio sembra che abbia voluto in certo senso avvertirci sul nostro modo di credere in quali proporzioni alla fine dei tempi questo mondo scomparirà. Dice appunto che al tempo del diluvio fu distrutto il mondo che allora esisteva, e non soltanto la terra ma anche i cieli, sebbene in essi riscontriamo lo spazio atmosferico, il cui volume l'acqua, crescendo, aveva superato. Dunque tutta o quasi tutta l'atmosfera, che denomina il cielo o meglio i cieli, ma questi in basso non quelli in alto, dove sono disposti il sole, la luna e le stelle, era ridotta a una massa liquida. Così era scomparsa assieme alla terra, il cui primo aspetto era stato distrutto dal diluvio. Ora - dice - i cieli e la terra attuali sono stati reintegrati dalla medesima parola e riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della perdizione dei reprobi 151. Quindi quei cieli e quella terra, cioè quel mondo, che scomparve col diluvio e fu reintegrato con la medesima acqua, è destinato all'ultimo fuoco per il giorno del giudizio e della perdizione dei reprobi. Non dubita infatti di parlare, a causa di una radicale trasformazione, della futura perdizione anche degli uomini, pur conservandosi il loro essere, sebbene negli eterni tormenti. Qualcuno può chiedere, se dopo l'avvenuto giudizio questo mondo brucerà prima che siano reintegrati il nuovo cielo e la nuova terra, dove saranno i santi nel momento della conflagrazione, perché è indispensabile che essi, avendo un corpo, siano in un determinato spazio. Posso rispondere che saranno nelle parti più alte, dove non salirà la fiamma di quell'incendio come neanche l'acqua del diluvio. Avranno infatti un corpo tale da stabilirsi dove vorranno. Ma non temeranno neanche il fuoco di quel divampare fulmineo, perché sono resi immuni dalla morte e dal divenire, se il corpo, ancora soggetto a morte e corruzione, dei tre individui poté rimanere illeso nella fornace ardente 152.

L'Anticristo in Paolo ai Tessalonicesi...
19. 1. Noto che si devono tralasciare molti brani del Vangelo e degli Apostoli sull'ultimo giudizio di Dio, affinché questo libro non si estenda in un'eccessiva lunghezza, ma non si deve tralasciare affatto l'apostolo Paolo. Egli, scrivendo ai fedeli di Tessalonica, dice: Vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e della nostra comunione con lui di non lasciarvi così facilmente confondere nel pensiero e turbare né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente, affinché nessuno v'inganni in qualche modo. Prima infatti dovrà venire l'apostata e dovrà essere rivelato l'uomo iniquo, il figlio della rovina, colui che si contrappone e s'innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto fino a sedere nel tempio di Dio, ostentandosi come Dio. Non ricordate che, mentre ero ancora tra voi, venivano dette queste cose? E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione affinché avvenga a suo tempo. Il mistero dell'iniquità è già in atto. Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga, finché esca di mezzo e allora sarà rivelato l'empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con la luce della sua venuta, perché la presenza dell'empio avverrà nella potenza di Satana con ogni specie di portenti, di segni e prodigi di menzogna e con ogni sorta d'empio inganno per quelli che si perdono, perché non hanno accolto l'amore della verità per essere salvi. Perciò Dio invierà loro una giustificazione dell'errore affinché credano alla menzogna e così siano giudicati tutti coloro che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all'iniquità 153.

... con qualche difficoltà d'interpretazione...
19. 2. Non v'è dubbio che ha espresso questi concetti sull'Anticristo e che non si avrà il giorno del giudizio 154, considerato come giorno del Signore, se prima non verrà colui che egli chiama apostata fuggitivo, evidentemente, da Dio Signore. Se questo epiteto si può applicare rettamente a tutti gli empi, molto di più a lui. Però è incerto in quale tempio sederà, se sulla rovina del tempio costruito dal re Salomone ovvero nella Chiesa. L'Apostolo non considererebbe tempio di Dio il tempio di un dio o di un demone. Perciò alcuni sostengono che nel passo per Anticristo non s'intende il capo stesso, ma in senso figurato tutto il suo corpo, cioè la moltitudine di uomini che a lui appartiene come capo. Pensano inoltre che anche in latino più correttamente si dice, come in greco, non nel tempio di Dio, ma: segga in qualità di tempio di Dio, come se egli sia il tempio di Dio che è la Chiesa. Diciamo, ad esempio: Siede in qualità di amico, cioè come amico, o altri casi in cui si è soliti esprimersi con questo tipo di linguaggio. Una riflessione sulla frase: E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione; sapete, cioè, che cosa è in ritardo e qual è la causa della dilazione affinché avvenga a suo tempo. Poiché ha detto che lo sapevano, non ha inteso dirlo apertamente. Perciò noi, che non sappiamo quel che essi sapevano, desideriamo ma non siamo in grado di giungere, sia pure con insistenza, a ciò che pensava l'Apostolo, soprattutto perché i concetti, che ha aggiunto, rendono più astruso il significato. Infatti che significa: Già il mistero dell'iniquità è in atto. Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga, finché sia tolto di mezzo, e allora sarà rivelato l'empio 155? Io confesso che proprio non capisco quel che ha detto. Tuttavia non passerò sotto silenzio le ipotesi di uomini che ho avuto possibilità di ascoltare o leggere.

... in riferimento a Roma e ai falsi Cristiani...
19. 3. Alcuni pensano che si è parlato dell'impero romano e che perciò l'apostolo Paolo non lo ha voluto esprimere apertamente per non incorrere nell'ingiusta accusa che auspicasse a danno dell'Impero di Roma, mentre ci si riprometteva che fosse perenne. Poteva sembrare che nella frase: Il mistero dell'iniquità è già in atto 156 avesse voluto che vi si ravvisasse Nerone, le cui azioni apparivano come quelle dell'Anticristo 157. Perciò alcuni ipotizzano che risorgerà e diverrà l'Anticristo. Altri invece pensano che non sia stato ucciso ma allontanato segretamente affinché fosse ritenuto ucciso e rimanesse nascosto vivo, nel vigore dell'età in cui era quando fu creduto morto finché al momento opportuno riappaia e sia restituito al regno 158. Ma a me sembra molto assurda l'incomparabile ubbìa dei sostenitori di tale ipotesi. Tuttavia non assurdamente si ritiene che il pensiero, espresso dall'Apostolo con le parole: Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga finché esca di mezzo 159, si riferisca all'Impero di Roma, come se fosse detto: Frattanto chi ora comanda comandi finché esca di mezzo, cioè sia tolto di mezzo. Non v'è dubbio che in: E allora sarà rivelato l'empio, è indicato l'Anticristo. Alcuni invece pensano che le frasi: Sapete che cosa impedisce la sua manifestazione, e: Il mistero dell'iniquità è già in atto 160, siano dette soltanto dei malvagi e dei falsi cristiani, che appartengono alla Chiesa, finché giungano a un numero tale da costituire un numeroso popolo per l'Anticristo e che questo è il mistero dell'iniquità perché sembra occulto. Pensano che per questo l'Apostolo esorta i fedeli a perseverare con fermezza nella fede che professano, dicendo: Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga finché sia tolto di mezzo, cioè finché esca di mezzo alla Chiesa il mistero dell'iniquità che ora è occulto. Pensano che al medesimo mistero si riferisca quel che nella sua lettera dice Giovanni evangelista: Ragazzi, questa è l'ultima ora e come avete udito che l'Anticristo dovrà venire, di fatto ora molti sono divenuti anticristi; da questo conosciamo che è l'ultima ora. Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri. Che se fossero dei nostri, certamente sarebbero rimasti con noi 161. Come dunque, affermano questi testi, prima della fine, in quest'ora che Giovanni considera l'ultima, sono usciti dalla Chiesa molti eretici, che egli reputa come molti anticristi, così alla fine usciranno da essa tutti coloro che non apparterranno a Cristo, ma all'Anticristo, e allora si manifesterà.

... ma tutto rientra nel giusto giudizio di Dio.
19. 4. Dunque gli esegeti, chi in un senso chi in un altro, interpretano le astruse espressioni dell'Apostolo. Tuttavia non v'è dubbio sul suo pensiero, che cioè Cristo non verrà a giudicare i vivi e i morti 162, se prima non verrà il suo avversario, l'Anticristo, a trarre in errore i morti nell'anima, sebbene attiene a un giusto giudizio di Dio che da lui siano tratti in errore. Infatti: La sua presenza - come ha scritto - avverrà nella potenza di Satana con ogni specie di portenti di segni e prodigi di menzogna e con ogni sorta di empio inganno per quelli che si perdono 163. Allora sarà slegato Satana e agirà mediante l'Anticristo con ogni sorta di prodigi in forma sorprendente ma menzognera. Di solito si controverte se questi fatti sono stati considerati segni e prodigi di menzogna, perché l'Anticristo ingannerà i sensi umani attraverso immagini illusorie, in modo che sembra eseguire quel che non esegue; ovvero se, quantunque quei fatti saranno veri prodigi, trascineranno all'inganno coloro i quali crederanno che possano verificarsi soltanto per volere di Dio, perché ignorano l'ardimento del diavolo, soprattutto quando riceverà un potere che non ha mai avuto. Quando infatti cadde il fuoco dal cielo e con una sola vampata distrusse la numerosa servitù assieme ai numerosi armenti di bestiame del santo Giobbe e un turbine di venti investendo e abbattendo la casa uccise i suoi figli, non si trattò d'immagini illusorie, tuttavia furono opere di Satana, al quale Dio aveva concesso il potere 164. Quindi soltanto alla fine apparirà per quale loro aspetto quei fatti sono stati considerati prodigi e segni di menzogna. Ma per qualunque di essi sia stato enunziato quel concetto, saranno tratti in errore con quei segni e prodigi coloro che lo meriteranno, perché - dice l'Apostolo - non hanno accolto l'amore della verità per essere salvi. E non ha dubitato di aggiungere queste parole: Perciò Dio invierà loro una giustificazione dell'errore affinché credano alla menzogna. Quindi Dio manderà il diavolo a compiere questi fatti, egli con un giusto giudizio, sebbene l'altro li compia con una ingiusta e malvagia deliberazione. Affinché - soggiunge - siano giudicati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all'iniquità 165. Quindi i giudicati saranno tratti in errore e i tratti in errore saranno giudicati. Ma coloro che sono giudicati saranno tratti in errore con quel giudizio di Dio arcanamente giusto e giustamente arcano, con il quale non ha mai cessato di giudicare fin dall'inizio del peccato della creatura ragionevole. Invece coloro che sono tratti in errore saranno giudicati con l'ultimo palese giudizio da Cristo Gesù che giudicherà molto giustamente, perché fu giudicato molto ingiustamente.

Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi sulla risurrezione.
20. 1. Ma nel passo citato l'Apostolo tace sulla risurrezione dei morti; invece scrivendo ai medesimi Tessalonicesi, nella prima lettera dice: Non vogliamo lasciarvi nell'ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti affinché non siate nell'afflizione come gli altri che non hanno speranza. Poiché se noi crediamo che Gesù è morto e risuscitato, così Dio radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui anche quelli che sono morti. Questo vi diciamo sulla parola del Signore: Noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non precederemo quelli che sono morti prima, perché il Signore stesso, a un ordine e alla voce dell'Arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo e i morti in Cristo risorgeranno prima, poi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nubi incontro a Cristo nell'aria e così saremo sempre col Signore 166. Queste parole dell'Apostolo mostrano con molta chiarezza che si avrà la risurrezione dei morti, quando Cristo verrà precisamente per giudicare i vivi e i morti.

Il problema dei superstiti...
20. 2. Ma abitualmente si pone il problema: se coloro che Cristo troverà in vita sulla terra, la cui esistenza l'Apostolo trasferiva in sé e in coloro che vivevano al suo tempo, non moriranno affatto, oppure nel medesimo attimo di tempo in cui, assieme a coloro che risorgeranno, rapiti nelle nubi incontro a Cristo nell'aria, passeranno con mirabile prontezza all'immortalità attraverso la morte. Non si deve infatti affermare l'impossibilità che, mentre sono portati per l'aria verso l'alto, in quell'attimo di tempo muoiano e risorgano. L'inciso: E in tal modo saremo sempre col Signore 167 non si deve interpretare come se avesse affermato che vivi rimarranno sempre nell'aria; infatti anche egli non rimarrà sempre lì perché per venire l'attraverserà. A lui che viene e non che rimane si andrà incontro, ma in tal modo saremo col Signore, cioè vi saremo con corpi dotati d'eternità dovunque saremo con lui. Sembra che l'Apostolo stesso ci sproni a questa interpretazione in modo da intendere che anche quelli, che il Signore troverà in vita nel mondo, in un breve intervallo di tempo subiranno la morte e riceveranno l'immortalità, nel passo in cui dice: In Cristo tutti avranno la vita 168. In un altro passo, parlando della risurrezione dei corpi, dice: Ciò che tu semini non ha vita, se non muore 169. Non ha senso infatti che coloro, i quali Cristo troverà in vita nel mondo, avranno la vita in lui mediante l'immortalità, anche se non muoiono, quando riflettiamo che appunto per questo è stato detto: Ciò che tu semini non ha vita, se non muore. Facciamo l'ipotesi di considerare seminati soltanto i corpi umani, che con la morte in qualche modo ritornano alla terra, come si esprime la condanna pronunziata da Dio contro il trasgressore padre dell'uman genere: Sei terra e in terra tornerai 170. Si dovrebbe allora ammettere che coloro, i quali Cristo, quando verrà, troverà non ancora separati dal corpo, non sono compresi in queste parole, né in quelle dell'Apostolo né in quelle della Genesi perché, rapiti in alto sulle nubi, non sono certamente seminati perché non vanno e non ritornano alla terra, sia che non esperimentino affatto la morte, sia che muoiano per un attimo nell'aria.

... anche nella prima lettera ai Corinzi.
20. 3. Ma si presenta un altro problema sul pensiero che ha espresso l'Apostolo parlando della risurrezione dei corpi ai fedeli di Corinto: Tutti risorgeremo, o come riportano altri codici : Tutti dormiremo 171. Poiché dunque non può avvenire la risurrezione se non precede la morte e nel passo citato per atto del dormire non possiamo intendere altro che la morte, in qual senso tutti dormiranno o risorgeranno se molti, che Cristo troverà ancora in vita, non dormiranno e non risorgeranno? Se dunque ammetteremo che i santi, i quali saranno ancora in vita alla venuta di Cristo e saranno rapiti incontro a lui, usciranno dal corpo soggetto a morire, nell'atto stesso del rapire, e torneranno al corpo, reso immediatamente immortale, non troveremo difficoltà nelle parole dell'Apostolo, tanto quando dice: Ciò che tu semini non ha vita, se non muore, come quando dice: Tutti risorgeremo, o: Tutti dormiremo. Infatti essi saranno resi alla vita, mediante l'immortalità, soltanto se prima, quantunque per un attimo, muoiano e perciò non saranno privi della risurrezione perché la precedono col dormire, sebbene brevissimo, tuttavia reale. Poi non ci deve sembrare incredibile che i corpi in un grande numero siano, per così dire, seminati nell'aria e che tornino immediatamente in vita in condizioni di non soggezione alla morte e al divenire. Crediamo infatti a quel che il medesimo Apostolo dice con molta chiarezza, cioè che la risurrezione avverrà in un batter d'occhio 172, e che la polvere dei più antichi cadaveri si trasformerà con grande facilità e con impareggiabile prontezza nelle parti del corpo che vivrà senza fine. E non dobbiamo supporre che i santi saranno immuni da quella condanna: Sei terra e in terra ritornerai 173, se il loro corpo, mentre muoiono, non andrà a finire in terra, ma nella condizione in cui morrà nell'atto stesso del rapire, nella medesima risorgerà, mentre è trasferito nell'aria. In terra tornerai significa: perduta la vita, tornerai ad essere ciò che eri prima di averla, cioè privo dell'anima sarai ciò che eri prima di essere vivificato dall'anima. Dio infatti alitò su di un volto di terra il soffio della vita, quando l'uomo divenne anima che vive. La frase verrebbe a significare: Sei terra animata e non lo eri, sarai terra esanime come eri, come è, anche prima che si putrefaccia, il corpo dei morti, come sarà anche quello dei santi, se morrà, dovunque morrà, quando è privo della vita che dovrà immediatamente riavere. Dunque torneranno in terra perché da uomini vivi saranno terra, allo stesso modo che va in cenere ciò che diventa cenere, va alla vecchiaia ciò che diventa vecchio, va in anfora ciò che dall'argilla diventa anfora, e ci esprimiamo in questi termini in altri seicento esempi. Come avverrà ciò che ora secondo le forze della nostra debole ragione in qualche modo congetturiamo, allora si verificherà in modo che possiamo averne conoscenza. È indispensabile, se vogliamo essere cristiani, credere che la risurrezione dei morti avverrà anche nell'essere fisico, quando Cristo verrà a giudicare i vivi e i morti, ma non per questo la nostra fede è priva di contenuto su questo evento, se ancora non siamo in grado di capire come avverrà. Ma ormai, come abbiamo promesso precedentemente 174, dobbiamo esporre, nei limiti in cui sembrerà sufficiente, che cosa hanno preannunziato i libri profetici dell'Antico Testamento, sull'ultimo giudizio di Dio. Come penso, non sarà necessario che gli argomenti siano trattati ed esposti con un discorso diffuso, se il lettore si sarà dato da fare per essere spronato da quelli che abbiamo premesso.

Il giudizio finale nell'Antico Testamento (21-30)

La felicità nella risurrezione secondo Isaia...
21. 1. Dice il profeta Isaia: Risorgeranno i morti, risorgeranno anche coloro che erano nei sepolcri e si allieteranno tutti coloro che sono sulla terra; infatti la rugiada, che da te proviene, per loro sarà salute; invece la terra degli empi andrà in rovina 175. Tutta la prima parte del passo riguarda la risurrezione dei beati. Invece l'inciso: E la terra degli empi andrà in rovina s'interpreta correttamente nel senso che la rovina della dannazione ghermirà il corpo dei reprobi. Se poi vogliamo considerare con maggiore attenzione e precisione il brano citato, alla prima risurrezione si deve riferire la frase: Risorgeranno i morti, alla seconda quella che segue: Risorgeranno anche quelli che erano nei sepolcri. E se ci poniamo il problema di quei santi, che il Signore troverà vivi in terra, a loro convenientemente si aggiudica quel che ha aggiunto: E si allieteranno tutti coloro che sono sulla terra; infatti la rugiada, che da te proviene, per loro sarà salute. In questo punto con molta esattezza interpretiamo la salute come immortalità, perché completa salute è quella che non si ristabilisce con i cibi, quali medicine di ogni giorno. Il medesimo profeta, per stimolare prima la speranza dei buoni e poi per spaventare i cattivi, anche del giorno del giudizio parla in questi termini: Così dice il Signore: Ormai io, come un fiume di pace e un torrente in piena, devio verso di loro la gloria dei popoli. I loro figli saranno portati sulle spalle e posti sulle ginocchia saranno consolati. Come una madre può consolare un figlio, così io vi consolerò e in Gerusalemme sarete consolati. Lo vedrete e gioirà il vostro cuore e le vostre ossa germoglieranno come erba. La mano del Signore si manifesterà a coloro che l'adorano e minaccerà i ribelli. Ecco infatti che il Signore verrà come un fuoco e i suoi carri come un turbine per distribuire nello sdegno la vendetta e in una fiamma di fuoco la distruzione. Nel fuoco del Signore infatti sarà giudicata la terra e con la sua spada ogni uomo; molti saranno i colpiti dal Signore 176. Nella promessa dei beni, per fiume di pace dobbiamo certamente intendere l'abbondanza di quella pace, di cui non ve ne può essere una più grande. Da essa saremo irrorati alla fine; ne ho parlato a lungo nel libro precedente. Il profeta dice che il Signore devierà questo fiume di pace verso coloro ai quali promette tanta felicità per farci intendere che in quel luogo di tranquillità, che è nei cieli, tutte le cose sono nella quiete mediante quel fiume. Però giacché la pace della non soggezione al divenire e alla morte da quel luogo affluirà anche ai corpi di terra, ha detto che devierà questo fiume affinché dall'alto si riversi al basso e renda gli uomini eguali agli angeli. Nella Gerusalemme non dobbiamo scorgere quella che è schiava con i propri figli ma, stando all'Apostolo, la libera nostra madre che è libera nei cieli 177. Lì, dopo gli stenti delle tribolazioni e preoccupazioni della soggezione alla morte, saremo consolati come suoi bambini sorretti sulle spalle e ginocchi. Infatti, poiché ignari e novellini, quella felicità, per noi insolita, ci accoglierà con attenzioni molto carezzevoli. Lì vedremo e gioirà il nostro cuore. Non ha indicato che cosa vedremo, ma Dio certamente, affinché si adempia in noi la promessa del Vangelo: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio 178. Vedranno anche tutto quel mondo che noi nel tempo non vediamo ma che, credendo in grado molto inferiore a quel che è e in termini incomparabili, facciamo oggetto di pensiero nei limiti dell'intelligenza umana. Vedrete - dice - e gioirà il vostro cuore. Qui credete, lì vedrete.

... e la pena per i dannati.
21. 2. Ha detto: Gioirà il vostro cuore, ma affinché non pensassimo che i beni di Gerusalemme spettino soltanto al nostro spirito, ha aggiunto: Le vostre ossa germoglieranno come erba. Con la frase ha espresso per sineddoche la risurrezione dei corpi, quasi ad esprimere un pensiero di cui non aveva parlato. Essa infatti non avverrà quando la vedremo, ma la vedremo quando sarà avvenuta. Anche precedentemente aveva parlato di un cielo nuovo e di una terra nuova e, nel contempo, spesso e con varie espressioni parlava dei beni che sono promessi ai santi nella fine. Vi saranno - dice - un cielo nuovo e una terra nuova, gli uomini non ricorderanno i precedenti e il ricordo non tornerà nel loro cuore, ma troveranno in Gerusalemme gioia e giubilo. Ormai renderò un giubilo Gerusalemme e una gioia il mio popolo e proverò giubilo in Gerusalemme e gioia nel mio popolo e non si udrà più in essa voce di pianto 179, e altri concetti che alcuni tentano di riferire ai mille anni, intesi in senso letterale. Nel metodo dei Profeti infatti il linguaggio figurato s'intreccia con quello proprio, affinché un'applicazione assennata giunga con utile e giovevole impegno al significato spirituale. Invece l'infingardaggine fisica o l'ottusità dell'intelligenza priva di cultura ed esercizio, appagata dall'aspetto letterario, non riflette che l'indagine deve essere condotta sul significato. È sufficiente quel che ho detto sulle parole del profeta che nel testo vengono prima del brano in esame. In questo brano, dal quale ho deviato ad esse, dopo aver detto: Le vostre ossa germoglieranno come erba, per indicare che con queste parole si riferiva alla risurrezione della carne, ma soltanto dei buoni, ha aggiunto: La mano del Signore si manifesterà a coloro che l'adorano. È senz'altro la mano di chi separerà i propri adoratori da coloro che lo insultano. E connettendo su di essi di seguito i concetti afferma: E minaccerà i ribelli o, come legge un altro traduttore: gli increduli 180. Però alla fine non minaccerà, ma le parole, che ora si dicono con minaccia, allora si adempiranno nell'effettività. Ecco infatti - soggiunge - che il Signore verrà come un fuoco e i suoi carri come un turbine per distribuire nello sdegno la vendetta e in una fiamma di fuoco la distruzione. Nel fuoco del Signore infatti sarà giudicata tutta la terra e con la sua spada ogni carne; molti saranno i feriti dal Signore 181. Tanto col fuoco come con il turbine e la spada indica la condanna del giudizio appunto perché afferma che il Signore stesso verrà come un fuoco, certamente per coloro ai quali la sua venuta sarà di condanna. Per i suoi carri poi, espressi al plurale, intendiamo non incongruamente il ministerio degli angeli. Nel concetto che tutta la terra e ogni carne è giudicata col suo fuoco e con la sua spada non dobbiamo includere gli spirituali e i santi, ma i terreni e i carnali, sulla cui qualità è stato detto: Coloro che hanno prudenza per le cose della terra 182, e: Avere la prudenza conforme alla carne è la morte 183. Questi tali dal Signore sono considerati interamente carne, quando dice: Il mio spirito non rimarrà in uomini di tal fatta perché sono carne 184. Per quanto riguarda la frase: Molti saranno i feriti dal Signore, si commenta che mediante queste ferite avverrà la seconda morte. È possibile certamente che fuoco, spada e ferita siano interpretati in bene. Infatti il Signore ha detto che vuole mandare il fuoco sulla terra 185; agli apostoli sono apparse lingue di fuoco che si dividevano quando venne lo Spirito Santo 186; il Signore stesso dice: Non sono venuto a portare la pace sulla terra ma la spada 187; la Scrittura definisce la parola di Dio come una spada a doppio taglio a causa della duplice lama dei due Testamenti 188; nel Cantico dei cantici 189 la santa Chiesa si considera ferita dalla carità perché colpita da frecce nello slancio d'amore. Ma poiché nel brano leggiamo e ascoltiamo che il Signore verrà come vendicatore, è evidente il senso con cui si devono interpretare queste parole.

Il Signore e la grazia nel Nuovo Testamento.
21. 3. Poi passati brevemente in rassegna quelli che mediante il giudizio subiranno la perdizione, per indicare i peccatori e gli empi, sotto la metafora dei cibi proibiti dall'antica Legge poiché non se ne privarono, Isaia espone in compendio dall'inizio la grazia del Nuovo Testamento, svolgendo e terminando il discorso dalla prima venuta del Salvatore all'ultimo giudizio, di cui stiamo trattando. Narra infatti che il Signore dichiara la sua venuta per riunire tutti i popoli ed essi sarebbero arrivati e avrebbero visto la sua gloria 190. Dice in merito l'Apostolo: Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio 191. Il Signore dice anche che compirà per loro dei prodigi affinché attoniti credano in lui; che invierà i convertiti fra di essi ai vari popoli e alle isole lontane, le quali non hanno mai udito il suo nome e non hanno visto la sua gloria. Predice che essi annunzieranno la sua gloria fra i popoli e aduneranno i fratelli di coloro ai quali parlava, cioè nella fede sotto Dio Padre i fratelli degli Israeliti credenti; condurranno anche da tutti i popoli nella santa città di Gerusalemme, che ora mediante i santi fedeli è diffusa nei vari paesi, un'offerta al Signore in bestie da soma e mezzi di trasporto 192. Si comprende facilmente che queste bestie e questi mezzi sono aiuti divini per qualsiasi genere di ministeri di Dio, sia angelici che umani. Gli uomini infatti credono dove sono aiutati da Dio e, dove credono, ivi convengono. Il Signore li ha paragonati, quasi per analogia, ai figli d'Israele che nella sua casa offrono a lui le proprie vittime con salmi ed è un rito che in ogni parte la Chiesa già compie. Ha promesso inoltre che avrebbe scelto da essi per sé sacerdoti e leviti e osserviamo egualmente che ora ciò si avvera. Infatti il sacerdozio non è secondo la discendenza della carne e del sangue, quale era il primo secondo l'ordine di Aronne, ma come era conveniente nel Nuovo Testamento, in cui sommo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec 193 è Cristo; ora notiamo che sacerdoti e leviti sono eletti secondo il merito che in ognuno apporterà la grazia divina. Ed essi devono essere stimati non in base a questo titolo che spesso ottengono, sebbene indegni, ma in base a quella santità che non è comune ai buoni e ai cattivi.

Distinzione di buoni e cattivi.
21. 4. Dopo aver parlato dell'evidente e a noi assai nota bontà di Dio, che ora viene offerta alla Chiesa, ha promesso anche il fine, al quale si giungerà quando mediante l'ultimo giudizio avverrà la separazione di buoni e cattivi. Dice infatti mediante il profeta o da parte del Signore dice il profeta: Come il nuovo cielo e la nuova terra rimarranno per sempre davanti a me, oracolo del Signore, così dureranno la vostra progenie e il vostro nome e si avrà mese da mese, sabato da sabato. Verrà ogni uomo alla mia presenza ad adorare in Gerusalemme, ha detto il Signore. Uscendo vedranno le membra degli uomini che si sono ribellati contro di me. Il loro verme non morirà e il loro fuoco non si spegnerà e saranno in vista ad ogni uomo 194. Il profeta ha posto fine al libro con l'evento con cui avrà fine il tempo. Alcuni non hanno tradotto: membra degli uomini, ma: cadaveri degli uomini maschi, indicando con cadaveri l'evidente pena dei corpi. Sebbene ordinariamente "cadavere" sia definita soltanto la carne esanime, quelli invece saranno corpi animati, altrimenti non potranno subire tormenti, a meno che, siccome saranno corpi di morti, cioè di quelli che cadranno alla seconda morte, non assurdamente si possono considerare anche cadaveri. Ne consegue il pensiero che del medesimo profeta ho riportato in precedenza: Senza dubbio la terra degli empi cadrà 195. È evidente che l'etimologia di cadavere è da cadere. È evidente anche il motivo per cui quei traduttori hanno usato il termine di uomini maschi, invece di quello di uomini in generale. Non si penserà che in quel tormento non vi saranno le donne cattive perché l'uno e l'altro sesso è rappresentato dal più forte, soprattutto perché da esso la donna è stata tratta 196. Ma per quanto attiene particolarmente all'argomento, anche per i buoni si dice: Verrà ogni carne, poiché il popolo eletto sarà riunito da ogni stirpe umana, sebbene non tutti gli uomini saranno presenti, perché molti saranno nei tormenti. Ma, come avevo cominciato a dire, siccome per i buoni è designata la carne e per i malvagi le membra o cadaveri, è indicato chiaramente che dopo la risurrezione della carne, e la fede in essa è confermata da questa terminologia, l'evento, per cui i buoni e i cattivi saranno distribuiti ai rispettivi fini, è il giudizio futuro.

Gli eletti e le pene dei dannati.
22. Ma come usciranno i buoni per vedere le pene dei malvagi? Lasceranno forse con uno spostamento del corpo quella patria di felicità e si recheranno nei luoghi di pena per osservare di fisica presenza i tormenti dei malvagi? No certamente, ma andranno fuori mediante un atto del pensiero. Col termine di "esser fuori" infatti è stato espresso il concetto che saranno fuori coloro i quali saranno tormentati. Perciò anche il Signore definisce quei luoghi "le tenebre di fuori" 197, alle quali si oppone quell'entrata, su cui si dice al servo buono: Entra nella gioia del tuo padrone 198. E non si pensi che i cattivi, per essere oggetto di pensiero, entreranno nella gioia ma, per così dire, uscirà verso di loro il pensiero, con cui i buoni li conosceranno, perché conosceranno ciò che è fuori. Coloro che saranno nei tormenti ignoreranno ciò che avviene dentro, nella gioia del Signore; invece coloro, che saranno in quella gioia, sapranno quel che avviene di fuori, nelle tenebre di fuori. E perciò è stato detto: Andranno fuori 199, perché non saranno loro nascosti quei fatti che avverranno fuori di loro. Se infatti i Profeti hanno potuto conoscere tali fatti, sebbene ancora non avvenuti, perché nella loro intelligenza di esseri soggetti alla morte vi era Dio, nei limiti in cui vi era, certamente i santi non soggetti alla morte non ignoreranno fatti già avvenuti, dal momento che Dio sarà tutto in tutti 200. Saranno stabili dunque nella felicità dei santi la progenie e il nome; la progenie, di cui Giovanni dice: La progenie del Signore dimora in lui 201; il nome perché di esso, mediante Isaia, è stato detto: Darò loro un nome eterno 202. Si avrà per loro mese da mese e sabato da sabato 203, come a dire luna da luna e riposo da riposo. Gli eletti infatti saranno l'uno e l'altro, quando da queste ombre vecchie e divenienti passeranno alle luci nuove e perenni. È stato variamente interpretato dai vari esegeti il fuoco che non si spegne e il verme che non muore nelle pene dei malvagi 204. Alcuni hanno riferito l'uno e l'altro al corpo, altri l'uno e l'altro alla coscienza, altri il fuoco in senso proprio al corpo e il verme per metafora alla coscienza, il che è più attendibile. Ma ora non è il momento di discutere su questa differenza. Ho intrapreso infatti a completare questo libro sull'ultimo giudizio con cui avviene la distinzione di buoni e cattivi; dei premi e castighi si deve trattare più diligentemente in altra parte.

In Daniele le quattro bestie e i dieci re.
23. 1. Daniele svolge la profezia sull'ultimo giudizio in modo da preannunziare che anche l'Anticristo verrà prima e da sviluppare l'esposizione dei fatti fino al regno eterno dei beati. Dopo aver visto in visione profetica quattro bestie, che simboleggiano quattro regni, e il quarto sconfitto da un re, in cui si ravvisa l'Anticristo, e dopo questi fatti il regno eterno del Figlio dell'uomo che evidentemente è il Cristo, dice: Cadde nell'angoscia la mia coscienza, io Daniele, per il mio stato interiore, e le visioni della mia mente mi turbavano. Mi accostai - soggiunge - a uno di coloro che stavano in piedi e chiedevo a lui il vero significato di tutti quei fatti ed egli me ne diede la spiegazione 205. Poi espone ciò che ha udito da colui, al quale aveva chiesto su tutti quei fatti e come se gliene desse la spiegazione, così continua: Le quattro grandi bestie rappresentano quattro grandi regni che sorgeranno dalla terra e saranno sterminati; i santi dell'Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno nel tempo e fino al tempo dei tempi. E chiedevo - aggiunge - con insistenza sulla quarta bestia, che era diversa da tutte le altre e molto terribile perché aveva denti di ferro e artigli di bronzo, che mangiava e stritolava e il resto se lo metteva sotto i piedi e lo calpestava. Chiedevo anche delle dieci corna che aveva sulla testa e sull'ultimo corno, che era spuntato e davanti al quale erano cadute tre delle prime corna e sul motivo per cui quel corno aveva occhi e una bocca, che parlava di grandi imprese, e perché appariva più grande delle altre corna. Io guardavo e quel corno faceva guerra ai santi e li vinceva, finché venne il Vegliardo e fu resa giustizia ai santi dell'Altissimo e giunse il tempo in cui i santi possedettero il regno 206. Daniele dice di avergli chiesto queste spiegazioni. Poi, soggiungendo di seguito quel che aveva udito, dice: E disse (cioè quel tale, al quale aveva chiesto, rispose e disse): La quarta bestia sarà un quarto regno sulla terra che prevarrà su tutti i regni, divorerà la terra, la stritolerà e la calpesterà. Le dieci corna significano che sorgeranno dieci re da quel regno e dopo di loro ne sorgerà uno, che supererà nel male i precedenti, abbatterà tre re e proferirà insulti contro l'Altissimo e distruggerà i santi dell'Altissimo; penserà di mutare i tempi e la legge e gli sarà concesso per un tempo, più tempi e la metà di un tempo. Si terrà poi il giudizio e gli toglieranno il potere per sterminarlo e distruggerlo del tutto. Allora il regno, il potere e la grandezza dei re, che sono sotto il cielo, saranno dati ai santi dell'Altissimo, il cui regno sarà eterno e tutti gli imperi lo serviranno e obbediranno. Qui ha fine il discorso. Io, Daniele. Molti pensieri mi turbavano, il colore del mio volto si cambiò e ho conservato nel mio cuore queste parole 207. Alcuni hanno spiegato che i quattro regni sono quelli degli Assiri, Persiani, Macedoni e Romani. Coloro che desiderano sapere con quale criterio abbiano dato tale spiegazione leggano il libro del prete Girolamo su Daniele, compilato con competenza e metodo 208. Comunque anche chi legge sonnecchiando non può dubitare che si deve sopportare, sia pure per breve tempo, lo spietato regno dell'Anticristo contro la Chiesa, fino a che, con l'ultimo giudizio di Dio, i beati posseggano il regno perenne. Anche dal numero dei giorni, che sarà indicato in seguito, appare chiaro, e talora nella Scrittura è indicato col numero dei mesi, che un tempo, i tempi e una metà di tempo sono un anno, due anni e una metà, e perciò tre anni e mezzo 209. Può sembrare che nel passo in latino questi tempi siano indicati in forma indeterminata, ma sono stati indicati al duale che il latino non ha. Come il greco, così si dice che lo abbia l'ebraico. Sono stati quindi definiti "tempi", ma come se fossero due tempi. Confesso di essere preoccupato che ci inganniamo sui dieci re, che l'Anticristo incontrerebbe nelle persone dei dieci individui e così egli arriverebbe impreveduto, giacché non esistono tanti re nel mondo romano. Perciò col dieci può essere simboleggiato l'insieme dei re, dopo i quali egli verrà. Così con mille, cento e sette è simboleggiato il più delle volte un tutto e con molti altri numeri che al momento non occorre ricordare.

Convergenza di Daniele e Matteo.
23. 2. In un altro passo il medesimo Daniele scrive: Vi sarà un tempo di angoscia, come non c'era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo. E in quel tempo sarà salvato tutto il tuo popolo che si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono sotto un mucchio di terra si sveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e all'infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento e i giusti come le stelle per sempre 210. Questo brano è molto simile al pensiero del Vangelo soltanto sulla risurrezione dei corpi morti. Difatti nel Vangelo si dice che i morti sono nei sepolcri 211, e qui che dormono sotto un mucchio di terra o, come altri hanno tradotto: nella polvere della terra ; nel Vangelo si dice: avanzeranno, qui: si leveranno in piedi; lì: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna 212; in questo passo: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e all'infamia eterna. Non si ritenga divergente il pensiero perché nel Vangelo è detto: Tutti coloro che sono nei sepolcri, invece nel brano il profeta non ha detto che tutti, ma: molti di quelli che dormono sotto un mucchio di terra. Talora la Scrittura usa molti per tutti. Anche ad Abramo fu detto: Ti ho reso padre di molti popoli 213, e in un altro passo il Signore dice: Nella tua discendenza saranno benedetti tutti i popoli 214. Sulla risurrezione anche allo stesso profeta Daniele si annunzia poco dopo: Anche tu va' a riposarti; vi sono ancora dei giorni per il compimento di tutto; riposerai e ti rialzerai per la tua sorte alla fine dei giorni 215.

La fine del mondo nel Salmo 101.
24. 1. Molti pensieri si hanno sull'ultimo giudizio nei Salmi, ma la maggior parte di passaggio e stringatamente. Ma non passerò sotto silenzio quel che si dice molto chiaramente sulla fine del mondo: In principio tu hai creato la terra, o Signore, e opera delle tue mani sono i cieli. Essi avranno fine, ma tu rimani, tutti si logoreranno come una veste, come una coperta tu li muterai e saranno mutati, ma tu resti lo stesso e i tuoi anni non avranno fine 216. Ma perché Porfirio, sebbene lodi la religiosità degli ebrei, mediante la quale da loro è adorato un Dio grande, vero e adorabile dalle stesse divinità, e poi, anche attraverso i responsi dei propri dèi, incolpa di massima stoltezza i cristiani perché pensano che questo mondo avrà fine?. Eppure nei libri sacri degli ebrei si dice a Dio che, per consenso di un sì grande filosofo, anche le stesse divinità onorano tremando: I cieli sono opera delle tue mani, essi avranno fine. Forse che quando i cieli avranno fine, il mondo, di cui i cieli sono la parte più alta e sicura, non avrà fine? Se questo modo di pensare dispiace a Giove, dal cui responso più autorevole, come scrive questo filosofo, è stata biasimata come falsa la fede dei cristiani, perché non biasima come stoltezza anche la sapienza degli ebrei, dal momento che si trova nei loro libri veramente religiosi? Se in quella sapienza, che a Porfirio piace al punto da difenderla anche con i responsi dei propri dèi, si legge che i cieli avranno fine, perché tale ipocrisia è così insignificante che nella fede dei cristiani condannino, fra gli altri o più degli altri l'assunto, per cui si crede che il mondo avrà fine sebbene, se esso non avrà fine, neanche i cieli la possono avere? Nelle sacre Scritture, che sono soltanto nostre e non comuni a noi e agli ebrei, cioè nel Vangelo e negli scritti degli Apostoli si legge: Trascorre l'aspetto di questo mondo 217; si legge: il mondo passa 218; si legge: il cielo e la terra passeranno 219. Credo che: Trascorre, Passa, Passeranno sono espressioni più moderate di: Avranno fine. Anche in una lettera dell'apostolo Pietro, in cui si afferma che il mondo di allora ebbe fine perché sommerso dall'acqua 220, è abbastanza chiaro quale parte dell'insieme del mondo è stata indicata e in quali proporzioni si dice che ebbe fine e quali sono i cieli destinati ad essere consegnati al fuoco nel giorno del giudizio e della perdizione dei reprobi. Poco appresso dice ancora: Il giorno del Signore verrà come un ladro e allora i cieli passeranno come in un uragano, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno, la terra e tutti gli oggetti che vi sono saranno distrutti dal fuoco; e soggiunge: Poiché tutte queste cose avranno fine, quali dovrete essere voi? 221. Si può intendere che avranno fine quei cieli che ha detto destinati ad essere consegnati al fuoco e che gli elementi, i quali saranno consumati dal calore, siano quelli che sono posti in questa più bassa parte del mondo, funestata da inondazioni e uragani, nella quale ha detto che i cieli sono come innestati, esclusi quindi quelli in alto che rimangono nella propria interezza e nella cui consistenza sono inserite le stelle. Infatti anche il passo, in cui si dice che le stelle cadranno dal cielo, a parte che con molto maggiore attendibilità si può interpretare diversamente, lascia intendere piuttosto che quei cieli rimarranno, seppure da essi le stelle cadranno 222. Potrebbe essere un linguaggio figurato, ed è più attendibile; oppure è un fenomeno che avverrà in questo cielo più basso, certamente in forma più singolare di quel che ora avviene. Per questo anche la celebre stella di Virgilio: Portando una fiaccola corse con molta luce 223, e si nascose nella foresta di Ida. Non sembra che il brano, che ho riportato dal Salmo, faccia eccezione per un cielo di cui non si possa dire che avrà fine. Nell'inciso: I cieli sono opera delle tue mani, essi periranno 224, come nessuno di essi viene eccettuato dall'opera di Dio, così nessuno dalla propria fine. Non si degneranno infatti, mediante il pensiero dell'apostolo Pietro che odiano violentemente, di difendere la religiosità degli ebrei approvata dai responsi dei propri dèi. Almeno, per non ritenere che tutto il mondo avrà fine, si separi una parte dal tutto nella frase: Essi avranno fine, nel senso che soltanto i cieli in basso avranno fine. In questo senso anche in quella lettera dell'apostolo Pietro una parte si separa dal tutto perché vi si afferma che il mondo ha avuto fine, sebbene abbia avuto fine la parte in basso con i suoi cieli. Ma coloro, i quali sostengono che non può aver fine tutto l'uman genere né con le acque né con le fiamme, non si degneranno, come ho detto, né di accettare il pensiero dell'apostolo Pietro, né di accordare al cataclisma finale quanto sappiamo che ha effettuato il diluvio. Resta quindi loro di dire che i propri dèi hanno lodato la sapienza degli ebrei perché non avevano letto questo Salmo.

Il giudizio nel Salmo 49.
24. 2. Anche nel Salmo 49 è relativo al giudizio di Dio il brano: Dio verrà visibilmente, il nostro Dio, e non rimarrà in silenzio. Davanti a lui arderà un fuoco e attorno a lui si avrà una tempesta violenta. Convocherà il cielo nell'alto e la terra a contraddistinguere il suo popolo. Riunite a lui i suoi giusti che stabiliscono la sua alleanza sopra i sacrifici 225. Noi interpretiamo il brano in relazione al Signore Gesù Cristo, perché speriamo che verrà dal cielo a giudicare i vivi e i morti. Verrà visibilmente fra giusti e ingiusti per giudicare con giustizia egli che prima è venuto nel segreto per essere giudicato dagli ingiusti con ingiustizia. Egli, ripeto, verrà visibilmente e non rimarrà in silenzio; si manifesterà palesemente nella voce del giudice egli che, essendo venuto nel segreto, tacque davanti al giudice quando fu condotto per essere immolato come una pecora e fu senza voce come un agnello alla presenza di chi lo tosa. È un fatto che su di lui leggiamo profeticamente preannunziato da Isaia 226 e che notiamo adempiuto nel Vangelo 227. Ho già parlato del fuoco e della tempesta in che senso si devono interpretare, quando trattai un simile argomento nella profezia di Isaia 228. Il concetto espresso con le parole: Convocherà il cielo nell'alto, poiché i beati e i giusti giustamente sono considerati il cielo, corrisponde senz'altro a ciò che dice l'Apostolo: Saremo rapiti assieme a loro nelle nubi incontro a Cristo nell'aria 229. Infatti stando all'espressione letterale non si capirebbe perché è convocato il cielo nell'alto come se fosse possibile che non sia in alto. Supponiamo che nella frase seguente: E la terra a contraddistinguere il suo popolo, sia sottinteso: convocherà, cioè che convocherà anche la terra e non sia sottinteso nell'alto. Allora secondo la retta fede l'espressione ha questo significato: che come cielo sono designati quelli che giudicheranno con lui e come terra quelli che dovranno essere giudicati, sicché nell'inciso: Convocherà il cielo nell'alto non intendiamo che li rapirà nell'aria, ma che li farà sedere sugli scranni da giudice. La frase: Convocherà il cielo nell'alto si può anche interpretare nel senso che convocherà gli angeli nei sublimi luoghi dell'alto e con essi scenderà per compiere il giudizio e convocherà anche la terra, cioè gli uomini, certamente per essere giudicati nella terra. Se poi sia da sottintendere l'uno e l'altro termine nell'inciso: e la terra, cioè tanto convocherà, come in alto, in modo che questo ne sia il senso: Convocherà il cielo in alto e anche la terra convocherà in alto, ritengo che la migliore interpretazione sia che tutti saranno rapiti incontro a Cristo nell'aria, ma il cielo è indicato a causa delle anime e la terra a causa dei corpi. Inoltre: Contraddistinguere il suo popolo significa senz'altro separare i buoni dai cattivi, come le pecore dai capri. Poi il discorso è rivolto agli angeli con le parole: Riunite a lui i suoi giusti, poiché mediante il ministero degli angeli si compie una così grande operazione. Se poi ci chiediamo quali giusti riuniranno a lui gli angeli, dice: Coloro che stabiliscono la sua alleanza sopra i sacrifici. È proprio questa tutta la vita dei giusti: stabilire l'alleanza di Dio sopra i sacrifici. Infatti o le opere di beneficenza sono sopra i sacrifici, cioè da preporre ai sacrifici secondo la parola di Dio che dice: Preferisco la beneficenza al sacrificio 230, oppure se sopra i sacrifici si traduce "nei sacrifici", come si dice che avviene "sulla" terra ciò che avviene "nella" terra, certamente le opere di beneficenza sono i sacrifici con cui si è graditi a Dio. Ricordo di averne parlato nel libro decimo di questa opera 231. Nelle opere di beneficenza i giusti stabiliscono l'alleanza di Dio perché le compiono sulla base delle promesse che sono contenute nella nuova alleanza. Quindi Cristo, ovviamente nell'ultimo giudizio, dirà ai suoi giusti riuniti a sé e stabiliti alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Infatti ho avuto fame e mi avete dato da mangiare 232, e gli altri pensieri che nel testo si esprimono sulle buone opere dei giusti e sul loro premio eterno mediante la sentenza di chi giudica.

