SPECCHIO DI PERFEZIONE

 

 

 

 

 

 

 

Lo Specchio di perfezione fu pubblicato, per la prima volta nella sua autonoma integrità, da Paul Sabatier nel 1898 come Leggenda antichissima di san Francesco, e più tardi come Memorie di frate Leone. Nessuno sostiene più oggi che questa importantissima e pregevolissima raccolta di gesti, di fatti, di discorsi di Francesco sia opera individuale di frate Leone. Alla datazione sabatierana del 1227 è stata sostituita, giustamente, quella del 1318, quale termine ultimo dell’ormai famosa redazione più ampia. Non meno della Leggenda antica perugina – con la quale ha in comune 53 capitoli – è anch’essa una «compilazione» risultata da quelle sillogi, piccole o grandi, messe insieme tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento con testimonianze scritte e orali dei compagni di Francesco, dando così ragione delle ricorrenti pericopi «scrissero», «fecero scrivere», «riferirono».

Per la scelta dei testi che trascrive, per il piano che utilizza nel metterli in opera e per qualche commento che inserisce, «il compilatore si colloca – più decisamente di chi raccolse la Leggenda antica perugina – tra gli Spirituali, anche se l’esame delle varianti che apporta alle testimonianze già note, lo mostrerebbe mosso più da sollecitazioni stilistico-esegetiche che da preoccupazioni polemiche [...]. La sua nondimeno è una testimonianza preziosissima su di un preciso momento storico attraversato dall’interpretazione dell’ideale francescano, nonché dell’immagine che del fondatore gli Spirituali si erano formata» (Id., qui, p. 258). I riferimenti a certi stati d’animo di Francesco si fanno più espliciti e pressanti che nella Leggenda antica, ma non ne modificano sostanzialmente l’immagine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Incomincia lo Specchio di perfezione

dello stato di Frate Minore

 

 

1.

 

COME IL BEATO FRANCESCO RISPOSE AI MINISTRI

CHE NON VOLEVANO ESSERE OBBLIGATI

A OSSERVARE LA REGOLA CHE STAVA FACENDO

 

 

1. [Il beato Francesco compose tre Regole: quella confermata, senza però la Bolla pontificia da papa Innocenzo III; un’altra più breve, che andò smarrita; quella infine che papa Onorio III approvò con la Bolla, e dalla quale molte cose furono soppresse a iniziativa dei ministri, contro il volere di Francesco.]

2. Dopo che la seconda Regola composta dal beato Francesco andò perduta, egli con frate Leone d’Assisi e frate Bonizo da Bologna salì sopra un monte, per comporre un’altra Regola che egli dettò ispirato da Cristo.

Molti ministri si raccolsero allora intorno a frate Elia, vicario di Francesco, e gli dissero: «Siamo venuti a sapere che questo fratello Francesco fa una nuova Regola, e abbiamo paura che la faccia troppo rigorosa, così che non possiamo osservarla. Vogliamo quindi che tu vada su da lui e gli dica che non intendiamo essere obbligati a quella Regola; se proprio vuole, la componga per sé, non per noi».

Rispose Elia che non voleva recarvisi, temendo la riprensione del beato Francesco. Insistendo quelli perché ci andasse, rispose che non voleva andarci senza di loro. Ci andarono pertanto tutti insieme. Quando furono nei pressi del luogo ove Francesco dimorava, frate Elia lo chiamò. Rispondendogli e vedendo il gruppo dei ministri, Francesco domandò: «Cosa desiderano questi frati?». E frate Elia: «Questi sono i ministri, che avendo saputo che stai facendo una nuova Regola e temendo che sia troppo severa, dicono e protestano che non vogliono sentirsi obbligati ad essa, e perciò tu la faccia per te, non per loro».

Francesco rivolse la faccia al cielo, e parlò a Cristo così: «Signore, non ti dicevo giustamente che non mi avrebbero creduto?». Allora tutti udirono nell’aria la voce di Cristo che rispondeva: «Francesco, nulla vi è di tuo nella Regola, poiché tutto quello che vi sta è mio. E voglio che sia osservata alla lettera, alla lettera, alla lettera, senza commenti, senza commenti, senza commenti!». E soggiunse: «So bene quanto può la fragilità umana e so in quale misura intendo aiutarli. Quelli dunque che non vogliono osservarla, escano dall’Ordine».

Allora il beato Francesco si volse a quei frati e disse: «Avete udito? Avete udito? Volete che ve lo faccia ripetere?». I ministri, riconoscendo la propria colpa, si allontanarono spaventati e confusi.

 

 

 

 

 

 

 

PARTE PRIMA

 

LA POVERTÀ PERFETTA

 

 

 

2.

COME IL BEATO FRANCESCO DICHIARO LA VOLONTÀ

E INTENZIONE CH’EGLI EBBE DAL PRINCIPIO ALLA FINE

CIRCA L’OSSERVANZA DELLA POVERTÀ

 

 

3. Frate Rizzerio della Marca, nobile per nascita e più nobile per santità, amato con grande affetto da Francesco, lo visitò un giorno nel palazzo del vescovo di Assisi. Fra gli argomenti dei quali parlò con il Santo intorno allo stato della Religione e all’osservanza della Regola, lo interrogò in particolare su questo punto: «Dimmi, o Padre, che intenzione hai avuto da principio, quando cominciasti ad avere dei fratelli, e qual è l’intenzione che hai ora e credi d’avere fino al giorno della tua morte. Così sarò assicurato della tua intenzione e volontà prima e ultima. Noi frati chierici possediamo tanti libri: possiamo tenerceli, dicendo che appartengono alla Religione?». Gli rispose Francesco: «Fratello, ecco la mia prima intenzione e ultima volontà – e volesse il cielo ch’io fossi riuscito a convincerli! – che cioè nessun frate abbia se non l’abito che la Regola autorizza, con il cordiglio e le brache».

 

 

4. Qualche frate obbietterà: «Ma perché il beato Francesco al suo tempo non fece osservare così rigorosamente la povertà dai frati, come ebbe a dirlo a frate Rizzerio?». Ebbene, noi che siamo vissuti con lui, risponderemo come udimmo dalla sua bocca. Egli stesso diceva ai frati queste e molte altre cose, e numerose prescrizioni inserì nella Regola, dopo averle ricevute dal Signore con assidua preghiera e riflessione, nell’interesse della Religione. E affermava che erano cose del tutto conformi al volere del Signore. Senonché dopo averle indicate ai fratelli, parvero a questi degli obblighi gravosi, impossibili a osservarsi. Essi ignoravano quello che sarebbe accaduto dopo la morte del Santo!

Poiché temeva molto che scoppiassero scandali, sia a motivo suo che a motivo dei frati, non volle fare contese e a malincuore accondiscendeva alla loro volontà, scusandosene poi davanti a Dio. Ma affinché non tornasse infeconda a Dio la parola che Egli poneva nella bocca di Francesco per utilità dei fratelli, il Santo volle anzitutto farla fruttare in se stesso, e così ottenne la ricompensa divina. E trovò finalmente tranquillità e consolazione di spirito.

 

 

3.

 

COME RISPOSE AL MINISTRO

CHE VOLEVA TENERE DEI LIBRI CON IL SUO PERMESSO

E COME I MINISTRI, A SUA INSAPUTA,

FECERO TOGLIERE DALLA REGOLA IL CAPITOLO

SULLE PROIBIZIONI DEL VANGELO

 

 

5. Nel tempo in cui Francesco era tornato dalle terre d’oltremare, un ministro venne a parlare con lui intorno alla povertà. Voleva costui conoscere la sua volontà e il suo pensiero, massime perché allora era compreso nella Regola un capitolo sulle proibizioni imposte dal santo Vangelo: Non porterete nulla sul vostro cammino, ecc

Il beato Francesco rispose: «Io sono del parere che i fratelli non debbano possedere nulla, se non una tonaca con il cordiglio e le brache, come stabilisce la Regola; e possano portare le calzature quando siano costretti da necessità».

Replicò il ministro: «Che farò io, che ho tanti libri del valore di più che cinquanta libbre?». Disse questo, perché voleva tenere quei libri con libera coscienza. E ora provava rimorso, sentendo che Francesco interpretava così strettamente il capitolo sulla povertà. Il Santo riprese: «Non voglio, né debbo né posso andare contro la mia coscienza e contro la perfezione del santo Vangelo che abbiamo professato». Ascoltando ciò, il frate ministro fu preso da tristezza.

Vedendolo così sconvolto, Francesco con grande fervore di spirito ribatté, intendendo nella persona di lui rivolgersi a tutti i frati: «Voi volete essere ritenuti dalla gente frati minori ed essere chiamati osservatori del santo Vangelo; mentre in realtà volete avere la borsa piena di denari!».

 

 

6. Nondimeno, sebbene i ministri provinciali sapessero che i frati secondo la Regola, erano obbligati a osservare il Vangelo, fecero radiare dalla Regola stessa quel capitolo: Non porterete nulla sul vostro cammino, ecc., illudendosi così di non essere tenuti alla perfetta osservanza del Vangelo.

Venuto a conoscenza della cosa per illuminazione dello Spirito Santo, Francesco osservò alla presenza di alcuni fratelli: «I frati ministri s’immaginano di ingannare il Signore e me, ma affinché sappiano che tutti i frati sono obbligati a osservare perfettamente il Vangelo, voglio che in principio e in fine della Regola sia scritto che i frati sono tenuti a osservare fermamente il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo. Inoltre, allo scopo che i fratelli siano inescusabili, dopo che ho loro annunziato e continuo ad annunziare quanto Dio ha posto sulle mie labbra per mia e loro salvezza, io voglio osservare sempre con i fatti tali prescrizioni, alla presenza di Dio e con il suo aiuto».

Davvero egli osservò alla lettera tutto il santo Vangelo, dai primordi, quando cominciò ad avere dei fratelli, fino al giorno della morte.

 

 

4.

 

DEL NOVIZIO CHE VOLEVA AVERE UN SALTERIO

CON IL CONSENSO DEL SANTO

 

 

7. In altra occasione, un novizio che sapeva leggere, per quanto non bene, il salterio, aveva ottenuto dal ministro generale il permesso di averlo. Sentendo dire però che Francesco non voleva che i suoi frati fossero bramosi di sapere e di libri, non era contento di tenere il salterio senza il consenso del Santo. Francesco venne a passare nel luogo dove il novizio viveva. Costui gli disse: «Padre mi sarebbe di gran consolazione avere un salterio. Il ministro generale me lo ha, sì, concesso; vorrei tuttavia averlo anche con il tuo consenso».

La risposta di Francesco fu: «Carlo imperatore e Orlando e Oliviero e tutti i paladini e i prodi che furono valorosi in battaglia, combattendo contro gl’infedeli fino alla morte con fatiche e travaglio grande, ebbero su quelli memoranda vittoria e finalmente questi santi martiri caddero in battaglia per la fede di Cristo. Invece, vi sono molti che con il solo racconto delle gesta compiute da quelli, vogliono raccogliere onori e lodi presso la gente. Anche tra noi ci sono molti i quali, leggendo e predicando le opere compiute dai santi, vogliono ricevere onore e lode». Con queste parole voleva dire che non bisogna preoccuparsi di libri e di scienza, ma di azioni virtuose, poiché la scienza gonfia mentre la carità edifica.

Giorni dopo, Francesco sedeva accanto al fuoco. Il novizio gli fece nuovamente parola del salterio. E Francesco «Vedi, quando avrai avuto il salterio, bramerai avere ii breviario. E avuto il breviario, ti assiderai in cattedra come un solenne prelato, e ordinerai al tuo fratello: " Portami il breviario! "».

E dicendo questo, con grande fervore di spirito Francesco prese della cenere, se la pose sul capo, poi girando la mano sulla testa come uno che se la sta lavando, diceva: «Io il breviario! io il breviario!». Così ripeté molte volte, passando la mano sul capo. Il novizio arrossì, allibito.

Francesco riprese: «Fratello, anche a me capitò di desiderare libri. Ma per conoscere la volontà del Signore in proposito, presi il libro dei Vangeli e pregai il Signore che alla prima apertura mi mostrasse la sua volontà. Finita la preghiera, alla prima apertura del libro, mi cadde sotto lo sguardo quella parola: «A voi fu dato di conoscere il mistero del regno di Dio, ma agli altri viene proposto in forma di parabole». Aggiunse: «Tanti sono quelli che volentieri si elevano alla scienza, che sarà beato chi si farà ignorante per amore del Signore Dio».

Trascorsero più mesi. Mentre Francesco stava a Santa Maria della Porziuncola, presso la cella dietro la chiesa, sulla strada, quel frate tornò alla carica a proposito del salterio. Gli disse Francesco: «Vai, e fa’come ti dirà il frate ministro».

Sentito questo, quel frate riprese il cammino, per tornare al luogo donde era venuto. Francesco, rimasto sulla strada rifletteva a quello che aveva detto e d’improvviso gli gridò dietro: «Aspettami, fratello, aspetta!». Lo raggiunse e gli disse: «Torna indietro con me, fratello, e indicami il posto dove ti ho detto che tu farai per il salterio secondo la prescrizione del tuo ministro».

Appena giunti a quel posto, il beato Francesco s’inginocchiò davanti a quel frate e disse: «E mia colpa, fratello, è mia colpa! poiché chiunque vuol essere frate minore non deve avere che la tonaca, la corda e le brache, come permette la Regola, e calzature per quelli che vi siano costretti da manifesta necessità».

 

 

8. Da allora, a quanti venivano a lui per avere il suo consiglio su questo argomento, rispondeva così. E sovente soggiungeva: «Un uomo è tanto sapiente quanto opera, ed è pio e bravo predicatore nella misura in cui mette in pratica; poiché l’albero si riconosce ai suoi frutti».

 

 

5.

 

POVERTÀ CIRCA I LIBRI, I LETTI,

GLI EDIFICI E GLI UTENSILI

 

 

9. Il beato padre ammaestrava i frati a cercare nei libri non il valore materiale ma la testimonianza del Signore non la bellezza ma il profitto spirituale. E volle che di libri ne tenessero pochi e in comune, a disposizione dei fratelli che ne avessero bisogno.

Nei giacigli e nei letti era così copiosa la povertà, che se qualcuno poteva stendere sulla paglia qualche straccio, lo riteneva un talamo.

Insegnava ai frati a prepararsi abitazioni anguste e poverelle, capanne di legno e non di pietre, di umile fattura. E non solo odiava le case confortevoli, ma detestava gli utensili abbondanti e ricercati.

Non amava che nelle mense e nella suppellettile ci fosse sentore di mondanità, affinché ogni cosa profumasse di povertà e indicasse che siamo dei pellegrini e degli esuli.

 

 

6.

 

COME FECE USCIRE TUTTI I FRATI DA UN’ABITAZIONE

CHE ERA DETTA CASA DEI FRATI

 

 

10. Passando per Bologna, sentì che vi era stata da poco edificata una casa di frati. Immediatamente, appena udito che quell’abitazione era creduta proprietà dei frati volse il cammino fuori città e comandò seccatamente che tutti i frati ne uscissero in fretta e non abitassero più colà.

Uscirono allora tutti i frati, tanto che anche gli ammalati furono messi fuori. Ma messer Ugolino, vescovo di Ostia e legato papale in Lombardia, affermò pubblicamente che quella casa era sua. Un frate che era infermo e fu cacciato fuori, rende testimonianza del fatto e lo narrò in scritto.

 

 

7.

 

COME VOLLE ABBATTERE UNA CASA

CHE IL POPOLO DI ASSISI AVEVA COSTRUITO

PRESSO SANTA MARIA DELLA PORZIUNCOLA

 

 

11. Avvicinandosi il Capitolo generale, che si teneva ogni anno presso la Porziuncola, considerando il popolo di Assisi che i frati si moltiplicavano ogni giorno e tutti annualmente convenivano colà e non disponevano che di un piccolo abituro coperto di paglia, con le pareti di vimini e di fango, riunirono il consiglio del comune e in pochi giorni con gran fretta e devozione eressero ivi una grande casa in pietre e calce, senza il consenso di Francesco, allora assente.

Tornando il beato Francesco da altra regione ed essendo giunto alla Porziuncola per il Capitolo, si meravigliò forte al vedere quella casa. Temeva che, sull’esempio di quella, gli altri frati nei luoghi in cui dimoravano o si sarebbero allogati, facessero similmente edificare grandi abitazioni, mentre voleva che la Porziuncola fosse sempre modello ed esempio a tutti gli altri luoghi dell’Ordine. E perciò prima che il Capitolo fosse concluso, salì sul tetto di quella casa ordinando ai frati di arrampicarsi su, e con loro cominciò a gettare per terra le lastre di cui era coperta, volendo distruggerla fino alle fondamenta.

Alcuni soldati di Assisi che stavano lì a fare la guardia a motivo della moltitudine dei forestieri accorsi per assistere al Capitolo, vedendo che Francesco con altri frati voleva demolire quella casa, andarono subito a lui e gli fecero osservare: «Fratello, questa casa appartiene al comune di Assisi, e noi siamo qui a nome del comune stesso. Ti proibiamo perciò di distruggere la nostra casa». Udendo ciò, Francesco rispose loro: «Se è vostra, non la voglio toccare». E immediatamente scese lui con gli altri frati.

Da allora il popolo di Assisi stabilì che chiunque fosse podestà curasse la manutenzione di quell’edificio. E ogni anno per gran tempo fu osservato tale statuto.

 

 

8.

 

COME RIMPROVERÒ IL SUO VICARIO

PERCHÉ FACEVA EDIFICARE ALLA PORZIUNCOLA

UNA PICCOLA CASA, DOVE DIRE L’UFFICIO

 

 

12. In altra occasione, il vicario del beato Francesco cominciò a far edificare colà una piccola casa, dove i frati potessero riposare e recitare le ore liturgiche, poiché per la moltitudine dei frati che venivano a quel luogo, essi non avevano dove poter dire l’ufficio.

Si deve sapere che tutti i frati dell’Ordine accorrevano là, dal momento che nessuno veniva ricevuto nella fraternità se non alla Porziuncola. Quella casa dunque era quasi finita, quando Francesco fu di ritorno. Stava egli nella cella e sentì il rumore dei lavoranti; chiamato il compagno, gli domandò cosa stessero facendo quei fratelli. Questi gli raccontò come stavano le cose.

Fece chiamare subito il suo vicario e gli disse: «Questo luogo è il modello e l’esempio di tutto l’Ordine, fratello. Voglio perciò che i frati di qui sopportino le tribolazioni e i disagi per amore del Signore Dio, e gli altri frati che vengono qua, riportino alle loro dimore il buon esempio di povertà. Poiché se noi qui avessimo i nostri agi, anche gli altri sarebbero stimolati a fare costruzioni nei propri luoghi, scusandosi: – Se presso Santa Maria della Porziuncola, che è il primo luogo dell’Ordine, vengono eretti edifici cosi, possiamo anche noi farli su nei luoghi nostri».

 

 

9.

 

PERCHÉ NON VOLEVA IL BEATO FRANCESCO

STARE IN UNA CELLA CONFORTEVOLE

O CHE FOSSE DETTA SUA

 

 

13. Un fratello di viva spiritualità e amico intimo di Francesco fece fare nell’eremitaggio ove dimorava una cella un po’appartata, dove Francesco potesse raccogliersi in orazione quando andasse là. Ci venne di fatto, e quel frate lo condusse alla celletta. Francesco protestò: «Questa cella è troppo bella!».

Era fatta di legni dirozzati con l’ascia e la pialla. Egli seguitò: «Se vuoi che ci rimanga, falla rivestire dentro e fuori con salici e rami d’albero». Quanto più case e celle erano povere, tanto più volentieri ci abitava.

Il frate fece così, e Francesco vi sostò alcuni giorni. Ma una volta che il Santo era uscito dalla cella, un frate andò a vederla e poi venne al posto dove si trovava Francesco. Vedendolo, questi gli chiese: «Donde vieni, fratello?». Rispose: «Vengo dalla tua cella». E Francesco: «Poiché hai detto che è mia d’ora innanzi ci starà un altro, e non io».

 

 

14. Noi che siamo stati con lui, spesso lo udimmo dire quelle parole: Le volpi hanno la tana e gli uccelli del cielo il nido; ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il suo capo. Soggiungeva: «Il Signore, quando stette nel deserto e pregò e digiunò quaranta giorni e quaranta notti, non si fece costruire cella o casa, ma dimorò fra le rocce del monte». E perciò sull’esempio di Lui non volle avere casa né cella che fosse detta sua, né mai fece in modo che gliela costruissero. Se talora accadeva che avesse detto ai fratelli: «Andate, apprestatemi quella cella», non ci voleva poi rimanere, per quelle parole del Vangelo: Non vogliate essere preoccupati, ecc.

E vicino a morte fece scrivere nel suo Testamento che le celle e le abitazioni dei frati fossero di legno e fango soltanto, per meglio conservare la povertà e l’umiltà.

 

 

10.

 

DEL MODO DI SCEGLIERE I LUOGHI NELLE CITTÀ

E DI EDIFICARVI SECONDO L’INTENZIONE

DEL BEATO FRANCESCO

 

 

15. Trovandosi Francesco una volta nei pressi di Siena a causa della malattia agli occhi, messer Bonaventura, che diede ai frati il terreno su cui fu edificato il luogo, gli disse: «Che ti sembra di questo luogo, padre?». A lui disse Francesco: «Vuoi che ti dica in che modo devono essere edificati i luoghi dei frati?». Rispose: «Lo voglio, padre».

Prese a dire il Santo: «Quando i frati arrivano in una città dove non hanno un luogo, e trovano qualcuno che vuol dare loro tanto terreno da potervi edificare un luogo e avere l’orto e tutte le cose indispensabili, per prima cosa considerino quanta terra sia loro sufficiente, sempre avendo di mira la povertà e il buon esempio che siamo tenuti a dare in ogni cosa».

Diceva così perché non voleva assolutamente che nelle case o chiese, orti o altre cose di loro uso, i frati debordassero dai limiti della povertà, possedendo cioè qualcosa con diritto di proprietà, ma dovunque dimorassero come gente di passaggio e forestiera. A tal fine voleva che i frati non si riunissero in comunità numerose, poiché gli sembrava difficile che in un gruppo troppo grande si potesse osservare la povertà. Questo fu il suo ideale dal principio della sua conversione sino alla fine: che in ogni cosa la povertà’fosse osservata appassionatamente.

Continuò: «Dopo considerata la terra indispensabile per il luogo, i frati dovranno andare dal vescovo della città e dirgli: Messere, un benefattore vorrebbe darci quel terreno, per amore di Dio e per la salvezza della sua anima, e ivi potremmo edificare il nostro luogo. Perciò ricorriamo a voi per primo, poiché siete padre e signore delle anime di tutto il gregge a voi affidato e di tutti i nostri fratelli che dimoreranno in questo luogo. Noi vogliamo costruire colà con la benedizione di Dio e la vostra».

 

 

16. Questo diceva Francesco perché il bene che i frati intendono fare tra le anime, meglio lo conseguono vivendo in armonia con il clero, guadagnandosi questo e il popolo, anziché, inimicandosi il clero, conquistare le moltitudini. Diceva: «Il Signore ci ha chiamati in aiuto della sua fede del clero e dei prelati della santa Chiesa romana. Siamo perciò obbligati ad amarli, onorarli, venerarli per quanto ci è possibile. Si chiamano frati minori perché come col nome, così con l’esempio e con i fatti devono essere piccoli più che tutti gli uomini del mondo.

E poiché fin dall’inizio della mia nuova vita il Signore pose sulla bocca del vescovo di Assisi la sua parola affinché mi consigliasse e desse forza nel servizio di Dio, per questo e per i molti altri carismi che vedo nei prelati, io voglio amare non solo i vescovi, ma anche i sacerdoti poverelli, e venerarli e considerarli miei padroni. E dopo ricevuta la benedizione del vescovo, vadano e scavino tutto intorno un grande fossato nel terreno ricevuto e vi piantino una folta siepe a guisa di muro, in segno di santa povertà e umiltà.

Facciano poi costruire case poverelle di fango e legno, e alcune celle dove i fratelli possano pregare e lavorare per maggiore edificazione e per schivare l’oziosità. Facciano anche erigere piccole chiese; non debbono farne di grandi, con il motivo di predicare al popolo o altra ragione, poiché è segno di maggiore umiltà e di più toccante esempio che vadano a predicare nelle altre chiese. Se talora prelati, chierici e religiosi o secolari verranno alle loro dimore, le cellette e le piccole umili chiese saranno esse stesse una predica, e i visitatori saranno edificati più da ciò che dalle parole».

Soggiunse: «Molte volte i frati fanno fare grandi edifici, violando la nostra santa povertà, provocando mormorazioni e malesempio in molti. Ogni volta che, per avere un luogo migliore e più degno di rispetto, o per un afflusso più grande di popolo essi, stimolati da cupidigia e avidità, abbandonano quei rifugi o edifici e li fanno abbattere per farne altri grandi e imponenti, restano molto scandalizzati e contristati i fedeli che hanno dato l’elemosina e gli altri che vedono queste esagerazioni. E miglior cosa quindi che i frati costruiscano piccoli edifici poverelli, osservando il loro ideale e dando buon esempio al prossimo, anziché agire contro quanto hanno promesso e così dare malesempio agli altri. Che se talvolta i frati lasciassero i loro modesti ospizi, presentandosi l’occasione di un rifugio più decoroso, lo scandalo sarebbe minore».

 

 

11.

 

COME I FRATI, SPECIE PRELATI E DOTTI,

CONTRASTARONO IL BEATO FRANCESCO

CHE VOLEVA ABITAZIONI E LUOGHI POVERI

 

 

17. Francesco aveva stabilito che le chiese dei frati fossero piccole e le loro abitazioni fatte soltanto di legno e fango, in segno di santa povertà e umiltà. E volle che si cominciasse a fare cosi nel luogo di Santa Maria della Porziuncola, particolarmente quanto alle case costruite di legno e fango, affinché rimanesse modello a tutti i frati presenti e futuri, poiché quello era il primo e principale luogo di tutto l’Ordine.

Alcuni frati non condividevano questa idea, dicendo che in alcune regioni il legname era più caro che le pietre, e non reputavano saggio apprestare abitazioni di legno e fango. Francesco non voleva fare polemiche, perché era gravemente malato e vicino a morire. Perciò allora fece scrivere nel suo Testamento: «Si guardino i frati dall’accettare chiese, abitazioni e ogni altro ambiente che venga costruito a loro uso, se non sia in carattere con la santa povertà. E vi dimorino come ospiti e forestieri».

 

 

18. Noi infatti che fummo con lui quando dettò la Regola e quasi tutti gli altri suoi scritti, facciamo testimonianza che nella Regola e negli altri suoi scritti (in cui molti frati furono contrari, specie prelati e dotti), disse molte cose che oggi sarebbero assai utili e necessarie a tutto l’Ordine. Ma poiché egli molto paventava lo scandalo, condiscendeva suo malgrado alla volontà dei fratelli.

Spesso tuttavia esclamava: «Guai a quei frati che mi contrastano in quello che conosco fermamente corrispondere al volere di Dio, per la maggiore utilità e necessità di tutto l’Ordine, sebbene controvoglia io accondiscenda alla loro volontà». E spesso si confidava con i compagni: «In questo sta il mio dolore e la mia afflizione: che in quelle cose che con molta perseveranza di preghiera e di riflessione ottengo da Dio, per sua misericordia e per utilità presente e futura di tutta la fraternità, e da Lui stesso ho prova che sono conformi al suo volere, alcuni frati, fidando sulla loro scienza e su errato intendimento, mi sono contrari, e svuotano il nostro ideale, dicendo: Queste cose sono da mantenersi, ma queste altre no».

 

 

12.

 

COME REPUTAVA FURTO CHIEDERE L’ELEMOSINA

E USARNE OLTRE IL BISOGNO

 

 

19. Frequentemente Francesco diceva queste parole ai suoi fratelli: «Non sono mai stato ladro di elemosine, nel chiedere o nell’usarne oltre il bisogno. Presi sempre meno di quanto mi occorreva, affinché gli altri poveri non fossero privati della loro parte; ché fare il contrario, sarebbe rubare».

 

 

13.

 

COME CRISTO GLI DISSE DI NON VOLERE CHE I FRATI

POSSEDESSERO COSA ALCUNA NÉ IN COMUNE

NÉ IN PRIVATO

 

 

20. I frati ministri cercavano di persuaderlo affinché concedesse qualcosa ai frati almeno in comune, cosi che gruppi tanto numerosi avessero delle riserve. Francesco allora invocò nell’orazione Cristo e lo interrogò sull’argomento; e il Signore rispose immediatamente: «Io toglierò ogni cosa posseduta in privato e in comune. A questa famiglia sarò sempre pronto a provvedere, per quanto essa cresca, e sempre la sosterrò finché nutrirà speranza in me»

 

 

14.

 

SUO DISPREZZO DEL DENARO

E COME PUNÌ UN FRATE PER QUESTO

 

 

21. Da vero amico e imitatore di Cristo, Francesco disprezzava pienamente tutte le cose del mondo, ma in modo particolare detestava il denaro, e indusse i fratelli con la parola e l’esempio a sfuggirlo come il demonio. I frati erano educati a considerare dello stesso valore denaro e rifiuti.

Accadde un giorno che un secolare entrasse a pregare nella chiesa della Porziuncola e ponesse un’offerta di denaro presso la croce. Allontanandosi quello, un frate raccattò con tutta semplicità i soldi, e li gettò sul bordo inferiore della finestra. Il fatto fu riferito a Francesco e quel frate, vistosi scoperto, domandò perdono e prosternato a terra si offrì alle percosse.

Lo riprese il beato Francesco, e molto duramente lo rimproverò di aver toccato denaro. Poi gli comandò di toglierlo con la bocca dalla finestra e di deporlo, sempre con la bocca, sopra lo sterco di un asino. Mentre quel frate si affrettava con gioia a compiere il comando, tutti quelli che videro e ascoltarono, furono ricolmi di grande timore. E da allora tennero ancor più a vile il denaro assimilato a sterco d’asino; e con nuovi esempi ogni giorno erano stimolati a disprezzarlo sempre più decisamente.

 

 

15.

 

COME EVITARE LE VESTI TROPPO DELICATE E ABBONDANTI,

E COME NELLE STRETTEZZE SI DEVE USARE PAZIENZA

 

 

22. Rivestito di fortezza dal cielo, Francesco era riscaldato più dal fuoco della grazia divina nell’intimo, che dalle vesti nel corpo. Non poteva soffrire chi era troppo coperto di vesti o chi senza necessità usava, nell’Ordine, indumenti delicati. Affermava che un bisogno indotto non dalla ragione, bensì dal capriccio, è sintomo che lo spirito langue. Diceva: «Quando lo spirito è tiepido e a poco a poco si raffredda nella grazia, per forza la carne e il sangue saltano su a imporre le loro esigenze». E ancora:«Che altro rimane, quando l’anima è priva delle delizie spirituali, se non che la carne ritorni ai suoi piaceri? Allora le brame animalesche si ammantano di necessità e il senso carnale deforma la coscienza.

Se il mio fratello è preso da vera necessità e tosto si affaccenda a soddisfarla, che premio meriterà? Gli capitò l’occasione di merito, ma egli dimostrò chiaramente che non lo gradiva. Non sopportare pazientemente la carenza di cose anche necessarie, non è altro che voler tornare in Egitto».

In nessun caso ammetteva che i frati avessero più di due tonache, che però concedeva fossero rattoppate con pezze. Diceva che le stoffe ricercate le aveva in orrore, e ruvidamente rimproverava quelli che facevano il contrario. E per eccitarli con il suo esempio, portava sempre cuciti sulla sua tonaca dei pezzi di sacco grossolano. E, morente, comandò che la tonaca per le esequie fosse ricoperta di sacco.

