Guigo II certosino

 

Scala claustralium

 

 

 

 

I. Il fratello Guigo all’amatissimo fratello suo Gervaso: trovi la sua gioia nel Signore. Sono in debito d’amore, fratello, verso di te, perché ti sei messo per primo ad amarmi; e sono obbligato a risponderti perché con la tua lettera mi hai prima di ogni altro invitato a scrivere. Mi sono così proposto di trasmetterti alcune idee che mi son venute alla mente sull’attività spirituale dei monaci. Sono cose che tu hai imparato attraverso l’esperienza meglio di quanto abbia fatto io nell’impegno intellettuale: dunque giudica e correggi queste mie riflessioni. È ben giusto che a te io offra le primizie freschissime della mia fatica, in modo che tu possa raccogliere i primi frutti di questa giovane piantagione che sono io: tu mi hai strappato con lodevole furto alla schiavitù del faraone e a un’individualistica ricerca di raffinatezze per collocarmi nella schiera ordinata di chi va in battaglia, innestando con sapienza nel buon olivo il ramo tagliato con arte dall’oleastro.

 

2. Un giorno, mentre ero occupato nel lavoro manuale, presi a riflettere sull’attività spirituale dell’uomo. Allora improvvisamente quattro gradini spirituali si offersero all’intima mia riflessione, e cioè la lettura, la meditazione, l’orazione e la contemplazione. Questa è la scala dei monaci, grazie alla quale essi sono elevati dalla terra al cielo. È una scala con pochi gradini, ma di un’altezza incommensurabile, indicibile. La sua estremità inferiore è fissata alla terra, la cima penetra nelle nubi e sonda i segreti del cielo. Quanto ai gradini, così come sono diversi nel nome e nel numero sono pure distinti nella successione e nel valore; e a colui che si pone a esaminare con attenzione le loro caratteristiche e il loro modo di agire, e l’efficacia di ciascuno di essi su di noi, e le rispettive differenze e i rapporti di subordinazione, ogni cosa parrà breve e facile, quale che sia la fatica e l’applicazione che avrà dedicato a tale opera: grande ne è infatti l’utilità e la dolcezza.

La lettura è dunque un accurato esame delle Scritture che muove da un impegno dello spirito. La meditazione è un’opera della mente che si applica a scavare nella verità più nascosta sotto la guida della propria ragione. L’orazione è un impegno amante del cuore in Dio allo scopo di estirpare il male e conseguire il bene. La contemplazione è come un innalzamento al di sopra di sé da parte dell’anima sospesa in Dio, che gusta le gioie della dolcezza eterna.

Descritti in tal modo i quattro gradini, resta da vedere la loro azione su di noi.

 

3. La lettura indaga sulla dolcezza della vita beata, la meditazione la trova, l’orazione la chiede, la contemplazione la assapora. La lettura si può dire che porti alla bocca cibo solido, la meditazione lo mastica e lo macina, l’orazione ne sente il sapore, la contemplazione è la dolcezza stessa che dona gioia e ricrea le forze. La lettura rimane sulla scorza, la meditazione penetra nel midollo, l’orazione si spinge alla richiesta suscitata dal desiderio, la contemplazione riposa nel godimento della dolcezza raggiunta. Perché ciò possa esser compreso più chiaramente prendiamo un esempio fra molti.

 

4. Alla lettura sento queste parole: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» (Mt 5,8). È un detto breve, ma ricolmo di dolcissimi significati differenti per il nutrimento dell’anima. È offerto a noi come un grappolo; l’anima lo vaglia con attenzione, poi dice fra sé: «Qui ci può essere qualcosa di buono: tornerò al mio cuore e vedrò se sono in grado di capire questa purezza e di trovarla per me: è una cosa preziosa e desiderabile se i suoi possessori sono detti beati, se le viene promessa la visione di Dio che è la vita eterna, se viene lodata da tante testimonianze della sacra Scrittura». E così, desiderando spiegare a se stessa compiutamente tutto ciò, comincia a masticare e a macinare questo grappolo, lo mette nel torchio, spinge insomma la ragione a indagare cosa sia e come si possa ottenere questa purezza tanto preziosa.