Malachia e le pene di purificazione.
25. C'è poi il profeta Malachiele o Malachia, ritenuto anche un angelo o anche il sacerdote Esdra, di cui altri libri della Scrittura sono inseriti nel canone. Girolamo afferma che questa è l'opinione degli Ebrei su di lui 233. Egli annunzia profeticamente l'ultimo giudizio con le parole: Ecco viene, dice il Signore onnipotente, e chi sopporterà il giorno della sua venuta o potrà resistere nel guardarlo? Perché egli verrà come il fuoco di una fornace e come la liscivia dei lavandai; sederà per struggere e raffinare come argento e come oro; purificherà i figli di Levi e li metterà in fusione come oro e argento; offriranno al Signore oblazioni nella giustizia e sarà gradito al Signore il sacrificio di Giuda e Gerusalemme come nei giorni antichi e come negli anni lontani. Mi accosterò a voi nel giudizio e sarò un testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adùlteri e contro coloro che giurano il falso nel mio nome, contro coloro che frodano il salario degli operai, che opprimono con la forza le vedove, che picchiano gli orfani e fanno torto nel giudizio al forestiero e non mi temono, dice il Signore onnipotente, perché io sono il Signore Dio vostro e non cambio 234. Da queste parole sembra risultare assai chiaramente che in quel giudizio per alcuni vi saranno pene di purificazione. Non si possono interpretare diversamente le parole: Chi sopporterà il giorno della sua venuta o potrà resistere a guardarlo? Perché egli verrà come il fuoco di una fornace e come la liscivia dei lavandai; sederà per struggere e purificare come argento e come oro; purificherà i figli di Levi e li metterà in fusione come oro e argento. Anche Isaia dice qualcosa di simile: Il Signore laverà le macchie dei figli e delle figlie di Sion e detergerà il sangue di mezzo a loro con lo spirito di giustizia e con lo spirito di purificazione 235. Ma forse si deve intendere che saranno resi mondi dalle macchie e in certo senso depurati, quando i cattivi verranno separati da loro attraverso il giudizio di pena, sicché il loro allontanamento alla condanna sarà una purificazione per i buoni, poiché per il resto vivranno senza essere frammischiati con gli altri. Ma quando Malachia dice: Purificherà i figli di Levi e li metterà in fusione come oro e argento; offriranno al Signore oblazioni nella giustizia e sarà gradito al Signore il sacrificio di Giuda e Gerusalemme, fa capire che quegli stessi, che saranno purificati, saranno graditi al Signore in seguito con sacrifici di giustizia e perciò essi stessi saranno resi mondi dalla propria ingiustizia, per cui non erano graditi al Signore. Inoltre, quando saranno stati purificati, essi stessi saranno oblazioni nella totale e definitiva giustizia. In tale condizione non offrono a Dio nulla di più gradito che se stessi. Però il trattare più attentamente il problema delle pene di purificazione, si deve differire per un po'. Di seguito nei figli di Levi, in Giuda e Gerusalemme dobbiamo scorgere la Chiesa di Dio costituita, non soltanto dagli Ebrei, ma anche dagli altri popoli. E non sarà come è nel tempo in cui, se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e in noi non è la verità 236, ma come sarà alla fine, purificata attraverso l'ultimo giudizio, come l'aia con la vagliatura 237, perché saranno resi puri dal fuoco anche quelli per i quali tale depurazione era indispensabile, in modo che non vi sia alcuno che offra il sacrificio per i propri peccati. Infatti tutti coloro, che offrono con questo intento, sono certamente nei peccati e offrono per averne il perdono in modo che, dopo aver offerto un sacrificio che sia a Dio gradito, siano perdonati.

Il sacrificio di giustizia nel giudizio...
26. 1. Volendo Dio dimostrare che alla fine la sua città non rimarrà in tale condizione di vita, ha detto che i figli di Levi offriranno oblazioni nella giustizia, e quindi non nel peccato e conseguentemente non per il peccato. Da ciò si possono comprendere le parole che Malachia ha detto di seguito: Sarà gradito al Signore il sacrificio di Giuda e Gerusalemme come nei giorni antichi e come negli anni lontani 238, cioè che i Giudei si ripromettono inutilmente, secondo la Legge dell'Antico Testamento, i tempi passati dei propri sacrifici. Infatti allora non offrivano oblazioni nella giustizia ma nei peccati, poiché principalmente e primieramente le offrivano per i peccati al punto che il sacerdote stesso, che certamente dobbiamo ritenere più giusto degli altri, per comando di Dio era solito offrire prima per i propri peccati, poi per quelli del popolo 239. Perciò è opportuno spiegare come si deve interpretare la frase: Come nei giorni antichi e come negli anni lontani. Forse richiama quel tempo in cui i progenitori furono nel paradiso. Allora, puri e incontaminati da ogni colpa e macchia di peccato, offrivano se stessi a Dio come oblazioni purissime. Però dopo che ne furono cacciati per la trasgressione commessa e che in essi fu condannata la natura umana, ad eccezione del solo Mediatore e di qualunque bambino dopo il lavacro di rigenerazione, nessuno è immune dalla colpa, come si ha nella Scrittura, neanche il bimbo, la cui vita sulla terra è di un solo giorno 240. Si potrebbe rispondere che giustamente si può dire che offrano oblazioni nella giustizia anche coloro i quali le offrono nella fede. Infatti il giusto vive di fede 241, quantunque inganni se stesso se pensasse di essere senza peccato 242, e perciò non lo pensi perché vive di fede. Ma chi potrà affermare che questo tempo di fede si può adeguare a quel fine, poiché coloro che offrirebbero oblazioni nella giustizia saranno purificati col fuoco dell'ultimo giudizio? Perciò, poiché si deve credere che dopo tale purificazione i giusti saranno senza alcun peccato, certamente quel tempo, per quanto attiene ad essere senza peccato, non si può paragonare ad alcun tempo. Si esclude quello in cui i progenitori, prima della trasgressione, vissero in una intemerata felicità. Giustamente quindi s'intende che il concetto suddetto è stato espresso con le parole: Come nei giorni antichi e come negli anni lontani. Anche dopo che per mezzo d'Isaia sono stati promessi un cielo nuovo e una terra nuova, fra gli altri concetti che, mediante allegorie e simboli, egli espone, e la preoccupazione di evitare lungaggini mi ha impedito di darne una conveniente spiegazione, dice: Secondo i giorni dell'albero della vita saranno i giorni del mio popolo 243. Chi ha avuto in mano la sacra Scrittura non ignora dove Dio ha piantato l'albero della vita e che, essendo stato ordinato ai progenitori di non mangiarne, quando la loro trasgressione li cacciò dal paradiso, a quell'albero fu posta una terribile difesa di fuoco 244.

... sarà veramente senza macchia.
26. 2. Qualcuno può affermare che i giorni dell'albero della vita, di cui ha parlato il profeta Isaia, sono i giorni in atto della Chiesa di Cristo, i quali si trascorrono nel tempo, e che Cristo stesso profeticamente è denominato "albero della vita" perché è la Sapienza di Dio, della quale Salomone dice: È un albero di vita per tutti coloro che la prescelgono 245. Può dire anche che i progenitori non hanno trascorso alcuni anni nel paradiso perché ne furono cacciati molto presto, sicché in quel luogo non ebbero alcun figlio e che quindi non è possibile intravedere quel periodo in quell'espressione: Come nei giorni antichi e come negli anni lontani. Tralascio la discussione per non essere costretto, giacché andrebbe per le lunghe, a esaminare tutti gli assunti, affinché la verità accertata renda evidente qualcuno di essi. Noto però un altro significato per non farci ritenere che i giorni antichi e gli anni lontani dei sacrifici carnali ci siano stati promessi mediante il profeta come un grande dono. Era prescritto infatti che le oblazioni della vecchia Legge fossero offerte con animali di qualsiasi specie senza macchia e senza alcun difetto 246, e simboleggiavano gli uomini santi, come è stato soltanto il Cristo, assolutamente senza peccato. Infatti, dopo il giudizio, quando saranno purificati anche col fuoco coloro che sono meritevoli di tale purificazione, in tutti i beati non si troverà affatto alcun peccato e in tale stato offriranno se stessi nella giustizia, sicché tali oblazioni saranno assolutamente senza macchia e senza alcun difetto. Saranno allora certamente come nei giorni antichi e come negli anni lontani, quando come simbolo di questo evento futuro si offrivano oblazioni veramente pure. Dunque nella carne immortale e nella intelligenza dei beati vi sarà la purezza che era rappresentata per allegoria nel corpo di quegli animali.

Il giudizio e la coscienza dei reprobi in Malachia.
26. 3. Poi, per quelli che non sono meritevoli di purificazione ma di condanna, Malachia dice: Mi avvicinerò a voi e sarò un testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adùlteri 247, e il resto. Elencati i delitti degni di condanna, aggiunge: Poiché io sono il Signore Dio vostro e non cambio 248, come a dire: Sebbene la vostra colpa vi abbia cambiato in peggio e la mia grazia in meglio, io non cambio. Afferma altresì che sarà testimone, perché al proprio tribunale non ha bisogno di testimoni, e che sarà pronto, sia perché verrà all'improvviso e il suo giudizio, a causa della venuta inattesa, sarà molto rapido, anche se sembrava in ritardo, sia perché dimostrerà colpevoli le coscienze senza un lungo discorso. Si ha nella Scrittura: L'interrogatorio dell'empio infatti sarà nei suoi pensieri 249; e dice l'Apostolo: Con i pensieri che accusano o anche difendono nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini mediante Gesù Cristo, secondo il mio Vangelo 250. Anche in questo senso dunque si deve intendere che il Signore sarà un testimone pronto, perché senza indugio richiamerà alla memoria per dimostrare colpevole e punire la coscienza.

Separazione dei buoni e dei cattivi.
27. Anche il brano che, nel libro diciottesimo 251, trattando un altro argomento, ho desunto da questo profeta, riguarda il giudizio finale. In esso dice: Essi diverranno, dice il Signore onnipotente, mia proprietà nel giorno che io preparo e li prediligerò come un padre predilige il figlio che gli è sottomesso; io cambierò e voi noterete la differenza fra l'uomo giusto e l'ingiusto, fra colui che serve Dio e colui che non lo serve. Perché ecco viene il giorno ardente come il forno e li brucerà; e tutti gli stranieri e tutti gli operatori d'iniquità saranno come paglia e quel giorno venendo li incendierà, dice il Signore onnipotente, e non rimarrà di loro né radice né tralcio. E sorgerà per voi, che temete il mio nome, il sole di giustizia e la salvezza nelle sue ali e voi uscirete e saltellerete come vitelli liberati dal giogo; calpesterete gli empi e saranno cenere sotto i vostri piedi, dice il Signore onnipotente 252. Quando la differenza di premi e pene, che distingue i beati dai reprobi e sotto questo sole nella utopia della vita presente non si scorge 253, si manifesterà chiaramente sotto quel sole di giustizia nello svelarsi di quella vita, allora si avrà un giudizio quale mai si ebbe.

La vera felicità è solo dei giusti.
28. Poi il medesimo profeta, con la frase: Ricordatevi della Legge di Mosè, mio servo; a lui l'ho affidata sull'Oreb per tutto Israele 254, opportunamente fa appello a ordinamenti e decisioni, dopo aver indicato la grande distinzione che avverrà fra coloro che osservano e coloro che trasgrediscono la Legge. Questo affinché imparino contemporaneamente a intendere la Legge nello spirito e scorgano in essa il Cristo, perché da lui, come giudice, si deve operare la distinzione fra buoni e cattivi. Non senza ragione egli, il Signore, ha detto ai Giudei: Se credeste a Mosè, credereste anche a me perché di me egli ha scritto 255. Infatti, interpretando secondo la carne la Legge e ignorando che le sue promesse relative alla terra sono allegorie dei valori del cielo, giunsero a tali lamentele che osarono dire: È sciocco chi serve Dio; che vantaggio abbiamo ricevuto dall'avere custodito i suoi comandamenti e dall'avere camminato in preghiera davanti al Signore onnipotente? Dobbiamo invece proclamare beati gli stranieri e sono favoriti tutti quelli che compiono ingiustizia 256. Il profeta, da queste loro parole, è stato spinto, per così dire, a preannunziare un giudizio tale, in cui i malvagi neanche all'apparenza siano felici, ma appaia con grande chiarezza che sono assai infelici e i buoni non siano afflitti da alcuna sofferenza, sia pure momentanea, ma godano di un'evidente, perenne felicità. Anche poco prima Malachia aveva riferito alcune parole di costoro i quali affermano: Chiunque fa il male è come se fosse buono agli occhi del Signore e proprio questi gli sono graditi 257. Sono giunti, ripeto, a queste lamentele contro Dio, interpretando secondo la carne la Legge di Mosè. Perciò anche nel Salmo 72 dice il Salmista che i suoi piedi inciampavano e i suoi passi vacillavano 258, evidentemente nella caduta, perché ha invidiato i peccatori vedendo la loro tranquillità; arriva al punto di dire fra l'altro: Come l'ha saputo Dio, c'è forse conoscenza nell'Altissimo? 259 e di dire anche: Forseché invano ho conservato puro il mio cuore e ho lavato fra gli innocenti le mie mani? 260. Per risolvere questo difficilissimo problema, che si propone quando sembra che i buoni siano infelici e i malvagi felici, aggiunge: Questa angoscia è in me finché non entro nel santuario di Dio e non penso all'ultimo fine 261. Infatti con l'ultimo giudizio non sarà più così, ma si manifesterà una realtà diversa nella palese infelicità dei reprobi e nell'evidente felicità dei beati.

Il ritorno di Elia in Malachia.
29. Poi, dopo aver ammonito i Giudei di tenere a mente la Legge di Mosè, poiché prevedeva che essi per molto tempo non l'avrebbero interpretata secondo lo spirito, come conveniva, ma secondo la carne, Malachia soggiunge: Ormai, prima che giunga il giorno grande e luminoso del Signore, io invierò a voi Elia di Tesbe che volgerà il cuore del padre al figlio e il cuore dell'uomo al suo prossimo, affinché io venendo non colpisca la terra con lo sterminio 262. È assai ricorrente nelle parole e nei sentimenti dei fedeli che i Giudei, nell'ultimo tempo prima del giudizio, crederanno nel Cristo vero, cioè nel nostro Cristo attraverso l'esposizione della Legge per mezzo del grande e meraviglioso profeta Elia. Si spera appunto, e non a torto, che egli verrà prima della venuta del giudice Salvatore, perché non a torto si crede che egli è tuttora in vita. Fu rapito infatti con un carro di fuoco fuori dell'esperienza umana ed è un fatto che la Scrittura attesta con grande chiarezza 263. Quando verrà, spiegando secondo lo spirito la Legge che attualmente i Giudei interpretano secondo la carne, volgerà il cuore del padre al figlio, cioè il cuore dei padri ai figli, poiché i Settanta hanno usato il singolare per il plurale. Questo è il significato: che anche i figli, cioè i Giudei, comprendano la Legge come l'hanno compresa i loro padri, cioè i Profeti, tra i quali v'era anche Mosè. Così infatti il cuore dei padri si volgerà ai figli quando la capacità di pensare dei padri s'incontrerà con quella dei figli; e il cuore dei figli ai loro padri, quando i figli pensano in conformità a ciò che hanno pensato i loro padri, sebbene i Settanta abbiano letto: E il cuore dell'uomo si volgerà al suo prossimo. Sono infatti molto vicini nel rapporto padri e figli. Nella versione dei Settanta, che hanno tradotto con ispirazione profetica, si può riscontrare un altro significato, e anche più scelto, se s'intende che Elia volgerà il cuore di Dio Padre al Figlio, certamente non per ottenere che il Padre ami il Figlio, ma per insegnare che il Padre ama il Figlio in modo che anche i Giudei amino il medesimo Cristo, che è il nostro, mentre prima lo odiavano. Per i Giudei infatti ora il Padre ha il cuore contrario al nostro Cristo, questo essi pensano. Per essi quindi il cuore di lui si volgerà al Figlio, quando essi, volgendo il proprio cuore, apprenderanno l'amore del Padre per il Figlio. L'inciso che segue: E il cuore dell'uomo al suo prossimo, cioè che Elia volgerà il cuore dell'uomo al suo prossimo, s'interpreta molto bene se s'intende che è il cuore dell'uomo per Cristo uomo. Infatti, sebbene sia nell'essenza divina il nostro Dio, ricevendo l'essenza di schiavo 264 si è degnato di essere anche nostro prossimo. Questo dunque farà Elia. Affinché io non venga - soggiunge - e colpisca la terra con lo sterminio. Sono terra coloro che s'intendono delle cose della terra, come fino ad oggi sono i Giudei carnali. Da questo pervertimento sono derivate quelle lamentele contro Dio: Gli sono graditi i cattivi 265, e: È sciocco chi si sottomette a Dio 266.

Anche nei Profeti il Dio che verrà è Cristo.
30. 1. Molti sono i testi della sacra Scrittura sull'ultimo giudizio di Dio e andrei per le lunghe se li raccogliessi tutti. Sia sufficiente quel che abbiamo esaminato come predetto profeticamente dai libri sacri del Nuovo e Antico Testamento. Ma nell'Antico, a differenza del Nuovo, non è stato indicato con evidenza che il giudizio avverrà per mezzo di Cristo, cioè che Cristo verrà come giudice dal cielo, perché quando nell'Antico Testamento il Signore Dio dice che verrà o si dice che il Signore Dio verrà, non ne consegue che sia il Cristo. Il Signore Dio è il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo; però non conviene che noi lasciamo questo punto senza chiarirlo. Anzitutto dunque si deve far notare in quali termini Gesù Cristo parla come il Signore Dio nei libri profetici e tuttavia è d'immediata evidenza che è Gesù Cristo, sicché quando non è così evidente e si dice tuttavia che il Signore Dio verrà per l'ultimo giudizio, si possa intendere che è Gesù Cristo. V'è un passo del profeta Isaia che mostra chiaramente quel che sto dicendo. Dio infatti per mezzo del profeta dice: Ascoltami, Giacobbe e Israele, con cui sto parlando. Io sono il primo e sarò per sempre; la mia mano ha posto le fondamenta della terra e la mia destra ha reso stabile il cielo. Li chiamerò, verranno insieme, si raduneranno tutti e udranno. Chi lo ha avvertito su questo? Perché ti amavo ho soddisfatto il tuo desiderio su Babilonia per sgombrare la razza dei Caldei. Io ho parlato e ho chiamato, l'ho accompagnato e ho reso felice il suo cammino. Avvicinatevi a me e ascoltate questi fatti. Fin dal principio non ho parlato in segreto, quando avvenivano ero presente. E ora il Signore Dio e il suo Spirito mi hanno inviato 267. In realtà è lo stesso che parlava come il Signore Dio e tuttavia non vi si ravvisava Gesù Cristo se non avesse aggiunto: E ora il Signore Dio e il suo Spirito mi hanno inviato. Lo ha detto nella forma di schiavo usando per un evento futuro il verbo al passato come in un altro passo del medesimo profeta: È stato condotto per essere immolato come una pecora 268. Non ha detto: Sarà condotto, ma ha usato il verbo al passato per un fatto che doveva avvenire. E ripetutamente il linguaggio profetico si esprime così.

E' considerato onnipotente...
30. 2. In Zaccaria v'è un passo, il quale mostra con chiarezza questo pensiero, cioè che l'Onnipotente ha inviato l'Onnipotente, evidentemente Dio Padre Dio Figlio. Questo è il passo: Così dice il Signore onnipotente: Dopo l'impresa gloriosa mi ha inviato ai popoli che vi hanno depredato, perché chi tocca voi è come se toccasse la pupilla del suo occhio. Ecco, io alzerò la mano contro di loro e diverranno bottino di coloro che furono loro schiavi e saprete che il Signore onnipotente mi ha inviato 269. Il Signore onnipotente dice di essere inviato dal Signore onnipotente. Chi oserà dire che nel passo non si tratta di Cristo che parla alle pecore perdute della casa d'Israele? Dice nel Vangelo: Non sono stato inviato se non alle pecore perdute della casa d'Israele 270. Nel testo citato le ha paragonate alla pupilla dell'occhio di Dio a causa dell'eminente sentimento di amore. Anche gli Apostoli appartengono a questo tipo di pecore. Ma si ha qualcosa dopo la gloria della risurrezione, evidentemente la sua, poiché prima che avvenisse l'Evangelista dice: Gesù non era stato ancora glorificato 271. Dopo di essa infatti fu inviato ai popoli nei suoi Apostoli e così si è avverato quel che si legge in un Salmo: Mi libererai dai contrasti del popolo, mi porrai a capo delle nazioni 272. Questo affinché coloro che avevano depredato gli Israeliti e dei quali gli Israeliti erano stati schiavi, mentre erano assoggettati alle nazioni, non fossero a loro volta depredati col medesimo risultato, ma essi divenissero bottino degli Israeliti. Gesù l'aveva promesso agli Apostoli dicendo: Vi renderò pescatori di uomini 273, e a uno di loro: D'ora in poi sarai pescatore di uomini 274. Diverrebbero bottino dunque, ma in bene, come i vasi rapiti a quel forte, ma legato da uno più forte 275.

... sebbene sia annunziato nella sua passione.
30. 3. Egualmente per mezzo del medesimo profeta il Signore dice: In quel giorno farò in modo di allontanare tutti i popoli che vengono contro Gerusalemme e riverserò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme lo spirito di grazia e di perdono; volgeranno lo sguardo a me per il fatto che mi hanno insultato e verseranno per questo un pianto come per una persona molto cara e proveranno dolore come per un unigenito 276. Forseché soltanto Dio può allontanare tutti i popoli nemici dalla santa città di Gerusalemme, i quali vengono contro di essa, cioè sono suoi avversari, oppure, come altri hanno tradotto, vengono per essa, cioè per sottometterla; o potrà versare sulla casa di Davide e sugli abitanti della medesima città lo spirito di grazia e di perdono? Certamente è un'attribuzione di Dio e dalla prospettiva di Dio sono dette quelle parole per mezzo del profeta. Eppure Cristo mostra di essere egli stesso quel Dio che opera cose così grandi e così divine, aggiungendo le parole: Volgeranno lo sguardo a me per il fatto che mi hanno insultato e verseranno per questo un pianto come per una persona molto cara (o amata) e proveranno dolore come per un unigenito. Certamente in quel giorno si pentiranno i Giudei, anche quelli che riceveranno lo spirito di grazia e di perdono perché hanno insultato il Cristo nella sua passione, quando lo vedranno venire nella sua grandezza e riconosceranno che egli è colui che prima nei propri antenati hanno deriso nella sua umiltà. Ed anche i loro antenati, autori di sì grande scelleratezza, nel risorgere, lo vedranno, ma per essere puniti, non riscattati. Non si devono quindi ravvisare loro nelle parole: Riverserò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme lo spirito di grazia e di perdono; volgeranno lo sguardo a me per il fatto che mi hanno insultato. Vi si devono ravvisare i provenienti dalla loro stirpe che in quel tempo, Elia mediante, crederanno. Ma come noi diciamo ai Giudei: Avete ucciso il Cristo, sebbene siano stati i loro antenati a compiere il delitto, così i discendenti si affliggeranno di aver compiuto in un certo senso quel che hanno compiuto gli altri, perché discendono dalla loro stirpe. Sebbene dunque, ormai eletti per aver ricevuto lo spirito di grazia e di perdono, non saranno condannati con i loro antenati delinquenti, si affliggeranno tuttavia, come se essi abbiano compiuto quel che è stato compiuto dagli altri. Non si affliggeranno quindi per l'accusa di un delitto, ma per un sentimento di bontà. Con avvedutezza l'inciso, che nei Settanta suona così: Volgeranno lo sguardo a me per il fatto che mi hanno insultato, è stato tradotto dal testo ebraico che ha: Volgeranno lo sguardo a me che hanno trafitto. Da queste parole si rileva con maggior evidenza che Cristo è stato crocefisso. Ma l'insulto, che i Settanta hanno preferito rilevare, non è mancato in tutta la sua passione. Difatti lo hanno insultato mentre era arrestato, legato, giudicato, coperto con il vituperio di una veste di derisione, coronato di spine, battuto con una canna sulla testa, adorato a ginocchi piegati per scherno, mentre portava la sua croce ed era appeso. Quindi non seguendo una sola traduzione ma unendo l'una e l'altra, quando leggiamo tanto hanno insultato, come hanno trafitto, riconosciamo più ampiamente la genuina vicenda della passione del Signore.

Cristo sarà giudice perché fu giudicato.
30. 4. Poiché dunque nei libri dei Profeti si legge che Dio verrà per eseguire il giudizio, sebbene non sia indicata alcuna distinzione, unicamente sulla base del giudizio si deve rilevare il Cristo poiché, anche se il Padre giudicherà, giudicherà con la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti il Padre non giudicherà alcuno con la manifestazione della sua presenza, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio 277, poiché questi, il quale si manifesterà come uomo per giudicare, come uomo è stato giudicato. E non è un altro uomo quello di cui, in Isaia, Dio allo stesso modo parla con l'appellativo di Giacobbe e Israele, nella cui stirpe ebbe l'esistenza. Ecco il testo: Giacobbe, mio servo, io lo sosterrò; Israele, mio eletto, la mia anima lo ha accolto. Ho infuso il mio Spirito in lui, enuncerà il giudizio ai popoli. Non griderà e non tacerà e non si udrà la sua voce al di fuori. Non spezzerà la canna incrinata e non spegnerà il lucignolo fumigante, ma enuncerà il giudizio con verità. Risplenderà e non si abbatterà finché non stabilisce il giudizio sulla terra e nel suo nome spereranno i popoli 278. Nel testo ebraico non si ha Giacobbe e Israele, ma i Settanta, evidentemente, con l'intento di avvertire che l'inciso mio servo, si deve interpretare in relazione alla forma di servo, in cui l'Altissimo si è manifestato nella più grande umiltà, hanno aggiunto il nome per segnalare colui dalla cui stirpe è stata assunta la forma di servo. È stato infuso lo Spirito su di lui perché nella testimonianza del Vangelo si è mostrato in forma di colomba 279; ha enunciato il giudizio ai popoli perché ha predetto che sarebbe avvenuto ciò che ai popoli era nascosto; per benignità non ha gridato, ma non ha cessato dall'esaltare la verità; ma non si è udita e non si ode la sua voce al di fuori perché non si obbedisce a lui da coloro che sono tagliati fuori dal suo corpo; non ha spezzato e non ha spento perfino i Giudei, suoi persecutori, i quali per la perdita della compattezza sono stati paragonati a una canna incrinata e per la mancanza di luce a un lucignolo fumigante, poiché ha loro perdonato, dato che non era ancora venuto a giudicarli ma ad essere giudicato da loro. Ha senz'altro enunciato il giudizio nella verità perché ha predetto loro quando dovrebbero essere puniti se persistessero nella malvagità. Risplendette sul monte il suo viso 280, nel mondo la sua fama; non è stato abbattuto o calpestato perché non si è arreso ai suoi persecutori, per cessare d'esistere, né in sé né nella sua Chiesa; quindi non è avvenuto e non avverrà quel che i suoi nemici hanno detto o dicono: Quando morirà e perirà il suo nome? 281. Finché non stabilisce il giudizio sulta terra. È stato reso manifesto quel che cercavamo perché nascosto: è il giudizio finale che stabilirà in terra quando egli stesso verrà dal cielo. Riguardo al giudizio vediamo già adempiuto quel che è espresso nell'ultimo inciso: Nel suo nome spereranno i popoli. Sulla base di questo fatto, che non è possibile negare, si creda anche quel che si nega senza criterio. Chi avrebbe sperato che anche coloro, i quali ancora non vogliono credere in Cristo, sono spettatori assieme a noi e poiché non possono negare, digrignano e sbavano con i denti 282? Chi, dico ancora, avrebbe sperato che i popoli avessero sperato nel nome di Cristo, quando veniva arrestato, legato, percosso, deriso, crocefisso, dal momento che perfino i discepoli avevano perduto la speranza che avevano cominciato ad avere in lui? Quel che ha allora sperato soltanto il ladrone sulla croce, ora lo sperano i popoli, sparsi in ogni parte 283, e a fin di non morire per l'eternità, si segnano con la croce in cui Cristo è morto.

Gli eventi del giudizio finale.
30. 5. Dunque nega o dubita che l'ultimo giudizio avverrà come è preannunziato nei citati libri della Bibbia se non colui che, per non saprei quale incredibile malanimo o ignoranza, non crede in essi, sebbene abbiano già segnalato la propria veridicità al mondo intero. Abbiamo appreso che in quel giudizio o attorno a quel giudizio si verificheranno questi avvenimenti: la venuta di Elia di Tesbe, la fede dei Giudei, la persecuzione dell'Anticristo, il giudizio di Cristo, la risurrezione dei morti, la discriminazione di buoni e cattivi, il cataclisma del mondo e la sua rinascita. Si deve credere che si avranno tutti questi avvenimenti, ma in quali misure e con quale successione si verifichino lo insegnerà più la realtà dei fatti di quanto attualmente riesce a raggiungere alla perfezione il pensiero umano. Ritengo però che si avvereranno nella successione da me indicata.

Quel che rimane da dire negli altri due libri.
30. 6. Per mantenere con l'aiuto di Dio gli impegni presi ci rimangono due libri, attinenti a quest'opera, uno sulla pena dei malvagi, l'altro sulla felicità dei giusti. In essi, come Dio lo concederà, si confuteranno soprattutto i ragionamenti umani che contro le predizioni e promesse divine certi sventurati sembrano saggiamente rosicchiare per sé e disprezzano come falsi e ridicoli gli alimenti della fede che dà salute. Coloro invece che sono saggi secondo Dio, ritengono la veritiera onnipotenza di Dio come il più valido argomento di tutti i capi di dottrina che sembrano incredibili agli uomini e tuttavia sono contenuti nella sacra Scrittura, la cui veridicità è stata già in molti modi confermata. Ritengono infatti come certo che in nessun modo Dio ha potuto mentire e che può compiere ciò che al non credente è impossibile.

LIBRO XXI

SOMMARIO

1. Si sceglie un ordine nella esposizione, in cui prima si deve trattare del perenne tormento dei dannati con il diavolo, poi dell'eterna felicità dei santi.

2. C'è il problema se i corpi possono rimanere per sempre a bruciare nel fuoco.

3. Si esamina se l'estinzione della carne segua necessariamente al dolore del corpo.

4. L'attenzione ad alcuni fenomeni naturali insegna che i corpi viventi possono sopravvivere fra i tormenti.

5. Sono molti i fenomeni di cui non si dà spiegazione e tuttavia non v'è dubbio che siano veri.

6. Non tutti i fenomeni che destano meraviglia sono naturali, ma molti hanno avuto una nuova forma dall'ingegno, molti sono stati congegnati dall'artificio dei demoni.

7. Nelle cose che destano stupore il più sicuro criterio del credere è l'onnipotenza del Creatore.

8. Non è contro natura il fatto che in un essere, di cui si è conosciuta la natura, qualcosa comincia ad essere diverso da come è stato conosciuto.

9. La geenna e qualità delle pene eterne.

10. Si chiede se il fuoco della geenna, qualora sia fisico, possa bruciare con la propria azione gli spiriti del male, cioè i demoni che sono senza corpo.

11. Si chiede se un criterio di giustizia esiga che il tempo delle pene non sia più lungo di quello delle colpe.

12. Grande fu la prima trasgressione, per cui si deve la pena eterna a tutti coloro che siano fuori della grazia del Salvatore.

13. Si ribatte l'opinione di coloro i quali pensano che dopo la morte i tormenti per i peccatori sono adibiti alla purificazione.

14. Vi sono pene temporali di questa vita, alle quali è soggetta l'umana contingenza.

15. Ogni soccorso della grazia di Dio, che ci libera dalla caduta dell'antico peccato, appartiene alla novità del mondo futuro.

16. Vi sono disposizioni della grazia in cui rientrano tutte le età dei rigenerati.

17. Alcuni pensano che le pene di tutti gli uomini non saranno eterne.

18. Alcuni pensano che nel giudizio finale per le intercessioni dei santi nessun uomo sarà condannato.

19. Altri assicurano anche agli eretici l'impunità da tutti i peccati per la comunione al corpo di Cristo.

20. Altri promettono il perdono non a tutti, ma soltanto a coloro che sono stati battezzati come cattolici, anche se in seguito sono caduti in molti peccati ed errori.

21. Alcuni suppongono che per lo meno sul fondamento della fede saranno salvati coloro che rimangono nella fede cattolica, anche se vivono molto male e perciò meriterebbero il fuoco.

22. Altri pensano che le colpe, commischiate alle opere di misericordia, non saranno destinate al giudizio di condanna.

23. Si confuta l'opinione di coloro, i quali dicono che non saranno eterni i tormenti dei diavoli e degli uomini cattivi.

24. Si ribatte il pensiero di coloro i quali pensano che per le preghiere dei santi vi sarà il perdono per tutti i reprobi.

25. Si esamina se coloro, che sono stati battezzati nell'eresia e poi sono diventati peggiori vivendo male e quelli che, battezzati come cattolici, sono passati all'eresia o allo scisma e quelli che pur non abiurando il cattolicesimo, in cui sono stati rigenerati, hanno continuato a vivere nel peccato, possono col favore dei sacramenti sperare la liberazione dall'eterno tormento.

26. Che significa avere il Cristo nel fondamento e a chi è assicurata la salvezza quasi attraverso la bruciatura del fuoco.

27. Si ribatte la convinzione di coloro, i quali pensano che loro non nuoceranno i peccati nei quali hanno persistito, se hanno compiuto opere di misericordia.

 

Libro ventunesimo

LA FINALE PENA ETERNA

 

Non tutto è riducibile a un criterio razionale (1- 8)

Prima la pena poi il premio.
1. Quando per la mediazione di Gesù Cristo nostro Signore, giudice dei vivi e dei morti, saranno giunte al fine dovuto le due città, l'una di Dio e l'altra del diavolo, di quale tipo sarà la pena del diavolo e dei suoi adepti è l'argomento che in questo libro debbo svolgere con maggiore attenzione, per quanto ne sarò competente con l'aiuto di Dio. Ho preferito seguire la coordinazione di trattare la felicità dei santi dopo, poiché l'una e l'altra condizione si avrà col corpo e il conservarsi dei corpi fra tormenti perenni sembra più incredibile del loro perdurare senza alcun dolore nell'eterna felicità. Perciò l'aver dimostrato che quella pena non si deve ritenere incredibile mi aiuterà assai affinché con molta maggior ragionevolezza si creda che negli eletti si avrà un'immortalità del corpo immune da ogni disagio. Tale disposizione non contraddice la parola di Dio, anche se talora la felicità degli eletti viene indicata prima, come nel passo: Coloro che hanno fatto del bene andranno nella risurrezione della vita, coloro che hanno fatto del male nella risurrezione della condanna 1; ma talora è indicata anche dopo, come nel passo: Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli ed estirperanno dal suo regno tutti gli scandali e li getteranno nella fornace ardente, dove si avrà pianto e stridore di denti; allora gli eletti splenderanno come un sole alla presenza del loro Padre 2; e anche in questo passo: Essi andranno al tormento eterno, gli eletti alla vita eterna 3. Anche nei Profeti, ed è lungo citarli, se uno li vuol confrontare, si trova ora l'una ora l'altra disposizione. Ma ho già detto per quale motivo ho scelto questa.

Esempi di animali nel fuoco.
2. Quale caso somigliante presenterò perché i pagani si convincano che il corpo umano animato e vivente non solo non si scompone ma resiste anche nei tormenti del fuoco eterno? Non vogliono infatti che noi attribuiamo il fatto al potere dell'Onnipotente, ma esigono di essere convinti con un qualche esempio. Potremmo rispondere che vi sono animali certamente soggetti al disfacimento, perché soggetti a morire, che tuttavia vivono in mezzo al fuoco 4; inoltre che si scorge una famiglia di vermi nella sorgente di acque termali, il cui bollore non si può impunemente sperimentare; essi invece non solo vivono in quel luogo, ma non possono esserne fuori 5. Ma quei tali o non vogliono credere, se non siamo in grado di mostrare la realtà dei fatti, o se fossimo in grado di mostrarla alla vista o d'informare mediante testimoni competenti, obietteranno con immutata incredulità che non è pertinente come esempio sull'argomento che è in discussione perché quegli animali non vivono per sempre e vivono in quei bollori senza soffrire. Infatti, dicono, sono vivificati, non torturati da quegli elementi, in quanto convenienti alla loro natura, come se non sia più incredibile essere vivificati che torturati da simili cose. Desta meraviglia infatti soffrire e tuttavia vivere nel fuoco, ma desta maggior meraviglia vivere nel fuoco e non esserne torturati. Se si crede a questo, perché non anche all'altro?

Contro i pagani il dolore non necessariamente è morte.
3. 1. Ma è impossibile, obiettano, che vi sia un corpo soggetto al dolore e non alla morte. E questo da che lo sappiamo? Infatti chi sa con certezza, riguardo al corpo dei demoni, se è nel dolore, quando essi ammettono di essere afflitti da grandi tormenti? Se, soggiungono, si risponde che nella terra non v'è corpo percettibile al tatto o alla vista o, per esprimere il concetto con una sola parola, non v'è carne che possa sentir dolore e non morire, che altro si dice se non ciò che gli uomini hanno reso enunciabile con la sensazione e l'esperienza? Essi conoscono soltanto una carne soggetta a morire e questo è l'unico loro criterio: che ritengono completamente impossibile quel che non hanno fatto oggetto d'esperienza. E che razza di criterio, ribatto io, è quello di rendere il dolore dimostrazione della morte quando è piuttosto manifestazione della vita? E quantunque rileviamo come ipotesi se ogni essere che soffre possa vivere per sempre, è certo tuttavia che ogni dolore può verificarsi soltanto in un essere vivente. È ineluttabile quindi che chi soffre viva, ma non che la sofferenza faccia morire. Infatti non ogni dolore fa morire questi corpi, soggetti a morire, che certamente moriranno, e perché un qualche dolore li faccia morire si richiede, dato che l'anima è strettamente unita al corpo, che si arrenda a dolori insostenibili e si separi, poiché il complesso di membra ed organi è così debole che non riesce a tollerare quella violenza che comporta un grande o grandissimo dolore. Nell'eternità poi l'anima sarà avvinta a un corpo di tal fatta in un modo che il legame non sarà sciolto dall'incessante scorrere del tempo né spezzato da alcun dolore. Perciò, sebbene nel tempo non si ha la carne che può subire la sensazione del dolore e non la morte, nell'eternità tuttavia si avrà una carne tale, quale non si ha nel tempo, e si avrà una morte tale, quale nel tempo non si ha. Non che non si avrà la morte, ma si avrà una morte perenne, poiché l'anima non potrà avere la vita non avendo Dio né morendo essere esente dai dolori del corpo. La prima morte espelle dal corpo l'anima che non vuole, la seconda morte conserva nel corpo l'anima che non vuole. Dall'una e dall'altra morte si ha in comune che l'anima subisca dal proprio corpo ciò che non vuole.

Anima e corpo nel dolore senza fine.
3. 2. Questi oppositori considerano che nel tempo non v'è carne la quale possa subire il dolore e non la morte, non considerano tuttavia che v'è un qualcosa che è superiore al corpo. Ed è l'anima pensante, dalla cui efficienza il corpo ha vita e funzionamento e può subire il dolore senza subire la morte. S'individua un essere che, pur avendo la sensibilità al dolore, è immortale. Questo stato si avrà dunque nell'eternità, anche nel corpo dei dannati, perché nel tempo abbiamo coscienza che si ha nell'anima pensante di tutti. Se poi riflettiamo più attentamente, il dolore, che si considera del corpo, spetta di più all'anima. Il soffrire infatti è dell'anima, non del corpo, anche quando lo stimolo del soffrire le proviene dal corpo, perché soffre in quella parte in cui si ha una lesione del corpo. Noi consideriamo senzienti e viventi i corpi poiché derivano dall'anima il senso e la vita; allo stesso modo li consideriamo anche dolenti poiché soltanto dall'anima può derivare il dolore al corpo. L'anima dunque soffre col corpo in quella parte di esso, in cui si ha un fenomeno che la fa soffrire; soffre anche da sola, quando essa per un qualche motivo, anche invisibile, è triste, sebbene il corpo sia incolume; soffre anche quando non è unita al corpo. Soffriva il ricco nell'inferno, quando gridava: Sono tormentato in questa fiamma 6. Il corpo invece non soffre, se è esanime; e se è animato, non soffre senza l'anima. Se dunque ragionevolmente dal dolore si desumesse la prova per la morte, nel senso che è possibile che avvenga la morte perché è stato possibile che avvenisse il dolore, spetterebbe di più all'anima il morire perché ad essa spetta di più il soffrire. Perciò benché essa, che può soffrire di più, non possa morire, non v'è motivo per credere che i corpi, perché saranno nei dolori, dovranno anche morire. Hanno detto i platonici che dai corpi terrestri e dalle membra soggette a morire provengono all'anima timore, desiderio, dolore e piacere. Dice Virgilio: Da essa, cioè dalle membra del corpo terrestre soggette a morire, temono, desiderano, soffrono e godono 7. Ma li abbiamo confutati nel libro dodicesimo di quest'opera 8 perché, a sentir loro, le anime, anche se purificate da ogni contaminazione del corpo, hanno lo sfrenato desiderio con cui cominciano ancora una volta a voler tornare nel corpo 9. E quando vi può essere il desiderio, vi può essere anche il dolore. Il desiderio frustrato infatti, sia perché non giunge al fine a cui tende, sia perché si lascia sfuggire quel che aveva raggiunto, si riversa in dolore. Perciò se l'anima, che soffre o da sola o principalmente, conserva tuttavia una determinata immortalità in base al suo stato, non potranno morire neanche i corpi dei dannati perché sono nel dolore. Infine, se i corpi influiscono a fare soffrire le anime, possono loro provocare il dolore e non la morte perché non consegue necessariamente che un fenomeno, il quale cagiona il dolore, cagioni anche la morte. Quindi non è incredibile che il fuoco possa provocare a quei corpi il dolore e non la morte, come non è incredibile che i corpi stessi facciano soffrire le anime senza indurle a morire. Dunque il dolore non è prova ineluttabile della futura morte.

Confronto con stupefacenti fenomeni naturali...
4. 1. Come hanno scritto gli studiosi, che con grande interesse hanno operato indagini sulla natura degli animali, la salamandra vive nel fuoco 10, e alcuni monti molto noti della Sicilia, da un remoto periodo nell'antichità fino ad oggi e in futuro, sono incandescenti nel fuoco e rimangono intatti. Sono quindi testimoni attendibili che non tutto quel che arde si annienta. L'anima poi denunzia che non tutto ciò che può soffrire può anche morire. Non v'è dunque ragione perché da noi si chiedano ancora esempi con cui evidenziare la credibilità che il corpo degli uomini condannati all'eterno tormento non perda l'anima nel fuoco, arda senza consumarsi, soffra senza morire. Nell'eternità la costituzione della carne avrà tale proprietà innestata da colui che nei vari oggetti che vediamo ne ha innestate molte così stupende e diverse che non le ammiriamo perché sono molte. Soltanto Dio ha concesso alla carne del pavone morto di non imputridire. Sembra una cosa incredibile a udirsi quel che ci capitò a Cartagine. Ci fu imbandito questo uccello arrosto. Demmo ordine che fosse conservato, quanto sembrò opportuno, uno stacco di magro dal petto. Consegnato e portato a tavola dopo un periodo di giorni tale che qualsiasi altra carne arrosto sarebbe imputridita, quella non offese affatto il nostro odorato. Messo da parte, dopo più di trenta giorni fu trovato qual era e così dopo un anno, salvo che era di mole più secca e ridotta 11. Chi ha poi concesso alla paglia un potere tanto agghiacciante da conservare le nevi ricoperte e tanto riscaldante da far maturare le frutta acerbe?

... anche nel fuoco e accessori.
4. 2. Chi potrebbe rilevare dal fuoco stesso fenomeni stupefacenti? 12. Difatti, benché sia splendente, tutti gli oggetti da esso bruciati diventano neri e, sebbene bellissimo di colore, scolora tutte le cose che attornia e lambisce e trasforma le braci lampeggianti in carbone molto nero. E non è un fatto che avvenga regolarmente. Difatti al contrario e mattoni bruciati a un fuoco incandescente diventano anch'essi candidi e, sebbene esso piuttosto rosseggi ed essi biancheggino, conviene tuttavia alla luce ciò che è bianco, alle tenebre ciò che è nero. E poiché il fuoco arde con la legna per cuocere i mattoni, ottiene effetti contrari in oggetti non contrari. Infatti, sebbene i mattoni e la legna siano diversi, tuttavia non sono contrari come il bianco e il nero; eppure il fuoco produce uno di essi nei mattoni, l'altro nella legna imbiancando, perché bianco, quelli e annerendo questa, sebbene verrebbe a mancare a quelli se non persistesse in questa. Che dire poi del carbone? Deve sorprendere la fragilità così grande che si spezza con un colpo molto leggero, si sbriciola con una stretta assai leggera e insieme la solidità così sicura che esso non si guasta con l'umidità e non è distrutto dal tempo. Si giunge al punto che gli agrimensori sono abituati a sotterrarlo per convincere chi intenta una lite, chiunque sia che si presenti dopo un periodo di tempo considerevole e insista che la pietra fissata non è quella terminale. E soltanto il fuoco, che altera le cose, ha permesso che il carbone, sotterrato nell'umida terra, dove la legna imputridisce, abbia potuto durare così a lungo senza alterarsi.

Calce viva e calce spenta.
4. 3. Esaminiamo anche il fenomeno sorprendente della calce. Eccettuato il caso, di cui abbiamo parlato abbastanza, che biancheggia nel fuoco, mentre in esso altre sostanze anneriscono, accoglie anche in forma molto occulta il fuoco e in una zolla fredda lo conserva così di nascosto a quelli che toccano che non si manifesta affatto ad alcun nostro senso, ma ravvisato con una esperimentazione, anche se non così manifesta, si può notare che vi persiste attutito. La chiamiamo appunto calce viva, come se il fuoco nascosto sia l'anima invisibile di un corpo visibile. Ed è un fenomeno sorprendente che quando si spegne allora si accende. Per privarla del fuoco nascosto viene immersa nell'acqua, viene inondata di acqua e, sebbene prima sia fredda, si riscalda nell'acqua, da cui tutte le cose calde sono raffreddate. Dunque come se quella zolla esali l'ultimo respiro, il fuoco, che vi era nascosto, esce fuori e la calce, come per morte avvenuta, è così fredda che con l'aggiunta dell'acqua non ribollirà. E noi consideriamo calce spenta quella che consideravamo calce viva. Sembra che si possa aggiungere qualcosa a questo fenomeno singolare? Certo che si aggiunge. Se non applichi l'acqua ma l'olio, che è di più fomite del fuoco, la calce non ribolle né cospargendola d'olio né immergendovela. Se leggessimo e udissimo questo fenomeno sorprendente in una qualche pietra indiana e non fosse possibile che esso giungesse alla nostra diretta verifica 13, penseremmo sicuramente a un'impostura o ce ne meraviglieremmo fortemente. Ma le costatazioni giornaliere di questi avvenimenti che accadono sotto i nostri occhi, sebbene non meno sorprendenti nella forma, perdono importanza per la frequente ripetizione. Difatti abbiamo smesso di meravigliarci di alcuni casi che fu possibile offrire alla nostra ammirazione dalla stessa India, la quale è una parte del globo lontana da noi.