Invece ai frati, costretti da malattia o altra necessità, concedeva che portassero sulla carne un’altra tonaca morbida, purché conservassero di fuori un vestito rozzo e senza valore. Diceva pertanto con vivo rammarico: «Tanto ancora si rilasserà l’austerità e dominerà la mollezza, che i figli di un padre povero non si vergogneranno di portare panni di scarlatto cambiando soltanto il colore».

 

 

16.

 

COME NON VOLEVA SODDISFARE IL PROPRIO CORPO

IN QUELLE COSE DI CUI PENSAVA

CHE GLI ALTRI FRATI MANCASSERO

 

 

23. Soggiornando Francesco nel romitorio di Sant’Eleuterio presso Rieti, a motivo del freddo pungente cucì all’interno della sua tonaca e di quella del suo compagno alcune pezze. Poiché egli abitualmente non indossava che la sola tonaca, il suo corpo cominciò allora a provare un po’di benessere.

Poco dopo, di ritorno dall’orazione, con gran letizia disse al compagno: a Bisogna che io sia modello ed esempio a tutti i fratelli, e perciò, sebbene al mio corpo sia necessaria una tonaca rappezzata, bisogna nonostante ciò ch’io ponga mente agli altri miei fratelli, a cui è necessaria la stessa cosa, e forse non l’hanno né possono averla. Bisogna che io mi metta nelle loro condizioni, e sopporti le stesse privazioni che patiscono loro, affinché vedendo questo in me, siano animati a sopportarle con gran pazienza».

Quante e quanto grandi cose necessarie egli negasse al suo corpo per dare il buon esempio ai fratelli, onde essi con più pazienza sopportassero la loro indigenza, noi che siamo vissuti con lui non siamo in grado di spiegare con parole e con scritti. Dopo che i frati cominciarono a moltiplicarsi, Francesco impiegò un grande incessante zelo nell’insegnar loro, più a fatti che a parole, quello che dovevano fare o evitare.

 

 

17.

 

COME SI VERGOGNAVA SE VEDEVA QUALCUNO

PIÙ POVERO DI LUI

 

 

24. Ebbe una volta a imbattersi in un mendicante e, notandone la povertà, disse al suo compagno: «Gran vergogna suscita in noi la povertà di quest’uomo e molto rimprovera la nostra povertà. Mai mi vergogno tanto, come quando trovo qualcuno più miserello di me, avendo io scelto la santa povertà per mia signora e per mia delizia e ricchezza spirituale e materiale; e in tutto il mondo è corsa questa fama: che cioè io ho fatto professione di povertà davanti a Dio e agli uomini».

 

 

18.

 

COME INDUSSE E AMMAESTRO I PRIMI FRATI

A RECARSI A CHIEDERE L’ELEMOSINA

 

 

25. Quando il beato Francesco cominciò ad avere dei fratelli, talmente si allietava della loro conversione e che il Signore gli avesse dato una compagnia buona, tanto li amava e venerava, che non diceva loro di andare all’elemosina soprattutto perché gli pareva che se ne vergognassero. E così, indulgendo alla loro ritrosia, andava ogni giorno lui solo ad accattare. Ma questo lo affaticava troppo, perché nel mondo aveva menato una vita delicata, inoltre aveva una complessione fragile, e si era ancor più indebolito per l’eccesso dei digiuni e dell’austerità.

Visto che non riusciva a reggere da solo a tale strapazzo e considerando che anche gli altri erano chiamati a quella fatica, sebbene se ne vergognassero, poiché non si erano ancora pienamente immedesimati dell’ideale né erano cosi sensibili da dire: «Vogliamo noi pure venire a chieder la carità», disse loro: «Fratelli e figli carissimi, non vergognatevi di andare per l’elemosina, poiché il Signore stesso si fece povero per amore nostro in questo mondo, e sull’esempio suo noi scegliamo la vera povertà. Questa è l’eredità che il Signore nostro Gesù Cristo acquistò e lasciò a noi e a tutti quelli che, seguendo il suo esempio, vogliono vivere nella santa povertà. In verità vi dico, che molti fra i più nobili e dotti di questo mondo verranno alla nostra fraternità, e stimeranno grande onore e grazia andare per l’elemosina. Andate dunque a carità, fiduciosi e lieti nell’animo, con la benedizione di Dio. E dovete provare più gioia elemosinando, che un uomo il quale per un soldo desse in cambio cento denari, poiché offrite, a quanti domandate la carità, l’amore di Dio, in contraccambio, dicendo: " Per amore del Signore Dio, fateci la carità!". E al confronto di questo amore, cielo e terra sono un nulla».

Poiché però i frati erano pochi, non poté inviarli a due a due, ma ciascuno separatamente, per castelli e villaggi.

E tornando essi con le elemosine che avevano racimolato, ognuno le mostrava a Francesco. E uno diceva all’altro: «Io ho raccolto più elemosine di te!». Si allietò Francesco, vedendoli così ilari e giocondi. E da allora ognuno domandava spontaneamente di andare alla questua.

 

 

19.

 

COME NON VOLEVA CHE I FRATI FOSSERO ANSIOSI

NEL PROVVEDERE AL DOMANI

 

 

26. In quello stesso tempo Francesco viveva con i compagni in tale povertà da osservare in tutto e per tutto alla lettera il Vangelo, e ciò dal giorno in cui il Signore gli rivelò che lui e i fratelli vivessero secondo l’ideale evangelico. Proibì quindi al frate che faceva la cucina di porre la sera i legumi a bagno in acqua calda, dovendoli dare da mangiare ai frati nel giorno seguente, come si usa fare; e ciò per osservare la parola del Vangelo: «Non vogliate essere preoccupati per il domani».

E così quel frate li metteva a bagno dopo la recita del mattutino, quando albeggiava il giorno in cui i legumi dovevano essere mangiati. E per lungo tempo parecchi frati in molti luoghi osservarono questa consegna, specialmente in città, non volendo raccogliere o ricevere più elemosine di quelle indispensabili per un solo giorno.

 

 

20.

 

COME RIMPROVERÒ CON LA PAROLA E L’ESEMPIO

I FRATELLI CHE AVEVANO IMBANDITA RICCA MENSA

NEL GIORNO DI NATALE

 

 

27. Un ministro dei frati si era recato da Francesco, per celebrare con lui la solennità del Natale, nel luogo di Rieti. E i frati, per festeggiare il ministro e la ricorrenza, prepararono le mense in maniera alquanto distinta e ricercata il giorno di Natale, stendendo belle tovaglie con vasellame di vetro.

Scendendo Francesco dalla cella per desinare, vide che erano state poste mense più elevate e preparate con cura. Tosto si allontanò nascostamente, prese il bastone e il cappello di un povero venuto colà quel giorno e, chiamato sottovoce uno dei suoi compagni, uscì fuori dalla porta del luogo, a insaputa dei frati. Il compagno restò dentro, vicino alla porta. Intanto i frati entrarono alla mensa, poiché Francesco aveva ordinato che non lo aspettassero, quando non fosse giunto all’ora della refezione.

Rimasto fuori un po’di tempo, bussò alla porta e il suo compagno tosto gli aprì; il Santo, avanzando col cappello sul dorso e il bastone in mano, andò all’uscio della stanza in cui i frati desinavano. E come un pellegrino e povero implorava: «Per amore del Signore Dio, fate l’elemosina a questo pellegrino povero e malato!». Il ministro e gli altri lo riconobbero subito. Il ministro gli rispose: «Anche noi siamo poveri, fratello, e poiché siamo in molti le elemosine che abbiamo sono sufficienti al nostro bisogno. Ma per amore di quel Dio, che hai nominato, entra nella stanza e divideremo con te le elemosine donateci da Dio».

Entrò Francesco e si fermò in piedi davanti alla tavola dei frati; il ministro gli diede la scodella in cui mangiava e del pane. Egli li prese umilmente, sedette vicino al fuoco, di fronte ai fratelli seduti a tavola, e sospirando disse loro: «Vedendo una mensa apprestata con tanta eleganza e ricercatezza, ho pensato che non fosse la tavola di religiosi poveri che ogni giorno vanno a carità di porta in porta. A noi, miei cari, si addice seguire l’esempio della umiltà e povertà di Cristo più che agli altri religiosi, poiché a questo siamo chiamati e questo abbiamo promesso davanti a Dio e agli uomini. Adesso sì mi sembra di star seduto come si conviene a un frate minore, poiché le solennità del Signore sono più onorate con l’indigenza e la povertà, per mezzo della quale i santi si guadagnarono il cielo, anziché con la raffinatezza e la ricerca del superfluo, a causa delle quali l’anima si allontana dal cielo».

Di ciò arrossirono i fratelli, considerando ch’egli parlava la purissima verità. E alcuni cominciarono a piangere forte, vedendo Francesco seduto per terra, e come puramente e santamente aveva voluto correggerli e ammaestrarli. Ammoniva invero i frati ad avere mense basse e semplici, in modo che i secolari ne traessero edificazione, e se qualche povero sopraggiungesse invitato dai frati, potesse sedersi alla pari e vicino a loro, non il povero per terra e i frati più in alto.

 

 

21.

 

COME IL CARDINALE DI OSTIA PIANSE E RIMASE EDIFICATO

DALLA POVERTÀ DEI FRATI

 

 

28. Il cardinale di Ostia, che fu poi papa Gregorio, essendo venuto al Capitolo dei frati a Santa Maria della Porziuncola, entrò nella loro abitazione con molti cavalieri ed ecclesiastici per vedere il dormitorio dei frati. Osservando che i frati giacevano per terra e non avevano niente sotto di sé, eccettuata un po’di paglia e alcune coltri miserabili e quasi tutte a brandelli e nessun cuscino, scoppiò in un pianto dirotto alla presenza di tutti, dicendo: a Ecco, qui dormono i frati. E noi abbiamo tante cose superflue. Che sarà di noi?». E lui e gli altri restarono molto edificati. E non vide alcuna mensa, poiché i frati mangiavano per terra; infatti fino a quando visse il beato Francesco, tutti i frati sempre in quel luogo mangiavano per terra.

 

 

22.

 

COME ALCUNI CAVALIERI EBBERO IL NECESSARIO

ELEMOSINANDO DI PORTA IN PORTA,

SECONDO IL CONSIGLIO DEL BEATO FRANCESCO

 

 

29. Stando Francesco nel luogo di Bagnara, sopra la città di Nocera, cominciarono i suoi piedi a enfiarsi fortemente per l’idropisia; e ivi ammalò gravemente. Venuti a conoscere la cosa gli abitanti di Assisi, alcuni cavalieri vennero precipitosamente a quel luogo per condurre il Santo ad Assisi, per paura che morisse là e altri avessero il santo corpo di lui.

Mentre lo riconducevano, fecero sosta in un borgo del contado assisano per pranzare; Francesco si riposò nella casa di un povero che volentieri lo aveva accolto, mentre i cavalieri giravano per il paese a comprare le cose loro necessarie, ma senza poterle trovare. Tornarono perciò da Francesco e gli dissero facendo gli spiritosi: a Fratello, è necessario che voi ci diate delle vostre elemosine, poiché non troviamo niente da mangiare». Con grande fervore di spirito il Santo rispose: a Per questo non avete trovato: perché confidate nelle vostre mosche cioè nel denaro, e non in Dio. Tornate ora alle case dove andaste per comprare e, lasciando cadere il rispetto umano, domandate la carità per amore di Dio, e quelli per ispirazione divina vi daranno in abbondanza».

Quelli andarono, chiesero l’elemosina come aveva consigliato Francesco, e fu loro donato con grande letizia e generosità. Capirono allora che il fatto aveva del miracoloso e tornarono da Francesco pieni di gioia, lodando il Signore.

 

 

30. Secondo il Santo, era cosa molto nobile e degna davanti a Dio e davanti agli uomini, chiedere l’elemosina per amore del Signore Dio. Invero, tutte le cose che il Padre creò a utilità dell’uomo, dopo il peccato vengono concesse come in elemosina a degni e indegni per amore del diletto suo Figlio. Diceva che dovrebbe il servo di Dio domandar la carità più volentieri e gioiosamente di uno che, per la sua ricchezza e cortesia, andasse dicendo: a chiunque mi darà una moneta che vale un solo denaro, io darò mille marchi d’oro!». In realtà, il servo di Dio chiedendo l’elemosina offre in cambio l’amore di Dio a quelli cui si rivolge; e, a confronto con l’amore di Dio, sono un nulla le cose del cielo e della terra.

Con questo spirito, prima che i frati si fossero moltiplicati e anche dopo, quando andava a predicare per il mondo, se era invitato da qualche nobile o ricco per vitto e alloggio, sempre all’ora del pasto usciva per questuare e poi tornava alla casa ospitale, e ciò per dare buon esempio e in omaggio alla signora Povertà.

E molte volte colui che aveva invitato il Santo, lo pregava di non uscire per elemosina. Egli rispondeva a Non voglio lasciare la mia dignità regale, la mia eredità, la professione mia e dei miei fratelli, che è di andare elemosinando di porta in porta». E talora l’ospitante in persona si univa a lui e prendeva le elemosine che Francesco veniva ricevendo: poi, per devozione verso il Santo, le conservava come reliquie. Colui che ha scritto questi ricordi, vide molte volte queste cose e ne fa testimonianza.

 

 

23.

 

COME ANDÒ PER ELEMOSINA

PRIMA DI SEDERSI ALLA MENSA DEL CARDINALE

 

 

31. Una volta, avendo Francesco fatto visita al cardinale di Ostia, che fu poi papa Gregorio, all’ora del desinare andò, quasi di soppiatto, a questuare di porta in porta. Quando rientrò, il cardinale si era già accomodato a tavola con molti cavalieri e nobili. Entrato che fu, Francesco pose sulla mensa davanti al cardinale le elemosine che aveva raccolto e sedette accanto a lui, poiché quel prelato voleva che Francesco gli sedesse sempre vicino. Il cardinale restò un poco male che egli fosse andato a raccogliere elemosine, e le avesse poi poste sulla mensa; ma non disse nulla, per non urtare i convitati.

Quand’ebbe mangiato qualche boccone, Francesco prese le sue elemosine e le distribuì in nome del Signore a ognuno dei cavalieri e dei cappellani del cardinale. Tutti le ricevettero con grande letizia e devozione, levandosi il cappuccio o altro copricapo; alcuni ne mangiarono, altri riposero quei frustoli in segno di devozione. Molto si rallegrò di questo il cardinale di Ostia, tanto più che quelle elemosine non erano di pane di frumento.

Dopo il pranzo, egli andò alla sua camera conducendo con sé Francesco e, levando le braccia, lo strinse con viva gioia ed esultanza, dicendo: «Perché, fratello mio semplicione, mi hai fatto arrossire, andando alla questua mentre eri ospite in casa mia, che è la casa dei tuoi frati?».

Il beato Francesco gli rispose: «Ma no, messere; io vi ho reso un grandissimo onore, poiché quando il suddito fa il suo dovere e soddisfa all’obbedienza verso il suo signore fa onore al suo signore!». E seguitò: «Devo essere modello ed esempio dei vostri poveri, soprattutto perché so che in questo Ordine ci sono e ci saranno frati, minori di nome e di fatto, che per amore di Dio e ispirazione dello Spirito Santo, che in ogni cosa li ammaestrerà, si chineranno a ogni umiltà e sottomissione e servizio dei loro fratelli. Purtroppo ci sono e ci saranno di quelli che, trattenuti dal rispetto umano o per cattive abitudini, sdegnano e sdegneranno di umiliarsi e adattarsi a andare alla questua o a fare altri umili lavori. E per questo, occorre che io insegni con i fatti a quelli che sono e saranno nell’Ordine, affinché in questa vita e nell’altra siano inescusabili davanti a Dio.

Trovandomi in casa vostra, che siete il nostro signore e nostro Papa, o presso altri personaggi altolocati e ricchi di questo mondo, che per amore del Signore Dio con viva devozione non solo mi ricevete nelle vostre dimore ma mi imponete la vostra ospitalità, io non voglio vergognarmi di uscire per elemosinare. Voglio invece considerare, secondo Dio, che questa è la più sublime nobiltà e regale dignità un gesto di onore verso colui che, pur essendo Signore di tutto, volle per amore nostro farsi servo di tutti; ed essendo ricco e glorioso nella sua maestà, venne povero e disprezzato nella nostra misera condizione.

Orbene, io voglio che i frati presenti e futuri sappiano che ho maggior consolazione dell’anima e del corpo quando siedo a una povera mensa di frati e mi vedo dinanzi le povere elemosine accattate di porta in porta per amore di Dio, che quando sto alla tavola vostra e di altri signori, preparata con laute pietanze. Infatti, il pane dell’elemosina è pane santo, santificato dall’amore e dalla lode di Dio, poiché quando un fratello va alla cerca, dice innanzi tutto: – Sia lodato e benedetto il Signore Dio! – Poi aggiunge: – Fateci l’elemosina per amore del Signore. –».

Fu molto commosso il cardinale udendo questo discorso, e gli disse: «Figlio mio, fai quello che ti sembra buono, poiché Dio è con te e tu con Lui!».

Tale era proprio la volontà di Francesco, e ripetute volte ebbe a dire che un frate non doveva stare a lungo senza andare per elemosina, a motivo del grande merito che ne avrebbe ricavato e per non vergognarsi poi di andare alla cerca. E certo, quanto più un frate era stato nobile e di alta condizione nel mondo, tanto maggiormente Francesco si rallegrava e prendeva edificazione di lui, vedendolo andare a carità e compiere gli umili lavori che allora facevano i frati.

 

 

24.

 

DEL FRATELLO CHE NON PREGAVA NÉ LAVORAVA,

PERÒ MANGIAVA GAGLIARDAMENTE

 

 

32. Nei primordi dell’Ordine, quando i frati dimoravano a Rivotorto nei paraggi di Assisi, c’era tra loro un tale che poco pregava, non lavorava né voleva andare per elemosina, ma mangiava forte.

Badando a queste cose, Francesco conobbe per rivelazione dello Spirito Santo che quello era un uomo mondano, e allora gli disse: «Va’per la tua strada, frate mosca, poiché vuoi mangiare la fatica dei tuoi fratelli e rimanere ozioso nel lavoro di Dio, come il fuco ozioso e sterile, che non lavora e nulla porta all’alveare, e poi divora la fatica e il miele raccolto dalle api lavoratrici!».

Quello se ne andò per la sua strada, ed essendo uomo mondano, non domandò e non ottenne misericordia.

 

 

25.

 

COME USCÌ ESULTANTE INCONTRO A UN POVERO,

CHE PASSAVA CON LE ELEMOSINE LODANDO DIO

 

 

33. Un’altra volta, trovandosi Francesco alla Porziuncola, un povero, di profonda vita spirituale, camminava per via con le sue elemosine, e intanto lodava Dio a voce alta con grande letizia.

Quando il mendicante fu nei pressi della chiesa di Santa Maria, Francesco lo udì, e immediatamente con vivo ardore e gioia gli si fece incontro sulla strada, e tutto felice baciò l’omero sul quale portava la bisaccia con l’elemosina. Prese poi quella bisaccia, se la pose sul proprio omero e così la portò nella dimora dei frati. E in loro presenza disse: «Così voglio che ogni mio frate vada e ritorni con l’elemosina, felice e contento e lodando Dio».

 

 

26.

 

COME GLI FU RIVELATO DAL SIGNORE

CHE I FRATI DOVEVANO CHIAMARSI «MINORI»,

E DOVEVANO ANNUNZIARE LA PACE E LA SALVEZZA

 

 

34. In altra occasione disse il beato Francesco: «L’Ordine e la vita dei frati minori può assomigliarsi a un piccolo gregge, che il Figlio di Dio, in questi ultimi tempi, chiese al suo Padre celeste dicendo: – Padre, vorrei tu creassi e dessi a me un nuovo popolo e umile in quest’ora ultima, e che fosse dissimile per umiltà e povertà da tutti gli altri che l’hanno preceduto, e fosse contento di non possedere che me –. Rispose il Padre al figlio diletto: – Figlio mio, ti è concesso quanto hai domandato –».

Diceva ancora Francesco che Dio volle e rivelò a lui che i frati si chiamassero «minori», perché questo è il popolo povero e umile, che il Figlio chiese al Padre suo. E di questo popolo che il Figlio di Dio parla nel Vangelo: Non temete, o piccolo gregge, poiché piacque al Padre vostro dare a voi il Regno. E ancora: Quello che avrete fatto a uno dei miei fratelli minori, lo avete fatto a me. Sebbene il Signore alludesse qui a tutti i poveri in spirito, in modo particolare però predisse che sarebbe venuta nella sua Chiesa la schiera dei fratelli minori.

Perciò come fu rivelato a Francesco che il suo dovesse chiamarsi Ordine dei frati minori, così fece scrivere nella prima Regola, che egli portò a papa Innocenzo III, il quale l’approvò e concesse, annunziandolo poi pubblicamente nel Concistoro.

 

 

35. Il Signore gli rivelò inoltre il saluto che i frati dovevano dire, e Francesco lo fece notare nel suo Testamento così: «Il Signore mi rivelò che dovessi dire come saluto: Il Signore ti dia pace!».

Nei primordi dell’Ordine, andando Francesco con un fratello che apparteneva ai primi dodici, costui salutava uomini e donne per via e quelli che stavano nei campi con le parole: Il Signore vi dia pace! Ma poiché la gente non aveva ancora udito dalla bocca di alcun religioso un tale saluto, molto se ne stupiva. Altri, seccati, replicavano: «Cosa vuol dire questo vostro saluto?». Talmente che quel frate cominciò a sentirsi imbarazzato, e disse a Francesco: «Concedimi di dire un altro saluto».

Rispose Francesco: «Lasciali dire, ché non comprendono le cose di Dio. Ma non te ne vergognare, perché perfino nobili e principi di questo mondo mostreranno riverenza a te e agli altri frati in grazia di questo saluto. Invero, cosa grande è che il Signore abbia voluto avere un nuovo e piccolo popolo, differente nella vita e nel parlare da tutti quelli venuti prima, e contento di non possedere che Lui solo, altissimo e glorioso».

 

 

 

 

PARTE SECONDA

 

DELLA CARITÀ,

COMPASSIONE E CONDISCENDENZA

VERSO IL PROSSIMO

 

 

27.

 

SUA TENEREZZA VERSO UN FRATELLO CHE MORIVA DI FAME,

E COME MANGIÒ CON LUI E AMMONÌ I FRATELLI

A USARE DISCREZIONE NELLA PENITENZA

 

 

36. Nel tempo in cui Francesco cominciò ad avere dei fratelli e abitava con essi a Rivotorto presso Assisi, una volta, sulla mezzanotte, mentre stavano riposando, un frate si mise a gridare: «Muoio! muoio!». Tutti si svegliarono stupefatti e spaventati. Francesco si alzò e disse: «Fratelli, levatevi e accendete un lume». Acceso che fu il lume, il Santo interrogò: «Chi ha detto: Muoio?». Quel frate rispose: «Sono stato io». E Francesco: «Ma che hai? di che cosa stai morendo?». E quello: «Muoio di fame!».

Allora Francesco fece preparare la mensa e, da uomo pieno di affetto e sensibilità, si mise a mangiare con lui, affinché non si vergognasse di prendere cibo da solo. Volle anzi che tutti gli altri frati partecipassero al pasto.

Come tutti i presenti, anche quel fratello si era da poco convertito al Signore, e come loro soleva affliggere il corpo oltre misura. Dopo la refezione, disse Francesco: «Carissimi, vi esorto a studiare ognuno la propria complessione, poiché sebbene qualcuno possa sostentarsi con meno cibo che un altro, voglio tuttavia che colui il quale ha bisogno di un nutrimento più abbondante, non lo imiti in questo. Ciascuno, conoscendo il proprio stato fisico, dia al suo corpo il sostentamento necessario, così che sia in grado di servire allo spirito. Come siamo obbligati ad astenerci dal cibo superfluo che appesantisce il corpo e l’anima, cosi dobbiamo rifuggire un digiuno esagerato, poiché il Signore vuole misericordia e non sacrificio».

 

 

Soggiunse: «Quello che ho fatto io, fratelli carissimi cioè di mangiare insieme al fratello mio affinché non si vergognasse a cibarsi da solo, è stato ispirato dalla grande necessità e da amore. Però in avvenire non voglio comportarmi così; non sarebbe degno di religiosi né conveniente. Quindi voglio e ordino che ogni fratello doni al suo corpo il necessario, a misura della nostra povertà».

 

 

37. I primi frati e quelli che vennero dopo di loro per lungo tempo, affliggevano il loro corpo fuor d’ogni misura astenendosi da cibo e bevande, rinunciando al sonno, non riparandosi dal freddo, vestendo ruvidi panni, lavorando con le loro mani, portando sulla carne cerchi di ferro e aspre corazze e cilizi. Il padre santo, considerando che con tali durezze ascetiche i fratelli rischiavano di ammalarsi e altri erano già caduti infermi, in un Capitolo proibì che si portasse sulle carni altro che la tonaca.

Noi, che siamo vissuti con lui, possiamo attestare che in tutto il corso della sua vita egli fu verso i fratelli discreto e moderato, in modo però ch’essi non deviassero mai dalla povertà e dallo spirito del nostro Ordine. Lui però, il nostro padre santissimo, dal momento della conversione e fino alla morte, fu austero verso il suo corpo, sebbene fosse di costituzione fragile e, quando viveva nella sua famiglia, fosse costretto a usarsi molti riguardi.

Osservando una volta come i frati violavano la povertà e la frugalità nei cibi e in ogni cosa, in una predica rivolta ad alcuni frati, ma diretta a tutti, ebbe a dire: «I miei fratelli non pensano che al mio corpo sarebbe necessaria un’alimentazione migliore; ma poiché bisogna che io sia modello ed esempio a tutti i frati, voglio esser contento di scarsi e miseri cibi, e usare d’ogni altra cosa secondo povertà, aborrendo tutto ciò che sia costoso e ricercato».

 

 

28.

 

COME CONDISCESE A UN FRATE MALATO,

MANGIANDO UVA CON LUI

 

 

38. Un’altra volta, trovandosi Francesco nello stesso luogo, un fratello, molto spirituale e da tempo nell’Ordine, era malato e senza forze. Francesco ebbe compassione di lui. Allora i frati sia sani che malati con grande letizia vivevano nella povertà come fossero nell’abbondanza; nelle infermità non usavano medicine e neppure le richiedevano, anzi prendevano volentieri cose nocive alla salute. Sicché Francesco disse fra sé: «Se questo fratello, di buon mattino, mangiasse dell’uva matura, credo che ne avrebbe giovamento». Così pensò e così fece. Si alzò di fatto un giorno di buon’ora, chiamò segretamente quel frate, lo condusse in una vigna vicina al luogo e scelse una vite dai grappoli maturi. E sedendosi accanto a quella, cominciò a mangiare l’uva insieme con lui affinché non si vergognasse a mangiar da solo. Così il frate riprese forza, e insieme lodarono il Signore.

Quel frate si ricordò per tutta la vita della compassione e dell’affetto che il padre santo gli aveva dimostrato, e con devozione grande ricordava piangendo ai fratelli quel fatto.

 

 

29.

 

COME SPOGLIÒ SÉ E IL COMPAGNO

PER VESTIRE UNA POVERA VECCHIA

 

 

39. Presso Celano, in tempo d’inverno, Francesco indossava un panno a guisa di mantello, prestatogli da un amico dei frati. E venne a lui una vecchietta, chiedendo l’elemosina. Egli immediatamente si tolse di dosso quel panno e sebbene non fosse suo, lo donò alla povera vecchia, dicendo: «Va’, e fattene un vestito, poiché ne hai molto bisogno».

La vecchietta sorrise e stupefatta, non so se per timore o per gioia, prese il panno dalle mani di lui, e preoccupata che indugiando non rischiasse di perdere il dono, si allontanò in fretta e tagliò il panno con le forbici. Ma accorgendosi che la stoffa non bastava per confezionare un vestito, ricorse alla bontà del Santo, per mostrargli che il panno era troppo scarso. Il Santo volse gli occhi al compagno che portava sulle spalle un mantello uguale al suo, e gli disse: «Senti cosa dice questa poverella? Sopportiamo il freddo per amor di Dio, e lascia a questa povera quel panno, così che possa completare il suo vestito». Il compagno se ne privò subito, proprio come aveva fatto il Santo. Così entrambi restarono senza mantello, per vestire la poverella.

 

 

30.

 

COME STIMAVA FURTO

NON DARE IL MANTELLO A CHI NE AVEVA PIÙ BISOGNO

 

 

40. Tornando da Siena, incontrò un povero e disse al compagno: «Dobbiamo restituire il mantello a questo poveretto, a cui appartiene. Noi lo abbiamo preso a prestito, fino a che non trovassimo uno più povero di noi».

Ma il compagno, vedendo il bisogno del caritatevole padre, si opponeva tenacemente che se ne privasse per provvedere a un altro. E Francesco: «Non voglio esser ladro! Saremmo infatti accusati di furto, se non dessimo il mantello a chi è più bisognoso». Così il Santo regalò al povero il proprio mantello.

 

 

31.

 

A CHE PATTO DIEDE UN MANTELLO NUOVO

A UN POVERO

 

 

41. Presso la Celle di Cortona, Francesco portava un mantello nuovo, che i frati avevano acquistato apposta per lui. Giunse al luogo un povero, piangendo la moglie morta e la famiglia misera e derelitta.

Preso da compassione, il Santo disse: «Ti dò il mantello, a patto che tu non lo ceda a nessuno, se non sia disposto a comprarlo pagandolo bene». Udendo Ciò, i frati corsero verso il povero per togliergli il mantello. Ma lui, facendosi coraggio sotto lo sguardo di Francesco, teneva stretto a due mani l’indumento. Alla fine i frati riscattarono il mantello, consegnando al povero il prezzo dovuto.

 

 

32.

 

COME UN POVERO,

PER UN’ELEMOSINA DEL BEATO FRANCESCO,

CESSÒ DALL’ODIARE E INGIURIARE IL SUO PADRONE

 

 

42. Presso Colle, nel contado di Perugia, Francesco incontrò un uomo, che aveva conosciuto in precedenza, mentre viveva nel mondo. E gli disse: «Come va, fratello?».

Ma quello, tutto in collera, prese a scagliare maledizioni contro il suo padrone: «Per colpa del mio padrone, che Dio lo maledica, non può andarmi che male, poiché mi ha rapinato ogni mio avere».

Vedendo Francesco che quello persisteva nel suo odio mortale, ebbe pietà dell’anima sua e gli rispose: «Fratello, per amore di Dio perdona al tuo padrone! Libera la tua anima, e forse colui ti restituirà gli averi che ti ha tolto. Altrimenti, perduti i tuoi beni, tu perderai anche l’anima tua». Ma l’altro insistette: «Non potrò perdonargli sinceramente, finché non mi abbia restituito il mio».

Allora Francesco gli disse: a Ecco, ti dono questo mantello, e ti prego di perdonare al tuo padrone per amore del Signore Dio». Subito il cuore di quell’uomo fu raddolcito e, indotto dal beneficio, smise di ingiuriare il padrone.

 

 

33.

 

COME MANDÒ IL SUO MANTELLO A UNA POVERA DONNA

CHE SOFFRIVA D’OCCHI COME LUI

 

 

43. Una poverella venne da Machilone a Rieti per curarsi una malattia agli occhi. Quando il medico andò da Francesco, gli riferì: «Fratello, è venuta da me una donna malata di occhi, ed è tanto povera che devo io farle le spese».

A sentir questo, il Santo ne fu commosso e fatto chiamare uno dei frati, che era il suo guardiano, gli disse: «Frate guardiano, bisogna che restituiamo quello che non è nostro». E quello: «Cos’è che non è nostro, fratello?». Rispose: «Questo mantello qui che abbiamo preso a prestito da quella donna povera e malata, bisogna le venga reso». Concluse il guardiano: «Fratello, fai quello che ti sembra meglio».

