S. Ambrogio - La Penitenza

LIBRO PRIMO

Capitolo 1

Se il fine supremo delle virtù è il progresso delle masse, la mitezza, indubbiamente, è la virtù che eccelle su tutte. Essa non suscita il risentimento delle persone che giudica colpevoli, anzi, dopo averle condannate, le mette in condizione di farsi perdonare. E' la sola, inoltre, che, emula del dono divino della redenzione universale, ha esteso i confini della Chiesa, frutto del sangue del Signore, esercitando un'azione moderatrice con consiglio salutare e di natura tale che le orecchie degli uomini sono in grado di prestare ascolto, le menti non fuggono lontano, gli animi non nutrono timore.

Chi infatti, si propone di correggere i difetti della fragilità umana deve sorreggere e, in qualche modo, soppesare sulle sue spalle la debolezza stessa, non già disfarsene. Il pastore, quello ben noto del Vangelo, non ha abbandonato la pecora stanca, ma se l'è messa in spalla. Salomone dice: "Non essere troppo giusto". La dolcezza ha il compito, appunto, di lenire la giustizia. Con quale animo, infatti, si potrebbe sottoporre alle tue cure chi hai in antipatia ed è convinto che sarà non già oggetto di pietà, bensì di disprezzo da parte del suo medico?

Gesù ha avuto misericordia di noi non per allontanarci, ma per chiamarci a sé. E' venuto mite, umile. Ha detto: "Venite a me, voi tutti che siete affaticati, e io vi ristorerò". Il Signore, dunque, guarisce senza eccezioni, senza riserve. A ragione, ha scelto discepoli che, interpreti del suo volere, raccogliessero e non tenessero lontano il popolo di Dio. Ovviamente, non sono da annoverare tra i discepoli di Cristo coloro i quali pensano che la durezza sia da preferire alla dolcezza, la superbia all'umiltà e che, mentre invocano per sé la divina pietà, la negano agli altri, come appunto fanno i dottori Novaziani che si fregiano dell'appellativo di "puri".

Quale tracotanza maggiore della loro? La scrittura dice che "neppure il neonato è immune da colpa"; David grida: "Mondami dal mio peccato". Dunque, i Novaziani sono più obbedienti al Signore di David, dalla cui gente Cristo ha voluto nascere, in virtù del mistero dell'Incarnazione? Più ligi verso Dio di David, alla cui posteriorità appartiene la reggia celeste, il grembo, cioè, della Vergine che ha ricevuto il Salvatore del mondo? Quale crudeltà maggiore del concedere la penitenza e, al tempo stesso, di sbarrarle il passo? Negare il perdono, infatti, cosa significa se non togliere ogni incentivo a pentirsi? Contrito di tutto cuore può essere soltanto chi nutre fiducia nella clemenza.

Capitolo 2

I Novaziani sostengono che non possono essere reintegrati nella comunione dei fedeli coloro che sono caduti in apostasia. Se facessero eccezione per il solo peccato di sacrilegio come non passibile di condono, mostrerebbero durezza, ma sarebbero, almeno, coerenti con la loro dottrina e in contrasto soltanto con gli insegnamenti divini. Il Signore, infatti, ha condonato tutti i peccati senza alcuna eccezione. I Novaziani, invece, alla maniera degli Stoici, pensano che tutte le colpe si debbano valutare parimenti e che debba per sempre rinunciare ai celesti misteri sia chi abbia sgozzato un gallo, come si dice, del pollaio, sia chi abbia strangolato il proprio padre. Come, dunque, possono escludere dai sacramenti la sola categoria dei rei di apostasia, quando, per giunta, proprio i Novaziani affermano che è cosa assai deplorevole estendere a molte persone il castigo che conviene a poche?

Essi dicono che onorano il Signore, giacché riconoscono il diritto di condonare i peccati a lui solo. Coloro, invece, che violano coscientemente la legge del Signore e sovvertono il magistero che egli ha loro affidato offendono assai gravemente Dio. Cristo medesimo ha detto nel Vangelo: "Riceverete lo Spirito Santo" e a chi "rimetterete i peccati" sono a lui rimessi, "e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi". Dunque, rende onore maggiore chi ubbidisce ai comandi o chi disubbidisce?