Magnete e diamante.
4. 4. Dalle nostre parti molti, soprattutto orefici e gioiellieri, hanno la pietra diamante che, come si afferma, non va in frantumi né col fuoco né con altra forza tranne il sangue di capro 14. Ma coloro che l'hanno e la conoscono, certamente non si meravigliano come coloro ai quali per la prima volta si fa notare la sua durezza. Coloro ai quali non è mostrato, forse neanche credono; se credono, si meravigliano come di cose non viste; se capiterà di vederle, si meraviglieranno certamente come di cose prima non viste, ma l'assuefazione elimina un po' alla volta lo stimolo dell'ammirazione. Sappiamo che il magnete è una pietra che con ammirevole potere attira il ferro. La prima volta che lo vidi, ne rimasi fortemente sbalordito. Osservavo che un anello di ferro era attratto dal magnete e sospeso nel vuoto; poi come se avesse concesso e comunicato il proprio potere al ferro che aveva attirato, l'anello fu accostato a un altro anello e lo sospese e come il primo anello era attaccato strettamente al magnete, così il secondo anello al primo; allo stesso modo si aggiunsero un terzo e un quarto. Così per influssi reciproci a cerchi congiunti era appesa come una catena di anelli, non inseriti l'uno nell'altro, ma attaccati all'esterno. Chi non rimarrebbe attonito di questo potere di una pietra poiché, non solo era insito in essa, ma si trasmetteva anche a tanti oggetti sospesi e li stringeva a sé con legami invisibili? Ma è molto più sorprendente quel che sono venuto a sapere di questa pietra dal mio fratello e collega nell'episcopato Severo di Milevi. Mi raccontò di aver veduto con quale esito Batanario, allora conte d'Africa, un giorno che il vescovo era a pranzo con lui, aveva preso in mano quella pietra, l'aveva collocata sotto un oggetto d'argento e aveva posto sopra l'argento un pezzo di ferro. Poi, appena in basso muoveva la mano con cui reggeva il magnete, in alto si muoveva il ferro e, mentre in mezzo l'argento non subiva scosse, con un'impetuosissima andata e ritorno in basso la pietra era spostata dall'uomo e in alto il ferro dal magnete. Ho detto quel che io stesso ho visto, ho detto quel che ho udito da lui, al quale ho creduto come se avessi visto io stesso. Dirò anche quel che ho letto sul magnete. Quando gli si pone vicino il diamante, non attira il ferro e, se l'aveva già attirato, appena viene avvicinato al diamante, immediatamente lo molla 15. L'India manda queste pietre ma se noi smettiamo di stupircene perché le conosciamo, a più forte ragione coloro dai quali provengono se le hanno facilmente accessibili. Forse le hanno come noi la calce, di cui non restiamo sorpresi, perché è alla nostra portata, che in modo sorprendente ribolle con l'acqua, con cui di solito si spegne il fuoco, e non ribolle con l'olio, con cui di solito si alimenta il fuoco.

Fenomeni singolari e prevenzioni dei pagani.
5. 1. Tuttavia i pagani, quando proclamiamo le mirabili opere di Dio passate e future, che non siamo capaci di mostrare loro come oggetto di conoscenza, chiedono insistentemente da noi la spiegazione. E poiché non possiamo dare tale spiegazione, in quanto quelle idee superano le capacità del pensiero umano, sentenziano che quelle da noi espresse sono false. Essi allora devono dare una spiegazione delle tante cose sorprendenti che possiamo vedere o vediamo. Se riconosceranno che ciò non è possibile all'uomo, devono ammettere che non perché non se ne può dare una spiegazione, un fatto non è avvenuto o non avverrà, giacché dei seguenti fenomeni egualmente non si dà una spiegazione. Non mi dilungo nei molti casi che sono stati consegnati alla letteratura, non ad avvenimenti passati e trascorsi, ma a fenomeni che sono in atto in vari luoghi. Se qualcuno verrà o potrà andarvi, costaterà che sono veri, ma io ne adduco pochi esempi. Dicono che un sale di Agrigento di Sicilia, quando viene avvicinato al fuoco, si scioglie come se fosse acqua e quando è avvicinato all'acqua, sfrigola come nel fuoco 16. Presso i Garamanti v'è una sorgente di acqua così fredda di giorno che non si può bere, così bollente di notte che non si può toccare 17. Nell'Epiro v'è un'altra sorgente in cui le fiaccole, come nelle altre, si spengono se accese ma, non come nelle altre, si accendono se spente 18. V'è una pietra d'amianto d'Arcadia, che si denomina appunto l'inestinguibile, perché una volta accesa non si può spegnere 19. Il legno di un fico d'Egitto nelle acque non rimane in superficie, come gli altri legni, ma si sommerge e quel che è sorprendente, dopo essere stato per un po' in fondo, da lì riemerge alla superficie, quando molto inzuppato avrebbe dovuto appesantirsi nell'acqua 20. Alcune frutta nel territorio di Sodoma fioriscono e giungono a maturità ma, saggiate con un morso o con una stretta, svaniscono in fumo e cenere dalla buccia che si polverizza 21. La pietra pirite di Persia, se viene premuta con forza, brucia la mano di chi la tiene e per questo ha ricevuto l'etimo greco dal fuoco 22. Sempre nella Persia si produce anche la pietra di selenio, il cui naturale candore aumenta e cessa con la luna 23. Nella Cappadocia le cavalle sono fecondate anche dal vento, ma i puledri non vivono più di tre anni 24. Tilo, isola dell'India, è privilegiata su tutte le regioni perché ogni albero, che vi cresce, non è mai spogliato del rivestimento delle foglie 25.

Verità della parola di Dio.
5. 2. Di questi fenomeni meravigliosi e di altri innumerevoli, dei quali tratta l'indagine non di avvenimenti passati ma di odierne località, poiché per me che sto svolgendo un altro argomento sarebbe troppo lungo esporli esaurientemente, diano una spiegazione, se ci riescono, questi pagani che non vogliono credere alla sacra Scrittura. E questo soltanto perché non ritengono che sia ispirata da Dio, dato che contiene concetti incredibili, come quello di cui stiamo parlando. Nessun argomento può dimostrare che la carne bruci senza consumarsi, soffra senza morire, dicono essi, i grandi dialettici che potrebbero dare una spiegazione di tutti questi fenomeni che risultano meravigliosi. Diano dunque una spiegazione dei pochi che abbiamo citati perché senza dubbio, se ignorassero che sono in atto e avessimo detto che si verificheranno in seguito, li crederebbero molto meno di quel che non vogliono credere a un fatto che al presente noi affermiamo che si avrà in futuro. Nessuno di loro crederebbe a noi se, come affermiamo che vi saranno corpi umani vivi che bruceranno e soffriranno senza morire, affermassimo che nell'eternità vi sarà un sale che il fuoco farebbe sciogliere come in acqua e che l'acqua farebbe sfrigolare come nel fuoco; che vi sarà una sorgente, la cui acqua nel freddo della notte sarà così bollente che non si può toccare, nel caldo del giorno così fredda che non si può bere; che vi sarà una pietra, o quella che col suo calore brucia la mano di chi l'afferra ovvero quella che, incandescente da ogni parte, non si può assolutamente spegnere; inoltre i rimanenti fenomeni che, omessi altri innumerevoli, ho ritenuto frattanto di richiamare all'attenzione. Se noi dicessimo che questi fenomeni avverranno nel mondo che si avrà dopo il tempo e i pagani ci rispondessero: "Se volete che vi crediamo, date la spiegazione di ciascuno in particolare", noi risponderemmo che non è possibile perché la fallibile dialettica degli uomini sarebbe superata da queste e consimili opere mirabili di Dio. Affermiamo però che in noi cristiani v'è un'infallibile spiegazione e cioè che non senza una spiegazione l'Onnipotente produce qualcosa, di cui il fallibile pensiero umano non può dare spiegazione; inoltre che per noi rimane nel dubbio il suo volere in molti avvenimenti, ma questo è certissimo: che nulla gli è impossibile di ciò che vuole e che noi crediamo a lui quando preannunzia il futuro perché non possiamo credere che non lo possa o che mentisca. Ma questi censori della fede e critici esigenti di una spiegazione razionale che cosa risponderanno in merito a questi fenomeni, dei quali l'uomo non può dare una spiegazione e tuttavia avvengono e alla ragione stessa sembrano contrari alla natura delle cose? Se noi affermassimo che avverranno in futuro, dai pagani ci si richiederebbe egualmente una spiegazione come di quei fatti dei quali affermiamo che avverranno in futuro. Perciò, sebbene di tali opere di Dio manchi la spiegazione del sentimento e del pensiero umano, poiché simili fenomeni sono comunque reali, così avverranno quei fatti anche se degli uni e degli altri dall'uomo non si può dare una spiegazione.

La dialettica dei pagani e la magia...
6. 1. A questo punto i pagani potrebbero rispondere: "Questi fenomeni non esistono affatto e noi non li crediamo, su di essi sono state dette e scritte delle menzogne". Potrebbero anche aggiungere una dimostrazione affermando: "Se si deve prestar fede a simili cose, anche voi credete a ciò che è stato riferito, e cioè che v'è stato o vi è un tempio di Venere e in esso un candeliere, in cui all'aperto è fissata una lucerna così ardente che non la spegne né pioggia né tempesta, e quindi è stata definita: , cioè: "lucerna inestinguibile"". Potrebbero fare questa obiezione per porci alle strette nel rispondere perché, se diremo che non si deve credere, invalideremo quelle testimonianze di fenomeni meravigliosi, se ammetteremo che si deve credere, convalideremo le divinità dei pagani. Ma noi cristiani, come ho detto nel libro diciottesimo di quest'opera 26, non abbiamo bisogno di credere a tutte le notizie che la storiografia dei popoli gentili contiene poiché, come dice Varrone, gli storici quasi di proposito e con impegno si scontrano in vari argomenti, ma con libertà accettiamo quelle notizie che non contrariano quei Libri, ai quali riteniamo obbligatorio dover credere. Riguardo ai luoghi di fenomeni sorprendenti, con i quali intendiamo dimostrare ai pagani quelli del mondo futuro, bastino quelli che anche noi possiamo costatare e i cui testimoni attendibili non è difficile incontrare. Riguardo poi al tempio di Venere e alla lucerna inestinguibile, non solo non siamo posti alle strette, ma ci si apre un campo in cui spaziare. Aggiungiamo a questa lucerna inestinguibile anche i molti fatti sorprendenti delle arti umane e magiche, cioè dei demoni per mezzo degli uomini e degli stessi demoni da soli. Se volessimo negarli, contraddiremmo alla stessa verità della sacra Scrittura in cui crediamo. Dunque in quella lucerna o l'arte umana ha prodotto un congegno dalla pietra inestinguibile o è avvenuto mediante l'arte magica che gli uomini nel tempio ne rimanessero stupefatti o un qualche demone si è fatto avanti col nome di Venere con tanta efficacia che in esso si manifestò questo prodigio agli uomini e vi rimase a lungo. I demoni sono allettati a mostrarsi attraverso le creature che non loro ma Dio ha creato. Lo fanno con attrattive maggiori, diverse in base alla propria diversità, non come gli animali con i cibi ma come spiriti, con manifestazioni congeniali alla soddisfazione dei singoli, attraverso i vari generi di pietre, erbe, alberi, animali, canti, riti. Per essere attirati dagli uomini prima li ammaliano con furberia molto sottile, o istillando nel loro cuore un occulto veleno o manifestandosi con ipocrite amicizie, e rendono i loro pochi scolari maestri di moltissimi. Non era possibile infatti, se prima gli stessi demoni non lo insegnavano, apprendere che cosa ciascuno di loro desidera, che cosa detesta, con quale nome lo si può invitare, con quale costringerlo. Da qui le arti magiche e gli operatori di esse. Essi s'impossessano del cuore dei mortali e di questo possesso si vantano moltissimo, soprattutto quando si trasformano in angeli di luce 27. Vi sono dunque molte loro azioni che quanto più riconosciamo meravigliose, con tanta maggior cautela dobbiamo schivare, ma anche esse ci sono utili all'argomento che stiamo trattando. Infatti, se gli immondi demoni hanno il potere di compiere queste azioni, quanto maggior potere hanno gli angeli santi, quanto maggior potere su tutti loro ha Dio che ha reso anche gli angeli operatori di tanti miracoli.

... e le tecniche umane.
6. 2. Si costruiscono dunque tanti e tali ordigni meravigliosi, che definiscono (congegni), con una creatura di Dio, mediante l'impiego di arti umane, sicché coloro che ignorano tali fatti ritengono che siano opera di Dio. È avvenuto, ad esempio, che in un tempio erano stati posti magneti sul pavimento e sulla volta a volumi proporzionati. Per coloro, che non sapevano che cosa vi fosse in alto e in basso, sembrava che un'immagine di ferro rimanesse sospesa come per potere del dio a mezz'aria fra l'uno e l'altro magnete 28. Abbiamo già parlato della possibilità che qualcosa di simile fosse stato operato da un artigiano nella lucerna di Venere con la pietra inestinguibile. I demoni hanno potuto esaltare le azioni dei maghi, che la Bibbia definisce stregoni e incantatori, al punto che a un grande poeta è sembrato che l'incantesimo fosse congeniale al sentimento degli uomini, dicendo di una donna eminente in tale arte: Costei garantisce di liberare con canti le coscienze che vuole, ma produce in altre dure angosce, di fermare l'acqua nei fiumi e di far tornare indietro le stelle; chiamerà per nome le ombre dei morti nella notte; udrai mugghiare la terra sotto i piedi e i frassini scendere dai monti 29. A più forte ragione quindi Dio può conseguire effetti che ai pagani sembrano incredibili, ma sono fattibili dalla sua potenza. Egli difatti ha prodotto l'energia dei magneti e degli altri corpi, l'ingegno degli uomini i quali li usano con ammirevoli risultati e le nature angeliche più potenti di tutti gli esseri animati della terra. Egli l'ha fatto con un potere meraviglioso che supera ogni cosa meravigliosa e con la sapienza dell'agire, dell'ordinare e del lasciare agire perché muove al fine tutte le cose con l'atto meraviglioso con cui l'ha create.

Differenti criteri nella spiegazione.
7. 1. Perché dunque Dio non potrebbe fare che risorga il corpo dei morti e che sia tormentato nel fuoco il corpo dei dannati, Egli che ha creato il mondo, pieno di cose meravigliose nel cielo, sulla terra, nell'aria e nell'acqua, poiché anche il mondo è un'opera meravigliosa più grande e più stupenda di tutte quelle di cui è pieno? Ma costoro, con i quali o meglio contro i quali stiamo discutendo, credono che Dio esiste, che da lui è stato creato il mondo, che da lui sono stati creati gli dèi, mediante i quali da lui è governato il mondo. Non negano anche o senz'altro esaltano le potenze del mondo operatrici di fenomeni meravigliosi, o spontanei o ottenuti con l'esercizio o con un rito o anche magici. Eppure quando noi proponiamo l'energia meravigliosa di altre potenze, che non sono animali ragionevoli né spiriti dotati di ragione, come sono alcuni fatti che abbiamo menzionato, di solito rispondono: "È un'energia della natura, la loro natura si comporta così, sono proprietà di nature specifiche". Dunque la spiegazione definitiva del motivo per cui il fuoco fa scorrere il sale di Agrigento e l'acqua lo fa sfrigolare è questo, che è la sua natura. Ma il fatto sembra piuttosto contro natura perché essa ha dato all'acqua e non al fuoco di liquefare il sale e al fuoco e non all'acqua di bruciarlo. Ma, osservano essi, è un'energia naturale del sale subire da essi effetti contrari. Tale spiegazione quindi si dà pure della sorgente di Garamanto, in cui una medesima polla è fredda di giorno e bolle di notte e con l'uno e l'altro stato causa dolore a chi tocca; si dà anche dell'altra sorgente che, essendo fredda per coloro che la palpano, spegne, come le altre sorgenti, una fiaccola accesa, al contrario e sempre con effetto mirabile essa stessa ne accende una spenta. È una spiegazione che si darebbe anche della pietra asbesta che, pur non avendo un proprio ardore, ricevutolo dall'esterno, lo ha così intenso che non è possibile spegnerlo. Altrettanto si dice anche dei rimanenti fenomeni, che rincresce ripetere, perché, sebbene sembri che in essi si abbia un'insolita energia contro natura, l'unica spiegazione che di essi si può dare è che quella energia è secondo la loro natura. È stringata questa spiegazione e concisa la risposta, lo ammetto. Ma poiché Dio è l'artefice di tutte le nature, perché mai i pagani non vogliono che noi ne diamo una spiegazione più stringente, quando ricusano di accettare una verità come se fosse un assurdo e a loro che chiedono la motivazione della spiegazione rispondiamo che questa è la volontà di Dio onnipotente? Egli certamente è considerato onnipotente per l'unica ragione che può ciò che vuole e ha potuto porre in atto cose che se non fossero osservate direttamente o riferite oggi da testimoni attendibili, si considererebbero inverosimili, non solo quelle che dalle nostre parti non sono affatto conosciute ma anche quelle che, assai conosciute, ho riferito. È poi consentito senza censura non credere a quei fenomeni che [dalle nostre parti] non hanno un teste, esclusi coloro dei quali su questi fatti abbiamo letto i libri, e a quei fenomeni che sono stati tramandati da scrittori non ispirati divinamente e che hanno potuto umanamente essere in errore.

Nostra base critica è il volere di Dio.
7. 2. Neanche io voglio che si creda senza un criterio a tutti i casi che ho citato, perché neanche da me sono creduti, come se nel mio pensiero non vi sia una sospensione di giudizio, fatta eccezione per quelli che ho costatato di persona ed è facile a ognuno di costatare. È il caso della calce che ribolle nell'acqua ed è fredda nell'olio; del magnete che, non saprei per quale impercettibile attrazione, non muove uno stelo e attira il ferro; della carne del pavone che non imputridisce, sebbene sia imputridita anche quella di Platone; della paglia così ghiacciata che non lascia sciogliere la neve, così calda che muove i frutti a maturare; della fiamma incandescente che in base alla sua incandescenza, nel cuocere i mattoni, li rende bianchi e contro la sua incandescenza, nel bruciare, annerisce molti oggetti. Fenomeno simile è quello che nere macchie si spandono dal limpido olio ed egualmente che nere linee siano tracciate col bianco argento; altrettanto si dice dei carboni giacché con la fiamma si ha un passaggio all'opposto, in quanto essi deformi si traggono da splendidi legni, fragili da duri, non soggetti a imputridire da soggetti a imputridire. Di questi fenomeni io ne conosco alcuni con molti altri, alcuni con tutti e ne conosco molti altri che sarebbe stata una divagazione addurre in questo libro. Su tutti questi fenomeni, che ho citato, non conosciuti per diretta osservazione ma dalla lettura, non ho potuto incontrare testimoni attendibili, da cui informarmi se fossero veri, fuorché su quella sorgente, in cui le fiaccole accese si spengono e quelle spente si accendono, e sulle frutta del territorio di Sodoma all'esterno quasi mature ed all'interno vuote. E neanche ho incontrato individui i quali affermassero di aver visto la sorgente nell'Epiro, ma alcuni che conoscevano una sorgente eguale non lontano da Grenoble. Sui frutti degli alberi di Sodoma non parlano soltanto libri degni di fede ma parecchi affermano di averli visti, sicché non ne posso dubitare. Considero i casi rimanenti con un criterio tale da decidere che non si possono né negare né affermare, però ho allegato anch'essi perché li ho letti negli storici pagani contro i quali stiamo trattando. Voglio dimostrare in questo modo che molti di loro credono senza alcuna spiegazione a molti fatti riferiti nei libri dei loro letterati, eppure si rifiutano di credere a noi, anche se si dà una spiegazione, quando affermiamo che Dio attuerà ciò che trascende la loro facoltà di osservare e percepire. Infatti si dà una spiegazione più vera e più valida di simili fenomeni soltanto quando si dimostra che l'Onnipotente ha il potere di attuarli e si afferma che attuerà quei fatti che, come si legge nella Bibbia, Egli ha preannunziato, perché in essa ne ha preannunziati molti altri che, come si può costatare, Egli ha attuato. Egli attuerà, perché ha predetto di attuare, eventi che sembrano impossibili e li ha promessi e attuati affinché fatti incredibili fossero creduti dai pagani increduli.

Si danno due diverse prospettive di credibilità.
8. 1. Potrebbero rispondere di non credere alla nostra tesi sui corpi umani che brucerebbero per sempre senza mai morire. Sappiamo infatti che la natura del corpo umano è strutturata in tutt'altra maniera, sicché non si può dare la spiegazione che si dava di quelle nature meravigliose dicendo: "Questa è un'energia naturale, tale è la natura di questo corpo", perché sappiamo che non è questa la natura della carne umana. Noi cristiani abbiamo la risposta dalla sacra Scrittura, che proprio la carne umana fu strutturata in un'altra maniera prima del peccato, cioè che non avrebbe mai subito la morte; in altra maniera dopo il peccato, cioè quale si è rivelata nell'angoscia di questa soggezione alla morte, sicché non può conservare la perennità della vita; quindi nella risurrezione dei morti sarà strutturata diversamente da come è conosciuta da noi. Ma i pagani non credono alla sacra Scrittura, in cui si legge in quale condizione visse l'uomo nel paradiso terrestre e in quali termini fu immune dalla ineluttabilità del morire. Se vi credessero, non staremmo a trattare con loro tanto faticosamente sulla futura pena dei dannati. Si deve quindi dai libri di coloro, che furono assai dotti ai loro tempi, allegare qualche brano da cui risulti la possibilità che un essere qualunque venga a trovarsi in una condizione diversa da come si era manifestato precedentemente nella realtà secondo il limite della propria natura.

Varrone e le fasi del pianeta Venere.
8. 2. V'è nell'opera di Marco Varrone, intitolata La razza del popolo romano, un brano che citerò qui con le medesime parole del testo: Nel cielo, dice, si manifestò un meraviglioso portento; difatti Castore scrive che nella molto luminosa stella di Venere, che Plauto chiama astro della sera 30, e Omero, definendola bellissima, stella della sera 31, si manifestò un portento così grande al punto che mutò colore, grandezza, forma, corso, ed è un fatto che né prima né poi avvenne. Adrasto di Cizico e Dione di Napoli, famosi astronomi, affermavano che l'evento si ebbe sotto il re Ogige 32. Varrone, grande scrittore, certamente non lo avrebbe considerato portento se non l'avesse ritenuto contro natura. Noi infatti pensiamo che tutti i portenti siano contro natura, ma in verità non lo sono. Non può essere contro natura ciò che avviene per la volontà di Dio, perché la volontà dell'eccelso Creatore è la natura di qualsiasi essere creato. Il portento dunque non avviene contro natura ma contro quella natura che a noi si manifesta. Difatti non si può calcolare il gran numero di portenti che è contenuto nella storia dei popoli. Ma ora rivolgiamo l'attenzione a un solo caso che attiene all'argomento di cui stiamo trattando. Ora nessun essere è stato così ordinato dall'Autore dell'ordine naturale del cielo e della terra come il sommamente ordinato corso delle stelle, ratificato anche da leggi così stabili e fisse. Tuttavia quando Egli, che regge con supremo dominio e ordine il creato, ha voluto, una stella, molto nota fra le altre per grandezza e splendore, ha mutato il colore, la grandezza, la forma e, quel che meraviglia maggiormente, l'ordine e la legge del proprio corso. Il fatto certamente pose in crisi, se già vi erano, le leggi degli astronomi, che essi conservano in formule quasi con calcolo infallibile sul passato e sull'avvenire degli astri e, conformandosi a queste leggi, hanno osato dire che quel che è avvenuto del pianeta di Venere né prima né dopo è avvenuto. Ma noi nei libri della Bibbia leggiamo che perfino il sole si è fermato quando lo chiese da Dio Signore il santo uomo Giosuè di Nave fino a quando la vittoria pose fine alla battaglia in corso 33; e che tornò indietro affinché i quindici anni di vita in più, assegnati al re Ezechia 34, fossero simboleggiati con questo prodigio aggiunto alla promessa di Dio. Ma quando i pagani sono convinti che questi miracoli, accordati ai meriti dei santi, sono avvenuti, li attribuiscono alle arti magiche. Da qui il pensiero, che ho riportato precedentemente, formulato da Virgilio: [La maga garantisce di] fermare l'acqua nei fiumi e di far tornare indietro le stelle 35. Leggiamo infatti nella Bibbia che questo fenomeno è avvenuto, cioè che un fiume si fermò a monte e continuò a scorrere a valle, quando il popolo di Dio, sotto la guida del nominato Giosuè di Nave, attraversava una strada 36, e quando l'attraversavano il profeta Elia e poi il suo discepolo Eliseo 37. Abbiamo ricordato anche, poco fa, che regnando Ezechia l'astro più grande tornò indietro. Invece riguardo a ciò che Varrone ha scritto sulla stella del mattino non è stato espresso che fu un favore accordato a qualche personaggio autorevole.

Somiglianza e dissomiglianza delle fisionomie.
8. 3. Quindi i pagani non facciano levare a proprio vantaggio una nebbia sulla conoscenza delle nature, come se non sia possibile che per intervento di Dio avvenga in un essere qualcosa di diverso da ciò che nella natura di esso hanno conosciuto mediante la personale esperienza umana; eppure anche le cose, che nel mondo sono note a tutti, non sono meno meravigliose e sarebbero ammirevoli per tutti coloro che le osservano, se gli uomini non fossero soliti di ammirare come cose meravigliose soltanto quelle rare. Con riflessa ponderazione ognuno può costatare che nell'incalcolabile numero degli uomini, anche per la grande rassomiglianza della natura e con formula altamente ammirevole, ciascuno ha una propria fisionomia e che, se le singole non fossero simili l'una con l'altra, il loro aspetto non si distinguerebbe da quello degli altri animali e d'altra parte, se non fossero dissimili fra di loro, gli individui non si distinguerebbero l'uno dall'altro. Quindi quelli stessi che consideriamo simili, li riscontriamo dissimili. Ma desta maggior meraviglia la riflessione sulla dissomiglianza, poiché pare che la natura comune più convenientemente esiga la somiglianza. Eppure, poiché le cose rare sono più ammirevoli, ci meravigliamo molto di più quando incontriamo due così somiglianti che, nel distinguerli, sempre o spesso prendiamo abbaglio.

Il prodigio di Sodoma in atto.
8. 4. Ma forse i pagani non credono che sia realmente avvenuto quel fenomeno che, come ho detto, è stato riferito da Varrone, sebbene sia un loro storico e il più dotto; ovvero sono meno impressionati da questo caso perché l'altra traiettoria dell'astro non rimase a lungo, ma si è avuto il ritorno al consueto. Hanno quindi un altro caso che anche adesso si può osservare e penso che a loro dovrebbe bastare per essere ammoniti, qualora notassero qualcosa in qualche conformazione della natura e ne avessero l'evidenza, che non per questo debbono imporsi a Dio, come se Egli non la possa mutare o trasformare in qualcosa di molto diverso da quel che era da loro conosciuta. La regione di Sodoma non era com'è attualmente, ma si stendeva in una configurazione eguale alle altre e godeva prestigio per la medesima o anche più notevole fertilità, tanto che nella sacra Scrittura è stata paragonata al giardino di Dio 38. Essa, dopo che fu sinistrata, come narra anche la storia di quei popoli 39, e come si può costatare da coloro che si recano in quei luoghi, è di raccapriccio a causa di una mostruosa fuliggine e i suoi frutti, sotto la menzognera apparenza della maturazione, contengono cenere all'interno. Ecco, non era così e adesso lo è. Ecco, dal Creatore delle nature la sua natura con sorprendente cambiamento è stata trasformata in un'apparenza diversa assai ripugnante e quel che è avvenuto da tanto tempo si mantiene per tanto tempo.

Varia terminologia sull'ammirevole.
8. 5. Come dunque non fu impossibile a Dio creare le nature che volle creare, così non gli è impossibile trasformarle, perché le ha create, in quel che vuole. Da qui s'infittisce come in un bosco una moltitudine di fatti miracolosi che si denominano monstra, ostenta, portenta, prodigia. Se li volessi rievocare e passare in rassegna tutti, non si vedrebbe la fine di quest'opera. Affermano comunque che monstra derivano da monstrare, perché dimostrano facendo conoscere qualcosa; ostenta da ostendere; portenta da portendere, cioè perché fanno presagire, e prodigia, perché dicono in appresso, cioè preannunziano il futuro. Ma se la vedano i loro indovini in quali termini o sono ingannati da questi segni; o anche predicono il vero per subornazione degli spiriti, che hanno interesse a impigliare nelle reti di una dannosa curiosità la coscienza degli uomini meritevoli di tale pena; ovvero talora fra tante ciance inciampano in qualcosa di vero. Per noi tuttavia queste pratiche avvengono apparentemente contro natura e sono considerate contro natura. In base a un modo di agire umano appunto ha parlato l'Apostolo, dicendo che l'ulivo selvatico, inserito contro natura nell'ulivo, è divenuto partecipe della linfa dell'ulivo 40. Dunque quei fenomeni che si denominano monstra, ostenta, portenta, prodigia devono mostrare, ostendere, portendere e predire che Dio compirà gli atti che ha preannunziato di compiere sul corpo degli uomini perché non lo trattiene alcuna difficoltà, non l'ostacola una legge di natura. Penso di avere informato a sufficienza nel libro precedente in quali termuni lo ha preannunziato, spigolando dai libri della Bibbia del Nuovo e Antico Testamento non tutti i brani attinenti all'argomento, ma quelli che ho ritenuti sufficienti a quest'opera.

Fuoco eterno per gli angeli ribelli e per i reprobi (9-12)

Il fuoco e il verme che non cesseranno.
9. 1. Dunque ciò che, mediante il suo profeta, Dio ha detto sull'eterno tormento dei dannati, avverrà, in ogni senso avverrà: Il loro verme non morirà e il loro fuoco non si spegnerà 41. Gesù, per inculcare più energicamente questa verità, sostituendo le parti del corpo, che scandalizzano un uomo, a quegli uomini che qualcuno ama come le parti destre del suo corpo e per ingiungere di reciderle, ha detto: È un bene per te entrare monco nella vita che con due mani andare nella geenna, nel fuoco inestinguibile, in cui il loro verme non muore e il fuoco non si spegne. Similmente del piede: È un bene per te entrare storpio nella vita eterna che con due piedi essere gettato nella geenna del fuoco inestinguibile, in cui il loro verme non muore e il fuoco non si spegne. Non diversamente parla dell'occhio: È un bene per te entrare cieco di un occhio nel regno di Dio che con due occhi essere gettato nella geenna di fuoco, in cui il loro verme non muore e il fuoco non si spegne 42. Non gli è rincresciuto in un solo brano ripetere tre volte le medesime parole. A chi non incuterebbe spavento questa ripetizione e l'accenno così energico nell'accento divino a quella pena?

Possibili interpretazioni del fuoco e del verme.
9. 2. Coloro i quali sostengono che l'uno e l'altro, cioè il fuoco e il verme, appartengono alle pene dell'anima spirituale e non del corpo, affermano anche che i reprobi, i quali saranno esclusi dal regno di Dio, saranno bruciati dal dolore dell'anima, perché si pentono tardi e senza frutto e perciò propugnano la possibilità che non impropriamente il fuoco sta ad indicare questo dolore bruciante. Di qui la frase dell'Apostolo: Chi riceve scandalo e io non ne sia bruciato? 43. Ritengono poi che anche il verme si deve intendere con il medesimo significato. Infatti, dicono, è scritto: Come la tarma rode il panno e il tarlo il legno, così la tristezza tormenta il cuore dell'uomo 44. Invece coloro, i quali non dubitano che in quel tormento si avranno pene e dell'anima e del corpo, affermano che il corpo è bruciato dal fuoco e che l'anima in certo senso è corrosa dal verme della tristezza. Questa interpretazione è più accettabile, perché è certamente assurdo che in quello stato manchi il dolore del corpo e dell'anima. Io tuttavia sono propenso a dire che l'uno e l'altro, anziché né l'uno né l'altro, appartengano al corpo e perciò nelle parole della sacra Scrittura non è stato espresso il dolore dell'anima perché risulta, anche se non si esprime, che se il corpo soffre in quel modo, anche l'anima sia tormentata da un inutile pentimento. Si legge in un libro dell'Antico Testamento: Punizione della carne dell'empio sono il fuoco e il verme 45. Si poteva dire più brevemente: "Punizione dell'empio". È stato dunque detto: della carne dell'empio, soltanto perché l'uno e l'altro, cioè il fuoco e il verme, saranno tormento della carne. Si dà il caso che abbia inteso dire punizione della carne, appunto perché nell'uomo sarà punita la colpa d'essere vissuto secondo la carne e per questo giungerà alla seconda morte, che l'Apostolo ha indicato con le parole: Se vivrete secondo la carne, morirete 46. Perciò ciascuno scelga il significato che preferisce, o assegnare il fuoco al corpo e il verme all'anima, il primo in senso proprio, l'altro in senso figurato, ovvero l'uno e l'altro al corpo in senso proprio. In precedenza 47 ho sufficientemente dimostrato che gli esseri animati possono rimanere in vita anche nel fuoco in una ustione che non distrugge, in un dolore che non fa morire mediante un miracolo del Creatore sommamente onnipotente. Chi nega che un'opera simile gli sia impossibile, ignora da chi proviene tutto ciò che nella natura desta meraviglia. Egli è il Dio che ha compiuto nel mondo le grandi e piccole opere meravigliose che abbiamo menzionato e, al di là di ogni confronto, molte altre che non abbiamo menzionato e le ha inserite nel mondo stesso con un solo, stupendo miracolo. Dunque ciascuno scelga dei due termini quello che preferisce, se ritiene che il verme attiene in senso proprio al corpo ovvero, con un linguaggio traslato dal settore fisico allo spirituale, all'anima. Quale delle due ipotesi sia la vera, lo indicherà senza difficoltà l'attualità stessa delle cose, quando la capacità di comprendere degli eletti sarà così perfetta che per loro non sarà più necessaria l'immediata percezione per conoscere quelle pene, ma per comprendere anche questo stato basta soltanto quella sapienza che fuori del tempo sarà piena e definitiva. Difatti ora comprendiamo solo in parte finché giunga ciò che è definitivo 48. Per ora tuttavia non dobbiamo affatto ritenere che i corpi non siano condizionati a subire dolori mediante il fuoco.

Il fuoco eterno per l'essere spirituale.
10. 1. A questo punto si presenta il problema: se il fuoco non sarà immateriale, come è il dolore dell'anima, ma fisico, dannoso alla sensibilità tattile, in modo che da esso siano straziati i corpi, in che senso in esso si avrà la punizione anche degli spiriti malvagi? Sarà infatti un medesimo fuoco assegnato al tormento degli uomini e dei demoni, giacché Cristo ha detto: Via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli 49. Però, secondo l'opinione di uomini dotti, anche i demoni hanno un proprio corpo formato da aria densa e umida, il cui influsso sui sensi si avverte quando soffia il vento. E se questo tipo di elemento fosse insensibile al fuoco, non scotterebbe quando vien fatto bollire nei bagni. Affinché scotti, viene scottato per primo ed agisce quando subisce. Se poi qualcuno sostiene che i demoni non hanno corpo, sull'argomento non c'è da affannarsi in un'affaticata indagine né scontrarsi in una sdegnosa polemica. Piuttosto dobbiamo ammettere che anche gli esseri spirituali, privi di corpo, in maniera reale, sebbene sorprendente, possono essere tormentati con la punizione del fuoco sensibile perché, se l'essere spirituale degli uomini, pure esso certamente incorporeo, ha potuto nel tempo essere unito alle parti di un corpo, potrà anche fuori del tempo essere avvinto indissolubilmente nei rapporti del proprio corpo. Dunque l'essere spirituale dei demoni, o meglio i demoni stessi, esseri spirituali, se non hanno il corpo, saranno congiunti, sebbene senza corpo, al fuoco che è corpo, per esserne straziati. E questo non allo scopo che il fuoco stesso, cui sono congiunti, sia vivificato dalla loro unione e diventi un essere animato che è composto di anima e di corpo ma perché, come ho detto, congiungendosi in maniera sorprendente e ineffabile ricevano dal fuoco la punizione e non diano al fuoco la vita. Infatti anche quest'altra maniera, con cui gli esseri spirituali si congiungono al corpo e diventano esseri animati, è assolutamente meravigliosa e non si può comprendere dall'uomo, eppure proprio questo è l'uomo.

Possibili interpretazioni.
10. 2. Direi quasi che gli esseri spirituali bruceranno senza un proprio corpo, come bruciava nell'inferno quel ricco, quando gridava: Sono straziato da questa fiamma 50, se non avvertissi che si può convenientemente rispondere che quella fiamma era omogenea agli occhi che levò in alto per vedere Lazzaro, alla lingua su cui desiderò fosse versata una stilla d'acqua, come al dito di Lazzaro al quale chiese che gli fosse accordato questo favore; eppure in quel luogo le anime erano senza il corpo. Allo stesso modo era incorporea la fiamma, da cui era bruciato, la goccia che richiese, come lo sono anche le immagini nel sogno dei dormienti o ancor di più gli esseri incorporei per coloro che intuiscono nell'estasi, sebbene abbiano la parvenza di corpo. Infatti in tali visioni è presente con lo spirito e non con il corpo, in quello stato tuttavia si raffigura simile al suo corpo, sicché non si riesce affatto a distinguere. La geenna, che è stata considerata anche come uno stagno di fuoco e di zolfo 51, sarà fuoco fisico e strazierà il corpo dei dannati, ossia e degli uomini e dei demoni, di carne quello degli uomini, d'aria quello dei demoni; ovvero strazierà il corpo con l'anima soltanto degli uomini, i demoni invece come esseri spirituali senza corpo, congiunti al fuoco fisico per subire la pena e non per comunicare la vita. Sarà un solo fuoco per gli uni e per gli altri, come ha detto la Verità 52.

Polemica sull'eternità delle pene.
11. Alcuni di quelli, contro i quali difendiamo la Città di Dio, ritengono ingiusto che per i peccati, sebbene gravi, ma commessi in un breve spazio di tempo, un individuo sia condannato a una pena eterna. Ragionano come se la giustizia di una qualche legge contempli che ciascuno sia punito per lo spazio di tempo identico a quello durante il quale ha commesso l'azione di cui è punito. Cicerone scrive che nel codice sono contemplate otto forme di pene: il risarcimento, la prigione, la flagellazione, il taglione, il marchio d'infamia, l'esilio, la morte, la schiavitù. Ora nessuna di esse è ristretta al breve spazio di tempo in corrispondenza alla rapidità del reato, in modo da essere punito nel breve spazio di tempo, durante il quale si accerta che è stato commesso il reato, escluso il caso del taglione. Questo infatti comporta che si subisca ciò che si è commesso. Da qui la prescrizione della Legge: Occhio per occhio, dente per dente 53. Può avvenire infatti che un individuo con il rigore della punizione perda un occhio nel breve spazio di tempo in cui egli con la malvagità della colpa lo ha strappato all'altro. Inoltre se è ragionevole punire con la sferza un bacio dato alla donna d'altri, non è forse vero che chi lo ha fatto in un attimo di tempo viene fustigato in uno scorrere impareggiabile di ore e la dolcezza di un breve piacere viene punita con un dolore di lunga durata? Si deve forse emettere la sentenza che un individuo rimanga in carcere per lo spazio di tempo corrispondente a quello in cui ha compiuto l'azione, per cui ha meritato di essere imprigionato, mentre uno schiavo molto giustamente sconta nei ceppi pene di anni, perché con una parola o con una percossa, azioni che si compiono in un istante, ha oltraggiato o ferito il suo padrone? E poi il risarcimento, il marchio d'infamia, l'esilio e la schiavitù, poiché spesso sono inflitti con la riserva che non siano condonati, non sono forse, nei limiti della vita presente, simili alle pene eterne? Quindi non possono essere eterni perché anche la vita, che da essi è danneggiata, non si protende in eterno e tuttavia le colpe, che sono punite da pene a un assai lungo termine di tempo, sono compiute in un tempo assai limitato. Inoltre non v'è mai stato alcuno il quale sostenesse la teoria che le sofferenze dei delinquenti devono aver termine così alla svelta, come alla svelta sono stati perpetrati o l'omicidio o l'adulterio o il furto sacrilego o un qualsiasi altro crimine da commisurarsi non dal lasso di tempo, ma dalla gravità dell'infrazione del diritto e della morale. Riguardo poi a colui che per un grave delitto viene punito con la morte, le leggi forse valutano la sua pena capitale dal brevissimo attimo in cui viene giustiziato e non dal fatto che lo sottraggono per sempre alla società dei vivi? Ed è la stessa cosa sottrarre con la pena della prima morte gli uomini dalla città che avrà fine e con la pena della seconda morte dalla città che non avrà fine. Come infatti le leggi della città terrena non hanno come obiettivo che un giustiziato ritorni in essa, così le leggi dell'altra che un condannato alla seconda morte sia richiamato alla vita eterna. Ma, obiettano i pagani, in che senso è vero quel che ha detto il vostro Cristo: Con la misura con cui avete misurato, si misurerà a voi in cambio 54, se il peccato nel tempo è punito con la pena dell'eternità?. Essi non riflettono che la stessa misura non è stata indicata sulla base del medesimo periodo di tempo ma sulla base della reciprocità del male, nel senso che chi ha fatto il male deve subire il male. Tuttavia la frase si potrebbe specificamente interpretare in relazione all'argomento, di cui il Signore trattava quando la proferiva, e cioè ai giudizi e alla condanna. Perciò chi giudica e condanna ingiustamente, se è giudicato e condannato giustamente, riceve nella stessa misura, sebbene non ciò che ha dato. Con un giudizio ha commesso, con un giudizio subisce, sebbene con la condanna abbia commesso un atto d'ingiustizia e subisca con la condanna un atto di giustizia.

Giustizia ed equità della pena.
12. Ma la pena eterna sembra spietata e ingiusta all'umana conoscenza, perché nell'attuale inettitudine di defettibili conoscenze manca la conoscenza della sapienza sublime e illibata, con cui si può conoscere quale grande colpa è stata commessa con la prima trasgressione. Quanto più l'uomo aveva in Dio la felicità, con tanta maggiore empietà abbandonò Dio e si rese degno del male eterno perché distrusse in sé quel bene che poteva essere eterno. Da qui deriva tutta intera la massa dannata del genere umano, poiché colui che per primo commise la colpa fu punito in tutta la discendenza che in lui aveva avuto il rampollo. Perciò nessuno è liberato da questa giusta e dovuta pena, se non dalla misericordiosa e non dovuta grazia, e così il genere umano è ripartito in modo che in alcuni si manifesti ciò che consegue la grazia misericordiosa, in altri la giusta punizione. E non si può verificare l'una e l'altra situazione in tutti perché, se tutti persistessero nelle pene della giusta condanna, in nessuno si manifesterebbe la grazia misericordiosa e se tutti fossero ricondotti dalle tenebre alla luce, in nessuno si manifesterebbe la realtà della punizione. E perciò in essa ve ne saranno molti di più affinché così si riveli ciò che spetterebbe a tutti. E se la condanna fosse aggiudicata a tutti, nessuno potrebbe con giustizia biasimare la giustizia di chi punisce; ma giacché molti ne sono liberati, devono rendere grazie infinite al dono gratuito di chi libera.

Pene purificatrici in vita e dopo morte (13-16)

I Platonici per pene temporanee.
13. I platonici, sebbene affermino che nessun peccato deve rimanere impunito, ritengono tuttavia che tutte le pene siano volte alla purificazione, tanto se inflitte dalle leggi umane che divine, sia in questa vita come dopo morte, qualora in questa vita un individuo ne è esente o ne è così colpito che non si emenda. Da qui il pensiero di Virgilio in cui, dopo aver detto dei corpi di terra e delle membra soggette a morire che le anime da essi temono, desiderano, soffrono e godono e non vedono la libera aria perché chiuse nelle tenebre e in un'orrida prigione, aggiunge le parole: Anzi la vita assieme all'ultima luce le ha abbandonate (cioè la vita le ha abbandonate con il loro ultimo giorno), tuttavia, soggiunge, dagli infelici non si allontana definitivamente ogni male, non fuggono tutti i contagi corporei ed è necessario che molti assilli a lungo induritisi, si sviluppino in strane maniere. Quindi sono travagliate dalle pene e pagano il fio di antiche colpe; alcune ciondolano senza forza sospese ai venti, ad altre viene cancellato un peccato non emendato sotto un gorgo profondo o è bruciato dal fuoco 55. Coloro che la pensano così sostengono che dopo la morte vi saranno soltanto pene purificatrici e poiché gli elementi al di sopra della terra sono l'acqua, l'aria, il fuoco, con uno di essi dovrebbe essere reso mondo mediante le pene di espiazione ciò che è stato imbrattato dalla contaminazione della terra. L'aria è accennata nell'inciso: Sospese ai venti, l'acqua nell'altro: Sotto un gorgo profondo, il fuoco invece è stato indicato espressamente col proprio nome: O è bruciato dal fuoco. Noi ammettiamo che anche in questa vita, la quale dovrà finire, vi sono alcune pene purificatrici, non quelle da cui sono tribolati coloro, la cui vita con esse non diviene più onesta, ma al contrario più disonesta, ma sono purificatrici per coloro che, indotti da esse alla riflessione, si ravvedono. Tutte le altre pene, tanto temporanee che eterne, in relazione al modo con cui ognuno deve essere trattato dalla divina Provvidenza, sono applicate tanto per i peccati o passati o per quelli in cui trascorre la vita colui che ne è colpito, come per promuovere ed evidenziare le virtù mediante uomini ed angeli buoni e cattivi. Difatti anche se qualcuno subisce qualcosa di male per la cattiveria o l'errore di un altro, pecca certamente l'uomo che per ignoranza o malvagità commette un'azione cattiva contro l'altro, ma non pecca Dio che per un giusto e occulto giudizio permette che questo avvenga. Ma alcuni subiscono pene temporanee soltanto in questa vita, alcuni dopo la morte, altri prima e dopo, ma tuttavia prima dell'ultimo giudizio molto severo. Ora non tutti quelli che dopo la morte subiscono pene temporanee vanno alle pene eterne che si avranno dopo il giudizio finale. Abbiamo già premesso appunto che ad alcuni la colpa, che non viene condonata nel tempo, è condonata fuori del tempo 56, affinché non siano puniti con l'eterna condanna del mondo futuro.