 

5. Comincia così un’accurata meditazione, che non rimane all’esterno, non si attarda alla superficie, ma rivolge il suo passo più in alto, penetra nel profondo, sonda ogni particolare. Riflette attentamente sul fatto che non è detto: «Beati i puri nel corpo», ma «i puri di cuore». Infatti non basta avere le mani innocenti dalle opere malvagie se non si è purificati nella mente dai pensieri perversi: lo conferma l’autorità del profeta, che dice: «Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro» (Sal 24,3-4). Riflette poi a quanto lo stesso profeta desideri questa purezza di cuore quando prega così: «Crea in me, o Dio, un cuore puro» (Sal 51,12), e ancora: «Se nel mio cuore avessi cercato il male, il Signore non mi avrebbe ascoltato» (Sal 66,18). Pensa a quanto fosse sollecito il beato Giobbe nel custodire il suo cuore, se poteva dire: «Avevo stretto con gli occhi un patto di non fissare neppure una vergine» (Gb 31,1). Come si dominava quell’uomo santo, se chiudeva gli occhi per non vedere cose vane (Sal 119,37), per non rivolgere un’attenzione non dovuta a ciò che in seguito avrebbe potuto divenire un desiderio non voluto!

Dopo essersi soffermata su queste cose e su altre dello stesso genere a proposito della purezza di cuore, la meditazione comincia a pensare al premio, a quale gloria e quale allegrezza sarebbe la visione del volto desiderato di Dio, il volto più bello di tra i figli dell’uomo (Sal 45,3), non più disprezzato e rifiutato, non nell’aspetto ch’egli ha ricevuto da sua madre, ma rivestito di una veste d’immortalità, con la corona che gli pose suo Padre nel giorno della risurrezione e della gloria, nel giorno fatto dal Signore (cf. Sir 6,31 e Ct 3,11). Pensa che in questa visione è quella sazietà di cui dice il profeta: «Mi sazierò quando apparirà la tua gloria» (Sal 17,15). Vedi quanto mosto è scaturito da un piccolissimo grappolo, quale fuoco si è levato da una scintilla? Un così piccolo impasto, «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio», sull’incudine della meditazione si è esteso davvero molto!

E fin dove potrebbe ancora estendersi se vi si accostasse qualcuno che ne ha fatto l’esperienza? Perché sento che il pozzo è profondo (Gv 4,11) e che io, recluta inesperta, ho trovato appena di che attingere poche gocce. L’anima, infiammata da questi bagliori, stimolata da questi desideri, rotto ormai il vasetto di alabastro (Mc 14,3; Gv 12,3) comincia a presentire, non ancora con il gusto ma come con l’odorato la soavità dell’unguento: e da ciò deduce quanto sarebbe dolce aver esperienza di questa purezza la cui sola meditazione le è fonte, essa lo vede, di sì grande gioia.

