CAPO 7

L'accusa di delitti turpi e infamanti sparsa contro i Cristiani è falsa: prova n'è l'impossibilità in cui sempre gli accusatori si sono trovati di dimostrarne la fondatezza, e il modo come si procede con i Cristiani durante il processo.

1. Ci si dice scelleratissimi a motivo di un rito d'infanticidio e del cibo di qui preso e dell'incesto compiuto dopo il banchetto, incesto che dei cani lenoni, si capisce, delle tenebre, agevolano, i lumi rovesciando, per stendere un velo di verecondia su l'empie libidini. Lo si dice, tuttavia, di noi, sempre: né voi quello che da tanto tempo di noi si dice, di metterlo in chiaro vi curate. Perciò o mettetelo in chiaro, se ci credete, o non credeteci, se non lo mettete in chiaro.

2. Da codesta vostra trascuranza si eccepisce contro di voi che non esiste quello che neppur voi mettere in chiaro osate. Un ben diverso ufficio al carnefice imponete nei riguardi dei Cristiani: a far si che essi, non già quello che fanno, dicano, ma che quello che sono, neghino. 3. L'origine di questa dottrina, come già abbiamo esposto, risale al tempo di Tiberio. La verità ha avuto origine insieme con l'odio contro di essa: appena appare, è nemica. Tanti sono i suoi nemici, quanti gli estranei: e propriamente i Giudei per ostilità, i soldati per ricatto, quelli stessi di casa nostra, anche, per natura.

4. Tutti i giorni siamo assediati, tutti i giorni traditi, spessissimo nelle nostre stesse riunioni e adunanze veniamo sorpresi. 5. Chi mai sopravvenne mentre un bimbo, trattato al modo che voi dite, vagiva? Chi le bocche cruente di questi Ciclopi e Sirene custodi, come trovate le aveva, per mostrarle al giudice? Chi pur nella propria sposa qualche immondo vestigio colse? Chi tali misfatti, avendoli scoperti, tenne nascosti o vendette, trascinando davanti ai tribunali gli autori stessi? Se sempre nascosti rimaniamo, quando quello che commettiamo è stato rivelato?

6. Anzi, da chi poté essere rivelato? Dagli stessi rei non certo, essendo di regola in tutti i misteri dovuto pure un fedele silenzio. Su i misteri Samotraci ed Eleusini si conserva il silenzio: quanto più si conserverebbe su tali misteri, che, rivelati, provocheranno, nel frattempo, anche la punizione degli uomini, mentre è riservata loro quella di Dio? 7. Se, dunque, non essi, i rei, si tradiscono da se stessi, ne segue che lo fanno gli estranei. Ma onde agli estranei la conoscenza, dal momento che sempre le iniziazioni, anche pie, i profani allontanano e dai testimoni si guardano? A meno che gli empi usino meno riguardo. 8. La natura della diceria è nota a tutti. è roba vostra: La diceria un malanno, di cui non v'è altro più veloce. Perché un malanno la diceria? perché veloce, perché rivelatrice, oppure perché è il più spesso menzognera? Essa che, nemmeno quando reca qualche cosa di vero, è senza difetto di mendacio, togliendo, aggiungendo, in parte mutando la verità.

9. E che dire del fatto che tale è la sua condizione, che, solo a patto di mentire, persevera, e tanto a lungo vive, quanto a lungo non prova? E invero, quando ha provato, cessa di esistere; e adempiendo, in certo modo, l'ufficio di messaggera, consegna una realtà; e da allora è una realtà che si possiede, una realtà che si riferisce. 10. Nessuno dice, per esempio, 'Dicono che a Roma sia avvenuto codesto'; oppure 'Corre la diceria che quello abbia avuto in sorte la provincia'; si, invece, 'Colui ha avuto in sorte la provincia'; 'Codesto è avvenuto a Roma'.

11. La diceria, denominazione dell'incertezza, non ha luogo dove è la certezza. Forse che alla diceria potrebbe credere se non uno sbadato? E invero il saggio all'incerto non presta fede. Tutti constatare possono che, per quanto grande l'ampiezza sia in cui è diffusa, per quanto grande l'assicurazione, con cui è stata costruita, essa diceria necessariamente una volta da un unico autore è nata.