Allora Francesco, tutto felice, fece venire un suo amico di molta spiritualità, e gli disse: «Prendi questo mantello e dodici pani, va’da quella povera donna malata d’occhi e dille: – Quel povero a cui hai prestato questo mantello ti ringrazia. Riprendilo: è tuo –».

Quello andò e ripeté alla donna le parole di Francesco. Ma la donna, temendo di esser presa in giro, gli disse tra impaurita e infastidita: «Lasciami in pace. Non capisco quello che dici». Ma lui le consegnò il mantello e i dodici pani. Essa, constatando che aveva parlato sul serio, accettò con commozione e rispetto, felice, lodando il Signore. E temendo che il regalo le venisse portato via, si levò di nascosto nella notte e tornò con gioia a casa sua. Francesco aveva stabilito con il guardiano che ogni giorno, finché fosse rimasta lì, le venissero pagate le spese.

Noi che siamo vissuti con lui, possiamo testimoniare di che infinita carità e bontà egli fosse verso malati e sani, non solo suoi frati, ma tutti i poveri. E le cose più strettamente necessarie al suo corpo, che i frati talora acquistavano con non poco zelo e fatica, egli rabbonendoci prima perché non ci agitassimo, dava con molta letizia intima ed anche esteriore ai poveri, privandone se stesso.

E per questo il ministro generale e il guardiano suo gli avevano ordinato di non dare a nessuno, senza loro permesso, la sua tonaca.

Perché spesso i frati, sospinti da devozione, gli chiedevano la tonaca e lui subito la dava, talvolta dividendola, e una parte conservando per sé (poiché non indossava che la sola tonaca), una parte dandola in regalo.

 

 

34.

 

COME DIEDE UNA TONACA AI FRATI,

CHE GLIELA CHIEDEVANO PER AMORE DI DIO

 

 

44. Una volta, che andava predicando in una regione, gli si fecero incontro due frati francesi i quali, avendo ricevuto da lui una grande consolazione, gli chiesero la sua tonaca per amore di Dio. Non appena sentì nominare l’amor di Dio, Francesco si levò la tonaca e la consegnò a loro rimanendo svestito per qualche ora.

Poiché quando gli veniva ricordato l’amore di Dio, sia che gli si chiedesse la corda o la tonaca o qualunque altra cosa, non diceva mai di no a nessuno. E molto gli dispiaceva e spesso rimproverava i frati allorché li udiva nominare inutilmente l’amore di Dio. Diceva: «Così stupendamente alto e prezioso è l’amore di Dio, che non dovrebbe essere nominato che raramente, per grande necessità e con molta riverenza».

E uno di quei frati si levò la propria tonaca e la diede a lui. Similmente quando dava la tonaca o una parte di essa a qualcuno, pativa gran privazione e tribolazione, poiché non poteva averne tanto presto un’altra, specie esigendo che sempre fosse poverissima e talora rappezzata dentro e fuori. E mai, o di rado, si adattava a indossare una tonaca confezionata di panno nuovo, ma si faceva dare da un altro frate la veste portata per lungo tempo. Talvolta prendeva una parte della tonaca da un frate, e l’altra parte da un altro. All’interno ci adattava talora un panno nuovo, a motivo delle sue molte malattie e per riparare dal freddo lo stomaco e la milza.

Conservò questa povertà e la osservò fino a quando migrò al Signore. Pochi giorni avanti il suo trapasso, poiché era idropico e quasi disseccato e afflitto da numerose infermità, i frati gli prepararono parecchie tonache affinché, secondo il bisogno, potesse mutarle giorno e notte.

 

 

35.

 

COME VOLLE DARE DI NASCOSTO A UN POVERO

UNA PEZZA DI PANNO

 

 

45. Un povero venne al beato Francesco e chiese ai fratelli per amore di Dio un pezzo di panno. Ciò udendo, il Santo disse a un frate: «Cerca per la casa, se puoi trovare qualche pezzo di panno, e dallo a quel povero». Dopo aver girato tutta la casa, quel frate disse che non se ne trovava.

Ma Francesco, affinché quel mendico non se ne tornasse a mani vuote, andò in un luogo appartato, perché il guardiano non glielo impedisse, e sedendo prese un coltello e cominciò a tagliare alla sua tonaca una pezza cucita al di dentro, per poterla consegnare a quel povero.

Senonché il guardiano si accorse di quanto succedeva, andò difilato da lui e gli fece proibizione di far ciò, poiché era malato, e poi faceva un gran freddo che Francesco pativa tanto. Gli disse Francesco: «Se vuoi che non dia un pezzo della mia veste, occorre assolutamente che tu gliene procuri in altra maniera a quel fratello povero». Così i frati diedero al mendicante un po’di stoffa strappata ai loro indumenti, cedendo all’insistenza del Santo.

Quando andava per il mondo a predicare, camminando a piedi, o stando in groppa a un asino quando era infermo, o anche montato a cavallo quando gli era strettamente necessario (giacché altrimenti non si permetteva di cavalcare, e fece un’eccezione solo poco prima della morte), se qualche frate gli imprestava un mantello, non lo voleva accettare che a patto di poterlo donare a qualunque povero incontrasse o venisse a lui, quando il cuore gli faceva intuire che fosse necessario.

 

 

36.

 

COME DISSE A FRATE EGIDIO

DI DARE IL MANTELLO A UN POVERO

 

 

46. Nei primordi dell’Ordine, sostando Francesco a Rivotorto con i due compagni, che soli allora aveva ecco un uomo di nome Egidio, che fu il terzo fratello, venire a lui per abbracciare la sua vita.

Egli rimase alquanti giorni con i vestiti che aveva portato nel mondo. Arrivò a quel luogo un povero a chiedere l’elemosina al beato Francesco. Questi, rivolgendosi a Egidio, gli disse: «Dona al fratello povero il tuo mantello». Ed Egidio con grande gioia se lo tolse di dosso e lo consegnò al mendicante.

Immediatamente Dio fece scendere una grazia nuova nel cuore di Egidio, che aveva dato al povero il suo mantello. Così, accolto nella fraternità dal beato Francesco, egli sempre avanzò nella virtù fino a toccare la più alta perfezione.

 

 

37.

 

DELLA PENITENZA CHE INFLISSE A UN FRATELLO

CHE AVEVA GIUDICATO MALE UN POVERO

 

 

47. Andato Francesco a predicare, in un luogo di frati presso Rocca di Brizio, accadde che nel giorno stesso in cui aveva da predicare, si presentasse a lui un povero ammalato. Preso da compassione, Francesco cominciò a parlare al suo compagno della povertà e della malattia di quello. Il compagno però rispose: «Fratello, è vero che costui sembra tanto povero, ma forse in tutta la provincia non esiste un uomo che, nel desiderio, sia più ricco di lui».

Subito, Francesco lo rimproverò duramente, sicché il compagno confessò la sua colpa. Francesco riprese: «Vuoi fare la penitenza che ti imporrò?». Replicò il compagno: «La farò volentieri». Francesco riprese: «Va’, svesti la tonaca e gettati così ai piedi del povero e digli in qual modo hai peccato contro di lui, denigrandolo; e digli che preghi per te».

Il compagno andò e fece tutto quello che Francesco gli aveva indicato. Fatto ciò, indossò la tonaca e tornò dal Santo. Francesco disse: «Vuoi sapere in che modo hai peccato contro il povero, anzi contro Gesù? Ebbene, quando vedi un povero, pensa a Colui nel nome del quale viene, Cristo, che prese sopra di sé la nostra povertà e infermità La povertà e infermità di questo meschino è infatti come uno specchio nel quale dobbiamo vedere e contemplare con tenerezza l’infermità e povertà che il Signore nostro Gesù Cristo portò nel suo corpo per la nostra salvezza».

 

 

38.

 

COME FECE DARE UN NUOVO TESTAMENTO

A UNA DONNA POVERA, MADRE DI DUE FRATI

 

 

48. Mentre dimorava a Santa Maria della Porziuncola, una donna povera e anziana, che aveva due figli nell’Ordine, venne a chiedere l’elemosina al beato Francesco.

Subito il Santo disse a frate Pietro di Cattanio, allora ministro generale: «Possiamo trovare qualcosa da offrire a nostra madre?». Era solito dire che la madre di un frate era madre sua e di tutti i fratelli. Gli rispose Pietro: «In casa non c’è niente da poterle dare, poiché lei vorrebbe un’elemosina con cui alimentarsi. E in chiesa abbiamo soltanto un Nuovo Testamento nel quale facciamo le letture durante il mattutino». In quel tempo i frati non avevano breviari né molti salterii.

Concluse Francesco: «Allora, da’a nostra madre il Nuovo Testamento, affinché lo possa vendere per sovvenire alle sue necessità. Io credo fermamente che piacerà a Dio e alla beata Vergine questo gesto più che il farci delle letture». E così glielo diede.

Potrebbe essere detto e scritto di Francesco quanto si legge a proposito di Giobbe; La compassione uscì dall’utero materno ed è cresciuta insieme a lui. E a noi, che siamo vissuti con. lui, sarebbe lungo e difficoltoso scrivere e narrare non solo le cose che dell’amore e della bontà di lui verso i fratelli e gli altri poveri apprendemmo dagli altri, ma anche quelle che abbiamo visto con i nostri occhi.

 

 

PARTE TERZA

 

DELLA PERFETTA UMILTÀ E OBBEDIENZA

IN LUI E NEI FRATI

 

 

39.

 

COME SI DIMISE DAL SUPERIORATO E NOMINÒ

MINISTRO GENERALE FRATE PIETRO DI CATTANIO

 

 

49. Per osservare la virtù della santa umiltà Francesco, pochi anni dopo la conversione, davanti ai fratelli raccolti in Capitolo si dimise dal superiorato dicendo: «Da questo momento io sono morto, per voi. Ma ecco frate Pietro di Cattanio, al quale io e voi tutti dobbiamo obbedire». E prosternandosi in terra davanti a lui, gli promise obbedienza e rispetto.

I frati tutti si misero a piangere e alti gemiti strappava loro il profondo dolore, poiché si vedevano diventati orfani, in certo senso, di un Padre tanto amato.

Si rialzò il Santo e levando gli occhi al cielo, giungendo le mani, disse: «Signore, affido a te la famiglia che fino ad ora hai consegnato alla mia cura e che adesso, per la malattia che tu sai, dolcissimo Signore, non essendo più in grado di provvedervi, io affido ai ministri. Essi dovranno render conto nel giorno del giudizio dinnanzi a te, Signore, se qualche frate, per loro negligenza, malesempio o correzione troppo aspra, si sia perduto».

Da quel momento, Francesco rimase suddito fino alla morte, comportandosi in ogni cosa più umilmente d’ogni altro frate.

 

 

40.

 

COME RINUNCIÒ ANCHE AI SUOI COMPAGNI,

NON VOLENDO AVERE UN COMPAGNO SPECIALE

 

 

50. Un’altra volta passò al suo vicario tutti i suoi compagni, dicendo: «Non voglio apparire un privilegiato, con questa prerogativa di potermi scegliere liberamente un compagno. I fratelli mi accompagnino da luogo a luogo, come Dio li ispirerà». E soggiunse: «Ricordo di aver visto un cieco, il quale non aveva altra guida nel suo cammino che un cagnetto; bene, io non voglio apparire più privilegiato di quello».

Questa fu sempre la sua gloria: che rinunciando a ogni apparenza di privilegio e di orgoglio, abitasse in lui la virtù di Cristo.

 

 

41.

 

COME RINUNCIÒ ALLA GUIDA DELL’ORDINE

A CAUSA DEI CATTIVI SUPERIORI

 

 

51 Interrogato una volta da un frate, perché avesse allontanato così i frati dalla sua cura affidandoli ad altre mani, quasi non gli appartenessero, rispose: «Figlio mio, io amo i fratelli con tutto me stesso, e più ancora li amerei né mi renderei estraneo ad essi, se seguissero le mie orme. Ma ci sono alcuni superiori che li attirano su altre strade, proponendo loro l’esempio degli antichi e poco tenendo conto dei miei ammaestramenti. Ma che cosa e in che maniera essi agiscono, apparirà chiaramente alla fine».

E poco dopo, essendo stato assalito da grave malattia con grande fervore di spirito si drizzò sul letto e disse ad alta voce: «Chi sono quelli che mi strappano dalle mani il mio Ordine e i miei fratelli? Se potrò venire al Capitolo generale, mostrerò loro qual’è la mia volontà».

 

 

42.

 

COME UMILMENTE PROCURAVA

DELLA CARNE PER I FRATI MALATI

E LI AMMONIVA AD ESSERE UMILI E PAZIENTI

 

 

52 Non si vergognava il beato Francesco di andare a procurarsi, negli spacci delle città, della carne per un fratello malato. Tuttavia, esortava gli infermi a sopportare pazientemente le privazioni e a non lamentarsi, quando mancasse loro qualcosa.

Nella prima Regola fece scrivere: «Prego i miei fratelli che, nelle loro malattie, non siano insofferenti verso i fratelli né se la prendano con Dio, e neppure siano assillati dal desiderio di medicine né troppo bramino di alleviare i dolori a una carne che ben presto morrà ed è ostile all’anima. Invece, ringrazino per ogni cosa e non desiderino che di essere nella condizione voluta da Dio.

Quelli che Dio ha predestinato alla vita eterna, ve li prepara con la sferza delle avversità e malattie, come ebbe a dire lui stesso: Quelli che io amo, li flagello e castigo».

 

 

43.

 

DELL’UMILE RISPOSTA

DATA DAI BEATI FRANCESCO E DOMENICO,

QUANDO FURONO ENTRAMBI INTERROGATI DAL CARDINALE

SE VOLEVANO CHE I LORO FRATI

FOSSERO PRELATI DELLA CHIESA

 

 

53 Trovandosi in Roma quei due splendidi astri dell’universo, Francesco e Domenico, incontrarono il vescovo di Ostia (che in seguito diventò sommo pontefice) e parlarono a gara cose stupende di Dio. Il cardinale poi disse loro: «Nella Chiesa primitiva, pastori e prelati erano poveri, ardenti di carità e non di cupidigia. Perché dunque non facciamo vescovi e prelati i vostri frati, che spiccano fra tutti per l’insegnamento e l’esempio?».

Sorse tra i due Santi un’umile e devota contesa, non di prevenirsi, anzi con vicendevole deferenza invitandosi l’un l’altro a rispondere. Vinse finalmente l’umiltà di Francesco a non rispondere per primo, e vinse anche Domenico che fu costretto per obbedienza a dire il suo parere per primo. Disse dunque: «Messere, i miei frati sono già innalzati, se vogliono riconoscerlo; comunque, non permetterò mai, fin dove posso, che conseguano queste dignità».

A sua volta Francesco, inchinandosi davanti al cardinale, disse: «Messere, i miei frati si chiamano minori affinché non presumano diventare maggiori. La loro vocazione insegna loro a restare al livello comune e a seguire le orme dell’umiltà di Cristo, affinché in tal modo possano alla fine essere esaltati più che gli altri allo sguardo dei santi. Se voi volete che producano frutto nella Chiesa di Dio, teneteli e conservateli nello stato voluto dalla loro vocazione; qualora salgano in alto, ricacciateli con forza in basso, e non permettete mai che essi ascendano a una qualunque prelatura».

Queste furono le risposte dei due Santi. Finite le quali il vescovo di Ostia restò profondamente edificato e ne ringraziò immensamente Dio.

Mentre i due si allontanavano insieme, Domenico chiese a Francesco che gli facesse il favore di donargli la corda di cui era cinto. Francesco ricusò per umiltà, come Domenico chiedeva spinto da carità. Vinse tuttavia la sincera devozione del chiedente, e così Domenico cinse la corda sotto la sua tonaca e da allora devotamente la portò: Ìaveva ottenuta per insistenza di affetto.

Poi l’uno pose le mani fra quelle dell’altro, raccomandandosi dolcemente a vicenda con fervore. Domenico disse a Francesco: «Vorrei, fratello Francesco, che il tuo e il mio divenissero un Ordine solo, e che noi vivessimo nella Chiesa sotto la stessa regola».

Nel separarsi l’uno dall’altro, Domenico disse ai molti che erano presenti: «In verità vi dico, che tutti i religiosi dovrebbero imitare questo uomo santo, Francesco, tanta è la perfezione della sua santità».

 

 

44.

 

COME VOLLE, PER FONDARLI NELL’UMILTÀ,

CHE I SUOI FRATI SERVISSERO I LEBBROSI

 

 

54 Agli inizi della sua nuova vita, Francesco, con l’aiuto di Dio, da sapiente edificatore, mise le fondamenta di se stesso sopra salda roccia, vale a dire sulla profonda umiltà e povertà del Figlio di Dio, chiamando il suo l’Ordine dei frati minori a motivo della massima umiltà.

Perciò fin dall’avvio del suo movimento, volle che i frati dimorassero negli ospedali dei lebbrosi per servirli. e così ponessero il fondamento dell’umiltà. Quando entravano nell’Ordine, nobili o no, tra le altre cose che venivano loro esposte, si diceva ch’era necessario servissero i lebbrosi e abitassero nelle loro case. Prescrizione che si contiene nella prima Regola: «Non vogliate possedere nulla sotto il cielo, se non la santa povertà, in virtù della quale siete nutriti da Dio, in questo mondo, di cibi per il corpo e per lo spirito, e in futuro conseguirete l’eredità celeste».

Così dunque, per sé e per gli altri, egli stabilì l’Ordine sulla più perfetta umiltà e povertà. E pur essendo un alto prelato nella Chiesa di Dio, scelse e volle esser messo in disparte, non solo nella gerarchia ecclesiastica, ma anche in mezzo ai suoi fratelli. Nel suo ideale e nel suo desiderio, questo umiliarsi è la più grande elevazione davanti a Dio e agli uomini.

 

 

45.

 

COME VOLEVA SI ATTRIBUISSE A DIO SOLTANTO

ONORE E GLORIA PER TUTTE LE BUONE PAROLE

E OPERE SUE

 

 

55 Avendo Francesco predicato al popolo di Terni in una piazza della città, finito il discorso, il vescovo del luogo, uomo prudente e di viva spiritualità, si alzò e disse alla gente: «Il Signore, fin da quando piantò e costruì la sua Chiesa, sempre la illuminò con santi uomini, che l’hanno onorata con la parola e l’esempio. E ai nostri tempi, la rende luminosa per mezzo di questo poverello, umile e illetterato uomo, Francesco. Per questo siete obbligati ad amare il Signore, a onorarlo, a sfuggire i peccati: invero, Dio non ha fatto una cosa simile per nessun’altra nazione».

Pronunziate tali parole, il vescovo discese dal luogo dove aveva parlato e entrò nella cattedrale. Francesco gli si avvicinò, gli fece l’inchino e cadendo ai suoi piedi esclamò: «Messer vescovo, vi dico sinceramente che nessun uomo mi ha fatto tanto onore sulla terra, quanto me ne avete fatto voi oggi; poiché gli altri dicono: – Questo è un santo! –, attribuendo così a me e non al Creatore la gloria e la santità. Ma voi, quale uomo di gran discernimento, avete separato ciò che è prezioso da ciò che è vile».

 

 

56 Quando lo esaltavano e chiamavano santo, Francesco rispondeva: «Non sono ancora sicuro che non avrò figli e figlie! Poiché in qualunque momento il Signore può riprendersi il tesoro che mi ha affidato. E allora, che altro mi rimarrebbe se non il corpo e l’anima, che hanno anche i non credenti? Anzi, sono convinto che se il Signore avesse largito tanti benefici a un qualunque delinquente o non credente quanti ne ha conferiti a me, quelli sarebbero più fedeli che io non sia.

 

 

57 E come in una pittura su tavola, raffigurante il Signore o la beata Vergine, si onora il Signore e la beata Vergine, non già il legno o la pittura in sé; così il servo di Dio è una pittura di Dio, nella quale è onorato Dio per il suo beneficio. Il servo nulla deve attribuire a se stesso, poiché in confronto a Dio è meno che legno e pittura. Nulla è completamente puro, e perciò a Dio solo va dato onore e gloria, a noi vergogna e tribolazione, finché viviamo tra le miserie di questa vita».

 

 

46.

 

COME VOLLE, FINO ALLA MORTE,

AVERE COME GUARDIANO UNO DEI SUOI COMPAGNI,

E VIVERE SUBORDINATO

 

 

58 Volendo vivere in perfetta umiltà e soggezione fino alla morte, parecchio tempo prima del suo trapasso disse al ministro generale: «Vorrei che tu trasmetta l’autorità che hai su di me a uno dei miei compagni, affinché gli obbedisca al tuo posto. Per il vantaggio che mi reca la virtù dell’obbedienza, voglio che essa resti sempre con me, in vita e in morte». Così fino alla sua morte, ebbe come guardiano uno dei compagni e gli obbediva in luogo del ministro generale.

Una volta disse ai compagni: «Questa grazia, tra altre, mi ha fatto il Signore: che obbedirei con lo stesso slancio a un novizio entrato oggi stesso nell’Ordine, come a chi sia primo e più anziano nella nostra fraternità, se mi fosse assegnato come guardiano. Il suddito deve considerare il suo superiore non come un uomo, ma come Dio, per amor del quale si è a lui sottomesso».

Disse poi: «Non c’è superiore in tutto il mondo che tanto sia temuto dai sudditi, quanto il Signore farebbe che fossi temuto io dai miei fratelli, se lo volessi. Ma il Signore mi ha donato questa grazia, di voler essere contento di tutto, come il più piccolo nell’Ordine».

E vedemmo questo con i nostri occhi, noi che siamo vissuti con lui. Se talora alcuni frati non avevano soddisfatto alle sue necessità o gli avevano rivolto parole da cui un uomo suole sentirsi ferito, Francesco andava subito a pregare e, tornando, non voleva ricordarsi di nessun torto. E mai diceva: «Il tale non mi ha soddisfatto, quell’altro mi ha detto questa parola».

Perseverando in questo spirito, quanto più si avvicinava alla morte, tanto più era sollecito nel pensare in che modo potesse vivere e morire in ogni umiltà e povertà e nella perfezione di tutte le virtù.

 

 

47.

 

DEL PERFETTO MODO DI OBBEDIRE DA LUI INSEGNATO

 

 

59 Diceva il Padre santissimo ai suoi frati:

«Carissimi fratelli, obbedite al comando alla prima parola, non aspettate che vi si ripeta l’ordine. Non avanzate a pretesto l’impossibilità, poiché anche se io vi comandassi qualcosa di superiore alle vostre forze, la santa obbedienza supplirà».

 

 

48.

 

COME PARAGONAVA IL PERFETTO OBBEDIENTE

A UN CADAVERE

 

 

60 Un’altra volta sedendo tra i suoi compagni sospirava: «C’è appena qualche religioso al mondo, che obbedisca bene al suo prelato».

Subito i compagni domandarono: «Padre, di’a noi qual è perfetta e somma obbedienza». In risposta, il Santo si mise a descrivere il vero e perfetto obbediente, paragonandolo a un morto: «Prendi un corpo esanime e mettilo dove ti piace. Se lo muovi, vedrai che non rilutta, se lo lasci fermo, lui non mormora; lo butti via di là, lui non reagisce. Lo assidi in cattedra, e lui invece che guardare in su, ciondola il capo giù; lo avvolgi nella porpora, si fa ancora più pallido. L’autentico obbediente, se lo sposti, non chiede il perché, non si cura dove venga messo, non insiste per essere inviato altrove. Promosso a una carica, conserva la Sua umiltà solita; più lo si onora, più si ritiene indegno».

Francesco diceva sacre le obbedienze ingiunte con spontanea schiettezza, non quelle richieste. Riteneva somma obbedienza, non inquinata dalla carne e dal sangue, quella di recarsi per ispirazione divina tra gli infedeli per salvare le anime o per desiderio del martirio. Chiedere tale obbedienza egli giudicava fosse molto gradito a Dio.

 

 

49.

 

COME È PERICOLOSO

SIA DARE ORDINI IN MANIERA PRECIPITOSA,

SIA NON OBBEDIRE AL COMANDO

 

 

61 Il padre santo era convinto che raramente bisogna comandare per obbedienza, poiché non si deve scoccare immediatamente il dardo, che va usato come ultima risorsa. Diceva: «Non bisogna mettere subito mano alla spada!». E aggiungeva: «Chi non obbedisce senza indugi al precetto dell’obbedienza, è uno che non ha timore di Dio né rispetto per gli uomini, a meno che non abbia un motivo evidente per tardare».

Niente di più vero, giacché l’autorità del comando in un superiore irragionevole che altro è, se non una spada nella mano di un pazzo? E d’altra parte, cos’è più desolante di un religioso che trascuri o disprezzi l’obbedienza?

 

 

50.

 

COME RISPOSE Al FRATI CHE VOLEVANO PERSUADERLO

A CHIEDERE IL PRIVILEGIO

PER POTER PREDICARE LIBERAMENTE

 

 

62 Alcuni frati dissero al beato Francesco: «Padre, non vedi che i vescovi a volte non ci permettono di predicare e ci fanno stare per più giorni senza far nulla in una città, prima di autorizzarci ad annunziare la parola del Signore? Meglio sarebbe che tu impetrassi dal signor Papa un privilegio su questo punto: si tratta della salvezza delle anime».

Egli rispose loro rimproverandoli duramente: «Voi, frati minori, non conoscete la volontà di Dio e non permettete che io converta il mondo nel modo stabilito da Dio. Io voglio convertire per primi i prelati a mezzo della santa umiltà e riverenza; essi, vedendo la nostra santa vita e il nostro umile rispetto verso di loro, vi pregheranno di predicare e convertire il popolo, e lo inviteranno alla vostra predicazione molto meglio che con questi privilegi, che vi trascinano alla superbia.

E se starete lontani da ogni cupidigia e avrete convinto il popolo a soddisfare ai suoi doveri verso le chiese, i vescovi vi pregheranno di ascoltare le confessioni della loro gente, sebbene di ciò non dobbiate curarvi, poiché se sono veramente convertiti troveranno con facilità dei confessori. Io voglio da Dio questo privilegio per me: di non avere dall’uomo privilegio alcuno, fuorché di portare a tutti rispetto e, in ossequio alla santa Regola, convertire gli uomini più con l’esempio che con le parole».

 

 

51.

 

COME SI RICONCILIAVANO I FRATI DI QUEL TEMPO,

QUANDO UNO AVESSE RATTRISTATO L’ALTRO

 

 

63 Affermava san Francesco che i frati minori erano stati inviati dal Signore in questi ultimi tempi, affinché dessero esempi di luce a quanti erano avvolti nella caligine dei peccati. Diceva di percepire profumi soavissimi e di esser inebriato dall’emanazione di un unguento prezioso, allorché udiva le meraviglie compiute da tanti santi frati sparsi nel mondo.

Un giorno capitò che un frate, alla presenza di un nobiluomo dell’isola di Cipro, scagliò delle ingiurie contro un altro frate. Quando il primo vide amareggiato colui verso il quale aveva inveito, se la prese subito contro se stesso, accattò un pezzo di sterco d’asino, se lo cacciò in bocca e lo morse dicendo: «Mastichi sterco la lingua che ha sprizzato sul fratello il veleno della rabbia». Quel nobile, a tale scena, restò attonito e fortemente edificato; e in seguito mise se stesso e le sue cose a disposizione dei frati.

 

 

64 Era abitudine comune che, quando qualche fratello ingiuriasse o contristasse un altro, immediatamente si gettava a terra baciando i piedi dell’offeso e domandava umilmente perdono. E il padre santo esultava quando sentiva che i suoi figli sapevano offrire simili esempi di santità e colmava di commoventi benedizioni quelli che, con la parola e con l’esempio, inducevano i peccatori all’amore di Cristo. Essendo riboccante di zelo verso le anime, voleva che i suoi figli somigliassero pienamente a lui.

 

 

52.

 

COME CRISTO SI LAMENTÒ CON FRATE LEONE,

COMPAGNO DI SAN FRANCESCO,

DELL’INGRATITUDINE E DELL’ORGOGLIO DEI FRATI

 

 

65 Il Signore nostro Gesù Cristo parlò una volta a frate Leone, compagno di san Francesco: «Frate Leone, ho da lamentarmi dei frati». Domandò Leone: «Per quale motivo, Signore?». E il Signore: «Per tre cose: perché non sono riconoscenti dei benefici che così largamente e generosamente riverso su di loro, che, come tu sai, non seminano e non mietono. E perché tutto il giorno lo passano a mormorare e senza far niente. Perché spesso si provocano l’un l’altro all’ira, e non tornano all’amore reciproco né perdonano le ingiurie ricevute».

 

 

53.

 

COME UMILMENTE E SINCERAMENTE RISPOSE

A UN DOTTORE DELL’ORDINE DEI PREDICATORI,

CHE LO INTERROGAVA SU UN PASSO DELLA SCRITTURA

 

 

66 Mentre dimorava presso Siena, venne a lui un dottore in teologia, dell’Ordine dei Predicatori persona umile e di profonda spiritualità. Essendosi intrattenuto con Francesco su parole del Signore, il maestro lo interrogò sul passo di Ezechiele: Se non smascheri all’empio la sua empietà, chiederò conto a te dell’anima di lui. Disse: «Conosco molti, o padre buono, che vivono in peccato mortale, e ai quali non denuncio il loro stato perverso. Dovrò io rendere conto della loro perdizione?». Francesco rispose umilmente di essere ignorante, e che gli conveniva piuttosto farsi ammaestrare anziché commentare questa frase biblica. Il maestro insistette: «Fratello, effettivamente ho udito la spiegazione di queste parole data da alcuni specialisti; eppure, sarei felice di sentire la tua opinione in proposito».

Allora Francesco disse: «Se il passo va inteso in generale, io lo spiegherei così. Il servo di Dio deve talmente ardere e risplendere di vita e santità in se stesso, da biasimare con la luminosità dell’esempio e con la lingua di un santo comportamento, tutti i malvagi In tal modo, secondo me, lo splendore di lui e il profumo della sua reputazione svelerà a tutti le loro iniquità».

Il dottore si accomiatò molto edificato, e disse ai Compagni di Francesco: «Fratelli miei, la teologia di quest’uomo, attinta a purità e contemplazione, è aquila che vola; mentre la nostra scienza striscia col ventre a terra».

 

 

54.

 

DELLA UMILTÀ E PACE CHE I FRATI DEVONO AVERE

CON GLI ECCLESIASTICI

 

 

67 Sebbene Francesco volesse che i suoi figli fossero in pace con tutti gli uomini e si facessero piccoli davanti a tutti, tuttavia insegnò loro con la parola e mostrò con l’esempio ad essere umili soprattutto verso il clero.

Diceva: «Noi siamo stati inviati in aiuto al clero per la salvezza delle anime. E se loro hanno delle lacune, tocca a noi supplirvi. Sappiate che ognuno riceverà dal Signore la mercede a misura del suo lavoro, non in rapporto al grado. Miei fratelli, la cosa più gradita a Dio è la conquista delle anime, e noi possiamo più agevolmente conseguire questo fine vivendo in pace col clero, anziché in discordia. Se poi osano impedire la salvezza dei popoli, spetta a Dio vendicarsi, sarà lui a ripagarli come meritano, al momento opportuno.

Siate perciò sottomessi ai prelati affinché, per quanto sta in voi, non abbia a destarsi una riprovevole gelosia. Se voi vi sarete comportati da figli della pace, conquisterete a Dio il clero e il popolo, e questo è ben più gradito al Signore che conquistare il popolo scandalizzando il clero. Ricoprite, quindi, i loro sbagli, supplite alle loro deficienze; e quando avrete agito così, siate ancora più umili».

 

 

55.

