S.Giustino

Apologia seconda

(Al Senato romano)

I. - 1. Gli avvenimenti accaduti nella vostra città, o Romani, sia ieri sia l'altro ieri, sotto Urbico, e simili assurdità commesse dovunque dai magistrati, mi hanno costretto a comporre questo discorso in nostra difesa, che siamo della vostra stessa natura e fratelli vostri, anche se non lo sapete e se non lo volete riconoscere per la gloria delle vostre supposte dignità.

2. In ogni luogo, infatti, quanti sono ripresi dal padre e da un vicino o dal figlio o da un amico o da un fratello o dal marito o dalla moglie, per una mancanza (eccetto coloro che sono convinti che gli ingiusti e gli intemperanti saranno puniti nel fuoco eterno, mentre i virtuosi, e quanti sono vissuti imitando Cristo, vivranno con Dio senza sofferenze - intendiamo parlare dei cristiani - ) questi per la loro ostinazione, l'amore dei piaceri e la riluttanza a seguire il bene, e d'altra parte anche i cattivi demoni, per odio contro noi, tenendo tali giudici come schiavi e sottomessi, cioè questi magistrati indemoniati, si apprestano ad ucciderci.

3. Ma, affinché vi sia chiaro anche la causa di tutto ciò che è accaduto sotto Urbico, vi esporrò i fatti.

La vicenda

II. - 1. Una donna viveva con un marito dissoluto, mentre, in un primo tempo, conduceva vita dissoluta anche lei. Ma, dopo ebbe conobbe gli insegnamenti di Cristo, divenne temperante e si sforzava di persuadere il marito ad esserlo anche lui, riferendogli quegli insegnamenti e preannunciandogli la futura punizione nel fuoco eterno per coloro che non vivono in modo temperante e secondo la retta ragione.

2. Ma quello, permanendo nella sua dissolutezza, finì, con la sua condotta, per alienarsi la moglie.

3. La donna infatti, ritenendo cosa empia continuare a giacere con un marito che cercava in qualunque modo di procurarsi strumenti di piacere contro la legge di natura e contro il giusto, decise di fare la separazione. Poiché però era esortata dai suoi, che la consigliavano di rimanere ancora, confidando in un futuro pentimento del marito, fece forza a se stessa e rimase.

4. Ma dopo che le fu riferito che suo marito, recatosi ad Alessandria, ne faceva di ancora peggiori, per non farsi complice di tali iniquità e scelleratezze, se fosse rimasta con lui nel matrimonio a condividere vita e letto, si separò, ricorrendo a quello che voi chiamate "ripudio".

5. Quel bell'esempio di marito, ben lontano dal rallegrarsi che ella avesse cessato dal comportamento leggero che prima aveva tenuto con servi e mercenari, quando godeva di orge e di ogni turpitudine, e che cercasse di distogliere anche lui dal compiere simili cose, ha sporto accusa contro di lei, che si era separata contro il suo volere, dicendo che era cristiana.

6. Ella allora presentò a te, o imperatore, una petizione, chiedendo che prima le fosse consentito di provvedere ai suoi affari; poi, sistemate le sue faccende, si sarebbe difesa dall'accusa: e tu glielo hai concesso.

7. Il suo ex-marito, non potendo per il momento dire più nulla contro di lei, si scagliò contro un certo Tolomeo, che le era stato maestro delle dottrine cristiane, e che Urbico condannò. Ecco in qual modo: persuase un centurione, suo amico, che aveva arrestato Tolomeo, a prenderlo e ad interrogarlo solo su questo punto, cioè se fosse cristiano.

8. Poiché Tolomeo, amante della verità e per nulla ingannatore né d'animo menzognero, aveva confessato di essere cristiano, il centurione lo fece mettere in catene e lo condannò alla prigione per molto tempo. Alla fine, quando fu condotto dinanzi ad Urbico, fu di nuovo interrogato solo su questo punto, se fosse cristiano.

9. E di nuovo egli, consapevole dei beni acquistati attraverso l'insegnamento di Cristo, professò gli insegnamenti della divina virtù. Infatti, chi nega qualcosa, o lo nega perché la condanna o rifiuta la confessione perché sa di esserne indegno od estraneo; ma né l'una né l'altra soluzione sono proprie del vero cristiano.

10. Dopo che Urbico ebbe decretato che fosse condotto a morte, un certo Lucio, anche lui cristiano, vedendo che la sentenza era così irragionevole, disse ad Urbico: "Qual è la ragione per cui hai condannato un uomo che non è né adultero né dissoluto né omicida né spogliatore né ladro né infine reo confesso di alcun crimine, ma che soltanto confessa l'appellativo di cristiano? Tu non giudichi, o Urbico, come si conviene all'imperatore Pio, né al filosofo, figlio di Cesare, né al sacro Senato".

11. Quello non replicò nulla, ma disse a Lucio: "Mi sembra che anche tu sia uno di questi". Poiché Lucio rispose "Certamente"!, ordinò che anch'egli fosse a sua volta condannato a morte.