Espiazione in vita anche per i bambini.
14. Sono molto pochi quelli che non espiano colpe in questa vita, ma soltanto dopo di essa. Eppure io stesso ho conosciuto e ho parlato con alcuni che fino all'età decrepita non avevano sofferto neppure una assai lieve febbriciattola e avevano trascorso una vita tranquilla. Tuttavia la vita dei mortali è di per sé tutta un castigo perché è tutta una tentazione, come sentenzia la sacra Scrittura, in cui è scritto: Non è forse una tentazione la vita umana sulla terra? 57. Difatti non è un piccolo castigo la mancanza di educazione alle lettere e al lavoro e giustamente si ritiene che si deve superare al punto che attraverso castighi assai penosi i fanciulli sono costretti ad apprendere un qualche mestiere e le lettere; e l'apprendere stesso, al quale sono obbligati con castighi, è per loro tanto penoso che talvolta, anziché apprendere, preferiscono sopportare i castighi, con i quali sono stimolati ad apprendere. Chi non rabbrividirebbe e non sceglierebbe di morire se gli si proponesse l'alternativa, o rassegnarsi a morire o tornare all'infanzia? Essa, poiché inizia la vita non col sorriso ma col pianto, inconsapevolmente predice la serie di dolori che ha iniziato a percorrere. Dicono che soltanto Zoroastro ha riso quando nasceva 58, ma quel riso contro natura non gli ha pronosticato nulla di bene. Si narra infatti che fu l'inventore delle arti magiche, eppure esse non gli giovarono contro i suoi nemici neanche per la vuota felicità della vita presente perché, essendo re della Battriana, fu sconfitto in guerra da Nino re d'Assiria 59. Si ha nella Scrittura: Un giogo pesante grava sui figli di Adamo dal giorno della loro uscita dal grembo della loro madre fino al giorno del ritorno alla madre di tutti 60. È indispensabile che questa legge si avveri al punto che gli stessi bambini, sciolti ormai mediante il lavacro di rigenerazione dal vincolo del peccato originale, da cui soltanto erano legati, ed essendo soggetti a tanti mali, alcuni subiscano anche gli assalti degli spiriti cattivi. E non sia mai che questa soggezione sia loro nociva, se giungeranno alla fine della vita in quell'età, se tale soggezione si aggrava e fa uscire l'anima dal corpo.

In Cristo ci purifichiamo dal male.
15. Nel giogo pesante, che è stato imposto sulle spalle ai figli di Adamo dal giorno dell'uscita dal grembo della loro madre fino al giorno dell'inumazione nella madre di tutti, si ravvisa questa ammirevole punizione, che dobbiamo essere prudenti e comprendere che questa vita, mediante l'infame peccato compiuto nel paradiso terrestre, è divenuta per noi un castigo. Dobbiamo comprendere anche che tutto ciò che con noi si realizza nella nuova alleanza appartiene all'eredità nuova di un mondo nuovo in modo che, ricevuta questa caparra, conseguiamo a suo tempo il bene di cui è caparra e camminiamo in questa vita nella speranza, e andando avanti di giorno in giorno mortifichiamo con lo spirito le opere della carne 61. Infatti il Signore conosce i suoi 62; e: Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio 63, ma per grazia non per natura. L'unico Figlio di Dio per natura è divenuto per noi Figlio dell'uomo nella misericordia affinché noi, figli dell'uomo per natura, con la mediazione, diventassimo per grazia figli di Dio. Rimanendo immutabile assunse da noi la nostra natura per assumerci in essa e conservando la propria natura si rese partecipe della nostra debolezza. Questo affinché, resi più buoni, noi, con la partecipazione a lui, immune dalla morte e dal peccato, ci liberiamo dalla soggezione al peccato e alla morte e conserviamo con la bontà della sua natura il bene che Egli ha operato nella nostra natura nel raggiungimento del sommo bene. Come infatti per il peccato di un solo uomo siamo stati deviati a un male tanto grave 64, così per la giustificazione di un solo uomo, che è anche Dio, torneremo a quel bene tanto sublime. E nessuno si deve illudere di essere passato da quello a lui, se non quando si troverà in una condizione in cui non si avrà più la tentazione, se non avrà raggiunto la pace alla quale anela nelle lotte incessanti di questa guerra, in cui la carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito alla carne 65. Non si avrebbe questa guerra, se la natura umana con il libero arbitrio avesse perseverato nella rettitudine in cui è stata creata. Ora essa, che non volle avere nella felicità la pace con Dio, lotta nell'infelicità con se stessa e, sebbene il male di questa lotta causi infelicità, è uno stato migliore degli inizi della presente vita. È meglio infatti essere in conflitto con i vizi che essere dominati senza conflitto. È meglio, dico, la guerra con la speranza della pace eterna che la prigionia senza il pensiero della liberazione. Desideriamo certamente essere immuni da questa guerra e siamo accesi dal fuoco di un amore divino a raggiungere l'ordinatissima pace, in cui con invariabile stabilità le cose di minor valore siano subordinate a quelle di maggior valore. Ed anche se (non sia mai!) non vi fosse alcuna speranza in un bene così grande, siamo obbligati a preferire di rimanere nell'affanno di questo conflitto anziché permettere ai vizi il dominio su di noi senza resistere ad essi.

Indispensabile la purificazione.
16. In verità è così grande la misericordia di Dio verso i vasi di misericordia 66 predestinati alla gloria, che ne gode anche la prima età dell'uomo, cioè l'infanzia, la quale senza alcuna reazione è subordinata alla carne. Ne gode anche la seconda età, chiamata fanciullezza, in cui la ragione non ha ancora iniziato questa lotta e si abbandona a quasi tutti i divertimenti senza regola perché, quantunque sia in grado di esprimere un pensiero ed abbia quindi visibilmente oltrepassato l'infanzia, in essa la debolezza della coscienza non è ancora capace di una legge del dovere. Però se il bambino riceverà i sacramenti del Mediatore, anche se chiude la vita in quegli anni, essendo trasferito dal potere delle tenebre al regno di Cristo, non solo non è preordinato alle pene eterne, ma dopo la morte non subirà alcuna pena purificatrice. Basta infatti soltanto la rinascita dello spirito per ostacolare dopo la morte ciò che la nascita della carne ha contratto assieme alla morte. Quando si giungerà all'età che ormai comprende il dovere e può essere soggetta all'ordinamento della legge, si deve intraprendere la lotta contro le inclinazioni al male e si deve condurre con coraggio affinché non conduca a peccati degni di condanna. Se esse non sono state ancora rinvigorite dall'abitudine del predominio, sono superate più facilmente e cedono; se invece hanno abitualmente conseguito l'abitudine del predominio, sono superate con affannoso disagio. E non avviene in forma vera e genuina se non nel godimento della vera virtù che si ha nella fede in Cristo. Se infatti agisce la legge che dà l'imperativo e difetta la coscienza che esegue, aumentando e dominando il desiderio di peccato proprio attraverso la proibizione, si aggiunge anche il reato della trasgressione. Talora infatti evidentissime inclinazioni al male sono superate da altre occulte, che sembrano virtù, perché in esse dominano la superbia e una certa dannosa ambizione di sentirsi autosufficiente. Si deve ritenere poi che le inclinazioni sono superate, quando sono superate nell'amore di Dio, che Dio soltanto dà in dono e soltanto attraverso il Mediatore di Dio e degli uomini, l'uomo Cristo Gesù 67, che si è reso partecipe della nostra mortalità per renderci partecipi della sua divinità. Pochissimi sono gli individui di così soddisfacente successo che non commettano fin dalla prima infanzia peccati degni di condanna in azioni disoneste o in delitti o nell'errore contro la vera religione, ma che con grande generosità spirituale reprimano ogni stimolo che, mediante il piacere carnale, potrebbe avere dominio su di loro. Invece moltissimi, avendo accolto le prescrizioni della morale, dopo essere stati sopraffatti dal prevalere dei vizi e divenuti trasgressori di essa, ricorrono all'aiuto della grazia per divenire con essa, in un pentimento veramente sincero e con una resistenza assai vigorosa, vincitori mediante la coscienza, in un primo momento sottomessa a Dio e quindi dominatrice della carne. Chiunque dunque desidera evitare le pene eterne non solo si battezzi, ma ottenga anche la giustificazione in Cristo e passi così realmente dal diavolo a Cristo. E sia certo che le pene purificatrici si avranno soltanto prima del tremendo giudizio finale. Non si deve negare tuttavia che anche il fuoco eterno, in corrispondenza alla diversità delle colpe che l'hanno meritato, sarà per alcuni più lieve, per altri più grave, tanto se la sua intensità varia secondo la pena dovuta a ciascuno, come se ha eguale intensità ma non è sofferto con eguale strazio.

Sei ipotesi degli origenisti misericordiosi (17-22)

1) Pene non eterne per angeli e uomini?
17. Ora noto che si deve trattare e discutere senza polemica con i misericordiosi di noi cristiani, i quali non vogliono ammettere che si avrà la pena eterna per tutti gli uomini, ovvero per alcuni di loro, che il Giudice infinitamente giusto giudicherà degni del tormento della geenna, ma ritengono che dovranno esserne liberati dopo i traguardi di un determinato tempo, più lungo o più breve secondo la gravità del peccato. Il più misericordioso in proposito fu certamente Origene 68, il quale ritenne che anche il diavolo e i suoi angeli, dopo pene più gravi e più lunghe in corrispondenza alla colpa, dovranno essere tratti fuori da quei tormenti e associati ai santi angeli. Ma la Chiesa l'ha giustamente condannato per questo errore e alcuni altri, e soprattutto per quello dell'avvicendarsi interminabile di stati di felicità e di pena e per l'andata e il ritorno in determinati cicli di tempo dagli uni agli altri e viceversa. L'ha condannato perché si è lasciato sfuggire proprio l'assunto per cui sembrava misericordioso nell'assegnare reali stati d'infelicità ai santi, perché in essi subivano le pene, e fittizi stati di felicità, perché in essi non avevano il godimento vero e tranquillo, cioè certo e senza timore, dell'eterno bene. Molto diversamente erra, per un senso di umana compassione, la misericordia di coloro i quali sostengono pene temporanee degli uomini condannati nel giudizio e la felicità eterna di tutti, perché prima o poi sono liberati. L'opinione, se è buona e vera perché è misericordiosa, sarà tanto più buona e più vera se più misericordiosa. La sorgente di simile misericordia scaturisca allargandosi fino agli angeli dannati, da liberarsi almeno dopo molti e lunghi periodi di tempo quanto si voglia. Non è giusto che essa sgorghi verso l'intera natura umana e quando si giungerà a quella angelica, si dissecca all'istante. Eppure non osano andare più in là nel provare compassione e giungere alla liberazione perfino del diavolo. Se qualcuno lo osasse, sicuramente sconfiggerebbe costoro. Eppure si riscontra che questa teoria sbaglia, in forma tanto più biasimevole e tanto più offensiva delle giuste parole di Dio, appunto perché le sembra di avere sentimenti di maggior bontà.

Poiché i santi pregheranno per i fratelli...
18. 1. Vi sono anche alcuni di tal fatta quale io ho potuto costatare nelle nostre conversazioni, i quali, sebbene apparentemente rispettino la sacra Scrittura, sono da disapprovare per la moralità e, difendendo la propria causa, assegnano più degli altri una maggiore misericordia di Dio nei confronti del genere umano. Dicono infatti che riguardo ai peccatori e ai pagani da Dio è stata pronunciata la sentenza vera che essi meritano, ma che, quando si verrà al giudizio, la misericordia avrà il sopravvento. Li risparmierà, dicono, Dio misericordioso per le preghiere e l'intercessione dei suoi santi 69. Se infatti pregavano per loro, quando li sopportavano come nemici, a più forte ragione, quando li vedranno prostrarsi umili e supplichevoli. Non si deve credere, soggiungono, che i beati perderanno l'intimo della misericordia, quando saranno nella santità più compiuta e perfetta, sicché essi che pregavano per i nemici quando non erano senza peccato, nell'eternità non preghino più per quelli che li supplicano, quando giungeranno a non avere più il peccato. Certamente Dio esaudirà allora tanti suoi figli e così buoni perché nella loro grande santità non troverà alcun ostacolo alla loro preghiera. Anche quelli i quali sostengono che pure i pagani e i peccatori saranno tormentati almeno per un lungo tempo e poi tratti fuori da tutti i mali, ed essi soprattutto affermano che è a loro favore il passo del Salmo, in cui si legge: Dio si dimenticherà forse di avere pietà e reprimerà nella sua ira gli atti di misericordia? 70. La sua ira significa, dicono, che tutti gli indegni dell'eterna felicità con il giudizio siano puniti con un tormento eterno. Ma se permetterà che ve ne sia uno lungo o uno qualsiasi, certamente, perché questo si verifichi, reprimerà nella sua ira gli atti della sua misericordia e il Salmo invece afferma che non lo farà. Non ha detto infatti: "Reprimerà forse a lungo nella sua ira gli atti della sua misericordia?", ma dichiara espressamente che non li reprimerà affatto.

2) ...salvezza per tutti gli uomini?
18. 2. Costoro dunque sostengono che la minaccia del giudizio di Dio non è menzognera, anche se non condannerà nessuno per lo stesso motivo per cui non possiamo considerare menzognera la sua minaccia di distruggere la città di Ninive 71, anche se non è avvenuto, dicono, quel che senza alcuna riserva ha predetto. Non ha detto infatti: "Ninive sarà distrutta se non faranno penitenza e non si ravvederanno", ma senza questa aggiunta ha predetto la futura distruzione. E credono veridica quella minaccia perché Dio predisse un evento che erano meritevoli di subire anche se non l'avrebbe realizzata. Infatti sebbene li perdonò perché fecero penitenza, dicono essi, certamente non ignorava che l'avrebbero fatta e tuttavia predisse senza riserve e con precisione che sarebbe avvenuto il loro sterminio. Questo rientrava, dicono, nell'imparzialità del rigore, perché ne erano meritevoli, ma non rientrava nel computo della pietà, che non represse nella sua ira per perdonare a loro, che imploravano pentiti, la pena che aveva loro minacciato perché impenitenti. Se dunque, soggiungono, ha perdonato quando perdonando avrebbe addolorato un suo profeta santo, quanto più nell'altra vita perdonerà ad essi che imploreranno con grandi lamenti, quando tutti i suoi santi pregheranno affinché perdoni. Ma essi pensano che la sacra Scrittura ha taciuto ciò che essi rimuginano nel loro cuore appunto perché molti si ravvedano nel timore di pene prolungate o eterne e vi sia chi possa pregare per coloro che non si sono ravveduti; tuttavia non ritengono che la parola di Dio non si sia espressa in alcun modo sull'assunto. Certamente, dicono essi, il brano seguente: Quanto è grande la tua tenerezza, Signore, che tieni nascosta per coloro che ti temono 72, si propone di farci intendere che la grande tenerezza della misericordia di Dio è tenuta nascosta per inculcare il timore. E aggiungono che l'Apostolo ha detto: Dio ha rinchiuso tutti nella mancanza di fede per avere misericordia di tutti 73, allo scopo d'indicare che nessuno sarà da lui condannato. Coloro che sostengono questa teoria non estendono la loro ipotesi fino alla liberazione o non condanna del diavolo e dei suoi angeli. Sono mossi infatti da umana pietà soltanto nei confronti degli uomini e soprattutto difendono la propria causa, assicurando una non dovuta impunità alla propria immoralità attraverso una supposta universale misericordia di Dio verso il genere umano. Perciò li supereranno nell'esaltare la misericordia di Dio coloro che assicurano tanta impunità anche al capo dei demoni e ai suoi gregari.

3) Salvezza per tutti i battezzati?
19. Vi sono altri che assicurano la liberazione dall'eterno tormento non a tutti gli uomini ma soltanto ai purificati nel battesimo, che si rendono partecipi del corpo di Cristo, in qualunque modo siano vissuti, in qualunque eresia o colpa siano incorsi in vista delle parole di Gesù: Questo è il pane che discende dal cielo affinché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangerà di questo pane vivrà in eterno 74. Dunque è necessario, dicono, che costoro siano liberati e ammessi prima o poi alla vita eterna.

4) Per tutti i battezzati nella Chiesa cattolica?
20. Vi sono anche alcuni i quali assegnano la vita eterna non a tutti coloro che hanno il battesimo di Cristo e il sacramento del suo corpo, ma ai soli cattolici, anche se vivono male, perché hanno mangiato il corpo di Cristo non soltanto nel sacramento, ma anche nella realtà, in quanto inseriti nel suo corpo, di cui dice l'Apostolo: Sebbene in molti siamo un solo pane, un solo corpo 75. Questo affinché, sebbene in seguito siano caduti in qualche eresia o nell'idolatria dei pagani, soltanto perché nel corpo di Cristo, cioè nella Chiesa cattolica, hanno ricevuto il battesimo di Cristo e mangiato il suo corpo, non muoiano in eterno, ma prima o poi conseguano la vita eterna e qualunque defezione della fede, per quanto grave, non abbia influsso per essi all'eternità delle pene, ma alla loro durata e gravità.

5) Per chi rimane cattolico anche se pecca?
21. Vi sono poi alcuni i quali con attenzione alla frase della sacra Scrittura: Chi persevererà sino alla fine sarà salvato 76, riferiscono il brano soltanto a quelli che rimangono fedeli alla Chiesa cattolica, anche se in essa hanno una cattiva condotta, in modo da ottenere la salvezza mediante il fuoco in virtù del fondamento di cui parla l'Apostolo: Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che è stato posto, che è Cristo Gesù. E se uno sopra questo fondamento costruisce opere di oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno sarà ben visibile; la saggerà quel giorno perché si manifesterà col fuoco e il fuoco proverà la qualità dell'opera di ciascuno. Se l'opera che uno ha costruito sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa. Se invece l'opera finirà bruciata, sarà punito, tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco 77. Affermano dunque che il cristiano cattolico, di qualsiasi tenore di vita, ha Cristo per fondamento. Nessuna eresia, troncata dall'unità del suo corpo, ha questo fondamento. Pertanto sulla base di questo fondamento, anche se il cristiano cattolico fosse di cattiva condotta perché vi avrebbe costruito sopra opere di legno, di fieno e di paglia, egli, ritengono essi, avrà la salvezza mediante il fuoco, cioè sarà liberato dopo le pene di quel fuoco col quale nell'ultimo giudizio saranno puniti i dannati.

6) Per chi fa elemosine?
22. Taluni ritengono, come ho riscontrato, che bruceranno nell'eternità di quel tormento soltanto coloro che trascurano di fare adeguate elemosine per i propri peccati secondo il pensiero dell'apostolo Giacomo: Il giudizio sarà senza misericordia per chi non ha usato misericordia 78. Chi dunque l'ha usata, dicono, sebbene non abbia mutato in meglio il tenore di vita, ma pure in mezzo alle proprie elemosine si sia comportato da depravato e dissoluto, avrà per sé un giudizio con misericordia, in modo o che non sia colpito da alcuna condanna, o che dopo un po' di tempo breve oppure lungo sia assolto dalla condanna. Perciò suppongono che lo stesso Giudice dei vivi e dei morti non ha voluto rammentare altro se non che parlerà soltanto delle elemosine elargite o no, tanto a quelli di destra, ai quali darà la vita eterna, come a quelli di sinistra che condannerà alla pena eterna 79. E aggiungono che a questo si riferisce anche l'invocazione di ogni giorno nella preghiera insegnata dal Signore: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori 80. Chi infatti, perdonando la colpa, la rimette a chi l'ha commessa contro di lui, senza dubbio fa l'elemosina. Il Signore stesso ha raccomandato questo dovere con le parole: Se rimetterete le colpe agli uomini, anche il Padre vostro rimetterà le vostre colpe; se invece non le rimetterete agli uomini neanche il vostro Padre, che è nei cieli, le rimetterà a voi 81. Anche a questo tipo di elemosina attiene il pensiero dell'apostolo Giacomo che vi sarà un giudizio senza misericordia per chi non ha usato misericordia. Il Signore non ha distinto, dicono, fra colpe gravi e leggere ma: Il Padre vostro vi rimetterà le vostre colpe, se anche voi le rimetterete agli uomini. Perciò ritengono che anche a coloro che siano vissuti da dissoluti, fino a che giungano all'ultimo giorno di questa vita, mediante questa orazione saranno rimessi ogni giorno i peccati di qualsiasi specie e gravità, come ogni giorno viene ripetuta questa invocazione, se ricordano di osservare il dovere di rimettere di cuore quando si chiede loro perdono da quelli che con una colpa qualsiasi li hanno offesi. Si deve porre fine a questo libro, quando con l'aiuto di Dio avrò risposto a tutte queste obiezioni.

Risposta alle sei ipotesi degli origenisti misericordiosi (23-27)

1) Pena eterna per gli angeli ribelli.
23. E prima di tutto è indispensabile indagare per capire il motivo per cui la Chiesa non ha potuto accettare l'umano ragionamento che assicura al diavolo anche dopo gravissime e lunghissime pene la purificazione e il perdono. Difatti i molti santi, competenti nei libri dell'Antico e Nuovo Testamento, non hanno per invidia rifiutato la purificazione e la felicità del regno dei cieli dopo tormenti di qualsiasi specie e gravità ad angeli di qualsiasi ordine e dignità, hanno però notato che non è possibile privare di significato e di efficacia la sentenza che il Signore ha predetto di emettere nel giudizio con le parole: Via da me, maledetti, nel fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli 82. Ha mostrato così che il diavolo e i suoi angeli bruceranno nel fuoco eterno. Poi si ha il brano dell'Apocalisse: Il diavolo che li traeva in errore fu gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, in cui sono anche la bestia e lo pseudoprofeta e saranno straziati giorno e notte nei secoli dei secoli 83. Il significato di eterno del brano precedente in questo è stato reso con nei secoli dei secoli e con queste parole la sacra Scrittura è solita esprimere un fatto che non ha fine nel tempo. Perciò per ritenere con genuino sentimento religioso, come dato definitivo e irreversibile, che il diavolo e i suoi angeli non otterranno il ritorno alla giustizia e alla vita dei santi non si può assumere altro criterio più giusto ed evidente dell'autorità della sacra Scrittura che non inganna nessuno. Essa afferma che Dio non ha loro perdonato e così frattanto essi sono stati condannati in anticipo affinché fossero consegnati rinchiusi nella prigione delle tenebre dell'inferno 84 per presentarsi ad essere puniti nel giudizio finale, quando li accoglierà il fuoco eterno, in cui saranno straziati per sempre. Se le cose stanno così, come è possibile che tutti o alcuni uomini siano liberati dall'eternità delle pene dopo un certo spazio di tempo e che perciò non sia frustrata la fede, con cui si crede che la pena dei demoni sarà eterna? Se infatti tutti o alcuni di quelli, ai quali si dice: Via da me, maledetti, nel fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli, non saranno per sempre in quel luogo, per quale motivo si dovrebbe credere che vi saranno il diavolo e i suoi angeli? Forse che la sentenza di Dio, emessa contro i malvagi, angeli e uomini, sia vera contro gli angeli, falsa contro gli uomini? Certamente sarà così se avrà maggiore efficacia non ciò che ha detto Dio, ma quel che ipotizzano gli uomini. Poiché è impossibile che questo avvenga, coloro i quali vogliono evitare la pena eterna devono non addurre prove in contraddizione con Dio, ma piuttosto, finché v'è tempo, prestar fede al suo insegnamento. Poi non è ragionevole valutare la pena eterna nei limiti di un fuoco a lungo tempo e credere senza fine la vita eterna, dal momento che Cristo nello stesso testo, in una sola e medesima sentenza, racchiudendo i due destini, ha detto: Così andranno questi alla pena eterna e i giusti alla vita eterna 85. Se l'uno e l'altro sono eterni si deve interpretare che o l'uno e l'altro sono di lunga durata con la fine ovvero che l'uno e l'altro perenni senza fine. Sono apparigliate infatti da una parte la pena eterna, dall'altra la vita eterna. È completamente assurdo affermare: "La vita eterna sarà senza fine, la pena eterna avrà fine". Quindi, giacché la vita eterna dei santi sarà senza fine, senza dubbio anche la pena eterna per coloro che l'avranno non avrà fine.

2) Pena per gli uomini dannati...
24. 1. Questo vale anche per contraddire coloro i quali, difendendo la propria causa, tentano quasi di andare in senso contrario alle parole di Dio con una misericordia, per così dire, superiore alla sua, perché è vero che gli uomini sono meritevoli di soffrire le pene che Egli ha detto che soffriranno, ma non perché le soffriranno. Li perdonerà, dicono, per le preghiere dei suoi santi che in quell'occasione pregheranno più fervidamente per i propri nemici, perché sono più santi e la loro preghiera più efficace e più degna che Dio la esaudisca per il fatto che non hanno alcun peccato. Perché dunque, dicono, nella loro santità in sé compiuta e con preghiere sommamente pure, compassionevoli ed efficaci ad ottenere tutto, non pregheranno anche a favore degli angeli, per i quali è stato preparato il fuoco eterno in modo che Dio mitighi la propria sentenza, la volga in meglio e li renda immuni da quel fuoco? Ma vi sarà dunque qualcuno, ribatto, il quale osi presumere che questo avverrà con l'affermare che anche gli angeli santi insieme agli uomini santi, che nell'eternità saranno simili agli angeli di Dio, pregheranno a favore degli angeli e uomini degni di condanna affinché mediante la misericordia non subiscano quel che nella realtà meritano di subire? Nessuno di retta fede lo ha detto, nessuno lo dovrà dire. Altrimenti non si spiega perché anche nel tempo la Chiesa non prega per il diavolo e i suoi angeli, sebbene Dio suo maestro le ha ingiunto di pregare per i suoi nemici. La ragione dunque, per cui avviene che in questo mondo la Chiesa non prega per gli angeli cattivi, che riconosce come suoi nemici, è la medesima ragione per cui avverrà che, sebbene sia di una compiuta santità, nel giudizio finale non pregherà per gli uomini punibili nel fuoco eterno. Nel tempo essa prega per quelli che ha come avversari nel genere umano appunto perché è il tempo di una proficua penitenza. Difatti essa prega per loro soprattutto perché, come dice l'Apostolo, Dio conceda loro di pentirsi e tornino in sé sfuggendo ai lacci del diavolo da cui sono tenuti avvinti per aderire alla sua volontà 86. Inoltre, se la Chiesa fosse certa al punto di sapere chi siano coloro che, sebbene ancora in vita, tuttavia sono predestinati a finire col diavolo nel fuoco eterno, non pregherebbe per loro come non prega per l'altro. Ma giacché di nessuno è certa, prega né più né meno per tutti gli uomini suoi nemici che sono ancora in vita, tuttavia non per tutti è esaudita. È esaudita solo per quelli che, sebbene siano avversari della Chiesa, sono predestinati a che la Chiesa in loro favore sia esaudita e diventino suoi figli. Se alcuni conserveranno il cuore impenitente fino alla morte né da nemici si convertiranno a figli, forse che la Chiesa prega per loro, cioè per l'anima di simili defunti? Per quale motivo se non perché è considerato dalla parte del diavolo chi, essendo in vita, non è passato dalla parte del Cristo?

... perché i santi non pregheranno ed è contrario alla parola di Dio...
24. 2. La ragione dunque, per cui nell'eternità non si prega per gli uomini punibili col fuoco eterno è la stessa per cui, tanto nel tempo come nell'eternità, non si prega per gli angeli malvagi ed è la ragione per cui anche nel tempo non si preghi per i pagani e miscredenti defunti, sebbene uomini. Difatti per alcuni defunti viene esaudita la preghiera o della Chiesa stessa o di alcuni devoti, ma per i rigenerati in Cristo, la cui vita nel corpo ebbe un comportamento non così disonesto, da essere giudicati non meritevoli di simile misericordia, o non così onesto da ritenere che non abbiano bisogno di simile misericordia. Anche dopo la risurrezione dei morti non mancheranno coloro ai quali, dopo la pena che subisce l'anima dei defunti, sia accordata la misericordia in modo da non essere gettati nel fuoco eterno. Difatti di alcuni non si direbbe con esattezza che non si rimette loro la colpa, tanto nel tempo che nell'eternità 87, se non vi fossero alcuni a cui si rimette nell'eternità, anche se non nel tempo. Ma quando si dirà dal Giudice dei vivi e dei morti: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, e agli altri al contrario: Via da me, maledetti, nel fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e i suoi angeli, e andranno questi alla pena eterna e i giusti alla vita eterna 88, è proprio di un'eccessiva pretesa affermare che alcuni di quelli, di cui Dio ha detto che andranno alla pena eterna, non avranno la pena eterna e con la convinzione di simile pretesa inculcare che si abbiano delusioni e dubbi anche sulla vita eterna.

... perché permane la sua ira...
24. 3. Quindi nessuno interpreti il Salmo che canta: Dio si dimenticherà forse di avere pietà o reprimerà nella sua ira gli atti della sua misericordia? 89 nell'intento di supporre che la sentenza di Dio sugli uomini buoni è vera, sui cattivi è falsa, sugli uomini buoni e sugli angeli cattivi è vera, sugli uomini cattivi è falsa. Il passo del Salmo riguarda i vasi di misericordia e i figli della promessa, uno dei quali era il profeta stesso. Egli, dopo aver detto: Dio si dimenticherà forse di avere pietà o reprimerà nella sua ira gli atti della sua misericordia?, soggiunge di seguito: E ho detto: Ora incomincio, questo cambiamento viene dalla destra dell'Altissimo 90. Senza dubbio ha spiegato quel che aveva detto con le parole: Reprimerà forse nella sua ira gli atti della sua misericordia? L'ira di Dio è anche questa vita soggetta a morire, in cui l'uomo è divenuto simile a una cosa insignificante perché i suoi giorni trascorrono come un'ombra 91. Tuttavia nella sua ira Dio non dimentica di avere pietà facendo sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e facendo piovere sui giusti e sugli ingiusti 92. In tal modo non reprime nella sua ira gli atti della sua misericordia, soprattutto riguardo al concetto che ha espresso questo Salmo con le parole: Ora comincio, questo cambiamento viene dalla destra dell'Altissimo. Infatti in questa vita piena di affanni, che è l'ira di Dio, Egli muta in meglio i vasi di misericordia, sebbene la sua ira persista ancora nella infelicità di questa soggezione al divenire, giacché pur nella sua ira non reprime gli atti della sua misericordia. Poiché dunque con questo significato si ottiene la veridicità di quel canto a una voce, ispirato da Dio, non è indispensabile che sia riferita a quel luogo, in cui coloro che non appartengono alla città di Dio saranno puniti con un supplizio eterno. Ma coloro che preferiscono estendere questo pensiero fino alle pene dei malvagi, per lo meno lo spieghino nel senso che, persistendo in essi l'ira di Dio che si è manifestata anteriormente con l'eterno supplizio, Egli non reprima in questa espressione della sua ira gli atti della sua misericordia e li faccia soffrire non con tutta l'atrocità delle pene di cui sono meritevoli. E questo non nel senso che non subiscano più quelle pene o a un certo punto se ne liberino, ma che le subiscano più miti e sopportabili di quanto meritano. In questo modo rimarrà l'ira di Dio e in essa non reprimerà gli atti della sua misericordia. Però dal momento che non mi oppongo non significa che condivido questa interpretazione.

... né vale l'esempio di Ninive.
24. 4. Del resto non io, ma la sacra Scrittura stessa confuta e smentisce del tutto e con molta chiarezza coloro i quali pensano che, più a titolo di minaccia che di verità, è stato detto: Via da me, maledetti nel fuoco eterno 93; e: Andranno questi al fuoco eterno 94; e: Saranno straziati per sempre 95; e: Il loro verme non morirà e il fuoco non si spegnerà 96, e altri testi del genere. Quelli di Ninive infatti in questa vita fecero penitenza 97 che fu perciò produttrice di frutti come se avessero seminato nel campo del tempo, in cui volle Dio che si seminasse nel pianto quel che in seguito sarebbe mietuto nella gioia 98. Tuttavia non si potrà negare che in essi fu adempiuto quel che il Signore predisse se si riflette un po' in che modo abbatte i peccatori, non solo usando l'ira ma anche la misericordia. I peccatori infatti sono abbattuti in due maniere: o come quelli di Sodoma in modo che gli uomini stessi siano puniti per i loro peccati, o come quelli di Ninive in modo che i peccati degli uomini siano distrutti con la penitenza. Si avverò quindi ciò che il Signore aveva detto; fu abbattuta la Ninive che era malvagia e fu ricostruita buona perché buona non era 99. Infatti, rimanendo in piedi le mura e le abitazioni, la città fu abbattuta nei limiti della pessima condotta. E così sebbene il profeta fosse afflitto perché non si ebbe l'avverarsi di quell'evento che quegli uomini, stando alla sua profezia, temevano, si avverò tuttavia l'evento preannunziato dalla prescienza di Dio perché Egli che preannunziò sapeva che doveva realizzarsi con un esito migliore.

La misericordia per coloro che sperano...
24. 5. Ma affinché questi misericordiosi alla rovescia imparino in qual verso si volge il testo: Quanto è grande l'abbondanza della tua dolcezza, Signore, che hai nascosto a coloro che ti temono, leggano il seguito: L'hai disposta per coloro che sperano in te 100. Gli incisi: L'hai nascosta a coloro che temono, e: L'hai disposta per coloro che sperano significano certamente che per coloro, i quali nel timore delle pene intendono stabilire una propria giustizia che è nella Legge, non è dolce la giustizia di Dio 101, perché non la conoscono. Infatti non l'hanno assaggiata. Sperano in sé appunto, non in lui, e perciò a loro è nascosta l'abbondanza della dolcezza di Dio, giacché lo temono certamente, ma con quel timore da schiavi che non è nella carità perché la perfetta carità estromette il timore 102. Quindi riserva la propria dolcezza per coloro che sperano in lui infondendo in essi la propria carità affinché con timore casto, non con quello che è estromesso dalla carità ma che rimane per sempre 103, quando si vantano, si vantino nel Signore. Cristo è infatti giustizia di Dio, il quale, come dice l'Apostolo, è diventato per noi sapienza da Dio e giustizia e santificazione e redenzione affinché, come sta scritto, chi si vanta si vanti nel Signore 104. Coloro che vogliono stabilire la propria giustizia non conoscono questa giustizia di Dio, che senza meriti è dono della grazia, e perciò non sono sottomessi alla giustizia di Dio che è Cristo 105. In questa giustizia è riposta l'abbondanza della dolcezza di Dio, in merito alla quale si dice in un Salmo: Assaggiate e vedete quanto è dolce il Signore 106. Se l'assaggiamo in questo cammino nell'esilio e non ce ne saziamo, ne abbiamo piuttosto fame e sete per saziarcene poi quando lo vedremo come è 107 e si adempirà quel che è stato detto: Mi sazierò quando si manifesterà la tua gloria 108. Così riserva il Cristo l'abbondanza della sua dolcezza per coloro che sperano in lui. Supponiamo inoltre che Dio nasconda a coloro che lo temono la propria dolcezza, come quei tali la concepiscono e per cui non condannerà i peccatori affinché, ignari di questo e nel timore di essere dannati, comincino a vivere onestamente e vi siano così coloro che pregano per coloro che non vivono onestamente. In che senso allora la riserva per coloro che sperano in lui, giacché, come fantasticano costoro, a motivo di questa dolcezza non condannerà coloro che non sperano in lui? Si pensi dunque a una dolcezza che riserva per coloro che sperano in lui e non a quella che, come si suppone, riserva per coloro che lo oltraggiano e bestemmiano. Invano dunque l'uomo dopo questa vita ricerca ciò che in vita ha trascurato di procurarsi.

... e che meritano.
24. 6. Anche il pensiero dell'Apostolo: Dio ha rinchiuso tutti nella mancanza di religione per usare a tutti misericordia 109, non è stato enunziato nel senso che non condannerà nessuno, ma se ne manifesta il significato da quel che precede. Infatti l'Apostolo, parlando dei Giudei, che in seguito avrebbero creduto, ai pagani, ai quali, ormai credenti, scriveva delle lettere, dice: Come voi infatti un tempo non avete creduto a Dio e ora avete ottenuto misericordia per la loro mancanza di fede, così anch'essi ora non hanno creduto nella misericordia usata a voi per ottenere anch'essi misericordia 110. Poi ha soggiunto quel motivo con cui costoro errando si lusingano e ha detto: Dio ha rinchiuso tutti nella mancanza di religione per usare a tutti misericordia. Tutti, cioè coloro di cui si parlava, come se dicesse: voi e loro. Dio dunque ha rinchiuso nella irreligiosità tutti, pagani e Giudei, che ha previsto e ha predestinato a essere conformi all'immagine del Figlio suo 111, affinché, volti indietro dalla loro irreligiosità col pentimento e rivolti alla dolcezza della misericordia di Dio con la fede, gridassero le parole del Salmo: Quanto è grande l'abbondanza della tua dolcezza, Signore, che hai nascosto a coloro che ti temono, ma l'hai riservata per coloro che sperano, non in sé ma in te 112. Usa misericordia dunque a tutti i vasi di misericordia. Che significa: "a tutti"? A quelli, cioè, che da pagani e Giudei ha predestinato, chiamato, giustificato, glorificato, poiché non di tutti gli uomini, ma di tutti questi non condannerà alcuno.

3) Salvezza non per tutti i battezzati...
25. 1. Ma ormai dobbiamo rispondere anche a quelli i quali, come i soprannominati, non garantiscono l'immunità dal fuoco non solo al diavolo e ai suoi angeli, ma neanche a tutti gli uomini, soltanto però a quelli che sono rigenerati nel battesimo e resi partecipi del suo corpo e del suo sangue, qualunque sia l'eresia o l'immoralità in cui siano vissuti. Ma li confuta l'Apostolo, il quale dice: Sono ben note le opere della carne che sono: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come ho già detto, che chi le compirà non avrà parte nel regno di Dio 113. Questo pensiero dell'Apostolo è certamente falso se quei tali, liberati dopo un qualsiasi periodo di tempo, avranno parte nel regno di Dio. Ma siccome non è falso, nel regno di Dio non avranno parte. E se mai faranno parte del regno di Dio, saranno trattenuti nella pena eterna, poiché non v'è una condizione di mezzo, in cui non sia nella pena eterna chi non è stato associato a quel regno.

4) ...e non per tutti i cattolici...
25. 2. Perciò giustamente s'impone il problema del senso con cui si devono interpretare queste parole di Gesù: Questo è il pane che discende dal cielo affinché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo che sono disceso dal cielo; se uno mangerà di questo pane, vivrà in eterno 114. Coloro ai quali si deve rispondere in seguito rifiutano l'assunto del testo a coloro ai quali stiamo rispondendo. E son coloro che assicurano la liberazione finale non a tutti coloro che hanno ricevuto il sacramento del battesimo e del corpo di Cristo, ma ai soli cattolici, anche se vivono nell'immoralità. Non soltanto col sacramento, dicono, ma nella realtà si sono nutriti del corpo di Cristo, poiché sono congiunti al suo corpo, di cui ha detto l'Apostolo: Sebbene in molti siamo un solo pane e un solo corpo 115. Si deve infatti considerare che mangia il corpo di Cristo e beve il suo sangue chi è nell'unità del suo corpo, cioè nella struttura organica delle membra cristiane, poiché i fedeli sono soliti ricevere dall'altare nella comunione il sacramento del suo corpo. Perciò gli eretici e gli scismatici, separati dall'unità del corpo di Cristo, possono ricevere il sacramento in parola, ma non utile per loro, anzi nocivo, nel senso che con esso sono giudicati magari più severamente anziché liberati, sia pure più tardi. Non sono infatti in quel vincolo di concordia che è rappresentato da quel sacramento.

... soprattutto se hanno abiurato...
25. 3. Ma d'altra parte anche quelli, che con criterio interpretano di non dover pensare che si cibi del corpo di Cristo chi non è nel corpo di Cristo, accordano senza criterio la liberazione, a un certo punto, dal fuoco delle pene eterne a coloro i quali dall'unità di quel corpo cadono nell'eresia o nella falsa religione dei pagani. Prima di tutto debbono riflettere come sia inammissibile e troppo in contrasto con la sana dottrina che molti o quasi tutti coloro che, uscendo dalla Chiesa cattolica, hanno fondato irriverenti eresie e sono divenuti eresiarchi, abbiano una giustificazione migliore di quelli che non sono stati mai cattolici, poiché sono incappati nei loro lacci. È assurdo se ottiene che siano liberati dalle pene eterne il fatto che sono stati battezzati nella Chiesa cattolica e all'inizio hanno ricevuto il sacramento del corpo di Cristo nel vero corpo di Cristo, perché il disertore della fede, che da disertore si è reso avversario, è peggiore di colui che non ha abiurato una dottrina che non ha mai professato. Poi anche a loro si oppone l'Apostolo che pronunzia le parole citate e dopo aver elencato le opere della carne, con la medesima veridicità profetizza: Coloro che agiscono così non avranno parte nel regno di Dio 116.

... o vivono disonestamente.
25. 4. Quindi anche quelli di condotta degna di perdizione e di condanna, che però fino alla fine perseverano in una certa comunione con la Chiesa cattolica, non devono ritenersi sicuri lusingandosi intenzionalmente con le parole: Chi persevererà sino alla fine sarà salvo 117. In tal modo attraverso la disonestà della vita abbandonano la stessa onestà della vita che è il Cristo, o fornicando o eseguendo sul proprio corpo le altre impurità di atti disonesti, che l'Apostolo non ha voluto neanche nominare, o dilagando nell'immoralità della lussuria, o compiendo altre azioni, di cui l'Apostolo ha detto: Coloro che agiscono così non avranno parte nel regno di Dio 118. Perciò tutti coloro che si comportano così potranno andare soltanto alla pena eterna, poiché non potranno essere nel regno di Dio. Se perseverano in quelle azioni sino alla fine della vita, certamente non si può dire che hanno perseverato in Cristo sino alla fine, poiché perseverare in Cristo è perseverare nella sua fede; e la fede, come la delinea l'Apostolo, opera mediante la carità 119; e la carità, come egli dice in un altro passo, non opera il male 120. Perciò non si deve affermare che essi si cibano del corpo di Cristo, giacché non devono neanche essere considerati come membra di Cristo. Per non parlare d'altro, non possono essere contemporaneamente membra di Cristo e membra di una prostituta 121. Inoltre Egli dice: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui 122. Mostra che cosa significa mangiare il corpo di Cristo e bere il suo sangue, non solo nel sacramento ma nella realtà, cioè rimanere nel Cristo affinché in lui rimanga il Cristo. Ha detto quelle parole come se dicesse: "Chi non rimane in me e colui in cui io non rimango non affermi o pensi di mangiare il mio corpo e di bere il mio sangue". Perciò non rimangono in Cristo coloro che non sono sue membra. E non sono membra di Cristo coloro che si rendono clienti di una prostituta, se non desisteranno col pentimento di essere quel male e non torneranno con la riconciliazione a questo bene.

5) Non per i cattolici che hanno la fede ma non le opere.
26. 1. Ma i cristiani cattolici però, obiettano, hanno come fondamento il Cristo perché non hanno defezionato dall'unione con lui, anche se sopra questo fondamento hanno costruito una qualsiasi pessima vita come legno, fieno, paglia 123. Dunque la retta fede, mediante la quale Cristo è il fondamento, sebbene con la punizione perché le cose costruite sopra saranno bruciate, tuttavia a un certo punto li potrà salvare dalla perennità di quel fuoco. Può rispondere a loro in breve l'apostolo Giacomo: Se qualcuno dicesse di avere la fede, ma non ha le opere, forse che la fede lo potrà salvare? 124. E chi è allora, dicono, colui di cui l'Apostolo dice: Tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco 125? Esaminiamo insieme chi è costui; è tuttavia indiscutibile che un individuo simile non esiste per non mettere in urto il pensiero dei due Apostoli, se uno dice: "Se qualcuno avrà compiuto azioni cattive, la fede lo salverà mediante il fuoco"; e l'altro: Se uno non ha le opere, forse che la fede lo potrà salvare?

Per chi non fonda sul Cristo...
26. 2. Apprenderemo chi si può salvare mediante il fuoco se prima apprendiamo che cosa significa avere il Cristo come fondamento. Per cogliere quanto prima tale significato dall'analogia stessa, riflettiamo: nessuna struttura nell'edificio è anteposta al fondamento; quindi chiunque ha nel cuore il Cristo, in modo tale che non gli antepone gli ideali della terra e del tempo e neanche quelli che sono leciti e di consiglio, ha il Cristo come fondamento; se li antepone, quantunque sembri che abbia la fede di Cristo, non v'è tuttavia in lui il Cristo come fondamento perché gli si antepongono quegli ideali; a più forte ragione se, trascurando i comandamenti della salvezza, commette azioni immorali, si può rimproverargli che non ha anteposto ma posposto il Cristo, perché ha gettato alle spalle il suo comandamento o il suo consiglio, dal momento che contro i suoi comandamenti e consigli ha preferito, mediante colpe, appagare la propria lussuria. Se dunque un cristiano ama una prostituta e diviene un solo corpo congiungendosi a lei 126, non ha il Cristo nel fondamento. Se qualcuno invece ama la propria moglie, ma in Cristo 127, non v'è dubbio che per lui nel fondamento v'è Cristo. Se invece la ama secondo il costume del mondo, sensualmente, nella esaltazione delle passioni, come i pagani che non conoscono Dio, per indulgenza l'Apostolo ammette tale comportamento 128, o meglio Cristo mediante l'Apostolo. Anche questo individuo dunque può avere Cristo nel fondamento 129. Se infatti non gli antepone nulla di simile affettuosità e piacere, sebbene al di sopra costruisca legno, fieno, paglia, è Cristo il fondamento e perciò avrà la salvezza mediante il fuoco. Infatti il fuoco dell'afflizione brucerà le soddisfazioni di tal fatta e gli amori terreni, non meritevoli di condanna a causa del vincolo coniugale; a questo fuoco appartengono appunto le perdite e tutte le disgrazie che eliminano tali soddisfazioni. Perciò per chi ha costruito, questa costruzione sarà sfavorevole perché non recupererà quel che ha costruito al di sopra e sarà afflitto dalla loro perdita perché gioiva godendone, ma sarà salvo mediante questo fuoco in virtù del fondamento, giacché se da un persecutore gli fosse proposto se preferiva avere quella soddisfazione o il Cristo, certamente la soddisfazione non sarebbe stata anteposta al Cristo. Riconosci nelle parole dell'Apostolo l'uomo che sopra il fondamento costruisce oro, argento, pietre preziose: Chi è senza moglie, dice, pensa alle cose di Dio, come possa piacere a Dio 130. Ravvisa l'altro che costruisce legno, fieno, paglia: Chi invece è sposato, dice, pensa alle cose del mondo, come possa piacere alla moglie 131. L'opera di ciascuno sarà resa palese; la farà conoscere quel giorno (cioè il giorno dell'afflizione), poiché, continua, si manifesterà nel fuoco 132. (Definisce fuoco questa stessa afflizione, come si legge in un altro passo della sacra Scrittura: La fornace prova gli oggetti del vasaio e l'esperienza dell'afflizione gli uomini giusti 133). E il fuoco proverà la qualità dell'opera di ciascuno 134. Se l'opera di qualcuno persisterà (persiste il fatto che uno pensa le cose che sono di Dio, come possa piacere a Dio), riceverà una ricompensa di ciò che ha costruito sopra (così riceverà da dove ha pensato di ricevere); ma se l'opera finirà bruciata, subirà la punizione (perché non avrà ciò che ha amato), tuttavia egli si salverà (perché nessuna afflizione lo ha smosso dalla stabilità di quel fondamento), però come attraverso il fuoco 135 (infatti perde con un fuoco bruciante ciò che ha ottenuto soltanto con un amore allettante). In tal modo, per quanto sembra a me, è stato rintracciato il fuoco che non condanna alcuno, ma arricchisce l'uno, punisce l'altro, mette alla prova l'uno e l'altro.