Ma che fare? Essa arde dal desiderio di possedere e tuttavia non trova in se stessa come giungere a possedere; e quanto più ci pensa tanto più ne ha sete. Rende più intensa la meditazione, rende più intensa anche la sofferenza, perché non prova quella dolcezza che la meditazione gli mostra racchiusa nella purezza di cuore e che però non gli dona. Non appartiene infatti né a chi legge né a chi medita il provare questa dolcezza, se non è stato dato dall’alto (Gv 19,11). Leggere e meditare è sia dei buoni che dei malvagi, e gli stessi filosofi pagani hanno saputo trovare, sotto la guida della ragione, in che consiste l’essenza del vero bene. Ma poiché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria come a Dio, e anzi, troppo presumendo delle proprie forze dicevano: «Magnificheremo la nostra lingua, le nostre labbra sono in nostro potere» (Rm 1,21; Sal 12,5), non hanno meritato di afferrare ciò che pure erano riusciti a scorgere. Hanno vaneggiato nei loro ragionamenti ed è svanita la loro perizia (Rm 1,21; Sal 107,27), acquisita com’era nello studio delle discipline umane invece che nello Spirito di sapienza. Eppure è lui che solo dà la vera sapienza, cioè quella scienza saporosa che rallegra con un nutrimento di inestimabile prelibatezza l’anima in cui penetra; quella sapienza di cui è detto: «La sapienza non entra in un’anima che opera il male» (Sap 1,4). Essa procede unicamente da Dio: per cui così come il Signore concesse a molti il potere di battezzare ma tenne per sé il potere e l’autorità di rimettere i peccati nel battesimo, onde Giovanni solo di lui poté dire, ad esclusione di chiunque altro: «Egli è colui che battezza» (Gv 1,33), allo stesso modo noi possiamo dire di lui: «Egli è colui che dà sapore alla sapienza e rende saporosa per l’anima la scienza». La parola è data a tutti, la sapienza interiore a pochi, perché è il Signore che la distribuisce a chi vuole e quando vuole.

 

6. L’anima vede dunque che non può giungere con le sue forze alla dolcezza della conoscenza e dell’esperienza, oggetto del suo desiderio. Vede anzi che quanto più nel suo cuore s’innalza, Dio si fa distante (Sal 64,7-8). Allora si umilia e si rifugia nell’orazione. Così essa parla: «Signore che non ti lasci vedere se non dai cuori puri, io mi applico attraverso la lettura e la meditazione a capire cosa sia e come si possa ottenere la vera purezza di cuore, sì da giungere attraverso di essa a conoscerti foss’anche in misura minima. Ho cercato il tuo volto, Signore, il tuo volto, Signore, ho cercato; ho meditato a lungo nel mio cuore, e nella meditazione è divampato un gran fuoco (Sal 27,8; Sal 77,7; Sal 39,4) e un immenso desiderio di conoscerti più a fondo. Tu spezzi per me il pane della sacra Scrittura e nello spezzare del pane ti fai conoscere a me (Lc 24,35). Avviene allora che quanto più ti conosco, tanto più desidero conoscerti, non soltanto nella scorza della lettera, ma nella percezione sensibile dell’esperienza. Non lo chiedo a causa dei miei meriti, Signore, ma per la tua misericordia. Io sono un’anima indegna e peccatrice, lo confesso; ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni (Mt 15,27). Dammi dunque un pegno dell’eredità futura, Signore, dammi almeno una goccia di pioggia celeste che procuri un po’ di refrigerio alla mia sete, perché sono febbricitante d’amore» (cf. Lc 16,24; Ct 2,5).

 

7. Con queste e altre simili ardenti parole l’anima infiamma il desiderio; mostra così il potere della sua invocazione e con la malia di questi canti attira a sé lo Sposo. Il Signore, i cui occhi sono sui giusti e i cui orecchi non sono solo attenti alle loro preghiere, ma sono nelle loro preghiere (Sal 34,16; 1Pt 3,12), non attende che il discorso sia finito: spezza il fluire tranquillo dell’orazione e sollecito irrompe, sollecito viene incontro all’anima desiderante, tutto cosparso di quella rugiada che è la dolcezza del cielo, profumato di delicatissimi unguenti. Viene a ricreare l’anima affaticata, a rianimare quella affamata, a saziare quella inaridita; viene a farle dimenticare le cose della terra, mirabilmente vivificandola mediante la mortificazione nell’oblio di se stessa e rendendola sobria mediante l’ebbrezza. Avviene che in certi atti carnali l’anima sia vinta dalla brama della carne fino a perdere del tutto l’uso della ragione, per cui l’uomo diviene quasi esclusivamente carnale; nello stesso modo ma in un movimento contrario, in questa altissima contemplazione i moti carnali vengono dall’anima superati e assorbiti al punto che in nulla la carne contraddice più allo spirito, per cui l’uomo diviene quasi esclusivamente spirituale.