 

COME ACQUISTÒ UMILMENTE LA CHIESA

DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI

DALL’ABATE DI SAN BENEDETTO IN ASSISI

E VOLLE CHE I FRATI VI ABITINO SEMPRE

E VIVANO IN UMILTÀ

 

 

68 Vedendo il beato Francesco che il Signore voleva moltiplicare il numero dei frati, disse loro: «Carissimi fratelli e figlioli miei, vedo che il Signore ci vuole moltiplicare! Mi sembra perciò saggio e religioso che acquistiamo una chiesa dal vescovo, o dai canonici di San Rufino o dall’abate di San Benedetto. Ivi i fratelli potranno recitare le ore liturgiche e lì presso avere una piccola casetta poverella, costruita di fango e vimini, dove riposare e lavorare. Il luogo dove stiamo ora non è conveniente né sufficiente ai frati, adesso che il Signore ci sta moltiplicando; tra l’altro, non abbiamo una chiesa dove poter dire l’ufficio. Se poi qualche frate venisse a morte, non sarebbe dignitoso sotterrarlo qui e nemmeno in una chiesa del clero secolare». I frati approvarono tutte queste parole.

Andò Francesco dal vescovo di Assisi e gli riferì quanto sopra. Gli rispose: «Francesco, non ho nessuna chiesa che sia in mio potere cedervi». La stessa cosa dissero i canonici.

Allora si recò dall’abate benedettino del monte Subasio, ed espose a lui la stessa richiesta. L’abate, mosso da compassione, dopo aver tenuto consiglio con i suoi monaci guidato dalla grazia e volontà divina, concesse al beato Francesco e ai suoi frati la chiesa della Beata Maria della Porziuncola, che era la più piccola e povera chiesa che avevano. E disse l’abate: «Ecco, fratello, abbiamo esaudito la tua richiesta. Se il Signore moltiplicherà il vostro gruppo, vogliamo che questo luogo sia a capo di tutte le vostre chiese».

Francesco e i suoi frati furono d’accordo su questa condizione. Il Santo fu molto felice per il posto concesso ai frati, soprattutto perché la chiesa era dedicata alla Madre di Cristo, ed era così piccola e povera, e inoltre perché era denominata Porziuncola, quasi preconizzando che sarebbe capo e madre dei poveri frati minori. Si chiamava con quell’appellativo fin da tempi remoti, alludendo alla modesta estensione della proprietà.

Francesco era solito dire: «Per questo ha voluto il Signore che ai frati non fosse ceduta nessun’altra chiesa, e che i primi frati non erigessero una chiesa nuova e non avessero che quella. Con l’arrivo dei frati minori si è realizzata una profezia».

E sebbene fosse piccola e diroccata, tuttavia per lungo tempo gli abitanti di Assisi e di tutta quella zona ebbero gran devozione a quella chiesa. Oggi le sono ancor più affezionati, e l’attaccamento cresce ogni giorno.

Da quando i frati si stabilirono colà, il Signore quasi quotidianamente moltiplicava il loro numero, e la loro buona fama si sparse mirabilmente per tutta la valle Spoletana e per molte parti del mondo. In antico era chiamata Santa Maria degli Angeli perché, come si dice, vi furono spesso uditi canti angelici.

L’abate e i monaci avevano concesso la chiesa a Francesco e ai suoi frati per pura generosità; ma il Santo da saggio ed esperto costruttore che vuole fondare la propria casa, cioè l’Ordine, sulla salda roccia della totale povertà, mandava ogni anno a quell’abate e ai monaci un canestro di piccoli pesci, chiamati lasche, in segno di grande umiltà e povertà, come ad attestare che i frati non avevano in proprietà nessun luogo e non intendevano dimorare in alcun posto che non fosse sotto il dominio altrui, e quindi non avessero facoltà di alienarlo. Quando dunque i frati portavano annualmente ai monaci quei pesciolini, i monaci, in omaggio all’umiltà di Francesco che compiva quel gesto di sua spontanea volontà, ricambiavano il dono con una giara di olio.

 

 

69 Noi, che siamo vissuti con il beato Francesco, attestiamo che egli affermò, parlando di quella chiesa, come gli era stato rivelato che, per le molte prerogative largite ivi dal Signore, la beata Vergine amava affettuosamente questa fra tutte le altre chiese del mondo. E per questo motivo, il Santo aveva massima riverenza e devozione verso la chiesetta e, affinché i frati sempre ne conservassero in cuore la memoria, alla sua morte fece scrivere nel Testamento che i frati condividessero il suo attaccamento. Infatti, vicino ormai a morire, davanti al ministro generale e ad altri fratelli dettò: «Ordino che il luogo di Santa Maria della Porziuncola sia lasciato per testamento ai frati, in modo che sia da loro tenuto nella massima devozione e riverenza».

I nostri antichi frati eseguirono questa volontà. Sebbene questo luogo sia già santo e prediletto da Cristo e dalla Vergine gloriosa, tuttavia i frati incentivavano quel carattere di santità pregando ininterrottamente e conservando il silenzio giorno e notte. Se talvolta parlavano, nei limiti stabiliti dalla legge del silenzio, lo facevano invariabilmente con la più viva devozione, trattando solo di argomenti concernenti la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Se accadeva che qualcuno cominciasse a dire parole oziose e inutili, benché ciò succedesse di raro, veniva immediatamente corretto da un fratello.

Mortificavano la loro carne con molti digiuni, con veglie numerose, patendo il freddo a causa degli indumenti insufficienti, lavorando con le proprie mani. Molte volte, per non stare in ozio, aiutavano i poveri contadini nelle fatiche dei campi, e venivano retribuiti con del pane offerto per amore di Dio. Con queste e altre virtù santificavano quel luogo e mantenevano nella santità se stessi.

Ma più tardi, per il via vai di frati e di secolari che vi affluivano più numerosi del consueto, e perché i frati sono più freddi nell’orazione e nelle opere virtuose, e hanno minore ritegno nel proferire parole oziose e chiacchiere sulle novità di questo mondo, questo luogo non viene più tenuto in quella riverenza e devozione, come si era fatto fino allora e come si vorrebbe.

Come Francesco ebbe detto quelle parole, acceso subitamente da grande fervore concluse: «Voglio pertanto che questo luogo sia sempre sotto il diretto potere del ministro generale e servo, affinché egli abbia la più gran cura e preoccupazione nel provvedere ivi una fraternità buona e santa. Che i chierici siano scelti fra i migliori, i più santi e virtuosi dei fratelli, coloro che sanno dire meglio l’ufficio liturgico, in maniera che non solo i secolari, ma anche gli altri frati vedano e ascoltino volentieri e con gran devozione.

Voglio ancora che i fratelli laici siano scelti, per loro servizio, fra gli uomini santi, discreti, umili e virtuosi. Voglio altresì che nessuna persona e nessun frate entri in questa fraternità, ad eccezione del ministro generale e dei suoi assistenti. Ed essi non parlino con nessuna persona, se non con i frati addetti al loro servizio e con il ministro generale quando venga a visitarli. E i fratelli laici siano obbligati a non dire loro parole oziose e a non riferire le novità di questo mondo e insomma nulla che non sia utile alle anime loro

E voglio fermamente che nessuno entri in questo luogo, così che i frati ivi dimoranti meglio conservino la loro purità e santità, e nulla si faccia o dica di inutile, ma tutto il luogo rifulga di purezza e santità, in inni e lodi al Signore. E quando qualcuno dei frati migrerà al Signore, voglio che al suo posto sia inviato dal ministro generale un altro fratello, dovunque dimori. Ché se le altre comunità si allontanano da purità e onestà, voglio che questo luogo benedetto rimanga sempre specchio e buon esempio dell’intero Ordine, come un candelabro sempre ardente e luminoso dinanzi al trono di Dio e alla beata Vergine. E a motivo di ciò, il Signore sia misericordioso verso le mancanze e colpe di tutti i frati, e protegga questo Ordine, sua piccola pianta».

 

 

56.

 

DELL’UMILE RIVERENZA

CHE MOSTRAVA VERSO LE CHIESE,

SCOPANDOLE E RIPULENDOLE

 

 

70 Mentre stava presso Santa Maria della Porziuncola e i frati erano ancora pochi Francesco andava per i villaggi e le chiese dei dintorni di Assisi, annunziando e predicando agli uomini che facessero penitenza. Portava con sé una scopa per pulire le chiese sudicie. Ci soffriva molto quando vedeva una chiesa non linda come avrebbe voluto.

E perciò, finita la predica, faceva riunire in disparte, per non essere udito dalla gente i preti che erano presenti, e parlava loro della salvezza delle anime e soprattutto che fossero solleciti nel conservare pulite le chiese e tutta la suppellettile che si adopera per celebrare i divini misteri.

 

 

57.

 

DEL CONTADINO CHE LO TROVÒ MENTRE SCOPAVA UNA CHIESA

E COME, CONVERTITOSI

ENTRÒ NELL’ORDINE E FU UN SANTO FRATE

 

 

71 Andato nella chiesa d’un villaggio del contado di Assisi, Francesco cominciò a scoparla e pulirla umilmente. Se ne sparse tosto la voce per tutto il villaggio, poiché la gente lo vedeva volentieri e ancor più volentieri lo ascoltava. Venuto a sapere la cosa un contadino di mirabile semplicità, di nome Giovanni, che stava arando il suo campo, andò difilato da Francesco e lo trovò a scopare la chiesa con tutta umiltà e devozione. E gli disse: «Fratello dammi la scopa, voglio aiutarti». Gliela prese dalle mani e finì le pulizie.

Poi sedettero insieme. Disse il contadino: «Fratello, è già gran tempo che ho volontà di servire Dio, specialmente dopo aver udito parlare di te e dei tuoi frati; ma non sapevo come venire con te. Ora però, dal momento che è piaciuto a Dio che ti vedessi, voglio fare tutto quello che piacerà a te».

Il beato Francesco, considerando il fervore di quell’uomo, esultò nel Signore, specie perché a quel tempo aveva pochi frati e gli sembrava che quello, per la sua semplice purità, sarebbe un buon religioso. Gli rispose dunque: «Fratello, se vuoi far parte della nostra vita e della nostra fraternità, bisogna che tu ti espropri di tutte le cose che possiedi onestamente, e le dia ai poveri, secondo la prescrizione del Vangelo. La stessa cosa hanno fatto tutti i miei frati che l’hanno potuto».

Sentito questo, Giovanni si recò subito nel campo dove aveva lasciato i buoi, li sciolse, e ne condusse uno davanti a Francesco, e gli disse: «Fratello, per tanti anni ho lavorato per mio padre e i miei di casa, e sebbene la mia parte di eredità sia ben piccola, voglio che tu riceva questo bue da me e lo doni ai poveri nel modo che ti piacerà».

Vedendo i genitori e i fratelli (questi erano ancora piccoli) che Giovanni voleva abbandonarli, cominciarono tutti a piangere così forte e a innalzare voci così lamentose, che Francesco ne fu mosso a pietà. Era una famiglia numerosa e miserabile. Francesco disse loro: «Preparate del cibo per tutti, mangeremo insieme, e non piangete, poiché vi renderò felici». Quelli subito apparecchiarono la mensa e tutti insieme mangiarono con grande allegria.

Finito che ebbero di mangiare, Francesco disse: «Questo vostro figlio vuole servire Dio, e di ciò non dovete contristarvi, ma essere contenti. Infatti, state per avere un grande onore e un gran vantaggio per le vostre anime, non solo davanti a Dio ma anche davanti alla gente, poiché Dio sarà onorato da uno del vostro sangue e tutti i nostri frati saranno vostri figli e vostri fratelli. Io non posso e non devo ridarvi vostro figlio, perché è creatura di Dio e lui intende servire il suo Creatore, un servire che è regnare. Ma, a vostro conforto, io voglio che egli ceda a voi, che siete poveri, questo bue che gli appartiene; sebbene, secondo il Vangelo, dovesse darlo ad altri». E quelli furono consolati dalle parole di Francesco, specialmente perché venne loro lasciato il bue, poiché erano molto poveri.

A Francesco piaceva immensamente la pura e santa semplicità in sé e negli altri; così rivestì del saio Giovanni e lo conduceva in giro con sé come compagno. Era questi di tale semplicità, che si faceva un dovere di imitare tutto quello che faceva Francesco. Quando il Santo stava in qualche luogo in una chiesa in preghiera, Giovanni voleva osservarlo, per uniformarsi fedelmente a tutti i suoi atti e gesti. Se Francesco piegava le ginocchia o alzava le mani al cielo, o sputava o sospirava, anche lui faceva lo stesso. Quando Francesco se ne accorse cominciò gaiamente a rimproverarlo di tanta semplicità. Giovanni gli rispose: «Fratello, ho promesso di fare tutto quello che fai tu, e perciò bisogna che io mi uniformi a te in ogni cosa».

Vedendo in lui tale purezza e semplicità, Francesco ne era ammirato e straordinariamente felice. Giovanni faceva tali progressi nella virtù, che Francesco e tutti gli altri frati erano stupiti di quella perfezione. E dopo breve tempo, Giovanni morì in questo santo slancio di virtù. E Francesco, quando in seguito narrava la vita di lui con grande gioia di mente e di cuore, non lo chiamava «frate Giovanni», ma «santo Giovanni».

 

 

58.

 

COME PUNÌ SE STESSO,

MANGIANDO NELLA SCODELLA DI UN LEBBROSO

PERCHÉ GLI AVEVA FATTO VERGOGNA

 

 

72 Di ritorno alla chiesa della Porziuncola, Francesco trovò fratello Giacomo il semplice in compagnia di un lebbroso devastato dalle ulceri. Era stato lui ad affidargli quel lebbroso e tutti gli altri che incontrasse, perché si sentiva come il medico di quei poveretti e toccava, ripuliva, curava le loro piaghe senza nausea. A quei tempi i frati dimoravano nei lebbrosari.

 

 

Disse Francesco a Giacomo con tono quasi di rimprovero: «Non dovresti condurre fuori dal loro ospedale questi cristiani, perché non è conveniente né per te né per loro!». Voleva, sì, che li servisse, ma non che menasse fuori dal lebbrosario quelli che erano coperti di piaghe, poiché la gente ne aveva orrore. Ma Giacomo era così ingenuo, che li accompagnava dall’ospedale fino alla chiesa della Porziuncola, come avrebbe fatto con dei frati. Francesco soleva chiamare i lebbrosi «fratelli cristiani».

Ma subito Francesco si pentì delle parole che aveva proferito, pensando che il lebbroso era stato umiliato per il rimprovero rivolto al fratello Giacomo. E però, volendo dare soddisfazione a Dio e al lebbroso, confessò la sua colpa a frate Pietro di Cattanio, allora ministro generale, e aggiunse: «Voglio che tu approvi la penitenza che ho scelto di fare per questo peccato, e che non mi contraddica». Rispose Pietro: «Fratello, fa’quello che ti piace». Egli aveva tanta venerazione e timore, che non osava contraddire Francesco, sebbene spesso ne restasse afflitto

Allora Francesco disse: «Questa sia la mia penitenza: che io mangi con il fratello cristiano nella stessa scodella». E sedette a mensa con il lebbroso e gli altri frati, e tra Francesco e il lebbroso fu posto un unico piatto.

Era quell’infermo tutto piaghe, faceva ribrezzo, specie per le dita contratte e sanguinolente, con le quali tirava su i bocconi dal piatto; e quando vi immergeva le mani, ne colava sangue e pus. Vedendo questa scena, frate Pietro e gli altri ne furono profondamente contristati, ma non osavano dir nulla, per timore e riverenza verso il santo padre.

Chi scrive questo episodio, ha visto la scena e ne è testimone.

 

 

59.

 

COME MISE IN FUGA I DEMONI

CON PAROLE DI UMILTÀ

 

 

73 Una volta andò Francesco alla chiesa di San Pietro di Bovara, presso il castello di Trevi, nella valle Spoletana, e con lui c’era frate Pacifico, che al secolo veniva chiamato: «Re dei versi», uomo nobile, cortese e maestro nell’arte del canto.

Quella chiesa era abbandonata. Disse Francesco a frate Pacifico: «Torna pure al lebbrosario poiché stanotte voglio rimanere qui da solo. Tornerai da me domani di buon’ora».

Essendo rimasto solo e avendo recitato compieta e altre orazioni, voleva riposarsi e dormire, ma non vi riuscì. La sua anima cominciò ad aver paura, il suo corpo a tremare, avvolto da suggestioni diaboliche. Il Santo uscì di chiesa e si fece il segno della croce, dicendo: «Da parte di Dio onnipotente, io vi ingiungo, o demoni, che esercitiate sul mio corpo il potere concesso a voi dal Signore Gesù Cristo, poiché sono pronto a sopportare qualunque cosa. Essendo il mio corpo il peggior nemico che io abbia, prendete pure vendetta del mio peggiore nemico».

E tosto quelle suggestioni cessarono del tutto, e tornato al luogo ove s’era messo a giacere, dormì in pace.

 

 

60.

 

DELLA VISIONE CONTEMPLATA DA FRATE PACIFICO

IN CUI UDÌ CHE IL TRONO DI LUCIFERO

ERA RISERVATO ALL’UMILE FRANCESCO

 

 

74 Sul far del mattino frate Pacifico tornò a lui. Francesco stava allora in orazione davanti all’altare, e Pacifico si pose ad aspettarlo fuori del coro, in preghiera dinnanzi al Crocifisso. E messosi a pregare, fu elevato e rapito in cielo, – se con il corpo o fuori del corpo, solo Dio lo sa, – e vide in cielo molti troni, fra i quali uno più alto e glorioso di tutti, fulgente e adorno d’ogni sorta di pietre preziose. Ammirandone la bellezza, cominciò a pensare fra di sé di chi fosse quel trono. E subito uscì una voce: «Questo fu il trono di Lucifero, e in luogo di lui vi si assiderà l’umile Francesco».

Tornato in sé, ecco uscire verso di lui Francesco. Pacifico gli cadde ai piedi con le braccia strette a croce. Considerandolo come già in cielo, assiso su quel trono, gli disse: «Padre, perdonami, e prega il Signore che abbia pietà di me e rimetta i miei peccati». Francesco tese la mano e lo tirò su, e comprese che nella preghiera aveva avuto una visione. Appariva infatti tutto trasfigurato e parlava a Francesco, non come a uno vivente nella carne, ma quasi già regnante in cielo.

Poiché Pacifico non voleva raccontare al Santo la visione, cominciò a parlare di argomenti del tutto estranei e tra l’altro domandò: «Fratello, che pensi di te stesso?». Rispose Francesco: «Mi sembra di essere più peccatore di chiunque altro al mondo». Immediatamente all’anima di Pacifico fu detto: «Da ciò puoi conoscere che la visione risponde a verità. Come Lucifero venne cacciato da quel trono per la sua superbia, così Francesco meriterà per la sua umiltà di essere esaltato e di assidervisi».

 

 

61.

 

COME SI FECE TRASCINARE NUDO,

CON LA CORDA AL COLLO,

DAVANTI AL POPOLO

 

 

75 Un’altra volta, essendo un po’migliorato da una gravissima malattia, gli parve di aver mangiato qualcosa di speciale durante quella infermità, sebbene si fosse nutrito scarsamente. Levatosi un giorno, pur non interamente riavutosi dalla febbre quartana, fece convocare il popolo di Assisi in piazza per la predica. Finito il discorso, comandò al popolo che nessuno si movesse di là fino ai suo ritorno. Entrato nella cattedrale di San Rufino con molti fratelli, fra cui Pietro di Cattanio ch’era stato canonico di quella chiesa e poi eletto ministro generale da san Francesco, ordinò allo stesso Pietro, in nome dell’obbedienza, di fare senza contrasto quanto stava per dirgli. Frate Pietro rispose: «Fratello, non posso e non devo volere e fare di me e di te che quello che ti piace».

Allora Francesco si spogliò della tonaca e ordinò di trascinarlo nudo, con una corda legata al collo, alla presenza del popolo, fino al posto dove aveva predicato. A un altro frate comandò di procurarsi una scodella piena di cenere e di salire al luogo dove aveva predicato e, quando l’avessero trascinato colà gettargliela in faccia. Ma questi non obbedì, per la troppa compassione e pietà che provava verso il Santo.

E frate Pietro afferrando la corda legata al collo di lui, se lo trascinava dietro secondo l’ordine ricevuto, ma piangendo ad alta voce, mentre gli altri frati gli facevano coro con lacrime di compassione e di amarezza.

Quando fu così trascinato nudo, davanti al popolo, al luogo dove aveva predicato, il Santo disse: «Voi e tutti quelli che seguendo il mio esempio lasciano il mondo ed entrano nell’Ordine, credete che io sia un uomo santo. Ma confesso a Dio e a voi che durante questa mia infermità ho mangiato carne e brodo di carne». Quasi tutti cominciarono a piangere, toccati da viva compassione, specie perché era d’inverno e faceva freddo intenso, e non era ancora guarito dalla febbre quartana.

Si battevano il petto e si accusavano: «Se per una necessità giusta ed evidente questo santo uomo si dichiara in colpa, sottomettendo il suo corpo a tale scempio, lui che ben sappiamo condurre una vita santa e che vediamo vivo in un corpo che gli è quasi premorto a causa della durissima astinenza ed austerità: cosa faremo noi miserabili, che tutto il tempo della nostra vita siamo vissuti e continuiamo a vivere secondo il desiderio della carne?».

 

 

62.

 

COME VOLEVA CHE FOSSE NOTO A TUTTI

QUANDO IL SUO CORPO RICEVEVA

DEI TRATTAMENTI SPECIALI

 

 

76 Facendo la quaresima di san Martino in un romitaggio, prese dei cibi conditi con lardo, a causa delle sue malattie per le quali l’olio era dannoso. Finita la quaresima, mentre predicava a una grande folla, disse esordendo: «Voi siete venuti a me con gran devozione, credendo che io sia un sant’uomo; ma confesso a Dio e a voi, che durante questa quaresima ho mangiato cibi conditi con lardo».

Quasi sempre, anche quando andava a mensa presso qualche secolare, oppure quando i frati gli cucinavano una portata delicata per alleviare i suoi disturbi, subito Francesco, alla presenza della gente o dei frati che non sapevano la cosa, diceva: «Ho mangiato questo cibo», perché non voleva nascondere agli uomini quello che era manifesto a Dio. Similmente, ogni volta che davanti a qualsiasi religioso o secolare egli aveva dei moti di orgoglio, vanità o altro vizio, lo confessava davanti a loro senza por tempo di mezzo, nudamente senza celar nulla.

Disse una volta ai suoi compagni: «Negli eremitaggi e negli altri luoghi ove dimoro, io voglio vivere come se tutti gli uomini mi vedessero. Poiché se credono che io sia un santo e non facessi la vita che si conviene a un santo sarei un ipocrita».

Uno dei compagni, che era suo guardiano, impietosito per la sua malattia di milza e di stomaco, volle cucire all’interno della sua tonaca un pezzo di pelle di volpe. Francesco ribatté: «Se vuoi che io porti una pelle di volpe sotto la mia veste, fa’in modo che sia messo anche di fuori un pezzo di quella pelle, così che tutti conoscano da ciò che tengo anche al di dentro una pelle di volpe». Così volle fosse fatto, ma poco la portò, sebbene gli fosse molto necessaria.

 

 

63.

 

COME SI ACCUSÒ IMMEDIATAMENTE DELLA VANITÀ

PROVATA NEL FARE UN’ELEMOSINA

 

 

77 Mentre camminava per Assisi, una povera vecchia gli chiese l’elemosina per amore di Dio. Ed egli le diede subito il mantello che portava sulle spalle. E senza indugio confessò, dinanzi a quelli che lo seguivano, come ne aveva provato un senso di vanità.

Noi, che siamo vissuti con lui, abbiamo visto e udito tanti altri esempi, simili a questo, della profonda umiltà di lui, e non possiamo narrarli tutti a voce o in scritto.

Era suo ideale e sua passione di non essere ipocrita davanti a Dio. E sebbene spesso, per le sue malattie, gli fosse necessaria qualche pietanza, tuttavia pensava di dovere mostrare sempre il buon esempio ai fratelli e agli altri, e perciò sopportava pazientemente ogni indigenza, per togliere a tutti il pretesto di mormorare.

 

 

64.

 

COME DESCRISSE IN SE STESSO

LO STATO DI PERFETTA UMILTÀ

 

 

78 Avvicinandosi il tempo del Capitolo, Francesco disse al suo compagno: «Non mi sembrerebbe di essere frate minore, se non fossi nello stato d’animo che sto per dirti. Ecco, i fratelli m’invitano al Capitolo con grande affetto e, commosso da questa bontà, vado con loro. Riunitici, mi pregano di annunziar loro la parola di Dio e di predicare. Mi alzo e mi metto a parlare secondo mi ha ispirato lo Spirito Santo.

Finito il sermone, supponiamo che tutti mi gridino dietro: – Non vogliamo che tu abbia potere sopra di noi; non hai l’eloquenza che ci vuole, sei troppo semplice e incolto. Ci vergogniamo di avere un superiore così alla buona e scadente. E quindi d’ora innanzi non avere la pretesa di esser chiamato nostro superiore –. E così mi cacciano con vituperio e disprezzo.

Ebbene, non sarei un autentico frate minore, se non fossi sereno quando mi umiliano e mi scacciano non volendomi loro superiore, come quando mi venerano ed onorano, dal momento che in entrambi i casi si realizzano egualmente il vantaggio e l’utilità loro. Se ho goduto quando mi esaltano e mi onorano per il loro bene e sospinti da devozione ( e questo trattamento può essere pericoloso per la mia anima), tanto più devo esser felice per il vantaggio e il bene della mia anima allorché mi disprezzano, dove il profitto per il mio spirito è sicuro».

 

 

65.

 

COME VOLLE ANDARE UMILMENTE IN TERRE LONTANE,

COME VI AVEVA MANDATO ALTRI FRATI,

E COME INSEGNÒ LORO AD ANDARE PER IL MONDO

CON UMILTÀ E DEVOZIONE

 

 

79 Finito il Capitolo nel quale molti frati furono inviati in terre oltremare, Francesco, restato con alcuni, disse: «Fratelli carissimi, bisogna che io sia modello ed esempio a tutti i frati. Se dunque li ho mandati in regioni lontane a sopportare travagli e umiliazioni, fame e sete e altre avversità, è giusto, e la santa umiltà lo richiede che vada io pure in qualche terra lontana, affinché i fratelli affrontino più pazienti le difficoltà, quando sentono che io sopporto le stesse traversie. Andate dunque e pregate il Signore, affinché mi conceda di scegliere la regione che sia maggiormente a sua lode, a vantaggio delle anime ed a buon esempio per il nostro Ordine».

Era abitudine del santo padre, quando era in procinto di partire alla volta di qualche terra, di pregare prima il Signore e di mandare dei fratelli a pregare, affinché il Signore lo ispirasse a dirigersi dove più piacesse a Lui. Quei frati si ritirarono a pregare; e, finita l’orazione, tornarono a lui. Francesco tutto giulivo disse loro: «In nome del Signore nostro Gesù Cristo e della gloriosa vergine Maria madre di lui, e di tutti i santi: scelgo la terra di Francia, nella quale vive gente cattolica, soprattutto perché i francesi, fra gli altri cattolici, mostrano gran riverenza al corpo di Cristo, cosa a me gratissima, e quindi mi troverò ben felice in mezzo a loro».

 

 

80 Così ardente amore e devozione nutriva Francesco per il corpo di Cristo, che avrebbe voluto scrivere nella Regola che i frati, nelle province in cui dimoravano, avessero cura e zelo grande di questo sacramento, ed esortassero i sacerdoti a conservare l’Eucaristia in luogo adatto e decoroso, e qualora il clero si mostrasse negligente, vi sopperissero i frati.

Era sua volontà altresì di aggiungere nella Regola che dovunque i frati trovassero i nomi del Signore e le parole della consacrazione eucaristica non custodite con amore, le raccogliessero per riporle in luogo decoroso, onorando così il Signore nelle parole pronunziate da lui. E sebbene queste prescrizioni non fossero accolte nel testo della Regola, perché i ministri non vedevano di buon occhio far carico ai frati di queste direttive, tuttavia nel suo Testamento e in altri suoi scritti volle esprimere ai frati la sua volontà sull’argomento.

Una volta volle mandare alcuni frati per tutte le province, a portare molte pissidi belle e splendenti, affinché dovunque trovassero il corpo del Signore conservato in modo sconveniente, lo collocassero con onore in quelle pissidi. E anche volle mandare altri frati per tutte le regioni con molti e buoni ferri da ostie, per fare delle particole belle e pure.

 

 

81 Dopo aver scelto i frati che intendeva condurre con sé, Francesco disse loro: «In nome di Dio, andate a due a due con umiltà e modestia, osservando il silenzio dal mattino fino all’ora terza, pregando Dio nei vostri cuori, non pronunziando tra voi parole oziose e inutili. Pur essendo in cammino, il vostro comportamento sia umile e dignitoso come se foste in un romitorio o in una cella. Poiché, dovunque siamo e andiamo, noi abbiamo la cella sempre con noi: fratello corpo è la nostra cella, e l’anima è l’eremita che vi abita per pregare il Signore e meditare su lui. Se l’anima non è in tranquillità nella sua celletta, di ben poco giovamento è quella fabbricata con le mani».

 

 

82 Arrivato a Firenze, Francesco v’incontrò messer Ugo vescovo di Ostia, che fu poi papa Gregorio. Questi, avendo udito che Francesco intendeva recarsi in Francia, glielo proibì, dicendo: «Fratello, non voglio che tu vada di là dai monti, poiché molti prelati ne approfitterebbero per contrastare il tuo movimento alla curia romana. Io e altri cardinali, che amiamo il tuo Ordine, lo proteggeremo e aiuteremo più agevolmente, se tu rimani nei limiti di questa provincia».

Gli rispose Francesco: «Messere, è per me grande vergogna, l’aver mandato altri miei fratelli in terre lontane, e io rimanere qua, non partecipando alle tribolazioni che essi patiranno per il Signore».

Il cardinale gli replicò quasi rimproverandolo: «E perché hai inviato i tuoi frati così lontano a morire di fame e a sopportare chissà quali altre tribolazioni?».

Con grande fervore e ispirazione profetica Francesco ribatté «Messere, credete voi che Dio abbia suscitato i frati soltanto per queste regioni? Ma io vi dico in verità, che Dio ha scelto e mandato i frati per il bene e la salvezza delle anime di tutti gli uomini del mondo: non solo nei paesi dei cristiani, ma anche in quelli dei non credenti essi saranno accolti e conquisteranno molte anime».

Rimase stupito il vescovo di Ostia da tali parole, affermando che ciò era vero. Tuttavia non permise al Santo di recarsi in Francia. E il beato Francesco vi mandò Pacifico insieme con altri frati. Lui se ne tornò invece alla valle Spoletana.

 

 

66.

 

COME INSEGNÒ AD ALCUNI FRATI

A CONQUISTARE LE ANIME DI CERTI BRIGANTI

CON L’AMORE E L’UMILTÀ

 

 

83 In un eremitaggio di frati, posto sopra Borgo San Sepolcro (66), venivano ogni tanto dei briganti a chiedere pane. Costoro stavano nascosti nelle selve e depredavano i passanti. Alcuni frati sostenevano che non era bene far loro l’elemosina, altri al contrario lo facevano per compassione, sperando di indurli a penitenza.

Francesco venne a passare di là, e i frati lo interrogarono se fosse bene far l’elemosina ai briganti. Rispose: «Se farete come vi dirò, confido nel Signore che conquisterete le loro anime. Andate dunque, acquistate del buon pane e buon vino, recatelo a quelli nei boschi dove stanno, e chiamateli: – Fratelli briganti, venite a noi che siamo vostri fratelli e vi portiamo buon pane e buon vino! –. Essi verranno subito. Voi allora stenderete per terra una tovaglia, vi disporrete sopra il pane e il vino, e li servirete umilmente e lietamente, finché abbiano mangiato. Dopo il pasto, parlate loro le parole del Signore, e infine fate loro questa prima richiesta per amor di Dio: che vi promettano di non percuotere né danneggiare alcuno nella persona. Poiché, se domandate tutte le cose in una volta, non vi daranno ascolto, invece, vinti dalla vostra umiltà e affetto, subito accondiscenderanno alla vostra proposta.

