INTRODUZIONE

 

Questa lettera di Bernardo di Clairvaux la diciottesima fu scritta nell'estate del 1126 e venne poi inserita, dallo stesso Bernardo, nel "registro" autentico delle lettere che egli, a partire dal 1145, curò con l'aiuto dei suoi segretari.
La lettera è indirizzata al cardinale Pietro di Santa Maria in via Lata. Egli si trovava a Troyes (non lontano da Clairvaux) in qualità di inviato del papa Onorio II, per risolvere alcuni problemi creatisi a Cluny.
Durante quel soggiorno, il cardinale Pietro sentì parlar bene del giovane abate di Clairvaux, Bernardo. Gli scrisse una lettera - oggi andata perduta - nella quale esprimeva il desiderio di incontrarlo personalmente e di leggere qualcuna delle sue opere. Bernardo gli rispose con questa lettera . Oltre a sottoporre alla scelta del cardinale l'elenco delle opere sino ad allora scritte - un prezioso punto di riferimento per la loro datazione: l'In laudibus Virginis Matris (1118-25), l'Apologia (1121-25), il De gradibus humilitatis et superbiae (1124-25) e una prima raccolta di circa 77 lettere - vi espose alcune delle linee portanti della sua teologia. Temeva, infatti, che il cardinale Pietro potesse essere tratto in inganno dalle illusioni e dagli errori della gente comune che, come osserva Bernardo, a volte si inganna sia nel biasimo che nella lode. Volle, allora, offrirgli la possibilità di farsi un'opinione personale e presentò, in sintesi, il propio pensiero.
La lettera prende l'avvio proprio da qui: dal desiderio che Bernardo ha di essere conosciuto e amato per quello che effettivamente è. Così come - prosegue Bernardo - dovremmo conoscere e amare Dio: per quello che è.
La lettera prosegue affermando quanto è importante la conoscenza di Dio: è grazie ad essa che l'uomo è "qualcosa". Per questo Dio consente all'uomo di conoscerlo nella fede e di amarlo nel desiderio.
Al di là di quanto talvolta la storiografia nei secoli successivi ha riconosciuto, egli interpreta con equilibrio l'esperienza dell'uomo: è un'esperienza di intelligenza e di amore. Importante il ruolo riconosciuto al desiderio: integra la fede e prepara la pienezza dell'amore. Il centro di questa esperienza è l'incontro personale e totale con Cristo. Bernardo lo presenta, qui, in maniera suggestiva e coerente, come un abbraccio nell'intelligenza e nell'amore: abbracciare con tutto se stesso la totalità che è Cristo. La vita cristiana, per Bernardo, non può essere meno di questo.
.Questa presentazione della comunione con Cristo costituisce uno degli elementi della forza e del fascino del suo pensiero. E forse questo è uno dei motivi del suo grande successo nel XII secolo.


Conoscere e amare Dio

Penso che in me sia stimato o amato non ciò che sono ma ciò che si ritiene che io sia. Allora non sono amato, quando sono amato così; ma non so cosa ci sia in me , a mio favore, che però io non sono. Anzi a dire la verità non è che non lo sappia: perché so con assoluta certezza che non c'è nulla. Infatti non è nulla, senza dubbio, ciò che si crede ci sia e invece non c'è. Perciò, quando si ama quello che non c'è, ma che si crede ci sia, non è che siano nulla l'amore o la persona che ama, ma è nulla ciò che è amato. C'è da meravigliarsi, anzi c'è più da dolersi che da meravigliarsi, che ciò che non è nulla possa essere amato.
Da ciò possiamo facilmente comprendere da dove veniamo, dove andiamo, cosa abbiamo perso, cosa abbiamo trovato. Aderendo a Colui che sempre esiste e nella beatitudine, anche noi avremmo potuto esistere sempre e nella beatitudine. Aderendo però, intendo dire, non solo nella conoscenza, ma anche nell'amore. Infatti, alcuni tra i figli dl Adamo, "pur avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono né gli resero grazie come Dio, ma vaneggiarono nei loro ragionamentI" (Rom 1,21). Perciò, comprensibilmente,"si è ottenebrato il loro cuore insensato" (Rom 1,21), poiché, avendo conosciuto la verità e avendola disprezzata, ricevettero giustamente come punizione di non conoscerla più.
Ahimè, aderendo alla verità nella conoscenza, ma allontanandosene nell'amore, cioè amando al suo posto la vanità,"l'uomo è divenuto simile alla vanità" (Sal 143,4).
E cosa e più vano che amare la vanità, cosa più iniquo che disprezzare la verità? Cosa, allora, è più giusto che sottrarre la conoscenza stessa a coloro che la disprezzano?
Cosa, dico, è più giusto che non sia in grado di gloriarsi della conoscenza di Lui chi, pur avendola avuta non l'ha glorificato? Perciò la brama della vanità è il disprezzo della verità, e il disprezzo della verità è la causa della nostra cecità. "E poiché non hanno apprezzato - dice l'apostolo -la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata" (Rom 1,28) (Ep 18,1).