La Chiesa ottempera all'uno e all'altro comando: a quello di non rimettere la colpa e a quello dell'assolverla. L'eresia, invece, è spietata nell'esecuzione del primo dei due imperativi, disubbidiente nell'altro. Pretende legare ciò che non intende sciogliere, non vuole sciogliere ciò che ha legato. Si condanna manifestamente da se medesima. Il Signore, infatti, ha voluto che il diritto di assolvere e quello di non assolvere siano del tutto identici. Ha garantito entrambi e a pari condizioni. E' ovvio che chi non possiede l'uno, non può possedere l'altro diritto. Infatti, in conformità agli insegnamenti di Dio, chi ha il potere di condannare ha anche quello di perdonare. Logicamente, l'affermazione dei Novaziani cade. Col negare a sé la potestà del condonare sono costretti a rinunciare a quella del non assolvere. Come potrebbe essere lecita l'una e non l'altra potestà? A chi è stato fatto dono di entrambe o è chiaro che sono possibili l'una e l'altra o nessuna delle due. Alla Chiesa sono, dunque, lecite entrambe, all'eresia né l'una né l'altra. A ben considerare, tale facoltà è stata data, infatti, ai soli sacerdoti. A ragione, pertanto, la Chiesa che ha ministri legittimi si arroga l'uno e l'altro diritto, l'eresia non può, al contrario, farlo, poiché non ha sacerdoti di Dio. Col non rivendicare le due potestà, l'eresia sentenzia nei propri riguardi, che, non avendo ministri legittimi, non può attribuirsi un loro diritto. Nella sfacciata tracotanza è dato intravedere un'ammissione, sia pure timida.

Tieni anche presente: chi riceve lo Spirito Santo, riceve la potestà di assolvere e di non assolvere i peccati. Sta scritto: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi". Dunque, chi non può assolvere non possiede lo Spirito Santo, dal momento che è lo Spirito Santo, appunto, a far dono del ministero sacerdotale e la sua autorità è nel condonare e nel non rimettere le colpe. Come perciò i Novaziani potrebbero rivendicare un dono di chi mettono in dubbio l'autorità, la potestà?

Che dire della loro enorme sfacciataggine? Lo Spirito di Dio è incline alla pietà, non già alla durezza. Essi, al contrario, non vogliono ciò che egli dice di volere e fanno ciò che egli afferma di non gradire. Eppure il castigare si addice al giudice, il perdonare, invece, all'indulgente. Tu che appartieni alla setta dei Novaziani saresti, pertanto, più tollerabile coll'assolvere che col non condonare. Col non essere indulgente peccheresti di disubbidienza verso Dio, coll'usare misericordia, elargiresti il perdono, dimostrando di provare, almeno, pietà di chi vive nell'afflizione.

Capitolo 3

Ma i Novaziani affermano che, eccettuate le colpe più gravi, concedono il perdono alle più lievi. Non certo Novaziano, l'origine prima della vostra eresia. Egli fu convinto che non dovesse concedersi ad alcuno la possibilità di conseguire il perdono. Evidentemente non se la sentiva di legare ciò che non era poi in grado di sciogliere, e di incorrere nel rischio che, una volta condannata la colpa, ci si attendesse da lui il condono. Voi, dunque, mettete sotto accusa vostro padre con questo modo di ragionare, con la distinzione, cioè, che fate tra peccati, a giudizio vostro, assolvibili e quelli che reputate irrimediabili. Dio, però, che ha garantito a tutti clemenza e che ha concesso ai sacerdoti, senza alcuna riserva, la potestà del perdono, non fa distinzioni. Soltanto, chi avrà ecceduto nella colpa, ecceda parimenti nel fare penitenza. Più gravi i peccati, più abbondanti lacrime sono necessarie per lavarli. Non si può, quindi, dare l'assenso a Novaziano che rifiutò a tutti il perdono, né a voi che, emulando e a un tempo condannando il maestro, spegnete ogni ardore di pietà quando occorrerebbe maggiormente alimentarlo. La pietà di Cristo ci ha insegnato che più gravi sono i peccati, più validi sostegni necessitano a sopportarne il peso.

Quale iniquità è questa del dovere rivendicare le cose possibili a concedersi e riservare a Dio le impossibili? Che altro significa ciò se non scegliere per sé le situazioni suscettibili di misericordia e lasciare al Signore la materia tutta passibile di inflessibile castigo? Privo di significato è per voi il passo biblico: "Resti fermo che Dio è verace e ogni uomo mentitore, come dice la Scrittura: affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole e trionfi quando sei giudicato". Dio medesimo dice: "Voglio l'amore e non il sacrificio", affinché comprendiamo che il Signore è largo di misericordia e non già inflessibile nel rigore. Come può essere, perciò, gradito a Dio il sacrificio che gli offrite? Voi ripudiate la pietà, egli, invece, afferma di non volere la morte, ma l'emendamento del peccatore.