... per lo meno legno, fieno e paglia...
26. 3. Ma per ipotesi figuriamoci di intravedere in questo passo il fuoco, di cui il Signore dirà a quelli di sinistra: Via da me, maledetti, nel fuoco eterno 136, in modo che si ravvisino in essi anche costoro che sul fondamento costruiscono legno, fieno, paglia e che il merito del buon fondamento dopo un periodo di tempo, relativo ai demeriti, li liberi da quel fuoco. Allora dovremmo intravedere in quelli di destra, ai quali si dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno preparato per voi 137, soltanto coloro che sul fondamento hanno costruito oro, argento e pietre preziose. Ma in quel fuoco, di cui è stato detto: Così come attraverso il fuoco 138, se si deve interpretare in questo senso, certamente vi si dovrebbero gettare tanto quelli di destra come quelli di sinistra. Gli uni e gli altri infatti devono essere saggiati da quel fuoco perché di esso è scritto: Farà conoscere quel giorno perché si manifesterà col fuoco e il fuoco saggerà la qualità dell'opera di ciascuno 139. Se dunque il fuoco saggerà l'una e l'altra opera in modo che se l'opera di uno resisterà, cioè non sarà distrutta dal fuoco, ciò che ha costruito sopra il fondamento riceva la ricompensa, se invece l'opera di uno brucerà, subisca la punizione, certamente non è quello il fuoco eterno. In quel fuoco saranno gettati soltanto quelli di sinistra con una finale e perenne condanna, questo invece si limita a saggiare quelli di destra. Ma saggia alcuni in modo da non bruciare e distruggere la costruzione che troverà da loro eretta sul fondamento Cristo; diversamente saggia gli altri, nel senso cioè che brucia ciò che hanno eretto al di sopra e da questo subiscano la punizione, ma abbiano la salvezza perché con una carità, che è al di sopra, hanno conservato il Cristo stabilmente posto nel fondamento. Se dunque avranno la salvezza, certamente staranno alla destra e con gli altri udranno: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno preparato per voi, non alla sinistra, dove saranno coloro che non avranno la salvezza e quindi udranno: Via da me, maledetti, nel fuoco eterno. Nessuno sarà immune da quel fuoco, perché tutti quelli andranno alla pena eterna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si spegne e con esso saranno straziati giorno e notte per sempre.

... che bruceranno in un fuoco che purifica.
26. 4. Se si afferma che nel periodo di tempo che dalla morte del corpo si protrae fino a quel giorno, che dopo la risurrezione dei corpi sarà il giorno finale della condanna e della ricompensa, l'anima dei defunti sopporti un fuoco tale che non debbano sperimentare coloro i quali nella vita terrena non ebbero costumi e amori tali che il loro legno, fieno e paglia siano bruciati; se, al contrario, si afferma che lo sperimentino invece gli altri che si sono portati dietro simili costruzioni e trovino il fuoco di una transitoria sofferenza, il quale brucia tali costruzioni che, sebbene non meritevoli della condanna, persistono soltanto di là o qui e di là o per questo qui affinché non di là, non ribatto perché probabilmente è vero. Può infatti appartenere a questo tipo di espiazione anche la morte fisica che è stata contratta dalla perpetrazione del peccato originale, sicché in corrispondenza alla costruzione di ciascuno si trascorra da lui il tempo che la segue. Anche le persecuzioni, dalle quali sono stati coronati i martiri e che qualsiasi cristiano può subire, saggiano, come il fuoco, ambedue le costruzioni e alcune ne distruggono con gli stessi costruttori, se non trovano in esse Cristo come fondamento, le altre senza i costruttori se ve lo trovano. Infatti, sia pure con la punizione, costoro avranno la salvezza, ma le persecuzioni non distruggono le altre costruzioni perché le riscontrano tali da persistere nell'eternità. Vi sarà alla fine del mondo, al tempo dell'Anticristo, una espiazione quale mai si ebbe 140. Vi saranno allora molte costruzioni, di oro e di fieno, sull'ottimo fondamento che è Cristo Gesù, in modo che il fuoco saggi le une e le altre e dalle prime adduca beatitudine e dalle altre punizione, ma in virtù dello stabile fondamento non dia alla perdizione né gli uni né gli altri di coloro in cui riscontra tali costruzioni. Ma chiunque antepone a Cristo, non dico la moglie, dal cui accoppiamento nella carne usa per un piacere carnale, ma anche altri individui legati dall'affetto, esenti da simili soddisfazioni, amandoli carnalmente in modo umano, non ha il Cristo come fondamento e quindi non avrà mediante il fuoco la salvezza, ma non l'avrà affatto perché non potrà essere con Cristo che dà la salvezza e che sull'argomento ha detto con molta chiarezza queste parole: Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me 141. Però chi ama questi vincoli di parentela carnalmente, in modo però da non anteporli al Cristo e da preferire di essere privo di loro anziché del Cristo, qualora fosse costretto a un simile momento critico della prova, avrà la salvezza nel fuoco perché è ineluttabile che per la loro perdita il dolore bruci tanto quanto l'amore rendeva uniti. Inoltre, se qualcuno amerà padre e madre, figli e figlie secondo il Cristo in modo da provvedere a loro per raggiungere il suo regno ed essere a lui uniti, o se ama in essi il fatto che sono membra del Cristo, certamente questo affetto non si riscontrerà nel legno, fieno e paglia per essere bruciato, ma sarà assegnato alla costruzione in oro, argento e gemme. Come infatti può amare loro più che il Cristo se li ama per lui?

6) L'elemosina non sana i peccati d'ogni giorno.
27. 1. Rimane da rispondere a quelli, i quali dicono che bruceranno nel fuoco coloro che trascurano di fare elemosine adeguate ai propri peccati, in relazione a quel che dice l'apostolo Giacomo: Giudizio senza misericordia per colui che non ha usato misericordia 142. Per colui dunque che l'ha usata, dicono, anche se non ha emendato la condotta perversa, ma in mezzo alle proprie elemosine è vissuto con un comportamento infame e indegno, vi sarà un giudizio con misericordia nel senso che non sia condannato affatto o dopo qualche tempo sia prosciolto dalla condanna finale. E pensano che il Cristo col solo criterio della diligenza e trascuranza delle elemosine operi la separazione tra quelli di destra e quelli di sinistra per inviare gli uni al regno, gli altri alla pena eterna. Per convincersi della possibilità che mediante le elemosine siano loro rimessi i peccati di ogni giorno che, di qualsiasi qualità e numero, non cessano mai di commettere, si danno da fare per aggiudicare a sé come patrocinatrice e teste la preghiera che il Signore stesso ha insegnato. Come non v'è giorno, dicono, in cui dai cristiani non si dice questa preghiera, così non v'è un qualsivoglia peccato di ogni giorno che con essa non sia rimesso, quando diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti, se procuriamo di eseguire quel che segue: Come noi li rimettiamo ai nostri debitori 143. Il Signore, dicono, non ha detto: "Se rimetterete i peccati agli uomini, il Padre vostro rimetterà a voi i piccoli peccati di ogni giorno", ma dice: Rimetterà a voi i vostri peccati 144. Dunque di qualunque quantità e numero siano, anche se si commettono ogni giorno ed anche se la vita non se ne ritrae col volgersi a una vita più buona, pretendono che si possano loro rimettere attraverso le elemosine del perdono accordato.

Incompossibili elemosina e volontà di peccato...
27. 2. Giustamente costoro avvertono che si devono offrire elemosine adeguate per i peccati; però se dicessero che elemosine di qualsiasi genere possono ottenere la misericordia di Dio anche per i gravi peccati di ogni giorno e per l'assuefazione, per quanto prolungata, ad azioni riprovevoli, in modo che ad essi segua il condono di ogni giorno, si dovrebbero accorgere di dire una cosa assurda e ridicola. Sarebbero costretti ad ammettere l'eventualità che un uomo ricchissimo con dieci monetine, spese in elemosine, riscatti omicidi, adultèri e azioni criminali di qualsiasi genere. Se è assolutamente assurdo e pazzesco affermarlo e si chiede quali elemosine siano adeguate ai peccati e delle quali anche il Precursore di Cristo diceva: Fate dunque frutti degni di conversione 145, si nota ovviamente che non la compiono coloro che fino alla morte dissipano la propria vita con la perpetrazione di giornalieri delitti. Questo soprattutto perché, appropriandosi dei beni degli altri, ne sottraggono molti di più di quei pochi con cui, donandoli ai poveri, si lusingano di sfamare il Cristo, sicché, illudendosi di aver comprato da lui il permesso di azioni malvage o meglio di comprarlo ogni giorno, commettono tranquilli tante opere biasimevoli. Invece, se essi per una sola colpa grave distribuissero alle membra indigenti di Cristo tutti i propri beni e non desistessero da tali azioni con l'esercizio della carità che non opera alla cieca, non potrebbe esser loro di giovamento 146. Chi dunque offre elemosine adeguate ai propri peccati, cominci prima ad offrirle da se stesso. È sconveniente infatti che non operi per sé chi opera per il prossimo giacché può ascoltare la parola di Dio: Amerai il prossimo tuo come te stesso 147; e: Abbi pietà della tua anima rendendoti gradito a Dio 148. Non si può dire infatti che chi non offre alla propria anima questa elemosina, cioè di rendersi gradito a Dio, può elargire elemosine adeguate ai propri peccati. A proposito v'è il passo della Scrittura: Chi è cattivo con se stesso, con chi sarà buono? 149. Le elemosine infatti aiutano le preghiere e si deve certamente prestare attenzione al passo della Scrittura: Figlio, hai peccato, non aggiungerne altri e prega per le colpe passate affinché ti siano perdonate 150. Per questo appunto si devono offrire elemosine, per essere esauditi quando imploriamo il perdono per i peccati passati e non per illuderci che, pur ostinandoci in essi, mediante le elemosine ci procuriamo il permesso di fare del male.

... perché nel fratello bisognoso v'è il Cristo.
27. 3. Perciò il Signore ha predetto che calcolerà a quelli di destra le elemosine elargite e a quelli di sinistra le non elargite, per mostrare quanto siano utili a cancellare i peccati già commessi e non a commetterli per sempre impunemente. Non si deve pensare che fanno elemosine coloro che non vogliono dall'abitudine a colpe gravi convertire in meglio la propria vita. Anche nelle parole: Quando non l'avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli, non lo avete fatto a me 151, dimostra che non lo fanno anche quando si illudono di farlo. Se dessero il pane a un cristiano affamato perché cristiano, non rifiuterebbero per sé il pane di giustizia che è lo stesso Cristo, poiché Dio non bada a chi si dà, ma con quale intenzione si dà. Chi dunque ama Cristo nel cristiano gli porge l'elemosina con l'intenzione di andare a Cristo e non di allontanarsi impunito da lui. Tanto più uno infatti si allontana da Cristo quanto più ama ciò che Egli condanna. E che cosa giova ad uno essere battezzato se non è libero dal peccato? Infatti chi ha detto: Se uno non sarà rinato da acqua e da Spirito, non entrerà nel regno di Dio 152, ha detto anche: Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli 153. Perché temendo il primo monito molti corrono a battezzarsi e non temendo l'altro non molti si preoccupano di essere liberi dal peccato? Come dunque non dice a un suo fratello: Pazzo chi, nel dirlo, non è avverso all'affetto per il fratello ma al suo peccato, altrimenti sarà reo del fuoco della geenna 154, così al contrario se si porge un'elemosina a un cristiano, non la porge a un cristiano chi in lui non ama il Cristo; e non ama il Cristo chi si rifiuta di essere libero in Cristo dal peccato. E se qualcuno sarà incorso in questa colpa, di dire a un suo fratello: Pazzo, cioè se senza voler evitare un suo peccato, lo oltraggerà ingiustamente, è troppo poco per lui fare delle elemosine allo scopo di riparare, se non aggiunge il rimedio della riconciliazione che si ha nel seguito del passo citato. Lì segue infatti: Se dunque presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricorderai che un tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia la tua offerta davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi tornerai ad offrire il tuo dono 155. Perciò è troppo poco offrire le molte elemosine per qualsiasi grave peccato e rimanere nel vezzo dei peccati gravi.

Il vero perdono proviene dal nostro perdono...
27. 4. La preghiera di ogni giorno, che ci ha insegnato Gesù stesso, e perciò è detta anche del Signore, toglie certamente i peccati di ogni giorno, quando ogni giorno si dice: Rimetti a noi i nostri debiti, e quel che segue non solo si dice ma anche si compie: Come noi li rimettiamo ai nostri debitori 156, ma si dice perché si commettono i peccati, ma non affinché si commettano perché si dice. Il Salvatore ci ha voluto mostrare che, per quanto viviamo onestamente nella fragilità del pensiero e del volere di questa vita, non ci vengono a mancare i peccati e che dobbiamo pregare perché ci siano rimessi e dobbiamo perdonare quelli che peccano contro di noi affinché anche a noi si perdoni. Perciò il Signore non ha detto: Se rimetterete agli uomini i peccati, anche il Padre vostro rimetterà a voi i vostri peccati 157, affinché, contando su questa preghiera, commettessimo le colpe di ogni giorno, tranquilli per il prestigio per cui non dobbiamo temere le leggi degli uomini, o con l'intrigo col quale possiamo ingannare gli uomini stessi, ma affinché, mediante la preghiera, imparassimo a non ritenerci senza peccati, anche se siamo immuni dai delitti. Anche ai sacerdoti della vecchia Legge Dio inculcò questo stesso avvertimento riguardo ai sacrifici che ordinò di offrire prima per i propri peccati, poi per quelli del popolo 158. Poi anche le parole del grande Maestro e Signore nostro si devono esaminare con attenzione. Egli non ha detto: "Se rimetterete i peccati agli uomini, anche il Padre vostro rimetterà a voi i peccati di qualsiasi specie", ma ha detto: i vostri peccati. Egli stava insegnando la preghiera di ogni giorno e parlava ai discepoli liberati dal peccato. Dunque l'assunto: I vostri peccati significa i peccati senza dei quali neanche voi sarete, sebbene restituiti all'onestà e alla santità. Dunque nel passo, in cui costoro cercano, mediante questa preghiera, il pretesto per commettere delitti ogni giorno e affermano che il Signore ha incluso anche i peccati gravi, perché non ha detto: "Rimetterà i peccati leggeri", ma i vostri peccati, noi nello stesso passo, tenendo presente coloro a cui parlava e ascoltando le parole: I vostri peccati, dobbiamo concludere che erano peccati leggeri, perché i peccati di simili persone non erano gravi. E poi, dico, i peccati gravi, dai quali si deve recedere col miglioramento della condotta, non sono rimessi se non si adempiono quelle parole: Come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Se i peccati più leggeri, dei quali neanche la vita dei giusti è immune, non si rimettono con altro mezzo, a più forte ragione coloro, che sono immischiati in molte e gravi colpe, anche se ormai smettono di compierle, non ottengono il perdono, se saranno inesorabili nel rimettere agli altri qualsiasi loro mancanza, giacché il Signore dice: Se non rimetterete agli uomini, neanche il vostro Padre rimetterà a voi 159. È valido a proposito il pensiero dell'apostolo Giacomo che si avrà un giudizio senza misericordia per chi non ha usato misericordia 160. Deve venire in mente anche quel servitore, al quale, essendo debitore, il padrone condonò diecimila talenti 161, che poi gli ingiunse di restituire, poiché egli non ebbe compassione di un suo compagno che gli doveva cento denari. Dunque per quelli che sono figli della promessa e vasi di misericordia 162 vale quel che il medesimo Apostolo ha soggiunto: La misericordia invece prevale sul giudizio 163. Infatti anche quei giusti, che sono vissuti in tale santità da accogliere nelle dimore eterne anche gli altri, divenuti loro amici con un provento illecito 164, per essere così santi sono stati liberati da colui che rende onesto il disonesto perché attribuisce la paga in base al credito e non al debito 165. Nel loro numero v'è anche l'Apostolo che dice: Ho ottenuto misericordia dal Signore per meritare fiducia 166.

... e s'inserisce nella comunione dei santi...
27. 5. Si deve ammettere poi che coloro i quali sono accolti dagli eletti nelle dimore eterne non siano dotati di una condotta tale che per liberarli, senza il favore dei santi, possa bastare la loro vita e che perciò molto più largamente in essi prevale la misericordia sul giudizio. Tuttavia non si deve pensare che un individuo molto colpevole, non convertito a una vita buona o più accettabile, sia accolto nelle dimore eterne perché ha reso omaggio ai santi da un provento illecito, cioè da denaro o ricchezze mal guadagnate o, anche se bene, non vere, sebbene la disonestà pensa che siano ricchezze perché non sa quali siano le vere, di cui abbondano coloro che accolgono gli altri nelle dimore eterne. V'è dunque un tenore di vita, non tanto cattiva che per coloro che lo mantengono non giovi a raggiungere il regno dei cieli la generosità delle elemosine, con le quali ha il sostentamento anche la povertà dei santi e ne divengono amici coloro che li ricevano nelle dimore eterne; e non tanto buona che da sola basti a conseguire la grande felicità se non conseguono la misericordia con i meriti di coloro che hanno reso amici. Sono solito stupirmi che anche in Virgilio si riscontri il pensiero del Signore che dice: Fatevi degli amici da un provento illecito affinché essi vi accolgano nelle dimore eterne 167, o quest'altro molto simile: Chi accoglie un profeta, come profeta, riceverà la ricompensa del profeta e chi riceverà un giusto, come giusto, riceverà la ricompensa del giusto 168. Difatti il grande poeta, nel descrivere i Campi Elisi in cui, come essi pensano, soggiornano le anime dei beati, non vi ha assegnato soltanto le anime di coloro che con i propri meriti sono potuti giungere a quelle dimore, ma ha soggiunto: E coloro che hanno suscitato il ricordo degli altri 169, cioè coloro che hanno conseguito la benevola attenzione degli altri e hanno destato il loro ricordo con opere meritevoli; proprio come se rivolgessero loro l'espressione che si usa frequentemente nel linguaggio cristiano quando qualche persona umile si raccomanda a uno dei santi e dice: "Ricordati di me", e procura con opere meritorie che questo avvenga. Ma è molto difficile giudicare e molto rischioso stabilire quale sia il criterio e quali siano i peccati che impediscono l'arrivo al regno di Dio, ma che tuttavia ottengono il perdono per i meriti di santi amici. Io, sebbene mi dessi da fare fino ad oggi sull'argomento, non sono potuto giungere a formulare una conclusione. E forse questi concetti sfuggono affinché non stagni la diligenza per giungere a evitare tutti i peccati. Infatti, se si sapesse quali e di quale specie siano le colpe per le quali, anche se abituali e non superate con l'avanzamento a una vita più buona, si deve desiderare e sperare l'intercessione dei giusti, l'umana noncuranza si intricherebbe tranquilla in essi e non si preoccuperebbe affatto di districarsi dai grovigli con la funzione svincolante di qualche virtù, ma cercherebbe soltanto di liberarsi con i meriti degli altri, che avrebbero resi amici con la generosità delle elemosine da proventi illeciti. Ora invece, finché s'ignora il limite d'una colpa veniale, anche se abituale, si osserva però l'impegno di avanzare a un miglioramento pregando e resistendo più attentamente e non si trascura la sollecitudine di farsi amici i santi dal provento illecito.

... secondo la diversità dei meriti.
27. 6. Però questo tipo di liberazione, che si ha sia con le proprie preghiere di qualsiasi specie, sia con l'intercessione dei santi, ottiene che uno non sia mandato al fuoco eterno e non che, se vi è stato mandato, ne sia estratto dopo un certo periodo di tempo. Infatti coloro i quali pensano d'interpretare quel brano della Scrittura, in cui la terra buona produce il frutto, dove il trenta, dove il sessanta, dove il cento 170, nel senso che i santi, secondo la differenza dei meriti, liberino alcuni trenta uomini, altri sessanta, altri cento, di solito suppongono che avverrà nel giorno del giudizio e non dopo. Si dice che un tale, notando che con un simile pregiudizio molti si sarebbero arrogati l'impunità troppo alla rovescia dal momento che in tal modo tutti all'apparenza potrebbero essere assegnati alla salvezza, con molta finezza abbia replicato che piuttosto si deve vivere bene in modo che ciascuno si venga a trovare fra quelli che dovranno intercedere per liberare. Diversamente gli intercessori sarebbero così pochi che, arrivando ciascuno di essi rapidamente al proprio numero di trenta, sessanta e cento, ne rimangano molti che non possono essere liberati dalle pene con la loro intercessione e che fra di essi si trovi chiunque con infondata storditezza fonda la speranza sul rendimento degli altri. Mi basta avere replicato queste cose a coloro i quali non rifiutano l'autorità della sacra Scrittura, che abbiamo in comune, ma interpretandola male pensano che avverrà non ciò che essa dice ma ciò che essi vogliono. Data questa replica, pongo fine al libro come ho promesso.

LIBRO XXII

SOMMARIO

1. Modo di essere degli angeli e degli uomini.

2. Eterna e immutabile è la volontà di Dio.

3. Si espone la promessa dell'eterna felicità dei santi e dei perenni tormenti dei dannati.

4. Si confutano i sapienti del mondo, i quali pensano che il corpo di terra degli uomini non può essere elevato alla dimora del cielo.

5. Vi sarà la risurrezione della carne che alcuni non credono, sebbene il mondo la creda.

6. Roma amandolo ha reso dio il suo fondatore Romolo, la Chiesa credendo ha amato come Dio il Cristo.

7. Affinché il mondo credesse nel Cristo vi fu l'opera della potenza di Dio e non dell'umana opinione.

8. I miracoli sono stati operati affinché il mondo credesse nel Cristo e non cessano dall'essere compiuti perché il mondo crede.

9. Tutti i miracoli, che avvengono nel nome di Cristo per l'intercessione dei martiri, rendono testimonianza a quella fede, con cui i martiri hanno creduto nel Cristo.

10. I martiri, i quali ottengono tanti fatti meravigliosi affinché si adori il vero Dio, sono onorati con molta maggiore dignità dei demoni, che compiono alcune opere per essere ritenuti dèi essi stessi.

11. Si ribattono i platonici, i quali dal peso naturale degli elementi deducono che il corpo di terra non può essere in cielo.

12. Si respingono gli insulti dei pagani che scherniscono i cristiani per la fede nella risurrezione della carne.

13. Si discute se gli abortiti, sebbene siano del numero dei morti, non facciano parte della risurrezione.

14. Se i bambini morti risorgeranno con quell'aspetto del corpo che avrebbero avuto col crescere dell'età.

15. Si dice che il corpo di tutti i morti risorgerà nella misura del corpo del Signore.

16. Si esamina come deve essere interpretato il modellarsi dei santi all'immagine del Figlio di Dio.

17. Si tratta se il corpo delle donne risusciterà e rimarrà nel rispettivo sesso.

18. L'uomo perfetto è il Cristo e il suo corpo, cioè la Chiesa, che ne è la pienezza.

19. Tutti i difetti del corpo, che in questa vita sono contrari al decoro umano, non si avranno nella risurrezione perché in essa, rimanendo la naturale sostanza, qualità e quantità concorreranno alla bellezza.

20. Nella risurrezione dei morti la natura dei corpi morti, in qualsiasi maniera dissolti, sarà resa da ogni parte nella compiutezza.

21. Si avrà la novità del corpo spirituale, in cui sarà mutata la carne dei santi.

22. Il genere umano è soggetto per la colpa del peccato originale a dolori e mali, dai quali si è liberati soltanto mediante la grazia del Cristo.

23. Vi sono mali i quali, oltre quelli che sono comuni a buoni e cattivi, appartengono in modo speciale alla inquietudine dei buoni.

24. Vi sono beni, dei quali il Creatore ha onorato questa vita, anche se soggetta alla condanna.

25. Alcuni ostinatamente impugnano la risurrezione della carne che, come è stato annunziato profeticamente, tutto il mondo ha creduto.

26. In quali termini l'opinione di Porfirio, con cui ritiene che ogni corpo si deve fuggire dalle anime felici, è ribattuta dall'opinione di Platone stesso, il quale afferma che il Dio sommo ha promesso agli dèi che mai saranno privati del corpo.

27. Vi sono delle affermazioni di Platone contrarie ad altre di Porfirio, però se con esse l'uno convergesse con l'altro, né l'uno né l'altro sarebbero alieni dalla verità.

28. Sia Platone che Labeone e anche Varrone potrebbero contribuire a vicenda alla vera fede della risurrezione, se le loro opinioni si unissero in una sola teoria.

29. Si espone la qualità della visione con cui i santi nel mondo futuro vedranno Dio.

30. Vi saranno l'eterna felicità della Città di Dio e il sabato senza fine.

 

Libro ventiduesimo

LA RISURREZIONE DELLA CARNE E LA VITA ETERNA

 

Verità di fede e criteri apologetici (1-10)

Argomento del libro e concetto di eternità.
1. 1. Come ho stabilito nel libro precedente, questo, che è l'ultimo di tutta l'opera, tratterà l'argomento della felicità eterna della città di Dio, la quale non ha avuto l'appellativo d'eterna a causa di una lunga successione di tempo per indefiniti periodi, che comunque avrebbe avuto fine, ma perché, come è scritto nel Vangelo: Del suo regno non si avrà la fine 1. E non è che in essa si manifesti l'apparenza della perennità col cessare di alcuni di tali periodi e col subentrare di altri, come in un albero che si riveste di fronde in continuazione può sembrare che persista il medesimo colore verde mentre, scomparendo e cadendo le foglie, le altre che spuntano conservano l'apparenza della ombrosità. Nella città di Dio invece tutti i cittadini saranno immortali perché gli uomini conseguiranno ciò che gli angeli santi non hanno mai perduto. Lo porrà in atto Dio sommamente onnipotente suo fondatore. L'ha promesso e non può mentire e per coloro, ai quali offriva di ciò una garanzia, ha posto in atto molti eventi promessi e non promessi.

Provvidenza, essere spirituale e libero arbitrio.
1. 2. Egli infatti all'origine ha creato il mondo, provvisto di esseri visibili e intelligibili e tutti buoni. In esso nulla ha stabilito di più perfetto degli esseri spirituali, ai quali ha dato l'intelligenza, che ha reso abili a conoscerlo nella sua trascendenza e idonei a possederlo e ha riunito in una società che consideriamo la santa città dell'alto. In essa l'essere, da cui sono conservati nell'esistenza e resi felici, è per loro Dio stesso come vita e sostentamento comune. E ha conferito a questa creatura ragionevole il libero arbitrio in modo che essa, se voleva, poteva abbandonare Dio, sua felicità, con immediata successione della infelicità. Ed egli, pur nella prescienza che alcuni angeli, mediante l'arroganza, con cui pretendevano di essere autosufficienti alla propria felicità, sarebbero divenuti rinunziatari di un bene così grande, non tolse loro questa facoltà perché giudicò che era di maggior potere e bontà trarre il bene dal male che non permettere il male. Ma il male non vi sarebbe se, peccando, non lo avesse operato per sé la natura stessa, soggetta al divenire, sebbene buona e ideata da Dio, Bene sommo e non soggetto al divenire, che ha creato buone tutte le cose. E proprio dall'attestato di questo suo peccato la natura si rende cosciente d'essere stata creata buona; se non fosse anch'essa un bene grande, sebbene non eguale al Creatore, l'abbandonare Dio come sua luce non potrebbe essere il suo male. Infatti la cecità è un male dell'occhio e proprio questo male dimostra che l'occhio è stato creato per vedere la luce e perciò proprio da questo suo male si ravvisa come il più nobile di tutti gli altri organi l'organo percipiente la luce, poiché il male di essere privo della luce non ha altra provenienza. Allo stesso modo una natura, che si allietava in Dio, fa intendere che era stata creata sommamente buona proprio da questo suo male, per cui è infelice, appunto perché non si allieta in Dio. Egli ha punito la volontaria defezione degli angeli con la giustissima pena di una eterna afflizione e agli altri che erano rimasti fedeli, affinché fossero certi della propria fedeltà senza fine, diede, per così dire, il premio di tale fedeltà. Ed Egli ha creato l'uomo, anche lui capace di bene mediante il libero arbitrio, quantunque fosse un essere animato sulla terra, ma degno del cielo se rimaneva unito al suo Creatore, ed egualmente, se lo avesse abbandonato, della infelicità che sarebbe sopraggiunta quale sarebbe convenuta a siffatta natura. E sebbene avesse egualmente avuto prescienza che avrebbe peccato con la trasgressione della legge di Dio mediante la defezione da lui, neanche a lui sottrasse il potere del libero arbitrio perché con un medesimo atto previde il bene che Egli avrebbe operato dal male di lui. Ed Egli dalla discendenza soggetta a morire, debitamente e giustamente condannata, raduna con la sua grazia un grande popolo per riparare e rinnovare con esso la parte di angeli che è caduta, sicché la diletta città dell'alto non è privata del numero dei suoi cittadini, che anzi forse è allietata da un numero più abbondante.

Analogia dell'idea di provvidenza...
2. 1. Molte azioni certamente sono compiute dai cattivi contro la volontà di Dio, ma Egli è di tanta sapienza e potere che tutti gli avvenimenti, che sembrano contrari alla sua volontà, tendono a quegli scopi e fini che Egli ha previsto come buoni e giusti. Perciò quando si dice che Dio ha mutato la volontà, sicché, ad esempio, si rende sdegnato verso coloro con i quali era indulgente, sono essi che sono cambiati, non lui, e in un certo senso lo trovano mutato nelle avversità che subiscono. Allo stesso modo cambia il sole per gli occhi contusi e in qualche modo si rende da blando irritante, da dilettevole sgradito, sebbene in sé rimanga quel che era. Si considera volontà di Dio anche quella che Egli pone in atto nel cuore di coloro che obbediscono ai suoi comandamenti, e di essa dice l'Apostolo: È Dio che opera in voi anche il volere 2, come si considera giustizia di Dio non solo quella per cui Egli è considerato giusto, ma anche quella che Egli pone in atto nell'uomo che da lui viene reso giusto 3. Così si considera sua anche la legge che invece è degli uomini, ma data da lui perché erano uomini coloro ai quali Gesù disse: Nella vostra Legge è stato scritto 4, sebbene in un altro passo leggiamo: La legge del suo Dio è nel suo cuore 5. Secondo questa volontà, che Dio opera negli uomini, si dice che Egli vuole non ciò che vuole ma ciò di cui rende volenti i suoi, come si considera che Egli ha conosciuto ciò che ha fatto conoscere da coloro da cui era ignorato. Infatti dalle parole dell'Apostolo: Ora poi conoscendo Dio, anzi essendo conosciuti da Dio 6, non è consentito dedurre che Dio abbia conosciuto allora quelli che erano conosciuti prima della creazione del mondo 7, ma è stato detto che li ha conosciuti quando ha fatto sì che fosse conosciuto. Ricordo di aver discusso di questi modi di parlare nei libri precedenti 8. Dunque secondo questa volontà, per cui noi diciamo che Dio vuole quello che fa in modo che vogliano coloro che ignorano il futuro, Dio vuole molte cose ma non le attua.

... e prescienza di Dio.
2. 2. I suoi santi chiedono che si avverino molti eventi ispirati da lui con una volontà santa, però non si avverano come essi con fede e devozione pregano per determinate persone ed Egli non pone in atto ciò che chiedono nella preghiera, sebbene nello Spirito Santo ha suscitato in essi questa volontà di pregare. Perciò quando i santi chiedono e pregano che ognuno sia salvo, possiamo dire con quel modo figurato di esprimersi: "Dio vuole e non fa", per dire che Egli vuole perché attua che costoro chiedano. Però in virtù della sua volontà, che è eterna unitamente alla sua prescienza, ha già posto in atto, in cielo e sulla terra, tutti gli eventi che ha voluto, non solo passati o presenti, ma anche futuri 9. Nondimeno, prima che giunga il tempo in cui Egli vuole che si avveri l'evento, che prima di tutti i tempi ha preordinato nella sua prescienza, noi diciamo: "Avverrà quando Dio vorrà". Però se ignoriamo non solo il tempo in cui avverrà, ma anche se avverrà, diciamo: "Avverrà se Dio vorrà", non perché Dio avrà un nuovo atto di volontà che non aveva, ma perché allora avverrà quel che dall'eternità è stato preordinato nella sua volontà non soggetta al divenire.

Predizione della felicità eterna.
3. Perciò, per passare sopra a molti altri eventi, come ora notiamo che in Cristo si è adempiuta la promessa fatta ad Abramo: Nella tua discendenza saranno benedetti tutti i popoli 10, così si adempirà ciò che alla medesima discendenza ha promesso con le parole del profeta: Risorgeranno coloro che erano nei sepolcri 11, e con queste altre: Vi saranno un cielo nuovo e una terra nuova e non si ricorderanno più dei passati e la vecchia terra non verrà più loro in mente, ma troveranno in essa gioia e giubilo. Ecco, io faccio di Gerusalemme un giubilo e del mio popolo una gioia e salterò di giubilo in Gerusalemme e gioirò nel mio popolo e non si udrà più in essa una voce di pianto 12. Ha preannunziato l'evento mediante un altro profeta con parole rivolte a lui: In quel tempo avrà la salvezza tutto il tuo popolo, che sarà trovato scritto nel libro, e molti di coloro che dormono nella polvere della terra (o come molti hanno tradotto: in un mucchio 13) risorgeranno, gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e all'infamia eterna 14. In un altro passo del medesimo profeta si ha: I santi dell'Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre, oltre il tempo 15, e poco dopo dice: Il suo regno è eterno 16. Altri eventi, attinenti all'argomento, che ho allegato nel libro ventesimo 17 o che non ho allegato, ma sono riferiti in quella profezia, si avvereranno anch'essi, come si sono avverati questi, che gli infedeli non pensavano si avverassero. Ha preannunziato gli uni e gli altri, ha predetto che si avvereranno gli uni e gli altri il medesimo Dio, di cui gli dèi dei pagani hanno orrore, anche per la testimonianza di Porfirio, il più illustre filosofo dei pagani 18.

I pagani contro la credibilità del corpo in cielo.
4. Ma naturalmente vi sono individui, letterati e filosofi, che sono in opposizione al prestigio di sì grande autorevolezza, la quale ha volto tutte le categorie di persone a credere e sperare nella risurrezione, come aveva predetto tanto tempo prima. A costoro sembra di ragionare con finezza contro la risurrezione dei corpi e di poter citare quel che è riferito nel terzo libro su Lo Stato di Cicerone. Difatti nell'affermare che Ercole e Romolo da uomini erano diventati dèi, dice: Non i loro corpi sono stati elevati perché la natura non tollererebbe che ciò che è della terra non rimanga se non nella terra 19. Questo è il grande criterio dei filosofi, dei cui pensieri il Signore conosce che sono privi di significato 20. Se fossimo soltanto anima, cioè spirito senza corpo, e avendo dimora in cielo non conoscessimo gli esseri animati della terra e ci si dicesse che in futuro avverrà che saremo congiunti con vincolo mirabile ad animare corpi terrestri, ragioneremmo molto più attendibilmente se ci rifiutassimo di crederlo e dicessimo che la natura non tollera che un essere incorporeo sia avvinto da un legame corporeo. E tuttavia la terra è piena di anime che vivificano le parti terrestri di un corpo, congiunte fra di loro in modo mirabile e influenti l'una sull'altra. Perché dunque nella volontà di Dio, che ha creato questo essere animato, un corpo terrestre non potrà essere sublimato a un corpo celeste, se l'anima spirituale, più nobile di ogni corpo e quindi anche di un corpo celeste, ha potuto essere unita a un corpo terrestre?. Forseché un pezzetto di terra, tanto meschino, ha potuto avere in sé un essere più nobile di un corpo celeste, in modo da avere la conoscenza e la vita, e il cielo rifiuterà di accoglierlo, pur dotato di conoscenza e vita, o non lo potrà conservare se accolto, quando esso conosce e vive mediante un essere migliore di ogni corpo celeste? Ma ora non avviene perché non è ancora il tempo in cui ha voluto che avvenisse colui che ha creato, molto più mirabilmente di quel che dai pagani non è ammesso, quel che ora è divenuto usuale alla nostra esperienza. Perché non ammiriamo di più che le anime spirituali, più nobili di un corpo celeste, sono unite ai corpi terrestri, anziché ammirare che i corpi, sebbene terrestri, sono elevati a dimore, sebbene celesti, tuttavia corporee? La ragione è che siamo abituati a percepire questo stato e questo siamo; non siamo ancora quello e non l'abbiamo ancora percepito. Adottando un criterio assennato si rinviene che è di una operazione divina più mirabile congiungere in qualche modo esseri corporei a incorporei che unire corpi a corpi, sebbene diversi perché gli uni sono celesti, gli altri terrestri.

Il mondo crede alla Sacra Scrittura.
5. Però questo sarebbe stato incredibile una volta; ma ora il mondo ha creduto che il corpo terrestre del Cristo è stato elevato al cielo. Individui dotti e ignoranti, esclusi pochissimi istupiditi, tanto dotti che ignoranti, hanno creduto la risurrezione della carne e l'ascensione nelle dimore celesti. Se hanno creduto una cosa credibile, riflettano quanto sono stolti quelli che non credono; se invece è stata creduta una cosa incredibile, anche questo è incredibile, che sia stato creduto ciò che è incredibile. Dunque il medesimo Dio, prima che uno dei due eventi si avverasse, ha predetto che si sarebbero avverati tutti e due questi eventi incredibili, cioè la risurrezione del nostro corpo nell'eternità e che il mondo avrebbe creduto una cosa così incredibile 21. Costatiamo che uno dei due eventi incredibili si è già avverato, cioè che il mondo avrebbe creduto ciò che era incredibile. Non v'è ragione dunque di dubitare che si avveri anche l'altro, che il mondo ha ritenuto incredibile, come si è avverato ciò che è stato egualmente incredibile, cioè che il mondo credesse una cosa tanto incredibile. Difatti nella sacra Scrittura, mediante la quale il mondo ha creduto, è stato predetto l'uno e l'altro evento incredibile, uno che costatiamo, l'altro che crediamo. E il modo stesso, col quale il mondo ha creduto, se vi si riflette attentamente, appare più incredibile. Cristo, con le reti della fede, sul mare di questo mondo, ha mandato pochissimi pescatori, non istruiti nelle discipline liberali e inoltre, per quanto attiene agli insegnamenti dei pagani, del tutto incolti, non acculturati nella grammatica, non muniti nella dialettica, non ampollosi nella retorica, eppure ha preso molti pesci di ogni specie e tanto più degni di meraviglia quanto più rari e perfino gli stessi filosofi. Se fa piacere, anzi perché deve far piacere, a questi due fatti incredibili aggiungiamone un terzo. Dunque sono tre i fatti incredibili che tuttavia sono avvenuti. È incredibile che Cristo sia risorto nella carne e che con la carne sia salito in cielo; è incredibile che il mondo abbia creduto una cosa tanto incredibile; è incredibile che uomini di bassa estrazione, senza mezzi, pochissimi, illetterati abbiano potuto rendere attendibile con tanta evidenza al mondo e in esso anche ai dotti una cosa tanto incredibile. I pagani, con i quali stiamo dibattendo, non vogliono credere al primo di questi tre fatti incredibili; sono costretti a costatare il secondo, ma non riscontrano come sia avvenuto se non credono al terzo. In tutto il mondo si annunzia e si crede alla risurrezione di Cristo e alla sua ascensione al cielo con la carne in cui è risorto; se non è credibile, perché è stato ormai creduto in tutto il mondo?. Se molti, famosi, altolocati, dotti avessero detto di averla vista e si fossero impegnati a divulgare quel che avevano visto, non sarebbe da meravigliarsi se il mondo avesse creduto, anzi sarebbe difficile non voler credere ad essi. Se invece, come è accaduto, il mondo ha creduto a pochi, ignoti, di bassa estrazione, ignoranti che dicevano e scrivevano di aver visto la risurrezione, perché i pochi ostinatissimi, che sono rimasti, non credono ancora al mondo che ormai crede? E il mondo ha creduto appunto a un piccolo numero di uomini ignoti, di bassa estrazione, illetterati perché attraverso testimoni così poco attendibili la divinità molto più mirabilmente si manifestò con evidenza. Infatti i linguaggi fautori d'evidenza che usavano furono fatti meravigliosi, non parole. Coloro i quali non avevano visto che il Cristo era risorto con la carne e che con essa era salito al cielo credevano a quelli i quali narravano di averlo visto, non solo perché parlavano ma anche perché operavano stupendi prodigi. Difatti all'improvviso udivano parlare miracolosamente le lingue di tutti i popoli individui che sapevano intenditori di una sola lingua, al massimo di due 22. Vedevano che uno storpio dal grembo della madre, a una loro parola nel nome di Cristo, dopo quarant'anni si era alzato in piedi pienamente guarito 23, che i fazzoletti tolti via dal loro corpo servivano a guarire gli infermi. Vedevano che gli innumerevoli individui, afflitti da varie malattie, posti in fila sulla via, in cui stavano per sopraggiungere gli Apostoli, affinché si riflettesse su di essi l'ombra di loro che passavano, spesso ricevevano immediatamente la guarigione 24. Scorgevano anche molte altre opere stupende da loro compiute nel nome di Cristo e infine anche la risurrezione dai morti 25. Se ammettono che tali fatti sono avvenuti come sono stati tramandati, ecco che a quei tre incredibili ne aggiungiamo tanti altri. Perciò, affinché sia creduto un solo avvenimento incredibile, relativo alla risurrezione della carne e ascensione al cielo, raccogliamo valide testimonianze di molti fatti incredibili e ancora non induciamo a credere coloro che per spaventosa durezza non credono. Se poi non credono che per mezzo degli Apostoli di Cristo sono stati operati quei miracoli affinché si credesse a loro, che annunziavano la sua risurrezione e ascensione al cielo, a noi basta soltanto questo grande miracolo: che senza miracoli il mondo l'ha creduto.

Confronti con Romolo e Roma.
6. 1. Riportiamo a questo punto anche ciò che per Cicerone è degno di meraviglia sulla creduta divinità di Romolo. In Romolo, egli dice, desta soprattutto meraviglia il fatto che gli altri, di cui si tramanda che da uomini sono divenuti dèi, vissero in periodi meno civili in modo che il pensiero era più disposto al mito, poiché gli individui ignoranti erano facilmente spinti a credere; notiamo invece che l'età di Romolo, a meno di sei secoli addietro, fu caratterizzata da cultura ed erudizione già progredite, essendo stato eliminato del tutto un antico pregiudizio proveniente dalla condizione incivile degli uomini 26. E poco dopo, in relazione all'argomento in parola, così parla sempre di Romolo: Da ciò si può arguire che Omero visse moltissimi anni prima di Romolo sicché, essendo progrediti nella cultura uomini e tempi, v'era appena un qualche spazio per favoleggiare. Difatti l'antichità ha accolto favole formulate talora anche grossolanamente; questa età invece, già acculturata, prevalentemente con la satira ha respinto tutto ciò che non può avvenire 27. Uno del numero degli uomini più dotti e il più eloquente di tutti, Marco Tullio Cicerone, afferma appunto che la divinità di Romolo fu creduta come fatto prodigioso perché i tempi erano progrediti nella cultura in modo da non ammettere la menzogna delle favole. Ma chi ha creduto Romolo un dio se non Roma, ancora piccola e agli inizi?. In seguito ai posteri era stato necessario mantenere quel che avevano ricevuto dagli antenati, affinché assieme a questa superstizione, succhiata, per così dire, con il latte della madre, la città crescesse a un dominio così esteso. Così da questa sua sovranità, come da un luogo più alto, poteva irrorare di questa sua credenza anche gli altri popoli sui quali dominava, non perché credessero ma affinché parlassero di Romolo come di un dio. Non dovevano, cioè, ingiuriare la città, cui erano sottomessi, nel suo fondatore, non attribuendogli un appellativo riconosciutogli da Roma che lo aveva creduto non per amore di questo errore, ma tuttavia per un errore suggerito dall'amore. Invece, sebbene Cristo sia fondatore dell'eterna città del cielo, tuttavia essa non l'ha creduto Dio perché è stata fondata da lui, ma si deve costruirla appunto perché crede. Roma, già costruita e consacrata, ha adorato il suo fondatore in un tempio; questa Gerusalemme invece, per essere costruita e consacrata, ha posto sul fondamento della fede Cristo Dio suo fondatore. Quella amandolo l'ha creduto un dio, questa credendolo Dio l'ha amato. Come dunque si avverò prima che Roma amò e poi che della persona amata, ormai agevolmente, credette anche un falso bene; così si avverò prima che la Gerusalemme terrena credette affinché con la retta fede non amasse alla cieca ciò che è falso, ma ciò che è vero. A parte dunque tanti grandi miracoli, i quali hanno convinto che Cristo è Dio, si ebbero prima anche le profezie d'ispirazione divina, assolutamente degne di fede, di cui non si crede, come credettero i nostri padri, che devono adempiersi in lui, ma si dimostra che si sono già adempiute; di Romolo invece, circa l'evento che ha fondato Roma e ha regnato in essa, si ascolta e si legge che è avvenuto, non che è stato profetato prima che avvenisse. In quanto poi al fatto che è stato accolto fra gli dèi, i loro libri fanno capire che è creduto, non affermano che è avvenuto 28. Difatti non si dimostra con indicazioni di eventi prodigiosi che ciò è realmente accaduto. Anche la celebre lupa allattante, che sembrerebbe un grande portento, quale attinenza o autorevolezza ha per dimostrarlo un dio? 29. E sebbene la celebre lupa senza dubbio non fu una prostituta ma un animale, quantunque sia stata in comune per i gemelli, tuttavia il suo fratello non è considerato un dio. E chi è stato interdetto di dichiarare dèi Romolo o Ercole o altre simili personalità e ha preferito morire anziché non dichiararlo? Oppure qualche popolo onorerebbe fra i suoi dèi Romolo, se non lo costringesse la paura del nome romano? Chi potrebbe invece calcolare quanti hanno preferito essere uccisi con grande, disumana spietatezza anziché negare che Cristo è Dio? Quindi il timore, sia pure di una leggera indignazione, costringeva alcune città soggette al diritto romano a onorare Romolo come un dio. Invece la paura, non tanto di un leggero sdegno dell'animo, ma di grandi e varie pene e della morte stessa, che più delle altre si paventa, non ha potuto distogliere un grande numero di martiri, fra tutti i popoli della terra, dall'onorare ma anche dal professare Cristo come Dio. E in quel tempo la città di Dio, sebbene fosse esule in cammino sulla terra e avesse schiere di grandi popoli, non combatté per la salvezza nel tempo contro i propri persecutori pagani, ma piuttosto, per raggiungere la salvezza eterna, non oppose resistenza. Venivano incatenati, imprigionati, flagellati, torturati, bruciati, sbranati e crescevano di numero. Per loro combattere per la salvezza era lo stesso che disprezzare la salvezza per amore del Salvatore.