Un altro giorno, grati di questa loro promessa, recate loro con il pane e il vino, anche uova e cacio, e serviteli finché abbiano mangiato. Dopo il pasto, direte: – Ma perché state in questi posti tutto il giorno a morire di fame e sopportare tanti disagi, facendo il male col pensiero e con le azioni, a causa delle quali perdete le vostre anime, se non vi convertite a Dio? Meglio che serviate il Signore e lui vi darà in questa vita le cose necessarie al corpo, e alla fine salverà le vostre anime. – Allora il Signore li ispirerà a ravvedersi, grazie all’umiltà e gentilezza che voi gli avrete mostrato».

I frati eseguirono ogni cosa secondo l’istruzione ricevuta da Francesco. E i briganti, per bontà e misericordia di Dio ascoltarono ed eseguirono alla lettera, punto per punto, quanto i frati avevano loro richiesto. Anzi, toccati da tanta umiltà e benevolenza, cominciarono a loro volta a servirli, portando sulle loro spalle la legna fino all’eremitaggio. Alcuni di loro entrarono infine nell’Ordine, gli altri confessarono i loro peccati e fecero penitenza delle colpe commesse, promettendo ai frati di voler vivere d’allora in poi del proprio lavoro e mai più commettere quei misfatti.

 

 

67.

 

COME, FUSTIGATO DAI DEMONI,

CAPÌ CHE ERA PIÙ GRADITO A DIO

CH’EGLI ABITASSE IN LUOGHI POVERI E UMILI,

ANZICHÉ CON I CARDINALI

 

 

84 Una volta il beato Francesco si portò a Roma per incontrare il cardinale di Ostia. Rimasto alcuni giorni con lui, andò a render visita a messer Leone cardinale, molto devoto a Francesco.

Si era d’inverno, stagione non adatta a viaggiare a piedi, per causa del freddo, del vento e delle piogge. Per cui il cardinale lo pregò di sostare qualche giorno da lui, ricevendo il cibo come un mendicante insieme agli altri poveri che quotidianamente mangiavano alla sua mensa.

Disse questo, perché sapeva che Francesco voleva sempre esser ricevuto come un qualunque poverello, dove era ospitato, sebbene il Papa e i cardinali lo accogliessero con viva devozione e rispetto, venerandolo come santo. Aggiunse il cardinale: «Ti assegnerò una buona casa appartata, dove potrai pregare e prendere i pasti quando vorrai».

Allora frate Angelo Tancredi, uno dei primi dodici frati che abitava con quel cardinale, disse a Francesco: «Fratello, qui vicino sorge una torre assai spaziosa e fuori mano, dove potrai dimorare come in un eremo». Il Santo andò a vederla e gli piacque, e tornato dal cardinale gli disse: «Messere, forse rimarrò presso di voi alcuni giorni».

Il cardinale ne fu molto felice. Andò quindi frate Angelo e preparò nella torre una celletta per Francesco e il suo compagno. E perché il Santo non voleva discendere di là per recarsi dal cardinale, per tutto il tempo che rimarrebbe là né voleva che alcuno entrasse da lui, Angelo promise e dispose di portare ogni giorno il cibo a lui e al compagno.

Francesco si ritirò con il compagno nella torre. Calata la notte, mentre si disponeva a dormire, vennero i demoni e gli diedero una forte dose di fustigate. Francesco chiamò il compagno: «Fratello, gli disse, i demoni mi hanno battuto molto duramente. Rimani vicino a me, ho paura di star solo». Il compagno quella notte rimase vicino a lui, che tremava tutto come preso dalla febbre; tutte quelle ore le trascorsero svegli.

Francesco parlava con il compagno: «Perché i demoni mi hanno pestato, e perché il Signore ha dato loro il potere di nuocermi?». E soggiunse: «I demoni sono i castaldi del Signore. Come il podestà manda il suo castaldo a punire chi ha commesso un’infrazione, così il Signore, per mezzo dei suoi agenti, cioè i demoni che in questo mondo sono al suo servizio, sferza e castiga quelli che ama. Anche il perfetto religioso molte volte pecca per ignoranza; così, quando non conosce la sua colpa, viene battuto dal diavolo, affinché osservi diligentemente e consideri in quali cose ha mancato esteriormente e interiormente. Nulla lascia impunito il Signore, durante questa vita, in quelli ch’egli ama di vero amore.

Io veramente, per grazia e misericordia di Dio, non ho coscienza di aver commesso mancanze che non abbia riparato per mezzo della confessione e dell’ammenda. E certo il Signore mi ha fatto questo dono per sua misericordia: che di tutte le cose nelle quali io possa piacergli o dispiacergli, nelle orazioni prendo chiara cognizione. Ma può essere che, per mezzo dei suoi giustizieri, egli mi abbia ora castigato perché, sebbene messer cardinale ben volentieri mi usi riguardi e al mio corpo sia necessario godere questo ristoro, i miei frati però che vanno per il mondo sopportando fame e molte tribolazioni, e gli altri frati che abitano negli eremitaggi e in piccole case, udendo che io rimango presso messer cardinale, potranno aver occasione di protestare, dicendo: – Noi sopportiamo tante avversità, e lui gode i suoi agi!

Io invece sono tenuto a dare sempre loro il buon esempio, e proprio per questo sono stato dato loro. I frati sono più edificati quando abito in mezzo a loro in luoghi poveri, che non quando sto altrove; e con maggior pazienza sopportano le loro tribolazioni, quando odono che io pure sopporto gli stessi travagli».

E invero il grande e costante impegno del nostro padre fu di offrire sempre a tutti il buon esempio, non dando occasione agli altri frati di mormorare di lui. Per questo, sano o malato, soffrì tante e così grandi pene, che tutti i fratelli che venissero a saperlo, – come noi che siamo vissuti con lui fino al giorno della sua morte, – ogni volta che leggessero o richiamassero alla memoria tali cose, non potrebbero trattenere le lacrime, e con maggior pazienza e letizia sopporterebbero ogni tribolazione e angustia.

Di primissimo mattino Francesco discese dalla torre, andò dal cardinale a raccontargli cosa gli era accaduto e di cui aveva conversato con il compagno, e concluse: «Gli uomini pensano che io sia un santo, ed ecco i demoni mi hanno cacciato dal mio ritiro!».

Il cardinale fu pieno di gioia nel vederlo, tuttavia, conoscendone la santità e venerandolo, non osò opporsi quando non volle restare più da lui. Così, preso commiato, Francesco ritornò all’eremitaggio di Fonte Colombo, presso Rieti.

 

 

68.

 

COME RIMPROVERÒ I FRATI CHE VOLEVANO SEGUIRE

LA VIA DELLA LORO SAPIENZA E SCIENZA,

E PREDISSE LORO LA RIFORMA DELL’ORDINE

E IL RITORNO ALLO STATO PRIMITIVO

 

 

85 Trovandosi Francesco al Capitolo generale presso Santa Maria della Porziuncola, capitolo chiamato delle stuoie, perché non essendovi abitazioni, gli unici rifugi erano fatti con stuoie, e vi furono presenti cinquemila frati; in quell’occasione, dunque, molti frati colti e dotti si recarono dal cardinale di Ostia, che stava colà, e gli dissero: «Messere, vogliamo che voi persuadiate frate Francesco a seguire il consiglio dei frati istruiti, e consenta talvolta di essere guidato da loro». E citavano la Regola di san Benedetto, quelle di Agostino e Bernardo, che insegnano a menar vita religiosa in questa e quella maniera

Tutte queste cose riferì il cardinale a Francesco, in tono di ammonizione. Il Santo, senza risponder nulla, lo prese per mano e lo condusse tra i frati riuniti a Capitolo, e così parlò ad essi nel fervore e nella virtù dello Spirito Santo: «Fratelli miei, fratelli miei! Il Signore mi ha chiamato per la via della semplicità e dell’umiltà, e questa via mi. mostrò veramente per me e per quelli che intendono credermi e imitarmi. Di conseguenza, voglio che non mi si parli di nessuna Regola né di san Benedetto, né di sant’Agostino, né di san Bernardo, né di alcun altro ideale e maniera di vita diverso da quello che dal Signore mi è stato misericordiosamente rivelato e concesso.

Il Signore mi ha detto che io dovevo essere come un novello pazzo in questo mondo, e non ci ha voluto condurre per altra via che quella di questa scienza. Dio vi confonderà proprio per mezzo della vostra scienza e sapienza. Io confido nei castaldi del Signore, e per loro mezzo Dio vi punirà. E allora tornerete al vostro stato, lo vogliate o no, con vostra vergogna».

Molto rimase trasecolato il cardinale, e niente rispose; e i fratelli furono pieni di grande timore.

 

 

69.

 

COME PREVIDE E PREDISSE CHE LA SCIENZA

SAREBBE STATA OCCASIONE DI ROVINA DELL’ORDINE,

E COME PROIBÌ A UNO DEI COMPAGNI DI DARSI

ALLO STUDIO DELLA PREDICAZIONE

 

 

86 Molto penava Francesco quando, trascurando la virtù, si andava in cerca della scienza che gonfia, soprattutto se un frate non perdurava nella vocazione cui era stato chiamato da principio.

Diceva: «I miei frati che sono presi dalla curiosità di sapere, si troveranno a mani vuote nel giorno della tribolazione. Perciò vorrei che essi piuttosto si rinvigorissero nella virtù. E quando il tempo della tribolazione verrà, avessero con sé nell’angoscia il Signore. La tribolazione certamente verrà, e i libri, che non serviranno allora a niente, saranno gettati dalla finestra».

Non diceva questo perché gli dispiacesse la lettura della sacra Bibbia, ma per distogliere tutti dalla superflua preoccupazione di imparare. Voleva infatti che i frati fossero buoni e caritatevoli, anziché assetati di sapere e arroganti.

Presentiva che sarebbero venuti fra non molto i tempi nei quali prevedeva che un sapere orgoglioso sarebbe causa di rovina. Per cui, dopo la sua morte, apparendo a un certo compagno troppo assillato dallo studio della predicazione, gliene fece rimprovero e proibizione, e gli comandò che studiasse di avanzare sulla via dell’umiltà e della semplicità.

 

 

70.

 

COME QUELLI CHE ENTRERANNO NELL’ORDINE

NEL TEMPO DELLA TRIBOLAZIONE FUTURA

SARANNO BENEDETTI,

E COLORO CHE SARANNO SOTTOPOSTI ALLA PROVA

SARANNO MIGLIORI DI CHI LI HA PRECEDUTI

 

 

87 Diceva Francesco: «Verrà tempo in cui, per i malesempi dei cattivi frati, quest’Ordine amato da Dio avrà così sinistra reputazione che ci si vergognerà di uscire in pubblico. Ma quelli che allora entreranno nell’Ordine, saranno guidati unicamente dalla virtù dello Spirito Santo, la carne e il sangue non lasceranno macchia alcuna su di loro, e saranno veramente benedetti dal Signore. Anche se nessuna opera meritoria verrà compiuta da essi, tuttavia, poiché si raffredderà lo spirito di carità che anima i santi ad agire con fervore, saranno assaliti da tentazioni immense; e quelli che usciranno vincitori da queste prove, saranno migliori di coloro che li precedettero.

Guai però a coloro che, facendo applausi a se stessi, per il solo aspetto ed apparenza di pratica religiosa, confidando nella propria istruzione e sapere, saranno trovati oziosi, vale a dire inattivi nell’esercizio delle opere virtuose, nella via della croce e della penitenza, nella pura osservanza del Vangelo, che sono obbligati a seguire in purità e semplicità, in forza della loro professione! Questi non resisteranno con vigore alle tentazioni, che il Signore permetterà per purificare gli eletti. Ma quelli che saranno messi alla prova e l’avranno superata, riceveranno la corona della vita, a guadagnare la quale attualmente li incita la malizia dei reprobi».

 

 

71.

 

COME RISPOSE A UN COMPAGNO CHE GLI DOMANDAVA

PERCHÉ NON REPRIMESSE GLI ABUSI

CHE AVVENIVANO NELL’ORDINE AI SUOI TEMPI

 

 

88 Un compagno disse un giorno al beato Francesco: «Perdonami, Padre. Quanto ti voglio dire è stato già notato da molti». E seguitò: «Tu sai come una volta, per grazia di Dio, tutto l’Ordine era fiorente di pura perfezione. Tutti i fratelli con vibrante fervore e zelo osservavano in ogni cosa la santa povertà, in angusti edifici e modesti utensili, poveri libri e rozze vesti, e nell’adempiere a questo ideale erano accomunati da una sola volontà e dallo stesso slancio; erano gelosi nell’osservanza di quanto si riferisce alla purezza della fede, alla nostra vocazione, al buon esempio. Da uomini veramente apostolici ed evangelici, erano unanimi nell’amore di Dio e del prossimo.

Da poco tempo in qua, invece, questa purità e perfezione ha cominciato ad alterarsi, sebbene molti adducano a scusa il gran numero dei frati, dicendo che per questo non possono più essere praticate tali virtù. Molti frati, anzi, sono giunti a tanta cecità che sono convinti che il popolo sia meglio edificato e convertito a devozione da questo comportamento, anziché dal fervore primitivo. E pensano addirittura che questo stile di vita sia più conveniente, e hanno in disprezzo la via della santa semplicità e povertà, che pure fu il principio e il fondamento del nostro Ordine. Constatando questo sviamento, crediamo fermamente che esso ti dispiaccia tuttavia, siamo molto stupiti, che, dispiacendoti simili abusi tu li sopporti e non li corregga».

Gli rispose il beato Francesco: «Il Signore ti perdoni, fratello. Perché vuoi essermi contrario e avverso, implicandomi in cose che non si riferiscono al mio dovere? Fin tanto che ebbi la carica di guidare i frati, essi restarono saldi nella loro vocazione e nell’impegno assunto. Fin dal principio della mia nuova vita, sono stato sempre malato, eppure con il mio debole zelo, con l’esempio e con le esortazioni riuscivo a sostenere i fratelli. Dopo che vidi che il Signore moltiplicava il loro numero, ed essi per tiepidezza e inerzia spirituale cominciavano a deviare dalla strada dritta e sicura per la quale erano soliti camminare e, avanzando per la via larga che mena alla morte, non erano appassionati alla loro vocazione, agli impegni assunti e al buon esempio; né intendevano abbandonare il cammino pericoloso e mortale che avevano preso, nonostante le mie ammonizioni e l’esempio che loro continuamente davo, affidai la guida dell’Ordine a Dio e ai ministri.

Quando rinunciai all’incarico di governare i frati, io mi scusai davanti a loro nel Capitolo generale, adducendo la ragione delle mie infermità; però, se i frati volessero camminare secondo la mia volontà, non vorrei, per consolazione e utilità di loro stessi, che avessero altro ministro se non me fino al giorno della mia morte. Il suddito fedele e buono sa intendere e seguire la volontà, senza che al prelato sia necessaria per ben governare una cura assillante. Inoltre, io sarei così felice della bontà dei frati per il loro e mio profitto, che, anche giacendo infermo, non esiterei a soddisfarli. Il mio ufficio di guida è infatti soltanto spirituale, e consiste nel reprimere i difetti, correggerli ed emendarli. Dal momento però che non riesco a raddrizzarli e migliorarli con le ammonizioni, esortazioni ed esempio, non voglio diventare giustiziere nel punirli e flagellarli, come fanno i governanti di questo mondo.

Io confido nel Signore che i nemici invisibili, che sono i suoi castaldi al servizio suo per punire in questo e nell’altro mondo, fin da ora faranno vendetta di quelli che trasgrediscono i comandi di Dio e le promesse della loro professione. Essi li faranno castigare dagli uomini di questo mondo, con vergogna e rossore, di modo che tornino alla loro vocazione e ai loro impegni.

E fino al giorno della mia morte, io non smetterò di ammaestrare i frati con l’esempio e con le azioni a seguire il cammino mostratomi dal Signore, quel cammino che ho additato con la parola e l’esempio. Così saranno senza scusa davanti a Dio, e io non sarò obbligato, più tardi, a render conto di loro alla presenza del Signore».

 

 

72.

 

FRATE LEONE, COMPAGNO E CONFESSORE DI SAN FRANCESCO

SCRISSE A FRATE CORRADO DA OFFIDA

LE PAROLE CHE SEGUONO,

DICENDO DI AVERLE RACCOLTE DALLA BOCCA DI FRANCESCO.

PAROLE CHE LO STESSO CORRADO RIFERÌ

PRESSO SAN DAMIANO

VICINO ALLA CITTÀ DI ASSISI

 

 

89 San Francesco stava in orazione davanti all’abside della chiesa di Santa Maria degli Angeli, con le mani tese in alto, invocando Cristo affinché avesse misericordia del popolo nella gran tribolazione che stava per abbattersi.

E il Signore rispose: «Francesco, se vuoi che io abbia pietà del popolo cristiano, fa’che il tuo Ordine permanga nello stato in cui fu stabilito, poiché non mi resta che esso in tutto il mondo. E ti prometto che, per amore tuo e del tuo Ordine, non lascerò che al mondo sopravvenga alcuna tribolazione. Ma dico a te che essi si ritrarranno dalla via in cui li ho messi. E m’inciteranno a tale ira, che insorgerò contro di loro e chiamerò i demoni e darò a questi il potere che vorranno. E i demoni provocheranno tanto scandalo tra i frati e il mondo, che nessuno vi sarà che osi portare il tuo saio se non nelle selve. E quando il mondo perderà la fiducia nei tuo Ordine, non rimarrà più alcuna luce, poiché io ho posto i frati come luce del mondo».

E san Francesco disse: «Di che vivranno i miei fratelli che abiteranno le selve?». Disse Cristo: «Io li nutrirò, come nutrii i figli d’Israele nel deserto, facendo piovere la manna. Questi frati saranno buoni, e allora l’Ordine tornerà alla sua condizione originaria, in cui fu fondato e cominciato».

 

 

73.

 

COME DALLE PREGHIERE E LACRIME DEGLI UMILI

SEMPLICI FRATELLI SONO CONVERTITE QUELLE ANIME

CHE SEMBRANO CONVERTIRSI PER LA SCIENZA

E PREDICAZIONE DEGLI ALTRI

 

 

90 Il padre santo non voleva che i suoi frati fossero avidi del sapere e dei libri, ma voleva e insisteva che si sforzassero di stabilirsi sul fondamento della santa umiltà, e a seguire la pura semplicità, la santa orazione e la nostra signora povertà: su queste fondamenta costruirono i primi santi frati. Diceva che questa sola era la via sicura alla salvezza propria e alla edificazione degli altri, poiché Cristo, che noi siamo chiamati a imitare, ci mostrò e prescrisse questo ideale con la parola e l’esempio.

Ma il beato padre, prevedendo il futuro, conosceva per virtù dello Spirito Santo, e sovente ripeteva ai fratelli «che molti, col pretesto di migliorare il prossimo, dimenticheranno la loro vocazione di santa umiltà, pura semplicità, orazione e devozione e povertà. Finiranno con l’illudersi di esser maggiormente imbevuti e colmi di devozione, di essere ardenti e illuminati dall’amore e conoscenza di Dio, mentre nel loro intimo saranno freddi e vuoti. Così non potranno più tornare alla primitiva vocazione, avendo perduto in studi falsi e vani il loro tempo. E temo che verrà loro tolto quanto suppongono di possedere, poiché trascurarono completamente ciò che era loro offerto: di conservare cioè e seguire la loro vocazione».

Diceva ancora: «Vi sono molti frati, che pongono ogni loro sforzo e impegno nell’acquistare la scienza, trascurando la loro vocazione, uscendo con la mente e con la vita dalla via dell’umiltà e della santa orazione. Quando hanno predicato al popolo, venendo a sapere che alcuni sono rimasti edificati o convertiti a penitenza, si gonfiano e inorgogliscono della fatica e guadagno altrui quasi fosse opera loro. Invece, essi hanno predicato per loro condanna e perdita, e nulla hanno operato se non come strumenti di quei buoni, per mezzo dei quali il Signore ha in verità acquistato un tale frutto. Coloro che questi immaginano di aver edificato e convertito grazie alla loro scienza e predicazione, in realtà il Signore ha edificato e convertito con le orazioni e lacrime dei santi, poveri, umili, semplici frati, per quanto costoro ignorino per lo più tale cosa, giacché Dio non vuole che lo sappiano e ne siano incitati a insuperbire.

 

 

Questi sono i miei frati cavalieri della Tavola rotonda, che si appartano in luoghi disabitati e remoti per abbandonarsi con più amore all’orazione e alla meditazione, piangendo i peccati propri e altrui, vivendo in semplicità e umiltà. La loro santità è nota a Dio, e talvolta ignota ai fratelli e agli altri uomini. Quando le loro anime saranno presentate dagli angeli al Signore, Dio mostrerà loro il frutto e la ricompensa delle loro opere: le molte anime, cioè, salvate dai loro esempi, orazioni e lacrime. E dirà loro: – Figli miei diletti, tante e tali anime sono state salvate a mezzo delle vostre preghiere, pianto ed esempio; e poiché foste fedeli nel poco vi farò padroni di molto! Altri predicarono e operarono con parole di cultura e sapere, ma sono stato io a maturare il frutto della salvezza per i vostri meriti. Ricevete dunque la ricompensa delle fatiche di quelli e il frutto dei vostri meriti, il regno eterno, che avete conquistato con l’ardore dell’umiltà e della semplicità, con la violenza delle vostre orazioni e lacrime –.

Così, portando i loro covoni, vale a dire i frutti e le ricompense della loro santa umiltà e semplicità, entreranno lieti ed esultanti nella felicità del Signore. Ma quelli che si preoccupano solo di sapere e di mostrare agli altri la via della salvezza, senza nulla operare per salvarsi loro, arriveranno nudi e a mani vuote dinanzi al tribunale di Cristo, non recando che i covoni della vergogna, della delusione e della amarezza.

Allora la verità della santa umiltà e semplicità, della santa orazione e povertà, in cui consiste il nostro ideale, sarà esaltata, glorificata, magnificata. Una verità alla quale quelli che furono rigonfi di sapere, recarono pregiudizio con la loro vita, i vuoti discorsi, le prediche della loro vana sapienza, dicendo che quella verità era falsità, e perseguitando crudelmente come ciechi quelli che camminavano nella verità.

Allora l’errore e la falsità delle opinioni da loro seguite e predicate come verità, e attraverso le quali essi fecero precipitare molti nella fossa della cecità, si riveleranno dolore, confusione e vergogna. Ed essi, insieme con le loro opinioni tenebrose, saranno immersi nelle tenebre in compagnia degli spiriti maligni».

 

 

91 Commentando quel detto: La sterile partorì molti figli, mentre quella che aveva molti figli diventò sterile, Francesco era solito dire: «Sterile è il buon religioso, semplice, umile povero e disprezzato, tenuto a vile e buttato in un canto, ii quale però edifica incessantemente gli altri con le sante orazioni e virtù e li partorisce con i suoi gemiti dolorosi».

Queste parole amava spesso ripetere davanti ai ministri e agli altri frati, specialmente durante i Capitoli generali.

 

 

74.

 

COME VOLEVA E INSEGNAVA CHE PRELATI E PREDICATORI

DEVONO ESERCITARSI NELL’ORAZIONE

E NELLE OPERE DI UMILTÀ

 

 

92 Fedele servo e imitatore perfetto di Cristo, Francesco, sentendosi completamente trasformato in Cristo per virtù della santa umiltà, desiderava nei suoi fratelli l’umiltà sopra tutte le altre virtù, e li incoraggiava senza sosta e affettuosamente, con le parole e l’esempio, ad amare questa grazia, desiderarla, acquistarla e conservarla. Ammoniva specialmente i ministri e i predicatori, inducendoli a dedicarsi a opere di umiltà.

Soggiungeva che, a causa delle cariche di governo e gli impegni di predicazione, non dovevano trascurare la santa devota orazione né omettere di andare all’elemosina, né di dedicarsi al lavoro manuale e compiere altri servizi, come tutti gli altri frati, per il buon esempio e il profitto delle anime proprie e altrui.

Diceva: «Molto sono edificati i frati sudditi, quando i loro ministri e predicatori si dedicano all’orazione e si danno di buona voglia a servizi umili e bassi. Altrimenti non possono, senza vergogna e pregiudizio e condanna, ammonire intorno a queste cose gli altri fratelli. Bisogna, secondo l’esempio del Signore, prima fare e poi insegnare, o meglio fare e insegnare nello stesso tempo».

 

 

75.

 

COME INDICÒ AI FRATI, UMILIANDOSI,

IL MODO DI CONOSCERE QUANDO EGLI ERA SERVO DI DIO

E QUANDO NO

 

 

93 Il beato Francesco convocò una volta molti frati e disse loro: «Ho pregato il Signore che si degnasse mostrarmi quando sono servo di lui e quando no. Poiché niente altro vorrei, che essere suo servo. Il Signore benignissimo mi rispose: – Potrai conoscere che sei veramente mio servo, quando tu pensi, dici e fai cose sante! –.

Perciò ho chiamato voi, fratelli, e vi ho rivelato questo per potere vergognarmi davanti a voi, allorché mi vedrete mancare in una o tutte queste cose».

 

 

76.

COME VOLLE CHE TUTTI I FRATI SI DEDICASSERO

TALORA A LAVORI MANUALI

 

 

94 Diceva che quelli che attendono svogliati a un lavoro umile in casa, saranno rigettati ben presto dalla bocca del Signore. Nessuno poteva mostrarsi in o~io dinanzi a lui, senza che tosto lo sferzasse con parole mordenti. E lui, modello di ogni perfezione, lavorava umilmente con le sue mani, non permettendo che venisse sciupato un solo attimo del prezioso dono del tempo.

Diceva: «Voglio che tutti i miei frati lavorino e si esercitino umilmente in lavori onesti, affinché noi siamo di minor peso alla gente, e cuore e lingua non vagabondino nell’ozio. Chi non conosce un mestiere, lo impari».

Secondo lui, la ricompensa del lavoro non doveva essere a disposizione del lavoratore, bensì del guardiano o della comunità.

 

 

 

 

PARTE QUARTA

 

ZELO DEL SANTO

PER L’OSSERVANZA DELLA REGOLA

E PER LA PERFEZIONE DELL’ORDINE TUTTO

 

 

 

 

 

77.

 

COME LODAVA L’OSSERVANZA DELLA REGOLA,

E VOLEVA CHE I FRATI LA CONOSCESSERO

E NE PARLASSERO, E MORISSERO TENENDOLA IN MANO

 

 

95 Perfetto zelatore e amante dell’osservanza del Vangelo, il beato Francesco amava ardentemente che tutti mettessero in pratica la Regola, che è vivere il Vangelo, e diede una speciale benedizione a coloro che sono e saranno veri zelatori di essa.

Ai suoi discepoli diceva che la Regola è il libro della vita, la speranza della salvezza, la caparra della gloria, il midollo del Vangelo, la via della croce, lo stato di perfezione, la chiave del paradiso, il patto di eterna alleanza.

Voleva che tutti ne avessero una copia e la sapessero a mente, e che nelle loro conversazioni i frati ne parlassero di frequente, per evitare lo scoramento, e ne meditassero dentro di sé per richiamare il giuramento pronunciato.

Prescrisse che la Regola fosse sempre davanti al loro sguardo, a rammentare il loro ideale di vita e a stimolo di osservanza. E, più ancora, volle e insegnò ai frati di morire con essa.

 

 

78.

 

DI UN SANTO FRATELLO LAICO, MARTIRIZZATO

MENTRE TENEVA LA REGOLA TRA LE MANI

 

 

96 Non scordò questo santo esempio e questi dettami del beatissimo padre, un fratello laico, che crediamo indubbiamente assunto nel coro dei martiri, e andò tra gli infedeli per brama di martirio. Mentre i Saraceni lo portavano alla pena capitale, egli, tenendo con grande fervore la Regola tra le mani e piegando umilmente le ginocchia, disse al compagno: «Mi confesso colpevole, fratello carissimo, di tutte le cose che ho commesso contro questa Regola, davanti agli occhi della divina Maestà e dinanzi a te».

Appena terminata questa breve confessione, gli fu vibrato un colpo di scimitarra, ed egli finì questa vita ottenendo la corona del martirio. Era entrato nell’Ordine da giovanetto cosicché appena riusciva a sopportare i digiuni della Regola, e pur tanto fanciullo, portava sulle carni uno strumento di mortificazione. Beato ragazzo, che cominciò felicemente e più felicemente finì!

 

 

79.

 

COME VOLLE CHE L’ORDINE FOSSE SEMPRE

SOTTO LA PROTEZIONE E DISCIPLINA

DELLA CHIESA ROMANA

 

 

97 Diceva Francesco: «Andrò, e affiderò l’Ordine dei fratelli minori alla Chiesa romana. I malevoli saranno intimoriti e tenuti a freno dalla forza della sua autorità; e i figli di Dio godranno perfetta libertà, a incremento della salvezza eterna. Da ciò i figli riconosceranno i dolci benefici della loro madre, e ne seguiranno sempre le orme venerabili con particolare devozione.

Sotto questa protezione l’Ordine non patirà mali incontri, né il figlio di Belial scorrazzerà impunemente per la vigna del Signore. Questa madre santa sarà incitata a emulare la gloria della nostra povertà, e mai permetterà che il fulgore dell’umiltà e il giubilo della obbedienza siano offuscati dal tenebrore dell’orgoglio.

Conserverà intatti fra noi i vincoli della carità e della pace, e percuoterà severamente gli animatori di discordia. La santa osservanza della purezza del Vangelo sarà fiorente davanti a lei, che non permetterà venga inquinato il profumo della nostra buona fama e vita, nemmeno per un’ora».

 

 

80.

 

I QUATTRO PRIVILEGI CHE DIO DONÒ ALL’ORDINE

E CHE ANNUNZIÒ AL BEATO FRANCESCO

 

 

98 Diceva il beato Francesco di aver ottenuto dal Signore quattro privilegi, rivelatigli a mezzo di un angelo: che cioè l’Ordine e l’ideale di vita dei frati minori sarebbe durato fino al giorno del giudizio; che nessun persecutore dell’Ordine per proposito deliberato, sarebbe vissuto a lungo, che nessun malvagio, intendendo vivere male nell’Ordine, vi avrebbe durato a lungo; infine, che chiunque amasse di cuore l’Ordine, per peccatore che egli fosse, avrebbe alla fine ottenuto misericordia.

 

 

81.

 

DELLE QUALITÀ CHE RITENEVA NECESSARIE

AL MINISTRO GENERALE E AI SUOI COMPAGNI

 

 

99 Tanto grande era lo zelo che aveva per conservare la perfezione nell’Ordine e la perfetta osservanza della Regola gli pareva così importante, che spesso rifletteva chi potesse esser capace, dopo la sua morte, di guidare l’Ordine tutto e mantenerlo, con l’aiuto di Dio, nella perfezione. Ma non riusciva a trovar nessuno che ne fosse idoneo.

Quando la sua vita stava per finire, un frate gli disse: «Padre, tu stai per passare al Signore, e questa famiglia che ti ha seguito resterà in questa valle di lacrime. Suggerisci dunque a noi, se alcuno ne conosci nell’Ordine, chi goda della tua fiducia e cui si possa degnamente affidare l’incarico di ministro generale». Rispose Francesco, accompagnando ogni parola con sospiri: «Figlio mio, non vedo alcuno che abbia le capacità di essere capo di un esercito così grande e vario, di essere pastore di un gregge tanto numeroso ed esteso. Ma vi dipingerò quale dovrebbe essere il capo e pastore di questa famiglia.