 

8. Ma come potremo riconoscere, Signore, quando fai queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta (Mt 24,3)? I messaggeri, i testimoni di questa consolazione e di questa letizia sono forse i sospiri e le lacrime? Se è così, è una ben curiosa contraddizione in termini, e straordinario ne è il significato. Come possono accordarsi la consolazione e i sospiri, la letizia e le lacrime? Ma forse non è neppur giusto parlare di lacrime: è piuttosto un’incontenibile sovrabbondanza di rugiada interiore, effusa dall’alto quasi in segno di abluzione interiore e per la purificazione dell’uomo esteriore. Nel battesimo dei fanciulli con l’abluzione esteriore viene figurata e significata l’abluzione dell’uomo interiore; qui, nello stesso modo ma in un movimento contrario, da un’abluzione interiore deve procedere la purificazione esteriore.

Veramente portatrici di vita quelle lacrime con cui vengono purificate le macchie interiori, con cui vengono spenti gli incendi dei peccati! Beati voi che in tal modo piangete, perché riderete (Lc 6,21; Mt 5,5). In queste lacrime, o anima, riconosci il tuo Sposo, abbraccia l’oggetto del tuo desiderio, inebriati al torrente delle delizie, succhia miele e latte al seno delle consolazioni (Sal 36,9; Is 66,11). Sono questi i meravigliosi piccoli doni e i conforti che il tuo Sposo ti porge e ti affida: i gemiti e le lacrime. Egli ti offre una bevanda di lacrime in abbondanza: queste lacrime siano il tuo pane giorno e notte, pane che sostiene il cuore dell’uomo, più dolce del miele e di un favo stillante (Sal 80,6; Sal 42,4; Sal 104,15; Sal 19,11). Signore Gesù, se tanto dolci sono le lacrime destate dalla memoria e dal desiderio di te, quanto dolce sarà la gioia racchiusa nella chiara visione di te? Se tanto dolce è piangere per te, quanto dolce sarà gioire di te?

Ma perché mai divulghiamo davanti a tutti dei colloqui tanto segreti? Perché cerchiamo di esprimere con banali parole degli slanci inenarrabili? Sono cose troppo grandi, che non può capire chi non le ha sperimentate: le leggerà più chiaramente nel libro dell’esperienza ove la stessa unzione insegnerà (1Gv 2,27). Altrimenti la lettera esteriore non è di alcun profitto per chi legge: la lettura della lettera esteriore risulta abbastanza insipida se non interviene una spiegazione a rivelarne il senso interiore a partire dal cuore.

 

9. Anima mia, troppo abbiamo prolungato questo discorso. Era bello per noi restare qui, e contemplare assieme a Pietro e Giovanni la gloria dello Sposo, e rimanere a lungo con lui se qui avesse voluto fare non due, non tre tende (Mt 17,4 parr.), ma una sola, in cui abitare assieme e assieme rallegrarci. Ecco invece che lo Sposo dice: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora (Gen 32,27), hai ormai ricevuto la luce della grazia, la visita che desideravi». E così, dopo aver dato la benedizione, ferito l’articolazione del femore e mutato il nome da Giacobbe in Israele, si allontana per un certo tempo lo Sposo a lungo desiderato, subito sfuggito. Si sottrae quanto alla visita di cui si è detto, quanto alla dolcezza della contemplazione; tuttavia rimane presente quanto alla sua volontà di guidarci, quanto alla grazia, quanto all’unione con noi.