12. Di qui per i canali delle lingue e delle orecchie serpeggia, e così il piccolo vizioso seme le altre voci oscura al punto, che nessuno riflette se, per avventura, quella prima bocca la menzogna non abbia seminato: il che spesso avviene o per la natura propria dell'ostilità o per l'arbitrarietà propria del sospetto o per il gusto non occasionale, ma ingenito in qualcuno, di mentire. 13. Fortuna che il tempo tutto mette in luce (ne fanno testimonianza anche vostri proverbi e sentenze) per disposizione della natura, che ha ordinato in modo che nulla a lungo nascosto rimane, nemmeno quello che la diceria non ha propalato. 14. è pertanto naturale che la diceria sia da tanto tempo consapevole essa sola dei delitti dei Cristiani. Questa, quale delatrice, contro di noi producete: la quale ciò che una volta ha blaterato e per tanto spazio di tempo nell'opinione rafforzato, non è fino ad oggi riuscita a provare.

CAPO 8

Il delitto, di cui si accusano i Cristiani, è di tal natura, che non c'è uomo che si sentirebbe capace di commetterlo. Né vale obiettare l'ignoranza o la paura in chi lo commette.

1. Per invocare la testimonianza della natura stessa contro coloro, che presumono che tali cose si debbano credere, ebbene, si, la ricompensa vi prospetto di tali delitti: essi ripromettono la vita eterna. Credetelo per ora. Intorno a codesto, infatti, domando: se tu, che anche vi hai creduto, pensi che valga la pena di pervenirvi con una tale consapevolezza. 2. Vieni, il ferro affonda nel bimbo nemico di nessuno, colpevole di nulla, figlio di tutti; o, se codesto ufficio appartiene ad altri, tu soltanto sta da presso a un uomo che muore prima di essere vissuto; attendi che l'anima novella si fugga, il sangue giovinetto raccogli, di esso il tuo pane imbevi, mangiane con gusto.

3. Frattanto seduto a tavola conta i posti, dove si trova tua madre, dove tua sorella: contali diligentemente, affinché, quando calate saranno le tenebre canine, non sbagli. Ché commetterai un sacrilegio, se non commetterai un incesto.

4. Iniziato a tali riti e contrassegnato, tu vivi in eterno. Desidero che tu risponda, se vale tanto una vita eterna; e, se non vale, se nemmeno, per questo, si debba credervi. Anche se tu vi creda, dico che non vorresti saperne; anche se tu voglia saperne, dico che non ne saresti capace. Perché, dunque, ne sarebbero capaci altri, se non ne siete capaci voi? Perché non ne sareste capaci voi, se capaci ne sono altri?

5. Si capisce, noi siamo di altra natura, siamo dei Cinopeni o degli Sciapodi: altri filari di denti, altri nervi per un piacere incestuoso. Tu che codesto di un uomo credi, anche sei capace di farlo: uomo sei tu pure, come il Cristiano. Se non sei capace di farlo tu, non devi crederlo di altri. Uomo è infatti anche il Cristiano, come te.

6. 'Ma lo si suggerisce e impone a gente che non sa'. - Si capisce, nulla sapeva codesta gente, che tali atti sul conto dei Cristiani si affermavano: era loro certamente necessario osservare e con ogni vigilanza investigare per venirne a conoscenza.

7. Eppure a chi essere iniziato vuole, è costume, penso, prima al padre dei misteri presentarsi, quello che deve esser preparato descrivergli. Quello dirà: 'Ti è necessario un bimbo, ancor tenero, che il morire ignori, che sotto il tuo coltello sorrida; parimenti del pane, sul quale il flusso del sangue raccolga; inoltre candelabri e lucerne e qualche cane e bocconi, che li facciano tendersi fino a spegnere il lume. Sopra tutto venire dovrai con tua madre e con tua sorella'.

8. E se queste non vogliono? o non hanno essi nessuna di costoro? Quanti Cristiani, in somma, che vivono soli! Non ci sarà, penso, nessun Cristiano legittimo, se non sarà fratello o figlio. 'E se tutto ciò viene preparato, senza che gli iniziandi lo sappiano?' - Ma almeno dopo vengono a conoscerlo: e sopportano e lasciano andare?

9. 'Temono di essere puniti, se lo rivelano'. - Essi, che meriteranno di essere da voi, difesi? Essi che preferirebbero morire perfino spontaneamente, piuttosto che vivere sotto una tale consapevolezza? Orsù; ammettiamo che abbiano paura di essere puniti: perché anche vi perseverano? Segue, infatti, che tu non voglia ulteriormente essere quello che, se l'avessi conosciuto, prima, non saresti stato.