Quest’uomo, proseguì, dovrebbe essere di vita austera, di grande maturità, di fama irreprensibile, sarà libero da preferenze, affinché non accada che, amando una parte più del giusto, non porti pregiudizio al tutto. Dovrà essere un innamorato della preghiera, sapendo però dividere il tempo fra la cura della propria anima e quella del suo gregge. Di prima mattina metterà innanzi a tutto il santo sacrificio della Messa, e in lunga preghiera raccomanderà ardentemente alla protezione divina sé e la sua famiglia. Dopo l’orazione, si metta a disposizione dei fratelli, pronto a essere "dilapidato" da tutti; risponderà a ciascuno e provvederà alle necessità di tutti con bontà, pazienza e mitezza.

Non deve fare preferenze, in modo da non curarsi meno dei semplici e degli incolti che degli istruiti e dei dotti. Se gli è concesso il dono della scienza, ha un motivo di più di essere l’incarnazione della pietà, semplicità, pazienza e umiltà. Coltiverà le virtù in se stesso e negli altri, praticandole di continuo e incitando ad esse con l’esempio più che con le parole.

Deve odiare il denaro, che è il più gran corruttore del nostro ideale di perfezione. Essendo il capo e l’esempio da imitarsi da tutti, mai deve abusare dei soldi. Gli bastino per suo uso una veste e un piccolo libro; a servizio della comunità tenga penna e calamaio, una tavoletta per scrivere e il sigillo. Non sia collezionista di libri, né troppo appassionato alla lettura, affinché non gli accada di sottrarre ai suoi doveri quello che dedica alle sue inclinazioni.

Consoli con tenerezza gli afflitti, sia ultimo rimedio per i tribolati, affinché, venendo a mancare presso di lui le medicine della sanità, il morbo della disperazione non prevalga nei malati. Per piegare a dolcezza i protervi, umili se stesso e rinunci a qualcosa del suo diritto, pur di salvare un’anima. Riversi una immensa comprensione su quelli che abbandonano l’Ordine, simili a pecorelle sperdute, e mai neghi loro misericordia, consapevole di come sono forti le tentazioni che possono spingere a tale passo. Se il Signore permettesse che vi fosse esposto lui, forse precipiterebbe in un abisso più profondo.

E vorrei che, come vicario di Cristo, sia da tutti onorato con devozione e rispetto, e in ogni cosa gli si provveda con benevolenza, secondo le sue necessità e le esigenze del nostro ideale. Occorre, però, che non si lasci sedurre da onori e favori: deve far loro lo stesso viso che fa alle ingiurie, così che gli onori trasformino in meglio la sua condotta. Se talora abbisogni di cibo ricercato e migliore, non lo prenda di nascosto, ma davanti a tutti, affinché malati e deboli non si vergognino di provvedersene.

Sappia penetrare i segreti delle coscienze e scoprire la verità nascosta nelle radici profonde. Diffidi per metodo di qualsiasi accusa, finché la verità non cominci ad emergere da una inchiesta coscienziosa. Non presti orecchio alle chiacchiere, tenga per sospetti i pettegolezzi, sia guardingo specie nelle accuse, non ci creda facilmente. Per brama di conservare un vile onore, mai contamini o attenui la giustizia e l’equità. Abbia cura di non mai rovinare un’anima per eccesso di rigore, né troppa mansuetudine incentivi il torpore, e da rilassata indulgenza non derivi un afflosciarsi della disciplina. Sia da tutti temuto, e da quelli stessi che lo temono, amato. Giudichi e senta la sua carica più come un peso che come un onore.

 

 

100 Vorrei inoltre che si circondasse di compagni di provata onestà, inflessibili contro le passioni, forti nelle difficoltà, affettuosi e comprensivi verso i colpevoli, che riversino su tutti la stessa affezione. Non prendano, dai guadagni del loro lavoro, se non ciò che è strettamente necessario al corpo. Nulla desiderino, fuorché la lode di Dio, l’avanzamento dell’Ordine, il bene della loro anima, la salvezza di tutti i fratelli.

Siano affabili verso tutti, e accolgano con santa letizia quelli che vengono da loro, porgendo a tutti con purezza e semplicità, in se stessi esempio e norma dell’osservanza del Vangelo, secondo l’ideale presentato nella Regola.

Ecco, secondo me, come deve essere il ministro generale di quest’Ordine e i suoi compagni».

 

 

82.

 

COME GLI PARLÒ IL SIGNORE,

QUANDO ERA PROFONDAMENTE AFFLITTO A CAUSA DEI FRATI

CHE SI ALLONTANAVANO DALL’IDEALE DI PERFEZIONE

 

 

101 Dato l’ardente zelo ch’egli aveva incessantemente per la perfezione dell’Ordine, diventava di necessità assai triste quando veniva a sapere o scorgeva delle imperfezioni. Cominciando ad accorgersi che alcuni frati davano malesempio nella fraternità e cominciavano a scendere dalle altezze dell’ideale, stretto nell’intimo del cuore da grande angoscia, un giorno durante l’orazione disse al Signore: «Signore, affido a te la famiglia che mi hai dato!».

E subito il Signore rispose: «Dimmi, o piccolo uomo semplice e ignorante: perché ti amareggi tanto se qualcuno esce dall’Ordine o quando i frati non camminano per la via che ti ho mostrato? Dimmi ancora: chi ha fondato questa fraternità? Chi provoca la conversione di un uomo? chi largisce la forza di perseverare nella nuova vita? Non sono forse io? Non ti ho prescelto a guidare la mia famiglia perché sei istruito ed eloquente, poiché non voglio che tu, né i veri frati e autentici osservatori della Regola che ti ho dato, procediate nella via della scienza e dell’eloquenza. Ho scelto te, semplice e senza cultura, affinché sappiate, tu e gli altri, che sarò io a vigilare sopra il gregge; e ti ho posto come un segno per loro, affinché le opere che io compio in te, essi debbano realizzarle in se stessi. Quelli dunque che camminano per la via loro mostrata a te, possiedono me e ancor più mi possederanno; quelli invece che avranno voluto seguire altre strade, sarà loro tolto anche quello che credono di avere.

E dunque, io ti dico che, d’ora in poi, non devi affannarti, ma fai bene quello che fai, continua a compiere il tuo lavoro: io ho fondato questa famiglia di frati in un amore eterno. Sappi che tanto li amo che se qualche frate ritornasse al vomito e morisse fuori dell’Ordine, ne invierò un altro che prenderà la corona al posto del transfuga; e se non fosse nato, io lo farò nascere. E affinché tu sappia come ardentemente io amo l’ideale e l’Ordine dei frati, quand’anche non rimanessero che tre frati, ebbene: sarà sempre il mio Ordine, e non lo abbandonerò in eterno!».

Sentite che ebbe queste parole, l’anima di Francesco fu pervasa di meravigliosa consolazione.

 

 

102 E sebbene per il grande zelo che sempre ebbe per la perfezione dell’Ordine, non potesse tenersi dall’essere vivamente contristato allorché udiva esserci tra i frati qualche stortura ch’era di malesempio e di scandalo, dopo che il Signore lo ebbe così confortato, richiamava alla memoria quel detto del salmo: «Ho giurato e deciso di osservare i comandi del Signore, e di osservare la Regola che Egli stesso ha dato a me e a quelli che vogliono imitarmi. Tutti i frati vi sono tenuti, esattamente come me.

E ora, dopo che ho lasciato di governare i frati, a causa delle mie infermità e altri motivi ragionevoli, non sono tenuto che a pregare per l’Ordine e a mostrare il buon esempio ai frati. Questa è la consegna mandatami dal Signore. E so in verità che, data la mia malattia, l’aiuto più grande che io possa recare all’Ordine è di pregare per esso ogni giorno il Signore, affinché Lui lo governi, lo custodisca e protegga. A questo mi sono impegnato davanti a Dio e ai fratelli: che se qualcuno si perdesse per il mio malesempio voglio rendere conto al Signore per lui».

Tali erano le parole che il Santo ripeteva tra sé per dare tranquillità al suo cuore, e che spesso esponeva ai frati nei colloqui e nei Capitoli.

Se qualche frate lo incitava a intromettersi nel governo dell’Ordine, replicava: «I frati hanno la loro Regola, hanno giurato di osservarla; e affinché non prendano pretesti dal mio comportamento per scusarsi, dopo che piacque al Signore di mettermi alla loro guida, ho giurato davanti a loro di osservare la Regola lealmente. E dal momento che i frati sanno cosa devono fare e cosa evitare, non mi rimane che di ammaestrarli con le mie opere, poiché a questo scopo sono stato dato loro nella mia vita e dopo la mia morte».

 

 

83.

 

DEL SINGOLARE ZELO CHE EBBE

PER IL LUOGO DI SANTA MARIA DELLA PORZIUNCOLA

E DELLE PRESCRIZIONI CHE VI DETTÒ

CONTRO LE PAROLE OZIOSE

 

 

103 Finché visse, Francesco ebbe sempre uno zelo particolare e una passione eccezionale per mantenere una piena perfezione di vita e comportamento nel sacro luogo di Santa Maria degli Angeli, capo e madre di tutto l’Ordine, e ciò a preferenza di tutti gli altri luoghi. Era suo intento e volere che questo fosse modello ed esempio di umiltà, povertà e di ogni perfezione evangelica per tutti gli altri luoghi; e che i frati ivi dimoranti fossero, in tutte le loro azioni, i più attenti e solleciti a osservare perfettamente la Regola.

E una volta, ad evitare l’ozio, radice di tutti i mali, soprattutto tra i religiosi, ordinò che tutti i giorni, subito dopo il pasto, i frati si mettessero insieme con lui a fare qualche lavoro, affinché non avessero a perdere del tutto o in parte il bene guadagnato durante l’orazione, a causa delle parole inutili e oziose, cui l’uomo è disposto specialmente dopo i pasti.

Inoltre, ordinò e comandò che fermamente fosse osservato se qualche frate, nel passeggiare o nel lavorare con gli altri, pronunziasse parole oziose, fosse tenuto a recitare una volta il Padre nostro, lodando Dio in principio e in fine dell’orazione. Se poi, consapevole del suo sbaglio, se ne fosse spontaneamente accusato, dicesse per il bene della sua anima il Padre nostro insieme con le Laudi del Signore, come detto sopra. Se invece a rimproverarlo fosse stato per primo un fratello, doveva recitare il Padre nostro, nel modo suddetto, per l’anima di quel fratello.

 

 

Se poi, rimproverato, avesse voluto scusarsi e non volesse dire il Padre nostro, fosse tenuto a dirlo due volte per l’anima del fratello che lo aveva ripreso. Se ancora, per testimonianza di questo o altro frate, risultava certo che aveva pronunciato parole oziose, doveva dire ad alta voce le Laudi del Signore a principio e in fine all’orazione, così da essere udito chiaramente da tutti i frati presenti. E costoro, mentre egli prega, tacciano e ascoltino. Se infine, un frate, udendo un altro a dire parole oziose, avrà taciuto e non lo avrà rimproverato, sia tenuto lui stesso a recitare un Padre nostro insieme con le Laudi del Signore per l’anima di quel fratello.

E ogni frate che, entrando in una celletta o in casa o altro luogo, vi incontri uno o più frati, subito debba lodare e benedire il Signore devotamente.

Il padre santo era sollecito nel recitare sempre queste Laudi del Signore, e insegnava agli altri frati ed eccitava con ardente slancio e desiderio a dirle con intensa devozione.

 

 

84.

 

COME ESORTÒ I FRATI

A NON ABBANDONARE MAI QUEL LUOGO

 

 

104 Francesco sapeva che il regno dei cieli si estende ad ogni località della terra ed era convinto che la grazia divina poteva esser largita agli eletti di Dio dovunque, pure aveva sperimentato che il luogo di Santa Maria della Porziuncola era colmo di una grazia più copiosa, ed era frequentato dalla visita degli spiriti celesti.

Per questo era solito dire ai frati: «Guardate, figli, di non abbandonare mai questo luogo! Se vi cacciano via da una parte, voi tornateci dall’altra, poiché questo luogo è santo, è l’abitazione di Cristo e della Vergine sua madre. Fu qui che, quando noi eravamo in pochi, l’Altissimo ci ha moltiplicati, qui ha fatto risplendere l’anima dei suoi poveri con la luce della sua sapienza; qui ha acceso le nostre volontà con il fuoco del suo amore. Qui, colui che pregherà con cuore devoto, otterrà quanto domanderà; ma le offese saranno punite più severamente. Per questo, figli, considerate con riverenza e onore questo luogo cosi degno, come si addice all’abitazione di Dio singolarmente prediletta da Lui e dalla Madre sua. E qui, con tutto il cuore e con voce di esultanza e di ringraziamento, glorificate Dio Padre e il Figlio suo, il Signore Gesù Cristo, nell’unità dello Spirito Santo».

 

 

85.

 

PREROGATIVE CONCESSE DAL SIGNORE

AL LUOGO DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI

 

 

105 Questo luogo è veramente il santo dei santi, meritatamente stimato degno di grandi onori.

Felice è il suo attributo, più felice il suo nome, ed ora il suo cognome è presagio di beneficio.

Qui le presenze angeliche irradiano la loro luce, qui sogliono passare le notti facendo risuonare degli inni.

Era tutta in rovina e Francesco la restaurò: fu una delle tre chiese che egli stesso rinnovò.

Questa scelse il Padre, quando indossò il saio, qui domò il suo corpo, soggiogandolo allo spirito.

In questo tempio fu generato l’Ordine dei Minori, mentre una folla di uomini seguiva l’esempio del Padre.

Chiara, sposa di Dio, qui si lasciò recidere le chiome, e seguì Cristo abbandonando gli splendori del mondo.

Sacra madre, essa diede alla luce Fratelli e Sorelle, e per loro mezzo partorì Cristo rinnovando il mondo.

Qui la via larga del vecchio mondo venne ristretta, e dilatata fu la virtù di quelli che furono chiamati.

Qui fu composta la Regola, qui rinacque la povertà, la vanagloria umiliata, innalzata di nuovo la Croce.

Se talvolta Francesco è sconvolto ed abbattuto qui ritrova pace e il suo spirito si ritempra.

Qui viene dimostrato il vero di cui si dubita, e viene concesso tutto quello che il Padre domanda.

 

 

 

 

PARTE QUINTA

 

ZELO DI SAN FRANCESCO

PER LA PERFEZIONE DEI FRATI

 

 

 

86.

 

COME DESCRISSE LORO IL FRATE PERFETTO

 

 

106. Francesco, immedesimato in certo modo nei suoi fratelli per l’ardente amore e il fervido zelo che aveva per la loro perfezione, spesso pensava tra sé quelle qualità e virtù di cui doveva essere ornato un autentico frate minore.

E diceva che sarebbe buon frate minore colui che riunisse in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi frati: la fede di Bernardo, che la ebbe perfetta insieme con l’amore della povertà; la semplicità e la purità di Leone, che rifulse veramente di santissima purità, la cortesia di Angelo, che fu il primo cavaliere entrato nell’Ordine e fu adorno di ogni gentilezza e bontà, l’aspetto attraente e il buon senso di Masseo, con il suo parlare bello e devoto; la mente elevata nella contemplazione che ebbe Egidio fino alla più alta perfezione; la virtuosa incessante orazione di Rufino, che pregava anche dormendo e in qualunque occupazione aveva incessantemente lo spirito unito al Signore; la pazienza di Ginepro, che giunse a uno stato di pazienza perfetto con la rinunzia alla propria volontà e con l’ardente desiderio d’imitare Cristo seguendo la via della croce; la robustezza fisica e spirituale di Giovanni delle Lodi, che a quel tempo sorpassò per vigoria tutti gli uomini; la carità di Ruggero, la cui vita e comportamento erano ardenti di amore, la santa inquietudine di Lucido, che, sempre all’erta, quasi non voleva dimorare in un luogo più di un mese, ma quando vi si stava affezionando, subito se ne allontanava, dicendo: Non abbiamo dimora stabile quaggiù, ma in cielo.

 

 

87.

 

COME DESCRISSE GLI OCCHI IMPUDICHI,

PER INCITARE I FRATI ALLA CASTITÀ

 

 

107. Fra le virtù che Francesco amava e desiderava fossero nei frati dopo il fondamento della santa umiltà, prediligeva la bellezza e l’immacolatezza della castità. Volendo insegnare ai fratelli a conservare pudichi gli occhi, soleva rappresentare gli occhi impudichi con la seguente parabola:

«Un re pio e potente inviò successivamente due messaggeri alla regina. Il primo tornò e riferì il suo messaggio, senza nulla dire della regina, poiché aveva saggiamente tenuto gli occhi al loro posto, senza fissarli sulla regina. Tornò anche l’altro, e dopo brevi parole, tessé un lungo elogio delle bellezze della regina. – Veramente, egli concluse, o sire, ho visto una donna bellissima; beato chi può goderne!

Gli rispose il re: – Servitore indegno, tu hai gettato i tuoi sguardi impudichi sulla mia sposa; è chiaro che ti stava a cuore di possedere quella che avevi davanti.

Poi chiamò il primo e gli disse: – Che te ne pare della regina? – Quello rispose: – Ne ho avuto un’ottima impressione, poiché mi ha ascoltato volentieri e con pazienza-. E il re: – Ti è parsa una bella donna? – Ribatté il messaggero: – Sire, spetta a te osservare questo. Io dovevo esporre il messaggio ricevuto.

Il re allora concluse: – Tu hai occhi casti, sarai casto anche nel mio appartamento e godrai delle mie delizie. Ma quell’impudico esca dalla mia casa onde non contamini il mio talamo! –».

E il Santo aggiungeva: «Chi non dovrebbe temere di guardare la sposa di Cristo?».

 

 

88.

 

DELLE TRE RACCOMANDAZIONI LASCIATE AI FRATI

PER CONSERVARE LA LORO PERFEZIONE

 

 

108. Una volta, malato com’era di stomaco, fece tali sforzi di vomito che ebbe una emorragia, che durò tutta la notte fino al mattino. I suoi compagni, vedendolo così sfinito e affranto che pareva morire, gli dissero con grande angoscia e lacrimando: «Padre, cosa faremo senza di te? A chi lasci noi, tuoi orfani? Sei sempre stato per noi padre e madre, avendoci generati e dati alla luce in Cristo; sei stato a noi guida e pastore, maestro e correttore, ammaestrandoci e rimproverandoci più con l’esempio che con la parola. Dove andremo noi, pecore senza pastore? orfani senza padre? uomini semplici e ignoranti, senza guida?

Dove andremo a cercarti, o gloria della povertà, lode della semplicità, onore della nostra umiltà? Chi mostrerà a noi, ancora ciechi, la via della verità? Dove sarà la bocca che ci parlerà, la lingua che ci darà consiglio? Dove sarà l’anima infuocata, che ci diriga nella via della croce e ci rafforzi nella perfezione evangelica? Dove sarai, luce dei nostri occhi, che possiamo ricorrere a te? consolatore delle nostre anime, che possiamo trovarti?

Ecco, Padre, che tu stai morendo, e ci lasci abbandonati, nella tristezza più amara! Ecco quel giorno, giorno di pianto e di cordoglio, giorno che si avvicina, di desolazione e di tristezza! Ecco il giorno angoscioso che sempre, mentre siamo stati con te, paventavamo; al quale anzi non avevamo nemmeno il coraggio di pensare! La tua vita è per noi luce ininterrotta, le tue parole fiaccole ardenti e incendianti a vivere la croce, la perfezione evangelica, l’amore e l’imitazione del dolce Crocifisso.

E ora, Padre, benedici noi e gli altri fratelli, figli tuoi, che hai generato in Cristo; e lasciaci qualche ricordo della tua volontà, che resti nella memoria dei tuoi fratelli, così che possano dire: "Queste parole il nostro Padre ha lasciato ai suoi fratelli e figli, morendo "».

Allora Francesco, volgendo gli occhi paterni sui figli, disse: «Chiamatemi Benedetto da Pirato». Era sacerdote questo frate, santo e molto discreto, che talvolta celebrava la Messa in presenza di Francesco, quando questi giaceva infermo; il Santo, infatti, per quanto fosse malato, voleva ascoltar Messa, se gli era possibile.

Giunto che fu, gli disse: «Scrivi: Io benedico tutti i miei frati che sono e che saranno nell’Ordine sino alla fine dei tempi. E poiché per lo sfinimento e le sofferenze del male non posso parlare, manifesto brevemente in questi tre ricordi a tutti i frati, presenti e futuri, la mia volontà e intenzione. Come prova che si ricordano di me, della mia benedizione e testamento, si amino sempre l’un l’altro, come li ho amati e li amo io. Amino sempre e osservino la povertà, nostra signora. Siano sempre lealmente soggetti ai prelati e al clero della santa madre Chiesa».

Così infatti il nostro Padre, nei Capitoli dei frati soleva al momento della conclusione, benedire e assolvere tutti i frati presenti e futuri; anche fuori di Capitolo faceva ciò ripetute volte, sospinto dall’ardore del suo affetto. Ammoniva i frati a temere e fuggire il malesempio, e malediceva tutti coloro che con cattivi esempi provocavano la gente a oltraggiare l’Ordine e la vita dei frati, perché di questo i buoni e santi frati si vergognano e profondamente si rammaricano.

 

 

89.

 

DELL’AMORE CHE MOSTRÒ AI FRATI, VICINO A MORTE,

DANDO A CIASCUNO UN PEZZO DI PANE,

COME FECE CRISTO

 

 

109. Una notte Francesco fu così tormentato dai dolori provocatigli dalle malattie, che non poté mai riposare né dormire. Fattasi mattina e mitigatisi i dolori, fece chiamare tutti i frati, che dimoravano colà e, fattili sedere intorno, li veniva guardando come se vedesse in loro tutti i suoi frati. E ponendo la sua destra sul capo di ciascuno, benedisse tutti i presenti e gli assenti e quelli che sarebbero entrati nell’Ordine sino al tramonto dei secoli. E sembrò rammaricarsi di non poter vedere tutti i fratelli suoi e figli prima di morire.

 

 

110. Volendo imitare nella morte il suo Signore e maestro, che aveva perfettamente imitato durante la vita, chiese gli fossero portati dei pani, li benedisse, li fece spezzare in piccole parti, poiché per la gran debolezza non riusciva a farlo lui. Poi li prese e ne porse un frammento a ognuno dei frati, esortando che lo mangiassero interamente.

Così, come il Signore prima della sua morte volle, in segno di amore, mangiare il giovedì santo con gli apostoli, anche il suo perfetto imitatore Francesco volle offrire ai suoi fratelli lo stesso segno d’amore. E poiché intese ripetere questo gesto a somiglianza di Cristo, è naturale che chiedesse poi se fosse giovedì. Invece era un altro giorno, ma disse che lui pensava fosse giovedì.

Uno di quei frati conservò un frustolo di quel pane e dopo la morte di Francesco, molti malati che ne mangiarono, furono subito liberati dalle loro infermità.

 

 

90.

 

COME TEMEVA CHE I FRATI AVESSERO A PATIRE DISAGIO

PER LE SUE MALATTIE

 

 

111. Non potendo per le sue sofferenze prendere riposo e vedendo per questo che i fratelli erano molto disturbati dalle loro occupazioni e affaticati per causa sua, poiché amava più i fratelli che il proprio corpo, cominciò a temere che, sopraffatti dalla fatica, non commettessero qualche sia pur minima offesa a Dio, a motivo dell’impazienza.

E una volta, vinto da un senso di pietà e compassione, disse ai compagni: «Fratelli e figli miei carissimi, non vi rincresca di affaticarvi per la mia malattia. Dio, per amore di me suo servo, vi contraccambierà in questa vita e nell’altra, dandovi il frutto delle opere cui adesso non potete attendere, perché occupati per la mia infermità. Ne avrete maggior guadagno che se aveste lavorato per voi stessi, poiché chi aiuta me, aiuta tutto l’Ordine e la vita dei frati. Potete dire: – - Noi abbiamo fatte delle spese per te, e il Signore sarà nostro debitore al posto tuo».

Questo diceva il padre santo, nello zelo ardente che sentiva per la loro perfezione, volendo aiutare e rinfrancare i loro spiriti impauriti. Temeva infatti che talvolta, tediati da quel lavoro, dicessero: «Non possiamo pregare, né ce la facciamo a sopportare questa fatica!»; e in tal modo, infastiditi e spazientiti, perdessero il grande frutto di un piccolo lavoro.

 

 

91.

 

COME ESORTÒ LE SORELLE DI SANTA CHIARA

 

 

112. Dopo che Francesco ebbe composto le Lodi del Signore per le sue creature, compose anche alcune sante parole, con la loro melodia, per la consolazione e l’edificazione delle Povere Dame, sapendo quanto soffrivano per la sua infermità. E non potendo visitarle di persona, mandò loro quelle parole a mezzo dei compagni. In quel cantico egli volle manifestare loro la sua volontà, che cioè sempre vivessero e si comportassero umilmente e fossero concordi nell’amore fraterno.

Vedeva infatti che la santa vita di quelle era non solo un motivo di fervore per l’Ordine dei frati ma riusciva di edificazione per tutta la Chiesa. Sapendo che, fin dal principio della loro conversione avevano condotto un’esistenza dura e povera, era sempre mosso da pietà e compassione verso di esse.

In quel cantico dunque le pregò che, come il Signore le aveva adunate insieme da molte parti per vivere nella santa carità, povertà e obbedienza, così dovessero sempre vivere e morire in queste virtù. Le esortò specialmente che, con le elemosine che il Signore loro donava, provvedessero alle loro necessità materiali parcamente, con letizia e gratitudine, e soprattutto si mantenessero in buona salute nel lavoro che affrontavano per le loro sorelle inferme, e queste sopportassero con pazienza le loro infermità.

 

 

PARTE SESTA

 

DELL’INCESSANTE FERVORE DI AMORE

E COMPASSIONE

PER LE SOFFERENZE DI CRISTO

 

 

 

 

92.

 

COME NON SI PREOCCUPAVA

DELLE PROPRIE MALATTIE

PER AMORE ALLA PASSIONE DI CRISTO

 

 

113. Francesco aveva un così grande fervore di amore e compassione verso i dolori e la passione di Cristo, e tanto ogni giorno se ne affliggeva intimamente ed esteriormente, che non faceva caso alle proprie malattie. Per lunghi anni e fino alla morte ebbe a patire mali di stomaco, di fegato e di milza; inoltre, da quando era tornato d’oltremare, soffriva continuamente forti dolori agli occhi; mai volle pero darsi premura di farsi curare.

Il cardinale di Ostia, vedendo che Francesco era ed era stato sempre così duro verso il suo corpo e che ormai cominciava a perdere la vista e non voleva sottoporsi a cure lo esortò con viva pietà e compassione, dicendo: «Fratello non fai bene a non curarti, poiché la tua vita e la tua salute sono molto utili ai frati, alla gente e a tutta la Chiesa. Se tu hai compassione dei tuoi fratelli ammalati, e sempre sei stato con loro affettuoso e compassionevole, non devi in questa tua grave infermità essere spietato con te stesso. E quindi ti comando di farti curare e soccorrere».

Infatti il padre santo ciò che era amaro al suo corpo, sempre l’accoglieva come fosse dolce, traendo dall’umiltà e dagli esempi del Figlio di Dio immensa incessante soavità.

 

 

93.

 

COME FU TROVATO CHE ANDAVA PIANGENDO AD ALTA VOCE

LA PASSIONE DI CRISTO

 

 

114. Una volta, poco tempo dopo la conversione, Francesco camminava solo per la via, nelle vicinanze della chiesa di Santa Maria della Porziuncola, e piangeva e gemeva ad alta voce. Un uomo di viva spiritualità gli mosse incontro e, temendo soffrisse di qualche malattia, gli chiese: «Che hai, fratello?». Egli rispose: «Io dovrei percorrere così, senza vergogna, tutto il mondo, piangendo la passione del mio Signore».

Allora quello cominciò a gemere e a lacrimare forte insieme con Francesco. Noi abbiamo conosciuto quest’uomo, e abbiamo saputo l’episodio da lui stesso. Egli fu di grande consolazione e usò bontà al beato Francesco e a noi suoi compagni.

 

 

94.

 

COME LA GIOIA CHE TALORA DIMOSTRAVA ESTERNAMENTE,

SI CAMBIAVA IN LACRIME E COMPASSIONE PER CRISTO

 

 

115. Inebriato d’amore per Cristo, la cui passione condivideva, Francesco faceva talvolta così: la dolcissima melodia che gli zampillava dal cuore, si esprimeva in lingua francese, e il ruscello della voce divina che gli sussurrava nell’intimo erompeva in cantici francesi.

A volte raccattava da terra un pezzo di legno, lo posava sul braccio sinistro, prendeva nella destra un altro bastoncino e lo passava su quello, a modo dell’archetto d’una viola o d’altro strumento, facendo gesti appropriati, e così accompagnava, cantandole in francese, le lodi del Signore Gesù

Ma questo tripudio finiva in lacrime, e il giubilo si scioglieva in compianto per la passione di Cristo. Tra le lacrime emetteva continui sospiri e, raddoppiando i gemiti, dimentico di quello che teneva tra le mani, era come rapito nel cielo.

 

 

 

 

PARTE SETTIMA

 

DEL SUO ZELO NELL’ORAZIONE

NELL’UFFICIO DIVINO, E NEL CONSERVARE

LA LETIZIA SPIRITUALE

IN SE STESSO E NEGLI ALTRI

 

 

 

 

 

95.

 

DELL’ORAZIONE E DELL’UFFICIO DIVINO

 

 

116. Sebbene da molti anni fosse afflitto dalle infermità che abbiamo detto sopra, era Francesco così devoto e rispettoso nella preghiera e nell’ufficio divino, che mai si appoggiava al muro o alla parete mentre pregava o recitava le ore canoniche. Stava sempre dritto, a capo scoperto, e talvolta in ginocchio. La maggior parte del giorno e della notte si abbandonava alla preghiera. Quando andava per il mondo, a piedi, sempre sospendeva il cammino al momento di recitare le ore. Se poi, a causa della malattia, andava a cavallo, scendeva regolarmente a terra per recitare l’ufficio.

Una volta, che pioveva a dirotto, Francesco, obbligato dalla malattia, andava a cavallo. Era tutto bagnato, e scese dal giumento, quando volle dire le ore canoniche e le recitò con fervente devozione e concentrazione, stando immobile sulla strada mentre la pioggia veniva giù senza sosta, come fosse in chiesa o in una celletta.

Disse poi al compagno: «Se il corpo esige di prendere in tutta pace e comodità il suo cibo, che insieme con lui diventerà pasto dei vermi: con quanta pietà e devozione non deve prendere l’anima il suo cibo, che è Dio stesso!».

 

 

96.

 

COME AMÒ SEMPRE IN SE STESSO E NEGLI ALTRI

LA LETIZIA SPIRITUALE INTIMA ED ESTERNA

 

 

117. Francesco s’impegnò sempre con ardente passione ad avere, fuori della preghiera e dell’ufficio divino, una continua letizia spirituale intima ed anche esterna. La stessa cosa egli amava e apprezzava nei fratelli, ché anzi era pronto a rimproverarli quando li vedeva tristi e di malumore.

Diceva: «Se il servo di Dio si applica ad acquistare e mantenere, sia nel cuore che nell’espressione, la letizia che proviene da un’anima pura e si ottiene con la devozione della preghiera, i demoni non gli possono far danno, e direbbero: – Dal momento che questo servo di Dio è felice nella tribolazione come nella prosperità, noi non troviamo adito per entrare in lui e nuocergli –. Ma i demoni esultano allorché possono estinguere o impedire in un modo o nell’altro la devozione e la gioia che provengono da un’orazione pura e da altre azioni virtuose.

Poiché, se il diavolo possiede qualcosa di suo nel servo di Dio, quando non sia attento e svelto nel distruggerla e sradicarla al più presto, con il potere attinto dalla preghiera, dal pentimento, dalla confessione e dalla riparazione, il demonio in breve tempo saprà trasformare un capello in una trave, a forza di ispessirlo.