 

10. Non temere, o sposa, non disperarti, non crederti disprezzata se per un certo tempo ti sottrae lo Sposo il suo volto. Tutto ciò concorre al tuo bene (Rm 8,28): dal suo accostarsi come dal suo ritirarsi tu trarrai un guadagno. Per te egli viene, per te anche si ritira. Viene a tua consolazione e si ritira a tua difesa, perché tu non monti in superbia per la grandezza della consolazione (2Cor 12,7), perché non ti metta a disprezzare i tuoi compagni per lo Sposo che è sempre con te e non finisca con l’attribuire questa consolazione alla tua natura invece che alla grazia. Essa invece è una grazia che lo Sposo distribuisce quando vuole e a chi vuole, che non si possiede per diritto ereditario. Dice un proverbio popolare che familiarità induce al disprezzo: così lo Sposo si ritira perché non gli avvenga di essere disprezzato a causa della sua assiduità, perché sia maggiormente desiderato a causa della sua assenza. Egli sa che se sarà desiderato sarà più avidamente cercato, se a lungo cercato sarà finalmente trovato: e più grande ne sarà allora il ringraziamento.

Di più: se non venisse mai meno questa consolazione, che è confusa e imperfetta rispetto alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi, potremmo pensare di avere quaggiù una città stabile e cercheremmo con minor forza quella futura (1Cor 13,12; Rm 8,18; Eb 13,14). Perché dunque non prendiamo l’esilio per la patria, la caparra per il premio finale, lo Sposo alternativamente viene e si ritira: ora offre consolazione, ora muta in debolezza la prostrazione (Sal 41,4). Per un certo tempo ci permette di gustare quanto è buono (Sal 34,9); poi, prima di essere gustato pienamente, si sottrae; dispiega le ali volteggiando sopra di noi per spingerci a volare a nostra volta, quasi dicendo: «Poco avete gustato come sono buono, come sono dolce (Dt 32,11; Sal 34,9; 1Pt 2,3). Se volete saziarvi pienamente della mia dolcezza correte dietro a me al profumo dei miei aromi (Ct 1,3), tenete in alto i cuori: perché là io sono, alla destra di Dio Padre, là mi vedrete, non come in uno specchio, in maniera confusa, ma faccia a faccia. Allora il vostro cuore si rallegrerà pienamente, e nessuno potrà togliere la vostra gioia» (Mc 16,7; 1Cor 13,12; Gv 16,22-23).

 

11. Ma fa’ attenzione a te stessa, o sposa: quando lo Sposo si assenta non va lontano, e anche se tu non lo vedi, egli sempre ti vede. È pieno d’occhi davanti e di dietro (Ap 4,6), sì che non puoi nasconderti alla sua vista. Ha anche attorno a te i suoi spiriti come messaggeri, incaricati di scrutare attentamente, di riferire come ti comporti in assenza dello Sposo, di accusarti di fronte a lui se in te riconoscessero qualche segno di rilassamento o di vacuità. Geloso è questo tuo Sposo: se mai tu accogliessi un altro amore, se cercassi di piacere a un altro più che a lui, subito si separerebbe da te e ad altre giovinette si legherebbe. Delicato è questo tuo Sposo, e nobile e ricco, il più bello tra i figli dell’uomo (Sal 45,3): così non vuole avere per sé altra sposa se non la più bella. Se vedrà in te macchia o ruga, subito allontanerà gli occhi Suoi (Ef 5,27; Is 1,15), perché non può reggere nulla di immondo. Sii dunque casta, sii pudica e umile: solo in tal modo meriterai di esser visitata frequentemente dal tuo Sposo.

Forse troppo a lungo ti ho intrattenuto, fratello mio. È stato l’argomento, fecondo quanto dolce, a spingermi a ciò: se mi ci sono soffermato non è stato per mia volontà, ma perché sono stato mio malgrado trascinato da tanta dolcezza.