CAPO 9

Non i Cristiani meritano di essere accusati d'infanticidio e di pasti nefandi, ma essi, i Pagani. Altrettanto dicasi dell'incesto.

1. Per riuscire a maggiormente confutare l'accusa di questi delitti, dimostrerò che da voi, parte apertamente, parte occultamente, essi vengono compiuti: per cui forse anche sul conto nostro l'avete creduta.

2. Bambini in Africa venivano sacrificati a Saturno publicamente fino al proconsolato di Tiberio, che i medesimi sacerdoti, appesi agli alberi stessi del loro tempio, con l'ombra loro quei delitti ricoprenti, come su croci votive espose: testimoni soldati del padre mio, che proprio quell'ufficio a quel proconsole adempirono.

3. Ma tuttora in questo rito esecrando occultamente si persevera. Non sono solo i Cristiani a non tener nessun conto di voi: non v'è delitto che venga sradicato per sempre, né dio alcuno che i suoi costumi cambi. 4. Non avendo Saturno i propri figli risparmiato, a non risparmiare gli altrui naturalmente perseverava, che, in verità, i loro genitori stessi gli offrivano e volentieri promettevano in voto, e i bimbi accarezzavano, perché senza pianto sacrificare si lasciassero. E tuttavia il parricidio dall'omicidio molto differisce. 5. Adulti presso i Galli a Mercurio vengono sacrificati. Lascio i drammi Taurici al loro teatro. Ecco, in quella religiosissima città dei pii Eneadi v'è un Giove, che, durante gli spettacoli in suo onore celebrati, di sangue umano aspergono. 'Ma col sangue d'un bestiario', voi dite. - Si capisce, codesto è meno grave, penso, che col sangue di un semplice uomo. O non è, invece, più turpe, per il fatto che un dio spruzzate col sangue di un uomo malvagio? Almeno tuttavia ammetterete che quel sangue in seguito a un omicidio si versa. O Giove cristiano e figlio di suo padre soltanto in quanto a crudeltà! 6. Ma poiché per l'infanticidio non c'è differenza se per un rito sacro venga compiuto o per capriccio, sebbene fra il parricidio e l'omicidio ci sia differenza, mi rivolgerò al popolo. Fra costoro che ci stanno d'intorno e avidamente dei Cristiani al sangue anelano, anche tra voi stessi governatori giustissimi e severissimi con noi, di quanti volete che io bussi alla coscienza, i quali i figli loro nati uccidono?

7. Che se c'è una differenza anche intorno al modo dell'uccisione, certo agite più crudelmente voi nell'acqua soffocandoli o al freddo esponendoli, alla fame, ai cani: non c'è adulto che morire di ferro non preferirebbe.

8. Quanto a noi, essendoci l'omicidio una volta per tutte interdetto, anche la creatura concepita nel grembo, mentre tuttora il sangue le deriva a formare l'uomo, dissolvere non lice. è un omicidio affrettato impedire di nascere, né importa se una vita nata uno strappi, o mentre sta nascendo la dissipi. E' uomo anche chi è per diventarlo; anche ogni frutto già nel seme esiste. 9. Quanto al pasto di sangue e alle consimili portate da tragedia, leggete se in qualche luogo non si trovi riferito - si legge, credo, in Erodoto - come certe nazioni il sangue versato dalle braccia dell'una e dell'altra parte e gustato - facevano servire alla conclusione di un patto. Non so qual bevanda del genere fu gustata anche per ordine di Catilina. Dicono anche che presso alcuni Gentili di fra gli Sciti, ogni defunto viene dai suoi mangiato. 10. Ma mi allontano di troppo. Qui oggi il sangue della coscia tagliata raccolto nella mano e dato a bere, i seguaci di Bellona inizia. Del pari coloro, che durante lo spettacolo, nell'arena, il sangue caldo dei criminali sgozzati, scorrente dalla gola raccogliendo, con avida sete bevono per guarire dal morbo comiziale, dove si trovano?

11. E del pari coloro che di vivande ferme si cibano raccolte dall'arena, che domandano un pezzo di cinghiale, di cervo? Quel cignale nella lotta il sangue lambì di colui che esso dilaniò; quel cervo nel sangue giacque di un gladiatore. Perfino le viscere degli orsi si appetiscono, piene ancora di umane viscere non digerite. Erutta, perciò, uomo, carne pasciutasi di uomo.