E per questo, miei fratelli, siccome dalla innocenza del cuore e dalla purezza di una incessante orazione, sgorga la letizia spirituale, sono queste due virtù che bisogna soprattutto acquistare e conservare, affinché la gioia, che con ardente desiderio amo vedere e sentire in me e in voi, possiate averla nell’intimo e nell’espressione, per edificare il prossimo e sconfiggere l’avversario. A questi, infatti, e ai suoi seguaci si conviene la tristezza; a noi di godere ed essere felici sempre nel Signore».

 

 

97.

 

COME RIMPROVERÒ UN FRATE DALL’ARIA TRISTE

 

 

118. Diceva Francesco: «So che i demoni mi odiano per i benefici concessimi da Dio, so ancora e constato che, non potendo danneggiarmi direttamente, mi insidiano e si accaniscono a nuocermi per mezzo dei miei compagni. Se poi non riescono a farmi del male né per mezzo mio, né per mezzo dei miei fratelli, allora si ritirano scornati. Infatti, se a volte mi avvenisse di trovarmi tentato o accasciato vedendo la gioia del mio compagno, subito riesco a riavermi dalla tentazione e dalla depressione, a causa della letizia che ammiro in lui, e così anche in me rifiorisce la letizia intima ed esteriore».

Rimproverava con vigore quanti mostravano di fuori la loro tristezza. Una volta che uno dei compagni aveva un’espressione tetra, lo redarguì: «Perché mostri fuori il dolore e la tristezza delle tue colpe? Tieni questa mestizia fra te e Dio, e pregalo che, nella sua misericordia, ti perdoni e renda alla tua anima la gioia della sua grazia, che hai perduto per causa del peccato. Ma davanti a me e agli altri, mostrati sempre lieto; poiché al servo di Dio non si addice di mostrare malinconia o un aspetto afflitto dinanzi al suo fratello o ad altri».

 

 

119. Non si deve però supporre o immaginare che il nostro Padre, amante di ogni perfezione ed equilibrio, intendesse che la letizia si palesi con risa o parole oziose, poiché in tal modo non si esterna la letizia spirituale, ma piuttosto la vanità e la fatuità. Nel servo di Dio egli detestava le risa e le ciarle: non solo non voleva che ridesse, ma neppure che offrisse agli altri la minima occasione a frivolezze. In una delle sue Ammonizioni, Francesco definì chiaramente quale doveva essere la gioia del servo di Dio, con queste parole: «Beato quel religioso che non trova felicità e piacere se non nelle parole sante e nelle opere del Signore, e se ne serve per eccitare gli uomini all’amore di Dio, in gaudio e letizia. Ma guai a quel religioso che si diletta in conversazioni oziose e vuote, e con queste muove la gente a sciocche risa».

E attraverso la gioia del viso si manifestano il fervore, l’impegno, la disposizione della mente e del corpo a fare volentieri ogni cosa buona; da simile fervore e disposizione, gli altri talvolta sono incitati al bene più che dalla stessa azione buona. E se l’azione per quanto buona non appare fatta volentieri e con slancio, provava piuttosto fastidio che incitamento al bene.

Non voleva quindi leggere sui volti quella tristezza che sovente riflette indifferenza, cattiva disposizione dello spirito, pigrizia del corpo a ogni buona opera. Amava invece caldamente in se stesso e negli altri la gravità e compostezza nell’aspetto e in tutte le membra del corpo e nei sensi, e induceva gli altri a ciò con la parola e con l’esempio, per quanto poteva.

Conosceva per esperienza come tale equilibrio e maturità sono simili a un muro, a uno scudo fortissimo, contro le frecce del diavolo; e che l’anima, non protetta da questo muro e da questo scudo, è come un soldato disarmato in mezzo a nemici forti e ben armati, accanitamente vogliosi di ucciderlo.

 

 

98.

 

COME INSEGNAVA AI FRATI A SODDISFARE LE NECESSITÀ

DEL CORPO IN FUNZIONE DELLA PREGHIERA

 

 

120. Francesco era convinto che il corpo è creato per l’anima, e gli atti corporali vanno considerati in funzione di quelli spirituali. Per cui diceva: «Il servo di Dio nel mangiare, nel bere, nel dormire e nel soddisfare le altre necessità corporali, deve provvedere con discrezione al suo fisico, in maniera che fratello corpo non abbia a protesta re: " Non posso stare in piedi, né perseverare nell’orazione, né essere lieto nelle tribolazioni dello spirito, né fare al un’altra opera buona, perché non soddisfi le mie necessità! ".

Ma se il servo di Dio soddisfa convenientemente il suo corpo, e fratello corpo volesse poi fare il negligente e il pigro e il dormiglione nella preghiera, nelle veglie e nel bene operare, allora deve castigarlo come un giumento cattivo e fiaccone, che vuol mangiare ma non lavorare né portare il carico. Se però, a causa della miseria e povertà, fratello corpo sano o malato non potesse avere l’indispensabile, pur chiedendolo con umiltà e dignità al fratello o al superiore per amor di Dio e non gli fosse concesso: sopporti pazientemente la privazione per amor di Dio, il quale pure sopportò, e cercò e non trovò chi lo confortasse.

Tali tristezze sopportate con pazienza, il Signore gliele terrà in conto di martirio. E poiché seppe fare quello che era suo dovere, cioè chiedere umilmente il necessario il Signore non gli imputerà ciò a peccato, anche se per l’indigenza il corpo cadesse in grave malattia».

 

 

PARTE OTTAVA

 

 

DI ALCUNE TENTAZIONI

CHE IL SIGNORE PERMISE EGLI SUBISSE

 

 

 

 

 

99.

 

COME IL DEMONIO ENTRÒ NEL GUANCIALE

CHE IL SANTO TENEVA SOTTO LA TESTA

 

 

121. Trovandosi Francesco a pregare nell’eremitorio di Greccio, nell’ultima celletta dopo la cella maggiore, una notte, nel primo sonno, chiamò il suo compagno che riposava là presso. Il compagno si levò e si accostò all’entrata della cella dov’era Francesco. Il Santo gli disse: «Fratello, questa notte non ho potuto dormire, né stare in piedi a pregare, poiché mi tremano molto la testa e le ginocchia; mi sembra di aver mangiato pane di loglio».

Al compagno che gli rivolgeva parole di conforto, Francesco rispose: «Sono sicuro che il diavolo stia in questo guanciale che ho sotto il capo». Egli non aveva mai voluto giacere su materassi di piume né avere un cuscino di piume, dopo che ebbe lasciato il mondo; però, contro il suo volere, i frati lo avevano allora costretto a tenere quel guanciale molle, a motivo del suo male di occhi.

 

 

Il Santo gettò il cuscino al compagno, che lo prese con la mano destra e se lo pose sull’omero sinistro; ma appena oltrepassata la soglia della celletta, immediatamente perdette la parola, né poteva sbarazzarsi del cuscino e nemmeno muovere le braccia, e se ne stava immobile, non riuscendo ad allontanarsi da quel luogo, come fosse privo di sentimento. Per qualche tempo rimase in quello stato finché, per grazia di Dio, Francesco lo chiamò; e tosto il compagno tornò in sé, lasciando cadere il cuscino dietro le spalle.

Rientrando da Francesco, gli raccontò quello che gli era accaduto. Il Santo gli disse: «Di sera, mentre recitavo la Compieta, sentii venire il diavolo nella cella. Vedo che questo diavolo è molto astuto, poiché, non potendo nuocere alla mia anima, ha voluto impedire ciò che era necessario al corpo, così che io non possa dormire né stare in piedi a pregare: tutto allo scopo di turbare la devozione e la letizia del mio cuore, affinché io mormori contro la mia malattia».

 

 

100.

 

DELLA GRAVISSIMA TENTAZIONE CHE SOFFRÌ

PER OLTRE DUE ANNI

 

 

122. Mentre dimorava nel luogo di Santa Maria, gli fu mandata una gravissima tentazione dello spirito, a profitto della sua anima. E di ciò era tanto afflitto nella mente e nel corpo, che molte volte si sottraeva alla compagnia dei fratelli, poiché non era in grado di mostrarsi loro lieto come soleva.

Si mortificava, astenendosi dal cibo, dalla bevanda e dal parlare; pregava ardentemente e versava lacrime abbondanti, affinché il Signore si degnasse di mandargli un rimedio efficace in così grave tribolazione. Essendo vissuto in tale angoscia per oltre due anni, un giorno, mentre pregava nella chiesa di Santa Maria, accadde che gli venne detta in spirito quella parola del Vangelo: Se tu avessi fede quanto un granello di senapa e ordinassi a quel monte di trasportarsi in un altro luogo, avverrebbe così.

Subito Francesco rispose: «Signore, qual è questo monte?». Gli fu detto: «Quel monte è la tua tentazione». E Francesco: «Allora, Signore, sia fatto a me come hai detto!». E immediatamente ne fu liberato, così che parve non aver mai patito tentazione alcuna.

Similmente sul sacro monte della Verna, allorché ricevette nel suo corpo le stimmate del Signore, ebbe a soffrire tentazioni e tribolazioni dai demoni, in modo che non poteva mostrare la sua abituale letizia. E confidava al suo compagno: «Se sapessero i frati quante e che gravi tribolazioni e afflizioni mi danno i demoni, non ci sarebbe alcuno di loro che non si muoverebbe a compassione e pietà di me».

 

 

101.

 

DELLA TENTAZIONE INFLITTAGLI PER MEZZO DEI TOPI

E DELLA QUALE IL SIGNORE LO CONSOLÒ,

DANDOGLI LA CERTEZZA DEL SUO REGNO

 

 

123. Due anni prima della sua morte, mentre si trovava presso San Damiano in una celletta fatta di stuoie, era talmente tormentato dal male d’occhi, che per oltre cinquanta giorni non poté vedere la luce del giorno e neppure quella del fuoco. E avvenne, per consenso divino, che, ad accrescere la sua sofferenza e il suo merito, venissero dei topi cosi numerosi in quella cella, notte e giorno scorrazzandogli sopra e d’intorno, da non lasciarlo pregare né riposare. Quando mangiava, salivano addirittura sulla sua mensa e lo molestavano sozzamente. Tanto lui che i suoi compagni capirono che si trattava di una evidente tentazione diabolica.

Vedendosi Francesco tormentato da tante afflizioni, una notte, mosso a pietà di se stesso, diceva: «Signore, vieni in mio aiuto, guarda alle mie infermità, affinché io sappia sopportare pazientemente!».

E subito gli fu detto in spirito: «Dimmi, fratello: se qualcuno, per queste tue tribolazioni e infermità, ti desse un tesoro così grande e prezioso, che tutta la terra fosse un nulla al suo confronto, non ne saresti felice?». Francesco rispose: «Signore, un simile tesoro sarebbe davvero grande e prezioso, meraviglioso e desiderabile». E sentì nuovamente quella voce: «Dunque, fratello, sii lieto e felice nelle tue malattie e tribolazioni, e d’ora in poi vivi nella sicurezza, come tu fossi già in possesso del mio regno».

La mattina, levatosi, interrogò i compagni: «Se l’imperatore donasse a un suo servo un regno intero, non dovrebbe quel servo esserne molto felice? Se gli cedesse addirittura tutto l’impero, non dovrebbe sentirsi ancor più felice?». Soggiunse: «Ebbene, io devo godere molto per le mie infermità e tribolazioni, trarne conforto nel Signore e rendere sempre grazie a Dio Padre e al suo unico Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, e allo Spirito Santo, per la grazia così grande a me concessa: che cioè si sia degnato di dare la certezza del suo regno a me, indegno servo suo, ancora vivente e rivestito di carne. Voglio perciò, a lode di Lui, a nostra consolazione e edificazione del prossimo, comporre un nuovo Cantico delle creature del Signore, di cui ci serviamo ogni giorno e senza delle quali non possiamo vivere, e nelle quali il genere umano molto offende il suo Creatore. Noi siamo continuamente ingrati di così grandi favori e benefici, non lodando come dovremmo il Signore, creatore e datore di tutti i beni».

Sedette e si mise a riflettere per qualche tempo, e poi disse:

«Altissimo, onnipotente, bono Signore» ecc. e compose anche la melodia di questo cantico, e insegnò poi ai compagni a recitarlo e a cantarlo.

Era il suo spirito allora così ridondante di consolazione e di dolcezza, che voleva mandare a chiamare frate Pacifico, il quale al secolo era detto «re dei versi» e fu maestro di canto assai attraente. Voleva affiancargli alcuni frati che assieme a lui andassero per il mondo predicando e cantando le Lodi del Signore. Diceva essere questa la sua volontà: che il frate del gruppo che meglio sapeva predicare, facesse prima un discorso al popolo, e dopo la predica tutti cantassero insieme le lodi del Signore, come giullari di Dio.

Finito il cantico delle lodi, voleva che il predicatore dicesse al popolo: «Noi siamo giullari di Dio, e perciò desideriamo essere remunerati da voi in questa maniera: che viviate nella vera penitenza». Francesco soggiunse: «Che cosa sono infatti i servi di Dio, se non i suoi giullari, che devono sollevare il cuore degli uomini e condurlo alla gioia spirituale?». Diceva questo con particolare riguardo ai frati minori, i quali sono dati al popolo di Dio per la sua salvezza.

 

 

PARTE NONA

 

DELLO SPIRITO DI PROFEZIA

 

 

 

 

102.

 

COME PREDISSE CHE SI FAREBBE LA PACE

TRA IL VESCOVO E IL PODESTÀ DI ASSISI,

IN VIRTÙ’DELLE LODI DELLE CREATURE

CHE AVEVA COMPOSTO E FECE CANTARE

DAI SUOI COMPAGNI DAVANTI A LORO

 

 

124. Dopo che il beato Francesco ebbe composto le Lodi delle creature, che chiamò Cantico di frate sole, avvenne che tra il vescovo e il podestà di Assisi scoppiasse una grande discordia, al punto che il vescovo scomunicò il podestà e questi fece proclamare dai banditori che nessuno vendesse nulla al vescovo e nulla da lui comprasse o facesse con lui contratto alcuno.

Francesco era gravemente malato. Venuto a sapere di questa rottura, fu mosso a pietà per loro, massime perché nessuno si interponeva per fare la pace. Disse quindi ai suoi compagni: «E gran vergogna per noi. servi di Dio, che il vescovo e il podestà nutrano tanto odio l’uno per l’altro, e nessuno si prenda cura di ristabilire la pace tra loro».

Così, aggiunse una nuova strofa alle Lodi in quella circostanza, cioè:

 

Laudato si, mi Signore

per quelli ke perdonano per lo tuo amore

et sostengo infirmitate et tribulatione.

Beati quelli kel sosterranno in pace,

ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

 

 

Poi chiamò uno dei compagni e gli disse: «Vai dal podestà, e digli da parte mia, che lui con i notabili della città e quanti gli riesce di radunare, venga all’episcopio». E mentre quel frate si avviava, disse agli altri due compagni: «Andate alla presenza del vescovo e del podestà e alle persone che sono con loro, e cantate il Cantico di frate sole. Confido nel Signore che il canto toccherà loro il cuore, ed essi torneranno all’affetto e all’amicizia di una volta».

Infatti, quando tutti si furono riuniti nella corte del chiostro in vescovado, quei due frati si levarono, e uno di loro disse: «Il beato Francesco ha composto, durante la sua malattia, le Lodi al Signore per le sue creature, per lodare il Signore stesso e per edificazione del prossimo. Vi prega di ascoltarlo con gran devozione». Così cominciarono a cantare. Il podestà subito si alzò, e a mani giunte, con ardente devozione e molte lacrime stette ad ascoltare quelle parole come Vangelo del Signore: poiché nutriva gran fede e devozione per Francesco.

Finite che furono le Lodi del Signore, il podestà disse alla presenza di tutti: «Vi dico in tutta sincerità, che non solo perdono a messer vescovo, che io voglio e debbo tenere per mio signore; ma perdonerei anche chi mi avesse ucciso il fratello o il figlio!». Così dicendo, si gettò ai piedi del vescovo e gli disse: «Ecco, sono pronto a soddisfarvi in ogni cosa, come a voi piacerà, per amore del Signore nostro Gesù Cristo e del suo servo frate Francesco».

A sua volta il vescovo, gli prese le mani, lo rialzò e gli disse: «Per il mio incarico, dovrei essere umile; poiché invece sono per natura portato all’ira, cerca di perdonarmi». E così con molto affetto e trasporto si abbracciarono e baciarono.

I frati furono meravigliati e felici, vedendo compiersi alla lettera quello che Francesco aveva predetto sulla riconciliazione dei due. Tutti i presenti tennero quella pacificazione per grandissimo miracolo, attribuendo interamente ai meriti di Francesco, se così prontamente il Signore aveva visitati i due, facendoli tornare, da tanta discordia e scandalo, in tanta amicizia, scordando ogni ingiuria.

E noi, che siamo vissuti con il beato Francesco, possiamo testimoniare che, quando diceva di qualcosa che è o sarà così, avveniva sempre alla lettera in quella maniera. Noi abbiamo visto così numerosi e grandi fatti, che sarebbe lungo scriverli e raccontarli.

 

 

103.

 

COME PREVIDE LA SORTE DI UN FRATE,

CHE NON VOLEVA CONFESSARSI, COL PRETESTO

DI OSSERVARE IL SILENZIO

 

 

125. Ci fu un frate, esteriormente di vita onesta e santa, che giorno e notte si faceva vedere sollecito nell’orazione, e osservava un silenzio così ininterrotto che, quando andava a confessarsi dal sacerdote, lo faceva solo con segni, non con parole. Si mostrava inoltre così devoto e fervente nell’amore di Dio, che sedendo con gli altri fratelli, pur tacendo, si allietava mirabilmente nell’aspetto e nel cuore ascoltando parole buone, e così induceva spesso a devozione gli altri frati.

Sennonché, quando ormai da più anni perseverava in questo suo modo di vivere, accadde che il beato Francesco si recasse nel luogo dove quello dimorava. Quando intese dai frati la sua condotta, disse loro: «Sappiate in verità che questa è una tentazione diabolica, perché non vuole confessarsi».

Frattanto il ministro generale venne colà a visitare Francesco, e cominciò a lodare quel frate alla presenza del Santo. Ma Francesco gli disse: «Credimi, fratello, che costui è guidato e ingannato dallo spirito maligno». Il ministro generale replicò: «Mi pare strano e quasi incredibile che sia questa la situazione di un uomo che mostra tanti segni e opere di santità».

Francesco ribatté: «Mettilo alla prova, dicendogli che si confessi due volte o almeno una per settimana. Se non ti darà ascolto, sappi che è vero quello che ti ho detto».

Disse dunque il ministro generale a quel frate: «Frate, voglio assolutamente che tu ti confessi due volte o almeno una per settimana».

Ma colui si pose il dito sulla bocca, crollando il capo e mostrando con gesti che mai avrebbe fatto ciò, per amore del silenzio. Il ministro, non volendo esacerbarlo, lo lasciò andare. Ma dopo non molti giorni quel frate uscì dall’Ordine di propria volontà, ritornò nel mondo e riprese l’abito secolare.

 

 

Mentre un giorno due compagni di Francesco passavano per una strada, lo incontrarono che camminava da solo, come un poverissimo viandante. E presi da compassione gli dissero: «O misero, dov’è la tua onesta e santa vita? Tu che non volevi parlare e mostrarti ai tuoi fratelli, vai ora ramingo per il mondo come un uomo che non conosce Dio». Quello allora cominciò a parlare, giurando spesso sulla sua fede, come sogliono i secolari. Gli dissero i frati: «O misero perché giuri sulla tua fede come i secolari, tu che ti astenevi non solo dalle parole oziose, ma da tutte?».

Così lo lasciarono. E quello poco dopo venne a morte. E noi ci meravigliammo molto, vedendo avverarsi così alla lettera quanto Francesco aveva predetto di lui, in un tempo in cui quel misero era stimato santo dai fratelli.

 

 

104.

 

DI UNO CHE PIANGEVA DAVANTI A FRANCESCO

PER ESSERE ACCOLTO NELL’ORDINE

 

 

126. Ai tempi in cui nessuno veniva accolto nell’Ordine senza il permesso di Francesco, il figlio d’un nobiluomo di Lucca venne con molti altri, intenzionati a entrare nell’Ordine, da Francesco, che era allora malato nel palazzo del vescovo di Assisi.

Presentatisi quelli a Francesco, il giovane si inchinò davanti a lui e cominciò a piangere forte, supplicandolo di accoglierlo. Francesco fissandolo, disse: «O misero uomo carnale, perché mentisci allo Spirito Santo e a me? Tu piangi, ma carnalmente, non spiritualmente!».

Ebbe appena dette queste parole, che subito vennero i parenti di lui a cavallo, per prenderlo e condurlo fuori del palazzo. E lui udendo i fremiti dei cavalli, si affacciò a una finestra, scorse i suoi parenti e subito discese da loro e, come Francesco aveva previsto, ritornò con essi nel mondo.

 

 

105.

 

DELLA VIGNA DI UN SACERDOTE, CHE ERA STATA

SPOGLIATA DELLE UVE A CAUSA DI FRANCESCO

 

 

127. Presso la chiesa di San Fabiano, nei pressi di Rieti, Francesco abitava con un povero sacerdote, a motivo del suo male di occhi. In quella città si trovava allora papa Onorio con tutta la sua corte. Molti cardinali e altri grandi prelati venivano quasi ogni giorno a visitare Francesco, per la devozione che li stringeva a lui.

Possedeva quella chiesa una modesta vigna, vicino alla casa in cui Francesco abitava. La casa aveva una porta da cui entravano nella vigna quasi tutti i visitatori, sia perché il luogo era molto ameno, sia perché l’uva era matura. E così tutta la vigna era stata come devastata e spogliata dell’uva. Il prete ne rimase indignato e si lagnò: «Sebbene sia una vigna piccola, tuttavia ci facevo tanto vino, quanto bastava al mio bisogno. Ed ecco che quest’anno ho perduto la vendemmia».

Francesco lo venne a sapere e, chiamato il sacerdote, gli disse: «Non voglio, messere, che ti avvilisca per il danno. Non possiamo ora farci nulla. Ma abbi fiducia nel Signore il quale, per riguardo a me, può rifarti interamente del danno. Dimmi: quante some di vino avesti, l’anno più favorevole?». Rispose il sacerdote: «Dieci some, padre». Concluse Francesco: «Non ti contristare, adesso, né dire ad alcuno parole ingiuriose per questo, ma abbi fiducia in Dio e nelle mie parole, e se avrai meno di venti some di vino, te le farò riempire io».

Il sacerdote allora si chetò e stette zitto. Al tempo della vendemmia, per favore divino, ottenne da quella vigna venti some di vino, e non meno. Molto ne stupì il sacerdote e tutti quelli che vennero a sapere la cosa, dicendo che se la vigna fosse stata gremita di uve, sarebbe stato impossibile che rendesse venti some di vino.

Noi, che siamo vissuti con lui, offriamo testimonianza che in questo fatto e in tutte le altre cose predette da lui, sempre si compì alla lettera la sua parola.

 

 

106.

 

DEI CAVALIERI DI PERUGIA CHE IMPEDIVANO

LA SUA PREDICAZIONE

 

 

128. Un giorno che san Francesco predicava nella piazza di Perugia a una grande folla ivi convenuta, ecco dei cavalieri perugini irrompere e correre a cavallo per la piazza giocando con le armi, sì da impedire la predica. E non la smettevano, nonostante le proteste della gente.

Allora Francesco si rivolse a loro e disse con accento ispirato: «Statemi a sentire e cercate di comprendere quello che il Signore vi annunzia per mezzo di me, suo povero servo! E non state a dire: – Quello è un assisano!». (Disse così perché tra perugini e assisani c’era e c’è un antico rancore). E continuò: «Il Signore vi ha reso più potenti di tutti i vostri vicini, e per questo dovete a più forte ragione riconoscere il vostro Creatore, umiliandovi davanti a Lui, non solo, ma facendovi affabili con i vicini. Ma il vostro cuore è salito in superbia, e voi vi divertite a devastare le terre dei vicini e molti ne uccidete. E perciò vi dico che, se non ritornerete subito a Dio, rendendo soddisfazione a quelli che avete offesi, il Signore, che non lascia nulla di impunito, a vostra più cocente vendetta e punizione e vergogna, vi farà sorgere gli uni contro gli altri. Scoppierà una sommossa e una guerra civile, in modo che sopporterete tante tribolazioni, quante i vostri vicini non potrebbero infliggervi».

Il beato Francesco non taceva mai i vizi del popolo, quando predicava, ma tutti rimproverava pubblicamente e coraggiosamente. Il Signore gli aveva concesso però tanta grazia, che tutti quelli che lo vedevano e udivano, di qualunque stato e condizione fossero, lo temevano e veneravano molto rimanendo sempre edificati dalle sue parole, e si convertivano al Signore, pentendosi nella loro coscienza.

Di lì a pochi giorni Dio permise che scoppiasse in Perugia una contesa fra i nobili e il popolo, e il popolo finì col cacciare i nobili dalla città. I cavalieri, appoggiati dalla Chiesa che li aiutava, devastarono i campi, le vigne, gli alberi, facendo al popolo tutto il male che potevano. A sua volta, il popolo devastò tutti i beni dei nobili. Così, secondo la parola di san Francesco, popolo e cavalieri furono puniti.

 

 

107.

 

COME PREVIDE LA TENTAZIONE INTIMA DI UN FRATE

 

 

129. Un frate di grande spiritualità e amico del beato Francesco ebbe a soffrire per molti giorni gravissime suggestioni diaboliche, così da esser tratto quasi al profondo della disperazione. Ed era tormentato ogni giorno in tal modo, da vergognarsi di confessarsi così spesso, e si affliggeva per questo con molte astinenze, veglie, lacrime e flagellazioni.

E avvenne che, per divina disposizione, il Santo si recò in quel luogo. Un giorno che quel frate camminava con Francesco, questi conobbe per opera dello Spirito Santo la tribolazione e tentazione dell’amico; e scostandosi un momento dall’altro frate che lo accompagnava, si unì a quel tribolato e gli disse: «Fratello carissimo, voglio che d’ora in poi tu tralasci di confessare quelle tentazioni diaboliche, e non temere che abbiano a nuocere all’anima tua, ma con mia licenza recita sette Pater noster ogni volta che sarai assalito».

Quel frate fu molto rasserenato dalle parole che il Santo gli aveva detto, e cioè che non era tenuto a confessare le tentazioni, poiché era di questo che più si affliggeva. E molto si meravigliò, vedendo che Francesco conosceva quello che era noto ai soli sacerdoti cui si era confessato.

Egli fu immediatamente libero da quella tribolazione. D’allora in poi, per la grazia di Dio e i meriti di Francesco, egli visse in grandissima pace e tranquillità. Il Santo sperava proprio questo, e lo dispensò di conseguenza dalla confessione con tutta sicurezza.

 

 

108.

 

DELLE PREDIZIONI CHE FECE INTORNO A FRATE BERNARDO,

E COME TUTTE SI REALIZZARONO COME AVEVA DETTO

 

 

130. Essendogli stata preparata, mentre era vicino a morte, una vivanda delicata, il Santo si ricordò di Bernardo, che era stato il suo primo fratello, e disse ai compagni: «Questo cibo è buono per frate Bernardo». E subito lo mandò a chiamare.

Quando fu arrivato, si mise a sedere presso il letto ove il Santo giaceva, e gli disse: «Padre, ti prego che tu mi benedica e mi mostri il tuo amore, poiché se mi mostrerai il tuo affetto paterno, credo che Dio stesso e tutti i fratelli mi ameranno di più».

Francesco non riusciva a vederlo, perché da parecchi giorni aveva perduto la vista, ma stese la mano destra e la pose sul capo di Egidio, che fu il terzo frate, credendo di metterla sul capo di Bernardo che gli sedeva accanto. Ma se ne accorse subito, ad opera dello Spirito Santo, e disse: «Questo non è il capo del mio fratello Bernardo!».

Allora questi gli si fece più dappresso, e Francesco ponendogli la mano sul capo, lo benedisse rivolgendosi a uno dei compagni: «Scrivi quello che ti dirò. Il primo fratello che il Signore mi ha dato è Bernardo. Fu lui che cominciò a osservare perfettamente il Vangelo, distribuendo ai poveri tutti i suoi averi. Per questo e per gli altri suoi molti meriti, sono obbligato a prediligerlo tra gli altri frati di tutto l’Ordine. Voglio quindi e ordino, in quanto posso, che chiunque sarà ministro generale lo ami e lo onori come me stesso. Anche i ministri e tutti i fratelli dell’Ordine lo trattino nel modo che tratterebbero me».

Da queste parole Bernardo e gli altri furono grandemente consolati. E in altra occasione, considerando Francesco la perfezione di Bernardo, alla presenza di alcuni frati, fece su di lui questa profezia: «Vi dico che a Bernardo sono stati inviati alcuni fra i grandi e astutissimi demoni, che lo sottopongano a molte tribolazioni e tentazioni, per esercitarlo nella virtù. Ma il Signore misericordioso, quando egli si appresserà alla fine, allontanerà da lui ogni tribolazione e tentazione, e infonderà nel suo spirito e nel suo corpo tanta pace e consolazione, che tutti i frati che vedranno ciò, ne stupiranno e lo terranno in conto di grande miracolo. E in quella pace e consolazione di corpo e d’anima, egli migrerà al Signore».

Queste predizioni, non senza meraviglia dei frati che le avevano udite da Francesco, si avverarono alla lettera in Bernardo. Poiché nella malattia che lo portò a morte, Bernardo era immerso in tanta pace e conforto di spirito, che non voleva restare steso a letto, e se vi si adagiava, restava quasi seduto, affinché la fumosità, anche levissima salendogli alla testa, non potesse, con il sonno o altre immagini, turbare la meditazione di Dio.

Se talvolta gli succedeva questo, Bernardo si levava immediatamente e si scoteva dicendo: «Cosa è stato? a cosa sto pensando?». E neppure voleva prendere i medicinali, e a chi glieli offriva, diceva: «Non mi disturbare!». E per morire più liberamente e serenamente, affidò la cura del suo corpo nelle mani di un fratello medico, dicendogli: «Non voglio avere pensieri di mangiare o bere, ma li affido a te. Se tu me ne darai, li prenderò; se no, non chiederò».

Da quando cominciò quella malattia, volle sempre avere vicino a sé, fino alla morte, un sacerdote; e quando gli veniva in mente qualcosa che gli pesasse sulla coscienza, subito la confessava.

Dopo morto, diventò bianco, la sua carne si fece morbida, e sembrava quasi che egli ridesse. Per cui era più bello che da vivo; e tutti provavano più gioia a contemplarlo morto che non vivo, poiché sembrava veramente un santo sorridente.

 

 

109.

 

COME, VICINO ALLA MORTE, MANDÒ A DIRE A CHIARA

CHE LO AVREBBE VEDUTO;

E CIÒ SI COMPÌ DOPO LA SUA MORTE

 

 

131. Nella settimana in cui il beato Francesco morì, Chiara, prima pianticella delle Sorelle Povere di San Damiano in Assisi, discepola meravigliosa di Francesco nell’osservare la perfezione evangelica, temeva di morire prima di lui, poiché erano allora ambedue malati gravemente. Piangeva amaramente, e non poteva consolarsi, pensando che non avrebbe potuto vedere, prima della sua morte, Francesco, unico padre suo dopo Dio, suo consolatore e maestro, che per primo l’aveva stabilita nella grazia di Dio.

Chiara, per mezzo di un frate, espresse la sua ansia a Francesco; e il Santo, all’udire ciò, poiché la amava di particolare paterno affetto, sentì compassione di lei. Ma considerando che non poteva essere esaudito il desiderio di lei, cioè di vederlo, Francesco, per consolarla insieme con le sorelle tutte, inviò a Chiara in scritto la sua benedizione, assolvendola da qualunque mancanza, se ne avesse commesso, contro le sue ammonizioni e contro i comandi e i consigli del Figlio di Dio. E affinché ella lasciasse ogni dolore e accoramento, disse al frate inviatogli da lei: «Va’, e di’a sorella Chiara che deponga il dispiacere e la tristezza di non potermi vedere ora; sappia però in verità che, prima della sua morte, tanto lei che le sue sorelle mi rivedranno e ne avranno grande consolazione».