 

12. Ora riprendiamo per sommi capi tutte le cose dette: raduniamo assieme quel che si è esposto più diffusamente, e tutto apparirà più chiaro. Dalle osservazioni fatte a partire dagli esempi citati puoi vedere quanto strettamente siano uniti fra loro i gradini di cui si è detto, e come ciascuno preceda l’altro sia nel tempo che nel rapporto di causalità. La lettura viene prima a mo’ di fondamento, ci fornisce l’argomento e ci conduce alla meditazione. La meditazione indaga più a fondo che cosa si debba perseguire, e scavando trova il tesoro (cf. Pr 2,4 e Mt 13,44) e lo mostra; ma poiché da se stessa non è capace di conservarlo ci conduce all’orazione. L’orazione, elevandosi a Dio con tutte le sue forze, consegue il tesoro desiderato che è la soavità della contemplazione: e questa con il suo sopravvenire ci ricompensa di tutta la fatica dei primi tre gradini inebriando l’anima assetata con una rugiada di dolcezza celeste. La lettura è un esercizio che riguarda l’esterno, la meditazione è una comprensione che riguarda l’interno, l’orazione riguarda il desiderio, la contemplazione supera ogni capacità di percezione. Il primo gradino è di quanti intraprendono la strada, il secondo è di quanti sono già un po’ avanti, il terzo è di quanti non si posseggono più, il quarto è di quanti hanno raggiunto la pace.

 

13. I gradini di cui stiamo trattando sono strettamente concatenati e si servono l’un l’altro con un vicendevole aiuto: quelli che precedono giovano a poco o nulla senza quelli che seguono, e mai o quasi mai si possono acquisire quelli che seguono senza quelli che precedono. Che giova infatti occupare il proprio tempo in una continua lettura, percorrere le gesta e gli scritti dei santi, se con la masticazione e la ruminazione non ne estraiamo il succo e poi non lo assimiliamo e non lo facciamo penetrare nel profondo del cuore? Solo allora saremo in grado di considerare con attenzione la nostra realtà e di tendere a vivere come loro: grande infatti è la passione con cui leggiamo e rileggiamo le loro imprese. E d’altra parte, come rifletteremo su queste cose, come potremo fare attenzione a non superare con una meditazione falsa e vana i confini posti dai santi padri, se non saremo stati precedentemente istruiti al riguardo con la lettura o con l’ascolto? Sì, perché anche l’ascolto ha in qualche modo a che fare con la lettura: per questo noi diciamo di aver letto non solo quei libri che abbiamo letto da noi o che ci siamo fatti leggere da altri, ma anche quelli di cui abbiamo ascoltato l’esposizione fatta dai maestri.

Allo stesso modo, che giova all’uomo aver capito grazie alla meditazione quel che deve fare, se con l’aiuto dell’orazione e con la grazia di Dio non prende forza per conquistarlo? Poiché ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce (Gc 1,17), senza il quale nulla possiamo: è lui che compie in noi le sue opere, anche se non certo senza di noi. Siamo infatti collaboratori di Dio, come dice l’apostolo (1Cor 3,9); Dio vuole che noi lo preghiamo, vuole che quando la grazia viene e bussa alla porta noi le apriamo gl’intimi recessi della nostra volontà (cf. Ap 3,20) e consentiamo ad essa.

Questo consentimento è ciò che esigeva il Signore dalla Samaritana quando le disse: «Chiama tuo marito» (Gv 4,16). In certo modo egli le diceva: «Io voglio infonderti la grazia, tu metti in opera il tuo libero arbitrio». Esigeva da lei l’orazione: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere, tu stessa gli avresti chiesto acqua viva» (Gv 4,10). Quand’ebbe udito ciò in questa sorta di lettura fattagli dal Signore, la donna fu istruita, e meditò in cuor suo che sarebbe stato per lei buono e utile bere di quell’acqua. Allora, infiammata dal desiderio di possederla, si volse verso l’orazione dicendo: «Signore, dammi di quest’acqua perché non abbia più sete» (Gv 4,15). Ecco, l’ascolto della parola del Signore e la successiva meditazione di essa l’aveva stimolata all’orazione. Come sarebbe stata spinta a chiedere se prima non l’avesse infiammata la meditazione? Che cosa le avrebbe offerto la meditazione se l’orazione non fosse sopraggiunta a domandare ciò che le era apparso come l’oggetto della sua ricerca? Perché la meditazione sia fruttuosa bisogna che segua ad essa un’orazione fervente: la dolcezza della contemplazione ne sarà per così dire l’effetto.