Fede e salvezza nelle due città.
6. 2. So che nell'opera su Lo Stato di Cicerone, nel terzo libro, se non sbaglio, si tratta dialogicamente che da un'ottima amministrazione civile s'imprende la guerra soltanto per la fedeltà e la salvezza. In un passo, mostrando che cosa intende per salvezza o a quale salvezza vuole che si pensi, dice: Da queste pene, che anche i più ingenui sentono, cioè la fame, l'esilio, il carcere, le verghe, spesso i privati cittadini sfuggono per il sopraggiungere inatteso della morte; per gli enti politici invece la morte stessa, che sembra garantire gli individui dalla pena, è una pena. L'ente politico infatti dev'essere organizzato in modo tale da essere perpetuo. Quindi non si ha la morte naturale dello Stato come dell'uomo, per il quale la morte non solo è inevitabile, ma spesso auspicabile. Invece un'entità politica, quando viene soppressa, è distrutta, annientata; è come se, in certo senso, tanto per paragonare le piccole cose alle grandi, tutto questo mondo scomparisse e precipitasse nel nulla 30. Cicerone ha espresso questo pensiero appunto perché con i platonici ritiene che il mondo non avrà fine. È evidente dunque la sua opinione che dal governo dello Stato sia intrapresa la guerra per quella salvezza per cui lo Stato persiste nel tempo, pur nel morire e nascere degli individui, come è perenne l'ombrosità dell'olivo, dell'alloro e di alberi consimili attraverso il cadere e il rispuntare delle foglie. La morte infatti, come egli si esprime, è una pena non dei singoli individui, ma di tutto lo Stato e invece spesso libera dalla pena gli individui. Perciò a buon diritto si pone il problema se fece bene Sagunto quando preferì la sua distruzione anziché violare la fedeltà con cui era legata allo stesso Stato romano e per questa sua determinazione è lodata da tutti i cittadini dello Stato terreno. Però io non vedo in qual modo potessero essere ottemperanti di quella teoria, con cui si afferma che si deve intraprendere la guerra soltanto o per la fedeltà o per la salvezza; infatti nel caso che questi due valori s'incontrassero in uno e medesimo pericolo, in modo che non si può ottenere l'uno senza la perdita dell'altro, non si dice quale dei due sia da preferire. Se Sagunto avesse preferito la salvezza, si doveva dai suoi cittadini rinunziare alla fedeltà; se da mantenere la fedeltà, era da lasciar perdere la salvezza, come difatti è avvenuto 31. La salvezza della città di Dio è tale che si può mantenere o piuttosto raggiungere assieme alla fede e mediante la fede, sicché perduta la fede non si può giungere ad essa. Questa riflessione di un cuore assai forte e paziente ha fruttato tanti grandi martiri, di tal fatta che neanche uno solo ne ebbe o poté averne Romolo, quando fu creduto un dio.

Consenso dei credenti.
7. Ma è davvero ridicolo fare riferimento alla divinità di Romolo, quando parliamo di Cristo. Romolo è esistito circa seicento anni prima di Cicerone e si afferma che quell'età era già evoluta nella cultura 32, sicché avrebbe rifiutato tutto ciò che era inattendibile. A più forte ragione dunque, dopo seicento anni, al tempo dello stesso Cicerone, e soprattutto in seguito, sotto Augusto e Tiberio, in tempi certamente molto più addottrinati, l'intelligenza umana non avrebbe potuto accettare e, rifiutando di ascoltare e di accogliere, avrebbe rifiutato come inattendibile la risurrezione della carne di Cristo e la sua ascesa al cielo, se non l'avessero mostrata come attendibile e realmente avvenuta la testimonianza divina della verità e la verità della testimonianza divina e insieme gli attestanti criteri dei miracoli. Avvenne così che, malgrado il timore e le idee contrarie di tante e così crudeli persecuzioni, la risurrezione e l'immortalità della carne, che precede nel Cristo e seguirà negli altri fuori del tempo, fosse creduta con fede invitta, annunziata con coraggio e seminata nel mondo per germogliare più fecondamente nel sangue dei martiri. Si leggevano infatti precorritrici predizioni dei Profeti, avvenivano contemporaneamente gli straordinari esempi di virtù e si rendeva consona al modo di vivere una verità nuova, non contraria alla ragione finché il mondo, che perseguitava con furore, seguì nella fede.

Funzione apologetica del miracolo.
8. 1. Perché, obiettano, quei miracoli che andate dicendo siano avvenuti, ora non avvengono più? 33. Potrei rispondere che sono stati necessari prima che il mondo credesse, affinché il mondo credesse. Chi per credere va ancora in cerca di prodigi, è egli stesso un prodigio perché non crede, mentre il mondo crede. Però lo dicono affinché si creda che quei miracoli non sono avvenuti. Come si spiega dunque che con tanta fede si canta da ogni parte che Cristo è stato elevato al cielo con la carne? Come si spiega che in tempi addottrinati, i quali rifiutano tutto ciò che è inattendibile, il mondo ha creduto senza miracoli a fatti incredibili perché troppo meravigliosi? Diranno forse che sono stati credibili e perciò sono stati creduti? E allora perché essi non credono? È quindi molto semplice il nostro dilemma: o da un fatto incredibile, perché fuori dell'esperienza, hanno suscitato la fede altri fatti incredibili, che tuttavia avvenivano ed erano nell'esperienza; ovvero un fatto così credibile, da non aver bisogno di miracoli per essere evidenziato, confuta l'eccessiva mancanza di fede di costoro. Direi questo per ribattere i più sciocchi. Difatti non possiamo negare che sono avvenuti molti miracoli, i quali dimostrerebbero quell'unico grande salvifico miracolo, per cui Cristo è salito al cielo con la carne con cui era risorto. È stato tutto scritto nei medesimi libri assolutamente veri: i fatti che sono avvenuti e per quale verità da credere sono avvenuti. Essi furono palesi per suscitare la fede; essi molto più evidentemente sono palesi mediante la fede che hanno suscitato. Sono letti fra i popoli affinché siano creduti, ma non si leggerebbero fra i popoli se non fossero creduti. Difatti anche al presente avvengono miracoli nel suo nome, sia mediante i sacramenti, sia attraverso le preghiere e il culto dei santi, ma non sono divulgati con la medesima notorietà al punto da avere una fama come quella. Il canone della sacra Scrittura, che doveva essere autenticato, fa in modo che quelli siano annunziati dovunque e siano impressi nel ricordo di tutti i popoli. Questi altri invece, dovunque avvengano, sono conosciuti appena da tutta una città o in qualsiasi località di individui che vivono insieme. Spesso infatti anche in quel luogo li conoscono pochissimi, mentre i più li ignorano, soprattutto se la città è molto grande; e quando sono narrati ad altri, in altre parti, non li sostiene una grande autorità, in modo che siano creduti senza difficoltà e incertezza, sebbene siano comunicati da cristiani a cristiani.

Il cieco di Milano.
8. 2. Il miracolo che avvenne a Milano, mentre vi risiedevo, quando un cieco riacquistò la vista, poté giungere alla conoscenza di molti perché la città era grande, vi risiedeva allora l'Imperatore e il fatto avvenne alla presenza di una grande folla che era accorsa per vedere i corpi dei martiri Gervasio e Protasio, che erano rimasti nascosti e del tutto ignoti. Erano stati scoperti perché svelati in sogno al vescovo Ambrogio e in quel luogo il cieco, fugate le tenebre di prima, rivide la luce 34.

Le emorroidi di Innocenzo...
8. 3. Invece a Cartagine soltanto pochissimi conoscono la guarigione che si verificò in Innocenzo, già avvocato alla viceprefettura; fummo presenti e lo costatammo con i nostri occhi. Egli, siccome con tutta la sua famiglia era molto devoto, aveva accolto me e il mio confratello Alipio, non ancora chierici ma già servi di Dio, che provenivamo da oltre il mare e avevamo preso alloggio presso di lui. Era curato dai medici per le emorroidi, che aveva numerose e aggrovigliate nella parte posteriore e più bassa del busto. I medici lo avevano già operato ed eseguivano con unguenti le rimanenti operazioni della propria professione. Nell'intervento aveva sofferto prolungati e forti dolori. Ma fra le molte una di quelle varici era sfuggita ai medici che non la ravvisarono, sebbene avrebbero dovuto inciderla col ferro chirurgico. Quindi essendo tutte guarite quelle che i medici già incise curavano, era rimasta quella sola e le si applicava inutilmente la cura. Innocenzo, stimando ingiustificate quelle dilazioni e temendo di essere operato un'altra volta, perdette il controllo. Infatti lo aveva preavvertito il medico di casa che gli altri non avevano convocato quando fu inciso la prima volta, affinché vedesse almeno come operavano. Innocenzo adirato lo aveva cacciato di casa e a stento ve lo aveva riammesso. Disse: "Mi opererete un'altra volta? Dovrò andare incontro alle previsioni di colui che non avete voluto presente?". E quelli continuavano a beffare il medico inesperto e a calmare con buone parole e con promesse la paura dell'uomo. Passarono molti altri giorni e non serviva a nulla quel che si faceva. Comunque i medici persistevano nella loro promessa che avrebbero guarito la varice non con lo strumento chirurgico ma con gli impiastri. Invitarono anche un altro medico, ormai anziano, molto celebrato nella tecnica chirurgica, Ammonio, che era ancora in vita. Egli, esaminata la parte, promise con attenzione alla loro diligenza e competenza il medesimo buon esito come gli altri. Tranquillizzato dalla sua autorità, con fine umorismo si burlò, come se fosse già guarito, del suo medico di casa che aveva previsto un altro taglio. Che dire di più? Passarono tanti giorni inutilmente, sicché i medici, stanchi e sfiduciati, confessarono che poteva guarire soltanto con un intervento. Si spaventò, divenne pallido, sconvolto dallo spavento e appena si riprese e poté parlare, comandò ai medici di andarsene e di non farsi più vedere da lui. Spossato dalle lacrime e costretto da quella ineluttabilità non gli venne in mente altro che rivolgersi a un certo Alessandrino, che allora era considerato un chirurgo molto efficiente, affinché egli facesse quel che adirato non voleva fosse fatto dagli altri. Ma dopo che questi venne e da esperto osservò nelle cicatrici l'opera dei medici, adempiendo un dovere di persona perbene, convinse l'individuo che essi piuttosto, i quali si erano tanto impegnati per lui, come egli poteva costatare con ammirazione, godessero del risultato della sua guarigione. Aggiunse che davvero, se non veniva operato, non poteva guarire e che ripugnava molto al suo temperamento strappare, per quel poco che rimaneva, l'onore di un lavoro così eccellente ad uomini, dei quali notava con ammirazione nelle sue cicatrici l'opera professionalmente molto valida, l'impegno, l'accuratezza. I medici riebbero la sua fiducia e si venne all'accordo che alla presenza dello stesso Alessandrino essi aprissero con lo strumento chirurgico la varice che ormai, col consenso di tutti, si riteneva inguaribile in altro modo. L'intervento fu rimandato al giorno dopo. Ma quando i medici se ne andarono, dalla grande angoscia del padrone si manifestò in quella casa un dolore così forte che a stento da noi si reprimeva il pianto come per un decesso. Lo visitavano quotidianamente uomini di santa vita: Saturnino di beata memoria, allora vescovo di Uzalis, il prete Guloso e i diaconi della chiesa di Cartagine. Fra di essi vi era anche Aurelio, il solo rimasto in vita, oggi vescovo, da nominarsi con noi col dovuto rispetto. Ricordando le meraviglie delle opere di Dio ho spesso parlato con lui di questo fatto e ho riscontrato che egli ricordava assai bene ciò che sto richiamando alla memoria. Mentre essi, come erano soliti, la sera precedente erano in visita da lui, li pregò con lacrime struggenti che alla mattina seguente si degnassero di essere presenti al suo funerale anziché al suo dolore. L'aveva infatti assalito una paura così grande a causa delle precedenti sofferenze che non dubitava di dover morire fra le mani dei medici. I chierici lo consolarono e lo esortarono ad avere fiducia in Dio e ad accettare virilmente la sua volontà. Poi andammo a pregare e lì, mentre al solito piegavamo i ginocchi e ci prostravamo a terra, egli si gettò giù come se fosse stato prosternato dalla violenta spinta di qualcuno e cominciò a pregare. Chi potrebbe esprimere a parole con quali gesti, con quanta passione, con quale sentimento, con quale fiume di lacrime, con quali gemiti e singulti che scuotevano tutto il suo corpo e ne impedivano quasi il respiro? Non sapevo se gli altri stessero pregando o se la loro attenzione fosse rivolta a questi particolari. Io certamente non riuscivo a pregare; dissi soltanto dentro di me queste brevi parole: "O Signore, quali preghiere dei tuoi figli esaudisci, se non esaudisci queste?". Mi sembrava infatti che non potesse avvenire altro se non che egli spirasse pregando. Ci alzammo e, ricevuta la benedizione del vescovo, ci allontanammo, mentre Innocenzo pregava che la mattina seguente fossero presenti, ed essi lo esortavano che si facesse coraggio. Spuntò il giorno temuto, erano presenti i servi di Dio, come avevano promesso, entrarono i medici, furono preparati gli strumenti che la circostanza richiedeva, furono tirati fuori i tremendi ferri chirurgici nello sbalordimento e ansia di tutti. Mentre quelli che hanno maggiore influenza cercano di lenire la sua mancanza di coraggio con parole di conforto, il corpo viene disposto sul lettuccio a portata della mano del chirurgo, si sciolgono i nodi delle fasciature, viene scoperta la parte, il medico guarda e cerca, armato e intento, la varice da recidere. Esplora con gli occhi, palpa con le dita, si adopera poi in tutti i modi: trova una solidissima cicatrice. La grande gioia, la lode e il ringraziamento a Dio onnipotente e misericordioso che sgorgò dalla bocca di tutti con accenti di giubilo soffusi di lacrime non sono da affidare alle mie parole; vi si pensi e non se ne parli.

... e il tumore alla mammella di Innocenza.
8. 4. Sempre a Cartagine Innocenza, donna molto pia, di nobile famiglia, aveva un tumore alla mammella, male, come dicono i medici, non curabile con medicine. Quindi o si suole recidere e asportare dal corpo la parte in cui si forma, ovvero, affinché l'individuo viva un po' più a lungo, anche se la morte seguirà quantunque più tardi, si deve smettere, secondo l'opinione di Ippocrate, come dicono, qualsiasi cura 35. Lei aveva ricevuto questo consiglio da un medico esperto in materia e grande amico di casa e s'era raccomandata soltanto a Dio con la preghiera. All'avvicinarsi della Pasqua fu avvertita in sogno che qualsiasi donna battezzata venisse per prima incontro a lei, mentre guardava verso il battistero dalla parte delle donne, le segnasse la parte col segno di Cristo. Lo fece e la guarigione seguì immediatamente. Il medico, il quale le aveva prescritto di non usare alcun trattamento se voleva vivere un po' più a lungo, avendola in seguito visitata e costatando completamente guarita la cliente, che precedentemente con una visita aveva accertato affetta da quel male, le chiese con impeto quale cura avesse usato. Desiderava, per quanto è dato di capire, conoscere il farmaco con cui veniva disdetta la prescrizione di Ippocrate. Quando seppe da lei quel che era avvenuto, si narra che con l'accento e l'atteggiamento dell'insolente, al punto che lei temette che dicesse qualche parola offensiva contro Cristo, abbia risposto con religiosa cortesia: "Pensavo che mi avresti detto qualcosa di grande". E poiché la donna rabbrividiva, aggiunse: "Che grande miracolo ha fatto il Cristo a sanare un tumore, lui che ha risuscitato un morto di quattro giorni?" 36. Avendo io udito questo e avendo appreso con risentimento che era rimasto celato un così grande miracolo, avvenuto in quella grande città e su di una persona tutt'altro che sconosciuta, decisi di ammonirla in merito e quasi di rimproverarla. Avendomi risposto che lei non ne aveva taciuto, chiesi alle nobildonne che eventualmente accoglieva a casa come molto amiche se ne sapevano qualcosa. Mi risposero che non sapevano proprio niente. Le dissi allora: " Ecco come parli; anche queste donne, che ti sono unite con tanta intimità, non ti hanno udito parlare". E poiché le proposi un breve questionario, feci in modo che narrasse tutto per ordine, come era avvenuto, alle altre che ascoltarono, ammirarono molto e diedero gloria a Dio.

La gotta di un neo-battezzato...
8. 5. È avvenuto anche nella medesima città che un medico, malato di gotta, avendo dato il proprio nome per il battesimo, prima che fosse battezzato, gli fu ingiunto in sogno da fanciulli negri riccioluti, in cui ravvisò i demoni, di non farsi battezzare entro l'anno. Non avendo ubbidito loro, provò un dolore lancinante, quale mai aveva provato, perché gli calpestarono i piedi e a più forte ragione, sconfiggendoli, non differì di purificarsi nel lavacro di rigenerazione, come aveva promesso. Ma nel battesimo fu libero non solo dal dolore da cui, oltre il consueto, era tormenatato, ma anche dalla gotta e in seguito, sebbene poi vivesse a lungo, non ebbe più dolore ai piedi. Ma chi lo sapeva? Io tuttavia ne sono a conoscenza e pochissimi fratelli ai quali poté giungere la notizia.

... l'ernia scrotale di un attore a riposo.
8. 6. Un attore a riposo di Curubi, mentre veniva battezzato, è stato guarito non solo dalla paralisi, ma anche da un'informe ernia scrotale e, libero dall'uno e dall'altro fastidio, come se non avesse avuto alcun male, risalì dal fonte battesimale. Chi conosce il fatto se non Curubi e pochi altri che hanno potuto sentirne parlare? Noi, quando lo abbiamo saputo, dietro ordine del santo vescovo Aurelio l'abbiamo fatto venire a Cartagine, sebbene ne avessimo sentito parlare da alcuni, della cui attendibilità non potremmo dubitare.

Guarigione dall'ossessione del tribuno Esperio...
8. 7. Esperio, ex tribuno della plebe e nostro concittadino, possiede nel territorio di Fussala una tenuta che ha nome Zubedi. Avendo costatato che la sua casa, con disagio degli animali e degli schiavi, subiva l'influsso malefico degli spiriti cattivi, pregò i nostri presbiteri, dato che io ero assente, che qualcuno di loro si recasse sul posto affinché il diavolo si arrendesse alle sue preghiere. Uno vi andò, vi offrì il sacrificio del corpo di Cristo pregando con tutta la devozione possibile che cessasse quella vessazione; per la bontà di Dio cessò all'istante. Esperio aveva avuto da un suo amico un po' di terra santa, recata da Gerusalemme, dove il Cristo sepolto era risorto al terzo giorno; la teneva esposta nella sua camera da letto per non subire anch'egli il fastidio. Ma appena la sua casa fu liberata da quella molestia, pensava che cosa fare di quella terra che per rispetto non voleva tenere più a lungo nella sua camera da letto. Per caso avvenne che io e un mio collega ora defunto, Massimino, vescovo di Siniti, ci trovassimo nei pressi. Esperio pregò che andassimo da lui e vi andammo. Dopo aver riferito tutto, ci chiese anche che fosse conservata sottoterra quel po' di terra e vi fosse costruito un luogo di preghiera, in cui i cristiani potessero radunarsi per celebrare il culto di Dio. Non ci rifiutammo e fu fatto. V'era in quel luogo un giovane di campagna paralitico. Venuto a conoscenza del fatto, chiese ai suoi genitori che lo conducessero senza indugio in quel luogo santo. Essendovi stato condotto, pregò e, subito guarito, si allontanò dal posto con i propri piedi.

... di un ragazzo vicino ad Ippona...
8. 8. Si chiama Vittoriana una casa di campagna che dista da Ippona meno di trenta miglia. Vi è in essa una cappella dedicata ai martiri di Milano Protasio e Gervasio. Vi fu portato un giovanetto il quale, mentre verso la mezza estate lavava un cavallo nella corrente di un fiume, fu invaso da un demonio. Mentre, vicino alla morte o assai simile a un morto, giaceva sul pavimento, la padrona del locale, come di consueto, vi entrò per i canti e le preghiere della sera insieme alle domestiche e ad alcune religiose e cominciarono a cantare gli inni. Il demonio fu come colpito e scosso da quel canto e con un terribile brontolio, non osando o non riuscendo a smuovere l'altare, vi si era avvinghiato come se vi fosse legato o incatenato e, supplicando con grande lamento che gli si perdonasse, confessò dove, quando e come aveva invaso il giovanetto. Infine dichiarando che voleva uscire, nominava le singole parti di lui che nell'uscire minacciava di asportare e, pronunziando queste parole, si distaccò dal ragazzo. Ma un suo occhio, riversatosi sulla guancia, pendeva con una piccola vena come da una radice interna e l'intera sua cornea, che era leggermente nera, era divenuta bianca. A quella vista i presenti, dato che erano accorsi anche altri, attirati dalle sue grida, e si erano tutti inginocchiati nella preghiera per lui, sebbene fossero contenti che fosse tornato all'uso della ragione, rattristati tuttavia per il suo occhio, dicevano che bisognava cercare un medico. Allora il marito della sorella, che l'aveva condotto in quel posto, disse: "Dio, che ha allontanato il demonio, può anche, per le preghiere dei suoi santi, restituirgli la vista". E lì, come poté, dopo averlo rimesso al suo posto, legò con un fazzoletto l'occhio riversato fuori e penzolante e ritenne di doverlo slegare soltanto dopo sette giorni. Avendo così fatto, lo trovò sanissimo. In quel luogo furono guariti altri, di cui sarebbe lungo parlare.

... e di una ragazza a Ippona.
8. 9. So che una ragazza d'Ippona, essendosi segnata con l'olio, in cui un sacerdote, mentre pregava per lei, aveva fatto cadere delle lacrime, fu immediatamente libera dal demonio. So anche che un vescovo ha pregato una sola volta per un giovinetto che non conosceva e questi fu immediatamente libero dal demonio.

Fede rimunerata di Fiorenzo.
8. 10. V'era l'anziano Fiorenzo della nostra Ippona, uomo devoto e povero che si sostentava col mestiere di rammendatore. Aveva perduto il ferraiuolo e non aveva denaro per ricomprarlo. Nella cappella dei Venti Martiri, la cui devozione è molto diffusa nel nostro popolo 37, pregò a voce alta per avere roba da indossare. L'udirono alcuni ragazzi che per caso si trovavano là a deriderlo, e mentre si allontanava, lo seguivano prendendolo in giro come se dai martiri avesse chiesto cinquanta spiccioli per comprarsi un vestito. Ma egli camminando in silenzio vide un grosso pesce fuori dell'acqua che guizzava sulla spiaggia e col benevolo aiuto di quei ragazzi lo catturò e, denunziando quel che era avvenuto, lo vendette per trecento spiccioli a un cuoco, di nome Cattoso, buon cristiano, per la cottura adatta a conservare. Contava di acquistare con quel denaro la lana affinché la moglie, secondo la propria abilità, eseguisse per lui qualche capo da indossare. Ma il cuoco, spaccando il pesce, trovò nello stomaco un anello d'oro e subito, mosso da compassione e intimorito da un senso religioso, lo restituì all'uomo dicendo: "Ecco come i Venti Martiri ti hanno fatto avere un vestito".

Per intercessione di santo Stefano guarigione di una cieca...
8. 11. Dal vescovo Preietto veniva portata alle Acque Tibilitane una reliquia del gloriosissimo martire Stefano in mezzo a una grande folla che accompagnava e veniva incontro. In quell'occasione una cieca pregò di essere guidata al vescovo, offrì i fiori che portava, li riprese, li avvicinò agli occhi e istantaneamente vide. Nello sbalordimento dei presenti procedeva a passo di danza, percorrendo la via senza più chiedere la guida.

... del vescovo Lucillo da fistola.
8. 12. La reliquia è stata riposta nella cittadella di Siniti che è vicina alla colonia d'Ippona. Lucillo, vescovo della medesima località, la portava in processione in mezzo al popolo che precedeva e seguiva. Una fistola, che lo affliggeva da molto tempo e che attendeva l'intervento di un medico, suo grande amico, all'improvviso fu guarita nel trasporto di quel sacro peso; difatti in seguito non la riscontrò più nel suo corpo.

Santo Stefano e la risurrezione del sacerdote Eucario...
8. 13. Eucario è un sacerdote proveniente dalla Spagna e risiede a Calama. Da tempo era afflitto da calcolosi; fu guarito mediante la reliquia del martire Stefano che il vescovo Possidio trasportò dove abitava. Il medesimo sacerdote fu colpito da un male molto grave e giaceva come morto sicché gli stavano già legando i pollici. Egli risuscitò per l'intercessione del martire suddetto quando gli fu riportata a casa, dal luogo ove era la reliquia del santo, la tunica e posta sopra il suo corpo disteso.

... e la conversione del nobile Marziale.
8. 14. V'era un uomo, uno dei principali del suo ceto, di nome Marziale, già avanzato in età e fortemente renitente alla religione cristiana. Aveva una figlia credente e il genero che si era battezzato in quell'anno. Essendosi ammalato, poiché essi con molte accorate lacrime lo supplicavano di farsi cristiano, rifiutò decisamente e con grande sdegno li respinse. Il genero decise di andare alla cappella di santo Stefano e lì pregare fino al possibile per lui, affinché il Signore gli concedesse la buona coscienza di non tardare nel credere in Cristo. Lo fece con grande lamento e pianto e sinceramente con ardente sentimento di pietà, poi nell'allontanarsi prese dall'altare una parte dei fiori che era a portata ed essendo già buio, glieli pose vicino alla testa e si dormì. Ed ecco prima dell'alba Marziale grida affinché si corra dal vescovo, che allora per caso era con me ad Ippona. Avendo udito che era assente, chiese che venissero i sacerdoti. Vennero, disse di credere e con meraviglia e gioia di tutti fu battezzato. Finché visse ebbe sulle labbra questa invocazione: "Cristo, accogli il mio spirito". Eppure non sapeva che furono queste le ultime parole di santo Stefano mentre veniva lapidato dai Giudei 38. Anche per lui furono le ultime. Poco dopo infatti spirò.

Guarigione dalla gotta.
8. 15. Sempre a Calama per intercessione del martire Stefano furono guariti dalla gotta due cittadini e uno straniero: i cittadini completamente; lo straniero udì in visione che cosa doveva usare quando soffriva e appena fatto ciò, il dolore scomparve immediatamente.

Santo Stefano e la risurrezione di un bimbo...
8. 16. Auduro è il nome di una tenuta, in cui v'è una chiesa e in essa la reliquia del martire Stefano. Buoi, che trainavano un carro agricolo, uscendo di carreggiata, con le ruote schiacciarono un bambino che stava giocando nell'aia ed egli immediatamente spirò spasimando. La madre, trattolo fuori, lo pose davanti alla reliquia e non soltanto tornò in vita, ma apparve del tutto incolume.

... di una monaca morta di tumore...
8. 17. Poiché una religiosa in un possedimento vicino, che si denomina Caspaliana, era affetta da un male senza speranza, una sua tunica fu portata all'altare del Santo. Prima che fosse ricondotta, la religiosa morì. I suoi genitori però coprirono il cadavere con la tunica suddetta e lei riprese a respirare e fu guarita.

... di una giovinetta...
8. 18. Presso Ippona un tale della Siria, chiamato Basso, davanti alla reliquia del martire Stefano pregava per la figlia ammalata in pericolo di vita e aveva portato con sé un vestito di lei, quando all'improvviso dalla casa accorsero i servi per avvertirlo che era morta. Però mentre egli pregava furono fermati dagli amici di lui i quali proibirono di dirglielo affinché non piangesse alla vista di tutti. Essendo tornato a casa che risuonava già dei pianti dei familiari e avendo steso la veste, che aveva fra mano, sopra la figlia, ella fu resa alla vita.

... di un giovane...
8. 19. Ancora ad Ippona il figlio di un certo Ireneo, esattore delle imposte, morì di malattia. Mentre il corpo giaceva esanime e si preparava il funerale da persone che piangevano per lo strazio, uno degli amici, fra le parole di conforto degli altri, suggerì che il corpo fosse unto con l'olio del santo martire. Si fece così e il morto tornò in vita.

... e di un bimbo.
8. 20. Sempre ad Ippona l'ex tribuno della plebe Eleusino pose sopra l'altare dei martiri, che si ha in un suo possedimento nel sobborgo, il figliolino morto in seguito ad una malattia e dopo una preghiera, che ivi rivolse con molte lacrime, lo risollevò tornato in vita.

Diffusa e documentata devozione a santo Stefano a Calama...
8. 21. Che fare? Sollecita l'impegnativo intento di questa opera a non ricordare a questo punto tutti i fatti che conosco. Senza dubbio molti dei nostri, quando leggeranno queste pagine, si addoloreranno che ne abbia omessi molti che assieme a me certamente conoscono. Li prego fin d'ora di perdonare e di riflettere che sarebbe una fatica molto prolungata fare ciò che al momento l'obbligo dell'opera intrapresa mi costringe a non fare. Se infatti volessi soltanto riferire, per non parlare degli altri, i miracoli delle guarigioni che per l'intercessione di questo martire, cioè del glorioso Stefano, sono avvenuti nella colonia di Calama e nella nostra, ci sarebbe da compilare moltissimi libri. Tuttavia non potranno essere messi insieme tutti, ma soltanto quelli sui quali sono state consegnate le redazioni per essere lette nelle adunanze. Abbiamo desiderato che questo avvenisse quando abbiamo notato che segni, eguali agli antichi, della potenza di Dio sono in gran numero anche ai nostri tempi e che non debbono andare perduti per la conoscenza di molti. Non sono ancora passati due anni da quando ad Ippona Regia è stata costruita questa cappella e sebbene, e questo è per noi assolutamente certo, non siano state molte le redazioni dei fatti avvenuti per prodigio, quelle che sono state consegnate erano giunte all'incirca a settanta, quando ho scritto queste pagine. A Calama poi, in cui si è avuta la prima cappella e avvengono più spesso, superano di molto il numero.

... e a Uzali nella casa della nobile Petronia.
8. 22. Abbiamo saputo che anche a Uzali, colonia vicina a Utica, sono avvenuti molti miracoli per l'intercessione del martire Stefano e molto prima che nella nostra città fosse stata dal vescovo Evodio organizzata la devozione per lui. Però in essa l'uso di consegnare le redazioni non v'è o meglio non v'è mai stato, poiché probabilmente ora ha già avuto inizio. Quando poco tempo addietro sono stato là, esortai, per desiderio del vescovo stesso, la nobildonna Petronia, guarita miracolosamente da una grave, prolungata infermità, per la quale erano stati insufficienti tutti i ritrovati dei medici, a compilare la redazione da leggere al popolo.

Ed ella eseguì con solerte obbedienza. In essa inserì un episodio che non posso passare sotto silenzio, sebbene sia incalzato a volgermi in fretta a quegli argomenti che svolgono questa opera. Scrisse che da un giudeo era stata convinta ad introdurre un anello in un cordone di capelli intrecciati da avvincere sotto le vesti, al nudo. L'anello doveva avere sotto la gemma una pietra trovata nei reni di un bue. Fasciata da quell'aggeggio, quasi fosse un medicamento, s'incamminava verso la chiesa del santo martire. Ma partita da Cartagine, pernottò in un suo possedimento posto sulla sponda del fiume Bagrada. Alzatasi per continuare il viaggio, vide quell'anello caduto davanti ai suoi piedi e meravigliata tentò di sciogliere la cintura di capelli, in cui era stato inserito. Avendola trovata legata con nodi solidissimi, pensò che l'anello si fosse spezzato e scivolato via. Essendo stato trovato anch'esso intatto, suppose di aver ricevuto da un così grande miracolo in certo senso la garanzia della futura guarigione e, sciogliendo quella fasciatura, la gettò nel fiume assieme all'anello. Non credono a questo fatto coloro i quali non credono che anche il Signore Gesù è stato messo al mondo attraverso l'utero intatto della vergine Madre e che è entrato a porte chiuse nel luogo dov'erano i discepoli. Però su questo miracolo s'informino direttamente e, se accerteranno che è vero, credano anche a quelli. Petronia è una donna illustre, nata da nobili, sposata con un nobile, vive a Cartagine; una città importante, una personalità importante non permettono che il fatto rimanga celato a coloro che se ne informano. Evidentemente il martire, per la cui intercessione è stata guarita, credette nel Figlio di colei che rimase vergine, credette in colui che entrò a porte chiuse nel luogo dov'erano i discepoli; infine, e proprio per questo vengono da noi espressi questi concetti, credette in colui che salì al cielo con la carne con cui era risorto. Quindi per la sua intercessione avvengono così grandi miracoli perché per questa fede ha dato la propria vita. Avvengono dunque anche ai nostri tempi molti miracoli operati sempre da Dio per la mediazione di chi vuole e come vuole ed Egli ha operato anche quelli che conosciamo dalla Scrittura. Questi però non sono noti allo stesso modo e non sono pigiati come ghiaia della memoria da una frequente lettura affinché non sfuggano al pensiero. Infatti dove si ha l'attenzione, che attualmente ha cominciato a manifestarsi anche dalle nostre parti, di leggere al popolo le redazioni di coloro che ottengono guarigioni, i presenti ascoltano una sola volta e molti non sono presenti. Quindi anche quelli che furono presenti dopo alcuni giorni non ricordano quel che hanno udito e difficilmente si trova qualcuno di essi che riferisca ciò che ha udito a chi sa che non era presente.

Guarigione da crisi convulsiva.
8. 23. Un solo miracolo è avvenuto dalle nostre parti, non più grande di quelli che ho ricordato, ma così celebre e famoso al punto da farmi ritenere che non vi sia alcuno degli abitanti d'Ippona che o non l'abbia visto o non ne abbia sentito parlare, e non v'è alcuno che per un qualsiasi motivo l'abbia potuto dimenticare. Dieci fratelli, di cui sette maschi e tre femmine, di Cesarea di Cappadocia, non di bassa estrazione fra i loro concittadini, in seguito alla maledizione della madre, che fu lasciata sola dopo la recente morte del loro padre e sopportò con grande amarezza il torto da loro ricevuto, furono puniti per volere di Dio di una pena tale che erano orribilmente scossi dal tremore delle membra. Non sopportando in simile sgradevole aspetto gli sguardi dei propri concittadini, andavano girovagando per quasi tutto il mondo romano in qualsiasi direzione sembrasse opportuno all'uno e all'altro. Due di essi, un fratello e una sorella, Paolo e Palladia, vennero anche dalle nostre parti, perché conosciuti in molti altri luoghi in quanto la condizione infelice ne spargeva la voce 39. Vennero una quindicina di giorni prima della Pasqua, frequentavano la chiesa in cui era la reliquia del martire Stefano, pregando affinché alfine Dio fosse benigno con loro e restituisse la salute di una volta. E lì e dovunque andavano attraevano l'attenzione della cittadinanza. Alcuni che li avevano visti altrove e conoscevano la causa del loro tremore la indicavano ad altri, a chiunque potevano. Arrivò la Pasqua e il giorno stesso di domenica, alla mattina, quando già un popolo numeroso era presente, il giovane pregando afferrava l'inferriata dell'edicola, in cui era la reliquia del martire. All'improvviso si sdraiò a terra e rimase disteso proprio come chi dorme, non tremando però come era solito anche nel sonno. Nello stupore dei presenti, dei quali gli uni tremavano, gli altri compiangevano, poiché alcuni volevano rialzarlo, altri lo impedirono e dissero che preferibilmente si doveva attendere il normale svolgimento. Ed egli all'improvviso si alzò e non tremava più perché era guarito ed era in piedi incolume fissando quelli che lo fissavano: chi in quel momento si trattenne dal lodare Dio? La chiesa si riempì delle voci di coloro che gridavano manifestando la propria gioia. Di lì si venne di corsa da me, dove sedevo pronto a comparire in pubblico; si precipitarono l'uno dopo l'altro, quello dietro per riferire la medesima cosa di quello davanti. Mentre io gioisco e in me ringrazio Dio, anch'egli entra con molti altri, si prostra alle mie ginocchia, si rialza per un mio bacio. Avanzammo verso il popolo, la chiesa era piena e risuonava di voci di gioia, poiché nessuno taceva e dall'una e dall'altra parte gridavano: "Grazie a Dio, lodi a Dio". Salutai il popolo e di nuovo gridavano con voce più fervorosa le medesime acclamazioni. Ottenuto finalmente il silenzio, furono letti i testi liturgici della sacra Scrittura. Quando si giunse al momento della mia omelia, espressi pochi concetti relativi al giorno di festa e alla pienezza di quella gioia 40. Preferii che non ascoltassero ma intuissero nell'opera divina una determinata eloquenza di Dio. L'uomo pranzò con noi e ci narrò con precisione tutta la storia della disgrazia sua, dei fratelli e della madre. Il giorno seguente dopo la omelia promisi che all'indomani sarebbe stata letta la redazione del suddetto racconto a me consegnata 41. Poiché questo doveva avvenire al terzo giorno dalla domenica di Pasqua, feci stare in piedi i due fratelli, mentre si leggeva la loro redazione, sui gradini del coro, da cui in una posizione più alta io parlavo. Tutto il popolo dell'uno e dell'altro sesso osservava l'uno che rimaneva in piedi senza movimento anormale, l'altra che aveva convulsioni in tutto il corpo. E coloro che non conoscevano il fratello scorgevano nella sorella quel che per la bontà di Dio era avvenuto in lui. Vedevano di che rallegrarsi per lui, che cosa chiedere nella preghiera per lei. Letta frattanto la loro redazione, ordinai che i due si allontanassero dalla vista del popolo 42 e cominciavo a esporre un po' più diligentemente il caso, quando all'improvviso, mentre parlavo, dalla cappella del martire si odono altre voci di un altro rendimento di grazie. I miei uditori si voltarono da quella parte e cominciarono ad accorrere 43. La giovane infatti, appena scesa dai gradini, sui quali stava in piedi, si era diretta verso il santo martire per pregare. Appena toccò l'inferriata, dopo essere caduta in coma come il fratello, si levò in piedi guarita. Mentre chiedevamo che cosa era avvenuto, per cui si era levato quel festoso schiamazzo, i presenti entrarono con lei nella basilica per accompagnarla guarita dalla cappella del martire. Si levò allora dall'uno e dall'altro sesso un grido di ammirazione così potente da sembrare che la voce, unita al pianto senza interruzione, non potesse aver termine. Fu condotta in quel posto in cui poco prima era stata in piedi tremante. Esultavano che era simile al fratello, poiché erano rimasti afflitti che era rimasta dissimile, e facevano notare che non erano state innalzate preghiere per lei, eppure la volontà che le precorreva fu così presto esaudita. Esultavano nella lode di Dio senza parole, ma con un frastuono così grande che le nostre orecchie potevano appena sopportare. E che cosa v'era nel cuore di coloro che esultavano se non la fede di Cristo, per la quale era stato versato il sangue di Stefano?

I miracoli testimonianza della vita eterna.
9. Che cosa dimostrano i miracoli se non la fede con cui si annunzia che Cristo è risorto nella carne ed è salito al cielo con la carne? I martiri stessi furono martiri di questa fede, cioè testimoni di questa fede. Offrendo la testimonianza di questa fede sopportarono con coraggio un mondo assai nemico e crudele e lo vinsero non con la resistenza ma con la morte. Per questa fede sono morti coloro che dal Signore possono ottenere miracoli poiché sono stati uccisi per il suo nome. Per questa fede si rivelò la loro ammirevole sopportazione del male, affinché con i miracoli seguisse il grande dominio sul male. Se infatti la risurrezione della carne per l'eternità o non ha preceduto in Cristo o non avverrà come è preannunziata da Cristo o come è stata preannunziata dai Profeti, dai quali il Cristo è stato preannunziato, non si spiegherebbe perché abbiano tanto potere i morti che sono stati uccisi per quella fede con cui si annunzia la futura risurrezione. Infatti Dio da se stesso può compiere i miracoli nell'ammirabile modo con cui nell'eternità opera le realtà nel tempo, ovvero li compie mediante i suoi ministri; e quelli che compie mediante i suoi ministri può compierli mediante le anime dei martiri, come mediante uomini ancora in vita, ovvero mediante gli angeli, ai quali ordina fuori del tempo, fuori dello spazio, fuori del divenire, sicché i miracoli, che si dicono compiuti mediante i martiri, sono compiuti perché essi pregano e intercedono, non perché li operano. Però tanto gli uni in un modo come gli altri in un altro, che in nessun modo si possono comprendere dai mortali, dimostrano quella fede, in cui si annunzia la risurrezione della carne nell'eternità.

Relativo il culto dei martiri.
10. A questo punto i pagani diranno che anche i loro dèi hanno compiuto alcuni fatti ammirevoli. Bene, ciò significa che cominciano a confrontare i loro dèi con gli uomini morti di noi cristiani. Ovvero vorranno dire forse che anche essi hanno dèi desunti da uomini morti, come Ercole e Romolo, e molti altri che suppongono accolti nel numero degli dèi? Ma per noi i martiri non sono dèi perché riconosciamo un unico Dio nostro e dei martiri. E tuttavia i miracoli, che si dicono compiuti nei loro templi, in nessun modo si devono confrontare con i miracoli che si compiono nei luoghi consacrati ai nostri martiri. E se alcuni sembrano simili, come i maghi del faraone sono stati superati da Mosè 44, così i loro dèi sono superati dai nostri martiri. Quelli li compirono i demoni con la presunzione di un'infame superbia con cui vollero essere i loro dèi; compiono invece questi miracoli i martiri, o meglio Dio mediante la loro intercessione e preghiera, affinché se ne avvantaggi la fede, con cui crediamo che essi non sono i nostri dèi, ma che hanno in comune con noi un solo Dio. Poi i pagani a simili dèi hanno costruito templi, eretto altari, istituito sacerdoti e offerto sacrifici. Noi invece ai nostri martiri fabbrichiamo non templi come a dèi, ma monumenti sepolcrali come ad uomini, la cui anima vive presso Dio e in essi non erigiamo altari per offrirvi sacrifici ai martiri, ma all'unico Dio dei martiri e nostro. E durante il sacrificio sono nominati secondo il proprio ruolo e ordine, come uomini di Dio che hanno vinto il mondo nel rendere testimonianza, ma non a loro è rivolta la preghiera del sacerdote che offre il sacrificio. E sebbene offra nel luogo a loro consacrato, offre il sacrificio a Dio, non a loro perché è sacerdote di Dio, non loro. E il sacrificio stesso è il corpo di Cristo che non si offre a loro, perché lo sono anche essi. A quali operatori di miracoli si deve dunque preferibilmente credere? A quelli che vogliono essere considerati dèi da coloro per cui li compiono, ovvero a quelli che compiono tutto ciò che di miracoloso compiono, affinché si creda in Dio che è anche il Cristo? A coloro i quali hanno voluto che perfino i propri delitti fossero oggetto di culto, ovvero a quelli i quali vogliono che neanche le loro opere lodevoli siano oggetto di culto, ma il tutto, per cui meritano veramente la lode, si volga a gloria di colui in cui meritano la lode? Difatti nel Signore meritano lode le loro anime 45. Crediamo dunque a coloro e che annunziano delle verità e che compiono dei miracoli. Per annunziare le verità hanno sofferto la morte e per questo possono compiere miracoli. Fra quelle verità la principale è che Cristo è risorto dalla morte e per primo ha mostrato nella sua carne l'immortalità della risurrezione e ha promesso che essa si realizzerà in noi o al principio di un mondo nuovo o alla fine di questo.

La risurrezione della carne (11-21)

Obiezione dei pagani dalle sfere dei quattro elementi.
11. 1. Contro un così grande dono di Dio questi ragionatori, i cui pensieri Dio conosce che sono vuoti di significato 46, adducono prove dalla gravità degli elementi; hanno appreso infatti dal loro maestro Platone che le due realtà corporee più estese e alle estremità del mondo sono collegate e vincolate da quelle di mezzo, cioè dall'aria e dall'acqua 47. Perciò, dicono, poiché la terra dal basso in alto è la prima, la seconda l'acqua sopra la terra, la terza l'aria sopra l'acqua, il quarto il cielo sopra l'aria, non è possibile che un corpo di terra vada in cielo; infatti i singoli elementi si tengono in equilibrio con reciproci impulsi per conservare la propria posizione 48. Ecco con quali argomenti l'impotenza umana, invasa dalla presunzione, contesta l'onnipotenza di Dio. Che cosa stanno a fare allora nell'aria tanti corpi della terra se l'aria è la terza dalla terra? A meno che colui, il quale mediante la leggerezza di piume e penne ha concesso al corpo di terra degli uccelli di levarsi in aria, non possa accordare al corpo degli uomini, reso immune dalla morte, la capacità con cui possa avere una sede nel più alto dei cieli. Anche gli animali della terra che non possono volare, fra i quali v'è anche l'uomo, avrebbero dovuto abitare sotto terra, come sotto l'acqua i pesci, che sono animali dell'acqua. Perché dunque l'animale della terra non trae la vita per lo meno dal secondo elemento, cioè dall'acqua, ma dal terzo? Per quale ragione, sebbene appartenga alla terra, se è forzato a vivere nel secondo elemento, che è sopra la terra, immediatamente viene asfissiato e per vivere deve vivere nel terzo? Ma che è errata forse la disposizione degli elementi ovvero lo sbaglio non è nella natura delle cose ma nei ragionamenti di costoro? Ometto di dire quel che ho già detto nel libro tredicesimo 49, e cioè che sono molti i corpi pesanti, come il piombo, che tuttavia dall'esperto assumono una forma tale per cui possono rimanere a galla sull'acqua. E allora si può forse negare all'esperto onnipotente che il corpo umano assuma una proprietà con cui essere condotto in cielo e rimanervi?

Elevatezza dell'anima.
11. 2. In realtà, anche nell'esaminare e trattare la disposizione degli elementi, che ritengono evidente, non hanno proprio nulla da dire contro l'osservazione che ho fatto precedentemente. Difatti dal basso in alto si ha per prima la terra, seconda l'acqua, terza l'aria, quarto il cielo in modo che al di sopra di tutti gli elementi si ha l'essenza dell'anima. Aristotele ha detto che essa è il quinto elemento 50, e Platone che non lo è. Se fosse il quinto elemento, certamente sarebbe al di sopra degli altri; poiché invece non lo è, molto di più è al di sopra di tutte le cose. Che cosa opera dunque l'anima nel corpo di terra? Cosa opera in questa quantità estesa essa che ne è immune più di tutte le sostanze corporee? Cosa opera in questa gravità essa che più di tutte è priva di peso? Che cosa opera in questa soggezione al tempo essa che più di tutte è fuori del tempo? Quindi forse che per l'efficienza di una natura così eminente non si potrà ottenere che il suo corpo sia levato in cielo? E poiché la natura dei corpi della terra può deprimere al basso le anime, forse che le anime in alcuni casi non potranno levare in alto i corpi di terra?

Un miracolo in Varrone.
11. 3. E ora se veniamo ai loro miracoli che, in quanto operati dai loro dèi, allegano in contrapposizione ai nostri martiri, anche essi fanno al caso nostro e si riscontra che vengono completamente in nostro favore. Fra i miracoli dei loro dèi è notevole certamente quello che ricorda Varrone, cioè che una vergine vestale, poiché era in pericolo di vita per un falso sospetto di offesa alla verginità, riempì un crivello con acqua del Tevere e lo portò ai propri giudici senza che ne uscisse una goccia 51. Chi trattenne il peso dell'acqua entro il crivello? Chi ha concesso che neppure una goccia ne cadesse in terra da tanti forellini aperti? Risponderanno: "Un dio o un demone". Se è un dio, forse che ve n'è uno più potente del Dio che ha creato questo mondo? Se è un demone, forse che ve n'è qualcuno più potente di un angelo che è a disposizione di Dio da cui è stato creato il mondo? Dunque un dio meno potente o un angelo o un demone ha potuto rendere così leggero il peso dell'umido elemento al punto che sembrava mutata la natura dell'acqua. E allora Dio onnipotente, che ha creato tutti gli elementi, non potrà forse sottrarre a un corpo il grave peso affinché, vivificato, abbia sede nel medesimo elemento in cui vorrà lo spirito che lo vivifica?