12. Ed egli professava di essergli grato, conscio di essere liberato da simili malvagi padroni e di andare verso il Padre e re dei cieli.

13. Ancora un altro, un terzo, si presentò e fu condannato a morte.

Anch'io mi aspetto di essere confitto ad un palo...

III. - 1. Ed anch'io mi aspetto che si ordiscano insidie da parte di qualcuno dei magistrati, e di essere confitto a un palo, quanto meno da Crescente, che si compiace di strepito e di pompa.

2. Non merita infatti l'appellativo di filosofo chi su di noi attesta pubblicamente ciò che non conosce, accusando i cristiani di essere atei ed empi, e fa questo per ingraziarsi e compiacere la moltitudine fatua.

3. Infatti, se costui ci perseguita senza aver letto le dottrine di Cristo, è uno scellerato, molto peggiore degli ignoranti, i quali spesso si guardano bene dal discorrere di ciò che non conoscono e dall'attestare il falso; se invece le ha lette, non ne ha compreso la magnificenza o, se l'ha compresa, si comporta così per non essere sospettato di essere cristiano: allora è ancora più ignobile e scellerato, dal momento che si lascia attrarre da un'opinione irragionevole e sciocca, nonché dalla paura.

4. E desidero che anche voi sappiate che io, dopo avergli posto alcune precise questioni in merito, ho compreso che egli non sa veramente nulla: cosa della quale ho convinto anche lui.

5. A prova del fatto che dico la verità, sono pronto a riproporre davanti a voi quelle questioni, se le nostre discussioni non vi sono state riferite: anche questo sarebbe compito non indegno di un imperatore.

6. Ma se già vi sono noti i miei quesiti e le sue risposte, allora vi è chiaro che egli non conosce nulla delle nostre dottrine; se invece le conosce, non osa (come invece fece Socrate) parlare per timore di chi l'ascolta: allora, come dissi sopra, si dimostra non amante del sapere, ma amante dell'opinione, incapace di apprezzare il bellissimo detto di Socrate: "Non si deve anteporre l'uomo alla verità".

7. Per un cinico che si pone come fine l'indifferenza, appunto.

Perché non ci diamo la morte

IV. - 1. Ma perché qualcuno non dica: "Uccidetevi tutti da voi stessi, andate subito presso Dio e non dateci più fastidio", vi dirò per quale causa non lo facciamo e per quale causa, interrogati, confessiamo senza paura.

2. Ci è stato insegnato che Dio ha creato il mondo non a caso, ma per il genere umano. Ed abbiamo già detto che Egli si compiace di quanti imitano le Sue virtù, e che invece è scontento di quanti abbracciano i1 male, nelle parole o negli atti.

3. Se dunque ci uccideremo tutti, diverremo colpevoli, per quanto dipende da noi, del fatto che nessuno sia più generato, né sia più ammaestrato nei divini insegnamenti e che non esista più genere umano: così facendo agiremmo anche noi contro la volontà divina.

4. Però, quando siamo interrogati, non neghiamo, perché siamo coscienti di non aver fatto nulla di male, anzi riteniamo empio non dire tutta la verità: sappiamo che questo è caro a Dio, e ora ci sforziamo di liberarvi anche da questa ingiusta e preconcetta convinzione.

I tormenti sono opera dei cattivi demoni

V. - 1. Se a qualcuno venisse in mente quest'altra obiezione: che, se Dio, come dichiariamo, è nostro soccorritore noi non dovremmo essere dominati e puniti da uomini ingiusti - come noi affermiamo - confuterò anche questa.

2. Dio, che ha creato l'universo ed ha subordinato agli uomini le cose terrene ed ha ordinato gli elementi del cielo per la crescita dei frutti e l'avvicendamento delle stagioni ed ha stabilito su di essi una legge divina - ed è chiaro che ha fatto tutto ciò per gli uomini -, affidò la cura degli uomini e di ciò che è sotto il cielo agli angeli che a tal fine stabilì.

3. Ma gli angeli, trasgredendo questo ordine, si diedero ad accoppiamenti con donne e generarono figli, che sono i cosiddetti demoni.

4. Inoltre, da allora si asservirono il genere umano, ora con scritture magiche, ora con terrori e supplizi inflitti, ora con l'istituzione di sacrifici e di profumi e di libagioni, di cui hanno bisogno dopo che hanno ceduto alle passioni dei sensi. E tra gli uomini hanno disseminato omicidi, guerre, adulteri, sfrenatezze ed ogni genere di male.

5. Di qui, poeti e mitologi, non sapendo che sono gli angeli ed i demoni nati da loro a compiere, contro uomini e donne e città e popoli, le iniquità che raccontavano, le riferivano a Dio stesso ed a quelli che, secondo loro, sono i figli nati dal suo seme ed ai cosiddetti suoi fratelli, Poseidone Nettuno e Plutone, e parimenti ai loro figli.

6. E chiamarono ciascuno col nome che ogni angelo aveva imposto a sé ed ai suoi figli.

 

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