L'Apostolo, suo fedele interprete, dice: "Dio mandò il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato, e in vista del peccato, ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della legge si adempisse in noi". Non dice "a somiglianza della carne", perché Cristo ha assunto la realtà della carne umana, non la parvenza. Né dice "a somiglianza del peccato", giacché "egli non ha commesso peccato" ma ha preso le sembianze del peccato per la nostra salvezza. E' venuto "a somiglianza di carne del peccato", cioè ha assunto la parvenza della carne peccatrice. Perciò "somiglianza", poiché sta scritto: "E' uomo e chi sa conoscerlo?". Era, cioè, uomo nella carne in conformità alla natura dell'uomo, e poteva essere conosciuto. Era uomo fornito di doti trascendenti l'umana possibilità, l'uomo, pertanto, di cui è detto "chi sa conoscerlo?". Aveva la nostra carne, ma era immune dai difetti di questa.

Non era stato, infatti, generato come gli altri uomini dall'accoppiamento del maschio e della femmina. Concepito dallo Spirito Santo e dalla Vergine, aveva assunto un corpo mortale, non solo non macchiato da alcuna colpa ma neppure sfiorato da quell'ignominioso miscuglio di sostanze proprio della nascita o del concepimento. Noi mortali nasciamo, infatti, all'insegna del peccato. Il nostro primo vedere la luce è già nella colpa, come leggiamo in David: "Ecco nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre". La carne di Paolo era il corpo della morte, come egli dice: "Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?". La carne di Cristo ha condannato quel peccato dal quale il Signore, nascendo, fu immune, e che, morendo, ha crocifisso, affinché nella nostra carne, ove prima era macchia a causa della colpa, ci fosse giustificazione in virtù della grazia.

"Che diremo dunque in proposito" se non ciò che l'Apostolo ha detto: "Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ha donato ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi?". Cristo, dunque, difende, Novaziano accusa. L'uno ha redento gli uomini perché siano salvi, l'altro condanna a morte. Il primo dice: "Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite", l'altro, al contrario, afferma: Non sono misericordioso. Cristo dice: "Troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio carico leggero", Novaziano, invece, impone un grave peso, un duro giogo.

Capitolo 4

Le argomentazioni finora addotte sono sufficienti ad intendere in quale misura Gesù è propenso a perdonare. Tuttavia egli in persona ti sia maestro. Volendoci, infatti, mettere in condizione di affrontare le violenze della persecuzione, dice: "Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l'anima; temete piuttosto chi ha il potere di inviare l'anima e il corpo nella Geenna". Più avanti: "Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi, invece, mi rinnegherà davanti agli uomini, anche io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli".

Quando testimonia, lo fa per tutti, senza eccezione; quando rinnega, non ripudia tutti. Sta scritto: "Chiunque mi riconoscerà, anche io lo riconoscerò", cioè testimonierò tutti. Più innanzi avrebbe dovuto dire: "Chiunque, invece, mi rinnegherà". Perché, non apparisse ripudiare tutti, ha però aggiunto: "Chi, invece, mi rinnegherà davanti agli uomini, anche io lo rinnegherò". Assicura a tutti la grazia, non minaccia a tutti la punizione. Esalta quando è di pertinenza dell'indulgenza, rimpicciolisce ciò che è proprio della vendetta.

Così sta scritto non solo nel libro del Vangelo di Gesù che si intitola secondo Matteo, ma si può leggere anche in quello che va sotto il nome di Luca. Ciò perché tu sappia che entrambi si sono soffermati sull'argomento, e a bella posta.

Abbiamo riportato quanto sta scritto. Ricapitoliamo ora il pensiero. Dice: "Chiunque mi riconoscerà", cioè, chi mi testimonierà, qualunque genere di vita conduca, qualunque sia la sua condizione, troverà in me chi saprà ricompensarlo della testimonianza. Quando è detto "chiunque" non si esclude dalla ricompensa nessuno che lo testimonierà. Non ugualmente chiunque rinnegherà, sarà rinnegato. Può verificarsi che qualcuno non reggendo alla tortura ripudi con la bocca, ma nel suo intimo adori Dio.