Naturali eccezioni alla regola del peso...
11. 4. Inoltre, dato che in mezzo pongono l'aria tra il fuoco di sopra e l'acqua di sotto, com'è che spesso la rintracciamo fra acqua e acqua e fra acqua e terra? Perché dunque sostengono che le nubi sono acqua se fra di esse e il mare v'è di mezzo l'aria? Perché, scusate, avviene, a causa del peso e posizione degli elementi, che torrenti molto impetuosi e abbondanti di acque, prima di scorrere sotto l'aria, sono sospesi sopra l'aria nelle nubi? Perché poi l'aria è di mezzo fra la sommità del cielo e la nuda terra per ogni verso in cui l'orbita terrestre si estende, se la sua sfera è disposta fra il cielo e l'acqua, come quello dell'acqua fra l'aria stessa e la terra?

... fuoco e terra compresi.
11. 5. Infine la disposizione degli elementi è così costituita che, secondo Platone, dai due di mezzo, cioè dall'aria e dall'acqua, sono collegati i due all'estremità, cioè il fuoco e la terra, e il primo raggiunge la posizione della sommità del cielo, l'altra invece la posizione alla base del mondo e perciò la terra non può essere nel cielo 52. Perché allora il fuoco è sulla terra? Stando a questa spiegazione questi due elementi, terra e fuoco, dovrebbero trovarsi nelle rispettive posizioni, la più bassa e la più alta, sicché, come i pagani dicono che non può essere nella posizione più alta quello che è della più bassa, così nella più bassa non dovrebbe trovarsi quello che è della più alta. Come dunque essi ritengono che non v'è e non vi sarà una particella di terra nel cielo, così non dovremmo vedere una particella di fuoco sulla terra. Invece non solo sulla terra si trova, ma anche sotto terra, sicché lo eruttano le vette dei monti; quindi noi osserviamo che il fuoco è sulla terra a disposizione dell'uomo e che esso viene fuori dalla terra, poiché viene fuori dalla legna e dalle pietre che senza dubbio sono corpi della terra. Ma il fuoco di lassù, dicono, è tranquillo, puro, innocuo, perenne; questo di quaggiù invece è vorticoso, fumoso, soggetto ad alterarsi e ad alterare. Tuttavia non altera i monti, in cui è continuamente incandescente, e le fenditure della terra. E sta bene, questo fuoco sia pure differente da quello di lassù affinché si adegui all'ambiente terrestre. Perché dunque essi contraddicono la nostra fede, per cui crediamo che la natura del corpo della terra, resa immune da alterazione, si adeguerà al cielo, come nel tempo il fuoco, soggetto ad alterarsi, si adegua a questa terra? Non hanno quindi alcuna prova dal peso e disposizione degli elementi per eccepire all'onnipotenza di Dio che renda i nostri corpi tali da poter avere una sede anche in cielo.

Difficoltà della forma del corpo risorto...
12. 1. I pagani sono soliti chiedere assai cavillosamente e così schernire la fede, per cui crediamo che la carne risorgerà, se risorgono i feti abortiti; poiché il Signore ha detto: In verità vi dico, neppure un capello della vostra testa andrà perduto 53, chiedono anche se la statura e il vigore saranno eguali per tutti o vi sarà diversa grandezza dei corpi. Se vi sarà, dicono, l'uniformità dei corpi, da dove gli abortiti riceveranno ciò che nel tempo non ebbero nella grandezza del corpo, se anch'essi risorgeranno? Oppure se non risorgeranno, perché non sono nati ma espulsi, rigirano il problema sui bambini, cioè da dove derivi per loro, quando muoiono in questa età, la dimensione del corpo. Noi infatti non dovremo dire che non risorgono perché sono idonei non solo alla generazione ma anche alla rigenerazione. Domandano quindi in quale misura si avrà la uniformità. Se infatti tutti saranno così grandi e così alti come lo sono stati nel tempo i più grandi e alti, chiedono non solo riguardo ai bambini ma a moltissimi altri da dove proverrà loro la dimensione che nel tempo è mancata, se ciascuno riceve quella che ha avuto nel tempo. Supponiamo invece che il pensiero dell'Apostolo che tutti noi andremo incontro alla misura dell'età di pienezza del Cristo 54, e l'altro: Quelli che ha predestinato a divenire conformi all'immagine del Figlio suo 55, si devono interpretare nel senso che la statura e la misura del corpo di Cristo sarà quella di tutti i corpi umani che saranno nel suo regno. "In tal caso, dicono gli avversari, a molti si dovrà detrarre qualcosa della grandezza e altezza del corpo; e allora dove va a finire: Neanche un capello della vostra testa andrà perduto, se andrà perduta una così gran parte della stessa grandezza del corpo?". Ed anche sui capelli stessi si potrebbe chiedere se torna tutta la parte che cade a coloro che li rasano. Se tornerà, chi non fremerebbe di raccapriccio per quella mostruosità? Ed anche per le unghie sembra che inevitabilmente si avrà il risultato che torni quella gran parte che la cura del corpo ha reciso. E dove andrà a finire la leggiadria che certamente nella futura immunità dalla morte dovrebbe essere maggiore di quella che si poté avere nell'attuale soggezione alla morte? Dunque se non tornerà, andrà perduta. In che senso quindi, soggiungono, un capello della testa non andrà perduto? Ragionano allo stesso modo sulla macilenza e sull'obesità. Se infatti tutti saranno eguali, non vi saranno certamente alcuni magri, altri grassi. Quindi ad alcuni sarà aggiunta, ad altri sarà tolta una parte; perciò non si dovrà ricevere ciò che c'era, ma qua si dovrà aggiungere ciò che non c'era, là si dovrà togliere quel che c'era.

... ed anche della deformazione e irreperibilità dei resti.
12. 2. Sono mossi a parlare senza discrezione anche sulle putrefazioni e decomposizioni dei cadaveri, dato che una parte torna in polvere, un'altra si leva in aria, le belve sopprimono alcuni individui, altri il fuoco, alcuni periscono in un naufragio o in una qualsiasi raccolta di acque, sicché il marcio stempera la loro carne in liquido. Non credono attendibile che tutte queste parti siano ricomposte e rianimate nella carne. Rovistano anche brutture e deturpazioni, sopraggiunte o connaturate, fra le quali ricordano con un brivido misto a sarcasmo i parti mostruosi e chiedono di che tipo sarà la futura risurrezione di qualsiasi essere deforme. Se diremo che nulla di simile torna nel corpo dell'uomo, ne fanno una premessa per confutare la nostra risposta sulle piaghe con cui, secondo il nostro insegnamento, Cristo è risorto. Ma fra le tante obiezioni si rinfaccia da loro il difficilissimo problema: nella carne di chi ritornerà la carne con cui, nell'impulso della fame, si nutrisce il corpo di chi si ciba di carni umane. Infatti essa si è trasformata nella carne di chi è vissuto con simili alimenti e ha surrogato con essi le deficienze che la magrezza aveva reso manifeste. Chiedono pertanto con sussiego, allo scopo di beffare la fede nella risurrezione, se la carne torna all'individuo che l'ha avuta per primo o piuttosto a quello che l'ha avuta in seguito. Così o, come Platone, assicurano stati alternati di vera inquietudine e di falsa felicità o, come Porfirio, ammettono che l'anima, dopo molti cicli attraverso corpi di specie diversa, una buona volta sarà immune da stati d'infelicità e mai più tornerà ad essi, però non animando un corpo immortale, ma liberandosi da ogni corpo 56.

Soluzione per gli abortiti...
13. Per la misericordia di Dio, che sostiene i miei sforzi, risponderò a queste obiezioni che, secondo la mia esposizione, a me sembrano formulate dalla loro fazione avversaria. Riguardo ai feti abortivi, i quali sono morti nell'utero in cui avevano iniziato a vivere, non oso né affermare né negare che risorgeranno, quantunque non riesco a capire in che senso non spetti loro la risurrezione, se non sono depennati dal numero dei morti. Infatti o non tutti i morti risorgeranno o per l'eternità vi saranno senza corpo alcune anime che ebbero un corpo umano, sebbene nell'utero materno; ovvero se tutte le anime umane nell'atto che risorgono, riavranno i rispettivi corpi che ebbero indipendentemente dal luogo in cui li hanno lasciati, ancora in vita o nel morire, non vedo perché dovrei dire che non tutti partecipano alla risurrezione dei morti, anche se morti nell'utero delle madri. Ma comunque ciascuno la pensi su di essi, ciò che stiamo per dire sui neonati, si deve intendere anche degli abortiti, se risorgeranno.

... per i neonati...
14. Dei bambini dobbiamo dire con certezza che non risorgeranno nella esigua dimensione del corpo in cui sono morti, ma quel che in seguito doveva aggiungersi col tempo lo avranno attraverso un mirabile e assai rapido intervento di Dio. Nelle parole del Signore: Non andrà perduto un capello della vostra testa 57, si afferma che non mancherà quel che v'era, non si nega che vi sarà quel che mancava. Mancava al bimbo morto la compiuta grandezza del suo corpo; certo a un bimbo, anche se come tale ha la sua compiutezza, manca la compiutezza della dimensione fisica e quando essa si aggiunge, non si può avere una più alta statura. Tutti gli individui hanno questa misura della compiutezza nel senso che unitamente ad essa sono concepiti e nascono, ma l'hanno soltanto nella forma, non nella porzione dovuta, ma anche tutte le altre parti del corpo sono potenzialmente in embrione, al punto che alcune mancano ancora ai nati, come denti e simili. In questa forma congenita alla materia corporale di ognuno già in certo senso sembra che sia ordito, per così dire, ciò che ancora non v'è, o meglio che non si manifesta, ma che col susseguirsi del tempo vi sarà, o meglio si manifesterà. In tale forma dunque il bimbo è già basso o alto, secondo che diverrà basso o alto. Per l'efficienza di questa forma non temiamo di certo le diminuzioni del corpo nella sua risurrezione giacché, anche se si avrà una generale uniformità sicché tutti giungano a proporzioni gigantesche, anche quelli che furono molto più alti non avranno nella statura qualcosa che andrebbe perduto in opposizione alle parole di Cristo, il quale ha detto che neanche un capello della testa andrà perduto. Quindi in che senso mancherebbe al Creatore, che ha creato tutto dal nulla, il potere di aggiungere ciò che egli, operatore mirabile, sa di dover aggiungere?

... sul modello della piena età del Cristo.
15. Certamente Cristo è risorto nella dimensione del corpo in cui è morto e non è conveniente dire che quando si avrà la risurrezione finale, affinché egli possa adeguarsi ai più alti, si aggiungerà al suo corpo la statura che non aveva, quando apparve ai discepoli con quella statura nella quale era da loro conosciuto. Se invece dicessimo che anche i corpi più pesanti dell'uno e dell'altro dovranno essere ridotti alla misura del corpo del Signore, andrebbe perduta una gran parte del corpo di molti, mentre egli ha promesso che non andrà perduto neanche un capello della testa. Resta dunque che ciascuno riabbia la propria corporatura o che ebbe in gioventù, anche se è morto vecchio, o che avrebbe avuto, se è morto prima. Riguardo al pensiero esposto dall'Apostolo sulla misura della piena età del Cristo 58, possiamo interpretare che è stato espresso nel senso che nei popoli cristiani si compia per il capo la misura della sua età perché si aggiunge la compiutezza di tutte le membra. Ovvero se il pensiero è stato espresso in riferimento alla risurrezione dei corpi, interpretiamolo nel senso che i corpi dei morti non risorgono né prima né dopo il bell'aspetto giovanile, ma in quella età e prestanza, alla quale sappiamo che Cristo è giunto in questa vita. Infatti anche gli uomini più dotti del nostro tempo hanno stabilito che la gioventù si ha entro i trent'anni di vita e che in seguito, quando essa ha raggiunto i termini del proprio ciclo, l'uomo va incontro ai logorii dell'età più matura e senile. Interpretiamo quindi che la frase non va intesa nella dimensione del corpo o nella dimensione della statura, ma nella dimensione della piena età del Cristo.

Prevalere dell'elemento spirituale.
16. Anche l'assunto sui predestinati a divenire conformi all'immagine del Figlio di Dio 59 si può interpretare in riferimento all'uomo in quanto pensiero. Perciò in un altro passo si dice: Non conformatevi alle cose del mondo, ma trasformatevi nel rinnovamento della vostra mente 60. Quindi nell'atto che ci trasformiamo per non conformarci alle cose del mondo, ci rendiamo conformi al Figlio di Dio. È dunque possibile interpretare nel senso che come egli si è reso conforme a noi nella soggezione alla morte, così noi ci rendiamo conformi a lui nella esenzione dalla morte. Questo significato è riferibile anche alla risurrezione dei corpi. Se infatti con queste parole siamo indotti a riflettere in quale forma risorgeranno i corpi, tanto la misura che la conformazione si devono intendere non della corposità ma dell'età. Tutti risorgeranno quindi con quella statura in cui si trovano o si sarebbero trovati in gioventù. D'altronde non vi sarà alcuna difficoltà, anche se la forma del corpo sarà da bimbo o da vecchio in uno stato in cui non rimarrà alcuna deficienza del corpo stesso. Quindi se un tale sostiene che ciascuno risorgerà in quella misura del corpo, in cui è morto, non si deve contrastare in un'affannosa replica.

Il sesso femminile nell'eternità.
17. Alcuni, in base alle parole: Finché arriviamo tutti all'unità della fede, allo stato di uomo perfetto, nella dimensione della piena età del Cristo 61; e: Conformi all'immagine del Figlio di Dio 62, ritengono che le donne non risorgeranno nel loro sesso e affermano che tutti saranno di sesso virile, poiché dal fango della terra Dio ha tratto soltanto l'uomo e dall'uomo la donna. Ma sembra che ragionano meglio coloro i quali non dubitano che risorgerà l'uno e l'altro sesso. Infatti di là non vi sarà più il desiderio del sesso che è motivo di vergogna. Prima di peccare l'uomo e la donna erano nudi e non si vergognavano. A quei corpi dunque si sottrarranno le imperfezioni, si conserverà la natura. Ma il sesso femminile non è imperfezione, ma natura, che fuori del tempo sarà esente dall'accoppiamento e dal parto. Rimarrà tuttavia l'organo femminile, non adattato alle esigenze di una volta ma alla dignità in atto, da cui non sia attratto il desiderio di chi guarda, poiché non si avrà più, ma siano lodate la sapienza e la bontà di Dio che ha creato quel che non esisteva e ha liberato dalla soggezione al male quel che ha creato. Siccome infatti all'inizio del genere umano la donna fu formata dalla costola estratta dal fianco dell'uomo che dormiva 63, era opportuno che fin d'allora Cristo e la Chiesa fossero annunziati profeticamente in un simile avvenimento. Il sonno dell'uomo era la morte di Cristo 64, il cui fianco, mentre era appeso esanime alla croce, fu trafitto da una lancia e ne uscì sangue e acqua 65. Sappiamo che questi sono i sacramenti con cui è edificata la Chiesa. La Scrittura ha usato appunto questa parola giacché non si legge in quel passo "formò" o "plasmò", ma: Edificò la costola nella donna 66. Per questo l'Apostolo parla della edificazione del corpo di Cristo che è la Chiesa 67. Quindi la donna è una creatura di Dio come l'uomo, ma col trarla dall'uomo fu raccomandata l'unità e col trarla in quel modo sono stati simboleggiati, come è stato detto, Cristo e la Chiesa. Chi dunque ha formato l'uno e l'altro sesso li ha anche sublimati entrambi. Infine Gesù stesso, interrogato dai Sadducei, che negavano la risurrezione, di quale dei sette fratelli sarà moglie la donna che, uno dopo l'altro, essi ebbero poiché ciascuno di loro voleva continuare la discendenza del fratello morto, come prescriveva la Legge, disse: Siete in errore perché non conoscete la Scrittura e il potere di Dio 68. Era proprio il caso di dire: "Quella su cui mi state interrogando sarà anch'essa uomo, non donna", tuttavia non lo disse, ma: Nella risurrezione infatti non si mariteranno e non prenderanno moglie, ma saranno come gli angeli di Dio in cielo 69. Sono simili agli angeli senz'altro nella immortalità e felicità, non nella carne e non nella risurrezione, di cui gli angeli non hanno avuto bisogno perché non potevano morire. Dunque il Signore ha negato che nella risurrezione vi sarà il matrimonio, non ha negato che vi saranno le donne e ha parlato così nella circostanza in cui si dibatteva un problema che, negando il sesso femminile, avrebbe risolto con grande facilità, se avesse saputo in anticipo che questo sesso non vi sarà. Ha affermato anzi che vi sarà dicendo: Non si mariteranno, che riguarda le donne; non prenderanno moglie, che riguarda gli uomini. Vi saranno dunque quelle che nel tempo sono solite maritarsi e quelli che sono soliti prendere moglie, ma di là non lo faranno.

Analogia col corpo reale e mistico del Cristo.
18. Perciò dobbiamo esaminare nel contesto di tutto il passo il pensiero dell'Apostolo che tutti noi arriveremo allo stato di uomo perfetto. Ed ecco il passo: Colui che è disceso è lo stesso che è anche asceso al di sopra di tutti i cieli per dare compimento a tutte le cose. È lui che ha stabilito alcuni come Apostoli, altri come Profeti, altri come Evangelisti e altri come pastori e maestri per rendere idonei i fedeli a compiere il ministero per l'edificazione del corpo di Cristo finché arriviamo tutti all'unità della fede e alla conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, alla dimensione della piena età del Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina secondo l'inganno degli uomini, nell'astuzia per la giustificazione dell'errore. Al contrario, diffondendo la verità nella carità, cerchiamo di crescere mediante tutte le cose in lui che è il capo, Cristo. Da lui tutto il corpo, connesso e compatto attraverso ogni stimolo della funzione organica a vantaggio dell'attuazione relativa alla dimensione di ogni parte, procura la crescita del corpo per edificare se stesso nella carità 70. Ecco qual è l'uomo perfetto, capo e corpo, che è costituito da tutte le membra che a suo tempo saranno una realtà compiuta, sebbene si aggiungono ogni giorno mentre si edifica la Chiesa. Ad essa infatti si dice: Voi siete il corpo di Cristo e sue membra 71, e in un altro passo Paolo dice: Per il suo corpo che è la Chiesa 72, e ancora: Sebbene in molti, siamo un solo pane e un solo corpo 73. Sull'edificazione di tale corpo anche nel passo citato si dice: Per rendere idonei i fedeli a compiere il ministero per l'edificazione del corpo di Cristo 74, e di seguito è stato aggiunto il concetto di cui stiamo trattando: Finché arriviamo tutti all'unità della fede e alla conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, alla dimensione della piena età di Cristo 75, e altri concetti fino a mostrare a quale corpo si doveva applicare tale dimensione, con le parole: Cerchiamo di crescere mediante tutte le cose in lui che è il capo, Cristo. Da lui tutto il corpo, connesso e compatto attraverso ogni stimolo della funzione organica a vantaggio dell'attuazione relativa alla dimensione di ogni parte 76. Come dunque v'è la dimensione propria di ogni parte, così v'è la dimensione della compiutezza di tutto il corpo che risulta da tutte le sue parti; di essa appunto è stato detto: Nella dimensione della piena età di Cristo 77. E ha richiamato a tale pienezza anche nel passo in cui dice del Cristo: E lo ha costituito capo su tutte le cose della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza in tutte le cose 78. E se questo pensiero si dovesse riferire alle fattezze della risurrezione, nelle quali ciascuno ritornerà, che cosa impedirebbe di ravvisare nell'uomo maschio, esplicitamente nominato, anche la donna a fin d'intendere che l'uomo maschio sta per l'uomo in genere? Anche nel passo in cui è detto: Beato l'uomo maschio che teme il Signore 79, sono indicate certamente anche le donne che temono il Signore.

Il problema delle varie parti del corpo...
19. 1. E che cosa dovrei rispondere sui capelli e unghie? Una volta compreso che dal corpo nulla andrà perduto in modo che in esso nulla ci sia di irregolare, si comprende immediatamente che tutte le parti, che avrebbero causato una smisurata grandezza irregolare, saranno aggiunte all'insieme, non a quei punti in cui sia sfigurata la forma delle membra. Come se si costruisse con la creta un vaso che, ridotto di nuovo in creta, fosse ricostruito tutto dal tutto delle parti, non sarebbe necessario che la parte di creta, che era nel manico, torni al manico o quella, che aveva costituito il fondo, torni ad essere il fondo, purché il tutto ritorni nel tutto, cioè che tutta la creta, senza perdere alcuna parte, torni ad essere il vaso. Perciò se i capelli, tante volte spuntati, e le unghie, tante volte tagliate, tornano in forma irregolare ai loro posti, non vi torneranno e tuttavia non andranno perduti per chi risorgerà perché, rispettate le proporzioni delle parti, con la trasformazione della materia saranno ricongiunte alla medesima carne affinché in essa costituiscano una qualsivoglia parte del corpo. E l'affermazione del Signore: Non andrà perduto un capello della vostra testa 80 molto più convenientemente si può intendere che è stato detto non della lunghezza, ma del numero dei capelli; per questo in un altro passo dice: Tutti i capelli della vostra testa sono stati contati 81. Non dico questo perché ritengo che una qualche parte connaturata andrà perduta per un corpo qualsiasi. Dico invece che ciò che era venuto alla luce irregolare, per il solo motivo che si noti come sia soggetto alla pena lo stato degli esseri soggetti a morire, sarà restituito in modo che, preservata l'integrità della struttura, scompaia la irregolarità. Un artista può fondere una statua di bronzo che per una ragione qualsiasi aveva foggiato irregolare e renderla perfetta in modo che nulla della struttura ma soltanto la irregolarità sia eliminata. Quindi se nella prima figurazione qualcosa era fuori posto e non conveniva alla proporzione delle parti, può non troncare e disgiungere dal tutto da cui aveva prodotto ma guarnire e ricongiungere al complesso in modo da non causare l'irregolarità e non diminuire la grandezza. E allora che cosa si deve pensare dell'Artista onnipotente? Egli certamente potrà eliminare e rendere nulle le varie irregolarità del corpo umano, non solo le comuni ma anche le rare e mostruose che convengono a questa vita disgraziata ma contrastano con la futura felicità dei santi, come viene eliminata qualsiasi irregolarità che producono le indecorose, sebbene naturali, protuberanze della struttura corporea, senza alcuna sua diminuzione.

... e delle proporzioni...
19. 2. Quindi magri e grassi non devono temere di essere nell'eternità quali nel tempo, se ne avessero il potere, non avrebbero voluto essere. Completa bellezza del corpo è infatti la proporzione delle parti congiunta a una certa delicatezza del colore. Dove non v'è la proporzione delle parti, un qualcosa non piace perché è difettoso o perché è manchevole o perché è eccessivo. Perciò non vi sarà l'irregolarità, prodotta dalla sproporzione delle parti in uno stato in cui i difetti saranno emendati, ma ciò che è di meno di quel che conviene sarà completato da qualcosa che il Creatore conosce e ciò che è di più di quel che conviene sarà detratto nel rispetto dell'interezza della materia. Sarà molto grande la delicatezza del colore perché i giusti splenderanno come sole nel regno del loro Padre 82. E si deve ritenere che simile luminosità non mancò nel corpo del Cristo quando risuscitò, ma fu sottratta alla vista dei discepoli. Non l'avrebbe sopportata il debole sguardo umano quando egli, per poter essere riconosciuto, doveva essere fissato dai suoi. E questo si estese al punto che offrì al loro palpare le cicatrici delle sue ferite, che prese anche cibo e bevanda 83, non per bisogno di nutrimento ma con quel potere per cui gli era possibile compiere una tale azione. Talora un oggetto, sebbene presente, non è visto da coloro dai quali gli altri oggetti, egualmente presenti, sono visti, come riteniamo che a Sodoma si verificò una luminosità, sebbene non vista da coloro dai quali erano visti gli altri oggetti. Il fenomeno in greco si denomina che i nostri, non riuscendo ad esprimerlo in latino, nel libro della Genesi hanno tradotto "cecità". La subirono i Sodomiti quando gli uomini giusti cercavano la porta e non potevano rintracciarla 84. Se fosse stata cecità, con cui avviene che non si può vedere nulla, non avrebbero cercato la porta per cui entrare, ma guide della via dalle quali essere allontanati dal posto.

... e del corpo dei martiri.
19. 3. Non so in che senso siamo stimolati dall'amore per i martiri beati fino a desiderare di vedere sul loro corpo nel regno di Dio le cicatrici delle ferite che hanno subìto per il nome di Cristo e forse le vedremo. Infatti in esse non vi sarà irregolarità ma distinzione e, sebbene nel corpo, non del corpo splenderà una certa attrattiva dell'eroismo. E se ai martiri furono amputate e mutilate alcune parti del corpo, nella risurrezione dei morti non saranno senza di esse, perché è stato loro detto: Non andrà perduto un capello della vostra testa 85. Ma se converrà che in quel mondo rinnovato si vedano i segni delle ferite degne di gloria nella carne immune da morte, nel punto in cui le parti del corpo, per essere recise, furono battute e troncate, appariranno le cicatrici nelle medesime parti restituite, non perdute. Sebbene quindi nell'eternità non vi saranno tutti i difetti avvenuti al corpo, tuttavia non si devono considerare o denominare difetti i segni dell'eroismo.

Il pensiero dei filosofi su Dio.
20. 1. Non si deve poi pensare che l'onnipotenza del Creatore, per risuscitare i corpi e renderli alla vita, non possa far rivivere tutte le parti che o le belve o il fuoco hanno distrutto, ovvero quel tanto che è andato in polvere o cenere o che si è sciolto in acqua o che si è librato in aria. Non si deve pensare che un qualche nascondiglio o recesso della natura accolga un qualcosa sottratto alla nostra esperienza in modo che si celi alla conoscenza e sfugga al potere del Creatore di tutte le cose.

Cicerone, il grande scrittore dei pagani, volendo, come poteva, definire Dio secondo verità, dice: È una mente indipendente e libera, esente da ogni soggezione alla natura e alla morte, che conosce e muove tutte le cose ed essa è dotata di perenne attività 86. Ha attinto questa definizione dalla dottrina dei grandi filosofi. Dunque, per usare la loro terminologia, in che senso un qualcosa si cela all'Essere che pensa tutte le cose o sfugge irresistibilmente a lui che muove tutte le cose?.

Soluzione per i casi di antropofagia.
20. 2. Perciò ormai si deve risolvere anche il problema, che sembra più difficile degli altri, con cui si chiede a chi preferibilmente si restituisce la carne di un uomo morto, la quale diviene carne di un altro vivo. Supponiamo che un tale, affranto e spinto dalla fame, si cibi di cadaveri umani. È un fatto che anche la storia antica afferma sia talora avvenuto e anche le tristi esperienze dei nostri tempi. Forse che qualcuno, si obietta, potrà sostenere con criterio di verità che è stato tutto digerito attraverso i condotti anali, che nulla si è trasformato e aggiunto alla carne dell'affamato, sebbene la magrezza, che c'era e non c'è più, mostri abbastanza che l'esaurimento è stato riparato da quei cibi? Poco fa ho già premesso quali concetti dovranno esser validi per sciogliere anche questo nodo. La parte delle carni, che la fame ha consumato, si è librata nell'aria e in proposito abbiamo accertato che Dio onnipotente può trarre indietro ciò che è svanito. Quindi la carne sarà restituita a quell'individuo in cui dapprima ha cominciato ad essere carne umana. Si deve ritenere che dall'altro è stata presa come in prestito e quindi, come denaro d'altri, si deve restituire a colui da cui è stata presa. All'uomo dunque, che la fame aveva consumato, sarà restituita la sua carne da colui che ha il potere di richiamare indietro anche ciò che è svanito. Ed anche se fosse andata completamente perduta e non fosse rimasta alcuna componente nei recessi della natura, la ristabilirebbe l'Onnipotente da un qualunque elemento che vuole. Ma per riguardo alla parola della Verità che ha detto: Non andrà perduto un capello della vostra testa 87, è assurdo pensare che, sebbene un capello della testa non può andare perduto, possa andare perduta una grande quantità di carni mangiate per fame e digerite.

Armonia del corpo dei beati.
20. 3. Considerati attentamente tutti questi aspetti si formula, dal nostro punto di vista, la conclusione che segue. Nella risurrezione della carne la corporatura avrebbe per l'eternità quelle dimensioni che avrebbe lo sviluppo regolare della gioventù da raggiungere o raggiunta, giacché è insito nell'organismo di ognuno, nel rispetto della formosità conveniente al modo di essere di tutte le membra. Supponiamo che per conservare tale formosità sia sottratto un di più non conveniente, posto in una determinata parte, e sia diffuso in tutto il corpo in modo che non vada perduto e sia dovunque conservata la proporzione delle parti. In tale ipotesi non è assurdo credere che sia possibile aggiungere alla corporatura qualcosa qualora, per mantenere la formosità, si aggiunga a tutte le parti, perché senza dubbio non sarebbe conveniente se fosse sproporzionatamente soltanto in una. Ovvero se si sostiene che ciascuno risorgerà in quella corporatura, in cui è morto, non si deve ribattere polemicamente, purché siano eliminate del tutto le sproporzioni delle parti, del vigore e del movimento, la soggezione al divenire e qualsiasi altro limite che non conviene a quel regno, in cui i figli della risurrezione e della promessa saranno eguali agli angeli di Dio 88, se non nel corpo e nell'età, certamente nella felicità.

Significato di corpo spirituale.
21. Sarà restituito dunque tutto ciò che andò perduto dal corpo ancora in vita o dal cadavere dopo la morte e, assieme a ciò che era rimasto nel sepolcro trasformato nella novità dalla vetustà del corpo animale, risorgerà fregiato dall'immunità al divenire e alla morte 89. Ed anche se per qualche grave incidente o per la crudeltà dei nemici sia ridotto completamente in polvere e, per quanto è possibile, non si permetta che sia in qualche luogo perché disperso nell'aria o nell'acqua, in nessun modo potrà essere sottratto all'onnipotenza del Creatore, ma un capello del capo di lui non andrà perduto. Quindi sarà sottomessa allo spirito la carne spirituale, ma carne tuttavia non spirito, come alla carne fu sottomesso lo spirito carnale, ma spirito tuttavia non carne. Del fatto abbiamo una prova concreta nella anormalità della nostra soggezione al peccato. Infatti non secondo la carne, ma senza dubbio secondo lo spirito erano carnali coloro ai quali l'Apostolo dice: Non vi ho potuto parlare come a uomini spirituali, ma come a esseri carnali 90. Si parla di uomo spirituale in questa vita, anche se è tuttora carnale nel corpo e noti nelle sue membra un'altra legge che contrasta alla legge della sua coscienza 91. Sarà invece spirituale anche nel corpo quando quella stessa carne risorgerà in modo che si avveri quel che è stato scritto: Si semina un corpo animale, risorgerà un corpo spirituale 92. Quale sia poi e quanto grande la bellezza del corpo spirituale, temo, dato che non fa ancora parte della nostra esperienza, che sia temerario ogni pensiero che su di essa si esprime. Però a lode di Dio non si deve passare sotto silenzio la gioia della nostra speranza, ed è stato detto dagli intimi precordi di un ardente, santo amore: Signore, amo la bellezza della tua casa 93. Quanto sia grande quel dono che egli in questa vita molto tormentata concede ai buoni e ai cattivi, supponiamo col suo aiuto, nei limiti del possibile, che è molto grande quel dono di cui, non avendolo sperimentato, non siamo capaci di parlarne degnamente. Non parlo infatti del tempo in cui egli creò l'uomo retto, non parlo della vita immune da fatica dei due coniugi nella felicità del paradiso terrestre 94, poiché fu un tempo così breve che non giunse alla conoscenza dei figli. Ma riguardo all'esistenza che conosciamo e in cui tuttora viviamo, in cui non cessiamo di subire le tentazioni, anzi, finché siamo in essa, la totale tentazione che essa è, anche se progrediamo nel bene, chi potrà spiegare quali siano i segni della bontà di Dio nei confronti del genere umano?.

La vita eterna (22-30)

Abiezione della vita umana.
22. 1. Per quanto riguarda la prima origine, la vita stessa, se di vita si deve parlare, piena di tanti e grandi mali, attesta che tutta la discendenza di esseri soggetti alla morte fu condannata. Che altro significa infatti un certo abisso dell'ignoranza, da cui promana l'errore che ha accolto tutti i figli di Adamo in una specie di baratro tenebroso sicché l'uomo non se ne può liberare senza fatica, sofferenze, timore? Che cosa sta ad indicare l'amore di tante cose inutili e nocive? Da esso infatti derivano le preoccupazioni affannose, i turbamenti, le afflizioni, i timori, le pazze gioie, le discordie, le liti, le guerre, i tradimenti, i furori, le inimicizie, l'inganno, l'adulazione, la frode, il furto, la rapina, la slealtà, la superbia, l'ambizione, l'invidia, gli omicidi, i parricidi, la crudeltà, la spietatezza, l'ingiustizia, la lussuria, l'insolenza, la sfrontatezza, l'impudicizia, le fornicazioni, gli adultèri, gli incesti e contro la natura dell'uno e dell'altro sesso i tanti stupri e atti impuri che è vergogna perfino parlarne, i sacrilegi, le eresie, le bestemmie, gli spergiuri, le oppressioni degli innocenti, le calunnie, gli inganni, le concussioni, le false testimonianze, le condanne ingiuste, le violenze, i furti e ogni altro tipo di malvagità che non viene in mente e tuttavia non scompare dalla vita umana nel tempo. Per la verità sono colpe proprie degli uomini malvagi, ma provengono da quella radice dell'errore e dell'amore pervertito, con cui nasce ogni figlio di Adamo. Difatti chi ignora con quanta ignoranza della verità, che è già palese nei bambini, e con quale eccesso di cattiva inclinazione, che comincia già ad apparire nei fanciulli, l'uomo viene all'esistenza? Perciò se gli si consente di vivere come vuole e di fare tutto ciò che vuole, giunge a tutti o a molti di questi delitti che ho enumerato o che non mi è stato possibile di enumerare.

Difficoltà dell'educazione.
22. 2. Ma in virtù dell'ordinamento divino, che non abbandona completamente i colpevoli e nella bontà di Dio, che non trattiene nella propria ira gli atti della sua benignità 95, la correzione e l'apprendimento vegliano sulle facoltà stesse del genere umano contro le tenebre, nelle quali veniamo all'esistenza e, sebbene anch'essi siano pieni di affanni e di dolori, si oppongono agli impulsi. Che cosa infatti vogliono ottenere i molteplici spauracchi, che si adoperano per reprimere la frivolezza dei piccoli, che cosa vogliono raggiungere gli educatori, gli insegnanti, le bacchette, le sferze, gli scudisci, che cosa il castigo con cui la sacra Scrittura dice che si devono battere le costole dell'amato figliolo affinché non cresca senza essere corretto, poiché in seguito, restio a essere corretto, o lo potrebbe con difficoltà o non lo potrebbe affatto? 96. Che cosa si vuole ottenere con tutte queste punizioni, se non che sia debellata l'ignoranza e frenata la cattiva inclinazione, mali con i quali veniamo al mondo? Cosa significa infatti che ricordiamo con fatica, dimentichiamo con facilità, apprendiamo con fatica, senza fatica rimaniamo ignoranti, con fatica siamo intraprendenti, senza fatica inerti?. Da questi fatti non si evidenzia forse in quale senso e come per un peso sia incline e incurvata la natura viziata e di quale soccorso abbia bisogno per essere liberata? L'accidia, l'indolenza, la pigrizia, la negligenza sono certamente vizi con cui si evita il lavoro poiché il lavoro, anche quello che dà profitto, è una punizione.

Gli infiniti mali della vita...
22. 3. Ma oltre alle punizioni dei fanciulli, senza le quali non si può apprendere quel che vogliono gli anziani, i quali non del tutto utilmente vogliono qualcosa, chi può esporre a parole con quante e grandi pene, che non riguardano la malvagità e la cattiveria dei disonesti, ma la infelice condizione di tutti, sia sconvolto l'uman genere? Chi lo può esprimere col pensiero? Provengono grande paura e disgrazia dal pianto dovuto alle perdite, dai danni e condanne, dagli inganni e imposture degli uomini, dai falsi sospetti, da tutti i misfatti e delitti della violenza degli altri. Avvengono quindi il saccheggio e l'asservimento, i ceppi e le prigioni, gli esili e le torture, l'amputazione di membra e la privazione di sensi, la violenza carnale per appagare l'oscena passione di chi usa violenza e molti altri fatti raccapriccianti. Che di più? Provengono anche dalle numerose contingenze che si temono per il corpo dall'esterno, dal freddo e caldo, dalle tempeste, rovesci improvvisi, inondazioni, lampi, tuoni, grandine, fulmine, da terremoti con squarci del suolo, dagli schiacciamenti di edifici che crollano, dalle reazioni e paura o anche cattiveria dei giumenti, dai tanti veleni delle piante, dell'acqua, dell'aria e delle bestie, dal morso soltanto fastidioso o anche mortale delle belve, da idrofobia che si attacca da un cane rabbioso al punto che anche una bestia graziosa e amica del suo padrone si fa temere talora più intensamente e dolorosamente dei leoni e serpenti e rende l'uomo, che per caso ha addentato, così rabbioso per trasmissione virale che dai genitori, coniuge e figli è temuto più di qualsiasi bestia. Quanti pericoli subiscono i naviganti, quanti coloro che compiono viaggi per terra! Chi cammina senza essere soggetto a impensate evenienze da ogni parte? Un tale, nel tornare a piedi dalla piazza a casa, cadde, si fratturò un piede e per quella ferita chiuse la propria vita. Che cosa è più sicuro di uno che sta seduto? Eppure il sacerdote Eli cadde dallo scranno in cui sedeva e morì 97. Gli agricoltori, anzi tutti gli uomini temono molti e gravi incidenti per i prodotti dei campi dal cielo, dalla terra e dagli animali nocivi. Però di solito sono tranquilli sul grano raccolto e riposto. Ma ad alcuni, che conosciamo, il fiume all'improvviso, mentre gli uomini se la davano a gambe, trascinò e asportò dai granai un'ottima produzione di grano. Chi si fida della propria coscienza contro i multiformi attacchi dei demoni? Appunto perché nessuno si fidi di essa tormentano talora perfino i bimbi battezzati, che certamente sono gli esseri più innocenti, in modo che soprattutto in essi si renda palese, Dio permettendolo, che è da compiangere l'infelicità di questa vita e da desiderare la felicità dell'altra. Dal corpo stesso provengono le sofferenze delle malattie, così numerose che neanche nei libri dei medici sono elencate al completo. In molte di esse, e quasi in tutte, anche le stesse terapie e le medicine sono un tormento, sicché gli uomini sono tirati fuori dal danno delle pene con il soccorso di una pena. E un caldo spaventoso non ha forse costretto gli uomini a bere l'orina umana o perfino la propria? E la fame non ha forse costretto gli uomini a non potersi astenere dalla carne umana e a cibarsi non di uomini trovati morti, ma uccisi allo scopo e non estranei, ma perfino le madri i figli con l'incredibile crudeltà causata dalla fame rabbiosa? Chi infine può spiegare a parole in quali proporzioni turbi il sonno? Esso infatti, che in senso proprio ha avuto il nome di riposo, è spesso affannoso per le visioni illusorie dei sogni e sconvolge l'anima e i sensi con grandi spaventi, sia pure con fatti apparenti che presenta e in certo senso rappresenta in modo tale che non è possibile distinguerli da quelli reali. Da illusorie visioni anche gli individui svegli sono agitati in modo più compassionevole mediante disturbi nevrotici, sebbene con una multiforme varietà d'inganno i malvagi demoni talora raggirino uomini anche sani con simili visioni illusorie. In tal modo, anche se mediante esse non possono accalappiarli fra le cose proprie, per lo meno frustrano la loro coscienza col solo impulso di una qualunque illusoria apparenza.

... dai quali ci libera il Signore.
22. 4. Dal quasi inferno di una vita tanto infelice ci libera soltanto la grazia di Cristo Salvatore, Dio e Signore nostro. E questo nome è lo stesso Gesù, che significa appunto il Salvatore 98. Si ottiene così che dopo questa vita non ci colga una vita eterna più infelice, che non è vita ma morte. Infatti in questa, sebbene vi siano i grandi soccorsi dei rimedi mediante i sacramenti e i santi, tuttavia non sempre gli stessi sono accordati a coloro che li chiedono affinché non si pratichi la religione per questi motivi, giacché si deve piuttosto praticare per l'altra vita, in cui non vi sarà alcun male. E proprio per questo la grazia aiuta i più buoni nelle pene della vita affinché siano sopportate con un sentimento tanto più coraggioso quanto più religioso. I dotti della cultura profana affermano che all'intento è utile anche la filosofia, poiché quella vera, dice Cicerone, gli dèi l'hanno concessa a pochi e agli uomini, soggiunge, non è stato da loro dato un dono più grande né poteva essere dato 99. Anche coloro, contro i quali stiamo discutendo, sono stati costretti in certo senso ad ammettere la grazia divina nel professare non una qualsiasi, ma la vera filosofia. Se a pochi infatti, per dono divino, è stato concesso l'unico soccorso della vera filosofia contro le infelicità di questa vita, anche da questo fatto appare che il genere umano è stato condannato ad espiare le pene dell'infelicità. E poiché pari a questo, come ammettono, non è stato concesso un dono divino più grande, così si deve credere che da nessun dio si può concedere se non da colui, del quale anch'essi, che onorano molti dèi, affermano che non ve n'è uno più grande.

Precario equilibrio fra il bene, il male e la grazia.
23. Oltre i mali di questa vita, che sono comuni ai buoni e ai cattivi, i giusti hanno, mentre essa scorre, alcune particolari attenzioni con cui si schierano contro i vizi e si voltano e rivoltano nelle prove e pericoli di simili lotte. Ora più impetuosamente, ora più blandamente, ma ognora la carne non desiste ad avere desideri contrari allo spirito e lo spirito contrari alla carne 100, sicché non facciamo quel che vogliamo se acconsentiamo a ogni cattivo impulso; invece non acconsentendo, per quanto ci è possibile con l'aiuto della grazia di Dio, lo assoggettiamo a noi stando all'erta con una costante attenzione. E questo affinché non inganni l'infondata certezza di ciò che sembra vero, non suggestioni un discorso scaltro, non offuschino le tenebre di qualche errore, non si creda male ciò che è bene e bene ciò che è male, il timore non distolga dalle azioni che si devono compiere, il sole non tramonti sulla nostra ira 101, le inimicizie non spingano a ricambiare male per male 102, non avvilisca una disonesta o smodata tristezza, una mente ingrata non induca all'indifferenza del bene che si deve compiere, una buona coscienza non sia importunata dalle dicerie della maldicenza, un nostro sospetto temerario sull'altro non c'inganni e il falso dell'altro su di noi non ci butti a terra, non regni il peccato nel nostro corpo mortale per obbedire ai suoi desideri, non siano usate le nostre membra come armi di malvagità per il peccato 103, l'occhio non ceda alla sensualità, non vinca il desiderio di vendicarsi, la vista e il pensiero non si soffermino in ciò che attrae alla cattiveria, non si ascolti liberamente un discorso ingiusto o indecente, non si faccia ciò che non è lecito, anche se piace, in questa aperta battaglia di affanni e sofferenze non si speri di ottenere la vittoria con le nostre forze o, una volta ottenutala, non si attribuisca alle nostre forze, ma alla grazia di colui, di cui dice l'Apostolo: Rendiamo grazie a Dio, che ci concede la vittoria mediante il Signore nostro Gesù Cristo 104; e in un altro passo: In tutte queste cose siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati 105. Cerchiamo di capire tuttavia che, sebbene resistiamo ai vizi col grande coraggio della lotta o anche se li superiamo e debelliamo, non è possibile, finché siamo in questo corpo, che manchi il motivo di dover dire: Rimetti a noi i nostri debiti 106. Nel regno dei cieli, in cui saremo col corpo non soggetto a morire, non avremo né lotte né debiti ed essi non sarebbero in nessun luogo e in nessun tempo, se la natura si fosse mantenuta retta come è stata creata. Quindi anche questo nostro conflitto, nel quale corriamo un rischio e da cui aneliamo liberarci con la vittoria finale, appartiene ai mali di questa nostra vita, di cui costatiamo la punizione attraverso la testimonianza di tanti e sì grandi mali.