12. Voi che simili vivande mangiate, quanto siete distanti dai banchetti dei Cristiani? E meno fanno anche coloro, che, da libidine selvaggia sospinti, bramosi anelano a membra umane, per il fatto che divorano dei viventi?. Meno con sangue umano vengono all'ignominia consacrati, perché lambiscono quello che diverrà sangue? Non mangiano bimbi, senza dubbio, ma piuttosto degli adulti.

13. Arrossisca l'error vostro di fronte ai Cristiani, che nemmeno il sangue degli animali abbiamo a tavola tra le vivande in uso, che per questo anche dagli animali soffocati e morti di malattia ci asteniamo, per non venire in qualche modo contaminati dal sangue pur nascosto entro le viscere.

14. In fine fra le tentazioni adoperate con i Cristiani, voi anche delle salsicce accostate loro gonfie di sangue, sicurissimi - è chiaro - essere tra loro illecito quello con cui farli deviare volete. Or dunque che è mai codesto vostro credere che bramose di umano sangue siano persone, che siete convinti aborrire il sangue di animali? A meno che essere quello più gustoso per avventura sperimentato non abbiate.

15. Il sangue anch'esso adoperare ugualmente si sarebbe dovuto, quale mezzo di indagare i Cristiani, come il braciere e l'incensiere: in tal guisa, infatti, appetendo il sangue umano si sarebbero rivelati, allo stesso modo che rifiutandosi al sacrificio; altrimenti si sarebbe dovuto negare che fossero cristiani, se non ne avessero gustato, al modo stesso che se avessero sacrificato. E certo non sarebbe mancato a voi sangue umano nell'ascoltare e condannare i detenuti. 16. Inoltre chi è più incestuoso di coloro, cui Giove stesso istruì?. Ctesia riferisce che i Persiani con le loro madri si uniscono. Ma anche i Macedoni sono sospetti, perché, avendo per la prima volta assistito alla tragedia Edipo, ridendosi del dolore dell'incestuoso 'Si gettava - dicevano - su sua madre!'. 17. Riflettete fin d'ora quanto sia permesso alle confusioni per compiere unioni incestuose, là dove le occasioni fornisce la promiscuità della lussuria. Prima di tutto voi esponete i figliuoli, perché siano da qualche pietà estranea, che passi loro vicino, raccolti; o li emancipate, perché adottati siano da genitori in condizioni migliori. è inevitabile che il ricordo della famiglia divenuta estranea, un momento o l'altro svanisca. E appena la possibilità di confusione avrà preso piede, da allora subito se ne avvantaggerà la propaggine dell'incesto, e la famiglia si estenderà delittuosamente.

18. Allora, quindi, in qualunque luogo, in patria, fuori, al di là dei mari vi è compagna la libidine, le cui deviazioni, dovunque compiute, possono facilmente in qualche luogo procrearvi, senza che lo sappiate, figliuoli anche da una qualche porzione della vostra semenza; talché la discendenza dispersa attraverso le relazioni umane, con i suoi consanguinei venga a incontrarsi, senza che l'ignaro del sangue incestuoso li riconosca. 19. Noi da codesta eventualità difende una diligentissima e costantissima castità; e quanto dagli stupri e da ogni eccesso dopo il matrimonio, altrettanto anche dall'eventualità dell'incesto siamo sicuri. Alcuni, molto più sicuri, ogni pericolo di questo errore allontanano con una continenza verginale, vecchi fanciulli.

20. Se codesto stato di cose consideraste esistere in voi, vedreste che altrettanto non esiste fra i Cristiani: gli stessi occhi vi avrebbero fatto palese l'una e l'altra realtà. Ma di cecità ve n'è due specie, che vanno facilmente insieme: quelli che non vedono quello che è, di vedere credono quello che non è. Così proverò essere in tutto. Ora parliamo dei misfatti palesi.

CAPO 10

Confutazione delle accuse concernenti i delitti manifesti d'irreligiosità, di empietà. Tertulliano dimostra che non sono dei quelli che dai Pagani sono ritenuti tali. Anche secondo la credenza loro, essi furono un tempo uomini.