Metteresti forse sullo stesso piano chi ripudia spontaneamente e chi ha commesso sacrilegio indotto dai supplizi e non già di sua volontà? E' riprovevole sostenere che non è di alcun peso presso Dio la clemenza che, invece, ha valore presso gli uomini, quando si tratta di atleti. Spesso negli agoni dei pagani vediamo che il popolino ama incoronare anche gli sconfitti, quando sia rimasto soddisfatto del loro modo di condurre la gara e, soprattutto, abbia constatato con i propri occhi che accidentalmente gli atleti sono stati privati della vittoria con raggiri o inganni. Cristo tollererà che sia negato il perdono ai suoi atleti che soltanto per un poco ha visti vacillare davanti ai supplizi della tortura?

Non terrà conto dei tormenti del supplizio, egli che, se ripudia, non rinnega per l'eternità? David dice: "Dio non ci respingerà per sempre". Dovremo, dunque, prestare orecchio al seguace dell'eresia, il quale, al contrario, afferma che Dio ripudia per sempre? David dice: "Dio non toglierà mai la sua misericordia di generazione in generazione o si dimenticherà di avere pietà". Il profeta grida, e c'è gente che va insinuando che la divina pietà può essere suscettibile di dimenticanza?

Capitolo 5

Ma essi asseriscono di fare ragionamenti del genere, giacché, a loro giudizio, ammettere che Dio perdoni persone contro le quali ha in precedenza manifestato la sua ira significa attribuirgli natura mutevole. Dunque? Ripudieremo gli oracoli del Signore e daremo credito alle opinioni dei Novaziani? Dio deve essere stimato sulla base delle sue parole, non delle affermazioni degli altri. Una prova convincente della sua misericordia? Non forse, per bocca del profeta Osea, quasi come rappacificato, perdona gente che poco prima minacciava? Dice: "Che dovrò fare di te, Efraim, che dovrò fare di te, Giuda?". Più innanzi: "Come trattarti? Dovrei ridurti allo stato di Adma e di Zeboim?". E' adirato, eppure con sentimento, direi, paterno, è dubbioso circa la pena da irrogare al peccatore. Il Giudeo è colpevole, Dio, tuttavia, vaglia con scrupolo i fatti. Aveva detto: "Dovrei ridurti allo stato di Adma e di Zeboim?", città queste che, vicine a Sodoma, avevano avuto in sorte analoga distruzione. Subito, però, aggiunge: "Il mio cuore si è commosso, la mia pietà è in preda al turbamento; non voglio agire secondo l'impulso della mia ira".

Non è forse chiaro che Gesù si sdegna con noi peccatori allo scopo di convertirci mediante il terrore suscitato dalla sua collera? La sua ira non comporta vendetta, bensì suona preludio di indulgenza. Ha detto: "Se piangerai contrito, ti salverai". Attende, pertanto, i nostri sospiri, quelli temporali, per condonare gli eterni. Esige il nostro pianto per elargire la misericordia. Nel Vangelo, mosso a pietà dalle lacrime della vedova, ne ha richiamato in vita il figlio. Vuole il nostro pentimento per potere fare ricorso alla grazia, la quale si fermerebbe stabilmente in noi, se non cadessimo nella schiavitù del peccato. Offendiamo Dio con le colpe, ed egli si adira affinché facciamo atto di contrizione. Umiliamoci, dunque, per metterci in condizione di meritare pietà, non castigo.

Ti sia maestro Geremia, il quale dice: "Il Signore non ripudierà per sempre, ma se umilierà avrà anche pietà secondo la sua grande misericordia. Chi umilia contro il suo desiderio non ripudia certo i figli degli uomini". Queste sono le parole che leggiamo nei Lamenti di Geremia. Da esse e dalle seguenti desumiamo che il Signore umilia "sotto i suoi piedi tutti coloro che sono incatenati sulla terra", affinché possiamo sottrarci al suo castigo. Ma non umilia di tutto cuore il peccatore sino a terra, giacché solleva "l'indigente dalla polvere" e rialza "il povero dall'immondizia". Chi si ripromette di concedere il perdono, non umilia di tutto cuore.

Dio non umilia con tutto il sentimento chi si è macchiato di colpa, tanto meno, chi non ha peccato di tutto cuore. Ha detto a proposito dei Giudei: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me". In questa maniera potrebbe esprimersi nei riguardi di alcuni dei lapsi: Mi hanno rinnegato con le labbra, ma sono insieme a me con il cuore. La tortura li ha vinti, ma la slealtà non ha avuto il sopravvento. Non c'è, pertanto, valido motivo perché alcuni neghino loro il perdono. Il persecutore medesimo, infatti, ne ha testimoniato la fede al punto da tentare di distruggerla con i supplizi. Hanno ripudiato una sola volta, ma testimoniano ogni giorno. Hanno rinnegato con la bocca, ma testimoniano di continuo con i gemiti, con gli ululati, con le lacrime, con le parole schiette, sincere. Hanno ceduto alla tentazione del diavolo, ma temporaneamente. Il demonio si è dovuto allontanare da loro non essendo riuscito a guadagnarli alla sua causa. Si è ritirato innanzi al loro pianto, all'afflizione del pentimento. Li aveva aggrediti come cosa altrui, li ha perduti quando erano sua preda.