L'uomo è conoscenza di Dio

Da questa cecità deriva, quindi, che, il più delle volte, invece di ciò che è, amiamo o apprezziamo ciò che non è, perché "finché abitiamo in questo corpo, siamo in esilio lontano" (2 Cor 5,6) da Colui che è sommo. "E che cosa è l'uomo", o Dio, se non "ciò che hai reso noto a lui?" (Sal 143 ,3) . E così, se la conoscenza di Dio è causa che l'uomo sia qualcosa, la sua ignoranza fa sì che egli non sia nulla. Ma Colui che "chiama le cose che non sono al pari di quelle che sono" (Rom 4,17), avendo in certo modo pietà di quelli ridotti a nulla, poiché non possiamo ancora contemplare direttamente ne abbracciare nell'amore quella manna nascosta - della quale l'apostolo dice: "E la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio" (Col 3,3) -, ci concesse intanto di conoscerlo nella fede e di cercarlo col desiderio, cosicché, ricondotti, grazie a queste due esperienze, dal non essere all'essere, cominciamo a divenire "come una primizia delle sue creature" (Gc 1,18), per poi passare ad essere finalmente "allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo" (Ef 4,13). E ciò accadrà, indubbiamente, quando la giustizia sarà convertita in giudizio, cioè la fede in intelligenza, vale a dire la giustizia, che deriva dalla fede, nel giudizio che viene dalla piena conoscenza e, allo stesso modo, il desiderio che ci accompagna nel pellegrinaggio sarà trasformato nella pienezza dell'amore. Se, infatti, quelli che sono ancora lontani vengono iniziati dalla fede e dal desiderio, quelli che arrivano vengono certamente portati alla perfezione dall'intelligenza e dall'amore.
Come la fede conduce alla piena conoscenza, così il desiderio conduce al perfetto amore. E come è detto: "Se non avrete creduto, non comprenderete" (Is 7,9), così si può dire anche, non senza ragione: "Se non avrete desiderato, non amerete alla perfezione". L'intelligenza, infatti, è frutto della fede, la perfetta carità lo è del desiderio.
Per il momento "il giusto vive mediante la fede" (Rom 1,17), mentre il beato vive mediante l'intelligenza. Per il momento il giusto desidera Dio "come la cerva anela alle fonti delle acque" (Sal 41,2), mentre il beato beve già, nella gioia, alle fonti del Salvatore, cioè gode nella pienezza della carità (Ep 18,2).

Abbracciare Cristo con l'intelligenza e l'amore

Quindi, per mezzo di queste che sono, per così dire, le due braccia dell'anima, l'intelligenza e l'amore, cioè la conoscenza e l'amore della verità, vengono abbracciate e comprese, con tutti i santi, la lunghezza, la larghezza,la sublimità e la profondità, cioè l' eternità, la carità, la virtù e la sapienza. E tutto ciò e CristO. Egli è l'eternità, poichè "questa è la vita eterna: che conoscano te, il vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17,3). E' la carità, poiché è Dio: "Dio infatti è carità" (1 Gv 4,16). E' anche la virtù di Dio e la sapienza di Dio. Ma questo quando sarà? Quando "lo vedremo così come egli è" (1 Gv 3,2), quando lo ameremo così come egli è (Ep 18,3).

 

 

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