1. Voi dite: 'Non onorate gli dei e i sacrifici non offrite per i nostri imperatori'. - Ne segue che noi non sacrifichiamo per gli altri per il fatto che nemmeno sacrifichiamo per noi stessi, una volta per tutte non onorando gli dei. Perciò veniamo processati come rei di empietà e lesa maestà. Questo è il punto capitale della nostra causa, anzi tutta la causa: in verità degna di essere conosciuta, se non è la presunzione o l'ingiustizia che giudica, l'una disperando, l'altra rifiutandosi di mettere in chiaro la verità. 2. Noi di onorare gli dei vostri abbiamo smesso da quando abbiamo conosciuto quelli non essere dei. Codesto pertanto esigere dovete, che noi si provi non essere dei quelli, e perciò non degni di essere onorati, per il fatto che solo allora avrebbero dovuto essere onorati, se fossero stati dei. Allora anche dovrebbero i Cristiani essere puniti, se quelli che essi non onorano, perché non li ritengono dei, constasse che sono dei. 3. 'Ma per noi - voi dite - sono dei'. - Ci appelliamo da voi ricorrendo alla vostra coscienza: quella ci giudichi, quella ci condanni, se negare potrà che tutti codesti vostri dei sono stati degli uomini. 4. Se essa pure negherà, confutata verrà in base ai suoi documenti attinti all'antichità, dai quali essa la loro conoscenza derivò. Di ciò testimonianza rendono, fino al dì d'oggi, le città in cui quegli dei sono nati, le regioni nelle quali di qualche loro operazione vestigi lasciarono, in cui anche si dimostra che sono stati sepolti.

5. Or dunque dovrei io passare in rassegna uno per uno tanti e svariati dei, nuovi e antichi, barbari e greci, romani e forestieri, captivi e adottivi, propri e comuni, maschi e femmine, rustici e urbani, nautici e militari?

6. Un perditempo sarebbe enumerarne anche solo le denominazioni. Per riassumere in breve - e codesto non per farvelo conoscere, ma per richiamarvelo a mente, ché certo la figura fate degli smemorati: - prima di Saturno non c'è tra voi nessun dio; da lui l'inizio perfino di ogni più importante e più nota divinità. Perciò quello che risulterà nei riguardi dell'origine, anche si converrà alla discendenza.

7. Dunque di Saturno, stando a quanto i monumenti letterari attestano, né il greco Diodoro o Tallo, 'né Cassio Severo o Cornelio Nepote, né alcun trattatista di antichità del genere publicarono altro, se non che fu un uomo; quanto alle prove dei fatti, in nessun luogo ne trovo di migliori che in Italia stessa, nella quale Saturno, dopo molte spedizioni e il soggiorno ospitale nell'Attica, si stabilì, accolto da Giano, o Giane, come vogliono i Salii. 8. Il monte, che egli aveva abitato, fu detto Saturnio, la città, che egli aveva fondato, è Saturnia, fino al dì d'oggi; in fine l'Italia tutta, dopo essere stata chiamata Enotria, aveva l'appellativo di Saturnia. Da lui primamente la tavoletta per scrivere e la moneta con impressa un'immagine: e perciò presiede all'erario.

9. Pertanto, se Saturno fu un uomo, certo da un uomo la sua origine: e poiché da un uomo, certo non dal cielo e dalla terra. Ma un uomo, i cui genitori erano sconosciuti, fu facile chiamarlo figlio di coloro, di cui anche tutti possiamo sembrare figli. Chi, infatti, il cielo e la terra non chiamerebbe padre e madre a motivo di venerazione e di onore, o per conformarsi a una consuetudine umana, per cui esseri sconosciuti o comparsi tutto a un tratto si dicono essere arrivati dal cielo?

10. Perciò a Saturno, che repentinamente da per tutto compariva, di essere chiamato figlio del cielo toccò: e invero anche figli della terra chiama il volgo coloro, la cui origine è incerta. Taccio il fatto che gli uomini erano così rozzi ancora, da commuoversi alla vista di qualunque uomo nuovo, come di un essere divino: mentre oggi, ormai civili, fra gli dei coloro consacrano, di cui pochi giorni prima con pubblico lutto hanno confessato la morte.

11. Ma basta ormai di Saturno, se pur poco. Anche Giove essere stato dimostreremo tanto uomo, quanto nato da uomo; e in seguito tutto lo sciame della famiglia tanto mortale, quanto pari al suo capostipite.

CAPO 11

Illogicità e contraddizioni multiformi per chi ammetta che gli dei siano diventati tali da uomini.