Non è forse il caso medesimo che si verifica allorché gli abitanti di una città vinta sono trascinati prigionieri? Vengono menati in schiavitù, ma non certo di loro volontà. Sono costretti ad emigrare in terra straniera, con il cuore, però, non si allontanano dal paese, portano con sé, nell'animo, la patria e si adoperano in tutti i modi per rientrarvi. Che dunque? Quando uomini, così disposti, finalmente ritornano, ci potrebbe essere chi suggerisca che non si debbano degnamente accogliere, che si debbano, cioè, tributare loro onori minori, per la viva preoccupazione che il nemico abbia un qualche pretesto per sfogare l'ira? Se tu perdoni chi è armato e ha opposto forza a forza, non sei disposto ad essere indulgente verso chi aveva come unica arma la fede?

Se chiediamo il parere del diavolo a proposito di codesti lapsi, non pensi che direbbe: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me?" Come può essere con me chi non ripudia Cristo? Coloro che nel cuore ne custodiscono l'insegnamento, soltanto in apparenza mi adorano. Io mi illudevo che professassero la mia dottrina. Più grave suona la condanna nei miei riguardi, allorché rinnegano teorie delle quali hanno acquisito conoscenza. E' certo che Cristo mena trionfo più grande quando li accoglie al loro ritorno. Tutti gli angeli tripudiano. Infatti, è più grande gloria per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. Si trionfa su di me nel cielo, su di me nel mondo. Cristo non subisce danno quando persone venute da me in lacrime ritornano nel seno della Chiesa, sentendo di essa rimpianto. Senza dire che dietro il loro esempio corro pericolo anche per i miei fidi. Potrebbero imparare che non c'è vantaggio a stare in un luogo in cui gli uomini non sono affatto adescati dai beni immediati e che, invece, c'è profitto grandissimo dove i lamenti, le lacrime, i digiuni sono preferiti alle opulente imbandigioni".

Capitolo 6

Voi, dunque, o Novaziani, li mettete al bando? Ciò che altro significa se non togliere loro la speranza del perdono? Il Samaritano non abbandonò chi era stato lasciato mezzo morto dai predoni. Curò le sue ferite con l'olio e con il vino. Prima, però, vi versò solo l'olio come lenimento. Caricò il ferito sopra il suo giumento, trasportando su di esso tutti i suoi peccati. Né il pastore abbandonò la pecorella smarrita.

Voi, invece, esclamate: "Non mi toccare". A titolo di giustificazione, dite: "Non è il nostro prossimo" con superbia maggiore di quella del dottore della legge che voleva mettere alla prova Cristo. Infatti, domandò: "Chi è il mio prossimo?". Rivolge una domanda. Voi, invece, rifiutate di prestare le cure a chi avreste dovuto. Ve ne siete allontanati alla maniera del sacerdote e siete passati oltre noncuranti come il levita. Né date ospitalità nella locanda a colui per il quale Cristo pagò due denari e di cui ti ordina di diventare il prossimo, per potergli più agevolmente usare misericordia. Il tuo prossimo non è chi è stretto a te dai vincoli di identica natura, bensì chi è unito a te da legami di pietà. Tu ostenti, però, di non conoscerlo, innalzandoti "gonfio di vano orgoglio nella mente carnale, senza essere stretto, invece, al capo". Se ti tenessi stretto al capo, comprenderesti che non devi abbandonare uno "per il quale Cristo è morto". Ti accorgeresti, ancora, che tutto il corpo, col tenerlo strettamente unito e non con lo smembrarlo, progredisce nella conoscenza di Dio, in virtù del vincolo della carità e mediante il riscatto del peccatore.

Quando depauperate la penitenza di ogni frutto, voi non dite altro che questo: Nessuno che sia stato ferito entri nella nostra locanda. Nessuno sia sanato nel grembo della Chiesa. Presso di noi non si prestano cure agli ammalati. Siamo sani, per noi il medico è superfluo. Infatti, Cristo in persona ha detto: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati".