 

 

132. Quando, non molto tempo dopo, nella notte Francesco morì; al mattino venne tutto il clero e popolo della città di Assisi, e portarono con sé dal luogo dove era morto, il corpo santo di lui, cantando inni e laudi, e recando ognuno rami di alberi. Per volontà del Signore, la salma fu fatta sostare a San Damiano, e così ebbe compimento la parola che il Signore aveva detto per bocca di Francesco, a conforto delle sue figlie e ancelle.

E tolta la grata di ferro attraverso la quale le sorelle solevano comunicarsi e udire la parola di Dio, i frati levarono dalla lettiga funebre il corpo del Santo e lo tennero tra le braccia lungamente presso quella finestra, finché Chiara e le sue sorelle si furono consolate, sebbene fossero tutte piene e disfatte di dolore e lacrime, vedendosi private dei conforti e delle esortazioni di un tale Padre.

 

 

110.

 

COME PREDISSE CHE IL SUO CORPO SAREBBE ONORATO

DOPO LA MORTE

 

 

133. Un giorno, mentre giaceva malato nell’episcopio di Assisi, un frate di viva spiritualità gli disse, sorridendo e a modo di scherzo: «A quanto venderesti al Signore tutti i tuoi sacchi? Molte stoffe preziose e drappi di seta saranno posti sopra questo tuo piccolo corpo che ora è avvolto nel sacco». E infatti, il Santo in quel momento aveva un copricapo coperto di sacco, e di sacco era vestito.

San Francesco, o meglio lo Spirito Santo in lui, rispose e furono parole di gran fervore e gioia: «Tu dici il vero, poiché sarà proprio così, per lode e grazia del mio Dio!».

 

 

 

PARTE DECIMA

 

COME LA DIVINA PROVVIDENZA LO AIUTÒ

NELLE NECESSITÀ ESTERIORI

 

 

 

111.

 

COME IL SIGNORE PROVVIDE AI FRATI CHE SEDEVANO

A POVERA MENSA CON IL MEDICO

 

 

134. Francesco dimorava nell’eremo di Fonte Colombo, presso Rieti, ed essendo malato di occhi, un medico venne un giorno a visitarlo.

L’oculista si trattenne un certo tempo e, al momento che stava per andarsene, Francesco si rivolse a uno dei compagni: «Andate e date da mangiare bene al medico». Gli rispose: «Padre, ci dispiace dirtelo: ma siamo adesso tanto poveri, che ci vergogniamo di invitarlo a mangiare». Rispose il Santo ai compagni: «O uomini di poca fede, non me lo fate ripetere!». Intervenne il medico: «Fratello, per il fatto che sono poveri frati, più volentieri ci tengo a mangiare con loro». Quel medico era molto ricco, e, sebbene fosse stato varie volte invitato da Francesco e dai compagni, non aveva mai voluto mangiare con loro.

I frati andarono a preparare la mensa e, vergognandosi, vi posero un po’di pane e vino e dei legumi che avevano preparato per sé. Sedutisi alla mensa poverella, avevano appena cominciato a mangiare, che sentirono bussare alla porta del luogo. Uno dei frati si alzò e andò ad aprire: c’era una donna con un canestro pieno di bel pane e pesce, un pasticcio di gamberi, miele e uva, che la signora di un castello distante da quel luogo quasi sette miglia, mandava in dono a Francesco.

Vedendo questo, i frati e il medico rimasero attoniti, e si rallegrarono considerando la santità di Francesco, tutto attribuendo ai meriti di lui. Disse il medico: «Cari fratelli né voi, come pur dovreste, né noi conosciamo la santità di quest’uomo».

 

 

112.

 

DEL PESCE CHE DESIDERAVA DURANTE LA SUA MALATTIA

 

 

135. In altra occasione, quando era gravemente infermo nel palazzo vescovile di Assisi, i frati lo pregavano di mangiare. Francesco rispose: «Non ho voglia di mangiare; se però avessi di quel pesce che si chiama squalo, forse lo mangerei».

Ebbe appena espresso questo desiderio, che si fece avanti un tale con un canestro dove erano, ben cucinati, tre grandi squali, e pasticci di gamberi, che il Santo mangiava volentieri. Glieli inviava frate Gerardo, ministro a Rieti.

I frati ammirarono la divina Provvidenza, lodando il Signore che aveva provveduto al suo servo un alimento che, essendo inverno, non era possibile trovare in Assisi.

 

 

113.

 

DEL CIBO E DEL PANNO CHE, PRESSO A MORIRE,

EGLI DESIDERAVA

 

 

136. Stava il Santo, infermo dell’ultima malattia che lo portò a morte, nel luogo di Santa Maria degli Angeli. Un giorno chiamò i suoi compagni e disse loro: «Voi sapete come Donna Jacopa de Settesoli è vivamente devota a me e al nostro Ordine. Credo perciò ch’ella considererà grande favore e consolazione se la informiamo del mio stato. Domandatele specialmente che mi faccia avere del panno monacale color cenere e, insieme, mi mandi anche di quel dolce che a Roma preparò per me più volte». I romani chiamano quel dolce: mostaccioli, ed è fatto di mandorle, zucchero e altri ingredienti.

Quella nobildonna era molto religiosa, una delle vedove più nobili e ricche di Roma. Per i meriti e la predicazione di Francesco, aveva ricevuto dal Signore la grazia di emulare, nelle lacrime e nel fervore, nell’amore e nell’appassionata dedizione a Cristo, Maria Maddalena.

Scrissero dunque una lettera come aveva detto il Santo; e un frate andava cercando un compagno che recapitasse alla nobildonna la lettera, quando fu picchiato alla porta del luogo. Un frate aprì, ed ecco, lì in persona, Donna Jacopa, venuta con gran fretta a visitare Francesco.

Un frate la riconobbe e si recò immediatamente da Francesco, annunziandogli con grande gioia che Donna Jacopa era venuta da Roma con suo figlio e molto seguito a fargli visita. Soggiunse: «Cosa facciamo, padre? Possiamo lasciarla entrare da te?». Disse questo, perché per volontà di Francesco era stato deciso che in quel luogo, per preservarne il decoro e il raccoglimento, non vi entrasse alcuna donna. Ma il Santo disse: «Tale regola non va osservata per questa nobildonna, che una grande fede e devozione ha fatto accorrere qui da tanto lontano».

Così Donna Jacopa entrò dal beato Francesco, scoppiando in lacrime davanti a lui. E, cosa mirabile, portava con sé il panno mortuario, color cenere, per fare una tonaca, e le altre cose contenute nella lettera, come se l’avesse ricevuta in antecedenza.

La signora disse ai frati: «Fratelli miei, mentre pregavo ebbi questa ispirazione: – Va’a visitare il tuo padre Francesco; affrettati, non indugiare; ché, tardando, non lo troveresti più vivo. E portagli il tale panno per la tonaca e tali altre cose, per fargli quel dolce. Inoltre, porta con te gran quantità di cera per farne delle candele, e anche dell’incenso – -». Questo, tranne che l’incenso, era annotato nella lettera che si stava per recapitarle.

E così avvenne che Colui, il quale ispirò ai re Magi di andare con doni a onorare il Figlio suo nel giorno della sua nascita, ispirò anche a quella nobile e santa signora di recarsi con doni a onorare il suo dilettissimo servo nei giorni della sua morte, o meglio della sua vera nascita.

Preparò quella signora il cibo che il Santo desiderava mangiare, ma egli ne mangiò ben poco, perché sempre più gli mancavano le forze e si avvicinava alla morte.

Fece fare anche molte candele che, dopo la morte del Santo, ardessero intorno alla sua salma; e con il panno, i frati confezionarono la tonaca con la quale venne sepolto. Francesco stesso ordinò ai frati di cucirgli del sacco sulla veste che portava, in segno ed esempio di umiltà e di sovrana povertà. E in quella settimana in cui era venuta Donna Jacopa, il nostro santissimo padre migrò al Signore.

 

 

 

 

PARTE UNDICESIMA

 

DEL SUO AMORE ALLE CREATURE

E DELLE CREATURE PER LUI

 

 

 

 

 

114.

 

DELL’AMORE STRAORDINARIO CHE EBBE

PER GLI UCCELLI CHIAMATI

ALLODOLE CAPPELLACCE,

PERCHÉ RAFFIGURANO IL BUON RELIGIOSO

 

 

137. Tutto assorbito nell’amore di Dio, Francesco scorgeva perfettamente la bontà di Dio non solo nell’anima già splendente di ogni perfezione di virtù, ma anche in ogni creatura. E per questo si volgeva con singolare caldo affetto alle creature, particolarmente a quelle in cui vedeva la traccia di una qualità di Dio o di qualcosa che aveva attinenza con la vita religiosa.

Fra tutti gli uccelli prediligeva il piccolo volatile chiamato allodola, comunemente detta «allodola cappellaccia». Diceva di lei: «La sorella allodola ha il cappuccio come i religiosi, ed è umile uccello, che va volentieri in cerca di qualche granellino, e se ne trova anche tra i rifiuti, lo tira fuori e lo mangia. Volando, loda il Signore soavemente, simile ai buoni religiosi che, staccati dalle cose del mondo, vivono sempre rivolti al cielo, e la cui volontà non brama che la lode di Dio. Il vestito dell’allodola, il suo piumaggio cioè, ha il colore della terra: così offre ai religiosi l’esempio di non avere vesti eleganti e di belle tinte, ma di modesto prezzo e colore somigliante alla terra, che è l’elemento più umile».

E siccome ammirava nelle allodole queste caratteristiche, era felice di vederle. Piacque perciò al Signore che questi uccelletti mostrassero al Santo un segno di affetto nell’ora della sua morte. La sera del sabato, dopo il tramonto che precedette la notte in cui Francesco migrò al Signore, una moltitudine di allodole venne sopra il tetto della casa in cui giaceva, e volando adagio a ruota, facevano come un cerchio intorno al tetto e, cantando dolcemente, parevano lodare il Signore.

 

 

115.

 

COME VOLEVA PERSUADERE L’IMPERATORE

A EMANARE UN EDITTO DECRETANTE CHE,

NEL NATALE DEL SIGNORE,

GLI UOMINI PROVVEDESSERO GENEROSAMENTE

AGLI UCCELLI, AL BUE E ALL’ASINO, E AI POVERI

 

 

138. Noi che siamo vissuti con Francesco e abbiamo scritto questi ricordi, siamo testimoni di averlo sentito dire molte volte: «Se potessi parlare con l’imperatore, lo supplicherei e convincerei a fare, per amore di Dio e di me, una legge speciale: che nessun uomo catturi o uccida le sorelle allodole o faccia loro alcun male. E inoltre che tutti i podestà delle città e i signori dei castelli e villaggi siano obbligati ogni anno, nel giorno di Natale, a comandare alla gente di gettare frumento e altri cereali per le strade, fuori delle città e dei castelli, affinché le sorelle allodole e gli altri uccelli abbiano da mangiare in un giorno tanto solenne. E per reverenza verso il Figlio di Dio, che quella notte la vergine Maria depose in una greppia tra il bue e l’asino, chiunque abbia bue e asino sia obbligato a fornire loro generosamente delle buone biade. Così pure, che quel giorno tutti i poveri abbiano in dono dai ricchi copiose ottime vivande».

Francesco aveva maggior reverenza per il Natale che per le altre festività. Diceva: «Dopo che il Signore nacque per noi, cominciò la nostra salvezza». Voleva perciò che quel giorno ogni cristiano esultasse nel Signore e per amore di lui, che ci donò se stesso, tutti provvedessero largamente non solo ai poveri, ma anche agli animali e agli uccelli.

 

 

116.

 

DEL SUO AMORE AL FUOCO, E COME IL FUOCO GLI OBBEDÌ

QUANDO EBBE A SUBIRE UN CAUTERIO

 

 

139. Costretto per obbedienza dal cardinale di Ostia e da frate Elia, ministro generale, a recarsi all’eremitaggio di Fonte Colombo, presso Rieti, per curarsi dal male di occhi, un giorno il medico venne a vederlo. E notando lo stato del male, disse a Francesco che voleva fargli un cauterio da sopra la mascella fino al sopracciglio dell’occhio più malato. Ma Francesco non voleva si cominciasse il trattamento prima dell’arrivo di Elia, il quale aveva detto di voler essere presente all’intervento; il Santo provava disagio e gli pesava di avere tanta preoccupazione per la salute, perciò voleva che il ministro generale ne avesse iniziativa e responsabilità.

Lo aspettarono, dunque, ma Elia non veniva, a causa dei molti impegni che lo trattenevano; così Francesco permise alla fine al medico di fare quello che voleva. Il ferro fu messo ad arroventare nel fuoco, e il Santo, per rafforzare l’animo contro la paura, parlò al fuoco: «Fratello mio fuoco, nobile e utile fra le altre creature, sii gentile con me in questa ora, poiché sempre ti ho amato e ti amerò, per amore di Colui che ti ha creato. Prego il Creatore che ci ha fatto, affinché temperi il tuo ardore, in modo che lo possa sopportare». E finita la orazione, tracciò sul fuoco il segno della croce.

Noi che in quel momento eravamo con Francesco, fuggimmo tutti per pietà e compassione verso di lui, e solo rimase il medico. Terminata la cauterizzazione, tornammo dal Santo, che ci disse: «Uomini paurosi e di poca fede, perché scappaste? Vi dico in verità che non ho sentito nessun dolore per la bruciatura. Anzi, se la cauterizzazione non è ben riuscita, la si rifaccia più forte».

Il medico, trasecolato, disse: «Fratelli miei vi confesso che temevo non potesse soffrire un intervento simile, debole e malato com’è, quando non ce la farebbe forse nemmeno l’uomo più vigoroso. Non ha fatto il minimo movimento né mostrato il più piccolo segno di dolore».

Fu necessario cauterizzare tutte le vene, dall’orecchio al sopracciglio, ma non giovò a nulla. Un altro medico gli perforò entrambe le orecchie con un ferro incandescente. ancora senza risultato.

Non meravigliamoci se il fuoco e le altre creature talvolta gli obbedivano e lo veneravano. Noi, che siamo vissuti con lui, abbiamo visto spessissimo quanto amava le creature, quanto godeva di esse; il suo spirito era preso da tanta tenerezza e compassione, che non voleva fossero trattate duramente. Parlava loro con una gioia che lo pervadeva nel cuore e negli atti, come si trattasse di esseri dotati di ragione; e sovente, in questi casi, era rapito in Dio.

 

 

117.

 

COME NON VOLLE SPEGNERE NÉ PERMETTERE FOSSE

SPENTO IL FUOCO CHE GLI BRUCIAVA LE BRACHE

 

 

140. Fra tutte le creature inferiori all’uomo e non dotate di sentimento, Francesco aveva una simpatia particolare per il fuoco, di cui ammirava la bellezza e l’utilità. E per questo non volle mai impedire la sua azione.

Una volta che sedeva presso al fuoco, questo, senza che egli se ne accorgesse, si appiccò ai suoi panni di lino, le brache, all’altezza del ginocchio. Pur sentendo il bruciore del fuoco, non voleva però spegnerlo. Il compagno, vedendo che i panni del Santo bruciavano, corse verso di lui con l’intenzione di estinguere il fuoco, ma Francesco glielo proibì: «No, fratello carissimo, non fare male al fuoco!». E non ci fu modo di indurlo a spegnerlo.

Allora quel compagno si precipitò dal frate guardiano del Santo, lo condusse da Francesco e immediatamente estinse il fuoco, contro il volere di lui. Da allora, per urgente che fosse la necessità, il Santo non volle mai spegnere il fuoco, nemmeno una lampada o una candela, tanto era l’affetto che nutriva per questa creatura.

Non voleva neppure che un fratello gettasse del fuoco o un tizzone fumante da un luogo a un altro, come suol farsi, ma voleva lo si ponesse delicatamente per terra, per reverenza a Colui di cui il fuoco è creatura.

 

 

118.

 

COME NON VOLLE PIÙ PORTARE UNA PELLE,

CHE NON AVEVA LASCIATA BRUCIARE

 

 

141. Un giorno, mentre il Santo faceva una quaresima su] monte della Verna, il suo compagno accese il fuoco nella celletta dove il Santo prendeva i pasti. Poi andò nell’altra celletta, dove Francesco pregava, portando con sé il messale per leggergli il Vangelo del giorno. Era infatti abitudine del Santo di ascoltare, prima della refezione, il Vangelo del giorno, quelle volte che non aveva partecipato alla Messa.

Quando giunse per prendere il cibo nella celletta in cui stava acceso il fuoco, ecco già la fiamma salire fino al tetto e incendiarlo. Il compagno cominciò a spegnere il fuoco, come poteva, ma da solo non ci riusciva. Francesco, che non voleva aiutarlo, prese una pelle che alla notte teneva su di sé e andò nella selva.

I frati del luogo, che dimoravano lontani da quella celletta, come si avvidero che bruciava, accorsero tosto ed estinsero le fiamme. Più tardi tornò Francesco per mangiare. Finito il pasto, si rivolse al compagno: «Non voglio più coprirmi d’ora innanzi con questa pelle, poiché per la mia avarizia non ho lasciato che fratello fuoco la divorasse».

 

 

119.

 

DEL SUO SINGOLARE AMORE PER L’ACQUA, LE PIETRE,

GLI ALBERI E I FIORI

 

 

142. Dopo il fuoco, il suo amore andava specialmente all’acqua, simbolo della santa penitenza e tribolazione, che purificano le sporcizie dell’anima; e perché il primo bagno dell’anima si fa per mezzo dell’acqua battesimale.

Quando si lavava le mani, sceglieva un posto dove l’acqua scorrente non venisse pesticciata dai piedi E quando camminava sulle pietre, avanzava con gran delicatezza e rispetto, per amore di Colui che è chiamato Pietra. E nel recitare quel versetto del salmo: Tu mi elevi sulla pietra, diceva con gran reverenza e devozione queste parole: Mi hai collocato più giù che i piedi della pietra.

Al frate che tagliava la legna e la preparava per il fuoco, raccomandava di non abbattere mai tutto l’albero, ma tagliasse gli alberi in modo che ne rimanesse sempre una parte intatta, e ciò per amore di Colui che volle operare la nostra salvezza sul legno della croce.

Anche al frate che lavorava l’orto diceva di non coltivare tutto il terreno per le erbe commestibili, ma ne lasciasse qualche parte libera di produrre erbe verdeggianti che alla loro stagione producessero i fratelli fiori; e ciò per amore di Colui che è chiamato fiore del campo e giglio delle valli.

Diceva ancora che il frate ortolano dovrebbe sempre fare un bel giardinetto in una parte dell’orto, dove seminare e mettere ogni tipo di erbe odorose e le piante che producono bei fiori, affinché invitino, nella stagione loro, gli uomini che le vedono alla lode di Dio. Infatti ogni creatura dice: «Dio mi ha creata per te, o uomo!».

Noi che siamo vissuti con lui, lo vedevamo rallegrarsi interiormente ed esteriormente di quasi tutte le creature, così che, toccandole o mirandole, il suo spirito sembrava essere in cielo, non in terra. E per le grandi gioie che aveva ricevuto e riceveva dalle creature, egli compose, poco prima della sua morte, alcune Lodi del Signore per le sue creature, per incitare alla lode di Dio i cuori di coloro che le udissero, e cosi il Signore fosse lodato dagli uomini nelle sue creature.

 

 

120.

 

COME LODAVA IL SOLE E IL FUOCO SU TUTTE

LE ALTRE CREATURE

 

 

143. Al di sopra di tutte le creature non dotate di ragione, Francesco amava particolarmente il sole e il fuoco. Diceva: «Al mattino, quando sorge il sole, ogni uomo dovrebbe lodare Dio che ha creato il sole per nostra utilità, poiché è per suo mezzo che i nostri occhi sono illuminati durante il giorno; la sera, quando scende la notte, ogni uomo dovrebbe lodare Dio per fratello fuoco, a mezzo del quale i nostri occhi sono illuminati nella notte. Tutti siamo come dei ciechi, ed è mediante questi due nostri fratelli che il Signore dà luce ai nostri occhi. Dobbiamo lodare il Signore specialmente per queste creature e per le altre, di cui usiamo ogni giorno». Francesco fece sempre così, fino al giorno della sua morte.

Quando la malattia si faceva più grave, egli cominciava a cantare le Lodi di Dio per le sue creature, cantico composto da lui. Faceva cantare anche i suoi compagni, affinché, assorti nella lode del Signore, dimenticassero l’acerbità dei dolori e della malattia di lui.

Giudicava e diceva che il sole è il più bello di tutte le creature e più rassomiglia al Signore, tanto che nella Scrittura il Signore stesso è chiamato Sole di giustizia. Perciò, nel dare un titolo alle Lodi da lui composte sulle creature di Dio, quando il Signore gli ebbe dato la certezza di possedere il suo regno, le chiamò Cantico di frate sole.

 

 

121.

 

QUESTA È LA LODE CHE COMPOSE QUANDO IL SIGNORE

LO FECE CERTO DEL SUO REGNO

 

 

144.

Altissimo, onnipotente, bon Signore,

tue so le laude, la gloria e l’onore e onne benedizione.

A te solo, Altissimo, se confano

e nullo omo è digno te mentovare.

Laudato sie, mi Signore, cun tutte le tue creature,

spezialmente messer lo frate Sole,

lo quale è iorno, e allumini noi per lui.

Ed ello è bello e radiante cun grande splendore:

de te, Altissimo, porta significazione.

Laudato si, mi Signore, per sora Luna e le Stelle:

in cielo l’hai formate clarite e preziose e belle.

Laudato si, mi Signore, per frate Vento,

e per Aere e Nubilo e Sereno e onne tempo

per lo quale a le tue creature dai sostentamento.

Laudato si, mi Signore, per sor Aqua,

la quale è molto utile e umile e preziosa e casta.

Laudato si, mi Signore, per frate Foco,

per lo quale enn’allumini la nocte:

ed ello è bello e iocundo e robustoso e forte.

Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre Terra,

la quale ne sostenta e governa,

e produce diversi fructi con coloriti

flori ed erba.

Laudato si, mi Signore, per quelli che

perdonano per lo tuo amore

e sostengo infirmitate e tribulazione.

 

 

Beati quelli che ’l sosterranno in pace,

ca da te, Altissimo, sirano incoronati.

[Laudato si, mi Signore, per sora nostra

Morte corporale,

da la quale nullo omo vivente po’scampare.

Guai a quelli che morrano ne le peccata

mortali!

Beati quelli che trovarà ne le tue sanctissime

voluntati,

ca la morte seconda no li farrà male].

Laudate e benedicite mi Signore, e rengraziate

e serviteli cun grande umilitate.

 

 

 

 

 

 

 

PARTE DODICESIMA

 

DELLA SUA FINE E DELLA GIOIA CHE MOSTRÒ

QUANDO FU CERTO DI ESSERE VICINO ALLA MORTE

 

 

 

122.

 

COME RISPOSE A FRATE ELIA

CHE GLI RIMPROVERAVA TANTA GIOIA

 

 

145. Mentre giaceva malato nel palazzo vescovile di Assisi e la mano del Signore appariva più che mai pesante su di lui, il popolo di Assisi, temendo che, se moriva di notte, i frati sottraessero la sua salma per portarla in qualche altra città, decise che ogni notte fosse piantonato tutto intorno ai muri del palazzo.

Il padre santo, allo scopo di confortare il suo spirito, per non abbattersi a causa della veemenza dei dolori che lo tormentavano senza posa, spesso, lungo la giornata, pregava i compagni di cantare le Lodi del Signore; e anche la notte faceva questo, per edificare e confortare quegli uomini che, fuori del palazzo, vegliavano per lui.

Ma frate Elia, vedendo come Francesco si consolava nel Signore ed era felice nonostante le sofferenze, gli disse: «Carissimo padre, sono molto confortato e edificato della gioia che tu provi e mostri ai tuoi compagni. Certamente gli uomini di questa città ti venerano come un santo ma, convinti che tu sei vicino a morte per la tua malattia incurabile, nel sentire che qui si cantano giorno e notte le Lodi, potrebbero osservare: – Come può essere tanto felice, dal momento che sta morendo? Dovrebbe piuttosto pensare alla morte –».

Rispose Francesco: «Ricordi la visione che avesti a Foligno? Mi dicevi che ti era stato rivelato che non sarei sopravvissuto più di due anni. Prima di questa visione, per grazia di Dio che ispira ogni cosa buona al cuore e la pone sulle labbra dei suoi credenti, io pensavo di frequente, giorno e notte, alla mia fine. Ma da quando tu avesti quella visione, mi sono ancor più preoccupato di riflettere ogni giorno sul giorno della morte».

Poi seguitò con gran fervore di spirito: «Fratello, lasciami godere nel Signore e cantare le sue lodi in mezzo alle mie sofferenze, poiché, per dono dello Spirito Santo, io sono così unito al mio Signore che, per sua misericordia, ho ben motivo di allietarmi nell’Altissimo!».

 

 

123.

 

COME INDUSSE IL MEDICO A DIRGLI

QUANTO GLI RESTAVA DA VIVERE

 

 

146. In quei giorni un medico di Arezzo, a nome Bongiovanni, molto amico di Francesco, venne a visitarlo nel palazzo vescovile di Assisi. Il Santo lo interrogò: «Che ti sembra, Benvegnate, della mia idropisia?».

Non voleva chiamarlo col suo nome, perché non dava a nessuno l’appellativo di «buono» per rispetto verso il Signore, che disse: Nessuno è buono, eccetto Dio solo. Allo stesso modo, non dava a nessuno il titolo di «padre» o di «maestro», nemmeno nelle lettere, per riguardo verso il Signore, che disse: Nessuno chiamate vostro padre su questa terra, e non fatevi chiamare maestri.

Il medico rispose: «Fratello, con l’aiuto del Signore starai meglio». Francesco insistette: «Dimmi la verità. Qual è il tuo parere? Non aver paura di dirmelo, poiché con la grazia di Dio non sono un pusillanime che teme la morte, per dono dello Spirito Santo, sono così unito al mio Signore, da essere ugualmente felice sia di vivere che di morire».

Allora Bongiovanni parlò senza reticenze: «Padre, secondo la nostra scienza la tua malattia è evidentemente incurabile. Penso che per la fine di settembre o ai primi di ottobre tu morrai».

Allora Francesco, steso sul letto, levò le mani verso il Signore con grande fervore e riverenza, e, pieno di gioia d’anima e di corpo, esclamò: «Sii la benvenuta, sorella mia Morte!».

 

 

124.

 

COME, APPENA EBBE SENTITO CHE LA MORTE

ERA IMMINENTE, SI FECE CANTARE LE LODI

DA LUI COMPOSTE

 

 

147. In quella circostanza, un fratello gli disse: «Padre, la tua vita e il tuo comportamento sono stati, e sono, luce e modello non soltanto per i tuoi fratelli, ma per la Chiesa tutta; lo stesso sarà della tua morte, che, motivo di tristezza e dolore per i tuoi fratelli e per gli altri, per te invece sarà consolazione e gioia infinita: passerai infatti da grande fatica a grandissimo riposo, da molte pene e tentazioni alla pace eterna, dalla povertà che hai sempre amato e perfettamente vissuto alle vere infinite ricchezze, e da questa morte temporale alla vita eterna, dove vedrai il Signore tuo Dio faccia a faccia, dopo averlo amato quaggiù con ardente desiderio».

E aggiunse in tutta sincerità: «Padre, sappi in verità che se il Signore non ti invia un rimedio dal cielo, la tua malattia è incurabile; come hanno detto i medici, ti resta poco da vivere. Dico questo per confortare il tuo spirito, affinché tu sia felice intimamente e visibilmente nel Signore; in maniera che i tuoi fratelli e l’altra gente che ti vengono a visitare, ti trovino sempre lieto nel Signore, e questa impressione rimanga incancellabile, dopo la tua morte, sia per quelli che sono presenti che per quanti ne sentiranno parlare, proprio come furono e saranno edificati dalla tua vita e condotta».

Allora Francesco, sebbene soffrisse più del solito per i suoi mali, sembrò trasfigurato a quelle parole da una nuova gioia, udendo ripetere che la morte sua sorella era vicina. Con gran fervore di spirito, lodò il Signore e disse: «Se dunque piace al Signore che io debba presto morire chiamatemi frate Angelo e frate Leone perché mi cantino di sorella morte!».

Quando i due gli furono dinanzi, affranti dalla pena e dal cordoglio, cantarono lacrimando il Cantico di frate sole e delle altre creature del Signore, che il Santo stesso aveva composto. Egli aggiunse allora alcuni versi sopra la morte sua sorella, prima dell’ultima strofa, dicendo:

 

Laudato si, mi Signore, per sora nostra

Morte corporale,

da la quale nullo omo vivente po’scampare.

Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali!

Beati quelli che trovarà ne le tue sanctissime

voluntati,

ca la morte seconda no li farrà male.

 

 

125.

 

COME BENEDISSE LA CITTÀ DI ASSISI

MENTRE LO TRASPORTAVANO A SANTA MARIA A MORIRE

 

 

148. Mentre ancora dimorava nel palazzo vescovile, il Padre santo era stato avvertito, sia dallo Spirito Santo sia dai medici, che la sua morte era imminente. Sentendosi sempre più aggravare e venir meno le forze del corpo, ii fece portare in lettiga a Santa Maria della Porziuncola per finire la vita del corpo nel luogo dove aveva cominciato a sperimentare la luce e la vita dell’anima.

Quando arrivarono all’ospedale che sorge a mezza strada tra Assisi e Santa Maria, disse ai portatori di mettere a terra la lettiga. Ormai avendo perso quasi del tutto la vista a causa della lunga e grave malattia d’occhi, si fece voltare con la faccia verso Assisi. E, sollevandosi un poco, benedisse la città, dicendo: «Signore, credo che anticamente questa città fu soggiorno di uomini iniqui. Adesso vedo che, nella tua immensa misericordia, nel momento scelto da te, tu le hai mostrato la tua speciale sovrabbondante pietà, e unicamente per tua bontà l’hai scelta ad essere luogo e soggiorno di quelli che ti conoscono nella verità, rendono gloria al tuo santo nome e mandano a tutto il popolo cristiano un profumo di buona fama, di vita santa, di verissima dottrina, di perfezione evangelica. Ti prego dunque, o Signore Gesù Cristo, padre delle misericordie, di non voler guardare alla nostra ingratitudine, ma di ricordarti sempre della immensa compassione che le hai dimostrato, affinché sia sempre il luogo e il soggiorno di quelli che ti conoscono veramente e che glorificano il tuo nome benedetto e glorioso nei secoli dei secoli. Amen».

Dette queste parole, fu portato a Santa Maria. Ed ivi, compiendosi i quarant’anni della sua vita, e i vent’anni della sua perfetta penitenza, l’anno del Signore 1226, ai 4 di ottobre, migrò verso il Signore Gesù Cristo, che aveva amato con ardente desiderio e vivissimo affetto, con tutto il cuore, tutto lo spirito, tutta l’anima e tutte le sue forze, seguendolo in ogni perfezione, correndo con fervore sui passi di Lui e giungendo finalmente e gloriosamente a Lui, che vive e regna con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

* * *

 

 

149. Qui finisce lo Specchio di perfezione

dello stato di frate minore, (cioè del beato Francesco),

nel quale sono perfettamente riflesse le perfezioni

della sua vocazione e professione.

Ogni lode e gloria a Dio Padre e al Figlio e

allo Spirito Santo. Alleluia! Alleluia! Alleluia!

Onore e grazie siano rese alla gloriosa vergine

Maria. Alleluia! Alleluia!

Magnificenza ed esaltazione al suo beatissimo

servo Francesco. Alleluia!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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