 

14. Da tutto ciò possiamo dedurre che la lettura senza meditazione è arida, la meditazione senza lettura è soggetta a errore, l’orazione senza meditazione è tiepida, la meditazione senza orazione è infruttuosa. L’orazione fatta con fervore porta all’acquisto della contemplazione, mentre il dono della contemplazione senza orazione è raro o miracoloso. Il Signore infatti, la cui potenza è senza confini e la cui misericordia si estende al di sopra di tutte le sue opere, di tanto in tanto fa sorgere figli di Abramo dalle pietre (Mt 3,9), forzando quanti sono induriti e ribelli a sottomettersi nell’accettazione: prodigo di doni trascina il toro per le corna, come dice il proverbio, ogni volta che si intromette senza esser chiamato e che si effonde senza esser cercato. Questo, a quanto leggiamo, è accaduto talvolta ad alcuni, come a Paolo e a qualcun altro. Ma non dobbiamo per questo attender simili doni anche per noi tentando Dio; dobbiamo invece fare ciò che ci viene richiesto, leggere e meditare la legge divina, pregare Dio che venga in aiuto alla nostra debolezza (Rm 8,26) e veda ciò che in noi è incompiuto. È lui stesso che ci insegna a far questo quando dice: «Chiedete e otterrete, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Mt 7,7). Infatti quaggiù il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono (Mt 11,12).

Una volta fissate le differenze fra i gradini si possono individuare anche le loro caratteristiche e capire quale sia il loro reciproco legame e il loro effetto su di noi. Beato l’uomo il cui spirito, libero da ogni altra preoccupazione, desidera trattenersi senza posa su questi quattro gradini; che venduti tutti i suoi averi compra quel campo in cui si cela il tesoro desiderabile del soffermarsi e del vedere quanto è buono il Signore (Mt 13,44; Sal 46,11 e Sal 34,9); che attivo sul primo gradino, osservatore instancabile sul secondo, fervente sul terzo, elevato al di sopra di sé sul quarto, grazie a queste salite che pone nel suo cuore sale di dono in dono fino a vedere il Dio degli dèi in Sion (Sal 84,6.8). Beato colui cui è concesso di restare anche solo per breve tempo in questo gradino più alto, e che può dire in verità: «Ecco che sento la grazia di Dio, ecco che contemplo con Pietro e Giovanni la sua gloria sul monte, ecco che mi rallegro con Giacobbe degli amplessi della bella Rachele».

Ma ponga costui anche attenzione a se stesso: non gli avvenga, dopo la contemplazione che l’ha innalzato fino ai cieli, di precipitare in una caduta disordinata fino agli abissi, di volgersi, dopo essere stato visitato da una grazia così grande, alle rilassatezze della mondanità e alle lusinghe della carne. Piuttosto, quando la punta della mente umana nella sua debolezza non riesce più a sostenere lo splendore della vera luce, procuri di scendere dolcemente e con ordine su uno dei tre gradini per i quali era asceso. Si soffermi di volta in volta ora su uno ora su un altro, secondo il movimento della propria libertà interiore e tenendo conto del luogo e del momento: anche se, mi sembra, sarà tanto più vicino a Dio quanto più sarà lontano dal primo gradino.

Ma ahimè, quanto fragile e miserevole è la condizione umana! Ecco, guidati dalla ragione e dalle testimonianze della Scrittura abbiamo visto chiaramente che la pienezza d’una vita beata è racchiusa in questi quattro gradini e che ad essi deve volgersi tutta la fatica dell’uomo spirituale. Ma chi si tiene veramente su questo sentiero di vita? Chi è costui? Noi lo proclameremo beato. C’è in molti il desiderio, ma di pochi è la capacità di attuarlo (Sir 31,9). Potessimo noi esser nel novero di questi pochi!