Capitolo 7

Il novaziano si allontana con pretesti dalla tua Chiesa, o Gesù, io, invece, sono ad essa venuto tutto intero. Il novaziano dice: "Ho comprato dei buoi", ma non si sobbarca al giogo soave di Cristo; impone al suo collo un peso assai grave, insopportabile. Ha trattenuto, offeso, ucciso i tuoi servi dai quali era stato invitato, giacché li ha imbrattati con la macchia di un battesimo ripetuto. Invia, dunque, servi ai crocicchi delle strade. Chiamo a raccolta buoni, cattivi. Fai entrare nella tua Chiesa infermi, ciechi, zoppi. Ordina che la tua casa sia riempita. Ammetti tutti alla tua cena. Chi tu inviterai, lo renderai degno, se disposto a seguirti. A ragione è gettato fuori chi non avrà indossato la veste nuziale, l'abito cioè della carità, della grazia. Fai chiamare, ripeto, tutti a raccolta.

La tua Chiesa non si sottrae con pretesti alla tua cena. Il novaziano rifiuta il tuo invito. Nessuno della tua famiglia dice: "Sto bene, non mi occorre il medico", bensì: "Guariscimi, o Signore, e io sarò guarito; salvami e sarò salvato". E' il simbolo della Chiesa la donna che ti si è accostata alle spalle e ha toccato il lembo della tua veste. "Pensava, infatti: Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita". La Chiesa mette a nudo le sue piaghe, domanda che vengano curate.

Tu, o Signore, desideri guarirci tutti. Eppure non tutti si sottopongono alle tue cure. Non certo il novaziano che ritiene di essere sano. Tu dichiari di essere ammalato, ti fai compartecipe delle infermità anche del più piccolo dei fratelli. Dici: "Ero malato e mi avete visitato". Il novaziano non è disposto a fare visita al più piccolo dei fratelli, nella cui persona tu desideri essere visitato. Tu dici a Pietro che adduce pretesti perché non gli lavassi i piedi: "Se non ti laverò i piedi, non avrai parte con me". Come possono avere parte con te i Novaziani i quali non accettano le chiavi del regno dei cieli, giacché sostengono che i peccati non possono essere rimessi?

Eppure hanno ragione quando fanno affermazioni del genere. Non sono, infatti, eredi di Pietro, dal momento che non ne possiedono la sede, anzi la straziano con scisma sacrilego. Hanno però torto, quando sostengono che non possono essere condannati i peccati in seno alla Chiesa. A Pietro è stato detto: "A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto nei cieli". Paolo, "lo strumento eletto" del Signore, dice: "A chi voi perdonerete qualcosa, perdono anche io; infatti, anche io se ho perdonato qualcosa, l'ho perdonata per amore vostro al cospetto di Cristo". Perché leggono Paolo, se pensano che si è macchiato di sacrilegio con l'arrogarsi la potestà di Dio? Ma, in verità, egli ha rivendicato un dono elargitogli, non si è impossessato di un bene non dovutogli.

Capitolo 8

Il Signore vuole che i suoi discepoli abbiano potere illimitato. Esige che i suoi umili servi operino nel suo nome i miracoli che egli compiva quando era uomo. Dice: "Compirete opere superiori a queste". Ha concesso loro di risuscitare i morti. Pur potendo ridonare a Saulo l'uso della vista, lo ha inviato da Anania suo discepolo, affinché in virtù della sua benedizione riacquistasse la facoltà di vedere che aveva perduta. Ha ordinato a Pietro di camminare con lui sulla distesa del mare. Poiché l'Apostolo appariva pauroso, lo ha biasimato. Con la pochezza della fede, infatti, aveva sminuito la grazia elargitagli. Ha concesso ai discepoli anche di essere la luce del mondo. Poiché un giorno sarebbe disceso dal cielo e ad esso sarebbe asceso, ha rapito in cielo Elia, per restituirlo alla terra, quando gli fosse sembrato opportuno. Poiché avrebbe battezzato in Spirito Santo e fuoco, ha preannunziato mediante Giovanni il sacramento del battesimo.

Ha elargito, insomma, ogni potere ai discepoli. Afferma in proposito: "Nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno". Tutto ha concesso ai discepoli. La loro potestà umana viene però meno, allorché la grazia del dono divino è operante.

Perché mai, o Novaziani, imponete le mani e avete fede nell'effetto della benedizione, se per caso un malato guarisce? Perché vi arrogate la potestà di purificare le persone dall'immondo contagio del demonio? Perché battezzate, se non è possibile che i peccati siano rimessi per opera dell'uomo? Nel battesimo, indubbiamente, è il condono di ogni colpa. Che differenza c'è se i sacerdoti in virtù della penitenza o del battesimo rivendicano la potestà loro concessa? Si tratti dell'uno o dell'altro sacramento, l'ufficio sacerdotale non muta.