1. Ora poiché, come negare non osate che coloro furono uomini, così avete presa l'usanza di affermare che dei sono stati fatti dopo la morte, esaminiamo le cause che codesto hanno richiesto. 2. Anzi tutto è necessario che concediate che esiste un qualche dio più alto, e, per così dire, in possesso della divinità, che da uomini li ha fatti dei. E invero né essi assumersi una divinità, che non possedevano, avrebbero da sè potuto, né altri a chi non la possedeva, fornirla, se non uno che la possedesse in proprio. 3. Del resto, se nessuno ci fosse che gli dei creasse, inutilmente pretendete che quelli siano stati fatti dèi, togliendo di mezzo il fattore. Certo si è che, se farsi dei da se stessi avessero potuto, non sarebbero mai stati uomini, avendo la facoltà di crearsi, è chiaro, una condizione migliore. 4. Dunque, se v'è chi gli dei crea, ritorno all'esame delle cause, per cui da uomini si creano dei: e non ne trovo alcuna, tranne che quel dio grande il bisogno sentisse di ministri e di aiuti per i suoi uffici divini. Prima di tutto è sconveniente che egli il bisogno sentisse dell'opera di qualcuno, per di più di un morto, mentre più degno sarebbe stato ch'egli dall'inizio un dio facesse, egli che dell'opera di un morto doveva aver bisogno.

5. Ma nemmeno vedo che ci fosse posto per quest'opera. E invero tutto il corpo di questo mondo o non nato e increato, stando a Pitagora, o nato e creato, stando a Platone, è certo che in codesta costruzione e disposizione e ordinamento con ogni razionale reggimento, una volta per sempre venne a trovarsi. Imperfetto non potè essere l'essere, che ogni cosa con perfezione creò.

6. Nulla un Saturno attendeva o una gente saturnia. Sciocchi saranno gli uomini, se certi non si terranno che fin dai primordi cadde dal cielo la pioggia e le stelle raggiarono e la luce fiorì e i tuoni muggirono e che Giove stesso paura ebbe dei fulmini, che nella sua mano collocate; che, del pari, ogni frutto prima di Libero e Cerere e Minerva, anzi prima di quel qualche primo uomo, dalla terra in abbondanza uscì; poiché nulla di quanto per il sostentamento e la conservazione dell'uomo fu provveduto, dopo l'uomo essere introdotto potè.

7. In fine si dice che gli dei abbiano scoperto, non instituito codeste cose necessarie alla vita. Or quello che scoperto viene, c'era; e quello che c'era, non si riterrà di colui che l'ha scoperto, ma di colui che l'ha instituito: infatti esisteva prima di essere scoperto. 8. Del resto, se Libero per questo fu fatto dio, perché la vite fece conoscere, male si agì con Lucullo, che, primo, le ciliege provenienti dal Ponto all'Italia rese comuni, per non averlo per questo divinizzato quale autore del nuovo frutto, in quanto rivelatore. 9. Perciò, se fin dall'inizio l'universo di tutto risultò provveduto e ordinato secondo determinati modi di adempiere ai propri uffici, vien meno per codesto rispetto il motivo di associare l'umanità alla divinità: poiché quegli uffici e quei poteri, che avete tra quegli dei distribuito, furono fin dall'inizio; a quel modo che sarebbero esistiti, anche se voi codesti dei creati non aveste.

10. Ma voi vi volgete a un'altra causa, rispondendo che il conferimento della divinità fu una maniera di ricompensare delle benemerenze. Dopo di che voi concedete - credo bene - che quel dio creatore di dei si distingua per giustizia, così che non a caso né indegnamente né senza misura un tanto premio abbia dispensato.

11. Voglio, pertanto, questi meriti passare in rassegna, se siano tali da averne elevati gli autori al cielo o non piuttosto nell'imo Tartaro sprofondati, che affermate, quando volete, essere il carcere delle pene dell'inferno. 12. Colà infatti essere cacciati sogliono tutti gli empi contro i genitori e gl'incestuosi con le sorelle e gli adùlteri con le spose e i rapitori di vergini e i corruttori di fanciulli e quelli che inferociscono e quelli che uccidono e quelli che rubano e quelli che ingannano e quanti sono simili a qualcuno dei vostri dei, nessuno dei quali puro da delitto o da vizio potrete provare, a meno che non neghiate che sia stato un uomo.