 

15. Vi sono in generale quattro situazioni che possono distrarci da questi gradini: una necessità inevitabile, l’utilità di un’azione volta al bene, l’incapacità propria dell’uomo, la vanità che viene dal mondo. La prima è scusabile, la seconda è tollerabile, la terza è degna di compassione, la quarta è colpevole. E veramente colpevole: per colui che viene distratto nella sua condotta da una situazione siffatta meglio sarebbe stato non aver conosciuto la grazia di Dio, piuttosto che tornare indietro dopo averla conosciuta (cf. 2Pt 2,21). Quale scusa avrà infatti per tale peccato? A buon diritto il Signore potrà dirgli: «Che cosa ancora dovevo farti che io non abbia fatto? Tu ancora non esistevi e io ti ho creato; hai peccato facendoti servo del diavolo e io ti ho redento; ti aggiravi assieme agli empi e io ti ho scelto; ti ho dato grazia ai miei occhi e volevo prendere dimora presso di te. Ma tu mi hai disprezzato, e non solo le mie parole ma me stesso ti sei gettato alle spalle per andare dietro alle tue passioni».

Dio buono, soave e mite, amico dolce, consigliere accorto, aiuto potente, quanto disumano e temerario è chi ti getta via, chi respinge dal suo cuore un ospite sì umile e mansueto! Quale infelice e rovinoso scambio, gettar via il proprio creatore e accogliere pensieri di male fatti per nuocerci; e il talamo segreto dello Spirito santo, quel luogo segreto dei cuore che fino a poco prima fissava le gioie del cielo, abbandonarlo in un attimo ai più squallidi pensieri, al calpestio dei porci (cf. Mt 7,6)! Ancora è nel cuore la tiepida traccia lasciata dallo Sposo e già vi si insinuano adulteri desideri. Non si addice, non può succedere a orecchie che poco fa hanno udito parole che non è lecito ad alcuno pronunziare (2Cor 12,4), di piegarsi tanto in fretta ad ascoltare favole o detrazioni; a occhi che poco fa sono stati battezzati da lacrime sante, di volgersi improvvisamente a guardare cose vane (cf. Sal 119,37); a una lingua che poco fa ha cantato un dolce epitalamio, che con parole infiammate e persuasive ha riconciliato la sposa con lo Sposo e l’ha introdotta nella cella del vino (Ct 2,4), di volgersi nuovamente a un linguaggio volgare e vacuo, a ordire inganni (Sal 50,19) e detrazioni. Preservaci da questo, Signore. Se tuttavia per debolezza umana dovessimo ricaderci non disperiamoci, ma ricorriamo nuovamente al medico misericordioso che solleva l’indigente dalla polvere e dall’immondizia rialza il povero (Sal 113,7): e lui, che non vuole la morte del peccatore, nuovamente ci guarirà e ci fascerà (cf. Ez 33,11).

È ormai tempo di terminare questa lettera. Preghiamo tutti il Signore perché mitighi fin d’ora gli ostacoli che ci distolgono dal contemplarlo e in futuro ce ne liberi completamente; attraverso questi gradini ci conduca di altezza in altezza fino a vedere il Dio degli dèi in Sion (Sal 84,8). Là gli eletti gusteranno la dolcezza della contemplazione divina non a piccole gocce e con interruzioni; possederanno invece eternamente in un torrente di delizie una gioia che nessuno potrà loro togliere e una pace immutabile, la pace in lui (Sal 36,9; Gv 16,23; Sal 4,9). Tu dunque, fratello mio Gervaso, se un giorno ti verrà dato dall’alto (Gv 19,11) di salire fino alla cima di questa scala ricordati di me, e prega per me quando sarai nella felicità (Gen 40,14): un telo tragga a sé un altro telo, e chi ascolta ripeta: «Vieni!» (Ap 22,17).

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