Tu sostieni che nel battesimo è operante la grazia dei misteri. Non forse nella penitenza? Il nome di Dio non è in essa operante? Che dunque? Se vi conviene, fate vostra la grazia, altrimenti la rinnegate? E' un indizio di temeraria tracotanza, e non certo di santo timore, il fatto che odiate le persone che vogliono fare penitenza. Si sa, non ve la sentite di sopportare piagnistei di gente in lacrime. I vostri occhi non tollerano vesti miserande, squallore di persone in gramaglie. Ciascuno di voi, o delicati miei, con sguardo sprezzante, con cuore tronfio, impronta gli accenti a schifiltosità e dice: "Non mi toccare, perché sono puro".

Il Signore ha detto a Maria Maddalena: "Non mi toccare", ma non ha aggiunto "perché sono puro". Ed era puro davvero! Tu, o seguace di Novaziano, hai l'ardire di proclamarti senza macchia, tu che, ammesso che lo fossi per merito delle tue opere, già con il solo dichiarare di esserlo ti insudiceresti di impurità? Isaia dice: "Me misero e sventurato, poiché sono un uomo dalle labbra impure e dimoro in mezzo a un popolo dalle labbra impure!". Tu dici: "Sono puro", quando, come sta scritto, "non lo è neppure un neonato"? David esclamò: "Mondami dal mio peccato". Eppure la grazia di Dio spesso lo perdonò come persona assai misericordiosa. Tu puro, che sei così ingiusto da non avere pietà e da osservare "la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello" e da non accorgerti "della trave che hai nel tuo occhio"? Chi è ingiusto è impuro al cospetto di Dio. Quale iniquità maggiore del pretendere che ti siano rimesse le colpe e che non si debbano, invece, condonare al supplice? Quale ingiustizia più grande del giustificarti da te medesimo di una colpa per la quale condanni un altro, sebbene i tuoi peccati siano più gravi?

Gesù, sul punto di annunziare la remissione dei peccati, a Giovanni che gli dice: "Io devo essere battezzato da te e tu vieni da me" ha risposto: "Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia". Il Signore è venuto dal peccatore. Egli che era immune da colpa, ha domandato di ricevere il battesimo, pur non avendo bisogno di purificazione. Chi potrebbe, dunque, sopportare persone come voi che ritenete di non avere necessità di essere purificati ad opera della penitenza, giacché dite di esserlo in virtù della grazia, quasi che sia ormai un assurdo per voi commettere peccato?

Capitolo 9

Ma replicheranno che sta scritto: "Se un uomo pecca contro un altro uomo, si pregherà Dio per lui, ma se un uomo pecca contro il Signore, chi potrà intercedere per lui?". Innanzi tutto, come ho affermato in precedenza, ti lascerei anche muovere obiezioni del genere, se tu escludessi dalla possibilità del pentimento i sacrileghi soltanto. Tuttavia la domanda quale tormentoso dubbio potrebbe cagionare? Non sta scritto: "Nessuno intercederà per lui", ma "chi intercederà", cioè, si pone il quesito chi possa pregare per lui in tale eventualità, non si fa esclusione di sorta.

Nel salmo 14, 1 leggiamo: "O Signore chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sul tuo santo monte?". Non già nessuno vi abiterà, bensì il virtuoso, né afferma che nessuno vi dimorerà, ma il prescelto. A conferma di questa verità, non molto dopo nel Salmo 23, 3 dice: "Chi salirà il monte del Signore, chi starà sul suo luogo santo?". Cioè, non un uomo qualsiasi, di bassa levatura, ma di condotta esemplare, di merito eccezionale. Perché ti convinca che quando è detto "chi" non s'intende "nessuno", bensì "qualcuno", dopo aver domandato: "Chi salirà il monte del Signore?", ha aggiunto: "Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non ha ricevuto invano la sua anima." In altro passo: "Chi dotato di sapienza intenderà queste parole?". Forse dice che nessuno le comprende? Ancora, nel Vangelo: "Chi è l'amministratore fedele e saggio, che il Signore ha posto a capo della sua servitù per distribuire a ciascuno, a tempo debito, la razione di cibo?". Perché ti sia chiaro che ha alluso a persona esistente e non già immaginaria, ha aggiunto: "Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro". In questo senso anche, secondo me, è detto: "Dio, chi è simile a te?" E' da escludere "nessuno", perché il "Figlio è l'immagine del Padre".