Beni e bellezze della terra: a) propagazione;
24. 1. Ed ora si deve esaminare di quali e quanti beni la bontà di colui, che governa tutte le cose che ha creato, ha colmato l'infelicità del genere umano, nella quale ha lode la giustizia di lui che punisce. Prima di tutto segnaliamo la benedizione che proferì prima del peccato dicendo: Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra 107, e che dopo il peccato non ha voluto rievocare e rimase nella discendenza condannata la fecondità concessa. Neanche la disobbedienza del peccato, con la quale ci è piombata addosso la fatale legge del morire, è riuscita ad eliminare la meravigliosa energia dei semi, anzi quella più meravigliosa, con cui essi si producono, inserita e in un certo senso intessuta nel corpo umano. Ma in questo quasi fiume impetuoso corrono insieme l'uno e l'altro: il male che è derivato dal progenitore, il bene che è concesso dal Creatore. Nel male di origine si hanno due significati: il peccato e il castigo; nel bene di origine altri due: la propagazione e la conservazione della forma. Ma per quanto attiene al nostro intento in atto, abbiamo già parlato abbastanza dei mali, di cui uno deriva dalla nostra temerità, cioè il peccato, l'altro dal giudizio di Dio, cioè la punizione. Ora ho deciso di parlare dei beni che Dio ha accordato anche alla natura corrotta e punita o fino ad ora accorda. Difatti punendo o non ha tolto il tutto che aveva concesso, altrimenti esso non esisterebbe affatto; o non ha escluso la natura dal suo potere, anche se per pena l'ha assoggettata al diavolo, poiché neanche lui ha respinto dal suo ordinamento. Difatti Egli, che esiste nel tutto dell'essere e fa che esista tutto ciò che in qualche modo esiste, fa che persista nell'essere anche la natura del diavolo.

b) conservazione della forma;
24. 2. Egli dunque con la sua benedizione ha accordato all'inizio delle opere del mondo la propagazione di quei due beni che, come abbiamo detto, sgorgano come dalla sorgente della sua bontà anche nella natura viziata dal peccato e condannata alla pena. Da tali opere Egli si è riposato al settimo giorno, ma la conservazione della forma persiste nell'opera con cui fino ad ora dà l'essere 108. Se sottraesse dalle cose l'efficienza del suo potere, esse non potrebbero conservarsi e con movimenti misurati far fluire il tempo e certamente non si conserverebbero fino a un certo punto nella specie in cui sono state create. Dunque Dio ha creato l'uomo in modo da aggiungere anche la fecondità con cui realizzare la procreazione di altri uomini, inserendo anche in essi la possibilità non la necessità di procreare. Ha sottratto però la fecondità ad individui che ha voluto e sono stati sterili, ma non ha sottratto la fecondità concessa all'inizio ai primi due coniugi con una benedizione per tutti. La propagazione, sebbene non sottratta col peccato, tuttavia non è quella quale sarebbe stata, se non vi fosse stato il peccato. Dal momento in cui l'uomo, fregiato di dignità, per avere trasgredito è stato eguagliato alle bestie 109, genera come loro, tuttavia in lui non si è spenta una determinata quasi scintilla dell'intelligenza, nella quale è stato creato a immagine di Dio 110. Se alla propagazione non si applicasse la conservazione della forma, neanche la propagazione si svolgerebbe nelle forme e modalità dovute al suo genere. Se gli uomini non si fossero accoppiati e, ciò nonostante, Dio volesse riempire la terra di uomini, come ne ha creato uno senza l'unione di maschio e femmina, potrebbe creare tutti allo stesso modo e coloro che si accoppiano non possono procreare se egli non crea. L'Apostolo riguardo all'educazione spirituale, con cui l'uomo si forma alla religione e alla moralità, dice: Non chi attende alla semina e alla irrigazione è qualcosa, ma Dio che fa crescere 111. Egualmente si può dire al caso nostro: "Non l'uomo che si accoppia e sparge il seme è qualcosa, ma Dio che dà la forma; non la madre che gesta il feto e nutrisce il nato è qualcosa, ma Dio che fa crescere". Infatti con il medesimo atto, con cui attua fino al presente, ottiene che i semi raggiungano la quantità dovuta e da nascosti, invisibili involucri, risultino nelle forme visibili della bellezza che ammiriamo. Ed Egli, congiungendo e unendo con misure ammirevoli, rende essere animato la natura incorporea e la corporea, quella in alto, questa in basso. E quest'opera è tanto grande e meravigliosa che a chi ben riflette impone l'ammirazione del pensiero e suscita la lode al Creatore, non solo riguardo all'uomo perché è un animale ragionevole e perciò superiore e più nobile di tutti gli esseri animati della terra, ma anche riguardo al più piccolo moscerino.

c) meravigliosa dotazione dell'uomo;
24. 3. Egli ha dunque concesso la facoltà di pensare all'anima umana, nella quale, per quanto riguarda il bambino, la ragione e l'intelligenza sono senza funzione, come se non esistessero. Tale facoltà si deve quindi stimolare e sviluppare col crescere dell'età in modo che sia capace di ragionamento e istruzione e disponibile all'apprendimento della verità e dell'amore del bene, e con tale capacità raggiunga la sapienza, sia dotata delle virtù mediante le quali, con prudenza, fortezza, temperanza, giustizia si opponga agli errori e agli altri vizi congeniti e vinca soltanto nel desiderio del Bene sommo e immutabile. Ed anche se non raggiunge lo scopo, chi può dire o pensare con competenza quale grande bene sia la capacità, disposta per dono di Dio nella creatura ragionevole, di raggiungere tali beni e quanto meravigliosa sia l'opera dell'Onnipotente? Oltre alle arti del bene vivere e giungere alla felicità eterna, che si definiscono virtù e sono concesse ai figli del regno e della promessa soltanto con la grazia di Dio che è in Cristo, forse che dall'ingegno umano non sono state inventate ed esercitate molte e insigni arti, in parte legate al bisogno, in parte al piacere? Ma il prestigioso vigore della mente e ragione, anche attraverso i beni superflui, anzi pericolosi e dannosi che appetisce, attesta quale grande bene abbia nella natura, dalla quale ha potuto derivare, imparare o esercitare queste arti. L'umana operosità è giunta a confezioni meravigliose e stupende di abbigliamenti ed edifici, ha progredito nell'agricoltura e nella navigazione, ha ideato ed eseguito opere nella produzione di varie ceramiche ed anche nella varietà di statue e pitture, ha allestito nei teatri azioni e rappresentazioni ammirevoli per gli spettatori, incredibili per gli uditori; ha usato molti e grandi mezzi per catturare, uccidere e domare gli animali irragionevoli; ha inventato tutti i tipi di veleni, di armi, di strumenti contro gli uomini stessi; per difendere e ricuperare la salute molte medicine e sussidi; ha scoperto molti condimenti e stimoli della gola per il piacere del gargarozzo; per suggerire e inculcare i pensieri una grande moltitudine e varietà di segni, fra cui prevalgono le parole e lo scritto; per dilettare gli animi i magnifici ornamenti del discorso e una grande abbondanza di varie composizioni poetiche; per incantare l'udito ha ideato tanti strumenti musicali e magnifici ritmi di canto; ha esposto con grande acutezza d'ingegno l'esatta conoscenza della geometria e dell'aritmetica e il corso di collocazione degli astri; si è arricchita di una profonda conoscenza della fisica. Ma chi potrebbe esporre tutto, specialmente se non vogliamo trattare tutti gli argomenti sommariamente, ma esaminarli uno per uno? Infine, chi potrebbe giudicare con criterio come si distinse l'ingegno di filosofi ed eretici nel difendere errori e assurdità? Parliamo infatti della natura dell'intelligenza umana, con cui si sublima questa vita destinata a finire, non della fede e del cammino della verità con cui si raggiunge l'immortalità beata.

Poiché il creatore di questa natura tanto eminente è Dio vero e sommo dal momento che Egli dirige al fine tutti gli esseri che ha creato ed ha potere e giustizia al di là di ogni limite, la natura umana certamente non sarebbe nella infelicità presente e da essa non andrebbe alla infelicità eterna, esclusi soltanto coloro che si salveranno, se non fosse avvenuto precedentemente il peccato troppo grande del primo uomo, dal quale gli altri discendono.

d) prestigio del corpo umano;
24. 4. Quanta bontà di Dio e quanta provvidenza del grande Creatore si manifesta nel corpo stesso, sebbene esso per la soggezione al morire sia comune con le bestie e più debole nell'uomo che in molte di esse. Infatti in esso la posizione dei sensi e le altre membra non sono forse così disposte, l'aspetto, l'atteggiamento e la statura di tutto il corpo non sono forse così regolati che esso si rivela organizzato per il servizio dell'anima razionale? Notiamo appunto che l'uomo non è stato creato come gli animali privi di ragione e chini verso la terra, ma la forma del corpo, che si erge verso il cielo, fa pensare che egli capisca le cose dell'alto 112. La sorprendente facilità di movimento, che è stata assegnata alla lingua e alle mani, appropriata e congiunta al parlare e allo scrivere e a compiere le opere di molte tecniche e servizi, non dimostra forse chiaramente a quale anima, per esserle sottomesso, è stato unito un corpo simile? Però, a parte le inevitabili contingenze dell'agire, l'accordo di tutte le parti è così ritmico e attraente e si corrisponde con tale limpida simmetria che non sai se nel formarlo è stato osservato di più il criterio dell'utilità che della bellezza. Difatti possiamo notare che nulla è stato creato nel corpo per motivo di utilità che non abbia anche una nota di bellezza. Sarebbe per noi più evidente se conoscessimo i ritmi delle dimensioni per cui tutte le componenti sono tra di loro connesse e proporzionate. L'umana ingegnosità potrebbe compiere un'indagine su tali ritmi con attenzione a quelli che si manifestano all'esterno, ma nessuno può reprimere quelli che sono nascosti e non accessibili alla nostra osservazione, come il grande groviglio di vene, nervi e viscere, nascondiglio di funzioni vitali. Infatti una spietata indagine dei medici, che chiamano anatomisti 113, ha lacerato i corpi dei morti o anche di coloro che morivano sotto le mani di chi li spaccava per osservare e ha frugato molto disumanamente nelle carni umane le funzioni nascoste per imparare che cosa, con quali mezzi e in quali parti si deve curare. Ma che dovrei dire? Nessuno è riuscito a trovare, poiché nessuno ha osato ricercare i ritmi, di cui sto parlando e da cui si compone, dentro e fuori, l'accordo, che in greco, come se fosse uno strumento musicale, si dice , di tutto il corpo. Se potessero essere noti anche negli intestini, che non presentano alcuna attrattiva, darebbe tanto diletto la bellezza della proporzione la quale, su giudizio dell'intelligenza che impegna la vista, prevarrebbe su ogni formosità apparente che piace alla vista. Vi sono alcune parti così disposte nel corpo che hanno soltanto attrattiva, non utilità, come il petto virile che ha le mammelle, il viso la barba, la quale non è di difesa ma di prestigio, come indicano le facce glabre delle donne che, essendo più deboli, conveniva proteggere con un più sicuro riparo. Dunque fra le membra ragguardevoli, delle quali nessuno dubita, non ve n'è alcuna che non sia proporzionata a una determinata funzione e al tempo stesso anche formosa; ve ne sono alcune invece che hanno soltanto attrattiva e non utilità. Penso quindi che si debba capire che nella formazione del corpo ha prevalso la prestanza sulla funzione. Passerà dunque la soggezione alla contingenza e verrà il tempo in cui godremo senza passione della bellezza altrui scambievolmente. E dobbiamo volgere il fatto in ringraziamento al Creatore, al quale si dice in un Salmo: Sei rivestito di gloria e di attrattiva 114.

e) bellezza della creazione.
24. 5. Poi con quale discorso si può esprimere la restante bellezza e utilità della realtà creata che dalla bontà di Dio è stata accordata all'uomo, sebbene gettato alla condanna negli affanni e nell'infelicità del tempo, per ammirarla e usarla? Nella multiforme e varia bellezza del cielo, della terra e del mare, nella grande profusione e meraviglioso splendore della luce stessa nel sole e luna e nelle stelle, nella ombrosità dei boschi, nel colore e odore dei fiori, nella diversità e numero degli uccelli ciarlieri e variopinti, nella diversa vaghezza di tanti e tanto grandi animali, fra i quali destano maggiore ammirazione quelli che hanno il minimo della grossezza, perché ammiriamo di più l'operosità delle formiche e delle api che i corpi immensi delle balene, e nella immensa veduta del mare quando, come di una veste, si ricopre di vari colori e talvolta è verde nelle varie gradazioni, talora color porpora, talora azzurro. Si ammira anche con molta soddisfazione quando è in tempesta perché affascina chi guarda appunto perché non lo sbatte e sconvolge come navigante. Che cosa suggerisce contro la fame la svariatissima abbondanza di cibi? Che cosa contro la schifiltosaggine la diversità dei sapori, diffusa dalla ricchezza della natura e non dalla tecnica e lavoro dei cuochi? Che cosa nelle varie circostanze i sussidi per difendere o recuperare la salute? Com'è gradevole l'avvicendarsi del giorno e della notte, la carezzevole tiepidezza delle brezze! Quant'è grande la provvista, in arbusti e bestiame minuto, per confezionare tessuti! Chi potrebbe passare in rassegna tutto? Se volessi spiegare e sviluppare soltanto quegli argomenti che da me, come involucri piegati, sono stati accatastati in una specie di mucchio, mi sarebbe indispensabile una sosta prolungata perché in essi sono contenute molte cose da dire. Eppure tutti questi beni sono sollievi d'infelici e condannati, non premio dei beati. Che cosa sarà dunque quel bene se questi sono tanti, così considerevoli e grandi? Che cosa darà a coloro che ha predestinato alla vita colui che li ha anche dati a coloro che ha predestinato alla morte? Quali beni farà avere nella vita beata a coloro per i quali in questa vita infelice ha voluto che il suo Figlio unigenito soffrisse tanti mali fino alla morte? Per questo l'Apostolo, parlando dei predestinati al regno dei cieli, dice: Egli che non ha perdonato il suo Figlio unigenito, ma l'ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? 115. Quando si adempirà questa promessa, saremo una grande realtà, un grande valore! Quale bene riceveremo nel regno dei cieli dal momento che con la morte di Cristo per noi abbiamo ricevuto una simile caparra. Quanto nobile sarà l'anima dell'uomo perché essa non avrà più alcuna passione, alla quale sia soggetta, alla quale ceda o contro la quale, sia pure lodevolmente, debba contendere, in quanto è perfetta di una virtù pienamente garante di pace. Vi sarà una grande, abbagliante, certa scienza di tutte le cose, senza errore e inquietudine, perché lì si berrà la sapienza dalla sua stessa sorgente con somma serenità, senza difficoltà. Grande perfezione avrà il corpo che, completamente soggetto allo spirito e da lui con pienezza vivificato, non avrà bisogno di cibi. Difatti non sarà animale ma spirituale perché ha certamente l'essere della carne ma senza la soggezione della carne al divenire.

Significato apologetico della fede dei credenti.
25. I celebri filosofi non dissentono da noi riguardo ai beni spirituali, di cui l'anima sommamente felice godrà dopo questa vita; si oppongono sulla risurrezione della carne, la negano com'è loro possibile. Ma i molti che la credono hanno abbandonato i pochissimi che la negano e a Cristo, che ha mostrato con la sua risurrezione ciò che a costoro sembra assurdo, con sentimento di fede si sono convertiti i dotti e gli indotti, i sapienti del mondo e gli insipienti. Il mondo ha creduto ciò che ha predetto Dio, il quale ha predetto anche che il mondo avrebbe creduto questa verità. E non dalle magiche falsificazioni di Pietro è stato costretto a preannunziare quelle verità con il riconoscimento dei credenti tanto tempo prima. Egli è quel Dio che, come ho già detto alcune volte 116, e non mi rincresce di ripetere, le divinità stesse paventano per ammissione di Porfirio, che pretende provarlo con gli oracoli dei propri dèi, eppure lo ha riconosciuto al punto di chiamarlo Dio, Padre e Re 117. Ma non sia mai che le predizioni di Dio si debbano intendere nel senso inteso da costoro, i quali non hanno creduto col mondo la verità che, come ha predetto, il mondo avrebbe creduto. Ma perché non s'intende piuttosto nel senso in cui il mondo l'avrebbe creduta, come è stato predetto tanto tempo prima, e non nel senso in cui pochissimi cianciano perché non hanno voluto credere questa verità col mondo che, come predetto, l'avrebbe creduta? Ma supponiamo che essi affermino che quelle parole si debbano interpretare in altro senso per non recare ingiuria, se dicessero che sono state ispirate dalle bugie, a quel Dio a cui rendono una sì grande testimonianza. Ma gli recano una eguale e più grave ingiuria, se affermano che le parole si devono interpretare in senso diverso da come le ha credute il mondo, perché egli ha raccomandato e attestato che il mondo avrebbe creduto e lo ha attuato. Forse che Egli non può fare che la carne risorga e viva in eterno o non si deve credere che lo farà appunto perché è un male ed è indegno di Dio? Abbiamo già parlato molto della sua onnipotenza che può operare tanti e grandi fatti al di là della conoscenza umana. Se vogliono riscontrare qualcosa che l'Onnipotente non può fare, l'hanno sicuramente, lo dirò io: non può mentire. Crediamo dunque a quel che può non credendo a quel che non può. Dunque non credendo che possa mentire credano che compirà quel che ha promesso di compiere e così credano come ha creduto il mondo, di cui Egli ha predetto che avrebbe creduto, a cui ha raccomandato di credere ed ha assicurato che avrebbe creduto e fa notare che ha già creduto. E come possono insistere che la risurrezione è un male? Nell'eternità non vi sarà la soggezione al divenire che è il male del corpo. Abbiamo già discusso della disposizione degli elementi, abbiamo già parlato delle altre supposizioni degli uomini. Nel libro tredicesimo dell'opera abbiamo dimostrato abbastanza, come penso, dal confronto con l'attuale buona salute, che certamente non si può paragonare a quella immortalità, quanto sia grande la facilità di movimento del corpo non soggetto al divenire 118. Coloro che non hanno letto o vogliono ripassare quel che hanno letto, leggano gli argomenti di quest'opera già trattati.

Validità del pensiero di Platone.
26. Ma Porfirio dice, soggiungono, che perché l'anima sia felice si deve abbandonare ogni corpo 119. Quindi non giova nulla dire che il corpo sarà immune dal divenire se l'anima non sarà felice, qualora non abbia evitato ogni corpo. Ma anche di questo ho discusso quanto conveniva nel libro citato 120, però al momento ne richiamerò un solo assunto. Platone, maestro di tutti costoro, corregga i suoi libri e dica che i loro dèi, per essere felici, abbandoneranno il proprio corpo, cioè moriranno perché ha detto che sono uniti a corpi celesti. Tuttavia Dio, da cui sono stati posti nell'essere, ha promesso ad essi l'immortalità, cioè la persistenza nel medesimo corpo, non perché lo comporta la loro natura ma perché prevale la sua decisione 121. In quel passo rovescia anche l'altra loro affermazione che la risurrezione della carne non si deve credere perché è impossibile. Infatti molto apertamente, secondo il medesimo filosofo, nel testo in cui Dio increato promise l'immortalità agli dèi da lui creati, affermò che avrebbe compiuto ciò che è impossibile. Platone narra che parlò in questi termini: Poiché avete avuto un inizio, non potete essere immortali e immuni dal disfacimento; tuttavia ne sarete immuni e non vi stroncheranno i destini di morte e non saranno più potenti della mia decisione che per la perennità è un vincolo superiore a quelli con i quali siete uniti 122. Se non solo non sono stonati, ma neanche sordi coloro che ascoltano queste parole, non dubitano che a quegli dèi, creati dal Dio che li ha creati, fu promesso ciò che secondo Platone è impossibile. Chi dice: "Voi non potete essere immortali ma per il mio volere lo sarete", non dice altro che: "Con la mia azione voi sarete ciò che è impossibile che avvenga". Dunque risusciterà la carne immune dal divenire, immortale, spirituale colui che, secondo Platone, ha promesso di fare ciò che è impossibile. Perché dunque affermano ancora essere impossibile che Dio ha attestato una tal cosa, che il mondo ha creduto alla sua attestazione e che di esso è stato attestato che avrebbe creduto, quando noi affermiamo che lo compirà Dio che, anche secondo Platone, compie opere impossibili? Dunque perché le anime siano felici non si deve abbandonare ogni corpo, ma ricevere un corpo immune dal divenire. E in quale corpo immune dal divenire si allieteranno più convenientemente che in quello in cui, quando era soggetto al divenire, hanno sofferto? In tal modo non vi sarà in loro quella disumana passione che Virgilio ha desunto da Platone con le parole: E di nuovo incomincino a voler tornare nei corpi 123. In tal modo, ripeto, le anime non avranno la passione di ritornare al corpo, poiché il corpo, con cui desiderano tornare, l'avranno con sé e l'avranno in modo da averlo per non lasciarlo mai più con una morte qualsiasi, sia pure per breve tempo.

Accordo tra Platone e Porfirio.
27. Platone e Porfirio, ciascuno per conto proprio, hanno esposto dei pensieri che se avessero potuto concertare fra di loro, probabilmente sarebbero divenuti cristiani. Platone ha detto che le anime non possono rimanere in eterno senza il corpo. Perciò ha detto anche che l'anima dei sapienti dopo un periodo, sia pure lungo, sarebbe tornata al corpo. Porfirio ha detto che l'anima monda per catarsi, quando sarà tornata al Padre, non tornerà più al male di questo mondo 124. Perciò se Platone avesse trasmesso a Porfirio la verità che ha intuito, cioè che anche le anime dei giusti e sapienti, monde per catarsi, torneranno al corpo umano e viceversa se Porfirio avesse trasmesso a Platone la verità che ha intuito, cioè che le anime sante non torneranno all'infelicità del corpo soggetto al divenire in modo che non l'uno o l'altro separatamente, ma tutti e due insieme affermassero l'una e l'altra verità, penso che noterebbero la conseguente deduzione, che cioè le anime ritornino al corpo ed abbiano un corpo in cui vivranno una felice immortalità. Infatti secondo Platone anche le anime sante torneranno al corpo umano, secondo Porfirio le anime sante non torneranno al male di questo mondo. E allora Porfirio dica con Platone: Torneranno al corpo; e Platone con Porfirio: Non torneranno al male, e siano d'accordo che torneranno a quei corpi, in cui non subiscano alcun male. Questo sarà dunque quel bene che il Signore assicura, che cioè le anime beate vivranno in eterno con la propria carne eterna. Come penso tutti e due ci accorderebbero facilmente questa conclusione: cioè che essi, i quali ammetterebbero che le anime dei santi torneranno a corpi immuni da morte, consentano che esse tornino al proprio corpo, in cui hanno sopportato il male di questo mondo, in cui con devozione e fede hanno onorato Dio per essere immuni da quel male.

Altre testimonianze quasi favorevoli.
28. Alcuni dei nostri, che prediligono Platone per il magnifico tono di eloquenza e per alcune verità che ha enunciato, dicono che egli ha avuto qualche idea, simile a quella di noi cristiani, sulla risurrezione dei morti 125. Lo accenna anche Cicerone nei libri su Lo Stato per rilevare che intese piuttosto presentare una parabola che esporre una verità 126. Platone dice che un uomo tornò in vita e svelò alcuni fatti che appoggiavano le teorie platoniche 127. Anche Labeone afferma che due uomini morirono nello stesso giorno e che s'incontrarono a un bivio, poi fu loro ordinato di tornare al proprio corpo e stabilirono di vivere da amici e così avvenne fino alla loro morte 128. Ma questi scrittori hanno narrato che la risurrezione dei morti avvenne nella forma simile a quella di coloro che, come sappiamo, sono risuscitati e che furono restituiti a questa vita, ma non in maniera che non morissero più. Marco Varrone espone una credenza più ammirevole nei libri che intitolò: La razza del popolo romano. Ho ritenuto di citare testualmente le sue parole. Alcuni astrologi, dice, hanno scritto che per il ritorno in vita degli uomini v'è una ricorrenza, che i Greci definiscono ; hanno scritto che con essa si effettua che ogni quattrocentoquarant'anni il medesimo corpo e la medesima anima, che una volta furono uniti in un uomo, tornano nella medesima forma ad unirsi 129. Varrone o quegli astrologi, non saprei quali, perché non ha citato i nomi ma si è limitato a riportarne l'opinione, hanno sostenuto certamente un errore. Infatti quando una volta soltanto le anime saranno tornate al corpo che ebbero, non lo lasceranno più in seguito. Tuttavia abbatte e scredita molte dimostrazioni sull'impossibilità, riguardo alla quale i platonici cianciano contro di noi. A coloro che la pensano o la pensarono così, non è sembrato impossibile che tornino ad essere ciò che erano i cadaveri dispersi nell'aria, nella polvere, nella cenere, nell'acqua, nel corpo delle bestie e perfino di uomini che se ne sono nutriti. Perciò Platone e Porfirio, o piuttosto coloro che li prediligono e ancora vivono, se sono d'accordo con noi che le anime sante torneranno al corpo, come dice Platone, ma non torneranno ad alcun male, come dice Porfirio, in modo che si abbia la conclusione sostenuta dalla fede cristiana, cioè che le anime riavranno il corpo in cui vivano in eterno, senza alcun male, nella felicità, aggiungano anche da Varrone che tornano al medesimo corpo in cui erano prima. Così anche nel loro sistema il problema della risurrezione della carne sarà integralmente risolto.

Come vedremo Dio?
29. 1. Ora esaminiamo, nei limiti in cui il Signore si degna di aiutarci, cosa faranno i santi nel corpo immortale e spirituale, quando la loro carne non vivrà ancora carnalmente, ma spiritualmente. Non so, se volessi dire il vero, quale sarà il loro stato, o meglio riposo e serenità. Non ne ho mai avuto esperienza con i sensi del corpo. Se dicessi di conoscerlo con il pensiero, cioè con l'intelligenza, quanto è alta e che cos'è la nostra intelligenza nei confronti di quella sublimità? Ivi è la pace di Dio la quale, come dice l'Apostolo, sorpassa ogni intelligenza 130; soltanto la nostra o anche quella degli angeli santi? Certamente non di Dio. Se dunque i santi vivranno nella pace di Dio, certamente vivranno in quella pace che sorpassa ogni intelligenza. Non v'è dubbio che sorpassa la nostra; se poi sorpassa anche quella degli angeli, sicché appaia che chi ha detto ogni intelligenza non ha escluso neanche loro, dobbiamo interpretare la frase con questo criterio che né noi né gli angeli possiamo conoscere la pace di Dio, con la quale Dio stesso è nella pace, come la conosce Dio. Sorpassa dunque ogni intelligenza fuorché indubbiamente la propria. Ma poiché anche noi, divenuti partecipi nel nostro limite della sua pace, conosciamo la pace nel suo grado più alto in noi, fra di noi e con lui, in quello che per noi è il grado più alto, con questo limite e secondo il proprio limite la conoscono gli angeli santi; gli uomini per ora molto al di sotto, sebbene si distinguano per il progredire del pensiero. Si deve tener conto di quel che diceva un grande uomo: In parte conosciamo e in parte apprendiamo per ispirazione, fino a che giunga ciò che è perfetto 131; e ancora: Ora vediamo come attraverso uno specchio in un simbolo oscuro, allora faccia a faccia 132. Così già vedono gli angeli santi, che sono stati considerati anche i nostri angeli perché noi, essendo liberati dal potere delle tenebre e, ricevuta la caparra dello Spirito, trasferiti nel regno di Cristo 133, abbiamo cominciato ad appartenere a quegli angeli, assieme ai quali avremo in comune la santa, amabilissima città di Dio, sulla quale ho già scritto tanti libri. Così dunque sono i nostri angeli perché sono gli angeli di Dio, come il Cristo di Dio è il nostro Cristo. Sono di Dio perché non lo hanno abbandonato, sono nostri perché hanno cominciato a considerarci loro concittadini. Ha detto Gesù Signore: Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli. Vi dico infatti che i loro angeli in cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è in cielo 134. Come vedono loro, anche noi vedremo, ma ancora non vediamo in quel modo. Per questo l'Apostolo ha espresso il pensiero che ho citato poco fa: Vediamo ora come attraverso uno specchio in un simbolo oscuro, allora faccia a faccia. Come premio della fede è riservata a noi questa visione, di cui parlando l'apostolo Giovanni dice: Quando si sarà manifestato, saremo simili a lui perché lo vedremo come egli è 135. La faccia del Signore si deve interpretare come la manifestazione, non come quella determinata parte, che noi abbiamo nel corpo e designiamo con questo nome.

Il mistero della visione di Dio.
29. 2. Perciò quando mi si chiede cosa faranno i beati nel corpo spirituale, non dico quel che già conosco, ma dico quel che credo secondo l'espressione che leggo in un Salmo: Ho creduto e per questo ho parlato 136. Perciò dico: È nel corpo stesso che vedranno Dio, ma non è un piccolo problema se lo vedranno mediante esso, come ora mediante il corpo vediamo il sole, la luna, le stelle, il mare, la terra e gli oggetti che sono in essa. È astruso dire che i beati nell'eternità avranno un corpo tale che non possano chiudere e aprire gli occhi quando vorranno; è più astruso dire che chi di là chiuderà gli occhi non vedrà Dio. Il profeta Eliseo, fisicamente assente, vide il suo inserviente Giezi mentre riceveva un regalo datogli da Naaman il Siro che il suddetto profeta aveva liberato dalla deformità della lebbra. Era un gesto che il disonesto inserviente si illudeva di aver fatto di nascosto perché il suo padrone non lo vedeva 137. Tanto meglio i beati nel corpo spirituale vedranno ogni cosa, non solamente se chiudono gli occhi ma anche da dove sono assenti. Nell'eternità infatti sarà perfetto quello stato, di cui parlando l'Apostolo ha detto: In parte conosciamo, in parte attendiamo nella fede, ma quando giungerà ciò che è perfetto, ciò che è in parte sarà eliminato 138. E per presentare con una analogia in una forma possibile, quanto sia differente questa vita da quella futura, non di uomini di qualsiasi fatta, ma anche di quelli che al presente sono dotati di santità, aggiunge: Essendo bambino, ragionavo da bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino; ma divenuto uomo ho smesso i tratti che erano propri del bambino. Ora vediamo come attraverso uno specchio in un simbolo oscuro, allora faccia a faccia. Ora conosco in parte, allora conoscerò come sono stato conosciuto 139. Dunque in questa vita, nella quale l'attesa nella fede di uomini meravigliosi è paragonabile all'altra vita, come quella del bambino a quella dell'adulto, Eliseo ha visto, in un luogo in cui non era presente, il suo inserviente che accettava un regalo. E allora forse che quando giungerà quel che è perfetto e il corpo non più soggetto al divenire non appesantirà l'anima ma, essendo immune dal divenire, non la ostacolerà affatto, i beati, per gli oggetti che si devono vedere, avranno bisogno degli occhi del corpo, dei quali non ebbe bisogno Eliseo per vedere il suo inserviente? Secondo i Settanta queste sono le parole del profeta a Giezi: Forse che il mio cuore non è venuto con te, quando l'uomo del cocchio ti è venuto incontro e hai ricevuto il denaro? 140. Invece ha così tradotto dall'ebraico il sacerdote Girolamo: Forse che il mio cuore non era in presenza, quando l'uomo si è mosso dal suo cocchio incontro a te? Dunque il profeta ha detto di aver visto il fatto con il suo cuore attivato, senza alcun dubbio, miracolosamente da Dio. Molto più largamente tutti useranno abbondantemente di questo dono nell'eternità, quando Dio sarà tutto in tutti 141. Però anche gli occhi del corpo avranno la loro funzione, saranno al proprio posto e ne userà la coscienza mediante il corpo spirituale. Infatti il suddetto profeta, sebbene non ebbe bisogno degli occhi per vedere l'assente, non li usò per vedere gli oggetti presenti che, anche se li chiudeva, poteva tuttavia scorgere con la coscienza come ha visto gli oggetti assenti dove egli non era assieme a loro. Non pensiamo dunque che i beati nella vita eterna, se chiudono gli occhi, non vedranno Dio perché lo contempleranno perennemente con lo spirito.

Visione di Dio nello spirito.
29. 3. Ma v'è anche il problema se vedranno anche mediante gli occhi del corpo quando li terranno aperti. Se infatti anche gli occhi spirituali avranno nel corpo spirituale il medesimo potere che hanno questi nella forma in cui ora li abbiamo, senza dubbio con essi non si potrà vedere Dio. Saranno dunque di ben altro potere se mediante essi si vedrà l'incorporea natura di Dio, la quale non è limitata dallo spazio, ma è tutta in ogni spazio. Noi diciamo che Dio è in cielo e in terra, l'ha detto egli stesso attraverso il profeta: Io riempio il cielo e la terra 142. Ma non per questo potremo dire che ha una parte in cielo e un'altra in terra; ma egli è tutto nel cielo e tutto in terra e non in tempi diversi, ma l'insieme nel medesimo tempo, ciò che non può alcuna natura corporea. Quindi il vigore degli occhi dei beati sarà più funzionale, non nel senso che veggono più acutamente di come si dice che veggono alcuni serpenti e aquile, sebbene questi animali con qualsivoglia acutezza di vista non possono vedere altro che i corpi, ma nel senso che veggono anche gli esseri incorporei. E forse questo grande vigore della vista fu momentaneamente concesso, ancora nel corpo soggetto a morire, agli occhi del santo uomo Giobbe, quando disse al Signore: Io prima avevo udito parlare di te, ma ora il mio occhio ti vede, perciò mi sono sdegnato con me stesso, mi sento distrutto e ho stimato me stesso polvere e cenere 143. Tuttavia niente impedisce che nel passo s'intenda l'occhio del cuore. Di simili occhi l'Apostolo esorta ad avere illuminati gli occhi del vostro cuore 144. Che con essi si veda Dio, quando si vedrà, non ne dubita il cristiano che accetta con fede quel che ha detto il divino Maestro: Beati i misericordiosi, poiché essi vedranno Dio 145. Nella successiva ipotesi esaminiamo se Dio si veda anche con gli occhi del corpo.

Dono sublime la visione di Dio.
29. 4. Il passo della Scrittura: E ogni carne vedrà la salvezza di Dio 146, senza alcun imbarazzo si può interpretare così: "Ogni uomo vedrà il Cristo di Dio". Egli infatti è stato visto nel corpo e sarà veduto nel corpo quando giudicherà i vivi e i morti. Vi sono molte altre testimonianze della Scrittura che egli è la salvezza di Dio. Più esplicitamente esprimono questo concetto le parole del venerando vecchio Simeone il quale, avendo ricevuto fra le braccia Cristo bambino, disse: Ora tu permetti, Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza 147. Il pensiero che ha espresso Giobbe, di cui sopra, come si rinviene nei codici che provengono dal testo ebraico e cioè: E nella mia carne vedrò Dio 148, ha senza dubbio preannunziato la risurrezione della carne, però non ha detto: "Mediante la mia carne". Se l'avesse detto, si potrebbe ravvisarvi Cristo Dio che vedrà nella carne mediante la carne. Ora: Nella mia carne vedrò Dio potrebbe essere interpretato come se avesse detto: "Sarò nella mia carne quando vedrò Dio". E la frase dell'Apostolo: Faccia a faccia 149 non c'induce a credere che vedremo Dio attraverso il viso di questo corpo, in cui vi sono gli occhi del corpo, perché lo vedremo senza interruzione con la mente. Se il viso non fosse anche dell'uomo interiore, l'Apostolo non direbbe: E noi, a viso scoperto riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati nella medesima immagine, di gloria in gloria, come dall'azione dello Spirito del Signore 150. Non interpretiamo diversamente anche quel che praticamente si dice in un Salmo: Accostatevi a lui e sarete illuminati e i vostri volti non arrossiranno 151. Ci si accosta a Dio con la fede, la quale è certamente del cuore, non del corpo. Ma noi ignoriamo i validi modi che il corpo spirituale ha di accostarsi al Signore, poiché parliamo di una realtà fuori dell'esperienza e in merito non ci sovviene e non ci aiuta un passo autorevole della sacra Scrittura che non possa essere interpretato in altro senso. È necessario quindi che avvenga in noi ciò che si legge nel libro della Sapienza: I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni 152.

I filosofi e la conoscenza.
29. 5. C'è una teoria dei filosofi con la quale essi sostengono che gli oggetti intelligibili sono percepiti con l'intuizione della mente e quelli sensibili, cioè del corpo, con il senso, sicché la mente non può conoscere gli oggetti intelligibili tramite il corpo né i dati sensibili da se stessa. Se questa teoria fosse per noi assolutamente certa, sarebbe certo anche che in nessun modo si può vedere Dio mediante gli occhi del corpo, sia pure spirituale. Ma tanto un retto criterio di verità come l'autorità della rivelazione respingono una simile teoria. Chi sarebbe così alieno dal vero da dire che Dio non conosce gli oggetti corporei? Avrebbe dunque il corpo per poter apprendere mediante gli occhi? Poi quel che abbiamo detto poco fa del profeta Eliseo 153 forse che non indica abbastanza che gli oggetti corporei si possono percepire anche con la mente senza l'interferenza del corpo? Quando l'inserviente accettò la mancia, si ebbe un gesto mediante il corpo, però il profeta lo avvertì non mediante il corpo, ma con la mente. Dunque se risulta che i corpi sono percepiti con lo spirito, che difficoltà v'è se sarà così forte il potere del corpo spirituale che col corpo sia veduto anche l'essere spirituale? Dio infatti è spirito. Inoltre ciascuno con la propria coscienza, e non mediante gli occhi del corpo, avverte la propria vita, con cui ora vive nel corpo e con cui vegeta e fa vivere gli organi avvinti alla terra, ma mediante il corpo osserva la vita degli altri, sebbene non sia oggetto della vista. Infatti da che cosa distinguiamo i corpi viventi dai non viventi, se non vedessimo insieme corpi e vita che possiamo percepire soltanto mediante il corpo? Con gli occhi del corpo non vediamo infatti una vita che non sia nel corpo.

Sublime visione spirituale di Dio.
29. 6. Perciò può avvenire ed è assai credibile che noi nell'eternità vedremo i corpi del mondo di un nuovo cielo e di una nuova terra in modo da vedere con luminosa chiarezza, per ogni dove volgiamo gli occhi, tramite il corpo che avremo e attraverso quelli che osserveremo, Dio che è presente ovunque e che dirige al fine tutte le cose anche corporee. E questo avverrà non come nel tempo, in cui le invisibili perfezioni di Dio sono contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come attraverso uno specchio 154, in un oscuro simbolo e solo in parte, perché qui può più la fede con cui crediamo che la rappresentazione degli oggetti del mondo corporeo che formuliamo mediante gli occhi del corpo. Noi nell'atto che vediamo gli uomini, che vivono ed eseguono movimenti vitali e in mezzo ai quali viviamo, non per fede apprendiamo che vivono, ma li vediamo, sebbene non possiamo senza i corpi osservare la loro vita, ma la rileviamo al di là di ogni incertezza tramite i corpi. Allo stesso modo, da qualsiasi parte nell'eternità faremo muovere la luminosità spirituale dei nostri corpi, contempleremo, anche mediante i corpi, Dio che è incorporeo e dirige il tutto al fine. Dunque o Dio si vedrà mediante quegli occhi nel senso che essi abbiano in così alta sublimità una funzione simile al pensiero e con cui si possa conoscere anche la natura incorporea, ed è difficile, o meglio impossibile, chiarire tale funzione con esempi o con testi della sacra Scrittura. Ovvero, ed è un'idea più facile a comprendersi, Dio sarà a noi noto con tanta evidenza che sarà veduto con la facoltà spirituale da ognuno di noi, da uno nell'altro, in se stesso, nel nuovo cielo e nella nuova terra e in ogni creatura che esisterà nell'eternità, sarà veduto anche mediante il corpo in ogni corpo, in qualunque direzione saranno volti gli occhi del corpo spirituale con un'acutezza che raggiunge l'oggetto. Si sveleranno anche i nostri pensieri dall'uno all'altro. Allora si adempirà il pensiero dell'Apostolo che, dopo aver detto: Non giudicate nulla prima del tempo, soggiunge: Finché venga il Signore e illuminerà i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora vi sarà lode per ognuno da Dio 155.

Nella vita eterna somma serenità...
30. 1. Sarà grande la serenità dove non vi sarà alcun male, non mancherà alcun bene, si attenderà alle lodi di Dio che sarà tutto in tutti 156. Non so che altro si faccia in uno stato, in cui non si desisterà per inerzia, non ci si affannerà dal bisogno. Sono avvertito anche da un brano poetico della sacra Scrittura, in cui leggo o ascolto: Beati quelli che abitano nella tua casa, ti loderanno per sempre 157. Tutte le parti palesi o riposte del corpo immune dal divenire, che ora vediamo adibite alle varie soddisfazioni della soggezione al bisogno, poiché allora non vi sarà tale soggezione, ma piena, certa, sicura, perenne serenità, saranno attente alle lodi di Dio. Tutti i ritmi dell'armoniosa proporzione del corpo, dei quali ho già parlato 158, che ora sono latenti, allora non lo saranno. Essi, disposti dentro e fuori in tutte le parti del corpo, assieme alle altre cose che nell'eternità appariranno grandi e meravigliose, infiammeranno col lirismo della bellezza intelligibile fondata sul numero le intelligenze capaci del numero alla lode di un sì grande Artefice. Non oso stabilire quali saranno i movimenti dei corpi perché non sono capace di immaginarlo, tuttavia movimento e pausa, come pure la figurazione, qualunque sia, sarà conveniente perché lì quel che non sarà conveniente non vi sarà affatto. Certamente dove vorrà l'anima spirituale, vi sarà immediatamente il corpo; e l'anima spirituale non vorrà qualcosa che potrebbe non convenire né a lei né al corpo. Vi sarà vera gloria perché nell'eternità nessuno sarà lodato per un errore di chi loda o per adulazione. Vi sarà vero onore che non sarà negato a chi ne è degno, non sarà concesso a chi ne è indegno, ma un indegno non lo bramerà perché lì non è ammesso un uomo indegno. Vi sarà una vera pace perché non vi sarà contrasto né da sé né dall'altro. Premio della virtù sarà colui che ha dato la virtù e alla virtù ha dato se stesso, del quale nulla vi può essere di più buono e di più grande. Difatti quel che ha promesso mediante il profeta: Io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo 159 non significa altro che: "Io sarò colui da cui saranno appagati, io sarò tutte le cose che dagli uomini sono desiderate onestamente: vita, benessere, vitto, ricchezza, gloria, onore, pace e ogni bene". In questo senso si interpretano rettamente anche le parole dell'Apostolo: Affinché Dio sia tutto in tutti 160. Egli sarà il compimento di tutti i nostri desideri, perché sarà veduto senza fine, amato senza ripulsa, lodato senza stanchezza. Questo dono, questo amore, questa azione saranno comuni a tutti, come la stessa vita eterna.

... pace e concordia...
30. 2. Del resto chi è in grado di pensare e tanto meno di esprimere quali saranno in proporzione al merito della ricompensa i diversi gradi di onore e di gloria? Però non si deve dubitare che vi saranno. E la felice città vedrà in sé questo gran bene, che l'essere inferiore non invidierà quello superiore, come ora gli altri angeli non invidiano gli arcangeli. E ciascuno non vorrà essere quel che non ha ricevuto, quantunque sia legato a chi lo ha ricevuto da un pacatissimo vincolo di concordia, come anche nel corpo l'occhio non vuol essere quel che è il dito, poiché l'intero organismo pacato include l'uno e l'altro organo 161. Così l'uno avrà un dono più piccolo dell'altro, ma in modo di avere come dono di non volere di più.

... somma libertà.
30. 3. Non perché i peccati non potranno attrarli, i beati non avranno il libero arbitrio, anzi sarà tanto più libero dall'attrazione del peccato perché reso libero fino all'inflessibile attrazione del non peccare. Il primo libero arbitrio, che fu dato all'uomo quando all'inizio fu creato innocente, poteva non peccare ma anche peccare; l'ultimo sarà tanto più libero perché non potrà peccare, ma anche questo per dono di Dio e non per una sua personale prerogativa. Un conto è essere Dio e un altro essere partecipi di Dio. Dio per natura non può peccare; chi invece partecipa di Dio ha ricevuto da lui di non poter peccare. Si dovevano conservare gli ordinamenti del dono divino in modo che all'inizio si desse il primo libero arbitrio, con cui l'uomo potesse non peccare e il finale con cui l'uomo non potesse peccare e che il primo fosse attinente ad acquistare merito, l'altro a ricevere il premio. Ma poiché l'umana natura ha peccato quando poteva peccare, viene resa libera con una grazia più generosa in modo da essere condotta a quella libertà per cui non è libera di peccare. Siccome la prima immortalità, che Adamo ha perduto col peccato, consisteva nel poter non morire, l'ultima sarà non poter morire, così il primo libero arbitrio nel poter non peccare, l'ultimo nel non poter peccare. Così infatti sarà inamissibile la volontà di rispetto a Dio e al prossimo, come è inamissibile quella della felicità. Col peccato appunto non abbiamo conservato né rispetto né felicità, ma neanche con la perdita della felicità abbiamo perduto la volontà della felicità. Ma forse che si deve negare che Dio ha il libero arbitrio perché non può peccare?

Immunità dal male nel sabato eterno.
30. 4. Vi sarà dunque nella città dell'alto una sola libera volontà in tutti e inseparabile in ognuno, resa libera da ogni male e ripiena di ogni bene, che gode senza fine della dolcezza delle gioie eterne, immemore delle colpe, immemore delle pene, ma non della sua liberazione affinché non sia ingrata al suo liberatore. Per quanto attiene alla conoscenza intellettuale, è memore anche dei suoi mali trascorsi e per quanto attiene alla conoscenza sensibile, completamente immemore. Infatti anche un medico molto bravo conosce quasi tutte le malattie del fisico, come sono esposte nella teoria; ma come si sperimentano nel fisico, ignora le molte che non ha avuto. Sono due dunque le conoscenze dei mali, una per cui non sono nascosti alla facoltà della mente, l'altra per cui essi sono connessi ai sensi di chi apprende per esperienza; difatti in un modo si conoscono tutti i vizi mediante l'insegnamento della saggezza e in un altro attraverso la pessima condotta dello stolto. Così sono due i modi di dimenticare i mali. In un modo infatti dimentica la persona istruita e colta, in un altro quella che ha esperimentato e sopportato; quella se trascura la competenza, questa se si rende immune dall'infelicità. In base a questa dimenticanza, che ho posto al secondo posto, i beati non saranno memori dei mali trascorsi; infatti saranno immuni da tutti al punto che i mali saranno completamente eliminati dalla loro sensibilità. Tuttavia col potere della conoscenza, che sarà grande in essi, non solo non sarà nascosta a loro la propria infelicità passata, ma neanche quella eterna dei dannati. Altrimenti se ignoreranno d'essere stati infelici, in che senso, come dice il Salmo: Canteranno in eterno le misericordie del Signore 162? E per la città dell'alto nulla certamente sarà più gioioso di questo cantico a lode di Cristo, dal cui sangue siamo stati liberati. Lì si avvererà: Riposate e sappiate che io sono Dio 163. E sarà veramente il sabato infinito perché non ha tramonto. Lo fece notare il Signore all'inizio delle opere della creazione nel passo: E Dio si riposò nel giorno settimo da tutte le sue opere che ha compiuto e Dio benedisse il settimo giorno e lo rese sacro, perché in esso si riposò da tutte le sue opere che aveva iniziato a compiere 164. Anche noi saremo il settimo giorno quando saremo da lui pienamente restituiti al bene e alla santità. Lì in riposo sapremo che egli è Dio. Noi invece pretendemmo di esserlo per noi, quando ci staccammo da lui perché demmo ascolto al seduttore: Sarete come dèi 165, e ci allontanammo da lui, mentre con la sua azione saremmo dèi partecipandone, non abbandonandolo. Che cosa quindi abbiamo fatto senza di lui se non che ci siamo disfatti nella sua ira? Da lui restituiti all'essere e con una grazia maggiore stabiliti nella pienezza, saremmo nel riposo in eterno perché vedremo che egli è Dio, di cui saremo pieni quando egli sarà tutto in tutti 166. Infatti quando si comprende che anche le nostre stesse buone opere sono piuttosto di lui e non nostre, proprio allora ci sono assegnate a conseguire questo sabato. Se le attribuiremo a noi, saranno da schiavi, mentre del sabato si dice: Non farete in esso nessun lavoro da schiavi 167. Perciò anche tramite il profeta Ezechiele si dice: Diedi loro anche i miei sabati come un segno tra me e loro perché sappiano che io sono il Signore che li considero cose sante 168. Lo sapremo con pienezza quando saremo nel riposo con pienezza e con pienezza vedremo che egli è Dio.

La settima epoca e il sabato senza fine.
30. 5. Se anche il numero delle epoche, confrontato ai giorni, si calcola secondo i periodi di tempo che sembrano espressi dalla sacra Scrittura, questo sabatismo acquisterebbe maggiore evidenza dal fatto che è al settimo posto. La prima epoca, in relazione al primo giorno, sarebbe da Adamo fino al diluvio, la seconda dal diluvio fino ad Abramo, non per parità di tempo ma per numero di generazioni, perché si riscontra che ne hanno dieci ciascuna. Da quel tempo, come delimita il Vangelo di Matteo, si susseguono fino alla venuta di Cristo tre epoche, che si svolgono con quattordici generazioni ciascuna: la prima da Abramo fino a Davide, la seconda da lui fino alla deportazione in Babilonia, la terza fino alla nascita di Cristo 169. Sono dunque in tutto cinque epoche. La sesta è in atto, da non misurarsi con il numero delle generazioni per quel che è stato detto: Non spetta a voi conoscere i tempi che il Padre ha riservato al suo potere 170. Dopo questa epoca, quasi fosse al settimo giorno, Dio riposerà quando farà riposare in se stesso, come Dio, il settimo giorno, che saremo noi. Sarebbe lungo a questo punto discutere accuratamente di ciascuna di queste epoche; tuttavia la settima sarà il nostro sabato, la cui fine non sarà un tramonto, ma il giorno del Signore, quasi ottavo dell'eternità, che è stato reso sacro dalla risurrezione di Cristo perché è allegoria profetica dell'eterno riposo non solo dello spirito ma anche del corpo. Lì riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. Ecco quel che si avrà senza fine alla fine. Infatti quale altro sarà il nostro fine, che giungere al regno che non avrà fine?.

Commiato.
30. 6. Mi sembra di avere, con l'aiuto del Signore, adempiuto l'impegno di questa opera così importante. Coloro per i quali è poco e coloro per i quali è troppo mi scusino; coloro per i quali è sufficiente rendano grazie rallegrandosi non con me, ma con Dio assieme a me. Amen.

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