13. Sennonché a mettervi in condizione di non poter negare che quelli siano stati uomini, si aggiungono ancora le seguenti osservazioni, che nemmeno di credere permettono che siano stati fatti dei in seguito. Se, infatti, voi presiedete alla punizione di persone tali, se quanti siete onesti il commercio rifiutate, il colloquio, la convivenza dei tristi e dei disonesti, se dei pari a costoro quel dio alla partecipazione associò della sua maestà, perché allora coloro condannate, dei quali i colleghi adorate?.

14. è un marchio d'infamia per il cielo la vostra giustizia. Fate piuttosto dei tutti i più grandi criminali, per piacere agli dei vostri: è un onore per essi la divinizzazione dei loro uguali.

15. Ma per lasciar da parte l'esame di questa indegnità, che siano stati probi ammettiamo, integri, buoni: quanti uomini di essi più eccellenti nell'Inferno non avete tuttavia lasciati: un Socrate per la sapienza, un Aristide per la giustizia, un Temistocle per la bravura militare, un Alessandro per la grandezza d'animo, un Policrate per la felicità, un Creso per la ricchezza, un Demostene per l'eloquenza.

16. Chi fra quei vostri dei più autorevole e saggio di Catone, più giusto e valoroso di Scipione? Chi di Pompeo più grande, di Silla più felice, di Crasso più opulento, di Tullio più eloquente? Quanto più degnamente quel dio avrebbe aspettato costoro per associarseli come dei, preconoscendo certo i migliori! Ebbe fretta, penso, e il cielo chiuse una volta per sempre; ed ora certamente arrossisce che i migliori all'inferno mormorino.

CAPO 12

I vostri dei sono materia inerte, insensibile. Voi stessi mostrate di riconoscerlo nel modo con cui li fabricate.

1. Ma la smetto su codesto punto, ché so bene che, quando dimostrato avrò che cosa i vostri dei sono, in base appunto a questa verità, dimostrerò che cosa non sono. Orbene, quanto ai vostri dei, vedo che sono soltanto nomi di certi antichi morti; e ascolto delle favole e da queste favole generato ne riconosco il culto.

2. Quanto poi ai loro stessi simulacri, null'altro avverto se non che la materia, onde risultano, è a quella dei vasi e degli arnesi comuni sorella, o dai medesimi vasi e arnesi proviene, mutando in certo modo destino con la consacrazione, per opera dell'arte, che liberamente li trasfigura, per di più, nel modo più ingiurioso e sacrilego durante l'opera stessa: talché particolarmente per noi, che proprio a causa di essi dei veniamo puniti, può essere veramente un conforto nel castigo il fatto che essi pure, per venire all'esistenza, lo stesso nostro trattamento patiscono.

3. Su croci e su pali voi i Cristiani ponete. Quale simulacro l'argilla non forma sovrapposta prima su una croce o un palo?. Sopra un patibolo il vostro dio viene in un primo tempo consacrato. 4. Con unghie voi i fianchi dei Cristiani dilaniate. Ma su gli dei vostri, per tutte le membra, con più forza accette lavorano e pialle e lime. Noi veniamo decapitati. Ma prima del piombo, della colla, dei perni, senza testa sono i vostri dei. Noi veniamo alle belve esposti. Certo a quelle che voi accanto a Libero e a Cibele e a Celeste collocate. 5. Siamo dalle fiamme arsi. Codesto essi pure in verità patiscono, mentre ancora si trovano nella massa primiera. Siamo alle miniere condannati. Da queste traggono i vostri dei origine. Veniamo in isole relegati. Anche qualche vostro dio in un'isola nascere o morire suole. Se per queste vie un qualche carattere divino risulta, allora coloro che vengono puniti, vengono divinizzati, e i suppliziati chiamarsi dei dovranno.

6. Ma certo queste ingiurie e contumelie della loro fabricazione i vostri dei non sentono, come nemmeno gli atti di ossequio. 'O parole empie! o oltraggi sacrileghi!' rispondete voi. Ebbene, digrignate i denti, schiumate. Siete gli stessi che un Seneca con più numerose e amare parole a discorrere della vostra superstizione cogliete.

7. Perciò se le statue e le immagini fredde noi non adoriamo, somigliantissime ai morti che esse rappresentano, cui sparvieri e topi e ragni mostrano di comprendere, non meriterebbe lode, piuttosto che castigo, il rifiuto di un errore riconosciuto? Possiamo infatti aver l'aria di offendere coloro che siamo certi non esistono affatto? Ciò che non esiste, nulla patisce da nessuno, per il fatto che non esiste.

 

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