Non diversamente è da interpretare: "Chi intercederà per lui?", cioè, qualcuno che meni vita senza macchia deve pregare per chi ha commesso peccato contro il Signore. Quanto più grave è la colpa, tanto più c'è necessità di un valido patrocinio. Non uno qualsiasi della folla, ma Mosè pregò per il popolo dei Giudei, allorché essi, trascurando la fede giurata, adorarono la testa del vitello. Forse Mosè commise errore? Non direi, giacché meritò che la sua preghiera fosse esaudita. Cosa, d'altra parte, non avrebbe conseguito un uomo così predisposto che si sacrificava per il suo popolo dicendo: "Ora se tu perdoni loro il peccato, rimettilo, altrimenti cancellami dal libro della vita"? Puoi constatare che non alla maniera di un patrocinatore molle, schifiltoso, si guarda dall'arrecare offesa, colpa questa che, invece, il novaziano afferma di temere. Avendo a cuore la causa comune, dimentico della propria, Mosè non aveva paura di commettere peccato pur di sottrarre, liberare i Giudei dal pericolo che loro derivava dall'aver offeso Dio.

A ragione, dunque, sta scritto: "Chi intercederà per lui?". Un uomo, cioè, della levatura di Mosè disposto a sacrificarsi per i peccatori o di Geremia che, nonostante Dio gli avesse comandato: "Tu non pregare per questo popolo", levò ugualmente suppliche e ottenne il perdono. Del resto, il Signore medesimo impietosito dall'intercessione del profeta e dalla preghiera del veggente così santo, rivolge la parola a Gerusalemme. La città, infatti, si era pentita dei peccati e aveva pregato: "Signore onnipotente, Dio d'Israele, un'anima angosciata, uno spirito tormentato grida verso di te. Ascolta, Signore, abbi pietà". Dio le ordina di spogliarsi delle vesti del dolore, di porre fine ai gemiti della penitenza. Così, infatti, è scritto alla fine del libro: "Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell'afflizione, rivestiti dello splendore della gloria chi ti viene da Dio per sempre".

Capitolo 10

Dobbiamo trovare patrocinatori di tale specie quando si tratta di colpe assai gravi. Se, infatti, persone qualsiasi esercitano la mediazione, non è dato loro ascolto.

Non potrà, quindi, avere alcun valore l'obiezione che fate, ricavandola dall'epistola di Giovanni il quale dice: "Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio darà la vita a chi commette un peccato che non conduce alla morte. C'è infatti un peccato che conduce alla morte, per questo dico di non pregare". L'Evangelista non rivolgeva la parola a Mosè, a Geremia, ma a un popolo costretto a ricorrere al patrocinio di qualcuno che preghi per le sue colpe; a un popolo che è pago di supplicare Dio per i peccati più leggeri, nel convincimento che la remissione dei più gravi si debba riservare soltanto alle preghiere degli uomini giusti. Come Giovanni avrebbe potuto affermare che non si deve pregare per una colpa che conduce alla morte, quando aveva letto nella scrittura che Mosè aveva pregato, e con successo, per la trasgressione della legge di Dio commessa volontariamente dai Giudei e che anche Geremia aveva levato suppliche al Signore?

Come Giovanni avrebbe potuto sostenere che non si deve pregare per un peccato che conduce alla morte, egli che proprio nell'Apocalisse ha scritto del comando impartito al Vescovo della Chiesa di Pergamo? Scrive: "Hai presso di te seguaci della dottrina di Balaan, il quale insegnava a Balak a provocare la caduta dei figli di Israele, spingendoli a mangiare carni immolate agli idoli e ad abbandonarsi alla fornicazione. Così pure hai di quelli che seguono la dottrina dei Nicolaiti. Ravvediti, dunque, altrimenti verrò da te". Non vedi che Dio esige la penitenza per garantire il perdono? Nell'Apocalisse, ancora, dice: "Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: al vincitore darò da mangiare la manna".

Forse Giovanni ignorava che Stefano aveva pregato per i suoi persecutori, i quali avevano in odio persino il nome di Cristo, e che aveva detto a proposito dei lapidatori: "Signore, non imputare loro questo peccato"? Ci è dato constatare in Paolo quale fosse l'effetto della preghiera. Egli che era a guardia dei mantelli degli uomini che scagliavano le pietre, non molto tempo dopo diventò Apostolo in virtù della grazia di Cristo: eppure era stato un persecutore.

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